LA possibile realistica SEPARAZIONE TRA CATALOGNA E SPAGNA richiede risposte concrete, nel processo di INTEGRAZIONE FEDERALISTA EUROPEA, in modo pacifico e accettando una autodeterminazione (il referendum catalano) pur illegale nei suoi modi – Nello spirito di UN’EUROPA DELLE REGIONI E DEI POPOLI (e non solo delle NAZIONI)

CATALOGNA E INDIPENDENZA: UNA POSSIBILITA PER L’EUROPA? – II REFERENDUM di domenica scorsa 1 ottobre sull’INDIPENDENZA della CATALOGNA segna iI culmine di un mese intenso, cominciato con il VIA LIBERA DEL PARLAMENTO CATALANO alla legge che spianava la strada alla consultazione (approvata il 6 settembre) e che ha permesso al GOVERNATORE CARIES PUIGDEMONT di firmare il decreto di CONVOCAZIONE DEL REFERENDUM PER IL 1 OTTOBRE. II giorno dopo LA CORTE SUPREMA SPAGNOLA HA SOSPESO IL VOTO accettando il ricorso presentato da Madrid

LEZIONE CATALANA SULL’EUROPA DELLE MINORANZE

di Alberto Mingardi, da “La Stampa” del 3/10/2017

   Come mai la causa degli indipendentisti catalani attira tanta simpatia? II principio di legittimità su cui si fondano le nostre democrazie è la partecipazione dei cittadini al governo attraverso il voto. Non è sempre stato così ma oggi la grande maggioranza di noi pensa di dovere obbedienza allo Stato non perché esso fornisce servizi utili (per esempio l’amministrazione della giustizia o la difesa nazionale), ma perché chi Io guida è stato eletto dal popolo.

   Nonostante la storia ci ricordi che il popolo ogni tanto è ben felice di scegliersi un padrone, l’idea di limitare la democrazia ci risulta odiosa. Se la legittimità dei governi si fonda sul voto, un governo che ne impedisce l’esercizio può essere legittimo? II plebiscito catalano era, com’è noto, illegale per la Costituzione spagnola, che non prevede il diritto di secessione. Ma raramente un movimento secessionista può procedere «legalmente», dal momento che desidera produrre una frattura. Ciò non significa che esso debba essere violento.

NEL GIORNO DEL REFERENDUMDI DOMENICA 1° OTTOBRE GLI AGENTI HANNO SMANTELLATO DIVERSI SEGGI (nella foto) – LA POLIZIA NAZIONALE MANGANELLA e spara proiettili di gomma contro gli elettori in coda per votare. – “(…) la Spagna di Mariano Rajoy è caduta a capofitto nella trappola catalana per non aver voluto guardare oltre l’illegalità del referendum indipendentista. La sua Guardia Civil, all’assalto di pacifiche schiere di capelli bianchi e calzoni corti in fila per andare a votare, ne ha stigmatizzato l’immagine ottusa, l’incapacità di una risposta politica articolata a una convivenza complessa. Da sempre.(…)( Adriana Cerretelli, “il Sole 24ore” del 3/10/2017)

   Islanda, Norvegia e, più recentemente, Slovacchia sono riuscite a raggiungere l’indipendenza senza spargimenti di sangue. Questo è un progresso, non un’eventualità da scongiurare. Cosa deve fare il resto d’Europa? Dalla risposta a questa domanda può dipendere il futuro del processo d’integrazione. Se l’Unione Europea è un «cartello» di Stati, per forza deve prendere le parti di Madrid, come ha fatto il portavoce della Commissione, Martin Schinas. Ma se l’Europa, come ci è stato raccontato in questi anni, è invece qualcosa di più, allora questa scelta non è affatto scontata.

   I catalani vogliono rimanere nell’Unione Europea, non mettono in discussione il mercato comune né la libertà di circolazione. Anni fa gli europeisti più convinti predicavano il «principio di sussidiarietà», per il quale le decisioni politiche debbono avvenire non necessariamente al livello del governo nazionale, ma nel luogo in cui è più opportuno e efficace che vengano prese. Questo può voler dire una devoluzione «verso l’alto» (se si discute di politica doganale) ma anche «verso il basso» (se si parla di come organizzare servizi ai cittadini come sanità o scuola). L’una è probabilmente impossibile senza l’altra. Ciò non è in contrasto con la globalizzazione economica.

IL RE CON MADRID, CONTRO IL REFERENDUM CATALANO – FELIPE IN TV a due giorni dal referendum: «CATALOGNA IRRESPONSABILE. DIFENDEREMO LA COSTITUZIONE E L’UNITÀ. Le autorità catalane hanno violato i principi democratici dello Stato di diritto con una “slealtà inaccettabile”».

