L’AMIANTO CHE UCCIDE I FIGLI, 20-30 anni dopo – A MONFALCONE c’è un “salto generazionale” sulle malattie da amianto: dolorosa prova che gli ERRORI DEL PASSATO (inquinamento, distruzione ambientale, saccheggio delle risorse naturali) li pagano i figli – Che fare adesso per controllare le gravi conseguenze?

A MONFALCONE (Gorizia) c’è UNO DEI PIÙ GRANDI CANTIERI NAVALI D’ITALIA, fondato nei primi del ‘900 e oggi di proprietà di FINCANTIERI. Qui sono state costruite enormi navi da crociera, cacciatorpedinieri e sommergibili per la Marina Militare italiana. Per il FRIULI VENEZIA GIULIA è un polo industriale importante, che ha dato lavoro a generazioni di operai provenienti da tutta Italia

   A Monfalcone accade che le malattie da amianto colpiscono ancora, dopo che è stato proibito da 25 anni (nel 1992). E, emblematica la cosa, colpisce i figli (ora cinquantenni, sessantenni) degli operai dell’industria cantieristica che lavoravano in ambienti (stra)pieni di quella fibra minerale così letale. Operai che tornavano a casa, magari abbracciavano i figli, con le loro tute intrise della polvere velenosa. E dopo trent’anni l’asbestosi, il mesotelioma, colpiscono quei figli…. Oppure mogli che lavavano quelle tute, e poi anche loro si sono ammalate…

Monfalcone (GO) Piazza Della Repubblica (da http://www.panoramio_com) . MONFALCONE È UNA CITTÀ INDUSTRIALE IN TRASFORMAZIONE verso una città commerciale e di servizi, soprattutto grazie alla presenza del porto. E’ conosciuta come “LA CITTÀ DELLE NAVI DA CROCIERA” per l’importante presenza della FINCANTIERI. Ha circa 30mila abitanti, ma tutta l’area contermine la popolazione arriva a circa 50mila. IL TERRITORIO SU CUI SI ESTENDE MONFALCONE è compreso tra il Carso a Nord, il Golfo di Panzano a Sud, le campagne di Ronchi e di Staranzano ad Ovest; il comune di Duino e la provincia di Trieste a Est (Monfalcone sorge a 25 km a N.O. da Trieste)

   Il mesotelioma è un tumore che si forma nel mesotelio, che è lo strato di cellule che riveste le cavità sierose del corpo, in particolare nella pleura. Infatti la quasi totalità dei casi attualmente rilevati del tumore si riferisce a mesotelioma pleurico, ed è correlata all’esposizione alle fibre disperse nell’aria appunto dell’amianto (chiamato scientificamente asbesto), con un periodo di tempo per i suoi effetti letali, di malattia assai grave, che possono verificarsi “attivamente” a distanza anche tra i 15 e i 40 anni di tempo (con un decorso di “attacco” al corpo umano che si verifica in uno-due anni).

PANZANO è un rione della città di MONFALCONE nato negli anni ’20 del secolo scorso come VILLAGGIO OPERAIO a servizio del CANTIERE NAVALE

   Il Parlamento nel 1992 ha emanata una legge (la n. 257) che, finalmente (dopo decenni di denunce, accuse…) ha proibito l’uso dell’amianto, mentre fino all’inizio degli anni Ottanta l’industria ne produceva sempre di più e si usava in tutti i modi servisse a impermeabilizzare edifici, manufatti (il cemento-amianto dei tubi dei nostri acquedotti che gran parte persiste dappertutto…, o ancor di più le tettoie in amianto che faticosamente stanno sparendo…); cioè negli anni 80, a ridosso della messa al bando, erano incessantemente aumentate le tonnellate di amianto impiegate all’interno del ciclo produttivo.

Il monumento alle vittime dell’amianto di Panzano (Monfalcone)

   L’amianto è stato ampiamente utilizzato come isolante acustico e termico e come rivestimento antincendio in alberghi, scuole, ospedali, aeroporti, reti di trasporto sotterraneo, edifici commerciali e residenziali, su treni e navi e nelle centrali elettriche. Alcune amministrazioni hanno addirittura prescritto l’isolamento con pannelli in amianto come presidio antincendio obbligatorio negli edifici a più piani. Per un breve periodo negli anni Cinquanta l’amianto è stato messo persino nei filtri delle sigarette…

Che cos’è L’ASBESTO (o AMIANTO) – In natura è un materiale molto comune. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo hanno reso adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco, ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l’uso. Le polveri di amianto, respirate, provocano infatti l’ASBESTOSI (malattia polmonare cronica), nonché TUMORI DELLA PLEURA, ovvero il MESOTELIOMA PLEURICO E DEI BRONCHI, e il CARCINOMA POLMONARE. (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Asbesto )( Cos’è l’amianto – Spanghero, Arpa FVG )

   Pur che già nel corso degli anni Sessanta era stata (definitivamente) accertata la cancerogenicità del minerale, responsabile di neoplasie particolarmente virulente (come detto il mesotelioma e il carcinoma polmonare). Per il mesotelioma (come anche per l’asbestosi) la “causa scatenante” risultava già allora certa e pressoché univoca: l’inalazione delle fibre di amianto, mentre nel caso del carcinoma polmonare potevano subentrare diverse concause come il tabagismo o altri cancerogeni che interagivano nel manifestarsi del tumore.

   A Casale Monferrato c’era una delle fabbriche più grandi d’Italia, la ETERNIT, cioè la fabbrica di amianto che oltre a esportare in tutta Italia questa usatissima fibra isolante nelle costruzioni e manufatti, la Eternit di Casale è ritenuta la causa di migliaia di decessi per tumore nella cittadina piemontese.

   La vicenda incredibile della prescrizione alla condanna dell’industriale svizzero dell’eternit per il disastro ambientale che ha causato negli anni 70-80, ripropone il tema scottante della nostra convivenza con questo terribile inquinante e la difficoltà di stabilire responsabilità certe. Nella vicenda giudiziaria di Casale Monferrato la Cassazione ha infatti annullato la condanna del magnate svizzero Schmidheiny, che il 3 giugno 2013 era stato condannato a 18 anni di carcere per “disastro ambientale doloso continuato” commesso nelle città in cui l’Eternit aveva i suoi stabilimenti (CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA), e in cui la fibra killer si era diffusa nell’aria provocando malattie e decessi che colpiscono ancora oggi gli abitanti di quei luoghi.

“(…)Un ALBERO DI DAVIDIA INVOLUCRATA, il cosiddetto ALBERO DEI FAZZOLETTI, DONATO DA CASALE MONFERRATO come gesto di solidarietà rispetto alle vittime da esposizione ad amianto, è stato PIANTUMATO A MONFALCONE, nell’area verde antistante il pronto soccorso dell’ospedale San Polo….I fiori bianchi della Davidia, simili a dei fazzoletti appesi, simboleggiano la possibilità d’asciugare le lacrime di dolore di chi ha vissuto in prima persona il dramma dell’amianto. La piantina è giunta a Monfalcone tramite Stefano Cosma, vincitore del premio Vivaio Eternot assegnato ogni anno a persone, associazioni o enti che offrono esempi significativi di responsabilità civile per fare sì che in Italia e nel mondo non si piangano mai più vittime dell’amianto…(…) (29 settembre 2017 da https://gorizia.diariodelweb.it/ )

   MA QUI VOGLIAMO PARLARE DI MONFALCONE, e del fatto che dopo venticinque anni dalla proibizione dell’amianto (chiamato anche eternit, appunto dalla fabbrica che lo produceva, a Monfalcone, dicevamo, si continua a morire: UN’EREDITA’ DEL PASSATO involontariamente lasciata ai figli da operai (molti di questi morti di tumore) che nel loro lavoro convivevano quotidianamente con la letale fibra minerale.

   L’utilizzo particolarmente intenso dell’amianto si era concentrato in determinate aree produttive (negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso), in particolare nell’Italia settentrionale. I siti principali in cui il minerale fu impiegato sorgono prevalentemente nelle aree costiere, interessate prioritariamente dalle ATTIVITÀ CANTIERISTICHE E PORTUALI.

PER NOI ERA POLVERE, SOLO POLVERE… – L’AMIANTO, una tragedia fra le più terribili del mondo del lavoro. Nel RACCONTO DEGLI OPERAI DI MONFALCONE l’inferno di un lavoro continuamente avvolti nella polvere d’amianto, fortemente cancerogena. Le odiose resistenze a riconoscere il danno subìto dagli operai, molti dei quali non potranno godersi la pensione. In questo POST troverete delle testimonianze significative riprese dalla TESI di ALESSANDRO MORENA (a sua volta pubblicate dalla rivista di Forlì “UNA CITTÀ” – http://www.unacitta.it/ )

   Nei «Quaderni del Ministero della Salute» furono elaborati i dati provenienti dal Registro Nazionale dei Mesoteliomi e, attraverso i tassi grezzi di incidenza del tumore per 100.000 residenti, furono identificati i 61 COMUNI IN ITALIA CON I MAGGIORI TASSI RELATIVI: nella graduatoria si trovavano diverse aree caratterizzate dalla presenza della cantieristica navale, come i comuni della provincia di Trieste (MUGGIA e TRIESTE); i comuni dell’AREA MONFALCONESE (SAN CANZIAN D’ISONZO, MONFALCONE, RONCHI DEI LEGIONARI e STARANZANO) e quelli della PROVINCIA DI VENEZIA (VENEZIA, MIRA e SPINEA).

Giovedì 28 settembre nel TEATRO COMUNALE DI MONFALCONE è stata ospitata la 7A CONFERENZA REGIONALE SULL’AMIANTO, appuntamento organizzato dalla Commissione regionale amianto in collaborazione con la Regione e il Comune. L’evento prende spunto dall’adozione in Friuli Venezia Giulia di UN NUOVO PERCORSO SOCIO SANITARIO ASSISTENZIALE PER TUTTI GLI ESPOSTI, EX ESPOSTI E LORO FAMILIARI iscritti al REGISTRO AMIANTO e ha visto l’illustrazione delle linee di indirizzo per la stesura del nuovo piano regionale (29/9/2017, da https://gorizia.diariodelweb.it/ ) (nella FOTO Maria Sandra Telesca, assessore regionale alla Sanità)

   All’ITALCANTIERI di Monfalcone (società allora proprietaria e gestrice dell’attività cantieristica a Monfalcone, adesso c’è la FINCANTIERI), negli anni Settanta c’erano circa 5.000 addetti diretti, e si costruivano principalmente navi da crociera, petroliere e sommergibili. Con queste dimensioni rappresentava e rappresenta il più grande stabilimento del Mediterraneo.

   Risaliva al 1972 uno dei primi accorgimenti aziendali relativi all’uso dell’amianto, adottato anche in seguito a segnalazioni sindacali e soprattutto agli interventi dell’Ispettorato del Lavoro, che comportò – almeno in teoria – la modifica dell’organizzazione del lavoro. Infatti, l’Italcantieri chiese che le operazioni di SPRUZZATURA DELL’ASBESTO (dell’amianto) fossero eseguite dalle ditte in appalto in orari diversi e senza la contemporanea presenza di altri lavoratori, spesso dipendenti dell’Italcantieri addetti ad altre mansioni, che potevano però subire un’esposizione cosiddetta passiva (ma non per questo meno pericolosa). Nonostante ciò questo principio non sembra sia stato rispettato.

Tetto in cemento amianto che si sgretola e rilascia le particelle letali – La LEGGE 27 MARZO 1992 N° 257 “ NORME RELATIVE ALLA CESSAZIONE DELL’IMPIEGO DELL’AMIANTO” costituisce, per la sua valenza rigidamente definitoria, una sorta di spartiacque legislativo di portata storica. Legge 257 del 1992 (vedi tutta la legislazione sull’amianto, prima e dopo la legge del 1992, su http://www.amiantomaipiu.it/site/sez_cms.php?menu_id=194740 )

   In questo periodo ci furono anche le prime segnalazioni sindacali documentabili, dove si lamentava, oltre alla mancata turnazione nei lavori di coibentazione, la non pulizia dei residui di amianto prodotti durante i lavori che provocavano un’esposizione indiretta per molti operai del Cantiere. Questo avveniva anche sui ponteggi, dove si depositava una notevole quantità di sfridi di asbesto che di rado veniva prontamente rimossa.

   Nel dicembre del 1976 il Consiglio di Fabbrica dell’Italcantieri di Monfalcone diffuse un volantino nel quale sollevava i problemi legati alla polverosità dell’ambiente di lavoro (… se volete saperne di più, e meglio, vedete la ricerca contenuta nel sito https://diacronie.revues.org/454).

Cantiere Monfalcone – foto da ERPAC Ente Regionale Patrimonio Culturale Regione Friuli – Veduta dell’interno di un officina con operai al lavoro, in posa, presso il Cantiere navale di Monfalcone
– MONFALCONE E L’AMIANTO NEI CANTIERI NAVALI – Intervistato GUIDO TONZAR, ex-operaio Fincantieri, morto a 54 anni di cancro da amianto (asbestosi) nel 2002, in un’intervista, pochi mesi prima, alla trasmissione televisiva Report: “ANDAVAMO a bordo, andavamo in officina, andavamo dappertutto. AVEVAMO TELI DI AMIANTO, AVEVAMO GUARNIZIONI DI AMIANTO, AVEVAMO AMIANTO DAPPERTUTTO, AVEVAMO. Anche per l’ambiente si camminava senza mascherine, senza niente, perché non si sapeva che faceva male, questa polvere. PERCHÉ TUTTI QUANTI SI LAVORAVA SENZA NESSUNA DIFESA, SENZA NESSUNA PRECAUZIONE. Niente, non si aveva niente! I miei colleghi sono anche morti per l’asbestosi. Tutti quelli che lavoravano a bordo con me sono andati in prepensionamento per l’amianto. E io mi trovo con l’asbestosi. Mi trovo ammalato, non riconosciuto e con la malattia”

   Quel che qui preme a noi sottolineare, nel descrivere in questo post il contesto di avvelenamento da amianto (e morti, e sofferenza…) di Monfalcone, è il prezzo pagato a uno sviluppo per niente attento alla salute delle persone, che spesso sfora nell’indifferenza ai possibili concreti rischi che procura.

   Ma, inoltre, il fatto che a pagarne le conseguenze di anni di scellerato impiego di prodotti così pericolosi e letali (se è vero che all’inizio “non si sapeva”, man mano ci si è accorti che “qualcosa non andava”….e solo dopo decenni, nel 1992, si è proibito l’uso…), a pagarne il prezzo sono pure i figli, in un contesto che va pertanto oltre la cosiddetta “malattia professionale”: persone che non hanno mai lavorato con l’amianto, ma ne sono le vittime per esserne stati a contatto in famiglia, con i loro padri…. Questa è una cosa che fa pensare, che è ancor meno accettabile (e non dovrebbe mai accadere) (s.m.)

