IL CASO PFAS (perfluoro-alchilici), sostanza chimica che sta inquinando 4 province del Nord-Est – VENETO INQUINATO ma anche VENETO INQUINATORE (di se stesso): una regione svenduta (nella salute, nel suo territorio) a una ricchezza evaporata – PFAS come caso nazionale di inerzia nella difesa dell’ambiente?

9 marzo 2017 – ATTIVISTI GREENPEACE ALLA SEDE DELLA REGIONE VENETO CONTRO L’INQUINAMENTO DA PFAS – Davanti alla sede della Regione Veneto a Palazzo Balbi, a Venezia, per protestare contro il grave inquinamento da PFAS, sostanze chimiche pericolose presenti anche nell’acqua potabile di molti comuni tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Perché le autorità regionali fermino subito gli scarichi di queste sostanze

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COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017

da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron

   Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.     

i PFAS sono un problema grave nell’inquinamento delle acque negli USA

   D’altra parte il fluoro è l’elemento chimico più elettronegativo del Sistema Periodico, quello che ha la maggiore tendenza ad attrarre a sé gli elettroni di legame. Concetto introdotto nel 1932 dal Premio Nobel, per la chimica (1954) e per la Pace (1962), Linus Carl Pauling.

     Alla stessa famiglia dei PFAS appartengono i PFOS, acido perfluorooctansulfonico, e i PFOA, acido perfluorooctanoico, utilizzati anche per la produzione del politetrafluoroetilene (teflon), che ha rivestito per decenni le padelle antiaderenti e tuttora utilizzato nell’abbigliamento sportivo a base di goretex. Ma il loro utilizzo riguarda anche altri prodotti: cere, vernici, pesticidi.

     Studi dell’ultimo decennio hanno confermato che queste molecole, formate da catene in genere da 4 a 16 atomi di carbonio, con la loro persistenza nell’ambiente sono causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo. In particolare I PFAS RIENTRANO NELLA FAMIGLIA DEGLI “INTERFERENTI ENDOCRINI”, sostanze che modificano i delicati e importantissimi equilibri ormonali dei viventi, soprattutto della nostra specie. L’assorbimento dei PFAS può avvenire anche attraverso i residui presenti nei contenitori di alimenti, il consumo di pesci e crostacei delle aree inquinate e, secondo alcuni, addirittura attraverso l’aria.

     La loro azione, una volta entrati nell’organismo, si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, al pancreas (parte endocrina), alterandone il funzionamento. (….)

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   Introduciamo il discorso sui PFAS cercando di spiegare cosa sono (dopo la precisa introduzione, sintetica e scientifica, esposta qui sopra).

   La sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”. Sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare utilizzati per impermeabilizzare tessuti e altri materiali.

   Moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria.

   I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

   E’ pur vero che sono assai resistenti, come molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili. Ma se questo può dare garanzia agli alimenti che vengono a contatto con i PFAS, dall’altra questa loro resistenza fa sì che si accumulano nell’ambiente e possono facilmente passare negli organismi viventi (le persone, gli animali…) interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. In particolare possono essere causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo.

   E’ così che la loro azione si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, alla parte endocrina del pancreas, alterandone il funzionamento. Secondo uno studio statunitense del 2012 sono causa di malattie della tiroide e alterazioni degli ormoni tiroidei, colite ulcerosa, tumore del rene e tumore del testicolo.

   PERCHE’ PARLIAMO DEI PFAS? …Perché in una vasta area del Nordest italiano, in Veneto, sta diventando (è diventato) un problema assai serio e grave l’inquinamento da Pfas. L’inquinamento è stato scoperto ancora nel 2013 grazie a uno studio del Cnr commissionato due anni prima dal Ministero dell’ambiente, ma il caso è esploso in tutta la sua drammaticità nel 2016 (e adesso siamo in piena crisi, vanno prese delle decisioni urgenti…).

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PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – SU INQUINAMENTO DA PFAS IN VENETO, GREENPEACE PUBBLICA un grafico interattivo con la situazione in oltre 90 comuni. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   (clicca sul grafico interattivo di Greenpeace: grafico interattivo ) 

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   I campioni sui quali sono stati trovati i Pfas, per un valore variabile da 1 a ben 57,4 microgrammi a kilogrammo, riguardano in particolare uova, pesci, bovini, insalata, foraggio, e altre carni. Quello che preoccupa di più, è che l’agente inquinante è stato riscontrato in presenza massiccia anche nel sangue delle persone (in particolare su persone che bevono acqua di rubinetto).

I comuni più colpiti (mappa da “il Giornale di Vicenza) – Inquinamento da Pfas, 250 mila veneti a rischio: trovate concentrazioni abnormi nel sangue

   Allora siamo in presenza di un VENETO INQUINATO e un VENETO INQUINATORE. Perché è proprio nel Nord-Est, in Veneto, per tutto il territorio nazionale, che sono stati prodotti i Pfas. E la principale fonte di sospetti è l’impianto della Miteni, un’industria di prodotti chimici di Trissino (in provincia di Vicenza), specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica.

   Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Questo ha portato alla contaminazione idrica di una vasta superficie regionale, che interessa la PARTE OVEST DEL VICENTINO, fino alla BASSA PADOVANA e LAMBISCE pure IL VERONESE. Tutto questo è categoricamente smentito dalla ditta interessata (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”).

La MITENI DI TRISSINO IN PROVINCIA DI VICENZA DOVE E STATA TROVATA L ORIGINE DELL INQUINAMENTO DA PFAS – Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Tutto QUESTO È CATEGORICAMENTE SMENTITO DALLA DITTA INTERESSATA (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”)

   A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola).

   E’ forse un modo per coinvolgere storicamente altri soggetti su azioni del passato, quando altri soggetti erano anche loro presenti in quel territorio (pur comunque la società, la Miteni, si dice disposta a finanziare la bonifica del luogo). Inoltre la Miteni avverte che il Pfas è usato nel vicentino da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero (con Pfas acquistato all’estero, aziende conciarie che sono allacciate agli stessi scarichi consortili…). Pertanto può essere una colpa collettiva, o di qualcuna di queste concerie, di tutto un sistema industriale vicentino….

A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola)

   Insomma, ribadiamo, un Veneto piuttosto inquinato (come del resto gran parte della nostra Penisola), un Veneto “grande inquinatore” di se stesso, assai poco attento e sensibile alle tematiche di salvaguardia del (suo) ambiente.

   Una situazione complessa, complicata, gravissima, ora che l’inquinamento oramai è esteso. E la sostanza chimica è assai pericolosa per la salute di moltissime persone. Basta dare questo dato: ad oggi la contaminazione delle falde acquifere si estende per circa 180 kmq, interessando oltre 350.000 persone in circa 50 comuni e 4 province (Vicenza, Verona, Padova e, in misura minore, Treviso).

