CATALOGNA IN MEZZO AL GUADO – LA CRISI CATALANO-ISPANICA: le parti contrapposte mostrano limiti e poca “speranza” da offrire. Il governo centrale spagnolo è duro e autoritario. Il governo catalano propone un indipendentismo senza progetto – L’IMPOSSIBILE RICONCILIAZIONE, con nessun vincitore

Catalogna, domenica 8 ottobre a Barcellona c’è stata la marcia degli unionisti (foto da “Il Fatto Quotidiano”)

   L’indipendentismo catalano sembra che stia perdendo non per la dura opposizione del governo centrale di Madrid, ma in primis perché in queste settimane, in questi giorni, “pezzi” importanti che sostenevano l’indipendenza e la secessione dalla Spagna, stanno avendo dei dubbi, e si stanno allontanando. Anche impauriti di doversi trovare fuori dall’Europa, dal mercato comune, in un contesto inusuale per quella regione della Spagna sicuramente la più europeista (anche nel panorama di complessiva arretratezza dello Stato spagnolo); e Catalogna che forse meglio di tutte le regioni europee rappresenta un certo spirito libertario del nostro continente.

Catalogna, il discorso di Puigdemont al Parlamento a Barcellona il 10 ottobre scorso – “(…) DIAMO UN’ULTIMA POSSIBILITÀ ALLA POLITICA. Questo il SENSO DEL DISCORSO CHE PUIGDEMONT HA PRONUNCIATO DAVANTI AL SUO PARLAMENTO. Con notevole inventiva dialettica, il presidente della Regione autonoma ha prima dichiarato poi sospeso l’indipendenza. Mossa più che discutibile sotto il profilo legale, ma con la quale si apre forse uno spiraglio verso un compromesso che risparmi a tutti gli spagnoli il rischio di una seconda guerra civile. Dopo i giorni del parossismo, del sangue e del muro contro muro — fra Madrid e Barcellona, come all’interno della Catalogna divisa — è questo il primo frutto dei negoziati segreti fra le parti che hanno finora impedito il salto nel vuoto. Di qui a immaginare una soluzione alla profondissima crisi che devasta Spagna e Catalogna, molto ne corre. Anche perché la diplomazia riservata non può molto se chi la pratica si dedica, allo stesso tempo, a eccitare pubblicamente gli animi dei propri seguaci.(…..) (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 11/10/2017)

   Pensiamo in particolare alla modernità (pur nella tradizione della sua lingua, della sua cultura del suo modo di essere…) di BARCELLONA, divenuta celebre anche per essere la metropoli preferita dagli studenti europei, dai turisti come meta “obbligata” da non mancare, da tutti…

   Il blocco sociale ed economico che ha puntellato negli ultimi decenni il governo catalano della Generalitat è assai atipico. E’ rappresentato dall’alta borghesia catalana, che una volta appoggiava il dittatore Franco, che era (ed è) di destra, e che in Catalogna si è convertita alla democrazia e alla modernità e (pur essendo e rimanendo di destra!), ha in questi ultimi decenni appoggiato un’esperienza socialdemocratica; e si è aperta al mondo, all’europeismo. Fa specie tornare a ribadire che la Catalogna è la regione sicuramente la più moderna e avanzata della Spagna.

L’ultimatum di Rajoy: “Confermi se ha proclamato l’indipendenza”

   Ora tutto quel mondo economico catalano dell’alta borghesia è andato in crisi in queste settimane, e man mano sta togliendo l’appoggio a un indipendentismo molto avventurista, poco chiaro (che tra l’altro non ha progettato, previsto, i vari passaggi istituzionali dell’indipendenza): poi con il governo centrale forse inaspettatamente duro nell’opposizione; con l’Europa che avverte che la Catalogna se indipendente “sarà fuori”… Questo “potere economico” borghese catalano mostra di aver paura e poca motivazione, e sta man mano togliendo l’appoggio al governo di Barcellona, lasciandolo così in mezzo al guado.

   E’ così che le grandi entità finanziarie si sono affrettate, dopo l’1 ottobre (giorno del referendum), ad abbandonare Barcellona, la commissione europea faceva sapere che una Catalogna indipendente si sarebbe ritrovata fuori dall’Ue….

Spagna Catalogna a confronto

   Se in precedenti post, descrivendo cosa sta accadendo in Spagna e Catalogna, abbiamo ribadito che per noi è difficile riconoscersi (e pensare all’Europa come la vorremmo) nei rigidi e centralistici STATI NAZIONALI. Stato nazione che, nel caso spagnolo nei confronti della Catalogna: a) ha impedito una revisione dello statuto catalano di autonomia, che a suo tempo si considerò, b) ha sottovalutato la lingua catalana, c) non ha fatto attenzione alla questione del finanziamento economico della regione più produttiva di Spagna…. d) fino a quello di andare anche maldestramente a opporsi al referendum, arrivando in qualche caso, la Guardia Civil, a picchiare le signore anziane che volevano votare al referendum…

   Dall’altra altrettanto difficile è prospettare una frammentazione in una miriade di REGIONI che creano a loro volte “piccoli stati nazionali”, “PICCOLE PATRIE”….

CHARLIE HEBDO CONTRO L’INDIPENDENZA: CATALANI PIÙ COGLIONI DEI CORSI – Il settimanale satirico se la prende con i separatisti: in Europa si parlano 200 lingue, perché non creare 200 nuovi paesi? – dal globalist, 11/10/2017 – A molti piacciono ma a tanti non piacciono più: INDEPENDANTISTES: LES CATALANS PLUS CONS QUE LES CORSES”, “I catalani più coglioni dei corsi”: questo il titolo di PRIMA PAGINA DEL SETTIMANALE SATIRICO FRANCESE, CHARLIE HEBDO, che in un editoriale intitolato ‘Coglionaggine o morte?!’ si schiera apertamente contro l’indipendenza della Catalogna. “SE TUTTE LE REGIONI D’EUROPA CHE HANNO UNA LINGUA, UNA STORIA, UNA CULTURA ORIGINALI COMINCIANO A RIVENDICARE LA PROPRIA INDIPENDENZA, il Vecchio continente finirà rapidamente a pezzi come la banchisa sotto l’effetto del riscaldamento climatico. Visto che ESISTONO CIRCA DUECENTO LINGUE IN EUROPA, PERCHÉ NON CREARE 200 NUOVI PAESI?? E perché non proclamare altrettante dichiarazioni di indipendenza che il numero di vini e formaggi che abbiamo in Europa?? L’indipendenza, ma rispetto a cosa? L’indipendenza è legittima quando ti vuoi liberare da una tirannia o dall’oppressione. DA QUALE TRAGICO DESTINO I CATALANI VOGLIONO DUNQUE LIBERARSI OGGI?”. (nella vignetta in prima che accompagna il titolo, firmata Juin, un gruppo di militanti incappucciati e armati, con la testa di moro simbolo della Corsica, affermano “esigiamo un dibattito!”.)

   E pertanto, posto che i catalani non sono vessati da regimi dittatoriali, e vivono in democrazia e prosperità (almeno la maggioranza di loro…), pur riconoscendo la loro specificità e spesso modernità che loro catalani possono avere rispetto alle altre regioni spagnole (ma chi qui scrive, apprezza il fascino della Spagna in tutte le sue espressioni geografiche…), pensiamo comunque che il progetto di costituirsi in “Stato-Nazione” non abbia alcun senso.

   Cionondimeno quello che è accaduto in queste settimane (e che ha avuto l’apice nel referendum in Catalogna nella domenica del 1° ottobre) segna un’IMPOSSIBILITÀ DEFINITIVA DI RICONCILIAZIONE CON IL GOVERNO SPAGNOLO, con il resto del Paese. Ma segna anche LA FINE DI PROPOSIZIONI DI INDIPENDENTISMO SENZA RAGIONI FORTI (ragioni “vere”, come contro una dittatura, un regime di polizia…. situazioni ora non presenti in Catalogna).

“Catalogna è Europa”. da LIMES (dettaglio CARTA “Catalogna-Europa”)

   Cosa potrà accadere adesso in Spagna e Catalogna, porta a pensare a 4 POSSIBILI SCENARI: 1- una progressiva normalizzazione (un difficile arduo ritorno a com’era prima…); 2- l’apertura di un processo costituzionale con un nuovo assetto più federalista (magari che coinvolge anche le altre regioni ispaniche); 3- una ripresa dell’indipendentismo nelle sue forme più radicali, con la successiva tragica reazione da parte del governo centrale; 4- un terrorismo (contro il governo di Madrid) del tipo di quello basco (che peraltro quest’ultimo ha invece definitivamente “consegnato le armi”); 5- una più rapida integrazione europea che riduca ancor di più i poteri degli Stati nazionali, e si riconosca nel progetto di “Stati Uniti d’Europa” ma anche in un’ “Europa delle Regioni” (le due cose non sono in contraddizione, con un potere europeo centrale autorevole, e nel processo federalista di ripartizione delle competenze al miglior livello possibile).