La rimozione pericolosa di tetti in cemento amianto

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L’AMIANTO ORA COLPISCE I FIGLI DEGLI OPERAI

di Laura Borsani, da IL PICCOLO DI TRESTE del 24/8/2017

– Il centro regionale unico di Monfalcone conferma il «salto generazionale». Coinvolte persone di 50-60 anni. Quattro i casi rilevati nel corso del 2017 –

MONFALCONE. Il “male da amianto” sta intaccando una nuova frontiera generazionale. I figli degli ex lavoratori esposti alla fibra minerale. Si apre un nuovo capitolo, tutto ancora da studiare e approfondire.

Bambini, dunque, oggi cinquantenni e sessantenni, che con l’eternit non avevano mai avuto a che fare. Ma che, semplicemente, giocavano assieme ai loro papà. Segnali importanti, forse, danno la misura di come il subdolo e tragico fenomeno dell’amianto non conosca ancora “confini” e induca a confermare quanto lo stesso dottor Claudio Bianchi aveva temuto, prospettando che questa “maledetta” iperbole sia lontana dalla sua fase discendente, quantomeno oltre quel 2020 a cui si erano comunque affidate le speranze.

   Il “salto generazionale” è emerso per la prima volta quest’anno. Lo confermano le visite di controllo eseguite al Centro regionale unico dell’amianto (CRUA) aperto il primo giugno 2013 all’ospedale San Polo di Monfalcone. Quattro i casi rilevati. Si tratta di donne. Due delle quali è stato diagnosticato il MESOTELIOMA, una di 58 anni, l’altra solo 48. A una 51enne e a una 61enne sono state invece riscontrate placche pleuriche.

   «È un dato significativo – ha spiegato il direttore del Crua, dottor Paolo Barbina – che apre un fronte finora insondato. Per la prima volta, infatti, quest’anno abbiamo constatato la presenza di due casi di mesotelioma e altri due di placche pleuriche in persone effettivamente giovani. Malattie non professionali, avendo riscontrato piuttosto esposizioni nell’ambiente familiare. Si va a indagare approfonditamente la storia del paziente, procedendo per esclusione. Sono indicatori preoccupanti, considerato che le malattie legate all’amianto si stanno estendendo ad una nuova generazione».

   Sempre quest’anno sono stati registrati altri 4 casi di mesotelioma, in donne che lavavano quotidianamente le tute di lavoro dei propri mariti.

   Quanto agli ex lavoratori esposti, nel primo semestre 2017 sono stati rilevati al Crua 91 nuovi casi. Di questi, 47 riguardano la presenza di placche pleuriche, un paziente affetto da asbestosi, 15 casi di mesoteliomi e 23 di carcinoma polmonare. Quindi 2 casi relativi al carcinoma alla laringe e 3 di carcinoma al colon retto.

   I casi invece di pazienti già visitati e soggetti ai controlli risultano complessivamente 90, di cui 80 relativi a placche pleuriche, 4 ad asbestosi, un mesotelioma, 2 tumori polmonari e 3 carcinomi alla laringe. Purtroppo i malati di tumore non tornano al controllo.    Il primo approccio alla visita al Crua di pazienti ai quali è stata diagnosticata la sospetta presenza di placche pleuriche consegna frequentemente gli stessi scenari. Pazienti che davanti a Barbina esordiscono: «Dottore ho l’amianto». Si sentono ormai “segnati”, destinati alla malattia mortale. Le placche pleuriche come anticamera del tumore, il mesotelioma di fatto, ritenuto dai pazienti un’automatica evoluzione della malattia.

   Anche per questo accade che la paura derivante dalla consapevolezza di essere affetti dalle placche pleuriche frena i pazienti, indotti a rinunciare alla visita presso il Centro. Ma Barbina è stato molto chiaro: «Le placche pleuriche non rappresentano una lesione precancerosa, pertanto non si trasformano in una forma tumorale. Possono essere adeguatamente trattate. Attualmente sono disponibili ottime strumentazioni e terapie per migliorare la condizione del paziente, in particolare in merito alle difficoltà di carattere respiratorio. Le persone non si devono spaventare, non è stato scientificamente dimostrato il rapporto tra le placche e il tumore che, comunque, qualora comparisse costituisce una patologia distinta e parallela». Per questo Barbina invita le persone a rivolgersi al Crua e a intraprendere il percorso previsto, affidandosi al Centro e agli esperti.

   Sotto il profilo dell’attività svolta, il Crua esegue il 75% dei controlli in Friuli Venezia Giulia. Segno che su tutto ha assunto il ruolo di “sentinella dell’amianto”, un riferimento diventato funzionale. Il Crua mantiene inoltre i rapporti con specialisti medici aziendali per la gestione “multidisciplinare” dei pazienti che richiedono appropriati riferimenti sanitari ai fini delle cure.

   Il Centro rappresenta infine la “piattaforma” documentale, elaborando e assemblando sia la storia clinica dei pazienti, sia gli atti necessari ad accompagnare gli utenti lungo l’iter di riconoscimento delle malattie asbesto correlate, comprendendo anche gli aspetti assistenziali, previdenziali, fino alle procedure delle esenzioni dal ticket e alla refertazione della malattia. (Laura Borsani)

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CENTRO REGIONALE UNICO AMIANTO – CRUA

CHI SIAMO

   Il Centro Regionale Unico Amianto (C.R.U.A.) è il Centro Regionale (in Friuli Venezia Giulia, ndr) cui possono rivolgersi tutti i cittadini che hanno avuto pregressa esposizione professionale, domestica od ambientale all’amianto o a prodotti / manufatti contenenti amianto.

   Presso il C.R.U.A. sono stati attivati un ambulatorio di sorveglianza sanitaria disposto in due sedi: MONFALCONE e PALMANOVA cui si accede attraverso ricetta compilata dal medico curante e prenotazione alle sedi CUP aziendali o tramite Call Center regionale (0434 223522).

   Presso la sede del C.R.U.A di Monfalcone è attivo un punto di ascolto, con sportello aperto al pubblico per rispondere a tutti i quesiti formulati direttamente dai cittadini sulle patologie amianto correlate, che collabora con gli enti pubblici, le organizzazioni dei lavoratori e le associazioni ex esposti amianto nell’informare la popolazione sulle bonifiche (rimozione) e sui rischi da esposizione. I documenti vengono pubblicati su questo sito aziendale. Le persone affette da patologia amianto correlate sono avviate verso i percorsi di diagnosi, cura e assistenza (Lung Unit).

   Gestisce inoltre le segnalazioni (certificazione, denunce) di tutti i nuovi casi di sospetta patologia amianto correlata e l’inserimento nel Registro Nazionale Mesoteliomi (Re.Na.M.) di tutti i casi conosciuti di mesotelioma pleurico al fine del monitoraggio epidemiologico.

   Svolge anche ricerche in ambito nazionale e regionale.

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TESTIMONIANZE DA MONFALCONE

Articolo di Duilio Castelli, Ubaldo Spanghero e altri

PER NOI ERA POLVERE, SOLO POLVERE…

da www.unacitta.it/newsite/articolo.asp?id=275

L’amianto, una tragedia fra le più terribili del mondo del lavoro. Nel racconto degli operai di Monfalcone l’inferno di un lavoro continuamente avvolti nella polvere d’amianto, fortemente cancerogena. Le odiose resistenze a riconoscere il danno subìto dagli operai, molti dei quali non potranno godersi la pensione. A cura di Alessandro Morena.

Le in­ter­vi­ste qui pub­bli­ca­te so­no trat­te dal­la te­si di lau­rea in Sto­ria so­cia­le con­tem­po­ra­nea (Uni­ver­si­tà di Trie­ste) di ALES­SAN­DRO MO­RE­NA. La ri­cer­ca è sta­ta ispi­ra­ta e se­gui­ta da Si­mo­net­ta Or­tag­gi, recentemente scom­par­sa.

Dui­lio Ca­stel­li, Pre­si­den­te AEA Mon­fal­co­ne, As­so­cia­zio­ne Espo­sti Amian­to di Mon­fal­co­ne. Na­to il 24 no­vem­bre 1931. Ini­zio at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va 1954. Pre­pen­sio­na­men­to 1988.

   Io ho la­vo­ra­to di­ver­so tem­po con l’a­mian­to e mi so­no am­ma­la­to nel 1971, quan­do an­co­ra nes­su­no di noi sa­pe­va co­s’e­ra l’a­mian­to. Ho la­vo­ra­to con di­ver­se dit­te di iso­la­zio­ni ter­mi­che: dit­ta Fur­lan, dit­ta Ros­set­ti, e an­co­ra una dit­ta di cui ora non ri­cor­do il no­me. Si la­vo­ra­va sen­za nes­su­na pro­te­zio­ne. Fi­ni­to il mi­li­ta­re, lavoro non ce n’e­ra e que­sta è sta­ta la pri­ma op­por­tu­ni­tà che ho tro­va­to. Noi do­ve­va­mo ta­glia­re del­le “coppel­le” d’a­mian­to bian­co o met­te­re del cor­do­ne d’a­mian­to bian­co o blu. Ogni per­so­na pro­du­ce­va pol­ve­re. Era­va­mo in 40‑50 ope­rai e sul­le na­vi pas­seg­ge­ri an­che in 100. La mag­gior par­te ve­ni­va da fuo­ri, nel sen­so che era­no ra­gaz­zi di­soc­cu­pa­ti del mon­fal­co­ne­se con i qua­li, del re­sto, i rap­por­ti era­no buo­ni. Ad ogni speciali­sta veniva­no ag­gre­ga­ti tre o quat­tro di que­sti av­ven­ti­zi. Si da­va “un bel bot­to di la­vo­ro” e poi, quan­do il la­vo­ro sce­ma­va, quel­li di fuo­ri ve­ni­va­no li­cen­zia­ti e ri­ma­ne­va­mo sem­pre in quin­di­ci, tut­ti spe­cia­li­sti. Speciali­sti si, ma sem­pre man­gian­do amian­to “a sbre­ga­ba­lon”.

   Si la­vo­ra­va in po­sti mol­to an­gu­sti, ave­va­mo amian­to nei ca­pel­li, nel na­so, dap­per­tut­to. Quan­do usci­va­mo fuo­ri ci pu­li­va­mo con l’a­ria com­pres­sa per­ché c’e­ra tan­ta, tan­tis­si­ma pol­ve­re. Quin­di si in­qui­na­va non so­lo noi ma an­che l’al­tra gen­te. Al­lo­ra non c’e­ra­no an­co­ra le men­se per le dit­te pri­va­te e al­l’o­ra di pran­zo andavamo a man­gia­re in un ma­gaz­zi­no di­ste­si sul­l’a­mian­to. Do­po man­gia­to ci sdra­ia­va­mo lì. Era una vi­ta che a rac­con­tar­la ades­so sem­bra im­pos­si­bi­le. Noi ave­va­mo, sì, il sup­ple­men­to per il ri­schio di asbe­sto­si, ma non sempre. A vol­te ave­va­mo il con­trat­to dei chi­mi­ci, a vol­te quel­lo dei ma­no­va­li, al­tre quel­lo dei mu­ra­to­ri o quel­lo dei mec­ca­ni­ci. Le dit­te uti­liz­za­va­no i con­trat­ti per lo­ro più con­ve­nien­ti. A vol­te le dit­te si trat­te­ne­va­no il car­tel­li­no; que­sto suc­ce­de­va per quel­li di fuo­ri che poi ve­ni­va­no man­da­ti via. Fa­ce­va­no que­sto per­ché assicu­ra­va­no so­lo die­ci per­so­ne sen­za no­mi­na­ti­vo. Il pri­mo che si fa­ce­va ma­le ve­ni­va in­se­ri­to in que­sti die­ci. Poi, co­me rien­tra­va, ve­ni­va li­cen­zia­to per­ché al­tri­men­ti avreb­be con­ti­nua­to ad oc­cu­pa­re un po­sto nel­l’e­len­co e se si fos­se­ro fat­ti ma­le al­tri non avreb­be­ro più avu­to la co­per­tu­ra. Co­sì la gen­te ve­ni­va so­sti­tui­ta.

   Io so­no en­tra­to nel 1954. I la­vo­ri era­no sem­pre sco­mo­di, spe­cie sul­le na­vi a tur­bi­na do­ve c’e­ra­no cir­ca 6000 me­tri di tu­bi che do­ve­va­no es­se­re ri­ve­sti­ti con spes­so­ri da 20 a 80 mm d’a­mian­to. Bi­so­gna­va ta­glia­re, sa­go­ma­re, fa­re tut­te le cur­ve. Fi­no al 1970 ho la­vo­ra­to sem­pre con le dit­te d’i­so­la­zio­ni ter­mi­che, poi ho avu­to la “for­tu­na” (per non di­re la sca­lo­gna) di en­tra­re in can­tie­re co­me fab­bro na­ve. La­vo­ra­vo sem­pre a bor­do e, poi­ché so­no pic­co­let­to, sem­pre nei po­sti più stret­ti. Mi so­no ac­cor­to d’es­se­re am­ma­la­to un gior­no men­tre sta­vo ta­glian­do “col can­nel” e il re­spi­ro non mi ve­ni­va. Al­l’i­ni­zio ho pen­sa­to che fos­se la fiam­ma os­si­dri­ca a por­tar­mi via il re­spi­ro, poi fa­cen­do gli sca­lo­ni (io ero co­me un “le­vro”) mi toc­ca­va fer­mar­mi di­ver­se vol­te perché il cuo­re mi bat­te­va for­te e mi man­ca­va il re­spi­ro. Ho pre­so un gior­no di fe­rie e so­no an­da­to a fa­re una vi­si­ta me­di­ca. So­no an­da­to da Pal­mie­ri (pri­ma­rio di car­dio­lo­gia).

   Quan­do Pal­mie­ri ha sen­ti­to il la­vo­ro che ave­vo fat­to a con­tat­to con l’a­mian­to mi ha man­da­to a “fa­re i rag­gi”. Due gior­ni do­po so­no an­da­to da lui a pren­de­re la ri­spo­sta e mi ha det­to: “Va­da su­bi­to a fa­re la do­man­da per la pen­sio­ne, lei ha l’a­sbe­sto­si!”.

