GLIFOSATE, un pesticida diffuso e contestato: presente in agricoltura e nella nostra alimentazione, nell’era del CIBO GENETICAMENTE MODIFICATO – Gli enti di controllo e ricerca sottoposti all’influenza e pressione delle multinazionali chimiche agroalimentari – Ci sarà un’agricoltura pulita, un’alimentazione sana?

Usato da più di quarant’anni, il GLIFOSATO entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi. TRA IL 1974, data del suo lancio sul mercato, E IL 2014 IL GLIFOSATO IMPIEGATO NEL MONDO È PASSATO DA 3.200 A 825MILA TONNELLATE ALL’ANNO. L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup ready

   Parliamo in questo post di un diserbante “mondiale”, cioè con un utilizzo globale: il GLIFOSATO usato come erbicida in agricoltura, e venduto principalmente dalla multinazionale agroalimentare MONSANTO (che lo ha “inventato” nei primi anni ’70 del secolo scorso).

   Inizialmente, nei primi anni del suo utilizzo (40 anni fa), era usato prima di effettuare la semina, per togliere le erbacce. Ora invece, che vengono usati sementi geneticamente modificati resistenti a questo erbicida, può essere usato (e viene ampiamente usato!) anche dopo la semina, per tenere “puliti” i campi.

Giovedì sera 20 luglio a Conegliano Veneto hanno sfilato circa 500 persone per dire no all’uso dei fitofarmaci, e il bersaglio sono diventate le bollicine del Prosecco. Striscioni, fiaccole e slogan. Nasce un comitato per chiedere di vietare per legge i trattamenti chimici. Il Movimento “No pesticidi” vuole un referendum per abolire tutti i prodotti chimici in agricoltura (foto da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017)

   Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto (ma non solo), che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida.

   E’ interessante questa connessione tra prodotto pesticida e semente geneticamente modificata resistente al pesticida: cioè “non preoccupatevi, potete usarlo, questo diserbante che abbiamo inventato, anche dopo la semina: la pianta, con la semina che abbiamo inventato, resisterà al veleno che eliminerà tutto il resto…”.

Il GLIFOSATO è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma fu COMMERCIALIZZATO come diserbante per l’agricoltura solo NEGLI ANNI SETTANTA, dalla MONSANTO. INIZIALMENTE era impiegato soprattutto PRIMA DELLA SEMINA per liberare i campi dalle erbacce. DA QUANDO ESISTONO LE PIANTE GENETICAMENTE MODIICATE RESISTENTI AL GLIFOSATO, questo diserbante può essere usato ANCHE DOPO LA SEMINA. Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto, che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida. Nel 2000 il brevetto detenuto dall’azienda statunitense è scaduto, e questo ha favorito la diffusione del glifosato in tutto il mondo: nel 2014 ne sono state prodotte circa 825mila tonnellate. Oggi il glifosato è prodotto da circa cento aziende in 130 paesi. Il glifosato è stato autorizzato negli Stati Uniti dall’Environmental protection agency e in Europa dalla Commissione europea, che lo ha approvato una prima volta nel 2002. Una nuova valutazione di Bruxelles era attesa per il 2015, ma è stata rimandata più volte. Il 3 febbraio 2016 il parlamento europeo ha approvato una mozione in cui invitava la Commissione europea a vietare l’uso di tre varietà di soia geneticamente modificata resistente al glifosato negli alimenti e nei mangimi. Nel giugno del 2016 Bruxelles ha pro prorogato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino al 31 dicembre 2017 e allo stesso tempo ha chiesto un pronunciamento all’Agenzia chimica europea (Echa). Il 15 marzo 2017 l’Echa ha giudicato “sicuro” il Roundup, il diserbante della Monsanto basato sul glifosato. Il suo studio servirà alla Commissione come base per far ripartire le discussioni sul glifosato e cercare di prendere una decisione entro la fine del 2017. Greenpeace ha accusato diversi ricercatori dell’Echa, compreso il responsabile dello studio sul glifosato, di conflitto d’interessi, dal momento che in passato hanno lavorato come consulenti per l’industria chimica. (Le Monde, The Guardian, Internazionale)

   Da quando alcuni centri di ricerca hanno attestato che può essere cancerogeno, ci sono state delle limitazioni e delle proibizioni. Ma è un diserbante ora così diffuso che si teme possa essere fuori controllo il suo uso (se pensiamo anche che i prodotti alimentari arrivano da tutto il mondo…).

   Pertanto è sostanza che si usa ancora moltissimo, in modo generalizzato. E se utilizzato con quantità importanti, penetra anche nella falda acquifera. Lo usavano molto anche le aziende private, per esempio le ferrovie lungo i binari. E gli enti pubblici, prima del divieto dell’anno scorso, lo irroravano tranquillamente sulle aiuole e lungo i marciapiedi. È un erbicida sistemico: quando viene sparso, non viene assorbito dalle radici ma entra in circolo nella pianta. Per questo è efficace: basta bagnare una foglia per uccidere l’intera pianta. Lo utilizzavano anche i Consorzi di Bonifica per pulire i canali dell’acqua, ma questo solo fino a una decina di anni fa.

CIRC, LIONE – Il CENTRO INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (CIRC) con sede a LIONE.(…) . Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (Oms), il compito principale del Circ è INDIVIDUARE E CATALOGARE LE SOSTANZE CANCEROGENE, ma ora QUEST’IMPORTANTE ISTITUZIONE COMINCIA A VACILLARE SOTTO IL PESO DEGLI ATTACCHI. Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015. Quel giorno il Circ annuncia le conclusioni della sua “MONOGRAFIA 112” (sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici) lasciando tutto il mondo sbalordito: IL CIRC CONSIDERA IL DISERBANTE PIÙ USATO AL MONDO GENOTOSSICO (cioè capace di danneggiare il dna), CANCEROGENO PER GLI ANIMALI E “PROBABILMENTE CANCEROGENO” PER GLI ESSERI UMANI. La sostanza in questione, il GLIFOSATO, è il principale componente del ROUNDUP, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la MONSANTO, un mostro sacro dell’agrochimica. (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Fa venire in mente l’uso allargato, generalizzato, fino a qualche decennio fa, della polvere di amianto. Fino ad accorgersi della letale conseguenza cancerogena. Ma qui la situazione è diversa, perché tanti studiosi non credono alla pericolosità di questo pesticida.

L’EUROPA SALVA IL GLIFOSATE MA LA MARCA TREVIGIANA LASCIA I DIVIETI – La Commissione Europea vuole rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione all’utilizzo del GLIFOSATE, molecola contenuta in molti diserbanti di comune utilizzo e responsabile delle caratteristiche “strisce arancioni” che in primavera colorano colline e aiuole. (…)…Sindaci e Consorzi del Prosecco trevigiani si chiedono se davvero fosse il caso, come hanno fatto nei mesi scorsi, di vietare il diserbo a base della molecola incriminata. Dalla Marca e DALLE COLLINE DEL PROSECCO, però, FANNO CAPIRE CHE INDIETRO NON SI TORNA: «Cancerogeno o meno, il glifosate è il simbolo dell’agricoltura che non ci piace, fatta di chimica e interventi invasivi». (Andrea De Polo, “la Tribuna di Treviso” del 20/7/2017)

   Tant’è che è possibile che la Commissione Europea autorizzi nei prossimi mesi la proroga per dieci anni all’utilizzo del GLIFOSATE (accadrà questo solo se riuscirà a convincere una maggioranza qualificata degli Stati membri della Ue).

   E comunque, come dicevamo, nei giorni scorsi (siamo nel luglio 2017 che scriviamo) sia la comunità scientifica che la Commissione Europea avevano in qualche modo “assolto” il glifosate, sostenendo che non è cancerogeno come invece sostenuto ad esempio (riprendiamo un articolo-reportage-inchiesta in questo senso in questo post) dal CIRC (Centro internazionale per la ricerca sul cancro) di Lione; e come pare possa accadere con la ricerca portata avanti dal maggio 2016 dall’Istituto Ramazzini di Bologna.    E’ vero che il glisofate, pur diffuso globalmente, è già stato bandito nel nostro Paese per l’utilizzo nelle aree pubbliche (ad esempio per la “pulizia” delle aiuole dalle erbacce, sui cigli delle strade…) e la stessa Coldiretti ne stigmatizza l’impiego. Tant’è che incomincia ad essere, questo prodotto, meno presente nei consorzi agrari.

