I CURDI: quale destino? – In memoria di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca uccisa per la causa curda contro l’Isis – Il MEDIO ORIENTE, tra SIRIA e IRAQ, dove la (ri)conquista dei territori del Califfato terrorista, è cosa minore per i SUNNITI (Arabia, Turchia) rispetto alla lotta agli SCITI (IRAN, IRAQ, e il possibile STATO CURDO)

La scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, ha falciato lunedì 28 maggio la vita di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda. E’ morta combattendo alle porte di RAQQA. era diventata un idolo per milioni di sue coetanee. In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista romano MICHELE RECH, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il suo coraggioso impegno in difesa della città curda-siriana di RAQQA contro l’avanzata dei jihadisti

   “Nel post che le ha dedicato su Facebook, ZEROCALCARE (alias MICHELE RECH) scrive: «È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se ne cura nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di RAQQA contro i miliziani di daesh è stata AYSE DENIZ KARACAGIL, la ragazza soprannominata CAPPUCCIO ROSSO». Nel suo bel libro KOBANE CALLING – a metà tra diario e graphic journalism – il fumettista aveva ripercorso i suoi viaggi in TURCHIA, IRAQ, SIRIA, raccontando tra le macerie della città contesa il sogno del popolo curdo, il solo al mondo a cui nessuno ancora riconosce i confini di una nazione.” (Pietro Del Re, “la Repubblica” del 2/6/2017)

da KOBANE CALLING , di ZEROCALCARE, dedicato a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda

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   Dedichiamo questo post a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca combattente per i curdi, uccisa alle porte di Raqqa (nel centro-nord della Siria, nei combattimenti per la liberazione della città dall’Isis) dalla scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, il 28 maggio scorso.

   Questa giovane donna, che le autorità turche consideravano una terrorista latitante (perché aveva partecipato attivamente a Istanbul, nella primavera del 2013, alla rivolta in difesa degli alberi di Gezi Park, una rivolta di fatto in toto contro il regime di Erdogan), era diventata un idolo per milioni di sue coetanee.

   In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista Michele Rech, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il coraggioso impegno di Ayse in difesa della città curda-siriana di KOBANE contro l’avanzata dei jihadisti (Kobane, città curda enclave, in Siria, al confine con la Turchia: enclave, com’era stata Sarajevo, perché teatro di una guerra casa per casa nell’ottobre 2014 tra curdi e assedianti dell’Isis, completamente riconquistata dai curdi qualche mese dopo). Rispetto ai tempi di Kobane, a Raqqa i ruoli ora sono invertiti: gli assediati sono adesso gli assassini dell’Isis, che Ayse voleva snidare dalla loro ultima roccaforte in Siria.

   E in questo post colleghiamo la tragica vicenda di Ayse che si ribella al regime turco, e poi ai terroristi dell’Isis, in favore dei curdi, lo colleghiamo al voler parlare proprio del popolo curdo, frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran); e in parallelo di qual è la complicata situazione di adesso in quella parte di Medio Oriente, in particolare Siria e Iraq, dove lo scontro con l’Isis sembrava guadagnare posizioni, portare alla vittoria delle fore anti-Isis, anche e in particolare grazie al sacrificio diretto, sul campo, di uomini e donne curde, nell’affrontare i terroristi islamici (e con l’appoggio di un Occidente sempre più preoccupato del dilagare nelle proprie nazioni di un terrorismo fatto di individui che si richiamano in vari modi al Califfato terrorista).

(Il Kurdistan sulla mappa fra progetto e stesura definitiva, da http://www.linkedin.com/) – Il KURDISTAN è una regione che si estende per quasi 400mila chilometri quadrati a cavallo tra TURCHIA, SIRIA, IRAN e IRAQ. I curdi sono in lotta da decenni per il riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione. Con il trattato di Losanna del 1923, i territori abitati dalla popolazione di etnia curda – che avevano fatto parte dell’impero ottomano – furono divisi tra quattro paesi. Oggi solo le zone del Kurdistan iracheno e di quello siriano godono di forme di autonomia

   Dicevamo che la battaglia contro lo stato islamico integralista sembrava già dall’autunno scorso in buona situazione, e c’era chi ottimisticamente (e un po’ irresponsabilmente) dava per sicuro il soccombere degli integralisti islamici. Ma qualcosa è accaduto, e ora tutto sembra magmaticamente incontrollato. Perché le forze anti-Isis forse hanno obbiettivi e priorità diverse rispetto alla chiara e diretta lotta all’islamismo integralista.

   Infatti prima ancora di combattere il Califfato terrorista assediato a MOSUL (città nel nord dell’Iraq), e nella capitale dell’Isis RAQQA (Raqqa si trova nell’area centro-nord della Siria), forse le forze in campo sono prioritariamente concentrate a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita. E’ un fatto che la città di Mosul, città in mano all’Isis e per il Califfato terrorista assai strategica, ebbene a Mosul è iniziata una “liberazione” da parte delle forze anti-Isis già il 17 ottobre scorso, e che doveva concludersi in pochi giorni.

A destra Jihan Sheikh Ahmed, portavoce delle forze curdo-siriane – “…LA BATTAGLIA PER LA LIBERAZIONE DI RAQQA, LA CAPITALE DELLO STATO ISLAMICO NEL NORD DELLA SIRIA SCATTERÀ “A GIORNI”. Lo ha detto JIHAN SHEIKH AHMED la portavoce delle Forze Democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curda-araba sostenuta da Washington e composta principalmente dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg) affiancati dal battaglione femminile, ossia Ypj…” (da “Globalist”, 3/6/2017, http://www.globalist.it/ )

   E, nel giugno 2017, quasi otto mesi dopo, a Mosul l’assedio, la liberazione dagli integralisti islamici, non è ancora terminata… siamo sempre fermi, sembra che la città stia per essere liberata e invece non accade. Secondo tanti osservatori questo non avviene perché la lotta all’Isis è sviata, superata, da altre questioni in quella parte del Medio Oriente (in particolare in Siria): cioè il “pericolo” rappresentato dalla creazione di un stato del Kurdistan (i più generosi combattenti contro l’Isis sono appunto i curdi…), cosa avversata in particolare dalla Turchia; e poi c’è il pericolo di una presenza in Siria dell’Iran (anch’esso paese che si è impegnato contro l’Isis).

Mappa presenza curda nel nord della Siria (da Internazionale) – “…I CURDI SIRIANI (vedi parte verde scuro della carte) vivono nel NORD DEL PAESE, una zona che costeggia la frontiera turca, oltre la quale vivono curdi turchi. La frontiera turco-siriana separa i due Kurdistan. Quello siriano – il ROJAVA, dal marzo di quest’anno FEDERAZIONE DELLA SIRIA DEL NORD – gode di un’autonomia de facto da quando il regime di Damasco è in guerra con i ribelli, mentre quello turco ricomincia a sognare la secessione, ispirato dai curdi iracheni e siriani…..” (Bernard Guetta. France Inter, Francia, 11/5/2017, da INTERNAZIONALE)

   Così allora è ancora una volta la lotta dei SUNNITI (Arabia Saudita, Turchia…) CONTRO GLI SCIITI (Iran, Iraq… gli sciiti hanno combattuto con convinzione l’Isis, mentre i paesi sunniti hanno dimostrato meno fermezza nel combattere i terroristi islamici), scontro di derivazione politica-religiosa dentro al mondo arabo (tra sunniti e sciiti) che prende il sopravvento sul pericolo del Califfato terrorista dell’Isis, che ora colpisce sempre più, con terrorismi individuali, quasi quotidianamente le capitali europee (Parigi, Londra, Berlino…).

   Trump ha confermato il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della riconquista di Raqqa, che è considerata la capitale dell’Isis, dando in questo un dispiacere all’alleato turco Erdogan. Ma l’America è incerta nel da farsi, come lo è l’Europa.

(foto da http://www.retekurdistan.it/) – I CURDI SONO UNA COMUNITÀ ETNICA CON CULTURA, TRADIZIONI E LINGUA PROPRIA. Sono IN MAGGIORANZA SUNNITI ma anche sciiti (come in Iran e Azerbaijan). E’ una POPOLAZIONE AUTOCTONA DELLA REGIONE MEDIORIENTALE. La recrudescenza della LOTTA CONTRO LA TURCHIA ha alimentato la crescita anche di un’altra fazione ancora più estremista: il TAK (I falchi per un Kurdistan Libero). NEL MONDO SONO CIRCA 30/35 MILIONI, di cui circa 15/16 MILIONI IN TURCHIA (18/20% DELLA POPOLAZIONE), 5/6 MILIONI IN IRAQ, 6/7 MILIONI IN IRAN, 2/2,5 MILIONI IN SIRIA (circa 10% della popolazione), il resto in alcune nazioni caucasiche o diaspora nel mondo. La guerra civile in Siria ha nei fatti permesso ai CURDI SIRIANI di affrancarsi dalle persecuzioni del regime e di ottenere una propria autonomia territoriale. Sono rappresentati dalle formazioni militari dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), braccio armato del PYD (Partito dell’Unione Democratica). I CURDI IRACHENI sono politicamente divisi al loro interno tra il KDP (Kurdistan Democratic Party) di Masoud Barzani, che guida la regione semi-autonoma, e il PUK (Patriotic Union of Kurdistan) di Jalal Talabani, presidente iracheno dal 2005 al 2014. (25/4/2017, da http://reporterspress.it/)

   Per quel che riguarda i curdi, nell’arduo tentativo di comporre lo stato del Kurdistan (tra Turchia, Siria, Iraq e Iran), dato ora dalla credibilità internazione dei curdi che sono i primi combattenti “diretti”, sul terreno, del Califfato terrorista dell’isis, in questa nuova credibilità si innestano però differenze tra le varie fazioni del popolo curdo, che hanno portato anche a scontri tra di loro. E’ infatti successo, nel maggio scorso a Mosul, in Iraq che si sono combattuti tra di loro i “duri” dell’esercito PKK (il partito dei lavoratori curdo) contro chi rappresentava il governo di Erbil, città del nord dell’Iraq capitale del governo curdo regionale iracheno che gode ampia autonomia in Iraq.

