L’ISIS in Siria e Iraq sta capitolando: QUALE RICOSTRUZIONE di quelle terre dai disastri alle persone e alle cose che lascia il sedicente stato islamico? – Come RIDARE VITA ALLA STORIA DEI LUOGHI, moschee, siti archeologi, biblioteche…- Chi governerà Siria e Iraq? (un federalismo possibile anche in Medio Oriente)

MOSUL (nord Iraq), (foto da “la Stampa” del 30/6/2017) – L’ESERCITO IRACHENO, alleato e aiutato dagli Stati Uniti, È MOLTO VICINO ALLA LIBERAZIONE DI MOSUL, la città dell’Iraq dove c’è ancora la presenza dell’ISIS

   Alla fine del giugno 2014 il leader supremo dell’Isis, Abu Bakr Al Baghdadi, aveva proclamato la creazione del Califfato, dello Stato islamico, a Mosul (nel nord dell’Iraq), nella Moschea di al-Nuri, nella città antica. La stessa moschea così importante per il mondo musulmano, e “fatta propria” nel 2014 dall’Isis che adesso, il 21 giugno scorso (tre anni dopo) lo stesso movimento terroristico ha deciso di distruggere: non doveva cadere in mano al nemico fatto di islamici non integralisti come iracheni e curdi (appoggiati dalle forze internazionali, che hanno iniziato da ottobre 2016 una lunga e difficile controffensiva anti-Isis per riprendere il controllo del territorio).

Nella foto Il minareto della Grande Moschea di al Nuri a Mosul, in una foto scattata prima della distruzione da parte dell’Isis) – IL 29 GIUGNO SCORSO L’ESERCITO IRACHENO HA RICONQUISTATO LA GRANDE MOSCHEA DI AL-NURI A MOSUL – La moschea di al-Nuri a Mosul, dove il sedicente Stato islamico tre anni fa dichiarò la nascita del Califfato, è stata riconquistata dalle forze irachene. La riconquista della grande moschea di al-Nuri dove ABU BAKR AL-BAGHDADI si proclamò leader, segna un momento altamente simbolico nella guerra, con l’arrivo delle truppe governative irachene nel cuore della Città Vecchia. Secondo gli esperti, entro quindici giorni sarà completata la riconquista della città dalle mani dell’Isis. IL 21 GIUGNO 2017 ERA STATA DIFFUSA LA NOTIZIA CHE LA MOSCHEA È STATA DISTRUTTA DAGLI STESSI MEMBRI DELL’ISIS, in una Mosul quasi completamente riconquistata dai militari iracheni. (…) La moschea è uno dei più grandi monumenti dell’Islam dopo le grandi moschee della Mecca e Medina, di al-Aqsa a Gerusalemme e della moschea Umayyad a Damasco. (LAURA MELISSARI, 29/6/2017, da TPI NEWS – http://www.tpi.it/ ) Perché l’Isis ha abbattuto la moschea di Mosul dove aveva proclamato il califfato?

   Ora che l’Isis è in grave difficoltà, che sta per essere definitivamente sconfitto sia in Iraq che in Siria, il movimento terrorista diventa ancora più pericoloso per le popolazioni locali, come appunto a Mosul in Iraq o a Raqqua in Siria, persone usate come ostaggi, scudi umani.

   In questi tre anni di crudeltà, violenze, terrorismo internazionale dell’Isis (che è certo purtroppo non finirà, il terrorismo…), si è consolidato il caos totale in Siria e in tante parti del Medio Oriente. Può essere considerata una vera e propria guerra mondiale del Medio Oriente, che coinvolge in pieno le superpotenze, Stati Uniti e Russia, rende ancora più acceso lo scontro Iran-Arabia Saudita; e lo scontro nel mondo islamico tra sciiti e sunniti che lacera tutto l’universo musulmano.

Iraq-Syria, IS control, june 2017 (da http://www.bbc.com/news/world-middle-east)

   La conta di questa guerra, in pochissimi anni, è di centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. Sconvolgimenti e lutti di famiglie, violenze su comunità, il mondo femminile schiavizzato e stuprato.

Allarme dell’Unicef: a Mosul centomila bambini sotto assedio

   Su tutto questo non è per niente banale parlare della distruzione della storia di questi luoghi. Perché in buona parte viene a compromettere pure il futuro. Da anni è in corso la distruzione di intere nazioni e del loro patrimonio artistico, archeologico e culturale. Insieme ai monumenti i jihadisti hanno dato alle fiamme anche i libri: emblematico che nel 2015 sia stata incendiata LA BIBLIOTECA DI MOSUL (ma non è certo la sola biblioteca distrutta dall’Isis), come era già accaduto a Sarajevo in Bosnia nel 1992 e a Baghdad nel 2003.

I resti della grande moschea di Mosul (Reuters)

   Pertanto, accanto alle sofferenze delle popolazioni, accade che ci sia una strage silenziosa dell’arte. I conflitti e la criminalità ogni anno mettono a rischio una parte notevole del patrimonio culturale nel mondo.

Un particolare del sito archeologico di PALMIRA, in SIRIA (com’era e com’è rimasta dopo la distruzione dell’Isis) – “LA STRAGE (SILENZIOSA) DELL’ARTE – I conflitti e la criminalità ogni anno mettono a rischio una parte notevole del patrimonio culturale nel mondo. C’È UN CONFLITTO SILENZIOSO CHE NON COMPARE SUI TITOLI DEI GIORNALI O NEI SERVIZI IN TV. Un conflitto parallelo a quelli eclatanti, che si consuma in silenzio ma che, lentamente, sta erodendo la memoria del mondo. È LA STRAGE DELLA CULTURA, LA DISTRUZIONE DEL PATRIMONIO DI TUTTI A CAUSA DI GUERRE, DISASTRI AMBIENTALI, DELLA CRIMINALITÀ che si approfitta del caos congenito alle TURBOLENZE GEOPOLITICHE. E se tutti abbiamo negli occhi la distruzione del sito archeologico di PALMIRA (Siria) e il sacrificio di KHALED AL-ASAAD, il custode di quell’area, vittima della furia iconoclasta dell’Isis, forse non sappiamo che il traffico illecito di beni culturali è diventato una delle attività criminali più proficue per le organizzazioni criminali, compresi i gruppi terroristici…. (….)” (Roberto Scorranese, 23/5/2017, da http://www.corriere.it/ )

   Appunto un conflitto silenzioso che non compare sui titoli dei giornali o nei servizi in Tv. Un conflitto parallelo a quelli eclatanti, che si consuma in silenzio ma che, lentamente, sta erodendo la memoria del mondo. Emblematico e positivo è che Mosul Eye (storico e blogger che, questo nome è il suo pseudonimo, ha raccontato su Facebook e Twitter la vita quotidiana degli abitanti di Mosul negli ultimi tre anni), abbia lanciato una campagna per ricostruire la Biblioteca universitaria della città, devastata dall’Isis.

nella foto  ABU BAKR AL BAGHDADI, nella Moschea al-Nuri a fine giugno 2014 – “…..L’ISIS NEL SUO COMPLESSO È ALLE CORDE. LA SUA DIMENSIONE TERRITORIALE IN MEDIO ORIENTE RIDOTTA IN BRICIOLE, spezzata in poche enclave accerchiate e al lumicino. IL «CALIFFATO» tanto sbandierato dal suo AUTO-PROCLAMATO LEADER ABU BAKR AL BAGHDADI, proprio DALLA MOSCHEA NURI NEL CENTRO DI MOSUL A FINE GIUGNO 2014, appare in ginocchio.”(…) (Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 19/6/2017)

   La strage del patrimonio artistico e storico a causa delle guerre è cosa che accade quasi sempre: forse ancor di più è accaduto con la furia iconoclasta dell’Isis, il desiderio e forse “la provocazione” di distruggere ogni cosa che attirava turisti, studiosi, e che rappresentava il passato delle popolazioni locali, il “bello” dei luoghi.