Barcellona, manifestazione indipendentista

   L’accadimento della “rivolta indipendentista” (espressa nel referendum), che ha messo definitivamente nei guai Spagna e Catalogna, forse può essere vista come “modello da non perseguire” per altri, se in condizioni di democrazia e dialettica europea (ogni riferimento a istanze autonomiste regionali italiane un po’ blande, fatte solo ed esclusivamente di maggiori richieste di soldi -magari per poi spenderli male-, non vuol essere casuale) (s.m.)

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SE LA BORGHESIA CATALANA VOLTA LE SPALLE A PUIGDEMONT

di Tommaso Nencioni, da “Il Manifesto” del 17/10/2017

– Spagna. Il blocco economico e sociale, che ha puntellato gli ultimi decenni del governo catalano, toglie l’appoggio al governo lasciandolo in mezzo al guado –

   Il velo di incertezza che ammanta il processo indipendentista catalano non dipende solo dal muro contro muro tra il governo statale e quello regionale. E’ il processo in sé ad essere contraddittorio, e questa contraddittorietà è più scoperta che mai tra i conservatori del Partito Democratico Europeo Catalano (PDECat), di cui fa parte il presidente Puigdemont.    Bisogna tener presente lo stress a cui è sottoposta la “ragione sociale” del PDECat, che oltre alla presidenza esprime i ministri più importanti ed il gruppo parlamentare più numeroso, grazie però ad un’alleanza con l’estrema sinistra nazionalista (Cup) e con un altro movimento storico dell’indipendentismo, Esquerra repubblicana.

   Proprio Esquerra repubblicana grazie al processo sta recuperando una centralità nella lotta politica catalana della quale non godeva dagli anni Trenta del secolo scorso.

   Il catalanismo è un fenomeno politico-sociale e culturale variegato, nonché trasversale all’intera società. Storicamente tradotto in un sistema politico a sé stante, estremamente diversificato rispetto a quello dello Stato spagnolo nel corso della transizione. Perfino il partito comunista, e fin dal 1936, non ha mai avuto formalmente una propria «federazione catalana»: Pce e Psu di Catalogna – caso unico nella Terza Internazionale – avevano entrambi delegati propri al Comintern.

   DETTO DI QUESTA capillare trasversalità del fenomeno, della vivacità con cui è propagato dalla società civile, e degli innegabili margini di manovra che al suo interno si sono aperti in passato e si aprono tutt’oggi per la sinistra – maggioritaria nella città di Barcellona e nel suo retroterra industriale – non si può certo trascurare l’egemonia esercitata dai conservatori sul governo della Generalitat.

   Convergència democratica de Catalunya, poi PDECat (il cambio di nome si deve ai numerosi scandali di corruzione a cui è stato recentemente legato il partito) governa infatti ininterrottamente la regione autonoma dai tempi della transizione, eccezion fatta per una parentesi di centro-sinistra a metà degli anni Duemila.

   Il progetto politico che sboccò politicamente nel corso della Transizione in Convergència risale in realtà ai primi anni Sessanta del Novecento. Leader indiscusso ne è stato fino agli albori del XXI secolo JORDI PUJOL, espressione del cattolicesimo moderato nazionalista, con solidi addentellati nel mondo della cultura catalanista e della borghesia del principato, che proprio nella decade dei Sessanta iniziava a mal sopportare l’autarchia economica del regime franchista. Il pujolismo ebbe l’indubbio merito di contendere al fascismo l’egemonia sull’alta borghesia catalana e di convertirla, per così dire, alla democrazia. Allo stesso tempo, elaborando un programma economico latamente socialdemocratico, secondo i dettami dell’epoca, Pujol ed i suoi seppero conquistarsi un consenso di massa nella piccola borghesia.

   Si deve in effetti ai governi di Convergència, oltre che alle spinte dal basso di un movimento operaio e popolare particolarmente agguerrito e ben organizzato, la costruzione di un welfare catalano moderno ed efficiente. Un sistema di protezione sociale che ha retto fino allo scoppio della crisi, quando il governo guidato da ARTUR MAS, che di Pujol era stato il delfino, si fece portatore degli interessi dell’oligarchia barcellonese ed attuò una feroce politica di retalladas (tagli allo stato sociale e manovre economiche all’insegna dell’austerità) e di repressione dei nuovi movimenti sociali.

   Di Mas è rimasta anzi celebre l’accusa lanciata al governo spagnolo di Rajoy di non essere abbastanza ligio nell’applicazione dei dettami della trojka. Venendo all’oggi, l’arringa di Puigdemont di fronte al Parlamento non si è conclusa con una richiesta al popolo catalano di resistere, o al governo spagnolo di trattare, ma, significativamente, con un appello ai grandi gruppi finanziari a continuare ad avere fiducia in lui.

   FIN DALLA SUA nascita come movimento socio-culturale, inoltre, il pujolismo, nelle varie declinazioni politiche, si è sempre legittimato come il partito della modernizzazione europeista della Catalogna – la regione, altro pezzo forte della narrazione catalanista, più “europea” nel panorama di complessiva arretratezza dello Stato spagnolo.

   Mas prima, e Puigdemont poi, hanno mostrato grande abilità tattica nel porsi alla testa della rinascita del movimento indipendentista dopo la bocciatura, da parte del tribunale costituzionale spagnolo, del nuovo statuto di autonomia. Questo ha permesso al catalanismo conservatore di uscire dall’angolo in cui si era cacciato dopo anni di austerità e corruzione. Ma cavalcando la tigre dell’indipendentismo, ha finito per cozzare contro i pilastri da cui il movimento storicamente aveva tratto forza, ossia l’europeismo e l’appoggio della grande borghesia.

   MENTRE LE GRANDI entità finanziarie si sono affrettate, dopo l’1 ottobre, ad abbandonare Barcellona, la commissione europea faceva sapere che una Catalogna indipendente si sarebbe ritrovata fuori dall’Ue, un concetto ribadito anche dal duo Merkel/Macron.

   La situazione politica catalana e spagnola pare più che mai aperta a scenari estremamente diversificati: da una progressiva normalizzazione, all’apertura di un processo costituzionale, alla ripresa dell’indipendentismo e successiva tragica reazione da parte del governo centrale. Ma il blocco sociale ed economico che ha puntellato negli ultimi decenni il governo della Generalitat si è espresso chiaramente in questi giorni, ed è difficile immaginare che il governo Puigdemont non ne venga influenzato. (Tommaso Nencioni)

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LA CRISI CATALANA RIVELA UN’EUROPA IN OSTAGGIO DEGLI STATI-NAZIONE

di Donatella Di Cesare, da “il Corriere della Sera” del 6/10/2017

   Si può forse comprendere l’imbarazzo degli altri Stati europei verso quel che accade in Spagna, nella cui possibile implosione leggono i presagi di un pericolo che incombe anche sul loro futuro. Più difficile è accettare invece quel silenzio dell’Unione Europea divenuto poi difesa esplicita dello «Stato di diritto».

   Questa difesa vuol dire nei fatti sostegno allo Stato spagnolo, senza aperture (a parte la denuncia delle violenze) alle rivendicazioni del popolo catalano. Ma non si auspicava la creazione, con l’Europa, di una nuova forma politica post-nazionale?

   Rinunciando a svolgere un ruolo attivo di mediazione, in un frangente così drammatico, l’Ue sembra confermare, con la sua posizione, di essere il custode rigido degli Stati-nazione. Nulla di più. Il che non può non deludere profondamente i cittadini europei.

   E a proposito di cittadinanza: non si sperava forse, dopo tutti i disastri del secolo scorso, che si potesse essere «cittadini europei» senza appartenere necessariamente a uno Stato-nazione?

   I catalani sarebbero allora cittadini europei anche se non dovessero più essere cittadini spagnoli. Altrimenti dovremmo pensare che il passaporto europeo non sia che un duplicato di quello nazionale.

