LA CINA E LA NUOVA VIA DELLA SETA – “Belt and Road Initiative” (l’iniziativa di UNA CINTURA UNA STRADA) – La proposta di UN PONTE TRA ASIA ED EUROPA – CINA: paese emergente, affascinante, con problemi di libertà, democrazia; con molti giovani motivati – L’Europa dialogherà di più con l’ “impero” cinese?

Xi Jinping, il leader cinese, ha parlato di NUOVA VIA DELLA SETA per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di VOLER CONNETTERE CINA ED EUROPA CON CORRIDOI TERRESTRI E MARITTIMI ATTRAVERSANDO L’ASIA E TOCCANDO L’AFRICA. Quattro anni dopo, Il 14 e 15 maggio, a Pechino per questo si è tenuto il «FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION». Ne parliamo in questo post per cercare di capire

   Si chiama «UNA CINTURA UNA STRADA» (Belt and Road Initiative) ed è l’iniziativa del leader cinese XI JINPING (proposta ancora nel 2013) per costruire una rete globale di infrastrutture (tra Cina, Russia ed Europa) lungo le quali far scorrere i commerci (cinesi anzitutto). La proposta è quella di costruire un “rete” commerciale, di trasporto, con investimenti internazionali per 900 miliardi di dollari da adesso per i prossimi 5-10 anni, e anche con investimenti di 500 miliardi in altri 62 Paesi “esterni” alla Cina.

“(…) L’Italia a Pechino il 14 e 15 maggio al FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION è stata rappresentata dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PAOLO GENTILONI, unico leader di un Paese europeo del G7 lì presente. Stiamo rincorrendo una partecipazione possibilmente di peso. Durante la visita a febbraio, il presidente Mattarella ha offerto i nostri PORTI DI GENOVA sul Tirreno E VENEZIA-TRIESTE sull’Adriatico come TERMINALI DELLA VIA MARITTIMA: bisogna decidere in fretta, perché i cinesi si sono già insediati al Pireo (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017)

   Pertanto una montagna di denaro, però non solo cinese: perché ci si rivolge in particolare sia alla Russia che all’Europa. Tutti questi soldi servirebbero a costruire porti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti elettriche… appunto anche fuori dell’impero cinese, specie in Paesi in via di sviluppo. La Cina non è in grado di sostenere da sola i costi di una rete infrastrutturale di dimensioni globali, e così invita il resto del mondo a contribuire alla realizzazione di questo ambizioso piano.

corridoi economici, nuove vie della seta, DA LIMES (www.limesonline.com/)[Carta di Laura Canali] – “(…) Xi Jinping ha parlato di NUOVA VIA DELLA SETA per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di VOLER CONNETTERE CINA ED EUROPA CON CORRIDOI TERRESTRI E MARITTIMI ATTRAVERSANDO L’ASIA E TOCCANDO L’AFRICA: al momento ci sono SEI PERCORSI TRACCIATI SULLE MAPPE. QUELLO MARITTIMO POTREBBE SBOCCARE IN ITALIA, come nei tempi epici dell’Antica Roma e della Dinastia Han (206 avanti Cristo-220 dopo Cristo). I romani peraltro pare non sapessero nemmeno se la seta fosse di origine animale o vegetale e l’attribuivano al Popolo dei Seri. LA DEFINIZIONE VIA DELLA SETA FU CONIATA DAL GEOGRAFO TEDESCO FERDINAND VON RICHTHOFEN NEL 1877: Seidenstraße la chiamò il barone (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017)

   Il rilancio dell’iniziativa (abbozzata dal leader cinese Xi Jinping già nel 2013), ora (nel 2017, quattro anni dopo) ha fatto sì che a Pechino siano stati invitati il 14 e 15 maggio (e si sono riuniti) 28 capi di Stato e di governo, un centinaio di ministri, leader di 70 organizzazioni internazionali, per quello che è stato chiamato il «FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION».

Un soldato durante il Belt and Road Forum di Pechino del 14 e 15 maggio scorso (da http://www.linkiesta.it/)

   Con la presenza anche del leader russo Vladimir Putin, del premier pachistano Nawaz Sharif, il filippino Rodrigo Duterte… (per l’Italia ha partecipato il presidente del Consiglio Gentiloni, Italia interessata a uno “sviluppo-partecipazione” con il coinvolgimento di due porti, nell’Adriatico e nel Tirreno, Trieste e Genova -ma ne parliamo poi in questo post-). Anche con la presenza di una delegazione statunitense: Donald Trump, nell’ambivalenza poco coerente tra quel che dice di voler fare e ha promesso in campagna elettorale, cioè restringere gli USA negli scambi commerciali (America first, prima l’America), e dall’altra l’impossibilità di non esserci nel commercio globale.

“(…) Uno dei settori più in crescita del business cinese: l’E-COMMERCE. IL MERCATO ONLINE IN CINA INFATTI È TRA I PIÙ FORTI A LIVELLO INTERNAZIONALE, se si considera che ben 731 MILIONI DI UTENTI HANNO ACCESSO A INTERNET. Di questi, 572 milioni lo fanno attraverso DISPOSITIVI MOBILE, CON CUI FANNO ACQUISTI ONLINE. Si pensi al SOCIAL MEDIA più utilizzato in Cina, WECHAT, che oggi conta 889 MILIONI DI UTENTI REGISTRATI, che POSSONO ESEGUIRE PRENOTAZIONI (taxi, ristoranti e voli), FARE SHOPPING ONLINE E TRASFERIRE DIRETTAMENTE SOLDI AD ALTRI CONTATTI. Quest’ultimo servizio in particolare ha dato la possibilità di far nascere i cosiddetti DAI GOU, ovvero utenti che acquistano all’estero sfruttando la differenza di prezzo e si fanno rimborsare immediatamente dai propri contatti tramite la FUNZIONE WALLET di WECHAT. Una piattaforma che asseconda il trend dell’e-commerce nel mercato cinese, che ENTRO IL 2020 SARÀ SUPERIORE ALL’INSIEME DEI VOLUMI GENERATI DA USA, UK, GIAPPONE E FRANCIA(…)(Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/)

   Volontà espressa con quest’iniziativa cinese è quella di rilanciare il commercio internazionale e la globalizzazione su basi più egualitarie ed inclusive. In particolare, secondo Xi Jinping, un progetto di reti di comunicazioni avanzate tra Cina, Russia ed Europa, se ne avvantaggerebbero tutti i paesi, specie asiatici, che ora sono tagliati fuori, e sono in sottosviluppo.

ACCORDO E-MARCOPOLO con ALI BABA – E-Marco Polo lancia una vetrina B2C di servizi end-to-end che permette ad aziende e brand italiani di vendere i propri prodotti direttamente ai consumatori cinesi senza avere una presenza fisica nel Paese

   Proposta cinese che forse deve acquistare maggiore credibilità nel tempo (visto che la Cina non garantisce alcun standard, almeno di tipo occidentale, di democrazia e libertà, di scarsa finora attenzione ai problemi dell’inquinamento, di tutela del lavoro da situazioni di ipersfruttamento….).

LA CINA DEI SUICIDI – FOXCONN INTERNATIONAL HOLDINGS LTD è un’azienda multinazionale. È la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per i produttori di apparecchiature originali in tutto il mondo, e produce principalmente su contratto ad altre aziende tra le quali AMAZON, APPLE, DELL, HP, MICROSOFT, MOTOROLA, NINTENDO, NOKIA (solo per il mercato cinese), SONY, BLACKBERRY E XIAOMI. È stata fondata nel 1974 e dal 1980 apre linee di fabbricazione di connettori per personal computer. La società ha aperto il suo primo impianto produttivo in Cina nel 1988, una fabbrica a SHENZHEN, che ora è l’impianto più grande, con più di 330.000 dipendenti. DAL 2009 LA FOXCONN È STATA SPESSO TRISTEMENTE CITATA SULLE PAGINE DI CRONACA A CAUSA DI UNA SERIE DI SUICIDI CHE HANNO COINVOLTO I SUOI DIPENDENTI, causati dallo STRESS DA IPERLAVORO e dalle CATTIVE CONDIZIONI PER I LAVORATORI. (da Wikipedia, marzo 2017)

   Il tutto in questa fase vede anche la prevalenza della ragion di stato, della geopolitica dei rapporti tra stati e federazione di Stati nazionali, la ricchezza e il commercio globale… in un momento di persistente e probabilmente stabile per molto tempo crisi economica internazionale, che sta coinvolgendo anche paesi che fino a qualche anno fa erano dati in un “progresso inarrestabile” (come i cosiddetti BRICS, Brasile Russia India Cina Sudafrica).

“(…) PER LA CINA SI DEVE GUARDARE ANCHE GLI EFFETTI, CONTRADDITTORI, CHE STANNO CONTRADDISTINGUENDO L’OPERATIVITÀ DI CHI INVESTE NEL PAESE: dove alcune regole si semplificano, le tutele aumentano (come per la proprietà intellettuale) e le opportunità rimangono amplissime. Ma dove il clima verso gli stranieri si è fatto più ostile e il rapporto con le istituzioni sempre più asimmetrico a svantaggio delle imprese estere. Sono alcuni degli spunti emersi dalla presentazione del rapporto “CINA 2017 – SCENARI E PROSPETTIVE PER LE IMPRESE” della FONDAZIONE ITALIA-CINA, presentato venerdì 19 MAGGIO A MILANO (…) (Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/)

       E’ assai difficile che la Russia e la frammentata Europa accettino la proposta cinese di investire in infrastrutture per una moderna “via della seta” est-ovest tra i continenti dell’EurAsia. La disponibilità di quasi tutti almeno a parola può esserci (l’Italia, sperando in un rilancio economico dei propri porti, dei mari che la circondano, si è dimostrata entusiasta ed attenta…).

Al via “E-MARCO POLO” (E-MP), la nuova vetrina per le aziende e i prodotti del MADE IN ITALY AGROALIMENTARE che intendono vendere sul mercato cinese dell’e-commerce: più precisamente su TMALL GLOBAL, uno dei più grandi portali del mondo e che fa parte del GRUPPO ALIBABA

   Ne parliamo in questo post da diversi punti di vista, e analisi, sulla geopolitica mondiale del momento. L’uscire per la prima volta comunque allo scoperto in politica estera (economica) da parte della Cina, in una fase di decadenza dell’impero americano (non iniziata con Trump, ma con lo stesso Obama, riluttante a farsi carico di situazione di caos geolocali), questa situazione di fatto di mancanza di “figure internazionali” di riferimento (prima, fino al 1989, prima della caduta del muro di Berlino, c’era il blocco Urss-Usa, poi fino a qualche anno fa erano gli Usa a dettare l’agenda internazionale…), questo vuoto che esiste ora, vede nuovi protagonisti, come appunto la Cina, che vorrebbero mettersi in gioco. Sembra, ancora una volta, un momento propizio, necessario, della presenza di un’Europa più unita e univoca nella scelte internazionali… (si potrà fare? Speriamo di sì) (s.m.)

La proposta di VIA DELLA SETA avrà come centro del MEDITERRANEO i porti di Genova e Trieste

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LA NUOVA VIA DELLA SETA CINESE: COS’È E CHI CI GUADAGNA

di Claudia Astarita, da PANORAMA del 17/5/2017

– Belt and Road Initiative: 5mila miliardi di dollari per costruire un ponte tra Asia e Europa –

   La Nuova Via della Seta, in inglese Belt and Road Initiative, in ciese yi dai yi lu,è il progetto lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 che ha l’ambizione di costruire una serie di infrastrutture in grado di ricollegare l’Asia e l’Europa, via terra e via mare, creando le premesse giuste per sostenere il secondo, e forse ancora più ambizioso, piano di Xi Jinping: quello di rilanciare il commercio internazionale e la globalizzazione su basi più egalitarie ed inclusive.

   Un sogno? Forse, perché i limiti di questo progetto sono numerosi, anche se il fatto che sempre più paesi, Italia inclusa, sembrino interessati a sostenere la Cina potrebbe aumentare le probabilità di successo dello statista orientale.

Un progetto inclusivo

La Nuova Via della Seta è un progetto inclusivo non solo perché cerca, giocando nuovamente la carta dello sviluppo trainato dagli investimenti prima e dall’export poi, di aiutare i paesi poveri che si trovano sulla rotta Cina-Europa a non rimanere fuori dai giochi ma, al contrario, a partecipare alla nuova maratona di crescita e sviluppo. Ma è inclusiva anche perché, come precisato sul sito dedicato ad OBOR (one belt, one road, ndr), “La via della Seta è stata proposta dalla Cina, ma non è un assolo della Cina.

   Un’analogia migliore è quella di una sinfonia suonata da un’orchestra composta di tutti i Paesi che vi partecipano”. Cosa vuol dire tutto questo? Essenzialmente che la Cina non è in grado di sostenere da sola i costi di una rete infrastrutturale di dimensioni globali, e invita il resto del mondo a contribuire alla realizzazione di questo ambizioso piano.

Qualora dovesse avere successo, Xi Jinping otterrebbe almeno tre risultati: riuscirebbe a portare avanti il suo progetto, nato anche per aiutare la Cina a sostenere la crescita economica dall’esterno, otterrebbe un implicito ma importantissimo sostegno internazionale a una visione del mondo che, per quanto inclusiva possa essere, resta di impronta cinese, e migliorerebbe l‘immagine della Cina nel mondo.

I costi della nuova via della seta

L’agenzia di consulenza PricewaterhouseCoopers ha stimato i costi della realizzazione del corridoio terreste e di quello marittimo in 5mila miliardi di dollari. Una cifra astronomica che non è detto che i paesi che sostengono OBOR riusciranno mai a mettere da parte.

Quel che è certo è che Pechino sta cercando di “dare il buon esempio”: dal 2013 ad oggi una cinquantina di aziende di stato cinesi hanno investito in circa 1.700 progetti legati alla nuova Via della Seta, mettendo a disposizione dei paesi interessati 50 miliardi di dollari.

Nel corso del forum di Pechino il Presidente ha annunciato di voler sostenere il Fondo della Via della Seta, partito con 40 miliardi di dollari, con altri 100 miliardi di yuan, equivalenti a più di 14 miliardi di dollari. China Development Bank e The Export-Import Bank of China, invece, hanno pronto un finanziamento di oltre 36 miliardi di dollari la prima e circa 19 la seconda.

Cosa vuole costruire la Cina

Lo statuto approvato nel 2015 definisce la Silk Road Economic Belt un progetto orientato a collegare la Cina con Golfo Persico e Mediterraneo passando dall’Asia centrale e occidentale. La Via della Seta Marittima del XXI secolo, invece, vuole raggiungere l’Europa passando dal Sud Est Asiatico e dall’Oceano Indiano.

I vantaggi della nuova Via della Seta

A sentire Pechino, le ricadute positive legate alla costruzione della Nuova Via della Seta sarebbero già enormi: il Ministero del Commercio cinese ha calcolato che le aree di collaborazione economica e commerciale create grazie ai fondi OBOR abbiano generato 1,1 miliardi di dollari di ricavi fiscali e contribuito a creare 180mila posti di lavoro a livello locale.

   Come se non bastasse, la Cina si è impegnata a importare nei prossimi cinque anni merci per un valore di 2mila miliardi di dollari dai paesi che si trovano lungo la Nuova Via della Seta, e a investire almeno 10 miliardi in iniziative per sostenere la fetta della popolazione più povera che vive in queste aree.

Il punto di vista degli scettici

A prescindere dal frastuono generato da numeri e propaganda, visto che per far passare il messaggio secondo cui la Nuova Via della Seta sia un’iniziativa pacifica, utile e egualitaria Pechino ha deciso di ricorrere anche a video musicali e favole della buonanotte, il grande sogno cinese è stato accolto con scetticismo da tanti paesi.

   Stati Uniti e Giappone, ad esempio, non ne fanno parte. L’India sta facendo di tutto per boicottarlo sostenendo che un corridoio commerciale che attraversa un territorio conteso (il Kashmir pakistano) non può essere considerato pacifico.

   Infine, Francia, Germania e Gran Bretagna, pur avendo dato il benvenuto al progetto cinese nel 2013, stanno assumendo oggi un atteggiamento più defilato, forse perché non è ancora chiaro come questa iniziativa si svilupperà e chi riuscirà a trarne i maggior benefici. L’argomentazione secondo cui Pechino voglia usare OBOR per smaltire gli eccessi di produttività nazionali, per quanto valida, non giustifica un progetto dalle dimensioni di OBOR.

