E’ UN NORDEST DI TANTI CAPANNONI, ruderi, centri commerciali, condomini, alberghi… ABBANDONATI – “Non torneranno i prati”: Il Paesaggio descritto da pittori, scrittori, fotografi… è perduto – IPOTESI credibili DI USCITA DAL DEGRADO, con attività vere, nuove, ecocompatibili, innovative per un “NUOVO NORDEST”

“(…) IN OTTO ANNI, DAL 2001 AL 2009, nel solo VENETO sono state RILASCIATE CONCESSIONI EDILIZIE PER OLTRE 111 MILIONI DI METRI CUBI DI FABBRICATI INDUSTRIALI E ARTIGIANI. In sostanza, CAPANNONI. La stessa regione, all’inizio del Millennio non ha avuto rivali sul nuovo edificato a destinazione produttiva: quasi 8 MILA METRI CUBI PER CHILOMETRO QUADRATO (dati Wwf) rispetto a una media – nel Nord Italia – di 4.600 circa. Persino la dinamicissima Lombardia si è dovuta arrendere all’euforia del Nordest. LA GRANDE CRISI SEGUITA AL 2008 HA INESORABILMENTE MODIFICATO LO SCENARIO: le richieste di costruire sono colate a picco, migliaia di imprese hanno chiuso i battenti e UN IMMENSO PATRIMONIO EDILIZIO – proprio quei capannoni che per decenni hanno simboleggiato progresso, laboriosità e benessere – È STATO ABBANDONATO A SE STESSO (…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   In Veneto si calcola che siano almeno 10mila i capannoni sfitti, inutilizzati, o totalmente abbandonati. Se estendiamo la cosa oltre i soli capannoni, allora si parla di più di 12 mila manufatti di rilevanti dimensioni vuoti, fra Veneto e Friuli.

   Un’edificazione senza regole, campanilistica (ogni comune anche piccolissimo con le sue aree industriali), priva di programmazione: per dire, la provincia di Treviso ha 95 comuni e conta 1.077 aree industriali, e in queste aree molti, moltissimi, sono i capannoni vuoti. O capannoni impiegati in minima parte, sia negli impianti e merci contenute, che nella manodopera presente.

MAPPA DEL CONSUMO DEL SUOLO IN VENETO 2015 (Fonte “Carta nazionale del consumo di suolo ISPRA-ARPA-APPA, 2016”) – IL CONSUMO DI SUOLO COSTA OGNI ANNO AL VENETO OLTRE 137 MILIONI DI EURO ALL’ANNO. Questi “costi occulti” della cementificazione sono di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato NEL RAPPORTO CONSUMO DI SUOLO 2016. Ogni ettaro di suolo consumato infatti può causare «una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno, causato da costi che dipendono dal tipo di territorio e dal tipo di trasformazione subita: si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di ero), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno». (da http://www.venetoeconomia.it/ )

   Cosa fare allora di quei cubi di cemento disseminati un po’ dappertutto? Abbatterli o tentare di recuperarli? Sono le domande che un po’ tutti si fanno (quelli che si guardano attorno, tutti, non solo gli amministratori, i politici, gli adetti ai lavori come urbanisti, architetti, geografi, studiosi…). Tutti noi, interessati alle sorti dei nostri luoghi, ci chiediamo “che fare”.

Capannoni abbandonati

   E non è solo questione di capannoni industriali, artigianali: pensiamo ai ruderi che ci capita di vedere lungo le strade del Veneto e del Friuli: abitazioni, palazzi, condomini, hotel, negozi…(adesso anche addirittura centri commerciali totalmente chiusi!); poi addirittura anche ex caserme (non solo in Friuli Venezia Giulia) dismesse….

UNO FRA I TANTI CASI – “(….) il CENTRO COMMERCIALE costruito nel 2004 nel cuore della zona industriale di VILLORBA, alle porte di Treviso. IL PARCO «WILLORBA» sarebbe dovuto DIVENTARE LA CITTÀ DEGLI ACQUISTI DEI TREVIGIANI, ma LE COSE SONO ANDATE DIVERSAMENTE: parte dei capannoni non ha mai visto un negozio, il principale polo di attrazione (un grande supermercato) nel 2013 ha traslocato poco distante e altri punti vendita hanno annunciato l’addio. Nel complesso resistono (ma chissà per quanto) un negozio di calzature e un bazar cinese. Tutto il resto è desolatamente vuoto.(…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Provate a pensare nelle vostre esperienze quotidiane di vita e spostamenti, che altro si potrebbe aggiungere di tipologia di fabbricati chiusi, inutilizzati…. manufatti che o sono in degrado totale o stanno lentamente cadendo a pezzi, di stagione in stagione, diventando appunto dei ruderi…immagine di un Nordest che non è più quello di prima, e non sa per niente cosa diventerà.

EFFETTO DOMINO di Romolo Bugaro, 2015, Einaudi Supercoralli, euro 19,50 – “CRISI DEI CAPANNONI NEL NORD EST, ASTE DESERTE, PREZZI A PICCO: IL PENSIERO DI UNO SCRITTORE DEL NORDEST – Nomisma ritiene quasi impossibile una ripresa del mercato immobiliare commerciale nei prossimi 15 anni. Così, gli immobili restano invenduti. Si deteriorano, si deprezzano. «FANNO LA MUFFA» chiosa ROMOLO BUGARO, avvocato e scrittore, autore di «Effetto domino», ultimo e denso racconto sul Nordest. Ma anche qualora vengano venduti, il prezzo precipita. Un esempio? Da 3,2 milioni a 400mila. «La crisi ha picchiato duro e il mercato dell’immobiliare commerciale ha accusato il colpo – dice Bugaro – fra costi alle stelle, mercato debole e pressione fiscale elevata, l’invenduto è la regola». «Da una parte, è chiaro – continua Bugaro – che quel dato immobile non ha mercato. Dall’altra basta fare quattro conti: a forza di ribassi, le spese della vendita forzosa rischiano di essere maggiori di quanto ricavabile della vendita stessa. Meglio lasciar perdere». Bugaro nota come quello che sta accadendo A NORDEST È «UN FENOMENO NUOVO E IMPRESSIONANTE». Si tratta della «rottura del meccanismo economico più consolidato: quello che non vede più incrociarsi domanda e offerta di capannoni costati centinaia di migliaia di euro». «A Nordest resterà un patrimonio di costruzioni abbandonate, luoghi dove abitava il lavoro e che sono stati abbandonati dal lavoro. Relitti da ripensare», nota lo scrittore. (Copyright – Nordest Economia Gruppo Espresso)

   C’è stato un periodo, un decennio fa, che i capannoni abbandonati spesso venivano utilizzati, nel tetto come installazione di pannelli fotovoltaici: era l’epoca più redditizia del “conto energia”: cioè rendeva bene, con gli incentivi statali, la cessione di energia elettrica al GSE (cioè al Gestore dei Servizi Energetici) immettendo così in rete, dietro remunerazione per ogni kWh, l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari fotovotaici.

   E paradossalmente il sostanzioso bonus ai produttori di energia veniva (viene) pagato in bolletta da chi non aveva i pannelli solari di produzione energetica…. Il gioco speculativo dell’utilizzo dei capannoni in questo caso (ma anche di terreni agricoli, quando non convertiti a vigneti, elemento ora redittuale in forza…), l’elemento speculativo, dicevamo, del fotovoltaico regge (ha retto) fin tanto che lo Stato sponsorizzava la cosa (attraverso appunto gli ignari consumatori pagatori di bolletta elettrica). Pertanto nessuna conversione “seria” dei capannoni ad attività innovative in questo caso.

EX LANEROSSI, Via Pasubio 135, SCHIO, (Vicenza) (foto da http://espresso.repubblica.it/ )

   Ma non ci addentriamo in questo post sul tema della produzione energetica: l’utilizzo dei capannoni abbandonati rendeva ai proprietari l’affitto del tetto di questi per l’utilizzo a panelli solari fotovoltaici, con aggravio alle casse dello stato (cioè direttamente dei contribuenti in bolletta!) e che poco aveva questa attività di “virtuosamente ecologico” (tant’è che, diminuiti o cessati gli incentivi, si sta totalmente diradando, e rimangono gli impianti a base di silicio da smaltire, ed è facile osare pensare che tra qualche decennio, anche meno, la comunità (noi tutti), dovrà farsene carico (come spesso accade in questi casi).