GLISOFATO NEL CIBO – GLIFOSATO, DOVE SI TROVA? – In Italia il glifosato è stato rinvenuto in PASTA e BISCOTTI ma fortunatamente in termini di tracce quindi non è previsto alcun ritiro dei prodotti dal mercato perché la quantità rinvenuta dovrebbe essere “entro i limiti di legge”. In particolare, i residui sono stati rinvenuti in prodotti come CORN FLAKES, FARINE, BISCOTTI, PASTA E FETTE BISCOTTATE. La presenza di glifosate nei prodotti esaminati fa capire che i residui (sempre nei limiti di legge) testimoniano una contaminazione molto diffusa, quasi ubiquitaria, quindi è difficile suggerire degli alimenti da evitare. GLIFOSATE NELL’ACQUA DEL RUBINETTO. L’Unione Europea ha chiesto a tutti i Paesi di eseguire dei TEST per rilevare la probabile presenza di glifosate nell’acqua potabile che scorre dai nostri rubinetti. Nessuna Regione Italiana, purtroppo, ha analizzato la presenza di glifosate nelle acque potabili (di rubinetto) quindi non è possibile stabilire se il glisolate sia presente nell’acqua potabile ne’ in che quantità. (DA http://www.ideegreen.it/ )

   Però, se anche fosse che associazioni di categoria agricola e autorità territoriali lo proibiscono, è assai probabile che il glifosate arriva lo stesso: ad esempio in alimenti e cibi importati dall’estero, in altri Paesi europei, oppure come ad esempio nei rapporti commerciali europei appena instaurati con il Canada (l’accordo commerciale CETA, “Comprehensive Economic and Trade Agreement”), attraverso ad esempio l’importazione di cereali da quel Paese d’oltreoceano.

IL SITO UFFICIALE – Roundup® è un diserbante fogliare, sistemico, non selettivo. Fogliare, perché viene assorbito dalle parti verdi della pianta. Sistemico, poiché una volta penetrato, il principio attivo si muove verso i punti di attiva crescita (meristemi), causando una lenta morte della pianta dalle sue radici più profonde per mancanza di amminoacidi essenziali. Non selettivo, poiché esso distrugge ogni organismo vegetale. CONTINUA SU https://www.roundup.it/il_glifosate.php

   Nelle aree di produzione agro-alimentare c’è un sostanziale impegno a non usarlo più. Ad esempio, nell’area veneta di produzione del prosecco, non lo si utilizza. Pare di capire che sostanze chimiche di così largo utilizzo mondiale e di assai dubbia salubrità, cominciano a far paura prima di tutto proprio agli agricoltori, che forse capiscono la portata del pericolo sanitario, sulla salute delle persone, dei consumatori, cioè di tutti.

IL GLIFOSATE, ERBICIDA RESPONSABILE DELLE COSIDDETTE “STRISCE ARANCIONI” è utilizzato, in alcuni terreni agricoli, con una media di un litro per ettaro, una volta all’anno. Più che tra i filari di viti, per estirpare le erbacce, si utilizza per preparare il terreno nei “set-aside”, i campi lasciati a riposo prima del cambio di coltura. COLDIRETTI ha più volte proposto alternative meccaniche al diserbo. (foto: diserbo nell’uliveto, da http://www.osservatoriodellagodibolsena.blogspot.it )

   Dall’altra la reazione delle multinazionali per dimostrare che il loro prodotto non fa male è molto forte, pressante, fino a tentare di bloccare finanziamenti agli istituti di ricerca. E il mondo della ricerca ha bisogno di finanziamenti per poter sopravvivere: per questo l’Istituto Ramazzini di Bologna fa conto in particolare del contributo di molti soci, come persone fisiche (libere da vincoli e preoccupate della salute loro e dei loro famigliari), cittadini che chiedono salute e chiarezza.

GLIFOSATO: L’ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA (NELLA FOTO LO STAFF DEI RICERCATORI) HA AVVIATO UNO STUDIO INDIPENDENTE, CIOE’ FINANZIATO DAI SUOI 27MILA SOCI – Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il COLLEGIUM RAMAZZINI (BOLOGNA) è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale. (…..) NEL MAGGIO DEL 2016 IL RAMAZZINI HA AVVIATO UNO STUDIO DI TOSSICOLOGIA A LUNGO TERMINE SUL GLIFOSATO. Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori. La responsabile delle ricerche del Ramazzini, FIORELLA BELPOGGI, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde. “Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.(….) (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Pertanto assistiamo a multinazionali di prodotti chimici di dubbia salubrità che riescono a coinvolgere pure quotati studiosi che, spesso, vivono un doppio legame con il business agroalimentare fatto di collaborazioni passate e presenti con la stessa multinazionale chimica (collaborazioni ben remunerate); che fanno venire dubbi sulla loro neutralità di giudizio e di pensiero. Problematiche serie sulla sicurezza e tutela della salute, che anch’esse ora sono diventate più che mai tematiche globali, senza confini. (s.m.)

…………………………..

SALVE, SONO IL GLIFOSATO, IL TUO PESTICIDA PREFERITO

di Isabella Pratesi, 3/5/2017, da http://www.huffingtonpost.it/

“Ci incontriamo ogni giorno e conosco il tuo organismo organo per organo. Mi accumulo nei tuoi tessuti un pochino per volta. Mi chiamano erbicida, oppure pesticida. Ma quello che è certo è che sono la sostanza più a buon mercato e diffusa per garantire produzioni agricole confacenti alle aspettative del mercato!

Tu non mi vedi, ma io ci sono. Sono nella pasta, nelle patate, nei biscotti, nella frutta… ti sono sempre vicino. D’altronde mi considero il migliore dei campi in Italia e nel mondo. Sono così efficace perché sono spietato con tutte le forme di vita! Faccio strage di piante selvatiche, pesci, anfibi, insetti e altri piccoli animali.

Non opero solo nei terreni agricoli, ma anche lungo le strade e le ferrovie, nei giardini pubblici e privati: il vento, le acque, le irrorazioni mi possono portare molto lontano e posso così raggiungere fiumi, centri abitati, cittadini, bambini.

L’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sospetta che sono molto tossico per tutta la vita acquatica e cancerogeno per gli animali.

Alcune ricerche mi mettono in correlazione con l’aumento di incidenza delle leucemie infantili, linfomi, malattie neuro-degenerative (parkinson in testa). Ma grazie a Dio questo non sembra minare la grande fiducia del mercato nei miei confronti: sono ancora il pesticida più venduto in Italia e nel mondo.

La mia migliore alleata si chiama PAC (Politica Agricola Comune: sono i fondi agricoli comunitari che oggi premiano gli agricoltori che mi utilizzano più di quanto premiano chi pratica l’agricoltura biologica e riesce a produrre cibo senza il mio aiuto… vi sembra poco? Non fatevi intimorire da chi usa lo spauracchio della salute. Lasciate che possa continuare a vivere accanto a voi, vicino vicino.

Sono il glifosato, il tuo pesticida di fiducia!”

   Sarebbe questa la letterina di ringraziamento che ci scriverebbe il glifosato, erbicida “totale” originariamente creato dalla Monsanto e in libera produzione ormai da ben 16 anni. Un ringraziamento sentito, da parte di questo micidiale composto chimico, soprattutto per la valanga di soldi (nostri) che gli vengono regalati.

   I soldi dei cittadini europei continuano infatti con la PAC a promuovere pratiche agricole che inquinano l’acqua, l’aria e il suolo, distruggendo la vita e mettendo in pericolo la salute di noi tutti. Questa è l’agricoltura oggi in Europa.

   Per cambiarla è stata lanciata anche in Italia la Campagna europea per la riforma della PAC (…).

   Per chiedere all’Unione europea di non rinnovare l’autorizzazione all’uso del diserbante glifosato è possibile firmare la petizione dei cittadini europei sul sito Stop Glyphosate.

   Cambiare l’agricoltura in Europa è ancora possibile. Dobbiamo però far sentire forte la nostra voce di cittadini aderendo alla Campagna #cambiamoagricoltura.

   Firmiamo subito contro il glifosato, per un’agricoltura che non avveleni!