(nella foto: strada di MOSUL, 29 giugno 2017) – “A nove mesi dal suo inizio, la sfida per MOSUL passa alla fase finale e più acuta. La battaglia diventa ancor più che in passato guerriglia urbana. Entrare a combattere i jihadisti di Isis nel cuore dei quartieri medioevali, tra gli edifici fragili, le viuzze strette, le abitazioni ancora densamente popolate significa infatti cambiare strategie e logistica. «Non possiamo più utilizzare i cingolati, le artiglierie e l’aviazione. Ci si deve battere strada per strada, casa per casa, stanza per stanza», ammettono gli stessi ufficiali delle truppe scelte irachene. Il numero delle loro perdite pare destinato ad aumentare….(…)”( Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 19/6/2017)

   Non solo pertanto la distruzione del sito archeologico di PALMIRA (Siria) e il sacrificio di KHALED AL-ASAAD il custode di quell’area ucciso dall’Isis: ancor di più forse rappresenta una perdita umanitaria, artistica collettiva, il traffico illecito di opere d’arte vendute dall’Isis a mercanti occidentali. La vendita di beni culturali è diventata una delle attività illecite più proficue per le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici.

Persone che attraversano un passaggio improvvisato in un villaggio vicino RAQQA (SIRIA) dopo che il ponte è stato distrutto nella lotta tra la coalizione guidata dagli Usa e lo Stato islamico. REUTERS/Goran Tomasevic

   C’è poi da capire cosa accadrà in quei territori (specie del nord della Siria e Iraq) quando l’Isis sarà (almeno militarmente) definitivamente sconfitto. La Siria resta nel caos… In Iraq il governo di Bagdad è debole…e ci sono le anche legittime aspirazioni dei curdi (tra i maggiori combattenti contro l’Isis) che, sì, godono di una autonomia in Iraq, ma certo non sarà facile stabilire forme di convivenza in un territorio che ha uno stato debole. E poi la Siria allo sbando; e le pretese turche di Erdogan di controllo di quelle aree in funzione anti-curda.

Mosul: famiglia asseragliata in casa negli scontri

   La fine della frontiere siriano-irachena l’aveva già sancita la guerra civile in Siria, le difficoltà governative di Bagdad, le varie pretese medio-orientali…tutto questo ben prima dell’avvento nel 2014 dell’Isis.

militanti ISIS

   Difficile e inopportuno pensare a una ridefinizione autoritaria occidentale dei confini lì stabiliti dal patto Sykes-Picot del 1916 tra Francia e Regno Unito, che aveva disegnato i confini della regione secondo gli interessi coloniali franco-inglesi, e che portò nella spartizione del Medio Oriente, dell’Asia Minore, e anche appunto a stabilire la frontiera tra Iraq e Siria, senza alcun rispetto delle etnie e popolazioni che si trovarono dall’una o dall’altra parte all’improvviso divise.

Le fasi della riconquista di Mosul dall’Isis (da “il Corriere.it” del 19/6/2017)

   E’ pensabile un Medio Oriente che, pur rispettando gli stati nazionali, e creando pure un’autorità sovranazionale (come un’unione europea…), diluisca il valore delle frontiere in un patto federalista dove ogni confine è superato dalla composizione di “progetti comuni” per aree geografiche, geomorfologiche, dato dalle aspirazioni e speranze delle etnie e popolazioni presenti?…. Riuscendo così a far convivere tutti in un progetto multietnico?… Che, del resto, appartiene alla caratteristica storica di quella parte del continente asiatico fatta di tante religioni, tante culture, incontri….alla base, tra fiumi Tigri ed Eufrate, dell’origine di tante civiltà… (s.m.)

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LA RICONQUISTA DI MOSUL

da www.treccani.it/ (19/7/2017)

   9 luglio 2017, il giorno della vittoria. Una data da contrapporre al 29 giugno 2014, quando la disfatta prese corpo nella dichiarazione della nascita del califfato. Questa volta però, le parole sono diverse e l’annuncio del primo ministro iracheno Haider al-Abadi è quello atteso ormai da tempo: finalmente, Mosul è libera dal giogo del sedicente Stato islamico.

   È stata necessaria una battaglia di circa 9 mesi per arrivare alla liberazione, una battaglia che ha visto coinvolte forze composite che vanno dall’esercito iracheno, alle milizie sciite, ai combattenti curdi, senza dimenticare il supporto garantito dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Alcune sacche di resistenza jihadista sono rimaste a combattere, ma la vittoria sulle milizie agli ordini del califfo non può essere messa in discussione.

   Si tratta di un risultato evidentemente importante, che colpisce l’Is tanto sotto il profilo strategico quanto a livello simbolico. Aver sottratto al sedicente Stato islamico un centro del peso di Mosul – principale città sunnita dell’Iraq – significa, infatti, aver privato l’organizzazione terroristica di una delle più importanti realtà sottoposte al suo controllo, nevralgica anche per le comunicazioni, i contatti e i rifornimenti con le regioni siriane sotto l’autorità de facto del califfo. Tale rilevante perdita territoriale va poi aggiunta alle sconfitte già subite negli ultimi mesi nell’area del Siraq, ragion per cui l’ambizioso progetto ‘proto-statuale’ lanciato da Abu Bakr al-Baghdadi va progressivamente e in maniera sempre più netta sgretolandosi.

   Quando e dove fu però annunciato l’avvio di tale progetto? La risposta a questo quesito si ricollega alla disfatta del 29 giugno 2014 e, soprattutto, spiega il perché del valore simbolico della riconquista di Mosul. Fu, infatti, da lì che ebbe inizio la parabola dello Stato islamico inteso come realtà politica e amministrativa, in grado cioè di assumere il controllo di determinati territori esercitandovi tutte le funzioni proprie di uno Stato, e fu dalla grande moschea di al-Nuri che Abu Bakr al-Baghdadi si presentò il successivo 4 luglio come califfo, chiamando i fedeli musulmani a obbedire alla sua autorità.

