IL SOGNO DELL’INDIPENDENZA CURDA (PUR IN LOTTA TRA DI LORO) svanisce ancora una volta – Alla sconfitta dello Stato Islamico in SIRIA e IRAQ, con la liberazione di RAQQA, che ha visto i curdi protagonisti, e al REFERENDUM per l’indipendenza del Kurdistan, le potenze mondiali non riconoscono a loro uno Stato

CURDI CHE FESTEGGIANO LA LIBERAZIONE DI RAQQA DALL’ISIS – ”LA CITTÀ DI RAQQA È STATA COMPLETAMENTE LIBERATA”. E’ l’annuncio dato dalle forze democratiche siriane, un’alleanza CURDO-ARABA SIRIANA sostenuta dagli STATI UNITI che lo scorso giugno avevano lanciato un’offensiva per liberare l’ex capitale dello stato islamico. L’ultimo bastione dell’Isis a cadere sarebbe stato lo stadio della città dove ora sventola LA BANDIERA DELLE YGP, LE UNITÀ DI PROTEZIONE DEL POPOLO CURDO

   RAQQA, la città simbolo, che viene (veniva) considerata la capitale in Siria dell’Isis, è ora libera dal controllo terroristico del Califatto, dell’Isis. E questo accade dopo la città di MOSUL, che è stata capitale dell’Isis in Iraq, e liberata dagli integralisti islamici nel luglio scorso, pur ridotta a cumuli di rovine, con popolazione senza più niente, un miseria assoluta, che vaga tra le macerie (come del resto a Raqqa).

RAQQA È LIBERA. LA SCONFITTA DELL’ISIS – “(…)Per come lo abbiamo conosciuto, questo criminale movimento dell’estremismo islamico PERDE ciò che più lo caratterizzava rispetto ad Al Qaeda e agli altri gruppi jihadisti nella nostra era: LA DIMENSIONE TERRITORIALE. RAQQA, la sua capitale è trasformata in un CUMULO DI MACERIE, i suoi militanti siriani arresi con le famiglie. Quelli più pericolosi, i volontari stranieri, morti a centinaia nell’ultima battaglia senza speranza. L’annuncio della «presa totale» di Raqqa ieri (martedì 17 ottobre, ndr) a metà mattina segna un momento cruciale nella lotta contro il terrorismo religioso sunnita nato e cresciuto nel Medio Oriente post-2001. Lo SCENARIO della battaglia è quello ormai tristemente noto DELLE GUERRE URBANE CONTEMPORANEE. Almeno la metà degli edifici distrutti o inagibili, strade coperte di macerie e rottami, ovunque il lezzo della decomposizione e soprattutto onnipresente la minaccia delle mine, delle trappole bomba, degli ultimi cecchini irriducibili. I morti negli ultimi cinque mesi sarebbero almeno 3.250, tra cui 1.130 civili. Altre fonti alzano il dato a quasi 2 mila. Ma i bilanci potrebbero essere peggiori. Tanti morti restano sepolti sotto le rovine.(…)” (Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 18/10/2017)

   E’ chiaro che i maggiori protagonisti di queste due “liberazioni”, protagonisti in questi mesi della “battaglia di Raqqa” quelli che sono stati “sul campo” (gli stivali sul terreno) nella lotta fisica al Califatto, cioè i CURDI (l’unico altro apporto “sul campo” è venuto dagli iraniani), ora chiedano alla Comunità internazionale un riconoscimento della loro esistenza, del loro diritto di “avere una patria”. Cioè si attendono d’essere ricompensati dagli Stati Uniti e (pur divisi i curdi tra loro in due fazioni) sognano l’indipendenza.

“(….) In parallelo alla BATTAGLIA DI RAQQA, più a Est, IN IRAQ, le forze irachene hanno svolto un’offensiva per impadronirsi della città di KIRKUK, centro petrolifero nevralgico che era in mano ai curdi. È la RISPOSTA AL REFERENDUM per l’indipendenza svoltosi il 25 settembre nel Kurdistan iracheno, che peraltro già gode di larga autonomia. L’esercito iracheno e le forze curde sono entrambi armate, equipaggiate entrambe da americani e occidentali, e ora si affrontano minacciosamente.(…)”(Giampiero Gramaglia, “Il Fatto”, 18/10/2017)

   I curdi iracheni hanno pure promosso un REFERENDUM nel KURDISTAN (la regione orientale dell’Iraq dove vantano una certa autonomia all’interno dello stato iracheno), il 25 settembre scorso (una settimana prima di quello in Catalogna), ma sembra non sia stata una mossa felice (come del resto è accaduto in Catalogna): si sono ritrovati la reazione delle forze nazionali irachene, non disposte a perdere una parte importante del territorio dell’Iraq. In particolare le forze irachene si sono impadronite della città di Kirkuk (che non è proprio nella regione del Kurdistan ma poco a sud, e che era però controllata dai curdi): KIRKUK È UN CENTRO PETROLIFERO NEVRALGICO PER L’IRAQ, e il governo iracheno non voleva perderlo. Pertanto questa azione governativa irachena a Kirkuk, è nata in risposta (e preoccupazione) al referendum per l’indipendenza curdo.

