QUESTIONE CLIMA: la MANCATA RATIFICA degli USA dell’ACCORDO DI PARIGI (i paesi sviluppati contengono l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi dai livelli pre-industriali, e aiutano i paesi poveri per uno sviluppo compatibile), è un disimpegno mondiale a salvare il pianeta? (oppure un monito a fare di più?)

Dal 10 al 12 giugno la città di BOLOGNA ha ospitato il G7 AMBIENTE, il vertice dei MINISTRI DELL’AMBIENTE dei 7 Paesi più ricchi appartenenti all’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che conta 35 paesi aderenti, ha sede a Parigi ed è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato ). DI FRONTE ALLA CRISI AMBIENTALE E CLIMATICA, LE ORGANIZZAZIONI SOCIALI, in contemporanea, HANNO ORGANIZZATO TRE GIORNATE DI DISCUSSIONE E MOBILITAZIONE PER CHIEDERE UNA SVOLTA RADICALE NELLE POLITICHE AMBIENTALI E CLIMATICHE. Tre giornate in cui presentare, confrontare e approfondire proposte che puntino ad una reale trasformazione ambientale, sociale ed economica necessaria a tutelare le risorse ambientali e ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici

   Alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore che persistono per vari giorni e notti. Il clima sta già cambiando, aumentano i fenomeni metereologici estremi: Il dramma è che attenzione o meno, responsabilità politica o meno… le emergenze ambientali restano e spetta alle realtà sociali sollevarle con forza di fronte ai decisori politici, rivendicando spazi partecipativi e misure efficaci.

Il presidente Donald Trump alla conferenza stampa in cui ha annunciato che gli Stati Uniti abbandonano l’Accordo sul clima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, Washington DC, 1 giugno 2017
(AP Photo/Susan Walsh)

   Per porre sul tavolo proposte concrete che proietterebbero il paese verso l’anelato orizzonte carbon neutral, oltre 100 scienziati italiani e circa 200 realtà della società civile hanno presentato, a BOLOGNA tra il 10 e il 12 giugno scorsi (in occasione e in parallelo al G7 Ambiente, che vedeva la presenza dei ministri dell’Ambiente dei 7 Paesi più sviluppati), un manifesto radicalmente ambientalista, il “Decalogo per una società ecologica” (poi parafrasato, nella presentazione, cambiando la seconda vocale da “a” in “o” per denotare l’importanza, ancora oggi più attuale, della parola “eco”, ecologia: pertanto qui (cliccando) potete trovare le proposte del “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” : 78 misure per una serrata transizione in senso ecologico di economia e società.

1) MODELLO ENERGETICO, 2)PRODUTTIVO e 3)AGRICOLO, 4)MOBILITÀ, 5)GESTIONE DEI RIFIUTI, 6)INFRASTRUTTURE e 7)CEMENTIFICAZIONE, 8)ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, 9)SALUTE PUBBLICA e 10)MODELLO PARTECIPATIVO: sono gli ambiti in cui RE.S.eT. (la Rete Scienza e Territori per una società ecologica) declina 10 PUNTI E 78 PROPOSTE per fare dell’Italia un Paese a zero emissioni e zero veleni. Proposte contenute nel “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” , presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente. IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di RAPPRESENTANTI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA E ACCADEMICA e da circa 200 ASSOCIAZIONI attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale

   L’ACCORDO di Parigi del dicembre 2015, ora abiurato dagli Stati Uniti (da Trump…non solo la green economy americana e le maggiori realtà innovative economiche negli Usa volevano che gli Usa restassero, ma pure la maggior parte delle multinazionali petrolifere, che stanno facendo grandi investimenti sull’energia del domani, non sarebbero uscite da quest’accordo internazionale…), l’Accordo di Parigi, dicevamo, prevede come base portante quello di contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. E’ stato poi firmato ufficialmente il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, alle Nazioni Unite a New York, da 175 Paesi.

   Allora va ripreso il discorso di Donald Trump, che ha deciso di ritirare gli Stati Uniti da questo accordo: lo ribadiamo questo, per dire, nelle righe che seguono, che la cosa è complessa, e che non tutto è perduto in merito alla importante presenza americana. Infatti l’accordo sul clima di Parigi del 2015, firmato poi, come detto, all’Onu, da 175 paesi che si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, rappresenta uno degli strumenti all’interno di una “CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI” firmata a RIO DE JANEIRO nel 1992.

“(…) Nell’aria l’ANIDRIDE CARBONICA è in quota ridottissima, lo 0,04%, ma CRESCE RAPIDAMENTE: era lo 0,031, negli anni 70. A titolo di confronto un gas raro come l’argo è presente allo 0,9%. Ma L’ANIDRIDE CARBONICA, CIOÈ BIOSSIDO DI CARBONIO, CIOÈ IN FORMULA BRUTA LA CO2, ha la proprietà di TRATTENERE IL CALORE IRRAGGIATO DAL SOLE, e quindi di SCALDARE L’ATMOSFERA spostando il punto di equilibrio verso una temperatura più calda. La CO2 si sviluppa soprattutto dai processi di COMBUSTIONE NATURALE (eruzioni, incendi di foreste), BIOLOGICA (la respirazione di piante e animali, fra i quali anche noi) e COMBUSTIONE ARTIFICIALE (centrali elettriche, ciminiere, motori e così via). UN MONDO PIÙ CALDO non significa l’estinzione della vita sul pianeta, questo no, ma SIGNIFICA comunque UN MONDO DIVERSO da come lo conosciamo: i MARI PIÙ ALTI, la SIBERIA E il CANADA VERDEGGIANTI, DESERTI SENZA FINE NELLE ZONE TROPICALI, la SCOMPARSA DI ALCUNE SPECIE VIVENTI e la comparsa di altre specie che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Nell’ITALIA delle frane un clima diverso fa presagire PIOGGE PIÙ RARE MA CON TEMPESTE PIÙ FURIOSE, uno SPOSTAMENTO DELLE COLTURE MERIDIONALI VERSO L’ALTA ITALIA e comparsa di AREE ARIDE NEL MEZZOGIORNO. E i BASSOPIANI PADANI del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, finirebbero SOTTO IL MARE, VENEZIA COMPRESA.(…)” (Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017)

   Allora è bene specificare: GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla DECARBONIZZAZIONE. Forse solo si è trattato di un debito elettorale da pagare “a qualcuno” per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua ancora negli Usa.

   Quel che invece può preoccupare è che, a livello mondiale, non ci possa essere la spinta vera a un cambiamento radicale nello sviluppo, a volere una società ecologica. A “non interferire” anche (e questo forse è il vero tema) sui nostri consumi e modi di vita quotidiani. Ok: d’accordo, viaggeremo forse fra qualche anno, o decennio, su auto elettriche, ma la produzione elettrica per far funzionare queste nostre auto elettriche da cosa sarà data? …da risorse naturali rinnovabili e “infinite” (come il sole) oppure da fonti fossili che tenderanno prima o poi a esaurirsi (il petrolio, il carbone, anche il gas…e anche metodi altamente inquinanti come il gas ricavato in profondità dalle rocce, lo shale gas?). Vien da pensare che una nuova fase di “grande decarbonizzazione” del pianeta ci sarà solo se prioritariamente l’economia si orienterà stabilmente così, se si potranno fare molti affari e molti soldi…

Co2 pro-capite (da focus)

   E’ da capire allora quali saranno LE MISURE CONCRETE per dar corso all’accordo di Parigi sul clima: cioè come ci si muoverà. Per questo interessante, tra le tante cose, iniziative e proposte, il decalogo per una società ecologica di qui parlavamo qui sopra, presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente.

foto manifestazione per il clima (da il fatto quotidiano del 14/6/2017)

   IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di rappresentanti della comunità scientifica e accademica e da circa 200 associazioni attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale. I temi sono quelli del MODELLO ENERGETICO, PRODUTTIVO e AGRICOLO, della MOBILITÀ, della GESTIONE DEI RIFIUTI, delle INFRASTRUTTURE e CEMENTIFICAZIONE, dell’ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, della SALUTE PUBBLICA e che MODELLO PARTECIPATIVO (per quest’ultimo tema noi propendiamo da sempre in questo blog per un sistema fortemente federalista).

   E c’è da ribadire, da sottolineare ancora, che non basta la DECARBONIZZAZIONE…ad esempio: la produzione energetica si baserà ancora sul nucleare? …o dobbiamo pensare di puntare su energie rinnovabili non pericolose, magari in una rete diffusa locale? (s.m.)

……………………..

L’ACCORDO DI PARIGI è stato firmato nel dicembre del 2015 e ratificato finora da 147 paesi, sui 197 rappresentati nella CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Rappresenta uno degli strumenti all’interno, appunto, di una “Convenzione quadro sui cambiamenti climatici” firmata ancora a Rio de Janeiro nel 1992. Questa CONVENZIONE DI RIO del 1992 prevede, all’art. 2, di STABILIZZARE, in conformità con le disposizioni della Convenzione, LE CONCENTRAZIONI DI GAS A EFFETTO SERRA NELL’ATMOSFERA a un livello tale CHE SIA ESCLUSA QUALSIASI PERICOLOSA INTERFERENZA DELLE ATTIVITÀ UMANE SUL SISTEMA CLIMATICO. Ma NON SI DICONO I TEMPI PER FARE QUESTO. E’ così che allora sono state create le COP (CONFERENCE OF PARTIES), ovvero gli incontri fra i firmatari della Convenzione (Parties) per chiarire quello che al suo interno non è previsto. Come hanno fatto Cop3 a KYOTO nel 1997 e Cop21 a PARIGI nel 2015. GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla decarbonizzazione. Un debito elettorale da pagare per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua anche negli Usa. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 9/6/2017, da “LA VOCE.INFO” – http://www.lavoce.info/)

COS’E’ L’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

L’intesa raggiunta a dicembre del 2015 e ratificata dai vari Paesi durante l’anno successivo punta a limitare le emissioni di gas serra e a contenere il riscaldamento globale.A dicembre del 2015 oltre 190 Paesi hanno raggiunto, dopo lunghissimi negoziati durati più di dieci anni (storico l’incontro di Copenaghen nel 2009, il primo della presidenza Obama), un accordo sul clima. Alla ventunesima Conferenza delle parti che si è svolta a Parigi (Cop21), cioè il vertice Onu sui cambiamenti climatici, gli Stati Uniti avevano indicato la direzione. Adesso quello stesso Paese, ma sotto l’egida di un’altra amministrazione, quella di Donald Trump ha abbandonato l’accordo

L’accordo di Parigi

Base portante di tutto l’accordo è l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. Tra gli altri obiettivi principali, c’è quello di raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il prima possibile per iniziare subito con le riduzioni, fino a trovare un equilibrio tra emissioni e tagli per la seconda metà del secolo. Tutti i Paesi hanno comunicato gli impegni a livello nazionale, dovendo prevedere revisioni migliorative a cadenze regolari (ogni cinque anni).

