COREA DEL NORD: IL POTERE DELLA BOMBA c’è ancora – Il Paese più chiuso, minaccia il mondo con la BOMBA NUCLEARE – Il dittatore dinastico KIM JONG-UN consolida il suo potere (punta a espandersi nella Corea del Sud?) – E potrà questa crisi che interessa Cina, Usa, Giappone portare a un conflitto mondiale?

COREA DEL NORD, PYONGYANG (la capitale) – Nella foto il PALAZZO DEL SOLE DI KUMSUSAN, noto anche come MAUSOLEO DI KIM IL SUNG. E’ l’ex dimora del “Grande Leader” della Corea del Nord che alla sua morte nel 1994 è stata trasformata in mausoleo. L’imponente edificio, oltre alla salma del “Presidente Eterno” nordcoreano, ospita anche quella del figlio KIM JONG IL, suo successore. E’ il più grande mausoleo al mondo dedicato a un leader comunista, e il solo a ospitare più corpi. E’ in assoluto IL LUOGO PIÙ VENERATO DELLA COREA DEL NORD. E’ una tappa obbligata per qualsiasi visitatore che si rechi a PYONGYANG. (foto e testo da: http://www.parmadaily.it/ )

   KIM JONG-UN, il dittatore della Corea del Nord che sta terrorizzando in particolare il Giappone e gli Stati Uniti (e ancor di più il regime filo-occidentale della Corea del sud), è uno dei leader più misteriosi del mondo. Di lui si sa molto poco. Ha 33 o 34 anni, ed è il terzo “capo supremo” della Corea del Nord, di una dinastia famigliare (prima di lui il potere era di Kim Il-sung, suo nonno, e poi Kim Jong-il, suo padre). E nessuno, quando lui arrivò al potere (con la morte del padre) nel 2011, avrebbe scommesso sul suo carisma e la sua capacità di guidare uno stato così isolato e ostile all’Occidente.

La COREA DEL NORD è un Paese dell’Asia orientale. Occupa la porzione settentrionale della PENISOLA COREANA, che si protende dal continente asiatico tra il mare Orientale (MAR DEL GIAPPONE) e il MAR GIALLO; la Corea del Nord occupa circa il 55 per cento della superficie dell’intera penisola. Il Paese confina con la Cina e la Russia a nord e con la Repubblica di Corea (Corea del Sud) a sud. La capitale nazionale, PYONGYANG, è un importante centro industriale e logistico nei pressi della costa occidentale. Tra la Corea del Nord e la Corea del Sud si estende una ZONA DEMILITARIZZATA (DMZ) larga 4 km istituita in base ai termini dell’ARMISTIZIO del 1953 che pose fine ai combattimenti della GUERRA DI COREA (1950-53 La DMZ, che si estende per circa 240 km, costituisce la linea militare del cessate il fuoco del 1953 e segue all’incirca i 38° N di latitudine (il 38° parallelo) dalla foce del FIUME HAN sulla costa occidentale della penisola coreana fino a una località poco a sud della città nordcoreana di KOSŎNG sulla costa orientale. (da Wikipedia)

   L’operazione di questi mesi, con la minaccia della Corea del Nord in particolare a Giappone, Usa, e Corea del Sud, con missili sempre più potenti inviati verso questi Paesi (quello del 29 agosto ha sorvolato la Penisola nipponica prima di finire nel Pacifico…), e pure la minaccia al mondo intero con l’arma nucleare, tutto questo ha portato in primis alla celebrazione del leader nordcoreano, rendendolo in patria una specie di divinità. Un’operazione che sembra perfettamente riuscita: e nel mondo tutti ora, attraverso i media, lo hanno visto, Kim Jong-un, e si sono fatti di lui un’immagine inquietante ben diversa dal giovane solamente un po’ goffo che appariva prima delle minacce.

Da sinsitra a destra: Kim Il-sung, Kim Jong-il e Kim Jong-un (AP Photo/Ahn Young-joon)

   Perché oggi Kim Jong-un è conosciuto dal mondo soprattutto per lanciare missili continuativamente verso gli “stati nemici”: 21 missili lanciati in 14 test. E, l’ultimo, il più importante: un test nucleare il 3 settembre scorso (è stata fatta esplodere una Bomba-H sotterranea che ha causato un terremoto di 6,3 gradi sulla scala Richter), dimostrando l’accelerazione dello sviluppo dei programmi atomici e missilistici nordcoreani (peraltro già avviati dai suoi due predecessori).

Il 29 AGOSTO 2017 PER LA PRIMA VOLTA UN MISSILE LANCIATO DAL REGIME DI PYONYANG HA SORVOLATO L’ARCIPELAGO NIPPONICO. “Minaccia senza precedenti”, dice il governo di Tokyo che ha chiesto e ottenuto la convocazione del Consiglio di sicurezza Onu

   La storia della Corea del Nord comincia all’indomani della capitolazione dell’Impero giapponese avvenuta il 15 agosto 1945, quando Kim II-sung, che aveva guidato l’esercito rivoluzionario popolare coreano nella resistenza comunista coreana all’occupazione giapponese, si impose come il principale capo del Paese. La spartizione della Corea, in cui dopo la capitolazione giapponese nel 1945 i soldati sovietici e statunitensi erano presenti da una parte e dall’altra del 38° parallelo, fu ratificata alla fine del 1948. Pertanto importante è il 38° parallelo nella divisione geografica nel dopoguerra della Penisola Coreana: a nord filo-sovietica, comunista, a sud filo-americana (con una guerra sanguinosa tra le parti fra il 1950 e il 1953, che ancor di più sancì la divisione assoluta tra i due Paesi).

Tra la COREA DEL NORD e la COREA DEL SUD si estende una ZONA DEMILITARIZZATA (DMZ) larga 4 km istituita in base ai termini dell’ARMISTIZIO del 1953 che pose fine ai combattimenti della GUERRA DI COREA

   Tornando a quel che sta accadendo in questi mesi, pare di capire che il programma-obiettivo della Corea del Nord per rilanciare il Paese, per far sì che non sparisca e venga fagocitato dai poteri internazionali “forti” in quell’area del Pacifico (il Giappone, ma prima di tutto la Cina e gli Usa), dalla fine degli stati isolati in possesso di singole famiglie di dittatori, Kim Jong-un ha annunciato già nel 2013 (due anni dopo aver raggiunto il potere) un piano nazionale che si chiama «BYUNGJIN», cioè tradotto significa “linee parallele”, che implica lo sviluppo contemporaneo dell’economia nazionale e della forza militare: per dirla in modo semplice, BURRO E CANNONI, che significa “cibo per tutti” e “forza militare” (bombe atomiche e missili intercontinentali). Questa dottrina è stata enunciata il 13 aprile del 2013 e ha sostituito la linea unica del padre di Kim, il «SONGUN» che significava «prima le forze armate».

