PROFUGHI, MIGRANTI ECONOMICI, CLANDESTINI…i tanti nomi per chi viene da Sud in Europa – L’Africa, in esplosione demografica, si avvicina alle sponde europee – Per la prima volta si parla di sostegno alla sviluppo dei Paesi africani – L’Italia, in prima linea (lasciata sola) inizia una POLITICA MEDITERRANEA

LE ROTTE DEI MIGRANTI DALLA LIBIA VERSO L’ITALIA 

Le rotte più battute. La rotta principale percorsa dai migranti dall’Africa occidentale passa attraverso il Niger e la Libia per poi arrivare in Italia attraverso il Canale di Sicilia (rotta occidentale-est). Dal Senegal, Gambia, Guinea e Costa d’Avorio i migranti si spostano prima a Bamako, in Mali, per poi passare da Ouagadougou in Burkina Faso e raggiungere il Niger. Una via alternativa passa da Bamako a Gao, in Mali, per poi arrivare a Niamey, in Niger.

   Molti nigeriani raggiungono il Niger attraverso Kano. Alcuni migranti provenienti dal Camerun hanno raccontato di aver attraversato il Ciad per raggiungere Madama in Niger e proseguire fino in Libia. Da Agadez a Sabah comincia un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, che tutti i migranti sono costretti ad affrontare per raggiungere la Libia. La durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi.

Le rotte orientali. La principale rotta dal Corno d’Africa passa attraverso il Sudan e la Libia per raggiungere l’Italia attraverso il canale di Sicilia (Rotta orientale-centro). Dopo aver attraversato il confine tra Eritrea e Sudan, che è molto pericoloso, la maggior parte dei migranti raggiunge Kassala o il campo profughi di Shagrab in Sudan oppure il campo di Mai Aini in Etiopia. Una volta raggiunta Khartoum, i migranti attraversano il deserto verso la Libia con i pick-up. Un percorso alternativo e più breve attraverso il deserto parte dalla città di Dongola a nord di Khartoum.

   Generalmente, un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro verso Khartoum. I migranti vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio dal Sudan fino alla Libia varia da mille a 1.500 dollari. La maggior parte dei migranti raggiunge poi Agedabia situata in Cirenaica, a pochi chilometri dalla costa mediterranea. Dal nord della Libia i migranti cercano di raggiungere la costa a Bengasi (nel nordest) oppure a Zuwara e Sabratha (a ovest di Tripoli e più vicine alla Sicilia) per poi imbarcarsi.

   La durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa (la maggior parte eritrei) è di tre mesi. L’Etiopia e il Sudan sono i paesi dove i migranti eritrei rimangono più a lungo. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti. La somme pagate dai migranti per affrontare queste rotte, in genere più alte dal Corno d’Africa, possono variare. In Libia, Niger e Sudan i migranti rischiano di essere sequestrati e messi in carcere. (da Internazionale – settembre 2016 – www.internazionale.it/notizie/ )

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foto da http://www.treccani.it

   Dall’inizio del 2017 alla fine di giugno i migranti arrivati in Italia via mare sono più di 80mila, mentre nello stesso periodo del 2016 erano stati 64mila. E sono morti duemila migranti sulla rotta tra il Nord Africa e l’Italia.

nella foto MARCO MINNITI, ministro dell’interno. LE RICHIESTE ALL’UE, OLTRE L’ATTUALE EMERGENZA, per governare l’immigrazione: “Interventi concreti per stabilizzare la situazione politica in Libia e un progetto a lungo termine, che si gioca nei rapporti tra l’Unione e i paesi subsahariani….”. Intanto Minniti batte cassa, perché, dopo anni di sforzi, pretende che i ventisette Paesi Ue condividano fattivamente la responsabilità dell’accoglienza… Un sostegno che, d’altra parte, il ministro sollecita anche agli amministratori locali, chiamati già da tempo a un senso di responsabilità e a rispettare criteri di accoglienza condivisa

   Si tratta di dati sempre più allarmanti, che hanno spinto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, a chiedere formalmente a Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri, di trovare al più presto una soluzione condivisa per alleggerire la pressione migratoria. E cioè di “regionalizzare” le operazioni di salvataggio in mare dei migranti: l’Italia non è più in grado di essere l’unico approdo degli sbarchi ed è quanto mai necessaria l’apertura di nuovi porti che consentano di portare i migranti, al termine dei soccorsi, negli altri Paesi coinvolti (Francia, Grecia, Spagna e Malta). Le unità costiere e della Marina militare di ciascun Paese impegnato nel pattugliamento del Mediterraneo dovrebbero, dunque, trasferire i migranti nei propri porti dal momento che ormai il problema è diventato una questione europea, non più soltanto italiana.

foto di TALLIN, Estonia – Il tema più caldo in questi giorni sui migranti, su cui il ministro degli interni Minniti aveva cercato sponde in Europa, è la “REGIONALIZZAZIONE” DEL SOCCORSO – termine burocratico con cui si intende l’APERTURA DEI PORTI DELLA COSTA MERIDIONALE EUROPEA ALLE NAVI CHE RECUPERANO MIGRANTI NEL MEDITERRANEO – che non era all’ordine del giorno del vertice dei ministri degli interni della Ue tenutosi il 6 luglio scorso a TALLIN (capitale dell’ESTONIA, il più settentrionale dei paesi baltici, dal primo luglio per un semestre a capo della presidenza del Consiglio dell’UE). Tuttavia agli espliciti no di FRANCIA e SPAGNA comunicati prima del vertice (“i nostri porti sono già sotto pressione”), se ne sono aggiunti altri. Secondo Minniti, il passo avanti è stato fatto invece sull’APPROVAZIONE DEL CODICE DI COMPORTAMENTO PER LE ONG. Inoltre, sono stati decisi i NUOVI FINANZIAMENTI A SOSTEGNO DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA ed è stata riaffermata la necessità di ELABORARE UNA NUOVA POLITICA EUROPEA SUI RIMPATRI

   Proposta di coinvolgimento di nuovi porti europei subito rigettata. Dal vertice informale dei ministri dell’Interno europei che si è svolto il 6 luglio scorso a TALLIN (capitale dell’Estonia, il più settentrionale dei paesi baltici, dal primo luglio per un semestre a capo della presidenza del Consiglio dell’UE), è arrivata una chiusura unanime alla richiesta di regionalizzazione che, secondo i partner europei, non sarebbe una soluzione percorribile.

La ROTTA DEI DISPERATI in NIGER verso il confine meridionale della Libia

   Tentando di vedere qualche aspetto positivo sul tema “migranti che sbarcano in Sicilia e Calabria”, il ministro dell’Interno Minniti ha fatto presente che un passo avanti è stato fatto (a Tallin) sull’approvazione di un codice di comportamento per le Ong, e che sono stati decisi nuovi finanziamenti a sostegno della Guardia Costiera libica ed è stata riaffermata la necessità di elaborare una nuova politica europea sui rimpatri. Pertanto, niente da fare per i porti francesi, spagnoli… ma disponibilità per ONG, PROBLEMA LIBIA, RIMPATRI.

Salvataggi delle ONG in mare

   Sulle ONG, Organizzazione non governative che con le loro medio-piccole navi contribuisco nel sud del Mediterraneo, vicino alle coste libiche, a salvare tanti migranti nei barconi improvvisati, c’è stata in queste settimane forte polemica: si dice e si critica dicendo che “se metti in opera possibilità di salvataggio, i trafficanti di uomini portano in mare ancora una maggiore umanità disperata e inconsapevole”, che viene “salvata” da queste navi-vascello che così, secondo alcuni, diventano loro malgrado complici involontari dei trafficanti di uomini, e dell’attraversare il Mediterraneo verso l’Europa di sempre più persone. Le Ong, e i tanti che conoscono il loro impegno, parlano invece di queste navi “volontarie” come di iniziative che riempiono un vuoto, dove non arrivano le navi e le motovedette della Marina, e salvano dalla morte molte persone.

LIBIA CONFINE SUD

   Sul PROBLEMA LIBIA si sottolinea che è da quel Paese in stato di semianarchia che si inizia ad organizzare la migrazione sempre più di massa verso l’Europa, e così è lì che bisogna agire….