SCONTRI TRA CURDI NEL MAGGIO 2017 – “…. In quei giorni della prima metà di maggio, il territorio yazida di SHINGAL, fra Mosul e il confine siriano, già teatro di scaramucce e poi VERI SCONTRI ARMATI FRA “GUERRIGLIA” CURDA LEGATA AL PKK E PESHMERGA CURDI LEGATI AL GOVERNO DI ERBIL (Erbil è la capitale del Governo Regionale autonomo del Kurdistan iracheno, ndr), ha conosciuto un inizio di invasione da parte delle truppe sciite di Hashd al Shaabi, già descritte come “paramilitari” e ora inglobate nelle Forze armate regolari irachene (o viceversa) e obbedienti di fatto a Teheran. L’avanzata delle milizie sciite dentro villaggi yazidi ha violato l’esplicito patto fra Baghdad ed Erbil che le escludeva da quel territorio e ha sollevato l’allarme di BARZANI, PRESIDENTE DEL GOVERNO REGIONALE CURDO, che oltretutto si era trovato di fronte al fatto compiuto senza averne avuto alcun preavviso….” (Adriano Sofri, 18/5/2017, IL FOGLIO)

   Altre differenziazioni ci sono state: ad esempio i curdi siriani “vanno da soli”, e hanno per la prima volta ammesso pubblicamente di non considerare più un’utopia la possibilità di arrivare fino al mar Mediterraneo, mettendo in difficoltà la Turchia. A sua volta la Turchia ha annunciato di voler costruire un muro (un altro muro…) al confine con l’Iraq, cioè con il Kurdistan iracheno (unica realtà dove uno stato – l’Iraq – riconosce autonomia al popolo curdo), per bloccare i movimenti transfrontalieri del Pkk, che il regime turco e molti suoi tradizionali alleati dichiarano terrorista. Intanto Pdk e Puk, i due maggiori partiti curdi del Krg, il governo regionale curdo provvisorio nel nord dell’Iraq, col dissenso concorrenziale dei partiti minori, dichiara di avere ormai concordato di tenere il referendum sull’indipendenza (motu proprio: senza considerare altre parti in altre nazioni della presenza curda).

IRAQ: L’ISIS PERDE CITTÀ A OVEST DI MOSUL – Filogovernativi conquistano Baaj, confine con la Siria
4/6/2017 la Gazzetta del Mezzogiorno – BAGHDAD, 4 GIU – Truppe paramilitari filogovernative irachene hanno conquistato la strategica città di BAAJ, a ovest di MOSUL, dove ancora resistevano i jihadisti dell’Isis sbarrando una delle vie di accesso a MOSUL ovest, NON ANCORA COMPLETAMENTE LIBERATA. Lo ha reso noto Abu Mahdi al-Muhandis, uno dei capi del gruppo paramilitare Forze di Mobilitazione Popolare, dichiarando in un comunicato che i suoi uomini hanno conquistato il centro di Baaj, un progresso “importante per la strategia” dell’offensiva lanciata lo scorso ottobre dalla coalizione a guida Usa per cacciare i terroristi islamici da Mosul, località vicina al confine con la Siria. (Federica Giovannetti)

   Insomma la questione curda, popolo combattivo frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ora sembra venire al pettine. Il fatto che i curdi siano tra i pochi che combattono “sul campo”, “sul terreno” il Califfato islamico (che tanto preoccupa anche l’occidente, per gli attentati in Europa e America), ebbene questo fa sì che le rivendicazioni del popolo curdo siano ora più autorevoli di una volta per la comunità internazionale (poi è da vedere SE I CURDI RIUSCIRANNO A UNIRSI, a stabilire UNA STRATEGIA COMUNE: che ad esempio potrebbe essere UNA PRESENZA FEDERALISTA, RICONOSCIUTA, NEI SINGOLI ODIERNI STATI).

   Tutto questo per dire che la complessità delle questioni in questa parte del Medio Oriente (così da qualche anno martoriata…Siria, Iraq…) è tutt’altro che finita, e purtroppo il prolungarsi di vicende dolorose e guerra civile è da mettere in conto anche nei prossimi anni. Su una pacificazione possibile ancora una volta l’Europa potrebbe fare molto… ma finora è rimasta solo a guardare: speriamo che la situazione cambi, che il ruolo europeo sia più autorevole nel combattere ingiustizie e sopraffazioni, e nel proporre soluzioni istituzionali adatte a un futuro di pace. (s.m.)

Siria, Iraq e il controllo del territorio attuale

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MORTA IN BATTAGLIA CONTRO L’ISIS, A RAQQA, AYSE DENIZ KARACAGIL

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 2/6/2017

– 24 anni era il simbolo della lotta per la libertà dei curdi, disegnata da ZeroCalcare – Cappuccio rosso: Addio all’eroina ribelle che contribuì alla liberazione di Kobane –

   La scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, ha falciato lunedì 28 maggio la vita di AYSE DENIZ KARACAGIL.

   “Cappuccio rosso”, questo era il suo nome di battaglia dai tempi di Gezi Park, è morta combattendo alle porte di RAQQA. Nell’annuncio pubblicato ieri sul sito dell’International Freedom Battalion, la brigata in cui militano giovani giunti da tutto il mondo per combattere lo Stato islamico, la studentessa che divenne combattente è celebrata come un’eroina.

   Già, perché sebbene le autorità turche considerassero Ayse una terrorista latitante, questa giovane donna con le guance paffute d’una bambina era diventata un idolo per milioni di sue coetanee. In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista romano Michele Rech, alias Zerocalcare, che in Kobane Calling aveva raccontato il suo coraggioso impegno in difesa della città curda-siriana contro l’avanzata dei jihadisti.

   Rispetto ai tempi di Kobane, a Raqqa i ruoli sono ormai invertiti: gli assediati sono adesso gli assassini dell’Isis, che Ayse voleva snidare dalla loro ultima roccaforte in Siria.

   La storia della militanza di “Cappuccio rosso” comincia a Istanbul, nella primavera del 2013, quando i giovani schierati a difesa degli alberi di Gezi Park furono brutalmente dispersi dalla polizia e quando il presidente Erdogan si tolse per la prima volta la maschera del padre islamista moderato per svelare al mondo il vero volto dell’autocrate.

   In poche ore, furono uccisi otto manifestanti, e tantissimi furono feriti. Molte persone furono arrestate, processate e condannate a scontare pene di pochi anni per “danneggiamento della pubblica proprietà” o “interruzione di servizio pubblico”.

   Contro Ayse fu invece scagliata un’accusata ben più pesante, quella di “militanza in organizzazione terroristica” tra i separatisti del Pkk. Tra le prove depositate contro di lei, un magistrato portò in aula la sua «sciarpa rossa, simbolo di socialismo»: quel “cappuccio” che indossa nelle foto, diventate virali, mentre sorride e fa il segno di vittoria con la mano.

   Prima di essere condannata a 103 anni di carcere, la ragazza viene rinchiusa nella prigione di Alanya, a un centinaio di chilometri da Istanbul. Ma scarcerata prima del verdetto dal giudice che l’aveva messa in libertà vigilata, Ayse imbraccia il kalashnikov e scappa nelle montagne del Kurdistan, dove raggiunge la divisione femminile delle milizie curde, impegnata nella liberazione di Raqqa dalle brigate nere del Califfo.

   Nella sua fuga Ayse segue i sentieri che in carcere le avevano indicato altre detenute e quando finalmente arriva a Kobane scrive una lettera in cui annuncia di essersi unita al braccio armato dell’illegale Partito comunista marxista-lenninista turco, composto da uomini e donne che ancora oggi la Turchia di Erdogan bombarda additandoli come terroristi.

   Nel post che le ha dedicato su Facebook, Zerocalcare scrive: «È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se ne cura nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso».

   Nel suo bel libro Kobane Calling – a metà tra diario e graphic journalism – il fumettista aveva ripercorso i suoi viaggi in Turchia, Iraq, Siria, raccontando tra le macerie della città contesa il sogno del popolo curdo, il solo al mondo a cui nessuno ancora riconosce i confini di una nazione. Ayse è rimasta uccisa nel corso di un’offensiva lanciata dalle brigate curdo-siriane, quelle armate da Washington.

    Sul sito dell’International Freedom Battalion, dove uno slogan recita che la loro bandiera è rossa per il sangue dei suoi martiri, le ultime ore di Ayse non vengono raccontate. La ragazza è descritta come una combattente coraggiosa, sempre pronta a offrirsi volontaria per le operazioni più pericolose. Nell’annuncio della sua morte è scritto che è caduta sul campo, da eroina. Ma non si accenna al fatto che “Cappuccio rosso” aveva soltanto 24 anni. (Pietro Del Re)

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SIRIA, MORTA A RAQQA AYSE DENIZ KARACAGIL. COMBATTENTE RACCONTATA DA ZEROCALCARE IN “KOBANE CALLING”

di Paolo Gallori, da “la Repubblica del 1/6/2017

– La ragazza turca nota come Cappuccio Rosso aveva sposato la causa dei curdo-siriani e la guerra all’Isis dopo essere stata condannata a un secolo di galera per le dimostrazioni di Gezi Park. L’autore: “Antipatico puntare i riflettori su una persona in una guerra dove la gente muore ogni giorno. Ma se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo. E quel lutto sembra toccarci più da vicino” –

   Zerocalcare dedica un post su Facebook al ricordo di AYSE DENIZ KARACAGIL, combattente morta a Raqqa, che la sua matita aveva disegnato e raccontato in Kobane Calling. “E’ sempre antipatico – scrive l’autore – puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se cura nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso. Turca, condannata a 100 anni di carcere dallo stato turco per le proteste legate a Gezi Park, aveva scelto di andare in montagna unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento. Lo posto qua perché chi s’è letto KOBANE CALLING magari si ricorda la sua storia”. 