   Al contrario di quel che credono i sovranisti, il limite dell’Europa non è quello di aver messo in questione la sovranità dei singoli Stati-nazione, bensì di non essere riuscita a scardinare dal fondo questa vecchia finzione, da tempo in crisi, più esangue che mai e perciò tanto più avvinghiata al potere.

   L’Europa è rimasta ostaggio delle nazioni. La crisi catalana, che non può essere ridotta allo scontro simmetrico fra due nazionalismi – già solo perché da una parte c’è un apparato statale – porta alla luce, oltre alla deleteria finzione dello Stato-nazione, che ovunque minaccia di implodere, l’incapacità dell’Europa di costruire forme nuove di cittadinanza e di coabitazione. E non è difficile prevedere che altre crisi simili si ripeteranno e finiranno per pregiudicare, se non ci sarà un’altra politica, il precario equilibrio europeo. (Donatella Di Cesare)

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«IN CATALOGNA CHI PERDE È LA RAGIONE»

di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 16/10/2017 – Parla la giallista spagnola ALICIA GIMÉNEZ BARTLETT –

   «Forse un giorno, in futuro, la letteratura riuscirà a spiegare ciò che sta succedendo oggi in Catalogna. Noi scrittori dobbiamo distanziarci nel tempo dai problemi per raccontarli, non è un’arte “calda”, serve riflessione ed elaborazione, ri-creazione».

   ALICIA GIMÉNEZ BARTLETT, la REGINA DEL GIALLO SPAGNOLO, autrice della seguitissima (anche in Italia) SAGA DI PETRA DELICADO, ispettrice della polizia di Barcellona, dura dal cuore sensibile, è cauta però non ha dubbi: «Petra è realista e, se dovesse affrontare il “caso catalano”, saprebbe bene che individualmente non si possono risolvere problemi politici. Ma sul piano personale avrebbe mandato i due governi «al carajo» (in italiano vaff…) e forse avrebbe chiesto la nazionalità italiana. Da voi ha molti amici».

Nelle manifestazioni di questi giorni, a Barcellona come a Madrid, l’emozione sembra aver preso il sopravvento. Dove vi porterà?

«Saremo in grado di risolvere fra noi i problemi. La grande maggioranza degli spagnoli è pacifica e ama la vita. Le minoranze che scendono in strada possono trarre in inganno riguardo la situazione reale. Tuttavia, l’emotività senza freni degli ultimi tempi è preoccupante ed è stata alimentata dal governo catalano e dalle istituzioni catalaniste. Io, personalmente, sono molto afflitta. La “rivoluzione” della mia gioventù era fondata sulla ragione, sulla razionalità. Sembra che oggi solo contino le maledette emozioni, che sono così manipolabili».

Come si è arrivati fin qui?

«Il governo spagnolo ha commesso moltissimi errori: impedire una revisione dello statuto catalano di autonomia, che a suo tempo si considerò, sottovalutare la lingua catalana, non fare attenzione ai dettagli né al finanziamento economico. Ha fatto un disastro utilizzando la polizia duramente con la cittadinanza… Ma i politici catalani stanno a loro volta sbagliando: la mobilitazione in strada, le ambiguità, i calcoli machiavellici… Mi aspetto una svolta da parte di tutti».

Qual è il ruolo della società in questo processo di radicalizzazione?

«La società non è monolitica. La frangia dei giovani è stata importante: sono stufi del “sistema”, hanno ricevuto un’educazione scolastica che, in qualche modo, li ha portati a rifiutare la Spagna e, a causa della loro situazione lavorativa precaria, pensano di aver poco o nulla da perdere. Il resto della società è molto divisa. In alcuni casi, eccitare i sentimenti nazionalisti, sia spagnoli sia catalani, è un’irresponsabilità. Peggio, una stupidità. Perderemo tutti qualcosa in questa crisi».

E qual è il ruolo degli intellettuali?

«Da tempo non contano nulla. Non solo qui e in questa crisi, in qualsiasi società del mondo. Come ho detto prima: non è tempo per la razionalità. Il mondo ha lasciato alle spalle il pensiero, la cultura, lo studio sereno e filosofico della vita».

La lingua catalana è stata uno strumento importante nel riaccendersi del nazionalismo catalano, fin dai tempi del franchismo. O come dice il suo collega Javier Cercas è solo una lotta di potere?

«Non so se è una lotta di potere, però è ovvio che il malessere mondiale dei tempi che viviamo influisce su quanto sta accadendo anche qui. Nessuno sembra stare bene al suo posto e basta un niente perché tutto il tessuto sociale salti per aria. Ciò detto, non credo che la lingua catalana oggi sia in difficoltà».

Lei vive a Barcellona ma non è catalana e scrive in castigliano. Si sente straniera oggi?

«Il mondo della letteratura in castigliano e quello in catalano sono sempre stati molto separati in Catalogna: differenti celebrazioni, differenti premi… noi abbiamo sempre saputo che tutti gli aiuti del governo della Generalitat andavano ai libri in catalano, ma finora non c’era stato alcun problema, noi scrittori in castigliano sapevamo anche che la diffusione dei nostri libri era maggiore perché raggiungeva tutta la Spagna, per cui ci sentivamo ampiamente ricompensati. Non è mai esistita fra le nostre due comunità alcuna tensione».

In Italia si dice che Lei è la Camilleri di Spagna (o forse Camilleri è il Bartlett d’Italia?). Camilleri difende la «sicilianità» della sua terra. Anche Lei crede nel potere del localismo?

«È importante conoscere le tradizioni della tua gente, è divertente rivisitarle ma i localismi in genere vengono dal passato e il passato è sempre peggiore del presente. Non credo nella forza dei regionalismi, per questo odio le corride, che in fondo sono pura tradizione, o no?».

Vargas Llosa dice che in Catalogna ha preso piede un «provincialismo senza testa né coda». Condivide?

«Credo che un grande scrittore come Vargas Llosa avrebbe dovuto usare meglio le sue parole e non abbassarsi a termini offensivi né a semplificazioni, soprattutto quando si rivolge alle folle. È evidente (e lo fu anche ai tempi delle elezioni presidenziali in Perù) che è più bravo in letteratura che in politica».

A Barcellona nei giorni scorsi si sono visti in strada centinaia di manifestanti di estrema destra, con le bandiere franchiste, le croci uncinate e le uniformi militari. Il passato che torna?

«Il passato non tornerà. Ci sono gruppi di estrema destra in tutta Europa. In Spagna sono piccoli e mancano di qualsiasi prestigio sociale. I decerebrati non sono gradevoli da osservare, ma non devono inquietarci».

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IL SENTIERO DEI NEGOZIATI SEGRETI

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 11/10/2017

   Diamo un’ultima possibilità alla politica. Questo il senso del discorso che Puigdemont ha pronunciato davanti al suo Parlamento. Con notevole inventiva dialettica, il presidente della Regione autonoma ha prima dichiarato poi sospeso l’indipendenza.

   Mossa più che discutibile sotto il profilo legale, ma con la quale si apre forse uno spiraglio verso un compromesso che risparmi a tutti gli spagnoli il rischio di una seconda guerra civile. Dopo i giorni del parossismo, del sangue e del muro contro muro — fra Madrid e Barcellona, come all’interno della Catalogna divisa — è questo il primo frutto dei negoziati segreti fra le parti che hanno finora impedito il salto nel vuoto.

   Di qui a immaginare una soluzione alla profondissima crisi che devasta Spagna e Catalogna, molto ne corre. Anche perché la diplomazia riservata non può molto se chi la pratica si dedica, allo stesso tempo, a eccitare pubblicamente gli animi dei propri seguaci.

   Per la sua acrobazia geopolitica — la Catalogna è indipendente ma non lo è ancora — Puigdemont ha pagato e pagherà un prezzo alto. Nella variopinta coalizione indipendentista che lo sostiene già si levano le accuse di tradimento. L’estrema sinistra del Cup ha cercato fino all’ultimo di convincere il presidente a proclamare l’indipendenza immediata. Non sarà facile per Puigdemont ricompattare il fronte indipendentista, fuori e dentro il parlamento.

   Ora tocca a Rajoy dimostrare di voler salvare pace e democrazia. Quanto agli unionisti catalani, non possono certo perdonare al presidente la (per ora retorica) proclamazione unilaterale di secessione dalla Spagna. Ma i più moderati e aperti fra loro constatano con riservata soddisfazione che non tutto è perduto in una partita dalla posta smisurata.

   Perché la spaccatura interna all’opinione pubblica catalana, testimoniata dalle grandi manifestazioni di massa di entrambi gli schieramenti, se non sanata può significare una doppia secessione: della Catalogna dalla Spagna, e della Catalogna indipendentista da quella unionista, che pretende sì rispetto e più autonomia da Madrid, ma sotto lo stesso tetto e la stessa legge.