Il REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO si è tenuto il 25 settembre 2017, per creare una stato iracheno indipendente dall’Iraq nella regione irachena (a nord del Paese) a predominanza curda. Il 93% dei cittadini ha votato per staccarsi dall’Iraq. Il risultato non è stato riconosciuto dal governo di Baghdad. Tutto questo può ora generare una guerra civile

   Da non trascurare poi le pesanti divisioni interne tra i curdi, dove la leadership è contrapposta tra due famiglie, i BARZANI e i TALABANI, che, attraverso i rispettivi partiti (PDK e PUK), da decenni governano e controllano la regione, spartendosi i proventi di gas e petrolio. Questa divisione, questo contrasto interno, era ormai arrivato a un punto di rottura. Ora in particolare buona parte dei curdi iracheni sono tutti contro Barzani, colui che ha voluto a ogni costo il referendum, e in questa contrapposizione “anti-Barzani” hanno addirittura appoggiato le truppe del governo iracheno alla conquista della città petrolifera di Kirkuk.

   Per dire: onore al sacrificio e all’apertura libertaria del mondo curdo, che (pur teleguidati e sostenuti in particolare dagli americani) hanno sconfitto lo Stato islamico in Siria e Iraq, ma anche al loro interno non tutto luccica…. e le lotte tra fazioni denotano interessi di parte da salvaguardare, e probabilmente ulteriori sofferenze per le popolazioni (curde) più povere e meno provviste di mezzi materiali e intellettuali per contrapporsi agli interessi (delle grandi famiglie curde) dominanti.

LA SCONFITTA DELL’ISIS

   Torniamo comunque a vedere il contesto geopolitico di quest’area del Medio Oriente “siriana-irachena”, con: a- la fine dello Stato islamico dell’Isis (ma non si sa cosa accadrà in altre parti del mondo dove si sono dispersi gli integralisti sconfitti…), b- dall’altra le istanze curde per avere uno stato indipendente (avversato da tutti, in special modo da turchi e iracheni) e, c- la spartizione della SIRIA che vede ora pure interessi nell’area dell’Arabia Saudita (alleata degli americani e nemica giurata dell’Iran).

PANORAMICA MEDIORIENTALE (con la posizione di Kirkuk)

   Ebbene questo scenario è assai complicato e pericoloso, come contesto geopolitico in tutta quella regione mediorientale (pur nella buona notizia della sconfitta dell’Isis). Perché tante sono le iniziative in corso non proprio pacifiche: 1- c’è appunto lo scontro in atto tra curdi e iracheni in Iraq; 2- poi ci sono i fermenti fra i curdi di Iraq; 3- ma anche in Siria i curdi sognano anch’essi uno Stato curdo; 4- c’è l’ostilità ai curdi dei governi centrali di Damasco (Siria) e Baghdad (Iraq) e, ancora di più, Ankara (Turchia) e Teheran (Iran)…Tutto ciò complica il quadro della regione; 5- quadro ulteriormente messo in pericolo dal deterioramento dei rapporti tra Usa e Iran voluto da Trump. 6- Ma anche sauditi e turchi non stanno a guardare, e cercano alleanza pure con Mosca (grande fornitrice loro di armi, ben pagate ai russi naturalmente). E, dulcis in fundo, 7- in funzione anti-curda, si parlano persino Iran e Turchia…. Una situazione che più caotica di così difficile che lo sia.

KIRKUK, la nuova guerra del petrolio

   C’è qui da sottolineare, come elemento importante, la ancora non comprensibile negli effetti e in quel che sarà, della prossima SPARTIZIONE DELLA SIRIA, dopo che l’Isis è stata sconfitta, con in primis l’ARABIA SAUDITA (grande nemica dell’Iran) che cerca di avere sempre più un’influenza territoriale. E le scelte contraddittorie del presidente Trump, che lusinga le monarchie sunnite, dove i jihadisti hanno appoggi e da dove traggono finanziamenti, e contrasta l’Iran, in prima linea in Iraq e con i suoi alleati in Siria contro l’Isis.

IL KURDISTAN tra Turchia, Iran. Iraq e Siria

   E la fuga dei militanti dell’Isis, i miliziani integralisti, i foreign fighters (questi venuti dall’Europa e da altri Paesi occidentali e che ora ritornano nelle nostre città…), e guerrieri locali, che non hanno più un territorio da difendere, tutto questo alimenterà terrorismo, ancora in quell’area geopolitica, ma non solo lì, anche in Africa (nel Nord libico e tunisino, in Mali, in Somalia….), e anche da noi con il ritorno dei terroristi “occidentali” ben capaci di azioni terroristiche.

Kirkuk, bambini e donne curde

   E’ da sperare che questa virulenza terroristica si plachi da sè, pur capendo e percependo che necessita il rafforzamento dei controlli anti-terroristici; ma anche soluzioni più adeguate per arrivare a un calo di tensione tra le potenze mondiali; e “che fare” in Siria per evitare altre guerre civili; che risposte concrete dare all’impegno diretto dei curdi nella lotta all’Isis. In questo post parliamo di una PROPOSTA di convocazione di una CONFERENZA DI PACE INTERNAZIONALE SULLA SIRIA, a cui prendano parte tutti gli stati mediorientali, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Russia… e che prenda anche in considerazione le aspirazioni curde a uno Stato. E poi c’è la necessità di un’azione di ricostruzione (sia materiale che morale) di quella parte di Medio Oriente che ha dovuto soffrire in questi anni la guerra dell’Isis. L’Occidente dovrà trovare risorse economiche (soldi) e idee per una ricostruzione che possa ridurre e superare le sofferenze di quelle popolazioni. (s.m.)

