IL MASSACRO DELLE RAMBLAS DI BARCELLONA: una strategia per un NUOVO STATO ISLAMICO?… Africano, dal SAHEL (Mali, Burkina… fin su verso la parte sud del Mediterraneo) dopo la sconfitta in Siria e Iraq? (insidiando l’Europa) – La possibile NUOVA GEOPOLITICA TERRORISTA con l’attentato di Barcellona

“….. il ritorno dei VETERANI DI ISIS DA IRAQ E SIRIA ha trasformato il SAHEL NELLA NUOVA ROCCAFORTE JIHADISTA. Lo spazio desertico FRA IL MAGHREB E L’AFRICA OCCIDENTALE, a cavallo di confini desertici inesistenti fra MALI, NIGER, MAURITANIA, ALGERIA, LIBIA e CIAD, è una piattaforma ideale dove RIORGANIZZARE LE CELLULE DOPO LE SCONFITTE SUBITE IN MEDIO ORIENTE, facendo leva sulle entrate frutto dei traffici di sigarette, esseri umani e stupefacenti garantiti dalla corruzione delle tribù locali…..” (Maurizio Molinari, “La Stampa” del 18/8/2017)

   Cercare le varie interpretazioni al doloroso attentato alle Ramblas (e a quello che i terroristi volevano fare, di ancora ben maggiore gravità, se il giorno prima non fosse scoppiata la loro casa con due di loro morti..) è questa, dell’interpretazione dell’accaduto, tema che si fa adesso con ipotesi diverse.

   Tra queste varie interpretazioni la dominante, nei giornali, sembra essere quella del disagio di giovani islamici “europei”, di seconda o terza generazione, un disagio sociale che porta alla rivolta, con una riconquista di una identità (mai conosciuta peraltro, essendo nati o perlomeno vissuti fin da bambini in Europa) che, nel disagio identitario (sociale, economico, culturale…) del mondo in crisi, vuole questa loro origine riemergere oggi.

ATTENTATO DI BARCELLONA: RIEPILOGO DEI FATTI – Un furgone ha travolto –(guidando per 600 metri sulla RAMBLA, nel centro di BARCELLONA) le persone che passeggiavano, alle 16.45 del 17 AGOSTO 2017. Il conducente è poi sceso dal furgone ed è scappato a piedi (Younes Abouyaaqoub, questo il suo nome, 20 anni, è stato poi ucciso dalla polizia a 50 km da Barcellona 4 giorni dopo). UN SECONDO ATTACCO, collegato al primo, è avvenuto NELLA CITTÀ DI CAMBRILS, circa 100 km a sud di Barcellona, intorno alla mezzanotte del 17 agosto. Cinque attentatori a bordo di un’Audi A3 si sono lanciati contro la folla: la polizia ha intercettato il veicolo e poi ha sparato, uccidendoli. Si è trattato di DUE ATTENTATI TERRORISTICI DI MATRICE JIHADISTA CONDOTTI DALLA STESSA CELLULA. Lo Stato Islamico (Isis) ha rivendicato l’attacco. Il bilancio ufficiale – diffuso dalle autorità catalane – parla di 13 MORTI E 86 FERITI sulla Rambla e 1 morto e 6 feriti a Cambrils. A loro si aggiunge UNA 15ESIMA VITTIMA, Pau Pérez Villan, accoltellato da Younes Abouyaaqoub in fuga per rubargli l’auto. TRE ITALIANI TRA I MORTI A BARCELLONA: BRUNO GULOTTA, LUCA RUSSO E CARMEN LOPARDO, che aveva anche il passaporto argentino. Le nazionalità note delle persone coinvolte sono 35. – I DUE ATTENTATI SONO COLLEGATI A UN’ESPLOSIONE AVVENUTA IL GIORNO PRIMA, il 16 agosto, AD ALCANAR: UN APPARTAMENTO in cui erano conservate molte bombole di gas – si ipotizza che la cellula volesse farle detonare a Barcellona, distruggendo la SACRADA FAMILA – È ESPLOSO, uccidendo due persone al suo interno e ferendo una terza persona presente in casa e alcuni vicini (NELLA FOTO: LA RAMBLA, DOVE IL FURGONE SI È FERMATO dopo la folle guida assassina, vede a terra un disegno di JOAN MIRÒ)

   Con una rivolta suicida intesa a far del male al Paese in cui sei, bene o male, integrato (conosci bene le abitudini, che sono anche le tue, la lingua, etc) e, nel far valere la tua identità sopita, fai un massacro, nel quale sei nient’altro che un kamikaze, Ti immoli alla causa, nel senso che con quasi certezza c’è la morte dello stesso terrorista. E questa interpretazione può starci, è sicuramente plausibie, possibile….

Barcellona, i luoghi delle vittime

   Ci sono anche tentativi più complessi e meno scontati di interpretazione degli avvenimenti, e di come la natura e la motivazione dei vari attentati avvenuti in questi anni (a partire dagli Usa con le Torri Gemelle nel 2001, poi specie in Francia, poi Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Germania, Svezia…) perseguono sì l’attacco a SIMBOLI DELLE CIVILTÀ OCCIDENTALE (il giornale satirico, la metropolitana londinese e madrilena, il teatro parigino, il lungomare famoso, le strade, le piazze e i mercati svedesi e tedeschi… fino ad arrivare all’ancor più simbolica Rambla catalana…) dove si cerca di capire la GEOPOLITICA DEL TERRORISMO….

“(….) LAS RAMBLAS – Non basta dire “il cuore”, non serve a niente dire il cuore, non spiega. Ogni città ha molti cuori, per chi la vive. Non serve nemmeno dire “il centro”, e fare esempi: come il Pantheon, Times Square, come Place Vendome, Syntagma. Quello non è il centro di Barcellona. Forse geografico, sulla cartina: solo quello. Chi ci vive non va lì la sera. Nessuno che abiti a Barcellona direbbe: ci vediamo a Canaletas. Troppi turisti, troppa gente di passaggio a ogni ora. È un’altra cosa, quel luogo. È LA ROTTA DEL TURISMO. È l’incrocio di ogni foto-ricordo. È l’abbecedario dei simboli della città: di cui gli abitanti sono saturi, i turisti avidi.(….)(Concita De Gregorio, “la Repubblica” del 18/8/2017)

   Di come colpire i simboli occidentali possa servire a trovare un posto nel mondo per un paventato STATO ISLAMICO (sconfessato peraltro dalla stragrande maggioranza degli islamici, che non si riconoscono nel terrorismo, nella violenza, e hanno assimilato, quelli che sono in Occidente, le abitudini locali…).

   Esiste allora la possibilità di una nuova collocazione fisica, geografica, di STATO ISLAMICO, dopo l’avventura sanguinosa e crudele non riuscita in Medio Oriente (in Siria e Iraq in particolare, ma anche in Afganistan)?

“…Dall’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington, IL MAROCCO HA SMANTELLATO ALMENO 168 CELLULE JIHADISTE e nell’ultimo anno ha accresciuto la cooperazione con Ue e americani, concentrandosi sull’ENCLAVE DI CEUTA, adoperata dai jihadisti come TESTA DI PONTE per infiltrarsi sulle COSTE SETTENTRIONALI del MEDITERRANEO….”(Maurizio Molinari, “La Stampa” del 18/8/2017)

   E’ l’interpretazione che ad esempio da Maurizio Molinari, direttore del quotidiano “la Stampa” che ci sembra condivisibile: perché questi jihadisti, secondo Molinari, combattono sì nel nostro Continente, ma con la mentalità delle faide del deserto: non basta uccidere, bisogna umiliare l’avversario e per riuscirvi il metodo è offendere ciò che ha di più caro, i suoi simboli (come les Ramblas in questo caso).

   E l’ipotesi di quanto accaduto in Spagna il 17 agosto scorso, non a caso è accaduta in un momento di “vivace” rivolta di immigrati africani che sono riusciti a sfondare il Muro tra Marocco e Spagna (l’Andalusia): “invasioni” di giovani africani attraverso il Marocco, e poi verso la Spagna nello Stretto di Gibilterra, nell’enclave spagnola di Ceuta, adoperata dai jihadisti come testa di ponte per infiltrarsi sulle coste settentrionali del Mediterraneo.