“(….) Per la prima volta dopo un anno e mezzo di ricerche (scandite da polemiche, denunce e parole in libertà) L’AGENZIA REGIONALE DI PROTEZIONE AMBIENTALE individua e CERTIFICA UN AGENTE CONTAMINANTE DELLE ACQUE A FRONTE DI UNA SUPERFICIE INQUINATA CHE SI ESTENDE LUNGO 150 KMQ – dall’OVEST VICENTINO alla BASSA PADOVANA fino ai lembi del VERONESE – minacciando LA SALUTE DI OLTRE 120 MILA PERSONE, ora DESTINATARIE DI UNO SCREENING SANITARIO DI MASSA che non trova precedenti nella storia del Paese (…)” (Filippo Tosatto, “il Mattino di Padova” 26/8/2017”

   Il caos di uno sviluppo senza regole, industriale, economico, finanziario, ma anche sociale, politico, che il Nord-Est ha vissuto e sta vivendo, forse è una rappresentazione di quanto sta accadendo anche nelle altre parti d’Italia. Fa riflettere, su questa vicenda, che nelle altre regioni non sta accadendo nulla di simile. Nel senso che i Pfas, per l’ecletticità del loro impiego in ambito industriale, sono utilizzati e diffusi ovunque, ma solo in Veneto è stato denunciato l’inquinamento e si cercano tutte le fonti possibili… Come dire: tutto bene nelle altre regioni?

   E’ comunque evidente la difficoltà, l’incapacità, di “venirne fuori” da un passato di utilizzo scellerato del proprio ambiente naturale, delle ricchezze (acqua, suolo, paesaggio…) che ogni realtà territoriale non riesce a ripristinare nel suo valore originario (o perlomeno a difendere per quel che resta). (s.m.)

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LA GRANDE SCHIFEZZA IN UNA REGIONE SVENDUTA

di Francesco Jori, da “il Mattino di Padova” del 25/8/2017

   Dalla Grande Bellezza alla Grande Schifezza. Lo scandalo della micidiale mistura chimica contrassegnata dalla sigla Pfas, è solo l’ultimo anello in ordine di tempo di una perversa semina di veleni che hanno ridotto un paesaggio da favola a un ambiente da incubo.   La cloaca sommersa scoperchiata dalle indagini del 2013 nella valle dell’Agno ha peraltro radici remote: già una trentina di anni fa Silvio Ceccato, vicentino di Montecchio Maggiore trapiantato a Milano, ricordava con amarezza e nostalgia quelle sue terre che da bambino aveva vissuto come un eden, per vederle poi devastate dalla furia di una produzione incurante di ogni concetto di limite.

   E che oggi ha elargito benessere materiale a tanti, ma malessere fisico e spirituale ad ancor più: non pochi hanno già pagato, su decine di migliaia di altri grava il timore e il sospetto di vedersi presentare un micidiale conto.    Ma neanche chi abita nel resto del Veneto può sentirsi al riparo. Basta andare a consultare la mappa dell’Arpav, l’agenzia regionale dell’ambiente, per trovarsi di fronte a un quadro da brividi: sono 559 i siti potenzialmente contaminati. “Potenzialmente” significa, in concreto, che in quell’area è presente almeno un valore superiore alle concentrazioni-soglia di contaminazione, tale da classificarla una zona a rischio.

   E considerando che i comuni del Veneto sono 579, in media quasi ciascuno ne ha una in casa; ma se si passa dalla statistica alla realtà, ci sono alcune province messe molto peggio di altre: per dire, Padova Venezia e Vicenza messe assieme arrivano a 354, due terzi del totale.

   Una venefica sequenza di industrie, attività commerciali, discariche, dove una perversa confraternita di disinvolti inquinatori ha riversato ogni sorta di scarti senza preoccuparsi delle ricadute: spesso per risparmiare sui costi di smaltimento, non poche volte per lucrarci sopra.

   E c’è pure la pattumiera più simbolica di tutte, Porto Marghera, sul cui venefico impatto esistono le implacabili cifre dell’apposita commissione parlamentare d’inchiesta: nel periodo compreso tra il 2004 e il 2010, quindi in soli sei anni, sono state recuperate 140mila tonnellate di rifiuti pericolosi, 600mila di rifiuti ordinari, 90mila di rifiuti solidi da bonifica, e 370mila di rifiuti liquidi.    I seminatori di veleni sono all’opera non da oggi né da ieri, ma da decenni. Risale addirittura agli anni Sessanta la vicenda delle ex cave d’argilla nell’area di Mestre usate per scaricarvi rifiuti industriali di Porto Marghera, e poi diventate aree di espansione urbanistica.

   E’ dei primi anni Novanta il nodo della zincheria di Rosà, vicino a Bassano, contro cui si mobilitò il tenace presidio permanente di San Pietro. E ancora, venendo avanti nel tempo: l’industria galvanica di Tezze sul Brenta, protagonista di uno dei casi più devastanti di inquinamento delle falde acquifere da cromo esavalente d’Europa; le elevatissime concentrazioni di manganese e ammoniaca nelle acque di falda della discarica di Pescantina nel Veronese; l’inchiesta che ha rivelato l’esistenza di una serie di discariche abusive in cui erano stati gettati perfino cadaveri riesumati dai cimiteri.

   E il Centro ricerche sulla criminalità della Cattolica di Milano ha assegnato alla nostra l’immondo primato della regione italiana con la più elevata presenza di ecomafie. Qui sì che si può dire: prima il Veneto. Ma ne faremmo volentieri a meno.    E’ allo stesso tempo una tristezza e una vergogna, averne fatto il laboratorio di quello che un grande veneto come Andrea Zanzotto, con le sue geniali invenzioni linguistiche, aveva marchiato come “progresso scorsoio”. Già diversi anni fa, aveva avvertito che “salvare il paesaggio della propria terra è salvare l’anima e quella di chi l’abita”. In troppi, divorati dall’”auri sacra fames”, hanno preferito svenderla. (Francesco Jori)

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da https://sian.ulss20.verona.it/iweb/521/categorie.html

PFAS NELLE ACQUE POTABILI

– Inquinamento diffuso da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nelle acque potabili –

Nell’estate 2013, a seguito di una campagna di misurazione di sostanze chimiche contaminanti rare sui principali bacini fluviali italiani, promossa dal Ministero dell’Ambiente, è emerso un inquinamento diffuso da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) in alcuni ambiti del territorio regionale.

L’inquinamento riguarda parte delle province di Vicenza, Verona e Padova. I PFAS sono stati riscontrati nelle acque superficiali, nelle acque sotterranee e anche in alcuni campioni di acque destinate al consumo umano (per approfondire).

COSA SONO I PFAS

Le sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) sono composti chimici di sintesi utilizzati in molteplici applicazioni industriali e in prodotti di largo consumo, già a partire dagli anni Cinquanta. Sono usati principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua diversi materiali, quali tessuti, tappeti, carta, rivestimenti di contenitori per alimenti, nonché come emulsionanti e tensioattivi in prodotti per la pulizia, insetticidi, schiume anti-incendio, vernici. Questi composti sono altamente persistenti nell’ambiente, con una rilevante capacità di diffusione nell’ambiente idrico.

