CATALOGNA INDIPENDENTISTA? Forse sì, forse no: ma IL REFERENDUM del 1° ottobre non si potrà fare – La crisi degli Stati nazionali è anche crisi delle Regioni (come da noi VENETO e LOMBARDIA: al referendum per l’autonomia il 22/10) – L’EUROPA POTREBBE INTERVENIRE, e mediare sulla crisi spagnolo-catalana

La SAGRADA FAMILIA con srotolata una bandiera per l’indipendenza catalana, Barcellona, 11 settembre 2017
(David Ramos/Getty Images) – Il comune di BARCELLONA NON APRIRÀ SEGGI ELETTORALI IL PROSSIMO 1 OTTOBRE, quando si dovrebbe tenere il referendum (dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale) per la secessione della Catalogna dalla Spagna. Barcellona, guidata dalla sindaca ADA COLAU (sindaca prima impegnata nei movimenti per la casa a tutti, indipendente, eletta nel 2015 in una lista civica, anche appoggiata da Podemos, ma non appartiene a nessun partito, ndr), insieme ad ALTRI SEI COMUNI della Catalogna CON PIÙ DI 100.000 ABITANTI, ha respinto la richiesta del PRESIDENTE DELLA GENERALITAT (IL GOVERNO REGIONALE CATALANO) PUIGDEMONT, di cedere locali comunali per garantire seggi elettorali nella giornata del primo ottobre. Questi SETTE MUNICIPI DELLA CATALOGNA, nei quali vive più di UN TERZO DELLA POPOLAZIONE DELLA REGIONE, hanno argomentato il loro no affermando che rispetteranno le disposizioni della Corte Costituzionale. Il Tribunal Constitucional, oltre a dichiarare illegittima la legge per il referendum approvata la sera del 6 settembre scorso, ha comunicato agli oltre 900 sindaci catalani che, nel caso in cui partecipassero alla realizzazione del referendum illegale, incorrerebbero nella possibilità di commettere un reato

   Il 6 settembre i partiti indipendentisti della Catalogna, a Barcellona, hanno approvato nel Parlamento Catalano, la legge che spiana la strada alla convocazione del referendum sull’indipendenza, già annunciata da tempo per il primo ottobre prossimo.

   Un referendum che però, per la Costituzione spagnola, è illegale. Comunque vada a finire (e pare non ci siano dubbi che mai e poi mai il governo spagnola permetterà la realizzazione del referendum), comunque vada, la giornata del 6 settembre scorso resta una giornata (negativamente) storica per la Spagna come Paese unito: segna la rottura definitiva di ogni possibilità di dialogo fra indipendentisti (la Comunità Autonoma della Catalogna) e dall’altra gli unionisti che si riconoscono nella Spagna come stato nazionale. Una situazione inedita mai vista prima dopo la fine del franchismo, nei 40 anni di democrazia. Un livello di sfida del governo catalano verso lo stato centrale spagnolo mai raggiunto prima.

LA CATALOGNA è Il motore dell’economia spagnola, la regione più ricca della spagna. Il Pil catalano vale il 19% del Pil spagnolo. Il 26% delle esportazioni della Spagna sono catalane. Il 65% delle esportazioni catalane è diretto ai paesi Ue. Sono 615mila le aziende attive in Catalogna. 5.600 le imprese straniere attive in Catalogna. Il 38% delle imprese straniere presenti in Spagna sono in Catalogna

   Perché le posizioni tra i due governi, quello centrale e quello locale indipendentista, restano incolmabili, non ci sono ponti, né alcun tipo di dialogo, di mediazione.

   Così Madrid sta ora impedendo in tutti i modi che il 1° ottobre si tenga il referendum, non solo mandando carte bollate e diffide, ma anche inviando rinforzi della Guardia Civil, in primo luogo mobilitata a cercare le stampe delle schede e le urne che si vogliono utilizzare per il referendum considerato fuorilegge.

Referendum: la sceda elettorale come sarebbe se il referendum si realizzasse l’1 ottobre – La Catalogna sarà indipendente se ci sarà il referendum (e se gli indipendentisti lo vinceranno)? A Barcellona è tutto pronto ma per la Spagna il voto non ha base legale. Una dichiarazione unilaterale di indipendenza potrebbe avere conseguenze gravissime. La forza delle rivendicazioni separatiste dipenderà da quanti catalani voteranno Sì in un referendum che non prevede quorum

   Come prima accennavamo, questa consultazione popolare catalana per l’indipendenza dalla Spagna è stata promossa dalla GENERALITAT DE CATALUNYA (il governo regionale catalano, con a capo CARLES PUIGDEMONT), ed è stato approvata dal PARLAMENTO DELLA CATALOGNA.

   Da parte sua, il governo spagnolo in carica si oppone a qualsiasi referendum locale di autodeterminazione, perché la COSTITUZIONE SPAGNOLA non consente di votare sull’indipendenza di alcuna regione, giudicando pertanto la consultazione illegale.

Manifestazione indipendentista

   Se la Costituzione spagnola non prevede referendum di autodeterminazione, forse il tema, l’iniziativa del referendum, poteva essere contrattata tra le parti, magari da parte degli indipendentisti chiedendo per la Catalogna un’autonomia ancora più spinta, più forte… al potere centrale di Madrid (autonomia che già è molto marcata nella regione catalana), evitando che si arrivi a una vera e propria secessione, con la costituzione di un nuovo stato.

   Peraltro l’onda indipendentista in Catalogna è tutta da vedere nella sua effettiva dimensione fra la popolazione (da misurare nelle urne, da verificare). Se è vero che masse enormi di persone partecipano a manifestazioni e iniziative indipendentiste (come è accaduto lo scorso 11 settembre a Barcellona), è anche vero che può esistere una “maggioranza silenziosa” che potrebbe farsi viva nelle urne, nella realizzazione di un eventuale legittimo referendum pro o contro l’indipendenza.

Catalogna evidenziata in giallo – COSA CHIEDE LA CATALOGNA? La Catalogna rivendica una storia, una cultura e una lingua diverse dal resto della Spagna. Le spinte indipendentiste sono sempre state fortissime e tenute sotto controllo solo dalle concessioni dei governi nazionali. I partiti autonomisti catalani, di destra e di sinistra, si sono coalizzati nel nome del «diritto a decidere» dei cittadini e vogliono che si tenga un referendum sull’indipendenza il primo ottobre. Le leggi sulla consultazione approvata il 6 settembre scorso dal Parlamento catalano hanno già messo di fatto la Catalogna fuori dall’ordinamento giuridico spagnolo

   Secondo i sondaggi oggi la scelta indipendentista contro quella unionista al referendum avrebbe la possibilità di prevalere per una manciata di voti, 52 a 48 più o meno. Ma molti elettori “unionisti”, contrari al “salto nel vuoto” dell’indipendenza, forse non si esprimono pubblicamente, nemmeno nei sondaggi, in un clima di euforia pro-indipendenza.

   E forse anche l’atteggiamento duro e senza dialogo del governo centrale che si è opposto frontalmente alla richiesta del “diritto a decidere” del popolo della Catalogna, ha danneggiato la causa “unionista”: la non realizzazione del referendum, l’impedimento usando anche le forze di polizia, questo non fa altro che creare una grande frustrazione in tutti quelli che ci hanno creduto in buona fede; e aumentare ancor di più il numero di chi vuole la separazione.

Il presidente del governo della Catalogna, Carles Puigdemont

   Resta che non è detto che la maggiorana dei catalani, rendendosi conto del pericolo dall’uscire dalla Spagna, dal dover reinventare tutto, decida di andarsene dalla unione con la Spagna; ed è probabile che il no all’indipendenza avrebbe vinto.

   In ogni caso tutto è stato congegnato male dagli indipendentisti nel proporre il referendum: non si sa minimamente che tipo di paese si vuole costruire in alternativa con la “nuova Catalogna”. Un referendum poi fatto senza regole certe: senza una commissione di controllo sui risultati, senza i paradigmi costituzionali della legalità, e pertanto senza alcuna legittimità. Senza aver stabilito alcun quorum minimo di votanti per la sua validità: vale la maggioranza relativa (cioè la maggioranza di chi va a votare) o assoluta (il 50 più uno degli elettori)?

BARCELLONA, 11 SETTEMRE 2017: MANIFESTAZIONE INDIPENDENTISTA – La Diada, la festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona nella guerra di successione del 1714, è l’occasione, dal 2012, per esibire la forza dell’indipendentismo. Così, nel giorno della Diada, si è manifestata la voglia indipendentista dei catalani (per la polizia municipale di Barcellona c’era 1milione di persone, per il governo 350mila)(durante la manifestazione si è tenuto anche un minuto di silenzio in ricordo delle vittime degli attacchi terroristici di agosto). Il corteo è partito in Paseig de Gracia e si è concluso in Plaza Catalunya

   E poi, il “libero Stato di Catalogna” da chi sarà riconosciuto? Con le regole attuali l’Unione Europea certo non lo farà: perché servirà il consenso della Spagna, e, ancor di più, per evitare episodi a catena di regioni che frammentano gli stati separandosi con referendum autogestiti di dubbia legalità e democraticità…

   Nonostante tutto questo, il problema del riconoscimento e allargamento dei poteri locali, ancor di più in situazioni di identità forti come è quella catalana (dove la lingua è forse l’elemento più importante, più ancora di essere la più ricca economia dello stato spagnolo), il riconoscimento dei poteri locali è cosa importante, dovuta.

Che per la Catalogna sia un momento storico non c’è dubbio: lo ha ripetuto anche LA SINDACA DI BARCELLONA ADA COLAU (nella foto), ex leader dei movimenti antisfratto e alleata di Podemos (ma non di Podemos), oggi in una situazione complicata: gli indipendentisti le chiedono di concedere i locali pubblici per votare, mettendo a rischio la sua fedina penale e quella dei dipendenti comunali

   Solo che più che fenomeni secessionisti e creazione di altri tanti piccoli stati e staterelli (in quelle che sono regioni europee pur ricche in stati nazionali spesso deboli), lo strumento democratico che nella storia (e in prospettiva politica futura) più adeguato non può che essere IL FEDERALISMO: una distribuzione di poteri che privilegia “il locale”, la comunità, gli individui, per materie che la scelta più vicina al popolo che si fa è cosa migliore, più efficiente; ma che mantenga e riconosco l’importanza di altri “livelli di potere” nazionali, sovranazionali, là dove le scelte da fare non possono essere delegate a comunità locali inadeguate a scegliere.

   Pertanto la situazione di impasse politico-istituzionale che rischia di crearsi in Spagna, che si realizzi o meno il referendum (ma non si realizzerà…), potrà essere risolta nell’ambito di una POLITICA FEDERALISTA dove il governo centrale potrà delegare ALTRI POTERI ALLA CATALOGNA, e contemporaneamente delegare altre competenze al PROGETTO POLITICO EUROPEO: a un’entità più grande e virtuosa (gli Stati uniti dì Europa).

Cosa può fare Madrid per fermare la secessione? Per la Costituzione spagnola «lo Stato è indivisibile». Per questo motivo il governo di Mariano Rajoy fa affidamento sulla Corte Costituzionale che ha sempre bocciato – come nel 2014 con un primo referendum poi – i tentativi della Catalogna di forzare le leggi nazionali per arrivare alla secessione. In casi eccezionali, la Costituzione attribuisce inoltre al governo di Madrid la facoltà, se una delle 17comunità autonome non rispetta la legge – di «adottare tutte le misure necessarie a proteggere l’interesse generale», fino ad arrivare ad azzerare l’autonomia delle istituzioni regionali

   La situazione catalana è istituzionalmente ben più grave dei referendum regionali che si terranno il 22 ottobre prossimo in LOMBARDIA e VENETO, dove invece vi sarà una consultazione della popolazione, degli elettori, per la possibilità di richiedere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; cioè se si vuole nella propria regione una maggiore autonomia dallo stato italiano (domanda forse pleonastica, con una risposta ovvia: chi non può volere maggiore autonomia?).