Fondi per i Paesi in via di sviluppo

Verranno destinati dei fondi ai Paesi più esposti e vulnerabili ai cambiamenti climatici e che avrebbero più difficoltà ad adeguarsi. C’è poi la parte dedicata alle risorse finanziarie per aiutare i Paesi in via di sviluppo: l’obiettivo della road-map è creare un fondo da 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, con l’impegno di aumentare di volta in volta le risorse per l’adattamento e la cooperazione internazionale. Inoltre, c’è il tema della trasparenza e flessibilità, per fare in modo che ognuno possa contribuire in base alle proprie capacità.

Firma e ratifica

L’accordo di Parigi è stato firmato il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, alle Nazioni Unite a New York, da 175 Paesi. Le regole per la sua entrata in vigore (avvenuta il 4 novembre 2016) prevedevano che venisse ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentassero almeno il 55% delle emissioni di gas serra. L’Italia lo ha ratificato il 27 ottobre 2016.

…………………………….

DECALOGO PER GUARIRE IL PIANETA

di Mario Tozzi, da “La Stampa” del 19/6/2017

   Se in un solo istante le attività produttive dei sapiens cessassero tutte insieme, ci vorrebbe ancora mezzo secolo perché la temperatura dell’atmosfera terrestre inizi di nuovo a scendere. L’inerzia del sistema è così grande che il surriscaldamento continuerebbe almeno fino ai 2°C in più paventati dagli scienziati.

   Eppure in nessun accordo internazionale sul clima si riesce a trovare la volontà di portare a zero le emissioni clima alteranti in meno di vent’anni. Come a dire chi vivrà vedrà.

   Perché? E, soprattutto, possiamo ancora fare qualcosa per contrastare il cambiamento climatico, visto che siamo l’ultima generazione in grado di farlo? I segnali del cambiamento climatico in atto sono ormai talmente numerosi e potenti (siccità e incendi rientrano fra questi) che risultano ormai patetici i tentativi di addossarli ad altre cause.

   Prendiamo atto che il cambiamento c’è e che dipende dalle sostanze clima alteranti emesse dalle attività produttive dei sapiens. E che le conseguenze sono già preoccupanti per il benessere degli uomini.

   A questo punto sono possibili TRE LIVELLI DI AZIONE, QUELLO INTERNAZIONALE, QUELLO INDUSTRIALE E QUELLO PERSONALE.

   PARTIAMO DAL PRIMO per constatare che un accordo su base volontaria e senza monitoraggio da organismi terzi non è certamente una soluzione. I Paesi industrializzati dovrebbero annunciare con chiarezza di voler azzerare le loro emissioni in meno di dieci anni e dichiarare quanti finanziamenti metteranno a disposizione per combattere il cambiamento climatico. Se mancano questi impegni è impossibile passare dalle parole ai fatti. E questi impegni mancano.

   Forse solo il protocollo di Kyoto (1997) ha segnato una svolta, imponendo la fine della deregulation selvaggia, sensibilizzando un’opinione pubblica ancora incredula e facendo partire un’economia «verde» legata alla riconversione ecologica.

   Kyoto non significava molto in termini di impatti: una riduzione solo del 6% delle emissioni, ma si riconosceva che i Paesi «effluenti» vanno aiutati da chi per secoli ha depredato il pianeta inquinandolo e oggi scopre, guarda un po’, che anche gli altri vorrebbero svilupparsi.

   Peraltro è ormai ampiamente dimostrato che il non fare nulla per opporsi al deterioramento climatico ha costi insostenibili: i danni derivati ammontano già al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno.

   Molte corporation (IL SECONDO LIVELLO DI INTERVENTO) hanno compreso che risparmiare sui combustibili fossili è ormai più conveniente che acquistarli. Du Pont ha aumentato la sua produttività del 30% negli ultimi anni riducendo del 7% il consumo di energia e del 72 % (!) le emissioni di gas-serra, mentre Ibm e Bayer hanno risparmiato oltre due miliardi di dollari abbassando le emissioni del 60%. L’Università di Tor Vergata computa a 22 miliardi di euro i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del pil).

   Oggi il volume d’affari attorno alle tecnologie pulite per produrre energia è più che raddoppiato rispetto al 2008 e la Cina vende, da sola, tecnologie di questo tipo per circa decine di miliardi di euro (le clean technologies cinesi rappresentano oggi l’1,7% del pil nazionale: in Europa solo lo 0,4).

   IL TERZO LIVELLO DI AZIONE è quello personale, non solo per non coltivare sensi di colpa verso i nostri figli. Possiamo scegliere di modificare progressivamente le nostre abitudini, invece che subirlo per trauma, magari partendo da come ci spostiamo: abbandonare una volta a settimana la vettura privata può avere un impatto significativo, se lo facciamo tutti quanti. Mangiare meno carne, soprattutto se viene da lontano, ha ancora più senso visto che l’allevamento intensivo è la più grande causa di alterazione antropica del clima, più del traffico. Coibentare meglio le nostre abitazioni e dotarci di una quota parte di energia per via rinnovabile (gli inquinamenti domestici sono circa un terzo di quelli globali). Eliminare sprechi e usi insostenibili delle risorse.

   Ma nessuna di queste pratiche si mette in opera. E non riuscendo più a frenare l’anidride carbonica in uscita, i sapiens cercano già di «sequestrarla» successivamente, re-iniettandola nei pozzi di idrocarburi già esauriti o confinandola nelle profondità oceaniche. Questo tipo di operazioni, però, ha esiti incerti e soprattutto induce a pensare che la battaglia per contrastare le cause sia perduta e si debba ormai agire solo sugli effetti del cambiamento climatico. Così si parte battuti. (Mario Tozzi)

……………………….

L’ACCORDO SUL CLIMA, SPIEGATO FACILE

da IL POST.IT www.ilpost.it/, 2/6/2017

6 cose da sapere per capire cos’è, cosa succede ora che gli Stati Uniti hanno deciso di uscirne e perché se ne parlerà ancora a lungo –

   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il 1° giugno scorso che gli Stati Uniti usciranno dall’accordo di Parigi, il più importante trattato degli ultimi anni per contrastare il riscaldamento globale riducendo sensibilmente le emissioni di anidride carbonica, uno dei principali e più pericolosi gas serra.

   L’accordo era stato sottoscritto nel dicembre 2015 dalla precedente amministrazione Obama e da altri 195 paesi; la procedura per uscirne richiede quasi quattro anni. La decisione di Trump potrebbe avere serie conseguenze sul mantenimento degli impegni da parte degli altri stati e sulle condizioni climatiche della Terra, considerato che il riscaldamento globale si sta già verificando e ogni anno perso per contrastarlo fa aumentare il rischio di produrre effetti irreversibili sul clima. Ecco 6 cose da sapere, per chi ha fretta e non ha tempo per la versione lunga.

1- Quando e da chi è stato sottoscritto

L’accordo sul clima è stato firmato nel dicembre del 2015 da 195 paesi di tutto il mondo, durante la Conferenza mondiale sul clima di Parigi. Praticamente da tutti gli stati, compresa la Corea del Nord: sono rimasti fuori solo la Siria e il Nicaragua. L’accordo è entrato in vigore il 4 novembre del 2016, dopo essere stato ratificato dalla soglia minima prevista, 55 paesi.

2- Cosa prevede

L’accordo non è vincolante e contiene sostanzialmente quattro impegni per gli stati che lo hanno sottoscritto (il testo integrale è qui).

  • Mantenere l’aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi, e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 gradi.
  • Smettere di incrementare le emissioni di gas serra il prima possibile e raggiungere nella seconda parte del secolo il momento in cui la produzione di nuovi gas serra sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente.
  • Versare 100 miliardi di dollari ogni anno ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti.
  • Controllare i progressi compiuti ogni cinque anni, tramite nuove conferenze.

3- Perché è importante

L’obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2°C non garantisce l’arresto del riscaldamento globale; anzi, secondo la maggior parte dei ricercatori non impedirà che si verifichino cambiamenti per il clima. È però un punto di partenza fondamentale, perché per la prima volta ha responsabilizzato quasi ogni paese del mondo sulla necessità di fare di più e meglio per ridurre le emissioni, puntando al tempo stesso sulle opportunità economiche offerte dallo sfruttamento delle energie rinnovabili e dal nucleare di nuova generazione.

4- In concreto, come si fa?