Si tratta di composti organici formati da una catena alchilica idrofobica di lunghezza variabile (in genere da 4 a 14 atomi di carbonio), completamente fluorurata (tutti gli atomi di idrogeno sono sostituiti da atomi di fluoro), e da un gruppo idrofilico, generalmente un acido carbossilico o solfonico. Le molecole più utilizzate e studiate sono l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS), a 8 atomi di carbonio, ma esistono vari congeneri con un diverso numero di atomi di carbonio.

EFFETTI DEI PFAS SULLA SALUTE UMANA

Le attuali conoscenze relative agli effetti dei PFAS sulla salute derivano da studi condotti su animali e da indagini epidemiologiche su lavoratori e popolazioni esposte. I risultati della letteratura scientifica tuttavia non sono sempre concordi nel rilevare l’associazione fra esposizione a PFAS e determinate patologie.

Le principali ricerche sull’uomo sono state condotte negli Stati Uniti, nell’ambito del cosiddetto C8 Health Project, che ha riguardato circa 70.000 persone esposte a PFAS tramite l’acqua potabile in Ohio e in West Virginia. Nel 2012 i ricercatori (C8 Science Panel) hanno concluso, sulla base dei propri risultati, di altri studi presenti nella letteratura scientifica e della revisione dei dati tossicologici, che esiste un’associazione probabile tra esposizione a PFOA e ipercolesterolemia, ipertensione in gravidanza e pre-eclampsia, malattie della tiroide e alterazioni degli ormoni tiroidei, colite ulcerosa, tumore del rene e tumore del testicolo. Non hanno invece trovato evidenze di correlazione con ipertensione, diabete mellito di tipo II, malattie coronariche e ictus, malattie croniche del rene, malattie del fegato, osteoartrite, morbo di Parkinson, malattie infettive, malattie respiratorie, malattie autoimmuni, altri tumori, disordini nello sviluppo neurologico dei bambini, difetti congeniti, aborti spontanei e nati morti, nascite pretermine (prima della 37° settimana) e basso peso alla nascita (inferiore a 2500 g).

Ulteriori studi hanno inoltre rilevato la possibile associazione con: aumento moderato degli enzimi epatici (ALT e GGT), non associato a malattie del fegato; riduzione della risposta immunitaria alle vaccinazioni; riduzione del peso medio alla nascita.

L’International Agency of Research on Cancer (IARC) ha classificato il PFOA come possibile cancerogeno per l’uomo (gruppo 2b), sulla base di una limitata evidenza nell’uomo (per le sedi del testicolo e del rene) e nell’animale di laboratorio. (…..)

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MITENI: ABBIAMO SCOPERTO LA PROBABILE FONTE DEI PFAS

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 24/8/2017

– L’ad Nardone: «Sacchi di rifiuti industriali sepolti all’esterno dello stabilimento negli anni ’70. Era l’epoca Marzotto ma sosterremo noi le spese della bonifica» –

TRISSINO. «Sì, scavando nell’argine del torrente Poscola, in un terreno esterno all’impianto Miteni, i nostri tecnici hanno rinvenuto una vasca contentente sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando Rimar, la società Ricerche Marzotto, realizzò l’attuale arginatura. Attendiamo l’esito definitivo delle analisi sui campioni prelevati ma abbiamo il fondato sospetto che sia questa la fonte inquinante che ha riversato i Pfas nelle acque mentre la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale».

   Parole di Antonio Nardone, l’amministratore delegato della società di Trissino indagata per la contaminazione idrica di una vasta superficie che dall’Ovest vicentino spazia alla Bassa padovana e lambisce il Veronese.

Da più parti Miteni è additata come l’agente responsabile del maggior inquinamento ambientale registrato nel Veneto in tempi recenti. Lei, dottor Nardone, respinge l’accusa e sottolinea come siano numerose le imprese della zona che utilizzano le sostanze di sintesi perfluoroalchiliche. Ma quali elementi concreti supportano la vostra presunta estraneità?

«Io sono arrivato a Trissino all’inizio del 2016 e tre mesi dopo è esploso il caso Pfas. Da allora, abbiamo adempiuto scrupolosamente a tutte le prescrizioni formulate da Arpav, autorità sanitarie, enti locali, magistratura. Il sito del nostro stabilimento sembra un campo di battaglia: oltre alla settantina di carotaggi già eseguiti (e altre centinaia seguiranno) abbiamo scavato un solco lungo quaranta metri per stringere al massimo la maglia dei controlli. Ebbene, dal nostro sottosuolo non è emerso nulla mentre le tracce della contaminazione, le concentrazioni molecolari sospette, conducono all’esterno, sull’argine appunto, e richiamano tempi lontani rispetto all’assetto attuale».

Il punto critico riguarda l’inquinamento delle falde che ha imposto un piano straordinario di messa in sicurezza degli acquedotti accompagnato da monitoraggio sanitario e screening di una popolazione stimata in 120 mila persone, fino alla plasmaferesi, al “lavaggio del sangue” avviato in questi giorni negli ospedali di Padova e Vicenza. Anche nell’ottica di una responsabilità a ritroso, la legge sugli ecoreati vi impone di sostenere le ingenti spese di salvaguardia e bonifica.

«Non ci sottrarremo agli oneri di bonifica, abbiamo già investito 15 milioni e il nostro piano industriale prevede ulteriori risorse umane e materiali in tale direzione. Ci accolleremo le spese necessarie ma le soluzioni possibili, dalla rimozione al contenimento, sono svariate e il punto di partenza è l’individuazione certa di un’area circoscritta contaminante. Finalmente, dopo tante voci incontrollate e allarmiste, siamo sulla buona strada. Noi continueremo a sforacchiare i terreni finché l’Arpav non riterrà sufficienti i test. Non abbiamo nulla da nascondere anzi abbiamo l’esigenza vitale che la verità venga a galla».

A fine mese, dopo il decreto regionale che ha recepito una sentenza del Tribunale superiore delle Acque, Arpav renderà noti i registri di tutte le imprese che utilizzano, a vario titolo, i Pfas. Vi attendere sorprese?

«Senz’altro sì, perché finora la normativa escludeva dal monitoraggio l’impiego di Pfas in percentuale inferiore all’1% o il ricorso ai suoi composti, vanificando di fatto ogni controllo preventivo».

Che intende dire?

«Miteni non produce più da anni Pfos e Pfoa ma queste sostanze vengono tuttora usate da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero presenti in zona che li acquistano sul mercato estero, imprese che sono allacciate agli stessi scarichi consortili a cui è allacciato il nostro stabilimento».

