Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia?   La politica e i governi sostengono spesso che è facile e populista criticare. Ma sarebbe venir meno al dovere di un’analisi fattuale negare che la realtà sta procedendo diversamente dalle promesse. «Bisogna accelerare su Casa Italia – ha detto Renzi – un progetto che prescinde da scadenze elettorali e deve unire tutte le forze politiche». Ha ragione. Nel senso che il verbo “accelerare” esprime la distanza tra la velocità immaginata e necessaria, e quella sin qui vista.

   Prima di arrivare a Casa Italia e al suo futuro, però, partiamo dai fatti acquisiti. L’Espresso ha calcolato nel 255% in più, rispetto ai Comuni colpiti dal sisma del 1997, i tempi che si registrano nell’area del sisma di un anno fa per la rimozione dell’abbattuto, il pieno ripristino della viabilità, l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa.

   Tutte cose che vengono abbondantemente prima della ricostruzione. Si può essere d’accordo o meno sulla stima, ma è evidente che l’iter burocratico delle gare, tra ruolo del Commissario straordinario, Regioni e Comuni, alla prova dell’emergenza non ha retto e si è rivelato inadeguato. Per le popolazioni e le imprese colpite, un danno e non un aiuto.

   Lo Stato non ha osato, l’anno scorso, fare a meno della figura Commissariale, e l’ha sovrapposta alle quattro Regioni colpite. La lezione appresa è che non è stata una buona idea. Bastano una forte Protezione Civile per la prima emergenza, ed Enti Locali muniti di fondi per tutto ciò che viene dopo.

   La funzione commissariale ha innalzato incomprensione e protesta da parte dei sindaci ad area rossa. Ha inevitabilmente creato incomprensioni tra Comuni e Regioni, per le asimmetrie degli interventi nelle diverse aree. Ora che Vasco Errani ha lasciato l’incarico, al governo Gentiloni spetta decidere in fretta quanti poteri lasciare ai Comuni e con che finanza agevolata in proporzione ai danni subiti, lasciando alle Regioni il più possibile solo il coordinamento progettuale.

   IL SISMA DI ISCHIA conferma purtroppo che non eravamo gufi, nel ricordare a Gentiloni più volte su queste colonne che occorreva procedere a passo di corsa. Il terremoto ha colpito un’isola più volte interessata nella storia da eventi naturali collegati alla grande area vulcanica flegrea, e in cui si concentrano tassi straordinari di incuria edilizia e di abusivismo addirittura patologico.

   Che le vittime a Casamicciola siano avvenute sotto vecchi edifici non esenta affatto le colpe dell’abusivismo, come preteso dai sindaci isolani. Se in 47 chilometri quadrati si concentrano nei decenni 27 mila pratiche di condono per abusi edilizi, è perché la politica locale ha tenuto chiuso gli occhi e ha lucrato consenso.

   Un sindaco che ami il proprio territorio e la propria comunità dovrebbe sapere bene che gli abusi avvengono sempre con materiali edilizi al gran risparmio, mai certo a norma antisismica. Mentre le leggi regionali ispirate in questi anni alla parola d’ordine «piano con gli abbattimenti» sono un nuovo incentivo agli abusi. Speriamo lo abbia capito anche il presidente De Luca.

   Ma ai ritardi del Centro Italia e alle distrazioni pro abusivismo della politica si somma un terzo fattore, che riguarda proprio il grande progetto, Casa Italia.

   Il presidente del Consiglio nazionale dei geologi italiani, Francesco Pedulo, ha usato parole amare. «Si è parlato di tante cose, dall’informativa alle popolazioni alle lezioni nelle scuole, dal fascicolo del fabbricato alle assicurazioni sui fabbricati, dal rifinanziamento della carta geologica a quello per la micro-zonizzazione sismica, fino alla necessità di abbattere l’abusivismo. Tante chiacchiere, ma un anno dopo non è stato fatto quasi nulla», ha detto.

   La sua delusione va compresa. Di fatto, però, non è proprio così. La missione affidata nel settembre 2016 al professor Giovanni Azzone con l’ausilio di Renzo Piano si è già esaurita, producendo un ponderoso rapporto. Il punto è metterlo in pratica, compito che spetta a un apposito Dipartimento della presidenza del Consiglio.

   Occorre una mappa dei rischi naturali, e l’Istat dovrà assumere tutti i dati dai Comuni. Idem per la riunificazione di tutti i dati sulla condizione degli edifici, senza oneri per i proprietari come ipotizzava la prima idea sul fascicolo di fabbricato.

   Poi l’avvio di una diagnostica «spedita e accurata» per almeno i 550 mila edifici nei Comuni della fascia più esposta al rischio sismico (sommando le tre maggiori aree di rischio, si arriva a 10 milioni di unità immobiliari).

   Poi la quantificazioni delle reali disponibilità di finanza pubblica, distribuite in anni per successive aree di rischio, incardinate sul sisma-bonus che arriva fino ad agevolare fiscalmente l’85% delle spese sostenute per la messa in sicurezza. Con stime crescenti: si va dai 25 miliardi di agevolazione fiscale per l’ecobonus almeno per le murature portanti nei 648 Comuni più esposti, ai quali sommare 12 miliardi di interventi pubblici. Su su fino alla stima siderale complessiva di 850 miliardi, se si dovesse intervenire per tutte le classi di rischio.

   Sono tutti interventi di tipo diverso, che da Palazzo Chigi verranno coordinati, ma che ricadono sulle competenze delle Infrastrutture e dell’Ambiente, e che avranno bisogno ciascuno di interventi normativi ad hoc e di decine e decine di provvedimenti attuativi.

   E’ stato un lavoro organico, compiuto in tempi accettabili. Ma a Gentiloni tocca un compito essenziale. Egli sa come noi che l’attenzione dell’agenda pubblica su Casa Italia era caduta. Per questo i sindaci del cratere 2016 avevano chiesto che l’anniversario del terremoto fosse senza autorità nazionali. Se chi guida il governo non redigerà una road map prussiana per compiere tutti questi passi, la delusione del Centro Italia ci dice che la possibilità di trasformarlo in una vera rivoluzione della sicurezza abitativa italiana è molto remota.

   Non c’è l’impedimento europeo immediato sul fronte della spesa, tanto temuto all’inizio. Non c’è neanche una legge di bilancio particolarmente improba in arrivo.

