La difficile domenica ISPANO-CATALANA – La CATALOGNA ottiene di fatto la liberatoria per essere un’ALTRA PICCOLA PATRIA, nell’incedere del mondo globale – L’EUROPA riuscirà a realizzare un PROGETTO FEDERALISTA CONDIVISO, non solo con obsoleti STATI-NAZIONE ma anche con REGIONALISMI diffusi?

BARCELLONA, 1° OTTOBRE – L’opposizione della Guardia Civil al voto

FERITA EUROPEA

IL POPULISMO DELLE PICCOLE PATRIE LOCALI

di Biagio De Giovanni, da “il Messaggero” del 2/10/2017

   Stiamo oggi assistendo ai disordini nella Catalogna spagnola, nel giorno di un voto non riconosciuto dal governo centrale, ma l’Europa e il mondo sono più che mai davanti all’imprevisto. È così per tanti, in forme e con cadenze diverse e perfino opposte.

   In un situazione dove gli attori che contano non sanno se aprirsi alla globalizzazione o rinchiudersi nelle proprie frontiere. Chiusura che intende reagire alla spinta verso l’omologazione di tutto, e che sembra rispondere a due temi-chiave, identità e sicurezza. E così Brexit; così Trump. Qualcosa che nientemeno ha intaccato anzitutto l’Occidente anglosassone, che è all’origine del mondo globalizzato, ma che oggi ne percepisce i rischi.

Al referendum sull’indipendenza catalano il ‘si’ ha ottenuto il 90% dei voti, secondo i dati resi pubblici dal portavoce del governo catalano Jordi Turull. Al voto hanno partecipato 2,2 milioni di elettori, sui 5,3 chiamati alle urne. Il ‘no’ ha ottenuto il 7,8%. Migliaia di sostenitori dell’indipendenza, radunati a BARCELLONA in PLAZA CATALUNYA (nella foto), hanno esultato all’annuncio dei risultati

   All’opposto, la Cina, l’ India, e tante realtà, da Singapore a Hong Kong, diventano, invece, i paladini del mondo globale, con la loro crescita esponenziale, resa possibile dalla libertà del commercio mondiale e dalla rottura dei confini di spazio e di tempo, a sua volta prodotto della incalzante rivoluzione digitale. Un mondo capovolto, si direbbe.

   La globalizzazione che si morde la coda, si rovescia su se stessa, se proprio i suoi autori e, si potrebbe dire “creatori”, provano a ritirarsi precipitosamente nei propri confini. Con la buona pace dei cantori del mondo omologato e finalmente pacificato, che appaiono un po’ fuori tempo, nel momento in cui tutto è in discussione.

   La stessa immigrazione di massa, che sta scuotendo l’Europa, è un prodotto del mondo globale, e di uno spostamento potenzialmente senza confini di popoli da un continente all’altro. Nei tempi lunghi, lo scontro mondiale prenderà forma dall’interno di queste grandi contraddizioni, con modalità impreviste che non possono escludere nulla, nemmeno la guerra, proprio l’opposto di ciò che hanno pensato gli ingenui cantori di un nuovo cosmopolitismo.

La Guardia civil interviene in un seggio

   Impreviste le modalità, perché tutto è in fibrillazione, economia, cultura, politica, non come problemi separati e speciali, ma come concrete cerchie esistenziali che riflettono elementi profondi e contrastati della vita in comune.

   L’Europa ha già pagato il prezzo di Brexit, e sta cercando di reagire, con la Francia come nuova avanguardia. MA LA PARTITA SI VA APRENDO SU UN ALTRO FRONTE, CHE È STATO CHIAMATO DELLE PICCOLE PATRIE.

   La Catalogna è oggi all’ordine del giorno, e sarebbe inutile qui ricordare QUANTE DI QUESTE PICCOLE PATRIE SONO IN MOVIMENTO, con tempi e cadenze anch’esse non prevedibili, mettendo in discussione, nelle scelte estreme, il processo unitario di formazione degli stati nazionali, nella prospettiva di UNA SORTA DI NEOMEDIEVALISMO, dove l’Europa dovrebbe fungere da orizzonte imperiale.

   Questa insorgenza fa parte anch’essa, a modo suo, degli squarci che si aprono nel tessuto del mondo globale, ed è gravida di sviluppi contrastati. Lo Stato-nazione ha formato, e tuttora forma, il contenitore della democrazia politica, degli equilibri tra le sue parti, dell’ incompiuto rapporto con la sovranazionalità europea, ed è anche una patria.

fac-simile della scheda elettorale al referendum catalano di domenica 1° ottobre

   E siccome sono in generale le regioni ricche che abbracciano la causa dell’indipendenza, e la Catalogna non fa eccezione, il movimento ha una doppia faccia: da un lato esso tende alla formazione di un nuovo circuito economico che salti e magari ignori i contrasti e le diseguaglianze interne alla propria nazione, il circuito delle regioni avanzate; dall’altro, come conseguenza della medesima tendenza, esso può contribuire a uno stato di criticità all’interno dei recinti nazionali, mettendo in discussione la logica del principio di sovranità, dividendo ciò che una lunghissima storia ha tenuto insieme, incrinando il già difficile equilibro tra gli Stati sovrani e il complicato terreno dell’integrazione europea.