   Co­sì nel 1971 ho fat­to do­man­da e mi han­no as­se­gna­to 21 pun­ti di in­va­li­di­tà. In real­tà quan­do ho sa­pu­to di es­se­re am­ma­la­to non ho avu­to nes­sun pa­te­ma. Non ero pre­oc­cu­pa­to per­ché non sa­pe­vo il ma­le che po­te­va ar­re­car­mi que­sta si­tua­zio­ne. Nes­su­no mi ave­va det­to che ri­schia­vo la vi­ta. Ho fat­to ri­chie­sta al can­tie­re di po­ter cam­bia­re man­sio­ne per­ché non po­te­vo più fic­car­mi nei bu­chi. Mi han­no mes­so co­me guar­dia­fuo­chi. Quin­di la­vo­ra­vo sem­pre con l’a­mian­to! Co­me guar­dia­fuo­chi non fa­ce­vo al­tro che pren­de­re del­le te­le d’amian­to, si­ste­mar­le do­ve ve­ni­va­no ta­glia­te e poi por­tar­le via. Ero, quin­di, sem­pre a bor­do vi­ci­no ai miei ex com­pa­gni di la­vo­ro che fa­ce­va­no le “mal­te”. I pri­mi a mo­ri­re so­no sta­ti pro­prio quel­li che fa­ce­va­no le mal­te. Co­sì è an­da­ta fi­no a che non so­no an­da­to in pen­sio­ne nel 1988.

Co­me è cam­bia­ta ne­gli an­ni la per­ce­zio­ne del pe­ri­co­lo da par­te dei la­vo­ra­to­ri?

Vi so­no sta­ti dei mi­glio­ra­men­ti. Pri­ma non esi­ste­va­no aspi­ra­to­ri, poi, man ma­no han­no mes­so del­le boc­che d’a­ria, c’e­ra più at­ten­zio­ne. Ma per l’a­mian­to no, non sa­pe­va­mo nien­te. Ab­bia­mo co­min­cia­to a sa­pe­re qualco­sa nel 1969 tra­mi­te al­tri ope­rai tra­sfer­ti­sti di Ge­no­va che ci han­no det­to: “Quan­ti pun­ti ave­te voi per l’asbesto­si?”. Noi sia­mo ca­du­ti dal­le nu­vo­le, nes­su­no ci ave­va av­vi­sa­to, an­che se già nel 1965 c’e­ra il te­sto uni­co 1124.

Dal 1961 esi­ste­va in can­tie­re un ser­vi­zio di si­cu­rez­za. Qual era il rap­por­to tra ta­le ser­vi­zio e voi ope­rai del­le dit­te pri­va­te?

Per quel che ri­guar­da la mia espe­rien­za non c’e­ra nes­sun rap­por­to. L’u­ni­ca co­sa che ve­ni­va­no a dir­ci era di sco­pa­re via il ma­te­ria­le di ri­sul­ta, nien­t’al­tro. Nel 1994 il dott. Brol­lo ha mes­so un an­nun­cio sul gior­na­le, da­to che ave­va co­no­sciu­to il pre­si­den­te na­zio­na­le del­l’AEA, per for­ma­re a Mon­fal­co­ne una se­zio­ne dell’associazio­ne.

   Io ho ade­ri­to su­bi­to per­ché, ol­tre ad es­se­re sta­to sfrut­ta­to io, nel frat­tem­po era­no mor­ti tut­ti i miei ami­ci. Su 100‑120 per­so­ne con cui ho la­vo­ra­to sia­mo ri­ma­sti in set­te od ot­to. Co­sì ho de­ci­so di aiu­ta­re gli al­tri fa­cen­do ap­pel­li sul gior­na­le, vo­lan­ti­nag­gi per sen­si­bi­liz­za­re la po­po­la­zio­ne. L’U­sl mi ha da­to una stan­za al­l’O­spe­da­le di S. Po­lo do­ve ho si­ste­ma­to l’uf­fi­cio del­l’AEA.

   La gen­te ve­ni­va e l’a­iu­ta­vo per far­si fa­re del­le vi­si­te me­di­che, o per le pro­ce­du­re di ri­co­no­sci­men­to di malat­tia pro­fes­sio­na­le o di in­den­niz­zo al­le ve­do­ve.

   Fi­no a che non è ar­ri­va­ta quel­la fa­mo­sa leg­ge 335 che sta­bi­li­va che al­le ve­do­ve non spet­ta­va più al­cun inden­niz­zo. Per me è un abu­so che han­no fat­to. La leg­ge di­ce­va che al­le ve­do­ve non spet­ta­va nien­te per il ma­ri­to mor­to per­ché “fa cu­mu­lo”. Pe­rò non è ve­ro per­ché non si trat­ta di pen­sio­ne, ma di una ren­di­ta e la ren­di­ta non fa cu­mu­lo. Pro­prio re­cen­te­men­te, a que­sto pro­po­si­to, c’è sta­to un pro­ces­so a Pi­sa do­ve finalmen­te ha vin­to una ve­do­va.

   Fra i so­ci del­l’AEA non ci so­no so­lo iso­la­to­ri ter­mi­ci, ma la­vo­ra­to­ri di di­ver­se ca­te­go­rie. Na­tu­ral­men­te quel­li che era­no a bor­do so­no sta­ti più espo­sti, ma pur­trop­po in que­gli an­ni l’a­mian­to era co­me il pa­ne, si tro­va­va dap­per­tut­to, an­che ne­gli spo­glia­toi, do­ve c’e­ra­no i tu­bi d’a­mian­to. In cer­te of­fi­ci­ne quan­do sal­da­va­no metteva­no so­pra una la­stra d’a­mian­to per­ché si raf­fred­das­se pia­no pia­no, quin­di non si può so­ste­ne­re che so­lo chi lo ha ma­ni­po­la­to di­ret­ta­men­te ha di­rit­to al ri­co­no­sci­men­to per­ché l’a­mian­to era dap­per­tut­to.

   Gli ope­rai non ave­va­no nes­su­na co­scien­za del ma­le che po­te­va pro­dur­re l’a­mian­to. An­che se già da mol­to tem­po dal­l’A­me­ri­ca ar­ri­va­va­no no­ti­zie che l’a­mian­to era can­ce­ro­ge­no nes­su­no ci ha mai det­to nien­te, an­zi ci di­ce­va­no “be­ve­te lat­te che con il lat­te lo di­ge­ri­te”.

   Di­ge­ri­re l’a­mian­to! Pa­re im­pos­si­bi­le ades­so che que­ste co­se sia­no real­men­te ac­ca­du­te.

   Da par­te del­la com­mis­sio­ne in­ter­na io mi ri­cor­de­rò sem­pre che quan­do mi so­no am­ma­la­to mo­strai il re­fer­to ra­dio­lo­gi­co a un ope­ra­io che co­no­sce­va­no tut­ti, era una del­le per­so­ne mi­glio­ri del­la com­mis­sio­ne. Lui non mi guar­dò nean­che. Si ri­vol­se a un al­tro sin­da­ca­li­sta e dis­se: “Un al­tro, sai, di quel­li”. Quin­di lo­ro sa­pe­va­no qual­co­sa, lo­ro ave­va­no il te­sto uni­co 1124 che era ve­nu­to fuo­ri nel 1965 e che im­po­ne­va di pa­ga­re un supple­men­to ai la­vo­ra­to­ri espo­sti al­l’a­sbe­sto.

…..

Na­to a San Can­zian d’I­son­zo nel 1940. Ini­zio at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va 1961. Pen­sio­na­men­to 1991.

Ho ini­zia­to a la­vo­ra­re con l’a­mian­to nel 1961. So­no en­tra­to in can­tie­re co­me “pun­teg­gia­to­re” la­vo­ran­do a bor­do e do­po cir­ca cin­que an­ni so­no en­tra­to nel re­par­to ma­nu­ten­zio­ne do­ve so­no ri­ma­sto fi­no al mio pensiona­men­to nel 1991. Ho ado­pe­ra­to l’a­mian­to per “tri­nel­la­re” le val­vo­le e per iso­la­re ter­mi­ca­men­te i portel­lo­ni del­le cal­da­ie. Le con­di­zio­ni di la­vo­ro era­no ter­ri­bi­li. Nes­su­no sa­pe­va nien­te. Si la­vo­ra­va sen­za nessu­na pro­te­zio­ne. Nes­su­no ci ha mai det­to, spie­ga­to, fat­to sa­pe­re che ri­schi si cor­re­va­no con que­sto bene­det­to amian­to. I pa­dro­ni non ci da­va­no nean­che il tem­po di la­var­ci le ma­ni per far la me­ren­da. So­lo fumo, fu­mo, pol­ve­re d’a­mian­to, sac­chi col ce­men­to e la­vo­ra­re in lo­ca­li non arieg­gia­ti, sen­z’a­ria in sa­la macchi­ne. Lo di­vo­ra­vi tut­to, non si ve­de­va nean­che at­tra­ver­so la lu­ce per i nu­vo­lo­ni d’a­mian­to.

In co­sa con­si­ste­va pre­ci­sa­men­te la sua at­ti­vi­tà?

Io smal­ta­vo, fa­ce­vo l’in­to­na­ca­to­re, ar­ro­ton­da­vo i tu­bi con l’a­mian­to e fa­ce­vo i lo­ca­li igie­ne che ve­ni­va­no smal­ta­ti con l’a­mian­to e ce­men­to con la caz­zuo­la, e co­sì l’ap­pa­ra­to mo­to­re, la cam­bu­sa, tut­to con l’a­mian­to.

Lei, dun­que era uno di quel­li che fa­ce­va­no le co­sid­det­te “mal­te”?

Sì, io fa­ce­vo an­che le mal­te, ma più che al­tro in­to­na­ca­vo con la caz­zuo­la.

Com’e­ra­no le pa­ghe?

Si può di­re più o me­no co­me un ope­ra­io del can­tie­re, nien­te di più, nien­te di me­no.

Quin­di non è che uno an­da­va lì per­ché era at­trat­to da pa­ghe su­pe­rio­ri.

No, no! Uno an­da­va lì per­ché le dit­te pri­va­te quel­la vol­ta era­no co­me una spe­cie di ri­ser­va. Uno an­da­va sul­la por­ta del can­tie­re, ave­va bi­so­gno di la­vo­ra­re e an­da­va do­ve lo pren­de­va­no.

C’e­ra un in­den­niz­zo sup­ple­men­ta­re per il fat­to che voi la­vo­ra­va­te con l’a­mian­to?

No, non c’e­ra nes­sun sup­ple­men­to.

Qual era la per­ce­zio­ne del pe­ri­co­lo da par­te dei la­vo­ra­to­ri?

Non si sa­pe­va nien­te, tan­to­me­no che que­sta pol­ve­re fos­se can­ce­ro­ge­na. Lo ri­pe­to, se l’a­ves­si­mo sa­pu­to cer­ta­men­te non avrem­mo la­vo­ra­to lì.

Quan­do ha sa­pu­to di es­se­re am­ma­la­to?

Nel 1990. Io ero un gran­de la­vo­ra­to­re. Un sa­ba­to so­no an­da­to a la­vo­ra­re e mi han­no man­da­to nei cu­ni­co­li con dei tu­bi d’os­si­ge­no. Io do­ve­vo cam­bia­re i tu­bi e mi so­no ac­cor­to di non ave­re la for­za di svi­ta­re le quat­tro vi­ti del­la flan­gia. Co­sì mi so­no re­so con­to che qual­co­sa non an­da­va. So­no an­da­to su­bi­to dal mio me­di­co che mi ha man­da­to a fa­re una ra­dio­gra­fia del to­ra­ce. Quan­do ho avu­to la ri­spo­sta mi han­no man­da­to d’ur­gen­za ad ope­rar­mi ai pol­mo­ni pres­so il ser­vi­zio di chi­rur­gia pol­mo­na­re di Cat­ti­na­ra. Ero pie­no di plac­che, ave­vo il me­so­te­lio­ma. E’ in­de­scri­vi­bi­le, quan­do si è abi­tua­ti a la­vo­ra­re sen­za mai ave­re nien­te, tut­to d’un col­po mi è ca­du­to il mon­do ad­dos­so…

Lei ha avu­to un be­ne­fi­cio per il pen­sio­na­men­to?

No, non ho avu­to nien­te. So­no sta­to pre­pen­sio­na­to co­me al­tri 600 nel­lo stes­so pe­rio­do, ma non per ra­gio­ni di sa­lu­te. Cer­to le mie con­di­zio­ni avran­no in­flui­to, ma non ho go­du­to di un pri­vi­le­gio spe­ci­fi­co.

Qua­li era­no le mi­su­re di si­cu­rez­za? Esi­ste­va­no estrat­to­ri, ven­ti­la­zio­ne, ave­va­te del­le tu­te spe­cia­li, del­le ma­sche­ri­ne pro­tet­ti­ve?

Io non ho mai avu­to una ma­sche­ri­na né un aspi­ra­to­re. Non ho mai avu­to nien­te di nien­te per tut­to il pe­rio­do in cui ho la­vo­ra­to con le dit­te pri­va­te.

Nes­su­no vi ha mai in­for­ma­to del­la pe­ri­co­lo­si­tà di que­sto ma­te­ria­le?

Io per­so­nal­men­te non so­no mai sta­to in­for­ma­to e pre­su­mo nes­sun al­tro dei miei com­pa­gni al­tri­men­ti la vo­ce si sa­reb­be dif­fu­sa.

Da par­te dei ca­pi o del­la di­re­zio­ne vi è mai sta­to det­to o con­si­glia­to di te­ne­re al­cu­ni at­teg­gia­men­ti per sal­va­guar­da­re la sa­lu­te?

Ci da­va­no di mat­ti­na mez­zo li­tro di lat­te e nean­che sem­pre.

Fra i suoi com­pa­gni di la­vo­ro, che lei sap­pia, al­cu­ni han­no con­trat­to ma­lat­tia pro­fes­sio­na­le?

Si, pa­rec­chi. Ad­di­rit­tu­ra qua, nel mio pae­se, so­no mor­te ot­to per­so­ne di cui due la­vo­ra­va­no con la mia stessa dit­ta.

Qual è sta­to l’at­teg­gia­men­to del sin­da­ca­to?

In que­gli an­ni il rap­por­to con i sin­da­ca­ti pra­ti­ca­men­te non esi­ste­va nel­le dit­te pri­va­te. Non ab­bia­mo mai vi­sto un sin­da­ca­li­sta. Ri­spet­to al­l’a­mian­to pro­ba­bil­men­te non sa­pe­va­no nien­te nean­che lo­ro e poi noi del­le dit­te pri­va­te era­va­mo trat­ta­ti co­me be­stie per­ché da­va­mo fa­sti­dio dap­per­tut­to con que­sto be­ne­det­to amian­to.