   C’è qui (vedendola dalla parte dei proponenti) un tentativo di dimostrare autorevolezza e forza regionale (certificata dal voto popolare) per avere più soldi dallo stato centrale…

   E’ da constatare che questi due referendum regionali sull’autonomia avvengono in un momento di debolezza delle classi dirigenti locali (veneta e lombarda). E il “pathos” per l’autonomia tra la popolazione non richiamerebbe certo le folle che ci sono in Catalogna…

   E’ una fase storica dove i “poteri regionali” e le classi dirigenti locali sono assai in crisi e si sono dimostrati fallimentari nella gestione della cosa pubblica: pensiamo al Veneto, con le due maggiori banche regionali fallite; oppure al progetto del MOSE a Venezia, le dighe mobili contro l’acqua alta, lungi da realizzarsi e vero collasso di denaro per le casse dello stato (5 miliardi e mezzo di euro spesi dal primo progetto del 1989 e la fine della realizzazione, e sicurezza dell’efficacia, è ben lungi dal realizzarsi); oppure pensiamo alla maggiore arteria stradale nazionale in realizzazione, la Superstrada Pedemontana Veneta, già costata più di 600 milioni di euro allo Stato (e ce ne vorranno moltissimi di più) e con un futuro di possibile realizzazione pieno di ombre e assai giustificato pessimismo… (s.m.)

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LA PARTITA CHE SI GIOCA IN EUROPA

di Cesare Martinetti, da “La Stampa” del 21/9/2017

   La scelta brutale del premier spagnolo Mariano Rajoy di bloccare il referendum catalano con l’arresto di un politico indipendentista e alti funzionari del governo regionale riapre in modo drammatico la questione dei nazionalismi. Dopo la vittoria di Brexit, la netta sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi aveva illuso i custodi dell’Europa, quasi fosse il sigillo a uno scampato pericolo.   Ma si trattava di un’anestesia e il risveglio di mercoledì (20 settembre) è stato altrettanto brutale: dai cosiddetti populismi alle indomate vene nazionaliste passano differenze lessicali, ma spesso nemmeno quelle. Per questo è parso a tutti fragoroso e clamoroso il silenzio registrato a Bruxelles di fronte alla scelta di Madrid di inviare la Guardia civil a bloccare l’organizzazione del referendum del primo ottobre. Tra i leader europei solo dall’entourage di Angela Merkel, impegnata nelle ultime ore di campagna elettorale, è arrivato un commento in favore del mantenimento della stabilità e dell’integrità statale spagnola.

   Le reazioni a Barcellona, per quanto pacifiche, non costituiscono certo il presupposto di una stabilizzazione. C’è da augurarsi che la prova di forza si risolva presto attraverso la politica. Arresti, perquisizioni e Guardia civil evocano la storia nera della Spagna, il muro che si è alzato ieri tra i «mossos» catalani e i gendarmi del governo centrale sono già un confronto non solo simbolico su quel che potrebbe accadere.

   I leader catalani parlano inevitabilmente di «totalitarismo» da parte di Madrid: noi vogliamo votare, loro hanno dichiarato guerra. Ma indipendentemente dalla svolta che prenderà la vicenda catalana che ha radici storiche e democratiche, essa si inquadra perfettamente nel diffuso senso di angoscia che soffia sul mondo occidentale e che si trasforma di volta in volta in rivolta, chiusura, ricerca di identità, sfiducia e diffidenza per i governi centrali.

   È la domanda di una nuova sovranità, dopo che l’impalpabile anima europea si è persa nella crisi e nella irriconoscibilità dell’azione comunitaria di fronte alla crisi. Ed è un sentimento che attraversa sul piano orizzontale destra e sinistra, o almeno quello che una volta in politica si chiamava con questo nome.

   L’altro ieri all’Onu (19 settembre, ndr) il presidente americano Donald Trump si è proposto come il campione di queste posizioni, sostenendo che il volano capace di unire gli Stati in un nuova strategia è la «difesa della propria sovranità». II francese Emmanuel Macron si è contrapposto rilanciando la classica posizione multilaterale per affrontare crisi come quella coreana. Tra i due si è aperta una sfida che ha per posta la leadership ideale.

   Ma a ben vedere, proprio nella vicenda francese, esemplare e simbolica che si è consumata nel ballottaggio presidenziale del 7 maggio, si può distintamente riconoscere il fattore «nazionale» come motore dell’uno e dell’altro campo, di governo e di opposizione. Appena varcata la soglia dell’Eliseo, Macron ha marcato ogni suo atto con il sigillo della République, arrivando a promettere di ridorare la perduta «grandeur». La celebrazione ostentata del 14 luglio – presente Donald Trump, a lungo inutilmente corteggiato da Marine Le Pen – è stato l’atto più teatrale; la schermaglia diplomatica con l’Italia per il controllo dei cantieri di Saint-Nazaire, quello più concreto.

   C’è dunque un nazionalismo antieuropeo e uno europeista, come quello di Macron o della Scozia che si ribella a Londra e Brexit. C’è quello che si esprime da tempo nell’Europa dell’Est, a Varsavia e con il suo governo eurodiffidente, a Budapest con Orban che considera Putin (altro campione del nazionalismo, ma su altra scala) come modello di democrazia autoritaria. Le elezioni tedesche di domenica, dove Angela Merkel è vincitrice annunciata, segneranno il ritorno dell’estrema destra (con sfumature neonazi) nel Bundestag e misureranno nell’ampiezza dei risultati i sentimenti dei tedeschi dopo la crisi degli immigrati di due estati fa. Ecco, intanto, in Cataluña sta andando in scena una rappresentazione che ci riguarda tutti. (Cesare Martinetti)

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SPAGNA, LA GUERRA CATALANA

MADRID-BARCELLONA, SCONTRO FINALE: ARRESTATI I DIRIGENTI DEL REFERENDUM

da “La Repubblica”, 21/9/2017.

   E’ scontro aperto fra Barcellona e Madrid. Mercoledì 20 la Guardia Civil ha fatto irruzione nelle sedi del governo del presidente Carles Puigdemont, arrestando 14 alti funzionari responsabili dei preparativi del referendum del primo ottobre. «Era l’unica risposta possibile», ha spiegato in Parlamento il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy. «Lo Stato deve reagire», ha detto. Durissima la reazione di Puigdemont che ha denunciato «l’autoritarismo di Madrid», affermando che il blitz crea «una situazione inaccettabile in democrazia». Puigdemont ha aggiunto che il referendum si svolgerà comunque.

   La Guardia Civil ha sequestrato 10 milioni di schede per il voto, materiale elettorale e le lettere di convocazione ai 45mila membri dei seggi. La struttura organizzativa è decapitata con gli arresti dei 14 alti funzionari, fra cui Josep Jové, braccio destro di Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna, uomo forte del governo e leader di Esquerra Republicana.

   Migliaia di persone sono scese in piazza al grido di «Libertà», «Indipendenza», e cantando Els Segadors, l’inno catalano. Ci sono stati momenti di tensione con gli agenti spagnoli che portavano via i dirigenti catalani in manette.

   Ma la protesta è rimasta pacifica. Alta tensione anche davanti alla sede del partito della sinistra indipendentista Cup, circondata dalle forze antisommossa e difesa da centinaia di manifestanti. Il presidente della Assemblea nazionale catalana, principale organizzazione indipendentista, Jordi Sanchez, ha annunciato una «mobilitazione senza precedenti» nei prossimi giorni.

   Ora l’arma totale di Rajoy è l’articolo 155 della Costituzione. È la norma che consente al governo, previa approvazione della maggioranza assoluta del Senato, di intervenire in una comunità autonoma e imporre il rispetto della legge. In questo caso il rispetto della sentenza del Tribunale costituzionale che vieta il referendum.

   Fino a ieri gli unici due partiti disposti ad arrivare all’uso dell’articolo 155 erano i Popolari di Rajoy e Ciudadanos di Albert Rivera. I socialisti sono divisi, Podemos contrario. Ma con l’operazione del 20 settembre della Guardia Civil a Barcellona, il governo centrale sta già applicando misure previste dal 155.

   L’altra misura per fermare i catalani è lo strangolamento finanziario. La stretta è stata annunciata dal ministro del Tesoro, Cristóbal Montoro, che in pratica ha assunto il controllo delle spese del governo autonomo, circa 1.400 milioni di euro mensili. Montoro ha vietato nuove spese da parte della Generalitat, il governo catalano, affermando che verranno garantiti da Madrid solo i pagamenti che riguardano sanità, istruzione, servizi sociali, sicurezza e stipendi pubblici. Che cosa possa accadere ora dipende dalla risposta di Barcellona. Se Puigdemont insisterà sul referendum, Madrid potrebbe inabilitarlo.

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L’IMBARAZZO POLITICO DELL’EUROPA DI FRONTE ALLE PICCOLE PATRIE

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 21/9/2017

   Non è bello, visto da Bruxelles, lo spettacolo degli arresti, delle perquisizioni e dei sequestri in Catalogna per impedirne il referendum indipendentista. La rinascita dell’Europa delle piccole Patrie è motivo di grande imbarazzo politico. Il fenomeno, infatti, riapre la ferita mai veramente rimarginata tra quello che l’Europa è e quello che dovrebbe essere, tra la realtà e l’utopia.

   I padri del federalismo hanno a lungo carezzato l’idea che una regionalizzazione dell’Unione potesse progressivamente togliere potere agli Stati-nazione ristabilendo un equilibrio democratico tra il livello centrale federale e il livello locale in cui le identità culturali, linguistiche, storiche sono più omogenee e più sentite.

   Ma la realtà della Ue, oggi, non è questa. L’Europa non è uno stato federale ma una creatura ibrida, fondata su un patto che ha per protagonisti proprio gli Stati nazionali e i loro governi centrali. E dunque, in quanto guardiana dei Trattati, la Commissione europea è obbligata a schierarsi dalla parte della legalità esistente. Deve difendere il diritto dello Stato spagnolo di imporre la propria costituzione e di impedire il referendum catalano.

   In passato, di fronte alle aspirazioni indipendentiste di Barcellona o di Edimburgo, la Commissione Barroso si era schierata con entusiasmo dalla parte dei governi centrali. Oggi la Commissione di Jean-Claude Juncker, che essendo lussemburghese viene da uno Stato più piccolo di qualsiasi regione, lo fa per dovere e per realismo. Senza zelo.

   Durante un dialogo via internet con i cittadini in occasione del suo discorso sullo Stato dell’Unione di qualche giorno fa, Juncker si era spinto fino a configurare una posizione di non intervento di Bruxelles sul conflitto catalano. Poi, dopo le rimostranze dei governi centrali e in particolare di quello spagnolo, è stato costretto a correggere il tiro. Ha riconosciuto la fondatezza giuridica della posizione di Madrid e ha confermato che, se la Catalogna scegliesse l’indipendenza, dovrebbe ricominciare da capo il processo di adesione alla Ue, scontrandosi verosimilmente con un veto spagnolo.

   Di fronte agli arresti e alle perquisizioni, Bruxelles si è trincerata dietro un «no comment» che molti hanno interpretato come una silenziosa disapprovazione della linea dura adottata da Rajoy. Perché non c’è dubbio che, dietro i fermenti indipendentisti che attraversano la Catalogna, la Scozia, le Fiandre o la Slesia, c’è sempre e comunque il progetto di riappropriarsi della propria identità senza rinunciare all’identità europea.

Se non esistesse il grande cappello della Ue, nessuno di questi movimenti si sognerebbe di uscire dal grembo degli Stati-nazione in cui la storia li ha confinati. L’Europa si trova dunque nella difficile situazione di dover contrastare aspirazioni che ha, sia pure indirettamente, alimentato e che a lei si ispirano. Se poi queste aspirazioni sono rintuzzate con la durezza di una repressione poliziesca, come sta avvenendo a Barcellona, la lacerazione europea tra realtà e utopia diventa ancora più dolorosa e difficile da gestire. (Andrea Bonanni)

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SCOZIA, CORSICA, SLESIA: NELL’UE CRESCE LA VOGLIA DI ANDAR DA SOLI

da “Il Mattino”, 21/9/2017

   Oggi è il turno del referendum catalano, nel 2014 c’era stato quello in Scozia, nel 2010 il Belgio sembrò sull’orlo di un divorzio tra fiamminghi e valloni: sono gli esempi più recenti di come separatismi e indipendentismi attraversano ancora l’Europa, simili a fiumi carsici che di tanto in tanto riemergono in superficie.

   Oltre alla Catalogna – in questo momento sotto i riflettori dell’attualità – ecco una mappa delle altre aree dell’Unione europea a più forte trazione localista, ricordando che non sono pochi gli Stati della Ue nati da una secessione: REPUBBLICA CECA, SLOVACCHIA, SLOVENIA, CROAZIA nonché le repubbliche baltiche ESTONIA, LETTONIA e LITUANIA che un tempo erano parte integrante dell’Urss.

Scozia. Nel 2014, un referendum ha respinto la secessione dal Regno Unito con il 55%. Ora i separatisti vorrebbero tornare alla carica ma la premier Nicola Sturgeon ha rimandato una seconda consultazione a dopo la Brexit, anche perché alle ultime elezioni il Partito nazionale scozzese ha perso voti e seggi.