   Una maggiore integrazione economica, come ricordano gli studi di Alberto Alesina, allenta la necessità di mantenere vivi Stati nazionali che sono sorti anche come blocchi commerciali e «protezionisti». Un’economia aperta non ha bisogno di essere un grande mercato nazionale, perché per i suoi prodotti sceglie come mercato il mondo. Se uno sforzo va fatto al di fuori della Spagna, a Bruxelles e negli altri Paesi europei, dev’esser quello per rendere questo processo quanto più possibile ordinato e compatibile con la tutela delle minoranze.

   Un plebiscito può rivelarsi un atto politico violentissimo. II referendum catalano doveva essere efficace con una maggioranza semplice, e indipendentemente dal livello di partecipazione raggiunto. II che è assolutamente coerente col principio democratico, ma è pure problematico. Anche nelle assemblee parlamentari, cambiamenti di rilievo costituzionale di solito hanno bisogno di maggioranze «rinforzate».

   Meccanismi di questo tipo rassicurano le minoranze e impongono alle maggioranze di cercare di convincerle, anziché schiacciarle con la forza dei numeri. E’ vero che in Catalogna ha votato sì il 90%, e che la partecipazione (42%) è stata disincentivata dalla polizia: regole diverse, però, avrebbero aiutato a legittimare il referendum innanzi alla comunità internazionale.

Martedì è stata giornata di SCIOPERO GENERALE IN CATALOGNA. Contro le violenze di domenica. DA BARCELLONA A GIRONA, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada

   L’idea di nazione è da sempre ambigua. Una nazione può essere un patto che si rinnova ogni giorno fra chi ci vive; oppure «sangue e suolo». La prima versione dell’idea di nazione è compatibile con un sistema politico nel quale le teste si contano e non si tagliano, la seconda no. Questo non è un dettaglio. Come per le persone, anche per le comunità legalizzare il divorzio può rappresentare un modo per risolvere i conflitti, prima che diventino esplosivi. (Alberto Mingardi)

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LA DEBOLEZZA ECONOMICA DEI SEPARATISTI

di Mario Deaglio, da “La Stampa” del 4/10/2017

   Nel suo brevissimo e secco messaggio agli spagnoli, il re Filippo VI non ha aperto alcuno spiraglio al dialogo con i catalani. E forse, allo stato attuale delle cose, non poteva fare altrimenti. Dal canto loro, gli indipendentisti si illudono che siano sufficienti un referendum, uno sciopero, le sfilate, lo sventolio di bandiere per essere davvero indipendenti. Terminate le manifestazioni, messa in disparte la retorica, occorre infatti tornare quietamente alle cifre.

   Intanto vale cominciare dal debito pubblico: se la Catalogna vuole davvero «andar via» in maniera pacifica deve accollarsi una quota del debito pubblico della Spagna unita, dal momento che si tratta di un debito in parte suo così come in parte sue sono le esigue riserve valutarie e auree del Banco de España. Senza questo riconoscimento di debito (e di credito), difficilmente l’eventuale nuovo stato troverebbe sui mercati finanziari internazionali qualcuno disposto a prestargli denaro a tassi sostenibili. Di questi prestiti una Catalogna indipendente avrebbe sicuramente un gran bisogno, anche se le finanze pubbliche della Catalogna sono in stato migliore di quelle della Spagna, non foss’altro che per gli imponenti flussi turistici.

LA SINDACA DI BARCELLONA ADA COLAU ha definito il discorso «irresponsabile e indegno di un capo di Stato»

   E’, infatti, pressoché scontato che ci sarebbe una fase iniziale di debolezza estrema, anche per la prospettiva di esodo dalla Catalogna di imprese spagnole e straniere. Le probabilità di tale esodo sarebbero maggiori se Madrid si opponesse all’ingresso di una Catalogna indipendente nell’Unione Europea e quindi se le merci in partenza da Barcellona dovessero superare una dogana per entrare nel resto dell’Unione e nella stessa Spagna.

   Come suddividere il debito pubblico tra i catalani e gli altri spagnoli? I criteri estremi sono essenzialmente due: in base alla popolazione, la Catalogna, con sette milioni e mezzo di abitanti, pari al 15 per cento della popolazione della Spagna, dovrebbe accollarsi all’incirca 160 miliardi di euro. In base alla quota del prodotto lordo, che è superiore al 20 per cento del totale spagnolo, il governo di Barcellona dovrebbe riconoscersi debitore di oltre 220 miliardi, dei quali dovrebbe curare regolarmente interessi e rimborsi.

Il presidente catalano Carles Puigdemont al centro e alcuni membri del suo governo a Barcellona il 2 ottobre scorso – PIGDEMONT, ha annunciato che «a giorni ci sarà l’atto di indipendenza»

   Tra queste due cifre sono possibili, anzi necessari, i «tavoli» delle trattative. Non più soggette alla sorveglianza della Bce, le banche di una Catalogna che dichiarasse unilateralmente l’indipendenza sarebbero automaticamente meno credibili. Inoltre, tra quindici giorni l’agenzia Moody’s rivedrà il «rating» internazionale della Spagna, al quale è legato, in maniera indiretta ma efficace, il tasso di interesse che lo Stato spagnolo dovrà pagare per i prossimi prestiti.