Do­ve­va­te, quin­di, fron­teg­gia­re an­che l’in­sof­fe­ren­za di al­tri la­vo­ra­to­ri per­ché la pol­ve­re che produceva­te la­vo­ran­do da­va fa­sti­dio a tut­ti?

Esat­to. Noi pri­va­ti­sti, spe­cial­men­te co­lo­ro che la­vo­ra­va­no con l’a­mian­to o la la­na di ve­tro, da­va­mo fa­sti­dio a quel­li del can­tie­re. Quan­do ci ve­de­va­no ar­ri­va­re con i sec­chi di “mal­ta” era­no tut­ti in­fa­sti­di­ti.

Non era­no, dun­que, so­la­men­te le per­so­ne che ma­ni­po­la­va­no di­ret­ta­men­te l’a­mian­to a re­spi­ra­re la pol­ve­re?

No, era­no tut­ti espo­sti. C’e­ra un fu­mo che non ci si ve­de­va e gli al­tri ope­rai la­vo­ra­va­no vi­ci­no a noi e neppure lo­ro ave­va­no la ma­sche­ri­na.

Fi­no a quan­do, se­con­do la sua espe­rien­za di­ret­ta, in can­tie­re si è la­vo­ra­to con l’a­mian­to?

Guar­di, que­sto non lo so. Le pos­so di­re que­sto: nel 1991, do­po es­se­re sta­to ope­ra­to e quin­di già con la diagno­si di me­so­te­lio­ma, so­no ri­tor­na­to a la­vo­ra­re e il mio ca­po mi ha det­to di fa­re un po’ di pu­li­zia nei magaz­zi­ni. Io ero an­co­ra fa­scia­to per l’o­pe­ra­zio­ne e ho do­vu­to riem­pi­re cas­se di ro­to­li d’a­mian­to per le valvo­le. Io, nel­le mie con­di­zio­ni, avrei po­tu­to an­che ri­fiu­tar­mi, ma se non an­da­vo io ci sa­reb­be do­vu­to an­da­re qual­cun al­tro. Del re­sto que­sto ca­po e an­che suo fi­glio so­no mor­ti di me­so­te­lio­ma pu­re lo­ro.

….

Na­ta a Mon­fal­co­ne nel 1932. Ini­zio at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va sal­tua­ria 1944. In­ser­vien­te al­la men­sa dei cantieri na­va­li dal 20 lu­glio 1967 al 30 apri­le 1987.

Io ho 67 an­ni, ho ini­zia­to a la­vo­ra­re a do­di­ci an­ni, a fa­re la­vo­ret­ti nei ne­go­zi, in sar­to­ria, a ven­de­re pa­ne. Dopo la quin­ta ele­men­ta­re al­lo­ra si an­da­va già a la­vo­ra­re. Poi ho ini­zia­to a la­vo­ra­re in can­tie­re con una dit­ta pri­va­ta di pu­li­zie, la dit­ta Tre­sel­la. Si fa­ce­va la pu­li­zia de­gli uf­fi­ci. So­no en­tra­ta il 31 mar­zo 1958 e ho la­vo­ra­to fi­no al 24 gen­na­io 1962. Il 29 gen­na­io del­lo stes­so an­no ho tro­va­to la­vo­ro in co­to­ni­fi­cio a Ron­chi.

Per­ché ha la­scia­to il la­vo­ro al­la dit­ta Tre­sel­la?

In can­tie­re fa­ce­vo so­lo quat­tro ore la se­ra e gua­da­gna­vo po­co, in co­to­ni­fi­cio, in­ve­ce, fa­ce­vo l’o­ra­rio com­ple­to di ot­to ore. So­no ri­ma­sta al co­to­ni­fi­cio dal 29 gen­na­io del 1962 al 15 apri­le del 1965. Si fa­ce­va­no i fi­la­ti, i roto­li da fi­lo. Nel 1965 il co­to­ni­fi­cio ha chiu­so e si è tra­sfe­ri­to a Go­ri­zia, ma io non po­te­vo an­da­re per­ché avevo la mam­ma am­ma­la­ta e do­ve­vo star­le die­tro. Dal 1965 al 1967 so­no ri­ma­sta di­soc­cu­pa­ta per­ché non era fa­ci­le tro­va­re la­vo­ro. Il 20 lu­glio 1967 mi è ar­ri­va­ta fi­nal­men­te que­sta oc­ca­sio­ne di en­tra­re co­me ge­ne­ri­ca al­la men­sa dei can­tie­ri con la dit­ta Vi­spar che al­lo­ra ave­va l’ap­pal­to.

In co­sa con­si­ste­va il suo la­vo­ro?

Si pu­li­va­no le ver­du­re, si la­va­va­no piat­ti e pen­to­le e si ser­vi­va­no i pa­sti, poi si pu­li­va­no i pa­vi­men­ti, le se­die e i ta­vo­li. Ve­ni­va­no a man­gia­re cir­ca tre­mi­la ope­rai, si fi­gu­ri il la­vo­ro. So­no ri­ma­sta al­la Vi­spar per ven­t’an­ni, fino al 30 apri­le 1987, quan­do so­no an­da­ta in pen­sio­ne per rag­giun­ti li­mi­ti di età.

Lei ri­cor­da di aver no­ta­to, pu­len­do la men­sa, del­la pol­ve­re ri­fe­ri­bi­le al­l’a­mian­to?

Eh, al­tro­ché! An­che quan­do en­tra­va­no, mol­ti ope­rai era­no pie­ni di pol­ve­re, tut­ta ap­pic­ci­ca­ta al “ter­liz”, la tu­ta da la­vo­ro, per­ché, co­sa vuo­le, mi­ca ve­ni­va­no pu­li­ti den­tro, ve­ni­va­no co­sì com’e­ra­no in quel­l’o­ra di ri­po­so che ave­va­no. Mi ri­cor­do tan­ti del­le dit­te che ve­ni­va­no lì. So­no mor­ti qua­si tut­ti, po­ve­ri “mu­li”: li chia­mo “mu­li” perché non ave­va­no tan­ti an­ni. Era­no tut­ti nei ses­san­ta, so­no par­ti­ti tut­ti. E lo­ro a mez­zo­gior­no non ave­va­no tem­po né per pu­lir­si, né per la­var­si, ve­ni­va­no lì an­co­ra tut­ti im­pol­ve­ra­ti. E’ chia­ro che poi al­la fi­ne la pol­ve­re ri­ma­ne­va sui ta­vo­li, sul­le se­die, sul pa­vi­men­to, dap­per­tut­to. Io non so se fos­se pol­ve­re d’a­mian­to, ma il dotto­re mi ha det­to che que­sta, pro­ba­bil­men­te, è sta­ta la cau­sa del­la mia ma­lat­tia.

Lei è an­da­ta in pen­sio­ne nel 1987 e sta­va be­ne, non ave­va sin­to­mi di al­cun ti­po, co­me si è ac­cor­ta di es­se­re am­ma­la­ta?

Cir­ca un an­no fa, era l’a­go­sto del 1998, mi so­no al­za­ta con una gran­de dif­fi­col­tà a re­spi­ra­re, fa­ti­ca a sta­re in pie­di, a fa­re an­che po­chi pas­si.

Lei pri­ma non ave­va mai fat­to una vi­si­ta ai pol­mo­ni, una ra­dio­gra­fia, non ave­va mai avu­to tos­se o affan­no o qual­che al­tro pro­ble­ma di sa­lu­te?

No, mai! So­no sem­pre sta­ta be­ne. Mi so­no sen­ti­ta ma­le im­prov­vi­sa­men­te l’an­no scor­so. Era un sa­ba­to e il mio me­di­co non la­vo­ra­va. An­da­re al pron­to soc­cor­so mi sem­bra­va di di­stur­ba­re trop­po, co­sì ho aspet­ta­to il lu­ne­dì. Il me­di­co mi ha vi­si­ta­ta e mi ha man­da­to ur­gen­te­men­te a fa­re i rag­gi. Quan­do gli ho por­ta­to il re­fer­to lui mi ha det­to: “E’ pro­prio co­me im­ma­gi­na­vo!” e mi ha man­da­to su­bi­to in ospe­da­le do­ve mi han­no ri­co­ve­ra­ta al re­par­to di me­di­ci­na di Mon­fal­co­ne e mi han­no dia­gno­sti­ca­to un tu­mo­re pleu­ri­co. Vuo­le ve­de­re la dia­gno­si: ec­co­la! “Me­so­te­lio­ma pleu­ri­co ma­li­gno che com­pren­de la pleu­ra pa­rie­ta­le, dia­fram­ma­ti­ca e me­dia­sti­ni­ca”. Cre­do non si pos­sa spie­ga­re quel­lo che si pro­va in mo­men­ti del ge­ne­re. Ti vie­ne da ur­la­re, da ur­la­re dal terro­re. Io mi so­no re­sa im­me­dia­ta­men­te con­to del­la gra­vi­tà del­la si­tua­zio­ne, an­che se i me­di­ci cer­ca­va­no di tran­quil­liz­zar­mi, mi di­ce­va­no che con al­cu­ne te­ra­pie si può ti­ra­re avan­ti an­che an­ni.

Lei ha su­bi­to col­le­ga­to la sua pa­to­lo­gia con la sua at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va?

No, so­no i me­di­ci che l’han­no det­to: il dott. Pa­mi­ch, il dott. Pan­gher, lo­ro san­no che que­sto tu­mo­re si può pren­de­re so­lo re­spi­ran­do amian­to e l’u­ni­co po­sto do­ve può es­se­re suc­ces­so è den­tro ai can­tie­ri na­va­li. Lì l’amian­to era dap­per­tut­to.

Una vol­ta che lei ha sa­pu­to que­sto, la pro­ba­bi­le cau­sa pro­fes­sio­na­le del­la sua ma­lat­tia, che co­sa ha fat­to? E’ an­da­ta da un pa­tro­na­to per far va­le­re i suoi di­rit­ti?

Sì, so­no an­da­ta al­la Ci­sl di via Ro­ma a Mon­fal­co­ne su con­si­glio di Pa­mi­ch e Pan­gher. Ma que­sto è successo do­po. Dal­l’o­spe­da­le han­no man­da­to di­ret­ta­men­te le car­te al­l’I­nail, io non ho fat­to nien­te al­l’i­ni­zio. L’I­nail mi ha chia­ma­ta do­po qual­che tem­po e han­no vo­lu­to sa­pe­re tut­ta la mia sto­ria la­vo­ra­ti­va, tut­te le da­te e i pe­rio­di di la­vo­ro, poi mi han­no chie­sto co­me mi sen­ti­vo, i sin­to­mi, ecc. So­no an­da­ta a ca­sa e do­po un mese mi è ar­ri­va­ta la ri­spo­sta del­l’I­nail in cui la do­man­da di ri­co­no­sci­men­to del­la ma­lat­tia pro­fes­sio­na­le veniva re­spin­ta. Que­sta è la ri­spo­sta che mi è ar­ri­va­ta il 3 di­cem­bre 1998: “Il ca­so vie­ne de­fi­ni­to negativamen­te per ine­si­sten­za del­l’e­spo­si­zio­ne al ri­schio di con­trar­re la ma­lat­tia pro­fes­sio­na­le de­nun­cia­ta. Tut­to quan­to even­tual­men­te do­vu­to a ti­to­lo di in­den­ni­tà e/o spe­se le è sta­to già cor­ri­spo­sto a ti­to­lo di acconto. Con­tro il prov­ve­di­men­to può es­se­re avan­za­ta op­po­si­zio­ne a mez­zo rac­co­man­da­ta con av­vi­so di rice­vi­men­to. Se l’op­po­si­zio­ne ri­guar­da il giu­di­zio me­di­co‑le­ga­le per ina­bi­li­tà tem­po­ra­nea o per­ma­nen­te è ne­ces­sa­rio allega­re ido­neo cer­ti­fi­ca­to me­di­co.” Quan­do mi è ar­ri­va­ta la let­te­ra del­l’I­nail so­no an­da­ta dal pa­tro­na­to per fa­re ri­cor­so. Poi non ho sa­pu­to più nien­te. Al pa­tro­na­to mi han­no det­to che con­vie­ne aspet­ta­re per­ché for­se tra po­co ver­rà fuo­ri una nuo­va leg­ge sul­l’a­mian­to che è in di­scus­sio­ne al Par­la­men­to e al­tre co­se co­sì. Al­lo­ra mi so­no ri­vol­ta al sig. Ca­stel­li dell’AEA e ho par­la­to an­che con il Prof. Bian­chi e con la Me­di­ci­na del la­vo­ro. Da quel mo­men­to non ho saputo più nien­te e per la ve­ri­tà non ho fat­to più nien­te, tan­to pre­sto mo­ri­rò e co­sì sa­rà fi­ni­ta. Nel­l’a­go­sto dello scor­so an­no ho fat­to l’in­ter­ven­to di de­cor­ti­ca­zio­ne e ora sto fa­cen­do ci­cli di che­mio­te­ra­pia. Si sta ma­le, si vo­mi­ta, mi han­no det­to che per­de­rò i ca­pel­li. Spe­ria­mo che ser­va a qual­co­sa, al­me­no a bloc­ca­re il tu­mo­re per un po’.

Pri­ma di con­trar­re la ma­lat­tia ave­va mai sen­ti­to par­la­re del­l’a­mian­to, dei ri­schi per la sa­lu­te?

Sì, cer­to! Pe­rò non mi so­no mai in­te­res­sa­ta più di tan­to! Si di­ce­va: “Po­ve­ri a chi che ghe to­ca”. Po­ve­ra gen­te che ha la­vo­ra­to tan­to re­spi­ran­do tut­ta quel­la pol­ve­re. Sa quan­ti ne co­no­sco che so­no am­ma­la­ti e quan­ti so­no mor­ti. Pe­rò era gen­te che la­vo­ra­va a bor­do, non avrei mai pen­sa­to che sa­reb­be toc­ca­to an­che a me .

Fra le la­vo­ra­tri­ci del­la men­sa lei è l’u­ni­ca ad aver con­trat­to il me­so­te­lio­ma?

Che io sap­pia sì, pe­rò pro­prio l’al­tro gior­no una si­gno­ra che la­vo­ra­va con me mi ha det­to che le han­no tro­va­to l’a­sbe­sto­si, l’a­mian­to nei pol­mo­ni. Un me­se fa è mor­ta una si­gno­ra di San Pie­ro che ha pre­so il me­so­te­lio­ma la­van­do le tu­te del ma­ri­to. Ora la mia vi­ta è cam­bia­ta com­ple­ta­men­te. Si pen­sa so­lo a quel­lo, a quan­to vi­vrò, se do­vrò sof­fri­re, a co­me ar­ri­ve­rà la fi­ne.

