2017- ISTAT E UNIVERSITA’ LA SAPIENZA: DUE RAPPORTI CON CONCLUSIONI SIMILI nel fotografare la realtà italiana – La STAGNAZIONE SECOLARE che sta colpendo l’Italia (e buona parte d’Europa) stravolge la separazione tra ricchi, poveri e una volta il predominante ceto medio – COME SUPERARE IL MOMENTO DIFFICILE?

Dal panorama sociale italiano scompaiono il ceto medio e la classe operaia, mentre aumentano le diseguaglianze: è questa la fotografia, con tante ombre e poche luci, scattata dall’ISTAT nel suo report annuale del 2017 (immagine da http://www.newsitaliane.it/)

   Parliamo (e presentiamo) qui due studi importanti di analisi della realtà italiana (ma in parte anche europea) che sono stati presentati nelle scorse settimane. E che entrambi servono a capire “come siamo cambiati”, come società italiana, e come la lunga infinita crisi economica sta “mordendo” di più alcune categorie rispetto ad altre.

La RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA è stata presentata il 17 maggio scorso dall’ISTAT. Vi è una sempre più una SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e un ANCOR PIÙ FORTE DIVARIO NORD SUD. IN DIFFICOLTÀ SOPRATTUTTO LE FAMIGLIE DI STRANIERI A BASSO REDDITO, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Per una lettura della stratificazione sociale (non più solo ricchi, poveri e ceto medio) l’ISTAT propone ben 9 NUOVE CATEGORIE SOCIALI (per leggere la realtà, sempre più frammentata), che sono: 1) I GIOVANI blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) LE FAMIGLIE DEGLI OPERAI IN PENSIONE con reddito medio – 3) LE FAMIGLIE A REDDITO BASSO CON STRANIERI, le più colpite dalla crisi – 4) A REDDITO BASSO CON SOLI ITALIANI – 5) FAMIGLIE TRADIZIONALI della provincia – 6) ANZIANE SOLE E GIOVANI DISOCCUPATI – 7) FAMIGLIE BENESTANTI di occupati – 8) FAMIGLIE CON PENSIONI D’ARGENTO – 9) CLASSE DIRIGENTE

   Il rapporto ISTAT per il 2017 presentato il 17 maggio scorso (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA), mette subito in rilievo la SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e il FORTE AUMENTATO DIVARIO TRA NORD E SUD. In difficoltà soprattutto, più di tutti le famiglie di stranieri a basso reddito (così si legge nel rapporto dell’Istituto di statistica nazionale).

   Per l’Istat sono così necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata. la perdita del senso di appartenenza a un classe sociale ha investito con più forza classe operaia e piccola borghesia. Da qui l’Istat per la prima volta riconosce una complessità nella stratificazione sociale non più omologabile tra ricchi, poveri e (ex)predominante classe media.

(Leggi il rapporto ISTAT 2017:

https://www.istat.it/it/files/2017/05/RapportoAnnuale2017.pdf )

   Qualcuno già nel 1977, lo studioso Alberto Asor Rosa, aveva proposto una suddivisione sociale del tutto originale ma inoppugnabile. Cioè un Paese suddiviso in due categorie: il vasto MONDO DEI GARANTITI, fatto di dipendenti pubblici e di dipendenti privati protetti da Statuto dei lavoratori e sindacati. Dall’altra la SOCIETÀ DEL RISCHIO, fatta di lavoratori autonomi, dipendenti delle piccole imprese, lavoratori precari delle imprese maggiori. Ora tutto sta diventando un po’ diverso, in parte (le garanzie esistono ancora ma minori, la licenziabilità è possibile…) (in uno degli articoli che vi proponiamo in questo post, Luca Ricolfi individua l’aggiunta ora di una “terza società”, cioè di quelli che sono “OUT”, fuori… dal lavoro, da ogni reddito…fuori da tutto…

   Ma restando senza divagazioni ulteriori sul tema del rapporto Istat, l’Ente di Statistica quest’anno individua la società italiana suddivisa in 9 categorie, nove soggetti sociali: 1) i giovani blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) le famiglie degli operai in pensione con reddito medio – 3) le famiglie a reddito basso con stranieri, le più colpite dalla crisi – 4) a reddito basso con soli italiani – 5) famiglie tradizionali della provincia – 6) anziane sole e giovani disoccupati – 7) famiglie benestanti di occupati – 8) famiglie con pensioni d’argento – 9) classe dirigente. Negli articoli che seguono si parlerà anche di questo.

   Dall’altra è stato presentato il 15 maggio all’Università “la Sapienza” di Roma il «RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti». E qui il titolo, la parola che ne è uscita come dominante, dagli studi, analisi e ricerche degli studiosi di economia, è quella che è stata chiamata STAGNAZIONE SECOLARE. Questa è un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, e l’autore di questo rapporto sullo stato sociale edito da La Sapienza, FELICE ROBERTO PIZZUTI, la ha usata come elemento predominante dato dall’analisi sociale ed economica del momento che stiamo vivendo.

LA NUOVA STAGNAZIONE SECOLARE – I temi del rapporto sullo stato sociale 2017 – Rapporto sullo Stato sociale, che è stato discusso il 15 maggio scorso all’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA. Da dodici anni il Rapporto, promosso e coordinato da FELICE ROBERTO PIZZUTI ma alla cui elaborazione hanno partecipato 27 economisti, è un appuntamento importante per fare il punto sulle situazione del welfare in Italia (confrontata con quella degli altri paesi europei), ma non è ricco solo di statistiche: propone anche analisi originali. Quest’anno è stata dedicata particolare attenzione ai temi della “STAGNAZIONE SECOLARE” (un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen per descrivere il perdurare della crisi del ’29), della PRODUTTIVITÀ, delle DISUGUAGLIANZE, del REDDITO MINIMO e vari altri (qui l’indice del volume). – Si affronta la questione della “GRANDE RECESSIONE” INIZIATA NEL 2007-2008 e le sue connessioni con L’IPOTESI CHE SIA IN ATTO UNA “STAGNAZIONE SECOLARE”. Approfondendo poi i temi specifici dello stato sociale in Europa e in Italia, anche attraverso l’analisi delle più recenti riforme e delle tendenze DEL MERCATO DEL LAVORO, DEL SISTEMA SCOLASTICO E UNIVERSITARIO, PREVIDENZIALE E SANITARIO, DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI E DELL’ASSISTENZA

   Il «rapporto sullo Stato sociale 2017» è alla sua dodicesima edizione, e, come detto, è edito da Sapienza Università Editrice, e anche per questo presentato il 15 maggio alla Facoltà di Economia a Roma. Per descrivere le conseguenze della «SECONDA GRANDE RECESSIONE» esplosa nel 2007-2008 (dopo quella del ’29 del secolo scorso) si è, appunto, usato il termine di STAGNAZIONE SECOLARE che, specificatamente, in economia, è un’espressione utile per descrivere lo squilibrio prodotto all’eccesso di risparmio rispetto al drastico calo degli investimenti che spinge in basso il tasso d’interesse reale. E la stagnazione impera.

(Leggi la sintesi del RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE, edito dall’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA e curato da FELICE ROBERTO PIZZUTI: Pizzuti_Rapporto SULLO STATO SOCIALE 2017_Estratto_Universita la Sapienza )

Felice Roberto Pizzuti, estensore e coordinatore del lavoro che ha portato al RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017

   Il ritorno alla crescita, rivendicata dalle principali istituzionali economiche globali e dai governi, non sembra così produrre significativi passi in avanti in termini di aumenti di ricchezza (salari) e di produttività, mentre la ripresa dell’occupazione avviene solo attraverso la moltiplicazione del precariato, niente di più, una «crescita senza occupazione fissa». Si può accettare di riconoscere che di più è impossibile fare: basta dirselo.

   “Stagnazione secolare” che, si badi bene, non coinvolge solo l’Italia ma buona parte dell’Europa. Appunto, solo con la crisi del ’29 del secolo scorso si era notata una cosa simile. E allora si è risolta (si fa per dire…) con la carneficina della seconda guerra mondiale. Pertanto sono analisi, e precedenti preoccupanti….sul nostro futuro immediato e più lontano.

Presentazione il 15 maggio alla Sapienza di Roma del Rapporto sullo stato sociale 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti

   Come allora rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.

   Qui ora le teorie si sprecano, ma par di capire che tutti condividono che gli investimenti devono essere di qualità, innovativi, nel rispetto delle persone, dell’ambiente, nell’individuare le nuove tecnologie che avanzano sempre più, e nell’avere a che fare con persone istruite, coscienti di sè….

   Pertanto serve sì REDISTRIBUIRE IL REDDITO, LA RICCHEZZA in modo diverso, più equo…. Ma questo non può bastare…

   Altri modi di intervenire? “Intervenire a correggere i meccanismi redistributivi è importante, ma non risolutivo” – è l’opinione di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat (di cui in questo post proponiamo un suo articolo che spiega la metodologia del lavoro fatto nel creare il Rapporto 2017) – perché, dice Alleva,  “per dare respiro al futuro di milioni di individui e nuovo slancio al sistema economico, è necessario operare a monte…. e il mezzo primario di promozione sociale è l’istruzione e la formazione del capitale umano….Pertanto investire sulla formazione del capitale umano e più in generale sull’innovazione (tecnologica, economica e sociale) e sulla modernizzazione delle istituzioni è una strada obbligata per lo sviluppo della società e del sistema economico, nell’intero territorio nazionale”. Speriamo che si inizi. (s.m.)

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ISTAT 2017 (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA)

ITALIA PAESE DI VECCHI. SCOMPAIONO CLASSE OPERAIA E PICCOLA BORGHESIA

17.05.2017, di Redazione Online/ANTONELLA SERRANO, di http://tg.la7.it/economia/

– Scarsa mobilità sociale e forte divario nord sud. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri a basso reddito, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Sono necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata –

   Italia ‘UN PAESE PER VECCHI’. Dove gli over 65 sono il 22% della popolazione, primato europeo, e dove sette giovani (under 35) su dieci rimane in famiglia, perché non ha un reddito sufficiente per essere indipendente. Italia paese sempre più bloccato dove crescono le diseguaglianze, anche in una stessa classe, e dove scompaiono invece la classe operaia e la piccola borghesia mentre nascono nuovi gruppi sociali,creati dall’Istat per capire la società in evoluzione. Italia paese diviso, dove aumenta l’antico divario tra il nord e il sud.

   Sono i capitoli più significativi della relazione annuale sullo stato sociale dell’Italia, presentato il 17 maggio scorso dall’Istat, alla Camera.

Quest’anno, per la prima volta, sono state prese in esame nove chiavi di lettura, che non identificano più le pure e semplici classi sociali, perchè la crisi ha complicato e frammentato tutto. Per l’Istat “la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”. In particolare “hanno perso il loro senso di appartennza la piccola borghesia e la classe operaia” sottolinea ancora l’Istat. Progressivamente si sta perdendo “l’identità di classe”.