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INQUINAMENTO DA PFAS IN VENETO, GREENPEACE PUBBLICA UN GRAFICO INTERATTIVO CON LA SITUAZIONE IN OLTRE 90 COMUNI

– Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti –

di Beniamino Bonardi, 10 maggio 2017, da “Il Fatto Alimentare”

(http://www.ilfattoalimentare.it/ )

   Dall’analisi dei dati ufficiali ottenuti da alcune ULSS della Regione Veneto, Greenpeace ha rilevato che oltre 130 mila cittadini veneti sono stati esposti ad acqua potabile contaminata da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche). Si tratta di acqua che negli Stati Uniti non sarebbe considerata sicura. Il numero sale a circa 200 mila abitanti se i valori vengono confrontati con i livelli di sicurezza svedesi. Secondo l’associazione ambientalista acqua che supera le soglie stabilite da questi paesi sarebbe arrivata nelle case di tanti veneti almeno una volta nel corso del 2016.

Dopo aver presentato nei mesi scorsi un’istanza pubblica di accesso agli atti alla Regione Veneto, Greenpeace ha pubblicato un grafico interattivo, con una sintesi dei dati ufficiali del 2016 ottenuti da cinque ULSS e relativi a oltre 90 comuni veneti. Per ogni località viene riportata la concentrazione minima, media e massima di Pfas oltre a un confronto con i livelli consentiti in Svezia e Stati Uniti. Proprio negli Stati Uniti una concentrazione superiore a 70 nanogrammi per litro del Pfoa (acido Perfluoroottanoico) e del Pfos (Perfluorottansulfonato), non è considerata sicura per la salute umana e nei casi in cui si superi questo valore viene sospesa l’erogazione.

In Svezia una concentrazione di Pfas fino a 90 nanogrammi per litro, riferita alla somma di ben undici composti, è considerata sicura per la salute. In Veneto, invece, solo per il Pfoa sono consentiti livelli fino a 500 nanogrammi per litro. Per garantire la tutela della salute e della sicurezza dei cittadini, nelle scorse settimane Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di abbassare i livelli consentiti di Pfas nell’acqua potabile, allineandoli con i valori più restrittivi adottati in altre nazioni.

I dati che l’associazione ambientalista ha diffuso sono pubblicati in forma aggregata nel bollettino “Acqua potabile in Veneto”, disponibile sul sito istituzionale della Regione Veneto e suddivisi per comune sui siti ufficiali di alcune ULSS del veronese.

I Pfas sono riconosciuti come interferenti endocrini correlati a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. L’inquinamento, scoperto nel 2013 grazie a uno studio del Cnr commissionato due anni prima dal Ministero dell’ambiente, interessa una sessantina di comuni nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Il problema è probabilmente in corso da decenni, visto che la principale fonte di sospetti è l’impianto della Miteni, entrato in attività nel 1964 e specializzato nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica.

Veicolati dall’acqua, i Pfas hanno contaminato anche la catena alimentare, come hanno dimostrato le analisi effettuate dai servizi veterinari e di igiene delle aziende sanitarie locali diffuse nel settembre 2015, ma poi giudicate inaffidabili e allarmistiche dai tecnici regionali. Lo scorso dicembre, la Regione Veneto ha annunciato due piani di monitoraggio per verificare la presenza e gli eventuali effetti su persone e alimenti.

Un bio-monitoraggio condotto dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con la Regione Veneto ha stimato che 250 mila persone abbiano utilizzato per anni acqua potabile inquinata da Pfas e che siano 60 mila quelle interessate da un livello maggiore di contaminazione. (Beniamino Bonardi)

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LA PATTUMIERA INTERRATA CHE SPORCA DI PFAS IL VENETO

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 25/8/2017

– Le prime analisi: l’origine dei veleni nei rifiuti lungo l’argine fuori dalla Miteni –

TRISSINO. La pistola fumante l’hanno scovata a tre metri di profondità, sepolta nell’argine che separa il sito dello stabilimento dal torrente Poscola.

   «Dai carotaggi nell’area industriale non emergeva niente, così abbiamo allargato gli scavi all’esterno», racconta Davide Drusian, il chimico responsabile della sicurezza ambientale di Miteni «e poco dopo la benna ha sollevato un sacco di plastica bianco, era zeppo di scarti industriali. In presenza dei tecnici Arpav ne abbiamo riportati alla luce a decine, misti a quattrocento tonnellate di materiali interrati: residui chimici, calce, ferro, alluminio, serbatoi, amianto perfino. Al colpo d’occhio, una pattumiera sopra la falda acquifera, sì».

   Oggi, a cinque mesi dalla scoperta, le analisi di laboratorio disposte dall’azienda (quelle dell’Arpav sono tuttora secretate dalla magistratura) hanno rivelato concentrazioni di sostanze perfluoralchiliche e benzotrifluoruri largamente superiori ai limiti di legge: eccola la sorgente inquinante, il vaso di Pandora dei Pfas e dei Btf che hanno contaminato suolo e acque nel cuore del Veneto.

   Un punto di svolta nelle indagini accompagnato dalla datazione documentale dell’evento: era il 1976 quando la proprietà dell’epoca – la società di ricerche e produzione Rimar di Giannino Marzotto – chiese e ottenne dal Magistrato alle Acque l’autorizzazione ad ampliare l’argine sul versante della collina: «Siamo convinti che il terrapieno sia stato colmato con sassi, terriccio e scarti di lavorazione. Successivamente, sopra i materiali, quasi un coperchio, furono collocati i tubi di raffreddamento degli impianti. La calce? Di solito serve a neutralizzare le tracce di acidità dei composti di sintesi… ».

   Una ricostruzione che attende conferma giudiziaria, senza dubbio. E un processo di accertamento delle responsabilità che si annuncia complesso per la successione di proprietà e di cicli produttivi – Rimar, Mitsubishi-Eni, Icig – che ne hanno scandito i cinquantatré anni di vita.

   Per raggiungere lo stabilimento vicentino occorre superare un outlet Armani discretamente affollato e il contrasto tra l’eleganza classica in vetrina e il grigio profilo delle ciminiere è impietoso. Al cancello, l’accoglienza cortese non cela l’ansia di ritrovarsi su una strada: «Da un anno e mezzo ci danno addosso, siamo diventati la fabbrica dei veleni, chiunque lancia accuse senza neppure conoscere cosa produciamo e come lavoriamo, di questo passo sarà difficile restare a galla».

   Miteni è un’azienda a ciclo continuo h 24 che produce additivi ignifughi per i policarbonati: auto, finestrini degli aerei, stent coronarici, padelle anche. La pausa agostana ha desertificato i reparti, dei 130 dipendenti non più di una ventina è al lavoro per la manutenzione.

   «Lo vede? Siamo in trincea», scherza Drusian indicando un solco lungo quaranta metri che attraversa il piazzale. Sembra una ferita ricoperta di cemento, testimonia la ricerca (vana) di veleni nel sottosuolo del sito, accompagnata da una ventina di carotaggi penetrati fino alla roccia. Un percorso accidentato che culmina nel fatidico argine, ora sigillato da un interminabile telone verde bandiera: guarda il torrente in secca, ha racchiuso per decenni sostanze tossiche capaci di contaminare una vasta superficie che dall’Ovest vicentino di estende alla Bassa padovana e lambisce il Veronese.