….

Na­to a Pi­ra­no nel 1915. Tra­sfe­ri­to a Mon­fal­co­ne il I mag­gio 1931. Ini­zio at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va 1931. Pen­sio­na­men­to 1975. In co­sa con­si­ste­va esat­ta­men­te il suo la­vo­ro?

C’e­ra­no due ma­no­va­li che fa­ce­va­no le mal­te, le por­ta­va­no a bor­do con i sec­chi e noi fa­ce­va­mo le co­per­tu­re dei tu­bi. Pri­ma si met­te­va­no le cop­pel­le che ave­va­no la for­ma dei cop­pi del tet­to (cre­do si chia­mas­se­ro co­sì per que­sto) e ve­ni­va­no le­ga­te as­sie­me con il fi­lo di fer­ro fi­no a co­pri­re per­fet­ta­men­te il tu­bo. Al­le vol­te bi­so­gna­va sa­go­mar­le, fa­re le cur­ve. Era tut­to amian­to so­li­do che noi ta­glia­va­mo con il se­ghet­to e si sfre­go­la­va tut­to. Con­tro so­le si ve­de­va­no gli spi­ni che luc­ci­ca­va­no. In­fi­ne si fis­sa­va so­pra una re­te e sul­la re­te gli smalta­to­ri ri­co­pri­va­no tut­to con la mal­ta che in qual­che ora si so­li­di­fi­ca­va e la co­per­tu­ra era fat­ta. Quel­li che la­vo­ra­va­no con le mal­te so­no mor­ti qua­si tut­ti.

Qua­li era­no le mi­su­re di si­cu­rez­za? Ave­va­te del­le pro­te­zio­ni par­ti­co­la­ri?

Ma­ga­ri! Nien­te ma­sche­ri­ne, nien­te guan­ti, nien­te di nien­te.

Ma voi ope­rai ave­va­te la sen­sa­zio­ne che fos­se un la­vo­ro pe­ri­co­lo­so?

Noi non ave­va­mo nean­che il tem­po di pen­sa­re. C’e­ra so­lo da an­da­re sul­la na­ve, ve­ni­re giù a mez­zo­gior­no, ri­co­min­cia­re al­l’u­na e tor­na­re giù al­la se­ra. Non c’e­ra nean­che il tem­po di fu­ma­re una si­ga­ret­ta. Quel­la vol­ta era peg­gio che a Sing‑Sing. Era­va­mo con­trol­la­ti dai guar­dia­ni. Do­ve­va­mo es­se­re già sul la­vo­ro pri­ma del­le ot­to per­ché se si ar­ri­va­va qual­che mi­nu­to do­po ti to­glie­va­no mez­z’o­ra. Se uno do­ve­va an­da­re al ga­bi­net­to bi­so­gna­va chie­de­re il per­mes­so e i ga­bi­net­ti ave­va­no la por­ta che arrivava al­le gi­noc­chia e so­pra c’e­ra un’al­tra aper­tu­ra al­l’al­tez­za del­le spal­le per po­ter­ci con­trol­la­re. Se i guar­dia­ni sco­pri­va­no uno che fu­ma­va in ga­bi­net­to gli da­va­no la mul­ta, se ti fer­ma­vi trop­po a lun­go ti da­va­no la mul­ta… Era co­me una ga­le­ra: al­l’u­sci­ta per­qui­si­va­no tut­ti co­me quan­do ar­re­sta­no uno per ve­de­re se ha la pi­sto­la!

Vi han­no fat­to fa­re del­le vi­si­te me­di­che per il ri­schio amian­to?

No, so­lo do­po che so­no an­da­to in pen­sio­ne ho fat­to la vi­si­ta per le orec­chie, per la sor­di­tà, e poi per i polmoni. Mi han­no da­to quin­di­ci pun­ti di in­va­li­di­tà per bron­co­pa­tia nel 1976. Nell’‘80 l’I­nail mi ha ri­chia­ma­to per un con­trol­lo, ma poi mi han­no la­scia­to in pa­ce, ho sem­pre i miei 15 pun­ti di in­va­li­di­tà.

Le per­so­ne che la­vo­ra­va­no con lei han­no avu­to pro­ble­mi di sa­lu­te?

Tut­ti quel­li che io ho co­no­sciu­to so­no mor­ti per l’a­mian­to. A me pia­ce­va la­vo­ra­re, mi da­vo da fa­re e non ci pen­sa­vo al­la no­ci­vi­tà. Ades­so, ri­pen­san­do a quei pol­ve­ro­ni che si sol­le­va­va­no quan­do si bat­te­va sui tu­bi mi ven­go­no i bri­vi­di. Era co­me se ne­vi­cas­se.

Quan­do lei ha sa­pu­to che tan­ta gen­te si am­ma­la­va o an­che mo­ri­va a cau­sa del­l’a­mian­to, co­sa ha pen­sa­to?

Nien­te, non ho fat­to mai nien­te. Non ho fat­to nean­che qual­co­sa per­ché mi ri­co­no­sces­se­ro l’e­spo­si­zio­ne. Mi so­no iscrit­to al­l’AEA, con Ca­stel­li, e lo­ro mi di­co­no di fa­re do­man­da, ma co­sa vuo­le, or­mai so­no vec­chio e rin­gra­zio Dio di es­se­re vis­su­to fi­no ades­so. “No ba­zi­lo più”.

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Na­to a Ru­da nel 1940. Ini­zio at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va 17 lu­glio 1954. Pen­sio­na­men­to 28 feb­bra­io 1992.

Mi chia­mo Span­ghe­ro Ubal­do, na­to a Ru­da il 15 set­tem­bre 1940. So­no sta­to as­sun­to al­la Fin­can­tie­ri in qualità di ap­pren­di­sta ag­giu­sta­to­re mec­ca­ni­co il 17 lu­glio 1954. I pri­mi an­ni ho la­vo­ra­to nel­la zo­na Of­ma, offici­ne di mon­tag­gio do­ve co­strui­va­no au­to­bus e car­roz­ze fer­ro­via­rie. Nel 1959‑1960 c’è sta­ta una gra­ve crisi di que­ste of­fi­ci­ne ed io, es­sen­do nel frat­tem­po pas­sa­to al­la qua­li­fi­ca di ope­ra­io, so­no sta­to mes­so per due an­ni in cas­sa in­te­gra­zio­ne. Nel 1962 so­no rien­tra­to co­me tu­bi­sta di bor­do ai can­tie­ri na­va­li. E’ sta­ta un’e­spe­rien­za trau­ma­ti­ca. Era co­me es­se­re al­l’in­fer­no: il ru­mo­re del­le la­mie­re, i fu­mi di sal­da­tu­ra, i fram­men­ti di ac­cia­io che ca­de­va­no da tut­te le par­ti. L’am­bien­te di la­vo­ro era pau­ro­so, spe­cial­men­te in sa­la mac­chi­ne do­ve era­va­mo in 50‑100 ope­rai, uno so­pra l’al­tro nei va­ri pon­teg­gi. Io di­co sem­pre che la for­tu­na ci ha aiu­ta­to per­ché in quel­le con­di­zio­ni ci sa­reb­be­ro po­tu­ti es­se­re mol­ti più mor­ti di quel­li che ci so­no effettivamen­te sta­ti per in­for­tu­ni, in­ci­den­ti va­ri e ma­la or­ga­niz­za­zio­ne. Lì l’a­mian­to, che io non sa­pe­vo nemme­no co­sa fos­se, ve­ni­va uti­liz­za­to in quan­ti­tà enor­mi. Ab­bia­mo fat­to an­che de­gli scio­pe­ri, del­le pro­te­ste per al­ter­na­re il la­vo­ro di quel­li che spruz­za­va­no l’a­mian­to sul­le pa­re­ti con noi che si fa­ce­va il mon­tag­gio dei tu­bi, per­ché c’e­ra un fu­mo, una pol­ve­re che non ci si vedeva nean­che uno con l’al­tro. Pur non sa­pen­do del dan­no che po­te­va ar­re­ca­re l’i­na­la­zio­ne di pol­ve­re di amian­to, so­la­men­te per po­ter la­vo­ra­re in con­di­zio­ni un po’ più uma­ne, ab­bia­mo chie­sto i tur­ni al­ter­na­ti. Quel­li che spruz­za­va­no ave­va­no una sem­pli­ce ma­sche­ri­na di car­ta che al­me­no un po’ li pro­teg­ge­va, ma noi non ave­va­mo nean­che quel­la. Per quan­to ri­guar­da il pro­ble­ma del­l’a­mian­to ri­cor­do che le cal­da­ie era­no tut­te ri­ve­sti­te da que­sto im­pa­sto di ce­men­to‑amian­to, e co­sì i tu­bi del va­po­re e del­l’ac­qua cal­da. Ad­di­rit­tu­ra d’in­ver­no, quan­do pio­ve­va e fa­ce­va fred­do, le dit­te pri­va­te usa­va­no la be­to­nie­ra den­tro l’of­fi­ci­na tu­bi­sti e poi por­ta­va­no l’im­pa­sto con i sec­chi sulla na­ve. Tut­to que­sto ve­ni­va fat­to tran­quil­la­men­te den­tro l’of­fi­ci­na e co­sì tut­ti quel­li che vi la­vo­ra­va­no re­spi­ra­va­no la pol­ve­re d’a­mian­to, an­che se nes­su­no sa­pe­va che fa­ces­se co­sì ma­le. Sui som­mer­gi­bi­li, poi, per la sal­da­tu­ra, la la­mie­ra do­ve­va ve­ni­re pre­ri­scal­da­ta ad una tem­pe­ra­tu­ra di 120°, 150°. Ve­ni­va­no usa­te a que­sto sco­po del­le re­si­sten­ze pro­tet­te con sac­chi di amian­to. Quan­do que­ste resisten­ze ve­ni­va­no tol­te ne usci­va un pol­ve­ro­ne in­cre­di­bi­le. Quan­do, poi, fa­ce­va­mo le mo­di­fi­che ai tu­bi per­ché ve­ni­va cam­bia­ta la de­sti­na­zio­ne, ad esem­pio, di una ca­bina o di un pas­sag­gio, noi do­ve­va­mo rom­pe­re la mal­ta di ce­men­to-amian­to con il mar­tel­lo, smon­ta­re i tu­bi, por­tar­li in of­fi­ci­na, fa­re le mo­di­fi­che e in­fi­ne ri­mon­tar­li a bor­do. Per­ciò an­che noi que­sta pol­ve­re l’ab­bia­mo respi­ra­ta e nes­su­no ci di­ce­va nien­te. Mol­ti miei com­pa­gni di la­vo­ro so­no de­ce­du­ti per asbe­sto­si pol­mo­na­re e con­ti­nua­no a mo­ri­re. Io stes­so ho l’a­sbe­sto­si ma, al­me­no per il mo­men­to, so­no at­ti­vo e non ho gros­si problemi.

Al­la lu­ce di quan­to è suc­ces­so, lei cre­de che il pro­ble­ma amian­to sia sta­to cor­ret­ta­men­te af­fron­ta­to dal­la me­di­ci­na del la­vo­ro, dal­la di­re­zio­ne azien­da­le e an­che dal sin­da­ca­to op­pu­re ri­tie­ne sia sta­to sot­to­va­lu­ta­to?

Cer­ta­men­te è sta­to sot­to­va­lu­ta­to per­ché nes­su­no si ren­de­va con­to real­men­te del ri­schio. Io ho sem­pre avu­to a cuo­re que­sto pro­ble­ma e ab­bia­mo ob­bli­ga­to la di­re­zio­ne a met­te­re sul­le na­vi dei con­te­ni­to­ri per rac­co­glie­re l’a­mian­to sfu­so in pez­zi e non but­tar­lo con le im­mon­di­zie nor­ma­li. Ab­bia­mo avu­to mol­te dif­fi­col­tà a convincere i vi­gi­li del fuo­co del­la Fin­can­tie­ri ad eli­mi­na­re l’a­mian­to e an­che gli stes­si ope­rai se do­ve­va­no taglia­re un pez­zo di pa­re­te in ac­cia­io con la fiam­ma os­si­dri­ca usa­va­no il sac­co d’a­mian­to per non ro­vi­na­re i ca­vi elet­tri­ci. Gli stes­si ope­rai in­si­ste­va­no per con­ti­nua­re ad usar­lo, tan­to è ve­ro che al­cu­ne vol­te ab­bia­mo do­vu­to ta­glia­re il luc­chet­to di qual­che cas­so­ne per ti­rar fuo­ri l’a­mian­to e but­tar­lo via. Qual­cu­no se lo conserva­va ge­lo­sa­men­te per la­vo­ra­re me­glio. In can­tie­re, poi, c’e­ra un in­ce­ne­ri­to­re di ri­fiu­ti e ri­cor­do di essere an­da­to per­so­nal­men­te a par­la­re con l’ad­det­to per pre­gar­lo di non bru­cia­re i sac­chi con­te­nen­ti amianto per­ché al­tri­men­ti il ca­lo­re l’a­vreb­be pol­ve­riz­za­to e re­so an­co­ra più re­spi­ra­bi­le. La gen­te di Pan­za­no e din­tor­ni, quan­do ve­ni­va bru­cia­to l’a­mian­to al­la Fin­can­tie­ri ri­schia­va di es­se­re contamina­ta.

Nel 1965 è sta­to ap­pro­va­to un Dpr, il te­sto uni­co 1124, che pre­ve­de­va un sup­ple­men­to con­tri­bu­ti­vo per i la­vo­ra­to­ri espo­sti al­l’a­sbe­sto. Che lei sap­pia que­sta leg­ge è mai sta­ta ap­pli­ca­ta al­la Fin­can­tie­ri?

Cer­ta­men­te no! L’a­zien­da non ha mai pa­ga­to il so­vrap­pre­mio per l’a­mian­to per il sem­pli­ce mo­ti­vo che ha sem­pre ne­ga­to, e con­ti­nua a ne­ga­re, che l’a­mian­to sia sta­to ado­pe­ra­to re­go­lar­men­te dai la­vo­ra­to­ri del­la Fincan­tie­ri, pro­prio per evi­ta­re di do­ver pa­ga­re dei sol­di. An­co­ra og­gi ri­co­no­sce che è sta­to usa­to so­lo fi­no al 1975, ma men­to­no e san­no di men­ti­re per­ché l’a­mian­to ab­bia­mo con­ti­nua­to ad usar­lo per mol­ti an­ni an­co­ra.

Il de­cre­to, pe­rò, è del 1965.