   Ora però tocca a Rajoy. Il referendum pro indipendenza, battezzato “farsa” ma trattato da insurrezione, non può essere né ignorato né demonizzato se si vuole davvero salvare pace e democrazia in tutta la Spagna. Il capo del governo di Madrid ha prima colpevolmente trascurato la crisi, poi ha contribuito a surriscaldarla scagliando la sua polizia contro cittadini inermi in fila per partecipare alla “farsa”.

   A peggiorare la situazione, l’incredibile discorso del re, da leader politico più che da capo di Stato. Dimostrazione di insensibilità istituzionale che non ha certamente rafforzato la già modesta opinione che molti spagnoli, non solo i catalanisti, hanno della monarchia.

   La speranza è che Filippo VI non si avventuri in altre esternazioni e lasci lavorare i sottili mediatori votati a riannodare i fili spezzati fra le opposte fazioni. Le prossime settimane diranno se quello proposto da Puigdemont sarà stato solo artificio dialettico, destinato a rinviare di qualche tempo la constatazione che il divorzio fra Spagna e Catalogna è inevitabile. O invece l’apertura di un tortuoso sentiero, in fondo al quale si possa intravvedere la luce di un compromesso che entrambi i fronti hanno finora respinto. E i cui contorni geopolitici e istituzionali restano indefiniti.

   Puigdemont si è dato un ultimatum piuttosto flessibile. Non è detto che il governo di Barcellona sia in grado di sopravvivere ai suoi contorsionismi. Ma se, esaurita l’autosospensione, lo Stato catalano nascerà, le conseguenze saranno enormi. Per la Catalogna, che rischia di morire di parto. Per la Spagna, che senza Catalogna non sarebbe più Spagna. Per l’Europa, che dimostrerebbe la sua impotenza di fronte a una regione che lascia in un colpo solo euro e Unione Europea, mettendone in moto i separatismi latenti e in questione la stessa esistenza. Persino per gli Stati Uniti, in quanto leader dell’Alleanza Atlantica: la Repubblica di Catalogna si autoescluderebbe dalla Nato e probabilmente si proclamerebbe neutrale. Difficile sospettare che Putin possa esserne rattristato.

   Questi scenari sono presenti alla parte più ragionevole dei nazionalisti catalani. I quali sanno che in gioco è molto più della loro emancipazione dalla percepita oppressione castigliana. Sentimento eccitato dall’impolitica reazione di Madrid alla “farsa” referendaria e dal rilancio al buio che le estreme catalaniste hanno voluto rischiare.

   Vedremo se Rajoy, e con lui tutta la Spagna democratica, vorrà allargare l’ambiguo spiraglio aperto da Puigdemont. E se questi vorrà e saprà usare la sospensione dell’indipendenza per salvare la pace, quindi anche la sua Catalogna. Oppure se la velocità dei treni che marciano a velocità folle sullo stesso binario, ma in senso opposto, travolgerà i frenatori dell’ultimo istante. (Lucio Caracciolo)

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QUELLA RIVALITÀ STORICA TRA MADRID E BARCELLONA

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 20/9/2017

– Dal franchismo a oggi, l’infinito clásico è diventato uno scontro fra curve (e caste) –

   «Per favore non fischiate Piqué» chiese ai madridisti Sergio Ramos, El Capitan; pazienza fischiare Juan Carlos, come i tifosi del Barcellona hanno fatto a ogni finale di Copa del Rey; pazienza fischiare suo figlio Felipe persino al corteo sulle Ramblas contro il terrorismo; ma fischiare al Bernabeu un difensore della Roja, la Nazionale di calcio, era troppo. I tifosi del Real e in genere i castigliani odiano Piqué in quanto, con il suo ex allenatore Pep Guardiola, è diventato un simbolo del separatismo catalano.

   Fin da quando, dopo la storica vittoria al Mondiale sudafricano del 2010, Piqué e Carles Puyol fecero il giro del campo con la Senyera, la bandiera catalana, mentre i compagni festeggiavano attorno a quella spagnola. Un altro Pujol, Jordi, in gioventù aveva passato tre anni nelle carceri franchiste proprio per aver intonato «El cant de la Senyera», l’inno vietato dal regime («quasi tutto il teatro si alzò in piedi e si unì a me…»); dopo la morte del dittatore fu il padre dell’autonomia catalana. «Ho fatto sette figli e vinto sei elezioni» amava dire JORDI PUJOL nel suo italiano ricercato; omettendo che i suddetti figli avevano imboscato ad Andorra milioni di euro.

   Il punto è che la diversità catalana a volte si è rivelata un falso mito. Ne è convinto il più importante scrittore civile di Spagna, Javier Cercas, nato in Estremadura e cresciuto a Barcellona: «Ero bambino, tornavamo al paese, e domandai a mio padre dove finisse la Catalogna e dove cominciasse la Spagna. Mi rispose che quando trovavo i bagni sporchi era il segno che avevamo passato il confine. Ma ora i bagni sono puliti dappertutto. E dappertutto la politica è spaventosamente corrotta».

   Il mito vorrebbe Madrid imperiale e franchista, Barcellona borghese e libertaria. In Castiglia i cortigiani e la Guardia Civil, sul Mediterraneo gli industriali e gli anarchici. I quali, quando presero il potere, proposero la tassa sulla verginità «crimine sociale» e stabilirono di abolire le prostitute: Federica Montseny, ministra della Sanità, si impegnò a trasformarle in sarte, per concludere che solo una rivoluzione sessuale avrebbe risolto il problema. Arrivarono prima i fucilatori di Stalin — agli ordini di Togliatti — e poi le truppe di Franco; che era sì tifoso del Real Madrid, ma veniva dalla Galizia (come Rajoy). E comunque il suo delfino, Manuel Fraga Iribarne, fondatore del partito popolare oggi al potere, poco prima di morire ricordava: «Ogni volta che accompagnavo il Caudillo a Barcellona, sfilavamo tra due ali di folla plaudente». Ma non si poteva fare altrimenti. «Le ragazze lanciavano fiori». Era pur sempre una dittatura. «Le grandi famiglie gareggiavano nell’invitarci a casa…».

   L’ultimo presidente della Catalogna a proclamare l’indipendenza fu Lluís Companys, esule dopo la guerra civile; Franco se lo fece consegnare dalla Gestapo per metterlo al muro; e le sue ossa sul Montjuic fremono amor di patria. Il suo partito si chiamava Esquerra Republicana de Catalunya, riportato al governo locale settant’anni dopo da Josep Lluís Carod-Rovira, grande amico di Cossiga, che rilasciava interviste in francese perché sosteneva di non aver mai parlato castigliano in pubblico in vita sua. Sul Montjuic è custodita «La esperanza del condenado a muerte», l’opera che Joan Miró dedicò al giovane anarchico Salvador Puig Antich, che neppure Paolo VI riuscì a sottrarre alla garrota: Franco non gli venne neanche al telefono. Puig Antich è sepolto sulla stessa collina che domina il mare, accanto allo stadio delle Olimpiadi 1992, quelle della rinascita della città.

   Madrid le Olimpiadi non le ha mai avute, nonostante numerose candidature. Le restano le corride, vietate in Catalogna anche per far dispetto ai rivali e rinnegare la hispanidad; anche se l’arena più antica è a Olot, come ricorda Cercas, figlio di un veterinario. Il dolore talvolta ha riunito, talvolta ha diviso. Dopo la bomba islamista nella stazione madrilena di Atocha, il ministero dell’Interno accusò l’Eta; la Catalogna andò in massa a votare contro il governo, nelle province di Girona e Lleida il Pp non elesse neppure un deputato. Dopo la strage dell’estate scorsa a Barcellona, i vertici nazionali della sicurezza criticarono i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, per non aver fermato i terroristi.

   Le Ramblas sono il cortile di casa dei giovani europei, e sono state colpite per questo: tapas, cerveza, e in fondo alla strada il mare. Qui il dinamismo economico offre casa e lavoro. Però Madrid con i suoi quartieri latinoamericani e meticci è oggi forse più aperta e più internazionale di Barcellona, mai stata così bella eppure ripiegata sul catalanismo: la città che fu crocevia del Novecento — Malraux, Hemingway, Bernanos, Koestler, Gibson e ovviamente l’Orwell di Omaggio alla Catalogna — oggi fa a tutti l’esame di catalano, e assume medici che dicono «adeu» invece di «adios». Ma la vera dicotomia non è tanto tra le due capitali, quanto tra la Catalogna ponte verso l’Europa e la Spagna profonda.