Il primo grosso obiettivo è di produrre, entro il 2030, 56 miliardi di tonnellate di anidride carbonica su scala globale invece dei 69 miliardi di tonnellate che si avrebbero mantenendo gli attuali ritmi di crescita. Gli Stati Uniti sono al primo posto nella classifica dei più grandi produttori di emissioni, seguiti dalla Cina, e sotto l’amministrazione Obama si erano impegnati a ridurre le emissioni del 26-28 per cento rispetto al 2005, fissando il 2025 come ultima scadenza per ottenere questo obiettivo. Avevano anche promesso di finanziare i paesi più poveri e in via di sviluppo per migliorare e rendere più sostenibili le loro politiche energetiche, attraverso un fondo da 3 miliardi di dollari.

5- Come si esce dell’accordo di Parigi

L’accordo sul clima non è vincolante, e inoltre nessuno stato rischia penalizzazioni dirette a lasciarlo; nel trattato è previsto un meccanismo che nel complesso richiede circa quattro anni per essere completato. Gli Stati Uniti potrebbero interrompere da subito tutte le loro attività di collaborazione, non partecipare alle nuove riunioni sul clima e isolarsi dal resto della comunità internazionale su questo tema. La successiva amministrazione, se lo volesse, potrebbe tornare indietro e sottoscrivere nuovamente l’accordo. Trump potrebbe anche decidere di ritirarsi dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Accordi di Rio), che porterebbe per la prima volta gli Stati Uniti a non partecipare ai gruppi di lavoro sul cambiamento climatico dell’ONU.

6- Cosa succede ora negli Stati Uniti

È difficile prevedere con esattezza che impatto potrebbe avere l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi. Uno studio pubblicato di recente ha stimato che le politiche annunciate da Trump negli ultimi mesi potrebbero far mancare di molto gli obiettivi che aveva fissato Obama: entro il 2025 le emissioni potrebbero ridursi del 15-19 per cento rispetto ai livelli del 2005, invece del 26-28 per cento assunto come impegno al momento della sottoscrizione dell’Accordo di Parigi. A prescindere dalle decisioni di Trump, molte aziende che hanno ricevuto fondi dall’amministrazione Obama e che hanno visto nell’energia pulita una grande opportunità per fare affari hanno intenzione di continuare a portare avanti i loro piani per produrre pannelli solari, turbine eoliche e altri sistemi per sfruttare le fonti rinnovabili. Di certo la decisione di Trump non è piaciuta a molti.

……………………………….

TRUMP E IL CLIMA, TRA PROMESSE ELETTORALI E SCELTE POLITICHE

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 9/6/2017, da “LA VOCE.INFO” (www.lavoce.info/)

– Gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo di Parigi, ma non sono usciti dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Così l’amministrazione Trump mantiene una promessa elettorale. Senza però invertire la tendenza che porta alla decarbonizzazione. – 

Accordo di Parigi “figlio” della Convenzione quadro

L’ultima sortita del presidente Trump in tema di cambiamenti climatici è riuscita a serrare le fila di tutti i suoi oppositori. Unione europea e Cina – giusto per citare i più grandi – hanno ribadito una volta di più la loro adesione alle politiche espresse durante la conferenza di Parigi e meditano su un possibile accordo bilaterale di cooperazione.

   Da Angela Merkel a Emmanuel Macron, passando per Leonardo Di Caprio, Goldman Sachs e Papa Francesco, la pur disomogenea alleanza pro-clima ha cercato all’unisono di convincere un riluttante presidente che l’accordo di Parigi è essenziale sia per la salute del pianeta sia per la credibilità degli Stati Uniti.

Ma facciamo un passo indietro

L’accordo di Parigi è stato firmato nel dicembre del 2015 e ratificato finora da 147 paesi, sui 197 rappresentati nella Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc). Per capire meglio la situazione, bisogna partire proprio da questo cruciale aspetto. L’accordo di Parigi – come a suo tempo il protocollo di Kyoto – rappresenta uno degli strumenti all’interno di una Convenzione quadro sui cambiamenti climatici firmata a Rio de Janeiro nel 1992.

   L’articolo 2 della Convenzione rappresenta l’architrave della costruzione giuridica perché chiama i firmatari a “stabilizzare, in conformità con le disposizioni della Convenzione, le concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera a un livello tale che sia esclusa qualsiasi pericolosa interferenza delle attività umane sul sistema climatico.

   Questo livello deve essere raggiunto entro un periodo di tempo sufficiente per permettere agli ecosistemi di adattarsi naturalmente ai cambiamenti di clima e per garantire che la produzione alimentare non sia minacciata e lo sviluppo economico possa continuare a un ritmo sostenibile”.

   Ma l’articolo 2 – così come il resto della Convenzione – non specifica come l’obiettivo debba essere raggiunto, né da parte di chi e neppure in quanto tempo.

   Per questa ragione nascono le COP (Conference of Parties), ovvero gli incontri fra i firmatari della Convenzione (Parties) per chiarire quello che al suo interno non è previsto. Come hanno fatto Cop3 a Kyoto nel 1997 e Cop21 a Parigi nel 2015. Il preambolo serve a chiarire che Trump ha dovuto risolvere un dilemma importante: dare il benservito all’architrave della diplomazia sul clima (la Convenzione) oppure al suo ultimo figlio (l’accordo di Parigi)? Ha scelto la seconda soluzione e non a caso.

Il conto si paga. O forse no?

In un momento non semplice della politica interna americana inveire contro l’accordo di Parigi paga. L’elettorato di Trump si compiace della volontà del capo di sfidare le élite globali poiché condivide la convinzione che il cambiamento climatico sia una bufala inventata dai cinesi per vendere più pannelli solari. Trump è in realtà assai più accorto del suo elettorato e sa bene che – a norma dell’articolo 28 dell’accordo di Parigi – per uscirne ci vogliono una notifica formale e tre anni. A quel punto saremo dunque nel Trump 2. Forse.

   Il presidente avrebbe potuto scegliere di uscire dall’intera Convenzione, ma non l’ha fatto, rendendo così meno complesso il ritorno di una politica ambientale più rispettosa del clima gestita da una possibile prossima amministrazione democratica.

   D’altra parte, il ritiro dalla Convenzione sarebbe stata una mossa estremamente controversa non solo perché a firmarla nel 1992 è stato un presidente repubblicano (George H.W. Bush) ed è poi stata approvata dal Senato, ma anche perché avrebbe rappresentato uno strappo difficilmente riparabile.

   Eppure il ritiro dalla Convenzione (pur con aspetti controversi) avrebbe potuto concludersi in un anno. Perché allora decidere di uscire dall’accordo di Parigi con un percorso di tre o quattro anni? La scelta fatta dal presidente suggerisce che l’intenzione politica sia stata di pagare un debito elettorale, ma che, nelle questioni pratiche, sia meglio accettare un confortevole laissez faire.

   Anche perché l’accordo di Parigi si compone di misure volontarie e non di prescrizioni legalmente vincolanti. E soprattutto le politiche di efficienza energetica pagano, tanto è vero che emissioni e intensità energetica negli Stati Uniti sono in costante declino a partire dal 2005 (figura 1): crisi economica a parte, un risultato non banale per chi si è auto-escluso dal protocollo di Kyoto.

   Così come è in caduta libera l’uso del carbone (figura 2), ovvero un altro dei cavalli di battaglia durante la campagna elettorale. C’è dunque da scommettere che non basteranno le parole di Trump a invertire in modo duraturo e significativo questo trend.

   Naturalmente la scelta dell’amministrazione Usa rallenterà il processo e per tutti quelli che credono che il tema del cambiamento climatico vada affrontato in modo serio e deciso è uno stop difficile da digerire. Resta tuttavia acclarato che i mercati e l’industria, anche negli Stati Uniti, hanno già puntato da tempo sulle rinnovabili e sulla decarbonizzazione.

   La decisione di Trump è dunque poco più che simbolica. Le aziende americane legate alla decarbonizzazione dell’economia continuano a macinare utili e non sarà questo incidente di percorso a cambiare la direzione della storia. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza)

Figura 1

da LA VOCE.INFO

Figura 2

da LA VOCE.INFO

……………………..

TRUMP O NON TRUMP, SUL CLIMA NESSUN GOVERNO STA FACENDO LA SUA PARTE

di MARICA DE PIERI (“Associazione A Sud”, http://asud.net/wp-content/uploads/2016/11/italia-vista-da-parigi-ok.pdf ) (articolo tratto da “il Manifesto” del 11/6/2017)

– G7 Ambiente. A margine del vertice dei grandi di Bologna, presentato il “decologo”. 78 proposte concrete, firmate da 100 scienziati e oltre 200 associazioni, per un’Italia a zero emissioni e zero veleni. La «rivoluzione ecologica» potrà venire solo dal basso –

   Sette «grandi» da una parte, 7 miliardi di persone dall’altra. Questa l’amara premessa cui è dedicato il G7M – M come Miliardi – lo spazio aperto di discussione e mobilitazione organizzato a Bologna (dal 10 al 12 giugno scorsi, ndr) dalla società civile, in contrasto con le blindate riunioni dei ministri dell’ambiente del G7.

Una provocazione lanciata per rovesciare il senso dell’evento istituzionale, nato già stanco e depotenziato, senza obiettivi concreti e in un momento politico assai poco favorevole all’ambiente.

   Mentre Trump e la decisione degli Usa di uscire dall’accordo di Parigi stanno tenendo banco in mezzo mondo, il G7 ambiente richiama la distratta opinione pubblica a una ben peggiore consapevolezza: Trump o non Trump, nessuno sta facendo la sua parte, e gli impegni presi a Parigi – seppur rispettati – non sarebbero comunque sufficienti a mettere l’umanità al riparo dal caos climatico.

   Lo saprà in cuor suo anche il ministro dell’Ambiente Galletti, che investe sornione in green marketing con una mano, mentre con l’altra continua a firmare permessi di esplorazione e estrazione oil&gas in terra e in mare, approvare inceneritori e discariche, progettare mega infrastrutture stradali ed aeroportuali. Una doppia morale comune a gran parte dei paesi industrializzati, che rischia di mettere la pietra tombale su un processo complesso e ancora lungi dall’avere chance di concreta efficacia.

