L’ITALIA CERCA SOLUZIONI IN LIBIA all’emergenza migranti (con navi in acque libiche per FERMARE I BARCONI: ma poi cosa succede?) . E promette, con la UE, un impegno per lo SVILUPPO DELL’AFRICA – La FRANCIA, con Macron, “viaggia” senza l’Europa (ma è da condividere L’IDEA DI HOTSPOT in Libia)

“(….) C’è un UN MOSAICO IN LIBIA difficile se non IMPOSSIBILE DA CONCILIARE. Perché non esistono soltanto le TRE GRANDI REALTÀ GEOGRAFICHE – la TRIPOLITANIA di AL-SARRAJ sostenuta e riconosciuta dall’Onu, la CIRENAICA dominata manu militari dall’ex protetto di Gheddafi HAFTAR, e il FEZZAN, immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le tribù beduine che chiedono il pizzo per ogni convoglio, ogni carovana, ogni essere umano che attraversa il deserto – ma viceversa ESISTONO DECINE DI PICCOLI E FRAMMENTATI POTENTATI, ciascuno immerso nella propria anarchia autocefala, tanto da disegnare una caricatura di nazione a macchia di leopardo. E dietro al generale Haftar, ad Al-Sarraj, agli Zintan, ai tuareg, a quel che resta dei fratelli musulmani, ci sono altre ombre e altri disegni, per i quali IL BOTTINO PETROLIFERO È PRIORITARIO. (…) (Giorgio Ferrari, 26/7/2017 da TPI NEWS http://www.tpi.it/mondo/)

   La missione navale richiesta dal premier libico Fayez Al Sarraj il 23 luglio scorso al governo italiano, della presenza di navi militari italiane al largo della Libia (in territorio libico, nelle 12 miglia dalla costa), che sia di supporto alle forze locali contro i barconi dei trafficanti di migranti, ha visto il governo italiano favorevole (supportato su questo dall’Unione Europea). Non sarà, nella volontà italiana, un respingimento di migranti, e l’Italia ha chiesto la garanzia del trattamento umanitario di chi viene riportato a terra, con la presenza di osservatori dell’Onu o comunque di osservatori internazionali.

MIGRANTI, CODICE ONG: MEDICI SENZA FRONTIERE NON FIRMA. MINNITI: “CHI NON SOTTOSCRIVE REGOLAMENTO È FUORI” – Neanche la tedesca JUGEND RETTET ha accettato il testo per le organizzazioni che soccorrono persone in mare. Il direttore di Medici senza frontiere: “NON POSSIAMO AVERE ARMI A BORDO” – Non può accettare la presenza di armi sulle navi che soccorrono i migranti in mare, né il divieto dei trasbordi dalle proprie imbarcazioni a quelle ufficiali. Per questo Medici senza frontiere non ha firmato il codice delle Ong nell’ultima riunione convocata dal Viminale. “In nessun Paese in cui lavoriamo accettiamo la presenza di armi, ad esempio nei nostri ospedali”, ha detto il direttore generale di Msf, Gabriele Eminente. Ha, invece, firmato SAVE THE CHILDREN, secondo cui “gran parte dei punti del codice di condotta indicano cose che già facciamo e ci sono stati chiarimenti su un paio di punti che ci preoccupavano, quindi non abbiamo avuto problemi a firmare”, ha detto Valerio Neri, dell’organizzazione. “Siamo convinti – ha aggiunto – di aver fatto la cosa corretta e mi dispiace che altre ong non ci abbiano seguito, ma evidentemente avevano altre sensibilità”. Nei giorni scorsi aveva sottoscritto il documento anche MOAS, che oggi non era presente all’incontro, mentre PROACTIVA OPEN ARMS, riferisce il Viminale, “ha fatto pervenire una comunicazione con la quale ha annunciato la volontà di sottoscrivere l’accordo”. Niente firma, invece, per la tedesca JUGEND RETTET, presente al Viminale. Il mondo delle organizzazioni non governative, quindi, si divide davanti a un documento che, da quando è stato annunciato, ha suscitato dubbi e timori. (1/8/2017, http://www.repubblica.it )

   Questa operazione che l’Italia si appresta a fare, è data dal “cogliere al balzo” la proposta del governo ufficiale libico di Al Serraj (che controlla solo la parte orientale del paese, la Tripolitania), perché la situazione si sta facendo più seria che mai nella vera e propria invasione di migranti nella rotta mediterranea verso l’Italia: pertanto un’ EMERGENZA FLUSSI (catena umana proveniente dal golfo di Guinea, dal Mali e dalla Nigeria, che transitano indisturbati a migliaia e migliaia lungo le rotte del Niger), e qualcosa di veramente concreto va fatto….

   E’ un po’ quel che è accaduto due anni fa con la lunga fila di migranti nella cosiddetta ROTTA BALCANICA: dalla Siria in fiamme, alla Turchia, Grecia, Macedonia, Croazia e Serbia, e su verso il centro Europa…situazione risolta con grande coraggio e intuizione politica dalla Merkel con l’accoglimento di un milione di profughi (e contemporaneamente il pur oneroso accordo finanziario con la Turchia – che la Germania ha fatto accollare alla Ue – perché Erdogan bloccasse il flusso di migranti).

   Una situazione del genere, nel flusso “Libia – Italia” porta a un contesto umanitario anche più grave (le violenze subite dai migranti nel tragitto africano, gli annegamenti in mare…), e forse la proposta del leader libico Al Serraj è stata concordata prima con le autorità italiane (in cambio di non si sa di cosa…)

LE ROTTE DEI MIGRANTI DALLA LIBIA VERSO L’ITALIA

   Il Governo, il ministro dell’Interno Minniti, dice che l’azione italiana ha tre scopi concreti: FERMARE I MIGRANTI AL CONFINE MERIDIONALE DELLA LIBIA senza creare campi lager; CREARE CONDIZIONI DI SVILUPPO E INSERIMENTO nei luoghi di partenza (specie dell’Africa sub-sahariana); AGIRE SUBITO e con la collaborazione di tutti.

   E poi, oltre ad arrestare l’insostenibile emorragia di flussi che sta mettendo a dura prova il nostro paese, il piano servirebbe anche a rafforzare il governo libico attraverso il ripristino del controllo sulle sue acque territoriali, e anche rilanciare il ruolo centrale dell’azione di Roma nel Mediterraneo e con il partner libico in particolare.

(nella foto a sinistra il generale KHALIFA HAFTAR, leader in Cirenaica, al centro il presidente francese MACRON, a destra FAYEZ AL-SARRAJ leader in Tripolitania e riconosciuto leader libico dall’Italia, da molti Paesi e dall’Onu) – “ Ha sorpreso – forse non positivamente – l’opinione pubblica italiana la mossa del Presidente francese MACRON, che riporta la ‘Republique‘ alla ribalta in nord Africa, vestendo i panni del ‘mediatore’ tra I DUE PRINCIPALI ATTORI – per lo meno gli unici ufficialmente riconosciuti come tali dalla comunità internazionale – FAYEZ AL-SARRAJ, supportato anche dalla nostra Italia, e KHALIFA HAFTAR, più vicino al Cremlino. Il primo, leader politico, è visto come il legittimo rappresentante della Libia post-Gheddafi. Il secondo, generale esperto e veterano dell’esercito nazionale appare – e piace – proprio come uomo forte, in grado di ottenere il supporto dell’esercito e mantenere il controllo della parte orientale del Paese. In tutto questo, MACRON OCCUPA LO SPAZIO CHE GEOGRAFIA, STORIA E INTERESSE ECONOMICO OFFRIVANO INVECE ALL’ITALIA, ma che il Belpaese, in questi anni di incertezza sulla sua vecchia ‘quarta sponda’, non ha mai saputo sfruttare. (Lea Vettorato 25 luglio 2017 16:30 da https://www.lindro.it/)

   Forse questo accadrà (lo speriamo veramente, qualcosa bisogna pur fare…), i migranti saranno fermati; è da capire quale sarà il loro destino (è improbabile che torneranno indietro, nei loro paesi di orgine, e la Libia è in un caos profondo, e speriamo che si garantiscano in questa operazione diritti umani e non violenze…). Forse nasceranno lì (nel sud della Libia) grandi campi profughi finanziati e mantenuti dall’Italia e dall’Europa; forse i migranti affronteranno il viaggio verso la “meta europea” per altre strade e aspettando tempi più propizi, e forse anche ritentando l’attraversamento del Mediterraneo con flussi meno visibili, più “rallentati”…

   Ed è, nel contesto geopolitico di questi avvenimenti, di questa crisi delle migrazioni, che appare la necessità di “intervenire in Africa” positivamente, stabilire rapporti concreti di sostegno allo sviluppo: cosa questa diventata una necessità per noi, un sano egoismo, piaccia o non piaccia.

Presencia francesa en África (da http://www.elordenmundial.com/)

   E in questi movimenti geostrategici che ci saranno e già ci sono, in questo contesto assai confuso di serio “tentativo di azione” italiano di dare risposte all’emergenza degli sbarchi sempre più massici, si innesta LA CRISI CON LA FRANCIA, il rapporto con i cugini transalpini che si è incrinato, e il ruolo predominante che da sempre gioca questo Paese per il controllo del Mediterraneo e dell’Africa, specie nelle sue ex colonie.

   La Francia, dopo la Brexit, resterà l’unico Paese dell’Unione Europea membro del Consiglio di sicurezza Onu, l’unica potenza nucleare e quella che conduce la maggior parte delle missioni militari in Africa. Gli stessi Stati Uniti e Russia alla Francia si rivolgono per una politica mediterranea. Anche perché l’Italia non ha saputo prendere in mano la situazione, in un contesto di politica mediterranea che è da noi sempre stata debole, è mancata, anche per la paura delle reazioni di un’opinione pubblica poco propensa a una geopolitica italiana nel Mediterraneo (sbagliando clamorosamente).

FRANCAFRIQUE (da Limes) – LA FRANCIA E IL SUO RAPPORTO “NEO-COLONIALE” CON L’AFRICA – “(…) C’è un rapporto sempre presente tra l’ex potenza coloniale e le sue ex colonie. Essa ha mantenuto dei legami militari, economici, politici. (…) HA DECOLONIZZATO, MA HA VOLUTO CONSERVARE UN LEGAME SPECIALE CON ALCUNI PAESI. Mentre per alcuni è solamente ‘interferenza’, per altri lo scopo è la difesa degli interessi francesi. Dipende da quale lato del Mediterraneo ci troviamo. DAL PUNTO DI VISTA DEL SUD DEL MEDITERRANEO E DEL SUD DEL SAHEL, è UNA INGERENZA FRANCESE CHE PROSEGUE NEGLI AFFARI DI QUESTI PAESI AFRICANI. Dal punto di vista dell’Europa, è un paese europeo (…) che deve competere con altre forze politiche ed economiche lì presenti come gli Stati Uniti e la Cina sul mercato africano. L’INGERENZA SI FA ATTRAVERSO L’AZIONE MILITARE. Ricordiamo che la Francia ha condotto DUE GUERRE, UNA IN MALI E UNA IN REPUBLICA CENTRO AFRICANA, per proteggere i regimi e chiudere le porte al terrorismo. La diplomazia dice che se non ci fosse stata la Francia in Mali il Paese sarebbe oggi guidato da jihadisti e movimenti terroristici con tutta l’influenza che potrebbe avere sulla regione. PUÒ ANCHE ASSUMERE QUESTA FORMA, IL COLONIALISMO, MA ANCHE LA FORMA DI COLONIALISMO ECONOMICO, perché si tratta di una LOTTA MORTALE PER I MERCATI, per l’accaparramento di materie prime e prodotti essenziali per la propria industria in una concorrenza spietata con poteri industriali europei, americani e cinesi (….)”(MUSTAPHA TOSSA, giornalista politologo specializzato sulle tematiche riguardanti il mondo arabo, sulle accuse rivolte alla Francia di Sarkozy e non solo per la sua politica in Africa – intervista di Lea Vettorato 25/7/2017, da https://www.lindro.it/)

   E’ così che si è lasciato di fatto il destino della Libia in mano a Francia, Russia ed Egitto, tentando ora il governo italiano, con fatica, di giocare una difficile partita in Tripolitania, con il governo ufficiale, anche per l’Onu, di Al-Sarraj (però assai debole e incapace di unire tutto il Paese).