   Il mesto anniversario ad Amatrice e Accumoli, le nuove vittime a Ischia, la condizione spaventevole di un Paese in cui oggi solo il 2% degli edifici è assicurato da rischi sismici, devono imprimere a Casa Italia i toni e i tempi di una vera emergenza nazionale. Altrimenti, è la statistica a dirci che altri sismi faranno un numero di vittime in Italia assurdamente spropositato rispetto alla loro magnitudo. Nessuno potrà dire: non lo sapevo. (Oscar Giannino)

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Sul terremoto in Centro Italia di un anno fa vedi anche il post di Geograficamente di allora:

https://geograficamente.wordpress.com/2016/09/04/terremoto-nellappennino-centrale-la-fine-del-pensare-a-terremoti-regionali-e-il-nuovo-modo-di-intendere-il-doloroso-accadimento-come-terremoto-nazionale-in-uno-dei-territo/

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IL TERREMOTO IN CENTRO ITALIA DI UN ANNO FA

IL TERREMOTO UN ANNO DOPO. GLI ERRORI CHE SI POTEVANO EVITARE. IGNORATE LE CONOSCENZE DI CHI VIVE NEL TERRITORIO

di Vittorio Emiliani, da “Il Mattino di Padova” del 15/8/2017     

   Quando un forte terremoto scuote e demolisce le case isolate e i centri storici dell’Appennino (la nostra zona “rossa” per eccellenza), bisogna essere chiari e concreti: a) una vera e propria ricostruzione “in sicurezza” esige dai tre anni in su; b) il ricovero negli alberghi della riviera deve essere limitato nel tempo altrimenti le comunità locali si sfilacciano; c) occorre subito predisporre case prefabbricate robuste e coibentate, per il caldo e il gelo, e dare ad esse forme di villaggio con scuole fin dove è possibile e attività commerciali.

   E’ stato fatto tutto questo ad Amatrice e dintorni? In parte, ma non con la decisione, con la chiarezza necessarie, sull’esempio di terremoti non lontani nel tempo, per esempio quello umbro-marchigiano del settembre 1997 con assai meno morti per fortuna e però vere e proprie città investite in pieno, da Assisi fino a Urbino. Comunità più forti di quelle squassate nel fine agosto 2016 e però anche più assistite da un governo (quello guidato da Romano Prodi, sui vice Walter Veltroni ministro per i Beni culturali) con uomini esperti e più mezzi, tecnici e finanziari.

   Nel 1997 la direttiva del direttore generale Mario Serio fu esplicita: puntellare subito tutto quanto si poteva a partire dalla Basilica Superiore di San Francesco in Assisi che minacciava di scivolare a valle. Si chiamarono persone di grande esperienza come Antonio Paolucci, Bruno Toscano, Maria Luisa Polichetti, Marisa Dalai. Alcune con alle spalle l’esperienza del Friuli (1976-77) dove le comunità locali avevano voluto con forza una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”.

   Per Assisi vennero subito chiamati strutturisti come Giorgio Croci e Paolo Rocchi capaci di ingabbiare San Francesco in una foresta di tubi d’acciaio. A Montefalco il sindaco chiese alla coop di restauratori che già operava in loco di puntellare la favolosa abside di Benozzo Gozzoli senza nemmeno attendere la Soprintendenza. Appalti per queste foreste di tubi d’acciaio? “Li prendemmo dove li trovammo subito”, ha commentato Antonio Paolucci.

   Ad Amatrice e dintorni è successo qualcosa di paragonabile? Purtroppo no. Un errore marchiano che ancora pesa. Eppure il direttore generale del Mibact Antonia Pasqua Recchia era sul posto il 28 agosto. Eppure il premier Matteo Renzi accorse subito. Ma la prima non diede direttive esplicite e il secondo, detestando le Soprintendenze, le lasciò in ombra.

   Ecco cosa scrissero 138 abitanti di Amatrice mesi dopo al ministro Franceschini: puntellando subito i monumenti lesionati il 24 agosto, “si poteva salvare la torre medioevale della chiesa di Sant’Agostino, simbolo della città, crollata miseramente sotto i nostri occhi il 18 gennaio, il successivo 29, anche la parete orientale, è venuta giù insieme a parte della facciata, si poteva preservare la maestosa chiesa di San Francesco dal definitivo collasso della sua struttura (…), si poteva salvare la chiesa-santuario di San Martino, Sant’Antonio Abate di Cornillo Nuovo, Sant’Emidio sede del Museo Civico <<Cola Filotesio>> uno degli edifici più antichi della città”. La ferita forse più sanguinante: essere “stati tenuti fuori da qualunque iniziativa da parte del Ministero (…) Si è ignorato il nostro patrimonio di conoscenza capillare del territorio e delle persone che vi abitano”.

   Loro ignorati e il personale delle Soprintendenze costretto ad agire con pochi mezzi. Un altro settore importante trattato in modo lacunoso: quello zootecnico. Era proprio impossibile avere una carta degli allevamenti sparsi per i monti per rifornirli, intanto,  di foraggi e per avere una mappa delle stalle e delle case prefabbricate da insediare sui monti prima della neve, dopo che allevatori e pastori avevano assicurato di rimanere? Matteo Renzi ha cominciato a parlare di “archistar” spiazzando la concretezza del commissario straordinario Vasco Errani che peraltro aveva operato in tutt’altro contesto, cioè nella pianura emiliana altamente industrializzata.

   Di qui incertezze e ritardi anche considerevoli. In luglio uno studio del Censis per la Fondazione Merloni ha fornito linee-guida che vanno ben al di là dell’emergenza post-terremoto nelle Marche. Governo e Regioni dovrebbero leggerlo. Se solo avessero ristudiato il post-terremoto 1997 in Umbria-Marche, oggi le macerie, dove sono rimuovibili, sarebbero state rimosse, le stalle sarebbero operanti da mesi come i villaggi prefabbricati.

   Purtroppo questo è un Paese che poco o nulla riflette sul passato anche quando può dare insegnamenti positivi in una materia tanto complessa. Promettere la ricostruzione “in sicurezza” a breve termine è pura demagogia, ma rallentarla alimenta una protesta aspra e indifferenziata. Sulla quale soffia, diciamolo, una informazione emotiva che ignora gli esperti veri e i “precedenti storici” oggettivi. (Vittorio Emiliani)

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IL TERREMOTO A ISCHIA DEL 21 AGOSTO SCORSO

ISCHIA, LA SOLUZIONE È LA POLITICA PER LE CITTÀ

di Roberto Morassut (Vice Presidente Commissione parlamentare sul degrado delle periferie urbane), da “Il Messaggero” del 24/8/2017

   A Ischia sono crollati edifici per un terremoto forte ma non devastante. E si è riaperta la discussione sulla fragilità costruttiva di tanti nostri borghi. Discussione che, non c’è da illudersi, si spegnerà tra poco fino al prossimo evento sismico o alla prossima catastrofe naturale.