Io in ve­ri­tà non ne sa­pe­vo nien­te. L’ho sa­pu­to so­lo nel 1975 quan­do so­no en­tra­to nel­la com­mis­sio­ne ambien­te. Gli uni­ci che pa­ga­va­no il so­vrap­pre­mio era­no le dit­te pri­va­te di coi­ben­ta­zio­ne e nean­che tut­te, ma la Fin­can­tie­ri, che io sap­pia, non ha mai pa­ga­to per l’a­mian­to, an­che se tut­ti lo sa­pe­va­no che non so­lo lo si ado­pe­ra­va abi­tual­men­te, ma che tut­ti era­no espo­sti.

Da quan­do e fi­no a quan­do è sta­to usa­to l’a­mian­to in Fin­can­tie­ri?

Da sem­pre e co­me mi­ni­mo fi­no al­l’83-‘84. Cer­ta­men­te fi­no al 1977 è sta­to usa­to a pie­no rit­mo, poi, gradatamen­te, è di­mi­nui­to, pe­rò è sta­to an­co­ra uti­liz­za­to a lun­go sia sui som­mer­gi­bi­li, sia sul­le na­vi in allestimen­to. Fi­no al 1983 è sta­to an­co­ra usa­to in quan­ti­tà con­si­de­re­vo­li, ma cer­ta­men­te an­che ol­tre per­ché la dit­ta Da­vin­son ha di­chia­ra­to di aver pa­ga­to il pre­mio as­si­cu­ra­ti­vo per l’a­mian­to a Mon­fal­co­ne fi­no all’ottobre 1986. E se la dit­ta stes­sa lo di­chia­ra, non pen­so che l’ab­bia pa­ga­to non usan­do l’a­mian­to.

In ba­se al­la leg­ge 257 del 1992 so­no pre­vi­sti dei be­ne­fi­ci pre­vi­den­zia­li per i la­vo­ra­to­ri che sia­no sta­ti espo­sti al­l’a­sbe­sto. Co­me è ap­pli­ca­ta al­la Fin­can­tie­ri que­sta leg­ge?

Ini­zial­men­te l’a­zien­da ha am­mes­so l’u­ti­liz­zo spo­ra­di­co del­l’a­mian­to so­lo fi­no al 1975. Poi noi ab­bia­mo prodot­to do­cu­men­ta­zio­ni co­me quel­la del 1977 che pro­va­va espo­si­zio­ni con va­lo­ri su­pe­rio­ri al­le cin­que micro­fi­bre per me­tro cu­bo in sal­de­ria. Ab­bia­mo fat­to scio­pe­ri e pro­te­ste con­tro la di­re­zio­ne e an­che con­tro l’Inail. Se l’a­zien­da aves­se di­chia­ra­to do­ve ve­ni­va real­men­te usa­to l’a­mian­to, I’I­nail sa­reb­be sta­ta co­stret­ta a ri­co­no­sce­re l’e­spo­si­zio­ne. Sia­mo riu­sci­ti a far ave­re il ri­co­no­sci­men­to a qual­che set­to­re del­la Fin­can­tie­ri, co­me il mon­tag­gio di bor­do, gli im­pian­ti prov­vi­so­ri di bor­do, i pon­teg­gia­to­ri, cioè tut­te le la­vo­ra­zio­ni di bor­do, men­tre ad esem­pio l’of­fi­ci­na tu­bi­sti do­ve ve­ni­va usa­to l’a­mian­to in gros­se quan­ti­tà o l’of­fi­ci­na fab­bro na­ve do­ve l’a­mian­to ve­ni­va ta­glia­to e sol­le­va­va pol­ve­ro­ni, non so­no sta­te clas­si­fi­ca­te co­me zo­ne espo­ste, sen­za con­ta­re, ol­tre­tut­to, che mol­ti lavora­to­ri fa­ce­va­no al­ter­na­ti­va­men­te la­vo­ri in of­fi­ci­na e la­vo­ri a bor­do. Se, pe­rò, il lo­ro cen­tro di appartenenza era l’of­fi­ci­na non gli ven­go­no ri­co­no­sciu­ti i be­ne­fi­ci del­la leg­ge. C’è la si­tua­zio­ne pa­ra­dos­sa­le di al­cu­ni la­vo­ra­to­ri che so­no riu­sci­ti ad an­da­re in pen­sio­ne con que­sti be­ne­fi­ci, ed al­tri che, pur la­vo­ran­do con lo­ro, go­mi­to a go­mi­to, de­vo­no con­ti­nua­re a la­vo­ra­re. Noi cer­chia­mo di far ot­te­ne­re il ri­co­no­sci­men­to a tut­ti co­lo­ro che ne han­no di­rit­to. Vi so­no mol­ti la­vo­ra­to­ri a cui è sta­to ri­co­no­sciu­to dal­l’I­nail il dan­no da asbesto, ad­di­rit­tu­ra gen­te con il me­so­te­lio­ma, ma l’a­zien­da non ri­co­no­sce l’e­spo­si­zio­ne al­l’a­mian­to e co­sì non han­no di­rit­to al ri­cal­co­lo pre­vi­den­zia­le. Ci so­no con­tra­sti an­che con l’I­nail che ha ri­co­no­sciu­to ad al­cu­ni l’a­sbe­sto­si ma gli ha as­se­gna­to so­lo cin­que pun­ti, a cer­tu­ni ad­di­rit­tu­ra ze­ro pun­ti di in­va­li­di­tà. Co­sì si ri­co­no­sce la ma­lat­tia, ma non si ri­co­no­sce il dan­no, sa­pen­do be­nis­si­mo che l’a­sbe­sto­si è una pa­to­lo­gia de­ge­ne­ra­ti­va e in­gua­ri­bi­le. Ab­bia­mo in pie­di mol­te cau­se per il ri­co­no­sci­men­to dei di­rit­ti dei la­vo­ra­to­ri che so­no sta­ti espo­sti al­l’a­mian­to e non han­no ot­te­nu­to ciò che gli spet­ta per leg­ge. La leg­ge pre­ve­de che se uno è sta­to espo­sto al­l’a­mian­to, met­tia­mo per sei an­ni, e ha con­trat­to ma­lat­tia pro­fes­sio­na­le, ha di­rit­to al ri­cal­co­lo mol­ti­pli­can­do per un coefficien­te di 1.5 il pe­rio­do di espo­si­zio­ne, os­sia in que­sto ca­so avreb­be di­rit­to a tre an­ni in più di contribuzio­ne. Se, pe­rò, uno non ha con­trat­to ma­lat­tia, o non gli è sta­ta an­co­ra ri­scon­tra­ta, per ot­te­ne­re i bene­fi­ci de­ve di­mo­stra­re di aver la­vo­ra­to con l’a­mian­to per un pe­rio­do su­pe­rio­re ai die­ci an­ni. Qui c’è il gros­so con­tra­sto con l’a­zien­da, che ora so­stie­ne che al mas­si­mo l’a­mian­to sia sta­to usa­to fi­no al 1979, men­tre noi ab­bia­mo la cer­tez­za do­cu­men­ta­ta che co­me mi­ni­mo è sta­to usa­to fi­no al 1983. L’a­zien­da, pe­rò con­ti­nua a ne­ga­re l’e­vi­den­za e cioè che l’a­mian­to in Fin­can­tie­ri era pra­ti­ca­men­te on­ni­pre­sen­te. Og­gi ve­dia­mo che mol­ti di quel­li che la­vo­ra­va­no al­lo­ra non ci so­no più, so­no mor­ti per asbe­sto­si. Mol­ti miei com­pa­gni di la­vo­ro, an­che più gio­va­ni di me, so­no mor­ti a cau­sa del­l’a­mian­to e so­no con­sa­pe­vo­le di quel­lo che an­che a me po­treb­be suc­ce­de­re. Io que­sti pro­ble­mi li vi­vo quo­ti­dia­na­men­te. Tem­po fa è ve­nu­to a tro­var­mi un ami­co, un mio ex com­pa­gno di la­vo­ro e mi ha det­to: “Vie­ni, fac­cia­mo la ce­na che va­do in pen­sio­ne, tan­to tra po­co mo­ri­rò.” In ef­fet­ti è mor­to po­chi me­si do­po.

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Na­to a Tre­vi­so nel 1925. Ini­zio at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va 1950. Pen­sio­na­men­to 1985

So­no an­da­to in pen­sio­ne nel 1985 do­po 35 an­ni di la­vo­ro. Io ho la­vo­ra­to 27 an­ni con l’a­mian­to e al­tri ot­to con la sab­bia, la pol­ve­re di rug­gi­ne ed i fu­mi di pit­tu­ra. Nel 1970 mi han­no tro­va­to l’a­sbe­sto­si e mi han­no as­se­gna­to tren­ta pun­ti di in­va­li­di­tà. La vi­si­ta l’ho fat­ta a Udi­ne tra­mi­te il pa­tro­na­to. Nei 20 an­ni pre­ce­den­ti nes­su­no ci ave­va mai vi­si­ta­to e an­che nel 1970 è sta­ta una no­stra ini­zia­ti­va, non era­va­mo ob­bli­ga­ti. Qual­cu­no è an­da­to, al­tri no. So­lo ne­gli ul­ti­mi an­ni la dit­ta ci man­da­va una vol­ta l’an­no a fa­re i rag­gi. Le con­di­zio­ni di la­vo­ro era­no pe­san­ti per tut­ti, io, pe­rò, sta­vo un po’ me­glio per­ché ero ad­det­to a smal­ta­re con la mal­ta d’a­mian­to o a fa­re i ri­ve­sti­men­ti. Quel­li che fa­ce­va­no le mal­te sta­va­no peg­gio e an­cor peg­gio sta­va­no quel­li che fa­ce­va­no i cu­sci­ni d’a­mian­to e in­fat­ti so­no mor­ti qua­si tut­ti, ma an­che noi ne ab­bia­mo respi­ra­to pa­rec­chio per­ché l’a­mian­to quan­do asciu­ga vo­la via e quin­di sia noi, sia quel­li che ci sta­va­no vicino, ci sia­mo tut­ti “in­gol­fa­ti”. C’e­ra­no nu­vo­lo­ni di pol­ve­re e non esi­ste­va­no aspi­ra­to­ri né ma­ni­che di estrazio­ne. L’a­ria con­di­zio­na­ta la met­te­va­no so­lo quan­do la na­ve era fi­ni­ta. Se uno ave­va un po’ di buon sen­so si met­te­va la ma­sche­ri­na o qual­che ben­da per pro­teg­ge­re la boc­ca e il na­so, ci si do­ve­va ar­ran­gia­re. So­lo ne­gli ul­ti­mi an­ni la dit­ta ci da­va le ma­sche­ri­ne e mez­zo li­tro di lat­te per­ché era­no con­trol­la­ti dal­l’Inps, ma pri­ma non ave­va­mo nien­te: né tu­te, né ma­sche­re, né scar­pe, né guan­ti, nien­te di nien­te. Si è an­da­ti avan­ti co­sì per mol­ti an­ni, ma pur­trop­po non si tro­va­va al­tro la­vo­ro e que­ste era­no le uni­che dit­te che as­su­me­va­no. Uno che ave­va fa­mi­glia e ave­va bi­so­gno di la­vo­ra­re do­ve­va adat­tar­si.

C’e­ra un in­den­niz­zo sup­ple­men­ta­re per voi che la­vo­ra­va­te con l’a­mian­to?

No, mai vi­sto nes­sun sup­ple­men­to. Ave­vo so­lo la ren­di­ta Inail di tren­ta pun­ti e quan­do so­no an­da­to in pensio­ne mi han­no ab­bo­na­to sei me­si. Si la­vo­ra­va 10‑12 ore al gior­no sem­pre re­spi­ran­do schi­fez­ze e ora non ho più nean­che fia­to per par­la­re. Ma se non tro­vi al­tro co­sa fai? Do­ve­vi re­sta­re lì a in­go­ia­re pol­ve­re. (da http://www.unacitta.it/ )

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Il mesotelioma è un male incorruttibile, come l’amianto. E adesso è avvenuto il tanto temuto salto generazionale: a Monfalcone ad ammalarsi sono i figli degli operai che 50 anni fa lavoravano nei cantieri. Erano bambini, giocavano con i loro papà che avevano le tute sporche di polvere. – (reportage RaiNews 24 di Emanuela Bonchino – http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Amianto-Dopo-50-anni-si-ammalano-anche-i-figli-degli-operai-a89be1a1-854a-4619-8f3e-701ac11d28f9.html )

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FVG, OLTRE 10MILA CASI DI MALATTIE DA AMIANTO, FRA ESPOSTI E FAMILIARI

– «Il mesotelioma è un male incorruttibile». Il direttore del Crua, Paolo Barbina, ha fatto riecheggiare (il 28 settembre scorso) il drammatico refrein alla VII Conferenza regionale amianto –

di Laura Borsani, 29/9/2017, da “Il Piccolo di Trieste”

MONFALCONE. «Il mesotelioma è un male incorruttibile». Il direttore del Crua, Paolo Barbina, ha fatto ieri riecheggiare il drammatico refrein alla VII Conferenza regionale amianto: continuano i nuovi casi frutto della lunga incubazione da esposizione professionali.

   Dal palco del Teatro comunale di Monfalcone è anche passato un concetto: iniziano a farsi avanti casi di malattia senza collegamento a un’esposizione professionale. Sono le ESPOSIZIONI DOMESTICHE. Quanto è emerso ieri pomeriggio, primo momento della due giorni di lavori articolati in tre sessioni, è stata una panoramica molto approfondita, dall’evidente approccio scientifico. Si è partiti con la sessione dedicata agli aspetti sanitari e gli esperti hanno convenuto: il mesotelioma continua a colpire nel Friuli Venezia Giulia. Il numero dei casi rimane ancora elevato, a fronte di un trend che si mantiene comunque stabile.

   L’aggiornamento fornito dal presidente della Commissione regionale amianto, Fernando Della Ricca, la dice lunga sulla situazione circa gli iscritti al Registro regionale amianto. Con l’area della fascia costiera a recitare il ruolo di primato. Ad oggi le domande riconosciute sono 10.155, di cui 6.556 nell’Azienda integrata di Trieste, 2.999 nell’Aas Isontino Bassa Friulana, per scendere a 300 nell’Azienda integrata di Udine, quindi 162 nella Ass 3 collinare Alto Friuli, 138 nell’Ass 5 Friuli Occidentale. E ancora: gli esposti per motivi professionali sono 6.574, quelli domestici 1.562, ambientali 2.071 e 7, addirittura, quelli per qualche hobby praticato.