   E su tutto ora si innesta pure la “delusione Macron”, che tutti pensavamo convinto europeista (e probabilmente lo è), ma prima dell’Europa viene in Francia e il suo forte nazionalismo, la grandeur francese. E così il neo presidente, mostra di ripercorrere l’autonomismo francese con la politica di grandeur.

   In questa logica la Francia ha così lanciato un suo progetto autonomo (dall’Italia, dall’Europa) per l’emergenza flussi migratori, di creazione di hotspot in Libia: cioè aprire già quest’estate dei centri direttamente in territorio libico per comprendere chi ha i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. Per poi subito ritirare questo progetto (“non li faremo”, ha detto adesso Macron).

Gentiloni e il leader libico Fayez al Serraj

   Il presidente francese nei pochi mesi da quando è stato eletto, ha più volte rimarcato la differenza tra migranti economici e richiedenti asilo, spiegando di voler garantire assistenza sul territorio francese solo ai secondi. La sua proposta e iniziativa è stata accolta con un “no comment” dalla Commissione Ue. Immediata è arrivata, invece, la risposta dell’Italia che ha ribadito di voler intraprendere, appoggiata dalla UE, la strada delle navi in territorio libico (entro le 12 miglia marine dalla costa) come chiesto dal governo libico di Al-Sarraj;

   Senza (l’Italia) polemizzare troppo con la Francia, impegnata contemporaneamente in un’altra decisione “anti-Italia”, di esercizio del diritto di prelazione di Parigi ai danni di Fincantieri sulla gestione dei cantieri navali Saint Nazaire (qualcuno vede in questa decisione l’assoluto interesse strategico per il governo francese di quei cantieri navali: cioè Saint Nazaire sarebbe l’ultimo cantiere in grado di varare una portaerei di nuova generazione, così si spiegherebbe così la volontà di controllare operativamente quel sito …).

   In risposta agli hot spot francesi decisi in autonomia dalla Francia (che poi ci ha ripensato e li ha esclusi), sui flussi migratori “serve un impegno comune – ha detto il presidente del Consiglio italiano Gentiloni – non ci rassegniamo all’idea che la grande questione della sfida migratoria, che riguarda i rifugiati con diritto di asilo ma anche migranti economici dall’Africa, possa essere lasciata a singoli Paesi per scelta del caso o della geografia. Deve essere un impegno comune”.

(da ANSA: L’infografica dei cantieri di Saint-Nazaire e la nuova proprietà) – ALTA TENSIONE TRA PARIGI E ROMA SUL CASO FINCANTIERI (…)- La Francia ha di fatto nazionalizzato i CANTIERI FRANCESI DI SAINT NAZAIRE bloccando l’acquisizione di Fincantieri di Ftx. La scelta di Parigi viene considerata incomprensibile visto CHE PRIMA LA SOCIETÀ ERA PER IL 66% COREANA e visto che mette in pericolo un progetto industriale concreto ed europeo (…). La scelta è stata fatta sicuramente per ragioni interne: qualcuno ipotizza che serva ad ammorbidire i rigidi e fortissimi sindacati dei cantieri in vista del varo di un jobs act alla francese. Parigi forse non si attendeva una risposta italiana così dura, ma certo erano chiare le possibili conseguenze nella dialettica tra Italia e Francia (da Ansa, 28/7/2017)

   Sta di fatto che neanche “l’operatività italiana” che si appresta a mettere in opera, cioè quella delle navi militari per fermare i barconi e respingere i migranti nella costa libica, anche questa sembra una soluzione con molte incognite. E l’idea francese degli hotspot era sicuramente strumentale alle necessità francesi: costretta a fare i conti con gravi problemi di integrazione, con l’apertura degli hotspot in Libia ci sarebbe stato per i francesi un controllo e una selezione dei migranti possibili diretti in Francia, senza alleggerire il peso della massa di migranti con meta di destinazione l’Italia via mare.

   Però, nonostante i dubbi delle motivazioni forse meramente egoistiche francesi, l’idea di centri di raccolta in Libia dei migranti per valutare l’ingresso in Europa, sembrava (sembra) perlomeno più chiara nell’affrontare il problema, nel decidere cosa e come…. E nel controllare direttamente in quei luoghi libici di raccolta e presenza delle persone immigrate le loro condizioni di vita, di rispetto dei diritti umani ora terribilmente calpestati con violenze d’ogni genere. (s.m.)

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INTERVISTA A IL VICE MINISTRO AGLI ESTERI MARIO GIRO “TENERLI IN LIBIA È COME SPEDIRLI IN UN INFERNO”

di Marco Menduni, da “La Stampa” del 6/8/2017

– Il viceministro degli Esteri, Giro: i profughi finiscono nelle mani delle milizie che ne approfittano. Così non si raggiunge neanche l’obiettivo di alleggerire la situazione –

   «Le nostre navi continueranno a raccogliere i migranti. Sarebbe auspicabile, anche quelli ospitati da imbarcazioni bloccate dalla Guardia costiera libica, quando le nostre imbarcazioni siano in condizione di poterlo fare. Perché riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno».   L’impegno umanitario in questo complesso momento è, per il vice ministro agli Esteri MARIO GIRO, la stella polare dell’intervento italiano. Una posizione che assume una valenza ancor più significativa nel giorno in cui la Marina militare libica ha annunciato l’arresto di 826 migranti in due diverse operazioni a Nord di SABRATA e ZAWIA.

Riportare semplicemente queste persone in Libia non garantisce la loro incolumità e non risolve le situazioni.

«Esatto, i migranti finiscono in centri di detenzione nelle mani delle milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci; questa politica non raggiunge nemmeno l’obiettivo di alleggerire la situazione, c’è molta gente che vive su questi traffici. Per ora non è stato possibile avere dei campi “normali” in Libia, sotto il controllo delle istituzioni internazionali, è un obiettivo da raggiungere, quello reale».

Però dopo la sfida di uno dei vice del premier Sarraj, anche il governo riconosciuto della Libia sembra ora diviso sulla nostra missione navale…

«Quello che è importante è quello che pensa la parte più forte, le milizie di Misurata e di Tripoli stessa, sappiamo ci sono diverse sensibilità anche nel governo di Tripoli».

C’è chi dice: non sarà un errore il nostro asse privilegiato con Sarraj? Macron, in maniera per alcuni più avveduta, ha invitato a Parigi sia il premier riconosciuto, sia Haftar, li ha voluti entrambi.

«Non esiste un asse privilegiato, dialoghiamo con tutti e non abbiamo la pretesa di rimanere da soli. Non vogliamo dettare la linea ma partecipare a una soluzione che coinvolga tutti, gli altri Paesi europei, l’Egitto, la Turchia, i Paesi del Golfo, la Russia, gli Stati Uniti. Sappiamo che è un percorso lungo. Ma dopo che una decisione sostanzialmente unilaterale, quella della Francia e della Gran Bretagna del 2011, ha prodotto l’attuale disastro, non ci sembra il caso di proseguire su quella strada».

La questione Ong. Al di là delle inchieste, c’è chi si chiede se, nei fatti, delle organizzazioni molto affini ideologicamente al mondo no global debbano decidere della politica immigratoria di un Paese.

«Noi siamo sottoposti a una situazione che si è creata negli anni di vuoto dopo Mare Nostrum, nel 2014 e nel 2015, in cui è arrivato l’intervento di queste organizzazioni. Sulle inchieste, aspettiamo i risultati. Il codice Minniti serve intanto a ristabilire una fiducia reciproca tra tutte le parti in causa. Può esserci dietro alcune Organizzazioni non governative un’ideologia “no border”, una sorta di estremismo umanitario; ma va compreso, di fronte alla tragedia che sta avvenendo. Preferisco un estremismo umanitario ad altri tipi di estremismi».

La collaborazione con le Ong continuerà?

«Su questo tema non bisogna scaldarsi troppo. Ci vuole un atteggiamento pragmatico che riconosca come le Organizzazioni non governative siano ormai divenute una componente imprescindibile del diritto internazionale umanitario».

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LIBIA, INTERVENTI SOLO SE CONCORDATI: ECCO LE CONDIZIONI PER LA MISSIONE

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 30/7/2017

– I soldati non potranno scendere a terra. Il ruolo (dietro le quinte) della Francia –

   Gli interventi in acque libiche delle navi italiane «dovranno essere sempre autorizzati dalle autorità di Tripoli che parteciperanno a tutte le operazioni di contrasto all’immigrazione irregolare». In caso di salvataggio di persone, «sarà la Guardia costiera libica a doverle trasferire a terra».

   I migranti potranno salire a bordo dei mezzi italiani solo in caso di emergenza e poi dovrà essere effettuato il trasbordo.

   In attesa del voto parlamentare previsto per martedì, la Difesa mette a punto le regole di ingaggio per i militari che saranno impegnati nella missione navale richiesta dal premier Fayez Al Sarraj il 23 luglio scorso. E fissa compiti precisi e ben delineati per evitare ulteriori problemi al governo locale finito sotto l’attacco delle opposizioni ma anche del generale Khalifa Haftar, nonostante le strette di mano e le dichiarazioni sulla firma di un’intesa rilasciate la scorsa settimana a Parigi alla presenza del presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Per questo con il trascorrere delle ore diventa sempre più concreta l’ipotesi degli analisti che possa esserci proprio la Francia dietro queste critiche pesanti contro Sarraj «che mirano a indebolire l’iniziativa italiana».

Il comando

Sarà un comando terrestre, all’interno del quale saranno inseriti anche ufficiali italiani di collegamento, a stabilire come e dove intervenire. La relazione degli specialisti che si trovano a bordo del pattugliatore di «Mare Sicuro» dirottato nell’area proprio per una ricognizione, dovrebbe arrivare entro la fine della settimana. E soltanto dopo l’approvazione del Piano da parte dei due Paesi partiranno le navi che affiancheranno il pattugliatore della Guardia di finanza entrato in azione qualche giorno fa proprio per collaborare con la Guardia costiera locale.

Le regole

I «caveat», vale a dire le limitazioni imposte ai militari, riguarderanno il divieto di scendere a terra per la gestione dei migranti, perché — come ha ribadito la ministra Roberta Pinotti — «il nostro compito è di supporto alle forze locali, con l’obiettivo di stabilizzare la pace in quell’area». E dunque non si tratterà di un respingimento. Per questo l’Italia ha chiesto la garanzia del trattamento di chi viene riportato a terra con la presenza di osservatori dell’Onu o comunque di osservatori internazionali.

L’attacco di Haftar

Quale sia la situazione in Libia e lo scontro di nuovo aspro tra le parti si comprende con la nota diramata dal colonnello Ahmed Al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), guidato dal generale Khalifa Haftar, rilanciato dal quotidiano egiziano El Fagr: «L’intervento italiano mira a far abortire l’iniziativa francese che è stata ampiamente accolta da Unione Europea, Unione Africana e Nazioni Unite».

   Poi Al Mismari ha annunciato una «risposta forte» alla mossa del governo di Tripoli, riconosciuto dalla Comunità internazionale. (Fiorenza Sarzanini)

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LA MISSIONE ITALIANA IN LIBIA METTE NEI GUAI IL PREMIER SARRAJ

di Rolla Scolari, da “La Stampa” del 31/7/2017

– L’opposizione non vuole i nostri militari nelle acque territoriali del paese – La missione italiana in Libia mette nei guai il premier Sarraj. E monta la protesta a Tripoli: “È una violazione della sovranità nazionale” –

La missione italiana in Libia fomenta le lotte intestine nel Paese nordafricano. E il governo di Fayez al-Sarraj, leader dell’Ovest, sembra aver fatto un pasticcio di comunicazione in questi giorni di annunci, smentite, conferme, forse nel tentativo di fuggire alle critiche delle opposizioni pronte a colpire.