 

   Sui RIMPATRI dei migranti la cosa appare difficile, costosa, impossibile… e così si pensa alla necessità di stabilire rapporti più concreti con i loro Paesi di origine…

Migranti e guardia costiera libica (da Internazionale)

   Vien qui la necessità di tracciare linee generali sul tema immigrazione per poi proporre e immaginare modi concreti e immediati per fare un’azione virtuosa su chi arriva o è arrivato in Italia (ed Europa), sulla politica mediterranea che (finalmente) si comprende che va praticata, sul rapporto più diretto che la UE deve avere con l’Africa.

Migranti e l’accordo con le tribù libiche – “(….) il 31 Marzo scorso al Viminale, il presidente del consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, e il ministro degli interni Marco Minniti, hanno accolto 60 ”CAPI TRIBÙ” DEL SUD DELLA LIBIA per siglare un accordo volto a fermare i flussi migratori da paesi subsahariani prima della partenza dalle coste nord-africane. Questo accordo si pone in continuità con quello già stretto 2 mesi fa con FAYEZ MUSTAFA SERRAJ, presidente di uno dei due principali schieramenti libici con sedi amministrative a Tripoli. Perché il Viminale ha accolto 60 capi di tribù che non sono rappresentanti di alcun stato di diritto vagamente riconosciuto a livello internazionale? La risposta è abbastanza semplice: FERMARE LE PARTENZE DALLE COSTE LIBICHE È IMPOSSIBILE. L’unico modo realmente efficace per fermare i migranti sub-sahariani, provenienti soprattutto dalle regioni dell’Africa dell’Ovest, è quello di fermarli in quella STRISCIA DI TERRA CHE COLLEGA IL NORD DEL NIGER AL SUD DELLA LIBIA. Proprio IN MEZZO AL DESERTO DEL SAHARA (…)” (da http://www.milanoinmovimento.com)

   Il problema dell’immigrazione, proprio dopo l’escalation degli sbarchi negli ultimi giorni e dopo i ripetuti tentativi di ottenere dai partner europei maggiore solidarietà, intanto dimostra come ogni paese europeo pensa a se stesso e al fatto in particolare che una politica di attenzione e solidarietà verso lo “straniero” è fortemente impopolare (e può rischiare di far perdere le elezioni, come in Germania la Merkel sta preparandosi, alle elezioni, per settembre).

   E’ un fronte (maggioritario) di paesi europei incline a osservare quanto avviene nel Mediterraneo come un problema lontano non solo geograficamente: una filiera trasversale di interessi nazionali poco attenta al fenomeno, che cerca di scansarlo, di evitarlo (finché può), anche e specialmente per la (giusta) paura di fare concessioni che potrebbero dare fiato ai movimenti xenofobi. Ciò non toglie che, se andiamo a vedere, molti dei Paesi che vengono ora criticati e considerati “anti-immigrati”, mostrano di avere quantità elevate di persone straniere da loro presenti, e che cercano di integrare, migranti provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente in guerra, dal sud est asiatico…

Libia: pik up con trasporto migranti (da Internazionale)

   E il fenomeno delle migrazioni africane non è fatto temporaneo, di questa breve nostra fase storica. A muovere uomini e donne verso terre più promettenti (non necessariamente in Europa, anzi: nove volte su dieci per mancanza di alternative i migranti si spostano in Africa) è l’intreccio fra eruzione demografica e depressione economica, aggravata dal mutamento climatico che rende inabitabili ampie porzioni di territorio a sud del Sahara. C’è poi, forse, un desidero, da parte dei giovani, di andare verso “nuovi mondi”, di uscire da un guscio troppo ristretto, di dare un senso più nuovo alla propria vita (anche questo, non solo problemi economici o climatici). E, dall’altra, il dilemma dell’accoglienza non nasce oggi. Perché il rapporto con chi viene da fuori oscilla, per sua natura, tra un estremo ospitale e un estremo ostile.

   E c’è una palese paura dello straniero, supportata peraltro da validi e concreti motivi di “non farcela” (come accade in queste settimane per l’Italia); che “tutti non li possiamo accogliere”. Si avverte l’urgenza immediata di una regolamentazione per stabilire un giusto equilibrio tra respingimento e accoglimento. Per evitare che l’arrivo di altri uomini diventi un qualcosa di inarrestabile, non più gestibile. Anche tra le persone più aperte al vivere la ricchezza della diversità, si percepisce la preoccupazione di questo “non farcela”.

LE ROTTE DELLE MIGRAZIONI AFRO-MEDITERRANEE

   E, a proposito dell’Italia, tra flussi mediterranei e stretta ai valichi alpini imposta dai vicini europei, la penisola italica si è così trasformata da paese di transito in destinazione obbligata dei migranti. E aumentano i migranti dall’Africa centro-occidentale (al primo posto la Nigeria, un vero e proprio colosso demografico…. Finora avevamo avuto conoscenza di gente proveniente dal Marocco, Senegal, Ghana…).

   Pertanto un insieme di sensazioni e fatti che concorrono alla percezione di un’instabilità: la minaccia di chiusura dei porti, il timore sempre più strisciante di un’invasione fuori controllo, la percezione di un limite di sicurezza ormai superato, la delusione per l’indifferenza di un’Europa solidale a parole e farisaica nei fatti…. lo straniero è l’ospite ma potenzialmente anche il nemico.

   Questo contesto di geopolitica migratoria non deve suscitare isterismi, come adesso quotidianamente accade, ma va governato convintamente e virtuosamente.

migranti nel deserto

   Tra le proposte immediate che segnaliamo (al di là dell’improbabile e impossibile chiusura dei porti italiani, o delle collaborazioni e coinvolgimenti all’attracco in altri porti non italiani, che ha già avuto il niet di Francia e Spagna), tra le proposte immediate concrete riportiamo in questo post quella della Comunità di Sant.Egidio, di Luigi Manconi (senatore Pd), e dei Radicali italiani, che nei giorni scorsi hanno proposto (e messo in atto iniziative politiche e articoli sui giornali) per la concessione di una PROTEZIONE TEMPORANEA AI PROFUGHI, di un anno, perché si possa decidere intanto “che fare”, garantendo a loro l’emergenza umanitaria in uno stato di sia pur temporanea legalità. In questo modo tutti i Paesi europei si prenderebbero una parte dei migranti riconoscendo loro la “protezione temporanea”, che assicura comunque l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica. Al fine di creare (come è già accaduto nel 2013 in analoga emergenza di arrivo massiccio di profughi) un PIANO DI AMMISSIONE UMANITARIA, che preveda canali legali e sicuri verso l’Europa per i profughi bisognosi di protezione. Una proposta che significherebbe per i Paesi europei ora “riluttanti” ad accogliere migranti, un impegno ridotto con una parte minima di essi migranti ben distribuiti, un “rallentamento” del flusso e di richieste di impegno senza limiti precisi, con la gestione di alcuni di essi migranti in modo soft, mirato (e temporaneo, cioè un anno).

   La “protezione umanitaria” è tra l’altro già prevista nella UE: è una direttiva del 20 luglio 2001 (la numero 55), pensata dopo la crisi jugoslava della prima metà degli anni ‘90, allora per far fronte, così c’è scritto, a un afflusso massiccio di sfollati. Perché i rimpatri sono costosissimi, non funzionano (gli stati di origine non accettano il ritorno e serve stabilire con ciascuno di essi convenzioni che incomincino anche ad essere collaborazione economiche, culturali….).

   Due anni fa poi c’era stata l’idea (sempre della Comunità di Sant’Egidio) dei «CORRIDOI UMANITARI», il sistema per far arrivare in Italia, senza più barconi o traversate impossibili, i profughi siriani accampati in Libano, dopo la fuga dalle città distrutte dalla guerra (in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani). Può essere un modo, un metodo per “controllare le migrazioni” all’origine, stabilirne i flussi e le possibilità fattibili.