   I problemi non si fermano qui per il fortissimo intreccio di interessi tra la Catalogna e il resto della Spagna. CHE FINE FAREBBERO LE BALEARI, vero gioiello del turismo spagnolo, prossime alla costa catalana, che vantano oltre un milione di abitanti, la cui cultura e la cui lingua sono vicinissime a quelle dei catalani? Che cosa succederà al treno ad alta velocità Barcellona-Madrid? Che ne sarà dei finanziamenti europei a progetti basati in Catalogna? E così, via discorrendo, in trattative sicuramente lunghe se l’indipendenza non deve essere solo uno slogan.

DALLA SCOZIA ALLA SLESIA: SEPARATISTI D’EUROPA – Sono quasi 30 le comunità con spinte sovraniste in Europa (nelle regioni ricche ma non solo)

   Probabilmente l’Unione Europea ha fatto bene, finora, a non intervenire. Ora però conviene quindi a entrambe le parti che non si facciano passi falsi e si proceda subito a colloqui concreti, nei quali la Bce e l’Unione Europea potrebbero avere un ruolo determinante, anche senza necessariamente schierarsi per l’indipendenza o per una maggiore autonomia.

   Se però il «caso Catalogna» dovesse precipitare, ci troveremmo di fronte a un pericoloso gioco a somma negativa, in cui a perdere saremmo tutti noi europei. Per contro, una buona gestione della crisi catalana potrebbe innescare quel processo di revisione istituzionale europea che, in mezzo a tante parole, non si è ancora riusciti a far partire. Quale che sia la forma giuridica, una maggior vicinanza tra le regioni europee e Bruxelles, «garantito» dal trasferimento di una parte dell’imposizione fiscale dai governi nazionali al centro dell’Unione è un possibile sviluppo positivo. Siccome anche le nuvole più nere hanno un bordo d’argento, è su questo che dobbiamo contare. (Mario Deaglio)

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IL DISCORSO DEL RE: CATALANI SLEALI – FELIPE IN TV: «CATALOGNA IRRESPONSABILE DIFENDEREMO LA COSTITUZIONE E L’UNITÀ»

di Sara Gandolfi e Andrea Nicastro, a “il Corriere della Sera” del 4/10/2017

– Il re con Madrid. Colau: parole indegne. Puigdemont: a giorni l’atto d’indipendenza – “Le autorità catalane «hanno violato i principi democratici dello Stato di diritto» con una «slealtà inaccettabile». Re Felipe va in tv a due giorni dal referendum in Catalogna. Dura la replica della sindaca di Barcellona, Colau: «È stato un discorso indegno di un capo di Stato». –

BARCELLONA – «Tutte le misure necessarie per conservare l’ordine costituzionale». Questo promise il re di Spagna Juan Carlos nel suo messaggio tv alla nazione dopo la mezzanotte del giorno in cui il Parlamento di Madrid era stato assaltato da un tenente colonnello pistola alla mano. La storia dice che quell’intervento aiutò e forse fu decisivo a fermare il golpe militare in corso.

   Sono passati 36 anni e le parole che il nuovo re di Spagna, Felipe VI, ha usato martedì sera alle 21 nel suo primo messaggio straordinario al Paese, sono state praticamente le stesse. Ma l’effetto che potrà avere il suo discorso non è lontanamente paragonabile a quello del padre. Sono rimasti delusi i molti che contavano su Felipe perché facesse da mediatore tra le strade di Barcellona brulicanti di indipendentisti (e repubblicani) e il governo centrale di Madrid.

   Il re ha sposato in pieno le posizioni del premier Mariano Rajoy e la sua linea di inflessibile difesa della Legge. Felipe VI ha accusato il governo secessionista di Barcellona di aver «violato in maniera sistematica le regole democratiche, mostrando una slealtà inammissibile, calpestando tutte le norme nazionali e dello stesso Statuto catalano».

   «C’è stato un inaccettabile tentativo di appropriarsi delle istituzioni storiche della Catalogna» «Il diritto e la democrazia sono stati messi ai margini». «Da qualche tempo, alcune autorità della Catalogna violano in modo ripetuto, consapevole e deliberato l’ordine costituzionale e lo Statuto dell’Autonomia» catalana.

   «Hanno voluto spezzare l’unità della Spagna con una condotta irresponsabile». «Oggi la società catalana è frammentata». «So bene che molti in Catalogna vivono momenti di ansia e apprensione — ha concluso Felipe VI — ma non sono soli, hanno la nostra solidarietà e la garanzia dello Stato di Diritto». Dietro Felipe la bandiera spagnola e quella dell’Unione europea.

   Il re non ha citato gli incidenti di domenica, e se ciò rafforza la posizione del governo centrale, non apre spazi di trattative.

   La sindaca di Barcellona ADA COLAU ha definito il discorso «irresponsabile e indegno di un capo di Stato». E il capo del governo catalano, CARLES PUIGDEMONT, ha annunciato che «a giorni ci sarà l’atto di indipendenza».