   Faccio queste considerazioni:

  1. La storia di migliaia di borghi italiani è una storia di povertà rurale e di arretratezza. In migliaia di comuni italiani il Medioevo è finito poco dopo l’ultima guerra. Tipicamente italiani sono i borghi costruiti poveramente e pietra su pietra, con materiali essenziali e su luoghi impervi scelti per difendersi dalle invasioni e dalle pestilenze delle valli e delle paludi. Il fatto che molti borghi abbiano assunto nei decenni più recenti un aspetto più decoroso e gradevole con restauri e ristrutturazioni non toglie che la qualità costruttiva originaria è sempre povera e fragile. Ci piace il calore delle pietre antiche e dei luoghi pieni di storia e di umanità di tante nostre cittadine ma non possiamo ignorare l’altra faccia di questa storia.
  2. In questi borghi (ma non solo lí) le leggi sul condono, i piani casa e le semplificazioni normative edilizie (senza controlli ad esito degli interventi autocertificabili) hanno contribuito a trasformare molti edifici in modo parziale, ad ampliare le superfici, a modificazioni anche sostanziali ma lasciando inalterate le caratteristiche strutturali (fragili) e, semmai, compromettendole ulteriormente.
  3. L’abusivismo residenziale edilizio di nuova costruzione (quindi non ampliamenti o ristrutturazioni dell’esistente) è un fenomeno contraddittorio. La qualità costruttiva è buona se si tratta di case. Perché chi si è fatto la casa da solo ha curato che fosse sicura. Ma il danno urbanistico e paesaggistico è enorme. Quindi i problemi non si presentano nei terremoti ma molto più spesso in caso di alluvioni o frane. Perché sono sbagliati i luoghi degli insediamenti.
  4. L’abusivismo edilizio di tipo produttivo ha prodotto invece molto spesso capannoni e manufatti fragili anche dal punto di vista edilizio. Sono edifici leggeri. Costruiti con scarse risorse per i cronici limiti della piccola impresa italica. E spesso collocati in luoghi sbagliati. Lo abbiamo visto anche in occasione del terremoto nella civile Emilia. Molti stabilimenti sono crollati come castelli di carte.

   Insomma in queste occasioni rivediamo le fragilità antiche e recenti del nostro Paese. E ci rendiamo meglio conto che l’urbanistica vera è un insieme di episodi tra loro slegati. Basta vedere la forma di molte nostre città e si colgono interruzioni e fratture nei disegni.

   LA POLITICA PER LE CITTÀ RESTA IL NODO IRRISOLTO ITALIANO. Ed è qui che si trova anche la CHIAVE DI UN SERIO DISCORSO SULLE PERIFERIE. E poiché le città sono il vero motore dell’economia, se funzionano male, il motore perde colpi. E quando succede qualcosa, si spacca.

   Soluzioni? Non c’è “una soluzione”. Ma deve e può esserci UNA “POLITICA PER LE CITTÀ” che mettendo insieme, con una buona legge, rinnovo urbano, servizi, trasporto e ambiente può dare progressivamente un altro segno alle nostre città.

   Oggi sulle materie urbanistiche ed edilizie intervengono in modo separato e non coordinato almeno 4 ministeri e 20 regioni.

   Limitiamo per legge il consumo di suolo e poi rendiamo possibili deroghe pazzesche per gli stadi o liberalizzazioni edilizie puntuali con scarsi controlli successivi come si è ben visto in occasione del crollo di un palazzo al Flaminio a Roma. Con una buona RIFORMA DEL GOVERNO DEL TERRITORIO l’Italia può invece diventare più sicura e più civile. Questo è un grande tema politico contemporaneo cui nessuno può sfuggire. Serve un CODICE NAZIONALE PER IL TERRITORIO. E noi, unici in Europa, non lo abbiamo. (Roberto Morassut)

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TERREMOTI: LA STORIA GEOLOGICA DI ISCHIA SPIEGA PERCHÉ IL PERICOLO È SERIO

di Luigi Bignami, da FOCUS (da www.focus.it/ ) del 22/8/2017

– Il terremoto che ha interessato l’isola ha le sue radici 150.000 anni fa, quando l’isola iniziò a formarsi sotto il livello del mare. La sua storia non è ancora terminata, anche se non ci sono preavvisi di imminenti eruzioni–

   Il terremoto che ha interessato l’isola di Ischia va inquadrato in una storia geologica molto complessa di un piccolo lembo di terra che si estende per circa 46 chilometri quadrati e si erge per 787 metri al di sopra del livello del mare.

   L’isola è nata in seguito a una lunga storia di eruzioni vulcaniche che iniziarono più di 150.000 anni fa, le cui testimonianze si rinvengono nella zona sud-orientale dell’isola. Il periodo seguente fu caratterizzato da numerose eruzioni esplosive di energia variabile, separate nel tempo da periodi di scarsa o nulla attività, che comunque terminò con un’importante eruzione, quella del Tufo Verde del Monte Epomeo avvenuta 55.000 anni fa.

   Al termine di quell’eruzione si formò una caldera, ossia una grande depressione dovuta allo svuotamento della camera magmatica, che oggi è visibile nel cuore dell’isola e che venne in parte sommersa dal mare. Da quel momento si suddivide LA STORIA DELLE ERUZIONI VULCANICHE di quella zona in TRE PERIODI DIVERSI.

   IL PRIMO PERIODO si protrasse da 55.000 anni fa a 33.000 anni or sono e vide una serie di eruzioni in parte sottomarine e in parte in superficie, quasi tutte esplosive. Oggi i centri di quelle eruzioni si ritrovano a sud ovest dell’isola.

   IL SECONDO PERIODO, tra 28.000 e 18.000 anni fa, iniziò con l’eruzione di Grotta di Terra, avvenuta circa 28.000 anni fa lungo la costa sud-orientale dell’isola. L’attività vulcanica è poi continuata sporadicamente fino a 18.000 anni or sono.

   DOPO DI ALLORA ci fu un periodo di stasi che terminò circa 10.000 anni fa  quando iniziò una serie di eruzioni effusive che si sono alternate a eruzioni esplosive, l’ultima delle quali avvenne nel 1302, dando origine alla colata lavica dell’Arso.

   La maggior parte dei centri eruttivi di questo periodo sono situati a est del Monte Epomeo.

   IL TERREMOTO CHE HA INTERESSATO L’ISOLA IL 21 AGOSTO, (…) è da inquadrare in questa complessa situazione geologica e, nonostante la relativa bassa intensità (Magnitudo 4), è stato particolarmente sentito perché molto superficiale in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 5 chilometri di profondità.