   Già adesso poi si inizia a pensare concretamente a convenzioni e rapporti con Paesi africani di partenza e di transito dei migranti (Niger, Sudan, Burkina Faso, e poi anche Algeria, Ciad ….), e questo non può che portare a trovare relazioni anche di altro tipo, economiche, culturali, di conoscenza, atte a far sì che l’Africa, e i suoi stati nazionali, diventino soggetti paritari, come gli altri paesi europei, per politiche di collaborazione e sviluppo, che finora son state assai poco praticate.

   Insomma c’è la necessità di darsi da fare per controllare il fenomeno di questa massiccia mobilità “Nord-Sud” del mondo con iniziative verso l’Africa di tipo economico, culturale, di amicizia…. E’, in fondo, un modo pratico, concreto, di iniziare una POLITICA MEDITTERRANEA che adesso manca del tutto. Una necessità che può diventare una opportunità di scambi e sviluppo in un’AREA EURO-AFRICANA che, volente o no, dovrà nel prossimo futuro collaborare assieme, scambiarsi energie, “piacersi”. (s.m.)

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Dall’antica Grecia a oggi

STRANIERO, OSPITE O NEMICO: COSA CI INSEGNA LA STORIA

di Marino Niola, da “la Repubblica” del 4/7/2017

– L’onda di piena dei migranti scuote l’Italia e la mette di fronte al dilemma dell’accoglienza. Ricevere a oltranza e rischiare di essere sommersi. O respingere per arginare la marea e porre fine agli effetti collaterali di Frontex. I fatti di questi giorni hanno reso la questione indifferibile –

   La minaccia di chiusura dei porti, il timore sempre più strisciante di un’invasione fuori controllo, la percezione di un limite di sicurezza ormai superato, la delusione per l’indifferenza di un’Europa solidale a parole e farisaica nei fatti.    Gli episodi sono nuovi ma la questione viene da molto lontano. E per leggere fino in fondo il tumulto delle nostre emozioni, la confusione nella quale ci troviamo, può essere utile fare un passo indietro, verso la sorgente dei nostri valori e dei nostri timori. Visto che in realtà, sin dall’antichità, lo straniero è l’ospite ma potenzialmente anche il nemico.

   E questa doppia possibilità è scritta a chiare lettere nelle parole chiave delle civiltà mediterranee, quelle che hanno permeato la nostra cultura e formattato il nostro immaginario. Basti pensare che il latino hostis significava lo straniero ma anche il nemico. Una parola che è stata a doppio taglio per molti secoli della storia di Roma, prima che comparisse il vocabolo hospes, che equivale al nostro ospite.

   E il greco xenos (da cui espressioni come xenofobia) indicava il forestiero da accogliere e onorare, ma anche lo sconosciuto di cui verificare l’integrabilità. Il che vuol dire che ci troviamo di fronte a figure inestricabilmente intrecciate sin dai primi passi delle nostre civiltà.

   Insomma, il dilemma dell’accoglienza non nasce oggi. Perché il rapporto con chi viene da fuori oscilla, per sua natura, tra un estremo ospitale e un estremo ostile. È la regolamentazione della relazione a stabilire il giusto equilibrio tra respingimento e accoglimento. Per evitare che l’arrivo di altri uomini diventi un’epidemia inarrestabile.

   È significativo che il mito e la tragedia greca usassero proprio la parola “epidemie” per definire i rituali riservati agli dèi forestieri. Come Dioniso, l’altro per antonomasia, il nume sconosciuto che giungeva inatteso dal mare. Alla deriva su un’imbarcazione di fortuna. Come i gommoni di ora, privati di motore e timone da trafficanti senza scrupoli.

   I rituali epidemici prevedevano una cattiva accoglienza del dio, la cui barca veniva inizialmente ricacciata indietro. Così la parola del passato che, dalle sue profondità lontane, parla di noi nel suo presente-remoto anticipando ciò che stiamo vivendo oggi. Secondo il celebre grecista Marcel Detienne, il termine epidemia, in origine, non apparteneva al vocabolario della medicina ma a quello della religione e indicava l’irruzione di una potenza ignota. Una teoxenia. Letteralmente la manifestazione di un dio estraneo.

   In realtà nel Mediterraneo antico, l’ospite era sacro proprio in quanto in lui poteva nascondersi il dio. Stranieri e mendicanti vengono tutti da Zeus, dice Omero nell’Odissea. E nei Vangeli Cristo dice «sono venuto da lontano e mi avete accolto».    Insomma l’arrivo di forestieri, mortali o immortali, è un chiodo fisso delle mitologie e delle religioni proprio perché esprime in linguaggio figurato il pericolo e al tempo stesso la necessità dell’ospitalità, il disordine e la ricchezza della mescolanza. O, come si direbbe oggi, i rischi e i vantaggi della globalizzazione.

   Non a caso il patto di ospitalità che legava l’abitante della polis greca al forestiero si chiamava xenía ed era posto sotto la protezione di Dioniso. In virtù di questo patto, il cittadino si faceva garante del nuovo arrivato nei confronti dell’intera comunità accogliente. Tutto questo sembra dire che, ora come allora, l’apertura è indispensabile, ma non può essere incondizionata.

   Nemmeno i Greci, che pure avevano il culto dell’ospitalità, accoglievano tutti e in tutti i casi. E distinguevano accuratamente diritti e doveri dello straniero accolto e perciò tutelato dalle leggi civili e dalle norme morali, da quello che noi chiameremmo clandestino, profugo, migrante economico.

   La vera sfida del presente è di immaginare forme di xenía a misura di questo tempo. Per fronteggiare la diaspora globale in atto, con nuove norme in grado di conciliare sicurezza e umanità. Solo così potremo evitare che quell’equazione secca straniero uguale nemico, che Primo Levi considerava una infezione latente in ciascuno di noi, degeneri in malattia mortale. (Marino Niola)

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IL MEDITERRANEO COME FORTEZZA

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 5/7/2017

   Gli europei vedono il Mediterraneo come un fossato a protezione della Fortezza Europa. Non ingannino le retoriche edificanti, i richiami ai valori universali, le professioni di fede nei diritti umani scandite dai principali leader euroccidentali, peraltro contraddette da loro autorevoli omologhi dell’ex impero sovietico. Nella pancia degli europei domina la paura dell’alieno, minaccia alla nostra identità.

   Potrà apparire irrazionale. Ma sappiamo che spesso è questa classe di sentimenti a mobilitare gruppi e individui, non la cartesiana identificazione dei propri interessi. L’aria del tempo colora il Mediterraneo di spaventose tinte, svilendolo a Canale delle Minacce.

   Inutile demonizzare i “populismi” – brillante invenzione delle élite. Conviene semmai disporsi all’anatomia di questa passione antimediterranea per identificarne radici e conseguenze geopolitiche, da cui i decisori – si fa per dire – distilleranno terapie. Motore della paura è l’impropria quanto potente equazione migranti=invasori=terroristi.

   QUATTRO FATTORI DI SPINTA DETERMINANO QUEI FLUSSI UMANI che nei media nordeuropei sono apparentati alla Völkerwanderung – l’età delle migrazioni tra IV e VI secolo, allora in senso opposto (esodo di tribù germaniche verso l’Europa centromeridionale) – dunque destinati a rimescolare nel profondo le nostre società: DEMOGRAFIA, ECONOMIA, CLIMA e GEOPOLITICA.

   Tutti strutturali, almeno nel medio periodo. Non esistono politiche che possano neutralizzarli o riorientarli radicalmente. Allo stesso tempo, nelle ipermediatizzate democrazie europee non è concesso ai leader ammettere che un problema non abbia soluzione, quindi per definizione non sia tale. L’incrocio perverso fra la cogenza dei propulsori migratori e la coazione a mentire di chi è deputato ad amministrarne le conseguenze eccita gli xenofobi europei che dipingono le migrazioni quali anticamera dell’apocalisse.

   Dei quattro fattori, decisiva è l’asimmetria DEMOGRAFICA FRA EUROPA E AFRICA. La prima rappresenta il 10% della popolazione mondiale (738 milioni stimati nel 2015), ma scenderà al 7% nel 2050, quando la seconda, che vale il 16% (1.186 milioni), supererà il 25%, raddoppiando (2.478 milioni). Soprattutto, l’età mediana in Europa è di quasi 45 anni, nell’Africa subsahariana, serbatoio dei flussi, non tocca i 20. E mentre a nord del Mediterraneo il tasso di fecondità è in genere ben sotto la soglia dei due figli per donna che assicura la stabilità della popolazione, nell’Africa subsahariana si tocca quota cinque, con punte fra Nigeria e Senegal.