ONU-11/9/2017 – COREA DEL NORD: EMBARGO E SANZIONI INTERNAZIONALI – Al Palazzo di Vetro di New York la PROPOSTA AMERICANA che prevedeva un totale embargo petrolifero e il congelamento di tutti gli asset del leader nordcoreano Kim Jong-un sarebbe stata ‘ANNACQUATA’ nelle ultime ore, nel tentativo di trovare un compromesso con CINA e RUSSIA contrarie in linea di principio a nuove misure. E comunque decise ad ammorbidire ogni eventuale reazione della comunità internazionale all’ULTIMO TEST NUCLEARE di PYONGYANG. Per Pechino e Mosca la via maestra da seguire è quella della diplomazia, anche se finora ha portato a scarsi risultati. Mentre per Washington perché la soluzione politica abbia successo è fondamentale inasprire la pressione sul regime di Kim, tagliando tutte le risorse e i finanziamenti che alimentano il programma nucleare e missilistico nordcoreani

   La Corea del Nord è un Paese in gravi difficoltà economiche, per molti osservatori alla fame, e l’INCENTIVAZIONE che si sta accettando, “tollerando”, DEL MERCATO NERO nel Paese del surplus di prodotti alimentari per integrare il cibo famigliare, somiglia molto alle prime politiche dell’Unione Sovietica del secondo Dopoguerra del secolo scorso, che, resisi conto che il mercato ufficiale dei Solkoz portava a fame e carestia per la popolazione, nell’URSS si tollerava il mercato clandestino, “privato”, che copriva le inefficienze e l’inadeguatezza del mercato ufficiale “comunista”, statale.

Casa del popolo a Pyongyang – 10 settembre 2017: COREA DEL NORD, KIM JONG-UN ELOGIA GLI SCIENZIATI che hanno contribuito ai TEST NUCLEARI – E’ tempo di festeggiamenti per Kim Jong-Un. Il leader della Corea del Nord, in un’occasione ad hoc alla CASA DEL POPOLO DI PYONGYANG (NELLA FOTO), elogia gli scienziati che hanno contribuito ai test nucleari e glorifica il programma missilistico. Tra musica, colori e applausi si celebrano i 21 missili lanciati in 14 test. E, soprattutto, l’ultimo esperimento atomico, quello del 3 settembre scorso

   Assieme a questa situazione interna di grande difficoltà popolare, dall’altra vi è la politica della minaccia esterna, della bomba nucleare, dei missili che mostrano di voler colpire Corea del Sud, Giappone, Stati Uniti. Dimostrazione di essere un Grande Paese, importante militarmente nel Pacifico, nel mondo: un consolidamento della nomenclatura di potere interna.

“(…) Mentre la COREA DEL NORD viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. OLTRE AI NOVE PAESI CHE LE POSSEGGONO GIÀ (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Pakistan, India, Israele e, appunto, Corea del Nord), ALTRI 35 SONO IN GRADO DI COSTRUIRLE. (….) Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI e quindi RIMUOVA DAL SUO TERRITORIO LE BOMBE NUCLEARI USA, la cui presenza VIOLA IL TRATTATO DI NON-PROLIFERAZIONE GIÀ RATIFICATO DALL’ITALIA. Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.” (Manlio Dinucci, da “il Manifesto” del 5/9/2017)

  Pertanto tutti i più attenti conoscitori della geopolitica del Pacifico sono concordi nel sostenere che il dittatore nord coreano sta terrorizzando il mondo non per pazzia (o forse, sì, è anche pazzia…), ma per rinsaldare un potere interno che rischiava di scemare. E, sembra strano (e incredibile) in questa epoca, ma, SE VUOI CONTARE MOLTO ED ESISTERE nel pianeta Terra, ancora adesso (e più che mai) devi possedere il potere atomico, LA BOMBA.

Mappa della Corea del Nord

   E’ uno strano risveglio che ci fa fare Kim Jong-un nel pensare allo stesso modo di prima del 1989, della caduta del muro di Berlino, ai rapporti internazionali, per chi considerava che gli equilibri internazionali evolvessero verso altri fattori di potere (la Cina, gli Usa, l’Europa che non c’è, gli Stati emergenti –India, Brasile, Sud-Africa-, la Russia di Putin, l’Africa preoccupazione demografica e che si sviluppa troppo poco, il Medio Oriente sempre incandescente e senza pace, l’epica delle grandi immigrazioni, tra profughi che fuggono da guerre e immigrati che scappano dalla miseria….).

Metropolitana di Pyongyang

   E’ un ricondurci, con il dittatore nord-coreano, all’importanza ancora dell’equilibrio del terrore nucleare, per niente cessato, superato. Quella che ancora dobbiamo chiamare DETERRENZA ATOMICA, data da una crescente corsa agli armamenti. Ad adesso sono nove i paesi che posseggono la bomba nucleare, e altri 35 sono in grado di costruirla.

Nella città della Corea del Nord, SINCHON, vi è il MUSEO DELLE ATROCITÀ DI GUERRA AMERICANE, dedicato a mostrare e preservare le atrocità del MASSACRO DI SINCHON, uno sterminio di massa di civili e simpatizzanti comunisti che il Partito del Lavoro di Corea attribuisce alle forze armate statunitensi durante la GUERRA DI COREA (1950-1953)

   Non è dato sapere come evolveranno (negativamente o positivamente) le minacce concrete della Corea del Nord al resto del Mondo: però ci ricorda che la situazione mondiale si mantiene in una perenne instabilità, e ancora una volta richiederebbe la capacità di “esserci”, noi, in funzione di forza credibile di mediazione per la pace e lo sviluppo che l’Europa potrebbe esercitare (se fosse un’entità, federalista, ma unica, come Stati Uniti d’Europa). (s.m.)

la capitale della Corea del Nord PYONGYANG sorge sul fiume TAEDONG

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KIM JONG-UN, CHI È

– Storia di uno dei leader più misteriosi del mondo, di cui per anni non si è conosciuto nemmeno l’aspetto, ricostruita dal New York Times –

12/8/2017, da www.ilpost.it/

Kim Jong-un insieme alla moglie Ri Sol-ju in una foto diffusa dall’agenzia KCNA il 26 luglio 2012 (AP Photo/Korean Central News Agency via Korea News Service)

   Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, è uno dei leader più misteriosi del mondo. Di lui si sa molto poco: ci sono pezzi della sua vita praticamente sconosciuti e ancora oggi politici e analisti non sanno con certezza se definirlo un pazzo o uno che è riuscito con grande abilità a conquistare il potere giovanissimo e mettere all’angolo la più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti.

   Kim Jong-un ha 33 o 34 anni, è il terzo leader della Corea del Nord e nessuno, quando prese il potere nel 2011, avrebbe scommessosul suo carisma e la sua capacità di guidare uno stato così isolato e ostile all’Occidente. Oggi è conosciuto soprattutto per avere accelerato lo sviluppo dei programmi nucleari e missilistici nordcoreani già avviati dai suoi due predecessori, Kim Il-sung, suo nonno, e Kim Jong-il, suo padre. Choe Sang-Hun, giornalista del New York Times che si occupa di Corea del Nord, ha provato a mettere insieme quello che si sa di Kim finora.