   Della Ricca ha argomentato che «sta emergendo una situazione alla quale dovremmo prestare massima attenzione da subito, evitando di creare allarmismi: abbiamo registrato alcuni casi di esposizione, e quindi di iscrizione al Registro, di persone relativamente giovani, che non avrebbero dovuto subire esposizioni di asbesto post 1992 (quando intervenne la normativa a bandire l’uso di amianto, ndr), e di figli di esposti che sono affetti da patologie amianto correlate. La causa riteniamo sia imputabile ai genitori contaminati, che attraverso i vestiti portavano le fibre a casa. Sono pochi e circoscritti casi, comunque sarà necessario approfondire il fenomeno», ha concluso. Resta comunque su tutto il grande problema amianto da esposizione lavorativa. Significativo è lo scenario Fvg nel panorama italiano.

   Lo ha rappresentato Corrado Negro, della Medicina del lavoro presso l’Università di Trieste, che gestisce il Centro operativo regionale (Cor) afferente al Registro nazionale dei casi di mesotelioma (ReNaM).

   In ambito nazionale LE AREE GEOGRAFICHE CON MAGGIORE CONCENTRAZIONE DI MESOTELIOMA SONO IL FRIULI VENEZIA GIULIA, ASSIEME ALLA LIGURIA, per la costruzione, riparazione e demolizioni navali. C’è quindi la LOMBARDIA (PROVINCIA DI PAVIA) E IL PIEMONTE, CON CASALE MONFERRATO E COMUNI LIMITROFI, dove c’erano le industrie del cemento amianto.

   E ancora, I CANTIERI NAVALI RAPPRESENTATO LA TERZA FONTE DI ESPOSIZIONE all’amianto in Italia. Il numero di esposizioni professionali definite nei casi di malattia per mesotelioma certo, probabile o possibile, segnalati al ReNaM per categoria economica, tra il 1993 e il 2012, è infatti di 999 casi nel settore navale. Al primo posto c’è l’industria metalmeccanica, con 1.243 casi, seguita dall’industria tessile, con 1.009 casi. I casi complessivi sono 15.014 tenendo conto di tutte le categorie economiche.

   Rimane confermato il rapporto territoriale del Fvg circa l’incidenza dei mesoteliomi. Negro lo ha spiegato con un’altra slide: negli ultimi quindici anni sono stati censiti 1.109 casi di mesotelioma («quasi tutti sono deceduti»). Il 75% sono appannaggio dell’area isontina e giuliana. Altro elemento: l’età media alla diagnosi del mesotelioma è di 70 anni, senza evidenti differenze di genere (70,2 anni nelle donne, 68,8 negli uomini).

   Negro ha poi proiettato sul maxischermo una “torta”: su 36 casi di mesotelioma da esposizione domestica, il 61% riguarda le mogli degli ex esposti amianto. E il 25% riguarda i figli. Le madri rappresentano il 9% e i fratelli il 5%.    Elementi che hanno fatto eco a quanto esposto dal direttore del Centro regionale di riferimento unico dell’amianto, Paolo Barbina. Che peraltro ha esordito spiegando: «Oggi dovrò visitare un paziente con sospetto mesotelioma. Un paziente giovane». Il quinto di quattro casi già passati alla sua attenzione, donne risultate affette da tumore pleurico o placche pleuriche tra i 48 e i 61 anni. Barbina, che ha snocciolato una lunga serie di cifre e percentuali in ordine all’attività del Crua, alla fine ha tirato le somme: «La sorveglianza sanitaria degli ex esposti amianto serve», sebbene, è stato comunque osservato, si nota una diminuzione di persone che afferiscono alle visite di controllo.

   Barbina su tutto ha posto l’accento sul piano sociale: «La sorveglianza sanitaria va fatta al fine di poter instaurare corretti interventi non solo sanitari, ma anche dal punto di vista sociale». Il medico ha evidenziato che «uno sforzo notevole dev’essere fatto per semplificare i percorsi burocratico amministrativi per il riconoscimento della patologia ai fini previdenziali e assicurativi». E ha concluso: «È necessario un riordino normativo che non lasci l’amianto isolato rispetto alle restanti esposizioni agli agenti cancerogeni». Barbina ha esplicitato il concetto: «Io non esco dal lavoro con il camice. Così dev’essere per tutte le categorie professionali», ha detto facendo riferimento alle fibre artificiali vetrose. (Laura Borsani)

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AMIANTO, CONDANNATI 18 EX DIRIGENTI DELLA ITALCANTIERI DI MONFALCONE

da La Repubblica del 23/7/2017

– Il Tribunale di Gorizia ha inflitto pene per complessivi 110 anni e mezzo, più di quanto richiesto dal pm. L’accusa era di omicidio colposo per la morte di 44 lavoratori dello stabilimento –

GORIZIA –  Il Tribunale di Gorizia ha condannato 18 ex dirigenti dell’Italcantieri di Monfalcone accusati di omicidio colposo per la morte di 44 lavoratori dello stabilimento, deceduti a causa dell’esposizione all’amianto. Complessivamente sono state disposte pene per 110 anni e sei mesi di reclusione, oltre a risarcimenti per 1,3 milioni di euro. La sentenza è ben più dura di quanto non avesse sollecitato la pubblica accusa che aveva richiesto pene per 80 anni e otto mesi.

   La sentenza chiude il secondo grande processo per amianto celebrato al Tribunale isontino. Con passaggi intermedi tra il primo e il secondo: in sede extragiudiziale Fincantieri (subentrata a Italcantieri) ha liquidato le famiglie dei deceduti per un totale di 2,5 milioni di euro. Altri 145 mila euro sono stati versati dalla stessa Fincantieri al Comune di Monfalcone che li utilizzerà per campagne su malattie asbesto-correlate chiudendo un accordo di transazione. L’amministrazione si era costituita parte civile sia nel primo che nel secondo processo al Tribunale di Gorizia.    Nell’ottobre del 2013 si era concluso il primo processo per amianto, istruito per la morte di altri 85 lavoratori dei cantieri di Monfalcone: il giudice monocratico Matteo Trotta aveva condannato per vari reati, tra i quali l’omicidio colposo, 13 imputati, alcuni dirigenti di Italcantieri e di ditte che operavano in subappalto. Le pene oscillavano da due anni a sette anni e sei mesi. Furono invece assolti i responsabili della sicurezza interna al cantiere di Monfalcone e i titolari delle ditte che operavano in subappalto per conto di Italcantieri: complessivamente 22 persone su 35 imputati.

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AMIANTO: LE CONCLUSIONI DELLA 7A CONFERENZA REGIONALE A MONFALCONE

Redazione Gorizia 29/09/2017 da https://gorizia.diariodelweb.it/

– L’evento prende spunto dall’adozione in Fvg di un nuovo percorso socio sanitario assistenziale per tutti gli esposti, ex esposti e loro familiari iscritti al registro amianto e ha visto l’illustrazione delle linee di indirizzo per la stesura del nuovo piano regionale. Un albero di Davidia involucrata, il cosiddetto albero dei fazzoletti, donato da Casale Monferrato come gesto di solidarietà –

MONFALCONE – Giovedì 28 settembre nel teatro comunale di Monfalcone è stata ospitata la 7a conferenza regionale sull’amianto, appuntamento organizzato dalla Commissione regionale amianto in collaborazione con la Regione e il Comune. L’evento prende spunto dall’adozione in Friuli Venezia Giulia di un nuovo percorso socio sanitario assistenziale per tutti gli esposti, ex esposti e loro familiari iscritti al registro amianto e ha visto l’illustrazione delle linee di indirizzo per la stesura del nuovo piano regionale. Tra i relatori della conferenza, la presidente della Regione, Debora Serracchiani, e gli assessori regionali alla Salute, Maria Sandra Telesca, e all’Ambiente, Sara Vito, alla quale sono affidate le conclusioni finali. Inoltre, saranno presenti anche il sindaco di Monfalcone, Annamaria Cisint, e il presidente della commissione regionale Amianto, Fernando Della Ricca.

   La conferenza aveva l’obiettivo di approfondire le tematiche sanitarie, focalizzare l’attenzione sulla prevenzione primaria (ovvero su bonifiche e smaltimenti) e documentare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. Il confronto puntava anche a dare continuità e concretezza alla collaborazione già in atto tra Regione, con le direzioni Salute e Ambiente, e Inail, e a ribadire l’importanza dell’informazione in chiave di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Non è mancata, nella seconda giornata, una sessione incentrata sul diritto penale e civile legata alla particolare esposizione del Friuli Venezia Giulia, con diverse aree pesantemente colpite da malattie amianto correlate e decessi. Nell’occasione l’Arpa ha presentato gli aggiornamenti delle mappatura e del monitoraggio ambientale sull’amianto.

   Bonifiche, prevenzione, informazione e, nell’assistenza socio sanitaria, creazione di un percorso unico in Italia grazie al quale non è il malato a dover girare attorno al sistema sanitario, ma è l’intera struttura ad accompagnare la persona; questo il programma attuato negli ultimi anni dalla Regione Friuli Venezia Giulia.

   Sul piano della prevenzione Serracchiani ha sottolineato l’azione sinergica che è stata effettuata da quegli stessi interlocutori amministrativi e istituzionali che nel passato non dialogavano, in primo luogo il settore sanitario e quello ambientale. In termini di risorse, l’impegno della Regione è stato concreto in quanto sulle bonifiche, per il 2017, lo stanziamento ammonta a 1,3 milioni di euro che l’Amministrazione ha messo a disposizione per togliere l’amianto dagli edifici pubblici, come ad esempio le scuole, e da quelli privati, comprese le aziende.

   Ma è sull’informazione che ha insistito la presidente della Regione, evidenziando come, anche nei nostri territori è ancora carente la consapevolezza di quanto l’amianto possa essere pericoloso quando genera una patologia che subdolamente si svela anche dopo decenni. Per questo Serracchiani ha rimarcato l’importanza della distribuzione, iniziata lo scorso febbraio, del vademecum amianto, uno strumento essenziale nel fornire le cognizioni utili ad orientarsi per affrontare le conseguenze di un’esposizione. Il Friuli Venezia Giulia, infatti, è la regione italiana percentualmente più colpita dal problema amianto, presente in quantità pari a 1 milione di tonnellate rispetto ad una rilevazione complessiva di 32 milioni di tonnellate a livello nazionale. In particolare, i territori provinciali nei quali si è registrata la casistica più alta di contaminazione sono quelli di Trieste e Gorizia.

   L’assessore regionale alla Salute, Maria Sandra Telesca, ha spiegato il percorso che in Friuli Venezia Giulia viene riservato alle persone soggette a rischio amianto. Sono diverse, infatti, le professionalità impegnate in questo servizio non solo di tipo medico (di medicina generale e ospedaliera) ma anche dotate di un profilo amministrativo per aiutare il malato nei passaggi burocratici che riguardano le fasi della diagnostica e dell’assistenza clinica. Inoltre, anche l’introduzione di uno speciale tesserino ha agevolato i pazienti nel rapporto con il sistema sanitario. Telesca ha infine parlato della ricerca, riferendosi soprattutto al lavoro portato avanti dal Centro di riferimento oncologico di Aviano, che rappresenta una speranza per quella che un domani potrŕ essere una cura in particolare al mesotelioma. «Il lavoro sull’amianto non è solo di tipo sanitario e ambientale – ha spiegato Telesca – ma riguarda anche il filone della ricerca scientifica che la Regione supporta con forza perché, per tante persone, rappresenta una speranza di futuro».

   Un albero di Davidia involucrata, il cosiddetto albero dei fazzoletti, donato da Casale Monferrato come gesto di solidarietà rispetto alle vittime da esposizione ad amianto, è stato piantumato a Monfalcone, nell’area verde antistante il pronto soccorso dell’ospedale San Polo, alla presenza dell’assessore all’Ambiente del Friuli Venezia Giulia, Sara Vito; sono intervenuti, tra gli altri, anche l’assessore all’Ambiente di Casale Monferrato, Cristina Fava, la senatrice Laura Fasiolo, e il sindaco di Monfalcone, Anna Maria Cisint. «Questo gesto – ha commentato Vito – vuole essere un simbolo di speranza e ricordare le vittime dell’amianto insieme al compianto professore Claudio Bianchi che, per tanti anni, ha dedicato il suo impegno professionale a questa piaga».

   I fiori bianchi della Davidia, simili a dei fazzoletti appesi, simboleggiano la possibilità d’asciugare le lacrime di dolore di chi ha vissuto in prima persona il dramma dell’amianto. La piantina è giunta a Monfalcone tramite Stefano Cosma, vincitore del premio Vivaio Eternot assegnato ogni anno a persone, associazioni o enti che offrono esempi significativi di responsabilità civile per fare sì che in Italia e nel mondo non si piangano mai più vittime dell’amianto. Il Vivaio Eternot, luogo simbolo a Casale Monferrato, è posto all’interno dell’area dell’ex stabilimento Eternit ed è una sorta di monumento vivente dove sono coltivati gli alberi dei fazzoletti. Il vivaio è il simbolo della vita che torna a germogliare nei luoghi che tanti morti hanno causato.

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ITALIA, LA ‘REPUBBLICA DELL’AMIANTO’: “PICCO DI MESOTELIOMI TRA IL 2020 ED IL 2030”

– “Seimila morti ogni anno per l’esposizione alle polveri e fibre killer. Le scuole sono imbottite”. I dati allarmanti contenuti nel SECONDO RAPPORTO MESOTELIOMI dell’Osservatorio Nazionale Amianto –

di Violetto Gorrasi, 3 luglio 2017,

da http://www.today.it/cronaca/rapporto-amianto-2017-osservatorio-nazionale.html

   “Di amianto si continua, e purtroppo, si continuerà a morire per i prossimi 130 anni, considerando che, anche con le più rosee aspettative, le bonifiche non finiranno prima di 85 anni. Ecco perché occorre bonificare al più presto i 40 milioni di tonnellate contenenti amianto che sono disseminate nell’intero nostro territorio nazionale”, dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA).

   I nuovi dati epidemiologici diffusi dall’ONA nel dossier “Italia: la Repubblica dell’Amianto” confermano che questo killer provoca ogni anno non meno di seimila morti per mesotelioma, cancro ai polmoni, alla faringe, alla laringe, allo stomaco, al fegato, all’esofago, al colon, al retto e alle ovaie, per non parlare dell’asbestosi con le sue complicazioni cardiocircolatorie, e questo per fermarci alle sole malattie per le quali c’è totale unanimità scientifica. “Anche le scuole sono imbottite di amianto – insiste l’avvocato Ezio Bonanni – 2400 in Italia, censite dall’ONA, per fermarci a quelle che abbiamo censito, ma temiamo che siano di più: e che cosa fanno le istituzioni, e i cittadini? Ecco perché abbiamo creato i nostri Dipartimenti, attraverso i quali forniamo assistenza medica e legale, naturalmente in piena sussidiarietà con le strutture pubbliche”.