Ecco le nove categorie per capire il paese, in base al reddito equivalente medio, che sostituiscono le tradizionali classi sociali : 1) i giovani blue-collar (colletti blu: lavoratori manuali, operai…) (molte coppie senza figli, età media 45 anni)  2) le famiglie degli operai in pensione con reddito medio 3) le famiglie a reddito basso con stranieri, le più colpite dalla crisi 4) a reddito basso con soli italiani 5) famiglie tradizionali della provincia 6) anziane sole e giovani disoccupati 7) famiglie benestanti di occupati 8) famiglie con pensioni d’argento 9) classe dirigente

   Stanno bene le categorie che appartengono alla classe dirigente, le famiglie di impiegati, e i pensionati d’argento. In difficoltà particolarmente le famiglie a reddito basso con stranieri, e italiane, le anziane sole e i giovani disoccupati. Il 40% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese.

   Come intervenire? “Intervenire a correggere i meccanismi redistributivi è importante, ma non risolutivo” – l’opinione espressa oggi da Giorgio Alleva, presidente dell’Istat – perché  “per dare respiro al futuro di milioni di individui e nuovo slancio al sistema economico, è necessario operare a monte”. “Mezzo primario di promozione sociale è l’istruzione e la formazione del capitale umano”.

   “Investire sulla formazione del capitale umano e più in generale sull’innovazione (tecnologica, economica e sociale) e sulla modernizzazione delle istituzioni è una strada obbligata per lo sviluppo della società e del sistema economico, nell’intero territorio nazionale”.

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RAPPORTO ISTAT: PERCHE’ I NOVE GRUPPI SOCIALI (PER CERCARE DI CAPIRE MEGLIO UN’ITALIA PROFONDAMENTE CAMBIATA)

18/05/2017, da http://engim.org/

   Nell’epoca della grande crisi la struttura sociale dell’Italia è divenuta molto più complessa, le tradizionali categorie o classi non sono più adeguate a rappresentare la sua articolazione. Per questo l’Istituto nazionale di statistica, nel suo 25° rapporto annuale presentato il 18 maggio a Roma, ha provato a suddividerla in nove gruppi sociali, con un APPROCCIO “MULTIDIMENSIONALE”: alla COMPONENTE ECONOMICA (reddito, condizione occupazionale) sono state associate quella CULTURALE (titolo di studio) e quella SOCIO-DEMOGRAFICA (cittadinanza, dimensione della famiglia, ampiezza demografica del comune di residenza). Il REDDITO (il reddito equivalente, per l’esattezza, cioè quello rapportato alle condizioni reali delle famiglie) resta l’elemento prevalente ma non esclusivo e questo, spiegano all’Istat, ha consentito di allargare molto il campo visuale e allo stesso tempo di andare più in profondità. Da questo la suddivisione in nove gruppi (come sopra riportato)(…).

   L’Istat osserva che la perdita del senso di appartenenza a un classe sociale ha investito con più forza classe operaia e piccola borghesia, che si ritrovano frammentate in più gruppi dei nove, mentre la classe media impiegatizia è ben rappresentabile (l’83,5% si ritrova nel gruppo “famiglie di impiegati”) e così pure la borghesia all’interno del gruppo “classe dirigente”. (Fonte: Agensir)

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UNIVERSITA’ LA SAPIENZA 2017 (RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE)

RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017. IN EUROPA LO SPETTRO DELLA STAGNAZIONE SECOLARE

di Roberto Ciccarelli, da “IL MANIFESTO” del 16/5/2017

– Austerità. Presentato alla Sapienza di Roma il «Rapporto sullo stato sociale 2017»: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti –

   Uno spettro si aggira per l’Europa, e non solo: la stagnazione secolare. L’espressione, coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, è stata riattualizzata da Lawrence Summers, già segretario al Tesoro negli Stati Uniti. Felice Roberto Pizzuti l’ha usata nel «RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017» – giunto alla XII edizione, edito da Sapienza Università Editrice e presentato il 15 maggio scorso alla Facoltà di Economia a Roma – per descrivere le conseguenze della «seconda grande recessione» esplosa nel 2007-2008.

   IL RITORNO ALLA CRESCITA, rivendicata dalle principali istituzionali economiche globali e dai governi, NON SEMBRA PRODURRE SIGNIFICATIVI PASSI IN AVANTI in termini di aumenti di salari e di produttività, mentre LA RIPRESA DELL’OCCUPAZIONE AVVIENE ATTRAVERSO LA MOLTIPLICAZIONE DEL PRECARIATO, utile a nascondere agli occhi delle statistiche l’anomalia di una «crescita senza occupazione fissa».

«STAGNAZIONE SECOLARE» è un’espressione utile per descrivere lo squilibrio prodotto all’eccesso di risparmio rispetto al drastico calo degli investimenti che spinge in basso il tasso d’interesse reale.

   Oggi, anche a causa della «trappola della liquidità» prodotta dalle politiche di allentamento monetario («Quantitative Easing») intraprese dalle banche centrali (e dalla Bce in Europa) e dall’impiego restrittivo della politica fiscale, la domanda è scoraggiata.

   Il progetto, enunciato anche dall’ultimo G7 dei ministri dell’economia a Bari, di rilanciare la crescita partendo da una maggiore «inclusione sociale» è scarsamente credibile perché permangono le cause che hanno portato la crisi: oltre alle politiche di consolidamento fiscale, c’è l’idea di uno sviluppo basato su esportazioni, bassi salari e avanzi commerciali.

   Una visione incardinata nella tradizione ordoliberale tedesca che continuerà a dettare legge anche dopo quest’anno elettorale. La strategia è chiara, e tremenda.

   I paesi, come l’Italia, che l’hanno adottata sin dagli anni Novanta si troveranno, tra pochi anni, in una situazione perfettamente descritta nel rapporto: legioni di lavoratori poveri, precari e discontinui con poche, o nessuna tutela oggi, trasformati in schiere di pensionati impossibilitati a sopravvivere domani, quando avranno superato i 70 anni. E dovranno, non si sa come, continuare a lavorare.

   Il rapporto espone, in maniera cruda, le conseguenze della riforma Fornero: oggi i giovani sono più disoccupati degli over 50, anche a causa del Jobs Act, dovranno lavorare più a lungo precariamente e saranno incapaci di garantirsi una pensione privata integrativa. Davanti alla realtà materiale svanisce l’utopia neoliberale del soggetto-impresa, pilastro delle riforme previdenziali e del mercato del lavoro.

   SIAMO SEDUTI SU UNA BOMBA SOCIALE E LO IGNORIAMO.

LA SOLUZIONE, si sostiene nel rapporto, è «ampliare e ridefinire il ruolo del pubblico». Il recupero di una politica economica potrebbe sopperire agli squilibri del mercato, adottando un welfare mirato a una redistribuzione del reddito e una politica degli investimenti verso ricerca, innovazione e sviluppo.

Obiettivi mancati dal piano Juncker e che restano sullo sfondo della vagheggiata riforma dell’Ue «a due velocità». Soluzioni di ben altro rilievo istituzionale, e costituzionale avrebbe bisogno un’Unione Europea.

IL «REDDITO MINIMO GARANTITO» è una delle soluzioni sostenute dal rapporto. Si tratta di un argomento ancora spinoso per la sinistra che lo confonde con la sua trattazione liberista.

   In questa chiave l’erogazione del reddito avrebbe «un effetto diseducativo sui comportamenti individuali e della crescita collettiva». Si tratterebbe di una «prestazione assistenziale» mentre il reddito è «uno stimolo alla domanda» per liberare la persona dal ricatto del precariato e per «sostenere la crescita e l’occupazione» soprattutto quando le tendenze depressive dell’economia sono così forti.

   Una misura assente in Italia, un paese che soffre della frammentazione degli ammortizzatori sociali e degli interventi contro la povertà. Una frammentazione, sostiene il rapporto, confermata anche dal Reddito di inclusione (Rei) approvato dal governo Gentiloni, per di più sottofinanziato (1,7 miliardi, ne servirebbero almeno 7 all’anno) e ispirato a logiche workfariste e selettive.

   A questo bisogna aggiungere un’altra peculiarità italiana: quando la crisi si è fatta più dura il Welfare è stato tagliato: il fondo delle politiche sociali è passato dal miliardo del 2004 ai 278 milioni del 2016. E, ancora oggi, non c’è certezza sul suo rifinanziamento. (Roberto Ciccarelli)

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ISTAT 2017 (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA)

CLASSI E GRUPPI SOCIALI NEL RAPPORTO ISTAT 2017

di GIORGIO ALLEVA, 26/5/2017, da “NEODEMOS: Popolazione, Società e Politica” (www.neodemos.info/)

   L’Istat è un istituto di ricerca. Da venticinque anni, il Rapporto Istat annuale – insieme ad altre pubblicazioni che, nel tempo, sono state proposte – rappresenta l’occasione per affiancare alle analisi ordinaria della produzione statistica un contributo alla conoscenza dello stato del Paese. Da alcuni anni l’Istat propone in ogni edizione una chiave di lettura innovativa, a partire dalle statistiche disponibili, allo scopo di suscitare la discussione e offrire la possibilità di linee interpretative diverse da quelle usuali. Due anni fa sono stati analizzati i luoghi e i territori prendendo le mosse non dalle partizioni amministrative, ma dalle geografie funzionali che scaturiscono dalla mobilità delle persone e dall’organizzazione dei luoghi della residenza, del lavoro e delle relazioni sociali.

   L’anno scorso è stata proposta una tassonomia delle generazioni, che ha consentito di leggere il presente e anche di raccontare la storia italiana attraverso le statistiche con gli occhi di quattro donne. In entrambi i casi, le classificazioni proposte avevano carattere sperimentale e rispondevano a due requisiti: consentire la possibilità di passare agevolmente dalla nuova classificazione a quelle più consolidate e viceversa senza perdere informazione; essere fondate su criteri e procedimenti statistici rigorosi e trasparenti, come testimoniano le note metodologiche che le accompagnano. I riscontri sono stati lusinghieri: la comunità scientifica ha riconosciuto all’Istat l’attualità e la rilevanza delle tematiche affrontate, da una parte; la qualità e il potenziale interpretativo delle classificazioni sperimentali proposte, dall’altra. Il riscontro è stato positivo anche a livello internazionale.

L’analisi statistica definisce nove gruppi sociali

La domanda di ricerca specifica alla quale si è cercato di dare una risposta sperimentale nel Rapporto del 2017 è la seguente: è possibile classificare le famiglie sulla base dei flussi di risorse di cui dispongono e di altre caratteristiche correlate al reddito? Il filone di studi in cui l’approfondimento si inserisce ha una tradizione secolare e muove da alcune osservazioni: la società non è omogenea; i redditi che le persone percepiscono sono diversi e, di conseguenza, i flussi di risorse di cui dispongono le famiglie (intese in senso ‘economico’ – si veda il Glossario del Rapporto,) (vedi sopra il link di tutto il Rapporto Istat, ndr) sono anch’essi diversi; le differenze individuali tendono a diventare diseguaglianze, in presenza della possibilità di accumulazione e di trasmissione tra persone; lo stesso meccanismo produce anche agglomerazioni di individui attorno a una o più caratteristiche che li accomunano.

   La statistica ufficiale europea ha una fonte primaria per rispondere a questa domanda: la Rilevazione Eu-Silc sul reddito e le condizioni di vita delle famiglie, che l’Italia conduce annualmente dal 2004 su un campione di 29 mila famiglie per un totale di quasi 70 mila componenti, intervistati su base individuale.