   Ayse Deniz Karacagil è morta in battaglia la mattina del 29 maggio. La notizia ha avuto ampio risalto sui media turchi, pagine in cui la ragazza, a seconda degli schieramenti di una stampa oppressa dallo stato d’emergenza, viene ricordata come “attivista” o “terrorista”. Tutto era cominciato a Istanbul nella primavera del 2013, quando i giovani schierati a difesa del verde pubblico di Gezi Park non avevano vinto, ma quanto meno avevano costretto il presidente Erdogan a tirare giù la maschera del padre islamista moderato della nazione per rivelarne per la prima volta il vero volto. Quello del potere assoluto, indisponibile al dialogo, sordo alle istanze di una società secolarizzata e democratica che si credeva protesa verso l’Europa.

Kobane Calling – Le tavole inedite di Zerocalcare

   Gli scarponi dei militari mandati da Erdogan a piazza Taksim avevano calpestato tende e striscioni, la protesta messa a tacere con la forza. Otto i manifestanti rimasti uccisi, tantissimi i feriti. La maggior parte degli arrestati processata e condannata a scontare pene di poco superiori ai due anni per “danneggiamento della pubblica proprietà”, “oltraggio a moschea”, “interruzione di servizio pubblico”. Ayse, invece, era stata travolta da un’accusa ben più grave: militanza in organizzazione terroristica. Ovvero i separatisti del Pkk, il Partito Curdo dei Lavoratori. Tra le prove depositate contro di lei, non un cappuccio ma una “sciarpa rossa, simbolo del socialismo”. Con Ayse in cella, era stata sua madre a protestare: quella sciarpa dimostrava solo che tutto si reggeva su un castello accusatorio montato su prove fabbricate a tavolino.

   Ayse Deniz Karacagil aveva atteso il processo rinchiusa nella prigione di Alanya, a 138 chilometri da Istanbul. Poi era arrivata la condanna a un secolo di galera. Ma la “terrorista” era stata scarcerata prima del verdetto e aveva già capito a sue spese che a un certo punto della vita si è chiamati a fare delle scelte, che siano i semplici seppur sofferti compromessi tra le proprie individuali ambizioni e la dura realtà o la risposta da dare quando a chiamare sono battaglie per qualcosa che supera il destino di un solo uomo. La libertà, per fare un esempio. A chiamare Ayse era stata KOBANE. Kobane Calling.

   A volte le parole non bastano. Per difendere la cittadina siriana prossima al confine con la Turchia dalla stretta mortale di uno Stato Islamico che allora sembrava uno spettro imbattibile, i curdo-siriani avevano dovuto imbracciare i loro fucili. Uomini e donne, che la Turchia di Erdogan oggi bombarda additandoli ancora con quell’aggettivo, “terroristi”, e che invece nei giorni della vittoriosa resistenza di Kobane avevano dimostrato al mondo cosa vuol dire il coraggio.

   Con le donne col kalashnikov del Ypj, ala femminile delle Unità di protezione popolare (Ypg) c’era anche la turca Ayse Deniz Karacagil. Fuggita sulle montagne seguendo percorsi che in carcere le avevano indicato alcuni detenuti, dalla latitanza aveva scritto una lettera per far sapere di essersi unita alla battaglia per Kobane attraverso il braccio armato dell’illegale Partito Comunista Marxista-Lenninista turco (MLKP).

   Ayse è morta in battaglia la mattina del 29 maggio, annunciano le pagine web dell’International Freedom Battalion, in cui militano giovani giunti da tutto il mondo per combattere l’Isis, celebrando come un’eroina la studentessa che divenne combattente. Ayse, caduta alle porte di Raqqa quando i ruoli sono ormai invertiti rispetto ai tempi di Kobane.

   Ora gli assediati sono gli assassini del Daesh, che nell’ultima roccaforte guardano i minuti scorrere sull’orologio, mentre il Pentagono continua a rifornire di armi i suoi veri alleati sul campo, i curdo-siriani. Dopo Obama, lo ha capito anche Trump quando è arrivato per lui il tempo delle scelte. Molto più semplice, per il presidente degli Stati Uniti, fingere di non sentire Erdogan e le sue indispettite rimostranze. (Paolo Gallori)

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IL KURDISTAN VISTO DALL’ITALIA

di Federica Giovannetti, 3/5/2017, da http://www.piuculture.it/

– Tra i 25 e i 35 milioni, i curdi vivono divisi tra Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una delle minoranze etniche più consistenti del Medio Oriente. Un popolo senza Stato, da sempre in lotta per l’autonomia e il riconoscimento della propria identità culturale e linguistica –

TURCHIA: LA PURGA DI ERDOGAN

“Erdogan sta sfruttando il colpo di stato per liberarsi di tutti gli oppositori”. Quando incontriamo Emin sui media internazionali è già rimbalzata la notizia dell’ennesima purga in Turchia, una maxi retata che ha portato dietro le sbarre oltre mille sospetti “gulenisti”, affiliati alla presunta rete golpista di Fethullah Gulen, l’iman in auto esilio in Pennsilvanya nemico giurato del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un repulisti iniziato all’indomani del fallito putsch che dal luglio scorso ha portato all’arresto di almeno 47 mila persone e all’epurazione di oltre 100 mila dipendenti pubblici.

   E che per la minoranza curda, circa il 7% della popolazione, ha significato un altro giro di vite, ci racconta Emin in un caffè a pochi passi dal ristorante che gestisce nel quartiere Flaminio dopo l’arrivo in Italia nel 2001 da Bingol, una delle province a maggioranza curda nel sud-est della Turchia. I sindaci nei territori curdi sono stati rimossi a decine, tredici parlamentari del partito filocurdo, l’Hdp, sono ancora in arresto, incluso il leader Selahattin Demirtas. Per non parlare dei media. “Sono stati chiusi tutti: tv, radio, giornali. Dicono che erano uno strumento in mano ai terroristi”.

   Va da sé che la recente campagna referendaria sia stata “dominata da una sola voce, quella del sì alle riforme costituzionali con cui il sultano s’è garantito lo scranno di presidente fino al 2029. “Erdogan ha vinto anche perché non c’è stata opposizione. Ma sopratutto grazie al voto dei curdi che ancora credono in lui”.

   “Negli ultimi due anni per noi curdi la situazione è peggiorata”, ammette Emin. Di fatto dopo la fine del cessate il fuoco tra il governo turco e il Pkk, il Partito dei lavoratori curdi, le province sud-orientali sono martellate da una campagna militare che non risparmia i civili e che si aggiunge alle piaghe di un territorio da sempre marginalizzato, economicamente arretrato e in gran parte rurale.

   Eppure, spiega, con l’inizio del processo di adesione all’Unione europea, 15 anni fa, la condizione dei curdi aveva registrato passi in avanti, a cominciare dalla questione linguistica, con la ‘legalizzazione’ dell’alfabeto curdo e la rimozione del divieto di insegnamento nelle scuole private.

   “Noi curdi ci sentiamo abbandonati, anche dall’Europa. Vogliamo la pace e pari diritti all’interno di una Turchia unita”.

SIRIA: IN GUERRA CON BASHAR AL-ASSAD E CON LO STATO ISLAMICO

La campagna militare di Erdogan del resto non si ferma al confine turco. Nel mirino sono anche le milizie curde del Ypg che combattono in Siria e che il presidente turco vede come un’estensione del Pkk. “All’inizio i curdi erano presenti alle manifestazioni pacifiche contro il presidente Bashar Al-Assad e nella prima fase del conflitto civile sono rimasti ai margini”, ricorda Ghiath, siriano yazida giunto in Italia dalla provincia di Qamishli nel 2012 con una laurea in archeologia presa all’università di Aleppo.

   Lui, come circa 300 mila curdi in Siria, era apolide. “Questo ha significato non avere un’identità, né siriana né curda, oltre a essere privato di molti diritti“. Inclusa la possibilità di lasciare il Paese. “Appena ottenuta la cittadinanza nel 2011 sono partito in cerca di uno spazio di libertà che in Siria non c’era”.

   Alla minoranza curda, più o meno il 10% della popolazione, non è riconosciuto il diritto di imparare la propria lingua a scuola e all’università né di celebrare festività come il Newroz, il capodanno curdo, pena l’arresto. Una discriminazione culturale a cui storicamente si è accompagnata l’emarginazione economica dei territori nordorientali a maggioranza curda, tra sottosviluppo industriale e disoccupazione.

   Da tempo i ribelli curdi hanno assunto un ruolo centrale nel conflitto siriano come principali alleati degli Stati Uniti nella lotta allo Stato Islamico e controllano una fetta importante di territorio nel nord-est del Paese, il Rojava. “Nella Siria del futuro, quando la guerra sarà finita, vedo il riconoscimento formale dell’autonomia“.

IRAN: I CURDI DI CUI NON SI PARLA

Difficilmente assurge agli onori della cronaca, eppure in Iran la questione curda viene da lontano e precede la nascita della Repubblica Islamica. Anche se è con l’avvento della rivoluzione komeinista, nel 1979, che la situazione si è progressivamente deteriorata. “Non ho mai vissuto un solo giorno in tranquillità in tutta la vita finché non sono scappato dal mio Paese“, confida Hemen, rifugiato politico in Italia dal 2008.