   Pablo Iglesias, il capo di Podemos col codone da tanguero, è di Madrid eppure ha sostenuto il referendum; Albert Rivera, il capo di Ciudadanos, è di Barcellona eppure combatte la secessione. E il nerbo della resistenza unionista, oltre alla destra, sono i socialisti andalusi. I separatisti del resto sono sempre i ricchi, catalani e baschi appunto; i poveri restano attaccati alle mammelle dello Stato. Quello spagnolo è vecchio di quasi sei secoli, da quando Isabella portò la Castiglia in dote a Ferdinando che governava Catalogna e Aragona, e insieme presero Granada. Nel 1714 le armi borboniche misero fine all’indipendenza, come amano ricordare i tifosi del Barça al 17° minuto e 14° secondo delle partite contro il Real. Oggi la schermaglia è appunto roba da curve e da caste politiche. Che si assomigliano più di quel che pensano. (Aldo Cazzullo)

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LA STORIA SECOLARE DELL’INDIPENDENTISMO CATALANO

2/10/2017, da http://www.treccani.it/

   Per comprendere l’evoluzione politica di quel che sta accadendo in Catalogna è fondamentale considerare le istanze indipendentiste di questa regione come un fenomeno di lunga durata, che si è sviluppato e modellato nel corso dei secoli. Ripercorrerne le tappe fondamentali può rappresentare un utile strumento di comprensione.

   Nel 711 i musulmani attraversarono lo stretto di Gibilterra, conquistando la quasi totalità della penisola iberica, unica eccezione la regione montana del Nord della Spagna dove si formarono diversi nuclei cristiani che cominciarono una fiera resistenza. Nei due secoli di “clausura” montana, si definirono alcuni grandi spazi culturali dai tratti ben definiti: basco, catalano, aragonese, galiziano e castigliano-leonese, che gradualmente diedero vita a regni e contee indipendenti. Nel caso catalano, questo processo si sviluppò e si consolidò sotto la tutela dei sovrani carolingi della Francia, che, dopo la riconquista di Barcellona, occupata dagli arabi tra il 717 e il 718, si stabilirono nei Pirenei, dando vita alla Marca hispanica. La crisi che colpì nel X secolo l’impianto politico creato da Carlomagno indusse le contee catalane a unirsi sotto la casata di Barcellona e a non rinnovare il patto di vassallaggio che legava al regno al di là dei Pirenei.

   A partire dal XII secolo, in concomitanza con l’espansione meridionale dei regni cristiani della penisola, cominciarono a definirsi i limiti territoriali del principato della Catalogna, che con l’unione dinastica tra i conti di Barcellona e il re di Aragona (1137) segnarono in qualche modo la nascita di un’idea di nazione catalana. È di quest’epoca il primo riferimento ai Cathalani, che proviene da una fonte pisana, il Liber Maiolichinus.

L’unione dinastica (1469) tra il re della confederazione catalano-aragonese Ferdinando e la regina di Castiglia Isabella, avrebbe portato alla nascita del Regno di Spagna.

   Sin da subito la neonata monarchia si caratterizzò come una confederazione di regni che condividevano sovrano e diplomazia. Questo delicato equilibrio fu mantenuto da Carlo V d’Asburgo (1500-1558), ma venne meno con suo figlio, Filippo II (1527-1598), che, circondato da ministri castigliani, governò in senso assolutista e centralista a discapito delle leggi e degli interessi degli altri regni. Da quel momento, furono molto frequenti le tensioni tra i monarchi spagnoli e le istituzioni catalane (Generalitat de Catalunya). Il latente conflitto arrivò al suo apice nel 1640, con la ribellione popolare detta Guerra dels Segadors che portò alla nascita della Repubblica catalana (1641), sotto protezione del re di Francia Luigi XIII, e che terminò solo nel 1652 con la conquista di Barcellona.

   La Guerra di successione spagnola del 1700 e la successiva pace di Utrecht del 1713 non fecero che aumentare i propositi indipendentisti della Catalogna, duramente repressi dal nuovo re Filippo V di Borbone (1683-1746), che l’11 settembre 1714 (festa nazionale catalana), dopo 13 mesi di assedio, conquistò Barcellona, scatenando una durissima repressione contro le autorità catalane. I due secoli che seguirono, caratterizzati da una calma relativa, favorirono ulteriormente il consolidarsi dell’identità catalana, che trovò un suo compimento nella nascita di un vasto movimento letterario (Aribau, Verdaguer, Maragall, Guimerà).

   Si giunge così al XX secolo, quando, durante la guerra civile spagnola (1936-1939) il movimento indipendentista catalano si schierò apertamente a favore dei repubblicani e contro Franco. La vittoria di quest’ultimo portò a un prezzo altissimo da pagare per la comunità catalana. Tra il 1939 e il 1975 il governo centrale sotto le direttive del Caudillo distrusse con ferocia inaudita ogni istituzione locale, con un accanimento particolare nei confronti della cultura e della lingua. Incalcolabile poi il numero delle vittime delle sacas, le esecuzioni sommarie di massa che per anni decimarono quelle classi popolari catalane che maggiormente si erano rese protagoniste della lotta al franchismo.

   Alla morte del generale Franco, nel novembre 1975, le aspirazioni autonomiste tornarono a manifestarsi più liberamente. Una lunga serie di scioperi e di manifestazioni di massa portarono alla “concessione” dello statuto di autonomia del dicembre 1979, per arrivare ai nostri giorni, al 27 settembre 2015, giorno in cui si sono svolte e concluse le elezioni del Parlamento catalano, che hanno ridato vigore all’idea di una Catalogna indipendente.

Per saperne di più:

https://ancitalia.org/2015/03/03/breve-storia-della-catalogna/

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IGLESIAS: CON ATTI UNILATERALI DIVENTEREMO LA TURCHIA

di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 6/10/2017

– «Abbiamo ancora pochi giorni per evitare il disastro e abbiamo il dovere di provarci». Pablo Iglesias, tra i fondatori di Podemos di cui è segretario, l’erede del movimento degli Indignati anti austerità, parla al Corriere – «Potremmo vedere la Spagna trasformarsi in una Turchia dentro la Ue» –

MADRID «Abbiamo ancora pochi giorni per evitare il disastro e abbiamo il dovere di provarci. Con la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte catalana e la prevedibile durissima reazione del governo centrale potremmo vedere la Spagna trasformarsi in una Turchia dentro l’Ue. Ci risveglieremmo con un governo come quello di Erdogan, che mostra una parvenza di democrazia, ma che è di fatto autoritario e repressivo».

   Pablo Iglesias è il codino ribelle della politica spagnola, l’erede del movimento degli Indignati anti austerità. Alle elezioni del 2015 ha mancato per un soffio lo storico sorpasso sui socialisti proprio perché, secondo alcuni, aveva appoggiato il diritto a un referendum legale in Catalogna inimicandosi l’elettorato della Spagna profonda. La sindaca di Barcellona, Ada Colau, fa parte della sua galassia politica e come lei anche a livello nazionale Podemos è a favore di un referendum legale per la secessione dalla Spagna, ma non a una dichiarazione unilaterale di indipendenza.

Iglesias, lei ha già provato a mediare, senza risultato.

«Non è esatto. Mercoledì ho parlato ai due presidenti, lo spagnolo Rajoy e il catalano Puigdemont. Assieme a molte altre forze ho proposto loro almeno di sedersi per individuare un mediatore di comune fiducia. Puigdemont mi ha inviato un messaggio su WhatsApp con una parte del discorso che avrebbe fatto in tv: aperto ad ogni mediazione, ma avanti verso l’indipendenza».

Poco, ma almeno qualcosa. E il premier Rajoy?

«Prima mi ha ringraziato, ma dopo le dichiarazioni di Puigdemont ha ribadito che la sua precondizione al dialogo è la rinuncia alla dichiarazione di indipendenza».

I catalani però non intendono rinunciarci.

«Anch’io lo penso, ma so anche per certo che a Barcellona sono consapevoli di cosa comporti: non tanto e non solo l’articolo 155 della Costituzione che permetterebbe di prendere il controllo della Generalitat, quanto l’applicazione dell’articolo 116 che significa “stato di emergenza”: sospensione delle libertà pubbliche che sono il fondamento della democrazia».

Il coprifuoco nella città della movida?