La richiesta di aiuto

Il 23 luglio, il premier Sarraj ha inviato una lettera, rimasta segreta, al presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni. Secondo fonti diplomatiche libiche che conoscono il testo, Tripoli chiede all’Italia sostegno navale logistico – attrezzatura, risorse tecnologiche, personale – per fermare le migrazioni clandestine.

   Le operazioni saranno gestite in concerto dagli italiani, e dal ministero dell’Interno e Guardia Costiera libici È indicata la possibilità di pattugliamenti congiunti in acque territoriali libiche per condurre la cosiddetta Search and Rescue Missions.

   Non sono menzionate regole d’ingaggio in caso di violenza da parte di scafisti contro navi libiche o italiane. Dopo l’annuncio di Gentiloni d’aver accettato la richiesta di aiuto, sono immediatamente sorte polemiche contro Sarraj in Libia.

   L’accusa: in breve, permettere l’entrata in acque libiche a una sorta di contingente militare straniero. L’unica comunicazione da parte del governo libico sulla questione è arrivata il 27 sera, prima che il 28 il Consiglio dei ministri italiano votasse il piano: smentisce la richiesta di una presenza italiana in acque libiche.

   Il giorno dopo, il ministero degli Esteri libico ha raddrizzato di nuovo il tiro, confermando una richiesta di sostegno logistico e la possibilità di presenza italiana in porto per coordinamento. Il malinteso, lamenta la fonte libica, ha origine a Tripoli: le autorità libiche avrebbero dovuto comunicare meglio la notizia, i cittadini non avrebbe dovuto sapere della missione dai giornali italiani.

   «Questo è il motivo per il quale la richiesta di Sarraj è stata recepita da alcuni in Libia come una mossa contro la sovranità nazionale. E i molti interessati a minare l’autorità di Sarraj hanno colto l’opportunità. Se il premier non riesce a comunicare che si tratta di cooperazione sulla lotta ai flussi migratori e non di una missione militare rischia guai».

   In Libia, ci sono l’Ovest di Sarraj e l’Est di Haftar, e «l’Est cerca di distorcere i fatti – dice Mohammed al-Montasser, analista vicino al premier -. Hanno preso le parole di Gentiloni e le hanno distorte: vogliono dare l’impressione che l’Italia abbia mano libera negli affari nazionali. L’Est vuole la Francia, gli Emirati, l’Egitto al posto del guidatore. Alla Francia questa polemica fa gioco».

   La lettera del 23 luglio chiede dunque il coinvolgimento di navi italiani in missioni di ricerca e soccorso: «Le navi italiane non faranno i salvataggi ma, come si direbbe militarmente, illumineranno gli obiettivi – spiega Mattia Toaldo dello European Council on Foreign Relations -. La tecnologia degli italiani permetterà ai libici di sapere dove sono i gommoni dei migranti. Il problema ora è che Sarraj viene accusato d’essere marionetta degli italiani: non può fare troppe concessioni sulla sovranità».

Debolezza interna

Il premier è debole, isolato, non riunisce attorno a sé il Paese, e c’è chi pensa che una cattiva gestione della comunicazione della missione italiana possa metterlo in altri guai. «Se il Parlamento italiano vota sull’operazione, significa che Sarraj ha già deciso -dice Guma al-Gamaty, leader del partito libico Taghyeer -.

   Questo può essere problematico per lui: è una violazione della sovranità nazionale. Se all’Italia per procedere occorre il voto del Parlamento, anche il Parlamento libico dovrebbe essere interpellato. Sarraj potrebbe finire in un bel pasticcio se la missione prendesse il via». (Rolla Scolari)

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L’intervista

TRIPOLI: «LE NAVI ITALIANE? FUORI DALLE NOSTRE ACQUE GLI SCAFISTI LI CACCIAMO NOI»

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della sera” del 30/7/2017

– Il capo dei guardacoste: «Nessun intervento militare» –

«Non è affatto vero che le navi militari italiane potranno operare all’interno delle acque territoriali libiche. E certo non lo potranno fare con le armi. Soltanto i nostri guardacoste libici saranno ingaggiati nella caccia agli scafisti entro le 12 miglia. Su questo punto voglio essere molto chiaro. Lo stesso premier Fayez Al Sarraj l’altra sera ha voluto espressamente specificare con noi che ci occupiamo del controllo delle nostre coste».

Per telefono da Tripoli raccogliamo la versione del colonnello MASSUD ABDEL SAMAT, responsabile per il ministero della Difesa libico delle operazioni dei guardacoste e diretto interlocutore dell’ambasciata italiana in loco.

Quindi cambia poco rispetto al passato nel tipo di operazioni che effettueranno le navi italiane? Visto da Roma sembra quasi che l’Italia si stia preparando ad azioni militari nelle vostre acque territoriali, sulle coste.

«Ho l’impressione che nelle ultime ore siano cresciute troppe voci incontrollate rilanciate dai media e ci sia tanta confusione sul tema. In verità, la situazione sul terreno e in mare cambia di poco. Noi abbiamo chiesto e ottenuto maggior assistenza dall’Italia. Già nel porto di Tripoli arrivano adesso le motovedette della vostra Guardia di finanza e della Marina militare con compiti di addestramento per i nostri marinai, oltreché con il fine specifico di portare assistenza tecnica e pezzi di ricambio alle nostre navi. Sono un aiuto fondamentale. Ma sono aiuti logistici. Non prevedono affatto un intervento armato diretto italiano entro i limiti delle acque territoriali».

E se voi doveste chiedere l’intervento militare italiano in caso foste in difficoltà, per esempio contro le potenti bande criminali di fronte al porto di Sabratha?

«In quel caso, ma solo in quel caso, potrebbero intervenire. Ma solo su nostra specifica richiesta e non credo che ciò avverrà mai. Noi ci stiamo addestrando ed equipaggiando per potercela fare da soli».

Come utilizzate le quattro motovedette classe «Bigliani» che l’Italia vi ha consegnato a fine primavera?

«Ottimamente. Inizialmente c’era stato qualche intoppo. Ma, grazie all’assistenza tecnica fornita dall’Italia, nelle ultime settimane le abbiamo tutte riparate e rese operative. Tre di loro hanno appena compiuto un’importante missione di pattugliamento durata oltre 40 ore al largo di Sabratha e Zuara. In quel periodo nessun battello di migranti ha preso il largo in quel settore. La quarta motovedetta è stata oggetto di alcuni lavori di manutenzione ordinari negli ultimi giorni ed è pronta a salpare nelle prossime ore».

A fine giugno protestavate dicendo che il vetroresina delle barche italiane è troppo fragile contro i colpi da oltre 23 millimetri delle mitragliatrici pesanti in mano agli scafisti. Inoltre chiedevate che sulle motovedette italiane venissero montate a loro volta armi pesanti. Come avete risolto il problema?

«Abbiamo montato sui loro ponti le mitragliatrici contraeree tipo Doshka e altre di calibro pari a 23 millimetri delle quali disponiamo nei nostri arsenali. Inoltre i tecnici italiani ci hanno aiutato a corazzare in parte gli scafi. Adesso possiamo finalmente usare queste barche anche nella zona di Sabratha».

Comunque, nega che gli italiani abbiano ora il mandato per inviare truppe o commando speciali per blitz mirati sulle vostre coste?

«Nel modo più assoluto. La Libia è un Paese sovrano, non vogliamo di nuovo eserciti stranieri sul nostro territorio. L’azione militare italiana resta relegata al di fuori delle nostre acque territoriali».

Per voi cambia qualche cosa dopo il recente vertice tra Sarraj e Khalifa Haftar a Parigi e l’annunciata intesa tra i governi di Tripoli e Tobruk?

«Non abbiamo rilevato alcun mutamento operativo sino ad ora. Ma questa è una domanda che tocca temi politici. Non sta a me rispondere e neppure riguarda le mie competenze».

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MIGRANTI: I 13 IMPEGNI DEL VIMINALE PER LE ONG

1/8/2017 da www.repubblica.it/

– Il codice di comportamento per le organizzazioni non governative stilato del ministero dell’Interno per il salvataggio dei migranti in mare prevede, tra le altre cose, di non entrare in acque libiche e far salire la polizia a bordo –

UN CODICE di comportamento in 13 punti che le Ong devono rispettare nel salvataggio dei migranti in mare. Questi gli impegni chiesti dal Viminale, sottoscritti, però, solo da alcune delle organizzazioni non governative:

• Non entrare nelle acque libiche, “salvo in situazioni di grave ed imminente pericolo” e non ostacolare l’attività della Guardia costiera libica.

• Non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione.

• Non fare comunicazioni per agevolare la partenza delle barche che trasportano migranti.

• Attestare l’idoneità tecnica per le attività di soccorso. In particolare, viene chiesto alle ong anche di avere a bordo “capacità di conservazione di eventuali cadaveri”.

• Informare il proprio Stato di bandiera quando un soccorso avviene al di fuori di una zona di ricerca ufficialmente istituita.

• Tenere aggiornato il competente Centro di coordinamento marittimo sull’andamento dei soccorsi.

• Non trasferire le persone soccorse su altre navi, “eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc) e sotto il suo coordinamento anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave”.

• Informare costantemente lo Stato di bandiera dell’attività intrapresa dalla nave.

• Cooperare con il competente Centro di coordinamento marittimo eseguendo le sue istruzioni.

• Ricevere a bordo, su richiesta delle autorità nazionali competenti, “eventualmente e per il tempo strettamente necessario”, funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico.

• Dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità  dello Stato in cui l’ong è registrata.

• Cooperazione leale con l’autorità di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti.

• Recuperare, “una volta soccorsi i migranti e nei limiti del possibile”, le imbarcazioni improvvisate ed i motori fuoribordo usati dai trafficanti di uomini.

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Intervista a Marco Minniti

LA VERSIONE DI MINNITI «VI RACCONTO LA MIA MISSIONE QUASI IMPOSSIBILE» – SOLO, IN UN MARE DI PROFUGHI

di Pietro Senaldi, da “LIBERO” del 27/7/2017

– Nessuno aiuta Minniti a fermare la tragedia – Colloquio con il ministro, dell’Interno: «Il confine dell’Europa ormai è il sud della Libia, l’Italia non ha più tempo, Macron si» – Macron ha tempo, io no. Per fermare gli sbarchi ci accorderemo con i sindaci della Libia. Il confine dell’Europa è il Sahara – Faccio mio il detto del Grande Timoniere Mao: “Non mi importa se il gatto è bianco o nero, mi importa che prenda il topo” –

   «Guardi che forse lei non mi conosce, io sono un uomo sui generis, non commetta l’errore di omologarmi».

   La telefonata arriva presto al mattino e chi la fa ci tiene molto a chiarire che nel suo lavoro non c’è spazio per l’ideologia. L’uomo sa di trovarsi a gestire «un problema enorme, quasi impossibile da risolvere», e vuole far sapere che l’unica stella polare (…) (…) a guidarlo è quella del pragmatismo, coniugato al rispetto dei diritti umani.

   Dall’altra parte del telefono c’è Marco Minniti. Il ministro dell’Interno ci tiene a fare qualche puntualizzazione in merito al titolo di Libero di ieri, “A chi sbarca 3.000 euro”. Non vuole essere ingabbiato secondo categorie o appartenenze politiche. Rivendica di seguire rotte ben definite ma tracciate dalla sua esperienza e dalle sue conoscenze di individuo e ritagliate sulla situazione contingente, non dettate da credi o opportunità di partito.

   «Vi leggo sempre con interesse, come si deve con chi sta dall’altra parte, non volevo chiamare ma siccome mi trattate con simpatia, ci tenevo a rassicurarvi: la politica del Viminale non è tesa a favorire l’immigrazione in Italia ma ad affrontare in Africa questa straordinaria tragedia e trovare una soluzione definitiva» ci rassicura.