   Perché Miteni sorge sopra una falda di ricarica che assicura il rifornimento idrico a 120 mila persone. E se i Pfas non sono agenti pestiferi, chi ha bevuto per decenni l’acqua contaminata è esposto a rischi reali che investono l’apparato renale, i polmoni e la cute. Al punto da indurre la sanità del Veneto a invitare la popolazione coinvolta a sottoporsi alla plasmaferesi, il lavaggio del sangue sì.    «Noi confidiamo che la verità venga a galla», sospira l’ad Antonio Nardone «stiamo investendo 15 milioni in opere di bonifica e messa in sicurezza e ci atterremo ad ogni prescrizione proveniente dalle autorità. La prossima tappa? Lavoriamo a rafforzare la barriera idraulica, cioè la rete di pozzi che preleva acqua inquinata, la ripulisce attraverso filtri di carbonio e la reimmette in falda». La frecciata finale: «Qui, dal 2011, non produciamo più i composti Pfas ritenuti pericolosi. Ma nella valle ci sono almeno duecento imprese che continuano ad utilizzarli acquistandoli all’estero e scaricando i reflui di lavorazione nello stesso collettore usato da Miteni. È un po’ curioso che nessuno chieda loro conto di nulla». (Filippo Tosatto)

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DISCARICA DI PFAS, ORA C’È LA PROVA

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 26/8/2017

– Arpav conferma: perfluoroalchilici fuorilegge nei rifiuti interrati sull’argine esterno a Miteni –

   Era un indizio, è diventato una prova. I cumuli di residui chimici e metallici sepolti nell’argine adiacente allo stabilimento Miteni contengono sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) e benzotrifluoriche (Btf) in concentrazioni largamente superiori ai limiti di legge. La conferma decisiva arriva dall’Arpav che ha analizzato le molecole dei campioni prelevati nel terrapieno giungendo ad esiti identici a quelli evidenziati dagli esami di laboratorio eseguiti autonomamente dall’azienda di Trissino il cui sito industriale sorge sopra la falda di ricarica più ampia del Veneto.

   La circostanza è cruciale: per la prima volta dopo un anno e mezzo di ricerche (scandite da polemiche, denunce e parole in libertà) l’agenzia regionale di protezione ambientale individua e certifica un agente contaminante delle acque a fronte di una superficie inquinata che si estende lungo 150 kmq – dall’Ovest vicentino alla Bassa padovana fino ai lembi del Veronese – minacciando la salute di oltre 120 mila persone, ora destinatarie di uno screening sanitario di massa che non trova precedenti nella storia del Paese.

   ATTENZIONE. Il venefico capitolo Pfas è lungi dall’essere concluso: parafrasando l’aforisma di Churchill, i materiali tossici emersi dagli scavi sull’argine del TORRENTE POSCOLA non segnano l’inizio della fine ma piuttosto la fine dell’inizio. Perché IL SOSPETTO (meglio, la pista) coltivato dai segugi dell’Arpav è che le decine di sacchi di plastica bianca zeppi di scarti industriali non rappresentino un caso isolato e circoscritto ma la spia di ALTRI STOCK DI RIFIUTI CHIMICI SEPOLTI magari a breve distanza, sotto l’ala esterna dello stabilimento rivolta verso il piccolo corso d’acqua e la collina.

   A supportare l’ipotesi è anzitutto una coincidenza temporale: l’attuale versante arginale non corrisponde all’originale che fu ridotto e “avvicinato” di qualche metro al torrente per consentire l’ampliamento degli impianti. Correva il 1976, la datazione è certa grazie al rinvenimento dell’autorizzazione rilasciata dal Magistrato alle Acque, e il polo di Trissino si chiamava Rimar, società di ricerche e produzione fondata da Giannino Marzotto. In seguito, lo stabilimento avrebbe conosciuto vari passaggi di mano: prima la joint venture tra Mitsubishi ed Eni, poi l’azionariato esclusivo del colosso giapponese, infine – a partire dal 2009 – l’avvento dei tedeschi-lussemburghesi di International Chemical Investitors Group che hanno designato al vertice dell’azienda l’attuale amministratore delegato, Antonio Nardone, cireneo – suo malgrado – di una catena di illegalità e verità occultate che perdura da una quarantina d’anni con gli effetti dirompenti divenuti cronaca quotidiana.

   ANCORA: ad accentuare L’IPOTESI DELLA “PATTUMIERA DIFFUSA” concorrono due fattori assodati. Le modalità di interramento dei fatidici sacchi – «Sopra le 400 tonnellate di materiali che abbiamo scavato erano state posate le tubature di raffreddamento, quasi un coperchio… », testimonia il chimico Davide Drusian, responsabile sicurezza di Miteni e autore della scoperta – e l’assenza di tracce inquinanti dal sito dello stabilimento, i cui viali e piazzali sono stati perforati da decine di carotaggi e solcati da una trincea lunga una quarantina di metri, senza esito alcuno.

   È un filone, quello dell’accertamento della paternità degli illeciti e delle omissioni, decisivo non soltanto sul piano penale e civile – obiettivo principale dell’inchiesta condotta dalla Procura di Vicenza – ma anche ai fini di un’efficace opera di bonifica ambientale che, pur procedendo già da un anno attraverso filtraggi, richiede una delimitazione certa dei focolai di contaminazione pena l’insuccesso sul nascere del piano concordato tra Regione, Agenzia ambientale e Istituto superiore di sanità. Né la letteratura scientifica internazionale è d’aiuto: gli unici precedenti registrati, nello stato americano dell’Ohio e in una regione della Svezia, impallidiscono a fronte dell’ampiezza della contaminazione idrica in Veneto. Un triste primato globale, già. (Filippo Tosatto)

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NON SOLO PFAS, SOTTOTERRA CI SONO ALTRI VELENI

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 22/8/2017

– Trissino: gli scavi nel sito di Miteni rivelano la presenza di solventi al benzene altamente nocivi e di rifiuti solidi interrati –

VICENZA. È un pestilenziale vaso di Pandora quello scoperchiato nel sottosuolo di Miteni, la società chimica di Trissino indagata per il massiccio sversamento di Pfas in acque e terreni di una superficie pari a 120 kmq e popolata da 120 mila persone.

   Le sostanze perfluoroalchiliche – e i loro composti Pfoa e Pfos – hanno contaminato 23 comuni (epicentro nell’Ovest vicentino, diramazioni nella Bassa padovana e nel Veronese) ma non sono gli unici agenti inquinanti nel territorio.

   I carotaggi dell’Arpav nel sito dello stabilimento di proprietà del gigante International Chemical Investors Group hanno confermato i sospetti avanzati (su base documentale) dai carabinieri del Noe ovvero la presenza di benzene tricloruro, un solvente nocivo che può arrecare seri danni all’apparato respiratorio e nervoso umano, risultando cancerogeno per gli animali.