Immagini subito dopo l’attentato – “(….) BARCELLONA E’ ALLA VIGILIA DI UN REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA che il governo centrale non vuole, non ammette. La città della politica è lì, a cento metri dalle RAMBLAS. ADA COLAU, sindaca nata dai movimenti degli sfrattati, è stata la portavoce e l’anima degli Indignados che il mondo intero ricorda nelle immagini in Plaza Catalunya, appunto. Accampati ad occupare il luogo simbolo delle rotte turistiche, ed è contro l’eccesso di turismo consumista che la giunta Colau lavora con una politica contro i subaffitti, i bassi costi, i fast food.(…)(Concita De Gregorio, “la Repubblica” del 18/8/2017)

   Ci sono così un numero assai considerevole di GRUPPI SALAFITI (i salafiti sono una corrente islamica antica, rigida, tradizionalista, antimoderna e antidemocratica per la predicazione e il combattimento, che spesso viene collegata al terrorismo, anche se al suo interno ha tante anime, anche pacifiche), gruppi salafiti formatisi in Marocco dopo la dissoluzione del Gia (Gruppo Islamico Armato) algerino, salafiti ora rappresentati da una miriade di gruppi in competizione per imporsi nella guida della Jihad, in gara tra loro nel mettere in atto attentati e violenze in Europa. Secondo Il direttore della Stampa Molinari è proprio da tale gara efferata che partorisce il terrore di Barcellona in quanto ogni cellula, o anche singolo, punta a emergere realizzando la strage più orrenda, con il numero di vittime più alto.

SAHEL – “(….) Non è semplice affrontare questo fenomeno terroristico interno all’Europa con i terroristi di ritorno: i foreign fighters. Al quale se ne deve aggiungere un altro non meno preoccupante. IL JIHADISMO DEL SAHEL. I TERRORISTI DEL DESERTO USANO LE COSTE SPAGNOLE PER ENTRARE IN EUROPA, passando spesso dalle ENCLAVI SULLA COSTA MAROCCHINA: MELILLA e CEUTA. Un percorso utilizzato anche dal giovane Moussa Oukabir, IL PRESUNTO AUTORE DELLA STRAGE DI BARCELLONA. Un viaggio in Marocco, con tanto di radicalizzazione, e ritorno.(…) (Roberto Bongiorni, “il Sole 24ore” del 19/8/2017)

   A questo si aggiunge, secondo Molinari, il ritorno dei veterani di Isis da Iraq e Siria, che ha trasformato il Sahel nella nuova roccaforte jihadista. Lo spazio desertico fra il Maghreb e l’Africa Occidentale, a cavallo di confini desertici inesistenti fra Mali, Niger, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, è una piattaforma ideale dove riorganizzare le cellule dopo le sconfitte subite in Medio Oriente, gli estremi opposti del Sahel dove gli integralisti vogliono insediarsi, per realizzare la versione maghrebina del Califfato, il MALI in particolare (sotto l’egida francese che nel 2013 li cacciò gli integralisti islamici dal Nord del paese), fino a pensare di rovesciare il re marocchino Mohammed VI che ha dato al paese una costituzione parlamentare democratica (e ha messo sotto controllo le moschee e la nomina degli imann), e puntando verso il Sud della Tunisia e nel FEZZAN LIBICO (che è la regione a sud della Libia, dopo la Tripolitania e la Cirenaica, dove ora, il Fezzan, è un immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le innumerevoli tribù beduine…pertanto un territorio facilmente alla portata di conquista del possibile nuovo Califfato).

Barcellona, i luoghi delle vittime

   Su questa linea di nuova costituzione del Califatto, seppur con dei distinguo, si ritrova un altro qualificato esperto di jihadismo, l’editorialista del Sole 24ore Alberto Negri. Secondo Negri tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà all’Isis e ad al­ Qaeda. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. Secondo Negri questo è probabile che avverrà in YEMEN, in LIBIA, in SAHEL ma anche il SINAI, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.

MILANO – Gli sbarramenti anche all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele – IL NUOVO VOLTO (URBANISTICO) DELLE CITTA’ COSTRETTE A BLINDARSI – COSA SI PUÒ FARE PER PROTEGGERE LE NOSTRE CITTÀ? – Dalle BARRIERE NEW JERSEY alle TELECAMERE. Tutte le misure predisposte per proteggere i cittadini dal pericolo attentati. Con una particolare attenzione ai grandi eventi. – BLOCCHI IN CEMENTO COME A MILANO nella zona del Duomo e agli ingressi laterali della GALLERIA VITTORIO EMANUELE (vedi la FOTO qui sopra), FIORIERE sul lungomare di Napoli, BLINDATI a protezione dei siti più frequentati di Roma come il Colosseo o San Pietro. Armi che ci difendono dai possibili attacchi terroristici. Ma che in ogni caso non garantiscono la sicurezza assoluta, specie contro accoltellamenti improvvisi o furgoni lanciati sulla folla (…) (Melania Di Giacomo, da “il Corriere della Sera” del 19/8/2017)

   Delle ipotesi (quelle sostenute da Maurizio Molinari e Alberto Negri) che possono ricondurre l’attentato di Barcellona già a una nuova strategia del terrorismo islamico, cioè della costituzione, probabilmente nel centro-nord dell’Africa, del nuovo Califfato. Distraendo l’opinione pubblica occidentale a suon di attentati sanguinosissimi nei luoghi dei simboli europei (occidentali). Ipotesi autorevoli, inquietanti, condivisibili.

Barcelona – Les_Rambles (da Wikipedia)

   Per questo il “prendere in mano” la situazione africana, l’Africa vista dall’Europa (in primis dall’Italia), ma anche “L’AFRICA VISTA DALL’AFRICA” (con gli occhi e i bisogni delle popolazione africane), non come terra di sfruttamento, non prioritariamente come “elemento economico” (come finora ha fatto la Cina), ma continente di sviluppo sociale, umano, delle proprie popolazioni, diviene una priorità da svolgere con atti concreti ed autorevoli che porti a una “grande cooperazione” a tutti i livelli (politico, culturale, economico), con le parti credibili di quel Continente. (s.m.)

LA CITTA DI BARCELLONA E IL LUNGO VIALE ALBERATO DELLE RAMBLAS

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LA RAMBLA, COS’È

QUELLA STRADA MAGICA ALLE CINQUE DELLA SERA: I SIMBOLI, TUTTI

di Concita De Gregorio, da “la Repubblica” del 18/8/2017

BARCELLONA – Non basta dire “il cuore”, non serve a niente dire il cuore, non spiega. Ogni città ha molti cuori, per chi la vive. Non serve nemmeno dire “il centro”, e fare esempi: come il Pantheon, Times Square, come Place Vendome, Syntagma. Quello non è il centro di Barcellona. Forse geografico, sulla cartina: solo quello. Chi ci vive non va lì la sera. Nessuno che abiti a Barcellona direbbe: ci vediamo a Canaletas.

   Troppi turisti, troppa gente di passaggio a ogni ora. È un’altra cosa, quel luogo. È la rotta del turismo. È l’incrocio di ogni foto-ricordo. È l’abbecedario dei simboli della città: di cui gli abitanti sono saturi, i turisti avidi. Mi chiedono: dicci quel pezzo di strada cos’è.

   LA RAMBLA, COS’È. La RAMBLA DE LAS FLORES, che da plaza Catalunya scende verso la statua di Colombo, al mare. Un marciapiede al centro, questa è una rambla, e le due strade che corrono in direzioni opposte ai lati. Devo tornare ai ricordi d’infanzia per spiegarlo. Alla città che era.

   Ripercorro la rotta del furgone bianco con la memoria di trent’anni fa. I simboli, tutti. In calle Pelai, da dove il van è arrivato girando a destra, c’era la vecchia sede della Vanguardia. Il giornale più antico della città, il giornale di tutti. Oggi c’è una banca, mi sembra. Da calle Pelai ci si ferma al semaforo di plaza Catalunya, per forza. A sinistra la Piazza. La fontana al centro, las palomitas, le colombe: il posto dove le nonne portavano i nipoti a dare il pane raffermo bagnato a las palomas che scendono sulla mano e non fanno male, se non hai paura. El Corte Ingles, che vuol dire “il taglio inglese”, il grande magazzino più famoso di Spagna. I grandi edifici dei negozi di articoli    musicali, di elettronica. I grandi marchi internazionali, Fnac, Apple.

   A destra le Ramblas. SIMBOLO NUMERO UNO: la FONTANA DI CANALETAS, che dà il nome a quel tratto di strada. Piccola, se non lo sai non la noti. Però la leggenda dice che se bevi quell’acqua a Barcellona ci torni, e tutti i turisti la bevono. Ci si danno appuntamento di anno in anno, gli stranieri: ci vediamo a Canaletas. I tifosi del FC Barcelona, i vecchi, si trovano ancora lì a festeggiare le vittorie della squadra perché un tempo, molti anni fa, negli anni 30 del secolo scorso, c’era un giornale sportivo, lì, La Rambla, che esponeva fuori dalla finestra i risultati delle partite.

   SIMBOLO NUMERO DUE: LA RAMBLA STESSA: a destra il Liceu, che bruciò e fu ricostruito in tempo record, il più antico negozio di strumenti e spartiti della città, naturalmente modernista, a sinistra la Casa degli Ombrelli che segna l’ingresso al barrio Gotico: il quartiere della Cattedrale e dei palazzi del governo, delle vecchie churrerie, il quartiere dove prima del risanamento delle Olimpiadi le ragazzine si prostituivano ai portoni e davvero era proibito, dai padri e dai nonni, andare la sera. La casa degli Ombrelli giapponesi, che si chiama casa Cuadros, ha un drago cinese sull’angolo che incanta. La disegnò Vilaseca i Casanovas, architetto catalano. C’era un albergo a ore una volta, dicevano i vecchi. Oggi, di nuovo, una banca.