   Insomma, i rimpatri assistiti di cui abbiamo scritto sul nostro giornale ci sono stati, all’incirca cinquemila dalla Libia, e non è escluso che ce ne saranno altri «per dare una possibilità di vita a coloro che hanno affrontato la sfida dell’attraversamento del deserto», ma non è questa la strategia per risolvere il problema. Tanto meno è in discussione la tesi dell’accoglienza indiscriminata, la politica delle porte aperte a tutti che trova sostegno in ampie fasce della sinistra, oltre che ovviamente nelle Ong e in tutti quelli che sugli immigrati guadagnano, a patto che sbarchino qui senza arte né parte, pronti per essere rinchiusi nei vari Cara di Mineo.

   Minniti non lo dice chiaramente, ma risalendo dalle sue parole sull’emergenza, si intuisce che l’accoglienza in Italia di qualche migliaio di migranti per lui è un tema marginale rispetto alla drammaticità del fenomeno. Sembra persuaso che nel dibattito politico ci siano troppi elementi che a volte danno l’impressione di allontanare la soluzione.

   La metafora illuminante dell’approccio del Viminale al problema è calcistica: «L’importante è parare il calcio di rigore» spiega il ministro, «non bisogna guardare le finte ma quello che avviene sostanzialmente di grosso». Fuor di metafora, la palla da fermare è un flusso di milioni di persone, un dramma epocale, che durerà a lungo ed è in costante aumento di numeri per cui servirebbe un miracolo. La situazione è difficilissima e Minniti non lo nasconde a se stesso né ai propri interlocutori. E persuaso che ci vorrebbe un miracolo per venire fuori dall’emergenza ed è più che mai convinto che perché esso si realizzi «è indispensabile che Europa e Africa lavorino insieme, perché ormai il confine sud della Libia è diventato il confine sud dell’intera Europa».

LA STORIA. L’uomo, l’unico dei tre Lothar del fu premier D’Alema sopravvissuto alla caduta dell’ex leader Ds, è tosto e non lo dice ma la sensazione è che il ripetuto appello del governo all’Europa perché sostenga l’iniziativa italiana e faccia lo stesso sforzo prodotto con la Turchia per fermare i profughi siriani che spingevano verso la Germania nasconda una grande solitudine.

   «Nessun Paese può farcela da solo» ripete. E non è solo un problema di immigrazione ma anche di lotta al terrorismo. E qui Minniti avalla la tesi che tra i disperati del deserto possano nascondersi anche reduci della sconfitta dell’Isis, visto che «nel momento in cui cade Mosul è possibile una diaspora di ritorno».

   Macron, è l’analisi del ministro, ha incontrato i due leader libici e lavora a una pace nel Paese, tutela gli interessi della Francia, ma «il presidente francese ha tempo, non ha migliaia di persone che premono ogni giorno ai suoi confini, noi non possiamo permetterci di aspettare mesi, tanto meno di tergiversare fino alle elezioni in Libia, dobbiamo agire subito perché la situazione può andare fuori controllo».

LE TRATTATIVE. Ecco che allora si capisce il senso dei ripetuti, quasi ossessivi, viaggi in Libia dell’inquilino del Viminale, che due giorni fa era a TUNISI, a incontrare i rappresentati di molti Paesi africani coinvolti nel fenomeno, l’ALGERIA, il NIGER, il CIAD, il MALI, ovviamente la LIBIA. I destini di Europa e Africa sono strettamente connessi nella visione del ministro. Se l’Africa sta bene e cresce, l’Europa sta bene e cresce, se l’Africa non sta bene, l’Europa non sta bene.

   Peccato che sembra che gli africani al momento l’abbiano capito più degli europei, che si limitano a scaricare il problema sull’Italia. «Segnali positivi ci sono» spiega con ritrovato e convinto ottimismo Minniti, che nelle scorse settimane ha incontrato i SINDACI DI TREDICI CITTÀ LIBICHE tra quelle più coinvolte nel traffico di esseri umani.

   Gente giovane, molto motivata. Teatro dell’incontro era un albergo molto bello, il RADISSON di TRIPOLI, ex Hotel Mehari, quello famosissimo di Gheddafi, ma la scena si sarebbe potuta benissimo svolgere a Berlino o Londra. Si sono presentati ciascuno con le sue slide a illustrare i loro progetti di sviluppo e hanno garantito tutti il loro forte impegno a combattere i trafficanti di uomini e a rompere qualsiasi tipo di legame con la criminalità.

   «Sono calabrese, so bene che uno può dire una cosa e pensare il suo esatto contrario ma ho avvertito un’aria nuova in Libia», spiega l’inquilino del Viminale, secondo cui c’è una classe dirigente che vuole farsi avanti. Certo, molti saranno anche vecchi arnesi di Gheddafi che vogliono riciclarsi ma non è il caso di badare al sottile. «Faccio mio l’insegnamento del Grande Timoniere, Mao Tse Tung: “Non mi importa se il gatto è bianco o nero, mi importa che prenda il topo”» chiosa Minniti, ponendo come principio fondamentale per ogni collaborazione l’impegno a rispettare i diritti umani dei migranti. In cambio della gestione dei flussi, questa gente ci chiede aiuti, Tac negli ospedali, migliorie nelle loro città, tutto sommato meno di quanto pretendeva Gheddafi.

   È un’opportunità che non possiamo perdere: i migranti vanno fermati in Libia e bisogna provare a dare una risposta ai problemi che li fanno scappare dalle loro terre. Un po’ come fece il Cavaliere con Gheddafi, prima che tutto precipitasse, anche se Berlusconi con il Colonnello allora, come oggi la Merkel con Erdogan, aveva il grande vantaggio di avere un interlocutore unico, lui invece deve mettere d’accordo decine di teste diverse, che spesso neppure si amano troppo.

   E qui torna il tema della solitudine: Minniti sembra l’unico in Europa a preoccuparsi dell’emergenza e uno dei pochi a riuscire a valutarla nella sua reale drammaticità. Non può contare su molti. I leader europei prendono tempo, sottovalutano, giocano partite nazionali, il governo non riesce a dargli il sostegno che servirebbe, la sinistra si spacca in beghe filosofiche, i sindaci italiani continuano a ribellarsi ai prefetti che vorrebbero riempire i loro Comuni di profughi.

   Da questa parte del Mediterraneo pare assurdo, ma forse i collaboratori su cui può contare di più il Viminale sono libici anziché italiani, e comunque sicuramente non europei. Quantomeno sembrano avere più interesse a risolvere il problema e non possono voltarsi dall’altra parte.

STRATEGIA. Le parole chiave sono COOPERAZIONE e INVESTIMENTO, progetti concreti per creare un’economia in loco. «un’impresa al limite dell’impossibile ma possiamo farcela». Non si stanca di ripeterlo Minniti, completamente dedito al compito, quasi fosse l’unica missione del suo dicastero e quanto mai preoccupato di trasmettere la consapevolezza che la soluzione passa da un’analisi della realtà da farsi con i piedi ben piantati per terra, senza gettare il cuore oltre l’ostacolo per poi trovarsi sovrastati dal proprio buonismo.

   L’unica strada secondo il Viminale sono i PROGETTI DI LUNGO PERIODO DI GESTIONE DEI FLUSSI e la CREAZIONE DI UN’ECONOMIA IN AFRICA. Nessuna ambizione a importare migliaia di migranti e implementare il business dell’assistenza in Italia, tantomeno a dare uno stipendio a chi arriva o un premio per lo sbarco.

   L’azione del governo si articolerà fondamentalmente su tre direttrici:

– FERMARE I MIGRANTI AL CONFINE MERIDIONALE DELLA LIBIA senza creare campi lager,

– CREARE CONDIZIONI DI SVILUPPO E INSERIMENTO nei luoghi di partenza,

– AGIRE IMMEDIATAMENTE e con la collaborazione di tutti.

   Nessun intento polemico, ma il messaggio è chiaro anche per le associazioni di volontariato nostrane, che semplicemente Minniti non cita e non considera parte del problema, tantomeno della soluzione, e per le navi delle Organizzazioni non governative, che invece il ministro cita di sfuggita e solo perché gli servono a esaltare i meriti della Guardia Costiera libica, che ha cominciato a muovere i primi passi secondo gli accordi.

   Tanto che l’altro ieri, mare piatto, bellissima giornata, i libici hanno recuperato in mare 280 migranti. «Su Libero avete auspicato il blocco navale, ma fate attenzione, parlare è un conto, quando però poi ci sono i morti le cose cambiano» conclude il colloquio il titolare del Viminale.

   E qui la memoria corre alla tragedia del 1997, quando il governo Prodi attuò il blocco nei confronti delle navi che arrivavano dall’Albania. Allora la corvetta italiana Sibilla sbagliò manovra e speronò una carretta del mare provocando oltre cento morti. Il capo dell’opposizione era Berlusconi, che si precipitò in Puglia, pianse davanti alle vittime e assunse in Fininvest i sopravvissuti, che a quanto risulta ancora lavorano per lui. (Pietro Senaldi)

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SINGHIOZZI DIPLOMATICI

da IL FOGLIO, 28/7/2017

– Singhiozzi diplomatici: Macron lancia gli hotspot in Libia e poi li ritira (“non li faremo”) –

   Sulla crisi dei migranti e sulla stabilizzazione della Libia c’è “un’agenda che ci impegna sul piano dell’accoglienza, sulla discussione con le ong di una serie di regole, sul favorire la riconciliazione delle forze” in campo libico, ha detto ieri il premier italiano Paolo Gentiloni.

   A questo spirito di “regole condivise” si è infine attenuto anche il presidente francese, Emmanuel Macron. Il 27/7 scorso Macron aveva annunciato la creazione di hotspot in Libia, con eventuale personale francese, “che l’Europa ci sia o non ci sia”: non esistono soluzioni di questo tipo al momento, perché il controllo delle coste libiche è affidato all’Oim e all’Unhcr, e perché – soprattutto – l’assenza di interlocutori chiari per la gestione di eventuali hotspot è il motivo principale per cui con la Libia non si è potuto siglare un accordo simile a quello che l’Europa ha fatto con la Turchia.

   La proposta di Macron ha fatto ripartire la discussione sulla Francia pigliatutto in competizione con l’Italia, con le tifoserie divise, ma lo stesso presidente francese ha interrotto le speculazioni telefonando a Gentiloni nel pomeriggio e ritirando la proposta sugli hotspot. Non li faremo “già dall’estate”, e non li faremo al di fuori dell’agenda condivisa da tutti i paesi. Proponendo un incontro anche con Spagna e Germania, Macron ha ribadito la necessita di una collaborazione – fermo restando che un controllo della costa libica resta una priorità per tutti.

   Nel frattempo anche il generale libico Haftar, che controlla l’est del paese e che aveva goduto del palcoscenico internazionale offertogli da Parigi lunedì 24 luglio, ha dato un piccolo dispiacere a Macron. Haftar ha rilasciato interviste – rare, è un uomo di poche parole, ma il palcoscenico internazionale lo ha reso più chiacchierone – in cui denigra Serrai, dice che è uno che “parla a vanvera”, si candida a leader di tutta la Libia “se dovesse essercene la necessità” e dichiara: ci sono soltanto “soluzioni militari” alla crisi libica. (p.ped)

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LE PARTITE GEOPOLITICHE

FRANCIA: IL GIANO BIFRONTE DEL MEDITERRANEO

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 28/7/2017

   A chi mai dovrebbero rivolgersi Stati Uniti e Russia in Europa se non alla Francia per una politica mediterranea? L’Italia non ha saputo prendere in mano la situazione, per mancanza di mezzi ma anche per la mentalità di governi che temono le reazioni di un’opinione pubblica diseducata alla geopolitica.

   Al punto da lasciare il destino della Libia in mano a Francia, Russia ed Egitto, tentando con fatica di giocare una difficile partita in Tripolitania.

   Non solo. La Francia vende armi al generale egiziano Abdel Fattah al­Sisi, come gli Usa e la Russia: noi per il caso Regeni abbiamo chiuso l’ambasciata del Cairo. Il resto d’Europa non esiste. La Germania, vista dall’Italia come storico contrappeso alla Francia, a Sud delle Alpi conta assai poco.