   Non è tutto: in questi giorni di pausa industriale, l’accelerazione degli scavi nell’area circostante l’azienda – oggi attraversata da un solco lungo quaranta metri – ha consentito il rinvenimento di uno stock di “big bags”, grandi sacchi di clore blu zeppi di rifiuti solidi.

Chi li ha interrati?

   Miteni, per voce dell’ad Antonio Nardone, ha negato ogni responsabilità in proposito alludendo, indirettamente, agli assetti proprietari che si sono succeduti nei decenni: in origine Rimar, il centro di ricerche e produzioni fluorurate fondato nel 1964 da Giannino Marzotto; poi l’avvento della joint venture tra Mitsubishi ed Eni (Miteni, appunto), quindi la corporation giapponese in solitudine, infine il passaggio alla multinazionale che ne detiene il controllo attuale attraverso una consociata, Weylchem.

   «La dimensione reale dell’inquinamento non è stata ancora definita e le prospettive sono a dir poco allarmanti», è il commento di Manuel Brusco, il consigliere regionale del M5S a capo di un gruppo di lavoro composto da amministratori ed esperti che ha già fornito materiali informativi al Noe e alla Procura di Vicenza.

   «I filtri apposti dalla sanità agli acquedotti hanno fronteggiato gli effetti della malattia, senza però aggredire le cause. È evidente ormai che Miteni sorge sopra una vera e propria discarica di veleni, capace di inquinare le falde, con conseguenze in parte imprevedibili. Troviamo vergognoso lo scaricabarile di responsabilità tra Governo e Regione e ci opponiamo all’ipotesi di chiusura dell’azienda: l’esperienza dimostra che, in caso di abbandono, la stessa bonifica viene compromessa. Miteni deve restare, completare i carotaggi e garantire a proprie spese la bonifica integrale di acque e suolo: la legge 68 sugli ecoreati parla chiaro, chi inquina paga».

E l’amministrazione del Veneto?

«È stato il governatore Zaia a richiedere i carotaggi, ora confidiamo che l’indagine giudiziaria faccia finalmente piena luce», dichiara l’assessore all’ambiente Giampaolo Bottacin «sul versante della salute, dai monitoraggi agli screening, stiamo attuando il programma concordato con l’Istituto superiore di sanità. Per quanto riguarda la sicurezza idrica, invece, a Carmignano di Brenta abbiamo completato lo scavo dei nuovi pozzi destinati ad alimentare con flussi “puliti” la grande falda di Almisano che serve gli acquedotti vicentini.

   «Il collegamento, com’è noto, richiede risorse superiori alle nostre disponibilità e il ministero ci ha promesso 80 milioni, ancora impigliati tra Cipe e Mef. Non chiediamo tutto e subito, basterebbero rate di una decina di milioni l’anno, così da realizzare l’opera a stralci. Finora, però, nonostante i solleciti, non abbiamo ricevuto nulla». (Filippo Tosatto)

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E I COMITATI SPEDISCONO 300 RICHIESTE DANNI

di Nicola Cesaro, da “Il Mattino di Padova”, del 26/8/2017

– Dall’ufficio postale di Lonigo invio alla Miteni delle raccomandate: residenti in fila allo sportello –

LONIGO. L’ufficio postale di Lonigo ha dovuto riservare uno sportello solo per loro. Si sono infatti presentati con 300 raccomandate tutte con lo stesso indirizzo: Miteni spa, via Stazione 91, Trissino. Sono i cittadini dei 21 Comuni di Vicenza, Padova e Verona che devono fare i conti con l’inquinamento da Pfas prodotto dalla Miteni di Trissino, l’azienda vicentina accusata di aver inquinato una larga fetta di falda acquifera del Basso Veneto.

   C’è chi questi Pfas se li è ritrovati in notevole quantità nel sangue, chi ha dovuto interrompere l’utilizzo del proprio pozzo perché la falda è satura di inquinanti e chi ancora è costretto a convivere per colpa di questa contaminazione con la “sindrome da paura”. Ieri alle 9.30 decine di cittadini si sono presentate nell’ufficio postale vicentino per inviare le raccomandate con cui si chiede alla Miteni un risarcimento danni.

   Una trentina di raccomandate erano firmate anche da cittadini di Montagnana, uno dei 21 Comuni dell’area a rischio: «Sono tre le tipologie di risarcimento danno che abbiamo indirizzato alla Miteni» spiegano dal Comitato Zero Pfas Montagnana «Alcuni hanno puntato sulla contaminazione del sangue, certificata dagli esami a cui sono stati sottoposti in particolare gli adolescenti dell’area “rossa”, quella dei 21 Comuni a rischio Pfas. Qualcun altro si è invece concentrato sul danno materiale, per esempio legato alla contaminazione del pozzo di casa».

   Più di qualche famiglia, in questa zona del Veneto, utilizza il pozzo a fine domestici o agricoli: la scoperta di Pfas in quest’acqua ha costretto questi residenti a cessare un utilizzo decennale di quella risorsa. «C’è poi chi ha visto nella contaminazione da Pfas un vero e proprio danno morale, indipendentemente da conseguenze provate a livello biologico e materiale».

   Cambiare abitudini, vivere col timore, prendere necessariamente precauzioni per la presenza di sostanze inquinanti possono infatti dar vita a quella che una sentenza della Corte di Cassazione (la numero 2515 del 21 febbraio 2002) definisce come vera e propria sindrome e che in quanto tale può dar seguito ad un risarcimento.

   All’invio cartaceo delle 300 raccomandate seguirà in queste ore anche quello via posta elettronica certificata. Sono inoltre stati annunciati nuovi esposti alle Procure interessate. (Nicola Cesaro)

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DUE “DIGHE” ANTI-PFAS PER DEPURARE LE ACQUE

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 27/8/2017

– Miteni attiva i pozzi di protezione, già filtrati 2,6 milioni di metri cubi-

TRISSINO. «Per carità, non chiamatelo il Mose dei Pfas, qui di guai ne abbiamo già abbastanza».

   Sorridono a denti stretti i tecnici di Miteni che lavorano alla doppia barriera di protezione ideata per arginare la contaminazione della falda sottostante gli impianti chimici di Trissino. Niente dighe mobili in effetti – anche se il potenziale bacino di “pescaggio” supera per entità la laguna di Venezia – ma due distinti circuiti di pozzi, in totale un ventina, scavati a sud dello stabilimento, perché in questa direzione, da monte a valle, procede il flusso delle acque.

   Così le trivelle perforano il terreno a quindici metri di profondità, fino al contatto con la roccia, e le pompe prelevano il liquido inquinato dalle sostanze perfluoroalchiliche riportandolo in superficie dove avviene la depurazione attraverso i filtri di carbonio attivo; finalmente “ripulite”, le acque vengono reimmesse in falda: il trattamento, in tre mesi, ne ha depurato circa 2,6 milioni di metri cubi, volume imponente in sé ma poca cosa rispetto al gigantesco flusso sotterraneo che rifornisce gli acquedotti di una sostanziosa fetta del Veneto.