   L’attivismo politico non è ammesso dal regime degli ayatollah. “Per tanti anni ho combattuto per la libertà del popolo curdo e ne ho pagato le conseguenze”. A lui è andata bene. “Tanti amici non hanno avuto la mia stessa fortuna”. Il sospetto di affiliazione a gruppi di opposizione curdi può valere l’arresto, il carcere, la tortura e, nel Paese che vanta il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo, una condanna a morte. “Se vogliono prenderti, un’accusa la trovano”. Può essere un reato in materia di “sicurezza nazionale” o moharebe, “inimicizia a Dio”.

   Sullo sfondo permane un contesto di ordinaria discriminazione oltreché di emarginazione economica. “Non è permesso studiare la lingua curda né dare ai propri figli un nome curdo”, spiega Hemen convinto che le ‘aperture’ del presidente Hassan Rohani – come l’introduzione dell’insegnamento del curdo nell’università del Kurdistan, a Sanandaj – siano solo marketing elettorale, al pari degli annunciati investimenti in una regione, il Kurdistan iraniano, dove il sottosviluppo e la povertà lasciano ai margini una parte consistente della popolazione, pari grossomodo al 7% di quella totale.

   Dal punto di vista confessionale i curdi, che sono in maggioranza sunniti, scontano le discriminazioni che subiscono tutte le minoranze religiose in un Paese dominato da un clero sciita. “Oltre alle limitazioni nell’accesso al lavoro e all’istruzione, chi professa la propria fede rischia l’arresto”.

   “Ma non è una questione religiosa. È politica”, sostiene Hemen. “Il regime si sente minacciato dal nazionalismo curdo”, tanto più dopo il riaccendersi negli ultimi anni degli scontri tra esercito e Pjak, il partito curdo iraniano legato al Pkk e al Ypg. “Lottiamo da sempre per l’autonomia e il riconoscimento della nostra identità linguistica e culturale. Per questo il regime ci teme”. (Federica Giovannetti)

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SE COLPIAMO IL BERSAGLIO SBAGLIATO

di Alberto Negri, 4/6/2017, da “il Sole 24ore”

   Abbassato il livello di allarme dopo l’attentato di Manchester, gli apparati di sicurezza britannici hanno fatto un altro calcolo sbagliato: dagli errori si dovrebbe imparare, soprattutto quando si avvicinano le elezioni non solo in Gran Bretagna ma anche in Germania e forse pure in Italia. In pieno Ramadan, i jihadisti intendono trasferire lo stato di guerra mediorientale in Europa mentre si va al voto.

   Ma qual è il vero pericolo per gli americani, gli inglesi e loro alleati arabi del Golfo? L’Iran. E questo dice tutto sul livello di irresponsabilità delle leadership occidentali. E’ il messaggio sbagliato venuto dalla visita del presidente americano Donald Trump in Medio Oriente e che poi è passato anche al G-7: rifornire di armi l’Arabia Saudita con 110 miliardi di commesse ed essere acquiescenti con i piani delle monarchie arabe del Golfo e di Israele, non per abbattere il Califfato ma soprattutto per bloccare l’influenza dell’Iran sciita nella regione.

   La “Mezzaluna sciita” diventa così un pericolo maggiore dell’Isis e del jihadismo sunnita che proprio l’Iran insieme alla Russia e al loro alleato Assad e all’Iraq hanno combattuto in questi anni colpendo l’insieme dell’opposizione siriana. Il fatto che gli alauiti di Damasco restino al potere può certamente non piacere ma quali sono le alternative che sono state proposte in questi anni ai regimi autocratici del Medio Oriente?

   L’abbattimento prima di Saddam in Iraq nel 2003 e poi di Gheddafi in Libia nel 2011 hanno sprofondato nel caos intere nazioni e una delle eredità lasciate dal fallimentare governo di Fratelli Musulmani in Egitto, poi abbattuto dal colpo di stato del generale Al Sisi nel 2013, è stato che il Sinai diventasse un santuario dei jihadisti.

   Ma che cosa hanno pensato le potenze occidentali, tra cui la stessa Gran Bretagna? Hanno fatto credere ai sunniti che avrebbero avuto una rivincita in Siria e in Iraq con la caduta di regimi alleati della repubblica islamica iraniana e lo smembramento di questi ex stati arabi. Il suo primo viaggio importante all’estero la signora May lo ha fatto a Riad.

   E ora quali sono i piani di americani, inglesi e giordani? Tagliare il “corridoio” iraniano che attraverso l’Iraq e la Siria rifornisce Damasco e gli Hezbollah libanesi. Prima ancora di combattere un Califfato assediato a Mosul e nella capitale Raqqa, si pensa a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita.

   Se questi sono i presupposti della guerra al terrorismo, motivati dai grandi interessi economici e finanziari intrattenuti con le monarchie del Golfo, è evidente che si tenta di spostare il bersaglio della guerra al terrorismo a un altro piano.

   C’è poco da stupirsi quindi che continuino a rafforzarsi le cellule jihadiste, le quali probabilmente verranno ulteriormente alimentate dal ritorno dei foreign fighters dal Medio Oriente.

   Eppure quando si parla di “stati terroristi” viene sempre nominato l’Iran e mai sono citate quelle monarchie petrolifere che per decenni hanno incoraggiato il jihadismo e l’Islam più radicale con le loro ideologie retrograde che custodiscono non la parola del Corano, come vorrebbero fa credere con i loro comportamenti ipocriti, ma gli intessi ristretti di élite contrarie a tutti i valori occidentali. (Alberto Negri)

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COSA STA SUCCEDENDO IN MEDIO ORIENTE

di Adriano Sofri, 12/5/2017, da “IL FOGLIO”

– Dal riarmo dei curdi al muro della Turchia con il Kurdistan iracheno, piccolo riepilogo delle notizie importanti sul fronte mediorientale – 

   Vorrei ricapitolare qualcuna delle notizie rilevanti dal fronte mediorientale, dove si dice anche che le operazioni dentro Mosul ovest abbiano fatto consistenti progressi. Dunque: Trump ha confermato il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della riconquista di RAQQA, dando un altro grosso dispiacere a Erdogan. Se la decisione non fosse arrivata subito prima del siluramento di Comey, si comincerebbe a dubitare del rischio che Trump ne azzecchi parecchie.

   I CURDI SIRIANI hanno per la prima volta ammesso pubblicamente, secondo il Guardian, di non considerare più un’utopia la possibilità di arrivare fino al mare Mediterraneo, dando un grossissimo dispiacere a Erdogan, e uno meno vistoso ai confratelli CURDI IRACHENI, il cui petrolio e il cui gas sboccano nel mare Mediterraneo attraverso la Turchia.

   La TURCHIA ha annunciato di voler costruire un muro al confine con L’IRAQ, cioè con il KURDISTAN IRACHENO, per bloccare i movimenti transfrontalieri del Pkk, il partito dei lavoratori curdo che il regime turco e molti suoi tradizionali alleati dichiarano terrorista. Intanto Pdk e Puk, i due maggiori partiti curdi del Krg, il governo regionale curdo provvisoriamente iracheno, col dissenso concorrenziale dei partiti minori, dichiarano di avere ormai concordato di tenere il referendum sull’indipendenza. (Adriano Sofri)

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MEMENTO MOSUL

di Adriano Sofri, 18/5/2017, da IL FOGLIO

– Il mondo assiste indifferente alla gara per conquistarsi quel che rimarrà dopo la battaglia –

   Bisognerà spiegare, e spiegarsi, perché IL DESTINO DI MOSUL sia diventato sempre più indifferente al pubblico indifferente e agli stessi appassionati a quella causa. Non è solo effetto del tempo che passa, i quasi sei mesi dell’offensiva per anni dilazionata: che sarebbe durata almeno tanto era evidente a chi avesse un po’ di conoscenza dell’affare.

   Forse un soprassalto arriverà se arrivasse una carneficina un po’ più grossa, i filmati e la commozione di un giorno o due. Il fatto è che il tempo trascorso, i sei mesi della riconquista e gli anni della dilazione, ha già messo in scena le violenze e le guerre a venire, troppo ingorde per aspettare che Mosul sia sgombrata dai farabutti del Califfato prima di affacciarsi con la bava alla bocca e i coltellacci in mano.

   Ieri c’è stata un’informazione del portavoce militare iracheno a Baghdad. Ha detto che i miliziani dell’Isis ancora asserragliati dentro Mosul ovest sono un migliaio e che controllano più solo un decimo della città oltre il Tigri.

   Può essere vero, più arduo è prendere in parola la cifra fornita sui miliziani dell’Isis uccisi nel corso dell’offensiva, cioè dalla metà di ottobre dell’anno scorso: 14.647. La precisione, fino all’ultimo uomo, della cifra non basta a renderla più verosimile. E comunque costringe a scegliere fra questa e quella fornita all’inizio dell’avanzata della coalizione, quando le milizie dell’Isis nella città venivano calcolate fra 3 mila e 5 mila.

   Intanto, si moltiplicano i pretendenti alla divisione delle spoglie del dopo-Mosul – i Proci, stavo per scrivere, se all’epopea non mancassero il mare e Penelope e Odisseo. Lo sventurato Trump, che aveva appena solennemente dichiarato l’impegno ad armare i combattenti curdi siriani per la riconquista di RAQQA, passando da una decisiva alleanza di fatto alla sua pubblica rivendicazione e alla sfida esplicita alla Turchia, ha ricevuto per una graziosa mezzoretta Recep Tayyp Erdogan e, senza sconfessare il proclama filo-curdo siriano, ha giurato guerra senza quartiere al Pkk curdo-turco di cui i siriani del Rojava sono compagni di fede e di lotta.