   La Francia, dopo la Brexit, resterà l’unico Paese dell’Unione membro del Consiglio di sicurezza Onu, l’unica potenza nucleare e quella che conduce la maggior parte delle missioni militari in Africa. Con la Germania defilata, l’Italia si muove come un’ancella degli Usa mentre i francesi con gli inglesi hanno la marina europea più poten­te del Mediterraneo.

   Saint Nazaire è l’ultimo cantiere in grado di varare una portaerei di nuova generazione: in parte si spiega così il diritto di prelazione di Parigi ai danni di Fincantieri. La Francia “strategica” nel Mediterraneo è allo stesso tempo storia e bruciante attualità.

   Si comincia con la conquista di Algeri nel 1830, seguita dalla costruzione del canale di Suez e dai protettorati in Marocco e Tunisia, dove i francesi anticiparono l’Italia che poi ripiegò su Tripoli. Anche se non riuscì a mettere le mani su Libia ed Egitto, la presenza francese veniva rafforzata negli anni Venti dal mandato su Libano e Siria.

   La Siria è un caso di “grandeur” francese fallita, come nel 2011 lo fu anche il bombardamento di Gheddafi. Nel 2008 Assad partecipava alla sfilata del 14 luglio sugli Champs Elysées, nel 2013 Hollande aveva fatto decollare gli aerei per colpire Damasco: venne frenato da Obama. E oggi Parigi deve inghiottire il fatto che l’autocrate siriano si sta riprendendo gran parte del Paese.

   Dopo la seconda guerra mondiale la perdita delle colonie diventò un’ossessione. «L’Europa dovrà realizzare uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo dell’Africa», così recitava la Dichiarazione Schuman del 1950. Il ministro degli Esteri francese parlò allora di “Eurafrica”, che avrebbe dovuto consistere nella creazione di un’unione economica.

   Come mai Schuman era così avanti? L’idea era quella di frenare la decolonizzazione di una riserva essenziale di materie prime e risorse energetiche. L’europeismo francese è dall’inizio un Giano bifronte. L’incubo della perdita delle colonie si materializzò in Indocina ma soprattutto con l’Algeria, il trauma di una guerra con un milione di morti che non è stato superato.

   La Francia è il Paese europeo che ha subìto più attentati di matrice islamica, è quello con la maggiore popolazione araba e una schiera di foreign fighters cui oggi danno la caccia in Siria le forze speciali di Parigi insieme con quelle americane schierate a Raqqa. Gli eventi nordafricani e mediorientali si sono sempre riflessi nelle banlieues dove l’influenza islamista rimane molto forte.

   Più l’islamismo fa proseliti sulla sponda Sud e più ci sono probabilità che si propaghi in Francia. Insieme viene l’altra grande questione, quella migratoria. La Francia considera il problema più di sicurezza e ordine pubblico che umanitario.

   Costretta a fare i conti con gravi problemi di integrazione, la Francia affronta la sfida a modo suo, chiudendo i porti e trovando in loco, da Haftar a Sarraj, qualcuno disposto a fare il lavoro sporco: questo significa l’apertura degli hotspot in Libia che assegnerebbero ai francesi un controllo e una selezione dei migranti senza alleggerire il peso per l’Italia come meta di destinazione.

   Dopo la Germania, che ha chiuso la rotta balcanica venendo a patti con Erdogan, Parigi tenta di fare lo stesso in Nordafrica e Sahel. Ma è una scommessa rischio: i ricatti dei libici possono essere persino più insidiosi di quelli di Erdogan. (Alberto Negri)

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MACRON NEOCOLONIZZA LA LIBIA MA L’ACCORDO CON HAFTAR E AL-SARRAJ È SCRITTO SULLA SABBIA

di Giorgio Ferrari, 26/7/2017 da TPI NEWS www.tpi.it/mondo/

Dietro i sorrisi di circostanza di Macron e dei leader libici rimane lo scenario di un mosaico di ”Libie” difficile, se non impossibile, da conciliare.

   Le strette di mano non bastano. Non basta che il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez al-Sarraj e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar riuniti alle porte di Parigi nel castello di La Celle-Saint-Cloud abbiano adottato la dichiarazione congiunta sull’avvenire della Libia proposta (la bozza era già scritta e circolava da tempo) da Emmanuel Macron.

   Di questa Camp David in miniatura all’ombra dell’Eliseo il giovane presidente può legittimamente menare vanto per rinfocolare la troppo rapidamente perduta popolarità e insieme per ricordare all’Italia – comme d’habitude un po’ umiliata e messa all’angolo ogni volta che i francesi prendono in mano la partita – che il grande player nelle faccende arabe (e segnatamente in quelle libiche) è semmai la Francia, non certo la debole e stremata Italia, cui si concede un sorriso benevolo a cose fatte.

   Il sospetto che Macron tenda a considerare l’ex quarta sponda italiana in un protettorato dell’Eliseo del resto è più che fondato. Ma le strette di mano, come si diceva, non bastano.

   Dietro ai sorrisi di circostanza permane lo scenario di un mosaico di Libie difficile se non impossibile da conciliare. Perché non esistono soltanto le tre grandi realtà geografiche – la Tripolitania di al-Sarraj sostenuta e riconosciuta dall’Onu, la Cirenaica dominata manu militari dall’ex protetto di Gheddafi Haftar e il Fezzan, immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le tribù beduine che chiedono il pizzo per ogni convoglio, ogni carovana, ogni essere umano che attraversa il deserto – ma viceversa esistono decine di piccoli e frammentati potentati, ciascuno immerso nella propria anarchia autocefala, tanto da disegnare una caricatura di nazione a macchia di leopardo.

   E dietro al generale, al-Sarraj, agli Zintan, ai tuareg, a quel che resta dei fratelli musulmani, altre ombre e altri disegni, per i quali il bottino petrolifero è prioritario. Solo pochi giorni fa il presidente della National Oil Corporation (Noc) Mustafa Sanalla ha dichiarato alla tv di stato libica che la produzione di petrolio ha superato la soglia del milione di barili al giorno e con essa sono aumentate le esportazioni.

   “Ogni giorno 715mila barili lasciano i terminal petroliferi di Mellitah e Zawiya, nel solo mese di giugno 30 petroliere si sono dirette verso i porti del Mediterraneo”, ha rivelato.

   Siamo ancora lontani dal milione e seicentomila barili giornalieri che la Libia garantiva fino a quando al potere c’era Gheddafi, ma grazie alle riserve dei suoi 63 miliardi di barili di greggio e i 15 miliardi di gas naturale l’ex “scatolone di sabbia” conserva nelle sue viscere un serbatoio di ricchezza che potrebbe garantire al paese una presenza dominante sul mercato per i prossimi cento anni.

   Questo è l’obbiettivo degli amici come degli avversari dei due leader, ma non scordiamoci il business delle armi, che arricchisce i francesi negli Emirati e che in Haftar vede un partner meno fragile di Sarraj, il cui controllo del territorio si limita a una piccola porzione di territorio attorno a Tripoli.

   Non a caso la Francia di Macron non è per nulla neutrale nella disputa sul potere in Libia. Insieme alla Russia e all’Egitto, Parigi è significativamente sbilanciata in favore di Khalifa Haftar (la Total francese ha i suoi maggiori impianti nella Cirenaica del generale) e solo formalmente inquadra il vertice del 25 luglio scorso negli sforzi che l’Onu compie per una soluzione pacifica alla guerra civile.

   Per questo, con educato scetticismo, crediamo assai poco al cessate il fuoco accettato (a parole) da Haftar e dal suo debole deuteragonista al-Sarraj (…), per il semplice fatto che i personaggi che recitano il dramma libico sono molteplici e sfuggono al controllo dei leader.

   Così come crediamo molto poco alle elezioni promesse per la primavera del 2018: chi ha buona memoria ricorderà che quello di Parigi è il terzo tentativo di un faccia a faccia fra i due leader libici: il primo si era svolto al Cairo, il secondo ad Abu Dhabi.

   In entrambi, le medesime parole, i medesimi impegni uditi ieri a La Celle-Saint-Cloud: “Ci impegniamo ad un cessate il fuoco, ad astenerci da qualsiasi uso della forza armata per scopi diversi dalla lotta al terrorismo e a tenere al più presto elezioni generali sotto la supervisione delle Nazioni Unite”. Parole scritte sulla sabbia. (Giorgio Ferrari)

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Il retroscena

“TRIPOLI GARANTISCA SICUREZZA AI MILITARI”: ECCO LE TRE CONDIZIONI PER L’INTERVENTO

di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 27/7/2017

   Perché le navi italiane si avviino verso le acque territoriali della Libia servono sostanzialmente due condizioni: la prima è il via libera del Parlamento. Il governo ha dato una disponibilità generica, ma saranno le Camere a decidere su quella che a tutti gli effetti sarà una nuova missione. La seconda è che le autorità libiche — il riferimento è soprattutto al governo di Tripoli ma non solo — siano in grado di dare risposte soddisfacenti su TRE PUNTI non definiti nell’incontro fra Gentiloni e Serraj.

   Il PRIMO è la precisazione delle regole di ingaggio: bisogna che nell’accordo bilaterale sia chiaro quali dovranno essere i COMPITI DELLA MARINA MILITARE. L’impegno fondamentale è quello di assistere i libici nella lotta al traffico di persone, cioè, in altre parole, nel controllo dei flussi migratori. Ma che dovranno fare i militari italiani che si trovassero di fronte a barche che trasportano armi, o che magari trafficano petrolio?

   Il SECONDO punto delicato da chiarire è il TRATTAMENTO DEI MIGRANTI: le forze italiane non saranno incaricate direttamente del respingimento, ma segnaleranno la necessità di intervento ai libici. Ma questi sono in grado di garantire che le persone raccolte in mare siano trattate nel rispetto dei diritti umani? L’ipotesi alternativa risuscita la visione dei discussi “campi di concentramento” adottati ai tempi del colonnello Gheddafi, dove il trattamento inumano era quotidianità.

   TERZA questione è la SICUREZZA DEL PERSONALE ITALIANO: le navi della Marina devono poter agire in un contesto di accordo internazionale, non limitato alle tribù che sostengono il governo di Tripoli, ma allargato anche a quelle che sostengono Tobruk. Serve un’intesa politica, ma l’invito di al Serraj sgombra il campo dai dubbi di tipo legale, ricorda l’ammiraglio Fabio Caffio, esperto di Diritto internazionale marittimo: il governo di Tripoli è riconosciuto dall’Onu e gode della sovranità sulle acque territoriali, comprese le responsabilità di giurisdizione per eventuali arresti o salvataggi.

   Per cercare un precedente basta guardare alla missione anti-pirateria nelle acque somale sollecitata dall’Onu nel 2008, con il consenso preventivo del governo di transizione di Mogadiscio. Ma forse il modello più applicabile è la missione della Marina italiana nel 1991 nell’Adriatico, in coordinamento con le autorità di Tirana: in quell’occasione a bordo delle navi italiane erano imbarcati ufficiali albanesi.

   Anche stavolta, dicono gli esperti, sarà necessario far salire a bordo militari libici, per garantire un collegamento rapido con Tripoli per eseguire compiti di “sostegno logistico” alle unità libiche.

   Uno scenario plausibile prevede l’uso di due navi, magari da scegliere fra quelle già impegnate nel Mediterraneo, attualmente sei (anche se la Marina preferisce non precisare nemmeno questo ). Una scelta quasi ovvia dovrebbe essere quella di un pattugliatore come il Cassiopea, impiegato al largo di Tunisia e Libia per compiti di sorveglianza della pesca. Oppure per lo stesso compito potrebbe essere scelta una corvetta come la Danaide. Altrettanto scontato è l’uso di una nave della classe San Giorgio, un mezzo anfibio che potrebbe ospitare anche il comando della missione. In questi giorni proprio la San Giusto è al comando della missione europea Sophia (l’ex Eunavfor Med), impegnata nelle acque internazionali in operazioni di soccorso dei migranti e arresto degli scafisti. Dal primo settembre la San Giusto lascerà il comando a un mezzo spagnolo, ma il passaggio a nuovi compiti, stavolta solamente sotto bandiera italiana, sarebbe complicato: la nave ospita a bordo personale straniero, che non sarebbe autorizzato a entrare in acque libiche. Appare più semplice lo schieramento delle navi-sorelle, la San Giorgio o la San Marco.