   D’altro canto, la letteratura suggerisce metodi e tecniche sperimentate e consolidate per creare ‘alberi di classificazione’ a partire dalle relazioni rilevate nei dati, e non definite ex ante o a priori.

   Quest’ultimo è un aspetto centrale. Applicare ai dati classificazioni esistenti è certamente utile e necessario: l’Istat, anche con riferimento alle classi sociali proposte dalla letteratura, l’ha fatto molte volte, a partire dal Rapporto annuale del 1999 e da ultimo in quello del 2012. Quest’anno si è applicato un approccio diverso, rinunciando ad assumere ex ante quelle classi come date, ed esplorando invece con uno strumento statistico e a partire dai microdati d’indagine se emergesse una classificazione diversa.

   La ricerca ha dato frutti. I nove raggruppamenti economico- sociali individuati presentano contorni ben definiti attraverso una molteplicità di dimensioni: relative al reddito e alla ricchezza, ai comportamenti di consumo e di spesa, all’uso del tempo libero, alla partecipazione politica e sociale, alla pratica e ai consumi culturali, all’istruzione, all’asimmetria dei ruoli e alla parità di genere, ai luoghi di residenza e di vita a scala regionale e all’interno dei quartieri delle città. Elementi profondi, radicati, tra loro coerenti, che danno identità e stabilità ai gruppi individuati.

Un dibattito critico

Il disegno sperimentale seguito dall’Istat è canonico ma, dal momento che i risultati hanno suscitato oltre che interesse anche qualche polemica, ci sembra doveroso renderne conto alla comunità scientifica e all’insieme di coloro che utilizzano i nostri dati.

   Una critica, profonda, riguarda – si sostiene – l’inversione del rapporto causa ed effetto nell’approccio teorico e metodologico adottato nella ricerca. Ma proprio in questo consiste il diverso approccio che abbiamo deliberatamente scelto e dichiarato fin dall’inizio: non misurare le diseguaglianze a partire dalle tradizionali classi sociali (cosa che del resto facciamo in molte altre sedi, da ultimo con la nota diffusa il 6 dicembre 2016 Condizioni di vita e reddito), ma invece far emergere raggruppamenti economico-sociali a partire dalle tante dimensioni che caratterizzano le diseguaglianze e il loro impatto sulla società.

   Si sono così delineati gruppi omogenei secondo il reddito, corrispondenti a diverse combinazioni di un insieme di variabili importanti nel determinare le differenze nella condizione delle famiglie, in particolare di quella economica. La loro coerenza è stata validata attraverso numerose altre variabili che individuano caratteristiche e comportamenti specifici delle famiglie appartenenti ai gruppi.

   L’obiettivo è quindi differente; è perseguito con un approccio metodologico di carattere inferenziale, reso possibile dalla ricchezza del patrimonio informativo di cui l’Istat dispone. Proprio il confronto tra approcci distinti, che partono da definizioni ex ante ed ex post di categorie sociali, può offrire elementi aggiuntivi nel dibattito sull’eterogeneità della società italiana. L’Istat è aperta al confronto: questa è la tappa successiva alla pubblicazione del Rapporto, per spiegare e discutere l’approccio utilizzato e migliorarlo.

Alcuni punti vanno sottolineati fin d’ora

La scelta del REDDITO EQUIVALENTE come variabile guida è motivata dal suo ruolo (ancorché non esclusivo) nel collocare una famiglia nello spazio sociale. La scelta delle altre variabili è stata limitata dalla loro presenza nell’indagine di riferimento e guidata dall’analisi statistica oltre che concettuale delle diverse specificazioni del modello.

   Ma deve essere chiaro che l’albero di classificazione ottenuto è il risultato del metodo adottato, e non di una scelta ad hoc, e che tutte le condizioni di significatività e rilevanza dei risultati sono state rispettate, come risulta dai test effettuati, disponibili su richiesta.

   Qualche dettaglio può risultare utile. La tecnica statistica adottata non predetermina il numero di partizioni possibili, ma esso tende a crescere esponenzialmente. Ci siamo fermati a nove raggruppamenti, intervenendo anche a ‘potare’ l’albero come la letteratura suggerisce di fare, per trovare un equilibrio tra l’esigenza di sintesi (un numero limitato di gruppi ne facilita la lettura e l’analisi descrittiva) e quella di avere (più) gruppi molto omogenei al loro interno.

   La statistica è utile per operare la sintesi di milioni di comportamenti quotidiani e decisioni individuali; il ritratto collettivo non è meno vero del primo piano del singolo. Sono a disposizione i risultati della classificazione con un numero più elevato di gruppi.

   Quanto all’etichetta data ai gruppi, si tratta di un compito arduo. Il ricercatore deve portare al fonte battesimale i risultati di una classificazione che si fonda non solamente su una variabile, facilmente raggruppabile in classi, ma su una molteplicità di variabili, che rappresentano una pluralità di aspetti.

   Le denominazioni sono quindi opinabili ma dovrebbe essere ovvio che il gruppo delle ‘famiglie della provincia italiana’ non comprende tutte le famiglie residenti in centri di ridotta dimensione demografica. Si tratta di prevalenze, in questo e in altri casi così pronunciate da suggerire un nome. Allo stesso modo, aver individuato il gruppo degli ‘operai in pensione’ non significa che gli altri operai siano scomparsi: al contrario, nel Rapporto è ben descritto che questi si dividono prevalentemente tra i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito.

   Le variabili che suddividono via via i gruppi sono: la partecipazione al lavoro della ‘persona di riferimento’ della famiglia (‘principale percettore di reddito’ secondo Eu-Silc), la professione svolta e il tipo di contratto di lavoro, la cittadinanza, la dimensione familiare, il titolo di studio conseguito.

   Sono tutte variabili con un riscontro nella letteratura sulle classi sociali e tradizionalmente considerate nelle analisi dell’Istat. La loro combinazione e il ruolo che svolgono nel processo di definizione dei gruppi permettono però di individuare elementi che aggiungono informazione; emergono con chiarezza due configurazioni.

   Oltre alla situazione professionale, sempre importante, e alla presenza di uno straniero in famiglia, spesso penalizzante, nei gruppi a reddito più basso giocano ruoli di maggiore rilievo LA DIMENSIONE FAMILIARE (sono svantaggiate non soltanto le famiglie numerose, ma anche quelle di quattro persone, che fino a qualche anno fa erano la norma), e IL FATTO CHE LA PERSONA DI RIFERIMENTO SIA OCCUPATA (che rappresenta invece un vantaggio). Nei gruppi a reddito più alto, è sempre il titolo di studio a marcare le differenze.

   IL TITOLO DI STUDIO RIMANDA A UNA FORMA DI TRASMISSIONE EREDITARIA DELL’APPARTENENZA SOCIALE. Anche IL TITOLO DI GODIMENTO DELL’ABITAZIONE, un’approssimazione della ricchezza delle famiglie (che l’Istat non rileva direttamente), si presta a essere considerato per la sua trasmissione fra generazioni.

   La variabilità residua che sussiste nei gruppi permette di apprezzare come persone appartenenti a famiglie con caratteristiche simili (condizione professionale e titolo di studio della persona di riferimento, titolo di godimento dell’abitazione e così via) possano generare redditi eterogenei e, viceversa, come un reddito simile possa essere conseguito da persone e famiglie con caratteristiche e percorsi di vita diversi.

Innovare, valorizzando il patrimonio informativo

In conclusione, l’Istat non ha inteso rinnegare le analisi sulle diseguaglianze e sulla distribuzione del reddito, che continua a fare in via ordinaria, ma produrre informazione ulteriore, ‘di seconda lavorazione’. Non ha neppure inteso soppiantare classificazioni che hanno una tradizione importante e conservano una grande capacità interpretativa. Meno che mai ha pensato di eliminare le classi sociali, quanto meno non dal dibattito scientifico: se la statistica avesse la possibilità di cancellarle dalla realtà, la rivoluzione del 1917 l’avrebbe fatta Markov e non Lenin! Ciò che abbiamo proposto sono un metodo e una classificazione, non una visione del mondo.

   Di questo metodo e di questa classificazione siamo pronti a discutere: stiamo già organizzando un convegno in cui inviteremo chi ha mosso critiche a confrontarsi con noi e con l’intera comunità scientifica.

Quello che riesce più difficile accettare è che vengano attribuite all’Istat affermazioni od omissioni che non ci appartengono. Ad esempio, suggerire che i ricercatori abbiano ‘privilegiato’ la condizione professionale rispetto a tutte le altre dimensioni è falso: la condizione professionale emerge statisticamente, tra le sette variabili indipendenti considerate nel modello, come quella che per prima bipartisce l’insieme dei redditi (familiari equivalenti) in due grandi gruppi.

   È lo stesso metodo a dare risposta alla domanda se l’istruzione, o la numerosità della famiglia, siano altrettanto o più importanti: sono statisticamente meno importanti. Per avere risposta ad altre domande che pure sono state poste, ad esempio dove stiano e che caratteristiche abbiano le famiglie in povertà assoluta, se facciano differenza il numero di percettori di reddito, il loro genere, la regione o la tipologia comunale di residenza, è sufficiente (ma anche necessario) leggere le 270 pagine del Rapporto ed eventualmente scaricare dal web i dati che lo accompagnano. (Giorgio Alleva)

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UNIVERSITA’ LA SAPIENZA 2017 (RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE)

ISTRUZIONE, ITALIA MAGLIA NERA D’EUROPA

di Giacomo Pellini, da http://sbilanciamoci.info/, del 16/5/2017

– Nel 2014 la spesa per l’istruzione è scesa al 4,1% del Pil, di fronte a una media europea del 5,3%. E il 70% dei nostri adulti non raggiunge un livello minimo e indispensabile di alfabetizzazione. Il Rapporto sullo Stato sociale 2017 –

   La grande crisi esplosa tra il 2007 e il 2008 sarebbe una vera e propria “stagnazione secolare”.

A sostenerlo è il RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017, curato dalla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma. La formula, coniata per la prima volta nel 1938 dal celebre economista Alvin Hansen per descrivere gli effetti della “grande depressione” degli anni ’30, sarebbe ora più che mai attuale.

   Secondo i curatori del rapporto, l’attuale recessione presenterebbe molte analogie con quella che scaturì in seguito al crac di Wall Street del 1929: l’alto tasso di risparmio, i bassi investimenti e il conseguente declino dei tassi di interesse. Tutte condizioni che spingono in basso la domanda, “deprimendola a livelli incompatibili con la crescita”, e vanificano l’effetto di politiche monetarie espansive.

   Come rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.

   E qui cominciano le critiche all’Unione Europea: secondo i curatori dello studio, le politiche sociali comunitarie riflettono “l’inadeguatezza della visione economico – sociale che ha guidato la sua costruzione”. In particolare il contenimento dei bilanci pubblici e la mancanza di investimenti e di piani industriali – in poche parole le politiche di austerity – sono la causa delle scarse performance economiche del Vecchio continente, e non la soluzione. Il veleno scambiato per l’antidoto. Un problema non solo europeo, ma sopratutto italiano, visto che lo studio sottolinea come “la polarizzazione delle condizioni nazionali che ha accompagnato le politiche economiche e sociali affermatesi nell’Unione europea vede l’Italia tra chi ha peggiorato la propria condizione relativa”. Un mix letale che ha portato il nostro Paese nelle condizioni in cui tutti conosciamo.

