Preservare le DOLOMITI “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ” dall’assalto turistico – La chiusura alle auto e moto del Passo Sella ogni mercoledì estivo è la prova di un futuro nuovo nei passi alpini – Una possibile REGIONE DOLOMITICA sperimenta convergenze, per superare le obsolete regioni e province autonome

La CHIUSURA DEL PASSO SELLA – ai CONFINI TRA LE PROVINCE DI TRENTO E BOLZANO – è prevista OGNI MERCOLEDÌ DI LUGLIO E AGOSTO DALLE 9 ALLE 16. Via libera ai bus navetta che – assieme alle funivie – porteranno in quota i turisti. Passo aperto poi naturalmente a pedoni, biciclette, ma anche a veicoli elettrici e bus di linea, ai mezzi di soccorso, auto per i disabili e trattori per lo sfalcio dei prati Una soluzione presa nonostante il “no” di Belluno (la terza provincia delle Dolomiti) e nonostante le proteste di molti operatori turistici che temono di rimetterci un sacco di soldi, nonostante un programma di iniziative alternative

   Notiamo tutti, in qualsiasi luogo andiamo, specie in estate (ma in alcuni posti tutto l’anno, pensiamo a Venezia) un’ “impossibilità” di questi luoghi (città d’arte, litorali marittimi balneari, passi dolomitici…) di far fronte a masse di persone (e mezzi motorizzati) che, di anno in anno, crescono sempre di più.

Dolomiti – 3 Cime di Lavaredo

   Un fenomeno di turismo (di “frequentazione”), fatta di “attraversamenti”, e al massimo in forma solo quotidiana (una solo giornata…”mordi e fuggi”), che snatura quei luoghi. E questa specie di turismo (cui tutti noi spesso siamo, consapevoli o inconsapevoli, protagonisti) rappresenta l’eterogenesi dei fini di un “andare a visitare posti belli” che dovrebbe portare a effettivamente conoscere, ammirare, “vivere e capire” quelle città, montagne, spiagge di laghi e mare, quasi sempre bellissimi e affascinanti. Oltre noi a creare inquinamento e disagio per tutti (in particolare per chi vive in essi, e non trae vantaggio turistico dalle masse di persone che arrivano, attraversano, queste zone), torniamo pure a casa con esperienze di conoscenza sommaria, senza aver recepito alcunché.

DELIMITAZIONE DELLE DOLOMITI secondo le varie accezioni: IN VERDE la definizione delle Dolomiti secondo la SOIUSA (acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, progetto patrocinato dal C.A.I. per ridefinire la suddivisione e classificare le Alpi oltre ciascuna nazione); IN ROSA le aree geografiche in cui è presente la ROCCIA DOLOMITICA; IN ARANCIONE i gruppi definiti dall’UNESCO come PATRIMONIO DELL’UMANITÀ. Sono inoltre evidenziati i confini geografici delle regioni e provincie interessate. (da Wikipedia)

   Uno dei posti dove il turismo di massa, di passaggio, specie con moto rumorose (ma anche tantissime auto) che ci capita di vedere (e, ahinoi, a volte “partecipare”) sono i passi alpini, in particolare quelli dolomitici.

   La decisione delle Province di Bolzano e di Trento di chiudere al traffico privato motorizzato tutti i mercoledì di luglio e agosto uno di questi passi dolomitici tra i più frequentati, il PASSO SELLA, è un’importante novità per chi ama la montagna e vuole preservarne una dimensione naturalistica, pacifica… contro l’assalto di un turismo senza regole, inquinante, rumoroso, senza limiti e rispetto per gli ambienti naturali. E’ vero che la chiusura avrebbe avuto più senso (ed efficacia) la domenica… ma accontentiamoci di questa prima interessante limitazione dei mercoledì estivi, sperando che si venga a innestare un processo di chiusura ai motori privati che va ben oltre.

“(…) «Chiudere al traffico motorizzato solo PASSO SELLA e soltanto un giorno alla settimana, è un po’ poco. Dobbiamo fare di più, se non vogliamo che altre località alpine ci superino». MICHIL COSTA (NELLA FOTO), l’albergatore di CORVARA, che promuove un turismo lento e silenzioso, lo ha ripetuto anche domenica, alla MARATONA DES DOLOMITES, augurandosi che dal prossimo anno tutti i passi possano sperimentare la medesima opportunità di chiusura (….)”«È SOLAMENTE L’INIZIO NEL 2018 BLOCCHEREMO TUTTI I QUATTRO VALICHI» (da “il Mattino di Padova”, 4/7/2017)

   Al di là del “caso Dolomiti” noi pensiamo che il riportare la visita dei luoghi a una dimensione accettabile, il passare da un turismo mordi e fuggi a un modello consapevole, “lento e dinamico”, di visione e ascolto della natura (ma anche degli “artifici umani” che alcuni di essi meritano attenzione: pensiamo ai rifugi alpini, in particolare quelli che si raggiungono a piedi…), è una possibilità sperabile, e che può nascere anche dall’esempio di questa prima limitazione al traffico in un passo dolomitico. In montagna, viene, ci va, chi ama la montagna ed è disponibile a rispettarla.

   Trattare il tema “montagna” nei suoi vari aspetti è cosa complessa, ma è necessario iniziare.

I 4 PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA – OBIETTIVO PER IL PROSSIMO ANNO? «CHIUSURA DI TUTTI E QUATTRO I PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA, ovvero Campolongo, Pordoi, Sella e Gardena (IL SELLA RONDA: i quattro passi dolomitici dove d’inverno i turisti viaggiano con gli sci ai piedi) – Il PASSO SELLA è valico alpino a 2.240 metri sul livello del mare che riguarda da un lato Selva di Val Gardena (Bolzano) e Canazei (Trento) e dall’altro Livinallongo del Col di Lana (Belluno)

   Spesso i fenomeni atmosferici degenerativi che avvengono anche in pianura si difendono a partire dalla montagna, dall’evitare la sua marginalità: la virulenza di tanti fenomeni naturali recenti è favorita dal suo abbandono o, nel caso dell’eccessivo turismo in certe località, del suo eccessivo sfruttamento.

La biodiversità delle Dolomiti (di cui in parte parliamo in questo post) è possibile solo con azioni e politiche ambientali per la montagna, di rispetto, e anche che favoriscano la presenza delle popolazioni stabili su quei territori. E’ pur vero che può esistere un disagio nel vivere in montagna: ma una presenza virtuosa di popolazioni che fanno proprio il rispetto dei loro luoghi (con un turismo ecologicamente praticabile, con la cura e la manutenzione del territorio…) può essere dato da politiche di sostegno al reddito e alle attività degli abitanti in questi territori montani.