   SIMBOLO NUMERO TRE, LA BOQUERIA. IL MERCATO STORICO. A destra scendendo verso il mare, l’ingresso al quartiere del Raval. Nessun turista che passi da Barcellona può evitare il rosone di vetro liberty che dà accesso alla Boqueria. Si compra jamon serrano, si fotografano i banchi del pesce con le signore che ti chiamano reina, princesa, mi amor. Al Raval, quartiere di immigrazione oggi anche di studios di artisti, nel luogo dove i turisti giovedì 17 agosto hanno trovato ricovero c’è il Macba, museo di arte contemporanea disegnato da Richard Meier e paradiso degli skaters, e una delle sedi della Central, la più bella libreria di Spagna, sempre piena di gente.

   Il luogo DOVE IL FURGONE SI È FERMATO, SIMBOLO NUMERO QUATTRO, vede a terra UN DISEGNO DI JOAN MIRÒ. Mirò, Barcellona. Blu rosso e giallo. Mirò. Non c’è molto da dire su quanto Mirò sia il simbolo contemporaneo di Barcellona: ti accoglie all’aeroporto.

   Infine, L’ORA. LE CINQUE DELLA SERA. Chissà se il conducente del furgone omicida conosce Garcia Lorca. Non importa. Quello che conta, per la Spagna, è che qualcosa che accade a LAS CINCO DE LA TARDE è qualcosa di definitivo. Non somiglia a niente, quell’ora. È il tempo in cui il tempo si ferma. LA MORTE DEL TORERO, SIMBOLO NUMERO CINQUE.

   E infine LA POLITICA, per gli amanti del genere. BARCELLONA ALLA VIGILIA DI UN REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA che il governo centrale non vuole, non ammette. La città della politica è lì, a cento metri. Ada Colau, sindaca nata dai movimenti degli sfrattati, è stata la portavoce e l’anima degli Indignados che il mondo intero ricorda nelle immagini in Plaza Catalunya, appunto. Accampati ad occupare il luogo simbolo delle rotte turistiche, ed è contro l’eccesso di turismo consumista che la giunta Colau lavora con una politica contro i subaffitti, i bassi costi, i fast food.

   Un momento delicatissimo, per la città e per la Generalitat.    SIMBOLO NUMERO SEI: IL LUOGO DOVE SI LOTTA OGGI PER L’INDIPENDENZA, l’autodeterminazione. Puidgemont, il presidente “Simon Bolivar suo malgrado”, l’arcinemico di Rajoy, lavora a cinquecento metri da lì. Ma chissà se questo, se anche questo i terroristi lo avevano messo nel conto. O se bastava invece colpire la fontanella di Canaletas, sfiorarla a tutta velocità, per dire eccoci: siamo qui. Barcellona non si ferma, questa è la risposta. Sulla Rambla, stanotte, scende chi non ci va mai, chi sceglie ogni giorno altri cuori e altri centri. A Canaletas, mi scrivono, ci vediamo tutti. Alla fontana. (Concita De Gregorio)

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LA JIHAD CHE ARRIVA DAL SAHEL

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 18/8/2017

   La strage di Barcellona apre il fronte iberico dell’assalto jihadista all’Europa: tipologia dell’obiettivo, metodo adoperato, identità dei killer e scelta dei tempi descrivono i contorni di un’operazione terroristica che si nutre dell’ideologia del Califfato e si genera dal teatro di guerra del Sahel, roccaforte di più cellule islamiche in competizione fra loro.

   L’obiettivo delle Ramblas, l’area pedonale culla dei turisti della più popolare città spagnola, evoca il London Bridge colpito il 3 giugno, i Campi Elisi di Parigi bersagliati in 20 aprile, Westminster insanguinata il 22 marzo, i coltelli del Louvre il 3 febbraio e la mattanza sul lungomare di Nizza il 14 luglio dello scorso anno: si tratta di luoghi che sommano obiettivi facili – civili in vacanza, famiglie a passeggio – e hanno al contempo una forte valenza simbolica perché rappresentano per i terroristi l’identità stessa dell’Europa.

   I jihadisti combattono nel nostro Continente ma con la mentalità delle faide del deserto: non basta uccidere, bisogna umiliare l’avversario e per riuscirvi il metodo è offendere ciò che ha di più caro, i suoi simboli. Anche perché ciò contribuisce a reclutare nuovi adepti.

   La rivendicazione della strage sulle Ramblas da parte dello Stato Islamico accende i fari sulla cooperazione anti-terrorista fra Madrid e Rabat che, a inizio maggio, ha portato a smantellare una cellula proprio di Isis fra Tangeri e la Catalogna, composta di foreign fighters marocchini fra i 21 e i 32 anni reduci da Siria e Iraq.

   Dall’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington, il Marocco ha smantellato almeno 168 cellule jihadiste e nell’ultimo anno ha accresciuto la cooperazione con Ue e americani, concentrandosi sull’enclave di Ceuta, adoperata dai jihadisti come testa di ponte per infiltrarsi sulle coste settentrionali del Mediterraneo, ovvero l’«Andalusia» considerata parte integrante del Califfato pan-islamico essendo appartenuta ai successori del Profeta prima della riconquista cristiana.

   Si tratta della stessa matrice che nel marzo 2004 generò gli attacchi alla metropolitana di Madrid in cui perirono 192 persone con l’unica differenza che allora fu Al Qaeda a firmare l’attacco e ora a realizzarlo sono state le sue sanguinarie emanazioni.

   La matrice è quella dei Gruppi salafiti per la predicazione e il combattimento, formatisi in Marocco dopo la dissoluzione del Gia algerino, da cui prima è nata Al Qaeda in Maghreb, poi le cellule confluite in Isis e quindi una miriade di gruppi in competizione per imporsi nella guida della Jihad.

   È proprio tale gara efferata che partorisce il terrore di Barcellona in quanto ogni cellula, o anche singolo, punta a emergere realizzando la strage più orrenda, con il numero di vittime più alto.

   Se in giugno l’antiterrorismo Usa aveva avvertito Madrid sul rischio di attacchi «con auto sulla folla» – il metodo della «Car Intifada» inventato dai jihadisti contro Israele – «nell’area mediterranea» è perché il ritorno dei veterani di Isis da Iraq e Siria ha trasformato il Sahel nella nuova roccaforte jihadista. Lo spazio desertico fra il Maghreb e l’Africa Occidentale, a cavallo di confini desertici inesistenti fra Mali, Niger, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, è una piattaforma ideale dove riorganizzare le cellule dopo le sconfitte subite in Medio Oriente, facendo leva sulle entrate frutto dei traffici di sigarette, esseri umani e stupefacenti garantiti dalla corruzione delle tribù locali.

   Per la tattica jihadista dunque l’attacco del 15 agosto fa a un ristorante per turisti in Burkina Faso – con 18 morti – appartiene allo stesso teatro di operazioni di Barcellona: sono, a Sud e Nord, gli estremi opposti del Sahel dove gli integralisti vogliono insediarsi, per realizzare la versione maghrebina del Califfato.

   Per questo considerano come primo nemico la Francia, che nel 2013 li cacciò dal Nord del Mali, vogliono rovesciare il re marocchino Mohammed VI considerandolo un «apostata» e puntano a insediarsi nel Sud della Tunisia e nel Fezzan libico per ricongiungersi alle cellule scampate alla sconfitta di Sirte. (Maurizio Molinari)

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LA RISPOSTA CHE MANCA

SERVE UN RISVEGLIO DI TUTTA L’ EUROPA

di Biagio de Giovanni, da “Il Messaggero” del 20/8/2017

   Il vero problema del dopo Barcellona, come del dopo Parigi, Londra, Bruxelles, Berlino e altro, sta nel fatto che il terrorismo vive tra le mura di casa, nasce fuori, ma rivive qui da noi. Immigrati di seconda generazione, in generale, giovani, giovanissimi, che vivono nelle città europee, magari con doppia cittadinanza.

   E quindi la prima domanda non tocca direttamente il fenomeno dell’immigrazione oggi in atto, ma interroga anzitutto, e prima di ogni più specifica analisi, su ciò che ribolle nelle società europee, e soprattutto, oggi, in quelle che sono attraversate da ampie comunità di immigrati. Un fenomeno nuovo? Certo se visto nelle sue motivazioni e nei suoi protagonisti che nascono inconfondibilmente dalle aree radicalizzate del fondamentalismo islamico, ma tutt’altro che nuovo, nella sua generalità di terrorismo, se la nostra memoria non decide di chiudere le sue porte d’entrata e di restare come un archivio vuoto e in disuso.

