EUROPA CHE ACCADRÀ? – Tra POPULISTI TEDESCHI (filo-nazisti? molti di loro; anti-immigrati? sì) con 93 deputati al Bundestag; – INDIPENDENTISMI in auge e avvenute SEPARAZIONI (Catalogna, Brexit); – E tentativi di UNIONE: l’iniziativa politica francese (MACRON) per la rimessa in moto dell’idea di STATI UNITI D’EUROPA

Macron alla Sorbona (foto Ansa) – MACRON: IL DISCORSO EUROPEISTA ALLA SORBONA – “PARIGI – C’è tutto nell’Europa di Emmanuel Macron, c’è «il sorriso di MONNA LISA, MUSIL, PROUST, SOARES» e il SISIFO felice di CAMUS, c’è il debito, «che non suona nello stesso modo in tedesco e francese», c’è quella parte di «intraducibile e di mistero». Poi c’è anche UN BILANCIO UNICO PER LA ZONA EURO, UN MINISTRO DELLE FINANZE, una Commissione ridotta a quindici commissari (e che i paesi fondatori diano l’esempio e ritirino per primi i loro), c’è PIÙ CONVERGENZA, E PIÙ SOLIDARIETÀ, anche a costo di cambiare i trattati, ci sono LE DUE VELOCITÀ, UN PROCURATORE UNICO CONTRO IL TERRORISMO, UNA FORZA MILITARE COMUNE D’INTERVENTO, un’AGENZIA unica PER IL DIRITTO D’ASILO, ci sono frontiere ma OPRATTUTTO ORIZZONTI (…)” (Francesca Pierantozzi, “il Messaggero”, 27/9/2017)

   In Germania, alle elezioni tenutesi domenica 24 settembre scorso, non ha fatto notizia la vittoria della cancelliera Merkel, bensì l’affermazione (prevista, ma lo stesso clamorosa) del partito di ultra-destra “Alternative fuer Deutschland” (AfD), un partito considerato filo-nazista (ma, prima di tutto, fortemente anti-immigrati), con quasi il 13% dei voti e con 93 deputati che siederanno al Bundestag, il parlamento tedesco.

   Perché non era mai successo, dal secondo dopoguerra, che la Germania dovesse confrontarsi ancora, istituzionalmente, con lo spettro nazista.

ANGELA MERKEL, dopo la vittoria sancita dalle urne domenica sera 24 settembre del suo partito (e della sua linea di governo) con il 33% dei voti. Ma un milione di voti sono stati persi a vantaggio dell’ultra-destra anti-immigrati e filonazista…

   E così, tra alti e bassi, sconfitte e vittorie, i partiti populisti che ci sono in Europa, continuano a suscitare una scia di paura, quando si affermano (e sollievo quando escono sconfitti dalla contesa elettorale, come è accaduto in Francia con la Le Pen). Perché il populismo cavalca due elementi cui gli europei devono fare i conti in quest’epoca: l’arrivo del “diverso”, cioè di immigrati dal Sud del mondo (che fuggono dalla guerra, o dalla fame, o dal clima sempre più arido…); e, dall’altra, la crisi economica globale che colpisce anche i Paesi ricchi, che si trovano ad avere situazione di “non lavoro”, una disoccupazione atavica (data dallo sviluppo dell’automazione, e dallo spostamento delle produzioni in Paesi dove la mano d’opera costa meno).

LA SERA DEI RISULTATI IN GERMANIA (24 settembre) BERLINO: PROTESTE CONTRO ALTERNATIVE FUR DEUTSCHLAND (da lettera 43.it/ – “(…) Gli elettori di AfD, la sera della vittoria elettorale, non si sono fatti vedere: sono molti in Germania a non voler dire di aver votato per l’estrema destra (un fenomeno che influenza anche l’attendibilità dei sondaggi pre-elettorali). A differenza degli oppositori: circa 700 solo a Berlino, che a un certo punto hanno iniziato a lanciare sassi e bottiglie contro la polizia. MANIFESTAZIONE SPONTANEE DI PROTESTA CI SONO STATE anche A COLONIA, AMBURGO, FRANCOFORTE, DÜSSELDORF, MONACO, LIPSIA (…)”(Elena Tebano, “il Corriere della Sera”, 24/9/2017)

   In questo contesto, quasi contemporaneamente, qualche giorno dopo le elezioni tedesche, c’è stato il discorso di Emmanuel Macron alla prestigiosa Università parigina de “La Sorbona” (martedì 26 settembre). Discorso, quello del Presidente francese, che ha rilanciato concretamente il progetto di “Stati Uniti d’Europa”, che sembrava particolarmente in crisi, con l’impegno francese di portare avanti, già nei prossimi mesi proprio le proposte enunciate da Macron in occasione di questo discorso alla Sorbona.

   Che sono: un BILANCIO UNICO (e debito futuro comune) e un UNICO MINISTRO DELLE FINANZE e dell’Economia PER LA ZONA EURO, cioè per i 19 Paesi della Unione Europea (sui 28) che hanno adottato l’euro come moneta comune; UN ESERCITO IN COMUNE; UN PROCURATORE comune CONTRO IL TERRORISMO; un’unica AGENZIA PER IL DIRITTO DI ASILO dei profughi. Entro il 2024 tutti gli studenti potranno essere bilingue (cioè parlare due lingue europee); un’UNICA PROTEZIONE CIVILE, un’Agenzia per l’Innovazione, una scuola per l’Intelligence…

   Un’Europa più solidale e innovativa, dice Macron, che più che a guardare ai confini GUARDA AGLI “ORIZZONTI”….un discorso di un’ora e quaranta tutto europeista e concreto, dove la proposta è rivolta a tutti i paesi che ci stanno; e in questo senso propugnando la possibilità, cui oramai tutti sono d’accordo, di UN’EUROPA “A DUE VELOCITÀ” (chi non vuole subito aderire ai nuovi meccanismi messi in comune, lo potrà fare dopo).

   Pertanto ci troviamo in Europa in questa situazione agli antipodi: da un lato spinte ad unirsi in un progetto federalista sempre più elevato, necessario più che mai all’attuale (e futuro) contesto mondiale; dall’altra la vittoria di populisti o, come in Germania, possibili neonazisti.

Le urne in Germania hanno confermato la cancelleria del Bundestag ANGELA MERKEL. La CDU è riuscita infatti a confermarsi il primo partito tedesco con il 33 per cento dei voti, perdendo però oltre otto punti rispetto alle elezioni di quattro anni fa. Calano anche i socialisti che scendono al 20,5 per cento delle preferenze (meno 5,2 punti rispetto al 2013), mentre crescono i liberali del FDP di Christian Lindner (passati da meno del 5 per cento dei voti al 10,7), la Linke (dall’8,6 per cento al 9,2), e i Verdi (dall’8,4 al 8,9). L’Afd diventa il terzo partito con il 12,6 per cento

   A proposito di questi ultimi, le regioni tedesche (länder) dove ha trionfato l’estrema destra sono Sassonia, Pomerania-Meclemburgo, regioni che hanno provato quasi 50 anni di socialismo reale. I Länder orientali non hanno la consolidata tradizione democratica di quelli occidentali. I partiti fondatori della democrazia tedesca – la Cdu e l’Spd – vi sono, in quelle regioni, meno radicati. E l’aspetto più strano, emblematico, è che le zone dove la destra è più forte non sono quelle con più immigrati, come si penserebbe. Pare che all’origine del successo dell’ “Alternativa per la Germania” sia di più il disagio sociale (ma vi possono essere altri motivi contestuali alla mentalità popolare più o meno aperta al mondo: per dire, i paesi veneti dove c’è più timore dell’”invasione” di immigrati sono quelli montani bellunesi, dove gli immigrati quasi non ci sono del tutto).