(ISABELLA PRATESI è direttore del programma di conservazione del WWF)

…………………………

IL CASO

IN 500 CONTRO I PESTICIDI «E ORA IL REFERENDUM»

di Diego Bortolotto, da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017

– Massiccia adesione alla protesta di Conegliano: striscioni, fiaccole e slogan Nasce un comitato per chiedere di vietare per legge i trattamenti chimici –

   Il Movimento “No pesticidi” vuole un referendum per abolire tutti i prodotti chimici in agricoltura. Giovedì sera nella Città del Cima (Conegliano Veneto, ndr) hanno sfilato circa 500 persone per dire no all’uso dei fitofarmaci, e il bersaglio sono diventate le bollicine del Prosecco.

   Sono arrivati da tutta la Marca vari gruppi ambientalisti, mamme, papà e nonni che vogliono il cento per cento di coltivazioni biologiche, in particolare nei filari del Prosecco. Per questo sarà creato un comitato referendario che proporrà una prima consultazione proprio a Conegliano: «Vietare completamente l’utilizzo dei pesticidi chimici di sintesi sul territorio comunale» sarà il quesito. Il progetto è già stato presentato al sindaco Fabio Chies, che giovedì sera era assente per altri impegni e ha delegato la vice Gaia Maschio e l’assessore Gianbruno Panizzutti.

   Secondo quanto prevede lo statuto comunale di Conegliano, la proposta dovrà essere vagliata da un collegio dei garanti (formato da un magistrato del tribunale di Treviso, un giudice amministrativo e un difensore civico del Veneto). Quindi dovranno essere raccolte firme di almeno l’8 per cento degli aventi diritto al voto, ovvero 2. 200 persone. Poi a Conegliano si andrà alla votazione, forse tra un anno. Come ha spiegato l’avvocato del comitato, Riccardo Sossai, candidato lo scorso giugno con la Lega come sindaco di Santa Lucia di Piave, il referendum sarà consultivo ma consegnerà un impegno preciso all’amministrazione comunale in caso di vittoria del “Sì”.    Alla guida del Movimento “No pesticidi”, il Comitato Colli puri Collalbrigo con l’ex deputato leghista, fondatore della Life e sostenitore dell’indipendentismo Veneto, l’imprenditore Fabio Padovan. «Il referendum a Conegliano è un primo passo – spiega Padovan – chiederemo una cancerogenesi ambientale per uno studio sull’incidenza di alcune patologie riferibili all’esposizione di pesticidi, da affidare a un istituto privato, il Ramazzini di Bologna». Il comitato non si fida dei dati e degli studi dell’Usl2 (quando ancora a Conegliano era Usl7), che ribadiscono come la speranza di vita nelle colline del Prosecco sia la più elevata in Veneto e vi siano al contrario bassa incidenza e mortalità per tumori.

   Alla manifestazione di giovedì, con le fiaccole, gli striscioni di protesta e le mascherine, hanno partecipato vari esponenti politici, tra cui i consiglieri del Pd di Conegliano e un gruppo di Rifondazione Comunista. Alla fiaccolata anche il consigliere regionale e vice presidente della Commissione ambiente, Andrea Zanoni (Pd): «La giunta regionale dovrebbe raccogliere le istanze della società civile. Tante persone si sono preoccupate per la propria salute e quella dei loro figli, a causa del continuo aumento delle sostanze chimiche di sintesi dovuto al boom degli impianti di Prosecco. Non c’era nessuna volontà di contrapposizione, ma la richiesta, che è quella che faccio anch’io, di coniugare il diritto alla salute dei cittadini con quello dei viticoltori di svolgere il proprio mestiere». (Diego Bortolotto)

….

COLDIRETTI 

«NON ACCUSATE SOLO IL VINO: IL GLIFOSATE IN DIVERSI CIBI»

di Andrea De Polo, da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017

   Autunno caldo sul fronte pesticidi: la Commissione Europea autorizzerà la proroga per dieci anni all’utilizzo del GLIFOSATE, il potente erbicida, solo se riuscirà a convincere una maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Ue. Nei giorni scorsi sia la comunità scientifica che la Commissione Europea avevano in qualche modo “assolto” il glifosate, sostenendo che non fosse cancerogeno come sostenuto fino ad ora.

   Nella Marca l’utilizzo è già bandito per le aree pubbliche, mentre Coldiretti ne stigmatizza l’impiego e non è così facile trovarlo nei consorzi agrari. A prescindere dalla decisione dell’Unione Europea, quindi, a Treviso non si tornerà indietro.

   «Il problema semmai è un altro: rischiamo di ritrovarcelo in alimenti e cibi che arrivano dall’estero», spiega Walter Feltrin, presidente di Coldiretti. «Prendiamo il caso dell’accordo commerciale Ceta con il Canada: si rischia di importare una serie di cereali prodotti in quel Paese, singolarmente o all’interno di altri cibi, quando in Canada nella fase di invaiatura vengono sparsi in media dai 5 ai 7 litri di glifosate per ettaro per favorire l’essicatura, quando da noi ci pensa semplicemente il clima mediterraneo».

   Coldiretti ha più volte proposto alternative meccaniche al diserbo: nella Marca infatti l’erbicida responsabile delle cosiddette “strisce arancioni” è utilizzato, in alcuni terreni agricoli, con una media di un litro per ettaro, una volta all’anno. Più che tra i filari di viti, per estirpare le erbacce, si utilizza per preparare il terreno nei “set-aside”, i campi lasciati a riposo prima del cambio di coltura. Altra pratica vista senza troppa simpatia da Coldiretti.

   «In ogni caso, si tratta di una sostanza che si usa ancora moltissimo», sottolinea Feltrin, «lo fanno anche le aziende private, per esempio le ferrovie lungo i binari. E gli enti pubblici, prima del divieto dell’anno scorso, lo irroravano tranquillamente sulle aiuole e lungo i marciapiedi. È un erbicida sistemico: quando lo spargo, non viene assorbito dalle radici ma entra in circolo nella pianta. Per questo è efficace: basta bagnare una foglia per uccidere l’intera pianta. Lo utilizzavano anche i Consorzi di Bonifica per pulire i canali dell’acqua, ma questo fino a una decina di anni fa. La cosa peggiore è che, se utilizzato con quantità importanti, penetra nella falda acquifera». Un «no» che nei giorni scorsi era stato ribadito anche dai Consorzi di Tutela del vino e dalle amministrazioni comunali. (Andrea De Polo)
…………………….

http://www.airc.it/cancro/disinformazione/glifosato-erbicida-cancerogeno/

………………………..

GLIFOSATO, L’ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA ANNUNCIA “RICERCA INDIPENDENTE”

da “la Repubblica” del 12/3/2016

– Sarà sostenuta con risorse proprie e l’impegno dei 27mila soci –

   Una ricerca indipendente sul glifosato: la ha avviata il centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna. L’annuncio è stato dato dalla direttrice Fiorella Belpoggi.

   L’erbicida, tra i più diffusi a livelli mondiale, la cui produzione sfiora il milione di tonnellate/anno, è accusato di favorire l’insorgenza dei tumori. L’Agenzia di ricerca sul cancro dell’Oms (Iarc) lo ha classificato come probabile cancerogeno, mentre l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza degli alimenti con sede a Parma, sostiene che le prove non sarebbero ancora sufficienti per dichiararne con sicurezza la cancerogenicità.

   È in questa situazione che la Commissione europea ha deciso di posticipare la decisione sul rinnovo dell’autorizzazione per l’utilizzo del glifosato per altri 15 anni, rinnovo che vede l’Italia e altri paesi decisamente contrari.    Il presidente del Ramazzini, Simone Gamberini, chiede a istituzioni pubbliche, imprese, associazioni e singoli cittadini di sostenere la ricerca.

   “Vista l’incertezza, è comunque necessario applicare il principio di precauzione e limitare al massimo l’esposizione a questa sostanza per evitare danni alla salute – afferma lo staff del centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni –. Al tempo stesso è fondamentale comprendere appieno se esistano davvero effetti cronici di questa sostanza, oltre al cancro. L’incertezza scientifica produce solo confusione, dispendio di energie e di denari e nessun beneficio in termini di salute pubblica. Se una sostanza è cancerogena, solo il bando globale può evitare l’esposizione”.

   Le maggiori preoccupazioni – spiega l’Istituto Ramazzini in una nota – riguardano i bambini, esposti durante la gestazione attraverso la placenta, alla nascita attraverso il latte materno, e durante la crescita possono poi venire a contatto ogni giorno con cibo, aria e acqua contaminati che alterano il normale sviluppo del sistema endocrino; queste esposizioni precoci possono provocare malattie degenerative di vario tipo (infertilità, diabete, ecc., fino al cancro).