   Allora, le sue parole svelarono un disegno a tutti gli effetti politico: l’avanzata dello Stato islamico avrebbe cancellato i confini disegnati in passato e non si sarebbe fermata – sottolineò l’autoproclamato califfo – «finché non fosse stato piantato l’ultimo chiodo sulla bara della cospirazione di Sykes-Picot», un chiaro riferimento a quell’accordo sottoscritto nel 1916 dal britannico Sir Mark Sykes e dal francese François-Georges Picot che contribuì a definire parte della geografia mediorientale.

   Quel discorso rappresentò l’inizio di una fase espansiva che vide l’organizzazione ampliare la propria area di influenza e sottoporre al suo controllo svariate decine di chilometri quadrati di territori del Siraq, laddove i già porosi confini statali si erano oramai di fatto annullati.

   Progressivamente le conquiste dello Stato islamico, grazie anche al muro opposto dalle forze della resistenza – importantissima quella curda – presero ad assottigliarsi, fino al deciso ridimensionamento attuale. Non sfugge, tuttavia, alla luce di quanto sinora esposto, che la perdita di Mosul assume inevitabilmente un significato diverso, soprattutto per quelle forze irachene travolte dall’onta della sconfitta nel 2014 e adesso rinvigorite da una vittoria che ha il sapore del riscatto.

   Ora però si apre una partita altrettanto complessa: della città, compresa la grande moschea di al-Nuri distrutta dai miliziani, non restano che le macerie e i mesi di guerra hanno portato via con sé migliaia di vittime e costretto 900.000 persone a fuggire.

   In una prima fase sarà necessario procedere con le operazioni di sminamento, poi per la ricostruzione serviranno anni. Inoltre, accanto agli edifici e alle infrastrutture occorrerà anche ricostruire un tessuto sociale oramai inesistente, evitando che prevalgano quelle derive settarie nella contrapposizione tra sunniti e sciiti che hanno fatto il gioco del sedicente Stato islamico, consentendogli di consolidarsi.

   Quanto all’Is, la sua piena neutralizzazione non è all’orizzonte: alcuni centri iracheni continuano, infatti, a essere nelle mani dell’organizzazione terroristica, mentre sul fronte siriano prosegue la battaglia su Raqqa, capitale de facto dello Stato islamico. Rimane poi ancora forte la capacità dei terroristi di fare presa sulle aspiranti reclute, grazie a una propaganda che – come i numerosi attentati stanno tristemente a ricordarci – continua a funzionare.

   Non è improbabile che, a seguito delle recenti sconfitte sul campo di battaglia, l’Is provi ad alzare la tensione e a colpire obiettivi sensibili, con ulteriore spargimento di sangue. Mosul è stata liberata e l’Is, vedendo svanire la sua dimensione di ‘proto-Stato’, potrebbe assumere nuove forme, ma il conflitto difficilmente si risolverà in tempi brevi e la stabilizzazione dell’Iraq pare ancora lontana.

   Amnesty International, denunciando le brutalità accadute a Mosul, ha intanto denunciato che – accanto agli atroci crimini del sedicente Stato islamico – anche le forze irachene e la coalizione a guida USA avrebbero utilizzato «armi inappropriate rispetto alle circostanze», senza adottare adeguate misure per la protezione dei civili.

   Nel frattempo, si fanno ricorrenti anche le voci sulla morte dello stesso califfo al-Baghdadi e sulla scelta di Jalaluddin al-Tunisi come suo successore, ma gli Stati Uniti sostengono di non poter confermare la notizia.

Per approfondire:

Sulla parabola del sedicente Stato islamico https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/ap-news-guide-the-islamic-state-after-mosul/2017/07/10/dd33cd32-6596-11e7-94ab-5b1f0ff459df_story.html?utm_term=.d0d8c8ad1c0a

Sulla riconquista di Mosul e le sue conseguenze https://www.theguardian.com/world/2017/jul/09/iraq-announces-victory-over-islamic-state-mosul

https://www.nytimes.com/2017/07/09/world/middleeast/mosul-isis-liberated.html?mcubz=1

https://www.theguardian.com/world/2017/jul/09/good-news-from-mosul-does-not-signal-the-end-of-islamic-state

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IL CALIFFATO IN MACERIE E LA VITTORIA DELLA LINEA QAEDISTA

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 3/7/2017

   Il Califfato crolla, colpito e accerchiato dai suoi molti nemici. A Mosul, dove Al Baghdadi aveva proclamato la sua ricostituzione, le truppe irachene penetrano nell’area della moschea di Al Nouri, luogo dal quale il Califfo Nero, ora dato per morto, aveva dato l’assalto al cielo di uno dei principali miti fondativi dell’islam.

   A Raqqa, in Siria, le milizie curde stringono i miliziani dell’Isis in una sacca. Tre anni dopo la sua autoproclamazione, e un’espansione resa possibile dagli errori di quanti hanno considerato l’Isis un male minore, o un cavallo tattico da usare contro i propri competitori strategici, il Califfato è in macerie.

   Come la stessa moschea di Al Nouri che l’Isis ha fatto saltare non solo per cercare di arrestare le truppe irachene, ma anche per evitare che quel simbolo dell’iconografia radicale tornasse a essere luogo di culto di un altro islam. Distruggendolo, gli jihadisti hanno voluto conservare integro il mito rifondato.

   Ma a breve nulla resterà, territorialmente, dello Stato islamico. Anche se, in questa sanguinaria agonia, potrebbero esserci ancora drammatici colpi di coda: civili ridotti a ostaggi, esecuzioni di massa, la terribile incognita legata al possesso di armi chimiche.

   Senza contare che lo scontro finale, perché di questo si tratta, assumerà per gli jihadisti i caratteri della battaglia sacrificale. Molti effettivi dell’Isis sono già morti a causa dei bombardamenti russi e americani, ma i sopravvissuti, in particolare quelli che hanno il profilo dei martiropatici e degli apocalittici, sono decisi a immolarsi in una battaglia perduta che ritengono, sulla scorta di una lettura religiosa, solo una battuta d’arresto, non una sconfitta epocale.

   La perdita del territorio, però, non significa la fine del radicalismo islamista. Certo, è importante che non vi sia più un rifugio tra le province sunnite irachene e siriane. Ciò metterà fine anche al flusso, già ridotto, dei foreign fighters europei. Anche se non alle esplosive contraddizioni causate dalle fratture settarie e dalle scelte di potenze esterne che si combattono per procura.

   Ma anche dopo Raqqa e Mosul l’ideologia radicale non sparirà. È ormai penetrata in profondità, nei paesi della Mezzaluna e in Occidente, tra una gioventù decisa a brandirla come ultima grande narrazione antagonista.