“ALICE WEIDEL, 38 anni (capolista e leader di Alternative fuer Deutschland -AfD- insieme al 76enne ALEXANDER GAULAND)(i due nella FOTO) ha promesso ai suoi elettori «un’opposizione ragionevole, ma per la Germania ed i tedeschi prima di tutto, e stando attenti a cosa farà Angela Merkel». Parole tutto sommato rassicuranti, da cui traspare, però, la linea ben più estremista del partito: Weidel e Gauland l’hanno condotto al successo esacerbando i toni ed esautorando di fatto FRAUKE PETRY, che aveva portato la formazione in 10 Parlamenti regionali su 16, ma chiedeva di adottare posizioni più moderate che portassero l’AfD al governo nei prossimi decenni (…)”(Elena Tebano,“il Corriere della Sera”, 24/9/2017)

   Gli aderenti di estrema destra dell’ “Alternative fuer Deutschland” (AfD) sono veramente filo-nazisti? Le opinioni di osservatori ed esperti divergono, nell’attribuire loro il “grado” di assimilazione al nazismo originario degli anni ‘30-‘40 del secolo scorso. Sicuramente propendono per una propria nazione fatta di una sola etnia (non usiamo la sconsiderata parola “razza”), quelle dei tedeschi: pertanto la discriminante resta sempre la stessa, uguale agli altri partiti cosiddetti populisti nei vari paesi d’Europa: cioè il NON VOLERE GLI IMMIGRATI. I toni e i modi poi saranno diversi da Paese a Paese: arrivando a propendere per soluzioni drastiche di allontanamento, ad altre più moderate pur sulla stessa linea di rifiuto dell’immigrato.

FRAUKE PETRY, fondatrice di Alternative fuer Deutschland -AfD- e ora di fatto esautorata dal partito, aveva portato la formazione in 10 Parlamenti regionali su 16, ma chiedeva ora di adottare posizioni più moderate che portassero l’AfD al governo nei prossimi decenni. La 42enne Petry, che chi ha conosciuto nella roccaforte di AfD di Dresda definisce opportunisticamente molto populista ma non di convinzioni naziste, non ci stava a passare per la Führerin del Terzo millennio. Pur sui migranti aveva dichiarato che sarebbero dovuti «essere tradotti su isole fuori dall’Europa, separati tra uomini e donne» (BARBARA CIOLLI, Linkiesta.it)

   E’ un tema serio, quello dell’immigrazione, e ci possono essere delle motivazioni valide per chi vede un pericolo, uno “squilibrio”, nella moltitudine di persone che si spostano da sud a nord del mondo. Pertanto, nel guardare con preoccupazione a movimenti xenofobi (anti-immigrati) che stanno sviluppandosi, non dobbiamo non porci il problema e cercare soluzioni concrete, solidali, ma anche autorevoli nel porre dei “limiti”.

ALICE WEIDEL, il volto nuovo della destra radicale. – “(…) Sono pochi gli elementi che uniscono l’elettorato di Afd. Il partito ha superato le contraddizioni interne mantenendosi sul vago su molti temi. A partire dalla sua leader, Alice Weidel, il volto nuovo della destra radicale. Che, con le proprie scelte di vita nega parecchie delle posizioni di base del partito: lesbica, è sposata con una cittadina svizzera nata in Sri Lanka con cui ha due figli (AfD è tra le altre cose a favore della famiglia tradizionale)(…)(Elena Tebano, “il Corriere della Sera” 24/9/2017)

   La “purezza etnica” del Paese in cui si vive (al di là che storicamente non è mai avvenuta in nessun luogo al mondo) denota il rifiuto totale di alcuna politica di “controllo dei flussi migratori” e di convivenza pacifica con le “diversità” del pianeta (“ci chiudiamo tra le nostre mura di casa”: solo così conserveremo benessere e tranquillità…). I toni drastici di Alternative fuer Deutschland fanno così pensare che sì, sono filo-nazisti (anche se è pensabile, sperabile, auspicabile, che non propendano per i metodi tragici dei loro ideologi originari del secolo scorso…). La cosa ancora più grave è che è adesso, dal secondo dopoguerra ad adesso, che entrano nel Parlamento tedesco (che Hitler fece incendiare, il Bundestag); e ci sono non con una presenza residuale, ma con ben 93 deputati.

   Pertanto ci troviamo in presenza di un’Europa già a “DUE VELOCITÀ IDEALI” (per riprendere e trasformare un’espressione di questi tempi), “due tendenze”, e possibilità, completamente diverse: una prospettiva di crescita europeista verso gli “Stati Uniti d’Europa” (come nel discorso di Macron alla Sorbona), e dall’altra fosche immagini di filo-nazisti che ritornano alla soglia del potere. I fenomeni migratori gestibili con umanità e autorevolezza, lo sviluppo del continente africano, un ruolo nuovo di sviluppo che l’Europa deve cercarsi per mantenere, conservare, un sistema di vita che, ancora adesso (con l’Europa in declino) resta quello che offre una qualità di vita migliore rispetto a qualsiasi altra parte del pianeta….. sono tutte cose sullo stesso piano, un tutt’uno, una scommessa (di riuscirci) sul presente e futuro. (s.m.)

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MACRON, MANIFESTO PER LA NUOVA UE: «ESERCITO, BILANCI E TASSE IN COMUNE»

di Francesca Pierantozzi, da “il Messaggero” del 27/9/2017

– L’Europa di Macron: tassare i giganti web e un esercito comune – Dalla Sorbona il presidente propone il bilancio unico e la Procura anti-terrorismo. – «Unione a due velocità, l’Italia nel gruppo di testa» –

PARIGI – C’è tutto nell’Europa di Emmanuel Macron, c’è «il sorriso di Monna Lisa, Musil, Proust, Soares» e il Sisifo felice di Camus, c’è il debito, «che non suona nello stesso modo in tedesco e francese», c’è quella parte di «intraducibile e di mistero».   Poi c’è anche un bilancio unico per la zona Euro, un ministro delle Finanze, una Commissione ridotta a quindici commissari (e che i paesi fondatori diano l’esempio e ritirino per primi i loro), c’è più convergenza, e più solidarietà, anche a costo di cambiare i trattati, ci sono le due velocità, un procuratore unico contro il terrorismo, una forza militare comune d’intervento, un’Agenzia unica per il diritto d’asilo, ci sono frontiere ma soprattutto orizzonti.

IL PROCESSO

Il presidente francese parla, parla parla nella grande aula magna di legno della Sorbona, un discorso di un’ora e quaranta per lanciare la rifondazione dell’Europa. Fa pause, parla a braccio anche se il discorso è stato scritto e riscritto e corretto da lui fino all’ultimo, non vuole soltanto mantenere una promessa della campagna elettorale, ma anche aprire una strada, avviare un processo, spera che si chiamerà «le processus de la Sorbonne», dice alla fine, quando il tono si alza, urla quasi, per mettere in guardia dai pericolosi sonni e da un oscurantismo che ci minaccia tutti.

   «La Francia – dice – deve assumersi il rischio pericoloso di prendere l’iniziativa». L’iniziativa è quella, già annunciata nei giorni scorsi e anticipata ai partner europei, di rifondare l’Europa. Con una Germania che ormai deve fare i conti con l’estrema destra xenofoba in Parlamento e i liberali euroscettici in parlamento, Macron ha evitato di definire con precisione “gli strumenti”, le modalità pratiche per realizzare le sue proposte, ma non è nemmeno rimasto nella vaghezza dei principi.

   Macron propone ai partner un’Europa con più sovranità, più unita e più democratica. «L’Europa che conosciamo è troppo debole, lenta e inefficace, ma soltanto l’Europa può darci la capacità di agire nel mondo di fronte alle grandi sfide contemporanee».