   La contraddizione non lo consentirebbe, la sfacciataggine di Trump e di Erdogan sì. Negli stessi giorni il territorio yazida di SHINGAL, fra Mosul e il confine siriano, già teatro di scaramucce e poi veri scontri armati fra “guerriglia” curda legata al Pkk e peshmerga curdi legati al governo di Erbil (Erbil è la capitale del Governo Regionale autonomo del Kurdistan iracheno, ndr), ha conosciuto un inizio di invasione da parte delle truppe sciite di Hashd al Shaabi, già descritte come “paramilitari” e ora inglobate nelle Forze armate regolari irachene (o viceversa) e obbedienti di fatto a Teheran.

   L’avanzata delle milizie sciite dentro villaggi yazidi ha violato l’esplicito patto fra Baghdad ed Erbil che le escludeva da quel territorio e ha sollevato l’allarme di BARZANI, presidente del governo regionale curdo, che oltretutto si era trovato di fronte al fatto compiuto senza averne avuto alcun preavviso.

   A Baghdad il primo ministro Abadi ha ammesso che la cosa fosse andata così e l’ha dichiarata risolta di comune accordo, come se si fosse trattato di un incidente stradale. In realtà anche questa ennesima scaramuccia è un episodio della variopinta guerra locale e internazionale che si va giocando su ogni tessera di questo mosaico sgangherato.

   I miliziani sciiti non sarebbero entrati nella zona di Shingal se non si fosse instaurata una convergenza, per non chiamarla ancora alleanza, fra loro e il Pkk, favorita dall’Iran in funzione anti-turca. E se il fronteggiamento fra curdi turco-siriani del Pkk e curdi iracheno-siriani del Pdk di Erbil non si fosse procurato in ciascuno dei due rivali una componente yazida da invocare a giustificazione della propria presenza militare.

   Erbil aveva risposto alla provocazione delle milizie sciite evocando una risposta che sarebbe venuta da “Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita”: cioè, a prenderla sul serio, la trasformazione di SHINGAL in un altro piccolo Yemen. E non è che uno dei capitoli di questo infinito garbuglio. Il rischio è appunto che il garbuglio riduca l’impegno alla liquidazione dell’infamia jihadista dell’Isis, a Mosul e a Raqqa – e a Hawijiah e nelle altre roccaforti minori in cui ancora tutto è sospeso perché i “liberatori” studiano la lunghezza dei rispettivi artigli.

   Il rischio è che lo scetticismo diventi cinismo o rassegnazione. Che cosa si potrebbe fare, e chi? Chissà. Che cosa si poteva fare e chi, nell’Europa in cui si completava la liberazione dal nazifascismo dopo una violenza impareggiabile e alla vigilia di un futuro di artigli affilati? Qualcosa si fece, qualcuno lo fece. L’Europa potrebbe riprovarci, fuori casa – ma quelle guerre le arrivano in casa: se fosse capace di riprovarci là, farebbe meglio la pace con se stessa, qua. (Adriano Sofri)

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I CURDI ANNUNCIANO: A GIORNI L’ASSALTO FINALE CONTRO L’ISIS A RAQQA

da “Globalist”, 3/6/2017, www.globalist.it/

– La portavoce Jihan Sheikh Ahmed ha confermato: cominceremo entro pochi giorni –

   Un esercito guidato da una donna, con una portavoce donna e molte ragazze che combattono contro il fascismo jihadista ma soprattutto per un futuro di pace e una terra nella quale regnino i diritti umani e civili.

   La battaglia per la liberazione di Raqqa, la capitale dello Stato Islamico nel Nord della Siria scatterà “a giorni”. Lo ha detto la portavoce delle Forze Democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curda-araba sostenuta da Washington e composta principalmente dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg) affiancati dal battaglione femminile, ossia Ypj.

   Lo scorso novembre, le forze dell’Sdf hanno lanciato un’operazione per riconquistare Raqqa riuscendo progressivamente a stringere un cerchio intorno la città, in particolare dopo che ora hanno espugnato una città e una diga a una ventina di chilometri a ovest del capoluogo siriano. I loro combattenti sono ora a pochi chilometri della roccaforte jihadista a nord, come a est e ovest della città e dovrebbero iniziare presto l’assalto finale.

   “Cominceremo entro i prossimi pochi giorni”, ha dichiarato Jihan Sheikh Ahmed, la donna portavoce dell’operazione per la liberazione di Raqqa denominata dall’Sdf “Ira dell’Eufrate”.

   I combattenti dell’Sdf hanno già sigillato gli ingressi a Raqqa dalla parte settentrionale e orientale e ora sono vicini a fare lo stesso sul versante occidentale dopo i nuovi progressi.

   L’osservatorio siriano per i diritti umani, una Ong che conta su una estesa rete di attivisti in tutto il Paese, ha affermato che Sdf ha preso oggi sotto il suo controllo la città di Mansura e l’adiacente diga di al Baath sul fiume Eufrate, a circa 20 chilometri a ovest di Raqqa.

   “Questa avanzata consentirà all’Sdf di ampliare il suo controllo sulle sponde meridionali del fiume Eufrate e di stabilizzare il fronte occidentale di Raqqa prima di lanciare la battaglia finale per cacciare l’Isis dalla città”, ha dichiarato il direttore dell’Osservatorio Rami Abdel Rahman, prima di aggiungere: “Ci stiamo avvicinando alla grande battaglia”. (www.globalist.it/)

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STATI UNTI E TURCHIA SI SCONTRANO SUI CURDI E SULLA SIRIA

di Bernard Guetta, France Inter, Francia, 11/5/2017 (ripreso da INTERNAZIONALE)

(https://www.internazionale.it/)

   Gli Stati Uniti armeranno i curdi in Siria, una decisione annunciata il 9 maggio. La Turchia ha reagito con indignazione. L’11 maggio il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha invitato Washington a “tornare immediatamente sui propri passi”, ma più o meno contemporaneamente i militari statunitensi hanno confermato che “molto presto” comincerà la consegna di mortai, mitragliatrici pesanti, armi leggere e veicoli blindati.

   Entrambi membri della Nato, Stati Uniti e Turchia si ritrovano in totale disaccordo. (….) Il meno che si possa dire è che siamo davanti a un pasticcio nell’Alleanza atlantica. Ma come siamo arrivati a questo punto?

Un enorme problema per Ankara

La risposta è nella geografia. I curdi siriani vivono nel nord del paese, una zona che costeggia la frontiera turca, oltre la quale vivono curdi turchi. La frontiera turco-siriana separa i due Kurdistan. Quello siriano – il Rojava – gode di un’autonomia de facto da quando il regime di Damasco è in guerra con i ribelli, mentre quello turco ricomincia a sognare la secessione, ispirato dai curdi iracheni e siriani.

   Per la Turchia L’EMERGERE DI UN KURDISTAN SIRIANO AUTONOMO È DUNQUE UN PROBLEMA ENORME. Ankara la considera una tale minaccia per la sua integrità territoriale da aver inviato dalla scorsa estate le sue truppe in Siria, con la scusa di voler combattere il gruppo Stato islamico, ma in realtà per impedire alle milizie curde, le Ypg, di gettare le basi di uno stato indipendente assumendo il controllo del nord del paese.

   Per Erdoğan la consegna di armi statunitensi alle Ypg è una pugnalata alle spalle. È questo il messaggio a a Donald Trump, spiegandogli che qualsiasi armamento consegnato ai curdi siriani potrebbe finire nelle mani dei curdi turchi. E su questo il presidente non ha torto.

   Ma gli americani hanno un grande bisogno di armare le Ypg, perché è su queste milizie che contano per lanciare l’assalto terrestre contro Raqqa, la città che il gruppo Stato islamico ha trasformato nella sua capitale in Siria. Tra uno sgarbo alla Turchia (membro della Nato) e il rifiuto di rischiare la vita dei loro soldati in Siria, gli americani hanno fatto la loro scelta. Washington ha deciso di armare i curdi siriani, che dal canto loro hanno tutto l’interesse a mettersi sotto la protezione degli Stati Uniti.

   La Turchia, a conti fatti, non può fare niente per impedirlo. Ankara non può avvicinarsi alla Russia più di quanto abbia già fatto, perché non può rompere con gli americani in un momento in cui le sue relazioni con l’Unione europea sono ai minimi storici. La Turchia dovrà ingoiare il rospo, e il frazionamento della Siria andrà avanti mentre il paese guidato da Erdoğan sprofonda sempre più nella dittatura, nella crisi economica e nell’isolamento internazionale. (Traduzione di Andrea Sparacino)

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NO DELLA TURCHIA AGLI USA SULLE ARMI AI CURDI IN SIRIA

da Radio Vaticana, 11/5/2017

   Frizioni tra Turchia e Stati Uniti sull’iniziativa annunciata da Washington di fornire armamenti al miliziani curdi in chiave anti Stato Islamico. “La lotta al terrorismo non si può fare con un’altra organizzazione terroristica” ha detto il capo dello Stato turco Erdogan (…).

   Sull’eventualità di rafforzare militarmente le milizie curde, Giancarlo La Vella ha intervistato Fulvio Scaglione, esperto di questioni internazionali di Famiglia Cristiana.

“In chiave anti Is naturalmente più avversari si riescono a mobilitare e meglio è. Detto questo è chiaro che armare i curdi è una decisione non solo tattica, ma anche strategica, politica e significa appunto urtare la sensibilità della Turchia che riguardo ai curdi è ipersensibile. Credo che la mossa di Trump, comunque, sia rivolta non tanto alla Siria – d’accordo, c’è la conquista di Raqqa in ballo, la battaglia finale contro l’Is – ma sia rivolta soprattutto a compiacere i curdi dell’Iraq che hanno già annunciato di voler tenere un referendum per l’indipendenza e che naturalmente se dovessero divenire uno Stato, per quanto piccolo, indipendente ma fortemente appoggiato, legato agli Stati Uniti, sarebbero una specie di incubo per la Turchia di Erdogan.”