   Questo processo, che ha oggi per protagonista la Catalogna, contiene una propria lettura del “globale” come un terreno neutrale, impolitico, nel quale si può giocare la partita della partecipazione alla sua virtualità, una forma di populismo che si distingue da quello ancorato al sovranismo nazionale: a proposito di quanti significati si celano dietro quella parola, e di come sia complessa l’analisi del mondo d’oggi.

   E’ anzi, quello localistico o regionale, l’opposto del populismo sovranista: questo crede fino in fondo alla necessità di recuperare la sovranità politica del proprio Stato; l’altro immagina che la politica non abbia più spazio nel mondo globale (vi immaginate una politica estera della Catalogna?), e che tutto si articoli intorno ad economia e tecnica.

   Un mondo algido, neutralizzato, solo amministrato, con richiami spesso strumentali a particolarità etnico-linguistiche. Su tutto questo, in Europa, si sta aprendo una lotta politica e la posizione dello Stato spagnolo appare nella sua piena legittimità politica.

Regioni della Spagna comunità autonome

   Ha iniziato la Francia di Macron, forte di aver battuto il Fronte lepenista, e lo sta facendo con un insieme di proposte di gran consistenza sull’Europa, dopo tante parole a vuoto, tante rigidità, tante chiacchiere retoriche. Un’ Europa presa, in questi anni, dall’idea di poter fare a meno della politica, quasi un invito alle forze particolaristiche che essa contiene dentro di sé a regolarsi allo stesso modo.

   Ecco perché ora si apre una battaglia importante per il futuro della sua integrazione. Si fanno avanti forze iperpolitiche, sovraniste, e forze impolitiche, tecnico-economiche. SE L’EUROPA HA UN’ANIMA POLITICA QUESTO È IL MOMENTO DI ESPORLA IN PUBBLICO E DI INCOMINCIARE A DARLE FORMA. Si pensi, anche in Italia, alla gravità del momento, alla necessità di star dentro questo processo che forse si avvia. (Biagio De Giovanni)

Il presidente catalano CARLES PUIGDEMONT (nella foto al voto domenica) si è pronunciato per una “mediazione internazionale” con Madrid sulla crisi della Catlogna e annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta sulle violenze di ieri contro la popolazione civile. Il Govern avvierà inoltre azioni legali “fino alle ultime conseguenze” contro i responsabili anche politici dell’intervento della polizia spagnola che ha fatto 893 feriti. il Govern esige il ritiro delle migliaia di agenti inviati dalla Spagna in Catalogna per impedire il referendum. ‘L’Ue – ga detto – deve favorire una mediazione fra Madrid e Barcellona sulla crisi della Catalogna. Non può continuare a guardare dall’altra parte: questa è una questione europea, non interna”. Il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, però , ha sottolineato che “per la Costituzione spagnola, quel voto non è legale. Per la Commissione europea si tratta di una questione interna alla Spagna, che deve essere affrontata nel quadro dell’ordine costituzionale spagnolo

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LA CATENA DEGLI ERRORI

LA DOMENICA NERA DELL’EUROPA E I FANTASMI DEL RE

di Aldo Cazzullo, da “Il Corriere della Sera” del 2/10/2017

– Il governo di Madrid e quello di Barcellona si sono lanciati uno contro l’altro come due temerari che si sfidano a chi frena per ultimo. Tocca al re Felipe, come capitò a suo padre, salvare l’unità della Nazione –

   E’ la domenica nera dell’Europa. Gli errori di Barcellona e quelli di Madrid hanno evocato i fantasmi della storia, comprese le repressioni della Guardia Civil; e ora gli apprendisti stregoni non sanno più padroneggiare le forze che hanno improvvidamente risvegliato. Senza che si sia visto finora uno sforzo serio di mediazione, né da parte della monarchia, né da parte di Bruxelles. Ci sono conflitti, nel mondo, che vedono opporsi due ragioni.

   La Catalogna non è una terra oppressa da un conquistatore. È la regione più ricca della Spagna; e lo è diventata anche grazie al sudore e talora al sangue degli operai andalusi, dei muratori estremegni, dei manovali manchegos, dei lavoratori venuti dalle regioni più povere. I loro figli sono a volte accesi separatisti (non però il più importante scrittore catalano, Javier Cercas, figlio di un veterinario di Ibahernando, Estremadura).

il capo del Governo spagnolo MARIANO RAJOY

   Ma il modo in cui si è arrivati alla violenza di domenica – altro che il «clima festaiolo» improvvidamente auspicato dal presidente Caries Puidgemont – è frutto di una serie di forzature, imposte da una minoranza rumorosa a una maggioranza contraria o incerta.

   Gli estremisti catalani hanno però trovato un imprevedibile alleato in Mariano Rajoy. Non era facile passare dalla parte del torto, di fronte a una secessione avventata e pasticciata; eppure il primo ministro ci è riuscito. Ha drammatizzato lo scontro, senza riuscire né a trovare una soluzione politica, né a impedire il voto.