   Martedì era giornata di sciopero generale in Catalogna. Una protesta proclamata dalle «entità» secessioniste e sposata dai sindacati contro le violenze della polizia. Treni, aerei, metro, uffici, supermercati, negozi erano tutti chiusi. Resistevano alcune drogherie gestite da pachistani, i ristoranti degli alberghi e qualcuno la sera, ma non quelli dei cuochi più famosi come Adrià o Santamaria che invece hanno aderito al «no alla violenza». Per il resto Barcellona era in mano ai cortei imponenti: quello dei pompieri, quello degli studenti e quello dei sindacati. Settecentomila persone, dice il Comune, a cui Felipe non si è rivolto. (Andrea Nicastro)

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DALLA SCOZIA ALLA SLESIA: SEPARATISTI D’EUROPA

di Antonio Carioti, da “il Corriere della Sera” del 3/10/2017

– Sono quasi 30 le comunità con spinte sovraniste (nelle regioni ricche ma non solo) – “A prescindere da come la pensiamo sull’indipendenza, dovremmo condannare tutti le scene di violenza e invitare la Spagna a cambiare corso” NICOLA STURGEON, Premier scozzese –Chiedo a Rajoy che si apra un periodo di dialogo basato sul riconoscimento che esistono due nazioni che vogliono decidere liberamente il proprio futuro” IÑIGO URKULLU Premier basco –

   A volte il separatismo fiorisce nelle regioni più ricche e sviluppate, come in Spagna la Catalogna, che si ritengono defraudate da sistemi fiscali tesi a drenare le loro risorse, per destinarle allo Stato centrale o a zone più arretrate, e temono di perdere competitività a livello globale.

   Lo abbiamo visto in Italia, quando la Lega invocava l’indipendenza della Padania, ma oggi vale soprattutto IN BELGIO PER LE FIANDRE: qui l’Alleanza Neofiamminga (N-VA), divenuta il 1° partito a livello nazionale e approdata al governo del Paese, rivendica una maggiore autonomia tributaria e un assetto confederale che in prospettiva prefigura il distacco da Bruxelles, pur nella permanenza in Europa.

   Un caso simile si può considerare la SLESIA, la REGIONE POLACCA più industrializzata dove si manifestano tendenze separatiste.

   In ALTRI CASI prevalgono MOTIVI STORICO-CULTURALI, la convinzione che la propria identità sia stata penalizzata. Quindi troviamo le ASPIRAZIONI DELLA SCOZIA a separarsi dal Regno Unito, bocciate nel referendum del 2014 e anche nelle elezioni politiche dello scorso giugno, che hanno segnato una pesante sconfitta per i nazionalisti di Edimburgo (Snp), ma forse destinate a rinvigorirsi con l’attuazione della Brexit.

   E ci sono casi in cui l’indipendentismo ha adottato metodi violenti, come nei PAESI BASCHI con l’Eta, che solo nel 2011 ha deposto le armi, e in CORSICA con il Fnlc, che ha cessato gli attentati nel 2014. (Antonio Carioti)

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UNIONE E NAZIONALISMI

SE L’EUROPA RIMANE A GUARDARE

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 3/10/2017

   Quando finalmente il suo decennio multicrisi sembrava agli sgoccioli, l’economia in ripresa, i disoccupati in calo, l’eurozona quasi risanata e i populismi in frenata, sono arrivate le elezioni tedesche: dovevano sancire l’avvenuto recupero della stabilità politica ed economica collettiva e invece, a sorpresa, hanno indebolito Angela Merkel e fatto dell’estrema destra nazionalista il terzo partito al Bundestag.

   Poi la Spagna di Mariano Rajoy è caduta a capofitto nella trappola catalana per non aver voluto guardare oltre l’illegalità del referendum indipendentista. La sua Guardia Civil, all’assalto di pacifiche schiere di capelli bianchi e calzoni corti in fila per andare a votare, ne ha stigmatizzato l’immagine ottusa, l’incapacità di una risposta politica articolata a una convivenza complessa. Da sempre.

   Di difficili convivenze dentro i muri di casa ne conosce fin troppe ma ora l’Europa deve improvvisarsi pompiere per evitare a tutti i costi di finire dentro una crisi potenzialmente contagiosa e scatenare un effetto domino nell’Unione. Sfida difficile. Almeno quanto quella che affronta la Spagna, che deve riuscire a scavalcare i due opposti estremismi in campo: quello di Rajoy e quello catalano. Mostrando e pretendendo flessibilità negoziale, aprendo alla riforma della Costituzione e di sicuro a maggiori autonomie regionali.

   «Se la Corsica proclamasse l’indipendenza, non riesco a immaginare la Francia di Macron reagire dicendo prego, accomodatevi. Sono certo che se la Catalogna dichiarasse unilateralmente l’indipendenza, il capitale di simpatia che ha raccolto in Europa si dissolverebbe in un baleno» dice un diplomatico europeo di lungo corso riassumendo in due frasi le difficoltà reali di un’autentica ed efficace mediazione Ue. Da anni l’Europa non si vuole più comunità con aspirazioni federali ma semplice unione tra Stati sovrani che, in quanto tali, hanno competenza diretta ed esclusiva sui separatismi interni che qua e là li tormentano.