Sentimenti separatisti e indipendentisti animano anche frange della popolazione nel Galles e nell’Irlanda del Nord.

Belgio. La spaccatura tra le due identità di fiamminghi, di lingua olandese, e valloni, francofoni, riemerge a ogni tornata elettorale. Tra il 2010 e il 2011 il Paese è rimasto 18 mesi senza governo. E’ il re a mantenere di fatto l’unità dello Stato.

Paesi Baschi. Dopo aver rinunciato alla violenza nel 2011, il gruppo indipendentista dell’Eta ha consegnato il suo arsenale l’8 aprile di quest’anno. 43 anni di lotta armata contro lo stato spagnolo, iniziata alla fine della dittatura franchista, hanno fatto 829 morti. Ora si punta a una maggiore autonomia della regione.

Corsica. A maggio l’Assemblea Corsa ha votato una legge che ha fatto della lingua regionale la seconda lingua ufficiale dell’isola, dopo il francese. «La lotta di liberazione nazionale non è finita», ha annunciato il Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica (Flnc) ancora quest’estate.

Slesia. Anche la Polonia ha i suoi separatisti, nella regione meridionale della Slesia, fortemente industrializzata, germanizzata nel Medioevo e tedesca fino al 1945, dove si parla una lingua a sé. Il Movimento per l’autonomia della Slesia è arrivato a prendere il 9% alle elezioni regionali nel 2010.

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MADRID METTE SOTTO TUTELA LE FINANZE DI BARCELLONA E SI PREPARA ALL’1-0

di Eugenio Cau, da “IL FOGLIO” del 16/9/2017

   Da una parte c’è il Gobierno e dall’altra c’è il Govern. Da una parte c’è Madrid e dall’altra Barcellona. Da una parte ci sono Mariano Rajoy e il suo ministro delle finanze Cristóbal Montoro e dall’altra Carles Puigdemont e il suo braccio destro Oriol Junqueras.

   Nella Spagna che attende il referendum indipendentista catalano del 1 ottobre (1-0 per i media spagnoli) e che ancora non sa rispondere ai mille interrogativi della sfida secessionista – si terrà il referendum o no? quale sarà il risultato? quali saranno le ricadute sul lungo periodo? – si vivono in questi giorni due realtà differenti e parallele.

   Da un lato, nella regione più produttiva del paese, giovedì sera (14/9, ndr) il governatore Puigdemont ha aperto una campagna elettorale che in teoria non esiste. Alla Tarraco Arena di Tarragona, davanti a circa ottomila persone, ha urlato: “Cosa pensate che succederà il 1° di ottobre? Ovvio che voteremo!” – e la celebrazione stessa dell’evento è un simbolo delle difficoltà in cui si trovano Mariano Rajoy e il suo governo: la manifestazione era stata vietata e resa illegale, ma cosa puoi farci, arresti ottomila persone perché vogliono sventolare qualche bandiera?

   Cosi, mentre a Barcellona si gioca il gioco degli espedienti, nell’altra realtà parallela, quella di Madrid, ci si affretta cercando di tappare tutti i buchi nella trama istituzionale. Il botta e risposta è giornaliero. Il Govern invia 55 mila lettere per invitare i cittadini a formare i comitati elettorali e il Gobierno ordina alle poste di bloccare le spedizioni. Il Govern appronta gli edifici per la votazione e il Governo minaccia di staccargli la luce (risposta di Puigdemont: il 1 ottobre trascorreremo una “giornata molto romantica” a lume di candela). Il Govern cerca di stampare clandestinamente le schede elettorali e il Gobierno manda la polizia in tre stamperie catalane. Il Govern apre una pagina web con le informazioni per partecipare al referendum e il Gobierno la fa chiudere (ma i separatisti, preparati, hanno messo su un sito nuovo e uguale in pochi minuti).

   La risposta più recente di Madrid è arrivata ieri (15/9, ndr), a meno di 24 ore dalla decisione di Barcellona di smettere di inviare un resoconto settimanale delle spese straordinarie sostenute dell’amministrazione locale, per evitare di quantificare le spese referendarie. Dalla capitale, il ministro Montoro ha annunciato che lo stato centrale prenderà il controllo totale delle finanze della Catalogna (regione autonoma secondo l’assetto spagnolo) a partire dai prossimi giorni. D’ora in poi tutte le spese non primarie saranno soggette all’approvazione di Madrid, allo scopo di “garantire al meglio possibile i servizi pubblici” davanti alla “manifesta illegalità” del processo referendario.

   Il Govern ha 48 ore per dare il suo assenso al provvedimento, passate le quali Madrid prenderà il controllo in ogni caso. Montoro ha anche detto alle banche di trattare ogni pagamento o trasferimento di denaro legato ad attività referendaria “come se si trattasse di riciclaggio”. Si attende la risposta catalana.

   Se il Govern dovesse decidere di ignorare il provvedimento di Madrid, il Gobierno potrebbe usare i mezzi legali, ma i membri dell’esecutivo catalano sono già sotto indagine, così come le alte cariche del Parlamento locale: che altro si può fare?

   E’ così che le due realtà parallele della politica spagnola vanno man mano allontanandosi, e il problema ormai è che, qualsiasi cosa succederà il 2 ottobre, sarà sempre più difficile riavvicinare le fazioni. Ieri le alte cariche dell’amministrazione locale catalana hanno scritto una lettera a Rajoy e al re chiedendo dialogo e la celebrazione concordata di un referendum legale: esattamente il punto su cui il Gobierno non può cedere. “Ci obbligheranno ad arrivare dove non vorremmo arrivare”, ha detto ieri Rajoy. La campagna referendaria che non esiste è appena iniziata. (Eugenio Cau)

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INTERVISTA A FERNANDO SAVATER

«LA CRISI CATALANA È COLPA DI MADRID: SI È MOSSA TARDI»

di Elisabetta Rosaspina, da “il Corriere della Sera” del 22/9/2017

– «Madrid doveva mostrarsi più ferma. Un compromesso non è possibile» –

   Il referendum del primo ottobre per la nascita della Repubblica indipendente di Catalogna non si farà, è convinto FERNANDO SAVATER, e, se il governo centrale si fosse mosso prima e con maggior fermezza, non si correrebbe ora il rischio di veder scorrere il sangue per le strade di Barcellona. Basco di nascita, professore di Etica, opinionista politico, autore di decine di testi filosofici e firmatario, con altri 400 accademici spagnoli, di un «manifesto sulla situazione in Catalogna», Savater sintetizza il senso dell’appello in cinque parole: «Che Madrid applichi la legge».

   Ma dal testo trapela inquietudine per il modo in cui il governo autonomo ha alimentato «il fondamentalismo di un inesistente diritto a decidere» fino a «spaccare la società catalana e impedire l’esercizio dei diritti delle minoranze parlamentari, mettendo a rischio la convivenza e la pace civile».

Professor Savater, non c’era modo di evitare di arrivare a questo punto?

«Certo. Ma il governo centrale è stato inerte per cinque anni. Non ha fatto rispettare la Costituzione e ha adottato contromisure minime, insufficienti a impedire questa aggressione alla democrazia. Ha lasciato correre, sperando che il problema si sarebbe risolto da solo, mentre l’indipendentismo è andato crescendo».

E come si sarebbe potuto risolvere da solo?

«A differenza dei baschi, i catalani hanno fama di essere commercianti, gente ragionevole, moderata, disposta a scendere a patti. C’era l’idea, errata, che la questione sarebbe rimasta lì sul tavolo, senza andare oltre la discussione».

Nonostante gli indipendentisti siano arrivati al 48% alle ultime elezioni? Non era un campanello d’allarme?

«I partiti indipendentisti non hanno necessariamente l’indipendenza nel loro programma. Il Pnv (Partito nazionalista basco, ndr) è un esempio. L’indipendenza è per molti di loro soltanto un luogo meraviglioso, come il cielo per i cattolici. Il guaio è che il governo catalano sia finito in mano a una minoranza estremista come la Cup (Candidatura di unità popolare)».

Il governo catalano sostiene di aver cercato invano un compromesso con Madrid.

«Un compromesso con che cosa? Bisogna chiedere a tutti gli spagnoli se sono d’accordo con l’indipendenza della Catalogna. E, prima ancora, se vogliono un referendum. Non è possibile che gli abitanti di una nazione si dividano il territorio a loro piacimento. Sarebbe come se i texani decidessero di staccarsi dagli Stati Uniti perché si ritengono differenti dai cittadini della federazione».

L’ondata di arresti, il sequestro delle schede elettorali non stanno dando una grossa mano alla campagna referendaria?

«Si sente dire, ma non è vero. Nel Paese Basco si sosteneva che, se fosse stata arrestata la direzione di Batasuna (partito messo fuori legge nel 2013 perché ritenuto il braccio politico dell’Eta, ndr), si sarebbe scatenato l’inferno. È stato fatto, e l’Eta ha finito di uccidere. Madrid applichi seriamente la legge e smetta di dare tanti soldi alla Catalogna».

Tanti soldi?

«Sì, la Catalogna è la regione più indebitata di Spagna, con 75 miliardi di euro. Riceve il doppio o il triplo degli investimenti concessi ad altre regioni».

Si può arrivare a una soluzione senza umiliare una delle due parti in causa?

«No, non si può: l’umiliazione dei secessionisti è un momento di pedagogia, perché ciò che fanno è incompatibile con la democrazia. Bisogna portarli in tribunale e in carcere perché non si ripeta più».

Il ministro catalano Raül Romeva si è paragonato a Rosa Parks, che sedendosi in un posto riservato ai bianchi cambiò la storia americana.

«Se a Barcellona ci fosse Rosa Parks parlerebbe castigliano nelle scuole. Non esiste Paese in Europa dove non si possano educare i propri figli nella lingua ufficiale».

L’Europa dovrebbe prendere posizione?

«Sì, se vuole evitare ripercussioni. Difendere le leggi dello Stato spagnolo è difendere l’Unione Europea. Oggi è la Catalogna, domani saranno la Padania, il Veneto o la Corsica. Vogliamo un’Europa delle tribù?».

C’è da temere che la situazione degeneri nelle piazze?

«La Guardia Civil ha ricevuto ordine di non reagire, di non difendersi, di mantenere un profilo bassissimo. Ma se c’è un atto di violenza per qualcuno può finire male». (Fernando Savater, 70 anni, è un filosofo basco. II suo libro più famoso è «Etica per un figlio»)

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MADRID: «IL MOSSOS DIPENDE DA NOI»

di Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 24/9/2017

– Catalogna. Il ministro dell’interno catalano: «La nostra polizia rimarrà autonoma». –

BARCELLONA – Ieri non era stata convocata alcuna manifestazione ufficiale, a parte l’ormai abituale casserolada informale alle 10 della notte dai balconi. Ma non sono mancati i colpi di scena.

   Il più allarmante è stato la notizia che, per ordine della Procura del Tribunale di giustizia catalano (che dipende indirettamente dal governo), tutti gli interventi delle forze dell’ordine relativi al primo d’ottobre saranno coordinate da un responsabile del ministero degli interni, il colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos. Tutte le forze dell’ordine: GUARDIA CIVIL, POLICIA NACIONAL e anche il MOSSOS, LA POLIZIA CATALANA che in teoria è autonoma e dipende dal governo catalano.

   La decisione è stata comunicata in mattinata, alla presenza dello stesso Pérez de los Cobos e del procuratore generale catalano, ai responsabili dei tre corpi di polizia. Anche se formalmente si tratta dell’applicazione di una norma del 1986 che prevede che le polizie regionali possano essere coadiuvate dalle polizie nazionali «nel caso non dispongano di mezzi sufficienti» per l’esercizio delle loro funzioni, e che in questo caso sarebbero coordinate dalle forze di polizia nazionali, la decisione viene letta dal governo catalano come uno scippo di poteri.

   IL MINISTERO DEGLI INTERNI lo ha smentito, dicendo che le polizie dipendono come sempre dai giudici inquirenti, e limita l’effetto della decisione giudiziaria alla «continuazione dei propositi delittuosi» degli organizzatori del referendum. Ma il ministro degli interni catalano Joaquim Forn ha subito dichiarato che né lui né i Mossos accetteranno la decisione della Procura. Tecnicamente, però, la disobbedienza avverrà solo lunedì se l’ormai famoso (grazie agli attentati d’agosto) capo dei Mossos, Josep Lluís Trapero, non si presenterà alla riunione di coordinamento presieduta da Pérez de Cobos.