Una volta risolta la questione siriana, non sarà proprio quella curda a  cui la comunità internazionale dovrà mettere mano?

La comunità internazionale doveva mettere mano alla questione curda ormai da più di un secolo e non l’ha ancora fatto. Credo che molto dipenderà dallo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia, perché quando questa era un alleato fedele degli Stati Uniti, un membro della Nato rigorosamente allineato ai desideri americani, la questione cruda non era mai al primo posto dell’Agenda, anzi, era agli ultimi posti. Adesso che i rapporti tra Turchia e Stati Uniti non sono buoni, questi ultimi potrebbero usare la questione curda come uno strumento per far leva, per fare pressione su Erdogan e sul suo regime. Bisogna vedere come evolverà lo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia.

La questione curda, soprattutto per quello che riguarda l’aspetto siriano è qualcosa che interessa molto anche la Russia. Quale potrebbe essere la posizione di Mosca?

Credo che la posizione di Mosca sia quella che abbiamo visto delineata con quell’accordo sulle zone di de-escalation, che sono di fatto, in realtà, delle sfere di influenza che Iran, Russia e Turchia si sono ritagliati dentro la questione siriana. Credo che Mosca, da questo punto di vista, sia assolutamente cinica, ovvero sia disposta a patteggiare su tutto purché vengano conservati e rispettati i suoi interessi strategici, ovvero avere nella parte cruciale della Siria, cioè sull’asse Aleppo-Damasco un governo di propria fiducia.

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LA QUESTIONE CURDA IN TURCHIA: CENNI STORICI E FASE ATTUALE

di Cosimo Pica,  5/4/2017, da

https://dialogareconoscendo.wordpress.com/

   La questione curda, oggi, ha raggiunto una centralità che probabilmente non ha precedenti nella storia recente. Per delimitare il campo e permettere una comprensione di essa, nel contesto turco, è necessario chiarire alcuni aspetti che credo siano imprescindibili.

   Con la nascita della Repubblica turca nel 1923 sulle macerie dell’impero ottomano, i padri fondatori hanno tentato di uniformare un territorio vasto e variegato sotto diversi punti di vista. Il mantra nazionalista tek dil, tek halk, tek bayrak (it. “una lingua, un popolo, una bandiera”) ha segnato la prassi politica dell’élite kemalista al potere negli anni di formazione della Repubblica.

   Possiamo definire dei veri e propri progetti di ingegneria sociale alcuni passaggi fondamentali, sia di Stato che di “strada”, avvenuti nel periodo della massima mobilitazione ideologica attuata dal governo repubblicano per attuare la dottrina del padre della nazione, Mustafa Kemal Atatürk: lo scambio di popolazione con la Grecia in seguito alla guerra d’indipendenza e al trattato di Losanna del 1923; la legge sugli insediamenti del 1934 che incentivava le persone di etnia turca a trasferirsi in Anatolia; il massacro di Dersim (da molti considerato un vero e proprio genocidio contro zaza e curdi)  del 1937-1938.

   Si tratta di eventi perfettamente in linea con le formulazioni legate alla riforma della lingua e alla codificazione della tesi di storia turca (entrambe varate negli anni trenta), due punti cardine su cui si è fondato il processo di elevazione dell’essenza turca, la turkishness (it. “turchità”), a standard nazionale, la quale ha segnato i confini della cittadinanza. Una serie di prassi discorsive e disposizioni legislative che hanno sostanziato la “missione civilizzatrice” dell’establishment kemalista nei confronti dell’Anatolia considerata arretrata, con l’obiettivo di raggiungere il “livello di civilizzazione contemporaneo” (leggasi occidentale). Non è un caso, infatti, che la storiografia e la linguistica turca siano state considerate figlie dell’orientalismo occidentale.

   È utile partire da tale realtà per parlare delle vicende vissute dalla più grande comunità non turca del paese, ossia i curdi. Infatti essi sono stati i più esposti ai processi di assimilazione forzata, emblemi di un vero e proprio colonialismo interno, di fronte ai quali i fenomeni di opposizione sono stati repressi in maniera brutale. Nell’affrontare il tema del razzismo come fattore strutturale della società, infatti, il nodo della rappresentanza politica di coloro che ne hanno subito gli effetti è un altro tassello fondamentale per parlare della questione curda.

   Questa, infatti, assume i tratti più noti a noi oggi soprattutto a partire dal 1978, anno della fondazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK. Le idee di indipendenza nazionale, di ispirazione marxista-leninista, che hanno contraddistinto la nascita di questa formazione politica, sono riuscite ad incarnare il desiderio di riscatto della popolazione curda, riscuotendo un enorme successo. La presa di parola dei subalterni (in questo caso curdi) ha aperto la strada ad un periodo di forte conflitto con lo Stato turco, che ha posto al centro dell’opinione pubblica la questione curda.  Essa è diventata un tema imprescindibile all’interno del Paese, soprattutto in seguito all’adesione alla lotta armata del PKK nel 1984, in risposta alla feroce repressione attuata dalla giunta militare che prese il potere con il golpe del 12 Settembre 1980.

   Le richieste storiche del movimento di liberazione curdo sono riassumibili con due parole, declinate in maniera diversa, a seconda delle fasi: terra e libertà per il popolo curdo.

   Semplificando notevolmente la storia del movimento di liberazione curdo credo sia importante analizzare i suoi cambiamenti, soprattutto a partire dagli anni ’90, quando ha deciso di intraprendere diverse strade per riuscire ad ottenere le proprie rivendicazioni. Dall’ultimo decennio del XX secolo, infatti, sono nati diversi partiti politici curdi che hanno tentato la via istituzionale, i quali, però, hanno trovato sempre la strada sbarrata dalle leggi anti terrorismo che puntualmente sono state usate per farli chiudere, accusandoli di legami con il PKK.

   Inoltre, dal 1999, anno in cui è stato arrestato Abdullah Öcalan, anche la dottrina del Partito dei lavoratori del Kurdistan è cambiata. In un assetto mondiale decisamente diverso da quello della sua nascita, il PKK, tramite una profonda discussione interna, ha virato da idee legate al desiderio di indipendenza nazionale, tipiche delle formazioni armate marxiste leniniste nate in contesti di decolonizzazione, a idee che potremmo definire comunaliste, ispirate alla teorizzazione del cosiddetto “confederalismo democratico” dello stesso Öcalan. Si tratta un pensiero sincretico che unisce la tradizione popolare curda alle idee ecologiste di democrazia diretta del pensatore americano Murray Bookchin, senza dimenticare, però, l’influenza di formulazioni comuniste più ortodosse.

   Conoscere questi cambiamenti risulta essenziale oggi per approcciarsi a cosa siano il movimento di liberazione curdo e il PKK. Esso non desidera più formare uno Stato nazione curdo, ma, anzi, criticando il concetto stesso di Stato nazione, considerato il presupposto dello sfruttamento e del razzismo, reclama, oggi, un’autonomia democratica dei territori del Kurdistan, nella direzione dell’autogoverno e dell’autogestione condivisa da tutti i popoli della regione. In questo senso bisogna registrare la nascita nei primi anni Duemila del Koma Civakên Kurdistan‎ (Unione delle comunità del Kurdistan), che riunisce i partiti che si ispirano alle idee di democrazia diretta e confederalismo democratico di tutta la regione curda divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Inoltre, sempre negli stessi anni nasce la Kongreya Civaka Demokratîk (it. Congresso della società democratica) che racchiude le formazioni politiche istituzionali e tutte le associazioni curde. Segnali importanti di un cambiamento d’approccio, dimostrato, d’altronde, a partire dal XXI secolo, dal desiderio del PKK di aprire una trattativa con il governo turco indirizzata verso una soluzione politica della questione curda.

   Proprio Erdoğan sembrava aver accettato la sfida del dialogo, contribuendo a far partire un complesso processo di pace. Circostanza ascrivibile al primo periodo dell’era al potere dell’attuale Presidente della Repubblica, segnato da un tentativo di democratizzare le istituzioni e la società turca. Uno scenario che dava l’impressione di aver raggiunto, in senso positivo, un punto di non ritorno con lo storico discorso di Öcalan in occasione della festività curda del Newroz del 2013, in cui dichiarava la volontà di porre fine alla lotta armata e portare solo su un piano politico la questione curda.

   La realtà, però, proprio pochi mesi dopo questo storico discorso non ha seguito il corso sperato. In tal senso la nascita del partito HDP, Halkların Demokratik Partisi (it. Partito democratico dei popoli), in seguito alle rivolte di Gezi Park, ha svolto un ruolo molto importante. Esso rappresenta un esperimento innovativo, che racchiude non solo la componente politica legata esclusivamente alla questione curda, ma anche tante realtà della sinistra turca. Il suo obiettivo, dalla nascita nell’Ottobre 2013, è stato quello di riuscire a rappresentare tutti i popoli oppressi della Turchia, ponendo al centro tematiche importanti nel Paese, non solo legate all’identità e all’autonomia democratica, ma anche all’ecologia, al lavoro, alla salute, all’istruzione. La forza propulsiva di tale partito si è espressa in maniera evidente nelle elezioni del Giugno 2015 quando, con la sua affermazione, sancita dal superamento della soglia del 10 % dei voti per entrare in Parlamento, ha mandato in frantumi le mire presidenzialiste di Erdoğan. Circostanza che ha incrinato notevolmente i rapporti, mai del tutto pacificati, tra il Presidente e la rappresentanza politica curda. Se a questo si aggiunge il clima di tensione creato nel paese per aumentare i consensi in vista delle elezioni anticipate del Novembre 2015, in seguito alla mancata formazione di un governo da parte della maggioranza formata dall’AKP, si comprendono le ragioni del fallimento del processo di pace.