Ischia, Campi Flegrei, Vesuvio.

La nascita di un vulcano è sempre legata a fenomeni geologici importanti (ad eccezione degli hot spot, che nascono direttamente dalla risalita di magma dal mantello terrestre). Cosa ha fatto sì che l’isola di Ischia nascesse in questa zona?

   Ischia, insieme ai Campi Flegrei e al Vesuvio si erge sul bordo del Tirreno meridionale, dove l’attività geologica legata all’apertura del Mar Tirreno (sembra infatti che l’area meridionale del Mar Tirreno si comporta come un oceano in espansione) ha portato alla formazione di innalzamenti e abbassamenti della crosta marina.

   Tali innalzamenti si chiamano “horst”, mentre gli abbassamenti “graben”. Le fratture che li hanno originati hanno due andamenti diversi: uno ha direzione nordovest-sudest, l’altro nordest-sudovest. Queste faglie hanno originato dei veri e propri blocchi, alcuni dei quali si ergono rispetto ad altri. Ma tra un blocco e l’altro le fratture che li separano hanno permesso la formazione di magma e la sua risalita in superficie. Alcune di queste risalite magmatiche hanno originato Ischia e le isole contigue. Il terremoto del 21 agosto va dunque inquadrato in questa complessa situazione geologica. (LUIGI BIGNAMI)

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TERREMOTO A ISCHIA: L’INTERVISTA A CARLO MELETTI

«IL PAESE COSTRUITO SU UNA VECCHIA FRANA COSÌ È NATA LA TRAGEDIA DI CASAMICCIOLA»

di Michela Allegri, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– «LA SCOSSA È STATA CAUSATA DA UNA FAGLIA IN MARE CHE SI È ROTTA A POCA DISTANZA DALLA COSTA» – IL SISMOLOGO DI INGV: «IL TERRENO NON SOLIDO HA FAVORITO L’AMPLIFICAZIONE DELL’ONDA SISMICA» –

   Un terreno sabbioso, «sciolto», per usare un termine tecnico, che ha permesso alle onde sismiche di amplificarsi e raggiungere effetti devastanti. Il sismologo CARLO MELETTI, responsabile del Centro di pericolosità sismica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, spiega che la potenza del terremoto di Ischia è legata al fatto che il sisma si sia sprigionato quasi in superficie e che «una parte del paese di Casamicciola sia stata costruita su un’antichissima frana».

Come mai un terremoto con una magnitudo relativamente bassa ha avuto effetti così devastanti?

«I danni si sono concentrati solo in una parte dell’isola che ha particolari caratteristiche geologiche e sono stati di certo più consistenti rispetto a quello che ci si aspetterebbe con una magnitudo di questo tipo. Per capire gli effetti di un terremoto bisogna però considerare diversi fattori. Ovviamente al primo posto c’è la magnitudo, ma è necessario anche tenere conto della vicinanza alla superficie dell’ipocentro. Più il fenomeno sismico è superficiale più risulterà potente, perché attraversando la crosta terrestre l’onda sismica diminuisce d’intensità. Abbiamo una stazione accelerometrica a Casamicciola, che registra i movimenti del suolo durante un evento sismico. Abbiamo notato dei fattori di accelerazione molto elevati rapportati a un terremoto di magnitudo 4, proprio per la vicinanza dell’ipocentro alla superficie. Le onde si affievoliscono attraversando gli strati rocciosi e quando arrivano in superficie trovano condizioni che possono amplificare o diminuire il loro effetto».

Può fare un esempio?

«A seconda del tipo di roccia che abbiamo sotto ai piedi si avrà un differente grado di amplificazione. Se il terreno di superficie è roccioso è più difficile che ci sia un’amplificazione del fenomeno sismico, mentre se il suolo è di tipo sabbioso il discorso è molto diverso. Questo è quello che è successo a Casamicciola».

Perché il terreno sotto alla città è fragile?

«Parte del paese è stata costruita su un’antichissima frana. Non ci sono terreni solidi e rocciosi. Usando un termine tecnico si dice che si tratta di “terreni sciolti”, non compatti, che sono una delle condizioni ideali per il verificarsi di un’amplificazione dell’onda sismica. Serviranno analisi, potrebbe trattarsi di un terreno sabbioso o di rocce vulcaniche sbriciolate dalle frane».

Il terremoto è avvenuto in un’area vulcanica, questo cosa comporta?

«In questi casi l’onda sismica dopo essersi sprigionata si affievolisce molto velocemente, il fenomeno resta concentrato. Infatti non ci sono state repliche significative, ma molte scosse di magnitudo ridotta, minore di 1. Non è comunque possibile dire con certezza se sia finita qui. Questo terremoto non è stato di origine vulcanica, ma si è sprigionato da una faglia in mare che si è rotta, a poca distanza dalla costa. È la stessa faglia che aveva provocato i terremoti del 1881 e del 1883».

È possibile che la scossa sismica risvegli l’attività vulcanica?

«È difficile dirlo, sono tutti fenomeni di attività geologica che hanno luogo in un’area circoscritta. I colleghi dell’Osservatorio vesuviano dicono che non sono state riscontrate anomalie in zona Vesuvio e Campi Flegrei, anche perché si tratta di sistemi vulcanici indipendenti».

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IL TERREMOTO IN CENTRO ITALIA DI UN ANNO FA

NÉ PARALISI NÉ ILLEGALITÀ

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 24/8/2017

– Fermare il pendolo. Trovare un punto d’equilibrio tra due posizioni estreme e ugualmente sbagliate: l’emergenzialismo che produce illegalità e la paralisi che dal timore dell’illegalità deriva –

   Si può trarre una lezione a un anno dal grande terremoto dell’Italia centrale e al sisma di Ischia del 21 agosto scorso, piccolo ma tragico e avvelenato di polemiche.

   Sul fronte dei disastri occorrerebbe una politica seria e legittimata, che non temesse censure in caso di reale necessità ma neppure vellicasse localismi ed egoismi che da necessità si travestono. Per ora, non è così.

   Diciamolo senza girarci attorno: dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale resta sconcertante; i ritardi nella posa dei moduli abitativi (400 «casette» consegnate su 3.800 richieste) e quelli nella rimozione delle macerie (al 90% ancora intatte) vanificano le pur ragionevoli spiegazioni del premier Gentiloni, il suo pur plausibile richiamo all’impatto straordinario di quattro eventi sismici (24 agosto, 26 e 30 ottobre 2016, 18 gennaio 2017) tanto ravvicinati e potenti.