IL POPOLO

La ricostruzione parte dall’Eurozona per il presidente francese: «non voglio una zona euro che si vergogni». Quindi: bilancio comune, un ministro delle finanze, un vero controllo democratico, convergenze «forti» fiscali e sociali. Propone l’introduzione di un «salario minimo europeo», conferma la lotta contro i lavoratori distaccati.

   Macron propone «ai paesi che lo vorranno» di aprire un vasto dibattito, le «convenzioni democratiche», perché «l’Europa si deve rifondare con e per il popolo». E pazienza se non tutti avanzeranno insieme. «L’Europa è già a più velocità! — ha detto — Nessuno stato può essere escluso, ma nessuno stato può bloccare chi vuole andare più veloce o più lontano».

   Insomma, il presidente francese invita «un’avanguardia», il «cuore dell’Europa» a farsi coraggio e ad andare avanti. Il primo pensiero va naturalmente alla Germania. Saluta Angela Merkel e le sue «convinzioni europee». Parla a lungo di transizione ecologica — cosa che deve essere stata gradita ai Verdi, probabili futuri alleati della cancelliera nella nuova coalizione — e sottolinea che mutualizzare i debiti non significa mutualizzare «i debiti passati» – cosa che dovrebbe rassicurare i Liberali.

   Propone di cominciare la rifondazione dell’Europa rifondando le relazioni franco-tedesche e riscrivendo un nuovo Trattato dell’Eliseo il prossimo 22 gennaio, quando il patto firmato da De Gaulle e Adenauer compirà 55 anni. Francia e Germania devono «essere i pionieri» di questa rinascita, ma anche l’Italia deve essere parte del gruppo di testa e Macron ha anticipato che a Lione (incontro italo-francese del 27 settembre) con Gentiloni arriveranno i primi «impegni comuni».

   LA FRANCIA HA PARLATO, ADESSO TOCCA AGLI ALTRI. Macron proporrà di creare UN GRUPPO PER LA RIFONDAZIONE EUROPEA: aderirà chi vuole. Obiettivo: definire i famosi «strumenti» prima delle elezioni europee del 2018 e FARE IN MODO CHE NEL 2024 — questo l’orizzonte di Macron — LA NUOVA EUROPA SIA GIÀ NATA. E – giura – sarà l’Inno alla Gioia, ad aprire le Olimpiadi di Parigi. (Francesca Pierantozzi)

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DISCORSO DI MACRON ALLA SORBONA quasi integrale (un’ora e venti, video con traduzione in italiano):

http://it.euronews.com/2017/09/26/in-diretta-presidente-francese-macron-presenta-progetto-riforme-per-europa

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INTERVISTA A RAPHAËL GLUCKSMANN

«BUDGET UNICO PER GRANDI PROGETTI: NON CEDIAMO AGLI EUROSCETTICI»

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 27/9/2017

– Cittadinanza. «Più scambi culturali: non possiamo sentirci europei se non ci conosciamo a vicenda» – PARIGI – «Il discorso di Emmanuel Macron mi è sembrato forte e ambizioso. Sono in disaccordo con lui su molti altri aspetti, ma quanto alla visione europea credo che abbia imboccato la strada giusta. Ha capito che deve mobilitare le opinioni pubbliche, fondare una nuova società civile europea, e può farlo solo con proposte concrete capaci di interessare i cittadini e non solo le élite. Ora bisognerà vedere qual è la risposta dei tedeschi e degli altri popoli europei».

   Saggista e opinionista 37enne, autore del fortunato libro “La nostra Francia contro il ripiegamento nazionalista”, RAPHAEL GLUCKSMANN apprezza la voglia di Macron di scuotere lo status quo.

L’iniziativa francese punta anche sulla nascita del cittadino europeo, con il riconoscimento dei diplomi, i soggiorni dei giovani negli altri Paesi e il multilinguismo.

«Mi sembra una buona idea, non si può fare l’Europa se non la si conosce, non possiamo sentirci europei se non ci conosciamo a vicenda. Nel Settecento il dibattito intellettuale era più europeo di oggi, eppure non esistevano le compagnie low cost e Internet. Non ci può essere una posizione comune se non esiste un sentimento di appartenenza alla società europea».

Per questo Macron insiste tanto sulle «convenzioni democratiche»?

«Ha ragione, o si coinvolgono i cittadini o questo tentativo non funzionerà. Se il processo di costruzione europea riguarda di nuovo solo gli uffici di Bruxelles, i sovranisti potranno ripetere che la democrazia è tradita. Macron fa appello a una nascente opinione pubblica europea, consapevole che non possiamo lasciare agli euroscettici il monopolio della critica all’Europa. Proprio noi, gli europeisti, dobbiamo avere il coraggio di criticare la situazione attuale per migliorarla».

Qual è il peso delle elezioni tedesche?

«Nel suo discorso Macron ha mandato molti messaggi: ai liberali tedeschi che non vogliono un budget comune della zona euro, assicurando che non serve a ripianare le nostre spese ma a finanziare grandi progetti europei. E anche ai verdi, gli altri protagonisti della problematica coalizione a tre con Merkel. Viviamo un rovesciamento di prospettiva abbastanza spettacolare: in sei mesi siamo passati da una Merkel sovrana e una Francia promessa al lepenismo, a una situazione in cui Macron prende l’iniziativa e la Germania sembra bloccata e minacciata dai populisti. Macron ha lanciato un altro messaggio alla Germania per esempio quando ha rivendicato di avere fatto la riforma del lavoro per sistemare le cose innanzitutto in casa propria. Una riforma condotta in modo volutamente rapido, senza preoccuparsi delle manifestazioni, rivolgendo lo sguardo a Berlino. Adesso, cominciati i compiti a casa, la Francia si sente legittimata a fare proposte».

Cambieranno gli equilibri? Macron starà più attento agli altri partner europei?

«Mi sembra che, come Sarkozy, Macron abbia l’istinto di fare di testa sua, a costo di deludere — in poche settimane, con le vicende della Libia e di Fincantieri — un Paese come l’Italia dove era molto popolare. Non vorrà ripetere l’errore e rinchiudersi in un rapporto esclusivo con la Germania, il Paese che più beneficia dello status quo che va rotto».

(Raphaël Glucksmann, 37 anni, è un saggista e commentatore francese. II suo ultimo libro, «Notre France», sfata il mito del «sovranismo» raccontando le radici cosmopolite del Paese. Con il padre André ha scritto «Sessantotto. Dialogo tra un padre e un figlio su una stagione mai finita»)

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GERMANIA, LA FESTA GRIGIA DELL’AFD SENZA SOSTENITORI: «ORA CAMBIA TUTTO»

di Elena Tebano, inviata a Berlino, “il Corriere della Sera” del 24/9/2017

– Davanti al quartier generale, protesta con slogan e sassi. Molte le incognite sul futuro ma il risultato premia la formazione: «A noi il voto di chi vuole sicurezza e meno immigrati»

   La leader di AfD Alice Weidel, 38 anni (capolista insieme al 76enne Alexander Gauland) ha promesso ai suoi elettori «un’opposizione ragionevole ma per la Germania ed i tedeschi prima di tutto e stando attenti a cosa farà Angela Merkel». Parole tutto sommato rassicuranti, da cui traspare, però, la linea ben più estremista del partito: Weidel e Gauland l’hanno condotto al successo esacerbando i toni ed esautorando di fatto FRAUKE PETRY, che aveva portato la formazione in 10 Parlamenti regionali su 16, ma chiedeva di adottare posizioni più moderate che portassero l’AfD al governo nei prossimi decenni.

   A decretare la vittoria elettorale di AfD è stata soprattutto l’opposizione alla politica di accoglienza voluta (e poi in parte rinnegata) da Angela Merkel nel 2015. È il tema più sentito nella base del partito: «La gente ci vota perché mettiamo al primo posto la questione della sicurezza e la democrazia diretta», assicura Damian Lohr, 23 anni, giovanissimo deputato nel Parlamento regionale della Renania Palatinato. «Dobbiamo risolvere il problema dell’immigrazione fuori dall’Europa, perché il numero degli immigrati è troppo alto per farlo qui», aggiunge Georg Pazderski, capogruppo di Afd nel parlamento locale di Berlino.