   Giuridicamente, insomma, l’Europa non può che restare a guardare. Politicamente e discretamente è invece costretta a mediare: per ragioni di sopravvivenza, per non redistribuire al proprio interno instabilità nazionali, per non trasformarsi da luogo di integrazione in spazio di disordinata disintegrazione. Per questo i suoi richiami all’ordine non si sono fatti attendere. «I separatismi non risolvono niente. Tutti gli Stati membri devono invece rispettare e attuare rigorosamente principi e regole della legalità e della democrazia» ha mandato a dire Berlino condannando la violenza e invitando le due parti al dialogo.

   Come la Commissione Juncker. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha chiesto a Rajoy di evitare l’escalation del conflitto. La Catalogna ieri ha chiesto la mediazione europea: «Non vogliamo una rottura traumatica ma una nuova intesa con lo Stato spagnolo». Ma mentre stringe i ranghi e preme sui contendenti per costringerli alla ragione di un accordo pacifico e condiviso, l’Ue non può dimenticare le ambiguità esistenziali su cui oggi riposa: mercato unico, euro, Schengen, Erasmus, cioè le grandi conquiste sovranazionali degli anni ’80 e ’90, sono tutti espressione del credo collettivo nell’abbattimento delle frontiere economiche, monetarie, culturali e personali, in qualche modo sono un invito a delinquere per tutti i separatismi, regionalismi e localismi europei.

   In quegli anni l’Europa era ancora comunità, il federalismo non era una parola vietata. Poi si voltò pagina e il nuovo secolo consacrò invece l’Unione degli Stati nazionali e la sua gestione ovviamente sempre più intergovernativa. E inevitabilmente anche più rigida e al tempo stesso volutamente estranea ai conflitti interni dei suoi membri. In questa unione si tollera malissimo la repressione violenta del Governo Rajoy, che non appartiene ai canoni della democrazia europea e ne deturpa l’immagine internazionale, ma forse ancora meno si tollerano le spinte separatiste e/o indipendentiste, in breve la disgregazione nazionale, a meno che non concordata tra i suoi protagonisti.

   Come si provò senza esito in Scozia. Come accadde invece (era fuori dall’Ue) alla Cecoslovacchia che nel 1992 decise a tavolino e senza drammi di dividersi in due. Ma questo non sembra affatto il modello che la Spagna di oggi intende percorrere. Non poteva essere più chiara e inequivocabile, allora, la strigliata distribuita lunedì con uguale veemenza e insofferenza alle due parti in conflitto: meglio trovare e presto un compromesso accettabile a tutti, perché la somma di due errori non fa mai una ragione. Per nessuno. La questione catalana va risolta perché oggi né l’Europa né la Spagna, uno dei suoi quattro Grandi, possono lasciarsene intossicare. (Adriana Cerretelli)

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THE DAY AFTER. I CONTI CON LA REALTÀ ECONOMICA DI CUI I SEPARATISTI CATALANI NON PARLANO

di Daniele Raineri , da “IL FOGLIO” del 4/10/2017

   Poniamo che la Catalogna ottenga la separazione dalla Spagna, grazie a un referendum che dal punto di vista delle legge è stato un atto eversivo e con valore nullo. A partire da quel momento la regione sarebbe fuori dall’Unione europea e comincerebbero i primi guai.

   I catalani separati non vogliono stare fuori dall’Unione per tutta una serie di vantaggi e quindi dovrebbero far partire da zero (da fuoriusciti) l’iter per chiedere l’adesione, come altri paesi – per esempio l’Albania e la Serbia – ma l’ammissione richiederebbe il voto unanime di tutti i paesi membri ed è assai probabile che la Spagna si opporrebbe.

   I catalani non hanno una risposta precisa a questo problema inaggirabile e dicono che Bruxelles alla fine non potrà lasciare fuori una repubblica indipendente che conta circa sette milioni di abitanti, ma è abbastanza chiaro che l’Unione europea tende a scoraggiare e a trattare con durezza queste iniziative distruttrici – esattamente come sta facendo con il Regno Unito che nel giugno 2016 scelse la Brexit, però con un referendum vero – perché non vuole che gli stati si frantumino in uno sciame di staterelli.

   Quindi è possibile che la nuova repubblica catalana resterebbe per un periodo di tempo indeterminato fuori dall’Unione europea. Il che porta conseguenze economiche serie. Senza accesso al mercato comune, spostare le merci costa di più perché alle frontiere si pagano i dazi, che sono previsti dalle leggi, e questo vuol dire che rispetto a prima i beni che arrivano dall’estero costano di più e i beni che vanno all’estero devono essere venduti a un prezzo inferiore per essere competitivi.