   L’ARGOMENTO SOLLEVATO da Forn è di tipo giuridico, e infatti ha annunciato che impugneranno l’atto: la procura, dice, invade competenze non sue secondo lo statuto catalano e una legge spagnola. Curioso: non è la prima volta che, in questi giorni, proprio chi ha approvato senza nessuna competenza per farlo una legge per istituire un referendum e una legge di transitorietà giuridica con valore costituzionale, e che dice di non voler riconoscere l’autorità del Tribunale costituzionale che le ha annullate, si appella proprio al Tribunale costituzionale, e alle altre istituzioni inevitabilmente spagnole per difendere i propri diritti.

   UNA DELLE CONTRADDIZIONI di questo processo, in cui chi fa vanto della disobbedienza della legge – una posizione legittima – poi però non vuole farsi carico delle conseguenze giuridiche (soprattutto se colpiscono il portafogli), e chi parla di democrazia, di stato di diritto e di difesa dei cittadini catalani, finisce per impedire la libertà di stampa e associazione, schiaccia il dissenso politico e mette a rischio gli stipendi di migliaia di lavoratori col blocco dei conti in banca di università ed enti di ricerca.

   LA REPRESSIONE del governo spagnolo tocca anche internet. A parte le denunce degli hacker che hanno aiutato a duplicare i siti sul referendum chiusi dalla polizia, ieri El País in prima pagina riportava con grande enfasi un articolo che accusava «la macchina di ingerenza russa» di manipolare il processo catalano. Poi in realtà però non sosteneva in nessun punto del lungo articolo questa grave accusa, riportando solo le notissime posizioni pubbliche di Assange e Snowden rispetto al processo catalano, accusandoli genericamente di essere filo-russi e di avere molti follower che sono bot, cioè robot delle reti sociali.

   MA LA NOTIZIA più inquietante, che viene anche riportata in un lungo articolo del New York Times, è la denuncia della Internet Society. Secondo quest’ong americana, «sono state riportate misure che restringono il libero accesso alla rete in Catalogna». Secondo la nota, alle principali compagnie telefoniche è stato chiesto «di monitorare e bloccare» l’accesso a siti politici ed è stata perquisita la sede dei registri dei domini «.cat» a Barcellona. «Riteniamo che azioni che impediscono la capacità di qualsiasi comunità locale di utilizzare internet liberamente sono inaccettabili”, dice la Internet Society. «La decisione giudiziaria contro il .cat ha un effetto sproporzionato che diminuisce la libera espressione e ha un ingiusto impatto sulla possibilità che le persone che parlano catalano possano creare, condividere e accedere a contenuti online». (Luca Tancredi Barone)

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L’ANIMA SPEZZATA IN DUE DELLA CATALOGNA

di Omero Ciai, da “la Repubblica” del 8/9/2017

BARCELLONA – L’ultimo leader politico che dichiarò l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna venne fucilato nella fortezza di Montjuic a Barcellona. Si chiamava Lluís Companys ed era il presidente della Generalitat, il governo autonomo catalano. L’indipendenza in realtà durò poche ore ma alla fine della Guerra civile spagnola vinta dal generale Francisco Franco, Companys si rifugiò in Francia.

   Vic e Rubí, due centri simbolo della Catalogna, le due facce dell’enigma politico che scuote le fondamenta dello Stato spagnolo. A maggioranza indipendentista il primo, fortemente unionista il secondo. Un viaggio nel cuore di una società che si prepara con sentimenti contrapposti allo strappo referendario del prossimo 1 ottobre.

   Il giorno dopo la sfida di Barcellona, Mariano Rajoy ha promesso che non ci sarà alcun referendum di autodeterminazione della Catalogna. «Farò tutto il necessario per impedirlo», ha detto il presidente del governo spagnolo. Che ha subito presentato ricorso al Tribunale costituzionale contro la legge approvata il 6 settembre scorso dal Parlamento catalano.

   Intanto il procuratore generale ha denunciato il capo della Generalitat, il governo catalano, i ministri e la presidente del Parlamento regionale, per abuso di potere, disobbedienza e malversazione di denaro pubblico. Il prossimo passaggio potrebbe essere la inabilitazione di Puigdemont e una sospensione dell’autonomia catalana.

   Fonti del governo locale accusano Madrid di voler imporre “uno stato d’assedio latente” nella regione ribelle. La Guardia civil, i carabinieri spagnoli, hanno rafforzato la loro presenza in Catalogna e il governo centrale gli ha già ordinato di trovare e sequestrare le schede stampate per il referendum ma soprattutto le seimila urne che dovranno essere usate per la consultazione. Ma nonostante le minacce di Madrid il fronte secessionista nel Parlamento di Barcellona vuole approvare anche la “legge di disconnessione”, quella che regolerà l’addio alla Spagna se vincerà il “sì”.

   L’ultimo leader politico che dichiarò l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, venne fucilato nella fortezza di Montjuic a Barcellona. Si chiamava Lluís Companys ed era il presidente della Generalitat, il governo autonomo catalano. L’indipendenza in realtà durò poche ore ma alla fine della Guerra civile spagnola vinta dal generale Francisco Franco, Companys si rifugiò in Francia. Nel 1940 venne catturato dalla Gestapo hitleriana e consegnato a Franco che lo fece condannare a morte, dichiarò la Catalogna “una regione nemica”, abolì l’autonomia, e cancellò l’uso del catalano.

   Durante il franchismo (1939-1975), si poteva finire in galera per parlare il catalano. Come dicono a Madrid, la società catalana è malata di passato, e in effetti il leit- motiv dell’oppressione, quella del nazionalismo, cattolico e monarchico, della Castiglia centralista di Franco, è ancora una pietra miliare nei ragionamenti dei secessionisti. L’oppressione è finita quarant’anni fa con il ritorno della democrazia e la riconquista dell’ampia autonomia, culturale, politica e linguistica, di questa regione che è, per il suo Pil (200 miliardi di euro all’anno), tra le più ricche della Spagna, ma non l’ha dimenticata nessuno.

   Così per provare a capire cosa si muove in quella parte -praticamente un filo più della metà – della società catalana che trascinata dal governo nazionalista di Carles Puigdemont vuole il referendum sull’indipendenza e sogna la “Catalexit”, il distacco dal resto del Paese, siamo venuti a VIC, cittadina medievale dall’aria molto toscana a metà strada fra Barcellona e la frontiera con la Francia. Quarantamila abitanti, il Comune di Vic si è già autoproclamato nel 2012 “territorio catalano libero e sovrano”. E basta guardarsi in torno per osservare come qui lo spagnolo – sarebbe più corretto dire il castigliano – è una lingua straniera che tutti usano, quando necessario, malvolentieri, e la Spagna nient’altro che un Paese confinante.

   Sulla bellissima Plaça Major, ricorda Siena anche per il pavimento di sabbia rossiccia, c’è un grande orologio digitale con il countdown dell’indipendenza – giorni, ore e minuti che mancano al referendum del primo ottobre -, e dai balconi dondolano le esteladas, le bandiere nazionaliste, quelle gialle e rosse ma con il triangolo blu o rosso e la stella.

   Il cuore del separatismo palpita qui, nella Catalogna centrale, tra Manresa e Brega, dove la “disconnessione” da Madrid è già un dato di fatto da qualche anno, con le insegne dei negozi rigorosamente in lingua locale e dove persino i cellulari sono tutti resettati in catalano. “Gli spagnoli ci trattano come una colonia” Del risorgimento della lingua, vera chiave di volta delle aspirazioni separatiste, parliamo con Marc Sardà, 42 anni, piccolo imprenditore e programmatore web, ma soprattutto responsabile locale di “Òmnium Cultural”, una ong nata nel 1962, sotto la dittatura, per difendere e promuovere lingua e cultura catalane.

   «Certo – racconta Marc – fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, il catalano si imparava soltanto a casa, erano i genitori che lo trasmettevano ai figli. Ma poi quando finalmente la Generalitat recuperò le competenze sull’istruzione mise in pratica la cosiddetta “immersione” e questo cambiò tutto. Oggi in Catalogna in tutte le scuole pubbliche si studiano tutte le materie in catalano, lo spagnolo c’è solo come lingua, due-tre ore a settimana, come l’inglese. L’immersione scolastica – grande idea di Jordi Pujol (il leader che governò la Generalitat dal 1980 al 2003) – ci ha trasformati perché oggi, nel giro di un paio di generazioni, anche i figli dei migranti – sia interni dall’Andalusia e Estremadura; sia esterni, soprattutto Marocco – hanno come lingua madre il catalano, sono integrati, si sentono catalani».

   Su Madrid, Marc ha idee abbastanza radicali. «Perché non ci fanno fare il referendum? Una consultazione che trova d’accordo qui il 75% degli elettori, convinti che la questione della secessione deve essere decisa dalle urne? Semplice. Perché la transizione spagnola ha lasciato al potere gli eredi del franchismo. Chi è Mariano Rajoy? Politicamente è cresciuto all’ombra di Manuel Fraga. Durante la dittatura Fraga era un ministro, con la democrazia fondò il partito della destra e divenne governatore della Galizia. Rajoy è l’erede politico di un ministro franchista. Come possiamo intenderci con loro?».

   «Lo Stato spagnolo – insiste Marc – è antidemocratico e corrotto e l’indipendenza della Catalogna potrà solo fargli del bene perché saranno costretti a ripensare il modello quando non potranno più sopravvivere grazie alle colonie, ossia noi, la Comunità valenziana e le Baleari. Faccio un esempio concreto: da anni il governo spagnolo si oppone a una linea del treno veloce, l’Ave, lungo il corridoio mediterraneo, da Almeria a Barcellona, che è anche la via più semplice per l’export. Perché? Perché hanno una mentalità centralista, tutto deve passare per Madrid, così un pomodoro prodotto in Andalusia per arrivare a Barcellona deve andare prima a Madrid. Tutto il sistema ferroviario super veloce è radiale, centralista. Ma il 50 per cento della popolazione spagnola vive lungo il corridoio mediterraneo e l’ 80 percento delle esportazioni vengono da qui. Perché non lo fanno? Per umiliarci e per impoverirci».

   «Ma tutto il problema di questa storia – aggiunge – sta soltanto nel fatto che loro, Madrid, hanno più bisogno di noi di quanto noi abbiamo bisogno di loro». Anche sul futuro del Barça, “Il club che è più di un club”, Marc ha le idee chiare. «Continuerà a giocare nella Liga – il campionato di calcio spagnolo – come il Monaco di Montecarlo in Francia. Se poi non ci vogliono andremo a giocare da un’altra parte. I francesi secondo me si prendono il Barça nel loro campionato».

   E l’Europa? «Resteremo europei, non posso immaginare una Catalogna libera fuori dall’Europa. Ma se Madrid ci costringe a restare fuori faremo come la Svizzera, neanche loro stanno nell’Unione e vivono benissimo».

   E se al referendum vincesse il “no”? «Ecco conclude Marc – qui sta la differenza. Noi siamo democratici e se vincesse il “no” ne prenderemmo atto. Certo poi, come il Québec o la Scozia, chiederemmo di tornare a votare tra cinque o dieci anni».

   L’ALTRA FACCIA DELLA CATALOGNA si può andare a cercarla a RUBÍ, città dormitorio nell’hinterland di Barcellona a 20 chilometri dalla metropoli capitale. Negli anni Settanta del Novecento Rubí era un villaggio di tremila abitanti, oggi ne ha quasi 80mila. È stato soprattutto l’effetto di una migrazione interna, avviata mezzo secolo fa, dalle regioni povere del sud del Paese – Andalusia, Estremadura, Aragona – verso il nord ricco e economicamente prospero. Oggi l’economia di Rubí è legata a un grande stabilimento di una multinazionale farmaceutica tedesca, a una rete di piccole aziende e alla ristorazione. Molti dei suoi abitanti lavorano nei bar, ristoranti e alberghi di Barcellona, in grande crescita almeno fino all’attentato jihadista sulla Rambla – per il boom del turismo.

   Rubí è diventata famosa anche per essere l’unico municipio catalano che ha celebrato l’anniversario della Costituzione spagnola. L’anno scorso all’inizio di dicembre. Sugli scalini del palazzo comunale un gruppetto di nazionalisti hanno bruciato una copia della Costituzione mentre la sindaca socialista, Ana Maria Martínez, ne declamava alcuni articoli. Da quel giorno Martinez è diventata una piccola eroina a Madrid, come l’unico sindaco che ha avuto il coraggio di affrontare a viso aperto l’onda indipendentista montante.    Montse Triviño è figlia di immigrati. Nacque qui ma suo padre era andaluso e sua madre galiziana. 44 anni, due figli, marito commerciante, Montse ha sempre lavorato come colf, cameriera o barista anche se adesso è disoccupata. E dice che con suo marito hanno parlato di andare via se vince l’indipendenza. A Montse, l’immersione scolastica nel catalano di Pujol non è mai piaciuta.