   Diverso il caso dell’Italia, visto che il premier Paolo Gentiloni ha deciso di volare a Pechino per partecipare al Forum in oggetto. Una scelta razionale che di certo non danneggia il Bel Paese, anzi, gli permette di ribadire alla Cina di poter contare sulla sua rete infrastrutturale per raggiungere l’Europa, ma lo distanzia da altre nazioni europee che hanno tenuto una linea diversa. Se questa sia stata una scelta saggia o no, lo capiremo solo nel medio periodo. (Claudia Astarita)

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ALTRO CHE TRENI E PORTI, LA CINA STA RISCRIVENDO A SUA IMMAGINE LA GLOBALIZZAZIONE

di Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA (www.linkiesta.it/)

– La Nuova Via della Seta sarà il mezzo per esportare la capacità produttiva cinese nei Paesi attraversati. Vedremo una Cina sempre più pronta a difendere i propri interessi all’estero. È un volto nuovo del Paese, che al suo interno vede un clima sempre più difficile per gli investitori stranieri –

   Si fa presto a dire “Cina alfiere della globalizzazione”. In molti l’hanno fatto, dopo la visita da protagonista del presidente cinese Xi Jinping a Davos, subito dopo l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Ma la realtà è un po’ più complessa.

   Non solo perché a oggi il Paese asiatico rimane strenuamente protezionista in molti settori e si avvia nel medio termine ad alzare barriere su altri comparti considerati strategici, come tutti quelli che hanno a che fare con la tecnologia. Ma perché sarebbe da ingenui non capire che la Cina, oggi, la globalizzazione sta provando a cambiarla a sua immagine e somiglianza.

   Il progetto One Belt One Road (o Nuova Via della Seta, discusso nel Belt and Road Forum il 14 e 15 maggio a Pechino) va letto in questa chiave: non sarà solo un progetto di infrastrutture che agevoleranno i commerci. Sarà un modo per esportare la capacità produttiva cinese nei Paesi attraversati dalla nuova Via della Seta.

   E sarà un processo nel quale vedremo all’opera, per difendere i nuovi interessi in quei Paesi, il “Sistema” cinese, fatto di confini non netti tra Stato e imprese e di relazioni che tendono a prevalere sulle regole. In questo passaggio prepariamoci a vedere anche un’altra faccia della Cina.

   Quella di un Paese che, dopo decenni di basso profilo in politica estera, si mostrerà sempre più disposto a tutelare i propri interessi all‘estero. Non è escluso, in via teorica, che lo faccia anche attraverso la presenza militare, con una sterzata graduale rispetto agli storici “Cinque principi di pacifica coesistenza”, tra cui figura il principio di non ingerenza negli affari interni dei Paesi sovrani.

   In questi momenti di cambiamento occorre conoscere sempre più a fondo la Cina e guardare anche gli effetti, contraddittori, che stanno contraddistinguendo l’operatività di chi investe nel Paese: dove alcune regole si semplificano, le tutele aumentano (come per la proprietà intellettuale) e le opportunità rimangono amplissime. Ma dove il clima verso gli stranieri si è fatto più ostile e il rapporto con le istituzioni sempre più asimmetrico a svantaggio delle imprese estere.

   Sono alcuni degli spunti emersi dalla presentazione del rapporto “Cina 2017 – Scenari e prospettive per le imprese” della Fondazione Italia-Cina, presentato venerdì 19 maggio a Milano. Per capire che succede bisogna partire dalle basi. Ossia dalla politica del “New Normal” seguita da Pechino. La ricetta è nota: meno investimenti improduttivi, meno export a basso costo, meno debito e più consumi, più servizi, più qualità. La pratica è diversa, perché la sovracapacità non è scesa, per esempio nell’acciaio. L’Europa lo sa bene, non avendo concesso per questi motivi lo status di economia di mercato alla Cina. Pesano, nella mancata riduzione di produzione cinese, i forti costi che sarebbero pagati a livello sociale e a livello politico dai governatori delle province destinate a essere più colpite dai tagli, come quella di Hebei. La dura lotta di potere che si è aperta tra questi potentati locali e Xi Jinping (mascherata spesso dalla lotta alla corruzione) ha questo retroterra.

   Le riforme di Xi Jinping si basano sulla necessità di far crescere la produttività, attraverso due pilastri: il primo è quello del piano “Made in China 2025”, che sposa le istanze della quarta rivoluzione industriale e pone al contempo l’accento sull‘innovazione “indigena“. Questo, ha spiegato uno degli autori del rapporto, Filippo Fasulo (coordinatore scientifico CeSif), significherà che in molti settori si tenderà ad avere una produzione per il 70% cinese: ci sarà una prima fase di apertura agli investimenti esteri, per assorbire il know how; e una seconda fase segnata da una competizione serrata e barriere alzate. Le imprese sono avvertite.

   Il secondo pilastro è quello, appunto, della Belt and Road Initiative, un progetto, vale la pena ricordare, il cui valore complessivo è di 1.400 miliadi di dollari e in cui rientreranno i progetti per i porti di Trieste e Genova. «Ero al Forum (a Pechino, ndr) e si avvertiva un senso di svolta epocale», commenta Fasulo. Che aggiunge: «Deve essere chiaro che la Belt and Road Initiative non è solo un piano di infrastrutture rivolto al commercio. L’altra componente fondamentale è la “industry capacity cooperation”. Sono gli investimenti industriali nei vari territori interessati dalle nuove rotte commerciali, ma anche al di fuori».

   Gli esempi sono già diversi, dalla creazione di un’azienda siderurgica in Malaysia all’accordo tra la casa automobilistica cinese Chery e un produttore indiano, oltre alla realizzazione di uno stabilimento in Brasile. Dai parchi industriali in Etiopia alla centrale nucleare di Karachi, in Pakistan. «È un modo per esportare la capacità produttiva cinese in questi territori. La Belt Road Initiative è sinonimo di globalizzazione», commenta Fasulo.

   Il corollario è appunto la difesa di questi interessi, potenzialmente anche per via militare. Pechino è decisa a non ripetere esperienze come quella della Libia del 2011, quando 26mila cittadini cinesi dovettero lasciare il Paese nel giro di poche ore. Una recente legislazione antiterrorismo ha decretato che la Cina potrà inviare contingenti militari nei Paesi che chiedano il suo intervento. Attualmente ci sono presenze cinesi nelle forze di peacekeeping in Sud Sudan. C’è quindi un filo rosso che lega le riforme economiche, la globalizzazione e la tutela degli interessi all’estero.

   Che il New Normal non sia rimasto sulla carta lo dicono i molti dati riportati nella ricerca della Fondazione Italia-Cina e illustrati da Alberto Rossi, responsabile marketing della Fondazione Italia-Cina e analista del CeSiF. I servizi hanno già raggiunto il 51,6% del Pil e i consumi hanno rappresentato i due terzi della crescita del Pil stesso nel 2016.

   Questo permette di sfatare molti dei miti cresciuti negli scorsi anni attorno alla Cina: quello di luogo dove delocalizzare a basso costo (i salari sono quadruplicati o quintuplicati rispetto al 2003, a seconda delle province) . Quello della Cina come fabbrica del mondo. Quello di Paese delle copie, perché gli investimenti di ricerca e sviluppo a Pechino hanno il rapporto maggiore al mondo e altre province sono sopra i livelli di Israele.

   La Cina ha anche compiuto, nel 2015, lo storico sorpasso degli investimenti fatti all’estero, rispetto a quelli effettuati da stranieri al suo interno. Un trend che si è rafforzato nel 2016, con un saldo positivo di oltre 40 miliardi di dollari. L’Italia ha visto un boom di investimenti esteri nel 2015, con l’affare Pirelli, seguito da un rallentamento. Definire questo Paese così complesso un “alfiere della globalizzazione”, ha spiegato Alberto Rossi, sarebbe semplicistico, perché «c’è protezionismo in vari settori e rimane uno dei Paesi al mondo con il grado di protezionismo più elevato».

   Le criticità per le aziende straniere, come quelle italiane, che si trovano in Cina sono sempre di più, ha spiegato l’avvocato Renzo Cavalieri, “Of counsel” dello studio Bonelli Erede e attivo da quasi 30 anni nel Paese. «Internamente l’atmosfera non è più quella d’oro di qualche anno fa», ha scandito. «Gli ostacoli specifici per fare business in Cina sono crescenti».

   Anche se le legislazioni, in materia di fisco, ambiente e tutela della proprietà intellettuale hanno fatto dei progressi, ha spiegato, «c’è una grande dissociazione tra le regole e la realtà. I meccanismi di funzionamento rendono le cose più complesse». Questo perché la Cina funziona come un “sistema” dove si intrecciano le azioni di governo, aziende, banche e consulenti. «Non è uno Stato basato sul principio di legalità ma su quello dell’unità dei poteri dello Stato». Ossia potere non limitato da contropoteri come magistratura e stampa. Può sembrare teoria ma, continua l’avvocato, «ci sono effetti micro: se devo rendere esecutiva una norma contro un’azienda controllata dallo Stato ci sono difficoltà enormi. Si muovono male tutti, ma gli stranieri malissimo». Tra tutti i settori, continua l’avvocato Cavalieri, quello finanziario è il più problematico, perché più evidente è l’asimmetria tra la mancanza di limiti messi alle aziende cinesi all’estero e i vincoli strettissimi imposti a chi viene da fuori della Cina.

   Non solo. Il problema è anche culturale: «L’atteggiamento del “Sistema” verso gli stranieri è mutato, si avvertono sempre più arroganza e fastidio. Negli anni Ottanta i cinesi hanno accettato di garantire alti profitti alle aziende straniere, perché il “baratto” prevedeva l’acquisizione di competenze tecnologiche. Ora il margine di compensazione si è ridotto. Se si va in Cina portando eccellenze assolute si hanno grandi opportunità. Se non si hanno vere eccellenze, è sempre più difficile». Mentre quando si guarda agli investimenti cinesi all’estero bisogna considerare l’enorme peso assunto dall’amministrazione valutaria.

   Che conclusioni bisogna trarre da questo quadro? Non certo che la via da perseguire sia quella del protezionismo di retroguardia. «Sappiamo, perché ce lo dicono molte multinazionali, che non siamo più nell’età dell’oro per gli investimenti in Cina – commenta Alberto Rossi -. Ma non ha senso limitarsi a dire che la Cina è faticosa e che quindi non ci sono più opportunità. Le opportunità rimangono molto grandi e “adattamento” è la parola chiave. Se la Cina sia un’opportunità o una minaccia non è neanche più una domanda da porsi. È un fatto, nessuna azienda può permettersi di ignorare il mercato cinese. E nonostante le difficoltà c’è spazio per l’ottimismo».

   In questo quadro ambivalente, e con le stesse modalità relazionali rispetto ai paesi esteri, si muove uno dei settori più in crescita del business cinese: l’e-commerce. Il mercato online in Cina infatti è tra i più forti a livello internazionale, se si considera che ben 731 milioni di utenti hanno accesso a internet. Di questi, 572 milioni lo fanno attraverso dispositivi mobile, con cui fanno acquisti online. Si pensi al social media più utilizzato in Cina, WeChat, che oggi conta 889 milioni di utenti registrati, che possono eseguire prenotazioni (taxi, ristoranti e voli), fare shopping online e trasferire direttamente soldi ad altri contatti. Quest’ultimo servizio in particolare ha dato la possibilità di far nascere i cosiddetti Dai Gou, ovvero utenti che acquistano all’estero sfruttando la differenza di prezzo e si fanno rimborsare immediatamente dai propri contatti tramite la funzione Wallet di WeChat. Una piattaforma che asseconda il trend dell’e-commerce nel mercato cinese, che entro il 2020 sarà superiore all’insieme dei volumi generati da Usa, Uk, Giappone e Francia.

   A un’analisi più approfondita, il settore che genera maggior ricavo nel mercato del web cinese è il Food Online, che registra il 43% dei volumi e di cui si stima un guadagno di 160 miliardi entro il 2020. Questa tendenza non può che far bene anche alle imprese dell’agroalimentare estere, tra cui quella italiana con il suo progetto E-Marco Polo (E-MP). Si tratta di un e-shop che ha l’obiettivo di promuovere i prodotti italiani in Cina attraverso un pacchetto completo di servizi “end-to-end” sulla piattaforma T-Mall Global. Una delle più importanti iniziative strategiche italiane, supportata da stakeholder privati e nata in seguito al M.O.U., firmato tra il governo italiano e il gruppo Alibaba l’11 giugno 2014. Proprio quest’ultimo è considerato il più grosso “market place” al mondo e leader dell’e-commerce in Cina con il 61,4% del mercato online B2C. Ciò che assicura il suo successo, del valore di 485 miliardi di dollari, è la capacità di semplificazione dei processi, le agevolazioni fiscali e la garanzia dell’autenticità dei prodotti.

   Anche nel mondo digitale, però, la Cina si presenta come un Paese con una cultura e abitudini molto differenti rispetto all’Occidente. Dalle case history proposte da East Media infatti emerge che il contenuto e la forma della comunicazione delle aziende devono essere necessariamente diverse, sia per quanto riguarda lo storytelling e il brand dell’impresa, considerati elementi chiave nella vendita online, rispetto alle modalità europee che fanno leva sulle caratteristiche del prodotto.

   Inoltre l’e-commerce cinese, essendo un prodotto del web, si porta dietro tutte le limitazioni derivanti dalla legge sulla cyber security, che entrerà in vigore il 1° giugno 2017. In questo modo il governo cinese vuole: regolamentare la tecnologia, ovvero stabilire tutto ciò che può o non può essere utilizzato nel territorio online cinese; fornire il sostegno tecnico agli “operatori di rete” in materia di sicurezza nazionale e di indagini penali; memorizzare informazioni personali e “dati importanti” all’interno del Paese asiatico, tranne nei casi in cui sia veramente necessario inviare tali dati off-shore. Questo comporta inevitabilmente dei blocchi per le imprese straniere nell’operare liberamente nell’area online cinese e conferma, ancora una volta, un atteggiamento di diffida verso i venditori esteri. (Francesca Matta, Fabrizio Patti)

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LA SFIDA DELLA GLOBALIZZAZIONE – LO SHOPPING DEL DRAGONE

PROGETTO CINA, NUOVO MOTORE DEL MONDO

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 16/5/2017

– Mentre l’America di Trump chiude le frontiere Pechino diventa alfiere della globalizzazione – Dall’Europa all’Africa, il piano di Pechino per partire all’assalto dell’economia mondiale – Comprare società estere, per trasformare in made in China il 70% dei beni oggi importati – I cinesi entro 8 anni vogliono fare in casa automobili, aerei e realizzare la grande produzione – Con tassi di prestito agevolati per i colossi di Stato. Un incubo per la concorrenza internazionale –

PECHINO. Un piccolo volo per cinque cinesi, un grande volo per l’umanità. L’umanità, a dire il vero, finora non ci ha prestato molta attenzione, ma il primo viaggio del C919 – un’ora e 19 minuti, 5 uomini a bordo, partiti e tornati dallo stesso aeroporto di Shanghai Pudong, 5 maggio 2017 – rischia davvero di passare alla storia, e non solo dell’aviazione. Motivo? Mettiamo per un momento da parte la retorica della nuova via della seta – no al protezionismo, sì alla globalizzazione inclusiva – che Xi Jinping ha con tanto successo sbandierato nel primo summit suggellato il 15 maggio dal documento sottoscritto da 68 nazioni. E proviamo a seguire la strada che da sempre spiega (quasi) tutto: quella dei soldi. La parabola del primo jet made in China in questo senso è davvero da case history. Trema Europa, trema America: Airbus e Boeing non sono più soli, quanto ci metteranno i cinesi a primeggiare anche in questo business che solo qui vale 565 miliardi di dollari?

   Per carità: un jet non fa primavera. Ma questo è il Paese del tempo lungo e degli imperi millenari: e che fretta c’è. Il nuovo ordine cinese è già scritto: e non solo nei 3mila miliardi di dollari in riserve straniere che potrebbero finanziare qualsiasi conquista. Certo Donald Trump che si fa da parte al grido di America First, pensiamo prima all’America, un aiutino lo dà. Ma è questione di forma mentis: il piano quinquennale sarà anche un’invenzione marxiana ma già ai tempi dell’impero la pianificazione da queste parti era tutto.

   Qui si ragiona per traguardi. Adesso, per esempio, tutto il Paese è concentrato su Made in China 2025. Che cos’è? Una tabella di marcia da 300 miliardi di dollari che fa rizzare i capelli ai funzionari della Camera di commercio europea. I cinesi vogliono che entro i prossimi 8 anni il 70% della produzione di beni oggi importati – dagli aeroplani, appunto, alle auto elettriche – sia fatta in casa. Per la concorrenza internazionale è un incubo. Anche perché il piano prevede non solo tassi di prestito agevolato per i soliti colossi di Stato, ma anche assistenza, sempre di Stato, alle aziende che prenderanno la scorciatoia di comprare direttamente le società straniere: trasformando per magia i loro prodotti in “fatto in Cina”.