   Inoltre la situazione regionale, di enorme incertezza e crisi politica nonché umanitaria, in cui la Turchia ha giocato un ruolo preponderante, ha accelerato il ritorno al conflitto tra le parti. In tal senso l’ingerenza della Turchia in Siria è stata molto importante. Il protagonismo dei curdi nel nord della Siria, con la creazione di tre cantoni in cui vige l’autogoverno secondo le idee del confederalismo democratico di Öcalan hanno portato il governo turco a fare di tutto per impedire una riunificazione completa del territorio curdo in Siria ed una diffusione di tale modello anche nella regione curda in Turchia. La complicità dell’esecutivo di Erdoğan con le fazioni islamiste in chiave anti curda è palese. L’eroica resistenza di Kobane contro Daesh ha stroncato, però, ogni velleità della Turchia. L’importanza delle e dei combattenti curdi nel contrastare l’Isis ha posto questi ultimi quali interlocutori politici essenziali per tutti gli attori in campo impegnati a contrastare l’avanzata jihadista.

   Questa circostanza ha portato la Turchia a mettere in campo qualsiasi strategia pur di stroncare la forza politica curda. In tal senso è emblematico il comportamento avuto dalle forze di sicurezza turche nel sanguinoso attentato di Suruç del Luglio del 2015. In un luogo di confine strettamente presidiato nessuno è riuscito a fermare, o anche solo notare, un attentatore che si è fatto esplodere tra i giovani attivisti della Sosyalist gençlik dernekleri federasyonu (it. Federazione delle associazioni della gioventù socialista), i quali sostavano in un centro culturale della cittadina al confine per poter consegnare nei giorni successivi aiuti materiali per i bambini di Kobane. Questo è stato l’evento simbolo che ha riportato ai massimi storici il conflitto tra Stato e PKK, con una escalation di attacchi armati impressionante. Per mesi è stato dichiarato lo stato di emergenza ed il coprifuoco nel sudest del paese a maggioranza curda. L’esercito turco ha assediato città e villaggi radendo al suolo interni quartieri e distretti della zona. Una situazione che, tra l’altro, ha rinsaldato i legami tra l’AKP e il partito nazionalista di estrema destra MHP, suggellato da un recente accordo in vista del referendum sul cambio della costituzione in senso presidenzialista di Aprile.

   I foschi scenari all’orizzonte sono diventati ancora più inquietanti in seguito alla brutale repressione post tentato golpe dello scorso Luglio (qui), in seguito al quale è stata pressoché silenziata qualsiasi voce critica nei confronti del governo. Addirittura a Novembre sono stati arrestati Selahattin Demirtaş e Figen Yüksedağ, co-presidenti dell’HDP, con l’accusa di sostenere formazioni terroriste (leggasi PKK). Entrambi ancora in carcere, in un paese che sta vivendo un periodo buio paragonabile alle stagioni politiche più drammatiche, come quella successiva al colpo di Stato capitanato del generale Kenan Evren del 1980.

   La questione curda rimane irrisolta ed in una fase molto delicata, in una nazione con il fiato sospeso in attesa degli esiti del referendum costituzionale di Aprile che segnerà le future sorti della penisola anatolica. (Cosimo Pica)

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LA GUERRA TRA CURDI A OVEST DI MOSUL RISCHIA DI PEGGIORARE ANCORA

di Adriano Sofri, 15/3/2017 da IL FOGLIO

– Gli yazidi del Pkk contro tutti, 10 morti negli ultimi giorni –

   Mentre infuria davvero la battaglia di Mosul ovest, arrivata alle soglie della Città Vecchia – avete letto sabato, mi auguro, il primo bellissimo reportage di Daniele Raineri – vorrei richiamare ancora un’attenzione laterale sullo scontro fra curdi in corso nella regione yazida di Shingal-Sinjar, a ovest di Mosul. Ricapitolo le tortuose premesse. Shingal venne occupata dai miliziani dell’Isis nell’agosto del 2014, quasi due mesi dopo la caduta di Mosul, e restò nelle grinfie del sedicente Califfato fino al novembre dell’anno successivo.

   Vi si compì il massacro genocida di uomini yazidi, il sequestro e la schiavizzazione di donne e bambine, la caccia feroce ai fuggiaschi. I peshmerga del partito egemone nella parte del Governo Regionale Curdo di Erbil e Dohuk, il Pdk, non seppero far fronte all’avanzata dell’Isis. Al contrario, le truppe del Pkk, il Partito dei Lavoratori curdo-turco in esilio nel territorio curdo-iracheno, intervennero valorosamente nella difesa degli yazidi. (Adriano Sofri)

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LA FURIA SUICIDA DI MOSUL

di DANIELE RAINERI, da IL FOGLIO (http://www.ilfoglio.it/ ) del 11/3/2017

– Nella battaglia decisiva non ci saranno trattati di pace. È una guerra di annientamento in cui i miliziani dello Stato islamico possono solo essere uccisi o farsi esplodere. Reportage dal fronte –

MOSUL, DAL NOSTRO INVIATO – Diceva il generale americano Eisenhower che “la guerra è vinta quando i miei soldati fanno la guardia al tuo palazzo presidenziale”. Oggi si può fare una parafrasi di quella vecchia citazione e dire che la guerra allo Stato islamico è quasi vinta quando i giornalisti lavorano di nuovo a Mosul ovest, che è la zona più infestata dallo Stato islamico nella città più infestata del paese più infestato. Mentre si aspetta che un blindato iracheno arrivi a coprire l’avanzata tra i palazzi sventrati di Dawasa, dove corre la linea del fronte e dove c’è la chiesa appena liberata di Santa Maria del Perpetuo Soccorso, un fotografo francese del Monde ride: “Voi italiani, sempre a cercare chiese”, dice al riparo di un muro. “Noi in realtà si voleva fare filmare un negozio di baguette, ma non ce ne sono a Mosul”. Per arrivare alla chiesa si corricchia a fianco del blindato per mezzo chilometro, in modo da non farsi vedere dai cecchini dello Stato islamico. Accanto al blindato ma sempre in mezzo alla strada e mai a lato della strada, perché la regola dice che non si mettono mai i piedi dove nessuno è ancora passato.

   Lo Stato islamico ha cecchini temibili, alcuni sono russi e sono i protagonisti di un video prodotto dal gruppo di Mosul in cui fanno strage di soldati e ufficiali e mostrano i colpi alla moviola. Il filmato faceva parte di una serie di video di propaganda messi online tra novembre e dicembre, e ciascuno presentava una minaccia specifica contro gli invasori: c’erano i tiratori scelti, c’erano le squadre che sparano con i missili controcarro e distruggono i corazzati, c’era l’esercito di volontari pronto a farsi saltare in aria in nome di Abu Bakr al Baghdadi, c’erano persino i droni che lanciano granate. Ma nella metà sud del quartiere di Dawasa tutta questa ferocia militare non è servita a nulla, non è riuscita a tenere il territorio, si è sfatta nel giro di una settimana di attacchi da terra e di bombardamenti aerei e ora cadaveri e pezzi di guerriglieri baghdadisti giacciono dove l’onda d’urto delle bombe li ha gettati.

   Ce ne sono tre davanti alla chiesa, uno separato dalle sue gambe – che sono assieme poco più in là – e sul muro accanto al portoncino d’ingresso con la croce c’è la scritta fatta con una bomboletta spray: “Vietato l’ingresso per decreto dello Stato islamico”. Dentro la chiesa è uno sfacelo, ma è più probabile che sia stata la guerra che non l’occupazione di quasi tre anni. Un proiettile di mortaio da 80 mm è appoggiato per dritto sull’altare, in segno di scherno.

   Sulle colonne di marmo della navata lo Stato islamico ha attaccato con lo scotch i suoi manifesti colorati in bella carta lucida. Per tragica ironia, uno di questi manifesti è la Carta di Medina, scritta dal profeta Maometto nel 622 dopo Cristo per regolare la vita dei diecimila abitanti della città-stato di Medina, che disciplina tra le altre cose anche la convivenza tra religioni diverse. Appena fuori dalla chiesa, i colpi di mortaio sparati dall’esercito iracheno salgono in cielo e descrivono una breve parabola sopra l’edificio con una nota ascendente, fwaap, che dà sollievo – vuol dire “è un colpo in uscita, è dei nostri”, non sta cadendo su di noi – e piomba cento metri verso nord sulle teste dello Stato islamico, a spezzare il silenzio di una pausa nei combattimenti. La Carta di Medina è stata definita “la prima Costituzione scritta al mondo”, ma qui, tra blindati e strade deserte e pezzi di corpi, si sente l’evidente bisogno che sia discussa e interpretata in accordo con i tempi moderni.

   Per spiegare in poche parole cosa ha fatto lo Stato islamico tra il 2014 e il 2017 si potrebbe dire così: “Un’ondata suicida di gioventù islamista, affascinata da cattivi maestri, ha chiesto a gran voce di essere sterminata. La sua richiesta, dapprima con riluttanza poi con maggiore disinvoltura, è stata accolta”. Il seguito di questa premessa è la battaglia per Mosul che si sta combattendo da ottobre.

   Da qui, da questa città nel nord dell’Iraq, lo Stato islamico aveva lanciato una sfida troppo ambiziosa, una sfida che non poteva vincere e che era tutta centrata sulla resurrezione del Califfato e sulla sua espansione. Pur di ottenere queste due cose aveva minacciato di fare la guerra a tutto il mondo – letteralmente “a tutto il mondo”, che è uno dei motivi per cui è necessario ascoltarli: perché sono specializzati nel parlare e ragionare in modo letterale.