(nella foto: l’Hotel Michelangelo ad Abano Terme, abbandonato, covo di rovine per sbandati – da http://www.skyscrapercity.com/ ) – Ad ABANO e MONTEGROTTO, nel Padovano, il più importante distretto termale d’Europa, ha un altro problema: GLI ALBERGHI. Dopo il traumatico calo di clientela tedesca, che fino a dieci anni fa costituiva il 60% del flusso turistico, 24 HOTEL HANNO CHIUSO i battenti. La crisi è stata innescata dai pesantissimi tagli imposti da Angela Merkel ai bilanci della mutua teutonica, che ha smesso di rimborsare una serie di prestazioni sanitarie come la quotata «thermalfangoterapie» praticata ad Abano. OGGI QUEGLI ALBERGHI, ANCHE CENTRALISSIMI E TALUNI LUSSUOSI, SONO DIVENUTI UN RICETTACOLO DI DEGRADO E UN BIVACCO PER SENZATETTO. (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   E poi, oltre al degrado dei capannoni, va anche ricordato che molto spesso sono stati usati materiali per costruirli altamente inquinanti: uno su tutti è l’AMIANTO, che è stato ampiamente usato negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel campo dell’edilizia e dell’industria, specie proprio per le coperture dei tetti dei capannoni industriali…che ora sono lì, che cadono a pezzi…e rilasciano nell’aria le velenose cancerogene particelle.

   Pertanto non è solo un problema “visivo”, del paesaggio massacrato, e del futuro economico incerto… ma anche di salute pubblica, di risanamento dovuto di vaste aree molto spesso densamente abitate, in mezzo a popolazioni che lì ci vivono….

il REPORT DEL WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA” (del 2014, ma sempre attuale) affronta il tema “LAND TRANSFORMATION IN ITALIA E NEL MONDO: fermare il consumo del suolo, salvare la natura riqualificare le città”. E’ un’occasione per riflettere sulla cementificazione del nostro fragile territorio e delle nostre risorse naturali sottoposte ad un’emergenza diventata quotidiana a causa del dissesto idrogeologico e dei fenomeni estremi provocati dal cambiamento climatico.RAPPORTO WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA”. Ecco il link:
http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_wwf_2015_2_09.pdf

   Le proposte per “togliere i capannoni” (e in genere ogni manufatto edile inutilizzato, che sta cadendo) sono tutte proposte un po’ deboli, scontate, con poco di innovativo.

   Ad esempio una è quella dei CREDITI EDILIZI: cioè la demolizione dei manufatti irrecuperabili a ogni altra destinazione d’uso, e il recupero globale di aree abbandonate. In Veneto esisterebbe la legge urbanistica fondamentale che questo prevede appunto con i crediti edilizi (la legge regionale 11 del 2004): cioè l’abbattimento, con recupero del suolo (magari ritorno ad un difficile uso agricolo), e il “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili, non danneggiare i proprietari. Ma questo suscita forti perplessità, in un’epoca in cui si parla di arrivare presto a un “consumo del suolo zero”… lo spostamento in cunatura non convince…e poi per fare cosa? …il mercato immobiliare ora molto ridotto non ripagherebbe certo i proprietari dei capannoni demoliti…. i crediti edilizi diventano peggio della demolizione, in ogni caso uno strumento con poco senso…

“(….) L’ex centrale i Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un POLO TURISTICO, LUDICO, NATURALISTICO ED AGRO-GASTRONOMICO. Porto Tolle ha una carta da giocare: sorge in una zona di pregio, il Delta del Po. Ma IN PIANURA, FRA UN CENTRO ABITATO E L’ALTRO, COSA SI PUÒ FARE? Ha provato a rispondere alla domanda un gruppo di STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ IUAV, che ha preso a riferimento un NUCLEO DI ZONE INDUSTRIALI «TIPICHE» compreso fra Camposampiero e a Cazzago, fra Padova e Venezia, e sviluppato un PROGETTO per la placca compresa fra l’autostrada A4 e la ferrovia: SPAZI CICLOPEDONALI, ORTI URBANI, TETTI FOTOVOLTAICI PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA, VIE D’ACQUA (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Qui, in questo post non proponiamo alternative e idee di “rivoluzione per un nuovo Nordest”, perché non ci sono idee nuove. Ci limitiamo a dire e riportare, prosaicamente, quel che si può fare di ragionevole: lavorare su un territorio per migliorarlo il più possibile, con nuove forme di mobilità (ad esempio l’estensione che appare, pur lentamente, di piste ciclabili: ci pare cosa interessante); con nuove attività emergenti compatibili con l’ambiente; con nuove produzioni artigianali in rete più vasta, globale, cui il Nordest può essere presente. Con la creazione di infrastrutture leggere e importanti, come l’estensione in ogni dove dei cavi della BANDA LARGA (eviteremo pure la trasmissione WiFi con onde elettromagnetiche di cui non si sanno ancora gli effetti sulla salute…)… Con un’educazione all’innovazione, a un turismo più efficace, intelligente, conoscitivo dei vari modi delle realtà locali (non solo i paesaggi, ma l’economia, gli usi, le tradizioni…), turismo che valorizzi le enormi risorsi culturali, ambientali (luoghi anche piccoli “d’arte” ora dimenticati, una montagna favolosa, un mare così così…).

   E negli articoli che seguono, in questo post, riportiamo anche l’indagine molto interessante, il reportage, dell’inserto regionale veneto del Corriere della Sera (il Corriere veneto) che nei giorni scorsi ha analizzato le prospettive possibili di recupero dal degrado dei manufatti non più operanti nel Nordest.

   Ad esempio l’ex Centrale elettrica non più in uso di Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un polo turistico, ludico, naturalistico ed agro-gastronomico. E’ vero che Porto Tolle ha una carta da giocare: cioè sorge in una zona di pregio, il Delta del Po.

   Ma in pianura, fra un centro abitato e l’altro, cosa si può fare? laddove non esistono agglomerati tanto appetibili, magari ai margini di centri abitati medio-piccoli?

   Un gruppo di studenti dell’Università Iuav di Venezia, su questo tema (del degrado di manufatti in pianura, in zone “meno interessanti”), ha preso a riferimento un nucleo di zone industriali «tipiche» fra Padova e Venezia, e sviluppato un progetto che prevede spazi ciclopedonali, orti urbani, vie d’acqua….

DALLA FABBRICA AL MUSEO PAGNOSSIN – RICONVERSIONI: L’ex FABBRICA DELLE CERAMICHE rivive fra sostenibilità e posti di lavoro – L’AREA EX PAGNOSSIN DI TREVISO è stata un luogo simbolo del made in Italy, per oltre 90 anni un punti di riferimento del tessuto industriale del NordEst – IL PROGETTO SI CHIAMA OPEN DREAM, un progetto di riqualificazione di un’area di archeologia industriale – L’OBIETTIVO È GENERARE RICCHEZZA, BENESSERE E POSTI DI LAVORO per il territorio in un’ottica di sviluppo ecosostenibile: per questo è al lavoro un team composto da ARCHITETTI, DESIGNER, CURATORI D’ARTE E PIANIFICATORI selezionati dall’università Iuav di Venezia e AFFIANCATI DAI PROFESSIONISTI INCARICATI DALL’AZIENDA, per sperimentare – e anticipare – quegli scambi e collaborazioni tra territorio, atenei e impresa previsti anche dal PIANO INDUSTRY 4.0. Al “tavolo delle idee” si metterà a punto un piano che contempli ARTE E DESIGN, TURISMO GREEN E ALIMENTAZIONE, COMUNICAZIONE E MARKETING, ARCHITETTURA E PAESAGGIO

   Oppure pensare ai capannoni per mettere servizi difficilmente collocabili nel cuore dei paesi, attività sportive, palestre, aree per fiere e sagre o mercati, o attività agricole per immagazzinare prodotti (ad esempio il cippato da legno combustibile)….non servirebbero grossi investimenti, trattandosi di edifici già infrastrutturati….