   Al di là di esigenze di autodifesa, la nave anfibia non dovrebbe comunque ospitare truppe speciali: «In nessun modo le unità italiane potranno usare la forza, perché sarebbe al di fuori del mandato», chiarisce senza possibilità di dubbio l’ammiraglio Caffio.

   A fronte di un compito come sostenere e assistere i libici, c’è sempre il pericolo di una strumentalizzazione in chiave nazionalista da parte di fazioni ostili, che avrebbero buon gioco a rievocare le esperienze passate di fronte alla presenza di soldati con la bandiera tricolore. Per evitare manipolazioni in questo senso potrebbe essere utile anche la presenza— per ora solo auspicata — di esperti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati o dell’Organizzazione internazionale sulle migrazioni. (Giampaolo Cadalanu)

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MEDITERRANEO: GLI INTERESSI E LE INGERENZE FRANCESI

– di Lea Vettorato 25 luglio 2017 16:30 da https://www.lindro.it/

– MUSTAPHA TOSSA sulle accuse rivolte alla Francia di Sarkozy e non solo per la sua politica in Africa –

   Ha sorpreso – forse non positivamente – l’opinione pubblica italiana la mossa del Presidente francese Macron, che riporta la ‘republique‘ alla ribalta in nord africa, vestendo i panni del ‘mediatore’ tra i due principali attori – per lo meno gli unici ufficialmente riconosciuti come tali dalla comunità internazionale – Fayez al-Sarraj, supportato anche dalla nostra Italia, e Khalifa Hafter, più vicino al Cremlino.

   Il primo, leader politico, è visto come il legittimo rappresentante della Libia post-gheddafi. Il secondo, generale esperto e veterano dell’esercito nazionale appare – e piace – proprio come uomo forte, in grado di ottenere il supporto dell’esercito e mantenere il controllo della parte orientale del Paese. In tutto questo, Macron occupa lo spazio che geografia, storia e interesse economico offrivano invece all’Italia, ma che il Belpaese, in questi anni di incertezza sulla sua vecchia ‘quarta sponda’, non ha mai saputo sfruttare.

   Se a tutto questo si aggiunge il fatto che fu proprio la Francia a fare pressione perché ci si sbarazzasse del Colonnello Gheddafi, macchiandosi del peccato originale di aver ‘scoperchiato il vaso di Pandora’ e condannato la Libia ad un caos geopolitico ormai più che quinquennale, la situazione risulta a dir poco paradossale.

   La responsabilità francese è ben nota: 1.873 ONG avevano già accusato l’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy di aver ‘destabilizzato l’Africa’: la notizia era circolata all’inizio di dicembre in Francia. L’ex Presidente francese era nel mirino di un gruppo di organizzazioni non governative africane per un presunto impegno della Francia in operazioni di destabilizzazione in diversi Paesi africani, tra cui il Gabon, la Guinea Equatoriale e in particolare la Libia.

   MUSTAPHA TOSSA, giornalista politologo specializzato sulle tematiche riguardanti il mondo arabo, ci parla dell’accusa rivolta a Nicolas Sarkozy nel contesto del più ampio scenario delle relazioni Francia-Africa, interessi spesso ‘a senso unico tra l’ex potenza coloniale e i Paesi africani’.

Che significa destabilizzazione dell’Africa?

La destabilizzazione è un concetto in movimento. Può prendere forma di azione militare per proteggere un regime o smontarne un’altro. E può anche assumere la forma di azioni economiche volte a monopolizzare un settore, per esempio influenzando i prezzi delle materie prime. Per alcuni, destabilizzare le sfide locali permette di mantenere il continente sottomesso, dominato e interdipendente.

Come l’Occidente detta e impone la sua legge nei Paesi africani?

Con la sua superiorità militare, economica e finanziaria. Le economie africane devono essere integrate nell’economia mondiale e si ritrovano cosi soggette alla globalizzazione. Se ci posizioniamo dal punto di vista degli africani, le risorse sono sfruttate dalle grandi aziende. Tuttavia, se ci spostiamo dal lato occidentale le loro azioni permettono di partecipare allo sviluppo del continente.

Questa denuncia fatta delle ONG su che cosa si appunta di preciso?

Sul fatto che Nicolas Sarkozy aveva cercato di convincere la comunità internazionale ad agire in Libia. Aveva convinto la coalizione a formarsi, quella che ha portato poi alla caduta del regime libico, e poi al caos, e, infine, alla presenza incontrollabile dello Stato Islamico. Ma è improbabile che questa denuncia abbia buon esito. Questa accusa di alcune ONG è soprattutto un modo di monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica piuttosto che una vera e propria denuncia. E visto la notorietà politica e la reputazione internazionale di Nicolas Sarkozy sarà difficile vedere una condanna effettiva. Molti criminali di guerra malgrado denunce di questo genere proseguono indisturbati.

Spesso sono evocati legami finanziari tra Muammar Gheddafi e Nicolas Sarkozy, le denunce partono da questo?

L’obiettivo era quello di sfaldare il Paese, poi si è arrivati a trasformare la Libia in supermercato di armi e gruppi terroristici che alimentano il caos in tutti i Paesi vicini e nella regione sub-sahariana. Questo è ciò per cui Sarkozy è accusato nella denuncia.

C’è stato un grande dibattito in Francia sulla necessità di fare la guerra a Gheddafi in quel modo?

Ma le critiche a Nicolas Sarkozy non sono tanto sulle motivazioni della guerra al colonnello, ma per la mancanza di ‘servizio post-vendita’. È stata una buona cosa aver precipitato la caduta di Gheddafi, almeno questo è il parere degli ambienti che gestiscono il potere a Parigi, ma è stato un errore non aver garantito l’alternativa a Gheddafi, alternativa che avrebbe potuto garantire la pace, la stabilità e l’unità del Paese. Questo è il ‘servizio post-vendita’. Il problema è che, anche dopo la partenza di Nicolas Sarkozy, con l’arrivo di Francois Hollande, la Francia non è stata in grado di creare una valida alternativa al colonnello. E’ vero che ha aiutato molto il dialogo libico tra le diverse fazioni, ma senza veri risultati. Ci sono sempre guerra e scontri interni nel Paese, il che fa dire che in effetti bisognava garantire un’alternanza dopo la caduta del regime libico, è questa la critica rivolta apertamente alla Francia in questo momento. Le stesse ONG denunciano anche le Nazioni Unite. Non è immaginabile una denuncia contro le Nazioni Unite. Perseguire un’organizzazione internazionale come le Nazioni Unite, rappresentante di molti Paesi e nessun Paese nello specifico, mi sembra difficile. L’unico obiettivo, ancora una volta, è puramente mediatico.

Quali sono le ingerenze da parte della Francia nella gestione degli Stati africani e grazie a quali politici sono state possibili?

Si parla qui del termine ‘France-Afrique’, e di questo rapporto sempre presente tra l’ex potenza coloniale e le sue ex colonie. Essa ha mantenuto dei legami militari, economici, politici. La sua presenza sui territori africani è solo un riflesso di quella relazione. Ha decolonizzato, ma ha voluto conservare un rapporto speciale con alcuni Paesi. Mentre per alcuni è solamente ‘interferenza’, per altri lo scopo è la difesa degli interessi francesi. Dipende da quale lato del Mediterraneo ci troviamo. Dal punto di vista del Sud del Mediterraneo e del Sud del Sahel, è una ingerenza francese che prosegue negli affari di questi Paesi africani. Ma dal punto di vista dell’Europa, è un Paese europeo che difende i suoi interessi su un continente in cui il tasso di crescita è promettente e che anche qua deve competere con altre forze politiche ed economiche come gli Stati Uniti e la Cina sul mercato africano. L’ingerenza si fa attraverso l’azione militare. Ricordiamo che la Francia ha condotto due guerre, una in Mali e una in Republica Centro Africana, per proteggere i regimi e chiudere le porte al terrorismo. La diplomazia dice che se non ci fosse stata la Francia in Mali il Paese sarebbe oggi guidato da jihadisti e movimenti terroristici con tutta l’influenza che potrebbe avere sulla regione. Può anche assumere questa forma, il colonialismo, ma anche la forma di colonialismo economico, perché si tratta di una lotta mortale per i mercati, per l’accaparramento di materie prime e prodotti essenziali per la propria industria in una concorrenza spietata con poteri industriali europei, americani e cinesi. Parliamo del rapporto ‘L’Afrique est notre avenir’.

Il rapporto sosteneva che la politica africana della Francia si è evoluta più lentamente rispetto a quanto si è evoluta l’Africa. È così?

E quali sono i grandi errori compiuti dalla Francia in Africa? Questo può essere vero per il semplice motivo che l’evoluzione del potere politico francese è lento perché vogliono rimanere sulle vecchie amicizie, vecchie connivenze, vecchie reti. Mentre l’Africa vive nel rinnovamento della classe politica, economica che cammina a un ritmo molto più veloce rispetto alla percezione francese del continente.

Quali sono le conseguenze pratiche di questo cambiamento?

Senza dubbio questa è l’origine di molte tensioni e incomprensioni tra l’ex potenza coloniale e le capitali dell’Africa. Proprio queste discrepanze si spiegano nelle percezioni.

In questi due anni la Francia cosa ha fatto per recuperare il tempo perduto in Africa?

Recentemente quanto è stato evidente e visibile per molti è il coinvolgimento militare in Africa, questo è stato un punto di svolta. Perché ad un certo punto, i gruppi jihadisti molto attivi nel sud dell’Algeria, che si affiliano ad al-Qaeda nel Maghreb, a Boko Haram o allo Stato Islamico hanno minacciato apertamente gli interessi occidentali in generale e francesi in particolare, ciò che ha portato la Francia a intervenire militarmente per fermare la loro ascesa per proteggere i regimi alleati e amici ma anche per proteggere le società africane da quel mostro. La Francia ha dimostrato che usa la forza per cambiare il corso della storia e fermare nettamente l’ascesa dei jihadisti.

Si è parlato di militarizzazione dell’Africa da parte della Francia, e in effetti abbiamo visto nel 2015 e 2016 molto attive le forze armate francesi in Africa. Cosa ne pensa?

Questo è il caso della Repubblica Centroafricana, e del Mali. Ciò che è accaduto di recente è che la Francia ha dimostrato ai suoi partner stranieri che è in grado di usare la forza militare quando i suoi interessi sono in pericolo. È una delle poche, se non l’unica potenza europea ad aver finora svolto questo progetto di intraprendere un’azione militare nei territori africani. Gli inglesi non l’hanno fatto da soli, l’hanno fatto in Libia ma con la Francia, i tedeschi e gli italiani, non intervengono militarmente, se non con ombrello internazionale, gli spagnoli neanche. Finora, negli ultimi anni solo la Francia ha concretizzato un intervento militare con successo. La Francia ha ritenuto di non avere altra scelta che intervenire per difendere i propri interessi. Ogni Paese difende i propri interessi nel settore che stima più giusto. La Francia l’ha fatto sul piano militare, la Cina lo fa sul piano economico, gli americani lo fanno con pressioni sulle istituzioni monetarie internazionali e le banche mondiali; così ogni potere, ogni Paese trova il modo migliore per difendere i propri interessi.

Cosa risponde a chi sostiene che la Francia non esisterebbe nei termini economici attuali se perdesse il controllo delle ex colonie e nello specifico se venisse meno il sistema monetario FCFA?