   “Per superare la situazione di incertezza scientifica riguardante il glifosato – annuncia Belpoggi – l’Istituto Ramazzini comincerà uno studio sperimentale in vivo per validare il metodo di dosaggio nelle matrici biologiche quali sangue, urine e tessuti, valutare effetti tossici sugli organi bersaglio; definire dosi e metodi da adottare nello studio di cancerogenicità il cui inizio è programmato per il 2017”.

   L’Istituto si sta occupando del glifosato da 4 anni: scienziati di tutto il mondo hanno collaborato alla stesura del protocollo che permetterà di valutare e identificare con un unico esperimento e un evidente risparmio di animali sperimentali (ratti), i rischi correlati al glifosato a dosi paragonabili a quelle attualmente ammesse nell’uomo sia negli Usa che in Europa (dosi oggi considerate senza rischio).

   Verrà utilizzato un modello uomo equivalente dove l’esposizione inizierà durante la gestazione delle madri; saranno valutati gli effetti tossici anche in termini di espressione genica e i parametri relativi alla fertilità, ai difetti dello sviluppo, ai trend di crescita. Ed infine saranno valutate le eventuali differenze dell’incidenza dei tumori correlate al trattamento con glifosato.

   “Qualunque sia il risultato dello studio – sottolinea la dottoressa Belpoggi – Iarc ed Efsa avranno a disposizione risultati solidi e indipendenti su cui basare un’adeguata valutazione del rischio”.    “Questo studio potrà essere avviato grazie all’impegno dei 27mila socidella cooperativa sociale onlus Istituto Ramazzini – dichiara il presidente del Ramazzini, Simone Gamberini – : si può affermare che la cooperazione italiana in questo caso si prenda in carico la soluzione di un problema globale. Oltre a quelle dell’Istituto Ramazzini, altre forze dovranno scendere in campo. Il richiamo alla raccolta di fondi per concludere questa ricerca è rivolto a tutti: istituzioni pubbliche, imprese, associazioni e singoli cittadini”.

………………………

LE BUGIE DELLA MONSANTO

di STÉPHANE FOUCART e STÉPHANE HOREL, da “LE MONDE”, Francia

– (ripreso da INTERNAZIONALE del 21/7/2017

www.internazionale.it/ ) –

– Da due anni la multinazionale cerca di screditare chiunque sostenga che il glifosato, l’ingrediente principale del suo diserbante più venduto, provoca il cancro. L’inchiesta –

   “In passato siamo già stati attaccati e calunniati, ma questa volta siamo al centro di un’offensiva senza precedenti per portata e durata”.

   Christopher Wild si risiede rapidamente e smette di sorridere. Dal suo ufficio al Centro internazionale per la ricerca sul cancro (Circ) si vedono i tetti di Lione. Wild, il direttore del Circ, ha soppesato attentamente ogni parola, con la gravità richiesta dalla situazione.

   Da due anni, infatti, l’istituzione che dirige è al centro di un duro attacco: la credibilità e l’integrità del suo lavoro sono criticati, i suoi esperti denigrati e attaccati per vie legali, i finanziamenti ostacolati. Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il compito principale del Circ è individuare e catalogare le sostanze cancerogene, ma ora quest’importante istituzione comincia a vacillare sotto il peso degli attacchi.

   Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015. Quel giorno il Circ annuncia le conclusioni della sua “Monografia 112” (sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici) lasciando tutto il mondo sbalordito.

   Al contrario della maggior parte delle agenzie, il Circ considera il diserbante più usato al mondo genotossico (cioè capace di danneggiare il dna), cancerogeno per gli animali e “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani. La sostanza in questione, il GLIFOSATO, è il principale componente del ROUNDUP, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la Monsanto, un mostro sacro dell’agrochimica.

   Usato da più di quarant’anni, il glifosato entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi. Tra il 1974, data del suo lancio sul mercato, e il 2014 il glifosato impiegato nel mondo è passato da 3.200 a 825mila tonnellate all’anno. L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup ready.

   La Monsanto rischia addirittura di non sopravvivere se l’uso di questa sostanza sarà limitato o proibito del tutto. L’azienda statunitense ha sviluppato il glifosato e ne ha fatto la base del suo modello economico. Ha costruito la sua fortuna vendendo il Roundup e i semi che lo tollerano.

   Così, quando il Circ annuncia che il glifosato è “probabilmente cancerogeno”, la Monsanto reagisce con una violenza inaudita. In un comunicato critica la junk science (scienza spazzatura) del Circ, parla di una “selezione distorta” di “dati limitati”, fatta in base a “motivazioni nascoste”, che portano a una decisione presa solo dopo “qualche ora di discussione nel corso di una riunione di una settimana”.

   Mai un’azienda aveva messo in discussione in modo così brutale l’integrità di un’agenzia legata alle Nazioni Unite. L’offensiva della Monsanto è cominciata, almeno quella che si propone d’influenzare l’opinione pubblica.

   In realtà la Monsanto sa bene che questa valutazione del glifosato è stata fatta da un gruppo di esperti dopo un anno di lavoro e dopo una riunione durata diversi giorni a Lione. Le procedure del Circ prevedono inoltre che le aziende legate al prodotto esaminato abbiano il diritto di assistere alla riunione finale.

   Per la valutazione del glifosato, infatti, la Monsanto ha inviato un “osservatore”: l’epidemiologo Tom Sorahan, professore dell’università di Birmingham, nel Regno Unito. Il rapporto che lo scienziato stila il 14 marzo 2015 per i suoi committenti conferma che tutto si è svolto nei modi previsti. “Il presidente del gruppo di lavoro, i copresidenti e gli esperti invitati alla riunione sono stati molto cordiali e disposti a rispondere a tutte le mie richieste di chiarimento”, scrive Sorahan in una lettera inviata a un dirigente della Monsanto.

   La lettera figura nei cosiddetti “Monsanto papers”, un insieme di documenti interni dell’azienda che la giustizia statunitense ha cominciato a rendere pubblici all’inizio del 2017 nell’ambito di un procedimento giudiziario in corso.

   “La riunione si è svolta rispettando le procedure del Circ”, aggiunge l’osservatore dell’azienda statunitense. “Il dottor Kurt Straif, il direttore delle monografie, ha una grande conoscenza delle regole in vigore e ha insistito perché fossero rispettate”. Del resto Sorahan – che non ha risposto alle domande di Le Monde – sembra molto imbarazzato all’idea che il suo nome sia associato alla risposta della Monsanto: “Non vorrei apparire in alcun documento dell’azienda”, scrive, ma allo stesso tempo offre il suo “aiuto per formulare” l’inevitabile contrattacco che il gruppo organizzerà.

   Qualche mese dopo, infatti, tutti gli scienziati non statunitensi del gruppo di esperti del Circ sul glifosato ricevono una lettera inviata da Hollingsworth, lo studio legale della Monsanto, che intima di consegnare tutti i file legati al loro lavoro per la “Monografia 112”: bozze, commenti, tabelle, tutto quello che è passato attraverso il sistema informatico del Circ. “Se dovesse riiutare”, avvertono gli avvocati, “le chiediamo di prendere tutte le misure ragionevoli in suo potere per conservare questo materiale intatto, in attesa di una richiesta formale ordinata da un tribunale degli Stati Uniti”.

   “La vostra lettera è intimidatoria e pericolosa”, scrive uno degli scienziati nella sua risposta del 4 novembre 2016. “Trovo la vostra procedura criticabile e priva di ogni riguardo, anche in base agli standard contemporanei”. Il patologo Consolato Maria Sergi, professore dell’università dell’Alberta, in Canada, aggiunge: “La vostra lettera è dannosa, perché cerca di provocare volutamente ansia e apprensione in un gruppo di studiosi indipendenti”.

   Sugli esperti statunitensi del gruppo si esercitano pressioni con altri mezzi, ancora più “intimidatori”. Negli Stati Uniti il Freedom of information act (Foia), la legge sulla libertà d’informazione, permette a qualunque cittadino, nel rispetto di determinate condizioni, di chiedere l’accesso ai documenti prodotti dalle istituzioni e dai loro funzionari, come gli appunti, le email e i rapporti interni.

   Secondo le informazioni in possesso di Le Monde, gli studi legali Hollingsworth e Sidley Austin presentano cinque richieste.