   E’ questo che sta un po’ accadendo nella realtà di tutti i giorni, “individualmente”, nell’attività quotidiana ad esempio di ogni amministrazione comunale che si pone il problema per i “degradi” e “abbandoni” nel proprio territorio…. ma rimaniamo nel confuso, senza alcuna programmazione, senza alcuna idea innovativa di nuovo sviluppo. (s.m.)

“(…..) L’AREA INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA È DIVENUTA UN GIGANTESCO LABORATORIO DI RIQUALIFICAZIONE. Le volumetrie sono enormi: in 22 anni, dal 1989 al 2011, l’occupazione del polo industriale si è dimezzata (da 20 mila posti si è scesi a circa 11 mila) e i «vuoti» sono decine. IL 40% DEGLI EDIFICI RISULTA ABBANDONATO. «Ma non si tratta di una landa desolata, anzi. La forza di Marghera sono le sue infrastrutture, fra le migliori e più complete d’Italia», assicura il professor Ezio Micelli, docente di Architettura dell’Università Iuav….«Porto Marghera – spiega Micelli – sta assumendo i connotati di un POLO LOGISTICO CON FUNZIONI DIVERSIFICATE, anche di tipo AGROALIMENTARE, con MANIFATTURA, MECCANICA e METALLURGIA AVANZATA dislocate su 1.500 ettari di superficie serviti da porto, autostrade e aeroporto. In un’area nevralgica del Paese…» (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

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RICICLARE O DEMOLIRE I VECCHI CAPANNONI. PROGETTI E IDEE PER RICOSTRUIRE IL NORDEST

di Stefano Bensa, da “il Corriere del Veneto” del 18/6/2017

   Soltanto in Veneto si calcola che siano almeno 10 MILA I CAPANNONI SFITTI O TOTALMENTE ABBANDONATI. Un patrimonio immobiliare immenso, spesso di scarsa qualità e che, dopo decenni di crescita impetuosa e l’altrettanto brusca frenata dell’ultimo decennio, propone un problema dai risvolti potenzialmente dirompenti sotto il profilo urbanistico e ambientale: COSA FARE DI QUEI CUBI DI CEMENTO DISSEMINATI UN PO’ DAPPERTUTTO? ABBATTERLI O TENTARE DI RECUPERARLI?   Il numero di Corriere Imprese Nordest, allegato gratuitamente al Corriere della Sera in edicola lunedì (il 19/6, ndr), affronta la questione esaminando alcune delle situazioni più emblematiche e paradossali (e sconfinando nel distretto termale di Abano e Montegrotto, assediate dal fardello di decine di HOTEL CHIUSI) e dando voce a docenti dell’Università Iuav di Venezia, categorie, architetti (come Mario Botta, una delle firme più illustri dell’architettura mondiale) e associazioni culturali che hanno «riciclato» i luoghi dell’abbandono come meta di escursioni e set fotografici e televisivi.

   Un focus particolare riguarderà anche il FRIULI VENEZIA GIULIA, regione con una particolarità: le CENTINAIA DI CASERME DISMESSE trasferite dal Demanio a Regione e (soprattutto) Comuni spesso privi di risorse. E dove le dimensioni degli ex compendi militari spesso superano l’estensione dei paesi che li ospitano.

   Che il tema sia fondamentale lo ammette una delle associazioni di categoria più attive sull’argomento: Unindustria Treviso. Che ha avviato un percorso di riflessione e studio sul riutilizzo flessibile dei capannoni, o sulla loro eventuale demolizione. «Vogliamo individuare, insieme ad esperti di vari ambiti, delle soluzioni per affrontare e superare questa situazione. Questo tema si combinerà con altri ambiti al centro della nostra azione: il lavoro ai giovani e industria 4.0. Consideriamo Giovani, Fabbrica e Territorio come ambiti strettamente collegati di un unico disegno di politica industriale», spiega il presidente Maria Cristina Piovesana.

   «Si tratta di un progetto di ampio respiro, sul medio-lungo termine – aggiunge la leader degli industriali trevigiani – che deve essere accompagnato da adeguati strumenti di supporto finanziario, mettendo in sinergia risorse pubbliche e private. Unindustria è impegnata da anni nell’iniziativa per migliorare la qualità delle aree industriali in collaborazione con gli Enti locali». Processi in cui Piovesana non esclude «anche la demolizione dei manufatti irrecuperabili e il recupero globale di aree abbandonate, attraverso ad esempio le potenzialità della legge regionale 11 del 2004 sui crediti edilizi, con recupero di suolo e “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili».

   In questo senso, precisa Fiorenzo Corazza, vicepresidente di Unindustria e delegato al Territorio, «l’approvazione della nuova legge regionale sul consumo del suolo rappresenta, al contempo, una sfida e un’opportunità. Consentendo, al contempo, a chi ha seri progetti di espansione industriale, di non essere limitati nelle loro esigenze da norme troppo rigide e formali».

   Corriere Imprese Nordest, ad ogni modo, racconterà anche molte storie di veneti e friulani innovatori: dalla startup del 23enne Gianluca Segato, inventore di un’applicazione che ha rivoluzionato la «quotidianità» degli universitari, alla prima «community» di produttori faidate di elettricità, fino alla scienziata che ha creato un microsatellite in grado di monitorare ambiente e trasporti terrestri. Tutte eccellenze della nuova economia Triveneta 4.0. (Stefano Bensa)

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CRISI E ABBANDONO: RICOSTRUIRE IL NORDEST. E’ LA SFIDA DELL’ERA POST-CAPANNONIFICIO

di Stefano Bensa, da “il Corriere del Veneto” del 19/6/2017

– Oltre 12 mila fabbricati vuoti, fra Veneto e Friuli, sono l’eredità della crisi e di un’edificazione selvaggia, campanilistica e priva di programmazione Cosa fare di un patrimonio così sterminato? Recuperarlo o demolirlo? Intanto domina il degrado. Ma spuntano anche i primi esempi di uso alternativo –

   Oltre 12 mila fabbricati vuoti, fra Veneto e Friuli, sono l’eredità della crisi e di un’edificazione selvaggia, campanilistica e priva di programmazione Cosa fare di un patrimonio così sterminato? Recuperarlo o demolirlo? Intanto domina il degrado. Ma spuntano anche i primi esempi di uso alternativo.

   Bastano alcuni dati per circoscrivere le dimensioni del problema. In otto anni, dal 2001 al 2009, nel solo Veneto sono state rilasciate concessioni edilizie per oltre 111 milioni di metri cubi di fabbricati industriali e artigiani. In sostanza, capannoni. La stessa regione, all’inizio del Millennio non ha avuto rivali sul nuovo edificato a destinazione produttiva: quasi 8 mila metri cubi per chilometro quadrato (dati Wwf) rispetto a una media – nel Nord Italia – di 4.600 circa.

   Persino la dinamicissima Lombardia si è dovuta arrendere all’euforia del Nordest. La grande crisi seguita al 2008 ha inesorabilmente modificato lo scenario: le richieste di costruire sono colate a picco, migliaia di imprese hanno chiuso i battenti e un immenso patrimonio edilizio – proprio quei capannoni che per decenni hanno simboleggiato progresso, laboriosità e benessere – è stato abbandonato a se stesso. Una stima esatta non esiste. Tuttavia, SI CALCOLA CHE SIANO ALMENO 12 MILA, FRA VENETO E FRIULI VENEZIA GIULIA, I CAPANNONI SFITTI. Concentrati soprattutto in tre province: TREVISO, PADOVA e VICENZA.