   A muovere uomini e donne verso terre più promettenti – non necessariamente in Europa, anzi nove volte su dieci per mancanza di alternative i migranti si spostano in Africa – è l’intreccio fra eruzione demografica e depressione economica, aggravata dal mutamento climatico che rende inabitabili ampie porzioni di territorio a sud del Sahara.

   Prima il blocco quasi totale degli sbocchi occidentali – concordato dalla Spagna con il Marocco e i suoi vicini – poi il patto Merkel-Erdogan che ha ridotto ai minimi termini la corrente orientale e balcanica, hanno deviato la netta maggioranza dei flussi transmediterranei verso la direttrice mediana.

   TRA FLUSSI MEDITERRANEI E STRETTA AI VALICHI ALPINI imposta dai vicini europei, L’ITALIA È COSÌ TRASFORMATA, DA PAESE DI TRANSITO, IN DESTINAZIONE OBBLIGATA dei migranti. Dai 43 mila arrivi del 2013 siamo passati ai 181 mila del 2016. Quest’anno sembriamo destinati a valicare la soglia non solo psicologica dei 200 mila, visto che nel primo semestre l’incremento rispetto allo stesso periodo del 2016 è stato superiore a un quarto. Soprattutto, aumentano i migranti dall’Africa occidentale (sette delle prime otto nazionalità, con la curiosa quanto sintomatica eccezione del Bangladesh). Al primo posto la Nigeria, esuberante quanto fragile colosso demografico.

   Tutto indica che per il tempo visibile l’Italia dovrà attrezzarsi al mutamento del suo profilo sociale e culturale. SIAMO SEMPRE PIÙ DENTRO IL MEDITERRANEO, SENZA UNA POLITICA MEDITERRANEA.

   Men che meno con una strategia di integrazione/assimilazione, da cui i nostri governi fuggono per non rischiare l’impopolarità. Ma in questo non siamo soli. (Lucio Caracciolo)

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“GIÀ TROPPO TARDI PER AGIRE IN LIBIA. FERMARE I FLUSSI NEI PAESI D’ORIGINE”

da “La Stampa” del 4/7/2017

– Intervista a l’inviato dell’Unhcr VINCENT COCHETEL: almeno 300 mila persone in attesa di partire –

BRUXELLES – «In Libia ci sono 295 mila migranti, tra cui 100 mila rifugiati. Per alleviare il peso che oggi ricade sull’Italia è indispensabile una regionalizzazione degli sbarchi. Ma il vero intervento va fatto più a Sud: agire in Libia è già troppo tardi».

   VINCENT COCHETEL è stato appena nominato inviato speciale dell’Unhcr per la rotta del Mediterraneo Centrale. Ha presentato a Bruxelles un report sulla situazione in Libia, dove l’accesso ai centri di detenzione spesso è negato agli operatori dell’agenzia dell’Onu.

Quanti sono i centri in Libia?

«A noi ne risultano 35, tra quelli gestiti dal governo di Sarraj e quelli in mano alle milizie. Noi però abbiamo accesso solo a 27. Poi bisogna aggiungere tutti gli hangar in cui si trovano i migranti prima di partire. Sono sparsi per la Libia: sulla costa, ma anche a Sud. Sarebbe importante poter intervenire per migliorare le condizione di vita di queste persone all’interno di questi centri, ma è molto difficile. Va poi tenuto in considerazione il fatto che la Libia è da sempre un Paese di immigrazione e noi abbiamo registrato 41 mila persone che possono essere considerate stabili e che non sembrano aver intenzione di partire».

È possibile immaginare in Libia un “filtraggio”, creando una sorta di hotspot e di conseguenza aprire i corridoi umanitari verso l’Europa per i richiedenti asilo?

«Non credo sia la soluzione, perché attirerebbe gente in Libia. Meglio evitare. Queste operazioni vanno fatte più a Sud, nei Paesi di partenza e di transito. Niger, Sudan, Burkina Faso. Da qui si dovrebbero aprire canali di reinsediamento verso l’Europa, per esempio con ricongiungimenti familiari».

L’Italia preme per rafforzare i controlli alla frontiera Sud della Libia, quella con il Niger.

«Non ci si dovrebbe focalizzare soltanto su una frontiera, perché non tutti i migranti arrivano in Libia dal Niger, ma anche da Sudan, Algeria e Ciad. E poi non bisogna dimenticare che esistono Stati sovrani. Devono essere loro a chiedere un supporto. Se questi Paesi chiedessero un aiuto all’Ue, noi certamente non ci tireremmo indietro perché sappiamo che è qui che bisogna intervenire. Agire in Libia è già troppo tardi».

In Europa c’è intenzione di coinvolgere anche la Tunisia per le operazioni di “Search&Rescue”: crede sia fattibile?

«Una cooperazione c’è già. La Tunisia negli ultimi mesi ha intercettato e riportato sulla costa due imbarcazioni, mettendo i migranti in un centro a cui abbiamo accesso. Ma l’idea che Tunisi partecipi alle operazioni di salvataggio in mare la vedo più che altro come un desiderio di alcuni Stati europei».

Che intanto si apprestano a varare un codice di condotta per le Ong.

«Sinceramente non credo che il problema si risolva con un codice di condotta per le Ong. Vanno separate le due fasi: salvataggio in mare e sbarchi. Gli sbarchi andrebbero gestiti a livello regionale, non solo in Italia. Ma non deve certo spettare alle Ong negoziare con gli Stati la possibilità di attraccare in un porto. Che si mettano d’accordo gli Stati». (Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo centrale)

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INFERNO LIBICO: ABUSI, TORTURE E DETENZIONI ILLEGALI. LA DENUNCIA DELLE ONG

di Gaia Pascucci, da “il Corriere della Sera” del 7/7/2017 

   In Libia brutalità come violenze, detenzioni illegali, stupri e torture vengono compiute sui migranti da parte di milizie locali, trafficanti e bande criminali. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il rapporto “L’inferno al di là del mare”, dalle Ong Oxfam, Borderline Sicilia, MEDU (Medici per i Diritti Umani), nonostante i paesi europei spingano per la “chiusura” della frontiera sud della Libia e il rafforzamento della cooperazione europea con il paese nord- africano.

   I migranti arrivati in Sicilia negli ultimi 12 mesi raccontano di essere stati picchiati, abusati, venduti e arrestati illegalmente in Libia. Centinaia di persone che hanno scoperto un inferno.

   “NON TI SENTI PIU’ UN ESSERE UMANO” Le testimonianze raccolte nel rapporto registrano che l’84% delle persone ha subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha assistito all’omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l’80% ha subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali.

   “Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco – mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (…) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello . (…) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (…) Stavo per morire a causa delle botte (…) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti”.

   “Si tratta di testimonianze talmente atroci da essere al limite della nostra comprensione – afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Racconti di migranti che stiamo aiutando da un anno con il progetto OpenEurope in gran parte della Sicilia, che ci restituiscono uno spaccato inaccettabile di ciò che accade dall’altra parte del Mediterraneo. Di fronte a questa situazione c’è da chiedersi – conclude Bacciotti – dove stia finendo il senso di umanità dell’Europa e di molti Stati Membri”.

   LA “CHIUSURA” DELLA ROTTA CENTRALE DEL MEDITERRANEO Di fronte alla violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, è forte la preoccupazione delle Ong per l’obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano voler portare alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo. Il rischio denunciato nel rapporto è quello di creare così “nuovi inferni” lontani dai confini europei per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.