   Lo jihadismo muterà, dunque, sigle e teatri d’azione. In ogni caso, non potrà che procedere verso una già evidente qaedizzazione. Prospettiva che, in questa fase storica, implica non la costruzione dello stato bensì la clandestinizzazione e la jihad diffusa. Il trionfo del pensiero dei fratelli-rivali sembra una nemesi per l’Isis, nato rompendo con Al Qaeda proprio sulla linea territorialista e sulla scelta della costruzione dello stato islamico “qui e ora”.

   Ma già negli ultimi due anni, era evidente l’assimilazione dell’Isis, non tanto alla leadership ma ad alcuni tratti della linea qaedista: l’invocazione a colpire in Occidente; la preparazione alla clandestinizzazione dopo la fine dello stato e dei territori. Nell’attesa, la defilata Al Qaeda si è riorganizzata e pare ora pronta a raccogliere l’eredità dei fratelli sconfitti.

   Un esito, quello della qaedizzazione dello jihadismo, che, almeno a breve, implica per i paesi occidentali non un minore ma un maggiore rischio. I foreign fighters di ritorno e i potenziali jihadisti che non sono riusciti a partire negli ultimi due anni, concentreranno le loro distruttive energie verso l’interno, più che nel romanticismo avventuroso o nella fascinazione, anche estetica, per la jihad combattuta sotto la bandiera nera negli abbacinanti deserti di luce mediorientali.

   È un Nemico deterritorializzato e fluido, quello che avremo davanti in Europa dopo Mosul e Raqqa. E che, per ovvie ragioni, non potrà qui essere sconfitto da aerei e blindati. Un Nemico che si moltiplicherà se non saranno affrontate le condizioni politiche, economiche, sociali e culturali, che gli danno forza e lo riproducono. E che potrà essere battuto se, rovesciando il noto motto clausewitziano, la politica si trasformerà nella prosecuzione della guerra con altri mezzi. (Renzo Guolo)

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MOSUL, IL CALIFFO AMMAINA LA BANDIERA NERA

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 30/6/2017

   Dunque è finita, dopo tante annessioni e successi il califfato sta per passare di moda? Per molti è certo: il parassita delle nostre angosce muore in un giorno di giugno con la riconquista sciita, simbolica anche dal punto di vista cronologico, della moschea di Mosul in cui tre anni fa Al Baghdadi si proclamò millenario. Decadimento e apocalisse magistrale.

   Questa epopea sanguinaria sfumerebbe dunque in un modo in fondo così scialbo, così fiacco, così scarsamente pittoresco!

   C’è una pericolosa febbre da ultimo atto, ci stiamo ingarbugliamo, a occidente, nuovamente nelle nostre illusioni, nel felice torpore, pronti a corsi di oblio, alle delizie dell’amnesia . Certo il controllo, e l’amministrazione spietata, di un territorio ha costituito la essenza del califfato, la novità che lo ha innalzato sulle esperienze di radicalismo islamico precedenti. Il Comintern islamista che riuniva le periferie europee alla via della seta all’Africa sub-sahariana aveva nella Mosca sull’Eufrate un riferimento pratico e una boa spirituale. Migliaia di combattenti stranieri che la biografia non collegava a una parte del mondo dove regnava una notte spaventosa sono venuti a pregare in quella moschea, a uccidere e a morire per difendere e estendere il primo califfato con aspirazioni totalitarie. Lì hanno scoperto che l’idolatria del sacro Avvenire è compatibile con l’atroce, che anzi conduce all’atroce. Sarà difficile disintossicarli.

   E’ prudente non abbandonarsi a baldorie liquidative, la caduta fisica e territoriale del califfato sposta il problema su un piano diverso ma non migliore.

   Innanzitutto Daesh, con il suo marchio, ha reso Siria Iraq e tutto il vicino Oriente irriconoscibili e ne ha compromesso per sempre la pace. Le virtualità di lacerazione e di conflitto che contenevano si sono attualizzate e concentrate nelle masse. Effetto politicamente voluto, soprattutto storicamente permanente che affliggerà il terzo Millennio: ricostruire i vecchi stati unitari è evidente follia poiché si ripete l’errore di affidarli agli aborriti tribalismi sciiti, curdi (o alqaidisti).

   La seconda strategia del califfato è stata quella di schierare un centro e una periferia.

   La retrovia della Terra tra i due fiumi sono le zone in decomposizione, i margini del mondo musulmano.   Qui, dal grande vuoto saheliano alle montagne afgane alle terre della transumanza somala fino all’Uzbekistan e allo Yemen, Daesh ha moltiplicato le metastasi creando delle linee di ritirata e di concentrazione pronte per altri dieci, mille califfati. La perduta gente di Mossul e di Raqqa, in realtà, non è afflitta da una cupa frenesia della fine, sembra in grado di attuare la più complessa delle operazioni militari, la ritirata verso nuovi basi. Non si riesce a fargli assaporare la solitudine dei vili, che è la vera sconfitta.

La scomparsa di Al Baghdadi, re nascosto, funzionario burocratico e istituzionale della Missione, in questa prospettiva è incidente provvisorio di fronte alla perennità dell’istituzione: la monarchia islamista è più grande e infrangibile del suo re.

   Ancor meno accorto sarebbe illudersi che la fine della Guida mediorientale significhi l’isterilirsi delle vocazioni tra i giovani europei, asiatici o africani.

   Perché l’islamismo costituisce la faccia oscura della globalizzazione. L’estremismo violento che contagia questa generazione non segna il risorgere di culture tradizionali ma, al contrario, il loro estinguersi. I giovani in esso si liberano del peso di tradizioni millenarie e cercano una identità sociale. Si radicalizzano per trovare una identità solida in un mondo che si appiattisce. L’estremismo in dio offre alla loro vita un senso e un destino glorioso. Il fondo bestiale dell’entusiasmo. Noi, invece, continuiamo a mancare di disponibilità metafisiche, di riserve sostanziali di Assoluto. Intanto i canali verticali di comunicazione tra le generazioni sono sostituiti da legami orizzontali tra pari, legami che attraversano il pianeta.

   La caduta di Mosul e di una moschea ridotta a emblematica rovina sono troppo poco per cancellare questa Storia trafelata. (Domenico Quirico)

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LA STORIA SEPOLTA TRA LE MACERIE DI MOSUL

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 23/6/2017

   Scavando tra le macerie dell’Iraq e della Siria tra qualche anno sembrerà persino anacronistico parlare di “responsabilità” e indagare su vincitori e vinti di un conflitto che coinvolge tutte le potenze regionali e internazionali.

   Baghdad accusa l’Isis di avere fatto saltare LA MOSCHEA DEL 12° SECOLO di AL NOURI a Mosul – dove Al Baghdadi nel giugno 2014 proclamò il Califfato – per impedirne la riconquista, i jihadisti sostengono che sono stati i raid Usa, gli americani smentiscono.

   La verità è brutale: DA ANNI È IN CORSO LA DISTRUZIONE DI INTERE NAZIONI E DEL LORO PATRIMONIO ARTISTICO, ARCHEOLOGICO E CULTURALE che ciascuna delle parti in guerra rivendica di volere “proteggere” in nome delle più diverse bandiere ma in realtà contribuisce a sgretolare, giorno dopo giorno.