   «Noi a casa parliamo spagnolo. È la lingua nella quale mi hanno educato i miei genitori e io ho educato i miei figli. Certo che mi sento catalana ma soprattutto mi sento spagnola e mi terrorizza l’idea di vivere in un nuovo Stato nel quale mi sentirei un paria. Da piccola, a scuola, prima che imparassi a esprimermi anche in catalano mi chiamavano “charnega” ( vocabolo che corrisponde al nostro “terrona”) e ho già sofferto abbastanza. In realtà mi sento straniera nella mia terra. Per esempio quando a calcio gioca la Spagna, i catalani gli tifano contro, sperano che perda. E non puoi mica mettere la bandiera sul balcone perché te ne dicono di tutti i colori. Adesso c’è il boom dell’indipendenza, non si parla d’altro, e tanti sono convinti che le cose andranno meglio se la Catalogna diventerà una nazione separata. Io non ne sono per niente convinta. Saremo fuori dall’Europa e tante aziende se ne andranno. Non sarà facile attirare nuovi investimenti e di sicuro aumenteranno le tasse. Ma questi non ci sentono, si immaginano l’arrivo di una arcadia ricca e felice perché oggi, secondo loro, la Spagna opprime, rapina e offende la Catalogna».

“Anni di indottrinamento culturale”

Maria Domingo ha 22 anni, frequenta il quarto anno di Scienze politiche all’Università autonoma di Barcellona e fa parte di una associazione anti-indipendentista che si chiama “Sociedad civil catalana”. Maria è la rappresentazione perfetta della profondità della frattura, politica, sociale, familiare, che vivono i catalani. La famiglia della mamma di Maria è di destra nazionalista, il PdCat di Artur Mas, e sono tutti indipendentisti. La famiglia del padre è andalusa e sono comunisti. Ora i comunisti, ossia Izquierda Unida sono alleati con Podemos di Pablo Iglesias, appoggiano lo svolgimento del referendum ma sulla secessione si astengono. Lei, come abbiamo detto, milita con gli unionisti.

   Maria vive a Sant Cugat, un fortino nazionalista nella periferia industriale di Barcellona. E sostiene che da qualche tempo l’atmosfera, soprattutto all’Università, si è andata sempre più radicalizzando. Lei ha subito minacce verbali e tentativi di aggressione fisica. La sua associazione all’Autonoma viene presa di mira dai gruppi secessionisti dell’estrema sinistra catalana. «Non vado alle feste di paese – racconta Maria -, evito i locali, bar o discoteche, per timore che succeda qualcosa, che qualcuno possa aggredirmi per il mio impegno politico unionista. Purtroppo c’è molta intolleranza».

   Maria denuncia anche anni di “indottrinamento” nella scuole pubbliche a favore della catalanità, libri di testo che danno per scontato la Catalogna come nazione, imposizione della lingua, persecuzione di chi chiede più ore di spagnolo nelle classi, il divieto in alcuni collegi scolastici di usare lo spagnolo, le cosiddette multe linguistiche ai negozi che non sostituivano le insegne in lingua spagnola.

   Come le difficoltà per la libera circolazione dei professionisti. È successo – aggiunge – con medici di altre regioni di Spagna che non possono trasferirsi a lavorare in Catalogna se non hanno un buon livello di conoscenza della lingua locale. E conclude: «Penso che la Catalogna vende all’esterno una dimensione internazionale ma in realtà guarda solo il suo ombelico. L’indipendenza per un giovane è pericolosa perché in Europa nessuno la appoggia e potremmo essere costretti a restare fuori dall’Unione mentre io vorrei poter studiare in altri Paesi, fare un master lontano da qui. La separazione dalla Spagna non mi mette le ali, me le taglia».

Le conseguenze sull’economia

Uno degli aspetti più discussi e concreti della separazione sono gli effetti sull’economia di Spagna e Catalogna. Per Madrid il prezzo è secco: perderebbe il 20% del suo Pil nazionale e 16 miliardi di euro di contributi che incassa con le tasse.

   Catalogna, Baleari e Madrid, sono le tre comunità regionali più ricche e quelle che versano allo Stato più di quanto ricevono. Ma le conseguenze per la Catalogna di un distacco non negoziato con la Spagna quali sarebbero? Qui i conti sono più complicati soprattutto perché secessionisti e unionisti si affidano a previsioni molto diverse, a seconda delle convenienze.

   Se restiamo alla pragmatica tutti gli economisti sono d’accordo che economicamente indipendente il nuovo Stato potrebbe sopravvivere senza problemi. La Catalogna ha più o meno gli abitanti della Svizzera, circa 7,5 milioni, una dimensione territoriale simile a quella del Belgio, e un Pil procapite come quello della Norvegia. Il guaio però potrebbe essere la transizione di una rottura violenta con Madrid.

   La prima conseguenza infatti sarebbe l’uscita dall’Europa e dall’euro, e la perdita della rete di sicurezza che rappresenta per i sistemi bancari la Banca centrale europea (Bce). Bruxelles ha anche chiarito, a suo tempo alla Scozia e adesso alla Catalogna, che una scissione non concordata da uno Stato membro dell’Unione significa automaticamente l’uscita dalla Ue e la perdita dei fondi strutturali e di investimento europei.

   Altro problema per la Catalogna potrebbe essere il cosiddetto “effetto frontiera”. Oggi la Catalogna esporta prodotti in Spagna per 44 miliardi di euro all’anno, il 65% di tutto l’export. In Europa per 37 miliardi e nel resto del mondo per 22 miliardi. Non facendo più parte della Ue il suo export nei Paesi europei soffrirebbe come minimo nuovi dazi mentre con la Spagna si teme addirittura un boicottaggio.

   Per questi motivi, alcuni istituti di analisi economica, come quello del Credit Suisse, dipingono scenari a tinte fosche. Con rischi di isolamento economico e impoverimento. Tutti paesaggi che i responsabili del governo catalano, anche prima di aver lanciato il treno dello strappo da Madrid a tutta velocità sul binario dell’indipendenza, respingono come fallaci perché sono convinti, o forse illusi, che alla fine tutto il mondo prenderà atto dell’irreversibilità di questo ethos catalano verso la libertà e non cambierà nulla. «Resteremo in Europa e nell’Euro», dicono.

   Di economia parliamo a VIC con Joaquim Comilla. Imprenditore, 77 anni, e proprietario, insieme alla moglie e al figlio, di una delle più antiche aziende alimentari della zona. «Esistiamo da 169 anni», dice orgoglioso mostrando i quadri di tutti quelli che lo hanno preceduto alla guida della rinomata “Casa Riera Ordeix”, fabbrica di insaccati dove si produce la Llonganissa, il salame doc di Vic.

   «Le grandi industrie – dice Comilla -, le multinazionali che risiedono in Catalogna osteggiano l’indipendenza per le conseguenze che temono. Mentre noi piccoli o medi siamo a favore. La mia famiglia è favorevole. D’altra parte sono anni che soffriamo il boicottaggio da parte della Spagna dei nostri prodotti, abbiamo perso clienti da quando è iniziato con più forza il procès, l’idea della disconnessione. Persone che dicono “Questo è catalano? Allora non lo compro”. Un amico una volta mi raccontò che una signora a Madrid si confuse leggendo una etichetta e gli chiese: “È scritta in catalano? Non la compro”. E lui: “Ma no signora è un prodotto portoghese”. Abbiamo già perso molte vendite in Spagna – assicura Comilla – ma le abbiamo sostituite con le vendite in Europa. Tranne l’Italia, per ovvie ragioni, andiamo benissimo in Francia, Germania, Inghilterra. Quindi come catalano da generazioni come potrei essere contro l’indipendenza? Sarei stupito visto che ne soffro già i problemi con la riduzione delle vendite in Spagna».

   «Vede – aggiunge – bisogna anche considerare che adesso le questioni economiche sono secondarie. La Catalogna indipendente oggi è soprattutto un sentimento, una passione, un’idea di comunità da ricostruire. Il centralismo di Madrid ci offende continuamente e in tanti siamo stufi. Ci vogliono in Spagna solo per pagare le tasse, in realtà ci disprezzano e quando possono farci del male sono contenti di farlo. Per farmi capire faccio un esempio con l’atteggiamento degli spagnoli verso un’altra comunità autonoma storica, i baschi. Se lei apre due ristoranti a Siviglia sulla stessa strada. E in uno c’è scritto “cucina basca” e nell’altro “cucina catalana”, il primo si riempie, il secondo resta vuoto. Lontano da Barcellona non ci amano».

   Poi anche con Comilla ritorna il tema del sentirsi colonia in Spagna. «Il nostro con Madrid è come un matrimonio tra due persone che non si sopportano più. È meglio per tutti che ognuno vada per la sua strada. Tutto questo naturalmente è successo per mancanza di dialogo. Quando il presidente della Generalitat era Artur Mas andò a Madrid a incontrare Rajoy e proporgli un nuovo patto fiscale. Se Rajoy invece di chiudergli la porta sul naso avesse accettato di discuterne probabilmente oggi non staremo parlando di referendum. La gente qui si è arrabbiata. Abbiamo sopportato fin troppo. Lo stesso nel 2010 quando si negoziò il nuovo Statuto di autonomia che venne approvato dal Parlamento e poi stracciato dal Tribunale costituzionale. Col nuovo Statuto saremmo rimasti in Spagna altri cinquant’anni. Ma dopo che lo bocciarono qui è risorto sempre più forte il desiderio del distacco».

   Altri due temi preoccupano Joaquim Comilla. Il primo è quello del quale si vergogna la sua generazione di catalani ed è la morte politica di Jordi Pujol, il grande creatore del nazionalismo catalano moderno, eletto e rieletto presidente della Generalitat per 23 anni di seguito, dal 1980 al 2003, ma finito poi insieme alla moglie e ai figli in una grande inchiesta di corruzione per numerosi milioni di euro sottratti al fisco e conservati nei paradisi fiscali. L’altro è l’Europa. «Mi delude molto – dice – l’atteggiamento dell’Europa in questa nostra vicenda. Rischiamo di restarne fuori e non capisco come i legislatori di Bruxelles non abbiamo previsto soluzioni diverse, un modello, per questo tipo di crisi secessioniste. Noi o gli scozzesi potremmo essere come Portorico con gli Stati Uniti, uno Stato associato, senza dover ottenere da Madrid il permesso per restare nell’Unione».

   Molti sono convinti che il governo centrale a Madrid abbia commesso soprattutto errori dopo che una coalizione secessionista aveva vinto le elezioni regionali del 2015 in Catalogna. Il sistema elettorale spagnolo premia i partiti forti nelle aeree rurali, piuttosto che nelle grandi città. Ottenere un seggio a Barcellona costa più voti che a Vic. Anche per questo nel Parlamento regionale, una coalizione trasversale indipendentista formata dalla vecchia Convergència di Pujol e Artur Mas – la destra e da Esquerra Republicana – la sinistra – appoggiata dall’esterno dalla Cup, ha il 47,8 dei voti ma la maggioranza assoluta dei seggi. Una maggioranza politica ma non una maggioranza sociale che però ha permesso a Puigdemont, e al suo vice e uomo forte del governo, Oriol Junqueras, di portare la sfida separatista fino alle ultime conseguenze.

   Secondo i sondaggi oggi la scelta indipendentista contro quella unionista al referendum avrebbe la possibilità di prevalere per una manciata di voti, 52 a 48 più o meno. Se Rajoy, invece di opporsi frontalmente alla richiesta del “diritto a decidere” il loro futuro attraverso una consultazione popolare del governo catalano, avesse scelto, come il Parlamento britannico con la Scozia, di accettare la sfida sul terreno elettorale, avrebbe probabilmente vinto. Una campagna della paura, come quella inglese in Scozia, avrebbe potuto facilmente rovesciare il risultato attraendo alle ragioni spagnole gli incerti, invece di allontanarli.

La Costituzione spagnola non prevede referendum di autodeterminazione ma una strada si poteva trovare. Visto che proprio il fatto che non lo preveda è ciò che rammenta ai catalani il nazionalismo insolente, castigliano e borbone, della Spagna “Una, grande e libera”, indivisibile e imperiale, com’era nell’ideologia del dittatore Franco.