   L’APPELLO ALL’ITALIA E ALL’EUROPA Oxfam, Borderline Sicilia e MEDU lanciano un appello urgente per un radicale cambio di rotta nella politica europea e italiana nella gestione dei flussi migratori diretto prioritariamente:

– a una immediata revoca dell’accordo tra Italia e Libia;

– a una revisione degli accordi con i paesi di transito (cosiddetti compacts) finalizzata solo a favorire lo sviluppo sostenibile dei paesi poveri e il rispetto dei diritti umani dei migranti, senza mirare al controllo delle frontiere;

– a impedire agli Stati membri di stipulare accordi con i paesi di emigrazione o transito il cui governo e le forze di sicurezza non garantiscano il pieno rispetto dei diritti umani;

– all’attivazione dell’Italia per un intervento di identificazione precoce, assistenza e riabilitazione dei richiedenti asilo vittime di torture, come previsto dalla normativa europea;

– al potenziamento di canali di immigrazione, sicuri e regolari verso l’Europa, facilitando i processi di ricongiungimento familiare e garantendo la possibilità di richiedere asilo nei paesi europei di arrivo;

– a consentire rimpatri dei migranti dagli Stati Ue nei paesi di origine, solo attraverso procedure fondate sul rispetto dei diritti umani, e mai a condizioni che li possano mettere in pericolo. (Gaia Pascucci)

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COSA SIGNIFICA REALMENTE L’ACCORDO TRA IL GOVERNO ITALIANO E I CAPI TRIBÙ DEL FEZZAN?

da www.milanoinmovimento.com/ (pubblicato da Dave, il 4 aprile 2017)

   Venerdì 31 Marzo al Viminale, il presidente del consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, e il ministro degli interni Marco Minniti, hanno accolto 60 ”CAPI TRIBÙ” DEL SUD DELLA LIBIA per siglare un accordo volto a fermare i flussi migratori da paesi subsahariani prima della partenza dalle coste nord-africane.

   Questo accordo si pone in continuità con quello già stretto 2 mesi fa con FAYEZ MUSTAFA SERRAJ, presidente di uno dei due principali schieramenti libici con sedi amministrative a Tripoli. Perché il Viminale ha accolto 60 capi di tribù che non sono rappresentanti di alcun stato di diritto vagamente riconosciuto a livello internazionale? La risposta è abbastanza semplice: FERMARE LE PARTENZE DALLE COSTE LIBICHE È IMPOSSIBILE.

   L’unico modo realmente efficace per fermare i migranti sub-sahariani, provenienti soprattutto dalle regioni dell’Africa dell’Ovest, è quello di fermarli in quella STRISCIA DI TERRA CHE COLLEGA IL NORD DEL NIGER AL SUD DELLA LIBIA. Proprio IN MEZZO AL DESERTO DEL SAHARA. Non ci dilungheremo sulle imbarazzanti discussioni tra i legami di sangue fatte tra il Calabrese Minniti e i capi tribù del Fezzan, nemmeno indagare quanti siano realmente capi tribù e quanti semplicemente esponenti di formazioni paramilitari attive in quella zona.

   Ci interessa però evidenziare per l’ennesima volta, che questo governo intende fermare i flussi migratori dai paesi di partenza a qualsiasi costo. Al di là delle balle che leggiamo sui giornali, di un paventato accordo volto anche a fermare il ”radicalismo islamico”, proviamo a riassumere in maniera netta e sintetica COME, PERCHÉ E COSA PREVEDERÀ QUESTO ACCORDO.

   Il governo italiano e l’Unione Europea riempiono di soldi i ”capi tribù”, I ”capi tribù” concentrano tutto il proprio impegno militare per bloccare i migranti nel deserto. Il guadagno di questa operazione, che verrà monitorata dal governo italiano, farà guadagnare alle ”tribù del Fezzan” e ai vari gruppi paramilitari più soldi di qualsiasi disputa territoriale. Questo, per dirla semplice semplice, è ciò che il nostro governo ha proposto per far pattuire un accordo di pace tra le varie micro-fazioni in guerra tra loro nel Sud della Libia.

   Perché è inutile girarci attorno, i costi-benefici di questa operazione per il governo italiano e l’Unione Europea sono nettamente superiori a qualsiasi altra opzione che debba vagamente tutelare i diritti umani dei migranti, alle tribù l’unica cosa che può interessare per cessare la loro faida interna è una cospicua somma di denaro che possa acquietare gli animi.

   Vogliamo provare a riassumere in maniera ancora più sintetica quanto accaduto venerdì scorso al Viminale? 60 ”capi tribù” sono stati invitati alla corte di Minniti e Gentiloni per essere arruolati come dei semplici mercenari. Infine la missione commissionata dal governo italiano è quella di bloccare a qualsiasi costo le migliaia di persone che attraverseranno la tratta nel deserto che collega Dirkou – Al-Gathrun e Sebha.

   Nessuno degli interlocutori con cui il governo ha interagito è vagamente credibile dal punto di vista del rispetto delle norme e dei diritti sanciti a livello internazionale. Questo è un semi accordo sottobanco, spaventosamente efficace, che copre ulteriormente di sangue la tratta del deserto del Sahara in cui da anni spadroneggiano senza controllo bande e gruppi paramilitari, le stesse che Roma ha accolto a braccia aperte. (Dave, 4/4/2017)

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“CON 2,2 MILIARDI ALL’ANNO SI PUÒ FARE VERA ACCOGLIENZA”

di Stefano Feltri, da “il Fatto Quotidiano” del 2/7/2017

– MILENA GABANELLI, la giornalista: “Fa bene il Viminale a spendersi sul fronte libico” –    “Più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare un’umanità disperata e inconsapevole”.

   Milena Gabanelli oggi è vicedirettore dell’area digital della tv di Stato per il progetto web Rai24. Ma prima di lasciare il suo Report su Rai3 si è occupata molto di migranti. E la sua voce sul tema è molto ascoltata.

(…..) Milena Gabanelli, sulle Ong che idea si è fatta? Complici involontari dei trafficanti o riempiono un vuoto?

“Fino a quando le inchieste non saranno arrivate a conclusione non si può alimentare alcun sospetto. L’unico dato certo è che non ci sono mai state tante navi che si adoperano per il salvataggio e mentre nel 2015 i morti in mare sono stati 2800, nel 2016 siamo arrivati a 4300. Una considerazione andrà pur fatta. Più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare i migranti.”

I ricollocamenti non funzionano, l’Italia ha spostato solo settemila persone. Dobbiamo rassegnarci?

“No, la tenuta del sistema Italia si giocherà su questo. Siamo l’hub d’Europa, serve un progetto che non ci veda soccombere.”

Se identifichiamo persone che non hanno diritto di asilo, è impossibile spostarle in altri Paesi. Sono i “migranti economici”. Che fare?

“Al momento dello sbarco non c’è una identificazione, ma una autodichiarazione con fotosegnalamento e impronte digitali. Poi le persone vengono sparpagliate per i Comuni, molte spariscono. L’identificazione è più complessa e va organizzata a monte. Alla fine di questo processo chi non ha diritto a restare, deve essere accompagnato al Paese d’origine, che spesso però non lo riconosce come cittadino. Per questo occorre aver fatto prima accordi bilaterali. È complicato, ma non impossibile, se decidiamo di trasferire una delegazione a Bruxelles determinata a non venir via da lì senza aver raggiunto un impegno comune.”

Come si fa a trasformare questa emergenza in una opportunità?

“L’opportunità è quella di decidere che il sistema accoglienza è un affare di Stato, e quindi si rimettono a posto i luoghi pubblici (dalle caserme ai resort sequestrati alla mafia, agli ex ospedali), e assumere personale qualificato, circa 28.000 persone: formatori, medici, psicologi. Un sistema di accoglienza dove le cooperative e le associazioni hanno un ruolo di supporto e non più di gestione. Il tempo di permanenza dei migranti in questi luoghi non deve superare i 6 mesi, trascorsi i quali chi ha diritto a restare, munito di curriculum, viene trasferito in piccoli gruppi nei Comuni e, per quote, nel resto dei Paesi membri.”

E quanto costerebbe?

“Il costo che in cinque mesi di lavoro io e la mia squadra, insieme a esperti del settore, abbiamo stimato, sarebbe di circa 2 miliardi per la messa in abitabilità, e 2,2 miliardi l’anno per gestione e personale. La ricaduta sarebbe una maggiore percezione di sicurezza, oltre a una maggior disponibilità dei Comuni a farsi carico dell’integrazione, poiché le persone che arrivano sui loro territori sono solo quelle con diritto all’asilo, hanno imparato la lingua, un mestiere e conoscono le regole.”