   Il nodo infatti sta proprio lì. A una crisi eccezionale si è pensato di rispondere con strumenti ordinari e con slogan («ricostruiamo dov’erano e com’erano») irrealizzabili. Se occorrono fino a undici passaggi burocratici per una casetta, se pendono migliaia di verifiche (13 mila nella sola area di Ascoli), se soltanto in queste ore nel cimitero di Grisciano sono state richiuse e protette bare esposte alle incursioni degli animali del bosco per un anno intero, se i fascicoli rimbalzano a oltranza tra uffici comunali, regionali e dei due Parchi delle zone colpite, e tra funzionari terrorizzati di incappare in grane giudiziarie al punto da preferire l’immobilismo, qualcosa è inceppato all’origine.

   Guido Castelli, sindaco di Ascoli, la dice chiara, evocando il nome proibito: «Siamo pure oltre la nostalgia di Bertolaso, è così tardi che non ci salverebbe nemmeno Superman». Lo smantellamento della Protezione civile del «Superman» berlusconiano, piagata da scandali e inchieste, è stato insomma così profondo da consegnare alle incombenze successive una struttura fin troppo depotenziata, secondo il consueto moto pendolare di un’Italia senza vie di mezzo.

   La gestione del grande sisma del 2016 ha sofferto certo di questo, ma anche del comando diviso tra il nuovo capo della Protezione civile Curcio e il commissario alla ricostruzione Errani; e, ancora, della crisi del governo Renzi e dello smarrimento successivo. Ora la quasi contemporanea uscita di scena di Curcio ed Errani rischia di dare un ulteriore segnale negativo a popolazioni stremate dalla prospettiva d’un secondo inverno da sfollati.

   Il male che ha minato il modello Bertolaso è stato del resto il mutamento delle singole emergenze in un «continuum» emergenziale: trasformare in emergenza e fiera di sprechi anche un G8 da tempo programmato è la via breve per il disastro.

   Il terremoto di Ischia della sera di lunedì 21 agosto, con successiva caccia ai giornalisti fomentata dai sindaci di Casamicciola e Lacco Ameno, ci riconduce del resto all’idea che un’emergenza dilatata ad arte giustifichi tutto: in questo caso quella abitativa, in nome della quale è stato portato avanti sull’isola (e non solo) uno sciagurato atteggiamento di tolleranza verso i cosiddetti «abusi di necessità».

   La crisi abitativa è, ahinoi, strutturale: trattarla da emergenza rientra nel canovaccio italico, micidiale quanto lo schema uguale e contrario.

   Ridare forza e poteri alla Protezione civile senza sconfinare nell’arbitrio, affrontare e distinguere per tempo la crisi degli alloggi in zone a rischio come quelle campane, abbattendo dove è necessario ma offrendo alternative ai cittadini: sarebbero passi difficili anche per una maggioranza d’acciaio. In questo caso, e a ridosso delle elezioni, sembrano una chimera. (Goffredo Buccini)

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L’ULTIMA FERITA PER L’ISOLA VERDE

di Cesare De Seta, da “la Repubblica” del 23/8/2017

   Il terremoto torna a battere con sinistra continuità nel nostro Paese: quello di Ischia è di una intensità del quarto grado Richter. L’isola verde ha nella sua storia una sequela di terremoti che risalgono all’antichità, come narra il greco Strabone, e al Medioevo: ma Casamicciola fu colpita anche nel 1796 e nel 1828. Il più spaventoso sisma fu quello del 28 luglio 1883 che fu di ben più grave intensità toccando il decimo grado della scala Mercalli.

   Fu una strage con oltre 2.300 morti, 1.750 nella sola Casamicciola. Giustino Fortunato, meridionalista insigne consapevole dello stato comatoso del Sud, coniò quella che è divenuta una classica formula per definire il paesaggio del Mezzogiorno: «sfasciume pendulo» affacciato sul mare. Il caso volle che lo studioso ne fu testimone e si adoperò a frugare tra le macerie di Casamicciola per soccorrere quanti erano sopravvissuti. In quella terribile estate del 1883 il padre, la madre e la sorella di Benedetto Croce persero la vita e lui stesso non ancora diciottenne fu miracolosamente tratto dalle macerie.

   Soltanto il terremoto in Irpinia, Campania e Basilicata del 23 novembre del 1980, e le successive repliche che si ebbero in febbraio, causò circa 3 mila morti.

   Dal punto di vista geomorfologico l’isola d’Ischia ha una sua autonomia, dunque la scossa che ha interessato Casamicciola non ha investito i Campi Flegrei, con la caldera fumante e attiva della Solfatara, né la pur vicina Procida. Ischia è dominata dal Monte Epomeo, cuspide emergente di un vulcano: la direttrice dell’Osservatorio vesuviano Francesca Bianco ha precisato che il terremoto di lunedì è di tipo tettonico e non vulcanico e comunque l’Epomeo non ha la pericolosità del Vesuvio monitorato in continuità e sotto stretta sorveglianza.

   Senza aver alcuna competenza delle scienze della Terra, di una cosa possiamo essere certi: l’isola d’Ischia e i suoi Comuni sono da decenni al centro di un abusivismo selvaggio e poco si è fatto perché case vecchie e fatiscenti fossero messe in sicurezza, né quelle più recenti hanno rispettato le norme imposte dalle leggi antisismiche. L’abusivismo più selvaggio ha devastato il paesaggio dell’isola, roso le pendici boscose che risalgono le falde dell’Epomeo, e i Comuni quasi mai sono stati capaci di reprimere l’abusivismo diffuso e gli interessi speculativi che hanno dilagato.

   L’amara lezione del terremoto di Casamicciola non è che l’ultimo episodio di una catena di eventi sismici che si chiamano L’Aquila, Amatrice e molti centri del Centro Italia. Una catena di morti, uno spreco di ricchezze che sono la conseguenza di una politica inidonea alla messa in sicurezza del territorio: la dorsale appenninica che fende la penisola è preda della vulnerabilità sismica.

La fragilità del territorio nazionale non può tornare all’ordine del giorno quando si fa il conto dei morti e dei danni. Si sono compiuti taluni passi dal 1980 a oggi: si dispone d’una carta del rischio aggiornata, di una nuova normativa per gli interventi di consolidamento strutturale degli edifici, si dispone di un sistema di monitoraggio e anche per i beni culturali si sono approntati strumenti di conoscenza più affinati.