   «I nostri confini non sono più sicuri, tutti possono entrare e questo fa sì che le nostre condizioni di vita cambino senza che noi le possiamo controllare — chiosa Falk Rodig, esponente locale di Berlino —. Qui nella capitale prendiamo voti soprattutto nelle periferie». Sono lo zoccolo duro del voto pro AfD, insieme ai Länder più poveri e in crisi di identità dell’ex Germania Est.

   Fuori dal Traffic Club gli elettori di AfD non si sono fatti vedere: sono molti in Germania a non voler dire di aver votato per l’estrema destra (un fenomeno che influenza anche l’attendibilità dei sondaggi pre-elettorali). A differenza degli oppositori: circa 700 solo a Berlino, che a un certo punto hanno iniziato a lanciare sassi e bottiglie contro la polizia. Manifestazione spontanee di protesta ci sono state anche a Colonia, Amburgo, Francoforte, Düsseldorf, Monaco, Lipsia. E il Consiglio mondiale ebraico ha definito «disgustoso» il risultato elettorale del partito populista e xenofobo.

   Ma a parte l’opposizione agli stranieri, la tendenza diffusa a credere alle teorie del complotto e l’insoddisfazione nei confronti della politica tradizionale (secondo un sondaggio della tv Ard il 60 per cento degli elettori di Alternative für Deutschland l’hanno scelta perché delusi dagli altri partiti) sono pochi gli elementi che uniscono l’elettorato di Afd. Il partito ha superato le contraddizioni interne mantenendosi sul vago su molti temi. A partire dalla sua leader, Alice Weidel, il volto nuovo della destra radicale. Che, con le proprie scelte di vita nega parecchie delle posizioni di base del partito: lesbica, è sposata con una cittadina svizzera nata in Sri Lanka con cui ha due figli (AfD è tra le altre cose a favore della famiglia tradizionale). Finora se l’è cavata anche proteggendo in tutti i modi la sua vita privata. Bisognerà vedere se le contraddizioni — sue e del partito — reggeranno alla prova del Parlamento. (Elena Tebano)

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IN GERMANIA I NAZISTI SONO RITORNATI NEL BUNDESTAG

di Furio Colombo, da “il Fatto Quotidiano” del 26/9/2017

Caro Furio Colombo,

dunque ci eravamo illusi o ci hanno ingannato con bravura. Ma all’improvviso, come in un film horror, ecco 100 deputati nazisti seduti ai loro posti guadagnati nel Bundestag con milioni di voti, nazisti senza travestimenti, finzioni o nostalgie, pronti a governare.

Gianluigi

   “Tutta vele e cannoni una nave nel porto arrivò”, sono i primi versi della “Ballata di Mahagonney di Bertolt Brecht e Kurt Weill, due esuli tedeschi che hanno raccontato in modo indimenticabile come comincia la tragedia della espropriazione di dignità e libertà.

   La nave è arrivata di nuovo e ha sbarcato l’altroieri 100 deputati nazisti nel Bundestag che è stato la casa e il governo di Willy Brandt, il cancelliere tedesco che si è inginocchiato davanti ai morti della Shoah. “Sono orgoglioso di quello che hanno fatto i soldati tedeschi nelle nostre guerre” ha detto Alexander Gauland, leader dei nuovi nazisti. E il suo trionfo ci lascia con costernazione, disorientamento, paura. E due domande. La prima: i tedeschi (intellettuali, media, politici) ci hanno ingannato (o si sono autoingannati)? La seconda: come si riorganizzeranno i camerati italiani, specialisti di camuffamento e celebri per la prima frase di ogni impresa, spedizione o proclama xenofobo (“noi non siamo razzisti!”)?

   Quanto alla prima domanda, esperti e presunti esperti ci raccontano la storia ormai nota (vedi Trump) degli arrabbiati e dimenticati dai radical chic (troppo occupati dall’antifascismo dei salotti) senza spiegare perché il nazismo arriva (ritorna) adesso, nella solida Germania, dopo la fine della lunga crisi europea e in un momento di grande benessere.

   La seconda domanda riguarda i camerati italiani. Cento tedeschi eletti come nazisti che subito alzano senza vergogna la loro bandiera nazional-razzista, come pirati giunti finalmente in porto, sbugiardano il fascismo sommerso italiano, costruito su bugie e finzioni (la tratta degli esseri umani per non dire fuga dalla morte, chiusura delle frontiere per non dire respingimento, immigrazione clandestina per non dire trattato di Dublino).

   Casa Pound e Forza Nuova, Fratelli d’Italia, ronde notturne e i camerati della Lega potranno anche gioire della vittoria stupefacente dei camerati tedeschi, ma dovranno ammettere che non hanno avuto il coraggio di quella clamorosa dichiarazione di militanza razzista che praticano ma negano, fingendosi inflessibili solo con la violazione della legge (che però è la Bossi-Fini che include il reato impossibile di immigrazione clandestina e l’aggravante di clandestinità in una condizione in cui nessuno può o vuole nascondersi).

   Passato l’entusiasmo, i camerati italiani dovranno inventarsi una strategia che li metta all’altezza dei camerati tedeschi. Alcuni di loro, se hanno letto qualcosa, sapranno che in passato sono sempre stati un po’ disprezzati. (Furio Colombo)

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Idee e profili dei deputati dell’estrema destra che entrano nel Parlamento

BERLINO, ELETTA UNA LEGIONE DI XENOFOBI E NEGAZIONISTI

di Francesca Sforza, da “La Stampa” del 26/9/2017

– Così l’AfD sconvolge il Bundestag – Dietro il volto e le idee rassicuranti di Weidel la pattuglia dei duri e puri dall’Est – Il leader Gauland accende la polemica: Israele non è un nostro interesse nazionale –

   Se la fatica di Angela Merkel nel gestire la sua fragile vittoria sarà segnata nei prossimi giorni da trattative e negoziati all’insegna del più raffinato tatticismo politico, quella che aspetta la dirigenza del partito di estrema destra Afd – gli altri vincitori di questa tornata elettorale tedesca – sarà gestire la coabitazione fra due anime, di cui una smaccatamente xenofoba e negazionista. Il fatto di aver rastrellato consensi un po’ ovunque – tra i razzisti e i semplici scontenti, tra i violenti e gli impauriti, tra i transfughi e i traditi – rischia infatti di tramutarsi in un boomerang.

   I primi segni del caos ci sono stati ieri mattina, quando a sorpresa, con una mossa a effetto da tempo meditata, la capogruppo al Bundestag Frauke Petry ha annunciato le sue dimissioni, pur restando all’interno del partito: «Credo che non stiamo rispondendo, nei contenuti, al mandato dei nostri elettori, che ci chiedono di guardare al futuro in modo costruttivo, non al passato».

   Il volto più borghese e rassicurante dell’Afd – un passato come funzionaria nella Stasi di Lipsia, madre di cinque figli, fautrice di una destra più conservatrice che estremista – ha dunque deciso di prendere le distanze dalla coppia Gauland-Weidel, non senza averli accusati di accarezzare la parte peggiore del loro elettorato. E non sbaglia, in certo modo, quando dice che «se i toni non fossero stati così esasperati in campagna elettorale, avremmo preso il 20 per cento, mentre così abbiamo spaventato molte persone». A spaventarli, soprattutto, i toni negazionisti e xenofobi che hanno nutrito, per tutta questa campagna elettorale, il sottobosco dell’elettorato Afd.