   Per il Medio Oriente questi conflitti contemporanei sono ancora più devastanti della seconda guerra mondiale quando qui le ferite dei bombardamenti furono assai più limitate che in Europa.

   Al viaggiatore che conosce da decenni la regione oggi si stringe il cuore. E lo sguardo, che un tempo si alzava verso il cielo ad ammirare i monumenti di tante civiltà millenarie, adesso si abbassa sconsolato al suolo per scrutare con angoscia le macerie che riempiono le strade e le piazze di città come ALEPPO, HOMS e PALMIRA in Siria, MOSUL e NINIVE in Iraq.

   Non abbiamo più la moschea costruita nel 715 dagli OMAYYADi ad ALEPPO, insieme alla QALAT, la cittadella, e al BAZAR, sono stati sbriciolati i leoni, le colonne e i templi di PALMIRA, abbattuti dall’Isis che ha fatto saltare anche LE MURA DI NINIVE, saccheggiato le rovine assire di DUR SHARUKKIN, la città di HATRA, la CHIESA VERDE di TIKRIT, uno dei più antichi monumenti della cristianità, I MAUSOLEI SCIITI DI MOSUL E TIKRIT con 40 tombe omayadi, IL MONASTERO DI SANT’ELIA a QARYATAIN in Siria.

   Ma questo è un elenco assai incompleto. Insieme ai monumenti I JIHADISTI HANNO DATO ALLE FIAMME ANCHE I LIBRI e dove si bruciano i libri, come diceva il poeta Heinrich Heine, si bruciano anche gli uomini. Un’estate incendiarono LA BIBLIOTECA DI MOSUL, come era già accaduto a Sarajevo nel 1992 e a Baghdad nel 2003 quando per giorni le fiamme inghiottirono antichi manoscritti e l’archivio del regime baathista.

   Eppure proprio in MESOPOTAMIA quattromila anni fa furono aperte le prime biblioteche con le tavolette d’argilla di SUMERI, ASSIRI e BABILONESI. A NINIVE venne fondata dal RE ASSURBANIPAL LA PIÙ GRANDE BIBLIOTECA DEL MONDO ANTICO, ricca di ventimila tavolette tra cui quelle recanti la narrazione dell’epopea di Gilgamesh. Una conservazione del sapere proseguita con la civiltà araba degli Abbassidi quando A BAGHDAD SI CONTAVANO 63 BIBLIOTECHE. A spazzare via tutto nella capitale ci pensarono i mongoli nel 1258. I volumi gettati nel Tigri erano così numerosi da permettere il passaggio, per lungo tempo, da una riva all’altra attraverso le cataste di libri affioranti sulla corrente.

   Sotto queste macerie contemporanee non si stanno seppellendo soltanto i popoli, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, ma anche la ragione stessa della loro esistenza futura e le speranze delle nuove generazioni: I MONUMENTI SONO LA TESTIMONIANZA CONCRETA E VISIBILE DI UNA STORIA e di una memoria che le guerre stanno cancellando. Erano queste pietre con la loro presenza la motivazione intima che faceva dire a ogni abitante: «Sono di Mosul, sono di Aleppo». Distruggere il passato vuol dire rubare il presente e il futuro.

   La guerra mondiale del Medio Oriente coinvolge in pieno le superpotenze, Stati Uniti e Russia, rende ancora più acceso lo scontro Iran-Arabia Saudita, tra sciiti e sunniti, lacera tutto l’universo musulmano e fa coltivare pericolose tentazioni di conquista, di rivincita ed eliminazione degli avversari.

   Convivenza e tolleranza, le parole della cultura, sono abolite da chi vuole NUOVE FRONTIERE, MURI e TERRITORI. L’estremismo scorre come un veleno mortale nelle vene aperte di questa regione, l’occupazione di truppe straniere diventa una presenza forse necessaria ma umiliante, le società sono frammentate da conflitti settari, etnici, economici e di potere. Le distruzioni materiali sono eclatanti, quelle morali forse lo sono ancora di più e tra qualche tempo sembrerà persino assurdo rintracciare le colpe. (Alberto Negri)

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SULLA LINEA DEL FRONTE CON LE BRIGATE SCIITE “QUELLI DELL’ISIS SCAPPANO TRA GLI SFOLLATI”

di Francesco Semprini, da “la Stampa” 27/6/2017

– Viaggio al confine tra Iraq e Siria dove partono gli assalti degli jihadisti “La battaglia è ancora lunga, se non distruggiamo tutto rispunteranno” –

Tal Sufouq (confine Iraq-Siria)

da La Stampa 27_6_2017

Al diradarsi della coltre di polvere sollevata dal via vai dei pick up, i colori che delimitano il tracciato si riconoscono più nitidi: una bandiera irachena malmessa fa da spartiacque ai vessilli delle Unità di protezione popolare (i curdi siriani di Ypg) che sventolano sul checkpoint di sinistra. Mentre sulla destra i volti dei martiri sciiti caduti nella guerra contro lo Stato islamico indicano l’ultima frontiera.

   Siamo tra Tal Sufouq e Al Jughaifi, nella provincia di Niniwa, Iraq nord-occidentale, pochi chilometri a sud di Sinjar, la città stuprata dal genocidio yazida. Qui si sta scrivendo un capitolo fondamentale della guerra agli jihadisti di Abu Bakr al Baghdadi, e un altro ancora potrebbe essere scritto nell’era post-califfato. Pagine di storia che hanno il comune denominatore nella galassia sciita in tutte le sue declinazioni siro-irachene, e che da questa parte del confine portano il nome di Hashed al-Shaabi.

   Sono le Unità di mobilitazione popolare, volontari che si sono uniti sotto questa sigla per combattere contro l’Isis parallelamente alle forze governative irachene. L’anima del «Fronte» è costituita dalle brigate sciite scese in campo dopo la «fatwa non settaria» pronunciata dall’ayatollah Al Sistani nel giugno 2014, dopo la caduta di Mosul. Ci sono le unità di Al Baar, gli Hezbollah iracheni e le forze di al Abbas che trovano nei Pasdaran iraniani e nei Quds di Qasim Sulaimani un punto di riferimento.

   Ma in Hashed confluiscono formazioni arabe sunnite, combattenti yazidi e una componente cristiana come le Brigate di Babilonia. A loro va il merito di aver recuperato l’Anbar, di aver liberato il governatorato di Saladin e di aver stroncato l’Isis a ovest di Mosul. E’ sotto il loro controllo la porzione di territorio che va dalla periferia di Tal-afar al confine con la Siria. Ed è lì che si fa rotta assieme agli elementi di Hashed lasciandosi per un momento alle spalle l’offensiva sulla città vecchia di Mosul, attraverso strade, sterrati e deserto in un viaggio nei cosiddetti santuari sciiti.