   I dazi non sono inevitabili, ma è chiaro che la Spagna abbandonata sarebbe il primo partner commerciale ed è possibile che non offrirebbe condizioni di favore. Secondo i dati di Cnbc, almeno il 30 per cento delle esportazione catalane sarebbero dirette naturalmente verso la Spagna: in questo caso i dazi colpirebbero un mercato enorme, con possibili ricadute sull’occupazione.

   Vengono anche meno tutta una serie di garanzie e di protezioni finanziarie di cui non ci accorgiamo mai perché siamo troppo occupati a pensare all’Europa come a una matrigna, ma che aiutano a tenere lontana la pressione degli speculatori. Inoltre c’è da contare che l’incertezza scoraggia gli investimenti da fuori – perché i rischi sono più alti al di fuori di un sistema stabile.

   Per non parlare dell’accesso ai fondi europei, per esempio quelli dedicati alla ricerca. Sul breve termine ci sarebbero da pagare dei costi, di cui però si sente parlare pochissimo in queste giornate molto riempite dalla brutalità poliziesca di Madrid.

   I separatisti sostengono che la Catalogna è svantaggiata perché attraverso il prelievo fiscale i catalani consegnano al governo centrale spagnolo più soldi di quanti poi ne ottengono indietro sotto forma di servizi, in pratica pagano troppo. Ma se i catalani si staccheranno da un sistema così organico e interconnesso come è l’economia europea, soffriranno una perdita economica che sarà più grave.

   Secondo i dati dell’istituto italiano Iai (Istituto Affari Internazionali), oggi i catalani in media pagano duecentoventi euro in più ogni anno rispetto a quanto ricevono (che è una cifra molto bassa e normalissima in tutti gli stati avanzati, dove è pacifico che ci siano zone leggermente più sviluppate e zone leggermente in ritardo), ma secondo il ministro dell’Economia spagnolo con la separazione rischiano una contrazione del pil locale che potrebbe arrivare fino al 30 per cento.

   Se anche fosse una stima da correggere al ribasso, sarebbe comunque un risveglio molto brusco, considerando che intanto la Spagna è in ripresa e negii ultimi due anni ha registrato una crescita del pil superiore al tre per cento (da quanti anni in Italia non si cresce sopra al tre per cento?).

   Una repubblica catalana fuori dall’Europa sarebbe anche fuori dall’euro, con tutti i problemi che ne derivano, a partire dalla prima scelta che toccherebbe fare: usare un’altra moneta e rischiare un’inflazione molto brusca oppure usare l’euro dall’esterno, quindi senza nessun titolo per negoziare a Bruxelles? Ma allora in questa seconda ipotesi tanto valeva restare nella Spagna e non essere privati della sovranità monetaria. (Daniele Raineri) 

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SE L’AUTODETERMINAZIONE SFOCIA NELLA VIOLENZA

di Joseph Nye, da “il Sole 24ore” del 3/10/2017

– Dai Sudeti alla Somalia fino all’ex Urss, le istanze dei popoli di creare un proprio Stato hanno spesso generato guerre –

   I CURDI hanno votato in massa nel Nord dell’Iraq a favore dell’indipendenza della regione del KURDISTAN. Circa 30 milioni di curdi sono disseminati in quattro Stati (Iraq, Turchia, Siria, Iran), e i nazionalisti sostengono di meritarsi il riconoscimento ufficiale della comunità internazionale. In Spagna circa 7,5 milioni di catalani hanno appena sollevato la medesima questione.

   È importante che i catalani, a differenza dei curdi, siano profondamente spaccati sull’intera faccenda? E importante che gli Stati confinanti con il Kurdistan iracheno possano ricorrere all’uso della forza per contrastare la secessione? In linea generale, per autodeterminazione nazionale – il principio che nel 1918 il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson volle inserire nell’agenda internazionale – si intende il diritto di un popolo a crearsi un proprio Stato.

   Ma chi c’è dietro a quell’«auto» che caratterizza la determinazione? Prendiamo il caso della SOMALIA, la cui popolazione, a differenza di quella della maggior parte degli Stati africani che hanno conquistato l’indipendenza da poco, aveva più o meno un medesimo retroterra linguistico ed etnico. Il KENYA, Paese confinante, era stato creato dal dominio coloniale mettendo insieme decine di popoli e tribù diverse. La Somalia sosteneva che, in base al principio di autodeterminazione, si sarebbe dovuto permettere ai somali del Kenya nordorientale e dell’Etiopia meridionale di procedere alla secessione. Kenya ed Etiopia rifiutarono entrambe, e la faccenda sfociò in una serie di guerre regionali.

   Non sempre i problemi legati all’autodeterminazione si dirimono con il voto. Prima di tutto c’è la questione del DOVE SI VOTA. In IRLANDA, per esempio, i cattolici obiettarono a lungo che, se si fosse votato nell’area politica dell’Irlanda del Nord, avrebbero finito col governare i due terzi della maggioranza protestante. I protestanti replicarono che se si fosse votato nell’area geografica dell’isola intera, avrebbe finito col governare la maggioranza cattolica. Alla fine, dopo decenni di scontri e tensioni, una mediazione esterna contribuì a portare la pace in Irlanda del Nord.