   Ma sono piccoli passi, dinanzi all’entità dell’impegno che richiede un Paese a rischio sismico permanente ed estesissimo (40 per cento sul territorio nazionale, 70 per cento se si considera il Centro-Sud); il tessuto urbano degli insediamenti appenninici è in gran parte costituito da edifici che hanno molti secoli alle loro spalle e sono del tutto inidonei a reggere l’urto sismico; ma il peggio è che la stessa edilizia più recente (ospedali, scuole, uffici pubblici e persino le caserme dei pompieri) non è stata costruita con quelle necessarie misure antisismiche che consentono di garantire la sicurezza di uomini e cose, né c’è stata una politica di adeguamento statico.

   Eppure da trent’anni e più l’Italia spende cifre notevolissime per fronteggiare tale genere di disastri e ricostruire le case distrutte. I provvedimenti d’urgenza sono solo una risposta tampone all’inadempienza dei governi che si sono succeduti in un settore strategico per la sicurezza delle nostre popolazioni.

   Tutti gli esperti e gli studiosi che si sono espressi hanno sottolineato il fatto che il disfacimento di Casamicciola non è giustificato da un’onda sismica, non forte, stando all’opinione dell’Ingv: la realtà è che lo stato comatoso dell’edilizia dell’isola semina distruzione e morte.

   Che le autorità comunali protestino per questa diagnosi è persino vergognoso. Si nega quanto dicono le scienze della Terra, del rapporto cioè che si pone tra intensità del sisma e l’effetto che esso ha su un territorio la cui edilizia non risponde alle norme di sicurezza. In Natale in casa Cupiello, Eduardo De Filippo, entrando dalla cucina in camera da letto tutta sottosopra, dice: «Qua mi pare Casamicciola». Una metafora che designa lo stato d’emergenza in cui versa l’Italia. (Cesare De Seta)

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LA POTENZA DEGLI ABUSI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 23/8/2017

   «Sulla scheda elettorale scrivi: “voto abusivo!”» Era davvero osceno lo slogan d’un manifesto affisso sui muri di Ischia per le Regionali del 2010. A quegli scriteriati autori, che il terremoto del 1883 fosse stato così catastrofico da spingere decenni dopo il grande Eduardo a inserire in «Natale a casa Cupiello» la famosa battuta «Ccà mme pare Casamicciola!» non importava tanto.

   E nella scia di Totò e della sua stralunata adunanza («Abusivi di tutto il mondo unitevi! Ci vogliono abolire! È un abuso! Abusivi: diciamo no all’abuso!») il Comitato per il diritto alla casa di Ischia e Procida, con sede appunto a Casamicciola, stampò quell’appello le cui parole, rilette oggi, gelano il sangue: «La politica dominante è morta! Dopo sessant’anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini “abusivi” tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali…».

   Una protesta alla quale sarebbe seguito, per anni e anni, un tormentone di invocazioni e minacce, minacce e invocazioni perché fossero concesse nuove sanatorie, nuove deroghe, nuove interpretazioni di vecchi condoni.

   Con una parte del peggior ceto politico napoletano e campano pronto a presentare nuovi progetti di legge per mettere una toppa ad abusi compiuti non solo a dispetto delle regole legislative ma del buon senso.

   Il terremoto del 28 luglio 1883, come spiegano Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nel volume «Il peso economico e sociale dei disastri sismici…», fu infatti un ammonimento impossibile da dimenticare: «Colpì con effetti distruttivi un’area molto limitata, corrispondente alla parte nord-occidentale dell’isola di Ischia, causando però un numero elevatissimo di vittime: complessivamente 2.333 persone. Di queste 625 erano turisti che al momento del terremoto (era la fine di luglio, in piena stagione estiva) si trovavano ospiti degli alberghi e delle ville nei centri più colpiti. (…) Casamicciola fu il centro più colpito: all’epoca aveva circa 4.300 abitanti ed era un rinomato centro balneare e termale. Il terremoto distrusse completamente la parte alta del paese e causò danni ingenti e crolli anche sul litorale. Dei 672 fabbricati esistenti, 537 crollarono e i restanti risultarono tutti inagibili». Il 79,9 per cento del patrimonio edilizio.

   Colpa della natura? Solo in parte. Lo aveva già spiegato oltre un secolo prima Jean-Jacques Rousseau scrivendo del terremoto di Lisbona del 1755: «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case…». E prima ancora, nel ’500, Francesco Guicciardini: «Sono adunque gli errori di chi governa quasi sempre causa delle ruine della città; e se una città si governassi sempre bene, sarìa possibile che la fussi perpetua, o almeno avrebbe vita più lunga…».

   Ha spiegato il vulcanologo Giuseppe Luongo, autore del libro «Ischia: storia di un’isola vulcanica» (1987), che la durissima lezione inferta a Casamicciola fu rimossa piuttosto in fretta: «Tutti i rioni baraccati si sono via via trasformati in quartieri in muratura. Senza alcun criterio».

   Reazioni della magistratura: inchieste a raffica. Reazioni della politica locale: insofferenza. Se non addirittura complicità. Due dati: alla vigilia del condono del 2003 il numero delle demolizioni eseguite sull’isola a partire dal 1988 risultavano essere 22. Ventidue! Su 2.922 ordinate dal giudice con sentenza esecutiva. Lo 0,75%. Tra mille lagne di troppi sindaci, assessori, galli e galletti della politica locale: «Si tratta di abusi di necessità!».

   Sempre in quegli anni, gli ambientalisti denunciavano 26.000 abusi su 62.000 abitanti. Uno per famiglia. Certo, non parliamo di case illecite dalle fondamenta (quando ci sono) al tetto. Gli abusi sono spesso definiti «minori». Fatto sta che, dice nel 2017 l’ultimo rapporto di Legambiente, i cantieri fuorilegge hanno continuato a lavorare, lavorare, lavorare. Al punto che le richieste di condono sono salite a 27.000.

   «Hanno costruito in prossimità di scarpate, di zone sismiche, di zone franose», si è sfogato per anni il giudice Aldo De Chiara, tenace nemico dell’abusivismo sull’isola. Eppure «c’è una coalizione di destra e sinistra contro le demolizioni. Io, magistrato indipendente, devo chiedere al sindaco di accendere un mutuo alla Cassa depositi e prestiti. Non so se è chiaro: devo passare attraverso il sindaco che magari ha fatto la campagna elettorale promettendo di non abbattere».

   Consapevolezza del pericolo: zero. «Evidentemente sperano nel buon Dio…». O nel cornetto di corallo portafortuna che il sindaco Luigi de Magistris vuole erigere grande e maestoso a testimoniare dell’approccio napoletano nei confronti dei rischi.