   È una strategia che arriva da lontano. Howard W. French ha appena pubblicato un libro, “Tutto sotto il cielo”, che spiega «come il passato serva a modellare la spinta della Cina per il potere globale». «Per buona parte degli ultimi duemila anni» ricorda il professore «la norma, per la Cina, è stato il dominio naturale su “ogni cosa sotto il cielo”: un concetto noto in cinese come Tian Xia». Altro che via della seta: vecchia e nuova.

   Nella mappa del mondo, al centro, da sempre ci sono sempre loro: gli abitanti di Zhongguo, il Regno di Mezzo. Passato e presente si intrecciano: inseguendo il mistero della “grande strategia della Cina” gli analisti di Rand Corporation osservano come «i regimi cinesi abbiano dovuto affrontare gli stessi problemi di sicurezza: dal consolidamento del Paese sotto uno Stato unitario sotto la dinastia Han, terzo secolo avanti Cristo, fino all’ascesa dell’attuale governo comunista».

   Sarebbe proprio l’ossessione sicurezza, in questo Paese circondato da “quell’incredibile confine di 16mila chilometri”, a determinare l’espansionismo di Pechino. Da una parte la sindrome da Grande Muraglia. Dall’altra una verità senza confini: la miglior difesa non è l’attacco?

   La nuova via della seta è solo l’ultimo atto. Kerry Brown, lo storico inglese che è anche il biografo di Xi, ha tirato giù per “The Diplomat” un elenco delle istituzioni che Pechino ha nel tempo cercato di contrapporre all’Occidente.

   E dunque: la Shanghai Cooperation Organization, Sco, nei primi anni 90. I Brics, il blocco degli emergenti Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’Asian Infrastructure Investement Bank che oggi raccoglie mezzo mondo, tra cui anche l’Italia. L’Asean, l’associazione degli Stati del sud-est asiatico, oggi diventata Asean plus 1: dove quel numero uno rappresenta, manco a dirlo, la Cina. L’Apec, la conferenza dei Paesi asiatici del pacifico: era un’iniziativa australiana, oggi verrebbe da dire che quella C finale sta per Cina. La longa manus arriva da noi prima ancora di Belt and Road grazie a quello strano consesso dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale chiamato 16 plus 1: e indovinate chi è il numero uno.

   Eccola la strategia del Panda: avanzare a cerchi concentrici di zone di influenza. Ma per arrivare dove? I nemici di Pechino giurano che i cinesi vogliono conquistare il mondo: e citano l’espansionismo militare nel mare del sud della Cina, gli occhi sulle Maldive da sottrarre a indiani (i nemici vicini) e arabi (quelli lontani), le missioni nell’Afghanistan dove gli americani si preparano a sloggiare, il nuovo colonialismo nell’Africa cinesizzata a botte di miliardi di dollari.

   I cinesi, invece, continuano a sventolare il vessillo di quello che loro chiamano “shuang ying” e gli anglosassoni traducono con “win win situation”: cercare, cioè, soluzioni vantaggiose per tutti. Domanda da 2mila miliardi di dollari e mezzo, che poi sarebbe il volume degli scambi che i Paesi della nuova via della Seta raggiungeranno sempre entro il 2025: e se avessero ragione proprio loro? Per dire: non sarà che quel piccolo volo per cinque cinesi, sul primo jet made in China, sia davvero un grande passo per tutta l’umanità? (Angelo Aquaro)

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UNA (NUOVA) VIA DELLA SETA PER LA CINA POTENZA GLOBALE

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017

   Nella nostra memoria è un mito: la Via della Seta che ci riporta a Marco Polo. Ora, l’antica rotta delle carovane che dalla Cina arrivavano in Europa attraversando l’Asia e il Vicino Oriente è al centro del piano di diplomazia economica più ambizioso di Pechino.

   Si chiama «Una cintura una strada» ed è l’iniziativa di Xi Jinping per costruire una rete globale di infrastrutture lungo le quali far scorrere i commerci (cinesi anzitutto).

   I progetti prevedono investimenti internazionali per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 Paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti di Credit Suisse. Questa montagna di denaro servirebbe a costruire porti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti elettriche soprattutto in Paesi in via di sviluppo. Un sogno fatto di ombre cinesi o una realtà già in marcia?

   Xi Jinping ha riunito il 14 e 15 maggio 28 capi di Stato e di governo, un centinaio di ministri, leader di 70 organizzazioni internazionali per il «Forum Belt and Road for International Cooperation». Arrivato tra gli altri il russo Vladimir Putin, il premier pachistano Nawaz Sharif, il filippino Rodrigo Duterte, la signora Aung San Suu Kyi del Myanmar. Con una delegazione anche di Donald Trump, che sta cercando di stringere nuove intese economiche con Xi. Può sorprendere la presenza di una delegazione da Pyongyang: la Nord Corea è il Paese più isolato del mondo e non c’è da credere che a breve sia possibile associarla a una Via della Seta, ma evidentemente gli emissari di Kim Jong-un sono andati a Pechino per discutere di come evitare uno scontro militare con gli Usa.

   Xi Jinping ha parlato di nuova Via della Seta per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di voler connettere Cina ed Europa con corridoi terrestri e marittimi attraversando l’Asia e toccando l’Africa: al momento ci sono sei percorsi tracciati sulle mappe. Quello marittimo potrebbe sboccare in Italia, come nei tempi epici dell’Antica Roma e della Dinastia Han (206 avanti Cristo-220 dopo Cristo). I romani peraltro pare non sapessero nemmeno se la seta fosse di origine animale o vegetale e l’attribuivano al Popolo dei Seri. La definizione Via della Seta fu coniata dal geografo tedesco Ferdinand von Richthofen nel 1877: Seidenstraße la chiamò il barone.

La collaborazione di Roma

L’Italia è rappresentata dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, unico leader di un Paese europeo del G7 presente a Pechino. Stiamo rincorrendo una partecipazione possibilmente di peso. Durante la visita a febbraio, il presidente Mattarella ha offerto i nostri porti di Genova sul Tirreno e Venezia-Trieste sull’Adriatico come terminali della via marittima: bisogna decidere in fretta, perché i cinesi si sono già insediati al Pireo.

   Vorremmo lavorare assieme ai cinesi anche per costruire infrastrutture in Asia centrale e Africa. Ieri sul China Daily , giornale governativo in lingua inglese, un’intera pagina presentava la partecipazione italiana: i cronisti cinesi hanno rintracciato a Montecarlo anche «l’ultimo discendente di Marco Polo».

   Sarà firmato un memorandum per la costituzione di un fondo di investimento italo-cinese da 100 milioni di euro tra Cassa depositi e prestiti e China Development Bank per sostenere imprese nostre e loro impegnate lungo la Via della Seta.

   Marco Tronchetti Provera, presidente del Business Forum governativo italo-cinese, porta a Pechino 70 piccole e medie imprese italiane che avranno l’opportunità di incontrare 170 aziende cinesi con le quali si punta a costituire intese. Tronchetti Provera ha già pilotato con successo Pirelli nella fusione con il gigante ChemChina. Insomma, grandi (e piccoli o medi) progetti globalizzati che possono rappresentare un’opportunità anche per il Sistema Italia.

Qualche perplessità

Non mancano dubbi e rischi. Questo grande esborso di capitali è possibile per la Cina che rallenta? In mandarino «Una cintura una strada» si dice «Yi Dai Yi Lu» e la frase qui è diventata ormai sinonimo di Apriti Sesamo per ottenere appoggio politico e fondi statali: già l’anno scorso gli investimenti di Pechino lungo la rotta asiatica hanno superato i 16 miliardi, che comprendono i fondi per l’acquisto del porto pachistano di Gwadar. Però, i corridoi commerciali e di infrastrutture debbono attraversare regioni instabili, come l’Asia centrale, il Pakistan, il Myanmar, il Golfo di Aden, l’Africa orientale e settentrionale. Solo per fare un esempio, il corridoio pachistano si scontrerebbe con la presenza di guerriglia talebana.

   Niall Ferguson, storico e autore tra l’altro di Impero e Soldi e potere nel mondo moderno dice al Corriere : «Via della Seta è un nome romantico, ma dubito che i percorsi terrestri siano praticabili, troppa instabilità. La via marittima invece è possibile, però resta da vedere se la Cina non la userà come copertura per dotarsi di una Marina militare capace di sfidare la supremazia americana». Una sola certezza: Xi Jinping ha lanciato un nuovo grande gioco geopolitico per creare un mondo globalizzato nel quale tutte le strade portano a Pechino. (Guido Santevecchi)

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L’ASSE MOSCA-PECHINO CONTRO IL PROTEZIONISMO USA E IL BLOCCO UE

di Yuri Colombo, da “Il Manifesto” del 16.05.17

MOSCA – Il progetto cinese di una “Nuova Via della Seta”, volto a espandere la sua influenza economica su scala mondiale, ha come presupposto indispensabile la partnership russa. E non solo perché dovrà passare necessariamente attraverso la RUSSIA e attraverso paesi come KAZAKISTAN, UZBEKISTAN e KIRGHIZISTAN, legati tra di loro da accordo di libero scambio euro-asiatico a cui alla Cina è stato chiesto formalmente di collaborare, ma soprattutto perché potrebbe costituire il primo passo per una alleanza di ampio respiro tra Mosca e Pechino.

   LA “NUOVA VIA DELLA SETA” approfondirebbe infatti una collaborazione economica di cui entrambi i paesi beneficerebbero. La Cina si impegnerebbe a realizzare investimenti nelle infrastrutture russe, di cui il paese ha disperata necessità, e aprirebbe un corridoio che attraverso l’Asia Centrale raggiungerebbe i ricchi mercati dell’Europa Occidentale. Putin, intervenendo a Pechino alla Conferenza sulla “Nuova Via della Seta” ha mostrato tutto il suo entusiasmo per l’iniziativa: «Ci occorrono come non mai nuovi meccanismi di collaborazione che accrescano la fiducia reciproca, che riducano le barriere o gli ostacoli doganali», ha detto rivolgendosi ai leader cinesi.

   DURANTE LA CONFERENZA stampa tenuta al termine dei lavori, il presidente russo ha anche aggiunto che la collaborazione tra i due paesi potrebbe estendersi ad altri settori strategici. «La nostra collaborazione con la Cina nel settore aereo-spaziale è già positiva e ci sono ora tutte le condizioni perché la Russia possa fornire ai nostri vicini motori missilistici».

   L’INTERSCAMBIO ECONOMICO tra Cina e Russia ha raggiunto nel 2016 i 69.525 miliardi di dollari (più 2,2% rispetto al 2015) e le previsioni per il 2017 sono ancora più rosee. Secondo Forbes la Cina acquista già oggi dalla Russia 27 milioni di tonnellate all’anno di petrolio, facendo di quest’ultima il più importante esportatore di petrolio in Cina. Un volume destinato ad aumentare ancora nel 2018 quando sarà pronta una nuova pipeline siberiana che collegherà i campi petroliferi russi con il nord-est della Cina. I legami economici tra i due paesi, del resto, non si limitano al settore energetico.

   LA CINA ACQUISTA derrate di cereali dalla Russia e allo stesso tempo partecipa alla costruzione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Mosca a Kazan. E la penetrazione economica della Cina in alcune zone della Russia, come nella REGIONE DI IRSKUSK, principalmente nel settore immobiliare e tessile, risale addirittura agli anni Novanta. Putin a Pechino ha voluto sottolineare che il suo paese «non teme la penetrazione commerciale cinese, perché la Russia ha le spalle abbastanza larghe per affrontare qualsiasi tipo di sfida». Parole sicuramente di circostanza, dettate dalla necessità di ottenere gli investimenti cinesi quanto prima, ma che non devono essere dispiaciute a Xi Jinping.

   LA STRADA CHE PORTA ad un’alleanza strategica tra Cina e Russia, seppur solo in campo economico, tuttavia non è tutta in discesa. I rapporti tra i due colossi in Asia, già difficili nel XIX secolo, non divennero più facili anche quando nel XX secolo entrambi aderivano formalmente all’ideologia marxista-leninista. E anche oggi nelle zone russe confinanti con la Cina sono diffusi i pregiudizi contro i commercianti cinesi che hanno condotto negli scorsi anni a veri e propri pogrom contro «i musi gialli che vogliono comprarsi la Russia». Sullo sfondo della crescente collaborazione economica tra Russia e Cina si stagliano le crescenti tensioni internazionali che l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha approfondito.

   LA PROPENSIONE USA ad intraprendere misure protezionistiche ha destato più di una preoccupazione a Pechino mentre a Mosca, cadute le illusioni di una svolta filo-russa della Casa Bianca, si valutano molto negativamente i primi passi dell’amministrazione Usa in materia di politica estera. Se la Cina fino ad oggi si è mostrata assai cauta per quanto riguarda i teatri che maggiormente interessano la Russia (Ucraina e Siria), ha però incassato l’appoggio di Putin per una soluzione negoziale della crisi coreana.

   PUTIN HA BISOGNO di alleati strategici per contrastare l’egemonismo americano e il blocco dell’Unione Europea. All’epoca del lancio dei Brics nel 2014, ha già accarezzato la prospettiva di un più stretto legame con Pechino. La “NUOVA VIA DELLA SETA” potrebbe essere un viatico per rilanciarla. (Yuri Colombo)

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PECHINO. L’INCONTRO TRA GENTILONI E XI

di Rita Fatiguso, da “il Sole 24ore” del 17/5/2017

– Per la Via della Seta la Cina conterà sui porti italiani –

PECHINO – L’anno prossimo il presidente cinese Xi Jinping verrà in visita ufficiale in Italia. L’ha confermato il premier Paolo Gentiloni che, durante il bilaterale del 16 maggio, dopo il Forum One Belt One Road, ha rinnovato l’invito per conto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, «quale segno tangibile dell’importanza che l’Italia attribuisce al rapporto con la Cina».

   Un impegno di quelli che contano, dal momento che Xi manca dall’Italia dal mese di giugno del 2011 quando fece visita in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica, ma in veste di presidente designato.

   L’Italia e la Cina – ha detto Xi Jinping – oltre a vantare antiche civiltà, sono legate dalla storica Via della Seta. Per il premier Paolo Gentiloni la One Belt One Road è destinata ad avere un peso notevole sul futuro, è un piano strategico molto importante, l’Italia deve inserirsi in questo nuovo contesto globale.

   Trieste e Genova, intanto, sono finiti nel radar di Pechino, ha confermato il premier. Il che potrà aiutare i porti italiani a sviluppare le loro potenzialità. Ma un esempio concreto di collaborazione sulla strada dell’Obor è il caso delle operazioni congiunte in Paesi terzi: rispondendo a una domanda in conferenza stampa, Gentiloni ha detto di aver parlato nella bilaterale «di operazioni triangolari sia nei Balcani occidentali sia in Africa, come in Mozambico, dove già lavoriamo insieme; ci sono due o tre Paesi su cui lavorare in Africa, dove i cinesi conoscono l’impegno italiano per le diverse decine di dighe costruite e le numerose infrastrutture realizzate. Eni è il principale operatore petrolifero in Africa».

   Poi, c’è il contesto internazionale. «C’è un contesto internazionale di cui credo i cinesi tengano conto e di cui faremmo bene noi europei a tenerne conto e che spinge a non chiudere gli occhi di fronte agli ostacoli e alle difficoltà che ci sono in settori industriali che vanno tutelati senza dubbio in Europa, ma ci spinge – ha detto Gentiloni – a considerare in una luce ancora più rilevante i rapporti economico-commerciali tra Cina e Unione europea».

   «La dinamica sulla questione dello status di economia di mercato da riconoscere alla Cina è stata piuttosto complessa, si è conclusa alcune settimane fa con la decisione di non prendere di petto il market economy status (Mes), ma di diluirlo nell’ambito di una decisione più generale che riguarda i criteri anti-dumping da adottarsi da parte dell’Unione europea». Un approccio che, ha aggiunto Gentiloni, «può essere visto da parte cinese come il ribadimento di una difficoltà o come un passo in avanti. Certamente non è un passo indietro: adesso la decisione è affidata alle dinamiche triangolari col Parlamento europeo, cioè è in discussione al Parlamento europeo».

   Nell’incontro con il premier Li Keqiang, intanto, è stato siglato il memorandum of understanding (Mou) tra Cassa depositi e prestiti e la China development bank per dare vita al “Sino-Italian Co-InvestmentFund”, un nuovo fondo di investimento dotato di 100 milioni di euro complessivi che investirà nel capitale di società italiane e cinesi, soprattutto Pmi, che operano in Italia o in Cina.