   La procedura, concordata con l’Arpav, sta fornendo risultati complessivamente apprezzabili: le analisi compiute sui campioni filtrati – prima della “restituzione” alla falda – hanno pressoché confermato (con l’unica eccezione di un pozzo) l’eliminazione dei Pfas.

   Ora si attende la prova del nove rappresentata dalle precipitazioni, quando il sistema sarà chiamato a neutralizzare gli effetti dell’innalzamento di falda. «Crediamo che quest’opera contribuisca al programma di bonifica», afferma l’amministratore delegato della multinazionale, Antonio Nardone «e proseguiremo su questa strada, se necessario incrementando anche le barriere di protezione».

   «Apprezziamo la buona volontà, tutto ciò che favorisce la riduzione degli elementi tossici è il benvenuto ma temo che si stia tentando di svuotare il mare con un secchiello», commenta a distanza Domenico Mantoan, il direttore della sanità regionale che abita nella “zona rossa” di Brendola e, per un trentennio o giù di lì, ha sorseggiato l’acqua contaminata; «A parte l’estensione colossale della falda, stiamo parlando di sostanze la cui dissolvenza richiede un secolo mentre i flussi idrici si muovono alla velocità media di un chilometro l’anno».

   Una mano arriverà anche dalla rete di nuovi pozzi scavati a Carmignano di Brenta per volontà dell’assessore all’ambiente Giampaolo Bottacin, che attende però i quattrini («80 milioni, ma ci basterebbero rate annuali da 10») annunciati dal ministero per realizzare il collegamento con la falda “madre” di Almisano.

   Basterà a spazzare via i residui chimici che hanno causato alla popolazione aumento della pressione sanguigna, picchi di colesterolo e aumento del diabete? Probabilmente no, tanto che il pragmatico Mantoan apre a sorpresa alla possibilità di sperimentare l’efficacia di un batterio “mangiaPfas” adottato da decenni in Giappone e impiegato in tempi più recenti in Alaska per fronteggiare grandi inquinamenti marini generati da sversamenti petroliferi.

   A suggerirlo, mesi fa, sono stati i consiglieri del M5S per voce del biologo Domenico Prisa, che in terra nipponica ha partecipato a svariati progetti di bonifica basati sul’utilizzo di microrganismi. «Sia chiaro», conclude il manager «sto parlando di test preventivi, condizionati alla supervisione scientifico dell’Istituto superiore di sanità che ci assiste nel piano di monitoraggio della popolazione. Tuttavia, escludere a priori l’opzione mi parrebbe un errore». (Filippo Tosatto)

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L’ARPAV: I FOCOLAI DI PFAS SONO ANCORA IN AGGUATO

di Filippo Tosatto, da “Il Mattino di Padova” del 2 settembre 2017

– Il direttore Dell’Acqua: «Le misure adottate hanno ridotto di cento volte la contaminazione rispetto al 2013 ma persistono valori fuorilegge. Acquedotti? Suggerisco filtri permanenti» –

TRISSINO. La contaminazione delle acque provocata dalle molecole di Pfas è stata arginata, non debellata, e gli effetti nocivi delle sostanze perfluoroalchiliche persistono nella falda dell’Alto Vicentino; ulteriori ricerche (sia nel perimetro dello stabilimento Miteni, a Trissino, che in siti esterni) sono state avviate per circoscrivere, definitivamente, i focolai inquinanti ma l’ampiezza del fenomeno consiglia l’adozione «permanente» dei filtri al carbonio applicati in via cautelativa agli acquedotti che dalla “zona rossa” della valle dell’Agno e del Chiampo si irradiano nei territori dell’Alta Padovana e del Veronese. È quanto emerge dal nostro colloquio con Nicola Dell’Acqua, l’agronomo veronese a capo di Arpav, l’agenzia veneta di protezione ambientale chiamata a fronteggiare l’emergenza, accertare i fatti e pianificare la bonifica.

Direttore Dell’Acqua, la scoperta dei sacchi di scarti industriali interrati negli anni Settanta nell’argine adiacente a Miteni ha segnato una svolta nelle indagini. Arpav stessa ha certificato la presenza di Pfas e di altre sostanze metalliche nelle scorie e la loro azione inquinante nella falda sottostante.

«Senza dubbio si tratta di un progresso significativo nella definizione della verità, abbiamo individuato con certezza un agente di contaminazione ma non possiamo escludere la presenza di altri focolai nell’area. Anzi, li stiamo ricercando con carotaggi e campionamenti che hanno impegnato i nostri tecnici anche a ferragosto. Sarò chiaro: non è il caso di cantare vittoria, a tutt’oggi l’inquinamento è attivo e un pozzo d’osservazione collocato in area Miteni ci segnala ancora valori superiori ai limiti di legge. Dichiareremo il cessato pericolo dopo un anno idrogeologico di analisi negative sui campioni prelevati, non prima».

Nel 2013 Arpav diede fuoco alle polveri inviando una notizia di reato alla Procura di Vicenza che indicava il sito industriale di Trissino (aldilà degli assetti proprietari che si sono succeduti dal 1964 ad oggi) quale diretto responsabile. Da allora, com’è evoluta la situazione sul versante dell’abbattimento dei valori inquinanti e della qualità dell’acqua potabile?

«L’Istituto superiore di sanità prescrive una soglia massima di 300 nanogrammi al litro per il Pfas “totale” e 30 per il suo composto Pfos. Diciamo che nel 2013 le percentuali riscontrate nell’acqua erano almeno cento volte superiori alle attuali. È innegabile che le misure di salvaguardia adottate si siano rivelate utili per disinnescare l’emergenza così come – ma questa al momento è un’ipotesi al vaglio della magistratura – gli eventuali cambiamenti avvenuti nel ciclo produttivo di Miteni».

Permane la necessità di ricorrere al carbonio attivo per filtrare l’acqua proveniente dalla falda e diretta alla rete di distribuzione?

«Certo che sì, anzi, suggerirei alla sanità veneta di dotare questi acquedotti di filtri permanenti, capaci di fronteggiare “eventi spontanei” che, sulla scorta di quanto è accaduto, nessuno può prevedere né tanto meno escludere».

I Pfas, per l’ecletticità del loro impiego in ambito industriali, sono utilizzati e diffusi ovunque ma solo il Veneto sta dando loro la caccia. Perché?

«In effetti è una circostanza sorprendente. È vero che noi abbiamo riscontrato picchi record di concentrazione nelle acque ma mi chiedo se le altre regioni li abbiano mai ricercati: il Veneto, come dire, non è un titolare esclusivo di attività chimiche e conciarie… Posso aggiungere che l’Ue, tramite il ministero dell’Ambiente, ci richiede costantemente informazioni circa l’esito del nostro lavoro. In assenza di uno studio scientifico a vasto raggio sulla penetrazione e gli effetti dei perfluoroalchilici nelle falde, la nostra indagine è destinata a fare scuola e non soltanto in Europa».