«In Catalogna l’85% della popolazione vuole votare. Significa metterli tutti fuori legge. In politica si sa come cominciano le cose, ma non come finiscono. Fino ad ora non c’è stato l’incidente irreparabile, ma se si prosegue verso la distruzione dello Statuto di Catalogna e il conflitto tra istituzioni, chi lo sa?».

Siamo alla vigilia di una nuova guerra civile?

«Non immagino la Spagna come la Jugoslavia, ma se a Barcellona i rappresentanti democraticamente eletti finiscono in cella è un dramma. Non è fantapolitica. Il comandante dei Mossos d’Esquadra rischia 15 anni per sedizione».

E la vostra mediazione?

«Stiamo mettendo sul tavolo dei nomi all’altezza: ex presidenti, ecclesiastici, impresari, figure internazionali. C’è convergenza su uno in particolare, ma non voglio bruciarlo. I telefoni restano accesi. Per fortuna anche la Chiesa cattolica sta lavorando sotto traccia, con il prestigio e la discrezione che le è propria, ma sta lavorando».

È l’ultima spiaggia?

«C’è anche la via della mozione di sfiducia a Rajoy. Se Pedro Sánchez del Partito socialista volesse, i numeri per scalzare il premier ci sono. Psoe, Podemos, nazionalisti catalani e baschi possono fare una maggioranza di salute pubblica. Dipende solo da Sánchez. Penso sia schiacciato tra la base che vorrebbe avvicinarsi a noi e la vecchia guardia che punta su un governo di grande coalizione con il Pp».

La secessione si fermerebbe?

«Per salvare la democrazia spagnola è necessario portare il Pp all’opposizione. Hanno utilizzato il governo per proteggere i loro politici corrotti e hanno utilizzato il conflitto catalano come cortina di fumo, trasformando la politica in un derby tra Barça e Real Madrid. La Catalogna vuole allontanarsi dal governo Rajoy, non dalla Spagna. Il rapporto tra le élite madrilene e catalane ha funzionato per decenni anche tra partiti conservatori. Persino la destra può capire la pluralità della Spagna, ma quando il Pp si è convertito in una forza marginale in Catalogna, il sistema ha perso coesione. E questi sono i risultati».

C’è il re garante di unità.

«Il suo discorso di martedì sera è stato un errore storico. Ha parlato da re del Partido Popular e ha cominciato a smettere di essere il re di Spagna. Lo dico come uno che considera che Felipe VI abbia molte più virtù di Juan Carlos, ma con quel discorso ha legato il suo futuro al Pp. Un capo di Stato non eletto deve tenere un ruolo indipendente o almeno parlare a tutti».

Gliel’ha detto in faccia?

«No, perché non mi ha chiamato. Suo padre telefonava ai nazionalisti baschi, lui no. Suo padre telefonava ai comunisti che avevano un terzo dei nostri voti, lui no. Avrebbe dovuto chiamare Puigdemont, la sindaca Colau, non l’ha fatto ed è un ulteriore segno di debolezza da parte di Rajoy. I giocatori di scacchi lo sanno molto bene, quando devi muovere il re vuol dire che stai perdendo la partita». (Ha collaborato Belen Campos Sanchez)

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L’IMMOBILE RAJOY ASSEDIATO DAGLI ALLEATI

di F. Oli., da “La Stampa” del 6/10/2017

– “Ora agisci o è la fine” –

   La pressione aumenta man mano che arrivano i dispacci dalla provincia ribelle: «Mariano fai qualcosa». Sono mesi che lo tirano per la giacca e ora non c’è davvero un minuto da perdere: il parlamento della Catalogna ha preparato (quasi) tutto per dichiarare l’indipendenza e bisogna muoversi prima che la situazione precipiti ulteriormente. Re Filippo d’altronde è stato chiaro nel suo messaggio alla nazione: in Catalogna bisogna ripristinare l’ordine costituzionale.

   Detto dal capo delle forze armate, è sembrato a tutti un messaggio al governo, un via libera per gli interventi che si rendono necessari: sospensione parziale dei poteri dell’autonomia catalana e accelerazione sulle inchieste della magistratura, con tutte le conseguenze possibili, compreso l’arresto del presidente (esistono già vari dossier su come portare a termine l’eventuale operazione). Il dispiegamento di forze sul campo resta poderoso: gli oltre diecimila agenti di polizia rimangono a presidiare un territorio ormai sfuggito di mano. I rinforzi sono pronti: mercoledì sono partiti dei sostegni logistici alla polizia da parte dell’esercito, mentre ieri la ministra della Difesa, Maria Dolores de Cospedal, costituzione alla mano, ricordava che «le forze armate hanno il compito di garantire l’integrità territoriale del Paese». Ma il ministro degli Esteri Dastis dice: «Non manderemo l’esercito».

   Il premier però non abbandona la prudenza, «l’immobilismo di Mariano» d’altrone è ormai quasi una categoria della politica e intorno a lui cresce l’insofferenza. Una successione non si intravede, almeno nel partito. Anche se a destra in molti apprezzano, almeno per questa battaglia, i movimenti di Albert Rivera, il giovane (e catalano) leader dei centristi di Ciudadanos.

   Ieri è stata l’ennesima giornata in cui, nella capitale spagnola tutti aspettavano una mossa concreta, e invece dal premier è arrivato un ulteriore, e probabilmente inutile appello: «Fermatevi prima che arrivino mali maggiori». Ma, si nota nei settori critici: «È la stessa frase, con le stesse parole che va ripetendo da mesi senza alcun effetto».

   L’ultimo a uscire allo scoperto è anche il più autorevole, almeno tra gli elettori del Partito Popolare, José Maria Aznar. L’ex premier ieri faceva pubblicare sul sito della sua potente Fondazione Faes un comunicato secco con il premier, il cui senso è: o fa qualcosa di concreto in Catalogna oppure si faccia da parte. La soluzione più verosimile è chiamata semplicemente con un numero: 155, ovvero l’articolo della costituzione che consentirebbe allo Stato di scavalcare l’autorità locale per ristabilire la legge. Uno è il caso concreto che tornerebbe utile: Madrid potrebbe prendere il comando dei Mossos, la polizia catalana che domenica scorsa non ha eseguito gli ordini, facilitando la celebrazione del referendum illegale.

   A Madrid esiste quello che il vicedirettore del quotidiano catalano «La Vanguardia», Enric Juliana ha ribattezzato il «club del 155», un circolo le cui fila si ingrossano di nuovi e potenti soci: politici di destra e di centro (Ciudadanos), ministri, imprenditori, giornali (praticamente senza eccezioni) e larga fetta dell’opinione pubblica spagnola. Ieri si è aggiunta un’istituzione culturale come l’Accademia reale di Spagna, che ha chiesto di far fronte immediatamente al secessionismo.

   Nel club però ancora non c’è Mariano Rajoy né Soraya Saenz de Santamaria, la vicepresidente mente della campagna catalana, oggi indebolita dallo sviluppo dei fatti. La linea del premier per ora non cambia: aspettare la proclamazione dell’indipendenza, lunedì o quando sarà, per passare all’azione un minuto dopo. Nel frattempo l’azione giudiziaria fa il resto, portando avanti le molte inchieste aperte contro i secessionisti. Ma il club del 155 lo assedia: «Fai qualcosa o la Spagna si spacca».

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CATALOGNA: DANNI, OPPORTUNITÀ E PERICOLI

di Joan Subirats, da “Il Manifesto” del 6/10/2017

– Indipendenza. Il settore che vuole continuare a promuovere la separazione ne è uscito rafforzato, ma ora deve giocare le proprie carte con intelligenza e senza avventurismi, per evitare che la tensione finisca per sfociare nella socializzazione del conflitto ben oltre gli spazi istituzionali e pubblici –

   La data del referendum del 1 ottobre in Catalogna è trascorsa. I danni sono importanti. Circa novecento feriti per mano della polizia e della guardia civile che hanno cercato di far fallire il referendum. Scuole e altri spazi elettorali danneggiati nelle stesse circostanze. Danni significativi anche per la credibilità del governo e la possibilità di dialogare con un Partito popolare (Pp) che si chiude davanti a qualunque soluzione, salvo colpire con il pretesto della legalità.

   Quel che è certo è che il voto di domenica, con tutti gli ostacoli subiti e con tutti gli incidenti avvenuti, difficilmente può servire a far avanzare la proclamazione di indipendenza prevista; più che di un processo elettorale con garanzie, si è trattato di un trionfo della determinazione politica dei suoi promotori e del movimento sociale che li sostiene.