   A Tal Aptar si incontrano convogli che portano pasti caldi due volte al giorno ai soldati impegnati nella bonifica e nella messa in sicurezza dei territori liberati. Ad Al Baaj le insegne delle bandiere nere sono state barrate con spray verde e giallo, ed è stato subito riaperto un ospedale per agevolare il ritorno a casa degli sfollati.

   Si trascorre la notte a Tal Qasr, in una delle basi Hashed tra le rovine di un villaggio distrutto. Il colpo d’occhio è notevole, non solo per i colori lunari ma perché si vede che l’esercito degli ayatollah non ha solo l’animo guerriero ma anche gli arsenali, tra batterie missilistiche ed elicotteri, passando in rassegna i quali sembra di udire qualche parola di farsi (lingua iraniana).

   Il sapore del pollo alla «brace da campo» è sublime: «Ogni sera menù diverso o quasi», dice Zein, uno dei volontari, buona parte dei quali originari di Karbala, Najaf e Bassora. Il «welfare» è un mantra per le formazioni sciite, in linea col codice Hezbollah: «La salute mentale e fisica del soldato è la priorità assoluta affinché combatta al meglio».

   Del resto c’è ancora molto da combattere, come spiega Abu Mahdi al-Muhandis, leader congiunto delle Forze di mobilitazione popolare. «L’Isis adesso si è arroccato attorno all’Eufrate e ci vorrà almeno un anno per sconfiggerlo – sostiene -. Abbiamo inoltre bisogno di sicurezza, molti jihadisti si nascondono tra gli sfollati per riorganizzarsi, così come fece al Qaeda che, quando fu sconfitta rispuntò nei panni di Isis, se non distruggiamo tutto ciò che ne rimane rispunteranno con un altro nome».

   Ecco allora che la guerra (sciita) continua, a Est per far capitolare Tal Afar, ad Ovest per respingere gli arrembaggi «neri» dal confine siriano. Ci si arriva attraversando Tal Sufouq, poche abitazioni in rovina, dopo le quali dominano solo trincee, bandiere Hasheed, tende e sabbia a perdita d’occhio verso il governatorato siriano di Deir al Zour. «La guerra da questa parte dell’Iraq è stata fondamentale per stroncare la linea di rifornimento tra Raqqa e Mosul», spiega il comandante Aziz, capo di questo manipolo di combattenti di frontiera. Mostra uno dei bossoli di grosso calibro sparati un paio di notti prima per fermare l’arrembaggio dell’Isis da Tall Al Jayer, primo avamposto siriano delle bandiere nere dietro El Saybaa.

  Ma non si tratta solo di questo. Intorno a questa dorsale a ridosso delle montagne di Sinjar è stato individuato quel grande corridoio sciita tra Iraq, Siria e Libano che tanto piace a Teheran: «Il corridoio della resistenza». Quel progetto che vede più a Sud, nel ricongiungimento di Hashed e governativi di Damasco, il primo giro vincente di un risiko complesso ed esplosivo.

   Come dimostrano le recenti azioni americane a ridosso della base Usa di Al-Tanf, al confine giordano, con cui è stato abbattuto un drone siriano di fabbricazione iraniana con «intenti offensivi».

   Uno scenario complicato su cui convergono i miliziani dell’Isis in fuga da Raqqa inseguiti da Nord-Ovest dalle Forze democratiche appoggiate dagli Usa, da Est le brigate sciite irachene e da Sud-Ovest l’esercito di Damasco con Hezbollah e iraniani.

   Un assedio letale per le bandiere nere di Al Baghdadi, ma che potrebbe trasformarsi nella «Desert Storm» del nuovo secolo.

   Forse già dopo la fine del califfato nero? Sul volto del comandante Aziz si fa largo tra le rughe un sorriso composto: «Il deserto insegna che bisogna combattere una guerra alla volta». (Francesco Semprini)

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GUERRA AL «CALIFFATO»

MOSUL, ASSALTO FINALE CONTRO ISIS: BATTAGLIA CASA PER CASA NELLA CITTÀ VECCHIA

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2017

– A nove mesi dal suo avvio, la sfida per la città irachena passa alla fase finale –

   A nove mesi dal suo inizio, la sfida per Mosul passa alla fase finale e più acuta. La battaglia diventa ancor più che in passato guerriglia urbana. Entrare a combattere i jihadisti di Isis nel cuore dei quartieri medioevali, tra gli edifici fragili, le viuzze strette, le abitazioni ancora densamente popolate significa infatti cambiare strategie e logistica. «Non possiamo più utilizzare i cingolati, le artiglierie e l’aviazione. Ci si deve battere strada per strada, casa per casa, stanza per stanza», ammettono gli stessi ufficiali delle truppe scelte irachene. Il numero delle loro perdite pare destinato ad aumentare.

L’istante prima della vittoria

Non ci si faccia dunque illudere dai soliti toni trionfanti con cui i comandi di Bagdad annunciano l’attacco «definitivo» contro i «terroristi». Il momento che precede la vittoria può essere anche il più complesso e sanguinoso. «Questo è il capitolo finale», sostiene il generale ABDUL GHANI AL-ASSADI delle unità anti-terrorismo. (….)

La battaglia casa per casa

Anche il fondamentale aiuto fornito dagli americani, fatto di consiglieri militari e copertura aerea, può ben poco in questo scenario. Forse solo i droni forniti delle ultime tecnologie per le osservazioni precise e di piccoli missili anti-uomo possono offrire qualche sostegno. Tra i vicoli le truppe si muovono scavando passaggi nei muri tra le abitazioni, sempre minacciate dalle bombe-trappola nascoste dietro le porte, disseminate sul terreno. Sono scenari noti: hanno caratterizzato gli assedi recenti di Falluja, Ramadi, Tikrit, Aleppo e Sirte.

Isis alle corde

Ciò che si può notare è che i prossimi giorni saranno duri, ma la sorte della Mosul jihadista è segnata. Inoltre, Isis nel suo complesso è alle corde. La sua dimensione territoriale in Medio Oriente ridotta in briciole, spezzata in poche enclave accerchiate e al lumicino. Il «Califfato» tanto sbandierato dal suo auto-proclamato leader Abu Bakr al Baghdadi, proprio dalla moschea Nuri nel centro di Mosul a fine giugno 2014, appare in ginocchio. Raqqa, la sua capitale in Siria, è a sua volta sotto assedio. Da Mosca dicono che Baghdadi stesso potrebbe essere morto. Non ci sono conferme. Però è certamente braccato, costretto a nascondersi, incapacitato a comandare. (…)