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ISLAMISTI SIRIANI, INDIPENDENTISTI CURDI, SEPARATISTI CATALANI

IL VIZIO GEOPOLITICO DELL’AZIONE SENZA CALCOLARE PRIMA LE MOSSE”

di Daniele Raineri, da il FOGLIO” del 19/10/2017

   Che cosa lega IDLIB, ERBIL e BARCELLONA? La prima città è la roccaforte dell’opposizione estremista al regime siriano, la seconda è la capitale del Kurdistan iracheno e la terza è la città più importante della Catalogna. Sono tutte e tre luoghi dell’irrealtà, dove per qualche motivo che all’esterno viene difficile capire si è deciso di fare i conti senza tenere in considerazione le condizioni strutturali – contro cui prima o poi si va a sbattere la faccia.   IDLIB è una città del nord della Siria che guida il pezzo di territorio più ampio rimasto ancora fuori dal controllo di Bashar el Assad (eccezion fatta per le aree curde, ma quelle sono un’altra storia). Il fatto è che le condizioni sono diverse dal 2012, quando il regime falciava a colpi di mitra le proteste e la comunità internazionale tifava per la deposizione di Assad.

   I gruppi islamisti più duri (non lo Stato islamico che perde a Raqqa, dall’altra parte del paese: altri gruppi riuniti sotto un ombrello, come si dice in questi casi, che si fa chiamare Movimento per la rivoluzione nel Levante) sono da tempo diventati dominanti negli stessi luoghi dove anni fa comandavano i gruppi nazionalisti. Sono fazioni che negli anni scorsi proclamavano fedeltà ad al Qaida.

   Ora, se avevi cominciato una rivoluzione e sei finito all’angolo nel nord della Siria e hai ovviamente bisogno di aiuto e appoggi da fuori, allora perché associ quel che rimane della tua rivoluzione al marchio più velenoso (alla pari con lo Stato islamico) del mondo, al Qaida? A quello stesso marchio che milioni di viaggiatori in coda in migliaia di aeroporti in tutto il mondo associano agli attentati e all’estremismo islamico? Perché hai una ignoranza quasi suicida del mondo. Sfidi condizioni strutturali senza pensare a cosa succederà, è l’equivalente geopolitico di lanciarsi contro un muro.

   A ERBIL in questo momento stanno facendo i conti con la perdita secca del 40 per cento dei profitti da greggio, perché l’esercito iracheno ha preso i pozzi più importanti. Già i calcoli degli indipendentisti non tornavano prima, ora che razza di Kurdistan separato sarebbe? Attorniato da nemici e senza risorse. Si spera in un negoziato con il governo di Baghdad, ma la speranza nel 2017 non dovrebbe più essere il faro guida delle decisioni cruciali. I curdi hanno ignorato una processione di diplomatici internazionali che consigliavano loro di non andare avanti con il referendum, ora sono in mezzo a una crisi durissima. (….) (Daniele Raineri)

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RAQQA È LIBERA. LA SCONFITTA DELL’ISIS

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 18/10/2017

 – Le forze curdo siriane strappano ai jihadisti la loro «capitale», oltre 2 mila civili uccisi nella battaglia –

 MARDIN (CONFINE TURCO-SIRIANO) ISIS NON C’È PIÙ. Per come lo abbiamo conosciuto, questo criminale movimento dell’estremismo islamico perde ciò che più lo caratterizzava rispetto ad Al Qaeda e agli altri gruppi jihadisti nella nostra era: la dimensione territoriale.

   La sua capitale è trasformata in un cumulo di macerie, i suoi militanti siriani arresi con le famiglie. Quelli più pericolosi, i volontari stranieri, morti a centinaia nell’ultima battaglia senza speranza. L’annuncio della «presa totale» di Raqqa ieri (martedì 17 ottobre, ndr) a metà mattina segna un momento cruciale nella lotta contro il terrorismo religioso sunnita nato e cresciuto nel Medio Oriente post-2001.

   Preso l’ospedale centrale lunedì mattina, debellati poi ieri entro mezzogiorno i nidi di resistenza nella gigantesca struttura dello stadio municipale, le bandiere gialle con la stella rossa dei curdi hanno cominciato a sventolare ovunque.

    Era almeno una decina di giorni che dal quartiere generale delle milizie curde siriane a Qamishli si parlava di «vittoria imminente». «Abbiamo preso tutta la cittadella medioevale. Isis è totalmente accerchiato. I suoi militanti locali cercano di scappare con le famiglie. Stiamo dando la caccia agli stranieri», ci dicevano i portavoce delle Ypg, le «Unità di Difesa Popolare», che assieme alle Ypj, le corrispettive unità femminili, contano circa 35 mila combattenti e costituiscono la ben oliata macchina militare dei curdi. A loro sono affiancati alcuni battaglioni di arabi locali.

   L’intera forza è oggi raggruppata sotto la bandiera delle Forze Democratiche Siriane (Sdf). E sono stati i loro rappresentanti a dichiarare senza tentennamenti che «l’intera Raqqa è stata liberata». Ma nel Rojava, la regione autonoma curda, è ben evidente che sono proprio i curdi ad aver motivato e guidato il combattimento. Non a caso già il presidente Obama aveva puntato su di loro per combattere Isis in Siria e Trump non ha cambiato strategia.