   Carme Vilarò è una maestra ma soprattutto a Vic è la presidente dell’Assemblea nazionale catalana (Anc), il movimento della società civile nato nel 2012 che ha come primo e unico obiettivo il referendum per l’indipendenza, l’ultimo atto del diritto all’autodeterminazione. «La lingua è il nostro gioiello. È ciò che ci tiene uniti e ci fa sentire una nazione. Ricordo ancora quando ero bambina, durante la dittatura, l’insegnante che ci obbligava in classe a parlare castigliano. Io non capivo niente. Confondevo il suo suolo con il sole. Perché a casa parlavamo catalano. Lo spagnolo serviva solo quando incontravi gli agenti della Guardia civil o dovevi andare alla Posta. Il mio primo anno da maestra di catalano nel 1980 fu eroico. Non avevamo nulla per insegnare. Non c’erano libri di testo, grammatica, favole per i bambini. Un metodo. Oggi – aggiunge orgogliosa – ai ragazzini che vengono dalla Siria insegnamo a parlare catalano in tre mesi. La Catalogna ce l’abbiamo nel cuore, è una fiamma che arde. Sono andata a fischiare Rajoy e il re alla manifestazione per le vittime dell’attentato. Li ho fischiati perché non dovevano venire. Che vogliono con le loro bandiere spagnole? Quella non è la nostra bandiera e lui non è il nostro re. Siamo repubblicani. Loro vogliono ancora spagnolizzarci, come diceva Wert, l’ex ministro dell’Istruzione, che ha cercato di imporci di nuovo lo spagnolo. Ma non ci riusciranno».

   La convinzione di Carme, mentre rovescia una schweppes in tavolino di un bar sotto il countdown del referendum, è che il momento è adesso. «Hanno i cannoni e anche un esercito ma non possono usarli». «E se dovesse vincere il “no”, noi continueremo. Vogliamo soltanto votare, è la democrazia». I due figli di Carme sono musicisti. Un ragazzo e una ragazza entrambi violinisti. Adesso vivono a Basilea e a Berlino. E non potranno votare. «La posta è spagnola e non ce la prestano». Sono indipendentisti anche loro? «Per forza, altrimenti sarebbero diseredati». Ride.

   Un altro modello a cui si guarda da Vic sono le Repubbliche baltiche. «Nascerà una nuova piccola nazione nello spazio europeo». Ma la Spagna vi boicotterà, e oggi la maggioranza dell’import e dell’export è con la Spagna. «Anni fa accadde con il Cava, lo champagne catalano. Mi ricordo che noi per prenderli in giro facemmo le magliette con scritto “boicottami”. Viviamo in un mondo globale, se gli spagnoli ci boicottano, commerceremo con qualcun altro».

   Più tardi, davanti a un piatto di pasta, la collega di Carme, Isabel, segretaria dell’Anc, svelerà la fermezza con la quale si avviano a compiere il salto. «A Madrid non hanno capito niente – dice Isabel – qui è tutto pronto. Sono anni che ci prepariamo. Con l’autonomia abbiamo già costruito un altro Stato. Istruzione, sicurezza, trasporti, sanità, ci manca soltanto il ministero delle Finanze. Si sono sbagliati, noi siamo pronti a staccarci. Ci basta disobbedire. E un proverbio catalano dice che quando il tuo nemico si sbaglia, non lo devi distrarre».

“I catalani sono totalitari”

Nessuno dei due grandi giornali di Barcellona, LA VANGUARDIA e EL PERIÓDICO, vede con simpatia la ribellione guidata da Puigdemont e Junqueras. Tutti gli altri giornali spagnoli sono fortemente contrari. I commenti di solito sono molti duri. L’accusa principale al governo catalano è di essere antidemocratico, di sfidare la Costituzione, e di aver scelto un cammino che li porterà al disastro, per aver imposto un referendum che non si sa neppure se riusciranno a far svolgere con un minimo di garanzie elettorali.

   Ana Moreno è diventata famosa perché ha denunciato al Parlamento europeo l’immersione in catalano nelle scuole materne e elementari. Andalusa, 37 anni, due figli di 5 e 7 anni, racconta che rimase sconvolta la prima volta che portò suo figlio a scuola. «Io e mio marito ci siamo trasferiti da Granada in Catalogna per ragioni di lavoro. Abbiamo cresciuto i nostri figli parlando spagnolo ma portandoli a scuola dovevo lasciarli nelle mani di un insegnante che parlava una lingua che loro non capivano. Ma il peggio arrivò dopo, con l’inizio delle elementari. Alle elementari in tutte le scuole pubbliche ci sono solo due ore di spagnolo alla settimana, come l’inglese. Così cercai altre soluzioni. Ma erano solo scuole private che non potevo pagare. Decisi di presentare una denuncia contro il collegio di mio figlio per ottenere più ore. Vinsi. Il tribunale riconobbe un 25% del totale, ossia cinque ore alla settimana. E iniziò il disastro. La scuola si oppose perché così avrebbe dovuto dare una materia in spagnolo a tutti i bambini e il direttore andò in tv a dire che c’era una famiglia nel paese che pretendeva il bilinguismo e che non bisognava permetterlo. Poi scoprii che il mio nome era stato reso pubblico. E iniziò il boicotaggio. Il negozio che avevo nel paese fallì. Dovetti chiuderlo. Al collegio comprarono tutte magliette uguali e le distribuirono ai bambini tranne al mio per fare in modo che il primo giorno di scuola venisse identificato il figlio della famiglia che aveva chiesto più ore di spagnolo. Dovemmo lasciare il collegio. Adesso mio figlio e mia figlia vanno a scuola a 30 km da casa, dove non li conosce nessuno. Ma io non ho nulla contro il catalano, il mio problema era soltanto far avere ai miei figli la conoscenza sufficiente in spagnolo per quando saranno grandi. Con due ore a settimana non sanno scrivere, fanno errori di ortografia, non hanno un vocabolario adeguato, studiano letteratura catalana e non letteratura spagnola, che è molto più importante».

   L’accusa di trattare nelle scuole lo spagnolo come una lingua straniera la condivide anche Rafael Avila, un professore di Liceo. «È un peccato, perché quando diventano grandi i nostri studenti hanno difficoltà con la lingua che si parla nel Paese in cui vivono: la Spagna».

La forza della legge

La strategia di Rajoy contro il governo catalano prevede, attraverso l’azione del Tribunale costituzionale, sanzioni legali ed economiche. I promotori del referendum potrebbero essere condannati a pagarne personalmente tutte le spese, oltre a perdere per inabilitazione gli incarichi amministrativi ai quali sono stati eletti. L’ultimo passo di Madrid per fermare l’indipendenza potrebbe essere anche la sospensione dell’autonomia catalana, c’è un articolo di legge che lo prevede.

   Teresa Freixes, 67 anni, docente di diritto costituzionale, catalana di Lerida, «catalana – ci tiene a precisarlo – da numerose generazioni», è una fustigatrice della soluzione promossa da Puigdemont. «È un atto senza alcun sostegno legale. Va contro la Costituzione spagnola, contro il diritto dell’Unione europea e anche contro il diritto vigente in Catalogna. Qui abbiamo un Parlamento con una maggioranza secessionista alla quale però non corrisponde una maggioranza sociale per effetto della legge elettorale. Questo è un problema molto serio dal punto di vista della legittimità del procès. D’altra parte si pretende di fare il referendum illegalmente mentre ci sarebbe un modo per farlo legale, bisognerebbe modificare la Costituzione, ma vogliono imporre la loro maniera di poterlo fare. Penso che dobbiamo costruire l’Europa, non disgregarla in piccole comunità nazionaliste. E non sono per niente convinta che sia facile per una Catalogna indipendente restare in Europa. Perché questa possibile scissione territoriale spaventa altri Stati europei, per esempio l’Italia che può temere per il Veneto. E se gli altri paesi europei accettassero che questo può accadere in Spagna dovrebbero accettare anche che potrebbe accadere nei loro. Innescando una spirale pericolosissima. In ogni caso, dal punto di vista politico, è una storia senza senso. Perché non è possibile costruire un nuovo Stato democratico contro lo stato di diritto e la democrazia, che è quello che sta per succedere qui. Non ci dicono neppure che tipo di paese vogliono costruire dopo. Ma quello che è più importante secondo me è che andiamo verso un referendum senza le minime garanzie democratiche. Non c’è neppure una commissione di controllo sui risultati e non essendo una consultazione legale non ha neppure alcuna legittimità. È una farsa. Altro esempio: non è stato stabilito neppure un quorum minimo di votanti per la sua validità. Un referendum per formare un nuovo Stato è una decisione molto importante, dovrebbe avere un consenso più ampio di una maggioranza relativa. Sono certa che non ci sarà nessun referendum. L’Alta corte lo sospenderà dopo il ricorso del governo centrale. Dopo la sospensione ogni atto a favore sarà illegale e punibile per legge per la via penale e per quella amministrativa. Ma quello che mi preoccupa di più è il futuro perche l’impossibilità di fare il referendum creerà una grande frustrazione in tutti quelli che ci hanno creduto in buona fede. Puigdemont e Junqueras hanno la responsabilità di aver illuso i loro elettori. Come ricostruiremo il tessuto sociale che hanno rotto deliberatamente e che sta causando tanti problemi nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole? Hanno scelto una strada che porta al precipizio”.

   Però tra i promotori della scissione, come Marc Sardà, c’è chi sostiene che legalità e giustizia non necessariamente coincidono e che se la legalità non è giusta bisogna disobbedirla.

   Altro tema che duole agli unionisti è quello di essere stati fino ad oggi abbandonati dal governo centrale di Madrid. Da tutti i governi. Spesso per formare esecutivi nazionali i partiti di Madrid, dai socialisti ai popolari, hanno avuto bisogno dell’appoggio dei deputati eletti dai partiti nazionalisti catalani. E ogni volta, per ottenerne l’appoggio, hanno ceduto competenze a Barcellona. La polizia autonomica, l’istruzione, la tv. Allargando ogni volta di più il fossato fra gli interessi del governo centrale e quelli del governo autonomico che in realtà non ha mai nascosto come il vero obiettivo finale del processo democratico iniziato quarant’anni fa fosse il “distacco”, la separazione da Madrid per le ragioni storiche che risalgono a trecento anni fa.

   «Mio padre era giudice di pace qui a Vic – racconta Josep Llonch, 76 anni -. Giudice della repubblica, quella che nacque nel 1931 quando il re Alfonso XIII si esiliò dalla Spagna. Quando Franco vinse la Guerra civile, prima che le truppe franchiste, che poi erano sanguinari soldati marocchini, conquistassero tutta la regione, i repubblicani partirono per rifugiarsi in Francia che non era ancora stata invasa dai nazisti. Lo misero in un campo di concentramento ma poi tornò in Spagna, dove venne processato. Non aveva delitti di sangue e venne rilasciato. Mio padre aveva una impresa di pittura di appartamenti. I primi tempi furono durissimi perché era compromesso con la Repubblica sconfitta e nessuno gli dava lavoro. Io nacqui un anno dopo, nel 1941. Ho vissuto metà della mia vita sotto la dittatura spagnola. Sono repubblicano da sempre e anche nel ricordo della mia famiglia, dei nostri martiri, spero che questa volta riusciamo diventare davvero una nazione e costruire la nostra Repubblica”. (Omero Ciai)

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L’URLO DI BARCELLONA: “INDIPENDENZA”

di Francesco Olivo, la “La Stampa” del 12/9/2917

– 11 settembre: un milione in piazza per la Catalogna. Rajoy: democrazia minacciata –

BARCELLONA – Se è vero che questi sono i giorni in cui prevalgono le emozioni, ieri (l’11 settembre, ndr) a Barcellona è andata in scena l’apoteosi del sentimento. Brutte notizie per Madrid: centinaia di migliaia di catalani sono scesi in piazza per chiedere di andarsene.

   La Diada, la festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona nella guerra di successione del 1714, è l’occasione, dal 2012, per esibire la forza dell’indipendentismo. Così, a meno di venti giorni dalla data scelta per il referendum unilaterale, la folla ha sentito vicino un obiettivo impensabile solo qualche anno fa.

   Il momento era molto atteso, la Generalitat ha sempre utilizzato le immagini delle masse, quella dell’11/9 non era da meno, per spiegare al mondo la propria smania di indipendenza: «Sono loro che ce lo chiedono». I numeri dei partecipanti ballano per tutto il pomeriggio, a sera poi la polizia municipale di Barcellona fa la sua stima: siamo intorno al milione. Il governo centrale abbassa la cifra: 350.000.