   Uno dei motivi per cui si sa così poco di Kim è che da quando è diventato leader della Corea del Nord non ha mai viaggiato all’estero o ospitato visite di altri capi di stato. Le uniche persone straniere che negli ultimi anni hanno avuto modo di incontrarlo sono state Dennis Rodman, ex giocatore NBA noto per avere vinto con i Chicago Bulls di Michael Jordan, i vice-presidenti di Cina e Cuba, due paesi comunisti che difficilmente riveleranno informazioni sul regime nordcoreano, e uno chef giapponese che si fa chiamare con lo pseudonimo Kenji Fujimoto e che ha lavorato per oltre dieci anni come cuoco di Kim Jong-il, prima di tornare in Giappone.

   I racconti di Fujimoto, raccolti in un libro pubblicato nel 2003, sono ancora oggi molto importanti per ricostruire storie e dinamiche interne alla famiglia dei Kim. Fujimoto non ha mai dato informazioni sulla sua vera identità per paura di diventare il bersaglio dell’estrema destra giapponese, non contenta dei suoi legami con un paese comunista, soprattutto dopo che il Giappone ha riconosciuto l’esistenza di un programma nordcoreano di rapimenti di cittadini giapponesi (un’altra storia incredibile, che avevamo raccontato qui).

   Kim Jong-un è nato nel 1983, o forse nel 1984. È apparso per la prima volta sui media nordcoreani nel settembre 2010, poco più di un anno prima della morte di suo padre (un paio di foto sue circolavano già prima). Nonostante il Partito dei Lavoratori lo avesse eletto vice-presidente della Commissione militare centrale, non era certo che sarebbe stato lui a diventare il successore di Kim Jong-il, che fu sposato tre volte ed ebbe almeno sei figli: il primo nel 1971, con la prima moglie che poi morì in esilio a Mosca, in Russia; dalla seconda moglie ebbe due figlie, ma nessun maschio; dalla terza moglie, la cantante e ballerina coreana-giapponese Ko Yong-hui, ebbe due figli maschi e una femmina.

   Per molto tempo si credete che il successore di Kim Jong-il potesse essere il figlio maggiore, Kim Jong-nam, che però nel 2001 fu beccato mentre cercava di andare nel parco Disneyland di Tokyo usando un passaporto falso. Kim Jong-nam visse poi in esilio a Macao per diversi anni, prima di venire ucciso nel febbraio di quest’anno in aeroporto a Kuala Lumpur, in Malesia, in un attacco per il quale si è sospettato il coinvolgimento di Kim Jong-un.

   Escluso il primo figlio maschio, rimaneva il secondo, Kim Jong-chol. Di lui non si sa molto – a parte di una sua partecipazione a un concerto di Eric Clapton a Londra, nel 2015 – e non si hanno informazioni dettagliate e certe sul perché non sia stato scelto come successore di Kim Jong-il. Fujimoto, lo chef giapponese, ha raccontato che il motivo dell’esclusione fu che Kim padre riteneva Kim figlio troppo “effeminato”, e quindi non adatto a quel tipo di ruolo.

   In realtà, ha scritto il New York Times, Kim Jong-il adorava il suo terzo figlio maschio, Kim Jong-un, perché aveva visto in lui alcune doti che riteneva essere fondamentali in un bravo leader: «Al suo ottavo compleanno, Kim Jong-un ricevette in regalo un’uniforme da generale, e da allora i generali cominciarono a manifestargli rispetto inchinandosi di fronte a lui, ha raccontato sua zia, Ko Yong-suk, che scappò negli Stati Uniti nel 1998».

   Uno dei motivi per cui si sa così poco di Kim Jong-un è che per molti anni gli analisti occidentali non lo considerarono come un potenziale successore: prima di lui c’erano altri due fratelli.

   Negli ultimi anni i media nordcoreani hanno esaltato il carisma e l’intelligenza di Kim Jong-un: «era un genio tra i geni», hanno detto, riferendosi alla sua età dell’infanzia e dell’adolescenza. Ricostruzioni giornalistiche e testimonianze sembrano però smentire la versione del regime della Corea del Nord. Tra il 1996 e il 2000 Kim frequentò probabilmente una scuola pubblica in Svizzera, presentandosi come figlio di un diplomatico nordcoreano. Nel 2011 Joao Micaelo, suo compagno di classe di allora, raccontò al Daily Mail che Kim non era il meno brillante del gruppo, ma nemmeno il più sveglio e intelligente.

   Nel novembre 2010 Al Jazeera pubblicò un video ottenuto in esclusiva che diceva di mostrare Kim Jong-un nella sua scuola in Svizzera. I suoi compagni di classe non avevano idea di chi fosse veramente; uno di loro, Marco Imhof, ha detto ad Al Jazeera, riferendosi a Kim: «La maggior parte del tempo era un tipo timido, non rideva, era tranquillo, ma quando giocava a basket si risvegliava e poteva diventare anche molto aggressivo, ma in un modo positivo: rideva e sfotteva e provocava gli avversari».

   Un giorno di gennaio del 2000 Kim improvvisamente non si presentò in classe: era tornato a Pyongyang. Un anno prima era circolata una teoria che sosteneva che quel ragazzino nordcoreano fosse Kim, ma molti non ci diedero peso: Marco Imhof fu uno di loro, almeno fino a che non rivide Kim in un video di una grande cerimonia organizzata in Corea del Nord: «Si prova una strana sensazione nello stomaco a conoscere un tizio che potrebbe usare l’arma nucleare», ha detto Imhof.

   L’esperienza di studi in Svizzera non convinse però Kim Jong-un a promuovere una graduale apertura della Corea del Nord. Una volta tornato a Pyongyang, Kim si laureò all’Università militare Kim Il-sung e nel 2006 fu messo a capo dell’esercito nordcoreano, cominciando ad acquistare un po’ di credito anche in patria: video di allora mostrano Kim Jong-un mentre ispeziona unità militari e stringe la mano al padre, venendo trattato da lui come una persona di uguale rango.

   Quando Kim Jong-il morì, nel 2011, Kim Jong-un aveva finito l’università da appena cinque anni e molti credevano che a detenere il potere fosse in realtà lo zio e mentore Jang Song-thaek: Kim Jong-un veniva considerato troppo inesperto e con un carisma infinitamente inferiore a quello del padre, e soprattutto del nonno. Altri ipotizzarono che il potere sarebbe presto finito nelle mani dei generali dell’esercito, che erano diventati particolarmente potenti durante il regime di Kim Jong-il, ma le cose andarono diversamente. Kim fece il suo primo discorso pubblico durante la cerimonia per festeggiare il 100esimo anniversario della nascita di Kim Il-sung, suo nonno, il 15 aprile 2012: annunciò che per la Corea del Nord il tempo di subire le minacce era «finito per sempre».

   Un altro aspetto della vita di Kim poco conosciuto riguarda la moglie. Della sua vita privata non si seppe niente fino al luglio 2012, quando i media nordcoreani annunciarono che Kim si era sposato con la “compagna Ri Sol-ju”, una donna che si presentava con vestiti occidentali e un taglio dei capelli sempre curato. Alcuni analisti ipotizzarono che provenisse da una famiglia ricca e che rispondesse all’esigenza di Kim di mostrarsi più rilassato e “normale” rispetto a suo padre e suo nonno.