   La prima nel novembre del 2015 ai National institutes of health (Nih), l’agenzia del dipartimento della salute statunitense a cui appartengono due esperti del gruppo. Per gli altri ricercatori vengono fatte richieste all’Agenzia californiana per la protezione dell’ambiente (CalEpa), alla Texas A&M university e all’università statale del Mississippi. In seguito alcune di queste istituzioni sono addirittura citate dagli avvocati della Monsanto nei procedimenti giudiziari sul glifosato e sono costrette a consegnare alcuni documenti interni.

   L’obiettivo di queste manovre intimidatorie è far tacere le critiche?

   Alcuni scienziati di fama mondiale, di solito disponibili a parlare con i mezzi d’informazione, hanno preferito non rispondere a Le Monde, nemmeno attraverso semplici incontri informali. Altri hanno accettato di parlare per telefono su una linea privata e fuori dagli orari d’ufficio. I parlamentari statunitensi non hanno bisogno di fare ricorso al Foia per chiedere informazioni alle istituzioni scientifiche federali. Il repubblicano Jason Chafetz, che presiede la commissione della camera statunitense per il controllo e la riforma dello stato, scrive al direttore dei Nih, Francis Collins, il 26 settembre 2016. Gli ricorda che le scelte del Circ “hanno suscitato molte polemiche” e che, nonostante un “passato ricco di polemiche, ritrattazioni e incoerenze”, l’istituto beneficia di “significativi finanziamenti pubblici” statunitensi attraverso l’agenzia.

   In effetti 1,2 milioni di euro sui 40 milioni del bilancio annuale del Circ provengono dai Nih. Il deputato chiede quindi a Collins chiarimenti e giustificazioni sulle spese dell’agenzia legate al Circ.

   Il giorno stesso quest’iniziativa viene elogiata dall’American chemistry council (Acc), la potente lobby dell’industria chimica statunitense di cui fa parte anche la Monsanto: “Speriamo che sia fatta luce sulla stretta e opaca relazione” tra il Circ e le istituzioni scientifiche statunitensi, si legge in un documento. Senza dubbio l’Acc ha trovato in Chafetz un alleato prezioso.

   Già nel marzo del 2015 il deputato repubblicano aveva scritto alla direzione di un altro organismo di ricerca federale – il National institute of environmental health sciences (Niehs) – per chiedergli informazioni sulle ricerche relative agli effetti nocivi del BISFENOLO A, un elemento molto diffuso in alcune plastiche.

La qualità del lavoro

Tagliare i fondi è senz’altro il mezzo migliore per bloccare un’istituzione. Nei mesi successivi alla pubblicazione della Monografia 112 la Croplife International, l’organizzazione che difende a livello mondiale

gli interessi dei produttori di pesticidi e sementi, contatta i rappresentanti di alcuni dei 25 paesi riuniti nel consiglio direttivo del Circ per lamentarsi della qualità del lavoro dell’agenzia. Il problema è che questi “stati partecipanti” contribuiscono per circa il 70 per cento al bilancio dell’istituto.

   Secondo il Circ, vengono contattati almeno Canada, Paesi Bassi e Australia. Nessuno dei rappresentanti di questi paesi ha voluto rispondere a Le Monde.

   Nella saga del glifosato appaiono anche alcuni personaggi che sembrano usciti da un romanzo di John Le Carré. Nel giugno del 2016 un uomo che si presenta come giornalista, ma che non è iscritto ad alcun albo professionale, partecipa alla conferenza organizzata dal Circ a Lione per il suo cinquantesimo anniversario. Contattando scienziati e funzionari internazionali, parla con molte persone del Circ, dei suoi finanziamenti, del suo programma di monografie. “Mi ha fatto pensare a quelle persone ambigue che s’incontrano negli ambienti delle organizzazioni umanitarie. Non si sa chi sono, ma si capisce che cercano di ottenere informazioni”, ha raccontato una delegata della conferenza che ha preferito mantenere l’anonimato.

   Alla fine di ottobre del 2016 l’uomo si fa rivedere, questa volta alla conferenza annuale organizzata dall’ISTITUTO RAMAZZINI, un famoso e rispettato istituto di ricerca indipendente sul cancro con sede a Bologna.

   PERCHÉ AL RAMAZZINI? Forse a causa di un annuncio fatto qualche mese prima dall’istituto italiano su uno studio sul potere cancerogeno del glifosato. Il presunto giornalista si chiama Christopher Watts e fa domande sull’autonomia dell’istituto e sulle sue fonti di finanziamento.

   Dal momento che usa un’email che termina con “@economist.com”, i suoi interlocutori non mettono in dubbio il suo legame con il prestigioso settimanale britannico The Economist. Agli scienziati che gli chiedono spiegazioni dice di lavorare per l’Economist Intelligence Unit, una società di ricerca e analisi del gruppo Economist.

   L’Economist Intelligence Unit ha confermato che Watts ha realizzato diversi rapporti per l’azienda, ma ha sottolineato di non “sapere a che titolo assisteva” alle due conferenze: “In quel periodo lavorava su un articolo per l’Economist che alla fine non è stato pubblicato”. La redazione del settimanale, però, sostiene di non avere “alcun giornalista con questo nome”.

   L’unica cosa chiara è il nome di un’azienda creata da Watts alla fine del 2014, la Corporate Intelligence Advisory Company. Watts, che secondo alcuni documenti amministrativi risiede in Albania, non ha voluto rispondere alle domande di Le Monde.

   In pochi mesi almeno cinque persone si presentano come giornalisti, ricercatori indipendenti o assistenti di studi legali per avvicinare gli scienziati del Circ e i ricercatori che collaborano ai suoi lavori. Tutti cercano informazioni molto precise sulle procedure e sui inanziamenti dell’istituto.

   Uno di loro, Miguel Santos-Neves, che lavora per la Ergo, una società di spionaggio economico con sede a New York, è stato incriminato dalla giustizia statunitense per aver usato un’identità falsa. Come ha raccontato il New York Times nel luglio del 2016, Santos-Neves indagava per conto di Uber su una persona in causa con l’azienda di trasporto privato e aveva interrogato i suoi colleghi di lavoro con falsi pretesti. La Ergo non ha risposto alle domande di Le Monde.

   Come Watts, anche due organizzazioni dalla dubbia reputazione cominciano a interessarsi non solo al Circ, ma anche all’istituto Ramazzini. L’Energy and environmental legal institute (E&E Legal) si presenta come un’organizzazione non profit che ha tra le sue missioni quella di “chiedere spiegazioni a chi aspira a una regolamentazione governativa eccessiva e distruttiva, fondata su decisioni politiche dalle intenzioni subdole, sulla scienza spazzatura e sull’isteria”.

   La Free market environmental law clinic, invece, “cerca di fornire un contrappeso al cavilloso movimento ambientalista, che promuove negli Stati Uniti un regime regolamentare economicamente distruttivo”. Secondo alcuni elementi a disposizione di Le Monde, queste organizzazioni hanno presentato almeno 17 richieste di documenti ai Nih e all’Environmental protection agency (Epa), l’agenzia del governo statunitense per la tutela dell’ambiente.

   Impegnate in un’aggressiva guerriglia giudiziaria e burocratica, chiedono la corrispondenza di diversi funzionari statunitensi in cui siano “contenuti i termini ‘Circ’, ‘glifosato’, ‘Guyton’” (Kathryn Guyton è la scienziata del Circ responsabile della Monografia 112). Inoltre chiedono tutti i dettagli sulle borse di studio, le sovvenzioni e le relazioni, finanziarie o meno, tra questi organismi statunitensi, il Circ, alcuni scienziati e l’istituto Ramazzini.

   Le due organizzazioni sono dirette da David Schnare, uno scettico del cambiamento climatico noto per aver fatto forti pressioni su diversi climatologi. Nel novembre del 2016 Schnare lascia temporaneamente la E&E Legal per unirsi allo staff di Donald Trump. Tra i dirigenti dell’organizzazione c’è anche Steve Milloy, un famoso esperto di marketing legato all’industria del tabacco.

   Alle domande sulle motivazioni di questa associazione e sulle sue fonti di finanziamento, il presidente della E&E Legal ha risposto per email: “Salve, non siamo interessati”.