I NOVE SISTEMI DOLOMITICI: 1- Pelmo, Croda da Lago; 2- Marmolada; 3- Pale di San Martino, San Lucano, Dolomiti Bellunesi, Vette Feltrine; 4- Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave; 5- Dolomiti settentrionali; 6- Puez-Odle; 7- Sciliar-Catinaccio, Latemar; 8- Bletterbach; 9- Dolomiti di Brenta

   Iniziative di sostegno, progetti complessivi per incentivare il lavoro e la vita alpina (ma anche appenninica, dimentichiamo spesso gli Appennini!) queste iniziative, forse sono mancate nella pressoché totalità delle montagne dolomitiche, o forse lì sviluppate in modo frammentario, occasionale, senza un disegno preciso e convinto.

   Oppure ci si può accorgere che in certe entità regionali (…nel Sud Tirolo al posto del Trentino, o delle Dolomiti bellunesi, o in quelle friulane…) vi è un modo di intervenire e di concepire la montagna ben diverso da posto e posto (sarà per le maggiori risorse finanziarie che le province autonome hanno?… forse, ma crediamo che non sia solo questo…).

ALPI ORIENTALI SECONDO LA SOUISA – SOIUSA è l’acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, in pratica è il nome del progetto patrocinato dal C.A.I. e curato da Sergio Marazzi, studioso di orografia alpina (orografia è il settore della geografia che studia i rilievi terrestri), che si è prefisso il compito di ridefinire la suddivisione e relativa classificazione, su scala internazionale, delle Alpi dalla grande scala fino alla piccola scala cioè al singolo gruppo montuoso

   E’ probabile che una regione come il Trentino Altro Adige (divisa fra Trento e Bolzano), cui tutto il proprio territorio è “di montagna”, non possa che fare una politica “unica” per la montagna, rispetto a maggiori disattenzioni e superficialità da parte di regioni (il Veneto, il Friuli) con caratteristiche territoriali eterogenee (mare, laguna, pianura, urbanità concentrata e diffusa, collina, aree pedemontane e, appunto, montagna…).

MACROREGIOE ALPINA – E’ AUSPICABILE UNA MACROREGIONE ALPINA EUROPEA? (oltre le nazioni che la compongono: Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia; e fuori dalla UE Liechtenstein e Svizzera)? …UN PROGETTO OLTRE LE NAZIONI è ora di difficile presente realizzazione – Possibile invece iniziare a costruire convergenze sull’individuazione e realizzazione di REGIONI ALPINE, federali, con autonomia istituzionale, come può essere (diventare) la REGIONE DOLOMITICA. – (VEDI SULLA MACREREGIONE ALPINA: http://www.macroregionealpina.net/?page_id=1225 )

   E’ così che molteplici politiche territoriali hanno messo in luce scelte diverse fra le regioni e le provincie.   Ad esempio nella parziale assenza di iniziative da parte del Veneto, dove l’abbandono della montagna (là dove i luoghi non sono attraenti per i turisti, e nella cosiddetta “mezza montagna”, cioè nelle aree tra pedemontana e montagna come ora viene intesa) è evidente. Alla invece situazione più fortunata del Trentino. E in particolare ad una efficace politica per la montagna operata in Sud Tirolo.

SUONI DELLE DOLOMITI 2017 IN TRENTINO – Da ventitre anni il Trentino organizza e propone un festival di musica in alta quota. Decine di appuntamenti che durante l’estate toccano alcuni dei luoghi più incantevoli delle Dolomiti. Sono prati, conche, palcoscenici naturali che accolgono famosi musicisti provenienti da tutto il mondo che si esibiscono in ogni genere musicale. I luoghi dei concerti sono nelle vicinanze di rifugi alpini, malghe e vette. Per saperne di più, anche sul programma 2017: http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-eventi-edizione-2017/ oppure http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-musica-sulle-montagne-del-trentino/

   Interessante poi, cosa che distingue anche il Trentino dal Sud Tirolo, il fatto che il modello turistico altoatesino è più imperniato sul turismo familiare, sulla accoglienza diffusa, sulla integrazione del reddito facendo in questo modo crescere una identità tirolese di accoglienza di qualità (cosa non accaduta nella provincia di Trento, men che meno a Belluno).

SUDTIROLO, SALTA LA PACE DEI CARTELLI. ITALIANI E TEDESCHI IN LITE PER I NOMI
(…) In Sudtirolo il nome dei luoghi torna a separare gli italiani dai tedeschi. Il muro linguistico alzato dal fascismo, fino a pochi giorni fa, sembrava a un passo dall’essere abbattuto. Il Novecento, anche in provincia di Bolzano, stava finalmente per chiudersi: una mano tesa dalle autonomie allo Stato, ma pure dal nostro Paese all’Europa. Per ordine di Mussolini, deciso a italianizzare il Sudtirolo, su oltre 170 mila toponimi originari tedeschi, l’irredentista Ettore Tolomei ne impose circa 8 mila nuovi in italiano. Nel 1946, grazie ad Alcide de Gasperi, fu ripristinato almeno il bilinguismo. Nell’ultimo decennio i segnali alpinistici con il doppio toponimo hanno però cominciato a sparire, sostituiti con cartelli solo in tedesco. (…) (Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 20/3/2017)

   E poi il paradigma di “montagna protagonista delle sue scelte”: intendiamo che la montagna deve acquisire autorevolezza e autonomia in quel che essa è. Un esempio? Capita molto spesso che centraline metereologiche, centri di ricerca scientifica, naturalistica, etc., siano gestiti da università “lontane”, di pianura…. E’ possibile che le aree di montagna possano sviluppare ricerca scientifica, recupero dei luoghi, assetto territoriale virtuoso (contro le frane ad esempio…) senza dipendere dalla “pianura”? (s.m.)

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DOLOMITI, PASSO SELLA CHIUSO ALLE AUTO

da “Il Corriere delle Alpi” del 7/7/2017

– Scontro istituzionale tra Zaia e Delrio – Il governatore scrive al ministro: «Atto unilaterale e così danni gravi al turismo» chieste misure alternative allo stop alle auto –

BELLUNO – Si allarga il fronte del no alla chiusura dei valichi dolomitici. Dopo la prima chiusura, quella di mercoledì del Passo Sella, è intervenuto il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, con una lettera al ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Secondo Zaia l’operazione sarebbe frutto di uno sgarbo istituzionale: la vicenda del Sella sarebbe stata «programmata dalle Province autonome di Trento e di Bolzano» con un’intesa che avrebbe «ricevuto l’autorizzazione delle strutture del ministero».