   Dopodiché la setta si era trincerata dentro Mosul, ad aspettare una reazione militare che prima o poi sarebbe arrivata. I suoi adepti avevano attaccato per primi e con odio trasversale non avevano lasciato nessuno fuori dalla lista dei loro nemici: c’erano l’America e la Russia, la Turchia e i guerriglieri curdi comunisti del Pkk, i ribelli siriani e il presidente Assad, i peshmerga e le milizie sciite, Israele e l’Iran, l’Arabia Saudita e tanti altri. Davvero, come si aspettavano che sarebbe finita?

   Questa pulsione suicida collettiva si vede all’opera benissimo nelle strade di Mosul, anzi è la prima caratteristica che dà forma alla lotta per riprendere la città-stato di Baghdadi. I suoi uomini si fanno ammazzare uno a uno piuttosto che cedere un metro quadro di terreno, e si va avanti così. Non è prevista una resa, nessuno spera in una capitolazione, non ci saranno trattati di pace da firmare. C’è soltanto, e piuttosto, una campagna di annientamento che fa il suo corso. Anche gli invasori hanno accettato questa impostazione.

   Mentre in tutte le altre battaglie urbane contro l’Isis si era scelta una strategia del compromesso, per esempio a Falluja in Iraq e a Manbij in Siria, e si lasciava di solito un lato della città aperto e non sottoposto all’assedio dei soldati, per offrire ai guerriglieri la possibilità di abbandonare il luogo – in questo modo ci si risparmiava la guerra all’ultimo sangue e si provava a salvare la città, pur sapendo che la battaglia si spostava semplicemente altrove – a Mosul invece è stata fatta la scelta contraria, si è deciso di applicare il modello tonnara.

   Tutti i lati sono chiusi, anche la scappatoia possibile verso l’ovest, verso Tal Afar (una piccola Mosul ancora più incattivita) e tutti gli uomini dello Stato islamico che sono rimasti dentro a combattere resteranno dentro – ma non i leader più importanti, che hanno già abbandonato la versione Isis del bunker di Berlino. Forse una minoranza locale sopravvivrà, perché riuscirà a confondersi fra i rifugiati e la popolazione, ma gli stranieri non hanno questa chance (è per questo che si dice siano i più fanatici, perché per loro non c’è scampo). Gira anche una leggenda metropolitana istantanea su questo: un traduttore che accompagna un giornalista straniero nelle vie di Mosul s’accorge che una donna attraverso la fessura del velo integrale segue con lo sguardo il giornalista, allora si avvicina e scopre che la donna è in realtà un uomo. Il traduttore afferra il suo giornalista per un braccio e fugge via.

   Le categorie di soldati suicidi dello Stato islamico sono tre. Gli “inghimasi”, che è una parola che viene dalla radice del verbo arabo “pucciare”, come in “pucciare un biscotto nel latte”, sono gli uomini armati che vanno a infilarsi tra i nemici e tentano di fare il massimo di danni prima di essere uccisi (oppure prima di vincere).

   Al nasr au al shahada è infatti il motto, vittoria o morte, ma la prima – contando la sproporzione numerica e la mancanza di un’aviazione propria – è da escludere. Gli “istishadi”, che è un termine arabo legato alla figura dello “shahid”, il martire, sono quelli che vanno a farsi saltare in aria contro i nemici a bordo di un veicolo carico di esplosivo, “il loro equivalente approssimativo dei nostri bombardamenti aerei di precisione”, come dicono gli ufficiali americani. Ce ne sono stati più di trecento da quando è cominciata la battaglia per prendere Mosul ed è un numero in aggiornamento. Infine, ci sono i combattenti regolari, che non fanno azioni da commando e non vanno a farsi saltare in aria, ma – in queste condizioni – sono anche loro votati alla morte, a meno che, come si è detto, non riescano a dileguarsi in mezzo ai civili, ma chi avesse voluto farlo lo avrebbe già tentato.

   Gli inghimasi li vediamo subito stesi a terra vicino al ponte autostradale che attraversa Mosul e va verso Baghdad, alle porte del quartiere di Dawasa: sono tre uomini vestiti con scarpe da ginnastica – bisogna essere leggeri per andare incontro all’ultimo combattimento – con fucili d’assalto e cinture esplosive. Quelle a Mosul sono comuni da trovare: panetti di plastico in un sacchetto di tela, uno strato di pallini di piombo appiccicato alla tela con una passata di qualche colla resinosa (in modo che, come sappiamo dopo anni di attentati esplosivi, le biglie uccidano e feriscano il più possibile), il tutto infilato in una cinta avvolta a doppio giro nel nastro adesivo e collegata a un cavo di detonazione che arriva a un interruttore difeso da una sicura ad anello – che è come quella delle granate, si strappa l’anello e solo allora l’interruttore può fare contatto. E’ una semplice misura per evitare che gli inghimasi saltino in modo accidentale mentre si siedono o per colpa di una buca in macchina. I tre sono morti da poco, uccisi dalle raffiche mentre entravano nell’androne di una casa dai soldati iracheni che poi procedono subito a tagliare i cavi delle cinture esplosive. Disinnescare anche i morti, questo chiede l’operazione per liberare Mosul. Sono uomini piccoli, se non avessero barbe folte e piene di mosche sembrerebbero bambini.

   Dallo stesso ponte autostradale sbucano quattro veicoli corazzati color sabbia con antenne di due metri, sfilano con lentezza davanti alle macchine fotografiche, hanno nomi stampati sulle fiancate, Mikey, Donnie, Leo e Ariel. I soldati iracheni dicono secchi: niente fotografie, e così si fa. Sono le forze speciali americane, che assieme a quelle di altri paesi occidentali – incluse italiane e francesi – sono a Mosul per dare una mano alla liberazione. Da qualche giorno gli americani si sono infilati le tute nere e i caschi beige della Golden Division, il reparto antiterrorismo iracheno, per non dare troppo nell’occhio, ma anche così serve a poco. C’è una specie di convenzione tra gentleman per cui non s’insiste troppo, per adesso.

   Gli istishadi, quelli delle autobomba, sono una presenza incombente temuta da tutti. Un istishadi fallito è in una viuzza residenziale di Dawasa, dietro al muro di un giardino, un colpo preciso di qualche calibro maggiore ha sfondato la corazzatura della sua autobomba e gli ha aperto la testa, l’auto è finita contro un palo senza esplodere, lui è fuori a terra. Non ci si può sbagliare, il veicolo anche sotto la corazzatura è una Kia. Quando il gruppo ha conquistato Mosul nel 2014 ha saccheggiato il grande concessionario della casa coreana e ora molte delle autobomba sono Suv della Kia, modificati con l’aggiunta di lastre di acciaio per consentire al guidatore di portare a termine la sua missione, che è arrivare più vicino che può a qualche bersaglio pagante – per esempio una colonna di veicoli dell’esercito che avanza in fila indiana. Questo fermato senza esplosione è un caso raro, giace a braccia larghe fuori dalla macchina, attorno a lui le taniche grigie con gli inneschi elettrici che contengono l’esplosivo.

   Attorno cadono sporadici e casuali i colpi dei mortai, se uno finisse sull’auto e sulla montagnola di esplosivo sarebbe un guaio, ma rimuovere in fretta tutti i rischi dalle strade di Mosul è un compito che per ora è al di là delle forze. A duecento metri ecco un’altra autobomba, questa invece è molto in movimento e arriva a poca distanza ma c’è un muro di mezzo. Botta, onda d’urto, tutti abbracciati ai pneumatici di un blindato, così grossi e rassicuranti, mentre si alza una colonna di fumo bianco – che vuol dire che l’esplosivo usato era buono, grado militare, combustione rapida – e cadono pezzi di lamiera. “Ce l’ho, ce l’ho”, dice un fotografo mentre segue con la lente le parti di auto che toccano terra e rotolano dietro di noi. I soldati dicono che è stata distrutta da un elicottero mentre faceva a zig zag tra i palazzi per arrivare più vicina e in effetti c’era un elicottero in volo sopra di noi, ma è difficile dire se è andata così (che c’entri qualcosa la presenza discreta degli americani, per l’individuazione e la risposta così rapida?).

   Una terza autobomba esplode il giorno dopo, sempre seguendo questa cadenza terrificante per cui c’è da attendersene almeno un paio ogni ventiquattr’ore. Questa attacca in una zona che in teoria è stata già ripulita da un paio di settimane, a circa mezzo chilometro da una piazzola dove i camion dell’esercito iracheno caricano i civili che attraversano a centinaia dalla linea del fronte con un bagaglio sotto il braccio. Fra la gente si sparge subito la voce che avesse come obiettivo proprio loro, che volesse colpire chi abbandona il Califfato in via di rimpicciolimento e quindi è un traditore.

   Lo Stato islamico ha adottato una tattica stay-behind, lascia alcuni guidatori con le loro autobomba nascosti in qualche garage tra le vie deserte, i soldati che avanzano non riescono a controllare casa per casa, quando è il momento più opportuno gli istishadi escono alle loro spalle a caccia di bersagli e si fanno saltare nel giro di pochi minuti. Spesso erano guidati dai droni dello Stato islamico, che filmano le posizioni a terra e trasmettono a chi è ancora nella parte occupata e che a sua volta fornisce indicazioni via radio, tipo “Esci adesso”. Ma una settimana fa gli americani hanno portato in città un camion che ospita un congegno elettronico che interferisce con le comunicazioni e di fatto ha atterrato tutti i droni islamisti. Alla piazzola dei profughi tutti si stringono nelle spalle. Era lontana, è esplosa alle loro spalle, è andata. Loro sono ormai fuori. (Daniele Raineri)

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