   Solo in Veneto le aree produttive occupano circa 413 milioni di metri quadri con 110 mila capannoni. In Friuli Venezia Giulia, invece, si contano poco più di 25 mila fabbricati industriali. C’è una provincia-simbolo della sfrenata «capannonificazione» del Triveneto: è TREVISO, con le sue 1.077 aree industriali distribuite in 95 Comuni e sviluppate su 78 milioni di metri quadri (Verona supera gli 80 milioni, ma l’articolazione è meno diffusa e, soprattutto, il tasso di abbandono è inferiore).

   Secondo il rapporto «Riutilizziamo l’Italia», entro il 2020 alla Marca potrebbero bastare «appena» 52 milioni di metri quadri di superficie produttiva. Ossia 26 milioni in meno. L’ultima vittima del progressivo disimpegno è il centro commerciale costruito nel 2004 nel cuore della zona industriale di Villorba, alle porte del capoluogo. IL PARCO «WILLORBA» sarebbe dovuto diventare la città degli acquisti dei trevigiani, ma le cose sono andate diversamente: parte dei capannoni non ha mai visto un negozio, il principale polo di attrazione (un grande supermercato) nel 2013 ha traslocato poco distante e altri punti vendita hanno annunciato l’addio. Nel complesso resistono (ma chissà per quanto) un negozio di calzature e un bazar cinese. Tutto il resto è desolatamente vuoto.

   E dal destino nebuloso: il Comune di Villorba ha proposto l’allestimento di una sorta di cittadella dello sport. Ma i soldi, punto chiave della questione, dovrebbe comunque sborsarli un privato. Anche lo Iuav ha esaminato la situazione: a fronte di una superficie di 1,9 milioni di metri quadri (dei quali oltre 865 mila edificati) ben il 39% risulta praticamente inutilizzata, secondo i dati raccolti da Matteo Aimini nel suo «Passaggi a Nordest» edito da Aracne Editrice.

   SITUAZIONE ANALOGA AD ASIGLIANO VENETO, NEL VICENTINO, la cui zona industriale di 392 mila metri quadri soffre di scarsi tassi di occupazione. Idem nei piccoli centri di Laghi e Lastebasse.

   Sconfinando NEL PADOVANO, il campanilismo dello sviluppo urbanistico ha prodotto risultati talvolta paradossali. A ridosso della gigantesca area industriale di Padova, infatti, sono state costruite la zona produttiva di LEGNARO e la vicina «Zip» (zona degli insediamenti produttivi) di PONTE SAN NICOLÒ. A Legnaro, l’addio di alcune aziende (come il primo, storico insediamento del paese: il mangimificio Petrini attivo dal 1962 e chiuso nel 2009) ha causato anche un effetto collaterale che sa tanto di spreco: il blocco di un’arteria stradale e due rotatorie concepite per agevolare l’accessibilità all’area. Praticamente ultimato, il cantiere è stato abbandonato a degrado ed erbacce.

   «Una desolazione», lo definisce il PROFESSOR TIZIANO TEMPESTA, docente di Estimo Territoriale e Ambientale all’Università di Padova e autore di numerose pubblicazioni sul consumo di suolo nel Veneto. In provincia, però, la situazione più critica è quella di ABANO e MONTEGROTTO, dove non c’è stato bisogno di costruire (troppi) capannoni per infliggere ferite al territorio. Il più importante distretto termale d’Europa, infatti, ha un altro problema: GLI ALBERGHI. Dopo il traumatico calo di clientela tedesca, che fino a dieci anni fa costituiva il 60% del flusso turistico, 24 HOTEL HANNO CHIUSO i battenti. La crisi è stata innescata dai pesantissimi tagli imposti da Angela Merkel ai bilanci della mutua teutonica, che ha smesso di rimborsare una serie di prestazioni sanitarie come la quotata «thermalfangoterapie» praticata ad Abano. Oggi quegli alberghi, anche centralissimi e taluni lussuosi, sono divenuti un ricettacolo di degrado e un bivacco per senzatetto.

   Grand Hotel Orologio, Caesar, Italia… un tempo nomi legati alla mondanità, oggi spettrali monumenti all’opulenza che fu. Oltre tremila (3.447, per l’esattezza) i posti letto perduti. E di privati disposti a spendere in assenza di strategie di rilancio del territorio, neppure l’ombra.

   Quei privati che, al contrario, sarebbero pronti ad investire in un’impresa gigantesca e delicatissima: LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX CENTRALE RODIGINA DI PORTO TOLLE, in pieno Parco del Delta del Po. Tre le offerte (ancora segrete) inviate al colosso dell’elettricità. «I progetti saranno selezionati secondo criteri di qualità, grado di innovazione e sostenibilità ambientale, economica e sociale, con particolare attenzione all’ambiente e all’occupazione», assicura Marco Fragale, a capo del progetto «Futur-E» lanciato dall’Enel, programma che prevede la riconversione di 23 impianti termoelettrici in fase di chiusura o già chiusi.

   «Anziché decommissionare e basta – spiega Fragale – ci siamo posti l’obiettivo di riqualificare. Come sostiene il nostro amministratore delegato “non vogliamo celebrare 23 funerali ma 23 battesimi”».

   Nel caso dell’impianto rodigino (360 ettari) la commissione giudicatrice composta da Enel, Politecnico di Milano ed enti locali dovrebbe esprimersi entro l’anno. Al netto dei dettagli, è certo che L’EX CENTRALE DIVERRÀ UN POLO TURISTICO, LUDICO, NATURALISTICO ED AGRO-GASTRONOMICO.

   I tempi? «Un anno per le autorizzazioni, fra i 2 e i 5 per i lavori». E le bonifiche, argomento di polemiche da parte del territorio? «Dalle nostre analisi – garantisce il manager dell’Enel – non è emersa alcuna contaminazione. Comunque sia, saranno effettuati ulteriori sondaggi e qualora emergesse qualche difformità bonificheremmo noi, a nostre spese. Come prevede la legge». Di certo resterà l’enorme ciminiera: con i suoi 250 metri d’altezza e per le sue particolari caratteristiche strutturali è considerata un capolavoro dell’architettura industriale moderna.

   Porto Tolle ha una carta da giocare: sorge in una zona di pregio, il Delta del Po. Ma IN PIANURA, FRA UN CENTRO ABITATO E L’ALTRO, COSA SI PUÒ FARE? Ha provato a rispondere alla domanda un gruppo di studenti dell’Università Iuav, che ha preso a riferimento un nucleo di zone industriali «tipiche» compreso fra Camposampiero e a Cazzago, fra Padova e Venezia, e sviluppato un progetto per la placca compresa fra l’autostrada A4 e la ferrovia: SPAZI CICLOPEDONALI, ORTI URBANI, TETTI FOTOVOLTAICI per la produzione di energia elettrica, VIE D’ACQUA.

   Soluzioni che favorirebbero l’appetibilità dell’area, rendendola più vivibile, strutturata e meno disordinata. Un progetto affascinante, sulla carta. Ma che presuppone una prerogativa precisa: l’ACCESSIBILITÀ. Viaria in primo luogo. La mancanza di infrastrutturazione, infatti, rappresenta un ostacolo quasi insormontabile per qualunque ipotesi di recupero. Non a caso gli interventi si concentrano laddove strade, ferrovie, magari porto e aeroporto funzionano.

   L’AREA INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA, PER ESEMPIO, È DIVENUTA UN GIGANTESCO LABORATORIO DI RIQUALIFICAZIONE. Le volumetrie sono enormi: in 22 anni, dal 1989 al 2011, l’occupazione del polo industriale si è dimezzata (da 20 mila posti si è scesi a circa 11 mila) e i «vuoti» sono decine. Il 40% degli edifici risulta abbandonato. «Ma non si tratta di una landa desolata, anzi. La forza di Marghera sono le sue infrastrutture, fra le migliori e più complete d’Italia», assicura il professor Ezio Micelli, docente di Architettura dell’Università Iuav. Non a caso il valore dell’area resta elevato: 6,4 miliardi di euro. E lo smantellamento delle attività petrolchimiche propone nuove opportunità.