   E guai a parlarne. Lo ricorda amaro un vulcanologo («niente nomi su questo punto, per favore») che pochi anni fa tentò di parlare della fragilità sismica e idrogeologica dell’isola proprio lì, a Ischia. Fu costretto ad abbandonare: «Hiiiii! Vogliamo portare jella?». Amarezze che capitano spesso, a chi cerca di spiegare le cose «prima». Finché arriva il momento in cui gli ignari vengono percossi dalla domanda che il geologo Annibale Mottana pose tempo fa all’Accademia dei Lincei, alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano: «E voi, dove eravate?». (Gian Antonio Stella)

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CASE SOMMERSE, VILLE SALVATE

di Francesco Grignetti, da “la Stampa” del 23/8/2017

– Il doppio volto di Casamicciola che lotta per non cadere più – Dalla marina alla collina, due paesi diversi Abitazioni sicure per chi può, fatiscenti per gli altri –

   In alto, le rovine, i morti e i feriti, le distruzioni. In basso tutto nella norma, con i turisti tranquilli, e le case senza un graffio. Casamicciola è divisa in due. E la faglia che li divide è innanzitutto quella di chi la casa se l’è fatta senza badare a spese e chi invece, perché soldi non ne ha, o perché manca di consapevolezza, abitava in case fatiscenti che sono venute giù sotto una scossa oggettivamente non così grave. Due isole che convivono, come convivono le due Italie. Quella dei sommersi e quella dei salvati. Quella dei poveri e quella dei ricchi.

   Partendo dalla marina, dove ci sono i bar di lusso, e i negozi belli, fiore all’occhiello di un turismo danaroso, apparentemente tutto è a posto. «Sa’ – si sfoga sulla porta del suo negozio di ferramenta il signor Michele Pisani – là in alto c’è la casa dove abita mia sorella, che costruì mio padre trent’anni fa. Tutto in regola, anzi di più. Quando il Genio civile gli disse che doveva fare le fondamenta di 80 centimetri, lui volle farle di 1 metro perché non voleva rischiare. È tutta in cemento armato, con i ferri ben incatenati. E ha retto a perfezione. Mia sorella ieri notte aveva paura, ma poi alla fine ha visto che la casa non aveva una crepa. Accanto ci sono quelle che sono crollate. E la colpa è di chi ha fatto costruire in fretta e male. Gli dicevano: voi fate, basta che edificate in tre giorni, poi metteremo le carte a posto. Il risultato è che le carte non sono andate affatto a posto e quelle case sono fatte malissimo».

   Risalendo per la collina, su via Principessa Margherita, una reliquia del tempo che fu, visto che ricorda l’epoca in cui Margherita di Savoia non era ancora regina, s’incontrano villette ottocentesche. E su questa via l’energia sismica si è scatenata più che altrove. La anziana signora Rosa, con il pudore dei suoi ottant’anni, siede composta sulla strada. «Aspetto i vigili del fuoco che mi dicano qualcosa». E intanto osserva una casa che è palesemente lesionata in maniera irrimediabile. Accanto c’è il villino Iaccarino, dove ci sono delle suore che tengono un asilo infantile. Lesionato drammaticamente anche quello. Le monache aspettano anche loro il sopralluogo. «Almeno per prendere qualche vestito».

   Ma pochi metri ancora, e tra tante case con crolli più o meno evidenti, si erge perfetto un villino a due piani. L’intonaco bianchissimo tradisce lavori recenti. Il proprietario, il signor Michele Caserta, «geometra, prego», si gode il viavai dal terrazzino con aria intimamente soddisfatta. «I lavori di ristrutturazione li ho fatti come si deve: rinforzo dei pilastri e dei solai, intonaco nuovo con rete plastificata, io per la mia casa non volevo certo rischiare». Eppure un’altra casa del geometra Caserta, anzi di sua moglie, è venuta giù di botto ed è un miracolo che non ci siano rimasti i figli e il nipotino. «Noi i lavori li volevamo fare pure lì. Ma il proprietario dell’appartamento al primo piano si è sempre opposto. E guarda che guaio. Siccome non si è fatto male nessuno, oggi siamo contenti così».

   E non la pensa in questo modo solo lui. Francesco Conte, falegname, un figlio con laurea in architettura, sono 8 anni che ha una casa in sospeso: «Noi il progetto del Genio civile per ristrutturare l’abbiamo presentato ed è approvato. Tutto antisismico con il cemento armato al punto giusto. Il guaio è la Soprintendenza che non dà il permesso e vorrebbe che costruissimo con le pietre come si faceva nell’Ottocento. Ma non siamo matti; meglio stare fermi».

   Le due città si specchiano una nell’altra e sembrano parlare due lingue diverse. In mezzo c’è un sindaco, Giovan Battista Castagna, eletto con una lista civica, che s’infurentisce al primo accenno di polemica sulle case abusive. «Qui l’abusivismo non c’entra niente. Siete dei criminali voi giornalisti a scriverlo. Offendete il popolo di Casamicciola», esordisce. Rabbioso. Ma poi spiega: «Sono venute giù le case più antiche, quelle vetuste, costruite dopo il terremoto del 1883. Vai a sapere secondo quali norme. È venuta giù anche la chiesa che era stata ricostruita in quel posto. Il problema è tutto lì». Sì, ma non negherà che quella è zona super-sismica e tanti sono gli abusi edilizi. «E che c’entra? Anche a New York, se uno vuole aprire una finestra in casa sua, o mettere un balcone, lo può fare, basta che segua le norme tecniche». Esatto, proprio come a New York. (Francesco Grignetti)

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IL PAESE SPEZZATO

di Guido Crainz, da “la Repubblica” del 24/8/2017

   C’È qualcosa che ferisce nella divisione che sembra attraversare il Paese in queste ore, dopo la tragedia di Ischia. Con la contrapposizione esasperata dai social fra parti diverse e contrapposte, fra Nord e Sud. Con chi dice che lo Stato non dovrebbe pagare la ricostruzione delle case abusive o di quelle costruite dai camorristi, e con le urla contro i “giornalisti sciacalli”. E con una polemica politica che è incentrata non sull’analisi ma sulle colpe da rinfacciare all’avversario. Né sembrano esservi stati in queste ore veri moti di solidarietà.

   È difficile nasconderselo, sembra emergere un Paese che reagisce alle difficoltà e alle tragedie sentendosi vittima e al tempo stesso irresponsabile (nel senso proprio di non responsabile, privo di colpe perché privo di doveri civili). E un ceto politico che usa anche le tragedie come arma contundente di un giorno o di un mese contro il “nemico”.

   Eppure proprio l’abusivismo edilizio ci permetterebbe una riflessione pacata quanto amara sulle radici di molti degradi attuali: ci permetterebbe di cogliere quel momento della nostra storia recente in cui la legge ha iniziato a diventare un po’ meno legge.