Perché le strutture italiane sono sempre al collasso anche se l’impennata di sbarchi era prevista?

“Perché manca una visione a monte e si spera sempre che un giorno o l’altro gli sbarchi diminuiscano.”

È realistico rimandare la soluzione a un controllo dei flussi, soprattutto in Libia, come ha detto il ministro Minniti?

“Minniti fa ciò che può. Si sta spendendo molto sul fronte libico e dobbiamo augurarci che ci riesca, perché non si può prescindere da un intervento là dove il problema ha origine. Ma saranno tempi lunghi. Intanto c’è un problema qui e Minniti non può fare tutto da solo.”

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PER I MIGRANTI L’ALTERNATIVA C’È

di Luigi Manconi, da “il Manifesto” del 5/7/2017

    Tra le molte insidie della discussione pubblica sul tema dell’asilo e dell’immigrazione, c’è quella – velenosissima – che porta a raffigurare la situazione come uno scenario nichilista senza salvezza, senza rimedio e senza via d’uscita.

   Non è affatto così. In questa materia, politiche razionali e intelligenti, pur ardue e faticose, sono possibili e previste tra le pieghe dalle normative e delle convenzioni europee; e alcune di esse sono state già sperimentate e diffusamente applicate con un certo successo.

   Nel 2013, all’indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre, avanzammo una serie di proposte molto concrete per affrontare la crisi umanitaria nel Mediterraneo. L’obiettivo era quello di evitare la lunga e dolente teoria delle morti in mare e l’intenzione quella di indurre l’Unione europea a farsi carico della questione migratoria adottando meccanismi di condivisione e solidarietà tra gli Stati.

   Innanzitutto fu elaborato un PIANO DI AMMISSIONE UMANITARIA, molto dettagliato e circostanziato, che prevedeva canali legali e sicuri verso l’Europa per i profughi bisognosi di protezione: un piano ancora attuale e sempre più necessario.

   La seconda proposta riguardava la possibilità che il governo italiano ricorresse alla CONCESSIONE DELLA PROTEZIONE TEMPORANEA AI PROFUGHI sbarcati sulle nostre coste in base a quanto previsto dalla direttiva 55 del 2001. Ed è, questa, una opportunità estremamente importante che va presa in serissima considerazione al più presto. Quella direttiva, infatti, stabilisce standard minimi per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio, nonché la promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che accolgono gli sfollati. La DURATA DELLA PROTEZIONE temporanea è di UN ANNO e gli Stati membri sono obbligati a indicare la propria capacità di accoglienza; e a cooperare per il trasferimento della residenza delle persone da uno Stato all’altro.

   Nei giorni scorsi ho riproposto in molte sedi l’adozione di questo provvedimento, e così hanno fatto Radicali italiani e Comunità di Sant’Egidio, come alternativa all’idea, difficilmente praticabile e da scongiurare, della chiusura dei porti italiani alle navi dei profughi.

   A ulteriore sostegno della richiesta sulla protezione temporanea, da avanzare rapidamente in sede Ue, si ritrova nella storia recente del nostro Paese un concreto e istruttivo precedente. Nel 2011 il governo Berlusconi di fronte agli arrivi, già allora consistenti, di profughi provenienti dalla Tunisia, concesse «un permesso di soggiorno per motivi umanitari», della durata di 6 mesi, rinnovati in seguito per un altro anno.

   Qualora una richiesta analoga del governo italiano al Consiglio europeo non venisse accolta, si potrebbe comunque procedere all’adozione a livello nazionale di un provvedimento simile a quello del 2011. A marzo di quell’anno, alcune migliaia di tunisini entrarono o provarono a entrare in Francia muniti di permesso temporaneo valido per attraversare le frontiere: si aprì un contenzioso con l’Italia e la questione si impose a livello europeo.

   A maggior ragione oggi, in un contesto molto più delicato, precario e complesso, porre in questi termini la necessità di una presa in carico della gestione dei flussi da parte di tutti gli Stati membri avrebbe un impatto forte, senza mettere a rischio l’incolumità delle persone in fuga.

   Velleitario? Poco credibile? Ma davvero qualcuno può pensare che la concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari sia meno realistica della cupa distopia della «chiusura dei porti italiani»? (Luigi Manconi)

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L’intervista a MARCO BERTOTTO, di Medici Senza Frontiere

DICANO CHE NON VOGLIONO LE NOSTRE NAVI: SIAMO IL CAPRO ESPIATORIO DEGLI ERRORI UE”

di Alessandra Ziniti, da “la Repubblica” del 4/7/2017

– L’intervista. L’amarezza di Marco Bertotto, di Medici senza frontiere: “Nuove regole per noi? Soltanto una trovata da sepolcri imbiancati” –

   «Se non ci vogliono in quelle acque ce lo dicano chiaramente e poi noi valuteremo se le conseguenze dell’abbandono del campo da parte nostra sono sostenibili rispetto allo spirito della nostra missione. Ma mi chiedo: se vanno via le Ong chi salverà queste migliaia di persone?».    Marco Bertotto, rappresentante advocacy di Medici senza frontiere, accoglie con sconcerto l’accordo di Parigi.

Bertotto, prima la minaccia della chiusura dei porti italiani alle navi umanitarie che non battono bandiera tricolore, ora la stretta sulle Ong. Come giudicate la strada intrapresa dall’Italia e dall’Europa per cercare di arginare quest’esodo senza fine?

«Che tre ministri europei si riuniscano e partoriscano questo accordo come se il problema fosse la mancanza di regole per le Ong e non la mancanza di una vera politica europea sui flussi migratori è un’ipocrisia, una trovata da sepolcri imbiancati, un’offesa all’intelligenza delle persone. Sarà che le Ong sono il vaso di coccio in questa partita».

I 12mila arrivi in poche ore preoccupano parecchio. Per l’Onu non c’è alcun segnale di diminuzione dei flussi.

«Il tema è proprio questo. L’accelerazione data dall’Italia arriva dopo quelle 48 ore in cui sono state salvate più di 12mila persone. Ora mi chiedo: il problema è che questi 12mila siano stati salvati o che siano stati portati tutti in Italia? Vogliamo dirlo con chiarezza che le Ong hanno lo stesso ruolo di Frontex e dell’operazione Sophia? E allora perché si pensa di chiudere i porti italiani solo alle navi delle Ong? Perché non si portano i migranti nei porti francesi e spagnoli?».

Già perché? E infatti è quello che chiede da tempo anche l’Italia…

«I migranti non si porteranno mai né a Barcellona né a Marsiglia che sin dall’inizio Francia e Spagna, per partecipare alle operazioni di soccorso con le loro navi, hanno avuto garanzie che i migranti sarebbero stati sbarcati solo in Italia. Speriamo sia una provocazione per svegliare i paesi dell’Unione europea, visto che fino all’altro giorno ci ringraziavano tutti per la nostra azione e ora invece siamo diventati il capro espiatorio».

Alla fine il governo si sta muovendo nella direzione indicata dalla relazione approvata all’unanimità dalla commissione parlamentare dopo tante audizioni. Sorpresi?

«Da un lato noi capiamo perfettamente che cosa muove l’Italia che, lasciata sola ad affrontare questa tragedia, tenta di battere i pugni sul tavolo e richiamare l’Europa a fare una buona volta la sua parte. Noi non siamo politici e, nel merito, aspettiamo anche di leggere queste proposte, le conseguenze invece quelle le valutiamo noi».

Ecco, le conseguenze. Cosa significherebbe nei fatti chiudere i porti italiani alle Ong o vietare l’ingresso delle navi umanitarie nelle acque libiche?

«È bene chiarire che le nostre navi coprono 12 miglia all’ora. Già per arrivare nei porti siciliani dalla zona Sar ci si impiega un giorno e mezzo o due, altrettanto se ne va per le operazioni di sbarco e altrettanto per tornare nell’area Sar. Dirottare una nave in Spagna o in Francia significherebbe tenerla lontana dall’area di ricerca e di soggiorno per diversi giorni e sguarnire l’area visto che di navi del dispositivo europeo se ne vedono sempre di meno. E poi mi chiedo: quale comandante di nave, anche di fronte ad una situazione di pericolo, si prenderebbe la responsabilità di entrare in acque libiche a fronte di sanzioni?».