   II gioco delle irresponsabilità incrociate ha messo la Guardia Civil nelle condizioni di affrontare masse di dimostranti, come ai tempi — non paragonabili — della guerra e della dittatura. II governo di Madrid e quello di Barcellona si sono lanciati uno contro l’altro come due temerari che si sfidano a chi frena per ultimo; e ora le conseguenze dell’impatto sono imprevedibili.

   C’è una sola spiegazione logica per il comportamento di Rajoy. II suo governo è debolissimo, si regge sull’astensione dei socialisti, e può cadere da un momento all’altro. In Catalogna il partito popolare quasi non esiste, e non ha molto da perdere. Ma mostrare la faccia feroce lo rafforza — almeno nei calcoli di Rajoy — nel resto del Paese, dove l’opinione pubblica è fortemente contraria alla secessione, tranne dove — dai Paesi baschi alla Galizia — i movimenti separatisti hanno rialzato la testa, pronti a completare la disintegrazione della Spagna.

un civile che abbraccia un agente dei mossos desquadra mentre la polizia nazionale carica i manifestanti (da “la Repubblica”, 2/10/2017)

   A peggiorare se possibile le cose contribuiscono altri tre protagonisti. II primo fin troppo chiassoso, gli altri due fin troppo silenti. II Barcellona — più che una squadra di calcio: elemento costitutivo dell’identità catalana e brand internazionale — ha contribuito a esasperare gli animi, cavalcando la causa separatista, e schierando ieri ai seggi i suoi uomini più significativi, dall’ex demiurgo Guardiola all’alfiere Piqué; che hanno postato sul social le loro foto sorridenti, badando più alla comunicazione che alle istituzioni.

L’Europa invece tace. La Merkel ha espresso solidarietà al suo fedele vassallo Rajoy, ma ha i suoi guai in casa, e più di tanto non può o non vuole fare. Berlino e Bruxelles non possono ovviamente sostenere i separatisti; però non possono lasciare che una grande metropoli europea sia occupata manu militari da forze che talora si sono comportate come truppe di occupazione.

   Se l’Europa non riesce a mediare tra Madrid e Barcellona, cosa ci sta a fare? Colpisce anche il silenzio del re. Suo padre Juan Carlos salvò la giovane democrazia dall’intentona di Tejero, giudicata oggi — come tutti i golpe che non riescono — un golpe da operetta, che fu invece un rischio serio, come ha raccontato proprio Cercas in Anatomia di un istante.

   Oggi Felipe è chiamato a salvare l’unità della nazione. E il solo modo in cui può farlo è favorire l’apertura di un processo costituente, promuovendo l’elezione a suffragio universale di un’assemblea che scriva un nuovo patto federalista. E la via indicata dagli esponenti più assennati dei quattro grandi partiti nazionali: oltre a popolari e socialisti, Ciudadanos e Podemos. Non è detto che la Spagna sia ancora in tempo. Ma più aspetta a imboccare questa strada, più faticherà a salvarsi. (Aldo Cazzullo)

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POSSIBILI STATI IN GESTAZIONE (DA LIMES, 2015)

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HANNO PERSO TUTTI INCLUSA L’EUROPA

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 2/10/2017

   ADESSO che le urne sono chiuse o sequestrate, adesso che i fumogeni si diradano e il sangue di centinaia di feriti si asciuga sui marciapiedi di Barcellona, la Spagna e la Catalogna si trovano esattamente dove si sarebbero trovate senza le violenze che hanno scandito questa brutta pagina di storia europea. Contare i voti è sostanzialmente inutile.

   Gli indipendentisti catalani canteranno vittoria e avvieranno il processo per la secessione. Il governo di Madrid dichiarerà il referendum nullo e non avvenuto. Tra le due parti si dovrà avviare quel dialogo politico che entrambe finora hanno rifiutato per mero calcolo elettorale. Ma la ferita da ricucire è diventata più profonda. Ed è infettata da quello che gli spagnoli definiscono un golpe secessionista, e da quella che i catalani considerano una repressione ingiustificata dei loro diritti fondamentali.

   Entrambi hanno ragione. E, dunque, entrambi hanno torto. L’Europa, sostanzialmente, è stata a guardare. Impotente e forse, per una volta, contenta di esserlo. Non può ignorare che la Costituzione democratica spagnola, e quindi il diritto a cui tutta la Ue si deve attenere, considera illegale il voto catalano. Ma non può non vedere che l’indipendentismo, a Barcellona come ad Edimburgo, ad Anversa come a Breslau, si nutre dell’esistenza dell’Europa: delle sue regole democratiche, del suo grande mercato unico e aperto, delle sue libertà di circolazione che rendono in larga parte obsoleti i vecchi stati-nazione.

   Tra i molti milioni di cittadini europei che vogliono stracciare il proprio passaporto nazionale, nessuno vuole abbandonare la Ue. Forse solo la Lega Nord è riuscita ad essere insieme contro Roma e Bruxelles, contro il Nord e il Sud del mondo, contro i ricchi e contro i poveri. Ma la Lega, si sa, parla di rabbia e paure, più che di politica.

   L’Europa, dunque, ha taciuto. E probabilmente non poteva fare altro. Ha considerato illegale il referendum catalano. Ma non può certo rallegrarsi nel vedere entrare la polizia nelle scuole o manganellare cittadini che vogliono andare a votare. Il silenzio non solo delle istituzioni comunitarie, ma anche della maggior parte dei governi, tradisce imbarazzo più che incertezza.