   Il terrorismo irlandese, quello italiano e tedesco degli anni settanta, prolungatosi da noi per ben oltre un decennio, ci ricordano episodi che, per anni e anni, hanno dato insicurezza e paura alle società colpite, e tanti tanti morti che oggi tornano solo in qualche rara celebrazione.

   Non intendo sottrarmi a una analisi specifica del fenomeno di oggi, tutt’altro; ma è forse opportuno ricordare i trascorsi europei per cercar di penetrare la logica interna delle società democratiche, gli spazi vuoti che le nostre società lasciano, come varchi nei quali, oltre che il principio di libertà, si insediano i sensi di isolamento e magari di ribellione contro l’esistente.

   E questo mobilita i potenziali protagonisti di guerre interne, all’ultimo sangue: protagonisti i “partigiani” di una idea, una “guerra” incomprensibile secondo i criteri delle guerre tra Stati che hanno occupato il Novecento. Una guerra che ha bisogno di nuove categorie di analisi, ma che percorre, ha percorso società democratiche dove si disperdono i vincoli sociali, le reti di protezione anche ideale, le coesioni nazionali.

   Sto parlando d’altro rispetto all’oggi? Si e no. No, perché tutto avviene in quel grande catino che si chiama Europa e in generale tra cittadini “europei” anche se -e non è poco- di diversa origine etnica e culturale. E certo, a cominciare da quest’ultimo elemento, c’è tanto di nuovo e di diverso che va analizzato.

   E’ possibile, ad esempio, che in zone già radicalizzate delle società di oggi, dove si muove una gioventù che vuol vivere una libertà senza vincoli, si insedi, nientemeno, quella che appare una elementare idea di riscatto, priva di senso della storia nella sua irrealizzabilità.

   Ma quando mai la storia ha governato l’irruzione di un sentimento, di un mondo vitale che crede di trovare la propria realizzazione in radici quasi esoteriche e in tragici miti? Il fondamentalismo islamico ha avuto la forza e la capacità di costruire, su questo, un tessuto fatto di violenza, di morte, di terrore, mescolato a una idea di riscatto, e il suo insediamento in certe comunità di immigrati (Belgio, Francia, Inghilterra soprattutto) ha alcune ragioni principali.

   C’è una difficoltà profonda e forse crescente, nella capacità di integrare, delle società di cui parliamo e dove forte è la ineliminabile presenza di comunità di immigrati. E’ forse eccessivo parlare di fallimento se si pensa a milioni e milioni di immigrati (tra Francia Belgio Germania e Inghilterra), ma certo si va verificando un fenomeno di distacco di fasce significative, soprattutto giovanili, dal contesto sociale, politico, istituzionale in cui prevalentemente vivono.

   Dominante non è il disagio sociale che può essere elemento di altro tipo di “rivolte”. Qui prevale il senso di riconquista di una identità, rimasta avulsa dall’integrazione perfino avvenuta da qualche generazione, per riemergere oggi: come una cosa ossessivamente affermata, fatta valere con ogni mezzo, che prevede con quasi certezza la morte dello stesso terrorista.

   Il che indica che essa ha covato nell’animo di tanti, rimasta nei precordi, e poi è emersa con imprevista e assoluta violenza all’occasione più vistosa. Un’occasione che certo può stare nelle guerre “classiche” promosse dall’Occidente nel Medio Oriente; può stare in antichi sensi di estraneità dalla incalzante modernità occidentale e insomma in integrazioni mal riuscite; sta certamente in un rinato fondamentalismo religioso, ma forse trova oggi il suo punto d’origine, o almeno quello che ne facilita l’espansione, nell’irrompere della prima grande crisi politica che ha incontrato la globalizzazione.

   Se questa crisi sta, per dirla in massima sintesi, nella perdita di coesione delle società, nella crisi esistenziale che tocca intere generazioni, nell’indebolimento di ogni senso del futuro, e, insieme, nel ritorno protettivo, dappertutto, di identità chiuse che apparivano superate e vinte proprio dall’irrompere del mondo globale; se tutto questo incide tra noi, consolidati cittadini dell’Occidente moderno, si possono immaginare gli effetti visivi, psicologici, nella coscienza di chi ha vissuto sempre una vita relativamente appartata e immagina un suo nuovo protagonismo nel quadro di una crisi generale dell’identità europea.

   E su questa realtà si abbatte, non certo a caso, il Califfato, l’idea di una rivincita in un processo storico che viene da assai lontano e che rievoca un permanente e mortale contrasto tra Islam e Occidente.

   Insomma, una cosa seria, profonda, indebolita certo dalle sconfitte in Irak e in Siria, ma non mortalmente. E se c’è del vero nell’analisi svolta, il terrore islamista in Europa può perfino crescere in presenza di una sconfitta radicale nei luoghi sacri dell’Islam.

   Torno all’inizio. I terroristi stanno qui, in casa nostra. Sono spesso con passaporto europeo pur con una specifica origine etnico-culturale. Fanno parte, in senso largo, della crisi europea e della crisi mondiale. Non c’è molto, come pur si dice, che li leghi alle ideologie del Novecento; c’è forse qualcosa di più che li lega al Terrore “partigiano” delle nuove “guerre” post-novecentesche, di cui abbiamo avuto riscontri già da noi, anche se in tutt’altre forme.

   Guerre senza eserciti, dove il nemico sta tra noi, e solo un grande risveglio di tutta l’Europa potrà farvi fronte. Non rinnovando le proprie tradizioni xenofobe, o scrivendo, come pure si è fatto, “accoglienza-scemenza”, ma lavorando per una nuova coesione. Sarà possibile? Si possono avere dubbi, ma altra via non esiste. (Biagio de Giovanni)

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FUORI DAL CORO

LA NECESSITÀ DEL LUTTO

di Carlo Ossola, da “il Sole 24 ore” del 20/8/2017

   L’attentato del 17 agosto a Barcellona, alle Ramblas, per la provenienza cosmopolita delle vittime e dei feriti, ha suscitato, e suscita, molti commenti, quasi tutti orientati a ripetere, insieme alla esecrazione per l’attentato, la difesa dei valori dell’Occidente, principale dei quali sarebbe una libertà che si esercita nel movimento verso luoghi-­idolo, che meglio ci identificano che non le comunità locali nelle quali, con fatica, si è costretti a vivere.

   L’analisi, che si ripete anche questa volta, mi pare carente e fuorviante: e, senza preamboli, mi permetto di dire, sommessamente, che mi sarei atteso che le Ramblas, pedonali, fossero chiuse, almeno per 48 ore, per rispetto e per lutto, sì per lutto, per le persone scomparse.

   Permettere che il commercio, il passeggio, il su e giù dei turisti (perché altro non c’è nelle Ramblas) riprendessero come nulla fosse, appena rimossi i segni di morte, non è solo un’offesa alle vittime, ma ancora il cedimento speculare alla visione che anima gli assassini.

   Qui, come a Nizza, essi falciando pedoni ignari dichiarano che l’uomo non valle nulla; è un birillo da buttar giù in fretta; ma la riposta che diamo è del tutto simmetrica: anche noi diciamo che l’uomo non vale nulla, perché occultiamo nell’indifferenza la morte, e riprendiamo al più presto i traffici quotidiani.

   La libertà è il frutto della dignità di ogni singolo uomo, non ne è il presupposto. Non fermarci di fronte alla morte, non circondare quei nomi di un silenzio ampio e collettivo (che cos’è un “minuto di silenzio” di fronte a tanti anni di tante vite spente per sempre?), è confermare – anche da parte nostra che la vita non vale nulla; che si può tornare a calpestare il selciato ancor caldo di sangue e di morte.

   È anche far sapere ai terro­risti che, se non bastano 14 o 87 vittime a fermarci, essi dovranno procurarne ancora di più, ancora più selvaggiamente (e infatti il progetto di strage era ben più sinistro).

   No, dobbiamo fermarci; dire che quelle vittime sono i nostri figli che amiamo, per i quali dobbiamo portare e porteremo un lungo lutto, di riserbo, di sollecitudine, di vigilanza.

   Personalmente, ringrazio i turisti italiani che sono partiti da Barcellona il giorno dopo: in modo semplice agli intervistatori hanno detto che, dopo quelle morti, nulla – per loro ­ era più come prima.

   Occorre uscire dall’inganno della “festa che continua”, della “vita che continua”: occorre assumere con coraggio il peso, più difficile, che una lunga vacanza dello spirito e della responsabilità è finita. (Carlo Ossola)

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LE MOSCHEE E LA SFIDA NELL’ISLAM

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 20/8/2017

   Il sospetto dell’antiterrorismo in Spagna è che la mente dell’attacco a Barcellona sia stato Abdelbaki Es Satty, l’imam di Ripoll morto nell’esplosione del covo di Alcanar.