Con tutto quello che ne consegue, dunque, sull’aumento del rischio di nuovi naufragi. E quindi?

«Quindi, forse ci stanno dicendo che il soccorso in mare è di nuovo in discussione. E invece sappiamo tutti che è un obbligo che non si può mettere in dubbio».

 « Gli ambiti di lavoro su cui insistere è quello del rilancio della relocation e della sua gestione. Sappiamo tutti che il problema non è l’iperattivismo delle Ong ma l’inattivismo dell’Europa. Rappresentare le cose come è stato fatto a Parigi significa descrivere il mondo alla rovescia».

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REPORTAGE

LA BATTAGLIA DELL’ORO NEL SAHARA

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 3/7/2017

   C’è anche una disperata corsa all’oro dietro il caos nel Sud della Libia e nei Paesi confinanti che spinge centinaia di migliaia di migranti verso le coste del Mediterraneo. La corsa è iniziata poco prima dell’inizio della guerra civile, nel 2011, ma col collasso dello Stato libico ha creato un calderone dove si mischiano milizie jihadiste, trafficanti e cercatori che inseguono una ricchezza impossibile nel deserto.

   E che quando la vena si esaurisce si ritrovano senza mezzi, cibo, acqua in città fantasma sorte dal nulla. Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur.

   Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e Tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai Paesi dell’Africa nera confinante.

   Con il collasso della Libia, e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e gestiscono i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso Nord, i porti libici e poi in Europa.

   Le «città dell’oro», sorte dal nulla, arrivano a contare anche 10 mila abitanti, ma spariscono quando la vena si esaurisce e i cercatori allo sbando alimentano le colonne di migranti.

Le miniere del Ciad

Il boom delle scoperte si è avuto fra il 2011 e il 2013, soprattutto nel Tibesti, l’estrema regione settentrionale del Ciad. Ma i mezzi per sostentare i cercatori arrivano dalla Libia: cibo, generatori per la corrente elettrica, gasolio, metal detector, mercurio per separare la sabbia dall’oro, piccole escavatrici. Due grandi gruppi dei Tebu, i Teda e i Dazagada, spesso in lotta fra loro, si contendono il business e forniscono parte dei minatori, anche se la maggior parte sono nigeriani e maliani.

   Ma le tensioni fra le diverse tribù hanno portato a stragi silenziose nel deserto. Una delle crisi peggiori è avvenuta nell’estate del 2015, quando il flusso di rifornimenti si è improvvisamente interrotto nell’area di Kori Bokadi, a cavallo fra Libia e Ciad. Diecimila cercatori sono rimasti senza acqua nel giro di pochi giorni, con scorte di «bibite e succhi di frutta», e hanno lanciato appelli attraverso le radio locali, alcune sudanesi. La maggior parte alla fine è stata soccorsa a partire dal Sudan ma non si sa quanti sono morti di sete.

Il ruolo dei mercenari

Altri cercatori vengono uccisi dai residuati bellici: la zona è disseminata di mine antiuomo, per via della guerra fra Ciad e Libia, durata dal 1973 al 1994. I Tebu, da una parte e dall’altra della frontiera, si schierarono allora contro Muammar Gheddafi e vennero privati della cittadinanza.

   Le conseguenze si sentono ancora oggi. I Tebu, soprattutto ciadiani, appoggiano le milizie della Tripolitania contro il generale Khalifa Haftar, considerato l’erede di Gheddafi: almeno 1000 mercenari a maggio hanno partecipato al massacro dei militari di Haftar nella base aerea di Albouyusuf vicino a Sebha, nel Fezzan.

   Altri 1500 mercenari, provenienti da tribù sudanesi ostili ai Tebu, sono andati invece a rafforzare le file dell’esercito del generale. Ciadiani e sudanesi sono schierati ora gli uni contro gli altri nella zona dell’oasi di Jufra, una tappa della marcia di Haftar verso Tripoli. I traffici di armi, migranti, e oro, servono anche ad alimentare queste milizie e all’acquisto di equipaggiamento militare. Ma soprattutto hanno fatto saltare le frontiere fra gli Stati nel Sahel orientale. Sono le tribù Tebu a gestire entrate e uscite.

L’assenza degli Stati

E’ la tappa finale di un processo cominciato con la guerra fra la Libia di Gheddafi e il Ciad, che si è poi trasformato in guerra tribale fra Tuareg, Tebu e popolazioni africane. I migranti che arrivano da Nigeria, Mali, Burkina Faso sono attratti nella trappola delle miniere d’oro.

   I soldi ricavati non bastano a coprire le spese di cibo, acqua e macchinari. Nel giro di pochi mesi finiscono nella mani delle milizie o dei trafficanti. Il fattore «oro» è stato sottolineato anche in un rapporto del Centro studi Small arms surveys, dal titolo «Tebu Trouble». «La crisi libica – puntualizza il rapporto – e la presenza di gruppi jihadisti non può essere risolta solo da un intervento militare o dal dispiegamento di soldati occidentali su confini porosi e di fatto inesistenti». Occorre riportare la presenza degli Stati locali, Libia, Ciad, Niger, nelle regioni remote e «non solo militarmente ma con servizi e sviluppo». (Giordano Stabile)

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L’INTERVISTA

«NON SERVE CHIUDERE I PORTI. APPLICHIAMO LA DIRETTIVA UE PER DISTRIBUIRE GLI SFOLLATI»

di Fabrizio Caccia, da “il Corriere della Sera” del 2/7/2017

– Impagliazzo, Sant’Egidio: il governo segua questa strada –

   Fu un’idea della Comunità di Sant’Egidio quella dei «corridoi umanitari», il sistema per far arrivare in Italia, senza più barconi o traversate impossibili, i profughi siriani accampati in Libano, dopo la fuga dalle città distrutte dalla guerra. C’era una norma, nascosta da qualche parte, l’articolo 25 del regolamento sui visti dell’Ue, passata inosservata: fu scoperta da quelli di Sant’Egidio, che l’hanno messa in pratica. È così che in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani. «E mercoledì – annuncia soddisfatto il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo – si aprirà il primo corridoio anche in Francia, con l’arrivo a Parigi di 15 migranti dal Libano. Poi, a settembre, partirà il corridoio dall’Etiopia con la Cei e ospiteremo qui in Italia altri 500 profughi dal Corno d’Africa…».

   Ora però a Sant’Egidio hanno scovato un’altra norma che, se applicata a dovere, potrebbe risolvere una volta per tutte la questione della ripartizione dei migranti tra i Paesi dell’Ue.

È così, presidente Impagliazzo?

«Noi speriamo che lo sia. E dunque ci appelliamo qui al governo italiano e al Parlamento europeo affinché, invece di chiudere i porti, prenda in considerazione la nostra proposta».

Di che si tratta?

«È una direttiva Ue del 20 luglio 2001, la numero 55, pensata dopo la crisi jugoslava per far fronte, così c’è scritto, a un afflusso massiccio di sfollati. Non è forse la medesima situazione in cui ci troviamo ora, nel Mediterraneo?».

Continui.

«La direttiva prevede la concessione della protezione temporanea agli sfollati – attenzione, non lo status di rifugiato – e nello stesso tempo, così c’è scritto, promuove l’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze della loro accoglienza».

E perché dovrebbe essere così risolutiva, per l’Italia?

«Perché supera una volta per tutte il blocco di Dublino 3, secondo cui il migrante deve aspettare il riconoscimento di rifugiato nel Paese dov’è stato accolto. E ormai il 90% degli sbarchi avviene in Italia. Invece, in virtù della direttiva 2001, tutti i Paesi europei si prendono una parte dei migranti e riconoscono loro la protezione temporanea, che assicura comunque l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica. Non è, insomma, una tutela minore».

Il nostro governo, allora, cosa dovrebbe fare?