    Ciò che era osservabile chiaramente nei cinque giorni della nostra visita sul fronte della città assediata lo scorso luglio è che un ruolo fondamentale l’hanno avuto le forze aeree americane, compresa l’intensa e continua presenza dei droni, oltre alle operazioni mirate delle truppe scelte Usa sul campo. Ed è questa una delle differenze più rilevanti tra i nove mesi della battaglia per Mosul e i cinque per Raqqa.  Se infatti la prima in Iraq ha visto impegnati i curdi locali (i peshmerga) solo nelle prime fasi lungo la piana di Ninive e nelle zone cristiane, con la parte del leone giocata dall’esercito iracheno da sud coadiuvato dalle milizie sciite e dall’Iran con il sostegno aereo Usa, a Raqqa le Ypg sono state l’attore indiscusso grazie all’appoggio americano. E ieri ancora gli americani invitavano a non indugiare sull’esaltazione della vittoria. Un centinaio di jihadisti sarebbe ancora in vita. «Ci sono sacche di resistenza dell’Isis a Raqqa. Ci vorrà qualche tempo prima che possano venire battute definitivamente», ha dichiarato il colonnello Ryan Dillon, portavoce della missione Usa in Siria.

    Lo scenario della battaglia è quello ormai tristemente noto delle guerre urbane contemporanee. Almeno la metà degli edifici distrutti o inagibili, strade coperte di macerie e rottami, ovunque il lezzo della decomposizione e soprattutto onnipresente la minaccia delle mine, delle trappole bomba, degli ultimi cecchini irriducibili. I morti negli ultimi cinque mesi sarebbero almeno 3.250, tra cui 1.130 civili. Altre fonti alzano il dato a quasi 2 mila. Ma i bilanci potrebbero essere peggiori. Tanti morti restano sepolti sotto le rovine. I profughi nella regione sono oltre 270 mila. A Raqqa si cercano i sopravvissuti casa per casa.

    La svolta è arrivata domenica mattina (15 ottobre, ndr) quando i leader tribali locali hanno negoziato la resa di circa 300 jihadisti siriani, che hanno lasciato la città con le famiglie. Restavano alcune centinaia di volontari stranieri, forse oltre 300. Almeno 22 sono stati uccisi nella battaglia dell’ospedale. Tanti altri sono cadaveri irriconoscibili nel dedalo di gallerie in cemento armato costruite sotto lo stadio.

   Ma alcuni potrebbero essere semplicemente nascosti e pronti a colpire. Hanno bruciato i loro documenti, sono nascosti in gallerie e buche. I servizi segreti occidentali, tra loro quello francese, temono che possano venire a colpire in Europa. Lo stesso problema si era presentato a Mosul quattro mesi fa. Al momento si stanno rastrellando con cautela i vicoli della città vecchia. Da tre giorni l’aviazione Usa non tira più per evitare vittime «da fuoco amico».

    Più a sud, lungo la valle dell’Eufrate, sino alla cittadina di Deir ez-Zor e al confine con l’Iraq sunnita, sono l’esercito siriano con gli alleati russi e l’Hezbollah sciita a tentare l’ultima mazzata alle regioni ancora controllate dall’Isis. Ma saranno scaramucce. Il serpente ormai ha perso la sua testa. (Lorenzo Cremonesi)

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RAQQA È CADUTA, MA ORA VIENE IL DIFFICILE: STABILIZZARE LA SIRIA

di Gianni Castellaneta, da IL FOGLIO, 20 Ottobre 2017

– Serve una conferenza internazionale per impedire che il terrorismo si frammenti in tante schegge impazzite che hanno come loro unico comune denominatore l’odio verso i valori laici della società occidentale –

   Ed ora, anche l’ultima roccaforte dell’Isis è caduta. Con la riconquista di Raqqa viene a mancare quasi completamente l’esistenza dello “Stato” islamico come entità territoriale, mai riconosciuta ufficialmente ma esistente a livello politico da quando il califfo al Baghdadi ne aveva proclamato la fondazione nel 2014. Se da un lato possiamo sicuramente rallegrarci per questa notizia – la presenza di una realtà para-statale governata dal fondamentalismo islamico era un elemento di grande destabilizzazione in medio oriente – dall’altro non possiamo fare finta che tutto tornerà come prima, dopo anni di conflitti, violenze e distruzioni operate non solo dai terroristi con la bandiera nera, ma anche dagli altri attori in gioco, in primis il regime di Damasco.

   Innanzitutto possiamo dire che la geografia politica e sociale del medio oriente non è più la stessa, o quantomeno che ci vorranno molti anni perché si ricostituisca un ordine stabile come quello precedente alla guerra civile scoppiata in Siria dal 2011. Si tratta ormai, nei fatti, di uno Stato fallito, in quanto Assad non ha ancora recuperato il controllo di tutte le regioni che erano finite in mano all’Isis né alle varie formazioni ribelli.

   Sulla dinamica interna siriana si innestano poi altre due questioni delicate: la RIDEFINIZIONE DEI CONFINI CON L’IRAQ e la SOLUZIONE DELLA QUESTIONE CURDA. Quest’ultima, come ben sappiamo, coinvolge anche la Turchia, che ha giocato in questi anni un ruolo particolarmente ambiguo nella gestione della crisi, appoggiando lo Stato islamico inizialmente, ma finendo poi essa stessa nel mirino degli attentatori.

   Il secondo ordine di questioni riguarda anche le altre regioni non direttamente interessate dalla vicenda. Sarebbe molto semplicistico, oltre che imprudente, ritenere che il fondamentalismo e il terrorismo di matrice islamica siano stati debellati con la presa della capitale dell’Isis. Paradossalmente, la sconfitta del Califfato potrebbe invece rappresentare una nuova spinta per i “lupi solitari” sparsi un po’ in tutta Europa per tornare a seminare il panico nelle nostre città, oppure per i foreign fighter rimasti in medio oriente per intraprendere nuovi atti di terrorismo.