   «L’accordo con China development bank apre una nuova fase dei rapporti Italia – Cina ponendo le basi per una collaborazione strategica di lungo periodo. Questa iniziativa che prevede l’investimento diretto nel capitale delle imprese – dice l’ad Fabio Gallia al Sole24 Ore – permetterà, infatti, di sostenere la crescita delle Pmi italiane e cinesi con elevate prospettive di sviluppo domestico e internazionale».

   Un nuovo protocollo quinquennale, intanto, è stato sottoscritto per rilanciare la collaborazione in campo agricolo. L’intesa, firmata dal ministro cinese per l’agricoltura Hang Changfu e dall’ambasciatore italiano Ettore Sequi, in rappresentanza del Mipaaf, prevede un più intenso scambio di informazioni nella ricerca scientifica, ma anche la promozione di maggiori investimenti e scambi commerciali nel settore agricolo. (Rita Fatiguso)

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LA FINE DEL SECOLO AMERICANO

di PANKAJ MISHRA, da “la Repubblica” del 16/5/2017

– Dai sostenitori del New Deal ai cantori della globalizzazione, per decenni ci si è illusi di poter conciliare profitti, imperialismo sfrenato e spirito missionario – Ma il fanatismo ideologico di neo-con e internazionalisti liberali ha prodotto il suo contrario: l’isolazionismo di Trump con lo slogan “Gli Usa al primo posto” – PANKAJ MISHRA, lo scrittore di origine indiana autore del recente e acclamato saggio “AGE OF ANGER”, ripercorre la storia degli Stati Uniti spiegando come Trump chiuda definitivamente l’era dell’impero a stelle e strisce: un’epoca in cui il Paese ha culturalmente ed economicamente imposto ovunque il suo modello –

   Così il sogno folle di esportare i propri valori si è trasformato nel nuovo disordine mondiale George Santayana una volta ha descritto «l’orfano incompetente, inconsistente, cosmopolita » figlio del capitalismo industriale americano come «spavaldo nei modi ma incerto nella moralità».

   Questo personaggio, tanto diverso dal classico yankee noiosamente rispettabile, si è incarnato, nel romanzo di Santayana L’ultimo puritano (1935), in un insegnante chiamato Cyrus Whittle. Col suo ordinario fanatismo Whittle oggi sembra il prototipo degli internazionalisti liberali, fautori della democrazia neocon e della globalizzazione del libero mercato, che hanno reso così caotico il Secolo Americano – conclusosi con l’insediamento di Donald Trump: «Non solo l’America era la più grande del mondo, ma avrebbe sbaragliato tutto il resto; e nel delirio abbagliante e giocondo dell’adempiere a quel compito dimenticava di porsi il problema del dopo».

   Santayana aveva assistito, dal suo osservatorio di Harvard, alla trasformazione operata dall’industrializzazione e dall’imperialismo sull’America post-guerra civile, diventata un paese ricco e libero, pieno di seguaci dello stile di vita americano. Vissuto in Europa durante due guerre mondiali, morì nel 1952, nel momento in cui una nuova ambiziosa generazione di orfani cosmopoliti iniziava a promuovere la “modernizzazione”, ossia l’americanizzazione, del mondo.

   È intrigante chiedersi se per il personaggio di Whittle Santayana si sia ispirato a Henry Luce, fondatore e direttore di Time, Fortune e Life, che nel 1941 esortò i suoi connazionali a «creare il primo grande secolo americano». Luce era molto attento al profitto. «Oggi pensiamo al commercio mondiale in termini assurdamente ridotti», recriminava; l’Asia «ci renderà quattro, cinque, dieci miliardi di dollari l’anno». Nello stesso tempo Luce, figlio di missionari presbiteriani in Cina, aveva la ferma convinzione che gli americani dovessero andare oltre la promozione di un «sistema di libera impresa». Come «eredi di tutti i grandi valori della civiltà occidentale» avevano il compito di rendere gli Stati Uniti «la centrale da cui gli ideali si diffondono nel mondo, assolvendo al misterioso compito di elevare la vita dell’umanità dal livello delle bestie». Thomas Friedman nel 2009 espresse il concetto in forma più concisa: «Voglio che tutti siano americani».

   La storia globale degli ideali americani post-1945 non è stata ancora scritta, né esiste un’analisi sociologica esauriente che abbia per oggetto gli intellettuali americani e americanofili. Stiamo solo emergendo, storditi, dai decenni frenetici post-guerra fredda in cui, come scrive Don DeLillo, «la spettacolare ascesa del Dow Jones e la velocità di internet sono stati di invito per tutti a vivere permanentemente nel futuro, nello splendore utopico del capitale cibernetico ».

   È chiaro da tempo però che l’americanizzazione del mondo, iniziata negli anni Quaranta con progetti di modernizzazione nazionale e accelerata nella nostra epoca puntando a livello globale sui mercati non regolati, ha rappresentato l’esperimento ideologico più ambizioso mai intrapreso nell’era moderna. Si fondava sul presupposto che la popolazione del resto del mondo dovesse adottare la ricetta di progresso apparentemente valida in America, qualunque essa fosse (la libera impresa, il liberalismo del New Deal, il consumismo, la finanziarizzazione, l’individualismo neoliberale); e veniva accolta con ampio e fervido entusiasmo da non americani, come i consiglieri dello Scià di Persia, gli esperti favorevoli al libero mercato in India e i componenti della redazione dell’Economist.

   Gli adepti, alleati e facilitatori dell’americanizzazione, dalla Grecia all’Indonesia, erano anche di gran lunga più influenti dei loro rivali socialisti e comunisti. I linguaggi americani della modernità finirono per corrispondere al senso comune della vita intellettuale pubblica in tutti i continenti, alterando radicalmente la concezione che gran parte della popolazione mondiale nutriva della società, dell’economia, della nazione, del tempo e dell’identità individuale e collettiva.

   Luce fu tra i primi americani a rendere la modernità sinonimo del proprio paese. In effetti i nomi stessi delle sue riviste – Time, Life, Fortune – miravano a sintetizzare la condizione umana all’epoca in cui gli Stati Uniti uscivano dalle due guerre mondiali come il paese più ricco e più potente della terra. I giardini d’Europa sembravano prossimi alla chiusura e le élite americane si consideravano le vere eredi dei valori apparentemente occidentali della ragione, della libertà e della democrazia, che le nazioni europee, rovinate dal massacrarsi a vicenda in patria ed esercitando con brutalità il potere imperiale all’estero, non potevano più credibilmente rivendicare. Luce propugnò il secolo americano al momento giusto.

   Molti liberali del New Deal condivisero dopo la guerra il suo spirito missionario esaltato. Avendo salvato il loro paese da una crisi economica rovinosa e poi sconfitto il fascismo in Europa, si sentivano chiamati a nuovi doveri nel resto del mondo, soprattutto in Asia e in Africa. La superiorità della società e della cultura americana a fronte della devastazione in Europa e in Asia era palese.

   Walt Rostow, autore nel 1960 di The Stages of Economic Growth: A non- communist manifesto ( Gli stadi dello sviluppo economico, Einaudi 1962, ndt) e divenuto in seguito tristemente famoso come uno dei più brillanti fautori del fallimentare intervento americano in Vietnam, era convinto che gli Usa, «figli dell’illuminismo… devono ora affrontare la maturità attivandosi da oggi in poi per far sì che i valori dell’illuminismo o i loro equivalenti nelle culture non occidentali sopravvivano e dominino il Ventunesimo secolo».

   L’aura di intellettualismo non era solo questione di immagine; gli scenari e le strategie erano inserite in uno schema teorico vero e proprio, la teoria della modernizzazione. Nils Gilman nel suo superbo saggio Mandarins of the Future (2003) lo ha definito «il progetto più esplicito e sistematico mai inventato dagli americani per riorganizzare le società straniere». Basandosi sul netto contrasto tra una tradizione opprimente e una modernità affrancatrice, la teoria della modernizzazione postulava che le nazioni postcoloniali dovessero fuggire dal passato scegliendo la via dello “sviluppo”. Il punto di arrivo di questo percorso arduo e complesso erano gli Usa, come campioni della modernità liberale.

   Decenni prima che Francis Fukuyama proclamasse la “fine della storia” i teorici della modernizzazione sostenevano che il mondo capitalista assimilato ai criteri americani fosse sia auspicabile che inevitabile. Molti nell’ambiente intellettuale- industriale statunitense all’inizio degli anni Sessanta giunsero alla conclusione che la stabilità era più importante della democrazia. Il saggio del 1968 Ordine politico e cambiamento sociale di Samuel Huntington esprimeva efficacemente il crescente timore nutrito dalle élite liberali razionali nei confronti delle masse irrazionali.

   Quando la Guerra Fredda esplose in una serie di guerre calde, la ricerca di un alleato affidabile e sicuro contro il comunismo portò i modernizzatori ad appoggiare tutta una serie di regimi ignobili. L’esempio più vergognoso fu il Vietnam del Sud, divenuto un grande laboratorio per Rostow, che ambiva a opporre a Marx la teoria non marxiana della modernizzazione. Gli americani, nella sua ipotesi, potevano assistere i vietnamiti del Sud nel superamento dei cinque «stadi di crescita economica», fino alla «fase di decollo» in cui sarebbero stati pronti a schiacciare i comunisti nordvietnamiti. L’umiliazione in Vietnam screditò i teorici della modernizzazione.

   Il loro fallimento in Iran però è stato assai più devastante sotto il profilo geopolitico, alimentando l’islamismo radicale in tutto il mondo. Decine di migliaia di americani avevano vissuto in Iran sotto il regime dello Scià, molti come consulenti del progetto di modernizzazione più brutale e traumatico condotto in Asia. Lilienthal, che promuoveva le imprese americane all’estero tramite la sua società di consulenza, agì in Iran oltre che in Vietnam.

   Ricorrendo a trasferimenti forzati su larga scala contribuì al diffondersi dell’odio contro l’America e alla successiva feroce impennata del nazionalismo religioso – che Michel Foucault definì a ragione la «prima grande insurrezione contro i sistemi globali, la forma di rivolta più moderna e più folle».

   Negli anni Ottanta però gli orfani cosmopoliti vendevano nuovi sistemi globali, armando al contempo i mullah in Afghanistan contro il comunismo sovietico. Può sembrare strano che la cupa atmosfera degli anni Settanta, associata alla ritirata disordinata da Saigon, alla crisi energetica e alla crisi economica, ai segnali allarmanti di deindustrializzazione e alla stagnazione dei salari in patria, abbia dato origine a nuovi sogni di gloria e potere americani.

   Ma questo clima culturale era in gestazione durante tutta la fase di agonia del liberalismo del New Deal ad opera degli intellettuali neo-conservatori. «Siamo i primi, siamo i migliori», sosteneva Reagan nel 1984. «Come è possibile non credere alla grandezza dell’America? Noi siamo americani». L’attenzione ai profitti era associata al nuovo nazionalismo come nel caso di Luce, ma con una differenza fondamentale: nella nuova visione dell’americanizzazione, la modernità era un progetto individualista e orientato al mercato, piuttosto che collettivo e programmato dallo Stato.

   Negli anni Ottanta il capitalismo del laissez- faire, largamente abbandonato dopo le devastanti crisi economiche di inizio secolo, sostituì nell’Anglo-America un modello ampiamente defunto di socialdemocrazia. Era il mercato ormai il vero regno della libertà umana, con l’ulteriore vantaggio di premiare tutti grazie a una maggiore efficienza e a maggiori profitti. «Sapete, il mercato ha qualcosa di magico quando è libero di agire», rifletteva Reagan all’inizio del 1982. «Come dice la canzone, this could be the start of something big (può essere l’inizio di grandi cose)».

   Dagli anni Quaranta in poi, gli americanizzatori avevano ribadito che al capolinea della storia c’erano gli Stati Uniti. Neppure gli attacchi terroristici dell’undici settembre scossero questa convinzione. Il sospetto che l’islamofascismo avesse dichiarato guerra alla modernità liberale in realtà stimolò molti intellettuali americani a tentare con più audacia di creare un mondo nuovo a immagine dell’America che preferivano. I teorici della modernizzazione, rispettosi della lunga durata nella storia, affidavano alla classe media beneficiaria del capitalismo il compito di far crescere la democrazia.

   Ma la generazione “post-ideologica” degli internazionalisti liberali e dei neo-con pensava ormai che la democrazia potesse essere impiantata attraverso la terapia dello shock- and- awe in società che non l‘avevano per tradizione. La loro teoria dominante identificava l’“altro da sé” sotto il profilo razziale e religioso come brutalità irrecuperabile, l’esatto opposto degli americani razionalmente egocentrici, che doveva essere sterminata universalmente attraverso una spietata guerra al terrorismo.    Le crisi e i crolli successivi hanno reso meno auspicabile, se non indesiderabile, la convergenza con il modello americano. La Russia post comunista è degenerata nel capitalismo gangster e nel dispotismo politico. Il caos e le sofferenze di massa hanno contribuito a trasformare un arcigno ex agente del Kgb, Vladimir Putin, nell’improbabile salvatore della Russia (che ficca sfacciatamente il naso nelle elezioni americane). In Iraq, il più audace esperimento di americanizzazione non solo ha causato una feroce insurrezione, ma ha spaccato il paese, favorito l’ascesa dello Stato islamico, e il disfacimento del Medio Oriente.

   Il vice cancelliere tedesco non sbagliava quando recentemente ha evidenziato i legami tra la crisi dei profughi in Europa e «l’erronea politica interventista americana, in particolare la guerra in Iraq». Dopo la crisi finanziaria del 2008, la convinzione che anima sia i teorici della modernizzazione che i fautori neoliberali della terapia dello shock secondo cui la modernità politica ed economica tende a uniformare la condizioni umane, si è infine rivelata falsa proprio negli Stati Uniti, dove, a dispetto di un’enorme crescita della produttività e dell’innovazione, dai primi anni Settanta si sono intensificate le disuguaglianze di reddito e opportunità.

   Alla fine, come ha dimostrato la vittoria di Donald Trump nel novembre 2016, il Washington Consensus aveva fatto troppe vittime già nell’entroterra di Washington Dc. Mentre a Oriente infuriava la battaglia per la democrazia e il capitalismo, a Ovest del Potomac democrazia e capitalismo venivano continuamente minati da estreme concentrazioni di ricchezza, dalla costante criminalizzazione dei poveri, da politiche inefficaci, da forze di sicurezza canaglia e da media distratti. Risvegliandosi lentamente alla luce di queste squallide realtà, molti beneficiati dall’American Century, internazionalisti liberali nonché neo-con, si avvicinavano, fino a pochissimo tempo fa, alla famosa definizione del fanatico data da Santayana: «Colui che raddoppia gli sforzi quando ha perso di vista l’obiettivo ».

   I fautori della terapia dello shock, o, come li definisce Joseph Stiglitz, «i bolscevichi del mercato», sembravano ignari del fatto che le economie in via di sviluppo o post-socialiste potessero dover seguire un percorso diverso in direzione della crescita sostenibile, rispetto alle economie pienamente sviluppate. Gli ideologi frustrati erano propensi ad attribuire alle culture – russe, arabe, comunque non americane – la responsabilità del fallito impianto della democrazia e dei liberi mercati.

   Non li sfiorava neppure il pensiero che le culture non americane non perseguissero la missione universale di convertire tutti allo stile di vita dell’America. Non avevano capito una cosa ovvia, ossia che in gran parte del mondo non sono presenti le condizioni culturali, economiche e sociali che hanno contribuito a dar vita all’ideale americano della libertà individuale e, in seguito, a estendere le possibilità di realizzarlo a una minoranza privilegiata.

   Santayana temeva che la diffusione in tutto il mondo dell’ideologia americana dell’autoespansione avrebbe «destato un’avversione più profonda» di quella suscitata dai tiranni del passato, rischiando di provocare «una colata lavica di cecità e violenza primitiva». Ma nella sua inquietante lungimiranza Santayana non poteva prevedere che i delusi e i frustrati al centro stesso della modernità americana avrebbero fatto di un molestatore e bancarottiere seriale il loro salvatore.

   La tesi che il buon americanismo possa scongiurare il pericolo rappresentato dai pazzi demagoghi è ormai insostenibile. Il secolo americano si è formalmente concluso il 20 gennaio 2017, nel momento in cui Donald Trump si è insediato alla casa Bianca ribadendo che «da oggi in poi sarà soltanto l’America al primo posto».

   L’approccio nettamente transazionale di questo deal- maker, così si definisce, che irride apertamente la Nato come obsoleta e ammira Vladimir Putin, lascia scarso spazio a qualunque genere di universalismo ideologico. Trump punta a fare l’America di nuovo grande attraverso dazi e muri. «Per ora gli Stati Uniti», ha ammesso Robert Kagan recentemente sul Financial Times, «sono fuori dal business dell’ordine mondiale».