   «Porto Marghera – spiega Micelli – sta assumendo i connotati di un polo logistico con funzioni diversificate, anche di tipo agroalimentare, con manifattura, meccanica e metallurgia avanzata dislocate su 1.500 ettari di superficie serviti da porto, autostrade e aeroporto. In un’area nevralgica del Paese. Non sottovalutiamone le potenzialità».

   Conferma la collega Maria Chiara Tosi, professore associato di Urbanistica: «Il mercato ortofrutticolo di viale Fratelli Bandiera ha animato molto la città. Lo stesso è accaduto per la Banchina dei Molini e l’ex Torre degli Azotati, sottoposte a interventi che hanno riportato nuova vita in intere zone del complesso industriale grazie a logistica e attività culturali».

   Ma laddove non esistono agglomerati tanto appetibili, magari ai margini di centri abitati medio-piccoli? Tosi immagina lo sviluppo di servizi difficilmente collocabili nel cuore dei paesi: «Attività sportive, palestre, ma anche aree per fiere e sagre o mercati. Nella maggior parte dei casi non servirebbero grossi investimenti, trattandosi di edifici già infrastrutturati». Basterebbe qualche buona idea, nonché privati disposti a rischiare «per il bene della comunità». Nel frattempo però c’è chi si è inventato un’alternativa «ibrida»: lasciare il capannone vuoto tappezzandone il tetto di pannelli fotovoltaici. Giusto per ricavarci qualche redditività residua. E senza neppure il bisogno di tagliare le erbacce. (Stefano Bensa)

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NON TORNERANNO I PRATI

di Claudio Bertorelli | da VeneziePost, 26 febbraio 2016

   Non torneranno i prati, è bene dirlo subito. In questi anni di frequentazione e partecipazione al dibattito schizofrenico sul Paesaggio ho compreso che il Nordest italiano fatica ancora a scendere a patti con la propria storia recente e ad accettare di essere il volto naturale di un mercato legale, spinto dalla Legge Tremonti sui capannoni e da quegli stessi soggetti che, raccogliendo i dividendi a fine anno nelle assemblee delle banche popolari, tornavano poi il primo gennaio a re-investire nello stesso modo.

   In quel paniere di ricchezza circolare si accomodava la politica di piccole e medie città, il business di piccoli e medi imprenditori, di piccoli e medi progettisti; insomma una filiera di fatti medio-piccoli che nel bene e nel male, sommati tutti assieme, hanno tracciato il solco di una stagione.

   Certo, quella stagione oggi si è schiantata contro i propri stessi limiti, e rischia perfino di essere l’ultima se continua a pensare che “green” significhi solo fare tetti verdi da vedere dall’alto, o approvare nei consigli comunali “varianti verdi” che annullano un recente diritto acquisito di edificabilità dei suoli, o promuovere convegni verdi sul mito contadino di quando si stava meglio quando si stava peggio.

   No, non torneranno i prati, e nessuno vorrà o verrà a demolire i capannoni, se non una macchina pubblica miope alla quale manca prima di tutto materia grey; una materia grigia e non verde, politica e culturale, capace di unire le intelligenze in un pensiero più alto e di riconoscere i nuovi modelli che la crisi necessariamente ci obbliga a ricercare.

   Al contrario c’è un gran desiderio di nuove comunità a Nordest, forse perché gli strumenti classici della rappresentanza sono in crisi, o perché la politica non ha più né potere né linguaggio.    Quando il mercato “tirava” essa aveva il compito di tutelare il consumo di suolo, ma ora che tutto è fermo deve spronare a non vanificare le occasioni di riuso urbano, di ibridazione delle risorse, di formazione di nuove governance che emergono in modo indipendente da molte parti e faticano a trovare una riconoscibilità formale nello stesso soggetto pubblico che le dovrebbe promuovere. Ma si sa, homo homini lupus, e così la politica.

   A mancare è sempre il progetto, che prima di essere un paesaggio è una trasformazione consapevole di un territorio, bella o brutta che sia. A mancare è sempre il governo dei temi, o meglio la governance, quella che permette di trasformare buoni progetti in buone pratiche, di trasformare una libera iniziativa in una massa critica che fa tendenza. Ed infatti, di buoni progetti ne abbiamo visti in questi anni, dentro fabbriche d’eccellenza che esportano buoni prodotti e generano anche ottimi luoghi in cui vivere e lavorare. Anzi, abbiamo sperato che essi potessero divenire buone pratiche da emulare, ma ciò non è avvenuto, ed oggi solo un quotidiano a corto di idee può guardare ad essi come al modello da cui ripartire.    No, serve qualcosa di più complesso, narrabile con un linguaggio che oggi è solo alle prime lettere dell’alfabeto e non ha ancora una letteratura di riferimento.

   Servono luoghi grigi in cui insediare comunità verdi, cioè smart, pensanti, ibride, libere di intraprendere iniziative e dar loro un luogo svincolato dalle destinazioni d’uso predeterminate. Servono nuove centralità, o vecchi luoghi che rinnovino il proprio ruolo di centralità; un po’ come ha fatto Milano durante il ciclone Expo 2015, a tal punto dal rappresentare il polo di riferimento anche per una grossa fetta di Nordest, con buona pace della tradizione storica di “Venezia Dominante” sulle proprie terre.

   No, non torneranno i prati, e per questo serve una Green Week nelle Venezie, per raccontare tutto ciò che è verde senza apparire tale. (Claudio Bertorelli)

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CASO CAPANNONI: ASTE DESERTE, PREZZI A PICCO

– A Nordest sono 161 mila gli edifici senza mercato. Lo scrittore Romolo Bugaro: «L’invenduto è la regola, tanti relitti da ripensare». (da “il Mattino di Padova”) –

PADOVA. Martedì 3 novembre, Padova ore 9.05: al Tribunale il giudice Manuela Elburgo batte la prima asta di esecuzione in città: case, uffici, negozi e capannoni pignorati. Esito: deserta. Alle 10 sono già state eseguite dodici aste, tutte deserte. In provincia, solo il 10% degli immobili battuti dal giudice trova un compratore. Il 90% no. Ma la situazione non cambia a distanza di chilometri. Nomisma, nel suo ultimo osservatorio, ritiene quasi impossibile una ripresa del mercato immobiliare commerciale nei prossimi 15 anni. Così, gli immobili restano invenduti. Si deteriorano, si deprezzano. «Fanno la muffa» chiosa Romolo Bugaro, avvocato e scrittore, autore di «Effetto domino», ultimo e denso racconto sul Nordest. Ma anche qualora vengano venduti, il prezzo precipita. Un esempio? Da 3,2 milioni a 400mila.

   «La crisi ha picchiato duro e il mercato dell’immobiliare commerciale ha accusato il colpo – dice Bugaro – fra costi alle stelle, mercato debole e pressione fiscale elevata, l’invenduto è la regola». «Da una parte, è chiaro – continua Bugaro – che quel dato immobile non ha mercato. Dall’altra basta fare quattro conti: a forza di ribassi, le spese della vendita forzosa rischiano di essere maggiori di quanto ricavabile della vendita stessa. Meglio lasciar perdere».

   Bugaro nota come quello che sta accadendo a Nordest è «un fenomeno nuovo e impressionante». Si tratta della «rottura del meccanismo economico più consolidato: quello che non vede più incrociarsi domanda e offerta di capannoni costati centinaia di migliaia di euro». «A Nordest resterà un patrimonio di costruzioni abbandonate, luoghi dove abitava il lavoro e che sono stati abbandonati dal lavoro. Relitti da ripensare», nota lo scrittore.