   Insomma, DALL’ULTIMA ROCCAFORTE DI RAQQA C’È IL RISCHIO CHE IL FENOMENO DEL TERRORISMO SI FRAMMENTI, si atomizzi in tante schegge impazzite che hanno come loro unico comune denominatore l’odio verso i valori laici della società occidentale.

   Come possiamo prevenire questo pericolo? La mia personale PROPOSTA è LA CONVOCAZIONE DI UNA CONFERENZA DI PACE INTERNAZIONALE SULLA SIRIA, a cui prendano parte tutti gli stati mediorientali e che sia finalizzata alla stabilizzazione politica a Damasco (che non può prescindere dal rispetto dei diritti umani), alla normalizzazione dei confini iracheni e alla ricerca di una soluzione condivisa che riconosca autonomia ai curdi, nel quadro di una gestione condivisa delle risorse petrolifere presenti nella regione.

   Le grandi potenze straniere che hanno interessi nella regione – Stati Uniti, Russia, Unione europea – dovrebbero ovviamente partecipare con il ruolo di garanti. Per l’Italia, farsi promotore di una simile iniziativa, che ci sarebbe utile per riguadagnare stabilità nel Mediterraneo, sarebbe un risultato diplomatico di primo piano. In tempi di campagna elettorale forse questo non è realizzabile, ma ci va di proporlo come “consiglio non richiesto” per la prossima legislatura. (Gianni Castellaneta)

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RAQQA È PRESA, CURDI FELICI SOLO A METÀ

di Giampiero Gramaglia, da “Il Fatto” del 18/10/2017

 – L’Isis perde la “capitale” ma chi ha vinto la battaglia per l’Iraq è sempre un nemico –

    RAQQA è caduta, Raqqa è libera: dopo MOSUL, la capitale irachena, l’Isis, perde pure la capitale siriana. Ma il cubo di Rubik mediorientale è lungi dall’essere risolto. I curdi, protagonisti della battaglia di Raqqa, s’attendono d’essere ricompensati dagli Stati Uniti e – divisi fra di loro – sognano l’indipendenza; ma si ritrovano sotto attacco in Iraq.

    I miliziani integralisti, foreign fighters e guerrieri locali, non hanno più un territorio da difendere, ma restano capaci di azioni terroristiche. E le scelte contraddittorie del presidente Trump, che lusinga le monarchie sunnite, dove i jihadisti hanno appoggi e da dove traggono finanziamenti, e contrasta l’Iran, in prima linea in Iraq e con i suoi alleati in Siria contro l’Isis, non favoriscono una composizione pacifica dello scacchiere. L’assalto finale a Raqqa era partito sabato scorso (14 ottobre, ndr). La presa è stata ieri (17 ottobre, ndr) annunciata dalle Sdf, le Forze democratiche siriane, a predominanza curda, sostenute dalla Coalizione internazionale a guida Usa. Fonti umanitarie parlano di tremila caduti a Raqqa in un anno.

   Le milizie curde hanno issato la propria bandiera all’interno dello stadio, ultimo bastione dell’Isis, mentre ancora tutto intorno proseguivano sporadici combattimenti. Tremila civili, ma anche centinaia di jihadisti – in merito, le informazioni sono contrastanti – erano stati evacuati da Raqqa domenica, dopo un accordo raggiunto tra le Sdf e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.

   L’intesa non è stata avallata dagli Stati Uniti e dagli alleati occidentali: in Europa, c’è preoccupazione per l’onda d’urto del ritorno dei foreign fighters. Lanciata l’azione finale, i miliziani dell’Isis rimasti a resistere, fra cui numerosi foreign fighters – qui c’erano i cervelli degli attentati a Parigi nel novembre 2015 – s’erano asserragliati in un’area molto ristretta del centro cittadino, praticamente distrutto. Ieri mattina (17 ottobre, ndr), i curdi avevano conquistato piazza al Naim, tragicamente celebre perché teatro delle esecuzioni pubbliche dei boia integralisti, e erano poi andati all’attacco dello stadio, divenuto luogo di detenzioni e uccisioni.

    Ma proprio in parallelo alla battaglia di Raqqa, più a Est, in Iraq, le forze irachene stanno svolgendo un’offensiva per impadronirsi della città di KIRKUK, centro petrolifero nevralgico in mano ai curdi. È la risposta al referendum per l’indipendenza svoltosi a fine settembre nel Kurdistan iracheno, che già gode di larga autonomia. L’esercito iracheno e le forze curde sono tutti armati ed equipaggiati da americani e occidentali.

    Le forze irachene stanno inanellando successi, profittando della rotta dell’Isis: controllano ormai Hawija, 65 chilometri a sud-ovest di Kirkuk, una ridotta dei miliziani, e Tal Afar, nel nord, roccaforte dell’Isis nella provincia di Ninive. In Siria, muovono contro l’Isis i lealisti a Dayr az Zor e i qaedisti ad Hama. Il Califfato si sgretola, anche se ciò non significa la fine della jihad.