   Del resto, nella striminzita agenda politica del G7 ambiente (….), c’è ben poca sostanza.

I generici statement dei vari paesi, un panel di discussione sui cambiamenti climatici, un focus sull’Africa e due pranzi di lavoro su finanza sostenibile e riforma fiscale.

   L’impressione è che si tratti di un vertice asfittico e senza capacità di ascolto. Anche nelle iniziative preparatorie, riunite nella manifestazione #Allforthegreen, rassegna di eventi promossi in città lungo l’intera settimana dalla Banca Mondiale e dal ministero dell’Ambiente, dietro il grande battage pubblicitario emerge nitido il sostegno finanziario di grossi attori ben poco green come Eni, Unilever, Edison, Terna, Novamont, Building Energy.

   Il dramma è che attenzione o meno, responsabilità politica o meno, green washing o meno, le emergenze ambientali restano e spetta alle realtà sociali sollevarle con forza di fronte ai decisori politici, rivendicando spazi partecipativi e misure efficaci.

   Per porre sul tavolo proposte concrete che proietterebbero il paese verso l’anelato orizzonte carbon neutral, oltre 100 scienziati italiani e circa 200 realtà della società civile hanno presentato, proprio a Bologna, un manifesto radicalmente ambientalista, il Decologo per una società ecologica, contenente 78 misure per una serrata transizione in senso ecologico di economia e società.

   Tra i firmatari, il meteorologo Mercalli, il gruppo di ricerca di Bologna guidato dal chimico Balzani, i medici dell’ISDE, numerose associazioni impegnate sul fronte ambientale: A Sud, il Coord. No Triv, la Rete della Conoscenza, il Forum Italiano Movimenti per l’Acqua, Legambiente, Arci, e un centinaio di comitati territoriali attivi in tutta Italia. Nei dieci ambiti di interesse – modello energetico, produttivo e agricolo, mobilità, infrastrutture, gestione dei rifiuti, salute pubblica, istituti di partecipazione, etc. – il decologo declina una serie di proposte che mettono a sistema il portato della società civile diffusa, arricchendolo e validandolo tramite l’ampia rete di scienziati che sostiene il documento.

   Queste proposte meriterebbero di essere valorizzate, prima che dall’autorità politica, dal mondo dell’informazione. Peccato che gran parte dei giornalisti italiani – che sono parte consistente del problema – preferisce, anche in questi giorni caldi per il futuro del pianeta, parlare di cene di gala, cerimoniali ministeriali, antagonismi inventati e altri strambi fenomeni di distrazione di massa.

Finché la barca va, pare essere lo slogan, peccato che a barca stia per affondare, mentre l’orchestra mediatica continua a suonare arie trionfali. (Marica De Pieri)

Vedi il sito: http://www.nimbus.it/

………………………

Ambiente & Veleni

TRUMP FUORI DAGLI ACCORDI SUL CLIMA? MEGLIO

di Mario Agostinelli, da “Il Fatto Quotidiano.it” del 14/6/2017 (www.ilfattoquotidiano.it/ )

   Sdrammatizziamo una delle operazioni più grette in animo a Trump: il ritiro dall’accordo sul clima di Parigi, con il conseguente abbandono del summit da parte del suo ministro, incaricato di presenziare al G7 Ambiente di Bologna. Giustamente, la posizione sul clima del presidente americano crea scandalo, ma le reazioni non si stanno facendo attendere. Si stanno creando legami finanziari e industriali tra potenze che hanno un sostegno reale da parte dei popoli e dei movimenti e che, contestando il ritiro della firma Usa a Parigi, ritengono ormai chiusa la parabola del sistema energetico già oggi in profonda crisi e trasformazione. Perfino nella fida Inghilterra conservatrice, si è costituita Conversation Uk, che riceve finanziamenti da fondazioni e imprese innovative, nonché l’adesione di sessantacinque membri dell’università. Secondo questo trust, la saggezza convenzionale per cui gli Stati Uniti dovrebbero rimanere nell’ambito dell’accordo di Parigi è un abbaglio. Un ritiro Usa sarebbe il miglior risultato per l’azione sul clima internazionale e si dovrebbero accettare realisticamente le conseguenze dell’isolamento a cui vanno incontro come un danno politico per loro assai più rilevante che per i Paesi che mantengono fede agli impegni.

   Gli stessi aiutanti del presidente Usa sono divisi sulla questione. Il capo strategico Steve Bannon incita la fazione negazionista spingendo per un’uscita. Il Segretario di Stato e l’ex direttore esecutivo di Exxon Mobil, Rex Tillerson, sostengono invece che gli Stati Uniti dovrebbero mantenere una “sedia al tavolo”. È nel potere del presidente ritirarsi dall’accordo di Parigi e forse anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfcc), che ha guidato la diplomazia globale del clima per oltre 25 anni. Effettivamente, un ritiro statunitense minimizzerebbe i rischi e massimizzerebbe le opportunità per la comunità climatica. In poche parole: l’amministrazione Usa e Trump possono fare più danni all’interno dell’accordo che al di fuori di esso.

   Ci sono quattro rischi legati alla partecipazione statunitense all’accordo di Parigi: 1. gli Stati Uniti mancheranno il loro obiettivo di emissioni; 2. mineranno gli aiuti finanziari ai Paesi poveri; 3. provocheranno un effetto “domino” tra altre nazioni; 4. ostacoleranno i negoziati delle Nazioni Unite.

   I primi due rischi non sono conseguenza del ritiro in sé: l’accordo di Parigi non richiede che gli Stati Uniti soddisfino il loro attuale impegno per la riduzione delle emissioni, né per offrire ulteriori finanziamenti climatici ai paesi in via di sviluppo. L’accordo è procedurale, piuttosto che vincolante; richiede un nuovo e più forte impegno per il clima ogni cinque anni, ma non è obbligatorio centrare questi obiettivi.

Gli Stati Uniti guidati dall’attuale governo mancheranno probabilmente il loro obiettivo climatico indipendentemente dal ritiro della firma. Avrebbero bisogno anche di più del piano di energia pulita varato da Obama per ridurre le emissioni del 26-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025. Le emissioni statunitensi con il “fossilofilo” Trump sono destinate ad aumentare fino al 2025, piuttosto che diminuire. Lo stesso vale per i finanziamenti internazionali in materia di clima, che saranno tagliati nel piano di bilancio America First. Già avrebbero dovuto fornire 3 miliardi di dollari ma hanno finora stornato solo 1 miliardo. Il rimanente non verrà mai.

   Il terzo rischio è l’effetto domino: le azioni statunitensi dentro l’accordo potrebbero ispirare altri governi a ritardare l’azione per il clima. In altre parole, rinunciare ai propri obiettivi o ritirarsi. Ma ci sono poche prove che suggeriscono che l’abbandono statunitense indurrà altre nazioni a seguirne l’esempio. Il parallelo storico più vicino è il Protocollo di Kyoto, che gli Stati Uniti hanno firmato ma non hanno mai ratificato. Quando il presidente George W. Bush annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato il trattato, gli altri Paesi si sono riuniti a sostegno del protocollo e hanno spinto gli accordi di Marrakech nel 2001 per rafforzare le norme di Kyoto. Quello che più probabilmente provoca un effetto domino è il comportamento “domestico” degli Stati Uniti, piuttosto che qualsiasi possibile ritiro dall’accordo di Parigi.

   Il rischio peggiore è che gli Stati Uniti agiscano come freno nei colloqui internazionali sul clima proprio mantenendo la loro adesione. Se gli Stati Uniti restano nell’accordo, conserveranno una funzione di veto nei negoziati o potrebbero sovraccaricare i negoziati chiedendo modifiche alle verifiche previste nel 2018, come ha già suggerito il segretario dell’energia Rick Perry. In questa luce, dare all’ex capo di Exxon Mobil una “sedia al tavolo” è un’idea mefitica.

   Un ritiro statunitense, d’altra parte, potrebbe creare nuove opportunità, come la rinnovata leadership europea e cinese. Sulla scia delle elezioni statunitensi del 2016, l’ex candidato presidenziale francese Nicholas Sarkozy ha sollevato l’idea di applicare un’imposta sul carbonio del 1-3% sulle importazioni statunitensi. La Cina, l’Unione europea e l’India – che sono i più grandi emittenti di co2, insieme agli Stati Uniti, hanno annunciato che resteranno impegnati nell’accordo di Parigi in caso di uscita americana. Anche Gentiloni ha timidamente confermato. Ciò suggerisce che il consenso internazionale sulla lotta contro il cambiamento climatico attraverso l’accordo rimarrà intatto.

   In questa fase, non è chiaro quale strategia seguirà l’amministrazione di Trump per uscire dall’accordo di Parigi. Tuttavia, riteniamo che sia improbabile che una rinegoziazione dell’accordo in linea con le intenzioni della Casa Bianca possa avere successo. In realtà, il ritiro ha già avuto un responso insieme critico e sprezzante: Macron ha corretto lo slogan Make greater America in Make greater our planet, segno di un diffuso sentire che giunge dai popoli in disaccordo con la vacuità degli obbiettivi sovranisti. (Mario Agostinelli)

……………………

LEGAMBIENTE LANCIA L’OSSERVATORIO CITTACLIMA.IT E IL DECALOGO PER CITTA’ PIU’ RESILIENTI

31/5/2017

   Alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore che persistono per vari giorni e notti. Il clima sta già cambiando, aumentano i fenomeni metereologici estremi e a soffrirne di più sono soprattutto le grandi città, indietro nelle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, e i cittadini che pagano in termini di salute e spesso di vita.