«Due cose. Presentare subito formale istanza alla Commissione Juncker di portare questa proposta di adozione del piano di protezione temporanea (un anno, ndr ) al Consiglio europeo, alla riunione dei capi di Stato e di governo. In modo che, se i Paesi dell’Unione intendono prestar fede all’articolo 80 del Trattato Ue, che prevede spirito di solidarietà verso i richiedenti di protezione e tra gli Stati stessi, lo mostrino per davvero».

Per recepire la direttiva occorre una maggioranza qualificata: almeno il 55% dei voti, cioè 14 Paesi su 27.

«Ecco, appunto. La seconda cosa che potrebbe fare il nostro Paese, allora, è concludere accordi intergovernativi con alcuni Stati per applicare da subito la direttiva e sgombrare dal campo tante ambiguità. Penso ai distinguo di Macron sui migranti economici che non vuole ospitare. Non sono mica migranti economici, quelli che vengono dalla Libia e subiscono torture di ogni tipo. Quella è solo gente che ha tutto il diritto di ricevere protezione umanitaria. In altre parole, la direttiva è la via legale per pretendere dall’Ue una solidarietà vera»

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«FERMIAMO I MIGRANTI IN LIBIA»

di Valentina Errante, da “il Messaggero” del 2/7/2017

– Il colloquio. Minniti: «Il confine d’Europa è a sud di Tripoli, stabilizziamo quel paese» – ipotesi sbarchi a Malta e militari al confine col Niger –

   Interventi concreti per stabilizzare la situazione politica in Libia e un progetto a lungo termine, che si gioca nei rapporti tra l’Unione e i paesi subsahariani. Le richieste del ministro dell’Interno Marco Minniti all’Europa per risolvere l’emergenza immigrazione sono chiare. Un progetto da condividere che non può riguardare solo l’Italia.

   Ma intanto Minniti batte cassa, perché, dopo anni di sforzi, pretende che i ventisette Paesi Ue condividano fattivamente la responsabilità dell’accoglienza e aspetta risposte immediate. «Non si può separare l’imperativo morale della salvezza in mare di vite umane dall’obbligo di provvedere alla loro accoglienza – commenta Minniti – Abbiamo dimostrato in questi mesi di essere persone serie, ora chiediamo che l’Europa faccia la sua parte».

   Un sostegno che, d’altra parte, il ministro sollecita anche agli amministratori locali, chiamati già da tempo a un senso di responsabilità e a rispettare criteri di accoglienza condivisa. E se oggi a Parigi si discuterà delle misure da assumere in tempi brevi, per arginare gli sbarchi sulle coste italiane, il ministro chiede anche un investimento politico per fermare le partenze.

   «La partita fondamentale, in questo momento – spiega – si gioca in Libia: il confine meridionale della Libia è il vero confine meridionale dell’Europa». Del resto i dati parlano chiaro: «Nei primi cinque mesi di quest’anno dice Minniti – il 97% dei migranti è arrivato dalla Libia, ma la cosa più incredibile è che non c’è un libico. La Libia è un Paese di transito. Bisogna quindi cercare di creare un governo stabile e stiamo lavorando per farlo, sapendo che anche questo è un modo per combattere i trafficanti di uomini, che hanno bisogno di istituzioni deboli per potersi muovere liberamente».

LA DIFESA DEI CONFINI

L’altro nodo porta ancora in Libia, con il controllo dei confini subsahariani e delle coste. Un fronte sul quale l’Italia è già intervenuta, con trattative diplomatiche e protocolli di intesa, ma dove, adesso, è indispensabile l’intervento dell’Unione: «Con la Libia – spiega Minniti abbiamo affrontato anche un tema cruciale, ossia quello dei centri di accoglienza, dove dovranno essere rispettati i diritti umani. Perché è prima della partenza che bisogna distinguere chi abbia diritto alla protezione umanitaria da chi non abbia i requisiti. E, in base alle decisioni dell’Agenzia dell’alto commissariato delle Nazioni Unite, assicurare le partenze ai primi verso l’Europa e il rimpatrio volontario assistito dei migranti economici».

   Le pressioni dell’Italia per accordi e interventi con i paesi africani finora sono caduti nel vuoto: «La partita dell’immigrazione – spiega il ministro – si gioca fuori dei confini nazionali, cioè da dove partono i flussi migratori, in Africa. Il destino dell’Europa nei prossimi 20 anni si gioca in Africa. Se qualcuno pensa che l’Africa sia soltanto uno specchio dell’Italia è dentro una drammatica illusione. L’Africa è uno specchio dell’Europa. Se l’Africa va bene, l’Europa andrà bene, se l’Africa va male l’Europa andrà male.

(….) «Ci troviamo a fronteggiare una pressione fortissima», dice Minniti e torna sulla sfida lanciata con l’ipotesi di “chiudere” i porti. «Si è parlato – dice – di 22 navi, poi sono diventate 25. Non sono barconi, ma navi delle organizzazioni non governative, navi delle operazioni Sophia e Frontex, navi della Guardia costiera italiana. Battono varie bandiere di Paesi europei. Se gli unici porti dove vengono portati i profughi sono italiani, c’è qualcosa che non funziona. Questo è il cuore della questione. Sono europeista e sarei orgoglioso se una nave soltanto, anziché arrivare in Italia, andasse in un altro porto europeo. Non risolverebbe i problemi dell’Italia ma sarebbe un segnale straordinario.

LA PARTITA CON I SINDACI

Ma c’è anche il fronte interno, che rende la crisi più acuta: la “guerra” degli amministratori locali che chiudono le porte. «L’accoglienza diffusa è la via fondamentale, se ogni comune facesse fino in fondo la propria parte – commenta Minniti – avremmo una situazione molto più vicina alla soluzione. La cooperazione con l’Anci per l’accoglienza ha funzionato, c’è stato un aumento di comuni che hanno aderito, anche se non ci si può dire ancora soddisfatti. In questo quadro di positiva collaborazione – dice il ministro – va vista anche l’istituzione della cabina di regia, coordinata dalla prefettura di Roma, che vede coinvolto il Campidoglio, la sindaca Raggi e tutte le altre amministrazioni».

   Lo sforzo è enorme: «Appena sono diventato ministro – continua Minniti – ho sbloccato i cento milioni di euro destinati ai comuni, per dare un segnale alle amministrazioni che hanno collaborato. Quei 100 milioni sono diventati, per l’anno prossimo, 150» L’obiettivo, però, è estendere il “modello Milano”: «Ringrazio moltissimo i comuni dell’area metropolitana di Milano – dice – che hanno firmato insieme un patto per l’accoglienza diffusa».

L’INTEGRAZIONE

Ma c’è anche il pericolo sicurezza e un certo allarmismo che lega gli sbarchi alla minaccia terrorismo: «Io – dice Minniti – non penso ci sia un’equazione tra terrorismo e immigrazione. C’è invece un rapporto tra terrorismo e mancata integrazione. Basta guardare quello che è avvenuto da Charlie Hebdo in poi, i protagonisti degli attentati non vengono dalla Siria o dall’Iraq, sono figli dell’Europa».

   È questo il cuore del problema: «L’accoglienza ha un limite nella capacità di integrazione – spiega – compito del ministro dell’Interno è far sì che quel limite non venga mai superato, il presente e il futuro del nostro Paese si giocano su queste questioni». Il messaggio è anche politico: «Su questi temi – aggiunge – la poste non sono piccole partite contingenti, di consenso o dissenso, ma i presupposti fondamentali della tenuta e della prospettiva di una democrazia».

LA MINACCIA

Dell’imprevedibilità di un atto terroristico Minniti ha riferito anche in Parlamento, adesso aggiunge: «Il controllo quotidiano del territorio è l’antidoto all’imprevedibilità». Così spiega anche le circolari “safety e security” che, all’indomani dei fatti di Torino, hanno prescritto misure molto rigide per gli eventi di piazza: «Non si intende limitare la partecipazione alle manifestazioni, ma quelle direttive sono uno strumento per garantire la sicurezza». La vera arma contro la minaccia però è la prevenzione: «C’è bisogno di più intelligence – sostiene Minniti – per anticipare e individuare il passaggio dalla radicalizzazione di un soggetto al momento della progettualità terroristica. Un altro strumento preziosissimo sono le espulsioni preventive». (Valentina Errante)

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