    Lo scontro in atto tra curdi e iracheni in Iraq; i fermenti fra i curdi di Siria, che sognano anch’essi d’uno Stato curdo; l’ostilità ai curdi dei governi centrali di Damasco e Baghdad e, ancora di più, Ankara e Teheran; tutto ciò complica il quadro della regione, ulteriormente liso dal deterioramento dei rapporti tra Usa e Iran. E mentre Washington deve gestire un dissidio armato fra suoi alleati, altri suoi alleati, i sauditi e i turchi, fanno shopping d’armi a Mosca, mentre, in funzione anti-curda, si parlano persino Teheran e Ankara. (Giampiero Gramaglia)

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IL SACRIFICIO DEI PESHMERGA E LA FAIDA CURDA

di Roberta Zunini, da “Il Fatto” del 19/10/2017

 – Kurdistan. La cacciata da Kirkuk da parte delle milizie sciite dovuta alle spaccature tra i secessionisti –

    Dopo la chiusura dello spazio aereo e delle frontiere del Kurdistan iracheno imposto da Baghdad, è apparso del tutto evidente il paradosso di questa regione. Nonostante la ricchezza di questa terra zeppa di petrolio e gas, dove si arriva a pagare 300 mila dollari per un numero telefonico vip e, ancora di più, per una targa personalizzata e dorata dell’automobile, la disparità tra ricchi e poveri continua a aumentare, assieme alla corruzione. Inoltre le divisioni tra i Barzani e i Talabani – le due famiglie che, attraverso la finzione dei rispettivi partiti (Pdk e Puk), da decenni governano e controllano la regione, spartendosi i proventi di gas e petrolio – era ormai arrivata a un punto di rottura.

    La vedova di Jalal Talabani, il leggendario leader curdo appena deceduto in Germania dopo una lunga agonia, aveva deciso con i figli di sconfessare il risultato del referendum a favore dell’indipendenza del 25 settembre, voluto dal rivale Masud Barzani (presidente a interim della Regione) accettando i desiderata del governo centrale iracheno, leggasi della Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. Che controlla il presidente iracheno Abadi.

    Dalla sua roccaforte di Sulemanyyah, la vedova e i suoi rampolli hanno intimato ai peshmerga del Puk di non combattere e di lasciare Kirkuk, la città contesa più ricca e perciò importante, che aveva aderito al referendum nonostante il parere contrario della comunità internazionale. Così Kirkuk è stata presa in poche ore dall’esercito iracheno la cui spina dorsale è costituita dalle milizie sciite, costola dei Pasdaran iraniani, Ashd al Shaabi.

   Il problema è che il presidente Barzani, ringalluzzito dalle parole di Trump contro il terrorismo dei pasdaran iraniani e contro l’accordo sul nucleare voluto da Obama, non accetterà che Ashd al Shaabi si attesti anche in altre zone contese. Tra cui quella vicina a Mosul e Sinjiar dove anche la Turchia non vede l’ora che gli iracheno-iraniani entrino per poter raggiungerli e combattere al loro fianco.

    Insomma tutti contro Barzani, colui che ha voluto a ogni costo il referendum, per aver osato sfidare dalla sua piccola ma preziosa Regione tutte le potenze in gioco, alleati americani compresi.

    Se i peshmerga si dovessero riunire, eventualità piuttosto remota, per combattere contro le milizie sciite, già autrici di pulizie etniche durante le offensive per liberare dall’Isis città e province come Ramadi, per combattere, non avrebbero comunque alcuna chance di vittoria, essendo mal equipaggiati.

   È escluso che Kirkuk e Sinjiar possano essere riconquistate dai peshmerga. “Ciò che è successo è un’altra Anfal contro i curdi”, ha dichiarato il vicepresidente del Kurdistan iracheno e numero 2 dell’Unione patriottica del Kurdistan (Puk) Kosrat Rasul Ali, accusando chi, nel suo partito, ha ordinato il ritiro dei peshmerga da Kirkuk.

    Il riferimento è alla famigerata “campagna Anfal” del 1988-89, quando Hassan al-Majid, detto “Alì il Chimico”, cugino di Saddam, ordinò lo sterminio con gas nervino della popolazione inerme nel nord dell’Iraq, causando la morte di circa centomila curdi. “Quello che davvero brucia la ferita è che alcuni apostati hanno abbandonato la dottrina del Puk e sono diventati aiutanti degli invasori per ottenere vantaggi personali. Con questo atto disgustoso, hanno portato loro stessi nelle pagine nere della storia della nostra nazione”, ha aggiunto Ali.

   Il vicepresidente curdo ha poi ricordato che “la nazione del Kurdistan ha affrontato per tre anni il gruppo terroristico più barbaro e messo fine ai loro complotti disgustosi ai danni dell’umanità pacifica. I traditori del Puk devono rispondere di tutto quello che sta accadendo a Kirkuk e Duz, la perdita di vite umane e danni materiali. Credo che siamo alla fine”, ha aggiunto Ali, sostenendo però che il Kurdistan ha già subito numerosi duri colpi e rialzarsi “non sarà difficile”.

    Intanto il ministro iracheno del Petrolio, Jabar al-Luaibi, ha chiesto alla multinazionale Bp di “pianificare rapidamente i progetti per sviluppare i campi petroliferi di Kirkuk”. (Roberta Zunini)

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KURDISTAN IRACHENO: IL SOGNO DELL’INDIPENDENZA ANCORA UNA VOLTA RIMANDATO

di Sara Ligutti, 17/10/2017,, da www.largine.it/

   Domenica 15 ottobre, Qassem Suleimani si è recato nella città iraniana di Sulaimaniya per incontrarsi con i leader del PUK, il partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan.

   Suleimani è a capo della Niru-ye Qods, l’unità delle Guardie Rivoluzionarie responsabile per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dall’Iran. Per anni, il PUK e il Partito Democratico del Kurdistan hanno lottato per staccarsi dall’Iraq e formare uno stato indipendente.