   Zaia invece ritiene che «sia sempre doveroso attenersi a corrette ed equilibrate relazioni istituzionali fra enti territoriali, specialmente se interessati a problemi comuni, rifuggendo di conseguenza dall’assunzione di decisioni unilaterali». Il presidente si rammarica nel «constatare che l’iniziativa sia stata autorizzata senza valutare la posizione assunta dalla Regione Veneto e dalla Provincia di Belluno, che pur condividono assieme alle Province autonome confinanti e al governo nazionale, importanti tavoli istituzionali per lo sviluppo sostenibile dei loro territori».

   Infine Zaia, evidenziando «con forza gli impatti negativi che hanno iniziative preclusive del diritto alla mobilità» invita Delrio «a riconsiderare l’intera questione e a valutare e promuovere opportune iniziative alternative». Il Passo Sella è valico alpino a 2.240 metri sul livello del mare che riguarda da un lato Selva di Val Gardena (Bolzano) e Canazei (Trento) e dall’altro Livinallongo del Col di Lana (Belluno).

   Ogni mercoledì, tra luglio e agosto dalle 9 alle 16, la strada del Passo rimarrà chiusa alle auto. Il transito sarà consentito solo a mezzi di trasporto pubblico locale e a quelli elettrici, a bici e a pedoni. L’Alto Adige «minaccia» peraltro di chiudere tutti i suoi valichi. Sulla questione è intervenuto anche il senatore veneto dell’Udc Antonio De Poli. «La mobilità – ha affermato De Poli – a maggior ragione in montagna, non è un optional. Delrio chiarisca visto che, da quanto riferisce la stampa, lo stop al traffico di Passo Sella è stato sì deciso dalle Province autonome di Trento e Bolzano, ma con l’autorizzazione del ministero delle Infrastrutture». Sempre secondo De Poli la chiusura del Sella è stata «una batosta per le imprese del nostro territorio. Sono d’accordo con il presidente di Federalberghi Belluno, Walter De Cassan: diciamo “no” a decisioni unilaterali. Il Veneto non ci risulta sia mai stato coinvolto, così come è stata tenuta fuori dal processo decisionale anche la Provincia di Belluno».

   In difesa della scelta altoatesina, però, scende in campo Luigi Casanova di Mountain Wilderness. «Quella di mercoledì è stata una grande giornata, altroché – ha affermato l’ambientalista – Così le Dolomiti diventeranno protagoniste a livello internazionale». Secondo Casanova è falso quanto è stato riportato da diverse fonti: non si è trattato di un flop. «Tutte balle – ha continuato – I locali attorno al Passo erano pieni. Ciò che è cambiato, è il turismo: da quello mordi e fuggi al modello consapevole. Viene chi ama la montagna». Secondo Casanova non è vero che le istituzioni venete sono state tenute all’oscuro. «Hanno sempre rifiutato di presentarsi ai tavoli di discussione, questa è la verità» conclude.

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GLI ORARI – Il passo della Sella, dal 5 luglio scorso, è protagonista del progetto pilota per le DOLOMITI SENZA AUTO, rimarrà chiuso ogni mercoledì dei mesi di luglio e agosto, nella fascia oraria che va dalle 9 alle 16 (in totale saranno nove i giorni interessati dall’iniziativa)

IL PASSAGGIO – Passo aperto solo a pedoni, biciclette, veicoli elettrici e bus di linea, ma anche a mezzi di soccorso, auto per i disabili e trattori per lo sfalcio dei prati

I VEICOLI – OGNI ANNO CIRCA 1,2 MILIONI DI AUTO TRANSITANO SUI PASSI DOLOMITICI. In agosto sul passo Sella se ne registrano duemila, con picchi di 400 veicoli all’ora

LE REGOLE

GLI ALTRI CASI

PASSO DEL ROMBO Al confine tra Italia ed Austria, il passo, 2.509 metri di altezza, impone un ticket sul pedaggio: 16euro per le auto, 14 per le moto

GROSSGLOCKNER Occorre pagare anche per salire sulle vette del Grossglockner, nelle Alpi austriache: 35 euro in auto, 25 per i motociclisti

TRE CIME DI LAVAREDO C’è il biglietto d’ingresso (22 euro per l’auto, 11 per le moto) alla strada che, d’estate, conduce alle tre cime delle Dolomiti

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SELLA CHIUSO AL TRAFFICO: È PARTITA LA RIVOLUZIONE “GREEN” DEI PASSI DOLOMITICI

da “il Corriere delle Alpi”, 5/7/2017, http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/

– Dalle 9 divieto di accesso ai veicoli a motore. La strada è tutta per pedoni e ciclisti –

BOLZANO. E’ partita la rivoluzione verde dei passi dolomitici. Alle 9 (di mercoledì 5 luglio, ndr) la strada del passo Sella è stata chiusa ai veicoli motore: via libera ai pedoni, ai ciclisti, ai mezzi di trasporto pubblico e anche… ai cavalli. Una limitazione del traffico di cui si discute da anni e che proseguirà per tutti i mercoledì di luglio e agosto.

   Al passo è arrivato (a piedi) anche Reinhold Messner che è salito in quota dal versante della val Gardena partendo da Pian de Gralba per incontrare alle 13 i turisti nell’ambiente naturale ai piedi del Sassolungo. Il servizio di trasporto pubblico ha funzionato senza problemi, con decine di bus messi a disposizione dalle Province di Trento e Bolzano che hanno garantito i collegamenti lungo i 10 chilometri di strada chiusa ai veicoli a motore. Qualche disorientamento per gli automobilisti che sono giunti ai bivi di chiusura (per il passo Pordoi e passo Gardena) prima di rendersi conto dei cartelli di divieto. Il primo mercoledì green è proseguito fino alle 16 quando è stata riaperta la circolazione alle auto.

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L’INTERVISTA

«IL PRIVILEGIO DI CUSTODIRE LA MERAVIGLIA DELLE DOLOMITI»

di Fausta Slanzi, da “il Mattino di Padova” del 14/7/2017

– Il botanico CESARE LASEN è nel Comitato scientifico della Fondazione di tutela «Un paesaggio unico, un mosaico complesso capace di emozionare sempre» –

   «Sono nato in una casa isolata di una frazione, la stessa del mio cognome, la più alta e distante dal centro del paese. La montagna è nel sangue. Poi, questo è verificato, le Dolomiti sono irripetibili come fascino complessivo».