   Sul Passeig de Gracia si vede gente di tutti i tipi: famiglie borghesi, tanti giovani, anziani portati con i pullman, fricchettoni con i tamburi e serie professoresse di provincia. Il governo spagnolo non commenta ufficialmente gli slogan e gli striscioni, ma certo non si rallegra nel vedere un movimento che, nonostante le mille difficoltà e contraddizioni, non perde forza.

   Dalla Moncloa trapelano voci che parlano di manifestazione meno partecipata del solito, ma nessuno osa mettere la firma su una tesi così ardita. Il pomeriggio di rivendicazione è cominciato poco prima delle cinque, con il minuto di silenzio per le vittime dell’attentato della Rambla del 17 agosto, subito dopo parte solenne Els segadors l’inno catalano.

   Alle 17.14 (l’ora che ricorda l’anno della sconfitta contro i Borboni) il momento culminante con quattro striscioni che avanzano in mezzo a quattro ali di folla. Che per la Catalogna sia un momento storico non c’è dubbio: lo ha ripetuto anche la sindaca di Barcellona ADA COLAU, ex leader dei movimenti antisfratto e alleata di Podemos, oggi in una situazione complicata: gli indipendentisti le chiedono di concedere i locali pubblici per votare, mettendo a rischio la sua fedina penale e quella dei dipendenti comunali.

   Il lungo 11 settembre catalano è tutto politico. Il presidente CARLES PUIGDEMONT, che secondo la legge di transitorietà approvata la settimana scorsa dal parlamento, diventerebbe automaticamente presidente della repubblica catalana, non dà alcun cenno di resa, anzi: «Voteremo sicuramente». È indagato dalla giustizia spagnola, in vasta compagnia, per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici, ma non crede di finire in carcere nei prossimi giorni: «Sarebbe assurdo anche per loro», spiega in un incontro con la stampa estera.

   Resta il grande problema: CHI RICONOSCEREBBE UN’IPOTETICA REPUBBLICA CATALANA INDIPENDENTE? In Europa, e non solo, al momento NESSUNO. «Ma, una volta vinto il referendum, a Bruxelles ci ascolteranno» assicura Puigdemont, facendo eco alle dichiarazioni del suo «ministro» degli Esteri Raul Romeva in un’intervista alla Stampa. Le posizioni tra i due governi, quello centrale e quello locale, restano incolmabili, non ci sono ponti, né alcun tipo di dialogo, fosse anche clandestino. Così, da qui al primo di ottobre la guerra sarà senza quartiere. Per ora da Madrid si mandano carte bollate, oltre alla Guardia Civil in cerca delle schede e delle urne del referendum considerato fuorilegge.

   Il Tribunale costituzionale boccerà quella legge di transitorietà che, secondo, i disegni secessionisti dovrebbe garantire il passaggio tra le due legalità. Il governo Rajoy, che ha presentato il ricorso, considera questo provvedimento «la più grande minaccia alla democrazia dal 1978» peggiore quindi del colpo di Stato tentato dal colonnello Tejero nel 1981. Tra i due eserciti c’è qualcosa in mezzo.

   Pablo Iglesias, leader di Podemos, è arrivato in Catalogna per cercare di uscire da uno schema unionisti/separatisti che non facilita il compito agli ex indignados. Iglesias, in un difficile comizio tenuto a Santa Coloma di Gramanet, antico centro operaio alle porte di Barcellona si è appellato ai nazionalisti: «Il problema è Rajoy, cacciamo tutti insieme la destra e torniamo a dialogare». Programma rimandato, almeno fino a ottobre. (Francesco Olivo)

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DIECI MOSSE CONTRO L’INDIPENDENZA CATALANA

di Elena Marisol Brandolini, da “Il Fatto Quotidiano” del 16/9/2017

– Referendum contestato – Barcellona chiede al governo centrale di permettere la consultazione Dieci mosse contro l’indipendenza catalana –

   Il presidente e il vicepresidente della Generalitat, PUIGDEMONT e JUNQUERAS, la presidente del parlamento FORCADELL e la sindaca di Barcellona COLAU hanno inviato una lettera a Rajoy e al re Felipe VI, appellando al dialogo per un accordo che permetta ai catalani di celebrare un referendum. In questi giorni il governo spagnolo ha messo in moto iniziative per boicottarlo.

1- Bilancio. L’ultima è il commissariamento del bilancio della Generalitat. È la reazione del ministro delle Finanze MONTORO alla lettera di JUNQUERAS che gli comunicava che non avrebbe più trasmesso la relazione settimanale sulle spese correnti. Il ministro ha dato 48 ore a PUIGDEMONT per un accordo sull’indisponibilità del bilancio catalano, pena l’assunzione da parte del governo centrale delle spese per retribuzioni, sanità, istruzione e servizi sociali. Il nuovo sistema prevede la comunicazione al ministero di tutti i crediti pendenti, di modo che sarà lo Stato a pagare direttamente i creditori della Generalitat e la certificazione dell’assenza di spese per il referendum.

2- Cariche istituzionali. Sono oltre 750 i sindaci indagati.

3- Cittadinanza. Rajoy ha avvertito i cittadini che, votando, incorreranno in un delitto. Le principali associazioni di magistrati hanno invitato la cittadinanza a disobbedire alla Generalitat. Sui componenti dei seggi elettorali ricadrà il delitto di disobbedienza.

4- Giudici. Tribunal Constitucional, Fiscalía General e Tribunal Superior de Justicia de Catalunya funzionano come braccio giudiziario del governo spagnolo: il TC sospende le leggi (quella del referendum) e le altre due autorità (e loro ramificazioni) ne applicano il rispetto delle sentenze, con l’emissione di querele e divieti.

5- Informazione. Ci sono perquisizioni della Guardia Civil in tipografie e giornali, come El Vallenc, alla ricerca di materiale referendario. Chiuso il sito web del referendum della Generalitat; il TSJC ha ordinato alla Guardia Civil di redigere una lista dei mezzi d’informazione che hanno pubblicato la pubblicità del referendum.

6- Manifestazioni. Quelle collegate al referendum sono illegali e perciò passibili di proibizione, anche fuori dalla Catalogna, come a Madrid o a Vitoria, dove l’iniziativa è stata interrotta. Ora s’investiga l’atto di apertura di campagna degli indipendentisti a Tarragona.

7- Polizie. La Procura ha ordinato a Policía Nacional, Guardia Civil e Mossos d’Esquadra di requisire schede elettorali e urne. La polizia spagnola cerca volontari disponibili a trasferirsi in Catalogna per una ventina di giorni.

8- Reti. L’azienda delle poste Correos ha ordinato ai suoi impiegati di non inviare lettere con materiale referendario.

9- Schede elettorali. Vengono cercate nelle diverse tipografie con perquisizioni della polizia.

10- Urne. Anche queste ricercate dalla polizia con perquisizioni. (Elena Marisol Brandolini)

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REFERENDUM CATALOGNA, SOSPESA LA LEGGE SU INDIPENDENZA SU ORDINE DELLA CORTE COSTITUZIONALE. SEQUESTRATE ANCHE LE URNE

da “il Fatto Quotidiano” del 12/9/2017

– Il presidente catalano Carles Puigdemont ha però già indicato che andrà avanti comunque in nome della “nuova legalità”. La decisione dei giudici arriva dopo la sentenza di annullamento del voto per l’indipendenza da Madrid previsto l’1 ottobre –

   Sale ancora la tensione tra Madrid e la Catalogna in vista del referendum per l’indipendenza, che vedrà i catalani andare alle urne il prossimo 1 ottobre. Sempre che il governo centrale lo permetta. Visto che, dopo la denuncia della procura spagnola nei confronti del presidente Carles Puigdemont e dei suoi ministri, la Corte costituzionale spagnola ha sospeso la legge catalana che definisce il quadro giuridico per la formazione di uno Stato indipendente. Puigdemont ha però già indicato che andrà avanti comunque in nome della “nuova legalità catalana”.

   La procura spagnola – che negli scorsi giorni aveva ordinato alla Guardia Civil di fare irruzione nelle tipografie dove vengono stampate le schede – ha inoltre ordinato alla polizia catalana di sequestrare ogni materiale destinato a essere usato per il referendum e ha convocato il capo dei Mossos d’Esquadra Josep Lluis Trapero, considerato vicino al fronte indipendentista, dopo l’ordine impartito dall’Alta corte dello Stato spagnolo alla polizia di impedire l’organizzazione del voto.

   Il ruolo degli agenti catalani, che dipende dal governo della Catalogna, appare cruciale per la tenuta dell’appuntamento del prossimo 1 ottobre.

   La decisione dell’Alta corte iberica arriva dopo la precedente bocciatura della legge voluta dal parlamento catalano per la convocazione del referendum. Le norme sono state approvate da Barcellona lo scorso mercoledì ma sono state ritenute illegali, mentre i giudici dovranno considerare se violano la costituzione iberica del 1978. Solo un accordo con Madrid sull’organizzazione di un referendum concordato sull’indipendenza della Catalogna potrebbe fermare quello unilaterale, ha detto ieri pomeriggio ai cronisti Puigdemont dopo la manifestazione indipendentista della Diada: “Il governo spagnolo annunci come e quando i catalani possono votare – ha aggiunto il presidente – sarebbe l’unico modo per fermare il referendum”.

   Il premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha promesso di impedire “con ogni mezzo” il voto, ha già categoricamente escluso qualsiasi negoziato su un referendum di autodeterminazione catalano in nome del principio dell’unità della Spagna. L’8 settembre scorso il presidente della Catalogna e i ministri del governo regionale che hanno firmato il decreto di convocazione, oltre che la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e quattro membri della presidenza sono stati denunciati per “disobbedienza”, abuso di potere, malversazione di danaro pubblico per i costi del referendum. Rischiano gravi condanne fino anche al carcere.

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IL RE IN CAMPO CONTRO GLI INDIPENDENTISTI

da Il Sole 24ore del 13/9/2017

-Referendum per l’indipendenza della Catalogna: indagati 700 sindaci-

   Non accenna a diminuire la tensione tra il governo il governo centrale spagnolo e la Catalogna. La procura dello stato spagnolo ha dichiarato indagati i circa 700 sindaci catalani, su 948, che si sono schierati per il referendum di autodeterminazione del primo ottobre. Quelli che non si presenteranno in procura quando saranno convocati rischieranno l’arresto.

   Nel frattempo, il ministero degli interni spagnolo ha deciso di rinforzare il dispositivo di polizia dello stato in Catalogna in vista del referendum. Mille agenti di Guardia Civil e polizia nazionale sono stati inviati in rinforzo ai seimila già dispiegati in Catalogna, riferisce El Periodico. Altri quattromila sono stati posti in riserva e possono essere trasferiti in 24 ore. La polizia catalana dei Mossos d’Esquadra dispone di 17mila agenti.

   In una direttiva inviata alle procure catalane il procuratore capo dello stato José Manuel Maza ha infatti ordinato che gli oltre 700 sindaci aderenti all’Associazione dei Municipi per l’indipendenza che appoggiano il referendum siano chiamati ad essere dichiarati «come indagati, assistiti da avvocati».

   Per coloro che si rifiuteranno di presentarsi, Maza ha ordinato che siano arrestati e tradotti in procura «nel più breve tempo possibile» dalla polizia regionale catalana, i Mossos d’Esquadra, «che agirà come polizia giudiziaria». Vista la grande quantità di nuovi indagati il procuratore generale ha consigliato di iniziare con i sindaci dei comuni più grandi che si sono schierati con il presidente Puigdemont per l’organizzazione del referendum di indipendenza. Maza ha sottolineato che i possibili capi di imputazione contro i sindaci sono gli stessi previsti per Puigdemont e i suoi ministri che hanno firmato il decreto di convocazione del referendum: disobbedienza, abuso di potere e presunta malversazione di denaro pubblico, per i quali sono previste pene di carcere fino a otto anni.

I sindaci della sinistra secessionista: «Non ci piegheremo»

I sindaci del partito catalano della sinistra secessionista anti-sistema Cup «non si piegheranno» alla convocazione decisa dalla procura spagnola. Lo ha detto il deputato regionale della Cup, Carles Riera: «Non faremo un solo passo indietro» nella «disobbedienza» a uno stato spagnolo «antidemocratico e ingiusto». «Non possono arrestare tanti sindaci, ha aggiunto, non ci sono abbastanza prigioni».