   E poiché la cellula jihadista aveva, secondo gli inquirenti, il piano di far esplodere la SAGRADA FAMILIA abbattendo il simbolo della Cristianità iberica, ciò significa che lo Stato Islamico (Isis) voleva cogliere in Europa un risultato equiparabile all’11 settembre 2001 quando il commando di Osama bin Laden distrusse le Torri Gemelle di New York.

   Ciò che colpisce nel parallelo con l’11 settembre non è solo l’obiettivo di demolire un edificio simbolo dell’Occidente – la finanza in America, la fede in Europa – ma anche la pista investigativa che porta dentro una moschea: oggi a Ripoll come allora alla moschea Al Quds di Amburgo, dove la cellula di Mohammed Atta nacque e si coordinò.

   Tale coincidenza pone l’interrogativo su come evitare che le moschee vengano sfruttate dai jihadisti per disseminare odio e formare kamikaze. Poiché le moschee sono un luogo di culto, frequentate da moltitudini di fedeli dell’Islam che nulla hanno a che vedere con la violenza, si tratta di un interrogativo tanto delicato quanto lo è il confine fra la tutela dei diritti dei singoli e la garanzia della sicurezza collettiva.

   Per avere un’idea della necessità di affrontare la questione-moschee bisogna partire da quanto sta avvenendo nel mondo arabo-musulmano.

   In GIORDANIA re Abdallah ha lanciato una «guerra senza tregua contro i salafiti jihadisti» e dal marzo 2016, quando venne smantellata la cellula Isis a Irbid, il governo controlla non solo i testi dei sermoni nelle moschee ma anche l’identità degli imam perché «si tratta di un conflitto che ha bisogno di una risposta culturale spiegano da Amman – per sconfiggere chi promuove la violenza celandosi dietro l’Islam».

   Il risultato è quanto si può vedere, ad occhio nudo, nelle strade di Maan, la città giordana ex roccaforte jihadista, con moschee aperte ed altre chiuse perché era da qui che predicavano i jihadisti.

   Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, è andato oltre, tre anni fa, con un discorso agli Ulema – i saggi dell’Islam sunnita – dell’ateneo di Al-Azhar chiedendo ad «ogni musulmano di guardarsi allo specchio» per essere protagonista di una «rivoluzione religiosa» capace di «estirpare la violenza dall’Islam», rivolgendosi agli imam così: «Andate nelle moschee e predicate contro chi vuole uccidere».

   Ahmed al Tayyeb, il grande imam di Al Azhar, è andato a La Mecca per declinare l’approccio di Al-Sisi in una proposta concreta: «Riformare l’insegnamento dell’Islam per sconfiggere la violenza» ovvero stringere i controlli anche sulle scuole coraniche.

   A Rabat il re del Marocco, Mohammed VI, è passato ai fatti perché l’Istituto per la formazione degli imam che porta il suo nome laurea guide spirituali – uomini e donne – il cui compito è «combattere il pensiero jihadista».

   Ovunque gettiamo lo sguardo nel mondo arabo-musulmano il tema dei sermoni jihadisti è al centro della lotta al terrorismo: se gli Emirati Arabi Uniti di Khalifa bin Zayed bin Al Nahyan sono i più energici negli interventi repressivi, anche nel Kurdistan iracheno si parla di questo.

   La decisione del leader Massud Barzani è lapidaria: le moschee servono per pregare, non per fare politica, dunque vengono aperte cinque volte al giorno – quante sono le preghiere – ogni volta solo per 30 minuti, il tempo minimo necessario. «Chi vuole parlare di altro, vada altrove» dice Falah Mustafa Bakir, «ministro degli Esteri» del Kurdistan, sottolineando: «E’ nelle moschee che si battono i jihadisti».

   Tutto ciò descrive quanto sta avvenendo nell’Islam: uno scontro di civiltà fra chi combatte e chi promuove la violenza. L’interesse dell’Occidente è far prevalere coloro che si oppongono ai jihadisti.

   Da qui la sfida su come aiutarli, a cominciare dall’Europa dove il confronto investe le comunità musulmane. A suggerire una possibile direzione di marcia è SEYRAN ATES, l’attivista femminista islamica che ha aperto a Berlino la prima moschea liberale con imam-donne, quando afferma: «Attentati come quelli di Barcellona hanno a che fare con l’Islam» e dunque tocca ai musulmani essere protagonisti del rigetto della violenza contro il prossimo.

   Per gli Stati europei impegnati a realizzare programmi di deradicalizzazione, con più o meno successo, le parole della coraggiosa donna imam tedesca possono essere di aiuto: a fare la differenza, in Occidente come nel mondo arabo, è ciò che avviene dentro le moschee. Garantire senza remore il diritto alla libertà di fede di ogni credente musulmano deve e può accompagnarsi alla necessità che ciò avvenga nel più rigido rispetto della legge. (Maurizio Molinari)

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“IL SEME DEL NAZIONALISMO STA FACENDO RIPIEGARE BARCELLONA SU SE STESSA”

Intervista a JUAN LUIS CEBRIÁN, di Francesco Olivo, da “La Stampa” del 20/8/2017

– “L’indipendenza non ci sarà, la Catalogna non è uno Stato. Ma ora gli errori della politica rischiano di far passare in secondo piano gli aspetti positivi tra Madrid e Barcellona”. Il fondatore de “El País”: Madrid più internazionale. Ma abbiamo molto da imparare dalla Catalogna –

   Il contrasto tra Barcellona e Madrid, tra gli indipendentisti della Catalogna, che hanno annunciato un referendum per il primo di ottobre, e il governo di Mariano Rajoy, è fatto di provocazioni continue, dichiarazioni politiche gli uni contro gli altri e anche simboli. A partire dal calcio. La corrida, tradizione identitaria della Spagna, in Catalogna è stata proibita. Per proseguire con la lingua: nella regione di Barcellona è il catalano l’idioma di gran lunga più diffuso, che ha anche ottenuto lo statuto di co-ufficialità. Mentre nel resto della Spagna (con l’eccezione dei Paesi Baschi), la lingua più parlata è lo spagnolo o castigliano.

   In questa penisola così ricca di particolarismi distinguere è sempre cosa giusta, «ma chi ha colpito Barcellona ha voluto colpire la Spagna, la vedono così in tutto il mondo». JUAN LUIS CEBRIÁN, fondatore del quotidiano «El País» e presidente del gruppo editoriale Prisa, è un madrileno cosmopolita, spesso critico con il nazionalismo catalano «ma amo questa città enormemente e credo che nei suoi quartieri abbiamo tutti molto da imparare».

   Dopo il momento della commozione, iniziano ad affiorare le polemiche di sempre: BARCELLONA CONTRO MADRID E VICEVERSA.

Davvero non se ne può uscire?

«Il dibattito viene influenzato da cose che non c’entrano con gli attentati di questi giorni. Si sta creando un problema di poteri, quindi è bene essere chiari: il terrorismo è una questione di competenza statale, per una semplice ragione, i servizi segreti sono decisivi, sono loro ad avere i rapporti con le intelligence degli altri Paesi, a partire dal Marocco».

I governi catalano e quello spagnolo stanno comunicando bene tra loro?

«Direi di no, al di là dei discorsi ufficiali, il coordinamento non è fluido. Speravo che un episodio così drammatico servisse per guardare più in là rispetto ai cattivi rapporti degli ultimi anni, ma mi sembra che non sia così».

Episodi così rafforzano o indeboliscono il legame tra Catalogna e Spagna?

«Lo rafforzano nel profondo. Basta guardare alla solidarietà di tutta la Spagna verso questo territorio colpito. È stata unanime e molto sincera. In tutto il mondo, Spagna e Catalogna comprese, attaccare Barcellona vuol dire attaccare la Spagna, esattamente come se l’obiettivo fosse stata la Gran Via di Madrid, una piazza di Siviglia o di Bilbao. È la stessa cosa. Gli altri dibattiti sono costruiti artificialmente dalla politica e non solo da quella catalana».

Cos’è Barcellona per un madrileno come lei?

«Una città meravigliosa, dove vive parte della mia famiglia e tantissimi amici. Per molti anni Barcellona ha rappresentato il contraltare di Madrid, l’apertura verso il mondo contro la chiusura provinciale, la nostra unica porta per l’Europa. Durante il franchismo la capitale era soffocata dalla burocrazia della dittatura. Al contrario, in Catalogna l’atmosfera era molto più cosmopolita e moderna. Poi, a causa, del peso del nazionalismo sempre crescente, in questi ultimi tempi le cose si sono ribaltate: Barcellona si chiude in se stessa e Madrid diventa più internazionale».

Qual è l’aspetto che distingue Barcellona dal resto di Spagna?

«Sono molti. Mi ha sempre colpito la partecipazione della cittadinanza nei quartieri. Tutti noi spagnoli abbiamo da imparare dalla Catalogna. Gli errori della politica rischiano di far passare in secondo piano molti di questi aspetti positivi».

L’indipendenza è una strada percorribile?