   Fino al 2013 Kim riuscì a rafforzare il suo potere grazie soprattutto alla collaborazione con Jang Song-thaek, il suo potente zio: ordinò l’uccisione di coloro che credeva essere suoi nemici e sostituì molti tra i più potenti militari e funzionari del partito. Nel dicembre 2013, però, la sorte di Jang cambiò da un giorno all’altro. Durante una riunione del Partito Comunista a Pyongyang fu portato via da alcune guardie: fu accusato di corruzione e di voler rovesciare il regime di Kim. Un rapidissimo processo confermò l’accusa di tradimento e la condanna a morte per Jang fu eseguita pochi giorni dopo.

   Daniel A. Pinkston, docente di relazioni internazionali alla Troy University di Seul, in Corea del Sud, ha detto, parlando di Kim: «Si è mosso velocemente e brutalmente. Penso che la maggior parte delle persone non si aspettasse che un uomo così giovane gestisse con quella padronanza un regime dittatoriale». A differenza di suo padre, ha scritto il New York Times, Kim ha rafforzato l’autorità del Partito dei Lavoratori di modo da poterlo usare per governare, invece che rafforzare l’esercito e tenere in secondo piano il partito.

   Kim ha cercato di presentarsi di più come uomo-del-popolo, abbracciando soldati e visitando lavoratori, e facendosi vedere in diverse occasioni con sua moglie. Una cosa che non è cambiata rispetto al passato, comunque, è l’enorme macchina statale messa in piedi dal regime per celebrare il proprio leader: renderlo una specie di divinità. (da www.ilpost.it/)

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NORD COREA SRL: KIM PAZZO? NO, UN AMMINISTRATORE DELEGATO CHE TENTA DI RISOLLEVARE IL SUO GRUPPO IN CRISI

di Guido Olimpio e Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 5/9/2017

PECHINO-MILANO – Le ultime immagini di Kim Jong-un lo mostrano in gessato, con la giacca alla Mao, seduto intorno a un tavolo con quattro dirigenti. Poi mentre firma un ordine esecutivo: quello per il test della Bomba perfetta, all’idrogeno. Per qualcuno il leader è irrazionale, ma questa sembra una scusa per ammettere di non avere un piano per fermarlo. C’è invece un’altra versione, più propositiva.

   Kim si comporterebbe come il dinamico amministratore delegato arrivato al vertice di un gruppo in grave crisi: la Nord Corea i cui cittadini (i dipendenti) hanno dovuto tirare la cinghia e morire letteralmente di fame negli anni della stagnazione durante la direzione di Kim Il-sung e Kim Jong-il.

   Guardare al giovane Kim, 33 anni, come a un manager, un ceo, chief executive officer come si dice nel mondo degli affari, permette di «esaminare le sue qualità di capo, invece che perdersi dietro discussioni sulla sua salute mentale», ha scritto su Foreign Affairs David C. Kang, professore della University of Southern California.

Missili e pubblicità

Solo una suggestione da accademico? Ci sono diversi fatti a sostegno della tesi. Che cosa fa un neo amministratore delegato per risollevare le sorti del suo gruppo? Impone una nuova visione, nuovi obiettivi, motiva il personale ma taglia anche molti quadri incapaci di seguire il nuovo corso (le epurazioni tra il 2012 e il 2013 nel caso di Kim). Soprattutto migliora il prodotto: missili e arsenale nucleare, il ramo principale dell’azienda.

   E se ha i fondi sufficienti lancia anche una grande campagna pubblicitaria: questa in realtà gliela fanno gratuitamente gli avversari come Trump che non fanno mancare dichiarazioni a effetto («fuoco e furia», «le armi sono cariche» ha detto tra l’altro il presidente via tweet).    La visione che il ceo-Maresciallo ha prospettato al suo consiglio d’amministrazione, generali e dignitari, si chiama «Byungjin» — linee parallele — e implica lo sviluppo contemporaneo dell’economia nazionale e della forza militare. Burro e cannoni, o meglio: burro, bombe atomiche e missili intercontinentali. Questa dottrina è stata enunciata il 13 aprile del 2013 e ha sostituito la linea unica del padre di Kim, il «Songun» che significava «prima le forze armate».

Il Pil in crescita

Byungjin è solo uno slogan o ci sono stati risultati concreti? Difficile leggere i dati dell’economia nordcoreana, ma nonostante le sanzioni, è stato calcolato che nel 2016 il Prodotto interno lordo sia cresciuto del 3,9%. Spiega Byung-Yeon Kim, professore della National University di Seul, nel libro «Unveiling the North Korean economy» che il miracolo è frutto di un inizio di riforme di mercato nel Paese più chiuso del mondo.

   In Nord Corea il ceo Kim ha permesso l’apertura di circa 400 mercati con circa 600 mila punti vendita: durante una visita a Pyongyang il Corriere ne ha potuto vedere diversi che distribuiscono cibo e articoli per la casa, frutto dell’eccesso di produzione delle aziende statali. E poi ci sono mercati «non ufficiali», ma tollerati. L’economista di Seul valuta che questo sistema parallelo ormai fornisca tra il 70 e il 90 per cento del reddito delle famiglie.

   Ma qual è l’obiettivo strategico? Gli analisti che hanno sempre definito lo sviluppo bellico come lo scudo al trono di Kim ora ne sottolineano il carattere offensivo. Da qui la realizzazione di armi per potere resistere in una sfida e avere molte più opzioni. Cannoni, razzi, sommergibili, vettori a lungo raggio, Bomba, gas chimici, operazioni speciali, omicidi all’estero. Certo, non c’è confronto con la potenza americana, però il Maresciallo è riuscito a mettere in piedi un dispositivo in grado di raggiungere l’America ma anche di annichilire Seul e sferrare missioni destabilizzanti.

   Lo scenario più inquietante è che punti alla «acquisizione» dell’azienda rivale: la Corea del Sud. Con l’arma del ricatto. Perché alla fine la domanda è sempre quella: un presidente americano rischierebbe uno strike nucleare su Los Angeles per difendere Seul? O la lascerebbe al suo destino? L’amministratore delegato Kim sembra purtroppo credere nella seconda opzione. La sua azienda potrebbe chiamarsi Nord Corea Srl, società a responsabilità limitata. Molto limitata. (Guido Olimpio e Guido Santevecchi)

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IL GRANDE E SPORCO GIOCO ATOMICO

di Manlio Dinucci, da “il Manifesto” del 5/9/2017

– Corea del Nord. Mentre Pyongyang viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che le posseggono già, altri 35 sono in grado di costruirle. –

   I riflettori politico-mediatici che si sono accesi, tutti focalizzati sui pericolosi test nucleari e missilistici nord-coreani, lasciano in ombra il quadro generale in cui essi si inseriscono: quello di una crescente corsa agli armamenti che, mentre mantiene un arsenale nucleare in grado di cancellare la specie umana dalla faccia della Terra, punta su testate e vettori high tech sempre più sofisticati.