   CESARE LASEN è un botanico. Da sempre vive le Dolomiti con una grande passione, tanto da esser stato fra i fondatori del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e primo presidente dell’ente. «L’aver vissuto e studiato a Milano mi ha dato ulteriore stimolo a tornare a casa» dice. «Mi mancavano troppo le montagne».

Lei è riconosciuto, non solo in Italia, come uno dei più esperti botanici. Come descrivere il paesaggio dolomitico?

«Il paesaggio è frutto delle condizioni ambientali, attuali e pregresse, quindi del clima, del suolo, della storia geologica, e la copertura vegetale, ne è la manifestazione più percepibile e leggibile. Ma in questo le popolazioni montane hanno influito in modo determinante, ad esempio disboscando per ricavare pascoli e prati da sfalcio. Ma immaginate le Dolomiti senza prati e spazi aperti e come continua ininterrotta foresta fino alle praterie primarie di alta quota? E quelle insuperabili fioriture? Un paesaggio che sta cambiando, anche per via del global change, ma che siamo decisi a non svilire, conservando e valorizzando la biodiversità, oggi a rischio per numerosi fattori».

Lei ha anche una grande passione per l’alpinismo. A quanti anni ha cominciato a frequentare le Dolomiti e cosa ricorda delle sue prime esperienze?

«Alpinismo forse è eccessivo, ma escursioni su terreni impervi e difficili, da sempre. Il Monte San Mauro, dietro casa mia, lo testimonia. Ogni estate, da Milano, finita la scuola, tornavo dai nonni, nella casa raggiungibile solo a piedi, senza strada, senza luce, senza servizi. La montagna era nel sangue. Poi, appena maggiorenne, mi sono iscritto al Cai. Forse ero anche, da adolescente, un po’ incosciente. Non si pensava alle previsioni meteo, ai rischi; c’era il gusto dell’esplorazione, del fuori sentiero, del provare a raggiungere luoghi che mi attraevano, pur senza corde».

Acqua, flora e fauna sono gli elementi della vita dolomitica: rispetto agli altri ambienti montani, come si connotano?

«La geologia e la morfologia delle Dolomiti originano mosaici complessi e sempre variabili. Mai si nota un versante o un sito monotono. Situazioni sempre cangianti che si riflettono in numerosi microhabitat. L’acqua è vita, per definizione. Ma non è sempre abbondante in Dolomiti. Ricordo che anche dalle mie parti andare a prendere acqua era un lavoro impegnativo e non si doveva mai sprecare. Le sorgenti sono sempre emozionanti. Flora e fauna sono il suggello di un pianeta vivente. Ecco, il pensiero di Papa Francesco espresso mirabilmente nella “Laudato si’”, dà il giusto valore a queste componenti, preziose in quanto tali, non perché debbano necessariamente essere utili e generino consumi o mercato».

Con altri esperti di ambiti diversi, lei è membro del Comitato scientifico della Fondazione Dolomiti: quali funzioni svolge il Comitato?

«Anzitutto è un onore farne parte fin dall’inizio e aver contribuito al primo progetto di candidatura, partito nel 2005. Il Comitato si riunisce mediamente tre volte l’anno, ma si lavora essenzialmente attraverso mail e ci si sente tra di noi quando necessario. Ci vengono sottoposte valutazioni su nuovi progetti, si esaminano i documenti prodotti dalle varie reti contribuendo a garantire la loro rispondenza ai principi generali sostenuti da Unesco. Rispondiamo direttamente al consiglio d’amministrazione ma vi è un ottimo rapporto con la struttura direzionale. Una sorta di garanzia, ma viste le nostre prerogative e conoscenze tecnico-scientifico, si collabora anche nella stesura di alcuni documenti e si presenzia ad eventi importanti».

Quali consigli darebbe a giovani che intraprendono il “mestiere”, come ha fatto lei, di studioso, custode e promotore di flora e vegetazione dolomitica?

«Non è un mestiere, va visto come opportunità speciale di restare a contatto con la natura, il grande libro aperto che ha sempre qualcosa da insegnarci. Serve una motivazione profonda, etica. Solo casualmente e in modo limitato è diventata anche occasione di natura professionale. Serve molta costanza, senza illudersi di poter sbarcare il lunario. Il libro della natura richiede solo di essere decodificato. E ciò che ha grande importanza è di non sentirsi mai arrivati. Affronto ogni nuova escursione come se fosse la prima volta, anche se, dopo oltre 40 anni, l’idea di poter interpretare il territorio e la sua evoluzione con le specie vegetali che sono spesso ottimi indicatori, fornisce nuova energia. Flora e vegetazione non sono solo gioielli da custodire, ma le componenti più accessibili della nostra sfera di osservazione. Conoscerle significa leggere il passato, gustare il presente e immaginare il futuro».

Cos’è la “straordinaria bellezza dolomitica” decretata dall’Unesco, secondo Cesare Lasen?

«Ci sono luoghi ed emozioni che restano scolpiti nell’anima, indelebili. Di fronte ad alcuni spettacoli naturali ogni parola rischia di diventare superflua. Il top della fioritura dell’alisso, Alyssum ovirense, in Busa delle Vette, che tappezza di giallo le coltri detritiche, o l’esplosione delle pulsatille nei dintorni di Passo Giau, non meno dei cuscinetti multicolori di diverse sassifraghe, androsaci, genziane, primule e altri generi della nobile flora alpina, sono solo alcuni esempi e secondo l’ora del giorno, la stagione, le condizioni meteo e il tuo stesso stato d’animo, generano sensazioni diverse che appagano lo spirito».

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L’INTERVISTA

REINHOLD MESSNER E LA ZTL DELLE DOLOMITI: “È L’UNICO MODO PER SALVARLE”

di Andrea Selva, da “la Repubblica” del 5/7/2017

– L’alpinista tiene a battesimo la chiusura al traffico del passo Sella: dopo le polemiche, ogni mercoledì estivo, è vietato alle auto e moto: “Ora che la politica ha fatto il primo passo sono felice, ma è solo l’inizio: in futuro vedo tante altre strade chiuse” –

TRENTO. Dall’Himalaya alle sue Dolomiti, il primo pedone a camminare lungo la strada del passo Sella (chiuso alle auto) è stato l’alpinista Reinhold Messner. Salendo dalla val Gardena ha incontrato il cartello di divieto ai mezzi a motore a quattro chilometri e mezzo dal passo: basta quindi un’ora di cammino per arrivare ai piedi delle pareti dolomitiche, lungo una strada riservata agli escursionisti, ai ciclisti e ai veicoli elettrici.