   Dal 2010 ad oggi sono 126 i Comuni italiani dove si sono registrati impatti rilevanti con 242 fenomeni meteorologici che hanno colpito l’Italia, provocato danni al territorio e causati impatti diretti e indiretti sulla salute dei cittadini. In particolare ci sono stati 52 casi di allagamenti da piogge intense, 98 casi di danni alle infrastrutture da piogge intense con 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane: 19 giorni a Roma, 15 giorni a Milano, 10 a Genova, 7 a Napoli e 5 a Torino.

   Ed ancora 8 casi di danni al patrimonio storico, 44 casi di eventi tra frane causate da piogge intense e trombe d’aria, 40 eventi causati da esondazioni fluviali. Tra il 2010 e gli inizi del 2017, si sono inoltre registrati dal Nord al Sud del Paese 55 giorni di blackout elettrici dovuti al maltempo.

   Il più lungo black out è stato a gennaio 2017: in una settimana oltre 150 mila case sono rimaste senza luce e riscaldamento a causa delle forti nevicate in Abruzzo. Tra le grandi città, Roma negli ultimi setti anni ha registrato 17 episodi di allagamento intenso, di cui una buona parte solo negli ultimi anni.

   Tra le regioni più colpite dalle alluvioni e le trombe d’aria c’è la Sicilia, con più di 25 eventi concentrati nel territorio siciliano.    Ma ancora più rilevante è il tributo che si continua a pagare in termini vite umane e di feriti: dal 2010 al 2016 sono oltre 145 le persone morte a causa di inondazioni e oltre 40mila quelle evacuate (dati Cnr).

   Sottovalutate le onde di calore che possono avere effetti nocivi per la salute, soprattutto per gli anziani e gli ammalati, quando le temperature diurne superano i 35° C e quelle notturne non scendono sotto i 25°C.

   In Italia l’ondata di calore del 2015 ha causato, tra gli over 65, 2754 morti in 21 città italiane e provocato danni gravi alla produzione agricola e ittica dovuti al surriscaldamento. Dati preoccupanti se si pensa che l’Italia è un Paese ad elevato rischio idrogeologico con 7.145 comuni italiani (l’88% del totale) che hanno almeno un’area classificata come ad elevato rischio idrogeologico, e con oltre 7 milioni gli italiani che vivono o lavorano in queste aree.

…….

C’È UN BRUTTO CLIMA IN CITTÀ

di Luca Fazio, da “il Manifesto” del 1/6/2017

– Il dossier di Legambiente. Il rapporto monitora i danni provocati dai cambiamenti climatici nelle aree urbane italiane. Negli ultimi sette anni, 126 comuni sono stati colpiti da 242 fenomeni metereologici “estremi”. 145 persone hanno perso la vita a causa delle inondazioni e solo l’ondata di calore del 2015 ha provocato 2.754 decessi tra la popolazione anziana. «Serve un Piano nazionale di adattamento al clima», spiega il vice presidente dell’associazione Edoardo Zanchini –

   Non bisogna scrutare l’orizzonte con l’elmetto in testa per scorgere gli effetti dei cambiamenti climatici. Il clima è già cambiato e lo dicono i danni provocati in Italia dai cosiddetti fenomeni metereologici «estremi». Alluvioni, piogge, nevicate eccezionali, periodi di siccità e ondate di calore che rendono complicata, e in alcuni casi anche letale, la permanenza nelle città.

   SI POSSONO GIÀ CONTARE I MORTI: dal 2010 al 2016 in Italia hanno perso la vita 145 persone a causa delle inondazioni. Solo l’ondata di calore del 2015 ha provocato 2.754 decessi tra la popolazione anziana di 21 città (over 65). Nello stesso periodo sono stati 126 i comuni italiani colpiti da 242 fenomeni metereologici che hanno provocato danni al territorio e – direttamente o indirettamente – alla salute dei cittadini. Questo è il quadro fotografato dal dossier Le città alla sfida del clima realizzato da Legambiente e presentato a Roma, insieme a un nuovo osservatorio on-line che dà la possibilità di raccogliere, mappare e informare sugli eventi climatici che mettono a rischio le città italiane (cittaclima.it).

   Con lo sguardo rivolto agli ultimi sette anni, il rapporto registra già numeri importanti. 52 casi di allagamenti provocati da piogge intense, 98 episodi di danni provocati alle infrastrutture sempre dalle piogge, come i 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle più grandi città (19 giorni a Roma, 15 a Milano, 10 a Genova, 7 a Napoli, 5 a Torino). Danni anche al patrimonio storico (8 episodi), 44 frane provocate da precipitazioni e trombe d’aria. E ancora: 40 esondazioni, 55 giorni di black-out elettrici (il più importante nel gennaio di quest’anno in Abruzzo, con più di 150mila abitazioni rimaste senza luce in seguito a una nevicata). Tra le regioni più coinvolte da «fenomeni estremi» c’è la Sicilia.

   LE ONDATE DI CALORE, sottolinea Legambiente, sono un fenomeno sottovalutato che impatta non solo nei centri urbani (gli effetti nocivi per anziani e malati si verificano quando le temperature non scendono di giorno sotto i 35 gradi e di notte sotto i 25). La parola chiave a questo punto è adattamento ed è un messaggio rivolto alla politica, come sottolinea il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini: «Questa è la vera grande sfida del tempo che viviamo, per vincerla dobbiamo rendere le nostre città più resilienti e sicure, cogliendo l’opportunità di farle diventare anche più vivibili e belle. L’esatta conoscenza delle zone urbane a maggior rischio sia rispetto alle piogge che alle ondate di calore è fondamentale per salvare vite umane e limitare i danni».

   Per Edoardo Zanchini è arrivato il momento di rendersi conto che le città non possono più essere lasciate sole: «Non è più rinviabile l’approvazione del Piano nazionale di adattamento al clima, che deve diventare il riferimento per gli interventi di messa in sicurezza del territorio e dei finanziamenti nei prossimi anni, in modo da riuscire in ogni città a intensificare le attività di prevenzione, individuando le zone a maggior rischio, e a realizzare gli interventi di adattamento al clima e di protezione civile».

   Il cambio di prospettiva si rende necessario per ribaltare una politica non più sostenibile e non solo economicamente, lo spiega bene un altro dato significativo: l’apertura di 56 stati di emergenza provocati da frane e alluvioni è servita ad accertare danni stimati per 7,6 miliardi di euro e a verificare che lo stato ha stanziato meno del 10% della cifra necessaria (738 milioni di euro). Oltre 1,1 miliardi di danni in Campania, 800 in Emilia Romagna e Abruzzo, 700 milioni in Toscana, più di 600 in Liguria e Marche, che sarebbero serviti per mettere in sicurezza il territorio e dare ossigeno alle attività produttive colpite.

   LEGAMBIENTE ha anche stilato una sorta di decalogo per avere città più resilienti. Oltre all’approvazione del Piano nazionale di adattamento al clima che deve porsi l’obiettivo di mettere in sicurezza le città più vulnerabili, servirebbe un monitoraggio degli impatti sanitari dei cambiamenti climatici sulle aree urbane.

   La messa in sicurezza dei fiumi che scorrono nelle vicinanze delle città, l’approvazione di linee guida per l’utilizzo di materiali progettati per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici nei quartieri più a rischio (per restare a Milano sono considerati isole di calore preoccupanti i quartieri Forlanini-Ortica, Corsica, Parco Lambro, Mecenate e Quarto Oggiaro). Poi delocalizzare gli edifici a rischio e tutelare le misure di vincolo per evitare la costruzione di nuove strutture in aree allagabili. Buone pratiche sono già presenti in alcune città – dice Legambiente citando il caso milanese di piazza Gae Aulenti – dunque si tratterebbe solo di replicarle per migliorare la vita dei cittadini. Con quali soldi e con quale governo, sarà l’oggetto del prossimo dossier. Forse. (Luca Fazio)

……………………….

“30 ANNI PERSI!!!”

Intervista con LUCA MERCALLI (Climatologo)      

da LTEconomy – LONG THERM ECONOMY

http://www.lteconomy.it/ (15/3/2017)  

Premessa

Il Cambiamento Climatico “causato dall’uomo” è un fenomeno di estrema pericolosità per la nostra sopravvivenza e per la stabilità del Pianeta. Si tratta, infatti, di un fenomeno “veloce” e “innaturale.” L’ecosistema non è in grado di seguire il passo di tale cambiamento con conseguenze nefaste per la biodiversità ambientale e per la salute dei Terreni. Eppure ci troviamo di fronte a un fenomeno ben conosciuto da almeno 200 anni (che ha radici negli studi di Svante Arrhenius, nobel per la chimica) e sul quale si è sviluppato un consolidato consenso scientifico e politico da almeno 30 anni, a partire dagli accordi di Rio De Janeiro nel 1992 (a cui aderirono ben 154 Paesi). Ma, ad oggi, ben poco è stato fatto per contrastarlo. Riusciranno le due ultime conferenze internazionali sul clima (Parigi 2015 – Cop21 – e Marrakech 2016 – COP22) ad accelerare il passo? Quali sono le maggiori problematiche in Italia in materia di eco-sostenibilità? Potranno le rinnovabili sostituire le fonti fossili? A chi spetta accendere e spingere il motore del cambiamento: ai cittadini o alle istituzioni? Luca Mercalli, Climatologo e fondatore della rivista Nimbus, ha risposto a queste e ad altre domande.

INTERVISTA – (marzo 2017)

L’intervista è stata realizzata nel mese di marzo 2017 e pubblicata nel mese di aprile 2017 sul sito  www.lteconomy.it

Oggetto: Cambiamento Climatico, conferenze internazionali, energie rinnovabili, soluzioni per i cittadini

(a cura di Dario Ruggiero e Rosario Borrelli)

Highlight 

Ci troviamo di fronte ad una teoria (quella del Cambiamento Climatico indotto dall’uomo) “consolidata!” Ha le sue radici nel 1800, portata avanti da un premio Nobel per la chimica, lo svedese Svante Arrhenius).