   La Sapienza sottolinea innanzitutto come l’ITALIA si conferma MAGLIA NERA D’EUROPA PER QUANTO RIGUARDA LA SPESA PER L’ISTRUZIONE, tra le più basse dell’Unione, e in calo costante: nel 2014 è scesa al 4,1% del Pil rispetto al 4,4, del 2010, di fronte a una media europea del 5,3%. Nel Belpaese si spendono 9300 euro per studente, contro gli 11 mila della Francia, gli 11.500 della Germania e i 14 mila di Austria, Regno Unito e Svezia.

   PREOCCUPANTE ANCHE IL TASSO DI ALFABETIZZAZIONE DEI NOSTRI ADULTI: secondo il paper, il 70% di questi non raggiunge un livello “minimo e indispensabile per un positivo inserimento nelle dinamiche sociali ed economiche”. L’insieme dei dati non rende sorprendente che la popolazione italiana tra i 30 e i 34 anni abbia un livello di istruzione molto sotto la media Ue: solo il 25% ha una laurea, contro il 38,7% della media europea e della soglia del 40% raggiunta dai Paesi membri fondatori, valori che nelle regioni del Mezzogiorno raggiungono il 20%.

   Un altro aspetto negativo del sistema d’istruzione italiano è il sistema universitario, molto più ristretto rispetto agli altri Paesi europei: nella media Ue ci sono 4,9 istituzioni universitarie per milioni d’abitanti: in Francia sono 5,6, mentre in Germania 3,9; l’Italia è all’ultimo posto con 1,5%. Il primato aspetta invece alle tasse universitarie, pari a un quarto della spesa totale, contro una media europea del 14% dei Pesi europei del 21% dei Paesi Ocse.

   Per quanto riguarda la SPESA SOCIALE, l’Italia spende il 28,8% rispetto al Pil, una tendenza di poco superiore rispetto alla media europea (28%). Ma la spesa pro capite è in calo e sotto la media: se al dato Eu15 diamo un valore pari a 100, il nostro è sceso di 10 punti nell’arco di 14 anni, da 84 del 2000 a 74 del 2014. I Paesi che spendono di più sono Francia e Danimarca (32,2%), quello che spende meno l’Irlanda (19,3%). Le voci di spesa però sono disomogenee e variano da Paese in Paese: l’Italia registra un RECORD NELLA SPESA PENSIONISTICA (18,5% contro 14,7% dell’Ue) e nella SPESA PER ANZIANI (vicina al 50% insieme a Grecia, Portogallo, Lettonia, Polonia e Romania).

   CATTIVE NOTIZIE ANCHE SUL FRONTE DELLA LOTTA ALLA POVERTÀ: secondo i ricercatori della Sapienza, le persone a rischio esclusione sociale in Europa sono 120 milioni (poco meno di un quarto dei cittadini europei), una percentuale che oscilla dal 14% della repubblica Ceca al 41,3% della Bulgaria. Nei Paesi dell’Europa del Sud la tendenza è ancora in crescita rispetto al 2012, anno in cui i poveri stimati in Italia erano 18 milioni, quasi il 30% della popolazione.

   L’indice comunitario di povertà relativa si attesta invece attorno al 17,3%, mentre quello del Belpaese tocca il 20%. Per quanto riguarda la POVERTÀ ASSOLUTA, l’Italia ha registrato UN MIGLIORAMENTO RISPETTO AL 2015, ma il suo indice è il più alto nell’Ue dopo la Grecia. Forse perché il nostro Paese, insieme al cugino all’ellenico, è l’unico sprovvisto di una misura universale contro la povertà e di garanzia di reddito minimo.

   E nonostante ciò, secondo il documento, tali provvedimenti già esistenti, non sarebbero necessari a portare il reddito dei poveri vicino ai valori previsti dall’Eurostat, del 60% del reddito mediano nazionale pro capite – in alcuni Paesi si arriva a malapena al 20%.

   Tuttavia, secondo la Sapienza, STIMARE LA POVERTÀ È MOLTO DIFFICILE: questo dipende anche dagli altri tipi di prestazioni connesse al welfare, come la spesa sanitaria, i contributi abitativi e le misure assistenziali – difficilmente quantificabili – e anche le diverse condizioni considerate dai sistemi europei, come l’età, la cittadinanza e il tipo di trasferimento monetario.

   Ma quali sono state le politiche “sbagliate” che hanno fatto precipitare l’Italia al fondo della classifica europea? Secondo il Rapporto in primo luogo le politiche sul lavoro e il varo del Jobs Act, che con l’intenzione di ridurre le tutele per i lavoratori e i contributi ai datori per un triennio, non ha rilanciato, se non solo provvisoriamente, la crescita e l’occupazione.

   In secondo luogo l’INVECCHIAMENTO PROGRESSIVO DELLA POPOLAZIONE, che genera effetti economici di rilievo per il nostro sistema di welfare; INVECCHIANO ANCHE GLI OCCUPATI, cosa che ha effetti negativi sul grado di formazione media e sulla produttività, mentre sempre più giovani rimangono senza lavoro (40%) a causa dell’incapacità del nostro sistema di creare nuovi posti di lavoro.

   Ci sono poi POLITICHE DI WELFARE INADEGUATE A CREARE OCCUPAZIONE E A CONTRASTARE LA POVERTÀ E LE DISEGUAGLIANZE; un sistema sanitario disomogeneo che, sopratutto nel Mezzogiorno, non risponde alle esigenze di salute dei cittadini; una contrazione della spesa pensionistica che comporta anche un impulso depressivo per la domanda.

   Nel frattempo SEMPRE PIÙ GIOVANI, conclude lo studio, CERCANO LAVORO ALL’ESTERO nonostante gli investimenti – bassi – nell’istruzione del nostro sistema, mentre i risparmi privati delle famiglie italiane si ricongiungono all’estero con la “forza lavoro più istruita”, dove concorrono ad alimentare “sistemi concorrenziali al nostro”.

   Il tutto mentre in Italia si punta alla riduzione del costo del lavoro per far sopravvivere imprese che operano in settori maturi, con persone di bassa formazione, di origine perlopiù immigrata, che operano spesso con modalità “irregolari se non malavitose”. Almeno su questo ci spetta il primato. (Giacomo Pellini)

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ISTAT 2017 (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA)

L’ISTAT ORA VUOLE ELIMINARE LE CLASSI SOCIALI

di Marzio Barbagli, Chiara Saraceno e Antonio Schizzerotto, 23/5/2017, da LA VOCE.INFO (www.lavoce.info/)

– Nel Rapporto annuale 2017 l’Istat sostiene che le classi sociali sono ormai scomparse dalla società italiana e le sostituisce con nove gruppi. Ma la nuova classificazione è un passo indietro perché debole sotto il profilo concettuale e metodologico. –

Nove gruppi al posto delle classi sociali

Nel Rapporto annuale 2017 l’Istat sostiene che le classi sociali sono ormai scomparse dalla società italiana, che è venuto meno il “senso di appartenenza” a esse, e presenta una nuova classificazione a nove gruppi.

L’affermazione secondo cui le attuali disparità sociali avrebbero frammentato e travolto le vecchie classi sociali non è nuova. Né è nuova l’affermazione secondo cui le persone non si identificano più nelle classi.

Ma proprio nelle due negazioni sta la prima contraddizione del Rapporto: si dichiara la scomparsa delle classi sociali, ma si afferma, per altro senza alcuna evidenza empirica, che i nove raggruppamenti identificati dall’Istat su base statistica sarebbero “strutturali” e fornirebbero “forme di appartenenza e identificazione”, ovvero avrebbero la caratteristica tradizionalmente associata alle classi.

   La debolezza concettuale dell’esercizio diventa metodologica con l’inversione del rapporto tra causa ed effetto. Laddove le classi sono state sempre intese come fattori generativi di disuguaglianza – e non come il suo risultato -, l’Istat procede in direzione contraria.

   Guarda alle diseguaglianze di reddito, di istruzione, di esposizione ai rischi di disoccupazione e di povertà non come effetti dell’appartenenza a un gruppo sociale, bensì come elementi costitutivi di quel gruppo. Considera sì la posizione occupazionale come la prima discriminante, ma in modo concettualmente troppo confuso per essere utile.

   Infatti, i primi due grandi gruppi in cui viene suddivisa la popolazione di famiglie, che poi vengono successivamente articolati in base a una struttura analitica “ad albero”, sono da una parte quelle in cui la persona di riferimento (paradossalmente chiamata “principale percettore di reddito”, anche quando non ne percepisce affatto) è “inattiva o disoccupata oppure lavora ma si colloca nella fascia bassa delle retribuzioni (lavoratore atipico, cioè dipendente con contratto a termine o collaboratore, operaio o assimilato)”, dall’altra tutte le altre.

   Date le premesse, tutti i nove gruppi dell’Istat appaiono scarsamente plausibili sotto il profilo empirico e poco comprensibili sotto quello sostanziale, essendo aggregati eterogenei di soggetti in posizioni sociali e in condizioni di vita assai difformi tra loro.

   Cosa sono le “famiglie tradizionali della provincia”? Forse le famiglie tradizionali non esistono anche in contesti metropolitani? Come fanno i “giovani blu collar” ad avere un’età media di ben 45 anni? E cosa hanno in comune “le anziane sole e i giovani disoccupati” che quasi sempre vivono con i loro genitori? Difficile capirlo.

   Appare invece chiaro che con questa classificazione non sarebbe più possibile studiare la mobilità sociale. L’Istat ci ha presentato in passato ottimi dati sulle probabilità che ha il figlio di un operaio di entrare nella borghesia. Ora non potrà certo chiedersi se chi viene dal gruppo “anziane sole e giovani disoccupati” può passare alle “famiglie tradizionali di provincia” e da qui ai “giovani blu collar”.

Disuguaglianze all’interno dei gruppi

Il Rapporto evidenzia poi che gran parte delle diseguaglianze osservate fra gli appartenenti ai nove gruppi è spiegata da disuguaglianze interne ai gruppi invece che tra gruppi. Tuttavia, non prende il dato come prova della debolezza concettuale e metodologica del proprio esercizio, ma lo utilizza come base della propria tesi della frammentazione sociale e della sparizione delle classi.

   L’analisi dell’Istat avrebbe potuto portare all’identificazione di un insieme discreto di livelli complessivi di benessere (o malessere) socio-economico. A quel punto, però, sarebbe stato necessario stabilire come questi livelli si distribuiscono entro le varie classi sociali o entro le varie categorie occupazionali. Se le classi fossero risultate internamente molto disomogenee, allora Istat avrebbe avuto un buon argomento per affermare che sono scomparse e non costituiscono più la base della stratificazione sociale. Ma così come stanno le cose, l’Istat finisce solo per contraddirsi una seconda volta.

   Negli ultimi venti anni, gli istituti di ricerca privati hanno inondato i giornali di nuove, curiose tipologie sulla società italiana, durate lo spazio di un mattino. Ci auguriamo che l’Istat, un istituto pubblico con una lunga storia di serietà e di rigore, non voglia seguire la stessa strada.