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SECESSIONE, SCONTRO MADRID-BARCELLONA

– Ricorso di Rajoy: referendum illegale – Catalogna, crisi senza via d’uscita – L’ULTIMA CHANCE: rimane la speranza di una mediazione di Bruxelles che sfrutti la fedeltà di Madrid e l’ambizione di Barcellona di essere stato autonomo –

di Luca Veronese, da “il Sole 24ore” del 8/9/2017

   II governo e il Parlamento della Catalogna si muovono, di fatto, già in modo autonomo, indipendentemente dalle leggi dello Stato spagnolo: la secessione è già scritta nella legge approvata a maggioranza dai partiti autonomisti, sulla convocazione del referendum del primo ottobre, che «in caso di conflitto, prevale su ogni altra normativa», regionale o statale.

   II governo di Mariano Rajoy, appoggiato dalle istituzioni di Madrid, è pronto a usare ogni mezzo a sua disposizione per fermare la consultazione popolare: «Il referendum è illegale e non si farà in alcun modo», ha ribadito ieri il premier spagnolo, dopo un Consiglio dei ministri convocato d’urgenza.

   Rajoy ha dalla sua parte la Costituzione, secondo la quale «lo Stato è indivisibile» e infatti ha presentato un immediato ricorso davanti alla Corte Costituzionale contro la legge sul referendum e contro il successivo decreto che definisce le modalità con le quali i cittadini catalani saranno chiamati a scegliere tra la secessione e il Regno di Spagna. In serata la Consulta ha sospeso il decreto di convocazione del referendum.

   Per il leader conservatore, Puigdemont «ha compiuto un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle istituzioni democratiche»: la magistratura ha già avviato un’inchiesta per verificare le responsabilità penali dei leader indipendentisti. E alla Guardia Civil, il corpo di polizia che dipende direttamente dal governo nazionale, è stato dato ordine di vigilare su ogni azione che riguardi «d’organizzazione del referendum».

   E’ difficile dire oggi, fino a dove potrà spingersi Rajoy per bloccare la secessione catalana. La Costituzione attribuisce al governo di Madrid la facoltà – in casi eccezionali, se una delle comunità autonome non rispetta la legge- di «adottare tutte le misure necessarie a proteggere l’interesse generale», fino ad arrivare ad azzerare l’autonomia delle istituzioni regionali.

   II presidente della Generalitat, Puigdemont, si dice «pronto ad andare in carcere per la causa catalana e, stroncando ogni possibile negoziato, ribadisce che«non ci sono alternative al referendum», che «i tentativi di fermare il voto falliranno perché la democrazia non si può fermare». Puigdemont può contare sul sostegno dei catalani che nella stragrande maggioranza chiedono il diritto di decidere (…).

   La legittimità del processo indipendentista viene dalla volontà popolare: i catalani vogliono scegliere con il voto anche se sono divisi su come votare.

   La ripresa economica,ancora più sostenuta in Catalogna che nel resto del Paese, sta infatti rallentando la spinta autonomista, tanto che il Sl al referendum – che, come ha stabilito il Parlamento catalano, non prevede una quota minima di votanti per essere valido – sarebbe sceso al 41% dal massimo del 49% toccato nel 2013.

   Da ieri tuttavia, il Parlamento catalano ha iniziato a discutere anche la ley de ruptura, la legge che dovrebbe entrare in vigore se vincerà il Sl e che prevede, tra le altre cose, l’espulsione dalla regione dell’esercito spagnolo, la nomina di Puigdemont alla presidenza del nuovo Stato e il passaggio di ogni potere da Madrid a Barcellona.

   Lo scontro istituzionale è già diventato una battaglia civile. Rajoy ha fatto appello a tutti gli amministratori locali della Catalogna perché non si pieghino ad azioni che escono dalla legalità favorendo, con le strutture dei Comuni, lo svolgimento del referendum. Rajoy e Puigdemont sembrano aver scelto lo scontro frontale, con conseguenze imprevedibili e potenzialmente gravissime. In molti, anche nei loro entourage, sperano che si possa tornare a trattare. L’ultima speranza è legata alla mediazione di Bruxelles: sfruttando la comprovata fedeltà di Madrid alla Ue e l’ambizione di Barcellona di essere stato autonomo dell’Unione. (Luca Veronese)

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IL LOMBARDO-VENETO NON È LA CATALOGNA

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 25/9/2017

– Mappe. Il Paese dei campanili così legato alle tradizioni “Noi prima di tutto italiani” – Il sondaggio. Nell’indagine realizzata da Demos, Veneto e Lombardia solo lontani da Barcellona: i venti d’autonomia spirano sempre più deboli – L’ambito che ha visto crescere di più il distacco dei cittadini, negli ultimi 10 anni, è l’Europa – Le divelse identità territoriali non contrastano con quella nazionale, ma ne sono il complemento –

   L’identità territoriale, in Italia, appare, fin dai tempi dell’Unità, attraversata da tensioni profonde. I referendum sull’autonomia, che si svolgeranno in LOMBARDIA e nel VENETO, fra meno di un mese, sono destinati ad acuire le divisioni. Tanto più perché il clima del confronto fra centro e periferia, fra Stato e Regioni, si è surriscaldato, dopo l’intervento del governo contro la legge veneta che prevede l’esposizione del gonfalone di San Marco negli edifici pubblici.

   Un provvedimento che rischia di accendere una campagna elettorale fin qui piuttosto spenta. Evocando, con qualche forzatura, l’esempio catalano.

   L’Italia è storicamente segnata dalla distinzione, per alcuni versi una “frattura”, fra Nord e Sud. E, quindi, dalla “questione meridionale”, affiancata e sfidata, negli ultimi decenni, da una “questione settentrionale”, polemica non solo verso il Mezzogiorno, ma, anzitutto, contro lo Stato. L’Italia, peraltro, ha sempre presentato un’identità frammentata da particolarismi.

   Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica nella seconda metà degli anni Novanta, una fase particolarmente accesa da conflitti territoriali, era solito dire che “l’Italia è un Paese di paesi. E di città. Unito dalle sue differenze.” In altri termini, dal suo pluralismo di tradizioni, culture, paesaggi.

   UN “PAESE DI PAESI”. Mi sembra una definizione efficace e di lunga durata dell’Italia. Evoca, infatti, un profilo che si ripropone ancora oggi, quando si indaga sulle diverse e principali appartenenze territoriali dei cittadini. Lo dimostrano i dati di un sondaggio di Demos (per Intesa Sanpaolo ), condotto nelle scorse settimane. Dal quale emerge un sentimento di appartenenza territoriale composito e frastagliato.

   I contesti nei quali si riconoscono gli italiani, infatti, sono diversi. Anzitutto, l’Italia, indicata come primo riferimento dal 23% del campione. Quasi 1 italiano su 4. Ma ciò significa che gli altri 3 guardano altrove. In particolare: alla loro città (quasi 2 su 10 ). Quindi, alla loro Regione (12%). Poi alla “macro-area”. Nord, Centro e Sud, insieme, raccolgono quasi il 20% delle preferenze “territoriali”. Ci sono, infine, molte persone che si orientano oltre i confini nazionali e locali. L’8% si definisce, anzitutto, europeo. Mentre il 18% si rivolge in primo luogo “al mondo”. Esprime, dunque, uno spirito apertamente “cosmopolita”.

   Nell’insieme, dunque, circa metà delle persone intervistate si richiama anzitutto all’ambito “locale”. Gli italiani. Si dicono milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi. Bolognesi, toscani. Romani. Marchigiani. Ma anche: del Nord oppure meridionali. Nel Mezzogiorno, in particolare, il sentimento “meridionalista” scavalca il 22%.

   Tuttavia, se consideriamo anche la seconda indicazione, cioè l’altra identità territoriale possibile per i cittadini, l’Italia si ripropone con forza, su livelli molto elevati. E ciò sottolinea una tendenza anch’essa di “lunga durata”, del nostro “Paese di paesi”. Ne ho scritto altre volte, in passato, visto il mio vizio di osservare il territorio, come chiave di lettura degli orientamenti politici, ma anche sociali. Noi siamo un popolo di “e italiani”. Oppure, reciprocamente, di “italiani e”.

   Detto in altri termini: siamo milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi. Bolognesi, toscani. Cuneesi e vicentini. Romani. Marchigiani. Meridionali, settentrionali. “E” italiani. Ma anche viceversa. Italiani “e”… romani, napoletani, emiliani. E via dicendo. Le diverse identità territoriali, dunque, non appaiono in contrasto con quella nazionale. Ma ne costituiscono, semmai, il complemento.

   La conferma giunge se osserviamo questi orientamenti in controluce. Attraverso il contesto territoriale ritenuto “più lontano”. Il distacco dall’Italia, infatti, continua ad apparire limitato. Espresso da una quota di persone inferiore al 10% (il 7%, per la precisione). Nonostante i localismi e le pulsioni indipendentiste – anche se non più apertamente secessioniste – che agitano il Paese.

   L’ambito che ha visto crescere maggiormente il distacco dei cittadini, negli ultimi 10 anni, è, invece, l’Europa. Com’era prevedibile. Dunque, siamo e restiamo un “Paese di paesi”. Di città e di regioni. Un Paese dall’identità incompiuta e, quindi, “debole”. Ma, per questo, dotato di “resistenza”. In grado di superare le sfide che vengono dall’esterno. Dalla globalizzazione. Dal cammino incerto dell’Europa. Dalle presunte “invasioni”. Perché il perimetro delle nostre appartenenze è aperto e flessibile. Capace, per questo, meglio di altri, di adattarsi ai cambiamenti e alle tensioni che giungono anche dall’interno.

   Cosi, i referendum che si svolgeranno nel Lombardo-Veneto vanno ricondotti al significato reale che assumono presso i cittadini. Esprimono, cioè, una domanda di autonomia, non di distacco. (Il quesito referendario, d’altronde, parla di autonomia, non di indipendenza). Ma riflettono anche la ricerca di consenso politico e personale, da parte dei partiti e dei governatori — leghisti — che guidano le Regioni. (Come suggerisce un sondaggio dell’Osservatorio Nordest di Demos, di prossima pubblicazione sul Gazzettino).

   Cosi, a mio avviso, ha ragione Massimo Cacciari quando recrimina contro coloro (il governo regionale del Veneto ) che hanno approvato la legge sull’esposizione della bandiera con il “Leone di San Marco”. Ma anche contro chi l’ha “impugnata” (il governo nazionale ). Perché: “queste cose non fanno che alimentare le pulsioni di quelli che andranno a votare al referendum”.

   In altri termini: questa polemica rischia di amplificare la campagna elettorale in vista del referendum autonomista. Con l’effetto — imprevisto e non voluto dal governo nazionale — di mobilitare i cittadini. Fino ad oggi piuttosto distratti, intorno a questa scadenza.

   Peraltro, anche l’iniziativa del governo regionale del Veneto potrebbe avere effetti imprevisti, dai promotori. Perché la bandiera “venetista” issata non “al posto di”, ma “accanto a” quella italiana potrebbe essere concepita come una conferma ai dati presentati in questa Mappa. Che non pre-vedono l’alternativa: veneti O italiani. Ma, al contrario, l’integrazione reciproca: veneti E italiani. Guidati da Luca Zaia: il governatore di una Regione italiana. Perché il Lombardo-Veneto non è la Catalogna. (Ilvo Diamanti)

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One thought on “CATALOGNA INDIPENDENTISTA? Forse sì, forse no: ma IL REFERENDUM del 1° ottobre non si potrà fare – La crisi degli Stati nazionali è anche crisi delle Regioni (come da noi VENETO e LOMBARDIA: al referendum per l’autonomia il 22/10) – L’EUROPA POTREBBE INTERVENIRE, e mediare sulla crisi spagnolo-catalana

  1. paolomonegato venerdì 29 settembre 2017 / 15:25

    A mio avviso invece si voterà. Ormai non possono più tornare indietro senza perdere la faccia. Sarà da vedere però come faranno a votare… Ad ogni modo ormai ci siamo, domenica avremo la risposta.

    Per il resto, concordo che il federalismo è la soluzione, ma dissento sulla necessità di un livello intermedio tra una futuribile federazione europea e la Catalogna (idem per molte altre realtà europee, tipo la Scozia ad esempio). Sarà proprio la frammentazione degli stati nati nell’ottocento a rendere necessaria una maggiore unione. Fino a che si andrà avanti così, invece, queste entità statali penseranno di essere grandi abbastanza per arrangiarsi (ed alcune non hanno tutti i torti, pensiamo ad esempio alla potenza economica tedesca o alla Francia con il seggio permanente allìONU e la sua influenza in molte parti del continente africano).

    ps: per quanto riguarda il quorum: giusto che non ci sia, come nelle migliori democrazie. Così si evita di sommare i disinteressati ai No e si obbliga i contrari al confronto.

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