«Assolutamente no. Non ci sarà. La Catalogna non è uno Stato. Io sono sempre stato per la soluzione federale e ho sostenuto a lungo la tesi della doppia capitale, Madrid e Barcellona, ma oggi ormai siamo su altri terreni».

La soluzione politica sembra lontana.

«Sì, perché il governo spagnolo non la cerca. Insiste sul rispetto della legge, e ovviamente da una parte è giusto, ma non si può non affrontare il tema anche politicamente. Per esempio con una riforma della costituzione».

La road map indipendentista va avanti nonostante gli attentati. Le sembra giusto?

«La road map mi sembra un’assurdità. Ma ancora più assurdo mi sembrerebbe cambiarla per un attentato terroristico».

La Spagna è pronta a rispondere alla sfida del terrore?

«Dopo gli attentati del 2004 a Madrid, il Paese si è dotato di una struttura importante. Polizia, servizi segreti e magistrati hanno fatto un gran lavoro, impedendo che si ripetessero quelle stragi. Poi è ovvio che fermare un gruppo di fanatici senza precedenti per terrorismo non è facile».

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IDEOLOGIA E TERRORISMO

PERCHÉ IL JIHADISMO SOPRAVVIVE ALLE SCONFITTE

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 19/8/2017

   L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche.

   Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.

   Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al­Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001.

   Le tracce di al­ Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis. Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa.

   Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.

   Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione.

   Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al­ Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.

   Tra poco forse dovremo farei conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al­ Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.

   Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti­ Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.

   Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti.

Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti.

   Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al­ Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al­ Baghdadi e alla galassia jihadista.

   La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo. (Alberto Negri)

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L’ANALISI

IL NUOVO JIHADISMO FORMATO FAMIGLIA

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 21/8/2017

   BANDE di fratelli. Ma non nell’accezione shakespeariana del concetto. Come già a Parigi, Bruxelles, Manchester e, prima ancora, a Boston, anche a Barcellona compaiono fratelli tra gli attentatori. Le reti corte tipiche del nuovo jihadismo parentale sono una risposta a una duplice esigenza.

   Ai Kouachi, gli Abdelsalam, i Bakraoui, i Tsarnaev, gli Abedi, si aggiungono così nove dei quindici membri che, secondo gli inquirenti spagnoli, compongono, con diversi ruoli, la cellula che ha attaccato la capitale catalana. Almeno tre coppie e un trio, per ora: Moussa e Driss Oukabir, Mohammed e Omar Hychami, Younis e Houssaine Abouyacoub, Mohamed, Said e Youssef Aallaa.

   Uno sviluppo non casuale. Le reti corte tipiche del nuovo jihadismo parentale sono una risposta a una duplice esigenza: il crescente processo di sorveglianza di organismi di sicurezza e intelligence sull’ambiente radicale, che induce a forme di clandestinizzazione e mimetismo sempre più stringenti e rende sconsigliabili le reti lunghe; la necessità di accorciare le distanze tipiche delle reti globali, troppo anonime, distanti e fredde, in momenti che comportano scelte come il dare e ricevere la morte. Scelte che richiedono, persino a quanti credono nel “martirio”, di attutire la solitudine che, inevitabilmente, si prova davanti a un simile , definitivo, passo.

   Organizzare un’azione terroristica in un gruppo stretto, nel quale vi siano fratelli, o cugini, o amici di sempre, cresciuti nel medesimo quartiere o città, consente di ridurre il rischio di infiltrazione. Lo conferma il fatto che il gruppo di Ripoll non avesse dato adito a sospetti nella pur piccola cittadina.

   Il rapporto di sangue, tanto più in culture in cui i legami familiari spesso prevalgono sulla lealtà istituzionale, permette di innalzare gli standard di protezione ed esercitare una forma di controllo sociale ravvicinato. Tradire un fratello è difficile: anche se uno di loro, dubbioso, decide di non partecipare direttamente all’azione, può comunque fornire sostegno logistico o, quanto meno, assicurare un silenzio complice.

   Difficilmente denuncerà. La miniaturizzazione familistica delle cellule assicura, così, un elevato grado di sicurezza, rendendo la rete corta meno permeabile. Rende inoltre più facile coprire movimenti sospetti ai genitori.

   La miniaturizzazione familistica offre altri vantaggi. Consente la condivisione della scelta che implica il “sacrificio” di uno o più fratelli. Decidere di diventare uno shahid, un ” martire”, non è mai semplice. Sebbene chi aderisce all’ideologia islamista radicale creda: nella morte salvatrice, offerta e inferta; nel fatto che immolarsi lo farà ricordare per sempre e gli concederà, come premio, di chiamare con sé in Paradiso, gli amati familiari, spesso ignari delle trasformazioni radicali vissute dai figli; che il sacrificio per la “causa di Dio” eleverà esistenze in precedenza assai lontane dai principi religiosi, la scelta di morire è pur sempre difficile.

Si può anche ridere, come accade a uno dei terroristi uccisi a Cambrils, e gridare “Allah Akbar” mentre un poliziotto lo abbatte, ma la morte, disperatamente cercata, fa comunque paura. Esorcizzarla, condividendola, diviene istintivo. Fare questo percorso con un fratello, prima ancora che con un amico di lunga data, permette di sedare meglio quell’ansia che, come una eco mai del tutto cancellata dal clangore ideologico jihadista, si fa sentire. Consente di parlare della propria morte, di prepararla in modo condiviso, di fantasticare con un familiare sull’ “onore” che lo smembramento del proprio corpo, e di quello altrui, riverserà sui propri cari.

   Morire assieme ai fratelli rinforza il cerchio caldo tipico dei rapporti fondati sulla comunità, di sangue e ideologica allo stesso tempo, e non sui più anonimi legami: fossero pure quelli ipertecnologici del webislam radicale. Per questo, nelle strade delle città europee o americane, dove la solitudine dell’aspirante “martire” cresce prima che la drammatica scelta venga compiuta, la fratellanza suicidaria diventa elemento caratterizzante del jihad. Le “bande di fratelli”, fenomeno che mostra anche la crisi della trasmissione religiosa familiare musulmana, non scompariranno presto. (Renzo Guolo)

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I TERRORISTI DI RITORNO: I FOREIGN FIGHTERS

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 19/8/2017

   Non è solo la Spagna nel mirino dei jihadisti. Lo è l’Europa intera. Dalla Francia, il Paese che ha subito il maggior numero di attentati e di vittime, al piccolo Belgio.

   Dopo il Belgio, il Paese con il più alto numero di foreign fighters per abitante, il terrorismo islamico diretto o ispirato dall’Isis ha travolto anche la Gran Bretagna e la Germania, fino a su, al nord, in quella Svezia tollerante conosciuta come potenza umanitaria.

   A questo punto nessun Paese può ritenersi al sicuro. L’Europa è alle prese con un problema di non facile soluzione. Che siano lupi solitari o cellule più organizzate, cittadini europei o stranieri, gli attentatori hanno un comune denominatore; si muovono con grande facilità e rapidità tra i Paesi dell’Europa senza frontiere, ma anche negli altri.

   Come se non bastasse, da alcuni mesi la situazione è cambiata. In peggio. Perché si è aggiunto un fenomeno. IL JIHADISMO DI RITORNO. Demoralizzati per le cocenti sconfitte subite dall’Isis, molti foreign fighters stanno tornando nei loro Paesi di origine. E se non ci riescono, rientrano comunque nei paesi vicini.

Certo, non si poteva immaginare che il fenomeno assumesse le proporzioni descritte un mese fa da un rapporto del dipartimento di Stato americano. Secondo cui i foreign fighters europei rientrati da Siria e Iraq sarebbero addirittura il 30% di quelli partiti. Giusto per avere un’idea, dal 2014 al 2016 oltre 5mila aspiranti jihadisti sono partiti per unirsi alle file dell’Isis.

   Non pochi di loro sono stati impregnati di un’ideologia folle e sanguinaria. Oltre ad essere ben addestrati. È senza dubbio vero che i Paesi europei sono ora molto più efficienti nel sorvegliare le loro mosse. Ma è altrettanto vero che nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, i cui jihadisti hanno contribuito a rimpinguare l’esercito dell’Isis, non dispongono degli stessi mezzi e degli stessi controlli.

   Se pensiamo che dalla sola Tunisia sono partiti quasi 5mila giovani per combattere con l’Isis ci rendiamo conto del­ l’entità del fenomeno.

   Ma quali sono i corridoi utilizzati per entrare in Europa? La rotta balcanica è divenuta più difficile da percorrere. La sponda sud del Mediterraneo, dal Marocco fino alla Libia, si presta invece meglio. È soprattutto da qui che partono, sovente nascosti tra i migranti. Approdando sulle coste italiane. Non è un segreto. L’Italia è un punto di passaggio importante per i jihadisti di ritorno. Tra kamikaze e complici, sono almeno 9 i terroristi transitati in Italia legati agli attentati degli ultimi due anni in Europa.