   Tuttavia, se una lezione c’è da trarre da questa brutta domenica catalana, è che l’Europa non potrà continuare per lungo tempo a voltarsi dall’altra parte. CI SONO TROPPE CATALOGNE, LATENTI O POTENZIALI, in troppi angoli del Continente. Occorre definire un codice comune per guidare questi processi verso una soluzione che sia soddisfacente per tutti, perché l’esperienza ha dimostrata che, quando si lascia la gestione alla logica della politica locale, questa precipita inevitabilmente in un circolo vizioso.

   La vicenda catalana ne è la prova. Gli indipendentisti, da qualche tempo in calo di consensi, hanno accelerato sul referendum per rimettersi a cavallo di una tigre che rischiava di addormentarsi. E il governo spagnolo, debolissimo e guidato da un Ppe che in Catalogna non prende praticamente neppure un voto, ha risposto guardando solo ed esclusivamente alla pancia del proprio elettorato castigliano o andaluso.

   Mandare la polizia nelle scuole catalane fa guadagnare voti a Madrid o a Siviglia. Opporsi alle sentenze dei giudici spagnoli e alle intimazioni della Guardia Civil, fa guadagnare voti a Barcellona. Ma se si accettano e legittimano questi meccanismi, si rischia di accendere decine di altri focolai secessionisti in tutto il Continente.

   E per fermare questa potenziale epidemia l’Europa è l’unica medicina possibile. Lo abbiamo visto già in passato. Solo l’Europa ha consentito di mettere un termine alla sanguinosa guerra civile nell’Irlanda del Nord. Solo l’Europa ha garantito gli (scarsi) diritti delle minoranze russe nei Paesi baltici o di quella ungherese in Romania. Solo la prospettiva dell’adesione alla Ue ha permesso il “divorzio di velluto” tra cechi e slovacchi.

   Probabilmente solo l’Europa, oggi, non solo può ma deve muoversi per riallacciare un dialogo tra Madrid e Barcellona. Il Trattato di Lisbona ha formalizzato l’esistenza di una cittadinanza europea. Bruxelles dovrebbe partire dalla constatazione che spagnoli e catalani sono innanzitutto cittadini europei i cui diritti, sia al rispetto delle leggi sia all’espressione della propria volontà politica, vanno garantiti non solo dai poteri nazionali e locali ma anche dal potere europeo. Potrebbe essere una buona base per costringere i contendenti ad uscire dal circolo vizioso in cui si sono cacciati. (Andrea Bonanni)

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LA UE SOSTIENE RAJOY “LA COSTITUZIONE VA SEMPRE RISPETTATA”

di Alberto D’Argenio, da “la Repubblica” del 2/10/2017

– Ma la linea del silenzio di Bruxelles sta diventando un caso. “La violenza è da condannare, in queste fasi serve il dialogo” –

BRUXELLES. Per settimane le istituzioni europee sono rimaste in silenzio fingendo di ignorare quello che stava per accadere in Catalogna. Alla giornaliera conferenza stampa di mezzogiorno, i portavoce della Commissione di fronte alle domande della stampa internazionale con un imbarazzato «bisogna rispettare la Costituzione spagnola» implicitamente sostenevano Mariano Rajoy. E anche domenica sera, a violenze consumate, si trinceravano dietro al “no comment”, promettendo una tardiva reazione per oggi. Un silenzio assordante, quello di Bruxelles, fondato su solide ragioni politiche, giuridiche e di convenienza. Che però non giustificano l’assenza di qualsiasi tentativo di mediazione tra Madrid e Barcellona.

   Le tre istituzioni Ue sono guidate da esponenti del Partito popolare europeo (Tusk, Juncker e Tajani), lo stesso Ppe di Mariano Rajoy. Ma anche dai governi a guida socialista negli ultimi giorni nessuno ha fatto sentire la sua voce. Allo stesso summit di Tallinn, giovedì e venerdì, nei discorsi riservati nessun leader ha criticato Rajoy, rimasto a Madrid per seguire la situazione catalana. La ragione è semplice: il referendum era giudicato illegale per le modalità con le quali è stato indetto. E se nessun leader vorrebbe trovarsi nei panni di Rajoy, oltretutto in Europa vige la regola aurea per cui nessuno si intromette nelle faccende interne di un altro Paese.

   Solo le sfumature erano diverse, con i leader di centrosinistra riservatamente preoccupati per la linea dura con la quale il premier spagnolo si preparava a gestire il voto di domenica. Quelli di centrodestra, legati al Partido Popular, non criticavano nemmeno l’atteggiamento muscolare della Moncloa. Così, nel silenzio dei vertici delle istituzioni Ue e soprattutto del centrodestra al Parlamento europeo che attendevano di capire fino a che punto avrebbero potuto difendere Madrid, solo la first minister scozzese, Nicola Sturgeon, si diceva «preoccupata» per le violenze della polizia. Quindi, a metà giornata, soltanto un premier ha parlato, il socialista belga Charles Michel, uno che in casa tra valloni e fiamminghi non vive certo una situazione facile. Eppure ha detto: «La violenza non può essere la risposta, serve il dialogo politico».