La popolazione a rischio

Il problema maggiore per gli assedianti di Mosul resta comunque la determinazione dei militanti di Isis a combattere sino alla morte nel centro di una zona urbana ampia non oltre 5 chilometri quadrati che pare sia ancora abitata da oltre 100.000 civili. All’inizio dell’assedio, il 17 ottobre, i jihadisti erano valutati in oltre 6.000. Oggi potrebbero essere ridotti a poco più di 300. I loro cecchini sono ben trincerati e sparano con precisione micidiale, si muovono in dedali di tunnel e casematte costruiti con perizia negli ultimi mesi. I militari iracheni con gli altoparlanti e con lanci di volantini invitano gli abitanti a fuggire verso le loro linee e i campi per sfollati allestiti specie a nord e sud. Un «corridoio umanitario» è stato annunciato lungo il Tigri. Ma scappare è difficile, estremamente pericoloso. Gli osservatori dell’Onu accusano Isis di utilizzare i civili come «scudi umani». Quasi 250 di loro sarebbero stati uccisi mentre cercavano la salvezza nelle ultime due settimane. Molti altri temono le rappresaglie delle milizie sciite pro-iraniane. E preferiscono restare chiusi in casa, piuttosto che rischiare l’ignoto. (Lorenzo Cremonesi)

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Il minareto della moschea al Nuri, a Mosul (foto LaPresse)

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L’ISIS SARÀ SCONFITTA. QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE

di Franco Rizzi, da “Il Fatto Quotidiano” del 14/6/2017

   L’Isis sta perdendo terreno in Siria e in Iraq. L’esercito iracheno è di recente riuscito a penetrare nella parte sud di Falluja. L’assedio alla città è cominciato due settimane fa e il supporto della coalizione internazionale sta già dando i suoi frutti anche se i miliziani del califfato resistono nel cuore della città. Raqqa, la capitale dello Stato Islamico è a pochi chilometri dalle prime linee curde.

   Ho sempre messo in evidenza la fragilità del califfato nella misura in cui Abu Bakr al-Baghdadi ha costruito la sua posizione sulla violenza e la crudeltà, trascurando le alleanze con le monarchie del Golfo che forse avrebbero visto di buon occhio la costituzione di uno stato sunnita una volta cadute le frontiere siro-irachene. Inoltre non bisogna dimenticare che all’inizio, quando l’Isis si formò, vi fu da parte dei vari stati della regione e dell’America una sguardo compiacente nei confronti di questa esperienza.

   Le minacce al califfato non vengono solo dall’esterno. All’interno è cominciata una vera e propria caccia alle streghe. Decine di combattenti sono stati assassinati dai loro commilitoni con l’accusa di essere spie americane, inoltre i cellulari e i computer sono controllati alla ricerca dei traditori. In questa situazione quali saranno le conseguenze per i 50.000 civili che sono rimasti intrappolati a Falluja? Dall’inizio delle operazioni militari, un centinaio di famiglie sono riuscite a scappare dalla città.

   Questo è quanto riporta il Norvegian Refugees Council, una organizzazione umanitaria no profit che opera in Iraq e che fornisce assistenza e protezione ai rifugiati e agli sfollati. Fame, suicidi, schiavitù sessuale e morte sono alcuni aspetti di questo quadro atroce. Dopo la conquista di Falluja le forze statunitensi si rivolgeranno alla roccaforte di Mosul, una città di 600.000 abitanti. Lì l’Isis ha dispiegato 12.000 combattenti e per sconfiggerli, gli americani hanno fornito supporto aereo ai Peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno.

   Ora, possiamo chiederci, può esistere un califfato senza un territorio da gestire? E se la risposta è negativa, che fine faranno le migliaia di giovani che sono partiti per combattere nelle fila dell’Isis? Il sostegno iniziale delle popolazioni sunnite al progetto territoriale del califfato è stato determinante per l’affermazione dell’Isis. Molti hanno letto la possibilità di una affermazione dei sunniti in una regione in cui erano stati discriminati dopo la caduta di Saddam.

   Inoltre la propaganda dell’Isis aveva buon gioco quando presentava la fine delle frontiere siro-irachene come la rivincita sul patto Sykes-Picot che aveva disegnato i confini della regione secondo gli interessi coloniali franco-inglesi. Un territorio da governare era quindi necessario per infiammare la fantasia di molti giovani grazie ad un messaggio millenaristico: la ricostituzione della grande umma dei musulmani.

   L’Isis non potrà sopravvivere senza un territorio da gestire, né potranno bastargli gli attentati che potrà organizzare in Occidente per giustificare la sua esistenza politica. Gli attentati probabilmente continueranno, e la vendetta per la sconfitta animerà alcuni giovani che avevano creduto al messaggio salvifico dell’Isis. Ma la gran parte delle milizie andranno ad ingrossare le organizzazioni esistenti del tipo Al-Qaeda.

   E i problemi non finiscono qui. La perdita dei territori una volta governati dall’Isis, quando questo avverrà, apriranno un contenzioso tra Bagdad e le autorità kurde irachene. Vi è un altro problema, che attiene a quelle forze sunnite irachene e siriane che sceglieranno di non combattere più e quindi -facendo affidamento all’organizzazione delle tribù di appartenenza- cercheranno di confondersi con la popolazione che ritornerà dopo essere fuggita. Sarà sufficiente per limitare le vendette? (Franco Rizzi)

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SE LA RINASCITA DI MOSUL PARTE DALLA SUA BIBLIOTECA

di Ottavia Spaggiari, 13/6/2017, da www.vita.it/

– Il blogger che ha raccontato gli ultimi tre anni di assedio della città sotto lo pseudonimo Mosul Eye ha lanciato una campagna per ricostruire la biblioteca universitaria di Mosul, un segnale di speranza per ripartire, raccolto da diverse università francesi che hanno donato 15 tonnellate di libri –

   La resistenza si fa anche coi libri. Lo sa bene Mosul Eye, storico e blogger che, sotto pseudonimo, ha raccontato su Facebook e Twitter la vita quotidiana degli abitanti di Mosul negli ultimi tre anni, tra l’occupazione di Daesh, che nel 2014 ha proclamato la creazione del Califfato proprio nella Moschea di al-Nuri, nella città antica, e la controffensiva delle forze irachene e internazionali, iniziata a ottobre 2016 per riprendere il controllo del territorio.

   Una battaglia sanguinosissima, che ha ucciso 2,014 persone, la metà delle quali civili, mentre i feriti sarebbero 1,516 e gli sfollati 580mila. Un inferno. Eppure, mentre la guerra continua, tra le strade di Mosul, si pensa anche al futuro. Mosul Eye ha infatti lanciato una campagna per ricostruire la Biblioteca universitaria della città, devastata dall’Isis.

   Prima dell’assedio di Daesh, la Biblioteca, fondata nel 1967, tra le più prestigiose del Medio Oriente, aveva ricevuto 60 tra le collezioni private più importanti della città e contava un catalogo vastissimo di libri, mappe storiche e antichi manoscritti, alcuni millenari. 600mila opere erano in arabo, molte altre in inglese.