   Certo, si può risalire più all’indietro (magari scorrendo le pagine de La speculazione edilizia di Calvino, che ci parla del “miracolo economico” degli anni Sessanta e della Liguria) ma forse le radici più prossime della deriva attuale stanno proprio in quegli anni Ottanta ai quali per tanti versi il nostro presente rinvia. Fu invocato allora per la prima volta l’“abusivismo per necessità”, ed eravamo nel pieno dell’era Craxi: fu un suo governo infatti a decidere un enorme condono edilizio.

   Eppure il panorama era devastato e devastante già allora: Cesare De Seta ne tracciava una mappa che andava dalle “pendici brulle ed arse del violaceo ‘sterminator Vesevo’” al “cuore verde dell’Umbria e alle sponde del Trasimeno”, e poi alle grandi città del Sud e del Nord. Furono 3.900.000 allora le domande di sanatoria, panorama eloquente di un’aggressione al territorio che quel condono venne definitivamente a sancire, se non a incentivare.

   E la vera opposizione a quella legge, i veri ostacoli che essa dovette affrontare non vennero dalla voce ancora flebile dell’ambientalismo ma — tutto all’opposto — dalla forza prorompente di un “abusivismo popolare” che considerava troppo esosa la tassa prevista dalla sanatoria. In Sicilia e altrove — soprattutto nel Mezzogiorno — le proteste si moltiplicarono e culminarono con una grande manifestazione nazionale a Roma: l’“abusivismo per necessità” fu allora il cavallo di battaglia dei molti sindaci che le promossero, minacciando dimissioni in massa (volevano “stralciare” anche la norma che escludeva dal condono le zone a rischio sismico ).

   Oggi sembra paradossale ma essi furono sostenuti con decisione dal Partito comunista, e non di rado ne facevano parte (non mancarono proteste interne ma contarono poco). Un Partito comunista che era ancora grande e nazionale ma che nei rivolgimenti degli anni Ottanta stava smarrendo la bussola e cercava confusamente di ritrovarla negli attacchi al “nemico” (Craxi, allora). A completare il quadro, e a far cadere la divisione fra Nord e Sud, è sufficiente poi ricordare le grandi difficoltà incontrate in tutta Italia nello stesso periodo dalla “legge Galasso” per la tutela dell’ambiente. Essa imponeva alle Regioni di mettere a punto un piano per evitare ulteriori guasti: alla scadenza fissata solo tre lo avevano predisposto, e l’opposizione alla legge fu corposa e variegata, “sociale” e politica.

   Sono stati molteplici dunque gli attori che hanno innescato la deriva attuale: una deriva in cui l’illegalità sembra diventata la nostra regola. E in cui — annotava qualche anno fa Barbara Spinelli — tutto sembra “tremare in comtemporanea: terra e politica, senso dello stato e maestà della legge”. Certo, è un processo che ha avuto delle accelerazioni più intense: le corruttele profonde che furono all’opera nel terremoto dell’Irpinia hanno danneggiato il Mezzogiorno molto più dei comizi di Bossi, ma fu allora l’Italia nel suo insieme ad essere in gioco. E così è oggi, perché questa più generale partita si può vincere solo essendo nazione. E ricostruendo con ostinata, disperata tenacia un perimetro di regole. (Guido Crainz)

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BENEDETTO CROCE, IL FILOSOFO FIGLIO DEL TERREMOTO

di Mario Baudino, da “La Stampa” del 24/8/2017

– Nelle “Memorie della mia vita” la tragedia del 1883 a Ischia che gli portò via la famiglia. E decise la sua vocazione –

   «Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto», scrive Benedetto Croce in Memorie della mia vita. Appunti che sono stati adoprati e sostituiti dal Contributo alla critica di me stesso. È uno dei testi autobiografici che ebbero organica sistemazione nel Contributo, pubblicato fuori commercio nel 1918 e per il pubblico nel 1926. Casamicciola gli sterminò la famiglia e cambiò la sua vita. Aveva 17 anni. Fu estratto dalle macerie dopo una lunga notte di attesa, in una situazione drammaticamente analoga a quella dei tre bambini salvati l’altro giorno.

«Sepolto fino al collo»

Su quell’antica tragedia molto si favoleggiò. Per esempio, si disse – e si scrisse – che il padre, mentre agonizzava anche lui sepolto, gridò al figlio: «Offri centomila lire a chi ti salva». Se ne è riparlato due anni fa in occasione della morte di Lidia Croce, quando Roberto Saviano sembrò dar credito a questa versione: ne seguì una dura polemica con Marta Herling, figlia della scomparsa, e col Corriere del Mezzogiorno, ma è molto dubbio che la frase sia mai stata pronunciata. Il filosofo è tornato più volte su questo episodio decisivo per la sua vita anche intellettuale, senza mai far menzione di quelle parole.

   «Ricordo – leggiamo sempre negli Appunti, alla data del 10 aprile 1902 – che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza».

   Si risvegliò «a notte alta», «sepolto fino al collo», e dopo l’iniziale stordimento prese a invocare soccorso «per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto». Per Pasquale Croce non ci fu nulla da fare, e così per la madre Luigia Sipari e per la sorella del filosofo, Maria. «Furono rinvenuti – prosegue – solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poca o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente».

«Pensieri di suicidio»

L’idea del rimorso sarà una costante, destinata a crescere e accompagnarlo per tutta la vita. Nel Contributo alla critica di me stesso, dove il racconto torna più o meno con le stesse parole, questa angoscia si proietta su tutto l’arco della giovinezza: «Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio».

   Croce non tornò mai più a Ischia. Ma nella sua opera il tema del «terreno traballante» diventerà una metafora importante per capire il mondo e la società. E proprio la tragedia giovanile che gli cambiò la vita influenzò di conseguenza la cultura italiana: perché il ragazzo diciassettenne, fino ad allora cresciuto in un’agiata famiglia di proprietari terrieri poco interessata ai grandi temi della politica e della società, fu accolto a Roma (col fratello Alfonso) nella casa dello zio Silvio Spaventa, un grande crocevia intellettuale; qui nacquero gli stimoli che ne fecero il più influente filosofo del nostro Novecento.

   Nel Contributo Benedetto Croce riconosce alla madre di averlo stimolato allo studio della letteratura e della storia, ma aggiunge che mancava nella sua famiglia «qualsiasi risonanza di vita pubblica e politica». La storia non si fa con i se, ma chissà che ne sarebbe stato di lui – e in fondo, di noi – senza la tragedia di Casamicciola. (Mario Baudino)

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