   Lo scontro è solo l’inizio, perché le dimissioni di Petry non erano ancora state digerite, che già Alexander Gauland – 76 anni, un passato nella Cdu, oggi candidato di punta Afd insieme a Alice Weidel – interveniva su Israele con un discorso tanto contorto quanto inquietante: «Certo che siamo al fianco di Israele – ha detto – ma è discutibile il fatto che il diritto di Israele a esistere sia un principio della ragion di Stato tedesca. Se così fosse dovremmo essere pronti a usare il nostro esercito per difendere Israele, e siccome in Israele c’è una guerra continua, ecco mi sembra privo di senso». Immediate le proteste del Consiglio centrale degli ebrei in Germania: «Purtroppo le nostre paure sono diventate realtà», ha detto il presidente Joseph Schuster.

   Lo ripetiamo, lo scontro fra l’anima presentabile e quella impresentabile dell’Afd è solo all’inizio. E una conferma viene dalla lista degli oltre 90 eletti che dalla prossima seduta fino al 2021 siederanno in Parlamento.

   Se tra i «presentabili» c’è Beatrix von Storch, candidata a Berlino, che ammira i Tea Party e vorrebbe una squadra di calcio senza stranieri, al suo fianco c’è Wilhelm von Gottberg, ex poliziotto, ex Cdu, che oggi ha 77 anni, vive in Bassa Sassonia e ritiene un «mito» lo sterminio di massa degli ebrei da parte dei nazisti: «L’Olocausto – disse una volta – è un dogma che dovrebbe essere lasciato fuori da qualsiasi ricerca storica». Un altro che vorrebbe iscrivere la Shoah nel capitolo «acqua passata» è Jens Meier, giurista, candidato a Dresda, che tra le sue affermazioni più note registra quella secondo cui «i tedeschi dovrebbe finirla con questo culto della colpa».

   Vicino a personaggi rozzi come questi, ci sono anche figure più stilizzate, tra cui spicca Armin-Paul Hampel, 60 anni, alta borghesia della Sassonia: ama presentarsi come viaggiatore e conoscitore delle cose del mondo – è stato corrispondente per il canale televisivo Ard dal Sudest asiatico fino al 2008 – e si è ritagliato negli anni il ruolo di mediatore e consulente per varie imprese commerciali tra India e Germania. Grazie a un passato nella marina, Hampel ha molti buoni amici tra gli alti gradi delle gerarchie militari, altro bacino elettorale dalle tonalità nostalgiche che guarda con interesse alle politiche dell’Afd.

   E che dire dello storico Stefan Scheil, teorico delle ambizioni militari della Polonia, che avrebbe per questo iniziato la guerra contro la Germania, e che oggi si erge a «eterna vittima»?

   Tra i più anziani c’è poi Detlev Spangenberg, 73 anni, nato nella Ddr, arrestato durante un tentativo di fuga verso l’Ovest, riesce infine a trasferirsi in Nordreno Westfalia, dove si iscrive alla Cdu. Dopo la caduta del Muro decide di ritornare all’Est, dove partecipa al gruppo estremista «Lavoro, Famiglia, Patria», che ha tra i suoi principi ispiratori l’odio per i musulmani e il ripristino dei confini tedeschi al 1937.

   Una lunga lista di curriculum pasticciati e sgangherati, quella dei parlamentari Afd, che risponde alla confusione presente nel loro elettorato: in parte violento, in parte inconsapevole, in altra parte ancora spregiudicato e avventuriero. E che adesso, a dispetto di tutto, entrerà a pieno titolo nel patrimonio politico tedesco. (Francesca Sforza)

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IL «FORGOTTEN MAN» È ANCHE TEDESCO

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 26/9/2017

   «Il maestro sta incontrando qualche problema», osservò il vicepremier cinese Wang Qishan nel pieno della crisi finanziaria americana del 2008. Da un paio di giorni, parole del genere devono ronzare nella testa di chiunque dalla Casa Bianca guardi ai risultati delle elezioni in Germania. Anche il maestro tedesco, celebre nel garantire il benessere dei ceti medi e isolare il populismo, aveva visto giorni migliori.

   Il sistema al quale molti guardano come un’oasi di stabilità ha scoperto che più di un elettore su cinque preferisce l’estrema destra o la sinistra più radicale. Il centro si è ristretto. Al 22% in totale, il voto anti-sistema resta limitato in confronto a quanto sia accaduto in Gran Bretagna, negli Stati Uniti o in Francia e anche rispetto a ciò che registrano i sondaggi per l’Italia.

   Ma sommati, i socialdemocratici e i cristiano-democratici non avevano mai contato così poco nella storia della Repubblica federale tedesca.    La Germania si scopre meno diversa dal resto d’Europa di quanto la stessa Europa sperasse, e le ragioni non mancano.

   L’enorme flusso di rifugiati del 2015 è sicuramente la causa prossima della protesta, ma non può essere l’unica. Secondo Destatis, l’istituto statistico tedesco, il 2015 in effetti ha registrato il maggiore flusso dall’estero dalla riunificazione; due anni fa sono immigrati in Germania più di 2,1 milioni di stranieri. Ma dal 1991 ne sono arrivati più di 25 milioni e gli ingressi dei primi anni 90 — in un’economia molto più debole di oggi — nel complesso erano più numerosi di quelli registrati in questa fase.

   Eppure non aveva mai messo piede nel Bundestag un solo deputato di un partito il cui leader si dice «fiero» di come si sono comportati i soldati tedeschi nella seconda guerra mondiale. Domenica ne sono stati eletti quasi cento.

   Come negli Stati Uniti di Donald Trump, l’avversione agli stranieri dev’essere dunque anche lo specchio di qualcos’altro. Con un plagio dalla Grande Depressione il presidente americano l’ha chiamato il «Forgotten Man»: l’uomo dimenticato, l’emblema dei ceti medi i cui redditi sono erosi dalle tecnologie e dalle delocalizzazioni produttive verso i Paesi a basso costo, anche quando le statistiche registrano piena occupazione. In Germania, in misura meno drammatica, dev’essersi ripetuto un copione simile.

   Durante i governi di Merkel la disoccupazione è scesa dall’11% al 3,8%, ma negli ultimi dieci anni le persone in povertà relativa sono salite dall’11% al 17% del totale. Sotto la guida della cancelliera il bilancio pubblico è passato da un deficit di cento miliardi di euro a un attivo di venti, una gestione così virtuosa da far crollare gli investimenti pubblici fino a relegare la Germania persino dietro l’Italia nelle classifiche sulla banda larga; nel frattempo la quota degli occupati in condizioni di povertà è raddoppiata al 10%.

   Con Merkel il surplus negli scambi con l’estero ha sfiorato i 300 miliardi, il maggiore al mondo, ma sono raddoppiate a due milioni anche le persone che fanno un doppio lavoro pur di far quadrare i conti. Sotto la cancelliera la crescita è stata costante — benché in media per abitante sia da anni molto sotto all’1% — mentre i pensionati in povertà sono aumentati del 30%. Questo Paese mantiene un welfare esemplare, eppure presenta un livello di concentrazione di patrimoni nelle mani dei ricchi inferiore solo a quello dell’America di Trump.

   Certo, meglio essere poveri a Dresda che in Ohio o a Vibo Valentia. È pur sempre una povertà relativa al benessere degli altri e sostenuta da sussidi efficienti. Ma chi ha di meno in Sassonia si paragona al vicino, quello che ha la Porsche in cortile e magari una fabbrica in Polonia che ha cancellato il suo posto di lavoro. Domenica, nelle urne, ha detto ciò che ne pensa. (Federico Fubini)

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A OSSLING UNO SU DUE VOTA L’ULTRADESTRA (SENZA CONFESSARLO) «VIA GLI STRANIERI» CHE PERÒ NON CI SONO. GLI ABITANTI SONO 2.500, ZERO IMMIGRATI

di Elena Tebano, da “il Corriere della Sera”del 26/9/2017

OSSLING (SASSONIA) – Il problema più importante per gli abitanti di Ossling sono gli stranieri, ma se si chiede quanti ce ne siano nel paese, la risposta è inevitabilmente sempre la stessa. «Una famiglia di russi, ma stanno qui da vent’anni».