   Non è affatto chiaro come affronteremo quello che gli orfani incompetenti, insistenti, cosmopoliti hanno creato: un grande disordine mondiale, che come risultato finale ha portato un imprevedibile provocatore, un troll di Twitter, spavaldo nei modi ma di incerta moralità, nella stanza dell’arsenale nucleare. (PANKAJ MISHRA)(questo testo è una sintesi di un articolo pubblicato sul Times Literary Supplement. Pankaj Mishra, nato in India nel 1969, è un autore che pubblica libri di successo in Gran Bretagna e negli Usa, e che è spesso presente nelle classifiche dei giornali sugli intellettuali più influenti al mondo) (Traduzione di Emilia Benghi)

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IL FORUM DELLE NUOVE VIE DELLA SETA CELEBRA LA GLOBALIZZAZIONE CON CARATTERISTICHE CINESI

di GIORGIO CUSCITO, da http://www.limesonline.com/, 16/05/2017

BOLLETTINO IMPERIALE L’evento svoltosi a Pechino ha consolidato l’immagine della Bri, pilastro della politica estera di Xi Jinping. La Repubblica Popolare investirà nei porti di Genova e Trieste. Il test missilistico di P’yongyang ha ricordato a tutti che la crisi nella penisola coreana è tutt’altro che conclusa.  

(Questo articolo segna l’inizio del “Bollettino imperiale”, l’osservatorio di Limes dedicato all’analisi geopolitica della Cina e delle nuove vie della seta. Grazie al sostegno di TELT. Puoi seguirci su Facebook e Twitter.) –

   Il primo Forum per la cooperazione internazionale della Belt and road initiative (nuove vie della seta) svoltosi a Pechino il 14-15 maggio ha consacrato il progetto infrastrutturale a guida cinese pensato per migliorare la connettività tra Cina ed Eurasia. L’iniziativa, ispirata alle antiche vie della seta, è il marchio di fabbrica della politica estera del presidente cinese Xi Jinping.

   Ventinove leader da tutto il mondo e circa 1.200 rappresentanti da 110 paesi hanno preso parte all’evento che Xi ha definito il “progetto del secolo”, ispirato alla pace e alla prosperità. Eppure, l’armonia proposta al forum è stata intaccata dal nuovo test missilistico condotto dalla Corea del Nord. La mossa di Pyongyang, i cui delegati erano presenti all’evento, conferma che la crisi coreana è ancora in pieno svolgimento.

I risultati del Forum

Lanciata per la prima volta dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 con il nome “One belt one road” (Obor, yidai yilu in cinese), la Bri è composta da due rotte chiave: la cintura economica della via della seta (il tragitto terrestre, che comprende sei corridoi) e la via della seta marittima del ventunesimo secolo (quello marittimo). Queste insieme attraversano circa 65 paesi e comprendono il 70% della popolazione mondiale.

   Al forum, Xi ha annunciato che la Cina avvierà diverse iniziative per valorizzare la Bri. Il Silk road fund (fondo creato per finanziare i progetti lungo le vie della seta) sarà dotato di altri 14.5 miliardi di dollari in aggiunta ai 40 miliardi stanziati originariamente. La China development bank e la China exim bank svilupperanno uno schema di prestito rispettivamente del valore di circa 36 e 19 miliardi di dollari per sostenere la cooperazione lungo la Bri. Pechino avvierà anche diverse iniziative in campo della ricerca, sanitario e di riduzione della povertà; tra queste, la fornitura di 290 milioni di dollari in aiuti alimentari ai paesi in via di sviluppo coinvolti nella Bri e di 8,7 miliardi di dollari in assistenza a progetti civili.

   Tra gli invitati più importanti del forum vi erano il presidente russo Vladimir Putin, quello turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro italiano Paolo Gentiloni, unico leader del G7 che ha preso parte al vertice. Al termine del forum, questi ha avuto un incontro bilaterale con il suo omologo cinese Li Keqiang e con Xi. Per l’occasione, Cina e Italia hanno firmato un memorandum d’intesa per la creazione del Sino-Italian co-investment fund, fondo da 100 milioni di euro dedicato al sostegno delle piccole e medie e imprese. Soprattutto, la leadership cinese ha dichiarato di voler investire nei porti di Genova e Trieste.

   Anche rappresentanti di Usa, Corea del Nord e Corea del Sud hanno raccolto l’invito al forum. Tra i grandi assenti vi era l’India, che considera la Bri una minaccia alla sua sovranità in quanto include il rivale Pakistan.

   Il tentativo di Pechino di rompere l’isolamento di P’yongyang tuttavia non è andato a buon fine. Il giorno d’inaugurazione del forum, il regime di Kim Jong-un ha condotto un nuovo test missilistico. Il razzo ha volato per 700 chilometri prima di inabissarsi nelle acque del Mare del Giappone, a circa 100 chilometri dalle coste russe. L’esperimento potrebbe rappresentare un significativo passo in avanti verso lo sviluppo del missile intercontinentale, in grado quindi di raggiungere le coste degli Usa. Non è da escludere che P’yongyang abbia scelto di condurre il test in questo specifico momento per provare la sua ascesa a potenza nucleare agli occhi del mondo ed – eventualmente – negoziare con Washington da una posizione più solida.

   La seconda nota dolente del forum è che, secondo il Guardian, i membri dell’Ue che hanno partecipato a un panel dedicato al commercio non avrebbero voluto firmarne la dichiarazione conclusiva poiché non menzionava l’importanza dell’impegno sociale, della sostenibilità ambientale e della trasparenza.

Perché la Cina promuove la Bri

La scelta di Xi di promuovere le nuove vie della seta dipende innanzitutto da interessi domestici. Pechino vuole servirsi della Bri per trovare nuovi mercati di destinazione dove smaltire la propria sovracapacità industriale, elevare la qualità dei prodotti made in China acquisendo il know-how straniero (italiano incluso), promuovere la tecnologia cinese in ambito ferroviario, consolidare i rapporti commerciali con i paesi stranieri e diversificare le fonti di risorse energetiche. Pechino inoltre cerca di individuare rotte terrestri che le consentano di ridurre la dipendenza da quelle marittime, controllate dagli Usa potenza navale per eccellenza.

   Nel 2016 il commercio tra la Cina e i paesi lungo la Bri è stato pari a 913 miliardi di dollari. In questi Stati, tra il 2014 e il 2016, le imprese cinesi hanno investito più di 50 miliardi di dollari e in 20 di loro hanno contribuito alla costruzione di 56 zone di cooperazione economica e commerciale. Negli ultimi tre anni, circa 50 imprese statali cinesi hanno investito in 1.700 progetti nella cornice della Bri.

   In termini di soft power, la Bri punta a consolidare l’immagine del “sogno cinese” (Zhongguo meng) del risorgimento della Repubblica popolare, che vuole mostrarsi quale forza motrice della globalizzazione, in controcorrente con le posizioni protezionistiche del presidente Usa Donald Trump. Durante il discorso di apertura del forum, Xi ha detto: “La gloria delle antiche vie della seta mostra che le distanze geografiche non sono insormontabili. Se compiamo il primo coraggioso passo in avanti tra di noi, possiamo intraprendere un percorso che guida all’amicizia, allo sviluppo condiviso, alla pace, all’armonia e a un futuro migliore”.

   Nonostante le grandi ambizioni cinesi, la Bri presenta alcune fragilità. Le sue rotte infatti attraversano teatri ad alta instabilità geopolitica come il il cinese Xinjiang, il Pakistan, la Turchia, gli Stati del Corno d’Africa. Inoltre, gli Usa grazie alla loro potente Marina sono in grado di intervenire su qualunque diramazione delle nuove vie marittime della seta e – potenzialmente – ostacolare i flussi commerciali cinesi.  Dalla prospettiva americana, la Bri non rappresenta una minaccia. Non può dirsi lo stesso dell’ascesa navale cinese, che nel lungo periodo potrebbe rappresentare una sfida per la talassocrazia americana.

   Il forum appena conclusosi è il preludio al Diciannovesimo Congresso del Partito Comunista cinese (Pcc), l’evento politico più importante dell’anno per la Repubblica Popolare. Secondo Enrico Fardella, professore dell’Università di Pechino e responsabile del progetto Chinamed.it , nei giorni del forum nella capitale “non si discuteva della Bri ma della possibilità, per molti sacrilega, che il “pensiero” (sixiang) di Xi entri a far parte della costituzione accanto all’unico altro pensiero consentito fino ad oggi, quello di Mao Zedong”.

   Al Congresso, Xi, considerato il “nucleo” della leadership cinese, cercherà di promuovere ai vertici del Pcc i politici a lui più vicini per attuare le riforme necessarie alla trasformazione del modello economico cinese, a cominciare da quello delle imprese statali.

Il ruolo dell’Italia

Durante il concerto per i capi di Stato del forum, a Gentiloni e sua moglie è stato assegnato il posto d’onore accanto a Xi e la sua consorte. L’Italia si sta impegnando per trovarne uno altrettanto prestigioso lungo la Bri.

   Forte della sua posizione geografica nel cuore del Mar Mediterraneo, la Penisola può svolgere il ruolo di hub di collegamento tra rotta terrestre e marittima, consolidare i rapporti economici con la Cina e cogliere le opportunità che emergeranno in altri paesi coinvolti nell’iniziativa. In alcuni di questi le aziende italiane sono già attive. Basti pensare alla costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità in Iran ad opera di Ferrovie dello Stato.

   I porti del Nord – in primis Genova, Trieste, Venezia – si propongono come possibili scali del flusso commerciale da e per la Cina, ma risentono della competizione del porto del Pireo.

   Rispetto allo scalo greco, i porti italiani hanno una capienza inferiore, fondali più bassi, maggiori difficoltà ad accogliere navi cargo grandi e ultra-grandi; per questo stanno proponendo progetti di ampliamento e integrazione. Gli annunciati investimenti cinesi a Genova e Trieste potrebbero contribuire a questo processo.

   Lo scalo greco inoltre è più lontano dal cuore dell’Europa rispetto a quelli italiani. Per raggiungerlo, i cinesi stanno costruendo una linea ferroviaria che dovrebbe collegare il Pireo a Skopje, Belgrado e Budapest per poi fare rotta verso l’Europa occidentale.

   Per l’Italia, sarà essenziale implementare anche le infrastrutture retroportuali e ferroviarie. In tale contesto è rilevante l’impegno italiano nello sviluppo delle Reti di Trasporto Trans-Europee (acronimo inglese Ten-t) e in particolare dei quattro corridoi Nord-Sud incrociati trasversalmente dal corridoio mediterraneo. La loro entrata in funzione, prevista per il 2030, permetterebbe all’Italia di trasportare verso il Nord Europa i flussi commerciali da sud e da est e di acquisire un ruolo di primo piano anche lungo la via della seta ferroviaria.

   L’integrazione delle infrastrutture marittime e terrestri deve andare di pari passo con lo sviluppo di una precisa strategia marittima, che permetta all’Italia di essere un soggetto geopolitico nel Mare Nostrum anziché un oggetto nelle strategie altrui. Ciò risulta indispensabile anche per acquisire credibilità agli occhi di Pechino, che osserva con preoccupazione le difficoltà della politica italiana.

   Nel lungo periodo, le nuove vie della seta contribuiranno alla crescita degli interessi cinesi nel Mar Mediterraneo. Con essi aumenterà anche la necessità di garantire la loro sicurezza, argomento da tempo analizzato dal governo e dagli accademici cinesi. La protezione delle rotte a cavallo tra Europa e Africa potrebbe essere in futuro un altro importante ambito per la cooperazione Italia-Cina. (GIORGIO CUSCITO)

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IL MODELLO DI VITA CINESE: PRO E CONTRO

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PREFERISCO VIVERE IN CINA

di Raffaele Nappi, 28 marzo 2017, da www.ilfattoquotidiano.it/

   “Preferisco crescere i miei figli in Cina perché l’Italia non investe sui giovani. E così non ha futuro”

   Valentina Tuzi, 38 anni, lavora all’ambasciata italiana a Pechino. Con suo marito, nigeriano, ha avuto due figli che oggi hanno 7 e 12 anni. “Qui ci sono ragazzi di 50 nazionalità diverse, senza alcuna distinzione tra religione e colore della pelle”. E delle donne italiane dice: “Non mi capacito di come facciano da cameriera alla casa e alla famiglia”

   Quando parla dell’Italia, Valentina sorride. “Ho un mondo in salotto. Mio marito è nigeriano, i miei due figli sono nati in Cina. Ma tornare per noi significherebbe essere dei disadattati”. Da 13 anni, ormai, Valentina Tuzi ha lasciato Spoleto e vive a Pechino. Da dieci anni lavora all’ambasciata italiana nel settore cooperazione e sviluppo. L’Italia? “Un vecchio ricordo”.

   Valentina è arrivata per la prima volta in Cina nel 2003 come studentessa di Studi Orientali, grazie a una borsa di studio del ministero degli Esteri. “Vivevamo al dormitorio: letti senza materasso, bagni e cucine in comune”, ricorda. Qualche mese dopo conosce Paul, nigeriano, che sarebbe diventato suo marito. Nell’autunno del 2004 comincia a lavorare come insegnante di inglese e come interprete per diverse aziende italiane.

   Dopo una breve parentesi in Italia, Valentina e suo marito decidono così di tornare in Cina perché, dice, “il richiamo era troppo forte”. È il 2007 quando arriva il lavoro all’ambasciata d’Italia a Pechino. “Mi sento straniera qui, ma ormai lo sono anche nel mio Paese. Non so come spiegarlo ma non ho più molti punti in comune con la gente italiana. Abitudini, punti di vista e diversi”.

   A Pechino sembra quasi di vivere in un film: “Tutto ordinato, pulito, stabilito, circostanziato”. In certi momenti si ha la sensazione di trovarsi in una sorta di ‘Truman Show’, dove tutti intorno recitano una parte, ogni giorno. La giornata inizia alle 6, quando Valentina sveglia i suoi due figli per la colazione. “Facciamo il check della temperatura esterna e del livello di inquinamento, per decidere se indossare o meno la mascherina”, spiega. Il pulmino passa alle 7,20, le lezioni iniziano alle 7,50. Valentina arriva in bici o a piedi in ambasciata. Nel pomeriggio i suoi due figli si impegnano in attività extra-scolastiche come nuoto, calcio e kung-fu. Alle 19 si cena rigorosamente in pigiama, alle 20 l’appuntamento via Skype con i nonni in Italia e alle 21 si va a letto.

   Valentina e famiglia tornano in Umbria d’estate, quando le giornate sono belle e c’è la possibilità di passare tanto tempo all’aperto: “Passeggiamo nei bellissimi centri storici della regione, ascoltiamo i racconti dei nonni, e ritroviamo tutto quello che a Pechino non abbiamo durante l’anno: l’aria e la famiglia”.

Pur mantenendo un contatto diretto con l’Italia, però, “non penso potrò mai tornare a viverci”, racconta. “Amo il mio Paese – continua –. Ma di un amore malsano, amaro ed opportunista, che troppo spesso sfocia in rancore”.

   Crescere i figli in Italia? Impossibile: “Le scuole italiane sono oramai antiquate, il Paese è rimasto indietro e il colore della pelle potrebbe diventare solo un problema”, insiste. Una volta al parco in Italia qualcuno – rivolgendosi ai suoi due figli – li ha chiamati ‘negri’. “Qui a Pechino non ci è mai successo”, ricorda. Francesco e Riccardo hanno rispettivamente 12 e 7 anni, parlano tre lingue (italiano, inglese e cinese) e frequentano le scuole inglesi della capitale: “Qui ci sono ragazzi di 50 nazionalità diverse, senza alcuna distinzione tra religione e colore della pelle. In Italia, invece, sarebbe un problema”.

   L’obiettivo, comunque, è quello di tornare un giorno nella cara vecchia Europa. Il costo della vita a Pechino è diventato molto alto, soprattutto considerando che in Cina gli stranieri non hanno accesso all’istruzione pubblica e “siamo costretti a pagare di tasca nostra somme importanti per garantire un’istruzione ai nostri figli”.

   Per Valentina l’Italia è come un nobile decaduto, che vive nel grande palazzo oramai diroccato: “Ho perso speranza nel nostro Paese – dice –, perché non investe sui giovani e sull’educazione. E così non ha alcun futuro”. Dopo due lauree, tre master e diversi lavori tra Italia, Olanda e Cina, Valentina a 38 anni vuole tirare il fiato: “Devo tutto alla Cina: mio marito, i miei figli, la mia vita professionale, tante amicizie e moltissime esperienze”. Anche se rivendica la sua libertà: “Non mi capacito di come le donne italiane facciano da cameriera alla casa e alla famiglia – continua – Io se non voglio cucinare non cucino. E per fortuna riesco a permettermi un aiuto domestico”, aggiunge. A Pechino nessuno ti chiede quale sia la tua origine, il tuo colore  o la tua religione. “Siamo più liberi che altrove – conclude Valentina –, anche se sappiamo di vivere in un Paese dove anche internet è censurato”.