…già nel 1992 (con gli accordi di Rio De Janeiro), si sapeva tutto e c’era un totale consenso sul Cambiamento Climatico! Nonostante questo, i provvedimenti si sono rivelati lenti, estremamente lenti… Abbiamo sprecato 30 anni! Senza questo ritardo, adesso dovremmo fare uno sforzo molto inferiore.

Molti esseri umani non vogliono ancora accettare la verità della Fisica: in un pianeta limitato non è permessa una crescita illimitata!

Il problema principale in Italia? La contraddizione interna delle scelte politiche! L’Italia ha delle ottime punte di diamante nelle rinnovabili, nel risparmio energetico e nella raccolta dei rifiuti. Ma si tratta di iniziative/soluzioni limitate a piccoli territori, a gruppi di cittadini e singoli amministratori, contro cui il resto del Paese rema contro.

Le energie rinnovabili sono adattissime a un modello di generazione distribuita. Occorrerebbe però fare degli investimenti sulla rete per adattarla ad una produzione locale e intermittente di energia. 

La lotta al Cambiamento Climatico e alla più ampia crisi ecologica è un processo che va accelerato, tramite 1) una maggiore e più diffusa informazione; 2) una politica illuminata, 3) un’Europa che assuma la leadership nella lotta mondiale al cambiamento climatico…

Domanda 1: Benvenuto Luca e grazie per la disponibilità. Lei è uno dei più grandi sostenitori in Italia della lotta al Cambiamento Climatico. Ci può dire perché dobbiamo credere nel Cambiamento Climatico?

“Bene. Il clima è sempre cambiato nella storia per motivi naturali. Il problema è che da più o meno 200 anni, con la combustione massiccia delle fonti fossili (carbone, petrolio, gas), stiamo cambiando artificialmente la composizione chimica dell’atmosfera, immettendo in essa gas (noti come gas ad effetto serra). Questi gas stanno causando un “innaturale” surriscaldamento del pianeta. In altre parole, stiamo cambiando il clima in modo artificiale!

Questo cambiamento artificiale si è sovrapposto a quello naturale; anzi lo ha addirittura cambiato di segno! Infatti, da un punto di vista naturale, in questo periodo storico (negli ultimi 150-200 anni) la temperatura doveva rimanere ferma o addirittura scendere leggermente e, invece, noi la stiamo facendo aumentare (nell’ultimo secolo la temperatura globale è aumentata di 1°C).

Ben intesi… Ci troviamo di fronte ad una teoria (quella del Cambiamento Climatico indotto dall’uomo) “consolidata!” Ha le sue radici nel 1800, portata avanti da un premio Nobel per la chimica, lo svedese Svante Arrhenius. E’ stata poi corroborata da più di un secolo di ricerca e statistiche sul tema.  In particolare, la prima simulazione matematica che ha confermato il surriscaldamento generato dalle emissioni di CO2 è del 1967. Tutte le successive simulazioni hanno dato un risultato analogo. Dire ancora che il Cambiamento Climatico non esiste è assolutamente errato. Il fatto che la temperatura globale abbia raggiunto il suo massimo storico nel 2016, ha dato un’ulteriore conferma di quello che ricercatori e scienziati di un secolo fa avevano già predetto.”

Domanda 2: Recentemente si sono tenute due conferenze internazionali sul clima (Parigi 2015 – Cop21 – e Marrakech 2016 – COP22), considerate dai media internazionali come uno step fondamentale nella lotta al Cambiamento Climatico. Ritiene che gli obiettivi fissati in queste conferenze siano adeguati? C’è un’effettiva volontà di affrontare il problema del Cambiamento Climatico a livello internazionale?

“In conseguenza delle conferme scientifiche di cui abbiamo appena discusso, fin dal 1992 (a partire dagli accordi di Rio De Janeiro – a cui aderirono ben 154 Paesi), ogni anno si tiene la Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC). Questo significa che già nel 1992 si sapeva tutto e c’era un totale consenso sul tema! Nonostante questo, i provvedimenti si sono rivelati lenti, estremamente lenti… Nel 1997 è stato siglato l’accordo di Kioto, faticosamente applicato fino al 2012 e, successivamente, è arrivato l’accordo di Parigi, nel 2015, al momento giudicato l’accordo più concreto ed efficacie mai raggiunto, ma che, a mio avviso, è ancora ben lontano dal trovare un’effettiva soluzione al problema.

Abbiamo sprecato 30 anni! Senza questo ritardo, adesso dovremmo fare uno sforzo molto inferiore. E’ vero, siamo 7,5 miliardi di persone e 195 governi e mettersi d’accordo non è facile. Quindi alla domanda: lei ritiene l’accordo di Parigi efficace? Le rispondo: 1) si, nell’ambito delle logiche degli “esseri umani”; 2) no, nell’ambito della “Fisica!” Occorre agire in modo molto più rapido ed organico, perché i processi fisici non attendono i nostri negoziati, vanno semplicemente avanti con i loro inesorabili tempi. E invece ancora tentenniamo… Ed, ahimè, il processo potrebbe essere ulteriormente rallentato con l’amministrazione Trump che addirittura mette in discussione l’accordo di Parigi.”

Domanda 3: Intanto, qualcosa inizia a muoversi dal basso. Anche in Italia, colmando un ritardo rispetto a molti paesi europei e d’oltreoceano, spunta la figura dell’esperto in sostenibilità, con un approccio multidisciplinare (succede  nell’Università della Sostenibilità, docente il professor Tamino oppure all’Università di Parma, con il Dipartimento di Sostenibilità dove insegna Alessio Malcevschi); inoltre già da due anni si tiene un Corso di Laurea in Economia Ecologica,  all’Università di Pisa (docente  il professor Luzzati). Siamo sulla strada di un risveglio ecologico?

“Il fatto che la tematica dell’ambiente e della sostenibilità inizino a penetrare nel sistema universitario è qualcosa di estremamente positivo, se si vuole costruire un modello economico e sociale eco-sostenibile. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a processi molto lenti e localizzati. Eppure, considerando che il Cambiamento Climatico è ben noto almeno fin dal 1990, oggi la tematica della sostenibilità dovrebbe aver invaso tutto il sistema universitario; non dovrebbe limitarsi all’impegno di alcuni docenti particolarmente illuminati e sensibili al tema.”

Domanda 4: Nel corso degli anni sono stati proposti diversi modelli economici orientati alla sostenibilità: la Bio-economia (di Roegen), l’Economia Ecologica (di Kapp), la Decrescita (di Latouche), la Terza Rivoluzione Industriale (di Rifkin), lo stato stazionario (di Daly). Perché questi modelli non hanno trovato campo fertile nelle loro applicazioni?

“Semplicemente perché molti esseri umani non vogliono ancora accettare la verità della Fisica: in un pianeta limitato non è permessa una crescita illimitata! E’ un concetto così semplice che lo capiscono anche i bambini!

I modelli citati trovano, pertanto, scarso appeal. Invece, andrebbero messi in pratica, studiati e perfezionati. In realtà non si è avuto neanche un dibattito! Sono modelli proposti da pochi visionari che offrono proposte alternative all’economia della crescita illimitata, ma che non hanno mai trovato l’attenzione che meriterebbero.” 

Domanda 5: Nella sua trasmissione di successo, Scala Mercalli, nel 2016 (ripresi spesso nella sua attuale trasmissione su Rainews24, Pillole di Mercalli) ha portato alla luce i settori su cui intervenire nella lotta alla Crisi Ecologica: 1) Città ecosostenibili e rifiuti; 2) Energia rinnovabile; 3) Acqua (disponibilità ed inquinamento); 4) Cibo e agricoltura sostenibile; 5) Trasporti; 6) Cementificazione e sostenibilità dell’ economia. Può dirci quale di questi fattori assume maggiore importanza nel ridurre la nostra Impronta Ecologica?

“Ciascuno di questi fattori è importante e non può essere considerato separatamente dagli altri. Viviamo in un mondo complesso; non c’è un settore più importante di un altro! I problemi ambientali vanno affrontati in modo unitario e sistemico.”

Domanda 6: Quali sono le maggiori problematiche in Italia in materia di eco-sostenibilità?

“Il problema principale in Italia? La contraddizione interna delle scelte politiche! L’Italia ha delle ottime punte di diamante nei settori delle rinnovabili, del risparmio energetico e della raccolta dei rifiuti. Ma si tratta di iniziative/soluzioni limitate a piccoli territori, a gruppi di cittadini e singoli amministratori, contro cui il resto del Paese rema contro. Questi modelli dovrebbero diffondersi in tutto il Paese… Ma questo non accade! Le faccio alcuni esempi. In alcuni paesi del nord-Italia esistono modelli di raccolta differenziata estremamente avanzati; eppure nel sud-Italia ci sono ancora molti paesi che hanno problemi nella gestione dei rifiuti.  Qualcosa di simile accade nel settore delle energie rinnovabili: in Italia ci sono ottime aziende, ma l’applicazione e la diffusione dei loro prodotti vengono poi disincentivate da leggi che favoriscano vecchie forme di energia. Prima le incoraggiamo e poi le tassiamo!”

Occorre quindi una strategia top-down?

“Si perché le scelte dal basso che una parte della popolazione consapevole ha già fatto, trovano oggi il limite nell’assenza di una scelta politica coerente che dia priorità a questi temi. Io stesso, nel portare avanti le mie iniziative, mi muovo in un territorio limitato, ostacolato da provvedimenti che indeboliscono il mio potere di azione. Si deve andare tutti insieme nella stessa direzione, politica e cittadini.”

Domanda 7: Di particolare rilevanza è il tema delle Energie rinnovabili. Possono sostituire le fonti fossili?