I numeri a Nordest

Secondo i dati della Cgia di Mestre, a Nordest insistono oltre 161mila capannoni tra opifici, immobili industriali e commerciali: 25.426 in Friuli Venezia Giulia, 113.603 in Veneto e il resto in Trentino Alto Adige. In Veneto la provincia a contare più opifici è Treviso con oltre 15.900 strutture; a fare la parte da leone, quanto a capannoni commerciali, è invece Padova a quota 5.216 a cui si aggiungono oltre 10 mila immobili industriali. In Friuli-Venezia Giulia, sono Udine (4.728 opifici e 5.998 industrie) e Pordenone (3.238 opifici, 2.724 fabbricati industriali) a scalare la classifica. «Dal 2011, ultimo anno in cui abbiamo pagato l’Ici, al 2015, l’incremento del carico fiscale sui capannoni industriali è quasi raddoppiato – spiega Paolo Zabeo, coordinatore ufficio studi Cgia – Tutto ciò ha dell’incredibile. Il capannone non viene ostentato dall’imprenditore come un elemento di ricchezza, bensì come un bene strumentale che serve per produrre valore aggiunto e creare posti di lavoro: superficie e cubatura sono funzionali all’attività produttiva esercitata».

La rottura con il passato

È il modello Nordest. Fino agli anni ’90 non esisteva cesura tra il luogo di lavoro e la casa. Il capannone non solo è quasi sempre stato attaccato all’abitazione ma era la casa stessa dell’imprenditore, o sua necessaria protesi. Non è rado trovare nel territorio alcuni tristi effetti della rottura di questo saldissimo legame. Così unico, che l’architetto Claudio Bertorelli coniò il termine «Casannone».

   Casale di Scodosia è un borgo di meno di 5mila anime nella Bassa padovana, balzato alle cronache per il desolato paesaggio dei capannoni scoperchiati. Resti di un’economia andata a pezzi: quella del legno-arredo. Bellino Rossi è stato il primo a capire che non era più sostenibile spendere «schei» per qualcosa che non esiste più.

   A fabbrica ferma, si è trovato a fronteggiare 5mila euro l’anno di Imu per due capannoni dove nulla più produce. «Bene invendibile», la risposta degli agenti immobiliari. Così, ha tolto il tetto. Oggi, sono 200 i capannoni abbandonati a Casale di Scodosia, quattro scoperchiati. Se privi di tetto, diventano infatti «inagibili» e l’imposta unica viene dimezzata.

Il fattore «K»

Per fortuna ci sono altre soluzioni. «Il Fattore K, ovvero Kàpanon: un tempo chiamai così l’elemento chimico costante di un territorio che l’ha mutato per sempre, senza ritorno» spiega Cristiano Seganfreddo, imprenditore che nel 2009 per primo mappò il Nordest creativo.

   «Migliaia di aree di K hanno prodotto come nazioni. Ma alcune, in mezzo allo sterminato strapotere speculativo del grigio cemento prefabbricato, hanno provato a creare qualcosa di nuovo, spingendo la coscienza produttiva verso una dimensione di rispetto estetico e valoriale». «L’evoluzione del K – continua Segafreddo – è diventata così Fabrica di Benetton, Fondazione Bisazza, o Antiruggine di Mario Brunello, la Fornace di Asolo, la fabbrica lenta Bonotto. O il centro ricerche di Zambon o Dainese. Tanti gli episodi di uno sviluppo intelligente e non speculativo».

   La via ce la indica la prima fabbrica al mondo, l’ARSENALE DI VENEZIA, oggi uno dei luoghi più originali per esporre arte contemporanea. Ma nuovi esempi emergono: dalla veronese Lino’s Type che ha trovato posto in una vecchia tipografia in città, alla Delineo design di Giampaolo Allocco che ha sede a Montebelluna in una vecchia stalla.

   «Pellagra fino all’ultima guerra e ora si soffoca di capannoni» accusava Marco Paolini nel 2010 in scena all’ex Manifattura Tabacchi di Rovereto, immobile allora abbandonato ma oggi spazio di innovazione, fab lab e accademia 2.0. (Eleonora Vallin)

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IL MERCATO DEI CAPANNONI

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Documentazione/omi/Pubblicazioni/Rapporti%2Bimmobiliari%2Bnon%2Bresidenziali/2017%2Bnon%2Bresidenziale/RI_2017_NonRes_25052017.pdf

RAPPORTO IMMOBILIARE 2017

Immobili a destinazione terziaria, commerciale e produttiva

a cura dell’Ufficio Statistiche e Studi della Direzione Centrale Osservatorio Mercato Immobiliare e Servizi Estimativi

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RICONVERSIONI

– L’ex fabbrica delle ceramiche rivive fra sostenibilità e posti di lavoro –

di Barbara Ganz, da “Il Sole 24ore” del 10/5/2017

   Centomila metri quadrati di superficie, di cui 42mila di edifici storici. L’AREA EX PAGNOSSIN DI TREVISO è stata un luogo simbolo del made in Italy, per oltre 90 anni un punti di riferimento del tessuto industriale del NordEst: il primo marchio a sponsorizzare un’auto di formula Uno, capace anche di creare un solido legame con il mondo dell’arte.

   Una storia industriale finita nel 2007, poi gli anni dell’abbandono e, nel dicembre 2015, l’area è stata acquisita dalla holding dell’imprenditore veneto della logistica Damaso Zanardo.

   Nessun vincolo urbanistico: tutto quello che c’era poteva essere demolito e cancellato. Non sarà così. «Abbiamo valutato l’acquisto perché avevamo, e abbiamo, un’esigenza di spazi per rispondere al meglio alla crescita aziendale e per essere sempre più attenti alla sostenibilità e all’ottimizzazione dei processi. E questo sito, con la vicinanza a 4 caselli autostradali e all’aeroporto, l’esistenza di capannoni recenti e ampie aree da demolire per ricostruire, era ideale». Il piano prevedeva la realizzazione di un hub logistico sanitario con magazzini di 10mila mq a temperatura controllata (in fase di ultimazione) e di nuovi 20mila mq di magazzini isotermici per il settore vino, con un impatto occupazionale di almeno 60 unità in più.

   “Poi qualcosa è successo: passeggiando in quest’area, osservando la sua pietra rossa, pensando a quanta gente ha lavorato, fatto sacrifici, progettato e proiettato a livello internazionale il nostro territorio, ho pensato che ognuna di queste pietre potessero rivivere».

   ll progetto si chiama Open Dream, ed è stato presentato chiamando a raccolta tutti coloro che sono chiamati a collaborare: il Comune, l’associazione industriali, la Camera di commercio. Un progetto di riqualificazione di un’area di archeologia industriale che ha, tra le altre, la peculiarità di essere realizzato grazie ad una partnership pubblico – privato.

   L’obiettivo è generare ricchezza, benessere e posti di lavoro per il territorio in un’ottica di sviluppo ecosostenibile: per questo è al lavoro un team composto da architetti, designer, curatori d’arte e pianificatori selezionati dall’università Iuav di Venezia e affiancati dai professionisti incaricati dall’azienda, per sperimentare – e anticipare – quegli scambi e collaborazioni tra territorio, atenei e impresa previsti anche dal piano Industry 4.0.

   Al “tavolo delle idee” si metterà a punto un piano che contempli arte e design, turismo green e alimentazione, comunicazione e marketing, architettura e paesaggio: un luogo, facilmente accessibile e ben collegato, dove raccontare il meglio di una regione che produce molto, ma spesso non lo sa dire.

   I tempi? «Prima dell’autunno puntiamo ad avere uno studio di fattibilità sul progetto imprenditoriale, ed entro fine anno presentare un Master Plan di fattibilità nel rispetto dei valori architettonici, ambientali e di ecosostenibilità». Nel frattempo questi spazi già si prestano a essere utilizzati per eventi di diverso genere: basta richiederli. (Barbara Ganz)

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Città e territorio: SOS Consumo di suolo

NORD EST, UN TERRITORIO MALTRATTATO

di Marco De Vidi, da IL MANIFESTO del 28/4/2017

– «Un manifesto per il Veneto e Acqua guerriera: due libri che raccontano un paesaggio disordinato e consumato dalla politica a corto di idee». –

   Nel vuoto della politica, lo sprawl in Veneto (la regione è stata spesso paragonata alla città diffusa di Los Angeles) continua ad estendersi. Il risultato di un’urbanistica disordinata, non programmata e spesso spinta solo dalla rendita speculativa, ha portato la regione ad essere la seconda in Italia (dopo la Lombardia) per consumo di suolo, con oltre il 12% di territorio impermeabilizzato (ma nel Veneto centrale, cioè escludendo le montagne e la costa, siamo a oltre il 20).