   E’ cominciata una sperimentazione di montagna green di cui si parla (e su cui si litiga) da vent’anni. Ma per il Re degli Ottomila questo è solo il primo passo: “Mi immagino un futuro non troppo lontano in cui le strade delle Dolomiti meno battute chiuderanno al traffico la mattina e riapriranno al pomeriggio in modo che sia possibile godere la montagna come 200 anni fa, quando ancora non c’erano le strade”.

   Intanto la chiusura del passo Sella – ai confini tra le province di Trento e Bolzano – è prevista ogni mercoledì di luglio e agosto dalle 9 alle 16. Via libera solo ai bus navetta che – assieme alle funivie – porteranno in quota i turisti. Una soluzione presa nonostante il “no” di Belluno (la terza provincia delle Dolomiti) e nonostante le proteste di molti operatori turistici che temono di rimetterci un sacco di soldi, nonostante un programma di iniziative alternative che parte proprio dall’incontro in quota con l’alpinista altoatesino.

Reinhold Messner, il passo Sella chiuso a fasce orarie: alla fine è prevalsa l’ipotesi che lei ha sempre sostenuto. Che effetto le fa?

“Sono vent’anni che chiedo la “tranquillizzazione” delle Dolomiti, con la chiusura almeno parziale delle strada. E ora che la politica ha fatto il primo passo sono felice, ma è solo l’inizio: in futuro vedo tante altre strade delle Dolomiti chiuse al mattino, dopo che è salito chi lavora in quota, per riaprire il pomeriggio”.

E le proteste di chi vive del turismo di passaggio?

“Il turismo “buono”, che dà risultati economici, è quello che si fa con i turisti che pernottano, mangiano o fanno acquisti. Finché il turista è in moto o in macchina non spende, tanto meno se non riesce nemmeno a fermarsi perché non ci sono parcheggi. Il futuro è un altro”.

Quale?

“Una montagna silenziosa da regalare a chi sale con le proprie forze: a piedi o in bicicletta. Le Dolomiti, che sono il posto più bello del mondo, possono diventare la prima destinazione mondiale per le biciclette, sia su strada che in mountain bike. Anche un “vecchietto” come me può salire con l’e-bike e godere le emozioni delle Dolomiti con lentezza, senza il rumore dei motori e dei clacson”.

Il silenzio per lei è molto importante?

“Sì, siamo arrivati al punto che durante una scalata sulle pareti del Gruppo del Sella non si riesce a comunicare con i compagni di cordata: troppo baccano. Ma un altro problema è l’aggressività: quando un turista si ritrova in coda diventa aggressivo. La montagna è il luogo della lentezza, non della velocità”.

L’introduzione di un pedaggio non era sufficiente per risolvere i problemi del traffico?

“No, il pedaggio è una cosa diversa: serve a guadagnare soldi non a limitare il traffico. Ma le Dolomiti sono di tutti, non solo di chi può pagare il pedaggio, e abbiamo la responsabilità di tutelarle”.

La Provincia di Belluno non è d’accordo.

“Ci vuole del tempo. Intanto la grande partecipazione alle manifestazioni ciclistiche dimostra che siamo sulla strada giusta. I turisti fuggono dal rumore e dall’inquinamento che soffrono in città, dove ci sono così tante luci che non si riesce nemmeno a vedere le stelle. Non possiamo fargli trovare una situazione ancora peggiore quando vengono in montagna”.

Lei oggi, tra il Sella e i Sassolungo, parlerà ai turisti che saliranno con le proprie gambe. Che messaggio lancerà?

“Ci tenevo ad essere lassù il primo giorno, voglio battermi perché questo progetto si allarghi. Nei prossimi tre anni possiamo puntare alla chiusura tutta l’estate, poi altre località vorranno unirsi a questo circuito della montagna tranquilla, arriveremo alla chiusura di tutto il Sella Ronda (i quattro passi dolomitici dove d’inverno i turisti viaggiano con gli sci ai piedi) e in dieci anni si realizzerà quel grande progetto che sono le Dolomiti “tranquillizzate”, silenziose e grandiose com’erano prima delle strade”.

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GLI ALTOATESINI RILANCIANO

«È SOLAMENTE L’INIZIO NEL 2018 BLOCCHEREMO TUTTI I QUATTRO VALICHI»

da “il Mattino di Padova”, 4/7/2017

CORVARA. «Chiudere al traffico motorizzato solo passo Sella e soltanto un giorno alla settimana, è un po’poco. Dobbiamo fare di più, se non vogliamo che altre località alpine ci superino».

   Michil Costa, l’albergatore di Corvara, che promuove un turismo lento e silenzioso, lo ha ripetuto anche domenica, alla Maratona dles Dolomites. Anzi, augurandosi che dal prossimo anno tutti i passi possano sperimentare la medesima opportunità di chiusura.

   Ma è quanto Federico Caner, assessore regionale al turismo del Veneto, proprio non mette in conto. «Il Veneto non è d’accordo con queste misure. L’abbiamo già comunicato a Bolzano e a Trento. Se il prossimo anno la Regione verrà coinvolta, reagiremo da par nostro. La mobilità è un diritto e non possiamo mettere a rischio le attività commerciali», afferma Caner. Il quale, tuttavia, è d’accordo per una parziale sperimentazione, uno o due giorni l’anno.

   Ma Costa, che più di ogni altro ha insistito per le limitazioni del traffico, va oltre con l’immaginazione. «Questo è un primo risultato che valuto positivamente nella speranza che sia l’inizio di una nuova era. Già la chiusura del Sella porterà a una riduzione del traffico motorizzato anche sugli altri tre passi».

Obiettivo per il prossimo anno?

«Chiusura di tutti e quattro i passi intorno al gruppo del Sella, ovvero CAMPOLONGO, PORDOI, SELLA e GARDENA. Dal lunedì alla domenica», spiega Costa. «L’idea potrebbe essere una chiusura nella fascia tra le 10 e le 13 o le 11 e le 14. Su questo si può discutere. Una regolamentazione di questo tipo sarebbe più facile da comunicare e comunque riuscirebbe a conciliare le esigenze di tutti: di chi vuol salire in bici, a piedi o con il bus navetta con quelle di automobilisti e motociclisti. Questi ultimi potrebbero approfittare del blocco del traffico intorno a mezzogiorno per fermarsi un po’sui passi, entrare nei locali, mangiare qualcosa, guardarsi intorno e ammirare il panorama».