   Altrettanto importante è la questione del QUANDO SI VOTA: negli anni Sessanta, i somali volevano votare subito, mentre il Kenya avrebbe voluto attendere 40-50 anni per avere il tempo di ridare vita alle alleanze tribali e corpo a un’identità keniana. Altro problema è in che modo vadano soppesati gli interessi di quanti restano indietro: la secessione arreca loro danno? Sottrae risorse o provoca un altro tipo di sconvolgimento?

Il Kurdistan iracheno possiede cospicui giacimenti petroliferi, e si calcola che la Catalogna generi un quinto del Pil della Spagna. La Storia non è rassicurante.

   Una volta sgretolatosi l’Impero asburgico nel 1918, i SUDETI furono inglobati in CECOSLOVACCHIA, anche se la maggior parte della popolazione era di lingua tedesca. Dopo gli accordi raggiunti a Monaco con Adolf Hitler nel 1938, i tedeschi dei Sudeti pretesero la secessione dalla Cecoslovacchia ed entrarono a far parte della Germania. Fu giusto autorizzare l’autodeterminazione dei tedeschi dei Sudeti, visto che ciò significò strappare alla Cecoslovacchia le sue difese militari?

   Al termine della Guerra fredda, l’autodeterminazione divenne una faccenda scottante in Europa orientale e nell’ex Unione Sovietica: nel CAUCASO chiesero propri Stati indipendenti gli AZERI, gli ARMENI, i GEORGIANI, gli ABKHAZI e i CECENI.

   In JUGOSLAVIA, SLOVENI, SERBI e CROATI riuscirono a ritagliarsi le loro repubbliche indipendenti, mentre I MUSULMANI DELLA BOSNIA-ERZEGOVINA non ne furono in grado e divennero vittime di una campagna di “pulizia etnica” sia da parte delle forze croate sia da parte di quelle serbe.

   Anche la RUSSIA ha invocato il principio di autodeterminazione per appoggiare la secessione dell’ABKHAZIA dalla GEORGIA nel 2008, e la sua invasione e annessione della CRIMEA nel 2014.

   Il principio di autodeterminazione si rivela quindi un principio morale ambiguo. Wilson pensava che avrebbe portato stabilità in Europa centrale. Negli anni Trenta, invece, Hitler se ne avvalse per mettere in pericolo i nuovi fragili Stati della regione.

   Quella lezione resta valida ancora oggi: tenuto conto che è omogeneo meno del dieci per cento degli Stati del pianeta, considerare principio morale primario anziché secondario il principio di autodeterminazione potrebbe avere conseguenze catastrofiche in molte regioni del mondo.

   Forse è per questo motivo che soltanto pochi nuovi Stati sono stati ammessi nelle Nazioni Unite in questo secolo. Il meglio che possiamo augurarci per il futuro è chiedere che cosa vada determinato, oltre a chi lo debba determinare. Nei casi in cui gruppi diversi coabitino con grandi difficoltà un medesimo Stato, si potrebbe prevedere di concedere un certo grado di AUTONOMIA nella scelta e nella gestione degli affari interni.

   Laddove l’autonomia non sia sufficiente, potrebbe essere possibile accordarsi per UN DIVORZIO AMICHEVOLE, come quando la Cecoslovacchia si è divisa pacificamente in due Stati sovrani. Le istanze incondizionate per l’autodeterminazione, invece, hanno maggiori probabilità di generare violenza, e per questo devono essere gestite con cautela estrema. (JOSEPH NYE è ex segretario alla Difesa Usa e presidente dell’Us National Intelligence Council; è docente all’Universita di Harvard) (Traduzione di Anna Bissanti)

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LE VERE RAGIONI DIETRO LO SCONTENTO EUROPEO

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 3/10/2017

   Superata la grande recessione dell’economia, i leader europei potrebbero chiedersi se non siamo entrati in una seconda RECESSIONE, PIÙ STRISCIANTE, DEI SISTEMI POLITICI. Questi fenomeni non sono dissoluzioni di ciò che prosperava fino a poco tempo prima. Una recessione è una reversibilissima fase di arretramento, che è possibile mettere alle spalle declinando in modo nuovo il vecchio consiglio di John Foster Dulles, il segretario di Stato americano degli anni 50: «Non stare fermo, fai qualcosa!».

   Sintomi dell’arretramento non sono difficili da leggere quasi ovunque nelle democrazie occidentali. In GERMANIA un centinaio di deputati di estrema destra farà il proprio ingresso in parlamento, quello dalla cupola di cristallo ricostruita dopo le distruzioni della guerra.