   La questione ambientale a Nordest non riguarda però solo il cemento. Certo, la prima conseguenza visibile della crisi dell’ultimo decennio è la marea di capannoni e fabbriche abbandonati. Ma c’è anche un immenso patrimonio residenziale vuoto o sottoutilizzato, c’è l’antico paesaggio di acque inquinato e deteriorato, ci sono quei tre milioni e mezzo di auto e moto private (su una popolazione di quasi cinque milioni di abitanti) a rappresentare più di tutto l’incapacità di pensare il territorio come un campo aperto di possibilità e di innovazione.    E proprio da qui prende le mosse Un manifesto per il Veneto, volume che raccoglie alcune riflessioni del dipartimento di urbanistica dell’università Iuav di Venezia (a cura del raggruppamento di ricerca Nuq, Mimesis, pp.90, euro 10). Un libro scritto da specialisti ma pensato per portare al grande pubblico questioni fondamentali e quanto mai urgenti. Partendo dai principali assi tematici, cioè i trasporti, le acque, l’agricoltura, l’energia, il team di studiosi prova a portare delle proposte che potrebbero indirizzare in modo virtuoso la futura politica non solo locale. Ogni «crisi» in fondo non è altro che un cambio di paradigma, che rappresenta anche la fine di un ciclo di vita per un edificio o una porzione di territorio.

   Serve pensare, anche a livello territoriale, ad azioni orientate al riciclo. Significa ripensare le funzioni e immaginare nuovi modi d’uso per il complesso delle costruzioni esistenti. E rinunciare a costruire ancora. Lavoro che richiede meno risorse economiche e più fantasia, oltre a un presupposto di partenza: il futuro di questi spazi appartiene a tutti.

   Propositi forse un po’ troppo astratti per una classe politica che, almeno da queste parti, sembra dedicarsi più che altro a operazioni di marketing territoriale (brand come il Prosecco, il fiume Piave, l’eterna Venezia), totalmente slegate dalle conseguenze ambientali (tutto ciò quando non è invischiata in casi di corruzione e mala gestione, spesso legata alle grandi opere come il Mose).

   A riportare questi argomenti su un piano più concreto aiuta la pubblicazione Acqua guerriera, raccolta di reportage della giornalista friulana Elisa Cozzarini, in cui racconta le esperienze di comitati, attivisti, pescatori e produttori che vivono in simbiosi con il fiume Piave. Il volume esce per Ediciclo Nuova Dimensione (pp.144, euro 12,50), piccolo editore che negli ultimi anni ha affrontato in modo eccelso le problematiche legate all’ambiente in questo lembo d’Italia. Al tema l’autrice aveva già dedicato il documentario La piave nel 2013.

   Il libro torna sugli stessi luoghi, esplorando modi di vivere i corsi d’acqua apparentemente in contrasto con quegli interessi economici che in pochi decenni hanno stravolto equilibri secolari in ecosistemi delicati. La Piave come metafora del nostro modo di rapportarci alle acque: artificializzata per il 90% del suo corso, intubata, deviata, utilizzata in modo eccessivo per scopi agricoli o energetici, riempita di rifiuti. Ma ridare centralità ai fiumi vuol dire modificare il nostro rapporto con quella che resta una risorsa, l’acqua.    Riscoprire la cultura dell’acqua (soprattutto nei luoghi della Serenissima) è la premessa per un turismo non invasivo, per una produzione di beni più rispettosa dell’ambiente, per la ridefinizione dell’identità collettiva che torna a legarsi a un territorio concreto e alle sue problematiche.

   L’azione di comitati e associazioni poi, in molti casi, ha ispirato nuove forme di governance, in cui la partecipazione attiva dei cittadini si è posta come complementare al lavoro di chi governa questi territori. Percorso disseminato di ostacoli, ma in grado di apportare nuova linfa ad amministrazioni spesso a corto di idee e di finanze. Piccoli passi per un modello di civiltà sostenibile. (Marco De Vidi)

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IL NUOVO REPORT DEL WWF in linea di continuità con i documenti analoghi prodotti nel 2013 e nel 2014 con “Riutilizziamo l’Italia“, rilancia il messaggio: bisogna aver cura “della Natura dei territori” perché è lì che le attività umane stanno cambiando in maniera radicale gli equilibri naturali del pianeta in cui viviamo.    La parte analitica di questo nostro report tende a dimostrare, con dati e valutazioni qualitative che integrano e completano il quadro quantitativo acclarato (elaborate da ISTAT, ISPRA e da gruppi di ricerca come quello dell’Università dell’Aquila), come il consumo di suolo abbia in realtà molteplici dimensioni: dalla perdita della funzionalità ecosistemica, alla frammentazione della rete ecologica e all’assedio della Rete Natura 2000, dalla perdita di risorse alimentari alle modifiche del paesaggio agricolo storico. Non mancano, nella seconda parte del rapporto, i casi virtuosi presi ad esempio.

   Scaricabile qui:

http://www.wwf.it/news/pubblicazioni/?31760/Caring-for-our-soil

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RAPPORTO SUL CONSUMO DI SUOLO IN ITALIA (EDIZIONE 2017)

   L’edizione 2017 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia, la quarta dedicata a questo tema, fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del nostro territorio, grazie alla cartografia aggiornata del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), che vede ISPRA insieme alle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province Autonome, in un lavoro congiunto di monitoraggio svolto anche utilizzando le migliori informazioni che( le nuove tecnologie sono in grado di offrire.

   Il Rapporto analizza l’evoluzione del consumo di suolo all’interno di un più ampio quadro delle trasformazioni territoriali ai diversi livelli, attraverso indicatori utili a valutare le caratteristiche e le tendenze del consumo e fornisce nuove valutazioni sull’impatto della crescita della copertura artificiale, con particolare attenzione alla mappatura e alla valutazione dei servizi ecosistemici del suolo.

Scaricabile qui:

http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici

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APPROVATA LA NUOVA LEGGE QUADRO SUL CONTENIMENTO DEL CONSUMO DI SUOLO DAL CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO

CONSIGLIO REGIONALE VENETO 30 maggio 2017

Urbanistica – Il Consiglio regionale del Veneto approva la nuova Legge Quadro sul contenimento del consumo di suolo

(Arv) Venezia 29 mag. 2017 –       Nel corso della seduta odierna, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato con 26 voti favorevoli, 13 contrari e 4 astenuti la nuova Legge Quadro per il contenimento graduale del consumo di suolo. Il nuovo testo normativo in materia urbanistica è stato votato in tarda serata dopo un approfondito confronto sull’articolato e sulla manovra emendativa sviluppato dapprima dell’Ufficio di Presidenza della competente Commissione poi dal Consiglio regionale in aula. Le stesse opposizioni hanno parlato di “confronto vero” svolto appunto in Commissione come nella discussione generale in aula dando atto del lavoro svolto e riconoscendo al presidente della Commissione ’equilibrio “e la grande pazienza” dimostrata.

   Non sono mancati apprezzamenti da parte di tutte le forze politiche per il supporto dato dalla struttura consiliare. Come ha sottolineato lo stesso Presidente della Seconda Commissione consiliare permanente, la Legge Quadro per il graduale contenimento del consumo di suolo in Veneto è frutto del ‘buon senso e rappresenta “una autentica svolta nella gestione del territorio”, ed è conseguenza “di un proficuo e costruttivo confronto tra maggioranza e minoranza”, al fine di coniugare assieme sostenibilità, tutela dell’ecosistema e sviluppo, partendo dal presupposto incontrovertibile che la nostra Regione, assieme alla Lombardia, ha fino ad ora consumato più suolo in Italia e che era quindi quanto mai opportuno segnare un cambio di prospettiva in ordine allo sfruttamento del territorio veneto.