   In Italia si arriva, si trova anche un riparo logistico. E si riparte. Anche dai porti. Come quello di Bari. La conversazione tra un infiltrato dei servizi danesi e degli estremisti islamici (pubblicata dal quotidiano Politiken) avvenuta un mese prima degli attentati di Parigi è inquietante:«Fratello non prendere l’aereo, è pericoloso. Passa dalla Grecia e dall’Italia, dal porto di Bari».

   Porto da cui è passato due volte (l’1 e il 5 agosto 2015) il famigerato Salah Abdeslam, una delle menti delle stragi di Parigi e Bruxelles. In pochi mesi, dall’estate del 2015, Salah ha viaggiato in Belgio, Italia, Grecia, ancora Italia, Austria, Ungheria, Belgio, infine a Parigi per partecipare agli attentati del 13 novembre e poi fuggire in Belgio, dove sarà arrestato mentre preparava gli attentati del 22 marzo. Aveva fatto anche rifornimento in una stazione di servizio nella zona di Como.

   In Italia, nel Bresciano, aveva vissuto dal 2007 al 2014 Mohammed Lahlaoui, uno dei presunti jihadisti arrestati in Germania dopo gli attacchi di Bruxelles e in contatto con i fratelli kamikaze el Bakraoui. Anche Anis Amri, il terrorista tunisino autore della strage di Berlino, aveva scelto il corridoio italiano, sbarcando a Lampedusa. Sempre dall’Italia, ma da Ventimiglia, era passato il terrorista di Nizza, Mohamed Lahaouiej Bouhlel.

   Non è semplice affrontare questo fenomeno. Al quale se ne deve aggiungere un altro non meno preoccupante. Il jihadismo del Sahel. I terroristi del deserto usano le coste spagnole per entrare in Europa, passando spesso dalle enclavi sulla costa marocchina: Melilla e Ceuta. Un percorso utilizzato anche dal giovane Moussa Oukabir, il presunto autore della strage di Barcellona. Un viaggio in Marocco, con tanto di radicalizzazione, e ritorno. (Roberto Bongiorni)

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COSA SI PUÒ FARE PER PROTEGGERE LE NOSTRE CITTÀ?

di Melania Di Giacomo, da “il Corriere della Sera” del 19/8/2017

– Dalle barriere new jersey alle telecamere. Tutte le misure predisposte per proteggere i cittadini dal pericolo attentati. Con una particolare attenzione ai grandi eventi. –

   L’Italia convive con il livello di allerta 2, quello immediatamente precedente all’«attacco in corso», dagli attentati di Parigi di novembre 2015. Le misure di sicurezza nel nostro Paese sono rimaste, quindi, le stesse, anche se il Viminale ha chiesto a prefetti e questori un’ulteriore «sensibilizzazione». Blocchi in cemento come a Milano nella zona del Duomo (e da ieri sono comparsi anche agli ingressi laterali della Galleria Vittorio Emanuele) fioriere sul lungomare di Napoli, blindati a protezione dei siti più frequentati di Roma come il Colosseo o San Pietro. Armi che ci difendono dai possibili attacchi terroristici. Ma che in ogni caso non garantiscono la sicurezza assoluta, specie contro accoltellamenti improvvisi o furgoni lanciati sulla folla.

I «NEW JERSEY»

Blocchi di cemento nelle vie dello shopping

Blocchi di cemento pesanti diversi quintali per arginare la corsa di mezzi lanciati sulla folla. Molte città hanno scelto di difendere anche così le strade più frequentate. A Milano questo strumento viene ora potenziato. Oltre alle barriere antisfondamento installate all’indomani dell’attentato di Berlino a piazza Duomo, ieri è stato deciso di collocare una dozzina di nuovi «new jersey» ai lati della Galleria, nella zona dei Navigli e in Corso Como. Barriere con lo stesso scopo sono state installate anche a Napoli. Da questa primavera a protezione del Lungomare sono state piazzate delle fioriere in cemento. Pure Verona si difende così: barriere fisse, rimarranno in piazza Bra fino al termine della Stagione dell’Arena.

CHECK POINT CON I MILITARI

Un muro di blindati. E passano solo i bus

A Roma, ai Fori Imperiali si può passeggiare al centro della strada: quattro mezzi blindati Lince dell’operazione Strade Sicure restringono il passaggio, a protezione del Colosseo, sbarrando l’accesso per 600 metri a tir e mezzi pesanti dallo scorso dicembre. In questo modo il transito è consentito solo agli autobus del trasporto pubblico. Blindati dei carabinieri sono poi schierati in via del Corso, all’altezza di Palazzo Chigi, realizzando una barriera fisica mobile: è stata scelta questa modalità che permette un dispositivo «flessibile». Anche piazza della Signoria e il Duomo di Firenze sono protetti dai mezzi dell’Esercito, e da ieri una jeep in movimento pattuglia le vie del centro.

IL RISCHIO FURGONI

Gli autonoleggi devono segnalare le anomalie

Il furgone che giovedì si è gettato sulla folla sulle Ramblas era stato noleggiato dai terroristi, così come anche il tir che l’anno scorso ha fatto 86 morti sulla promenade des Anglais a Nizza. Vista questa ricorrenza negli ultimi attacchi terroristici più gravi, si è ritenuto di accendere un faro sui mezzi a noleggio. Anche questo rientra nelle ipotesi di riduzione del rischio. A Roma è emersa la necessità di sollecitare l’attenzione alle aziende di autonoleggio, affinché segnalino qualsiasi situazione anomala. Si prevede anche di rafforzare i controlli sui furgoni diretti in città, in particolare quelli in transito nel centro storico. Questo dossier potrebbe arrivare sul tavolo del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza di Roma in programma oggi.

LE ZTL

Le protezioni a tempo delle aree pedonalizzate

Ampliare e proteggere le aree pedonali e i siti sensibili. A VENEZIA prefettura e questura hanno allertato il sindaco per evitare l’ingresso di pullman, tir e auto nelle zone ad alta affluenza allargando le aree pedonali. Non sono solo le grandi città, ad aver provveduto a presidiare le Ztl. RIMINI ha posizionato dissuasori alle aree di accesso al centro storico. Questo in aggiunta al provvedimento della scorsa estate, che ha messo in sicurezza l’area di Piazzale Fellini, con dei dissuasori. Anche a BOLOGNA, dopo l’attentato di Berlino, è stata potenziata e fortificata la Ztl. Il centro storico nel weekend viene protetto anche con barriere fisiche. La scorsa settimana sono arrivate delle fioriere blindate, esteticamente più gradevoli dei blocchi di cemento.

I GRANDI EVENTI

Artificieri ai concerti Sorvegliati i festival

Varchi d’accesso e controlli con metal detector; bonifiche con l’ausilio di artificieri e cani antiesplosivo e aree di pre-filtraggio per vietare l’ingresso in luoghi affollati con armi o esplosivi . Questi i meccanismi di prevenzione nel caso di grandi eventi. I prossimi in programma sono il FESTIVAL DI VENEZIA e la NOTTE DELLA TARANTA, che richiama fino a centomila persone. Sotto pressione anche località di vacanza come Gallipoli, che ospita oggi il «Salento Pride». L’area del concentramento verrà circoscritta e il corteo seguito con misure di sicurezza mobili. A Bologna sorvegliate speciali le Feste dell’Unità, quella in città e quella nazionale a Imola: previsti anche i «new jersey». Il Pd spera di non dover ricorrere ai metal detector.

VIDEOSORVEGLIANZA

Sempre più telecamere sul modello Stati Uniti

Non solo mezzi utili a ricostruire le modalità di un crimine, ma anche per il controllo del territorio. Gli Stati Uniti, dove sono già in uso quelle a riconoscimento facciale, hanno fatto scuola. Le telecamere di sicurezza sono uno strumento su cui alcune città hanno deciso di puntare. Milano è una tra le prime in Europa per copertura. Nella Capitale, cento telecamere in più sono state installate in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. A Firenze, il sindaco Dario Nardella ha annunciato di recente un piano di installazione di 450 telecamere di videosorveglianza, da sommare alle 300 già presenti, puntando così a diventare entro il 2019 la città più videosorvegliata d’Italia. (Melania Di Giacomo)

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TURISMO: VISITARE LAS RAMBLAS A BARCELLONA

LA RAMBLA DI BARCELLONA: ECCONE IL BELLO E IL BRUTTO

7/9/2016 da Oscar, da www.visitarebarcellona.com/

Il cantante Manu Chao con la sua celebre canzone La Rumba de Barcelona, attraverso parole semplici e una melodia tutta da ballare, rendeva omaggio alla famosa Rambla, al suo carattere cosmopolita e stravagante, a cui nessun viaggiatore può resistere!

Dal momento che nessuno di voi si vorrà perdere una bella passeggiata nel lungo viale alberato, allora proviamo a scoprire i mille volti della Rambla, i suoi segreti, le sue fregature e le sue gemme.