   Una repubblica curda è invisa a tutti i paesi dell’area – i governi di Baghdad, della Turchia e dell’Iran – che temono che le rispettive minoranze curde comincino ad agire autonomamente. Il 25 settembre scorso, i curdi iracheni si sono espressi in un referendum per l’indipendenza, con il 90% dei voti a favore. Il sogno curdo sembrava a portata di mano.

   Non sappiamo quello che Suleimani ha detto ai leader del PUK. Fatto sta che entro poche ore i loro peshmerga – eccezione fatta per il piccolo contingente che risponde al veterano Kosrat Rasul Ali – hanno iniziato ad abbandonare le loro postazioni, permettendo il passaggio alle unità militari irachene. Le forze governative e soprattutto le sue truppe a prevalenza sciita Ashd al Shaabi (la “Mobilitazione popolare”), agli ordini formali del primo ministro Abadi ed effettivi di Qassem Suleimani, hanno quindi preso possesso della città di Kirkuk e di un giacimento petrolifero lì vicino.

[LEGGI ANCHE: L’ESERCITO IRACHENO HA IL «PIENO CONTROLLO» DI KIRKUK]

   «Che cosa è mancato alla resistenza dei peshmerga impegnati al fronte e alle migliaia di volontari accorsi da ogni parte?» si domanda ADRIANO SOFRI su Il Foglio. Due cose: «UNA COSA CHE NON SAPEVANO, E UNA CHE NON CREDEVANO».

   Ciò che NON SAPEVANO era che «un accordo era stato stabilito dagli attaccanti e per loro personalmente dal generale Suleimani con l’ala del Partito di Suleymanyah e Kirkuk che fa capo alla famiglia Talabani, e che in tutto l’ultimo periodo ha alternato le pubbliche adesioni al referendum e alla sua difesa con i tentativi di ostacolarne svolgimento ed esito prima, e di sconfessarlo poi. Questa corrente (che lo nega) ha sottratto alla resistenza una parte essenziale di armati e armi, ritirandoli in piena battaglia e isolando le divisioni fedeli alla decisione presa, al comando del veterano Kosrat». Non è chiaro cosa fosse incluso nell’accordo, ma secondo la ricostruzione di Dexter Filkins sul New Yorker, si potrebbe trattare di un «mix di minacce e incentivi, inclusi soldi e l’accesso alle rotte per il contrabbando del petrolio».

   Inoltre, continua a spiegare Sofri, le forze della resistenza peshmerga NON CREDEVANO che «la “coalizione”, quella di cui erano stati per tre anni e mezzo gli stivali sul terreno, e in particolare gli americani, avrebbero lasciato mano libera all’avanzata irachena, anche dopo che a Baghdad si era motivata la presenza di Suleimani (nella lista nera dei paesi occidentali) come quella di un “consigliere militare” delle milizie Ashd al Shaabi».

   Ma l’amministrazione Trump sembra contenta di stare a guardare. Il Dipartimento di Stato martedì scorso (10 ottobre, ndr) ha dichiarato di non essere contrario all’intervento militare iracheno e di essere a favore dell’“amministrazione condivisa” di Kirkuk. Sempre la scorsa settimana, Dexter Filkins del New Yorker ha parlato con un ufficiale americano che ha affermato di non essere a conoscenza di alcuna manovra militare al confine curdo-iracheno, proprio mentre queste manovre militari erano già in atto.

   «In questa maniera – commenta Filkins – la Casa Bianca di Trump porta avanti la politica del presidente Obama, contrario alla formazione di uno Stato curdo, con la motivazione che rischierebbe di destabilizzare l’area». Ironicamente, continua Filkins, la settimana scorsa l’amministrazione americana si è duramente scagliata contro l’Iran. Ma questa incursione militare nella regione curda rappresenta una vittoria proprio di Suleimani e dell’Iran.

   Inoltre, la ritirata dei peshmerga dai territori di Kirkuk e le divisioni all’interno del fronte curdo favoriscono anche i combattenti del sedicente Stato Islamico che tornano a occupare piccole fette di territorio. Al Jazeera, assieme ad altre fonti, riferisce che i miliziani di Daesh hanno preso il controllo su Taweeli’ah e al-Maliha, due località nel distretto di Dibis, a nord-ovest di Kirkuk.

   In questo panorama tetro, una cosa è evidente: il sogno dell’indipendenza curdo, che sembrava ormai a portata di mano almeno in Iraq, ha subito una brusca frenata d’arresto. E, ancora una volta, dovrà essere messo in attesa. (Sara Ligutti)

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“IN KURDISTAN È IL TEMPO DELLE VENDETTE, FRA TRADIMENTI E RAPPRESAGLIE”

di Adriano Sofri, da IL FOGLIO del 19/10/2017

   A Kirkuk molti curdi (e gli arabi sunniti, i più spaventati) hanno ricominciato ieri a fare fagotto. In città spadroneggiano i miliziani Hashd al Shaabi, facendo vendetta, nel più fortunato dei casi ingiuriando i curdi – “Erava te i vincitori di Daesh, promettevate di resistere fino alla morte: siete scappati come topi…” – nel peggiore conducendo una “indagine” sbrigativa sui loro precedenti, le affiliazioni di partito, le dichiarazioni…

   Non c’è curdo che non abbia proclamato i propri sentimenti e propositi su Facebook ogni giorno di questi anni, senza alcuna remora.