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DA THIENE A SHANGAI. ‘RIFIUTATO DALLA MIA TERRA, I CINESI MI HANNO ‘RAPITO’

2/4/2017, www.altovicentinonline.it/

   La storia di Matteo Munari, 28 anni, thienese che si è fatto valere in Cina, è quella di un ragazzo ‘rifiutato’ dalla sua terra. Un ragazzo che nonostante un curriculum di studi rilevante non si è dato per vinto quando si è interfacciato con le realtà imprenditoriali di un Veneto e di un’Italia che nemmeno risponde ai curricula e si è messo in gioco cercando opportunità di lavoro altrove. Adesso a Shanghai è un Business Developer e Brand Consultant, e proprio li ha trovato quello che per mesi gli è stato negato in Veneto dove ha bussato alle porte di tanti imprenditori, che hanno lasciato andare un talento nostrano per ‘cederlo’ a chi non ha esitato ad accaparrarselo.

   Alla fine mi sono adattato nonostante il clima sempre umido e piovoso di Shanghai, e dei ritmi decisamente diversi dai nostri. Lì vanno tutti di corsa e tutto ruota attorno al denaro. Ci  si sposa persino per soldi perchè le ragazze prima di prendere in considerazione la proposta di matrimonio di un uomo, ne valutano i redditi . Nonostante questo, i cinesi sono persone che i talenti occidentali sanno valorizzarli, investendo sulla loro formazione.

Invece gli italiani?

Beh, avrei preferito rimanere nella mia terra, ma nonostante una laurea in lingue (Inglese e Cinese), un master a Pechino ed una vita fatta di studi, nessuno mi ha dato opportunità di lavoro in Veneto, in Italia o in Europa, dove sembra tutto ancora vecchio e c’è poco spazio per noi giovani. Gli imprenditori si lamentano, si autocommiserano, ma non vogliono adeguarsi ai tempi moderni, non sanno essere competitivi e all’avanguardia. Basta guardare i loro siti internet, che spesso e volentieri non rappresentano un buon biglietto da visita per chi navigandoci, cerca di comprendere il valore professionale. Avrò mandato decine e decine di curriculum, nemmeno ti rispondono e se lo fanno, è solo dopo tanto, troppo tempo. Molte aziende purtroppo hanno smesso di assumere giovani neo diplomati/laureati e formarli. Oggi vogliono tutti la pappa pronta e cercano solo figure con esperienza riguardante il loro settore.

Comprendo pienamente la situazione economica attuale italiana, ma purtroppo si è persa quell’avanguardia che aveva reso il made in Italy famoso nel mondo.

In Cina invece?

Tutto un altro mondo. I cinesi che abitano in Cina non sono quelli che vivono da noi. In Cina figure molto richieste sono ingegneri e architetti. E’ possibile avere la propria azienda, ma se non erro dev’essere intestata ad un cinese. Il lavoro li può essere molto ben pagato e offrire molti più benefits di quanti ne possa offrire una normale azienda in Italia.

Matteo, raccontami della Cina, di come si vive in generale lì…

Beh, la cosa che mi ha fatto impressione subito è stato quel senso di sicurezza che qui da noi non abbiamo. Lì la gente ha paura della giustizia. Magari non rispetta le regole stradali, ma c’è una paura matta del carcere. Le pene sono severe e la sicurezza è garantita. Puoi camminare per strada all’una di notte senza temere aggressioni.

Per lavorare lì, un occidentale ha bisogno di avere la fedina penale pulita.

I mezzi pubblici come funzionano?

Benissimo. C’è la metro, taxi accessibili, ed i trasporti sono sempre in evoluzione perchè i cinesi non si fermano mai e ambiscono sempre al potenziamento e al miglioramento delle loro cose.

Come vedono i cinesi l’Italia?

Loro amano l’occidente, per loro l’Italia è una bella nazione da visitare, con ottimo cibo ma anche un paese in cui investire. Loro giudicano il loro sistema restrittivo e se possono investono in Europa o in America, ma la vita lì è senza dubbio meno cara. Basti pensare che tra internet, luce, gas e acqua pago massimo 25 euro al mese.

Cosa manca ai cinesi che noi italiani abbiamo in abbondanza?

La creatività

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PARLA UN EX OPERAIO IN UNA FABBRICA DI IPHONE IN CINA: ECCO COME VIVE CHI FA GLI SMARTPHONE APPLE

di Kif Leswing, 13/4/2017, da https://it.businessinsider.com/

   Immaginate di andare al lavoro alle 19:30 ogni sera e passare le successive 12 ore, inclusi pasti e pause, dentro una fabbrica dove il vostro unico lavoro è inserire una singola vite nel retro di uno smartphone, ripetendo quella mansione ancora e poi ancora e poi ancora.

Durante il giorno dormite in una camera condivisa e la sera vi svegliate e ricominciate tutto da capo.

Questa è la routine che Dejian Zeng ha provato quando ha trascorso sei settimane a lavorare in una fabbrica di iPhone vicino a Shanghai, Cina, la scorsa estate. Ed è simile a quella che centinaia di migliaia di operai in Cina e in altri Paesi dall’economia emergente sperimentano ogni giorno e notte quando assemblano i gadget che alimentano l’economia digitale.

A differenza di molti di quegli operai, Zeng non aveva bisogno di fare quel lavoro per guadagnarsi da vivere. E’ uno studente universitario alla New York University, e Dejian Zeng ha trascorso sei settimane dell’estate del 2016 per il suo progetto estivo nella fabbrica, di proprietà del gigante manifatturiero Pegatron.

Ecco alcune delle cose che ci ha detto:

Che veniva pagato 3.100 yuan (poco più di 400 euro) al mese più l’alloggio, inclusi straordinari.

Che ha dormito in un dormitorio con altre sette persone.

Che cosa succede quando una fabbrica inizia a produrre un nuovo iPhone.

Che gli operai di solito non possono permettersi di comprare un iPhone.

Che c’è una app promossa da Apple che la fabbrica vuole far scaricare a tutti i suoi operai.

Perché le fabbriche possono puzzare.

Perché lui crede che la produzione dell’iPhone non arriverà mai negli Stati Uniti.

Come molte società tech, Apple produce quasi tutti i suoi computer e telefoni in Cina, usando produttori a contratto come Pegatron.

Questo è recentemente diventato un caso di contenzioso politico con il Presidente Donald Trump che ha chiesto alla Apple di portare la produzione — e i posti di lavoro che essa comporta — negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, la produzione estera di Apple è stata a lungo oggetto di critiche da parte di alcuni gruppi di persone che denunciano le lunghe ore di lavoro degli operai e i salari bassi.

I leader del settore tech dicono che Apple ha cambiato le sue pratiche per mettersi al riparo dalle controversie rispetto ai suoi operai in Cina. Nel mese di marzo, Apple ha pubblicato il suo rapporto annuale analizzando le operazioni di produzione.

Per vedere in prima persona quale fosse la situazione, Zeng è andato a lavorare sotto copertura alla fabbrica ChangShuo  della Pegatron la scorsa estate, nell’ambito di una borsa di studio della New York University.

La fabbrica presso cui ha lavorato è stata descritta dalla BBC nel 2014 e da Bloomberg nel 2016, con articoli che puntavano sulla possibilità che alcuni lavoratori fossero stati costretti a turni di lavoro straordinari.

Un portavoce della Apple ha dichiarato a Business Insider che dipendenti Apple sono presenti ogni giorno negli stabilimenti Pegatron.

Apple ha effettuato 16 controlli nella fabbrica Changshuo della Pegatron, trovando che nel 99% dei casi le settimane lavorative erano sotto le 60 ore, con la settimana lavorativa media per le persone addette all’assemblaggio di prodotti Apple misurata in 43 ore.

I salari a Pegatron sono aumentati di oltre il 50% negli ultimi cinque anni, e sono superiori al salario minimo di Shanghai, ha detto il portavoce. Pegatron non ha commentato.

Zeng, che ha in programma di lavorare per un’organizzazione cinese per i diritti umani dopo la laurea, ha detto che credeva che fosse imminente uno sciopero allo stabilimento Pegatron quando è andato a lavorarci. Nessuno sciopero è stato invece dichiarato ma Zeng ha potuto guardare con i suoi occhi la vita quotidiana degli operai che assemblano gli iPhone.

Ecco quello che ha detto a Business Insider della sua esperienza.

Kif Leswing: Mi piacerebbe che mi raccontassi una tua giornata tipo.

Dejian Zeng: All’inizio sono stato assegnato alla catena di montaggio nel dipartimento chiamato FATP (final assembling testing packing). Montavamo l’iPhone.

Una catena di montaggio può avere fino a 100 stazioni. Ogni stazione fa una cosa specifica. All’inizio ho lavorato sull’iPhone 6S. E poi, dopo agosto, lavoravo sull’iPhone 7.

Quando lavoravo sull’iPhone 6S, facevo due stazioni. In una stazione all’inizio fissavo gli speaker nell’alloggiamento.

In pratica il mio compito era mettere gli speaker sulla cassa del telefono e avvitarli. La custodia [dell’iPhone] si muove sulla linea di montaggio ed è allora che noi la prendiamo, prendiamo una vite dalla macchina che passa le viti, e la avvitiamo sull’iPhone per poi rimetterlo giù, e farlo arrivare alla prossima stazione.

Leswing: Ti occupavi solo di una vite?

Zeng: Il lavoro è quello. Voglio dire è semplice, ma questo è il lavoro che fai. A ripetizione. Per giorni interi.

Leswing: Non era alienante?

Zeng: I primi giorni sei molto concentrato perché non riesci a star dietro alla velocità della catena di montaggio. Bisogna essere davvero veloci per starci dietro. Quindi sei davvero concentrato. E’ molto stancante, ma ti tiene la mente occupata. Non hai tempo di pensare ad altre cose. Dovevo diventare sempre più veloce.

E poi, dopo un poco, diventa una routine automatica, e verso la fine avrei persino potuto avvitare la vite ad occhi chiusi. Quindi dopo, hai un sacco di tempo in cui non sai cosa fare. È allora che la gente si annoia molto, visto che all’interno della fabbrica Pegatron non è permesso portarsi nessun dispositivo elettronico.

È molto noioso perché non si può ascoltare la musica. A volte i lavoratori parlano tra loro, conversazioni casuali, ma capita che il responsabile di linea si arrabbi. Ti dice: “Abbassa la voce”.

Leswing: Quando e dove ti svegliavi ogni giorno?

Zeng: Ho vissuto in un dormitorio condiviso da 8 persone. Il dormitorio non è nel campus della fabbrica — è in un posto a circa 10 minuti d’auto, e hanno delle navette per noi.

All’inizio, facevo il turno di notte. Mi svegliavo alle 18 o 18:30.

La catena di montaggio inizia a orari differenti. Alcuni colleghi iniziano alle 19:30, altri alle 20, altri alle  20:30 e altri alle 21:30.

Io ho iniziato alle 19:30 quindi prendevo la navetta alle 19 e arrivavamo in fabbrica verso le 19:15.

Dopo circa due ore, si ha una pausa di 10 minuti.

Durante la pausa molta gente dorme. Ed è difficile perché non c’è molto tempo. E se vuoi bere dell’acqua o hai bisogno del bagno devi attraversare l’officina, che è enorme, andare in bagno e tornare— ci vogliono circa 10 minuti.

Leswing: Cioè i bagni non sono vicini?

Zeng: Diventa difficile arrivarci quando sei molto assonnato e hai anche bisogno di bere dell’acqua.  Puoi fare solo una cosa. O vai in bagno o provi a dormire.

Leswing: Mettiamo che sei appena tornato da una pausa di 10 minuti. Cosa fai ora?

Zeng: Dopo altre due ore abbiamo una pausa di 50 minuti per pranzare.

Di solito ci sono verdure, carne e a volte paninetti e noodles – e poi fondamentalmente tre piatti di verdura e uno di carne, con riso. Questo, di solito, è un pasto.

A volte hanno mele, pere, qualche frutta come aggiunta al pasto.

L’intera fabbrica mangia lì. È un’enorme mensa.

Se finisci il pasto in anticipo [in meno di 50 minuti], puoi di nuovo dormire. Il sonno è davvero centrale in fabbrica. Abbiamo molti divani, ma non molto comodi. Diciamo che si sente la struttura di ferro al loro interno.

La gente semplicemente si siede lì e dorme. Ma non ci si può sdraiare. Ci sono persone che passano di là. E se ci vedono sdraiati strisciano la tessera di riconoscimento e prendono nota. E mettono la nota nel nostro profilo. E poi la rendono pubblica a tutta la nostra catena di montaggio, quindi il nostro manager verrà a sgridarci più tardi. A volte, se è successo più di una volta, ci trattengono dei soldi.

Leswing: Quanti soldi ti sottraggono se ti beccano a dormire?

Zeng: Non è il dormire — è lo stare sdraiati. Ci sono certi comportamenti che non sono ammessi. La stessa cosa succede se accidentalmente porti un telefono nella fabbrica. E non parlo neanche di entrare nella fabbrica. Già quando passi al metal detector e suona e tiri fuori il telefono.  Sei già segnalato. O anche gli accendini. Qualunque metallo.

Leswing: Ti piaceva il cibo, e te lo facevano pagare?

Zeng: Sì, lo pagavamo noi. E dipende da che tipo di cibo scegli. Ci sono pasti da 5 yuan o da 8. Ma questo è dentro la fabbrica.

Ci sono anche ristoranti nel campus dove la gente di solito va a mangiare quando ha finito di lavorare. A volte, se stai lavorando nel turno di giorno,è più caro. Può arrivare fino 20 yuan, qualcosa del genere.

Leswing: Il cibo era di qualità?

Zeng: Non direi. Il pollo ad esempio … non è mai petto o cosce. È sempre il collo o certe parti che non puoi identificare.

Quindi non direi che è un buon pasto. Ma sazia, e si è molto affamati, quindi ti mantiene sazio nonostante tutto. È accettabile. Non è buono, ma non hai scelta.

Leswing: Parli con la gente a pranzo?

Zeng: Se mangi con i tuoi amici a volte sì. Un sacco di gente mangia da sola. Vai a prenderti il cibo e lo mangi, perché se riesci a  mangiare più velocemente, poi potrai dormire un po’ di più.

Dopo la pausa pranzo, lavori per due ore, e c’è ancora una pausa di 10 minuti.

Leswing: E, arrivati a questo punto, hai ormai lavorato sei ore.

Zeng: E dopo altre due ore — per un totale di circa 8 ore — di lavoro, poi dipenderà da te se hai bisogno di fare straordinari o no.

Se non ne hai bisogno allora hai finito, tutti hanno finito.

Ma di solito, se hai bisogno di fare straordinari, dipende se è un giorno tra lunedì e giovedì o se è venerdì.

Perché il venerdì, si lavora solo per due ore di straordinari. Da lunedì a giovedì, invece, gli straordinari durano 2 ore e mezza.

E poi fai un giorno intero, 8 ore, anche il sabato.

Quindi il totale del tempo che gli operai passano nella fabbrica è di 12 ore, generalmente includendo le pause e la pausa pranzo.

Leswing: Incluso anche il tempo che passi in fila ad aspettare di passare per il metal detector e quel genere di cose?

Zeng: No. Se volessi includere quello sarebbero 30 minuti in più.

Leswing: Ok. Quindi hai finito. Sono le 7:30 del mattino, che fai?

Zeng: Di solito vado a mangiare di nuovo. Poi prendo la navetta, vado al dormitorio, faccio una doccia – se sono fortunato c’è acqua calda.  A volte non c’è acqua calda o non c’è proprio acqua.

Dopo una doccia … la gente o va negli internet cafe, a giocare a videogame, a guardare video, e cose così, o si sdraia e guarda i video sul telefono.

Leswing: Più o meno tutti hanno un telefono?

Zeng: Sì. I dormitori forniscono il Wi-Fi. Ma per avervi accesso, devi fare qualcosa. Devi scaricare delle app per loro o cliccare qualcosa — commenti o cose del genere — per guadagnare monete virtuali.

Usi le monete per accedere al Wi-Fi. Ventiquattro ore sono 20 monete. E poi lo scaricare la app vale circa 20 – 30 monete. O si possono comprare le monete — per quello che ricordo 100 monete sono 5 yuan più o meno. Ma un sacco di gente continua a scaricare. È come un business: hai bisogno di continuare a farlo per avere l’accesso al wi-fi

Nella stessa piattaforma su cui si guadagnano monete, ci sono anche video gratis disponibili. Credo sia una cosa positiva che gli operai possano guardare video gratuitamente.