   La lezione di Dulles avrebbe consigliato: «Fai qualcosa, ma fallo con il massimo di intelligenza possibile» In CATALOGNA gli indipendentisti e la polizia si sono contesi il controllo dei cosiddetti seggi di un tentativo di referendum popolare che comunque lascerà ferite brucianti. In Francia ha vinto le elezioni un giovane presidente aperto e ottimista, ma lo ha fatto ottenendo al primo turno il voto di non più di un francese su cinque, sulle macerie dei partiti tradizionali. Dell’Italia, vista dall’estero, ciò che colpisce è che non riesca ancora a darsi una legge elettorale degna di questo nome e non si vedano maggioranze omogenee plausibili; vista dall’estero, la campagna elettorale che sta partendo sembra una sorta di ballo in maschera.

   Inutile poi parlare della BREXIT, quando in una piovosa domenica di giugno un pugno di voti in una confusa consultazione ha determinato lo status costituzionale di un Paese profondamente diviso, senza possibilità di ripensarci.

   O della vittoria di DONALD TRUMP, che si è imposto non solo contro la maggioranza degli elettori ma — per la prima volta negli Stati Uniti — contro il suo stesso partito.

   Negli ultimi dieci anni l’economia internazionale ha affrontato due infarti, Lehman e la crisi dell’euro, ma anche la politica non si sente tanto bene. Ovviamente per questo malessere esistono molte ragioni che non hanno niente a che fare con quei terremoti finanziari: PROBLEMI DI IDENTITÀ DI FRONTE AL CARATTERE MULTIETNICO DELLE NAZIONI MODERNE, TERRORISMO E MOLTO ALTRO ANCORA.

   Eppure quanto sta accadendo in Germania, Spagna, Gran Bretagna o negli Stati Uniti dovrebbe suonare come il segnale che in un’economia del ventunesimo secolo tutto è più complesso di come sembra. L’idolatria dei numeri semplici, la pagellina macroeconomica che un nuovo ceto di sacerdoti predica ogni giorno, può illudere.

   Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno prodotto il voto più spiazzante del dopoguerra mentre viaggiavano a piena occupazione (la Repubblica federale con appena un 3,8% di disoccupati). Della Spagna si sono passati gli ultimi anni a spiegare che cresceva di più del 3% perché aveva «fatto le riforme». L’Italia naturalmente è molto più indietro e di riforme deve farne sul serio tante di più, dunque gioire in segreto dei problemi altrui sarebbe solo patetico.

   Eppure quei Paesi sembravano risolti e non lo erano. Forse meritavano un’analisi più libera e profonda di quella proposta dalle solite letture di superficie dei dati di un’economia, che rischiano di diventare una forma contemporanea di superstizione.

   Si guarda appena sotto, e si scopre che la crescita media per abitante in Germania — quella che ogni singolo elettore sente sulla propria pelle — negli ultimi cinque anni è stata dello 0,9% e negli ultimi due anni è stata persino inferiore a quella dell’Italia (il resto della crescita tedesca è venuto dall’aumento della popolazione straniera).

   Si guarda sotto la superficie, e si nota che le economie di Stati Uniti e Gran Bretagna sono tornate presto ai livelli pre-crisi solo perché gran parte dei nuovi redditi è andata al 10% più ricco degli abitanti. Si guarda appena sotto alla ripresa spagnola e non si scorge solo la continua deflazione dei salari. Si vede anche che la rivolta secessionista catalana affonda le radici direttamente nella crisi dell’euro: in pieno dissesto, rimasto senza fondi, il governo locale di Barcellona nel 2011 ha scelto di fare di quello di Madrid il capro espiatorio delle proprie miserie. In realtà entrambi erano vittime di una crisi europea all’inizio gestita malissimo, imponendo tagli e tasse al momento meno opportuno. In Catalogna, hanno finito per dare vita a una forma peculiare di populismo.

   Tutto questo segnala che camminiamo ancora su ghiaccio sottile. A dieci anni dal crac di Lehman, a otto dallo choc della Grecia, il terreno sotto i nostri piedi non si è ancora ricompattato. I numeri semplici sulla disoccupazione o sul tasso generale di crescita non devono ingannare, anche perché in fondo siamo già passati da qua.

   Anche a metà del 1937, a otto anni dal Grande Crash di Wall Street, l’economia americana era tornata sopra ai livelli del 1929. Gli Stati Uniti attiravano fiumi d’oro dal resto del mondo, un po’ l’equivalente della attuale creazione di moneta da parte delle banche centrali per comprare titoli. La Federal Reserve reagì con una stretta monetaria e il presidente Franklin Roosevelt varò un bilancio di austerità. Nel giro di poche settimane da quel momento, l’America stava vivendo il crollo economico più fulmineo della sua storia: LA GRANDE DEPRESSIONE non era superata e durò fino al ’39.

   Oggi la fragilità dei sistemi e il rischio di recessione sono evidenti soprattutto nella politica. Siamo in ripresa economica, rischiamo ancora una recessione democratica. E anche oggi le grandi banche centrali e i governi pensano di tornare ad assetti meno espansivi. Magari Foster Dulles avrebbe consigliato: «Fai qualcosa, ma fallo con il massimo di intelligenza possibile». (Federico Fubini)

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