   La Federazione degli scienziati americani (Fas) stima nel 2017 che la Corea del Nord abbia «materiale fissile per produrre potenzialmente 10-20 testate nucleari, ma non ci sono prove disponibili che abbia reso operative testate nucleari trasportabili da missili balistici».

   Sempre secondo la Federazione degli scienziati americani (Fas), gli Stati uniti posseggono 6.800 testate nucleari, di cui 1650 strategiche e 150 non-strategiche pronte in ogni momento al lancio.

   Comprese quelle francesi e britanniche (rispettivamente 300 e 215), le forze nucleari della Nato dispongono di 7315 testate nucleari, di cui 2200 pronte al lancio, in confronto alle 7000 russe di cui 1950 pronte al lancio.

   Stando alle stime della Fas, circa 550 testate nucleari statunitensi, francesi e britanniche, pronte al lancio, sono dislocate in Europa in prossimità del territorio russo. È come se la Russia avesse schierato in Messico centinaia di testate nucleari puntate sugli Stati Uniti.

   Aggiungendo quelle cinesi (270), pachistane (120-130), indiane (110-120) e israeliane (80), il numero totale delle testate nucleari viene stimato in circa 15000. Sono stime approssimative, quasi sicuramente per difetto. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione delle testate e dei vettori nucleari.

   In testa sono gli Stati uniti, che effettuano continui test dei missili balistici intercontinentali Minuteman III e si preparano a sostituirli con nuovi missili (costo stimato 85 miliardi di dollari). Il Congresso ha approvato nel 2015 un piano (costo stimato circa 1000 miliardi) per potenziare le forze nucleari con altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi l’uno), armato ciascuno di 200 testate nucleari, e altri bombardieri strategici (550 milioni l’uno), ciascuno armato di 20 testate nucleari.

   Nello stesso quadro rientra la sostituzione delle bombe nucleari Usa B61, schierate in Italia e altri paesi europei, con le nuove B61-12, armi da first strike. Il potenziamento delle forze nucleari comprende anche lo «scudo anti-missili» per neutralizzare la rappresaglia nemica, tipo quello schierato dagli Usa in Europa contro la Russia e in Corea del Sud, non contro la Corea del Nord ma in realtà contro la Cina.

   Russia e Cina stanno accelerando la modernizzazione delle loro forze nucleari, per non farsi distanziare. Nel 2018 la Russia schiererà un nuovo missile balistico intercontinentale, il Sarmat, con raggio fino a 18000 km, capace di trasportare 10-15 testate nucleari che, rientrando nell’atmosfera a velocità ipersonica (oltre 10 volte quella del suono), manovrano per sfuggire ai missili intercettori forando lo «scudo».

   In tale situazione, in cui una ristretta cerchia di stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, in cui chi le possiede minaccia chi non ce le ha, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che già posseggono armi nucleari, ve ne sono all’incirca altri 35 in grado di costruirle. Tutto questo viene ignorato da giornali e telegiornali, mentre lanciano l’allarme sulla Corea del Nord, denunciata come unica fonte di minaccia nucleare.

   Si ignora, ricordava ieri Michel Chossudovsky, anche la «lezione» che a Pyongyang fanno capire di aver imparato: Gheddafi – ricordano – aveva rinunciato totalmente a ogni programma nucleare, permettendo ispezioni della Cia in territorio libico.

   Ciò però non lo salvò quando Stati uniti e Alleanza atlantica decisero di attaccare e di distruggere ad ogni costo lo Stato libico. Se esso avesse avuto armi nucleari, pensano a Pyongyang, nessuno avrebbe avuto il coraggio di attaccarlo. Tale ragionamento può essere fatto anche da altri: nell’attuale situazione mondiale è meglio avere le armi nucleari che non averle.

   Mentre in base a questa pericolosa logica aumenta la probabilità di proliferazione nucleare, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato a grande maggioranza dalle Nazioni Unite lo scorso luglio, viene ignorato da tutte le potenze nucleari, dai membri della Nato (Italia compresa) e dai suoi principali partner (Ucraina, Giappone, Australia).

   Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e quindi rimuova dal suo territorio le bombe nucleari Usa, la cui presenza viola il Trattato di non-proliferazione già ratificato dall’Italia. Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza. (Manlio Dinucci)

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DIPLOMAZIA LA PARTITA ALL’ONU

NORD COREA, L’ORA DELLE SANZIONI: BLOCCO NAVALE COME A CUBA?

di Guido Olimpio e Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 11/9/2017

PECHINO-MILANO. Il segretario generale dell’Onu è preoccupato: dalla minaccia nordcoreana e dal rischio che il Consiglio di Sicurezza si spacchi proprio adesso. La prova del fuoco è fissata per oggi, quando gli americani vorrebbero portare al voto la nuova risoluzione contro la Nord Corea, la settima dal 2006, anno del primo test nucleare fuorilegge.

   Kim Jong-un, festeggiando scienziati e tecnici che il 3 settembre hanno fatto esplodere una Bomba-H sotterranea causando un terremoto di 6,3 gradi sulla scala Richter, ha ripetuto che il suo popolo «in questo periodo arduo ha dimostrato di saper tirare la cinghia». Ha dato così ragione al monito del russo Vladimir Putin: «Le sanzioni non servono, mangeranno anche l’erba per resistere».

   Però, l’embargo al momento sembra l’unica opzione. Per questo Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e anche l’Italia, che siede in Consiglio di Sicurezza fino a dicembre, vorrebbero imporre il più duro nella storia. La prima bozza prevedeva lo stop completo alle forniture di petrolio, la fine dell’export di tessile nordcoreano, il divieto di ogni transazione finanziaria comprese le rimesse delle decine di migliaia di lavoratori nordcoreani spediti all’estero, anche un blocco navale come quello messo in atto da Kennedy nel 1962 durante la Crisi di Cuba.

   Cina e Russia non vogliono cedere sul petrolio per non far cadere il regime. E le chiavi del rubinetto le hanno loro: delle circa 850 mila tonnellate di greggio e altri prodotti petroliferi 700 mila arrivano dai cinesi, soprattutto attraverso l’Oleodotto dell’Amicizia; i russi forniscono 40 mila tonnellate all’anno. Cinesi e russi direbbero sì al blocco del tessile, che rappresentava nel 2016 la seconda voce delle esportazioni di Pyongyang dopo il carbone (bloccato con la risoluzione di condanna del 5 agosto assieme ai prodotti ittici).

   Questa industria porta in Nord Corea 752 milioni di dollari l’anno, per l’80% da acquisti cinesi. Ma qualche cosa in più, Putin e Xi Jinping dovranno concedere per non arrivare a una rottura con Washington.

   Si discute molto del blocco navale. Nella prima bozza prevede che qualsiasi nave da guerra di qualunque nazione possa fermare in mare ed ispezionare tutti i mercantili nordcoreani sospettati di trasportare merci vietate, consentendo l’uso di «tutti i mezzi necessari», anche la forza.

   Ordini di arrestare le macchine o abbordaggi possono portare a incidenti armati. I cargo nordcoreani sono impegnati nella consegna e nello scambio di tecnologia proibita e armi. È un flusso continuo: nel marzo del 1991, per esempio, il Corriere rivelò la rotta di una nave di Pyongyang diretta in Siria, con nelle stive alcuni missili Scud C. Poi in un porto indiano furono intercettati vettori acquistati da Gheddafi, solo alcuni di molti episodi.