   Duemilacinquecento abitanti in totale tra le 9 frazioni che compongono il Comune, Ossling si trova a due ore e mezza di macchina da Berlino, nel cuore della Sassonia, il Land dove Alternative fuer Deutschland (AfD) ha ottenuto la percentuale più alta di consensi: 27 per cento, lo 0,1 per cento in più anche della Cdu. Ed è una delle 24 località della regione, per lo più piccoli villaggi, in cui il partito supera il 40 per cento dei voti: lo ha scelto quasi una persona su due.

   Il paese conta qualche decina di case raccolte intorno alla grande chiesa evangelica, villini con i giardini curati, la scuola, una casa famiglia per persone disabili, un centro comunitario che nel pomeriggio è chiuso, un campo sportivo e un paio di brutti condomini. Tutto intorno, per chilometri, campi e boschi. Gli elettori di AfD, a cercarli per le poche strade battute da una pioggia leggera, sembrano addirittura più rari degli stranieri.

   «Io non l’ho votata, non conosco nessuno che l’abbia fatto», dice un contadino che torna a casa in bicicletta. «Io non sono proprio andata al seggio», aggiunge una giovane madre con il passeggino.

   «La gente che ha scelto AfD non lo ammette, anche per noi ieri sera è stato uno choc — spiega Marion Borch, 72 anni, direttrice della scuola privata evangelica del paese—. Io ho votato Spd, perché è un partito di lavoratori, ma li capisco: non si sentono ascoltati dalla politica e al contempo sono poco consapevoli, nessuno di loro è disposto a impegnarsi in prima persona».

   Ossling era tradizionalmente un paese di operai: «Qui si estraeva la grovacca, una roccia usata come materiale edile, e si produceva un derivato del carbone — aggiunge il marito Reinhard, 73 anni, ingegnere ed ex ufficiale dell’esercito nella Ddr —. La cava c’è ancora, ma non dà più molto lavoro, in compenso causa un gran traffico di camion».

   Nella zona dei condomini popolari, dove secondo i Borch quasi tutti hanno votato AfD, sono in pochi quelli che hanno voglia di parlare. Una coppia sui sessanta che fuma una sigaretta di fronte al portone assicura di non interessarsi di politica, ma che coloro che hanno votato AfD, l’hanno fatto perché non vogliono gli stranieri: «No, non la famiglia di russi che abbiamo qui, che è integrata, ma i rifugiati dei centri di accoglienza».

   La prima ad ammettere di aver votato l’Alternative è una loro vicina di casa: è in tuta, ha l’aria di aver bevuto troppo, un piercing con il brillantino sul labbro, dimostra una quarantina d’anni, non vuole dire come si chiama e spiega di avere una pensione di invalidità. «Mi hanno convinta per la politica sull’immigrazione: non voglio avere qui i problemi con i musulmani che hanno nelle città come Berlino e Dresda».

   L’unico per cui gli stranieri sono una presenza reale è falegname cinquantenne, con gli occhi chiarissimi, che sta rientrando dal lavoro: «Qui è pieno di frontalieri polacchi e cechi, che vengono a lavorare in giornata e distruggono i nostri salari — spiega —. Io non ce la faccio a vivere con il minimo sindacale, come fanno loro che poi la sera tornano oltre confine».

   Il suo, secondo le ricerche di Werner J. Patzelt, professore di Scienze politiche al Politecnico di Dresda e autore di una delle prime ricerche in materia, è il profilo tipico degli elettori di AfD: residenti nei «nuovi Laender» (la ex Ddr), maschi, operai e poco istruiti, spesso ex astensionisti. «La fiducia nel sistema politico, fin dalla riunificazione, nei nuovi Laender è molto più bassa che a Ovest e i partiti tradizionali sono meno radicati — spiega Patzelt —: per questo è molto più diffuso il voto di protesta. Inoltre la maggioranza dei tedeschi dell’Est non vuole una società multiculturale come quella dell’Ovest».

   A dire no agli stranieri sono soprattutto coloro che, cresciuti all’interno della Cortina di Ferro o nelle zone più rurali, gli stranieri finora non li hanno mai incontrati. (Elena Tebano)

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SI RAFFORZA LA LINEA ANTI-IMMIGRAZIONE

di Alessandro Merli – 26/09/2017 – “Il Sole 24ore”

   La clamorosa vittoria del partito anti­immigrati AfD, Alternativa per la Germania, alle elezioni tedesche di domenica, è stata seguita nel giro di poche ore dal colpo di scena delle dimissioni dal partito del suo presidente, Frauke Petry, che ha annunciato di non voler far parte del gruppo parlamentare.

   Il momento scelto può colpire, nonostante la frattura ai vertici del partito si fosse consumata da tempo, perché AfD, che nel 2013 aveva fallito di poco l’obiettivo del 5% per entrare al Bundestag, ha appena finito di incassare il 12,6% dei voti, con un aumento del 7,9%, e sarà il primo partito di estrema destra rappresentato in Parlamento dall’immediato dopoguerra, con un enorme sostegno all’Est (in Sassonia è arrivato al 26%), dove alla retorica nazionalista e alla protesta contro i partiti tradizionali si è sommato il malcontento per le condizioni economiche, ma con buoni risultati anche nel più ricco Sud del Paese.

   Secondo i primi calcoli, AfD avrà 94 deputati. La signora Petry ha lasciato ieri mattina la conferenza stampa in cui AfD celebrava il successo elettorale, sorprendendo gli altri componenti del vertice del partito. Ma le divisioni sulla linea di AfD erano emerse da mesi e la decisione di Frauke Petry non è che l’ennesimo capitolo di una storia breve, ma già contrassegnata da una serie di faide.

   Il partito venne fondato dall’economista Bernd Lucke come movimento antieuro. Lo stesso Lucke venne messo da parte proprio dalla signora Petry e se ne andò quando AfD si trasformò in un veicolo contro l’immigrazione. Le diatribe interne l’avevano quasi consegnato all’oblio quando le porte aperte ai rifugiati del cancelliere Angela Merkel e l’arrivo di oltre un milione di persone nel 2015 ne hanno ravvivato le fortune.

All’inizio di quest’anno, Frauke Petry ha promosso una sorta di “Internazionale populista” a Coblenza con la francese Marine Le Pen, l’olandese Geert Wilders e il leghista italiano Matteo Salvini. Il suo intento era di trasformare AfD in una possibile alternativa di Governo in campo conservatore. La linea della leader è stata però considerata troppo moderata (tutto è relativo: al culmine della crisi dei rifugiati, la presidente di AfD sostenne che la polizia tedesca era legittimata a sparare ai rifugiati, bambini compresi, ai confini), quando ha cercato di espellere Bjoern Hoecke, un esponente del partito in Turingia, per dichiarazioni filo­naziste.

   La guida della campagna elettorale è stata affidata, con evidente successo, ad Alexander Gauland, ex democristiano 76enne, un politico di lungo corso che ha partecipato alle battaglie giudiziarie contro la politica monetaria della Banca centrale europea sotto Mario Draghi, e al volto più fresco di Alice Weidel, ex banchiere d’investimento. (Alessandro Merli)

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GERMANIA, LA GUERRA INTESTINA DI ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND

di Barbara Ciolli, da http://www.lettera43.it/ 25/9/2017

– Dietro l’uscita di Petry si cela la faida con l’ala più radicale e militarista che minimizza sull’Olocausto. Protetta dai nuovi leader. Ecco chi guida l’estrema destra tedesca entrata in parlamento. –

   Una delegazione di asiatici esce dagli uffici, altrimenti deserti, della frazione dei cristiano-democratici (Cdu-Csu) di Angela Merkel in parlamento, con un accompagnatore a spiegare loro come diversi dei seggi che si intravedono dalla cupola trasparente «nella nuova Legislatura saranno occupati dall’estrema destra di Alternative für Deutschland, terzo partito». Ma la leader Frauke Petry ha già «rinunciato a sedere con gruppo di AfD e noi speriamo che altri suoi colleghi facciano altrettanto», chiosa sardonico il cicerone del Bundestag (leggi anche: Germania, Petry lascia Alternative für Deutschland).