   Caner rimanda al mittente questi ragionamenti. Raccoglie e rilancia le analisi preoccupate e il no rotondo dei 79 albergatori, ristoratori, rifugisti dei passi. «Ma», insiste Costa, «dobbiamo avere il coraggio di fare certe scelte, se vogliamo un turismo di qualità. In diverse località alpine si sta discutendo sulla chiusura dei passi: noi non possiamo permetterci di rimanere indietro. È innanzitutto una questione di tutela dell’ambiente, ma anche degli interessi economici degli operatori turistici. Secondo lei a un turista che scelga di venire in vacanza nel cuore delle Dolomiti, piace essere svegliato dal rombo di 700 moto che passavano di qui per andare ad un raduno? E la chiusura a fasce orarie al traffico motorizzato, ci consentirà di intercettare un “nuovo” tipo di ciclista». (fdm)

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SUDTIROLO – La scheda

– 520mila abitanti in Sudtirolo:

– 315.000 si dichiarano di lingua tedesca

– 120.000 di lingua italiana

– 65.000 di nessun gruppo linguistico

– 20.000 di lingua ladina

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SUDTIROLO, SALTA LA PACE DEI CARTELLI. ITALIANI E TEDESCHI IN LITE PER I NOMI

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 20/3/2017

BOLZANO – Dopo quasi cento anni in Sudtirolo il nome dei luoghi torna a separare gli italiani dai tedeschi. Il muro linguistico alzato dal fascismo, fino a pochi giorni fa, sembrava a un passo dall’essere abbattuto. Il Novecento, anche in provincia di Bolzano, stava finalmente per chiudersi: una mano tesa dalle autonomie allo Stato, ma pure dal nostro Paese all’Europa.

   Alla prepotenza invece, quando economicamente rende, con il tempo si tende ad affezionarsi. Lo storico “patto sulla toponomastica”, che da mesi mobilita accademici italiani e stranieri, spingendo Senato e Camera a raccogliere firme per «salvare la cultura italiana in Alto Adige», all’ultimo istante è saltato. (…..)

   Tra le Dolomiti però la coloniale guerra dei nomi ormai è riesplosa, il vento dell’odio politico ha ripreso a soffiare, nessuno vuole, o forse può, imporre una giustizia. «Sembrerebbe ovvio — dice lo scrittore Joseph Zoderer — concordare che dopo un secolo italiani, tedeschi e ladini del Sudtirolo hanno il diritto di chiamare i luoghi come sentono più affettuoso. Invece il passo tra la coesistenza e la convivenza non è stato fatto. Se la pace non viene eletta a valore condiviso e il rancore liquida puntualmente ricchi dividendi, quattro generazioni non bastano a rimarginare le ferite dei conflitti».

   All’improvviso gli italiani si sono risvegliati “Walscher” e i tedeschi “crucchi”, ognuno straniero in casa propria. A spaccare in due una delle terre più ricche dell’Occidente, con il 16% del Pil garantito dal turismo internazionale e dal marchio Unesco, sono oggi proprio i nomi della “Grande bellezza”: sentieri, vette, castelli, alpeggi, ruscelli, malghe.

   Per ordine di Mussolini, deciso a italianizzare il Sudtirolo, su oltre 170 mila toponimi originari tedeschi, l’irredentista Ettore Tolomei ne impose circa 8 mila nuovi in italiano. Nel 1946, grazie ad Alcide de Gasperi, fu ripristinato almeno il bilinguismo. Nell’ultimo decennio i segnali alpinistici con il doppio toponimo hanno però cominciato a sparire, sostituiti con cartelli solo in tedesco. La rivolta dei nostalgici nazionalisti italiani, sfociata in un ricorso alla Consulta, ha infiammato il razzismo degli xenofobi separatisti tedeschi: il Sudtirolo è tornato ostaggio della violenza retorica che lo ha sconvolto dopo il 1918. Era così apparso un miracolo l’annunciato accordo tra gli irriducibili della convivenza, incoraggiato dal presidente Sergio Mattarella e possibile grazie al compromesso tra Volkspartei e Pd. Il gruppo tedesco ha riconosciuto il valore storico dei toponimi italiani entrati nell’uso comune, garantendo la loro legittimità. Il gruppo italiano ha accettato che i nomi originari, mai italianizzati, restino solo tali. La lista dei toponimi contestati verrebbe affidata al giudizio dei tecnici, rappresentati alla pari. «Una mediazione epocale — dice il re degli Ottomila Reinhold Messner — e il suo fallimento per la prima volta mi costringe a dire che mi vergogno di essere sudtirolese. La guerra ora è su 100 toponimi di montagne e vallette alpine, poi ridotti a 32. Illustri intellettuali, tratti in inganno, si spendono per salvare lingua e nomi italiani che in Alto Adige nessuno si sogna di mettere in discussione. Ci consideravano un modello per la convivenza, siamo diventati una barzelletta mondiale. Si è arrivati a dire che in pericolo sarebbe la sicurezza degli alpinisti e la possibilità di orientarsi dei turisti. Spero che nessuno abbia più il coraggio di evocare l’immagine di Alex Langer».

  Se lo scontro sui nomi incisi sopra i segnali d’alta quota sostituisce il filo spinato, le epurazioni e le bombe che nel Novecento hanno devastato il Sudtirolo, significa che la pace qui resta solo una, ben retribuita, recita collettiva. Alessandro Urzì, leader della destra italiana, parla di «mattanza identitaria» e di «nuova pulizia etnica». La pasionaria Eva Klotz e Pius Leitner, eroi per Schuetzen e pantirolesi, incitano all’autodeterminazione. Dieci anni fa gli sponsor del conflitto permanente avevano quattro consiglieri provinciali: oggi sono dieci. Ancora minoranza, ma di fatto al comando sui temi cruciali. Asili e scuole restano separati, lavoro e welfare impongono la dichiarazione di appartenenza a un gruppo etnico. Un micro-mondo diviso: solo la Caritas ha avuto il coraggio di riunire tedeschi, italiani e ladini, scegliendo un direttore unico, l’italofono Paolo Valente. «E il paradosso — dice lo storico Arnold Tribus, direttore della Tageszeiutung — è che la popolazione in realtà è molto più avanti dei suoi rappresentanti. Di toponomastica non vuole più sentirne parlare. Italiani e tedeschi si sposano anche nei masi più isolati. I giovani parlano inglese e girano il mondo. Qui stiamo tutti bene e viviamo in pace: fino al momento in cui i professionisti del disagio e della paura non agitano scientificamente gli spettri del passato ».