   Il varo di sanzioni più dure sarebbe un successo politico per Donald Trump e manterrebbe lo status quo della crisi: nessuna azione militare dall’esito potenzialmente catastrofico, nella speranza finora mal riposta di fermare la corsa alle armi di distruzione di massa. Ma a Pyongyang dicono che guarderanno con attenzione a quello che succede al Palazzo di Vetro e poi decideranno come reagire.

   Lo aveva promesso anche Kim Jong-un a metà agosto riferendosi alle manovre imminenti militari americane a Sud del 38° Parallelo: e quando sono cominciate ha fatto lanciare il missile sopra il Giappone, il 28 agosto, e poi ha ordinato il test nucleare. I fautori dell’embargo dicono che «le sanzioni sembrano non funzionare fino a quando l’avversario non cede».

   Proprio alla vigilia della riunione del Consiglio di Sicurezza è arrivato il rapporto su aggiramento e violazione dell’embargo: in 111 pagine sono tracciati 270 milioni di dollari almeno incassati da Pyongyang tra febbraio e agosto. Carbone esportato in Malesia e Vietnam; rame in Cina; Scud e missili terra-aria forniti ancora alla Siria di Assad; sostanze chimiche; armi leggere e antiaeree verso Angola, Congo, Eritrea, Mozambico, Namibia, Tanzania e Uganda. Non proprio una sorpresa. (Guido Olimpio e Guido Santevecchi)

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NON LASCIAMO SOLI GLI USA NELLA CRISI NORDCOREANA

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 6/9/2017

– Guerra o pace per l’America (e i suoi alleati) –

   Gli alleati dell’America avrebbero preferito avere a che fare con un presidente meno imprevedibile di Donald Trump. Avrebbero voluto che nelle questioni internazionali gli Stati Uniti parlassero con una voce sola, e riflettessero attentamente prima di parlare.

   Ma poi viene il momento in cui la scelta che l’America deve compiere è tra guerra e pace, e quella è l’ora in cui l’inquilino della Casa Bianca, chiunque sia, ridiventa il capo dell’Occidente. Gli alleati degli Stati Uniti devono capire che oggi, mentre la Corea del Nord sviluppa ordigni nucleari sempre più micidiali e acquista la capacità tecnica di colpire gli Stati Uniti, non esistono più vicinanze o lontananze geografiche dal possibile teatro di scontro.

   Esistono invece gli schieramenti delle ore gravi, le alleanze che vanno al di là delle persone, e sarebbe un errore, soprattutto per gli europei, non far sentire all’America in tormento la loro vicinanza, i loro pareri, anche le loro amichevoli critiche.

   Lo ha ben capito Angela Merkel che ieri ha telefonato a Trump non soltanto perché è in campagna elettorale, e c’è da sperare che altri seguiranno, Italia compresa, e verificheranno la possibilità di un vertice transatlantico dedicato esclusivamente all’emergenza nordcoreana. Perché di emergenza si tratta, non facciamoci illusioni.

   Davanti ai formidabili (o terribili) progressi compiuti da Kim Jong-un in campo nucleare e in campo missilistico, l’Occidente ha reagito con il consueto istinto pavloviano rimasto immutato dalla presidenza Clinton in poi: dure parole di condanna miste a stupore, limitate contromisure militari per tranquillizzare Seul e Tokyo, lamentele verso la Cina, sanzioni economiche sempre più estese.

   Washington, questa volta, vorrebbe che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse una sorta di embargo commerciale mondiale contro la Corea del Nord. Ma ha perfettamente ragione Vladimir Potin quando avverte che le sanzioni risulteranno inefficaci perché i dirigenti nordcoreani sono pronti a «mangiare erba» pur di portare avanti il loro programma militare atomico.

   E’ appunto questa la terrificante presa d’atto alla quale l’America sta lentamente arrivando, e che non deve sfuggire agli alleati. Kim e i suoi antenati sono lucidi e crudeli calcolatori, non pazzi. Essi sono convinti, e non da oggi, che soltanto la disponibilità di un arsenale nucleare può garantire la sicurezza della Corea del Nord e la sopravvivenza della sua classe dirigente.

   Il pericolo può venire dall’odiata America, dalla separata Corea del Sud, e sarà meglio non fidarsi nemmeno della sempre meno amica Cina. Per questo la polizza di assicurazione atomica va perseguita impegnando tutte le risorse, senza badare a carestie o a nuove sanzioni. Per questo la Corea del Nord non diventerà mai «ragionevole» prima di aver avuto dagli Usa il riconoscimento del proprio status di potenza nucleare. E anzi, moltiplicherà le provocazioni per tentare di accelerare il processo.

   Per l’America la vera alternativa, dietro lo schermo temporeggiatore delle sanzioni, è tra guerra e pace.

   La guerra comporterebbe un massacro oggi non misurabile, una apocalisse asiatica che di certo coinvolgerebbe i sudcoreani, le forze statunitensi presenti in Sud Corea e a Guam, forse i giapponesi. E il superamento della soglia nucleare scuoterebbe dalle radici i già fragili equilibri mondiali, economici e geopolitici.

   La pace richiederebbe un dialogo negoziale assai improbabile senza previe concessioni sullo status di potenza atomica. E comunque renderebbe probabile una proliferazione nucleare regionale che potrebbe coinvolgere, oltre alla Corea del Sud, anche un Giappone tuttora tormentato dalle tragiche memorie di Hiroshima e di Nagasaki.

   E ancora, fino a che punto potrebbero gli Usa fidarsi degli impegni di una Corea del Nord che conserverebbe una capacità di primo colpo atomico contro il territorio americano o contro le basi americane? Trump non si mette più sullo stesso piano verbale delle minacce di Kim, dice «vedremo» e rivela così una benvenuta consapevolezza dell’enorme posta in gioco.

   Se deciderà di colpire, aprirà la porta su un baratro insondabile. Se resterà alla finestra spingendo ancora il pulsante delle sanzioni, di fatto inviterà Kim Jong-un a nuovi e sempre più ultimativi «messaggi» nucleari e balistici.

   No, gli alleati di Trump non possono guardare dall’altra parte e limitarsi a pronunciare le solite condanne. L’America deve sentirci vicini. E devono sentirci vicini i generali di cui Trump si è circondato, perché saranno loro, nella meno catastrofica delle ipotesi, a dover misurare fin dove si può provare a trattare con i bombaroli atomici di Pyongyang. (Franco Venturini)

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MISSILI E GAS, ECCO PERCHÉ NESSUNO VUOLE LA GUERRA

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 5/9/2017

XIAMEN – Arrivano i B-2? I ragazzi sono già pronti e non c’è neppure bisogno che Donald Trump prema il temibile bottone. La “forza massiccia” che il segretario alla Difesa Jim “Cane Matto” Mattis ha promesso a Kim Jong-un non prevede, e ci mancherebbe, l’utilizzo del nucleare. Almeno in partenza. Perché il gioco di indovinare come possa andare davvero a finire l’ha fatto pochi giorni fa un giornale austero come l’Economist: e il penultimo atto vede l’incubo del fungo alzarsi sulla Corea del Nord. Perché penultimo? Perché nessuno può assicurare quale possa davvero essere l’ultimo. Per esempio: quella nuvola atomica che allora, dalla Corea, comincerebbe pian pianino a strozzare anche la Cina promette malissimo.