   A livello Ue solo alcune famiglie politiche si sono prese la libertà di esprimersi. Il capogruppo dei socialisti all’Europarlamento, Gianni Pittella, ha dato voce al sentimento che si respira nel centrosinistra europeo: anche se il referendum «non è valido», abbiamo assistito a «un giorno triste per la Spagna e l’Europa, le voci dei cittadini in piazza in Catalogna devono essere ascoltate». Con critica a Rajoy, che «per mesi non ha agito» alla ricerca di una mediazione politica.

   Oltre ai socialisti si sono espressi anche i liberali, con il capogruppo al Parlamento europeo, l’ex premier belga Guy Verhofstadt: «Non voglio interferire con le questioni domestiche della Spagna, ma condanno assolutamente quanto accaduto. È tempo di una de-escalation». Altra voce socialista, ma non di governo, è arrivata da Londra, con il capo del Labour, Jeremy Corbyn, che ha condannato l’uso della forza.

   Dopo le centinaia di feriti di domenica sarà difficile che le istituzioni Ue restino in silenzio, se non altro perché a Strasburgo si apre la plenaria dell’Europarlamento. E se non ci sarà una posizione chiara in tanti a Strasburgo saranno pronti a ripetere le parole pronunciate ieri dall’europarlamentare dello Sinn Fein, Matt Carthy: «L’atteggiamento di Bruxelles è imbarazzante». (Alberto D’Argenio)

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CATALOGNA

IL COLPEVOLE SILENZIO DELL’EUROPA

di Stefano Stefanini, da “La Stampa” del 2/10/2017

   Si apre, per la Spagna, la crisi più grave dalla fine della dittatura franchista nel 1975. Quello di domenica, in Catalogna, è stato un disastro politico annunciato – ed evitabile – nell’assordante silenzio dell’Europa. L’indomani è il giorno dell’incertezza. Carlos Puigdemont può dichiarare l’indipendenza della «Repubblica catalana» nel giro di 48 ore.

   Come risponderà Mariano Rajoy? L’Ue e le grandi capitali europee possono continuare a restare alla finestra? IL 1° OTTOBRE DEL 2017 È LA DATA CHE SCAVA UN ABISSO FRA MADRID E BARCELLONA. Non per il voto catalano pro-indipendenza, troppo imperfetto per far testo, ma per il tentativo spagnolo d’impedire ai cittadini, con la forza, di esprimere la propria opinione. Per di più è stato un mezzo fallimento. La maggior parte dei seggi, o comunque molti, sono stati aperti e funzionanti. In compenso Madrid ha pagato un costo altissimo nelle immagini della polizia contro una folla che di violento non aveva nulla. Non erano i «No Global» di Genova. Non volevano sovvertire il sistema. Volevano andare a votare. E sfidavano la polizia, manganelli e pallottole di gomma comprese.

   Quali che fossero le ragioni costituzionali di Madrid, sono naufragate nelle strade e nelle piazze catalane. La Spagna può ancora evitare il precipizio ma solo se entrambe le parti saranno capaci di fare un passo indietro e tornare a far politica. Sembra difficile dopo il confronto di domenica. Gli animi sono riscaldati. Rajoy pretende che l’episodio sia chiuso con un nulla di fatto; se lo pensa veramente non ha capito quanto è successo. Tocca ora anche all’Ue e ai leader europei far capire a Madrid come agli indipendentisti catalani che il muro contro muro conduce a una catastrofe politica. Il silenzio di Bruxelles, forse benintenzionato, diventa indifferenza callosa.

   Con una scelta legalistica e impolitica, il premier spagnolo ha regalato agli indipendentisti catalani un successo a tavolino che avrebbe potuto vincere o pareggiare sul campo. Aveva dalla sua la maggioranza silenziosa dei catalani che non chiedeva la secessione, più la Costituzione che gli permetteva di ignorare il risultato del referendum come esercizio extra legem.

   Facendone una prova di forza ha costretto i catalani, anche la palude degli indecisi, a schierarsi. I cittadini pacifici che ieri sfidavano la polizia si ribellavano all’idea di non poter pronunciarsi sul proprio futuro. In democrazia non c’è legge che possa spiegarlo, non c’è Costituzione che tenga.

   Non chiamiamolo referendum. La consultazione si è svolta in circostanze quantomeno anomale, con urne aleatorie e conteggi altamente problematici. Si può solo osservare che malgrado gli ostacoli frapposti dalla polizia l’affluenza è stata elevata e che, del tutto prevedibilmente, il voto è stato massicciamente a favore dell’indipendenza.

   Chi è contro non è certo andato alle urne. Puigdemont ringrazia Rajoy: il risultato sarebbe stato diverso se Madrid avesse chiuso un occhio. Chiamiamola svolta politica che mette le ali al nazionalismo catalano: per Madrid molto peggio di un referendum.

   L’indipendenza di chi non ce l’ha non riscuote molte simpatie nella comunità internazionale. Chiedere al 98% dei curdi che l’hanno votata. L’Onu è ancorata agli Stati esistenti, beati possidenti di sovranità nazionale e tutt’altro che disposti a creare precedenti che la minaccino o la frazionino. Salvo poi arrendersi all’evidenza quando il coperchio salta come in Urss e nell’ex Jugoslavia.