   La notizia di queste richieste di documenti viene ripresa da alcuni mezzi d’informazione. Per esempio da The Hill, un sito molto seguito dai protagonisti della vita parlamentare a Washington. Il sito è curato da una squadra di giornalisti che, come ha documentato l’organizzazione non profit Us right to know (Usrtk), ha legami consolidati con l’industria agrochimica e con istituzioni conservatici come lo Heartland institute o il George C. Marshall institute, entrambi impegnati nel negare i cambiamenti climatici.

   Nei loro articoli compaiono gli stessi argomenti e talvolta le stesse espressioni: si critica la “scienza approssimativa” di un Circ indebolito da conflitti d’interesse e “molto criticato”, anche se non dice mai da chi.

   Gli avvocati coinvolti nei processi in corso negli Stati Uniti hanno rivelato che la Monsanto ha usato mezzi anche più discreti. Rispondendo sotto giuramento alle domande dei difensori di persone malate che attribuiscono il loro tumore al Roundup, alcuni responsabili dell’azienda hanno parlato di un programma segreto chiamato Let nothing go (Non lasciar passare niente), che aveva l’obiettivo di rispondere a tutte le critiche. I verbali di queste audizioni sono stati secretati, ma alcuni appunti trasmessi dagli studi legali coinvolti nelle inchieste permettono di avere qualche informazione.

   Secondo queste note, la Monsanto avrebbe fatto ricorso ad aziende che “usano delle persone in apparenza senza legami con la multinazionale per lasciare commenti sugli articoli online e sui post di Facebook favorevoli alla Monsanto, ai suoi prodotti chimici e agli ogm”.

Un nuovo fronte

Nei mesi successivi la coalizione contro il Circ diventa ancora più forte. Alla fine di gennaio del 2017, alcuni giorni dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, l’American chemistry council apre un nuovo fronte sui social network, lanciando una “campagna per l’accuratezza della ricerca nella sanità pubblica”. L’obiettivo è ottenere una “riforma” del programma delle monografie del Circ. Su un sito creato appositamente e su Twitter, la potente lobby della chimica non va tanto per il sottile: “Un pezzo di bacon o di plutonio? Per il Circ è la stessa cosa”.

   Il testo è accompagnato da un fotomontaggio che mostra due cilindri verdi fosforescenti accanto a delle uova fritte con il bacon. In quel periodo, nell’ottobre del 2015, il Circ aveva definito gli insaccati “cancerogeni” e la carne rossa “probabilmente cancerogena”, proprio come il glifosato.

   Forse, grazie ai legami con i collaboratori più stretti di Trump, le industrie chimiche e agrochimiche pensano di essere onnipotenti.

   Del resto Nancy Beck, la direttrice dell’American chemistry council, è la responsabile dei servizi per la regolamentazione dei prodotti chimici e dei pesticidi dell’Epa, l’autorità statunitense che dovrebbe riesaminare il dossier sul glifosato. Andrew Liveris, amministratore delegato della Dow Chemical, è stato nominato da Trump in persona alla direzione della Manufacturing jobs initiative, un gruppo di esperti che consiglia il presidente sull’occupazione nel settore manifatturiero.

   Alla fine di marzo il deputato repubblicano Lamar Smith, presidente della commissione della camera dei rappresentanti statunitense sulla scienza, lo spazio e la tecnologia, rivolge un’interrogazione al ministro della sanità, Tom Price, sui legami finanziari tra il National institute of environmental health sciences (Niehs) e il Ramazzini. Il suo obiettivo è “sincerarsi che i beneficiari delle sovvenzioni rispondano ai più alti standard d’integrità scientifica”.

   La richiesta del parlamentare è bastata a due giornalisti vicini all’industria, Julie Kelly e Jef Stier, per trasformare l’iniziativa in “un’inchiesta del congresso” su “un’oscura organizzazione”, il Ramazzini.

   Subito dopo l’interrogazione, Kelly e Stiefer pubblicano sulla National Review un articolo che attacca Linda Birnbaum, la direttrice del Niehs, accusandola di promuovere un programma “chemiofobico”. Invece Christopher Portier, ex vicedirettore del Niehs, che ha seguito i lavori del Circ come “specialista invitato”, viene definito un “noto militante anti-glifosato”.

   Secondo l’articolo sia Birnbaum sia Portier “fanno parte del Ramazzini”. Per Kelly e Stier questo sarebbe “un ulteriore esempio del modo in cui la scienza è stata politicizzata”.

   L’informazione viene anche ripresa da Breitbart News, il sito di estrema destra fondato da Steve Bannon, il consigliere strategico di Trump.

   Definire il Ramazzini “un’oscura organizzazione” o una “sorta di Rotary club per scienziati militanti” è quanto meno ignoranza, se non una menzogna. Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il Collegium Ramazzini è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale. Linda Birn baum e Christopher Portier ne fanno parte, così come il direttore del programma delle monografie del Circ, Kurt Straif, e altri quattro esperti del gruppo di lavoro della Monografia 112, ognuno nel suo settore di competenza. Sono tutti scienziati di alto livello.

   Nel maggio del 2016 il Ramazzini ha avviato uno studio di tossicologia a lungo termine sul glifosato. Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori. La responsabile delle ricerche del Ramazzini, Fiorella Belpoggi, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde. “Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.

   Molto probabilmente gli attacchi al Ramazzini e al Circ continueranno anche in futuro, perché altri prodotti chimici figurano nella lista delle “priorità” del Circ, come alcuni pesticidi, il BISFENOLO A e l’ASPARTAME. Il Niehs è uno dei principali finanziatori della ricerca sulla tossicità del bisfenolo A, mentre lo studio che per primo ha parlato delle proprietà cancerogene dell’aspartame è stato realizzato diversi anni fa proprio dal Ramazzini.

   “Prima di queste polemiche non me n’ero resa conto”, osserva Belpoggi “ma se dovessimo sbarazzarci del Circ, del Niehs e del Ramazzini, rinunceremmo a tre simboli dell’indipendenza della scienza”.

   Intanto, a cominciare dal 20 marzo 2015, la rabbia della Monsanto ha attraversato discretamente l’oceano Atlantico. Quel giorno una lettera, una vera e propria dichiarazione di guerra, arriva a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione mondiale della sanità, da cui dipende il Circ. L’intestazione della lettera mostra il celebre ramo verde all’interno di un rettangolo arancione, il logo della Monsanto. “Ci sembra di capire che il Circ abbia deliberatamente scelto d’ignorare decine di studi e di valutazioni regolamentari, disponibili pubblicamente, secondo cui il glifosato non comporta rischi per la salute umana”, scrive Philip Miller, il vicepresidente della Monsanto incaricato delle questioni legali.

   Nella lettera il manager chiede un “appuntamento urgente” per discutere delle “misure da prendere immediatamente per rettificare questa ricerca e queste conclusioni molto discutibili”. Miller intende inoltre chiarire i criteri di selezione degli esperti e analizzare i “documenti contabili in cui figurano i finanziamenti destinati alla classificazione del glifosato da parte del Circ e i donatori”.

   A quanto pare I RUOLI SI SONO ROVESCIATI: ormai è il Circ che deve giustificarsi di fronte alla Monsanto. Nell’estate del 2015 la CropLife International prosegue questa politica intimidatoria, in cui le ingerenze si mescolano alle minacce velate. Per il Circ non è il primo momento difficile. Non è la prima volta che deve affrontare critiche e attacchi. Anche se non hanno alcun effetto sulle normative che regolano l’industria, le sue valutazioni minacciano interessi commerciali a volte enormi.

   Fino a quel momento il precedente più importante riguardava i pericoli del fumo passivo, valutati dal Circ alla fine degli anni novanta. Ma anche all’epoca dei grandi scontri con i giganti del tabacco, gli scambi erano sempre rimasti corretti. “Lavoro al Circ da quindici anni e non ho mai visto niente di simile a quello che è successo negli ultimi due”, dice Kurt Straif, il responsabile delle monografie dell’agenzia.

Un baluardo d’integrità

È difficile far passare il Circ per un’istituzione discutibile, caratterizzata da un atteggiamento “contrario all’industria” e contestata all’interno della stessa comunità scientifica. Per la grande maggioranza degli scienziati, l’agenzia legata all’Oms è un baluardo d’indipendenza e integrità.

   “Sinceramente faccio fatica a immaginare un modo più rigoroso e obiettivo di realizzare esperimenti scientifici collettivi”, dice l’epidemiologo Marcel Goldberg, ricercatore dell’Istituto nazionale francese per la salute e la ricerca medica (Inserm), che ha partecipato a diverse monografie del Circ.