“Oggi come oggi non ancora… ma possono farlo tra qualche anno, a patto che ci si investa sopra e si cominci questa transizione. E’ una transizione importante. Occorre stabilire un cammino, una direzione verso cui tendere entro 20-30 anni.” 

Domanda 8: Lei è più incline ad una produzione energetica distribuita (ciascun edificio genera la propria energia facendo ricorso a fonti rinnovabili), così come suggerisce l’economista Jeremy Rifkin, oppure ad un sistema centralizzato (con la creazione di grosse centrali eoliche e solari)?

“Le energie rinnovabili sono adattissime a un modello distribuito. Occorrerebbe però fare degli investimenti sulla rete per adattarla ad una produzione locale e intermittente di energia (la rete esistente è stata inventata anni fa per una produzione centralizzata). La politica deve scegliere di trasferire fondi su questi investimenti, togliendoli dal mercato tradizionale delle fonti fossili. Non si tratta di aggiungere risorse. Occorre semplicemente spostarle da una fonte all’altra!”

Occorrerà ancora produrre energia a livello centralizzato?

“Ovviamente, una parte dell’energia dovrà essere prodotta anche a livello centralizzato per garantire stabilità alla rete. Ma i maggiori investimenti andranno fatti in quello che è il punto debole delle rinnovabili: l’accumulo di energia. La tecnologia in questo caso non è ancora matura, ma, lavorandoci sopra, si potranno sicuramente trovare delle soluzioni più che adeguate.  Ci sono Paesi che stanno investendo molto su questo aspetto. SI pensi alla Danimarca che ritiene di passare interamente a produzione di energia rinnovabile entro il 2050.”

Domanda 9: Altro tema importante è quello delle Città ecosostenibili, in quanto include tutti i fattori in gioco (cibo, edifici, energia, mobilità, trasporto). Ci sono esempi nel mondo di città a basso impatto ambientale? Quali sono i Paesi che si stanno muovendo nella giusta direzione?

“Ci si sta lavorando molto su questa tematica. Stanno anche emergendo corsi di laurea nelle facoltà di architettura e di ingegneria rivolti alla creazione di città eco-sostenibili (le smart cities). Nuovamente i Paesi del Nord-Europa (Danimarca, Svezia, Olanda, Germania) sono i modelli più maturi. Da noi di nuovo emerge il problema della contraddittorietà. Da un lato si parla molto di questo tema. Dall’altro, non si fa niente per svilupparlo. Da un lato ci sono città che hanno abbracciato con grande consenso il tema (come Bologna) ma che vengono scarsamente supportate nel loro cammino; dall’altro, ci sono città che non sanno nemmeno di cosa si tratti. E università che si occupano di resilienza climatica in urbanistica, come IUAV a Venezia, ma con l’impressione che molti studi restino poi nei cassetti invece di essere applicati concretamente.”

Domanda 10: Uno dei suoi ultimi libri è una sorta di “warning” per le singole persone/famiglie: Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità.  Può dirci perché ci saranno meno risorse in futuro e quali conseguenze avrà tutto questo sulla nostra società? Che suggerimento da ai singoli cittadini in un mondo con meno risorse?

“Perché ci saranno meno risorse? Lo abbiamo già detto. Viviamo in un mondo finito in cui non possiamo crescere infinitamente! I limiti riguardano sia il consumo di risorse che l’inquinamento che produciamo. L’attuale modello economico è insostenibile nel lungo periodo! E persino la UE propone con sempre maggior enfasi il modello dell’economia circolare (il cui principio di base è “riciclare tutto”), ma si è ben lontani dal raggiungere una soluzione. Allora occorre un’alternativa per i singoli. Il mio libro propone alle famiglie delle “soluzioni pratiche” che permettono di affrontare i rischi dovuti al Cambiamento Climatico e alla Crisi Ecologica: autoprodurre energia, utilizzare l’isolamento termico per ridurre il consumo di energia, curare un proprio orto (se possibile), raccogliere acqua piovana contro i periodi di siccità, produrre meno rifiuti, in sostanza essere più autonomi e impattare meno sull’ambiente.”

Ha parlato di rischi del cambiamento climatico. Quali sono i rischi maggiori?

“I pericoli maggiori vengono dalle intense ondate di caldo e dalla siccità, che riducono la disponibilità di acqua e la produzione agricola. A questi si aggiungono i rischi geopolitici. In un mondo abitato da più di 7 miliardi di persone, se la quantità di risorse disponibili si riduce, automaticamente aumenteranno i rischi di guerre e di migrazione. Come sarà il mondo tra 30-40 anni quando le migrazioni interesseranno decine di milioni di persone?”

Domanda 11: Recentemente ha scritto un altro libro, Il mio orto tra cielo e terra. Può chiarirci gli obiettivi di questo libro e a chi è indirizzato?

“Questo libro espande uno dei capitoli del libro “Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità,” dove suggerisco di essere il più possibile autonomi dal punto di vista della produzione alimentare.  Racconto la mia esperienza (50 anni) nell’orto; spiego come creare un orto sostenibile senza fitofarmaci e elementi chimici.”

Domanda 12: Lei lavora molto con la RAI. Ha dei nuovi progetti in programma?

“Dopo l’esperienza chiusa con Rai 3 (Trasmissione Scala Mercalli), in questo momento lavoro per Rai news 24 dove produco dei brevi video di un minuto (Pillole di Mercalli) sui temi che abbiamo appena affrontato. In effetti, in un’epoca dove le persone sono molto occupate, un breve messaggio di un minuto risulta essere molto efficace.”

Domanda 13: Può fare un appello alle istituzioni e a tutti i cittadini?

“La lotta al Cambiamento Climatico e alla più ampia crisi ecologica è un processo che va accelerato. A tal fine abbiamo bisogno di 1) una maggiore e più diffusa informazione (deve crescere il numero di persone che prende seriamente coscienza di questi temi); 2) una politica illuminata, ma su questo sono molto più dubbioso… Infine, in un contesto in cui l’America si presenta con un atteggiamento negazionista nei confronti del Cambiamento Climatico, si spera 3) che l’Europa non indebolisca i propri progetti in tema ambientale e, anzi, assuma la leadership nella lotta mondiale al cambiamento climatico.”

(a cura di Dario Ruggiero e Rosario Borrelli)

……………………………….

SE SI USA IL CLIMA PER FARE CONCORRENZA

di Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017

   La difesa del clima del pianeta è un altro dei temi di confronto fra i grandi sistemi politici ed economici. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncerà a breve (ha annunciato, ndr) la sua decisione di non accettare l’Accordo di Parigi sul clima. Nel frattempo Europa e Cina si stanno avvicinando proprio sulle scelte energetiche e ambientali.

   A chi parrà imprevedibile la mossa di Trump bisogna ricordare che mai nessun presidente degli Usa, non Barack Obama nei due mandati, non George Bush, non Bill Clinton, sono mai riusciti a far ratificare un accordo internazionale sul clima.

   Perfino il Protocollo di Kyoto si arenò nel ’99 sulle secche del voto negativo del Senato. Nell’aria l’anidride carbonica è in quota ridottissima, lo 0,04%, ma cresce rapidamente: era lo 0,031, negli anni 70. A titolo di confronto un gas raro come l’argo è presente allo 0,9%. Ma l’anidride carbonica, cioè biossido di carbonio, cioè in formula bruta la CO2, ha la proprietà di trattenere il calore irraggiato dal sole, e quindi di scaldare l’atmosfera spostando il punto di equilibrio verso una temperatura più calda.

   La CO2 si sviluppa soprattutto dai processi di combustione naturale (eruzioni, incendi di foreste), biologica (la respirazione di piante e animali, fra i quali anche noi) e combustione artificiale (centrali elettriche, ciminiere, motori e così via).

   Un mondo più caldo non significa l’estinzione della vita sul pianeta, questo no, ma significa comunque un mondo diverso da come lo conosciamo: i mari più alti, la Siberia e il Canada verdeggianti, deserti senza fine nelle zone tropicali, la scomparsa di alcune specie viventi e la comparsa di altre specie che oggi non possiamo nemmeno immaginare.

   Nell’Italia delle frane un clima diverso fa presagire piogge più rare ma con tempeste più furiose, uno spostamento delle colture meridionali verso l’Alta Italia e comparsa di aree aride nel Mezzogiorno. E i bassopiani padani del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, finirebbero sotto il mare, Venezia compresa.

Da anni si discute come contenere la CO2. Prima il protocollo di Kyoto e, dal dicembre 2015, l’Accordo firmato a Parigi durante il summit Onu definito Cop21. L’intesa di Parigi aveva condiviso tra tutti i Paesi l’obiettivo di impedire il riscaldamento dell’atmosfera.

L’Accordo di Parigi aveva una grande spinta di principio (dice che cosa ottenere) ma zero applicabilità (non dice come ottenere l’obiettivo). E qui si giocano le diverse politiche internazionali.

   In apparenza, la prevedibile decisione di Trump spinge la Cina ad avvicinarsi all’Europa in una politica climatica condivisa, lasciando gli Usa in un dorato isolamento politico.

   Nella sostanza, però, le politiche climatiche degli Usa continuerebbero abbastanza allineate con quelle di Obama e predecessori: il clima del globo è importante ma deve essere difeso con strumenti nazionali, non con accordi multilaterali come quello dell’Onu.

   Le strategie Usa per combattere le emissioni ci sono, hanno un peso importante, ma si fermano ai confini nazionali e si basano sugli aspetti economici e applicativi senza darsi princìpi universali su cui si fondano gli accordi europei e dell’Onu. Per esempio Obama per spingere una politica climatica ha indebolito il ruolo del carbone e promosso il ricorso al metano di produzione nazionale (lo shale gas) intervenendo sulle normative tecniche dell’agenzia ambientale Epa.