   Nella comunità scientifica europea, per analizzare la stratificazione sociale e i suoi effetti, viene da tempo usato lo schema proposto dal sociologo inglese John Goldthorpe, assai simile agli schemi che l’Istat ha seguito in passato. Non sappiamo se ora l’Istituto intenda sostituirlo con il nuovo schema a nove gruppi che ci ha presentato. Se lo facesse sarebbe un passo indietro, che renderebbe impossibile rigorose analisi comparate. (Marzio Barbagli, Chiara Saraceno e Antonio Schizzerotto)

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L’ITALIA DEGLI ESCLUSI E I «TERREMOTI» SOCIALI

di Luca Ricolfi, da “il Sole 24ore” del 12/2/2017

LA TERZA SOCIETÀ. FONDAZIONE HUME PER IL SOLE ([PDF]La Terza Società – Il Sole 24 Ore )

   Fino a una decina di anni fa, ovvero fino allo scoppio della lunga crisi in cui ancor oggi siamo impigliati, la società italiana poteva, con qualche approssimazione, essere descritta mediante lo schema delle “DUE SOCIETÀ”, una felice espressione dovuta ad Alberto Asor Rosa (che la coniò nel lontano 1977).

   Da una parte il vasto MONDO DEI GARANTITI, fatto di dipendenti pubblici e di dipendenti privati protetti da Statuto dei lavoratori e sindacati. Dall’altra la SOCIETÀ DEL RISCHIO, fatta di lavoratori autonomi, dipendenti delle piccole imprese, lavoratori precari delle imprese maggiori.

   Una frattura, questa fra le due società, che gli studiosi del mercato del lavoro preferivano raccontare con il concetto di dualismo, sottolineando le enormi disparità presenti nel mercato del lavoro italiano fra lavoratori protetti e lavoratori non protetti in materia di licenziamenti, infortuni, malattia, cassa integrazione, disoccupazione.

   Oggi quella frattura esiste ancora, seppur attenuata dalle norme introdotte dal Jobs Act. Accanto ad essa, tuttavia, nel decennio della crisi si è aggravata una ulteriore, ancor più profonda, frattura: quella fra le prime due società (delle garanzie e del rischio), e LA TERZA SOCIETÀ, LA SOCIETÀ DEGLI ESCLUSI.

   Chi sono i membri della Terza società? E che cosa li distingue da quelli delle prime due società? Fondamentalmente la loro esclusione dal circuito del lavoro regolare. Della Terza società fanno parte I LAVORATORI IN NERO, I DISOCCUPATI in senso stretto (che cercano attivamente lavoro), e i disoccupati in senso lato (disponibili al lavoro, anche se non ne stanno cercando attivamente uno).

   Complessivamente si tratta di CIRCA 9 MILIONI DI PERSONE, ovvero di un segmento della società italiana che ormai ha raggiunto una dimensione comparabile a quella degli altri due. Un segmento che, negli anni precedenti alla crisi superava di poco i 6 milioni di persone, ma negli anni fra il 2007 e il 2014 è letteralmente esploso, con un incremento del 40% in soli 7 anni.

   Si potrebbe supporre che la presenza di una sacca di esclusi sia un fenomeno sostanzialmente fisiologico delle società avanzate, specie dopo la lunga crisi che ha colpito le loro economie in questi anni.

   Il DOSSIER DELLA FONDAZIONE HUME SULLA TERZA SOCIETÀ ([PDF]La Terza Società – Il Sole 24 Ore ) mostra però che, in Europa, solo Grecia e Spagna hanno una quota di esclusi superiore a quella dell’Italia, mentre paesi come Germania, Regno Unito, Francia, Austria, Olanda, Belgio, Svezia, Finlandia, hanno quote prossime a metà della nostra. Ma è soprattutto l’analisi del passato che ci aiuta a capire l’importanza della Terza società in Italia. Se, con l’aiuto dei non molti dati statistici disponibili, proviamo ad andare a ritroso nel tempo, scopriamo che la Terza società emerge e riemerge, come un fiume carsico, in diversi periodi della nostra storia.

   Nei settant’anni che vanno dalla fine della seconda Guerra mondiale ad oggi, la Terza società è stata in rapida espansione in almeno tre lunghi periodi: il periodo 1963­-1972, quando l’apparato produttivo italiano si è ristrutturato espellendo forza lavoro debole, un processo a suo tempo descritto da Marcello De Cecco come risposta «ricardiana» alla crisi; gli anni 80 e i primi anni 90, che furono anche gli anni centrali del lungo processo di «scomparsa dell’Italia industriale», a suo tempo descritto da Luciano Gallino; e infine il decennio della lunga crisi iniziata nel 2007, in cui il peso della Terza Società è tornato a crescere a ritmi molto intensi.

In ciascuno di questi tre periodi la Terza società ha accresciuto in modo sensibile il proprio peso rispetto alle altre due, e nell’ultimo, secondo la ricostruzione della Fondazione Hume, ha toccato il suo massimo storico. Oggi, fatta 100 la popolazione attiva o potenzialmente attiva, circa il 30% appartiene alla Terza società, ovvero si trova in una condizione di esclusione.

   Sarebbe un errore, tuttavia, pensare a questo segmento della società italiana solo e semplicemente in termini di povertà, emarginazione, deprivazione. Della Terza società fanno parte i disoccupati in senso stretto (che cercano attivamente un lavoro), e molti lavoratori in nero sfruttati e sottopagati.

   Ma in essa rientrano anche soggetti per i quali il lavoro irregolare è una scelta, o soggetti che non cercano attivamente lavoro perché possono permettersi di non lavorare, come accade per una frazione non trascurabile delle casalinghe e dei cosiddetti Neet (giovani Not in Employment, Education, or Training).

   La Terza società, in altre parole, è sociologicamente una realtà bifronte, fatta di ceti bassi, in condizioni di povertà assoluta o relativa, ma anche di ceti medi, che sopravvivono grazie al lavoro retribuito dei familiari e alle risorse accumulate dalle generazioni precedenti.

   Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se la Terza società abbia anche qualche tipo di rappresentanza nel sistema politico, ovvero quali siano i partiti che meglio riescono ad intercettarne il consenso. Ebbene, anche su questo punto il dossier della Fondazione David Hume fornisce qualche informazione utile, basata su un sondaggio commissionato alla società Ipsos.

   Considerata nel suo insieme, la Terza società si distingue dalla prima e dalla seconda per la sua preferenza per il Movimento Cinque Stelle e per la sua refrattarietà verso Pd e Forza Italia, i due architravi del sistema politico della seconda Repubblica. Se consideriamo separatamente i suoi tre segmenti, lavoratori in nero, disoccupati e scoraggiati, possiamo inoltre osservare che i lavoratori in nero prediligono anche l’estrema sinistra e Fratelli d’Italia, i disoccupati guardano con interesse alla Lega e ai piccoli partiti di centro, mentre i lavoratori scoraggiati (che hanno smesso di cercare lavoro) si orientano in modo più massiccio di qualsiasi altro gruppo sociale verso il movimento Cinque Stelle, che qui raccoglie oltre il 50% dei consensi.

   Difficile dire quali conseguenze potrà avere, nell’immediato futuro, la crescita dell’esercito degli esclusi, massicciamente sovrarappresentati nelle regioni del Mezzogiorno. Possiamo osservare, tuttavia, che le due precedenti grandi onde di espansione della Terza società, quella degli anni ’60 e quella degli anni ’80, sono terminate entrambe con una crisi politica e un radicale cambio di stagione.

   La prima onda è sfociata nel Sessantotto, ossia nel grande ciclo di lotte che ha coinvolto studenti, operai e donne fra il 1968 e il 1976.

   La seconda onda è sfociata nel cambio di regime del 1992­1994, con Mani pulite e il crollo dei partiti della prima Repubblica. Resta da vedere se anche la terza onda anomala, quella che si è dispiegata nel decennio della lunga crisi, produrrà un nuovo terremoto nella società italiana. (Luca Ricolfi)

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MITO E REALTA’ DEL REDDITO DI CITTADINANZA

di Luca Ricolfi, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016

   Di che cosa si parlerà nella prossima campagna elettorale? La mia sensazione è che, dal momento che le idee (e le parole) veramente nuove stanno a zero, finiremo per parlare molto di una cosa che nuova non è, ma nuova finirà per apparire: il reddito di cittadinanza. Fino a ieri presa sul serio solo dal M5S (che ha presentato un disegno di legge più di 3 anni fa), ora l’idea di un reddito di cittadinanza pare interessare anche a destra (è di pochi giorni fa l’apertura di Berlusconi), e crea qualche imbarazzo a sinistra, visto che Renzi non ha perso occasione per prenderne le distanze.

   La ragione per cui il reddito di cittadinanza potrebbe diventare una parola-chiave del dibattito pubblico nel 2017 è la facilità con cui i politici e i media possono manipolarne il significato.

   Facendo credere all’opinione pubblica di proporre una cosa mentre ne stanno proponendo un’altra. Questa è una differenza cruciale fra l’uso delle parole da parte degli studiosi, che è relativamente preciso e stabile, e il loro uso nel dibattito pubblico, che è spesso arbitrario, elastico ed ingannevole.

   Il caso del reddito di cittadinanza è perfetto per mostrare che cosa può succedere quando si gioca con le parole. Per la comunità scientifica reddito di cittadinanza (talora denominato reddito di base) indica un trasferimento universale e permanente a ogni individuo che rispetti certi requisiti minimi di appartenenza a una comunità (o “cittadinanza”), senza alcuna limitazione connessa alla condizione economica, e senza alcun obbligo da assolvere per non perdere il beneficio.

   Il reddito di cittadinanza, in altre parole, è dovuto anche ai “surfisti della baia di Malibù”, per usare il classico esempio di John Rawls, per parte sua convinto che la “società giusta” non debba farsi carico di essi.

Giusto per avere un’idea degli ordini di grandezza, un trasferimento di questo tipo, anche se limitato alla popolazione in età lavorativa, e anche se fissato ad un valore pari alla soglia di povertà assoluta, in un paese come l’Italia costerebbe oltre 350 miliardi l’anno, una cifra che vale circa il doppio dei costi totali della sanità, della scuola e dell’università messe insieme.

   E non è un caso che, inteso in senso proprio, il reddito di cittadinanza esista solo in Alaska, dove poggia sui proventi del petrolio e negli ultimi anni ha oscillato fra i 100 e i 200 dollari al mese per individuo. In Europa un esperimento di reddito di cittadinanza del tutto incondizionato è previsto in Finlandia nel biennio 2017-2018, ma limitatamente a un campione di 2.000 persone.

   La musica cambia completamente quando, dal mondo della ricerca, si passa a quello della politica, e spesso anche dei media. Quando si dice e si scrive che, nell’Unione Europea, solo l’Italia e la Grecia non hanno un reddito di cittadinanza si fa confusione fra reddito di cittadinanza, che è universale e incondizionato, e reddito minimo, che è selettivo e condizionato.

   Quello che hanno quasi tutti i paesi europei (ma non l’Italia) è un reddito minimo, o reddito minimo garantito, che assicuri a chiunque è in età lavorativa, e indipendentemente dal fatto che lavori oppure no, un’integrazione di reddito che lo porti a un livello minimo accettabile.