   Per ogni monografia il Circ riunisce una ventina di ricercatori di diversi paesi, selezionati in funzione delle loro esperienze e delle loro competenze scientifiche, ma verifica anche che non ci sia il minimo conflitto d’interessi. Il Circ, inoltre, fonda i suoi pareri su studi pubblicati su riviste scientifiche ed esclude le ricerche commissionate dalle aziende.

   Per questo si distingue dalla maggior parte delle agenzie, che accordano invece un’importanza decisiva agli studi realizzati e forniti dalle imprese per valutare i loro prodotti.

È il caso dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Nell’autunno del 2015 il parere di quest’agenzia dell’Unione europea sul glifosato è molto atteso. In base alle sue conclusioni Bruxelles deve decidere se rinnovare per almeno dieci anni l’autorizzazione a usare il glifosato. Il parere arriva a novembre, e la Monsanto può rifiatare, perché contraddice quello del Circ: l’Efsa non considera il glifosato né genotossico né cancerogeno.

   Ma la boccata d’ossigeno dura poco. Qualche settimana dopo, le conclusioni dell’Efsa sono severamente criticate su una famosa rivista da un centinaio di scienziati, secondo i quali sono piene di lacune. La stesura dell’articolo è coordinata da uno scienziato statunitense che ha assistito al lavoro sulla monografia del Circ in qualità di “specialista invitato”. Su di lui si concentrano subito le critiche. Si tratta di Chris Portier.

   “Ho letto in giro che Portier non sarebbe competente. È la cosa più ridicola che abbia mai sentito”, dice divertita Dana Loomis, la vicedirettrice delle monografie del Circ. “È lui che ha sviluppato molte delle tecniche d’analisi usate in tutto il mondo per interpretare i risultati degli studi tossicologici”. Portier è uno di quegli scienziati con un curriculum di oltre trenta pagine. Autore di più di duecento pubblicazioni scientifiche, è stato responsabile della sanità ambientale dei Centers for disease control and prevention (Cdc statunitensi) e ha diretto i Niehs e il National toxicology program. “Ha un’esperienza professionale eccezionale”, dice Robert Barouki, direttore di un’unità di ricerca in tossicologia all’Inserm.

   Ormai in pensione, oggi Portier lavora come esperto e consulente di diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’ong statunitense Environmental defense fund. Il 18 aprile 2016 l’agenzia di stampa Reuters pubblica un lungo articolo sul Circ, presentato come un’agenzia “semi-autonoma” dell’Oms colpevole di creare “confusione tra i consumatori”. L’articolo evoca “la preoccupazione per i potenziali conflitti d’interesse che coinvolgerebbero un consulente dell’agenzia strettamente legato all’Environmental defense fund, un gruppo di pressione statunitense contrario ai pesticidi”. Alcuni “critici”, scrive la Reuters, “sostengono che il Circ non avrebbe dovuto autorizzarlo a partecipare alla valutazione del glifosato”. L’agenzia di stampa – che non ha voluto rispondere alle domande di Le Monde – dà la parola a tre scienziati che attaccano il Circ, senza mai dire che tutti e tre sono consulenti delle aziende coinvolte.

   L’articolo cita l’oscuro blog di David Zaruk, un ex lobbista dell’industria chimica che ha lavorato per l’agenzia di relazioni pubbliche Burson-Marsteller. A Bruxelles, dove vive, Zaruk è conosciuto per la sua aggressività e le sue frequenti invettive (anche gli autori di questo articolo ne sono stati l’oggetto in più di un’occasione). È stato lui il primo a protestare per il conflitto d’interessi di Portier, e ancora oggi continua a perseguitare lo scienziato statunitense.

   In totale Zaruk ha pubblicato una ventina di lunghi articoli sul glifosato, senza contare i tweet. Ha definito Portier “militante, “topo”, “demone”, “erbaccia”, “mercenario” e anche “una merda” e uno che si è “introdotto come un verme” nel frutto rappresentato dal Circ. Ha paragonato il Circ a una “crosta” da cui si può vedere uscire il “pus” quando si “gratta” tanto è “infettato dalla sua arroganza”, dalla “sua scienza militante politicizzata” o dalla “sua posizione contraria all’industria”.

   Zaruk ha detto di aver avuto “tre contatti” con la Monsanto, ma smentisce formalmente di essere stato pagato per scrivere. “Non ho ricevuto un centesimo per i miei articoli sul glifosato”, ha assicurato in una email a Le Monde. Ad aprile del 2017 Zaruk pubblica ancora un articolo contro le ong, Portier e diversi giornalisti, illustrandolo con una foto dei nazisti che bruciano i libri sull’Opernplatz di Berlino nel 1933.

   I vaneggiamenti di Zaruk potrebbero essere facilmente sconfessati, ma la citazione da parte di un’agenzia di stampa autorevole come la Reuters dà il via libera alla loro diffusione. In poche settimane le sue accuse sono riprese dal Times di Londra, dal quotidiano The Australian e negli Stati Uniti dalla National Review. Su The Hill lo fa Bruce Chassy, un professore emerito dell’università dell’Illinois finanziato dalla Monsanto, come mostrano i documenti ottenuti nel settembre del 2015 dall’organizzazione non profit Us right to know.

   Il “lavoro” di Zaruk è anche citato sulla rivista Forbes da un biologo della Hoover institution, un centro studi vicino al Partito repubblicano e di cui si trova traccia negli archivi delle aziende del tabacco. All’epoca il biologo proponeva di far pubblicare degli articoli o di sfruttare le sue iniziative sui mezzi d’informazione per “parlare dei rischi della scienza”, pagando tariffe comprese fra cinque e quindicimila dollari. Gli attacchi di Zaruk sono ripresi anche da siti di propaganda come l’American council on science and health e il Genetic literacy project, animati da persone molto vicine alle aziende di pesticidi e biotecnologie.

   Un articolo che attacca Portier e il Circ è firmato da Andrew Porterield, che si definisce un “esperto di comunicazione dell’industria delle biotecnologie”. Ma quale sarebbero esattamente i conflitti d’interessi di Portier? Secondo i suoi avversari, attraverso di lui l’Environmental defense fund avrebbe influito sulla decisione del Circ di classificare il glifosato come probabilmente cancerogeno.

   “Ma Portier aveva lo status di ‘specialista invitato’ proprio perché era legato a quest’associazione”, spiega Kathryn Guyton, la scienziata del Circ responsabile della Monografia 112. “Questo significa che il gruppo di lavoro l’ha consultato, ma Portier non ha contribuito alla decisione di classificare la sostanza in questa o quella categoria”.

Conflitto d’interessi

In realtà di conflitti d’interessi ce ne sono, ma vanno cercati altrove. Nel maggio del 2016, mentre la stampa e i vari blog parlano dei dubbi sollevati a proposito del Circ, un altro gruppo di esperti delle Nazioni Unite dà il suo parere sul glifosato. Il Joint meeting on pesticides residues (Jmpr), un gruppo congiunto dell’Oms e dell’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che s’interessa solo dei rischi legati all’esposizione alimentare (e non per inalazione, per contatto dermatologico e così via), assolve il glifosato. Circa un anno prima, però, un gruppo di ong aveva avvertito l’Oms sui conflitti d’interessi del Jmpr. Tre dei suoi ricercatori, infatti, collaborano con l’International life science institute (Ilsi), una lobby scientifica finanziata dalle grandi industrie del settore agroalimentare, delle biotecnologie e della chimica: dalla Mars alla Bayern, dalla Kellogg alla Monsanto.

   Si trattava del tossicologo Alan Boobis, dell’Imperial College, Regno Unito, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ilsi e uno dei presidenti del Jmpr; di Angelo Moretto, dell’università di Milano, relatore del Jmpr, consulente e consigliere d’amministrazione di una struttura creata dall’Ilsi; e infine di Vicki Dellarco, consulente in diversi gruppi di lavoro dell’Ilsi e componente del Jmpr.

   In teoria gli esperti del Jmpr sono sottoposti alle stesse regole d’indipendenza del Circ, cioè quelle dell’Oms, tra le più severe al mondo. Di fatto un conflitto d’interessi apparente, proprio perché può alterare la credibilità dell’istituzione e delle sue decisioni, è grave quanto un conflitto d’interessi accertato. Tuttavia, interpellata da Le Monde, l’Oms ha assicurato che “nessun esperto era in una situazione di conflitto d’interessi tale da impedirgli di partecipare al Jmpr”.