   Dall’Ue ci sarebbe però da aspettarsi di meglio; per rispetto di democrazia sostanziale e per lungimiranza strategica. A Tallinn i leader europei non hanno parlato di Catalogna per non offendere l’assente Rajoy; non hanno parlato di Brexit, dopo l’importante discorso di Theresa May a Firenze, per non invadere il campo della Commissione. Danno l’impressione di evadere i veri problemi sul tappeto fino a che non diventino crisi di cui siano costretti ad occuparsi.

   Le pressioni secessioniste e indipendentistiche, non solo politiche, sono reali; ma non hanno nulla d’irresistibile: sono gestibili e contenibili, se affrontate con la politica – Scozia e Quebec docent. Se l’Ue non lo farà il camion del rilancio e dell’integrazione ripartirà con un carico di cocci anziché di vasi. (Stefano Stefanini)

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VIOLENZA IN CATALOGNA, VOTO NEL CAOS

di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 2/10/2017

– Proiettili di gomma, cariche e oltre 800 feriti. Il pugno duro sul voto – Il governo di Barcellona come ai tempi di Franco. l] premier Rajoy: una sceneggiata, noi tolleranti ma fermi – Scontri e barricate ai seggi, centinaia di feriti. Sparati proiettili di gomma, la polizia locale si ribella – I catalani in coda ai seggi illegali del referendum Gli organizzatori: il sì all’indipendenza è al 90% La sindaca di Barcellona contro il premier «È stata una vergogna, ti devi dimettere» –

   Più di ottocento feriti. Scontri ai seggi tra la Guardia Civil e chi voleva votare. E’ stata una giornata all’insegna del caos in tutta la Catalogna per il referendum sull’indipendenza. Sono stati sparati anche proiettili di gomma sui cittadini catalani accorsi alle urne.

   Ma i Mossos, la polizia locale catalana, si è ribellata agli ordini di Madrid e non sono intervenuti contro i cittadini. II primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha parlato di «sceneggiata» e sottolineato che «I catalani sono stati ingannati e chiamati a partecipare a una mobilitazione illegale». Per il governo di Barcellona è come essere tornati al tempo del franchismo. Anche la partita di calcio tra Barcellona e Las Palmas, in dubbio fino all’ultimo, si è giocata a porte chiuse. Domani sciopero in tutta la Catalogna.

   Il premier spagnolo Mariano Rajoy aveva assicurato che non ci sarebbero state urne e ci sono state. Che non ci sarebbero state schede e ci sono state. Che non ci sarebbe stato un voto e c’è stato. Allo stesso modo, però, il presidente catalano Caries Puigdemont aveva assicurato che il suo referendum indipendentista, dichiarato dai giudici come anticostituzionale, sarebbe stato «regolare, legittimo e con tutte le garanzie democratiche».

   Invece non c’erano osservatori dell’opposizione, liste elettorali verificabili o una Commissione di riconto minimamente indipendente. Non c’erano neppure cabine nella maggioranza dei casi per votare in segreto. In fondo non servivano. Il voto di ieri era l’espressione di una parte della Catalogna che si dibatte da anni in cerca di riconoscimento.

   Garanzie e legittimità erano evaporate da un pezzo. Così, guidata da uno spirito quasi autolesionistico, la Spagna si è giocata la faccia davanti ai catalani, agli spagnoli e al mondo per chiudere 79 seggi referendari. Tanti, a partire dai nazionalisti catalani ai baschi alla sinistra di Podemos, hanno rispolverato il vocabolario della storia parlando di «repressione di stampo franchista indegna di un Paese europeo del XXI secolo».

   «Lo stato spagnolo ha scritto oggi una pagina vergognosa della sua storia in Catalogna», ha detto il presidente catalano Caries Puigdemont. Aggiungendo: «Ci siamo guadagnati il diritto all’indipendenza». Settantanove scuole trasformate in luoghi di voto sui 2.300 che, sparsi per tutta Catalogna, sono invece rimasti tranquillamente aperti l’intera domenica. Per chiudere questi 79 seggi gli «anti disturbios» si sono fatti fotografare mentre assaltavano le «barricate», prendevano a calci gli aspiranti repubblicani, manganellavano signore con la borsetta, spaccavano le dita a scrutinatrici, sparavano palle di gomma in faccia a cittadini senza neppure un sasso in mano.

   Tra feriti e contusi, gli ospedali catalani hanno registrato 844 persone. Per cosa? II referendum dichiarato anticostituzionale, boicottato da tutte le opposizioni anti indipendenza, era già di per se stesso squalificato a poco più di uno spot a favore del catalanismo.

   La notte passata in Plaça de Catalunya a Barcellona, in attesa di proclamare la scontata vittoria del sì, non conta. Come la presunta straordinaria partecipazione di più di 2 milioni di cittadini. Si sapeva che l’indipendentismo avrebbe trionfato con numeri non verificabili. A spoglio quasi terminato i sì hanno ottenuto il 90 per cento.

   Ogni protagonista ha voluto recitare fino in fondo la parte che si è scelta. Il governo centrale del Partido Popular quella del guardiano dell’ordine a ogni costo. Gli indipendentisti catalani quella delle vittime Innocenti, perseguitati da un nemico che arriva dall’arido entroterra pieno di invidia.