RISULTATI CHOC. All’indomani delle Legislative del 24 settembre 2017 la Germania è scossa dai risultati choc che, oltre a riportare socialdemocratici (Sdp) e Cdu-Csu ai minimi storici dall’immediato Secondo dopoguerra, consegnano 94 dei circa 600 seggi (il numero oscilla a seconda degli eletti diretti) alla destra radicale e xenofoba che, per la prima volta dal nazismo, torna in parlamento. Anche con alcuni eletti dell’ala più estrema di AfD che dice basta al senso di colpa per l’Olocausto e reclama giustizia per le sconfitte militari della Prima e della Seconda guerra mondiale.

   Il passato nazista resta un tabù da elaborare per buona parte dei tedeschi che non ha contribuito al 13% di AfD su scala nazionale. La stessa cancelliera Merkel – riconfermata con il 33% per il quarto mandato – è apparsa distrutta alla fine dello spoglio e alla sua festa elettorale, al quartier generale della Cdu di Konrad Adenauer Haus, non c’era un invitato o supporter che sorridesse agli exit poll del voto. Per metabolizzare l’ingresso l’estrema destra nel Reichstag incendiato nel 1933 da Hitler occorreranno mesi, se non anni, in Germania.

L’USCITA DI PETRY. Tra le prime dichiarazioni a caldo, Merkel ha affermato che «gestire Alternative für Deutschland in Parlamento sarà uno dei primi compiti del prossimo governo da formare». E un antipasto di quanto potrà surriscaldarsi il clima tra gli scranni del Bundestag (anche tra gli stessi deputati euroscettici e anti-migranti) l’ha dato l’annuncio spiazzante, all’indomani del voto, della leader Petry che nel 2015 fu artefice della svolta populista e xenofoba del movimento euroscettico fondato nel 2013. Salvo poi rimanere stritolata dalla frangia più estremista, anche di esponenti e spin doctor dal passato di lunga militanza in gruppi neo-nazisti e delle nuove destre identitarie.

   La 42enne Petry, che chi ha conosciuto nella roccaforte di AfD di Dresda definisce opportunisticamente molto populista ma non di convinzioni naziste, non ci stava a passare per la Führerin del Terzo millennio. Sui migranti aveva dichiarato che sarebbero dovuti «essere tradotti su isole fuori dall’Europa, separati tra uomini e donne».

FAIDA IN AFD. Ma nel 2017 Petry è entrata in un’aspra guerra, anche legale, con l’ala del capo-frazione di AfD al parlamento regionale in Turingia Björn Höcke, che nel gennaio scorso alla vigilia delle commemorazioni sull’Olocausto auspicò «un’inversione a 180 gradi delle politiche sulla memoria in Germania, l’unico Paese al mondo dove si è eretto un monumento alla vergogna nel cuore della capitale». Non nuovo a dichiarazioni disinvolte sul nazismo, anche sui bombardamenti a Dresda, Höcke ha subìto un procedimento disciplinare del partito aperto dalla stessa Petry, rinunciando a correre per le Legislative.

   Ma un suo fedelissimo, il giudice Jens Maier che si definisce «il piccolo Höcke» e che parlando prima dello stesso al discorso sull’Olocausto chiese di finirla con il «culto della colpa, propaganda indirizzata contro i tedeschi», ha mancato per un soffio l’ingresso al parlamento come numero due della lista dei candidati diretti per il Land della Sassonia. La frangia più militarista e nostalgica del nazismo non è stata cacciata da AfD nonostante i procedimenti interni, perché Petry ha perso la sua battaglia, schiacciata dai nuovi capi emergenti.

NUOVI LEADER. Gente che non scherza, con loro come vicini di scranno la vita dell’ormai ex leader di AfD sarebbe diventata un inferno se non lo è già. Formalmente ancora presidente del movimento, per la corsa al Bundestag Petry era stata di fatto rimpiazzata da un altro volto nuovo del partito, la 38enne Alice Weidel, e dal secondo candidato di punta – vero deus ex machina della nuova dirigenza – il 76enne e per oltre 40 anni politico e influencer della Cdu Alexander Gauland, passato in AfD tra i fondatori nel 2013.

   Vecchio arnese della politica, anche per la sua decennale attività di pubblicista ed editore e gli incarichi legati alla sua formazione di giurista, Gauland non ha abbandonato AfD al contrario di diversi illustri accademici e cofondatori, al giro di boa della svolta xenofoba. Anzi l’ex compagno di partito di Merkel, nel 2015 già tra i primi firmatari della risoluzione Höcke per la svolta xenofoba e patriottica del movimento, si è andato radicalizzando, avvicinandosi alle riviste e ai circoli culturali delle nuove destre.

RAZZISTA E MILITARISTA. Orgogliosamente figlio di un comandante sassone della polizia e amante delle dottrine militariste di Bismark e di Von Clausewitz, da capo-frazione al Land del Brandenburgo Gauland ha iniziato a tenere conferenze tra le corporazioni studentesche, da sempre contigue agli ambienti nazisti e poi neo-nazisti. In campagna elettorale le dichiarazioni razziste e militariste dell’esponente politicamente più spesso di AfD (e classificato da diversi politologi e studiosi dell’estrema destra come dell’ala più radicale) si sono ulteriormente intensificate.

   Per l’invito a «far smaltire in Anatolia» la leader dell’Spd di origine turca e commissario all’Integrazione Aydan Özoğuz, Gauland è finito sotto inchiesta della magistratura per «incitamento alle masse». Esortando, immediatamente dopo, ad «andare fieri delle prestazioni nella Prima e nella Seconda guerra mondiale dell’esercito tedesco», responsabile di appurati gravi crimini di guerra. In merito a simili affermazioni Petry aveva dichiarato pubblicamente di comprendere il «disgusto» degli elettori. Quanto al nuovo astro nascente degli euroscettici Weidel, un gruppo di destinatari di una sua mail del 2013 (precedente alla sua iscrizione ad AfD) giura che avesse etichettatò gli esponenti del governo Merkel «maiali, marionette delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale».

IL TABÙ DEL NAZISMO. La co-leader degli euroscettici viene descritta dal carattere fondamentalmente arrivista e populista come Petry. Con lei Gauland e Weidel avevano troncato ogni comunicazione da mesi. In Germania c’è ancora molta vergogna per l’eredità del nazismo e i politici dei partiti tradizionali sperano, anche per salvare la faccia in Europa, che la faida interna che non ha impedito ad AfD di sfiorare il 13% su scala nazionale (superando il 20% nel Brandeburgo di Gauland e il 27% nella Sassonia di Petry e Höcke) si trascini al Bundestag, frammentando l’estrema destra e i suoi consensi in crescita. (BARBARA CIOLLI, Linkiesta.it)

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L’ULTRADESTRA ORA CI CREDE: “NOI L’ALTERNATIVA”

di Paolo Berizzi, da “la Repubblica” del 26/9/2017

– Il post di Casa Pound su Facebook dopo il successo dell’Afd In Germania –

   Manifesti ammiccanti stile “alternativa”, alleanze, iniziative: peggiori provocazioni comprese. Un motore spinto a pieni giri e alimentato dalla voglia di entrare in parlamento. C’è grande fermento nella galassia dell’ultradestra italiana dopo il successo in Germania dell’Afd: tutti, da CasaPound a Fratelli d’Italia, da Forza Nuova fino alle formazioni nazionalsocialiste – e ovviamente la Lega, che neofascista non è ma ormai è a impronta sovranista – traggono linfa mediatica dal bronzo incassato dall’ex “partito dei professori”.