   In questi momenti la coalizione sovranista costruita intorno alla difesa della democrazia, alla risposta alla repressione e alla necessità di una consultazione effettiva, può indebolirsi se cerca di bruciare le tappe senza riflettere e senza tener conto della quantità di persone che non sono mobilitate e che su quanto sta accadendo hanno opinioni diversificate. Occorre essere coscienti del fatto che una pluralità di posizioni politiche e di sentimenti esisteva in Catalogna prima del 1 ottobre e continua a esistere oggi.

   È importante considerare che la giornata di domenica 1 ottobre e lo sciopero generale di martedì contro la repressione durante le operazioni di voto, non sono stati solo l’espressione della volontà di votare sì o no all’indipendenza. Sono la voce di una gran parte della società catalana che non vuole essere assoggettata e che chiede rispetto. Una società che ha guadagnato empowerment e che vuol essere soggetto, non oggetto delle decisioni politiche altrui. L’emozione di costruire insieme, e di farlo con le proprie forze e risorse, dal basso, è stata evidente. I corpi delle persone di fronte alle armi della polizia. La preoccupazione, le cure e le attenzioni che la gente si scambiava erano molto lontane dalle scene delle normali elezioni. Anziani, bambini, donne erano oggetti di attenzioni speciali. Si sono viste immagini più significative di quelle cui siamo solitamente abituati con i politici ai seggi. E anche questo è stato un elemento da sottolineare, del 1 ottobre.

   Quali cambiamenti ha prodotto la celebrazione di questo referendum? Il problema che avevamo in Catalogna è diventato più evidente. Ormai è impossibile prescinderne sia a livello dello Stato spagnolo che dell’Unione europea, come dimostrano le reazioni di portavoce ufficiali di vari governi, le prime pagine dei principali quotidiani di tutto il mondo e il dibattito che si è svolto mercoledì al Parlamento europeo. Il settore che vuole continuare a promuovere la soluzione indipendentista ne è uscito rafforzato, ma ora deve giocare le proprie carte con intelligenza e senza avventurismi, per evitare che la tensione finisca per sfociare nella socializzazione del conflitto ben oltre gli spazi istituzionali e pubblici.

   Occorre anche vedere se nell’insieme della Spagna la capacità di mobilitazione inizia a crescere, per affrontare l’immobilismo del Pp e dei suoi alleati, e per trovare un’alternativa al regime del 1978 che ormai dà il peggio di sé. E in questo contesto, il Partito socialista può avere un ruolo fondamentale, malgrado la delusione prodotta dalle dichiarazioni del leader del Psoe Pedro Sánchez nella notte di domenica, quando ha mostrato una grande ambiguità. Le persone più sensibili all’espressione della volontà popolare, hanno cominciato a generare divisioni tra i dirigenti socialisti e tra chi è coinvolto più da vicino in ciò che succede, come i sindaci e le sindache della Catalogna, manifestando opinioni molto diverse da quelle di Sánchez.

   L’intervento del re ha suscitato molta delusione: egli si è semplicemente messo al servizio della posizione del governo, rafforzandone l’atteggiamento legalista e autoritario, e senza dimostrare alcuna empatia nei confronti dei feriti e della popolazione colpita. La tattica del negare la realtà da parte del Pp e dei suoi alleati ha portato a questo punto. Si tratta ora di sapere se sarà possibile andare avanti mantenendo la forza trasformatrice e ampia del movimento sociale in marcia, cercando alleanze all’interno e all’esterno.

   La dinamica azione-repressione che si è innescata ha favorito l’appoggio sociale alle scelte indipendentiste, ben oltre il loro ambito effettivo. Ma questa strategia non può rimanere in piedi a lungo perché inizia a destare preoccupazioni e un sentimento di insicurezza in molte persone, e può finire nello sfociare in situazioni di tensione sociale – se ne sono visti alcuni accenni.

   Nei prossimi giorni un elemento chiave potrebbe essere il concretizzarsi dell’opzione di mediazione e dialogo proposta dalle sindache di Madrid, Manuela Carmena, e di Barcellona, Ada Colau. L’accoglienza è stata un ottima accoglienza. Ma è preoccupante la visione angusta e rigida del governo di Madrid il quale continua a sostenere un intervento giudiziale punitivo, mentre l’Unione europea dal canto suo che si è limitata a esprimere preoccupazione per la violenza e insistere che si tratta di una questione interna spagnola.

   Sono concezioni diverse della democrazia. Da un lato, quelli che pensano che è democratico solo ciò che è legale, e che si fa politica solo nelle istituzioni. Dall’altro, quelli per i quali la grande virtù della democrazia è proprio la capacità di accettare il conflitto come leva per l’innovazione e la trasformazione, se avviene in modo pacifico e con la volontà e il coinvolgimento diretto della cittadinanza. (Joan Subirats)

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“FU FRANCO A INFIAMMARE LO SPIRITO CATALANO”

di Andrea Valdambrini, da “Il Fatto Quotidiano” del 15/10/2017

– PAUL PRESTON, lo storico del regime spagnolo ricostruisce l’origine dell’indipendentismo e il ruolo dell’attuale re –

   “Quando le truppe franchiste presero Barcellona, la città fu data in mano ai navarresi. Non perché avessero combattuto meglio, ma perché li odiavano di più. Un ufficiale disse a un giornalista portoghese: ‘l’unica soluzione è uccidere tutti i catalani. È solo una questione di tempo’”. Tempo che non passa senza lasciare tracce, secondo PAUL PRESTON, professore di Storia della Spagna contemporanea alla London School of Economics and Political Science e maggior esperto mondiale dell’epoca di Francisco Franco e della Guerra civile (1936-39).

Che peso ha la storia nell’attuale crisi catalana?

Franco diceva che ci sono due Spagne: quella autentica dei vincitori della Guerra Civile e l’anti-Spagna, quella degli sconfitti. Alla sua morte, il 20 novembre 1975, Juan Carlos si è proclamato “re di tutti gli spagnoli”, una frase che poi avrebbe usato come un mantra e che suo figlio ha recentemente tradito. I violenti eventi delle scorse settimane evocano le memorie peggiori della dittatura. E anche le affermazioni del premier Rajoy, a cui il Re ha fatto eco, ci riportano indietro al passato.

Quanto pesa il franchismo nella formazione dell’identità catalana moderna?

Costantemente, negli ultimi 100 anni, l’indipendentismo catalano ha nutrito l’intransigenza centralista di Madrid. Prima ancora di Franco, l’anti-catalanismo del generale Miguel Primo de Rivera (1923-30) portò nel 1931 all’affermazione della Esquerra Republicana de Catalunya e al seguente statuto di autonomia del 1932. Quando poi i militari spagnoli si sollevarono nel 1936, uno dei principali obiettivi fu quello di sradicare l’indipendentismo catalano, come in effetti avrebbe fatto Franco con la repressione durata decenni. È naturale quindi che gli anni della dittatura abbiano reso più forti i sentimenti identitari dei catalani.

Per molti intellettuali e politici il patto costituzionale post-franchista concretizzatosi nella carta del 1978 è divenuto non più attuale.

Non sono un esperto di diritto costituzionale. Mi sembra però sia giunto il momento per attuare una riforma che apra alle autonomie regionali.

Cosa suggerirebbe al governo di Madrid per provare a superare lo stallo?

Idealmente, il ritorno allo Statuto di autonomia della Catalogna proposto nel 2006 e liquidato nel 2010. Dubito tuttavia che Madrid possa accettare un simile consiglio.

Che ruolo gioca la monarchia?

Tanto Juan Carlos prima che Felipe ora sono ansiosi di preservare l’integrità del Regno. Sotto Juan Carlos, la priorità principale è stata quella della democrazia, imponendo se stesso come attore imparziale e rispettato. Al contrario, il discorso pronunciato da Filippo VI ha mostrato profonda mancanza di sensibilità nei confronti delle aspirazioni dei catalani.

Quanto pesa ancora la memoria della guerra civile, evocata dal portavoce del Partito popolare che ha ricordato la fine violenta del primo presidente catalano Lluis Companys?

Il paragone tra Companys e Puigdemont è un’esagerazione totale. Il leader indipendentista catalano degli anni ’30 è stato una vittima di Franco, mentre l’attuale presidente della Generalitat può al massimo essere multato o bandito dalla politica.

Le sembra che Rajoy stia gestendo la crisi nell’interesse della Spagna e di tutti gli spagnoli?