   Durante i 32 mesi di controllo di Daesh, il campus universitario, sulla sponda orientale del Tigri, è stato chiuso e poi incendiato. La Biblioteca è stata colpita in modo durissimo, un tentativo di distruggere il cuore di una città crogiolo di etnie e religioni diverse. Una “distruzione sistematica del patrimonio e una persecuzione delle minoranze che cerca di eliminare la diversità culturale che è l’anima degli iracheni,” come l’ha definita Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco, e se “Bruciare i libri è un attacco alla cultura, alla conoscenza e alla memoria”, ricostruire la Biblioteca e riempirla di opere è, secondo Mosul Eye, “una delle più importanti forme di ricostruzione della nostra civiltà”. Per questo il blogger ha lanciato una campagna internazionale per raccogliere libri e altri prodotti editoriali, tra cui riviste, periodici, quotidiani e archivi, in tutte le lingue e di tutte le discipline.

   “Lasciamo che sia un libro a rinascere dalle ceneri”, con questo slogan, lo scorso febbraio è stata lanciata una campagna per ricostruire la biblioteca universitaria.

   Il primo evento per raccogliere nuovi libri, un festival organizzato dagli studenti fuori dalla biblioteca. Dall’altra parte del Tigri, l’eco della battaglia ma nella parte est della città, nel vecchio campus, il 25 maggio quattro giovani musicisti hanno suonato sugli scalini d’ingresso della biblioteca, alcuni pittori hanno messo in mostra le proprie opere e un gruppetto di studenti ha appeso le fotografie della città, dei suoi luoghi e dei suoi abitanti, e ne ha raccontato le storie al pubblico. Il prezzo del biglietto di ingresso al festival: un libro. Decine i partecipanti e decine i libri donati.

   Per ricostruire il vecchio archivio della biblioteca il lavoro rimane però immane. Sono 400 i libri raccolti fino ad oggi ma all’appello hanno risposto altri centri in Europa e negli Stati Uniti. L’istituto marsigliese, Entraide et Coopération en Méditerranée ha promesso una donazione alla campagna di 15 tonnellate di libri, coinvolgendo molte università francesi, lo stesso hanno fatto alcune università americane. “Speriamo che la campagna sia un modo per unire l’Università di Mosul e il resto del mondo, sul piano accademico, culturale e sociale”, ha dichiarato Mosul Eye.

   La strada verso la normalità per Mosul rimane però ancora lunga.

   Venerdì scorso, diverse Ong, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno espresso forte preoccupazione per i civili, bloccati nella parte ovest della città, dove l’uso illegale di scudi umani da parte dello Stato islamico e la difficoltà di identificare chi si trova all’interno degli edifici aumentano i rischi per la popolazione civile.

   Le Ong hanno chiesto alle forze irachene e della coalizione di non usare armi esplosive con effetti ad ampio raggio. La situazione qui rimane drammatica. Chi è riuscito a fuggire ha riportato che i mercati sono privi di cibo e che si sopravvive con poco più che grano e acqua piovana. (Ottavia Spaggiari)

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Iraq-Syria control (19/06/2017) – DA http://www.bbc.com/news/world/middle/east

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SIRIA E IRAQ: IL PREZZO DELLA LIBERAZIONE

di Mauro Pompili, 18/6/2017, da http://eastwest.eu/it/

– A Raqqa e a Mosul i civili, sudditi forzati di ISIS, ora vivono e muoiono sotto le bombe di chi combatte il Califfato. Organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite denunciano anche l’uso illegale di armi al fosforo. –

BEIRUT – Human Rights Watch ha denunciato nei giorni scorsi l’uso di bombe incendiarie al fosforo bianco da parte della coalizione internazionale, guidata dagli USA, che combatte ISIS in Iraq e in Siria. Armi che rappresentano un grande pericolo per la popolazione civile, soprattutto quando sono utilizzate in aree urbane.

   La denuncia è scattata in seguito ai dati e alle testimonianze che arrivano dal campo di battaglia per Raqqa, la roccaforte di ISIS nella Siria settentrionale. La città è sotto attacco da parte delle “Forze Democratiche Siriane” (SDF), gruppo di miliziani in maggioranza curdi sostenuto dalla coalizione a guida statunitense.

   Secondo le convenzioni internazionali le armi al fosforo bianco possono essere utilizzate sui campi di battaglia per creare cortine fumogene o illuminare il terreno di scontro. Per questo il fosforo bianco non è classificato come arma chimica e messo al bando, nonostante provochi ustioni, intossicazioni e avveleni le sorgenti d’acqua e i terreni.

   In realtà il fosforo bianco è un’arma chimica in piena regola che tutti gli eserciti del mondo impiegano da più di un secolo come bomba incendiaria. A contatto con l’ossigeno presente nell’aria produce anidride fosforica generando calore. L’anidride fosforica reagisce violentemente con tutti i composti contenenti acqua, pelle e carne umana compresi, e li disidrata producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione completa del tessuto organico.

I frammenti di fosforo bianco, quando tornano a contatto con l’ossigeno, possono riaprire le ferite anche dopo il trattamento ed entrare nel flusso sanguigno causando danni agli organi interni. Per questo i terreni e le sorgenti contaminati non sono utilizzabili per lungo tempo.

   “In qualsiasi modo sia utilizzato il fosforo bianco espone ad alti rischi di terribili ustioni e durevoli malattie nelle città affollate come Raqqa e Mosul e in qualsiasi altra area con forte concentrazioni di civili.” Ha dichiarato Steve Goose, direttore HRW.

   “Le forze statunitensi dovrebbero prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo i danni ai civili quando utilizzano fosforo bianco in Iraq e Siria.”

   Recentemente, a Ginevra, anche gli esperti delle Nazioni Unite per i crimini di guerra hanno affermato che gli intensi bombardamenti aerei della coalizione sulla fortezza di Raqqa hanno causato “sconvolgenti perdite di vite nella popolazione civile.”

   “In particolare notiamo che la campagna aerea a sostegno dell’avanzata terrestre del SDF a Raqqa, ha causato non solo la morte di un numero elevato di civili, ma ha anche costretto ad abbandonare le loro case 160.000 persone.” Ha detto Paulo Pinheiro, presidente della Commissione d’inchiesta sulla Siria delle Nazioni Unite.

   Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ONG che dall’inizio della guerra civile tenta di tenere la tragica contabilità dei morti, afferma che sono centinaia le vittime innocenti dei bombardamenti.

L’ambasciatore siriano presso l’ONU a Ginevra, Hussam Edin le viitime innocenti , ha denunciato “sono numerose le violazioni commesse dalla coalizione internazionale, che mira all’infrastruttura, uccidendo centinaia di civili, gli ultimi 30 pochi giorni fa  a Deir al-Zor.”

   Dal canto suo la coalizione guidata dagli USA dichiara che esamina le accuse e che è molto attenta a evitare vittime civili nei suoi raid in Siria e in Iraq.

   Sembra che ormai l’imperativo di combattere il terrorismo debba essere perseguito anche a spese dei civili, che si trovano, incolpevoli, a vivere e soffrire nelle terre conquistate da ISIS. (Mauro Pompili)

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La grande moschea di Mosul prima della guerra
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