La Rambla è un po’ come una favola, fatta di personaggi e volti bizzarri.. ma attenzione però, così come nelle favole, i personaggi a volte possono essere anche ingannevoli!

Il simbolo di Barcellona

Non potrebbe essere diversamente, la Rambla rappresenta Barcellona. Parla del suo spirito controverso e artistico, del suo metissage culturale, dei suoi lati oscuri, dei suoi vizi e del suo Dna fiestero.

Le origini della parola Rambla derivano dall’arabo raml, che vuol dire sabbia, e indica infatti una strada ricavata da un corso d’acqua asciutto e ricoperto. Con l’inaugurazione del mercato della Boqueria nel 1836, questa zona è diventata il punto nevralgico del commercio barcellonese, agevolando così anche quel processo di urbanizzazione e modernizzazione dei suoi dintorni, che ha reso la Rambla una via dove poter fare shopping, mangiare qualcosa o bere un caffè.

Come raggiungere la Rambla

Il lungo viale inizia da plaça Catalunya (fermata della metro Catalunya, linea verde L3 o rossa L1) ed arriva fino alla Statua di Colombo (fermata Drassanes, linea verde L3). Ai lati della Rambla troviamo due dei quartieri che fanno parte della Ciutat Vella (Città Vecchia), che sono il quartiere del Raval (venendo da plaça Catalunya sulla destra) e il Barrio Gotico (sulla sinistra).

Il bello della Rambla

Il fascino di questo splendido viale è dato dalla sua vivacità, dai colori che lo dipingono e dai volti che lo animano. Infatti, passeggiando sarete attratti da tutto ciò che vi circonda: statue viventi che stanno immobili per delle ore (che pazienza!), musicisti, mimi, caricaturisti, cartomanti e fiorai.

Ah, dimenticavo i venditori ambulanti, quelli che Manu Chao nella canzone chiama “Abdu Lula” e che allude appunto ai vari migranti che vi proveranno a rifilare di tutto lungo la strada. L’oggetto più famoso è una specie di giocattolino ad elica illuminata che sparano in aria con un’elastico, e metà delle volte gli rimane impigliato tra gli alberi oppure cade in testa a qualcuno.

Altro giocattolo di “valore” è uno strano aggeggio che riproduce malamente il suono degli uccelli. Li vendono credendo che la gente sia felice di ascoltare questo stucchevole rumore (a me da un fastidio!); da parte mia gli ho consigliato di ritornare a vendere i vecchi carillon! 

Le 5 cose da fare e scoprire lungo la Rambla

Scendendo da plaça Catalunya verso la Statua di Colom (Colombo), queste sono le principali attrazioni che troverete lungo il vostro percorso:

1- La fontana di Canaletes: fontana situata proprio all’inizio della Rambla, affianco a plaça Catalunya. La leggenda vuole che chi beve quest’acqua, ritornerà sicuramente a Barcellona. Quindi non pensateci troppo e vedete se la leggenda è vera!

2- Mercato della Boqueriaper gli appassionati di mercato come me, questa è una tappa fissa. E se avete in affitto un’appartamento venite qui a comprare i vostri prodotti: pesce fresco ogni giorno, spezie di tutte le parti del mondo e frutta come se piovesse.

3- Il Mosaico di Mirò: che la Rambla sia la via delle sorprese lo avrete già intuito, ma passeggiare con i vostri piedoni sopra il Mosaico di Mirò questo va oltre ogni cosa pensabile. Ebbene si, in mezzo alla Rambla, vicino alla fermata del metro di Liceu, troverete il grande mosaico che l’artista ha regalato in omaggio a questa splendida strada. Se riuscirete a scansare le mandrie di turisti che incessantemente proveranno a distrarvi c’è una mattonella firmata da Mirò stesso. Vediamo chi la trova e ci manda una foto sulla nostra pagina Facebook

4- Plaça Reial: lasciando alle spalle il bellissimo mosaico, sulla vostra sinistra vi apparirà come una piccola oasi la romantica plaça Reial. Le palme, i portici e una bellissima fontana nel mezzo sono lo scenario di una delle piazze più famose e frequentate di Barcellona. Per chi fosse alla ricerca di particolari, i lampioni che ci sono nella piazza furono tra le prime opere di un giovanissimo Gaudì. Per tornare sulla Rambla consiglio di uscire dal pittoresco Passatge Bacardì.

5- Il Covo degli artisti di strada: lungo la parte più bassa della Rambla entrerete come d’incanto in un’altra dimensione, quella dell’estro e della genialità dei vari artisti di strada. Sono tantissimi e sono l’ideale per una bella passeggiata in presenza dei vostri bambini. Ci sono statue viventi travestite nei modi più strampalati, con lo scopo di suscitare curiosità e perché no, qualche semplice sorriso. Poi incontrerete i famosi caricaturisti, mestiere ormai passato di moda (disgraziatamente). E poi ancora i mimi, i musicisti, i burattinai e chi più ne ha più ne metta. Il sabato e la domenica si riuniscono anche varie bancarelle dove potrete fare qualche bel regalino ai vostri cari che sono in Italia

Il brutto della Rambla

Il grande Shakespeare nel suo libro “Il mercante di Venezia” fu uno dei primi a citare il famoso proverbio italiano “non è oro tutto ciò che luccica” (“all that glitter is not gold”). Quindi non lasciatevi impressionare da tutto quello che vedete “luccicare”! Soprattutto negli ultimi anni infatti, la Rambla ha subito un processo di omologazione e mercificazione (la si potrebbe chiamare anche mcdonaldizzazione), dovuto alla crescente presenza di franchising, che fanno affidamento a prodotti standard, di bassa qualità e a prezzi ingannevoli.

Detto ciò, sapere cosa evitare nel lungo viale alberato penso sia importantissimo per non rimanere fregati o delusi da quello che incontrerete.

1- Ristoranti trappola: diffidate dalla moltitudine di terrazze che troverete lungo la Rambla. Tutte vi proveranno a vendere la loro specialità: “Paella and Sangria”. La paella sembra reduce da anni di ibernazione e la sangria potrebbe essere tranquillamente un mix di prodotti misteriosi. Per mangiare qualcosa di buono potreste dare una sbirciatina alla nostra lista dei migliori ristoranti di Barcellona, quelli in zona Rambla sono La Fonda, La Masia e il Can Culleretes. Invece per bere un cocktail fatto con la “C” maiuscola vi consiglio lo storico BAR BOADAS (carrer de Tallers 1). Fondato nel 1933, questa è la cokteleria più antica di Barcellona. Credo non abbia bisogno di ulteriori presentazioni!

2- Venditori: passeggiando per la Rambla incontrerete una miriade di personaggi che proveranno a rifilarvi di tutto, dai semplici oggetti di cui parlavo precedentemente, alla marijuana e alla tanto nominata e mal pronunciata “Cerveça Biar”. La marijuana a Barcellona è legale, ma solo per i residenti e consumandola all’interno delle associazioni cannabiche. Quindi attenzione, perché se vi beccano per strada son guai. La sera invece spuntano come funghi i famosi venditori di birra, ormai un classico in città. Disponibili in qualsiasi angolo, sentirete sempre in lontananza la loro melodica voce che vi vorrà vendere una birra. All’inizio mi chiedevo se i loro magazzini fossero delle piscine dove nuotare tra litri di birra, poi ho scoperto che spesso le tirano fuori dai tombini! Ah, importantissimo, non si può bere  birra o qualsiasi alcolico per strada, se vi beccano vi fanno la multa (recentemente l’ho presa anch’io!)

3- Borseggiatori: senza creare allarmismi, credo che sia scontato che dove ci sono fiumi di turisti che passeggiano a tutte le ore del giorno, ci siano anche ladruncoli che tenteranno di fregarvi. Nella folla è più facile fare un portafoglio e poi dileguarsi. Tipo il film Inside Man. Un consiglio è quello di tenere il portafoglio nelle tasche davanti del pantalone. Nelle ore notturne invece potrebbe capitare che vi si avvicini qualcuno con fare amichevole e simpatico, e con la scusa di un’abbraccio o di un contatto come per magia vi fanno sparire il portafoglio. Quindi camminate decisi e se si avvicina qualcuno dite sempre “No Gracias”, almeno evitate qualsiasi inconveniente.

4- Prostitute: non vi scrivo con l’intento di sensibilizzare o fare del moralismo spicciolo. Non sono contro la prostituzione, e credo che se venisse regolarizzata e controllata porterebbe più benefici che danni. Qui però le “perle nere” che vedrete nelle ore notturne sulla Rambla sono sottoposte ad una vera e propria forma di schiavitù. Non vi dico come spendere i vostri soldi, ma mettetevi una mano sulla coscienza e chiedetevi se nel 2015 una donna debba ancora vendere il proprio corpo non per scelta ma per necessità.

Ora che avete tutti questi bei consigli non mi resta che augurarvi una buona passeggiata…

( by: Oscar, da www.visitarebarcellona.com/ )

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