   Gli orari della giornata sono indicativi per capire come hanno contato poco le esigenze d’ordine pubblico e molto di scelte politiche. Alle sei del mattino la polizia catalana, i Mossos d’Esquadra, avrebbero dovuto porre i sigilli a ciascun seggio. Non si sono visti. Dalle 5 si erano invece ammassati decine di volontari pro referendum. Chi aveva addirittura dormito nel seggio, chi si è svegliato presto per dar manforte. I Mossos cominciano ad arrivare verso le 8. Hanno le divise stirate, non certo per uno stato d’assedio. Valutano che la resistenza passiva degli aspiranti secessionisti rischierebbe di creare situazioni pericolose e tornano in commissariato.

   I seggi aprono alle 9. La Guardia Civil blocca i siti su cui la Generalitat ha caricato le liste degli aventi diritto. Ma si inizia a votare comunque. I siti chiusi ricompaiono su altri server nei Paesi più vari. E a quel punto, dopo le 9.20, quando le prime schede sono compilate, che partono le spedizioni degli anti sommossa Sono le ore più convulse della giornata. I telefonini diventano telecamere e antenne e in pochi secondi tutti sanno quel che succede. La paura si impadronisce di chi sta nei seggi, arriva altra gente, si ripassano le istruzioni per una resistenza passiva.

   Poco dopo le 14, nell’orario dei tg, compare la vice presidenta Soraya Saenz de Santamaria. Ringrazia gli agenti e definisce come «proporzionale» la forza utilizzata e dichiara «ormai fallito il referendum». Non succede più nulla. Nel pomeriggio nessun altro incidente, nessuna perquisizione, nessun sigillo. La gente vota e a sera si contano le schede.

   La parola era passata alla politica già all’ora di pranzo. Il presidente catalano Carles Puigdemont l’aveva detto ieri al Corriere e lo conferma oggi il suo vice Oriol Junqueras: i catalani sono (o sarebbero) pronti a discutere. Ieri sera (domenica sera, ndr) il premier Mariano Rajoy è sembrato chiedere la resa incondizionata: per il premier il referendum era una «sceneggiata». Il dialogo «può esserci solo nell’ambito della legge: noi siamo tolleranti ma fermi». Chiama a un tavolo tutte le forze politiche. Sarà lì, che le altre forze politiche spagnole potranno cercare di giocare un ruolo.

   Il leader socialista Pedro Sanchez che sostiene dall’esterno il governo Rajoy è quello che si è assunto più responsabilità: «La violenza vista non ci piace, ma la responsabilità è dell’incoscienza degli indipendentisti. Dobbiamo difendere la convivenza conquistata con la fine della dittatura. Pretenderemo che Rajoy apra il dialogo». Intanto la sindaca di Barcellona, Ada Colau, chiede le dimissioni del premier. (Andrea Nicastro)

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LUIS SEPÚLVEDA

«ORA UNA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE O LA SPAGNA NON AVRÀ UN FUTURO»

intervista di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 2/10/2017

BARCELLONA – «Mariano Rajoy sta giustificando la brutalità dimostrata dalla Guardia Civil e dalla Policía Nacional contro una popolazione civile, contro cittadini che, con o senza ragione, volevano solo andare alle urne e votare». LUIS SEPÚLVEDA, scrittore cileno che ha scelto di vivere in Spagna il suo lungo esilio, e di cui è appena uscito in Italia il libro Storie ribelli (Guanda editori), risponde al Corriere proprio mentre in tv scorrono le immagini della conferenza stampa del premier spagnolo.

   E non gli piace nulla di quello che sta ascoltando. «Fino a pochi giorni fa, il numero dei catalani disposti a partecipare al referendum era la metà di quelli che hanno poi tentato di votare. Non hanno votato per o contro l’indipendenza, votavano per il diritto a decidere liberamente, e contro l’arroganza di un governo ottuso, troppo vicino al franchismo, troppo immobile e insensibile ai problemi che si devono risolvere in modo politico e mai con la forza della repressione».

I suoi colleghi Vargas Llosa e Javier Cercas hanno definito il referendum un golpe…

«Sciocchezze. Chi ha fatto un colpo di Stato? Quelli che sanguinavano nelle strade e negli ospedali della Catalogna?».

Come si è arrivati fin qui, chi sono i «colpevoli»?

«C’è stata una lunga serie di offese e incomprensioni tra lo Stato spagnolo e la Catalogna, e la situazione si è aggravata quando il Tribunale costituzionale, composto da giudici in maggioranza di destra, ha eliminato lo Statuto d’autonomia catalana, votato e approvato dal Parlamento della Catalogna. Poi c’è l’immobilismo della destra, la tattica di Rajoy è non fare nulla, perché tutto scivoli via, senza curarsi dei costi sociali e politici. È mancato il dialogo da entrambe le parti, però soprattutto è mancata la volontà politica da parte del governo spagnolo per aprire le porte a questo dialogo. La destra ha sempre fatto affidamento più sulla repressione che sul dialogo».

La politica ha alimentato l’odio?