   Sulla pagina Fb di CPI da ieri campeggia un’immagine eloquente: «L’Alternativa per l’Italia? Casa-Pound». Il post è introdotto da questa frase: «Sei stato fin troppo moderato. È il momento di cambiare ». Perché – secondo i “fascisti del terzo millennio” – “i vecchi partiti ti hanno tradito e lo faranno ancora ».

   Tra i primi commenti c’è quello dell’utente Claus Marcucci che digita un “Gott mit uns” (“Dio è con noi”, l’antico motto degli imperatori tedeschi che Hitler inserí nella bandiera della Germania). Sul treno tedesco salgono militanti e deputati.

   Scrive il parlamentare di Fdi Edmondo Cirielli: «Una svolta storica. È la prima volta dopo la seconda guerra mondiale che entra in parlamento un partito patriottico». Patria, patrioti, patriottico. Sono le parole mantra che appaiono in queste ore su siti e social della destra radical-identitaria. E non è un caso che Forza Nuova abbia chiamato “marcia dei patrioti” l’iniziativa – fino ad ora per nulla ritirata – in programma nella capitale il 28 ottobre (lo stesso giorno della “marcia su Roma” del 1922). “In Germania l’estrema destra è il terzo partito. Noi non siamo la stessa cosa ma attendo con ansia la vostra riuscita» è l’auspicio che Marcello Chinelli consegna alla pagina Fb del partito di Fiore.

   Il 13% dell’Afd, per i neofascisti italiani, appare come un miraggio. Ma che il blocco anti sistema, populista e nazionalista voglia sfruttare il volano tedesco è evidente: lo stesso accadde con il Front National dopo il primo turno delle elezioni in Francia. Il più entusiasta, allora come oggi, è Matteo Salvini, che dieci giorni fa a Pontida ha lanciato un messaggio chiaro all’ultradestra («aboliremo le leggi Mancino e Fiano»). Ora strizza di nuovo l’occhio “usando” il partito tedesco che accoglie xenofobi e negazionisti. «Abbiamo il diritto di essere orgogliosi su quanto fatto dai soldati tedeschi in due guerre», era stata la dichiarazione shock di Alexander Gauland.

   Acqua tiepida rispetto al pensiero dei neonazisti varesotti Do.Ra. e dei loro affiliati del MAB di Bergamo: hanno appena annunciato la ristampa e la diffusione on line (in pdf, al prezzo simbolico di 1 euro) dei “Discorsi di Guerra” di Adolf Hitler. Lo scopo? «Risvegliare la gioventù italiana», spronarla a «battersi fino alla fine come fecero i soldati tedeschi». Per «difendere la Madre Patria e il Popolo», e per uscire dall «incubo chiamato Unione europea». (Paolo Berizzi)

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da “la Repubblica – ANTONELLO GUERRERA – 26/09/2017

“IL MIO LIBRO SU HITLER VOLEVA FAR SORRIDERE MA QUESTI SONO PERSONAGGI PERICOLOSI”

L’INTERVISTA. TIMUR VERMES, AUTORE DI “LUI È TORNATO”, IL BESTSELLER CHE RACCONTA IL RITORNO DEL FÜHRER

   Loro sono tornati, dice Timur Vermes, l’autore di “Lui è tornato”. Nel 2013 il romanzo d’esordio (ed. Bompiani) del 50enne scrittore tedesco, figlio di un profugo ungherese del ’56, è stato un bestseller mondiale, ha rinfacciato alla Germania il tabù della democrazia inaspettatamente friabile e oggi tutti sperano che non sia troppo profetico. Trama: Hitler si risveglia nel XXI secolo in un cortile di Berlino, indossa una divisa nazista senza svastica, è ridicolo come il “Grande dittatore” di Chaplin, tutti lo prendono per uno spostato. Ma alla fine è simpatico, fa ridere, diventa un celebre comico in tv, conquista i tedeschi e, poco a poco, tutta la Germania, ancora una volta. Del resto, la «mia rivoluzione avvenne con un’elezione», ricorda Hitler II nel romanzo.

Loro, quelli dell’Afd, sono tornati…

«Ma stavolta è diverso».

In che senso?

«Un potenziale dittatore comico, come Hitler nel mio libro, è uno come Trump. Questi dell’Afd invece non fanno neanche ridere. Sono quanto più di tenebroso e respingente. Restano solo i loro slogan anti-europei, anti-immigrati, antisemiti. Questo è preoccupante».

Come giudica il risultato dell’Afd?

«Fosse capitato in un altro Paese, non mi sarei tanto spaventato. Il 13% non è poi molto. Il problema è che tutto questo sta capitando in Germania, col suo passato. Ed ecco che il 13% diventa tantissimo. I numeri non spiegano mai tutto».

Secondo lei l’Afd è un partito neonazista?

«Dicono di non esserlo. In pratica hanno ispirazione, idee e proposte naziste. In Germania non saprei come altro definire chi attacca con tale violenza i migranti, lo straniero, l’Europa, gli avversari: il loro leader Gauland dice di “dare la caccia alla Merkel”. Ci rendiamo conto? L’Afd prova a spaccare ogni giorno il Paese ingannando i tedeschi, dicendogli che sono vittime. In realtà vogliono solo renderli carnefici».

La democrazia tedesca è in pericolo?

«Sinora l’ha tenuta in piedi il benessere. Ma l’ascesa di Afd è avvenuta nonostante un’economia in grande salute. Non oso immaginare cosa potrebbe succedere se la locomotiva produttiva tedesca si intoppasse».

Però è sopratutto l’est tedesco, dove il benessere è minore, ad aver votato Afd.

«Per ragioni familiari, conosco bene le aree ex sovietiche. Lì non hanno mai imparato che la democrazia è un concetto molto difficile. Gli è stata imposta, ma oggi non basta per esercitarla a pieno. Non a caso, come i sovietici, oggi molti nell’est non sopportano gli stranieri. Non è solo un problema di povertà. La democrazia non è solo la conquista di jeans e Coca-cola. È molto di più».

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One thought on “EUROPA CHE ACCADRÀ? – Tra POPULISTI TEDESCHI (filo-nazisti? molti di loro; anti-immigrati? sì) con 93 deputati al Bundestag; – INDIPENDENTISMI in auge e avvenute SEPARAZIONI (Catalogna, Brexit); – E tentativi di UNIONE: l’iniziativa politica francese (MACRON) per la rimessa in moto dell’idea di STATI UNITI D’EUROPA

  1. paolomonegato venerdì 29 settembre 2017 / 15:13

    Il modo in cui viene dipinta l’AfD mi pare la classica “reductio ad Hitlerum”… Trattandosi di movimento filo-sionista direi che non ci sono proprio gli estremi per definirli nazisti. Non sono l’NDP (che tra l’altro ha un seggio al Parlamento Europeo…), sono piuttosto il classico partito populista di destra. Li vedo più affini alla Lega salviniana che a CasaPound o a Forza Nuova.
    La Petry, che era già da tempo in rotta, credo abbia l’aspirazione di creare qualcosa di intermedio tra l’attuale AfD e la CDU della Merkel, rubando voti all’AfD e alla stessa CDU… perché si sa che quando la Merkel si ritirerà ci sarà un vuoto da colmare e lei credo che voglia opportunisticamente provarci.

    Venendo al discorso di Macron, che nel frattempo fuori dalla location del discorso veniva pesantemente contestato: sono piuttosto scettico su questi progetti calati dall’alto, serve costruire qualcosa dal basso. E credo che un impulso decisivo per questa costruzione dal basso arriverà dal referendum catalano di domenica…

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