GLI OBIETTIVI

Sono dunque pronti i ragazzi dei B-2 e quelli dei jet invisibili, gli F-35 e gli F-22, che per l’occasione potrebbero essere accompagnati dagli F-15 e F-16 dei coreani del sud e dei giapponesi: una mini “coalizione dei volenterosi” incaricata di impartire una lezione a Kim.

   E qui comincia il problema numero uno: che tipo di lezione? Gli Usa, giurano gli esperti, potrebbero davvero “colpire chirurgicamente”, come si dice da almeno trent’anni. Ma colpire chi: e soprattutto che cosa? L’elenco è il solito: siti di lancio dei missili, siti nucleari, infrastrutture militari. Vogliamo davvero dare una lezione? Prendiamo nel mirino Wonsan, prendiamo nel mirino Kalma: basterebbe colpire un missile in partenza da laggiù per stravolgere i piani di Kim. Ma dopo?

LE IPOTESI

Gli esperti di Atlantic hanno riassunto tre tipi di scenari. Il primo è un attacco condotto dal largo: l’ipotesi appunto dei Tomahawk lanciati da navi o sottomarini come successo contro la Siria – poco più di un blitz. Il secondo è il più classico attacco aereo – che però già comporterebbe affrontare l’agguerrita difesa del nord. Il terzo è l’opzione hitech: dallo sganciamento di un GBU-43 Massive Ordnance Penetrator, la cosiddetta “madre di tutte le bombe” che gli Usa hanno sperimentato per la prima volta in Afghanistan, potenza esplosiva da undici tonnellate di Tnt, l’ordigno più potente in mano agli yankees (dopo, c’è solo l’Atomica). Naturalmente la tesi accreditata dai falchi è un’altra: attacchiamo con l’ipotesi numero 1, 2 e 3. Tutte insieme. I missili cruise che arrivano dal mare, gli F-228 che tagliano la difesa aerea nordcoreana e i B-2 che picchiano come un basso, schiacciando ogni possibilità di reazione.

LA REAZIONE

Peccato che la Corea del Nord non sia la Siria di Assad o l’Afghanistan dei Taliban. E che per rispondere per le rime Kim non avrebbe neppure bisogno di usare la sua nuovissima Bomba, quella testata domenica (3 settembre, ndr). Basterebbe dare il via immediato alla ritorsione con armi tradizionali. I 10 milioni di abitanti di Seul continuano a prosperare a tre quarti d’ora dal 38esimo parallelo: una cinquantina di chilometri. Dietro la zona demilitarizzata imposta dopo l’armistizio del 1953 è pronta a esibirsi l’artiglieria. Che avrebbe neppure bisogno di puntare al quartier generale sudcoreano di Gyeryongdae o al centro di smistamento Usa di Osan: con un raggio d’azione di 200 km si fa fuoco dove si può. E poi è vero: molte dotazioni sono arretrate e secondo gli americani il 15% dei proiettili esploderebbe in partenza. Ma il Nord può contare comunque su 8mila pezzi tra cannoni e lanciatori e almeno un migliaio di missili balistici capaci di colpire il Sud. Potenti quanto?

LE INCOGNITE

Una singola salva nordcoreana farebbe piovere «più di 350 tonnellate di esplosivo sulla capitale sudcoreana: quasi la stessa quantità di artiglieria sganciata da 11 bombardieri B-52». Lo scrivono gli stregoni di Sratfor, il think tank militare. Che si spingono anche a ipotizzare le due possibile reazioni di Pyongyang.

   Il primo è il contrattacco classico: ci si riversa sugli obiettivi sudcoreani e magari anche americani vicini al confine. L’altro è il contrattacco simbolico: obiettivi civili, infrastrutture, una reazione capace comunque di creare lo shock nella popolazione. Steve Bannon, l’ex stratega licenziato da Donald Trump, una cosa giusta l’ha detta prima di levare il disturbo: l’opzione militare sarà possibile quando mi assicurerete che nella prima mezz’ora non muoiano dieci milioni di sudcoreani. Mezz’ora no, ma Sam Gardiner, un colonnello in pensione dell’Air Force, ha stimato un milione di vittime nelle prime 24 ore. E dunque?

   Dice a Repubblica l’esperto Hong Yuan della Chinese Academy of Social Sciences: «Dopo l’ultimo test lo spettro di una guerra nucleare è diminuito invece che aumentato. Oggi Pyongyang ha la capacità di reagire sia con le armi tradizionali che con quelle nucleari. Gli Usa vogliono provare a distruggere il suo arsenale? E come fanno a trovarlo in un territorio montuoso all’85%? Nascosti chissà dove».

   È l’amara verità: nascosti chissà dove. Proprio come le soluzioni di questa crisi. (Angelo Aquaro)

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NORD COREA, L’ONU PREPARA L’EMBARGO MA PUTIN È CONTRO: «SANZIONI INUTILI»

di Stefano Carrer, da “il Sole 24ore” del 6/9/2017

– Grandi divisi sull’embargo petrolifero –

   Solo le massime sanzioni internazionali potrebbero consentire di risolvere il problema nordcoreano attraverso la diplomazia: con questo argomento l’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, ha preannunciato che gli Usa cercheranno di introdurre al voto una nuova risoluzione al Consiglio di Sicurezza per portare ai massimi le penalità verso Pyongyang .

   Dopo il già avvenuto rafforzamento delle sanzioni del 5 agosto scorso, non resta molto su cui dare un giro di vite: circolano ipotesi di bando dell’aerolinea nazionale e dell’impiego di lavoratori nordcoreani all’estero, oltre a quella che alcuni economisti considerano un'”arma nucleare” sull’economia, ossia un embargo sul petrolio.

   Ma su questo si profila l’opposizione di Cina e Russia. Vladimir Putin ha definito le sanzioni «inutili» e «inefficaci», aggiungendo che ormai i nordcoreani sono pronti a mangiare erba pur di non rinunciare al programma nucleare.

   Difficile dare torto al presidente russo per quanto riguarda il passato: la stessa Haley in fondo l’ha riconosciuto, indicando – per sostenere una linea più dura – che l’approccio «incrementale» alle sanzioni (introdotte fin dal 2006 e rafforzate a poco a poco) non ha funzionato.

   È un fatto che il regime abbia continuato per la sua strada, mentre l’economia non è stata affatto messa in ginocchio. Secondo le stime della Banca di Corea l’anno scorso – nonostante sanzioni rafforzate e il crollo dell’87,7% dell’interscambio con il Sud dovuto alla chiusura della zona industriale mista di Kaesong – il Pil nordcoreano è cresciuto del 3,9%: la migliore performance dal 1991, con una fuoriuscita dalla recessione del 2015 (-1,1%).