«Vivo in Spagna da tempo e ho potuto constatare come i settori più retrogradi della società spagnola, quella parte della popolazione con diritto di voto che appoggia senza tentennamenti la destra, ha estratto dai vecchi resti della storia ciò che c’è di più rancido e assurdo del nazionalismo fascista. La destra ha avvelenato la politica con l’odio, e lo stesso hanno fatto in Catalogna quelli che credono che l’indipendenza sia un atto di magia».

Tra Barcellona e Madrid ci sono però anche ferite storiche ancora aperte. La transizione non ha funzionato?

«La transizione fu un patto del silenzio. E nella storia i silenzi si rompono sempre».

Forse alla Spagna serviva un processo di riconciliazione come quello avvenuto in Cile?

«In Cile si è imposta l’amnesia come ragione di Stato. Di quale riconciliazione si parla quando lo Stato ancora non chiede scusa alle vittime, e i torturatori e i loro complici continuano a vivere in situazioni di privilegio, compresi quelli che stanno in carcere?».

Allora come risolvere l’impasse qui in Spagna?

«La soluzione è politica e passa da una riforma della Costituzione spagnola. La Spagna deve essere uno Stato federale. Oggi però, dopo la giornata di repressione e le dichiarazioni ottuse di Pedro Sánchez, il leader del Psoe, in Catalogna c’è più volontà indipendentista che mai».

Così possono iniziare le guerre civili?

«La società catalana è colta, civilizzata, dialogante, moderna. I catalani non darebbero mai inizio a una guerra civile».

Crede in una Spagna plurinazionale?

«La Spagna è un insieme di nazioni e il suo futuro è federale e repubblicano. O non avrà futuro».

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DALLA SCOZIA ALLE FIANDRE IL SOGNO DELLA AUTONOMIA FISCALE

di M.BRE., da “la Stampa” del 2/10/2017

   Trovare il filo conduttore tra le spinte indipendentiste che ciclicamente si affacciano in Europa non è semplice. Ogni Paese, e dunque ancor di più ogni regione, ha il suo passato. Ha la sua cultura e le sue motivazioni storico-politiche.

   Le ragioni del KOSOVO (la cui indipendenza non è riconosciuta dalla Spagna) sono ovviamente diverse da quelle dei FIAMMINGHI IN BELGIO. Eppure le più recenti battaglie autonomiste qualche punto in comune ce l’hanno. Sempre più spesso non sono la richiesta di salvaguardare l’insegnamento di una lingua o il recupero di determinate tradizioni a essere in cima alla lista.

   Le priorità riguardano questioni fiscali. Sulla scheda per il referendum del prossimo 22 ottobre, i cittadini lombardi saranno consultati dalla Regione sulla possibilità di «richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse». Sottolineato: «Con le relative risorse». Secondo il governatore Roberto Maroni la vittoria porterà «27 miliardi in più ogni anno» nelle casse della Lombardia. La cifra è probabilmente molto lontana dalla realtà, ma il presidente leghista e il suo collega del Veneto Luca Zaia è su quel tasto che battono.

   Che poi è lo stesso su cui aveva iniziato a picchiare duramente l’ex presidente catalano Artur Mas dal settembre del 2012, una volta ricevuto il «no» di Mariano Rajoy alla richiesta di un nuovo patto fiscale (strumento che Madrid aveva invece deciso di usare per tenere a bada i Paesi Baschi). «Ci sono aree che si sentono più progredite del resto del Paese e lamentano il fatto di essere sfruttate dai sistemi di redistribuzione delle risorse».

   Emmanuel Dalle Mulle è un ricercatore dell’Istituto di Studi Internazionali di Ginevra. A fine anno uscirà «Il nazionalismo delle regioni ricche» (edito con Routledge), un lavoro nel quale ha studiato le ragioni che hanno portato al successo dei partiti nazionalisti in Catalogna, Scozia, Fiandre e nella cosiddetta «Padana».

«I nazionalismi attuali – prosegue Dalle Mulle – si differenziano molto da quelli cresciuti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In passato avevano tratti legati all’identità culturale, perché la redistribuzione economica di fatto non esisteva.

   Ma dopo la Seconda Guerra mondiale, con l’aumento della spesa pubblica e la conseguente crescita del prelievo fiscale, il contesto è cambiato. Dagli Anni Settanta in poi c’è stato un risorgere dei movimenti indipendentisti che hanno sfruttato il collante identitario per questioni di convenienza economica». Succede lo stesso, per esempio, anche nella SLESIA, ricca regione industrializzata della PoIonia.

   L’INDIPENDENTISMO CORSO, invece, è diverso perché l’isola non è certo un motore dell’economia francese «e infatti – nota ancora il ricercatore – il successo elettorale degli indipendentisti attraversa fasi cicliche. Anche la SCOZIA, dal punto di vista fiscale, riceve più di quello che dà. Ma il movimento separatista ritiene che una Scozia autonoma avrebbe maggiori entrate dal settore petrolifero». Perché la bandiera è importante, ma anche il portafogli.

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vedi anche sulle “Piccole Patrie”:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/10/04/piccole-patrie-europee-i-movimenti-indipendentisti-in-europa-sono-forti-piu-che-mai-come-la-loro-recente-vittoria-in-catalogna-linadeguata-proposta-geopolitica-delle-piccole-pat/

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