   L’idea del reddito minimo, in altre parole, è di non permettere a nessuno di scendere al di sotto di una determinata soglia di reddito, o linea della povertà. Qui le legislazioni nazionali differiscono moltissimo, a seconda delle condizioni di accesso, a seconda che la misura sia individuale o familiare, a seconda degli obblighi che può comportare (formazione, ricerca del lavoro). Una misura di questo genere è contenuta nel disegno di legge dei Cinque Stelle (n. 1148, ottobre 2013), assai impropriamente intitolato “istituzione del reddito di cittadinanza”, che garantisce a qualsiasi famiglia in condizione di povertà assoluta di uscire da tale condizione, purché rispetti una serie abbastanza impegnativa di obblighi e adempimenti. Il costo del reddito minimo in versione Cinque Stelle è di circa 16 miliardi di euro, ovvero il 4,4% di quel che costerebbe un vero “reddito di cittadinanza”, universale, incondizionato, e agganciato a una soglia di povertà di circa 800 euro al mese.

   C’è poi un terzo tipo di sostegno del reddito, che è in sostanza quello in vigore in paesi come l’Italia e la Grecia. Non c’è un nome per designarle, e mi permetterò quindi trovarglielo io: è il reddito-Arlecchino. Il reddito Arlecchino è una sorta di reddito minimo per pochi, perché del reddito minimo ha tutti gli obblighi tipici, ma non viene concesso a tutti coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà. È il governo nazionale che decide quali famiglie sono degne dell’aiuto e quali no, mentre ai governi locali (regioni e comuni) si lascia libertà di intervenire con ulteriori sussidi, a loro volta soggetti a ulteriori regole, vincoli, adempimenti che ogni Amministrazione regionale o comunale è libera di introdurre per proprio conto.

   Il reddito-Arlecchino è abbastanza facile da quantificare solo nella sua componente nazionale, dove varia di nome e di importo ad ogni cambio di governo, mentre è difficilissimo da quantificare nella componente locale, che varia enormemente da luogo a luogo, contribuendo non poco a generare diseguaglianze ingiustificate (un vero capolavoro per una misura di perequazione dei redditi).

   A livello nazionale rientrano nel reddito-Arlecchino le misure più o meno automatiche per chi perde un lavoro (come la NASPI e la cassa integrazione) nonché il cosiddetto Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA), una misura di contrasto alla povertà per beneficiare della quale non basta la povertà stessa ma occorre che essa sia accompagnata da qualche aggravante (un disabile, un figlio minorenne, una donna in stato di “gravidanza accertata”).

   Ebbene l’ordine di grandezza del costo di queste misure statali non universalistiche, o reddito-Arlecchino, è di qualche miliardo all’anno, ovvero sensibilmente inferiore al costo del finto reddito di cittadinanza proposto dai Cinque Stelle (16 miliardi), e smisuratamente più basso del costo di un vero reddito di cittadinanza (350 miliardi).

   Il difetto del reddito di cittadinanza è che è ingiusto (surfista di Malibù), e diventa insostenibile appena la cifra erogata sale fino alla soglia di povertà o oltre. Il difetto del reddito minimo è che, per gestirlo, comporta un apparato efficiente, complesso e costoso e, nella versione Cinque Stelle, autorizza comportamenti opportunistici (lavorare diventa conveniente solo se si guadagna di più della soglia di povertà, al di sotto tanto vale incassare il sussidio e fare altro). Il reddito-Arlecchino, quale quello previsto attualmente in Italia, ha gli stessi difetti del reddito minimo in versione Cinque Stelle, senza condividerne il pregio maggiore, ossia la sua capacità di eliminare la povertà assoluta senza discriminare fra poveri aiutabili e poveri non degni di aiuto.

   Ci sarebbe poi un quarto tipo di sostegno al reddito, di cui poco si parla ma che, forse, funzionerebbe meno peggio degli altri tre: l’imposta negativa. Pensata già alla fine dell’Ottocento e riproposta ciclicamente nel corso del secolo scorso, caldeggiata da economisti liberali come Milton Friedman e Friedrich von Hayek, l’imposta negativa ha due vantaggi: non distrugge l’incentivo a lavorare quando il reddito è sotto la soglia di povertà, e può funzionare abbastanza bene anche senza un apparato burocratico di gestione del mercato del lavoro.

   In breve l’idea è questa. Per quanti guadagnano abbastanza da essere soggetti a tassazione (in Italia più di 8000 euro annui, per il lavoro dipendente) nulla cambia. Per coloro che non guadagnano nulla o guadagnano di meno della soglia che individua la no-tax area, e dunque sono “incapienti” (non hanno capacità fiscale), il fisco applica una aliquota negativa (ad esempio il 70%), ovvero colma in parte il gap fra quel che il soggetto guadagna effettivamente e la soglia della no-tax area.

   Esempio: io guadagno solo 3.000 euro l’anno; per arrivare a 8.000 mi mancano 5.000 euro; a questi 5.000 euro il fisco applica un’aliquota negativa del 70%, il che fa 3.500 euro (5.000 x 0,70), ovvero mi trasferisce 3.500 euro. Alla fine avrò in tasca 3.000 + 3.500 = 6.500 euro, ossia di più di quel che ho guadagnato per conto mio, ma di meno di quel che servirebbe a raggiungere la no-tax area. E se guadagno zero? Stesso meccanismo: lo scarto fra 8.000 e zero è 8.000, il fisco mi trasferisce il solito 70% dello scarto, che in questo caso fa 5.600 euro.

   Il grande pregio di questo meccanismo è che, se ben calibrato, garantisce che al beneficiario del sussidio non convenga mai lavorare di meno (perché in quel caso i suoi introiti complessivi scenderebbero verso il limite inferiore dei 5.600 euro), e convenga sempre lavorare di più (perché l’imposta negativa non colma mai completamente il divario fra reddito effettivo e soglia della no-tax area). Il difetto, condiviso con il reddito minimo ma non con il reddito di cittadinanza, è che resta la convenienza a lavorare in nero, il che richiederebbe un fisco vigile. (Luca Ricolfi)

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SETTE SECOLI DI DISUGUAGLIANZA: DISCRIMINAZIONE POVERTA’

14.02.17, di Guido Alfani, da www.lavoce.info/

– La disuguaglianza economica è un tema di grande attualità. Ma quali sono le sue dinamiche di lungo periodo? Tra il 1300 e oggi, la tendenza è stata all’aumento costante. Con due eccezioni: il periodo immediatamente successivo alla peste nera del 1348 e quello compreso tra le due guerre mondiali. –

La disuguaglianza nell’Italia preindustriale

Negli ultimi anni, le dinamiche di lungo periodo della disuguaglianza economica sono tornate al centro dell’attenzione. Almeno per alcune aree dell’Europa, possiamo ricostruire l’evoluzione della disuguaglianza a partire dal 1300 circa. In questo ambito, l’Italia svolge un ruolo fondamentale non solo per le eccezionali fonti storiche di cui dispone, ma anche grazie alle attività di un progetto Erc ospitato dall’Università Bocconi: Einite-Economic Inequality across Italy and Europe, 1300-1800.    Il progetto ha già prodotto accurate ricostruzioni per alcune regioni italiane (Piemonte, Veneto, Toscana, Puglia), ciascuna appartenente a un diverso stato preunitario. In tutte queste aree, durante l’età moderna la disuguaglianza economica ha teso a crescere costantemente. Nella figura 1 sono riportati gli indici di Gini della disuguaglianza di ricchezza (0 = perfetta eguaglianza, 1 = perfetta disuguaglianza: un solo individuo o famiglia detiene tutta la ricchezza). Le misure riportate fanno riferimento alla ricchezza, ma nel contesto delle società agrarie preindustriali è difficile immaginare che nel medio-lungo periodo la disuguaglianza di reddito si muova in direzione diversa rispetto a quella di ricchezza, visto che la terra era la principale fonte di reddito.

Figura 1 – La disuguaglianza di ricchezza in Italia, 1450-1800 (indici di Gini):

Fonte: database Einite

   È la tendenza della disuguaglianza a crescere ovunque (Einite ha riscontrato una dinamica analoga anche altrove in Europa), più che il suo livello, ciò su cui dobbiamo soffermarci. Si tratta infatti di un risultato non scontato, visto che la sua crescita sembra essersi verificata anche in fasi di ristagno economico – come nel caso dell’Italia del XVII e XVIII secolo.    Mentre in passato gli storici individuavano nella crescita economica l’unico fattore propulsivo della disuguaglianza preindustriale, oggi sappiamo che la situazione è molto più complessa e che dobbiamo tenere in considerazione diverse possibili concause. Ad esempio, perlomeno nel Piemonte sabaudo e nella Repubblica di Venezia, ma probabilmente anche altrove in Europa, la crescita della disuguaglianza in periodi di economia stagnante fu conseguenza dello sviluppo di un sistema fiscale più efficiente e capace di “estrarre” una proporzione maggiore della massima disuguaglianza possibile. Per due ragioni: la natura regressiva dei sistemi fiscali d’antico regime (i poveri erano tassati proporzionalmente più dei ricchi e pertanto la disuguaglianza “post-tax” era superiore a quella “pre-tax”),e gli impieghi a cui erano destinate le maggiori risorse acquisite (guerra, non welfare).

La quota dei più ricchi in Europa dal 1300 a oggi

Se dall’età moderna ci spingiamo ancora più indietro, ai secoli conclusivi del Medioevo, troviamo una situazione diversa. Mentre vi è qualche indizio che tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo la disuguaglianza stesse già crescendo, la peste nera che colpì l’Europa nel 1347-52 ebbe importanti effetti “egalitari”. Ciò è evidente se guardiamo alla quota di ricchezza detenuta dal 10 per cento più ricco della popolazione (figura 2).

Figura 2 – La quota di ricchezza del 10% più ricco della popolazione in Europa, 1300-2010

Fonte: Alfani, The top rich in Europe in the long run of history, Vox 15 gennaio 2017

   La peste nera eliminò metà della popolazione del continente. Dopo l’epidemia, in un contesto di salari reali fortemente crescenti, più ampi strati della popolazione poterono accedere alla proprietà. A ciò contribuì anche la frammentazione dei patrimoni causata da un sistema ereditario di tipo prevalentemente egalitario (sistema che sarebbe stato “corretto” nei secoli successivi proprio come reazione istituzionale alla peste). Sta di fatto, che in tempi molto brevi il 10 per cento più ricco della popolazione perse il controllo del 15-20 per cento della ricchezza complessiva.    Per trovare un altro evento capace di sortire effetti redistributivi altrettanto vistosi, occorre attendere un’altra catastrofe, o per meglio dire la serie di catastrofi compresa tra le due guerre mondiali. Se colleghiamo i dati prodotti da Einite per il 1300-1800 con quelli pubblicati da Thomas Piketty per i due secoli successivi, troviamo una perfetta continuità nel ritmo di accrescimento della disuguaglianza passando dall’età moderna al XIX secolo, e una quasi perfetta coincidenza nei livelli attorno al 1800 (Piketty stima che nel 1810 il 10 per cento più ricco della popolazione europea possedeva l’82 per cento della ricchezza complessiva, mentre le stime Einite indicano il 77 per cento nel 1800).