   Perplesse parte delle minoranze, che, oltre ad aver chiesto un maggior finanziamento alla legge per “dare un chiaro segnale del nuovo corso imboccato dalla regione sulla materia”, come ha sottolineato il controrelatore di minoranza, hanno contestato comunque l’eccessiva presenza di eccezioni rispetto alle norme di contenimento del suolo, “una legge che non ha raggiunto gli obiettivi che si era posta”. In sede di dichiarazione di voto, ciascuna forza politica ha voluto intervenire, alcuni gruppi della minoranza hanno lasciato libertà di voto, altri si sono astenuti.

   Compatto il sostegno della maggioranza. Il Presidente della II Commissione, nella replica finale ha rimarcato come “il Veneto con questa legge entra nel club della poche regioni che in Italia hanno una legge specifica sul consumo del suolo: oggi è un giorno in cui si inizia a parlare di una nuova attenzione verso il paesaggio, verso la bellezza, verso il territorio. Sono convinto che l’applicazione di questa legge inizierà un percorso di cura del paesaggio. Questa legge è pienamente rispondente a quanto aveva posto nel suo programma il presidente della Giunta. Chi sostiene che questa legge non è coraggiosa dice il falso: questa è una legge coscienziosa, che dà l’avvio ad una nuova stagione. E’ l’inizio di un nuovo percorso e che andrà valutata con i provvedimenti attuativi affidati alla Giunta”

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Qui di seguito, in PDF, la LEGGE REGIONALE 6 giugno 2017, n. 14 “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo e modifiche della legge regionale 23 aprile 2004, n. 11 “Norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio”. Legge regionale veneta sul consumo di suolo come pubblicata sul burv (completa di apparato di allegati e note) e una lista di FAQ sulla legge pubblicata nel sito della Regione (IN SEGUITO, SU QUESTO BLOG, LA ESAMINEREMO E COMMENTEREMO):

LEGGE REGIONALE 06 giugno 2017, n. 14 (burv 56_2017)

Regione Veneto – FAQ Consumo di Suolo

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IL CONSUMO DI SUOLO COSTA AL VENETO 137 MILIONI ALL’ANNO

pubblicato il 14/7/2016 – www.venetoeconomia.it/

Il consumo di suolo costa ogni anno al Veneto oltre 137 milioni di euro all’anno. Secondo l’Ispra questi “costi occulti” della cementificazione sono di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato nel Rapporto Consumo di suolo 2016, che ha calcolato le conseguenze del cemento sul territorio italiano dal 2012 al 2015: in tre anni sono stati consumati 1.400 ettari di terreno in Veneto, dove il suolo impermeabilizzato è cresciuto dello 0,6% (la media italiana è +0,7%). Qui la scheda sulla regione.

   Il rapporto è disponibile in download qui. La cementificazione ha infatti dei «costi occulti» secondo l’istituto, che ha stimato che le città metropolitane dove questi sono maggiori sono Milano (45 milioni l’anno), Roma (39 milioni) e Venezia (27 milioni).

   Ogni ettaro di suolo consumato infatti può causare «una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno», causato da costi che dipendono dal tipo di territorio e dal tipo di trasformazione subita: «si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di ero), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno».

IN VENETO CONSUMO DI SUOLO AL 12,2%

   Nella classifica dei costi del consumo di suolo prodotta dall’Ispra, spiccano le città venete. A Verona il costo stimato massimo è di 13,7 milioni all’anno, a Vicenza 26,3 milioni, a Belluno 1,2 milioni, a Treviso 52,8 milioni di euro, a Venezia 27,3 milioni, a Padova 14,4 milioni e a Rovigo 2 milioni di euro. Il dato di Treviso è il più alto in assoluto fra le tutte le province italiane. Treviso è anche la provincia che ha più incrementato il suolo impermeabilizzato, incrementato dell’1% dal 2012 al 2015. Seguono Venezia e Vicenza con un +0,8%.

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VILLORBA AUTORIZZA NUOVI CAPANNONI, IN COMUNE GIÀ TANTISSIMI VUOTI

di Federico Cipolla, da “la tribuna di Treviso” del 19/4/2017

– Via libera a un’area di 38 mila metri quadrati lungo la Pontebbana, scoppia la polemica: «Il territorio è pieno di relitti» –

VILLORBA. Quando ne rinasce uno, ne muore un altro. A Villorba ormai va così, apre un centro commerciale e ne muore un altro, apre una concessionaria e ne chiude un’altra, un’azienda si amplia, e l’altra chiude. Un trend che non sembra cambiare, e l’approvazione –nei giorni scorsi – di una nuova area commerciale da 38 mila metri quadrati sulla Pontebbana a ridosso di Casa Marani (piano ex Cantina Sociale), viene vissuto da molti come l’ennesima cementificazione che al territorio non porterà nulla. Il Pd, per bocca della consigliere Alessandra Callegari, l’ha già definito un «progetto folle. Tanto più folle se si pensa che sono già stati fatti investimenti di questo tipo rivelatisi fallimentari: Maber e Parco Commerciale». Ecco appunto. Sono le due aree abbandonate più grandi.

   Al Parco commerciale di via Pacinotti il tracollo è iniziato con il fallimento di Treviso 81, la società che aveva creato e gestito il parco, e di Pontebbanauno, che ne introitava gli affitti. Ne è scaturito un domino, che ha trascinato quasi tutti. Il primo a mollare è stato Trony, poi Granbrico e Grancasa si sono uniti sotto lo stesso capannone, lasciandone vuoto uno altrettanto grande. E poi Panorama, che ha chiuso per spostarsi poche centinaia di metri più in là a Castrette, dove c’era un centro commerciale a sua volta lasciato vuoto. Lo aveva costruito l’Unicomm, ma non ci aveva lavorato nemmeno un giorno. Ci aveva aperto il Panorama, ma dopo pochi mesi aveva chiuso. Spazio per entrambi probabilmente non c’è mai stato. Eppure le autorizzazioni urbanistiche e le licenze, nell’epoca in cui garantivano bilanci gonfi alle amministrazioni, erano arrivate. Al parco commerciale di via Pacinotti sono rimasti, oltre a Granbrico e Grancasa nello stesso stabile, Pittarello, la catena del Made in China Ina market, Piazzafffari e un negozio di ottica. Tutti gli altri se ne sono andati, e moltissimi spazi non sono mai stati affittati. E ogni idea di rilancio non ha avuto alcun seguito.

   Della Maber si continua a dire che l’immobile verrà venduto perché prestigioso, vista la firma di Scarpa al progetto, perché in un posto strategico, davanti a Benetton. Ma i 47 mila metri quadrati dell’azienda sono ancora lì, a marcire sotto le intemperie. «A Villorba la strategia amministrativa è quella di riempire i buchi verdi con fabbricati commerciali o industriali senza alcuna logica», sostiene Enrico Bellio, segretario del Pd. «A fronte dell’ennesima costruzione rimangono aperte le enormi ferite villorbesi. Le zone abbandonate sono anche figlie di una rete viaria con grossi punti critici e dell’assenza di mezzi di trasporto pubblici efficaci. Gli investimenti nella zona industriale faticano per una viabilità interna vergognosa, Catena soffre una ingenerosa situazione di pericolosità, Villorba e Venturali sono abbandonate».

   Sulla Pontebbana molti sono gli spazi vuoti, recentemente uno è stato riempito da Sotreva, proprio davanti a dove sorgerà lo spazio commerciale della Lualgi. Ma intanto è fallita anche la Trevi, ed ecco dunque che di buco, seppur produttivo, ora se ne apre un altro. Più a sud c’è l’ex Mondial, avrebbero dovuto sorgere 120 appartamenti, 60 uffici, un supermercato, un ristornate, un bar, invece c’è solo lo scheletro di cemento. Alla vicina Cmr non si è nemmeno iniziato a lavorare, e l’ex villa Manzoni è ferma da 20 anni. «Finchè non si avrà in testa un percorso di sviluppo per Villorba», conclude Bellio, «la situazione continuerà a peggiorare». (Federico Cipolla)

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