   E ancora sull’Epa è intervenuto anche Trump. Il segretario di Stato di Donald Trump è Rex Tillerson, il quale fino a pochi mesi fa era a capo della compagnia petrolifera Exxon Mobil. Tillerson è un sostenitore convinto delle politiche climatiche, ma esige politiche climatiche basate sui fatti, sulle scelte del mercato, sulle azioni virtuose compiute dai consumatori e dagli azionisti.

   E’ Tillerson uno dei promotori di una carbon tax che, adottata in modo uniforme in tutti i Paesi, potrebbe annullare i divari di competitività creati dalle politiche climatiche.

   Gli Usa non vogliono che le decisioni sul clima siano usate come leva per creare disparità sui mercati. Ed ecco uno dei temi di scontro. L’uso delle politiche climatiche — cioè energetiche, e cioè industriali — per spostare la competitività dei diversi sistemi economici.

   Ed ecco l’avvicinamento tra Europa e Cina nelle politiche climatiche. La Cina, con un Pil pro capite inferiore di 5 volte a quello Usa e di 3,5 volte a quello tedesco, ha investito nel 2015 il doppio degli Usa nelle tecnologie pulite (100 miliardi di dollari contro i 56 degli Stati Uniti) e ha raggiunto un tasso di “decarbonizzazione” del 4%, il doppio dei Paesi del G7. La Cina vuole essere nello stesso tempo la locomotiva dell’economia mondiale e la locomotiva della decarbonizzazione. (Jacopo Giliberto)

………………………..

TRUMP: USA VIA DALL’ACCORDO SUL CLIMA – «STATI UNITI FUORI DALL’ACCORDO SUL CLIMA»

di Marco Valsania, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017

NEW YORK – (……) CLIMA ADDIO. Donald Trump abbandona l’accordo di Parigi sulla lotta all’effetto serra (…) un summit tra Ue e Cina, ha svelato il Financial Times, dovrebbe sancire impegni comuni contro l’effetto serra per compensare le reticenze statunitensi. Una neo-alleanza verde che fa seguito a colloqui tra il neopresidente francese Emmanuel Macron e i leader di Pechino in cui questi ultimi hanno riaffermato promesse sul clima.

   Ambienti diplomatici temono però che non sia facile fare a meno del ruolo degli Usa. Il ritiro di Washington, seconda potenza inquinatrice alle spalle della Cina, potrebbe indurre Paesi emergenti ai primi passi sull’effetto serra a tradire gli obiettivi.

   E potrebbero emergere indeboliti controlli e trasparenza – compresa la misurazione delle emissioni di Pechino – cavallo di battaglia degli americani. Senza contare il messaggio inviato su altri delicati fronti della cooperazione, dal commercio alle alleanze militari.

   La decisione sul clima si profila all’indomani del controverso viaggio di Trump al G7 e alla Nato,che ha spinto il cancelliere tedesco Angela Merkel a dichiarare che l’Europa non può più contare come in passato sulle tradizionali alleanze e deve prendere in mano il proprio destino. Proprio sul clima, la Casa Bianca si era pubblicamente dissociata dai partner del G7. L’esatta posizione su Parigi è tuttora in forse. Accanto a bruschi strappi viene esaminata una revisione al ribasso degli obiettivi di riduzione delle emissioni, comunque volontari. Oppure un’uscita dall’accordo accompagnata da sensibilità ambientale.

   I precedenti non solo incoraggianti. Barack Obama, aveva firmato l’accordo nel 2015 e lanciato un piano di risanamento delle emissioni delle centrali elettriche. Un progetto dell’Agenzia per la Protezione ambientale Epa che prevedeva entro il 2028 tagli del 32% rispetto ai livelli del 2005. Trump, in una delle sue prime mosse, aveva ordinato un riesame di quelle norme con l’idea di abolirle.

   Anche su Parigi avrebbe ora avuto la meglio la fazione radicale dello stratega Steve Bannon, ispiratore del nazionalismo economico, e dell’attuale direttore dell’Epa Scott Pruitt, scettico del cambiamento climatico e fautore di energia fossile e deregulation, fiancheggiati da parlamentari ultraconservatori.

   Hanno denunciato le politiche ambientali come dannose per crescita e occupazione, nonostante i minatori siano oggi solo 75mila, il carbone venga eclissato dal gas naturale e le energie rinnovabili diano lavoro a 650mila addetti. E nonostante molti colossi aziendali, dall’hi-tech al petrolio, si siano schierati a favore di Parigi.

   L’opposizione democratica ha denunciato il ritiro come un’abdicazione di responsabilità. E nella stessa amministrazione, sempre più divisa, per il clima sono scesi in campo il segretario di Stato Rex Tillerson e la figlia di Trump, Ivanka. (….) (Marco Valsania)

…………………………..

……………

LA NOSTALGIA DI UNA NATURA PERDUTA E ORA RIDOTTA IN CATENE

di Luca D’Andrea*, da “La Stampa” del 12/6/2017

(*Luca D’Andrea è nato a Bolzano nel 1979 – Il suo primo thriller, «La sostanza del male», Einaudi, è diventato un caso letterario)

   Fare lo scrittore significa origliare discussioni altrui, ruminarle e trasformarle in storie. La discussione in questione era una di quelle che conosciamo tutti: è estate, fa caldo, l’effetto serra, Trump, il condizionatore troppo alto o troppo basso o inesistente. Insomma il regno del «tutto già visto, tutto già sentito». Eppure è proprio nel già sentito che si annidano tragedia e farsa, ingredienti fondamentali per una di quelle storie che partono con un «c’era una volta» e, passando attraverso effetti speciali via via più stupefacenti, arrivano a un finale che mescola dubbi a possibilità di redenzione.

   C’è stato un tempo in cui agli uomini veniva insegnato a procurarsi il cibo con la violenza. La caccia non è mai stata un affare pulito. Nemmeno l’agricoltura sfugge alla regola. Fare il contadino significava strappare sostentamento dalla nuda terra usando sudore e letame. Non lo dico io. Lo dice la Genesi.

   Quando da bambino ho ascoltato per la prima volta il racconto della Cacciata non ho potuto fare a meno di immaginare Adamo ed Eva chini su un terreno brullo, incapaci di tracciare solchi per le sementi, troppo deboli e schizzinosi per torcere il collo a una gallina. Angosciati dalla vastità della loro ignoranza e della debolezza dei loro corpi. In altre parole, mi immedesimai nel ruolo di chi non ha idea di cosa significhi sopravvivere grazie alle proprie forze.

   I miei (i nostri) nonni erano di un’altra pasta. Nati in un’Italia che da agricola procedeva verso un’economia industriale già in procinto di sbocciare nel mondo della finanza e del terziario, sapevano trasformare i maiali in salsicce, il grano in pane, e di certo non si sarebbero spaventati all’idea di passare una nottata sotto le stelle, al contrario di Adamo ed Eva, che immaginavo stretti l’uno all’altro, tremanti nelle tenebre della prima notte fuori dal Giardino.

   Quella fu la notte in cui l’uomo divenne consapevole della tragedia che lo separava dal mondo circostante e iniziò la sua battaglia contro la natura. Una lotta che aveva un’unica regola: sappi che stai giocando una partita truccata.

   Alla fine, perderai comunque.

   Così, ad un certo punto, l’uomo iniziò a barare. Imparò a selezionare il bestiame per renderlo docile, a rendere la terra arrendevole e sempre più fertile. E fu così che dopo una lunga serie di sconfitte, l’uomo trionfò. Il trionfo, però, portò con sé la cecità. Per circa un secolo e mezzo, dagli albori della Rivoluzione industriale agli anni Ottanta, Adamo e Eva hanno coltivato l’idea che la fase successiva alla vittoria dovesse per forza essere quella dell’umiliazione.

   Riempire gli oceani di scarti industriali, scaricare nei cieli tonnellate di anidride carbonica significava prendersi una rivincita. Non più l’uomo schiavo della natura, ma la natura, in catene ai piedi dei dominatori. L’uomo era tornato all’Eden, ma questa volta da conquistatore.

   Se proviamo a immaginare che la Bibbia sia il resoconto di una discussione fra sconosciuti in viaggio (cosa che, in effetti, potrebbe anche essere) che dura ancora oggi attraverso la narrativa popolare, i film e (appunto) le chiacchiere da bar, allora queste ultime si trasformano nei più aggiornati versetti di una strana Genesi ellittica in cui la parola dominio è ormai di uso comune. È facile capirlo. Se fa caldo e il primo pensiero è quello della questione ecologica significa che il caldo è dovuto ad un colpevole e cioè noi, l’uomo.

   E se l’uomo è colpevole del disastro ecologico, allora l’uomo ha soggiogato la Natura. Un pensiero talmente tragico che la risposta non può che essere una farsa: tornare indietro. Illuderci di poter sopportare le grandinate che distruggono il raccolto, il suono della lama nella carne strillante, l’ecatombe di figli e amici dovuta al morbillo o all’influenza. Ed ecco, quindi, che la banale conversazione si trasformano in una storia. Anzi, in una favola.

   La favola di uno schiavo che divenne re ma che poi, anziché comprendere che dominio non significava necessariamente umiliazione, anziché felicitarsi con sé stesso per la strada fatta e assumersi le responsabilità che la corona comportava, dopo aver buttato lì un «tutto già visto, tutto già detto», rincuorato dal suo desiderio di tornare a vivere nello strazio (che lo faceva sentire una persona migliore di quanto non fosse), andò a dormire sul suo bel letto di piume e sognò di un autobus privo di conducente, col motore acceso, fermo sul ciglio della strada. Un sogno così strano che al risveglio, per tutta la giornata, non fece che chiedersi il motivo per cui i passeggeri, anziché mettersi alla guida del veicolo e proseguire nel viaggio, non avessero fatto altro che chiacchierare del caldo. Alle volte persino annoiandosi. (Luca D’Andrea)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...