Mi piacerebbe andare a letto per le 10 [del mattino]. Non c’è molto tempo. Ci si stanca molto. E quindi al massimo si riesce a guardare un film e poi si avrà davvero bisogno di andare a dormire. E il giorno successivo, ci si sveglia di nuovo alle 18:30.  E questa è, semplicemente, la routine.

Leswing: Avevi amici?

Zeng: Sono diventato amico coi miei compagni di stanza e anche coi colleghi della linea di montaggio, hanno la stazione accanto a me, quindi stiamo seduti assieme. Quelli sono davvero buoni amici.

Ho stretto amicizia anche nei primi giorni, durante il training. Ma durante il training, si è tutti assieme. Poi si viene suddivisi.

Leswing: I tuoi compagni di stanza non sono sempre gli stessi?

Zeng: No, non lavoriamo sulla stessa linea di assemblaggio o vicini, e a volte lavoriamo con turni diversi. Quindi a volte non vedo i miei compagni di stanza per un mese perché siamo su turni diversi e loro cambiano ogni mese.

Leswing: Conosci qualcuno lì che ha famiglia?

Zeng: Sì, alcuni sono con le fidanzate o con le mogli.

A volte affittano un appartamento fuori al campus. Puoi scegliere di farlo, ma è molto costoso. Ma è l’unico modo. Lì non ci sono dormitori per coppie.

Leswing: Quando eri alla catena di montaggio con i tuoi amici di cosa parlavate?

Zeng: È  lì che ho scoperto che gli stereotipi sugli operai non sono veritieri. Avrei pensato che fossero non istruiti. Sbagliato. Parlano di un sacco di cose. I rapporti tra Cina e Stati Uniti, le relazioni internazionali nel Mar Cinese Meridionale, perché all’epoca c’erano delle notizie al riguardo.

La maggior parte parla di film, di film horror, e poi a volte parlano delle loro vite. Del fatto che hanno bisogno di sostenere le loro famiglie rimaste nelle campagne. Vogliono mandare i loro figli a fare lezioni di ballo. Quindi parlano dell’essere genitore. E a volte di notizie sulle celebrità, tutte quelle cose di cui parlano i giovani. E sanno tante cose, a volte parlano persino di storia americana.

Leswing: Ai tuoi colleghi piaceva quel lavoro?

Zeng: Beh, direi che non ci piaceva, ma non lo odiavamo.

Lo consideravamo semplicemente un lavoro che poteva darci dei soldi. A nessuno piace il processo, perché lo scopo di andare a lavorare sta nell’aspettare il momento in cui si finisce.

L’unica cosa a cui pensavamo era, davvero, soldi, soldi, soldi. Ho bisogno di soldi dalla mia famiglia, ho bisogno di sostenere economicamente mia moglie, i miei figli.

Questa è l’unica cosa che hanno in mente. A volte non gli interessa neanche quanto siano stanchi.

Alcuni operai hanno lavorato in diverse fabbriche e credono che Pegatron abbia una gestione più severa. Non puoi usare il tuo telefono in fabbrica. Non puoi ascoltare musica. A volte ci sono persone che camminano in giro a dirti di non parlare a voce troppo alta.

Quindi alcuni operai hanno un termine di paragone e credono che Pegatron abbia controlli più rigidi. Questa è una cosa che li infastidisce.

Leswing: E’ un lavoro rispettato? È un lavoro per cui la gente dice “Oh, questo è un modo niente male di guadagnarsi da vivere”?

Zeng: non credo. La gente che lavora in fabbrica lavora anche per diventare guardia, fattorino, casalingo. Quindi è allo stesso livello. Non viene considerato migliore di questi lavori.

Credo che l’unico modo di guardare al lavoro in fabbrica è che evita alla gente di diventare senzatetto. Perché non hai bisogno di competenze, basta entrare in fabbrica. Non ti chiedono niente durante i colloqui, e potresti iniziare il giorno stesso. E poi si prendono cura dei tuoi pasti e di dove farti dormire.

Quindi è un po’ come se non avessi nessun altro posto dove andare, come se fossi solo in città, senza parenti che ti aiutano, e allora vai in fabbrica. Potresti iniziare a guadagnare un po’ di soldi, pochi, e poi piano piano rimettere insieme i pezzi della tua vita.

Leswing: C’è qualcuno che l’ha visto come una possibile carriera?

Zeng: Non credo la gente lo veda come una carriera.

Il tasso di ricambio è molto alto. È normale per gli operai abbandonare dopo 2 settimane o un mese. Alcuni operai arrivano e se non gli piace lasciano molto velocemente.

Ma alcune persone possono restarci più a lungo. E dopo un anno si può ottenere una promozione e diventare manager della linea di assemblaggio.

Ci sono diversi livelli. Al livello più basso sei un operatore, e poi arrivi alla posizione di operaio multi-mansione. Il terzo livello è il leader di gruppo, e poi c’è il manager di linea. Quello più in alto è il manager di area e poi il manager di divisione e alla fine il direttore della fabbrica.

Ci sono operai che possono davvero scalare questa gerarchia. Ma crediamo che al massimo si possa diventare manager di linea.

Certo ci sono persone che potrebbero essere promosse anche più in alto, ma non molte possono sostenere quel tipo di vita così a lungo.

E poi di solito lo stereotipo del lavoratore migrante cinese è che lascia casa, diretto in città e lavora per un anno, e poi smette, poi torna a casa per stare un mese per poi andarsene di nuovo a trovare un altro lavoro.

Leswing: I tuoi colleghi usavano prodotti Apple?

Zeng: Alcuni lavoratori hanno l’iPhone, ma non molti a causa del salario mensile.

Se sono abbordabili per gli operai, allora comprano anche Apple. Ma si chiedono “Lo voglio davvero?”. Possono mai mettere da parte due mesi di stipendio per comprarsi un iPhone? Non lo faranno. I telefoni che di solito usano sono di produzione cinese come Oppo o cose simili.

Leswing: La gente che lavora alla Pegatron sa di stare assemblando prodotti della Apple?

Zeng: Sì che lo sanno. Tutti sappiamo che stiamo assemblando prodotti Apple. Sappiamo anche “questo è l’iPhone 6” o “questo è l’iPhone 7 che sta per uscire”. Tutti lo sanno.

Leswing: quindi cosa hai saputo quando la produzione è passata dall’ iPhone 6 all’ iPhone 7? La gente sapeva che era un prodotto non ancora sul mercato? C’erano delle misure di sicurezza aggiuntive?

Zeng: I controlli si sono fatti più rigidi. Hanno incrementato la sensibilità dei metal detector.

Ad esempio alcune ragazze che portano il reggiseno, non potevano passare i controlli perché avevano del metallo nel reggiseno. E quindi un sacco di ragazze hanno dovuto cambiare reggiseno all’improvviso per via della maggiore sensibilità del metal detector.

E poi bisognava passare due controlli di sicurezza. Ci sono stati un sacco di controlli di sicurezza.

Funziona così: la nostra fabbrica, quando arriviamo al lavoro, sta già assemblando l’infrastruttura della nuova catena di montaggio. Hanno questa tenda che la circonda in modo che tu non possa neanche vedere com’è l’infrastruttura, capito?

Noi lavoriamo nella stessa officina, ma ci sono altre persone che si stanno occupando della sua costruzione.

E poi, una volta finita la costruzione e devono far entrare le persone, noi siamo stati spostati fuori e lavoravamo in un altro edificio della fabbrica. E poi quando tutto è pronto, tutti ritornano dentro.

Inoltre la produzione dell’iPhone 7 — a quel punto era una produzione di prova. Quel tipo di esperienza è del tutto diversa rispetto a quando producevamo l’iPhone 6S, perché si tratta di un giorno intero, che considero come una tortura.

Perché in un giorno, per 12 ore, produci solo 5 telefoni. Stai seduto lì e non hai nulla da fare, aspetti per due ore. A volte non ti consentono di parlare. Stai solo seduto lì in silenzio senza avere nulla da fare. E aspetti che ti arrivi il prossimo telefono. Provi ad assemblarlo, e poi lo rimetti giù e aspetti ancora qualche ora perché ti arrivi il prossimo.

Quando stavamo producendo l’iPhone 7, c’era il personale della Apple lì, ogni giorno, per monitorare il processo. Trattandosi di un nuovo prodotto volevano verificare se ci fossero nuovi problemi.

Le persone che gestivano la fabbrica sono diventate molto più attente. Tutto doveva essere estremamente pulito. Tutti i sostegni delle custodie dovevano essere nella giusta posizione.  Il processo è cambiato molto perché prima era soltanto una linea di assemblaggio. Ora avevano creato una “clean room” — per tenere fuori la polvere.

Quindi ogni volta che ci si entrava, bisognava passarsi addosso un rullo per pulirsi dalla polvere, solo così si poteva entrare, e tutte queste procedure bisognava seguirle. La gente del management era molto attenta, passeggiava costantemente per controllare. Non era permesso parlare né dormire.

E quando non parli e stai solo seduto per un paio d’ore ti viene sonno. Un giorno mi stavo per addormentare tre volte e ogni volta gli operai multi-mansione, assistenti del manager di linea, mi beccavano che dormivo e mi dicevano: “no, no, no” e mi svegliavano. La terza volta che mi hanno beccato mi han detto: “Tu resta in piedi” e così stavo in piedi accanto alla catena di montaggio, senza potermi nemmeno sedere.

Leswing: Ti occupavi della stessa vite per l’iPhone7?

Zeng: No. In un momento successivo della produzione dell’iPhone 6S, mi avevano spostato ad un’altra stazione chiamata “cappottatura della fotocamera”. Hanno una sorta di protettore sulla fotocamera, e io dovevo fissare questa protezione al telefono. Mettevo anche due viti in modo che la fotocamera stesse nel punto in cui doveva essere.

Leswing: Cappottatura. È una parola che non ho mai sentito prima!

Zeng: Ci sono un sacco di termini.

Leswing: Gli operai — che ovviamente lavorano per Pegatron — pensano mai di lavorare per Apple in un certo senso?

Zeng: Sanno che stanno producendo prodotti Apple e si considerano parte del processo.

Leswing: Come facevi a sapere che c’era personale della Apple?

Zeng: Te lo dicono loro. Dicono, “Il cliente è qui”. Chiamano Apple “il cliente”. A volte lo staff della Apple viene per fare un controllo o qualcosa del genere. Camminano lungo la linea di assemblaggio.

Sono sempre molto seri su questa cosa e noi veniamo avvertiti: “Il cliente è qui”.

Leswing: La gente che lavora per Pegatron conosce la storia della Apple? Qui negli Stati Uniti Apple è vista come una delle compagnie più importanti, una guida non solo tecnologica. Sai, c’è tutta questa leggenda su Steve Jobs e l’attuale Ceo Tim Cook. Lo sanno?

Zeng: Non credo che capiscano molto della Apple. Credo che l’idea generale sanno che Apple vende tanti iPhone, che un sacco di gente li considera qualcosa di trendy. Credo che questo sia quello che sanno.

Ma dipende dal lavoratore. Alcuni operai che conosco sono veri fan della tecnologia. C’è un operaio che stava seduto accanto a me, aveva 18 anni. Era appena uscito dalla scuola superiore e stava cercando di entrare al college dopo il suo lavoro estivo.  Era un grande fan di Apple, quindi poteva dire un sacco di cose sulla Apple.

Leswing: E credeva che fosse bello lavorare su un iPhone che ancora non era uscito?

Zeng: Sì, la gente a volte la considera una cosa molto interessante – soprattutto quando stavamo lavorando sull’iPhone7 sapendo che non era ancora uscito.

Leswing: Il pagamento degli straordinari sembra essere un grande problema. È quello su cui spinge China Labor Watch [un gruppo di attivisti sindacali che hanno lavorato con Zeng]— avevano tutte queste buste paga, e sembra essere un problema di qualità della vita. Ma è anche difficile da spiegare.

Zeng: Apple in realtà sta seguendo le regole. Pagano gli straordinari 1,5 volte quando si fanno durante i giorni infrasettimanali, e il doppio quando si fanno di sabato. Tutti i pagamenti sono legittimi. Direi che stanno seguendo la politica.

[Nota del redattore: Apple ha detto a Business Insider che Pegatron ha mantenuto la conformità alle regole al 99% con gli operai che lavorano una settimana lavorativa di meno di 60 ore, e gli operai Pegatron che fanno prodotti Apple che lavorano per 43 ore alla settimana in media.]

Ma la questione straordinari, dalla mia esperienza, non è volontaria. Non si può lasciare il lavoro facilmente. E poi ogni volta che si chiede: “Posso andare?” ti diranno semplicemente: “Devi lavorare alla catena di montaggio”. E tu sai che ogni stazione ha bisogno di avere qualcuno che svolga quel compito. E se te ne vai, chi lo farà?

Non è facile chiedere di non fare straordinari. Non è su base volontaria. Io direi che è questo il problema. I lavoratori non hanno scelta. Se non voglio lavorare, se oggi sono davvero stanco e non voglio lavorare, non posso farlo. Credo sia questo il problema.

La questione straordinari è inoltre complicata perché a volte si sente un operaio chiedere “voglio fare gli straordinari. Voglio quei soldi”. Ma queste persone sono spinte su quella strada perché il salario di base è semplicemente troppo basso. Non possono guadagnare abbastanza per mantenersi senza straordinari, ecco perché si “offrono volontari” per farli.

Anche le fabbriche lo sanno. E gli operai. Sanno che una volta in fabbrica, c’è da fare straordinari per essere pagati.

Leswing: Quindi quando tu parli di straordinari, parli di andare oltre le 60 ore settimanali?

Zeng: Oltre le 8 ore quotidiane, allora si parla di straordinari. Un’altra cosa da considerare è che non ho fatto la mia esperienza lì durante la stagione di lavoro più intenso. Un sacco dei turni che superano le 60 ore [settimanali] avvengono durante la stagione più intensa.

Dopo che ho lasciato gli stabilimenti, hanno iniziato una produzione di massa dell’iPhone 7. E sono ancora in contatto con operai di lì. Mi han detto che iniziano a lavorare la domenica. E un operaio con cui ho parlato mi ha detto che ha lavorato per 11 giorni di fila.

Leswing: Undici giorni di fila?

Zeng: Sì, senza interruzioni per 11 giorni. È ovviamente ben oltre le 60 ore settimanali se inizi anche a lavorare di domenica. Quindi credo che abbiano un diverso standard durante la stagione più impegnativa rispetto a quando non lo è. Non so in che modo la fabbrica possa bypassare il sistema per il quale gli operai devono registrare le loro ore lavorative. Perché quando si entra al lavoro è obbligatorio strisciare il proprio pass. E il mio amico mi ha detto che strisciano i loro pass anche quando lavorano la domenica. E credo che sia un’ovvia violazione della politica di Apple. Non so in che modo la fabbrica se la cavi quando fa questo.

[Nota del redattore: Apple ha detto a Business Insider che ha condotto 34 verifiche che riguardano i lavoratori Pegatron, tra cui 29 presso le strutture in Cina, di cui 16 nella fabbrica Changshou. Apple ha trovato che rispettavano al 99% una settimana lavorativa di 60 ore.]

Leswing: Avete notato alcun effetto negativo sulle persone che lavoravano troppe ore, a parte il semplice dormire?

Zeng: Non credo che ai lavoratori si lasci abbastanza tempo per fare altre cose. Il tempo che rimane nella tua vita è molto, molto limitato. È solo di un paio d’ore. E poi non c’è molto che si può fare. Ritengo che questo sia un problema.

Nel nuovo rapporto, hanno detto che un sacco di lavoratori hanno l’opportunità di formarsi attraverso alcuni programmi – dove possono sviluppare la loro carriera professionale e cose del genere. Ma quando si lavora 12 ore, si è esauriti. E l’unica cosa che si vuole è un po’ di riposo, e non c’è abbastanza tempo neanche per questo.

Leswing: Che cosa succede se qualcuno volesse fare una vacanza?

Zeng: Il mio amico ha detto che quando si è in piena stagione, non si possono prendere vacanze. Semplicemente non lo permettono. E anche se non si è in alta stagione, quando lo si richiede, ti rispondono chiedendoti, “Allora, cos’è che devi fare?”.

Ma quando non c’è molto da fare, a volte le concedono. Devo dire che quell’atteggiamento non è giusto. Ti trattano sempre come se stessi cercando di creargli problemi, sia quando chiedi di fare gli straordinari, o di non farli, sia quando chiedi di andartene. Hanno un atteggiamento davvero negativo nei confronti dei lavoratori.

Leswing: Chi era il tuo capo?