   Il vertice fu toccato alla vigilia della prima guerra mondiale, quando il 10 per cento più ricco deteneva il 90 per cento della ricchezza. Al termine della seconda guerra mondiale, la distanza tra ricchi e poveri si era ridotta nettamente e, benché a partire dal 1980 circa la quota di ricchezza dei più ricchi sia tornata a crescere, siamo ancora lontani dalla situazione di inizio XX secolo. In effetti, oggi la quota del 10 per cento più ricco della popolazione europea (64 per cento nel 2010) è analoga a quella tipica della vigilia della peste nera. Vi è senz’altro da sperare che per il futuro sia possibile contenere le disuguaglianze senza l’aiuto di eventi così estremi. (Guido Alfani)

………………………..

JOHN MAYNARD KEYNES

POSSIBILITÀ ECONOMICHE PER I NOSTRI NIPOTI

John Maynard Keynes lesse queste pagine nel 1928, prima agli studenti del Winchester College e poi a Cambridge. Vennero pubblicate due anni dopo.

I

   Negli ultimi tempi ci ritroviamo a soffrire di una forma particolarmente virulenta di pessimismo economico. È opinione comune, o quasi, che l’enorme progresso economico che ha segnato l’Ottocento sia finito per sempre; che il rapido miglioramento del tenore di vita abbia imboccato, almeno in Inghilterra, una parabola discendente; e che per il prossimo decennio ci si debba aspettare non un incremento, ma un declino della prosperità.

   A mio avviso si tratta di un fraintendimento molto vistoso di quanto ci accade intorno. Scambiamo per reumatismi quelli che in realtà sono disturbi della crescita, e in particolare di una crescita troppo veloce. La fase di assestamento fra un periodo economico e l’altro non è mai indolore. La tecnica ha progredito talmente in fretta da non consentire un adeguato riassorbimento della forza lavoro; il miglioramento del tenore di vita è stato persino troppo rapido; il sistema bancario e l’economia mondiale hanno abbassato i tassi di interesse molto meno di quanto avrebbero dovuto, volendo garantire un certo equilibrio. Ciò nonostante, il caos e le perdite che ne sono derivati hanno inciso per appena il 7,5 per cento del reddito nazionale; buttiamo via uno scellino e sei pence per ogni sterlina, e ci restano solo 18 scellini e sei pence: ma è anche vero che corrispondono al valore di una sterlina intera di cinque o sei anni fa. Tendiamo a dimenticare che nel 1929 la produzione industriale inglese è stata la più alta di sempre, e che lo scorso anno l’avanzo netto della nostra bilancia dei pagamenti, la cifra cioè disponibile, dopo il saldo delle importazioni, per nuovi investimenti all’estero, è stato il più alto al mondo, superando del cinquanta per cento quello degli stessi Stati Uniti. Ancora — per restare sul terreno dei raffronti —, se riducessimo i nostri stipendi a circa la metà, disconoscessimo i quattro quinti del debito nazionale, e investissimo le plusvalenze in lingotti d’oro, anziché prestarle a un tasso del 6 per cento, ci ritroveremmo al livello della tanto invidiata Francia. Ma sarebbe un passo avanti?

   La depressione che ha investito l’intero pianeta, l’abnorme anomalia della disoccupazione in un mondo bisognoso di tutto, i nostri stessi, disastrosi errori, tutto questo ci impedisce di vedere sotto la superficie, e di capire dove stiamo andando.

   La mia previsione è che le due forme di pessimismo più clamorose, e contrapposte — il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibro talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento —, si riveleranno, a tempo debito, entrambe errate.

Nelle pagine che seguono, tuttavia, non mi occuperò del presente, e nemmeno del futuro prossimo. Cercherò invece di proporre un antidoto alla miopia, e cioè una rapida incursione in un futuro ragionevolmente lontano. Che livello di sviluppo economico, proverò a chiedermi, possiamo immaginare di raggiungere da qui a cento anni? Quali possibilità economiche avranno i nostri nipoti?

   Dai tempi più remoti dei quali conserviamo traccia — diciamo, da duemila anni prima di Cristo — all’inizio del Settecento il tenore di vita medio, nelle aree civilizzate, non è cambiato di molto. Ha avuto i suoi alti e bassi, come no. Ci sono state pestilenze, carestie, guerre. Età dell’oro, anche. Ma un cambiamento come quello che abbiamo conosciuto noi, inarrestabile e brutale, l’uomo non lo aveva mai visto. Nei quattromila anni che hanno preceduto, grossomodo, il Settecento ci sono stati tutt’al più periodi migliori di altri — però migliori al cinquanta, massimo al cento per cento, non di più.

   Le cause di un progresso così lento, se non inesistente, si potevano ridurre a due: l’assenza di invenzioni di un qualche rilievo, e la mancata accumulazione del capitale.

   L’assenza di invenzioni fra la preistoria e l’era moderna è davvero sorprendente. In sostanza, quasi tutto ciò che serve alla vita dell’uomo sulla Terra esiste fin dall’alba della storia. Il linguaggio, il fuoco, gli animali domestici, il grano, l’avena, la vite, l’ulivo, l’aratro, la ruota, il remo, la vela, il cuoio, il lino, la tela, i mattoni, l’argilla, l’oro, l’argento, il rame, la latta, il piombo — più, a partire dal mille avanti Cristo, il ferro — e poi ancora le banche, le entità statuali, la matematica, l’astronomia e la religione. Sono tutte cose talmente antiche che sembrano esistere da sempre.

   In un momento imprecisato prima che la storia iniziasse — forse addirittura in uno degli intervalli di serenità che hanno preceduto l’ultima glaciazione — ci deve essere stata un’era di progresso e cambiamento simile alla nostra. Ma nella maggior parte della storia documentata non c’è nulla del genere.

   L’età moderna si apre, almeno credo, con l’accumulazione del capitale, che ha inizio nel Cinquecento. Per ragioni troppo complesse per essere ricordate qui, ritengo che in una prima fase l’accumulazione sia stata originata dall’aumento dei prezzi, e dai profitti che ne sono derivati – due fenomeni a loro volta innescati da un terzo, l’arrivo nel vecchio continente dell’oro e dell’argento scoperti dagli spagnoli nel Nuovo Mondo. In quel preciso momento il potere di accumulazione degli interessi composti, assopito da generazioni, si è risvegliato molto più forte di prima. E questo potere, in un arco di tempo di duecento anni, è semplicemente inimmaginabile.

   Per farvi capire di cosa sto parlando vi fornisco una cifra che ho calcolato personalmente. Oggi il valore degli investimenti esteri della Gran Bretagna si aggira intorno ai 4 miliardi di sterline, somma che ha un rendimento di circa il 6,5 per cento. Per metà questi soldi ce li teniamo in casa, insomma ce li godiamo; l’altra metà — per essere più precisi, il 3,25 per cento — lasciamo che si accumuli all’estero, con interessi composti. È questo da circa trecentocinquanta anni.

   Nel 1580, infatti, Sir Francis Drake torna in Inghilterra a bordo della Golden  Hind con il favoloso bottino sottratto alla Spagna. Essendo un’azionista di spicco della società che ha finanziato la spedizione di Drake, la regina Elisabetta incassa cospicui dividendi, grazie ai quali estingue l’intero debito estero e risana il bilancio del regno; e a cose fatte si ritrova in tasca ancora 40.000 sterline, che investe immediatamente nella Compagnia del Levante. In seguito, con i ragguardevoli profitti di quest’ultima viene fondata la Compagnia delle Indie Orientali, una grande impresa che porrà le basi per tutti i successivi investimenti esteri della Gran Bretagna. Ora, si dà il caso che 40.000 sterline investite allora a un interesse composto del 3,25 per cento corrispondano approssimativamente a 4 miliardi di sterline odierne, cioè all’attuale volume dei nostri investimenti all’estero. In altre parole, ogni sterlina portata a casa da Drake nel 1580 si è trasformata in 100.000 sterline di oggi. Questo per dire il potere degli interessi composti.

   Nel Cinquecento, con un poderoso crescendo dal Settecento in avanti, inizia la grande epoca delle scoperte scientifiche e delle invenzioni tecnologiche, epoca che entra per così dire a pieno regime nei primi anni dell’Ottocento — carbone, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine, sistemi per la produzione di massa, telegrafo, stampa, e poi Newton, Darwin, Einstein. L’elenco potrebbe comprendere migliaia di altre voci, peraltro note a tutti.

Ma qual è il risultato di questo sviluppo?

   A dispetto dell’enorme incremento della popolazione mondiale, e del conseguente fabbisogno di case e di macchine, il tenore di vita medio in Europa e negli Stati Uniti è aumentato, a mio avviso, di circa quattro volte. Il capitale però è cresciuto in misura molto maggiore, una misura ben più di cento volte superiore a quella  di qualsiasi altro periodo storico. Ed è impensabile che la popolazione continui nell’aumentare a questo ritmo.

   Se il capitale aumenta, diciamo, del 2 per cento l’anno, il suo ammontare globale crescerà della metà in vent’anni, e fra un secolo sarà sette volte e mezzo quello odierno. Pensiamo a cosa questo potrà significare in termini materiali — di case, trasporti, e così via.

   Al tempo stesso, negli ultimi dieci anni i progressi della tecnica per quanto riguarda la manifattura e i trasporti si sono susseguiti a un ritmo fin qui sconosciuto. Negli Stati Uniti la produzione industriale pro capite del 1925 era superiore del 40 per cento a quella del 1919. In Europa siamo stati rallentati da ostacoli di carattere temporaneo, ma ciò nonostante si può affermare con una certa tranquillità che l’efficienza tecnica si accresce a un ritmo superiore all’1 per cento annuo. Ed è certo che progressi scientifici di portata molto simile a quelli che sin qui hanno interessato essenzialmente l’industria si estenderanno, fra breve, anche all’agricoltura. Potremmo quindi essere alle soglie di un passo avanti nella produzione alimentare delle stesse dimensioni di quello che ha interessato l’estrazione di materie prime, la manifattura e i trasporti. Nel giro di pochi anni — intendo nell’arco della nostra vita — potremmo portare a termine ogni operazione connessa a queste attività con un quarto dello sforzo necessario oggi.

   Al momento la rapidità stessa di questi cambiamenti ci turba, e ci pone problemi di non facile soluzione. Per paradosso, i Paesi più attardati sono anche più tranquilli. Noi abbiamo invece contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove.

   Ma si tratta di uno scompenso temporaneo. Nel lungo periodo, l’umanità è destinata a risolvere tutti i problemi di carattere economico. Mi spingo a prevedere che di qui a cento anni il tenore di vita nei Paesi avanzati sarà fra le quattro e le otto volte superiore a quello attuale. Alla luce delle nostre conoscenze attuali, è il meno che si possa dire. E immaginare una crescita anche più significativa non sarebbe un azzardo.

II

   Trattandosi di un esercizio, possiamo immaginare che da qui a cento anni il nostro livello economico sia otto volte superiore a quello attuale. Come abbiamo detto, potrebbe succedere.

   E vero che talvolta i bisogni degli esseri umani appaiono insaziabili. Ma occorre tenere presente che si suddividono in due categorie — quelli assoluti, che emergono in qualunque situazione i nostri simili si trovino a vivere, e quelli relativi, che si manifestano solo se la loro soddisfazione ci pone, o ci fa sentire, al di sopra dei nostri simili. I bisogni del secondo tipo, quelli generati dal desiderio di superiorità, crescono insieme al tenore di vita, e possono in effetti diventare insaziabili. Ma per i bisogni assoluti le cose vanno diversamente — e prima di quanto crediamo potremmo raggiungere uno stadio nel quale questi ultimi saranno soddisfatti, e saremo pronti a rivolgere le nostre energie verso obiettivi che con l’economia non hanno nulla a che vedere.