   Bruxelles, Roma e Vienna sono in allarme e diffidano delle minimizzazioni. Il timore non riguarda il rivelatore fallimento sulla toponomastica, ma l’implosione del «sistema Alto Adige», icona della pacificazione europea. Se riprendere a chiamare «Cima Lasta» solo «Astjoch» destabilizza il confine del Brennero, miliardi di euro in finanziamenti pubblici sono stati buttati per 70 anni e a rischio finisce l’intera sicurezza Ue. «Dobbiamo prendere atto — dice il giurista Francesco Palermo, anima dell’accordo sui toponimi — che il complesso d’inferiorità degli italiani non è superato, come il razzismo etnico di molti tedeschi. Solo l’egoismo è bilingue. Umilia sapere che uno scatto di generosità basterebbe per portare tutti nel futuro».

   L’altoatesino più famoso nel mondo e più venerato a Bolzano è Oetzi, l’Uomo del Similaun. È riemerso dal ghiaccio dopo millenni sul passo Hauslabjoch, toponimo mai tradotto in italiano. È una mummia: fino a ieri sembrava una metafora del presente sudtirolese, oggi minaccia di trasformarsi nella disperata profezia di un destino. (Giampaolo Visetti)

……………………..

da http://www.cimbri7c.com/ 22/6/2017

TESTO DEL CONVEGNO

“QUALE FUTURO PER LA MONTAGNA VENETA?”

RELAZIONE ILLUSTRATIVA

(…) Le minoranze linguistiche nazionali italiane si trovano tutte in territori di montagna: qui, storicamente protette, hanno potuto conservare ed esprimere le proprie peculiarità, in ambiti un tempo di confine tra territori nazionali, oggi luoghi di incontro e preziose cerniere di dialogo tra i popoli che compongono la ricchezza dell’identità Europea, con particolari bisogni di politiche attive che ne salvaguardino il ruolo e l’identità.

   La crescente attenzione per l’importanza delle montagne ha portato l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a dichiarare il 2002 Anno Internazionale delle Montagne. In quell’occasione, l’Assemblea generale dell’ONU ha designato l’11 dicembre di ogni anno, a partire dal 2003, come “Giornata internazionale della montagna”.

   Il più recente tema, quello del 2016, è stato ‘Mountain Cultures: celebrating diversity and strengthening identity’, cioè la promozione della cultura e delle identità dei popoli di montagna, evidenziando ancora una volta come l’identità culturale sia argomento strategico  per le sue importanti ricadute sul piano sociale e turistico-economico, ma come la stessa tutela di quell’identità, oltre che attraverso strumenti specifici di attuazione, non possa che trovare piena espressione solo attraverso previsioni che permettano alle genti di montagna di trovare adeguati supporti atti a sostenere la difficile permanenza in montagna, e costituire un valido sostegno e strumento di modernizzazione dei mezzi di sviluppo e salvaguardia delle zone di montagna, con politiche pubbliche capaci di compensarne le difficoltà geografiche e valorizzarne la qualità di vita, l’impiego e le attività ricreative, e rispondere alle esigenze quotidiane degli abitanti, delle imprese e degli utenti, con particolare attenzione ai servizi pubblici, alla sanità, ai trasporti e alla digitalizzazione.

   A livello italiano finalmente nella Legge di Stabilità 2017 è ritornato il Fondo Nazionale per la Montagna, previsto dalla Legge n. 97 ‘Legge sulla Montagna’ del 31 gennaio 94, che purtroppo negli ultimi anni, a partire dal 2009, era stato eliminato dalla legge di bilancio.

   La legge 97/94, che ha come  obiettivo l’attuazione dell’ultimo comma dell’art. 44 della Costituzione, “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”, e la legge 15 dicembre 1999 n. 482 ‘Norme in materia di tutela del minoranze linguistiche storiche’, che è stata disposta in attuazione dell’art. 6 della stessa Costituzione, “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’, sono entrambe state approvate quasi cinquant’anni dopo quelle disposizioni Costituzionali, mentre nel frattempo le comunità di montagna soffrivano una profonda crisi di sviluppo.

   In particolare la Legge 97/94 non è  stata ancora adeguatamente aggiornata al quadro delle riforme istituzionali che nel tempo il sistema pubblico italiano ha conosciuto, inoltre non è mai stata pienamente applicata per quanto riguarda le previsioni economiche, in quanto la prevista emanazione di adeguati strumenti dispositivi da parte dei  Ministeri competenti non ha mai visto la luce, e di anno in anno tale normativa ha risentito poi di antiquati meccanismi di reperimento delle risorse economiche, legati ad una logica assistenzialistica e centralista, lontani dalle rilevanti trasformazioni in atto nello scenario europeo. Infatti, invece di prevedere il riconoscimento di un gettito erariale e la possibilità per gli enti locali di godere del valore aggiunto fiscale prodotto dallo sfruttamento delle risorse montane, che di fatto determinerebbe l’uscita dei territori montani dal mortificante meccanismo della finanza derivata, l’allocazione delle risorse aggiuntive avviene ancora attraverso un Fondo che deve di anno in anno essere adeguato alle manovre di finanza pubblica, senza una necessaria programmazione pluriennale.

   In altri paesi europei la capacità di produzione normativa relativa alla tutela della montagna è risultata  molto efficiente ed efficace: un esempio a noi vicino, la Francia; nel 1985 il Parlamento francese ha approvato una legge specifica per le regioni di montagna, la ‘Loi Montagne’; ma 30 anni più tardi, considerato che i mutamenti nazionali ed europei,  nonché le ricadute di fenomeni globali, come il cambiamento climatico, hanno messo i territori montani di fronte a nuove sfide, il primo ministro Manuel Valls ha incaricato due deputate, Bernadette Laclais e Annie Genevard, di raccogliere proposte per la revisione della legge sulla montagna e di elaborarle. Iscritto nelle linee guida della “tabella di marcia del Governo per la Montagna”, illustrato a Chamonix nel mese di settembre 2015, il relativo disegno di legge è stato presentato nel luglio 2015 con il titolo: “Un secondo atto per la legge della montagna; per un rinnovato patto tra la Nazione e i territori di montagna”. Poco dopo, martedì 18 ottobre 2016 l’Assemblea nazionale francese ha approvato il progetto di legge ‘Per la modernizzazione, lo sviluppo e la protezione dei territori di montagna’, che rispetto alla ‘Loi Montagne’ in vigore dal 1985 ha introdotto diverse novità, in particolare misure atte a modernizzare la governance dei territori di montagna. Secondo l’articolo 1 della legge, la Repubblica Francese riconosce la montagna come un insieme di territori il cui sviluppo equo e sostenibile costituisce un obiettivo di interesse nazionale: considerate le loro caratteristiche particolari e le problematiche specifiche, lo Stato si è impegnato a incoraggiare il progresso economico di queste zone e a incrementare il turismo culturale ed ambientale utilizzandone al meglio le ricchezze.