Diritto all’alimentazione

Questa risposta lascia insoddisfatti Hilal Elver e Baskut Tuncak, rispettivamente relatrice speciale sul diritto all’alimentazione e relatore speciale sui prodotti e i rifiuti pericolosi delle Nazioni Unite. “Chiediamo rispettosamente all’Oms di spiegare come, in base alle sue regole, è arrivata alla conclusione che i rapporti degli esperti con l’industria non rappresentassero alcun conflitto d’interessi, apparente o potenziale”, hanno detto i due esperti a Le Monde.

   “Processi di verifica adeguati, chiari e trasparenti sui conflitti d’interessi sono fondamentali per l’integrità del sistema”, precisano prima di “incoraggiare” le organizzazioni delle Nazioni Unite a “rivederli”. “Gravi sospetti” esistono sul “fatto che le aziende ‘comprerebbero’ degli scienziati per spingerli a confermare le loro posizioni”, hanno scritto i due esperti nel loro rapporto sul diritto all’alimentazione.

   “Gli sforzi fatti dall’industria dei pesticidi”, si legge in questo testo consegnato al consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso marzo, “hanno ostacolato le riforme e bloccato le iniziative dirette a ridurre l’uso dei pesticidi su scala mondiale”.

   Gli “sforzi” a cui si riferiscono sono quelli fatti dalla Monsanto per screditare il Circ, gli esperti del suo gruppo di lavoro e la qualità del suo lavoro scientifico. Per il colosso dell’industria chimica è una questione di sopravvivenza.

   Diversi studi legali statunitensi difendono gli interessi dei malati o dei parenti delle vittime morte per un linfoma non Hodgkin (Lnh), un raro tumore che colpisce i globuli bianchi ed è attribuito all’esposizione al glifosato. Per loro la Monografia 112 del Circ è una prova fondamentale.

   E per la Monsanto rischia di essere un elemento capace di influenzare le sentenze dei giudici. Secondo i documenti legali, i risarcimenti e gli interessi da versare negli Stati Uniti alle ottocento persone che hanno denunciato la Monsanto potrebbero arrivare a un totale di diversi miliardi di dollari. Entro la fine del 2017, inoltre, queste denunce dovrebbero diventare duemila, spiega Timothy Litzenburg, un avvocato dello studio Miller.

   Appunti confidenziali, tabelle piene di cifre o rapporti interni, in tutto dieci milioni di pagine recuperate dagli archivi e dai computer della Monsanto: sono i documenti che l’azienda è stata costretta a trasmettere finora alla giustizia.

   Negli Stati Uniti la cosiddetta procedura di discovery (scoperta) autorizza queste operazioni. Attraverso questa massa di documenti, i cosiddetti Monsanto papers, è possibile ricostruire il piano di risposta della multinazionale.

   Una presentazione PowerPoint dell’11 marzo 2015, per esempio, illustra una strategia per influenzare l’opinione pubblica attraverso “progetti scientifici”. Viene evocata una “valutazione completa del potenziale cancerogeno” del glifosato da parte di “scienziati attendibili”, “eventualmente attraverso la formula di gruppi di esperti”. Questa strategia è stata effettivamente messa in atto.

   Nel settembre del 2016 una serie di sei articoli apparsi sulla rivista scientifica Critical Reviews in Toxicology assolve il glifosato. Ma la pubblicazione è apertamente “finanziata e sostenuta dalla Monsanto”. Gli autori degli articoli sono i sedici ricercatori del “gruppo di esperti di glifosato” a cui la Monsanto ha affidato la missione di “riesaminare la monografia del Circ”.

   La loro selezione è stata affidata all’Intertek, uno studio specializzato nella produzione di materiale scientifico per le imprese che hanno delle difficoltà legali per i loro prodotti. La Monsanto e i suoi alleati si rivolgono anche a Exponent e Gradient, altri due studi specializzati nella cosiddetta “difesa dei prodotti”.

Nessuna risposta

Nella presentazione PowerPoint del marzo 2015 si parla anche di pubblicare un articolo sullo stesso Circ: “Com’è stato formato, come funziona e la sua scarsa evoluzione nel corso del tempo. È un’istituzione arcaica e ormai inutile”. Ma poi lo scienziato che dovrebbe scriverlo non pubblica niente sull’argomento.

   In compenso un articolo che corrisponde perfettamente a questi requisiti appare nell’ottobre del 2016 su una rivista minore. Il sistema di classiicazione del Circ, “diventato obsoleto”, “non serve gli interessi né della scienza né della società”, scrivono i dieci autori dell’articolo: “Così la carne lavorata finisce per ritrovarsi nella stessa categoria del gas mostarda”.

   L’approccio del Circ, affermano gli autori, provoca “timori sanitari, inutili costi economici, la perdita di prodotti salutari, l’adozione di strategie più costose per la sanità, il dirottamento di finanziamenti pubblici verso la ricerca inutile”.

   Il tono è piuttosto insolito per una rivista scientifica, ma questo forse si spiega con il carattere un po’ particolare della pubblicazione, la Regulatory Toxicology and Pharmacology. Infatti nel suo comitato editoriale ci sono molte aziende e consulenti aziendali, mentre il direttore, Gio Gori, è una figura storica dell’industria del tabacco.

   Di proprietà del potente gruppo editoriale scientifico Elsevier, è la rivista ufficiale di una “società” che si dice scientifica, l’International society of regulatory toxicology & pharmacology (Isrtp). Nessuna informazione è disponibile sul suo sito e né Gori né l’Isrtp né Elsevier hanno risposto alle domande di Le Monde.

   Di conseguenza non è stato possibile identificare i responsabili né tanto meno le sue fonti di finanziamento. Tuttavia, l’ultima volta che l’Isrtp ha pubblicato l’elenco dei suoi finanziatori, nel 2008, compariva anche la Monsanto.

   Per quanto riguarda i dieci autori dell’articolo, alcuni hanno lavorato o lavorano ancora per il gruppo svizzero Syngenta, che fa parte della “glyphosate task force”, l’organizzazione delle aziende che vendono prodotti a base di glifosato. Altri invece sono consulenti privati, per lo più scienziati legati all’Ilsi, la lobby scientiica. Tra questi ci sono Samuel Cohen, professore di oncologia all’università del Nebraska, Alan Boobis e Angelo Moretto.

   Cohen, Boobis e Moretto non si limitano a questo articolo. Qualche mese dopo pubblicano su Genetic Literacy Project un testo in cui si chiede “l’abolizione” del Circ. L’agenzia è accusata di diffondere la “chemio fobia” nell’opinione pubblica. Se non fosse possibile riformarla, si legge nell’articolo, “dovrebbe comunque essere relegata in un museo, come la Ford modello T, l’aereo biplano e il telefono a disco”.

   Nell’ambiente scientifico, di solito, l’autore che ha scritto la prima versione di un testo si fa carico anche delle modifiche fino alle ultime correzioni. Chi dei tre ha scritto questi due testi, quello pubblicato sulla Regulatory Toxicology and Pharmacology e quello pubblicato sul sito Genetic Literacy Project? “Non ricordo”, risponde Boobis, che a Le Monde ha parlato di un “lungo processo” di redazione e di “revisione nel corso dell’anno”.

   Le idee sostenute nel secondo articolo rappresentano di fatto “una sorta di terapia d’urto”, riconosce Boobis. Perché l’articolo è stato pubblicato su Genetic Literacy Project? Boobis ammette che il sito non è molto noto per il suo rigore, ma spiega che il testo era stato rifiutato da una rivista scientifica.

   Curiosamente gli argomenti degli autori sono identici a quelli della Monsanto e dei suoi alleati. “Ci troviamo ormai in una situazione singolare, in cui ogni legame con l’industria è immediatamente considerato un indice di parzialità, di corruzione, di confusione, di distorsione e di non so cos’altro ancora”, ribatte Boobis.

   L’obiettivo della Monsanto è “l’abolizione” pura e semplice del Circ? Alle domande di Le Monde l’azienda non ha voluto rispondere. (STÉPHANE FOUCART e STÉPHANE HOREL, da “LE MONDE”, Francia

– ripreso da INTERNAZIONALE del 21/7/2017

www.internazionale.it/ )

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...