Miteni si difende affermando che i Pfas sono stati, e sono, utilizzati da centinaia di aziende vicentine che scaricano nel medesimo collettore…

«Noi valutiamo le evidenze scientifiche, l’accertamento delle responsabilità penali compete all’autorità giudiziaria».

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INSEDIATA LA COMMISSIONE SPECIALE D’INCHIESTA SUI PFAS: BRUSCO MANUEL È IL PRESIDENTE

di Alberto Speciale, da www.veronanews.net/, 30 agosto 2017

   Si è insediata il 29 agosto a Venezia, presso palazzo Ferro Fini, sede dell’Assemblea legislativa veneta, la Commissione d’Inchiesta per le acque inquinate del Veneto in relazione alla contaminazione di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS).

   A presiederla sarà il Consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Manuel Brusco, individuato all’unanimità tra i componenti di minoranza della Commissione. I Consiglieri di maggioranza Alberto Villanova (Zaia Presidente) e Alessandro Montagnoli (Lega Nord) sono stati eletti all’unanimità rispettivamente Vicepresidente e Segretario della Commissione di cui fanno parte anche i Consiglieri Massimiliano Barison (Forza Italia), Sergio Berlato (Fratelli d’Italia-AN-MCR), Antonio Guadagnini (Siamo Veneto), Maurizio Conte (Veneto per l’Autonomia), Cristina Guarda (Alessandra Moretti Presidente) e Andrea Zanoni (Partito Democratico).

   Come stabilito dal Consiglio regionale del Veneto nella Deliberazione amministrativa n. 72 del 15 maggio scorso che ha istituito l’organismo d’inchiesta, su proposta iniziale del gruppo consiliare pentastellato, i nove commissari saranno chiamati, tra i vari compiti, a valutare i risultati del Piano di Monitoraggio sulle matrici di interesse alimentare in relazione alla contaminazione da PFAS in alcuni ambiti del territorio regionale, nonché i risultati del monitoraggio su alimenti e sugli umani, per capire se esiste una soglia di tossicità conoscendo in primis se e quante di queste sostanze si possono essere insinuate negli animali, nelle coltivazioni, e di conseguenza nell’uomo e se tali quantità siano o no pericolose.

   Potranno essere coinvolti gli uffici regionali delle strutture competenti in materia di Prevenzione e Sanità Pubblica, Veterinaria e Sicurezza Alimentare, Promozione e Sviluppo Igiene Sanità Pubblica, la struttura competente in materia di Agricoltura, la Direzione Difesa del Suolo, la Direzione Ambiente, l’Arpav, il Sistema Epidemiologico Regionale. La Commissione, inoltre, potrà audire i portatori d’interesse ed avvalersi anche di esperti in materia di inquinamento da PFAS esterni alla Regione.

   “Nell’arco dei prossimi sessanta giorni, rinnovabili per altri sessanta – ha dichiarato il Presidente Brusco, a margine dei lavori d’insediamento della Commissione speciale d’inchiesta – cercheremo innanzitutto di fare chiarezza su quanto è successo e su cosa si può fare per, quanto meno, informare la popolazione e mitigare il problema dell’inquinamento. Fondamentale sarà il momento delle audizioni: sentiremo tutti gli attori del territorio, le strutture tecniche competenti, gli assessori coinvolti e naturalmente, come da nostra richiesta, l’azienda Miteni; non sarà uno scontro, ma un momento di confronto”.

   “Questa è una Commissione che sarà chiamata ad accertare la verità su quello che è successo – aggiunge il Vicepresidente Villanova – e dovrà farlo nella maniera più seria possibile seguendo un metodo scientifico, con dati certi e concreti: ai cittadini che subiscono questa situazione serve chiarezza e quei cittadini hanno diritto di sapere cos’è successo e qual è la realtà dei fatti al di là delle polemiche politiche”. (Alberto Speciale)

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COSA SONO I PFAS?

da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron

12/6/2017

Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.

     D’altra parte il fluoro è l’elemento chimico più elettronegativo del Sistema Periodico, quello che ha la maggiore tendenza ad attrarre a sé gli elettroni di legame. Concetto introdotto nel 1932 dal Premio Nobel, per la chimica (1954) e per la Pace (1962), Linus Carl Pauling.

     Alla stessa famiglia dei PFAS appartengono i PFOS, acido perfluorooctansulfonico, e i PFOA, acido perfluorooctanoico, utilizzati anche per la produzione del politetrafluoroetilene (teflon), che ha rivestito per decenni le padelle antiaderenti e tuttora utilizzato nell’abbigliamento sportivo a base di goretex. Ma il loro utilizzo riguarda anche altri prodotti: cere, vernici, pesticidi.

     Studi dell’ultimo decennio hanno confermato che queste molecole, formate da catene in genere da 4 a 16 atomi di carbonio, con la loro persistenza nell’ambiente sono causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo. In particolare I PFAS RIENTRANO NELLA FAMIGLIA DEGLI “INTERFERENTI ENDOCRINI”, sostanze che modificano i delicati e importantissimi equilibri ormonali dei viventi, soprattutto della nostra specie. L’assorbimento dei PFAS può avvenire anche attraverso i residui presenti nei contenitori di alimenti, il consumo di pesci e crostacei delle aree inquinate e, secondo alcuni, addirittura attraverso l’aria.

     La loro azione, una volta entrati nell’organismo, si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, al pancreas (parte endocrina), alterandone il funzionamento.

     Da qualche anno, l’Agenzia Regionale per l’Ambiente del Veneto, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e alcune aziende sanitarie di quella Regione hanno affrontato il problema della presenza di queste sostanze in alcuni territori delle province di Vicenza, Verona e Padova.

     Il fenomeno inquinante e le conseguenze sanitarie sono stati portati all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale anche da un servizio televisivo della trasmissione PresaDiretta della RAI: Video RAI sui Pfas (durata 13 min).

   Riporto anche un link al poster dell’ARPA Veneto che segnala le aree di contaminazione da sostanze PFAS e le azioni di controllo integrato.

   Per approfondimenti, si veda la Relazione dell’ARPA veneto: Contaminazioni da PFAS e Azioni ARPAV, ricca di dati tecnici. Il sito regionale: https://www.regione.veneto.it/web/sanita/pfas . Ministero dell’Ambiente, progetto PFAS.

     Ma quello dei PFAS e dei perfluorocarburi (PFC) non è un problema solo italiano, come dimostra la cartina sulla contaminazione delle acque degli Stati Uniti pubblicata da Alabama Today. Decine di milioni di abitanti degli Stati dell’Est, ma anche dell’Ovest, utilizzano acqua potabile con alti livelli di perfluorati.

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