   Da qui traggo una conclusione che, non ne dubito, troverete sbalorditiva. E più ci penserete, più vi sbalordirà.

   La conclusione è che, in assenza di conflitti drammatici, o di drammatici aumenti della popolazione, fra cento anni il problema economico sarà risolto, o almeno sarà prossimo ad una soluzione. In altre parole, se guardiamo al futuro l’economia non si presenta come un problema permanente della nostra specie.

   Ma perché addirittura sbalordirsi, vi chiederete. Be’, perché se per un attimo ci rivolgiamo al passato, anziché al futuro, il problema dell’economia, della lotta per la sopravvivenza, è sempre stato il problema fondamentale, e il più pressante che la nostra specie — e non solo la nostra, ma tutte le specie viventi, fin dall’alba della storia — si sia trovata a dover affrontare.

   In un certo senso, ci siamo evoluti: e con noi le nostre pulsioni, e i nostri istinti più profondi — per risolvere il problema economico. E una volta che questo fosse risolto, l’umanità si ritroverebbe priva del suo obiettivo più tradizionale.

   Sarebbe un bene? Per chi crede ai veri valori della vita, forse si. Anche se, personalmente, l’idea che l’uomo medio debba cambiare abitudini e istinti in pochi decenni, abbandonando quelli accumulati da generazioni, un po’ mi inquieta.

   Per usare il linguaggio dei nostri giorni, non rischiamo un «esaurimento nervoso?». In piccolo, abbiamo già fatto un’esperienza di questo tipo: negli Stati Uniti e in Inghilterra le donne delle classi abbienti, strappate dalla ricchezza ai compiti e alle occupazioni tradizionali, si trovano in una condizione simile. Senza lo sprone della necessità economica, cucinare, lavare, rammendare non è più tanto divertente — e non è che in giro abbondino passatempi alternativi.

   Chi si guadagna il pane col sudore della fronte sogna il piacere — ma solo finché non lo ottiene.

Vi citerò l’epitaffio che una vecchia cameriera ha voluto scriversi da sola:

Non piangetemi amici, non versate lacrime 

inutilmente, là dove vado non farò più niente.

   Evidentemente questa era la sua idea di paradiso. C’è chi sogna solo il divertimento, lei sognava di passare il tempo così, in ascolto. Lo spiega nei due versi successivi:

Il cielo risuonerà tutto di salmi e canti dolci

e io li ascolterò, senza unirmi a quelle voci.

   Il fatto da considerare, però, è che nel nostro caso solo chi canta riuscirà a sopportare la vita — e il canto, si sa, non è per tutti.

   Insomma, per la prima volta dalla creazione l’uomo si troverà ad affrontare il problema più serio, e meno transitorio — come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, e salutare.

   I grandi investitori, quelli che sanno sempre come far soldi, possono portarci con loro nel regno dell’abbondanza. Ma di questa abbondanza godrà solo chi riuscirà a coltivare l’arte della vita, perfezionandola senza vendersi.

   Eppure nessun Paese, e nessun popolo, può guardare alla prospettiva di questa età dell’oro senza un filo di apprensione.

   Da troppo tempo ci alleniamo a combattere, non a divertirci. Per l’uomo medio, che non ha particolari talenti e nemmeno più radici nella terra, o nelle venerate convenzioni di una società tradizionale, tenersi occupato rappresenta un problema tremendo. A giudicare dal  comportamento e dai risultati delle classi agiate di oggi, in ogni angolo del mondo, le prospettive non sono rosee. E ricordo che si tratta, per così dire, della nostra avanguardia — del drappello mandato in avanscoperta a piantare le tende nella terra promessa. La maggior parte di loro — tutti quelli che hanno un reddito, e però nessun legame con gli altri, nessun dovere, nessun obbligo — ha fallito, va detto, in modo disastroso: non sono riusciti a risolvere il problema.

   Sono convinto che con un po’ di esperienza in più noi arriveremo a trarre da questa nuova abbondanza molto più profitto di quanto non facciano i ricchi di oggi, riuscendo a stilare un programma di vita molto migliore del loro.

   Ancora per moltissimi anni l’Adamo in noi sarà cosi forte che ciascuno, per tenerlo buono, sentirà di dover lavorare ancora un po’. Dovremo fare più cose per noi di quante non ne facciano oggi i ricchi, così soddisfatti delle loro piccole incombenze, dei loro compitini, delle loro abitudini da poco.

   E dovremo fare di virtù necessità – mettere il più possibile in comune il lavoro superstite. Turni di tre ore, o settimane di quindici, potranno procrastinare per un po’ il problema. Tre ore al giorno dovrebbero bastare per placare l’Adamo.

   Dobbiamo aspettarci grandi cambiamenti anche in altre sfere. Nel momento in cui l’accumulazione di ricchezza cesserà di avere l’importanza sociale che le attribuiamo oggi, i nostri codici morali non saranno più gli stesi. Saremo finalmente in grado di buttare alle ortiche molti pseudo principi che ci affliggono da duecento anni, e che ci hanno spinto a far pasare alcune fra le più ripugnanti qualità umane per virtù eccelse.

   Potremo finalmente permetterci di assegnare al desiderio di denaro il suo giusto valore. L’amore per il denaro, per il possesso del denaro — da non confondersi con l’amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita —, sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali. E finalmente saremo liberi di accantonare tutte le abitudini sociali e le pratiche economiche che oggi decidono chi si arricchisce e chi no, e di quanto — tutto ciò insomma che abbiamo mantenuto in vita a ogni costo, per quanto disgustoso o ingiusto ci apparisse, ritenendolo essenziale all’accumulazione di capitale.

   Naturalmente continueranno a esistere molti individui determinati e insoddisfatti, che non trovando surrogati accettabili continueranno a inseguire la ricchezza a ogni costo. Ma tutti gli altri — cioè noi — non saremo più tenuti a battere le mani, o a incoraggiarli. Questo anche perché potremo indagare più liberamente di quanto ci sia concesso fare oggi il vero carattere della “determinazione” di cui la natura ha dotato gran parte di noi. La determinazione è ciò che ci spinge a considerare il risultato delle nostre azioni in un futuro più o meno lontano, e a trascurare la loro qualità, o i loro effetti immediati sull’ambiente che ci circonda. L’uomo “determinato” si proietta su un’immortalità fittizia e illusoria, dove i suoi atti raggiungeranno un risultato. Non ama il gatto che ha in casa, ma i suoi gattini; anzi neanche, i gattini dei gattini, e così via fino alla fine dell’era felina. La marmellata per lui esiste solo in barattolo, e non è mai da mangiare oggi. E proiettando la marmellata nel futuro è convinto di garantire a quella che prepara oggi una specie di immortalità.

   Non so se ricordate il professore di Sylvie e Bruno:

“È solo il sarto, signore, col suo piccolo conto” disse una vocina da dietro la porta.

“Ecco, vedete, lo sistemo subito,” disse il professore ai bambini “ci metto un minuto. E quest’anno quanto sarebbe, amico mio?”. Nel frattempo, il sarto era entrato nella stanza.

“Ecco, il doppio dell’anno scorso, che era il doppio dell’anno prima” disse il sarto un po’ confuso. “Insomma, penso che sia ora di pagare. Sarebbero duemila sterline, ecco”.

“Oh, ma cosa volete che sia” disse il professore come se davvero non gli importasse, e anzi toccandosi la tasca come fosse solito portare quella somma con sé. “Ma non preferite aspettare un altro annetto, e arrivare a quattromila? Pensate come sareste ricco! Quasi come un re!”.

“Come un re magari no, però di sicuro sarebbero un bel po’ di soldi. Quasi quasi aspetto”.

“Ma certo!” disse il professore. “Questo si chiama buon senso! Allora arrivederci, amico mio!”.

“Ma le vedrà mai, quelle quattromila?” domandò Sylvie non appena la porta si chiuse dietro il creditore.

“Mai, bambina mia,” rispose il professore con una certa enfasi “continuerà a raddoppiare fino al giorno della sua morte. Sai, vale sempre la pena di aspettare ancora un anno, se poi intaschi il doppio”.

   Forse non è un caso che la razza più strenuamente determinata a fondare i propri credo religiosi sulla promessa di immortalità abbia fatto tutto quanto in suo potere per il principio dell’interesse composto, e ami sopra ogni altra cosa l’istituto più proiettato nel futuro che esista.

   A questo punto, penso che siamo liberi di recuperare alcuni princìpi religiosi e valori più solidi, e tornare a sostenere che l’avarizia è un vizio, l’usura un comportamento reprensibile, e l’avidità ripugna; che chi non pensa al futuro cammina più spedito sul sentiero della virtù e della saggezza. Dobbiamo tornare a porre i fini avanti ai mezzi, e ad anteporre il buono all’utile. Dobbiamo onorare chi può insegnarci a cogliere meglio l’ora e il giorno, quelle deliziose persone capaci di apprezzare le cose fino in fondo, i gigli del campo che non lavorano e non filano.

   Ma, attenzione, il tempo non è ancora venuto. Per almeno un altro centinaio di anni dovremo fingere con noi stessi che il bene è male, e il male bene; perché il male è utile e il bene no. Per un altro po’, i nostri dèi continueranno a essere gli stessi, perche solo l’avarizia, l’usura e la precauzione possono condurci oltre il tunnel della necessità economica, a vedere la luce.

   Dunque guardo a quei giorni, spero non troppo remoti, in cui il più grande cambiamento mai occorso nella storia e nella vita sociale dell’uomo si avvererà. Ma si avvererà un po’ alla volta, senza catastrofi. In realtà è già cominciato. A poco a poco, gruppi di individui sempre più ampi si liberano dalla necessità. La soglia critica verrà raggiunta quando questa condizione sarà diffusa a tal punto che inevitabilmente cambieranno i doveri di ciascuno verso il prossimo. Perché sotto il profilo economico rimarrà ragionevole continuare a fare per gli altri quello che non servirà più fare per se stessi.

   Il passo al quale raggiungeremo questo stato di beatitudine economica dipenderà da quattro elementi: la capacità   controllare l’aumento della popolazione, la determinazione nell’evitare guerre e tensioni sociali, la disponibilità ad affidare alla scienza il governo di ciò che propriamente le compete, e il tasso di accumulazione fissato nel margine fra produzione e consumo; punto quest’ultimo che si realizzerà da solo, al realizzarsi degli altri tre.

   Nel frattempo, sarà bene prepararci al nostro destino, e sperimentare — nell’arte, nella vita, e nelle attività utili.

   Al momento, quel che più conta è non sovrastimare l’importanza del problema economico, o sacrificare alle sue presunte necessità altre materie di maggiore e più duraturo significato. L’economia deve rimanere una materia per specialisti — come l’odontoiatria. Sarebbe davvero magnifico se gli economisti riuscissero a pensarsi come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto.

IL TESTO È TRATTO DA  

JOHN MAYNARD KEYNES

POSSIBILITÀ ECONOMICHE PER I NOSTRI NIPOTI

ADELPHI, 2009

(TESTO RIPRESO DAL SITO:

http://www.giuseppelaino.it/?page_id=2662 )

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