Certo che il rapporto con le ex colonie è uno degli attributi del potere e della  gloria. Se domani tagliasse tutti i legami con le ex colonie, ridurrebbe il suo potere e la sua influenza, di sicuro. Quindi è da questo che emerge questa ambizione continentale che la Francia vuole mantenere. La Francia vuole rimanere, nonostante la decolonizzazione, una forza africana, che agisce sul continente africano, che configura il presente e il futuro dell’Africa. Questa è la sua ambizione, questo è quello che pensa sia la sua missione. Che questo sia un bene o un male non saprei, comunque è solo un giudizio di valore che possiamo dare. L’Africa, o almeno alcuni Paesi del continente, hanno iniziato un percorso di rivendicazione del controllo delle proprie risorse naturali e stanno rivedendo le loro alleanze. La Francia come sta rispondendo a questa situazione? Da molti anni c’è una reale teoria di co-sviluppo che ora si sta facendo strada. Vale a dire che la Francia può aiutare i Paesi africani in forma di co-sviluppo con lo sfruttamento comune delle risorse. Ma dipende da uno dove si trova. Se uno è cittadino africano, noi francesi continuiamo a saccheggiare le ricchezze di questi loro Paesi; se è cittadino occidentale o europeo le azioni francesi rientrano in un processo di co-sviluppo per aiutare l’Africa ad uscire dalla povertà.

Condivide la considerazione che in Africa, la Cina è passata dalla fase di potenza predatrice alla fase di potenza alleata all’Africa? E: quali considerazioni si sente di fare su quanto la Cina sta facendo in questa Africa che rivendica il controllo delle proprie alleanze?

La presenza della Cina in Africa è stata fatta molto intelligentemente. Non è stato fatta in modo militare, brusco. È stata fatta economicamente. Ha aiutato in molti progetti, ha contribuito a convincere molti Paesi africani che è lì per aiutarli e sostenerli nelle loro riforme. Ecco, questo è una percezione di quello che potrebbe essere l’economia cinese. Ma penso che la Cina non sia meno predatrice rispetto ai Paesi europei che difendono prima di tutto i loro interessi. Anche se si investe in un certo numero di settori in Africa gli interessi da difendere sono più importanti. La Cina vuole avere una risposta vincente sugli investimenti. Quindi, se togliamo un po’ di velatura e modo di fare, questi sono poteri che cercano lo stesso risultato, cioè di depredare le ricchezze africane. Tutti vogliono approfittare della crescita e delle materie prime offerte dal continente africano e ognuno lo fa a modo suo.

In questo quadro, quale ruolo sarà capace di ritagliarsi l’Europa e l’Occidente in genere? Condivide la valutazione che si aprirà una stagione inedita di conflittualità tra l’Occidente e l’Africa ?

Non penso, perché il problema è di integrare la maggiore parte delle economie sia europee, africane, asiatiche, in un processo di globalizzazione che sembra funzionare seppure con alcuni stridori di denti, qualche tensione qua e là non influisce sul sistema globale che garantisce la trasmissione di ricchezza o la ripartizione della stessa.

Alcuni osservatori sostengono che Stati Uniti, Francia e l’Europa risponderanno alla minaccia dei loro interessi in Africa esportando caos, e, anzi, che la proliferazione del terrorismo islamico nel continente altro non è che il frutto avvelenato dell’Occidente per tentare di mantenere il controllo sull’Africa. Quale la sua considerazione in proposito?

Se vogliamo pensare in termini d’investimento politico ed economico, il caos spaventa e allontana i capitali. Il caos è una minaccia per gli investimenti e gli interessi. Al contrario, chi semina il caos è colui che vuole spaventare quegli investitori che arrivano nei Paesi africani e non vedo questi Paesi portare il caos per lottare contro i loro propri interessi. Questi Paesi e le società occidentali hanno interesse a che ci sia stabilità politica e non caos, proprio per sfruttare al meglio le ricchezze dell’Africa. Perché il caos impedisca una presenza sostenibile e redditizia per le loro aziende.

Da più parti si sostiene che Boko Haram sia utilizzato dalla Francia per adottare una sorta di strategia della tensione in Africa e che questo gruppo terroristico riceva armi dalla Francia. Quali le sue considerazioni in proposito? Perché si o perché no?

Non credo che la Francia sia coinvolta nel sostegno a Boko Haram, per me è un’aberrazione. Si tratta di un’estensione dell’ISIS e dello Stato Islamico. Non credo che qualsiasi Paese europeo, occidentale, o la Francia possano aiutare un’organizzazione terroristica e manipolarla poi in questo modo. Queste accuse si basano sul nulla, questi sono concetti un po’ utopici che provengono da questa cultura del complotto occidentale continuamente coltivata. Boko Haram è un’organizzazione jihadista, terroristica locale che si è nutrita di molti fattori destabilizzanti in Africa.

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INTERVISTA A DEL BOCA

«IN LIBIA UN’ALTRA AVVENTURA MILITARE ITALIANA»

di Tommaso di Francesco, da “il Manifesto” del 27/7/2017

– Libia. Intervista ad ANGELO DEL BOCA, storico del colonialismo italiano e della Libia. “Quella di Gentiloni è per ora una guerra d’immagine. Ma pericolosa, non a caso riceve l’approvazione subito della destra. E si profila come un rischioso blocco navale” –

   Ancora una volta per capire la crisi libica e dintorni, ricorriamo ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e della Libia.

   Gentiloni ha ricevuto Fajez al Sarraj di ritorno dal vertice con Haftar promosso da Macron e ha comunicato che il leader di Tripoli «ha chiesto aiuto navale italiano in acque libiche contro i trafficanti di esseri umani»; ora la proposta «viene valutata con il ministro della Difesa».

Che significa?

Sembra un nuovo intervento militare, una nuova avventura italiana. Comunicato appena dopo il vertice voluto da Macron. Una specie di guerra d’immagine. Ma pericolosa, Non a caso è stato subito apprezzato dalla destra italiana che da tempo vuole schierare le cannoniere. Certo non è chiaro: si tratta di una sorta di blocco navale in acque libiche, solo della Tripolitania, quasi una sostituzione italiana dell’inutile e corrotta guardia costiera libica? Oppure in acque internazionali? Comunque sulla pelle dei profughi che a quel punto sarebbero sequestrati, dopo l’eventuale cattura dei “trafficanti” e rispediti nelle prigioni libiche o nella disperazione africana. Senza escludere il rischio di come avviene un blocco navale: dovremmo ricordarcelo come Italia: nel 1997 affondammo la barcarola albanese Kater I Rades con una corvetta della Marina e morirono 108 persone.

Qual è il suo giudizio sul vertice di Parigi promosso dal presidente francese?

È come se Macron avesse voluto ricucire, ma solo recitandolo, l’affronto di Sarkozy che, nel marzo 2011 guidò la guerra a Gheddafi forzando la mano a tutti, a cominciare dall’Italia fino agli Stati uniti, un fatto che almeno Obama ha riconosciuto come un tragico errore. Uno strappo tra l’altro costato 30 mila miliardi di dollari in distruzioni di città, fabbriche, infrastrutture, secondo la valutazione fatta dalle Nazioni unite. Attenzione, si tratta di una svolta d’immagine. Macron si muove con l’atteggiamento da piccolo Napoleone, sopravanza l’Italia con un summit realizzato quasi di nascosto e sfotte perfino quando si sente in obbligo di ringraziare «il mio amico Gentiloni». La sua riparazione serve in sostanza ad imporre il primato della Total in terra libica. Se avesse voluto riabilitare davvero la Francia perlomeno doveva annunciarsi come un giovane convinto europeista che ammette gli errori francesi in Africa. Invece paradossalmente si fa forte dei disastri compiuti dai presidenti francesi precedenti e ancora una volta del controllo assoluto che Parigi ha dei paesi della fascia del Sahel, tra cui Niger, Mali, Ciad dei quali controlla economia e valuta con il franco locale Cfa, l’acronimo vuol dire che quei Paesi appartengono alla COMMUNAUTÉ FINANCIÈRE AFRICAINE. Il colonialismo sta sempre lì. Ora per il ministro Minniti, il Niger diventa la frontiera sud, il muro da difendere, dell’Europa.

Eppure Sarraj e Haftar si sono stretti la mano per un cessate il fuoco, l’ipotesi di un governo unitario di transizione, elezioni nella primavera del 2018…

Ma se si legge bene, sono gli stessi contenuti dell’incontro tra i due di Abu Dhabi nel maggio scorso. Sui quali Macron ha messo il cappello. Un vertice quello per la mediazione degli Emirati, in realtà schierati con il generale Khalifa Haftar che fa il lavoro sporco per la stessa Francia, l’Egitto e la Russia. Dietro Fajez al Sarraj c’è il riconoscimento dell’Onu e l’Italia, che lo ha insediato con la Marina militare – e quello nemmeno c’informa che va da Macron. Ma il «nostro» leader vive sotto assedio, non controlla a pieno nemmeno la città di Tripoli; tanto meno la TRIPOLITANIA divisa tra milizie in parte schierate con Tripoli, come quelle di Misurata che ricattano costantemente Sarraj, in parte con il precedente governo islamista di Khalifa al-Ghweil; ci sono poi l’enclave armata di Zintane che ha detenuto e liberato Seif Al Islam, il figlio di Gheddafi; il FEZZAN delle tribù e dei clan e la CIRENAICA di Haftar, ancora alle prese con il tentativo di ricostituzione delle milizie jihadiste, a Derna e Bani Walid dopo la sconfitta di Sirte. Dappertutto centinaia di milizie armate. Questo elenco per dire che proprio l’ultimo capitolo dell’accordo di Abu Dhabi – «risolvere il nodo delle milizie» – è fallito facendo fallire tutto il resto. Perché parliamo di controllo del territorio che non c’è. Lo sa bene il generale Haftar che avanza e occupa i decisivi pozzi petroliferi. Non a caso su di lui si spostano ormai le simpatie internazionali, comprese quelle dell’Italia. La pace nella Libia somalizzata dall’intervento militare occidentale, che ha mandato in frantumi un lavorìo di 42 anni per tenerla insieme, non può avere come interlocutori soltanto due protagonisti. Le forze in campo sono molte di più. A cominciare da quelle internazionali, perché la Libia è diventata il cuore del neocolonialismo mondiale.

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Roma e Parigi

DOBBIAMO APRIRE GLI OCCHI SU MACRON (E SU DI NOI)

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 27/7/2017

– Il presidente francese difende gli interessi nazionali, nascondendo le responsabilità sulla Libia. Su migranti e Fincantieri sta giocando all’attacco –

   «Mi conoscevano gli altri, ciascuno a modo suo». Scomodare Pirandello torna utile per decifrare il disamore italiano per Emmanuel Macron, dopo l’overdose di applausi che ha accompagnato la sua elezione. C’è una sequenza di fatti che giustificano delusione e irritazione, ma contano anche percezioni ingannevoli fin dall’inizio.

   E’ di queste ore lo scontro plateale sui cantieri navali di Saint Nazaire, dopo che l’italiana Fincantieri ha preso il controllo della società. L’operazione, avvallata all’epoca della presidenza Hollande, è ora congelata dalla pretesa di Parigi di rientrare in gioco con un ruolo paritario nell’azionariato. Non è nemmeno esclusa un’ipotesi di nazionalizzazione e sarà interessante in questo caso analizzare le motivazioni dell’europeista/liberale Macron.

   Le posizioni si sono irrigidite. Trattandosi di una partita che è al tempo stesso di prestigio e di alto profilo industriale, lo scontro rischia di spegnere sul nascere aspettative forse eccessive sul modo in cui s’intende l’amicizia fra i nostri due Paesi.

   La storia dei rapporti industriali e finanziari fra Italia e Francia del resto si ripete e, come spesso accaduto, a senso unico, cioè nel senso del capitalismo come lo insegnano a Parigi. Prima vengono interessi nazionali, poi regole di mercato e competitività. Dalla moda all’alimentare, dalla finanza all’energia, fino alle recenti scorribande di Vincent Bolloré, l’elenco delle conquiste francesi — purtroppo anche in settori di alto interesse strategico — sarebbe lunghissimo.

   Prima della « battaglia navale», nell’incontro di Saint Cloud (luogo caro a Bonaparte I e III) sulla Libia, il presidente francese si è voluto imporre come playmaker del processo di pace, rafforzando il ruolo del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, rispetto al presidente Sarraj, riconosciuto dall’Onu e interlocutore privilegiato dell’Italia.