   L’attuale disegno di legge  ‘Legge nazionale sui piccoli comuni e la montagna’ in discussione al Parlamento italiano, che nella sostanza va a riformare i contenuti della legge 97/94, contiene interessanti novità: si va dalla promozione della cablatura e della banda larga nei piccoli Comuni all’incentivazione della residenza in montagna; dall’assicurare la qualità e la presenza dei servizi indispensabili come sanità, trasporti, istruzione, servizi postali, risparmio, agli interventi per il recupero dei centri storici a alla tutela del patrimonio ambientale; i Comuni possono promuovere i prodotti tipici locali e indicare anche nella cartellonistica stradale le produzioni tipiche, così come si prevede di facilitare le procedure di cessione di beni immobiliari demaniali a favore di attività e organizzazioni del mondo del non profit; inoltre, grazie all’istituzione di un registro nazionale dei serbatoi di carbonio agroforestali, si  potranno certificare la gestione sostenibile delle foreste, dei suoli agricoli e delle attività di riforestazione, anche in vista del raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Ma quali sono i probabili tempi di approvazione di tale proposta?

Programma Convegno: ‘Quale futuro per la montagna veneta?’

Condividendo le indicazioni del Consiglio d’Europa, il quale riconosce che le montagne costituiscono un eccezionale patrimonio europeo che è opportuno valorizzare e salvaguardare, segnatamente tramite la difesa e la promozione della diversità delle loro popolazioni, e che ciò comporta la garanzia del rispetto e del mantenimento dell’identità sociale, delle tradizioni e della cultura, la ‘Federazione Cimbri 7 Comuni’ (Asiago – Vi) in collaborazione con la ‘Italian-German Journalist Association’ (Bonn – Germany), con il Patrocinio della Regione Veneto e dei Comuni dell’Altopiano di Asiago, organizza il 1 luglio 2017 dalle ore 15, 30 alle ore 18,30 presso il teatro Millepini ad Asiago (Vi) un Convegno per mettere a confronto le modalità di tutela delle aree di montagna nel contesto europeo, fare il punto sull’attuazione della Legge 97/94, nonché capire lo stato dell’arte delle proposte di riforma della stessa Legge attualmente in discussione in Parlamento.

   Nell’occasione si intende anche sostenere la raccolta di firme per la Carta Europea dei prodotti di montagna, promossa dall’Associazione Europea Euromontana, fondata con scopi scientifici e a vocazione internazionale a Roma il 4 marzo 1996 per iniziativa di 14 realtà europee, per migliorare le condizioni di esistenza delle popolazioni di montagna.

   La Carta Europea 2016 è uno strumento per la promozione, la tutela e la valorizzazione del prodotto agroalimentare di qualità, per la quale l’associazione europea Euromontana si impegna da oltre quindici anni. Nel 2016 è stata redatta una nuova versione della Carta per spingere l’Unione Europea a fare di più per la protezione e la promozione di prodotti di montagna di alta qualità, con l’obiettivo di coinvolgere diversi soggetti – dal produttore al consumatore – su azioni concrete di promozione e valorizzazione dei prodotti di montagna e nella creazione di un ambiente favorevole alla produzione di qualità, riconoscendone il valore e la centralità per le popolazioni e i territori montani.

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IL FUTURO E’ IN MONTAGNA

2/4/2017, FEDERICO BORGNA sindaco di Cuneo

da http://federicoborgna.it/2017/

   Per quanto riguarda l’attenzione posta al tema delle aree urbane, nelle quali è immaginato il massimo del potenziale di sviluppo sociale, culturale ed economico nei prossimi anni, al punto che è stato fatto un grandissimo sforzo di immaginazione di nuovi assetti istituzionali e di riconoscimento di forti possibilità finanziarie e normative, mi limito a segnalare alcuni semplici ragionamenti.

   La popolazione mondiale sta crescendo a ritmi estremamente alti, proponendo all’attenzione del dibattito politico il tema ambiente, quale tema non più posponibile. Se da un lato è vero che la crescita della popolazione mondiale potrà condurre verso una maggiore aggregazione nei centri urbani, appare altrettanto vero che sarà necessario porre in essere politiche e strategie capaci di valorizzare al massimo il potenziale ambientale che il sistema è in grado di produrre.

   A questo proposito pare evidente che assumono un ruolo niente affatto marginale le politiche orientate verso il miglioramento della gestione delle aree a maggior potenziale ambientale. Queste aree sono innanzitutto le montagne ed in seconda battuta le zone amministrate prevalentemente da comuni medio piccoli e da province. In quest’ottica si rende necessario rivedere la dotazione finanziaria e normativa di queste istituzioni al fine di creare le migliori condizioni per la loro valorizzazione. (Federico Borgna)

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One thought on “Preservare le DOLOMITI “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ” dall’assalto turistico – La chiusura alle auto e moto del Passo Sella ogni mercoledì estivo è la prova di un futuro nuovo nei passi alpini – Una possibile REGIONE DOLOMITICA sperimenta convergenze, per superare le obsolete regioni e province autonome

  1. jackfb sabato 5 agosto 2017 / 16:05

    Perché regioni e province autonome dovrebbero essere obsolete rispetto ad una fantomatica e anti-storica regione dolomitica? Il bellunese è legato al veneto dalla geografia e dalla storia, non vedo proprio perché dovrebbe finire sotto trento o bolzano. Tra l’altro proprio mentre tali province autonome stanno chiudendo i passi al confine, isolando de facto l’alto bellunese dai collegamenti stradali verso nord.. Il patrimonio delle Dolomiti è da difendere insieme ma per farlo non è necessario cambiare alcun confine. Belluno, come tutte le aree montane non autonome necessita di una buona governance propria, non di finire in mano ad un papa straniero.

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