Morire di amianto: il caso di Taranto

Solo in Italia sono più di seimila coloro che perdono la vita ogni anno per malattie correlate all’amianto, cui si aggiungono decine di migliaia di nuovi malati. L’emergenza, dunque, non è soltanto sanitaria e giudiziaria, ma è anche sociale ed economica, perché tali patologie sono molto invalidanti e determinano una necessità di assistenza, terapie e cure. E perché morti cruente come quelle che provoca l’amianto sconvolgono intere famiglie e spesso intere comunità anche dopo il decesso.

   L’Osservatorio Nazionale Amianto cita il caso di Taranto: “L’utilizzo scriteriato di materiali di amianto, in assenza di misure di prevenzione e protezione, determina la malattia e la morte di interi gruppi di lavoratori. E’ sufficiente fare un raffronto sull’indice di mortalità del reparto fonderia dell’Ilva di Taranto con il personale impiegatizio, esposto solo in via indiretta, per dimostrare che c’è un’incidenza di cancro superiore del 50%, e del 400% dei cancri di amianto in chi lavora in fonderia. Se poi si paragona chi lavora come impiegato nell’Ilva di Taranto alla popolazione di Taranto, l’indice di mortalità è comunque superiore al resto della popolazione della città e a sua volta l’indice sulla popolazione di Taranto è comunque superiore a quello di ogni altra città. Per quanto riguarda la sola città di Taranto, la spesa sanitaria per curare i cittadini e lavoratori dalle patologie provocate dalle esposizioni e dall’inquinamento dell’Ilva di Taranto è pari a circa 4.000.000.000 di euro, a cui si aggiungono le altre spese. L’amianto non è stato quindi un business. Forse lo è stato solo per Stephan Ernest Schmidheiny e per coloro che hanno fatto parte della sua corte qui in Italia. Più di 3milioni sono stati i lavoratori esposti all’amianto nel corso dei decenni ed ancora oggi ci sono centinaia di migliaia di cittadini esposti e quindi il rischio di contrarre patologie asbesto-correlate non può dirsi circoscritto”.

Cosa fa la politica e le proposte dell’ONA

La legge che in Italia mette al bando l’amianto c’è e a marzo 2017 ha compiuto 25 anni. Dal 27 marzo 1992 l’Italia ha una norma all’avanguardia che ha messo al bando l’amianto fermandone la commercializzazione. Peccato che nei fatti, per il mancato obbligo di rimozione, per la situazione caotica di centinaia di codici e leggi che regolamentano il monitoraggio, per mappature incomplete o inesistenti dei siti a rischio, per mancanza di fondi per le bonifiche e le discariche specializzate, la “257” sull’amianto rimane una bella legge che non viene pienamente applicata. Per dirne una: le Regioni hanno l’obbligo di trasmettere al Ministero dell’Ambiente i dati relativi alla presenza di amianto sul territorio entro il 30 giugno di ogni anno. Ad oggi i dati delle Regioni risultano molto incompleti e non omogenei.

Cosa propone l’Osservatorio Nazionale Amianto?

Mappatura e bonifica (la prevenzione primaria per evitare ogni forma di ulteriore esposizione quale unico strumento effettivamente efficace anche per debellare complessivamente questo tipo di patologie), ricerca scientifica e sorveglianza sanitaria (per ottenere la diagnosi precoce e le cure migliori) e l’assistenza ai lavoratori malati e loro familiari, oltre al risarcimento dei danni e alla punizione dei colpevoli.

I nuovi dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale Amianto

Il trend del numero dei nuovi casi di mesotelioma si presenta in Italia in costante aumento, e ciò lo sarà anche per gli anni successivi. L’ONA aveva già a suo tempo censito 20629 casi per il periodo 1993-2011 (tenendo presenti anche i dati del V Rapporto Mesoteliomi), poi occorre tener conto dei casi successivi. L’associazione ha riscontrato un continuo aumento di segnalazioni di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto-correlate. L’associazione ha istituto il Dipartimento Ricerca e Cura del Mesotelioma e la piattaforma digitale Ona Repac-Registro delle Patologie Asbesto Correlate, attraverso i quali sono state raccolte tutte le segnalazioni dei nuovi casi di mesotelioma.

   Nel portale Ona Repac-Registro delle Patologie Asbesto Correlate risulta consultabile la mappa interattiva, nella quale risultano centinaia di nuovi casi solo negli ultimi 30 giorni. L’Osservatorio Nazionale sull’Amianto, grazie alle segnalazioni ricevute, alle rilevazioni delle sedi territoriali e del gruppo di lavoro del Dipartimento Ricerca e Cura del Mesotelioma, e all’incrocio di tutti i dati, ha formulato una stima di 3700 mesoteliomi per il periodo dal 1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2016.

   Negli uomini il 40% dei casi si è manifestato tra i 65 ed i 74 anni, mentre invece il 40% dei casi femminili concentra la manifestazione del mesotelioma nella fascia di età compresa fra i 75 ed gli 84 anni e ciò perché si presume che le esposizioni femminili siano state di minore intensità e quindi con maggiori tempi di latenza. Il mesotelioma presuppone sempre l’esposizione ad amianto, salvo rari casi, ed è di origine professionale per il 90% dei casi per gli uomini e in circa il 50% per le donne, mentre per il resto l’esposizione è ignota e tuttavia non è da escludere che ci siano dei settori nei quali le esposizioni di amianto, nonostante non siano conosciute, si siano comunque verificate.

   I dati elaborati dall’Ona permettono la ripartizione dei casi di mesotelioma nei diversi comparti, tra i quali spiccano quello edile per il 15,2%; quello dell’industria metalmeccanica, più dell’8,3%; quello dell’industria tessile, per più del 7%; quello della cantieristica navale per circa il 7%. Questi ultimi settori con un limitato numero di lavoratori, ad eccezione del settore edile e della metalmeccanica. Il comparto Difesa, con più di 620 casi, censiti al 2012, rappresenta il 4,1% del totale dei mesoteliomi insorti in seguito alle esposizioni professionali, ed è preoccupante anche il numero dei casi di mesotelioma registrati nel settore della scuola (63, al 2011, con il censimento di almeno altri 20 nuovi casi fino al 2016, per un totale che si stima superiore agli 80 casi), che sono quindi la punta dell’iceberg, che certificano l’inadempimento prima di tutto dello Stato. Così, nel settore dei rotabili ferroviari, fino al 2011 sono stati censiti 505 casi solo di mesotelioma e negli anni a seguire si stima che i nuovi casi per i successivi 5 anni (e quindi fino al 2016), siano saliti a 650.

Le novità sulla terapia del mesotelioma

Per calcolare l’impatto dell’esposizione all’amianto sulla popolazione è opportuno però tenere conto anche delle altre patologie riconducibili all’asbesto. In primis, scrive l’ONA, i decessi per tumore al polmone, non sono inferiori a 3500 l’anno, a cui devono essere sommati i tumori della laringe, delle alte vie aeree, i tumori del tratto gastrointestinale, e quelli dell’ovaio, e altri rispetto ai quali vi sono ancora pochi studi, come i tumori biliari e ai reni. Poi vi sono poi le patologie fibrotiche come le placche pleuriche e gli ispessimenti pleurici e asbestosi, e le complicazioni cardiache e cardiocircolatorie.

   Ci sono importanti novità sulla terapia del mesotelioma, come spiega il professor Luciano Mutti, titolare della Cattedra di Oncologia Medica e Ricerca Oncologica della Facoltà di Medicina presso l’Università Salfor di Manchester. “Non ci sono dubbi che negli ultimi anni nuovi approcci terapeutici sono stati presi in considerazione per il trattamento del mesotelioma. Tra i fattori che influenzano l’efficacia dei nuovi agenti terapeutici e rendono questo tumore così unico e letale è l’esistenza di un complesso ed alterato microambiente. La “miglior” attuale opzione terapeutica permette di allungare la sopravvivenza di solo 2.7 mesi, e si basa su uno studio pubblicato dal nostro gruppo ben 16 anni fa. Quindi, dovremmo soffermarci a riflettere sul perché non sono ancora stati raggiunti significativi passi avanti dal punto di vista terapeutico.

   Sulla base della nostra esperienza di ricerca è molto più accurato basarsi sullo studio della biologia del tumore, soffermandosi sullo studio della genetica, dei processi cellulari e delle funzioni che rendono peculiari questo tumore in organismi modello, in linee cellulari prelevate dal paziente o utilizzando sistemi cellulari in 3D, favorendo il nostro impatto clinico. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di estendere la sopravvivenza globale di più di tre mesi per il trattamento del mesotelioma.

   L’approccio genetico per trattare il mesotelioma è attualmente in discussione e valutato poiché è considerato controverso dovuto al basso numero di mutazioni presenti nel mesotelioma. Noi crediamo che soltanto un più integrato ed equilibrato approccio permetterà di andare avanti e raggiungere significativi risultati clinici. Questi incoraggianti piccoli passi sono stati effettuati senza il coinvolgimento di case farmaceutiche ma grazie alla rete di collaborazioni che stanno permettendo di trovare punti deboli di questo incurabile tumore”.

Come segnalare i casi di mesotelioma

L’Osservatorio Nazionale sull’Amianto – ONA Onlus ha deciso di dotarsi di uno strumento che permetterà la raccolta e la sintesi dei dati sull’impatto delle patologie asbesto correlate, sempre più capillare e aperto anche al contributo dei cittadini. Per questo scopo è stato costituito il Centro di Controllo delle Malattie Asbesto Correlate (C.C.M.A.C.) che con la realizzazione dell’applicativo e della piattaforma web (con il sito

https://www.onanotiziarioamianto.it/wp/ona/onarepac/)

consentirà la gestione dei dati di incidenza delle patologie asbesto correlate che saranno raccolti nelle diverse sedi territoriali, con la possibilità dei cittadini e delle istituzioni di segnalare, anche in forma anonima, i casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto correlate. Parallelamente prosegue l’attività del Dipartimento bonifica e decontaminazione dei siti ambientali e lavorativi, che permette ai cittadini di segnalare la presenza di amianto su territorio. Uno strumento che contribuisce alla mappatura avviata dalla Guardia Nazionale Amianto al fine di richiedere la  bonifica dei siti contaminati e la collaborazione delle istituzioni locali nello spirito di sussidiarietà proprio dell’Associazione. In un anno e mezzo di attività le segnalazioni pervenute al portale sono 852, di cui 619 in forma anonima e 233 mediante registrazione nominale.

“Il picco di mesoteliomi si verificherà tra il 2020 ed il 2030”

Il mesotelioma può manifestarsi anche a distanza di 40-50 anni dalla prima esposizione alle polveri e fibre di amianto. Poiché il periodo di più intenso utilizzo e di più elevata esposizione è quello dal 1960 al 1985, e tenendo conto dei tempi di latenza, secondo l’Osservatorio il presumibile picco delle patologie asbesto-correlate, ed in particolare dei mesoteliomi, si verificherà tra il 2020 ed il 2030. Tant’è vero che il trend dei mesoteliomi è in continuo aumento, con 1800 casi del 2015 e 1900 nel 2016. “Le importazioni italiane di amianto grezzo sono state sempre superiori a 50mila tonnellate/anno fino al 1991 e ci sono stati casi di importazione anche nei tempi più recenti”, come denunciato dall’ONA e come confermato anche dal Governo.

   Tutte condizioni che, nella totale assenza di validi strumenti di prevenzione primaria e di efficace prevenzione tecnica, hanno innescato una vera e propria epidemia di patologie asbesto-correlate, con un trend in aumento dei casi di mesotelioma, che sono stati stimati in 1800 per il 2015 e 1900 per il 2016. Se si tiene conto che soltanto il 5% dei malati di mesotelioma sopravvive ai 5 anni, l’impatto per il solo mesotelioma è pari a 1800 decessi per il 2016. Poiché i decessi per tumore polmonare da amianto sono almeno il doppio dei casi di mesotelioma, vi è un’ulteriore incidenza di circa 3500 decessi (stima prudenziale a ribasso), e complessivamente 5300 decessi solo per queste due patologie e, tenendo conto di tutte le altre, il conteggio finale di circa seimila decessi l’anno è stata formulata in via prudenziale dall’associazione perché si teme che i casi siano maggiori.

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Questione Amianto su Geograficamente:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/11/30/lamianto-che-ancora-ci-circonda-la-assurda-prescrizione-di-reato-per-i-morti-che-continuano-degli-stabilimenti-eternit-di-casale-monferrato-cavagnolo-bagnoli-e-rubiera-non-deve/

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AMIANTO: ALBERO DELLA SPERANZA A MONFALCONE IN MEMORIA DELLE VITTIME

29 settembre 2017, da “Il Gazzettino”

   Un albero di Davidia involucrata, il cosiddetto albero dei fazzoletti, donato da Casale Monferrato come gesto di solidarietà rispetto alle vittime da esposizione ad amianto, è stato piantumato oggi a Monfalcone, nell’area verde antistante il pronto soccorso dell’ospedale San Polo, alla presenza dell’assessore all’Ambiente del Friuli Venezia Giulia, Sara Vito.

   All’iniziativa, inserita nell’ambito della 7. conferenza regionale sull’amianto che si conclude oggi nella città dei cantieri, sono intervenuti, tra gli altri, anche l’assessore all’Ambiente di Casale Monferrato, Cristina Fava, la senatrice Laura Fasiolo, e il sindaco di Monfalcone, Anna Maria Cisint.    “Questo gesto – ha commentato Vito – vuole essere un simbolo di speranza e ricordare le vittime dell’amianto insieme al compianto professore Claudio Bianchi che, per tanti anni, ha dedicato il suo impegno professionale a questa piaga”.

   I fiori bianchi della Davidia, simili a dei fazzoletti appesi, simboleggiano la possibilità d’asciugare le lacrime di dolore di chi ha vissuto in prima persona il dramma dell’amianto.

   La piantina è giunta a Monfalcone tramite Stefano Cosma, vincitore del premio Vivaio Eternot assegnato ogni anno a persone, associazioni o enti che offrono esempi significativi di responsabilità civile per fare sì che in Italia e nel mondo non si piangano mai più vittime dell’amianto.

   Il Vivaio Eternot, luogo simbolo a Casale Monferrato, è posto all’interno dell’area dell’ex stabilimento Eternit ed è una sorta di monumento vivente dove sono coltivati gli alberi dei fazzoletti. Il vivaio è il simbolo della vita che torna a germogliare nei luoghi che tanti morti hanno causato. (da Il Gazzettino, 29/9/2017)

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