   Un risultato dovuto in buona parte all’attività mineraria (84%) e a un export (4,6%, massimo dal 2013), guidato dalle spedizioni di prodotti ittici (74%), mentre l’import è salito del 4,8%.

   Più in generale, la tolleranza del regime verso forme di mercato nero o paralegale ha contribuito a sostenere il reddito della popolazione, mentre Pyongyang ha accentuato il suo ruolo di vetrina della nazione. Se è lo stesso programma nucleare ad aver probabilmente contribuito al Pil grazie alla manifattura di componentistica, per alcuni analisti proprio la ripresa economica ha consentito al regime di accelerare i suoi programmi militari.

   C’è chi prevede ora una seria recessione dopo le nuove sanzioni estese ad alcune materie prime come carbone e minerali di ferro, chiamando in causa soprattutto il ruolo della Cina (che conta per la stragrande maggioranza del commercio di Pyongyang).

   Rajiv Biswas, capo economista di HIS Markit ha previsto per quest’anno una contrazione del Pil nordcoreano del 5,5%. La Fao ha altresì avvertito di recente sulla possibilità di un ritorno della carestia nelle campagne, dopo l’andamento disastroso di alcuni raccolti nei mesi scorsi, mentre già a marzo un rapporto Onu ha segnalato che il 41% dei nordcoreani sarebbe «sottonutrito».

   Appare verosimile che la crisi si estenderebbe dall’agricoltura a ogni settore economico con un embargo sul petrolio (fornito soprattutto dalla Cina, in un ordine stimato a mezzo milione di tonnellate annue di greggio, più 200 mila di prodotti raffinati). Anche in questo caso però, è ben dubbio che il regime rinunci al programma nucleare, perché, come ha ricordato Putin, lì ricordano bene i casi di Iraq e Libia (e quindi l’atomica è considerata una indispensabile polizza di assicurazione contro tentativi di “regime change”).

   II duro Putin ha fatto il compassionevole citando un”aspetto umanitario”: nuove misure punitive farebbero soffrire milioni di persone. Gli ambienti della destra giapponese sono tra i più risoluti nel chiedere l’embargo sul petrolio, con qualche amnesia sono proprio loro a ritenere che il Giappone non ebbe da rimproverarsi nulla nella seconda guerra mondiale, in quanto non sarebbe stata Tokyo a decidere la guerra agli Usa, ma vi fu costretta dalla vera e propria dichiarazione di guerra americana arrivata sotto forma di embargo sul petrolio. (Stefano Carrer)

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IL SIGNIFICATO GLOBALE DELLA MOSSA DI KIM

di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 4/9/2017

– Se c’era bisogno di una prova che non siamo di fronte a un pazzo, ma a un megalomane che tuttavia calcola e sfrutta con abilità la sua rendita di posizione geostrategica, la bomba della domenica (all’idrogeno o meno ha un’importanza relativa) l’ha fornita al di là di ogni ragionevole dubbio –

   Come da manuale delle provocazioni strategiche, il 3 settembre il regime nordcoreano ha letteralmente causato un terremoto nella penisola asiatica, conducendo il più potente test nucleare della sua Storia.

Ancora una volta Kim Jong-un spiazza i suoi avversari con una escalation graduale e soprattutto massimizza l’impatto politico, scegliendo per i suoi esperimenti da Dottor Stranamore un altro giorno di festa molto simbolico per l’America: dopo il test del missile balistico intercontinentale del 4 di luglio, giorno dell’Indipendenza, l’esplosione di ieri ha coinciso con il weekend del Labor Day, la festa che segna la fine della pausa estiva e il ritorno al lavoro dell’intera nazione.

   Se c’era bisogno di una prova che non siamo di fronte a un pazzo, ma a un megalomane che tuttavia calcola e sfrutta con abilità la sua rendita di posizione geostrategica, la bomba della domenica (all’idrogeno o meno ha un’importanza relativa) l’ha fornita al di là di ogni ragionevole dubbio. Grazie agli errori accumulati in trent’anni dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale, sempre oscillanti tra condanna e procrastinazione, l’uomo nero di Pyongyang, ultimo e forse più crudele erede di una dinastia di satrapi, è ormai a un passo dall’acquisizione di una piena e completa capacità atomica militare, che lo metterebbe in grado di colpire il territorio degli Stati Uniti.

   Di più, come ha ammonito di recente Henry Kissinger, la sfida posta da Kim va ben oltre la minaccia all’America. Essa attiene anche alla prospettiva di caos nucleare che una Corea radioattiva potrebbe precipitare nell’intera regione. Paesi come Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Australia verrebbero probabilmente spinti a dotarsi anche loro di armi atomiche. Ecco perché quella che va in scena nel teatro asiatico è la prima, vera crisi globale con cui si misura l’Amministrazione Trump. Ma è anche la prima crisi in cui la retorica al testosterone del nuovo presidente tocca con mano i limiti della proiezione strategica americana.

   A dispetto dei suoi proclami, l’opzione militare contro il regime di Kim appare oggi preclusa a Trump, sconsigliata perfino dai militari che la considerano, James Mattis dixit, «catastrofica».

   La ragione di questo vincolo è il convitato (per ora) di pietra dell’intera partita, la Superpotenza cinese, fattore ineludibile della nuova equazione globale. Esasperata non meno degli americani dai fuochi d’artificio radioattivi di Kim, Pechino non vuole e non può abbandonare il suo protegé. Trattiene la rabbia per essersi vista rovinare la festa del vertice dei Brics. Ne subisce perfino le velate minacce, come ci racconta oggi il nostro Guido Santevecchi. Aderisce all’embargo sul carbone, ma non taglia le forniture di petrolio come chiedono gli Usa. Cerca di convincere il leader coreano a negoziare, ma senza crederci troppo. Soprattutto, la Cina non avallerebbe mai un’azione militare, temendo un crollo del regime che porterebbe ai suoi confini o il caos o ancora peggio dal suo punto di vista un’eventuale riunificazione della penisola sotto insegne americane.

   Al fondo, c’è la profonda sfiducia di Xi Jinping verso Trump e la potenza americana. A dispetto dell’interdipendenza delle loro economie, il leader cinese è infatti convinto che gli Usa vogliano bloccare l’ascesa mondiale del suo Paese. In questo senso la crisi nordcoreana altro non è che un derivato del conflitto tra Cina e Stati Uniti, sempre a rischio di cadere in quella che Graham Allison ha definito la «Trappola di Tucidide», l’inevitabile scontro al quale due potenze, una in crescita l’altra affermata, sono condannate nella lotta per l’egemonia globale, proprio come Sparta e Atene.

   Eppure, e torniamo alla saggezza di Kissinger, «un accordo tra Washington e Pechino è il prerequisito essenziale per la denuclearizzazione della Corea del Nord». Un grand bargain, sostenuto da un’offerta di cooperazione al regime di Kim e dall’intesa ferrea che non ci saranno rovesci di alleanze politiche. Uno scenario nel quale anche la Russia e la fin qui latitante Europa potrebbero svolgere un ruolo prezioso. Anche se questo Kissinger non lo dice. (Paolo Valentino)

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