   La Francia sceglie la realtà di rapporti di forza che vanno profilandosi nel caos terroristico/tribale dopo lo sciagurato intervento militare di Sarkozy e la caduta di Gheddafi. Molto andrebbe raccontato sull’incerto fronte libico e nel contesto di divergenti interessi politici ed energetici, ma la sensazione — al di là degli elogi per l’azione del governo italiano — è che Macron voglia giocare una partita a tutto campo, per consolidare peso politico e militare nel Nord Africa e nel Sahel.

   In ottica francese, l’Italia, nonostante la forte presenza dell’Eni, rischia di avere un ruolo di seconda fila nella Libia di domani. Prima di Saint Cloud, c’era stata un’evidente disparità di valutazioni sulla questione dei migranti. Macron aveva avuto parole di solidarietà per la drammatica emergenza che l’Italia si trova ad affrontare da sola, ma il distinguo fra «migranti economici» e richiedenti asilo, per quanto giuridicamente indiscutibile, è suonato un po’ irrealistico al tempo degli sbarchi di massa e quotidiani. Di fatto, porte chiuse.

   L’irritazione da parte italiana su diversi fronti è dunque palpabile. È però inutile piangere sul fatto che la musica non cambi nell’era Macron. L’errore, casomai, è stato l’entusiasmo acritico e un po’ provinciale per un giovane leader che prima di essere una grande speranza per l’Europa (e per l’Italia) è una straordinaria risorsa per la Francia.

   Ancora più fuorviante considerare Macron un modello esportabile o imitabile, come si è orecchiato nei talk show alla ricerca del «Macron italiano». Entusiasmo prima e delusione oggi fanno perdere di vista ragioni di fondo all’origine di rapporti complicati. Macron non sarà ostile o benevolo a seconda di come si sveglia la mattina o se, come si dice, andrà in vacanza nel Belpaese.

   Lo sarà in base alla nostra capacità di «fare sistema», di difendere e contrapporre nostri interessi, di garantire una continuità d’impegni e relazioni che — senza nulla togliere agli sforzi del premier Gentiloni — può essere data soltanto da coesione e stabilità politica sul medio periodo.

   Macron è abile e determinato, ma è il prodotto di un sistema politico e istituzionale che gli garantisce ampi poteri decisionali e un apparato di competenze e professionalità educato al primato dell’interesse nazionale. Non è, come qualcuno pensa, il dottor Jekyll e non è nemmeno, come qualcuno ha creduto, un socialista mascherato e mansueto (come peraltro non era nemmeno Hollande). È un gaullista vero, «geneticamente» attualizzato.

   Macron crede sinceramente nell’Europa, ma crede che, dopo Brexit, la Francia — unica potenza nucleare europea, con seggio al Consiglio di Sicurezza — possa essere più determinante che in passato, anche nel rapporto con la Germania. La trionfale accoglienza a Parigi per Putin e Trump è stata una prova generale delle aspirazioni francesi. Il Paese deve affrontare problematiche sociali e di finanza pubblica non molto diverse dalle nostre, che tuttavia sono coperte, come la polvere sotto il tappeto, dal prestigio militare e diplomatico e — quando c’è — dal carisma del presidente.

   Le elezioni tedesche, a settembre, prefigurano un nuovo mandato per Angela Merkel, probabilmente in coabitazione con i liberali. Stabilità dei governi e credibilità di leader e classi dirigenti stanno diventando moneta corrente a Parigi e Berlino. Ma di questo passo, il motore franco tedesco potrebbe diventare una tenaglia per tutti gli altri. (Massimo Nava)

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L’intervento

LA NOSTRA SFIDA DA VINCERE IN AFRICA

di Thomas De Maiziére – Marco Minniti, da “la Repubblica” del 12/7/2017

Caro Direttore,

il Consiglio dei ministri dell’Interno che si è riunito Tallinn lo scorso 6 luglio ha segnato un passo avanti verso una politica comune dell’Unione europea volta a contenere l’immigrazione incontrollata lungo il Mediterraneo centrale. Un elemento chiave è rappresentato da una maggiore cooperazione con i vicini nel Nord Africa, a cominciare dalla Libia.

   Infatti, la gestione della migrazione non può essere territorialmente limitata all’Ue, e in particolare all’arrivo dei migranti sulle coste italiane. La migrazione deve essere affrontata prima di tutto in Africa, dove affonda le sue radici e dove le cause economiche, ambientali e umanitarie guidano questo fenomeno.

   Le decisioni di Tallinn ed il riconoscimento della centralità dell’Europa nel sostegno alla Libia costituiscono una risposta al nostro appello. Il Consiglio ha concordato sulla necessità di aumentare le risorse a favore della rotta del Mediterraneo centrale. L’Ue ha compiuto un grande sforzo nel rallentare la migrazione illegale sulla rotta dei Balcani occidentali. Ora dobbiamo affrontare con la stessa determinazione la migrazione illegale nel Mediterraneo centrale. E’ davvero essenziale che gli Stati membri e l’Ue contribuiscano ulteriormente al TRUST FUND AFRICA, di cui Italia e Germania sono rispettivamente il primo ed il secondo contributore.

   II nostro obiettivo è quello di stroncare il traffico di esseri umani, che costituisce una reale minaccia per l’intera Europa. Non possiamo stare a guardare inermi i trafficanti di esseri umani mentre sfruttano le speranze di migranti disperati per soddisfare il loro commercio del male.

   I trafficanti di esseri umani sono dei criminali. Considerano i migranti come delle semplici merci da cui trarre un profitto, siano vivi o morti. Questa è la ragione per cui dobbiamo distruggere il modello di business dei trafficanti. Questo è il modo più efficace per combatterli. Dobbiamo prima di tutto prevenire il traffico dei migranti attraverso la Libia. Dobbiamo aiutare la Libia a controllare sia la frontiera marittima che quella terrestre.

   Assieme abbiamo proposto la sua frontiera terrestre nel sud, con la creazione di una moderna guardia di frontiera. Si sta creando una guardia costiera libica. L’Italia ha restituito alla Libia 4 motovedette e ne consegnerà altre 6, completando al contempo l’addestramento dell’equipaggio e fornendo assistenza tecnica. I migranti soccorsi dai gommoni stanno già facendo ritorno in Libia. La Guardia costiera libica ha già salvato l0mila vite in mare.

   E’ cruciale prevenire una sovrapposizione tra la guardia costiera libica e le organizzazioni non governative, che talvolta si verifica nelle acque libiche. In questo contesto, un codice di condotta rappresenta una necessità operativa. A Tallinn l’iniziativa italiana in tal senso è stata accolta con favore ed i ministri hanno concordato sulla necessità di un codice di condotta.

   Stiamo già lavorando con il NIGER, il CIAD ed il MALI per fermare la migrazione irregolare verso la Libia. Dobbiamo anche cercare di intervenire alla frontiera meridionale libica, riconoscendo che il traffico dei migranti è diventato sempre più una industria importante lungo le rotte migratorie. Non possiamo semplicemente vietare il traffico, arrestare alcune bande di trafficanti e pensare che questo arresterà il flusso dei migranti.

   Dobbiamo anche lavorare con le organizzazioni locali. Dobbiamo convincerle a fermare o anche a prevenire tale traffico. A tale scopo, tuttavia, dobbiamo offrire una alternativa sostenibile, altre prospettive economiche e sociali alle comunità locali, da sviluppare in stretto contatto, soprattutto con i sindaci.

   Al contempo, stiamo già lavorando con il Gruppo di contatto dei ministri dell’Interno della sponda Nord e Sud del Mediterraneo centrale, così come con il Niger, il Ciad e il Mali per fermare la migrazione irregolare. In realtà, dopo la riunione di Roma, la seconda riunione si terrà a Tunisi il prossimo 24 luglio. Consideriamo questo incontro un importante passo avanti nella cooperazione bilaterale.

   Inoltre, a Tallinn, i ministri si sono impegnati ad accelerare la conclusione di efficaci accordi di riammissione con i Paesi di origine, ad esercitare leve e a utilizzare tutti i possibili incentivi inclusa la politica dei visti. Inoltre, dobbiamo agire anche in favore dei migranti che si trovano attualmente in Libia e per coloro che si stanno dirigendo verso questo Paese.

   Pertanto, con l’aiuto dell’Oim e dell’Unhcr, dobbiamo migliorare le condizioni in cui vengono ospitati. Questa situazione drammatica deve finire. Queste persone non possono restare in Libia.

   Pertanto, l’Oim con il sostegno europeo deve sovraintendere l’organizzazione dei loro viaggi di rientro verso i paesi di origine. Non possiamo dare ai migranti l’illusione di una ospitalità illimitata che, de facto, alimenta il business dei trafficanti di esseri umani. Non c’è una cura unica che risolva tutte le sfide della politica migratoria del Mediterraneo centrale. Piuttosto, sono necessarie molte misure nel lungo periodo per garantire il successo.

   Il piano di azione presentato dalla Commissione Europea a Tallinn contiene un numero di misure che noi dobbiamo adottare e incrementare rispetto alla Libia. Questo è ciò su cui dobbiamo concentrarci. Ma la crisi migratoria riveste anche una dimensione europea interna che deve coniugare solidarietà e responsabilità.

   Nella attuale situazione è cruciale aiutare l’Italia. In primo luogo, tutti gli Stati membri devono soddisfare i loro obblighi che derivano dalle decisioni sulla ricollocazione adottate nel settembre 2015. La Germania intende fare la sua parte e si è presa cura di 500 rifugiati al mese dalla scorsa estate, ed intende aumentare la quota fino a 750.

   Occorre dare prova di solidarietà all’Italia. Ma lo dobbiamo anche a noi stessi, in quanto parte di una comunità di stati sovrani che si sostengono l’un l’altro. Nessuno Stato membro dovrebbe rinunciare all’opportunità di svolgere il proprio dovere di sostenere i suoi alleati. Dobbiamo invece usare le sfide attuali per acquistare nuova fiducia. Non possiamo permettere una Unione Europea che sia divisa tra il Nord e il Sud, tra l’Est e l’Ovest. L’Italia e la Germania lavorano assieme per raggiungere soluzioni comuni sostenibili a livello europeo. Possiamo discutere sui singoli temi ma abbiamo una visione comune forte. Il nostro compito oggi è di immaginare e costruire l’Europa del domani. (THOMAS DE MAIZIÉRE – MARCO MINNITI, gli autori sono i ministri dell’Interno della Germania e dell’Italia)

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One thought on “L’ITALIA CERCA SOLUZIONI IN LIBIA all’emergenza migranti (con navi in acque libiche per FERMARE I BARCONI: ma poi cosa succede?) . E promette, con la UE, un impegno per lo SVILUPPO DELL’AFRICA – La FRANCIA, con Macron, “viaggia” senza l’Europa (ma è da condividere L’IDEA DI HOTSPOT in Libia)

  1. Bellico5 martedì 8 agosto 2017 / 10:23

    Una volta le invasioni si compivano a rischio e pericolo di chi le progettava. Ora grazie ai troppi imbecilli prodotti ed allevati con il fiuto delle avanguardie del conformismo per rivestire un ruolo di classi dirigenti, all’interno di quelle compagnie di avanspettacolo a cui si sono ridotte le democrazie, è tutto gratis–per loro, gli invasori, ma non per noi–e addirittura andiamo a prenderli, non per riportarli indietro ma per fare loro da Taxi. Tante democrazie e tanti idioti al potere, e ciascuno ci mette del suo, perchè le nullità ambiscono recitare a soggetto e fare le primedonne. Così i nuovi padroni ce li portiamo a casa noi, da soli. Sono tanti perchè la loro filosofia di vita e la loro superiorità sono tutte lì: pregare e fottere. Ed hanno capito tutto, perchè gli europei sono talmente rimbecilliti, nel vizio e nel benessere malaticcio che il capitalismo dispensa, tra una crisi e l’altra, da mettersi a pregare e strapparsi le vesti d’innanzi a questi cascami dell’islam…Avanti c’è posto, che a me, mi vien da ridere!!

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