Zeng: Nella catena di montaggio la struttura di potere è molto chiara. La persona da cui ricevi indicazioni per la maggior parte del tempo è il tuo leader di gruppo. Ti rivolgono delle richieste. Sono quelli che conducono le riunioni dopo il lavoro per fare il punto delle prestazioni di oggi. Sono quelli che continuano a spingerti dicendoti “Abbiamo 500 pezzi ancora, continuate a lavorare!”.

La capacità dell’intero campus credo sia di 100.000 [operai]. Quando ero lì c’erano circa 70,000 operai. Alla Pegatron, stanno costruendo nuovo edifici. Si stanno espandendo.

Leswing: Perché i lavoratori Pegatron non usano il sindacato? Capisco che ovviamente la Cina ha un sistema di sindacati diverso dagli Stati Uniti.

Zeng: Ci sono un paio di motivi. Come ho accennato, l’unica cosa a cui pensano i lavoratori sono i soldi. Se i sindacati potessero portargli soldi, allora potrebbero volerli. Ecco perché nel 2010 c’era stato un caso eclatante alle fabbriche di auto di Hainan.

E da lì hanno creato un grande movimento e avanzato richieste: “Abbiamo bisogno di avere un sindacato, abbiamo bisogno di eleggere i nostri rappresentanti” e cose del genere. Ma proprio in quel movimento si è visto che, una volta ottenuti i soldi, quando gli operai hanno ottenuto un aumento di stipendio, del sindacato non gli importava più nulla. “Purché ottenga i miei soldi indietro, non mi interessa nulla”.

E gli operai non potrebbero scioperare per 7 giorni. Questa gente ha bisogno dei soldi ogni singolo giorno. Non possono permettersi di fare uno sciopero da soli. Un’altra cosa che vedo è che manca la struttura per andare in sciopero o per essere sindacalizzati. Non c’è un leader. C’è bisogno di leadership per le persone che sono in fabbrica. Sono semplicemente persone molto ma molto ordinarie.  Vai al lavoro, lavori per 12 ore e poi ne esci.  Se non c’è nessuno a dirti “Abbiamo bisogno di fare questa cosa”, allora continueranno semplicemente a lavorare.

Un altro punto da sottolineare è che il tasso di turnover è davvero alto. La gente reagisce alla delusione andandosene – “Ho appena lasciato la fabbrica. Odio questo posto. Mi basta andarmene. Ci sono altre fabbriche e altri lavori, purché me ne vada da qui”.

Quindi l’elevato tasso di ricambio gioca un ruolo. È molto difficile per le persone avere quel tipo di unità. La situazione, più o meno, è: “Ho lavorato con queste persone per un mese, questo ragazzo se ne va domani, e questo ragazzo è arrivato ieri”.

Leswing: Ci sono dei “segreti di Pulcinella” alla Pegatron?

Zeng: Dunque sappiamo che ci sono alcune stazioni sulla linea di montaggio dove il lavoro è più facile che in altre stazioni. Ci sono alcune stazioni in cui basta applicare un adesivo.

Ci sono alcune posizioni — per esempio fare il riciclo dei rifiuti— in cui non hai nulla da fare. Stai solo seduto lì per un po’ finché ci sono dei rifiuti da prendere e classificare.

Quindi ci sono stazioni che sono facili, e quelle stazioni vanno alle persone che piacciono ai manager. A volte ci sono ragazze. Nella maggior parte dei casi vanno a ragazze e agli uomini spetta sempre l’avvitamento.

Leswing: C’è qualcosa che la Pegatron sa che è vietato, come il lavoro minorile?

Zeng: Credo che si preoccupino del lavoro minorile. Si vede che stanno facendo cose per controllare questa cosa.

Sono molto attenti al training sulla sicurezza. Questa è una parte del traininig che fanno bene, ma riguarda solo la sicurezza. Fanno solo due giorni di training e il focus è sulla sicurezza.

Leswing: Come si chiama la piattaforma mobile di cui parlavi prima?

Zeng: Ricordo solo quella cinese. Si chiama 掌知识 (Zhang Zhishi). È una piattaforma online su cui Apple carica un sacco di corsi sulla sicurezza, a volte anche sui percorsi professionali.

Leswing: E vengono caricati dalla Apple?

Zeng: Credo abbiano detto che hanno sviluppato questa piattaforma con Apple. Gli operai si possono connettere per imparare cose sui materiali.

Ti terrorizzano. Il primo giorno ci hanno detto: “Ok, segnatevi tutti questo codice QR. Scannerizzatelo sul vostro telefono e scaricate questa app. E se non la scaricate domani non verrete assegnati alla catena di montaggio ”.

Quindi tutti l’hanno scaricata, e a volte, mentre lavori sulla catena di montaggio, il manager dice “Avete tutti scaricato questo? Ricordatevi che dovete scaricarlo”.

Dopo il secondo corso di formazione, ci danno i vestiti, i cappelli, le ciabatte — sono rosa, e il cappello è blu. I pantaloni sono blu e le ciabatte scure.

Leswing: E ti danno solo un completo?

Zeng: Ne ho avuto solo uno, di ogni cosa, quindi nel weekend dovevo lavarli e a volte la gente non li lava per un’intera settimana. Si suda. Si comincia a puzzare davvero molto. Alcuni colleghi puzzano proprio. Ma ti danno solo un completo— è questo il problema.

E devi indossare ogni cosa quando entri in fabbrica. Sono molto severi su questo.

Ecco un dettaglio che ricordo: quando è venuto il capo della fabbrica, ha detto, “Ascoltate, siete incinte? Alzate la mano”. E nessuno l’ha alzata. E poi ha detto “Se credete che vi stancherete troppo stando in piedi, potete venire da me adesso”.

E poi ha detto: “Se siete studenti lavoratori, se lavorerete qui meno di tre mesi, per favore alzatevi”. E anche qui nessuno si è alzato. Il motivo per cui l’ha fatto è che se qualcuno si fosse alzato avrebbe perso il lavoro.

Leswing: Oh, wow.

Zeng: Ci siamo anche dovuti fare delle iniezioni. Abbiamo dovuto vaccinarci. Ma prima di vaccinarci ci hanno detto che se avevamo qualche malattia grave, o se avevamo qualcosa che non andava col nostro sistema immunitario, riferendosi a gente sieropositiva, dovevamo alzarci. E ci hanno fatto alcune domande prima di farci le iniziazioni. L’ho visto come una violazione della privacy dal momento che eravamo in una grande stanza con oltre 100 persone.

Il quarto giorno siamo tornati e abbiamo fatto altra formazione.

Quei training riguardano più che altro gli standard Apple. Ti dicono: “Ecco alcune cose a cui il nostro cliente tiene particolarmente” inclusi gli straordinari involontari e il lavoro minorile. Hanno elencato le 4 o 5 violazioni fondamentali che più interessano alla Apple.

Ci sono tutti i tipi di corsi di formazione, persino sul costruire relazioni tra colleghi o su come gestire i propri soldi — ogni tipo di cose. Ma si capiva che il training era stato richiesto dalla Apple, perché dopo il corso abbiamo dovuto fare un test scritto e le risposte erano tutte relative ai training fatti.

Abbiamo fatto un paio di test perché ci sono alcuni training che andavano fatti su più giorni. Ma li abbiamo fatti tutti in una volta e poi fatto i test. C’era un test che era molto difficile. La prima domanda riguardava la traduzione di termini dal cinese all’inglese, e io non ho neanche capito alcune parti in inglese.

Leswing: Il tuo inglese è fantastico però.

Zeng: Per il test più difficile ci hanno fornito loro le risposte, e ci hanno detto di scrivere semplicemente quello che ci avevano detto. Dopo tutti i test abbiamo fatto una valutazione sulla formazione.

Ci hanno dato la valutazione da fare — “come ti è sembrato il training?”. Stanno molto attenti a quel pezzo di carta. Hanno detto: “Non fate nessun errore. Abbiamo bisogno che questo foglio sia molto pulito, con nessuna modifica”.

Era una scala dove 1 era il peggio e 5 era il meglio. Ci hanno detto che potevamo mettere 4 o 5. E quindi tutti hanno messo 4 o 5 e lo hanno consegnato.

Un’altra cosa da menzionare è il lavoro forzato. Voglio aggiungere che ci sono subappaltatori che sequestrano i documenti dei lavoratori. Alla Pegatron, i lavoratori arrivano in modi diversi. Alcuni sono reclutati direttamente. Altri sono mandati da subappaltatori  — Pegatron ha una relazione con loro. Quando mandano gente, se quella gente riesce a lavorare alla Pegatron per più di 20 giorni, Pegatron gli paga una certa quantità di soldi per averglieli mandati. Quindi è un business enorme. Tutti gli edifici vicini alla fabbrica sono di compagnie che fanno questo.

Conosco tutti gli operai, alcuni dei miei amici sono i miei compagni di stanza — e sono arrivati tutti attraverso quel canale.

Sono stati reclutati da subappaltatori. Devi dar loro il tuo documento di identità. E poi se riesci a restare in fabbrica oltre 20 giorni, ricevi 800 yuan o comunque qualcosa. È una bella cifra per [gli operai], ma è un pagamento una tantum.

Quindi ottengono soldi extra se vanno attraverso quel canale [di referenze]. È una questione molto complicata.

Leswing: Ma gli agenti, i subappaltatori, trattengono i documenti dei lavoratori?  Pensi che stiano sorvegliando tutte le violazioni?

Zeng: Pegatron ha un sistema di sondaggi che accoglie le lamentele dirette dei lavoratori. È un buon sistema, ma non è stato implementato in tutte le fabbriche Pegatron, almeno non in quelle in cui io ho lavorato.

Hanno un sistema di reclami, ma chi li gestisce? Un lavoratore della fabbrica. Quindi alla fine si presentano reclami sulla fabbrica al personale della fabbrica.

Io ho presentato un reclamo per essere stato costretto a fare straordinari, io non volevo farlo ma il mio manager non mi ha permesso di andarmene prima.

E loro non vogliono che io presenti un reclamo per questo. Quindi non credo che il sistema stia funzionando. Ma direi che se Apple ha un sistema che consiste nel presentare i reclami direttamente ad Apple, questo potrebbe essere meglio, come quello che succede alla Foxconn. È un suggerimento molto concreto che faccio ad Apple. [Nota del redattore: Apple ha detto a Business Insider di avere dipendenti in loco alla Pegatron ogni giorno per supportare le sue operazioni oltre che per monitorare se la fabbrica è conforme agli standard Apple.]

Leswing: Dimmi del tuo primo giorno alla Pegatron.

Zeng: Ti presenti davanti alle fabbriche e vedi un sacco di gente in fila, che aspetta, con il proprio bagaglio. Ci sono due membri dello staff seduti a un tavolo con i loro computer.  Vai verso di loro  e ti chiedono un documento di identità, lo strisciano e lo registrano nel loro computer, e poi, più tardi, chiedono la mano. Ti guardano le mani per vedere se sono intatte e poi ti chiedono di recitare l’alfabeto in inglese.

Leswing: Perché?

Zeng: Perché usi lettere in inglese sulla catena di montaggio. Per esempio la mia stazione era chiamata E26. A volte devono usare lettere inglesi.

Leswing: La maggior parte dei cinesi conosce l’alfabeto inglese?

Zeng: Alcuni. E se davvero vogliono ottenere questo lavoro chiedono ai loro colleghi di insegnarglielo. Sono solo 26 lettere. A volte la gente sbaglia, ma è solo una procedura. Anche se lo finisci a stento, ti lasceranno entrare comunque.

Dopo prendono le tue impronte digitali, e poi hai bisogno di fare una visita medica. Paghi 70 yuan per la visita.

Leswing: Devi pagare? E che succede se ti presenti senza soldi?

Zeng: Li prendi in prestito da altre persone.

Controllano tatuaggi, sangue ed altre cose. Se risulti positivo all’HIV o sei incinta, non credo sarai ammesso.

Per le donne incinte sono sicuro che non si è ammesse. Per i sieropositivi non sono sicuro. Il medico è stato molto esplicito, anche prima che pagassimo. Ha detto: “Ascoltate, se siete incinte o se avete un tatuaggio di oltre 10 centimetri non siete ammessi in fabbrica, quindi non preoccupatevi di fare la visita medica”.

Il giorno successivo ci sono un sacco di documenti per il conto in banca e cose così. E poi abbiamo anche bisogno di fare il riconoscimento facciale, perché quando entri in fabbrica effettuano il riconoscimento facciale oltre a strisciare il tuo pass.

Tu registri quelle informazioni e loro preparano il tuo pass di riconoscimento.

Il terzo giorno inizi ad essere pagato. Dopo aver firmato il contratto iniziano la formazione.

Leswing: Quali sono le cose più importanti sulla sicurezza ?

Zeng: Ti fanno sapere che se ti ferisci puoi andare in ospedale ed essere rimborsato. Questa è una buona cosa.  E considerano un sacco di cose come “infortuni sul lavoro”. Per esempio se ti schizzi acqua calda, mentre stai prendendo acqua dalla fontana, e ti bruci, ti pagano per questo.  Se ti rompi una gamba mentre stai lavorando al piano di sotto della fabbrica, ti pagano. Ed è una cosa buona.

Dopo il corso sulla sicurezza, ce ne era un altro sullo stipendio.  Riguardava straordinari, previdenza sociale, e la piattaforma per cellulari WeChat. Hanno coperto tutti questi argomenti ma l’oratore parlava velocissimo.

Voglio dire, era chiaro che non aveva neanche voglia di farlo. Ho prestato il 100% della mia attenzione cercando di prendere appunti, ma non ci sono riuscito. Era troppo veloce, l’intera presentazione è finita in 20 minuti.

Leswing: E questo riguardava i tuoi soldi.

Zeng: Riguardava i miei soldi! Era molto importante. Riguardava come vengo pagato. Ho appreso della paga dei miei straordinari più avanti, sulla piattaforma mobile che aveva le slide sull’argomento.

Se davvero succederà, se le fabbriche si spostassero davvero negli Stati Uniti, non credo che creerebbero molti posti di lavoro. Vedrei piuttosto i lavoratori rimpiazzati dalla macchine, perché molto del lavoro che vedo nelle fabbriche può, in realtà, essere svolto dalle macchine.

Leswing: Quanto hai guadagnato nelle tue sei settimane a Pegatron?

Zeng: Sono stato lì un mese e mezzo, sei settimane.

Allora un giorno mi hanno pagato il mese. Quindi per il primo mese ho preso 3100 yuan, che sono circa 423 euro.

Leswing: Non abbastanza per comprare un iPhone.

Zeng: Proprio no — e questo è per la produzione di un mese. E poi ho preso l’altra metà mese di 1500 yuan.

Leswing: E credi che fosse in linea con quanto prendono i tuoi colleghi?

Zeng: Sì, la gente prende più o meno lo stesso. Ma la cifra di cui ti parlo è il salario di base più il pagamento dello straordinario.

[Nota del redattore: Apple ha detto a Business Insider che il salario base  alla Pegatron è aumentato di oltre il 50% negli ultimi 5 anni ed è più alto del salario minimo di Shanghai.]

Il salario base è molto basso. Lo stipendio è 2320 yuan, ed è fissato dal governo della città di Shanghai. Quindi questo rispetta giusto il salario minimo. E poi c’è lo straordinario, il suo pagamento viene aggiunto al salario minimo, che è lo stesso per tutti in città.

Leswing: Qui negli Stati Uniti ora abbiamo il Presidente Trump, e una delle sue grandi battaglie è di riportare la manifattura negli Stati Uniti.

Zeng: Dal punto di vista del lavoro, non credo sia molto realistico pensare di riportare produzioni a lavorazione intensiva negli USA. Pensate solo ai salari: i cinesi stanno prendendo 2320 yuan, che sono circa 400 dollari al mese.

Quanto bisognerà pagare gli operai americani con un salario minimo?

Se davvero succederà, se le fabbriche si spostassero davvero negli Stati Uniti, non credo che creerebbero molti posti di lavoro. Vedrei piuttosto i lavoratori rimpiazzati dalle macchine, perché molto del lavoro che vedo nelle fabbriche può, in realtà, essere svolto dalle macchine.

Leswing: Cosa raccomanderesti a un consumatore americano o europeo preoccupato da questi temi relativi ai diritti umani, come possono favorire un cambiamento?

Zeng: questa è una questione davvero spinosa perché credo che boicottare o fermare i consumatori dall’acquistare prodotti Apple non sia realistico. È molto difficile mobilitare così tanta gente per farla smettere di acquistare il marchio.

Bisogna parlarne di più. Condividere più storie sui propri social media, ed essere consapevoli, ogni giorno che usiamo il nostro iPhone, che ci sono un sacco di persone che lavorano giorno e notte per costruire questo tipo di oggetto [tira fuori il suo iPhone SE] che noi stiamo usando. Ci sono le mani di esseri umani dietro.

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