No, sta facendo gli interessi propri. E ha il tornaconto elettorale nel prendere questa posizione così dura.

Gli spagnoli deplorano l’egemonia culturale della lingua catalana nella regione autonoma, i catalani si sentono discriminati dalla cultura spagnola. È possibile rintracciare le origini di ciò?

È come per Brexit: un mare di esagerazioni e di bugie da entrambe le parti, e la cosa sta avvenendo dal 2005. Durante la dittatura il problema non c’era: le bugie venivano solo da una parte. (Andrea Valdambrini)

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L’UNICA RISPOSTA AL PATRIOTTISMO POPULISTA È LA DEMOCRAZIA – LE NUOVE FORME DEL POPULISMO (E DEL POTERE)

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 5/10/2017

   Che cosa vogliono i catalani? Se vogliono gestire i loro affari senza piegarsi agli ordini di Madrid, organizzare liberamente la vita delle loro città, parlare la loro lingua e coltivare le loro memorie storiche, l’obiettivo è già stato raggiunto da parecchi anni e può sempre essere migliorato con qualche nuovo ritocco.

   Se vogliono essere europei e partecipare alla costruzione dell’Unione, niente può favorire le loro iniziative quanto la partecipazione a uno Stato che negli uffici della Commissione europea ha un peso alquanto maggiore di quello che avrebbe la Catalogna.

   L’indipendenza, se decidessero di proclamarla, non aggiungerebbe nulla alla loro autorevolezza e creerebbe probabilmente inutili contenziosi fra Barcellona, Madrid e Bruxelles.

   Ci viene risposto che i Risorgimenti romantici del XIX secolo e il principio dell’autodeterminazione dei popoli, proclamato da un presidente americano alla fine della Grande guerra, giustificano pienamente le richieste catalane e quelle di altri secessionisti, non soltanto in Europa. La risposta non mi convince.

   Viviamo in tempi diversi. La democrazia, se bene amministrata, può garantire i diritti delle minoranze. L’economia liberale e la libertà degli scambi hanno considerevolmente diminuito l’importanza delle frontiere. La lezione impartita dalle due grandi guerre del Novecento dovrebbe ricordarci quanti danni i nazionalismi abbiano fatto alla umanità nel secolo scorso.

   Il fenomeno a cui stiamo assistendo ha nuove caratteristiche. Viene spesso chiamato patriottismo, ma è in realtà un nuova forma di populismo ed è provocato nel mondo occidentale dai mali, veri o immaginari, di cui soffrono in questo momento tutti gli Stati: la corruzione delle classi dirigenti, una gioventù cresciuta nella stagione delle speranze e delusa dalla realtà, l’eccessiva importanza della finanza, il crescente divario tra ricchezza e povertà, l’immigrazione di massa, l’impetuoso arrivo sulla scena economica di nuove potenze extraeuropee.

   Come tutte le grandi crisi di sistema, anche queste hanno creato nuovi tribuni affamati di potere. A differenza di quelli che fecero le rivoluzioni del primo Novecento, questi tribuni non hanno ideologie e vanno a caccia di ricette salvifiche che possano mobilitare la grande massa dei malcontenti. Per fare queste battaglie, naturalmente, occorre un nemico.

   Per gli indipendentisti catalani è Madrid. Per il Fronte Nazionale della signora Le Pen e Alternativa per la Germania, è l’immigrato, soprattutto se proviene dal Medio Oriente. Per il Presidente ungherese Viktor Orbán è George Soros, il grande finanziere che predica la democrazia liberale nella Europa centro-orientale. Per il leader polacco Jaroslaw Kaczynski i nemici sono gli ex comunisti e le élite laiche della nazione. Per Boris Johnson, ministro degli Esteri della Gran Bretagna, i nemici sono Bruxelles e la Commissione europea. Per Donald Trump, il più grande dei tribuni mondiali, i nemici sono i latinos e tutti i Paesi che rifiutano di riconoscere il primato e la grandezza dell’America.

   Ai muri che questi tribuni vogliono costruire contro l’«invasore» e il «diverso» a noi spetta il compito di opporre la trincea della razionalità e del buon senso. (Sergio Romano)

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UN’ESCALATION EMOTIVA CHE COMPLICA LA MEDIAZIONE

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 5/10/2017

   La deriva balcanica della Spagna, quasi impensabile, non è più soltanto un’ipotesi. Ognuno ha tracciato la sua linea rossa. Dopo il discorso del re sarà assai difficile, forse impossibile, essere allo stesso tempo catalano e spagnolo, come si sentivano coloro che non erano stati convinti dall’ondata indipendentista. Il sovrano spagnolo si è appiattito sulla linea del primo ministro Rajoy che sul nazionalismo si gioca la carriera e il futuro del Paese. Scommessa ad alto rischio. Mentre il re si schierava per una soluzione dura nei confronti di Barcellona, il presidente catalano Puigdemont annunciava che la Catalogna dichiarerà unilateralmente l’indipendenza.

   Ci sono coincidenze temporali che non possono non essere sottolineate. Pur avendolo dichiarato incostituzionale, Baghdad ha permesso lo svolgimento del voto referendario in Kurdistan senza attuare interventi militari.

   In Spagna, nel cuore dell’Europa che si propone modello di convivenza, il referendum catalano è stato ostacolato dalla repressione della polizia. Un errore esiziale: probabilmente se la Guardia Civil fosse rimasta a casa oggi il referendum sarebbe una notizia secondaria e i poliziotti inviati da Madrid non sarebbero costretti a trincerarsi sulle navi all’ancora nei porti come le forze armate di una potenza occupante.

   Come si vede si sta costituendo una sorta di narrativa emozionale degli eventi difficile da smontare. Non sono segnali confortanti mentre il capo delle polizia locale è ormai diventato un eroe nazionale. Ogni giorno si aggiunge un ingrediente “balcanico”, che se non viene frenato rischia di portare alla contrapposizione con forze dell’ordine statali ormai detestate.

   La proclamazione della repubblica catalana è alle porte ma sfogliando gli annali i precedenti non sono brillanti. stata annunciata quattro volte nella storia. La prima nel 1600 durò 12 anni, la seconda nel 1873 sei mesi, la terza nel 1931 ebbe vita breve, tre giorni, la quarta nel 1934 solo 11 ore. Questo non significa che la Catalogna non possa vantare una storia specifica, come del resto la sua lingua e la sua cultura millenarie. Anzi, già nel 19 secolo si era organizzato un forte movimento politico nazionalista catalana.

Lo slogan romantico “La Spagna è la nazione, la Catalogna la patria” fu presto sostituito da un altro: “La Spagna è lo stato, la Catalogna è la nazione”. Fu in questo clima che durante la guerra civile, segnata dalla forte contrapposizione tra le ideologie novecentesche, che la Catalogna sostenne con eroico sfinimento le forze repubblicane fino alla salita al potere di Francisco Franco nel 1939.

   La sconfitta fu pesantissima, con un danno economico e sociale: l’insegnamento del catalano fu infatti vietato dal dittatore. Dopo la morte di Franco la Catalogna votò per la nuova Costituzione e divenne una delle comunità autonome all’interno della Spagna ma si è vista sempre respingere, in particolare dai governi del Partito popolare e dallo stesso Rajoy, la richiesta di essere equiparata nel regime fiscale autonomo ai Paesi Baschi.

   È chiaro che con questo governo i margini di mediazione sono stretti, anche con l’intervento dell’Unione europea. Se Rajoy, che ha la maggioranza al Senato, facesse appello all’articolo 155 della costituzione del 1978, che permette di sciogliere i governi regionali «nel caso compromettano gravemente gli interessi della Spagna», verrà imboccata la strada del non ritorno e la crisi catalana peserà come un macigno sul futuro degli spagnoli. Soprattutto nel caso di intervento delle forze armate.

   E’ un braccio di ferro. Se non retrocede il governo spagnolo deve farlo quello catalano.

   Puigdemont dovrebbe imitare Massud Barzani in Kurdistan e usare il referendum non tanto per trattare un’improbabile secessione ma per negoziare una maggiore autonomia da Madrid. Le parti useranno il buon senso?

   Raccontano che alle conferenze internazionali il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si togliesse sempre il cappello con deferenza quando incontrava l’ambasciatore di Madrid. Un membro del suo seguito gli chiese come mai gli usasse tanto riguardo: «Perché gli spagnoli ci evitano di essere considerati gli ultimi in Europa», rispose. Dopo il discorso di re Felipe e la vicenda catalana quella battuta ottocentesca appare persino attuale. (Alberto Negri)

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