   Quelli che temono le rappresaglie per sé e i propri cari sanno anche che partire significa che un’ora dopo la loro casa sarà occupata e le loro cose violate. Succede anche – perché tutto succede in momenti come questi – che curdi del Puk guidino i nuovi padroni alla caccia di curdi del Pdk. E’ successo ieri del resto che la concordia oltraggiosa fra i nuovi arrivati e gli Asaish, la sicurezza curda del Puk rientrata in città, si sia già incrinata di fronte all’ordine di spogliarsi di ogni autorità salvo arruolarsi dentro le forze di polizia regolari irachene.

   “L’accordo non era questo”, protestano i curdi, così confessando l’accordo che c’era. Ieri pomeriggio hanno garantito di aver ottenuto da Abadi il ritiro delle milizie sciite da Kirkuk. A Suleymanyah, dove si è diretta una parte dei nuovi fuggiaschi – migliaia, secondo lo scontato allarme dell’Onu; l’altra parte è andata a Erbil – i curdi di Tuz Khurmathu hanno manifestato ieri davanti alla sede del Puk. Avevano avuto dei morti fin dalla notte di domenica, e le case saccheggiate o sequestrate dagli Ashd al Shaabi.

   Tradimento, è la parola che da allora corre dovunque, sospinta dai goffi sforzi di addebitarsela reciprocamente. L’Ufficio politico del Puk era convocato ieri pomeriggio a Suleymanyah, in assenza deliberata del suo membro anziano più eminente, Ali Rasul Kosrat. Il quale ha reso pubblica la sua durissima denuncia di “persone immature” – in cui tutti hanno letto i nomi dei “giovani” Talabani – che hanno voluto “entrare nella storia dalla porta della vergogna” e hanno venduto gli ideali del partito. “Una nuova Anfal”, l’ha chiamata Kosrat, col nome infame della campagna genocida di Saddam Hussein e Ali “il Chimico” culminata nel 1988, che costò ai curdi decine di migliaia di vite.

   “La nazione curda ha fronteggiato il più barbaro gruppo terrorista (l’Isis) per tre anni e ha fermato i suoi piani ripugnanti in nome di tutta l’umanità amante della pace”. Il vecchio leone ferito ha denunciato una comunità internazionale che ha abbandonato alla brutalità i curdi. “La nostra nazione non ha altri amici che la montagna”: e lui sa di che cosa parla. Kosrat incita a una resistenza che ha superato prove anche peggiori, ma il suo tono è quello di un veterano fiducioso appena ieri che la sua generazione avrebbe lasciato in eredità un primo Kurdistan indipendente, e ora rinvia alle generazioni che verranno la rinascita da una vergogna peggiore delle sconfitte.

   Le forze di Kosrat, le più decise a osservare l’impegno a battersi per Kirkuk, avevano ripiegato dopo aver perso alcuni dei loro uomini, compresi due peshmerga padre e figlio, quando era stato chiaro che non ci sarebbe stata resistenza da parte dei loro commilitoni, specialmente il grosso di quella “Forza 70” dotata degli armamenti più pesanti.

   Nomi e facce delle decine di morti tra notte di domenica e lunedì sono pubblicati solo disordinatamente sui social. Ieri si è saputo che martedì il tranquillo passaggio di consegne fra iracheni e curdi alla diga di Mosul (in cui vivono e lavorano circa 700 italiani militari e civili) era stato preceduto da un attacco di Hashd al Shaabi, che ufficialmente non avrebbero dovuto prendervi parte.

   I peshmerga l’hanno respinto perdendo un uomo e uccidendone sette. Fra questi un pezzo grosso della milizia sciita, Ahmed Obeidi, braccio destro del capo della loro intelligenza, Abu Yasir. In un contesto di menzogne e viltà spicca l’impudenza dei portavoce americani, che per giunta parlano in nome della “coalizione” (73 componenti!): ieri, ribadendo che l’offensiva iracheno-iraniana era stata “una ordinata operazione consensuale”, hanno dichiarato di non avere alcuna prova delle voci sulla presenza di Ashd al Shaabi e tanto meno di iraniani. Non c’erano, ma sono riusciti ad ammazzare e farsi ammazzare, e ora diffondono propri video smargiassi girati nel governatorato di Kirkuk col ritratto di Khamenei. (Adriano Sofri)

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NELLE STRADE DI RAQQA VINCITORI, MINE E MACERIE

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 21/10/2017

– Viaggio nella «capitale del Califfato», dalla piazza delle esecuzioni allo stadio-prigione: i graffiti dei torturati, il manuale dei carcerieri –

    Gli spogliatoi dei calciatori trasformati in celle, la piccola palestra in camera di tortura con i ganci per le impiccagioni al soffitto, i gabinetti in pertugi per l’isolamento delle punizioni prolungate. Da tempo non giocavano più a pallone i guardiani dell’Isis: avevano riconvertito lo stadio di Raqqa nel carcere centrale del «Califfato», che per almeno tre anni ha rappresentato il cuore del sistema di controllo, minaccia e castigo sulla popolazione, ma anche, e negli ultimi tempi soprattutto, contro i suoi militanti che sempre più numerosi cercavano di disertare e scappare verso le linee curde.

 Attenti alle cariche inesplose

Ci sono bombe e trappole ovunque», avvisa il miliziano curdo che ci scorta. L’accesso è sotto le tribune. Ma gli scalini sono coperti di calcinacci, l’inferriata che separava il campo da calcio dal pubblico è in parte divelta, le barre di ferro trasformate in lance arrugginite. Le bombe perforanti Usa hanno fatto scempio della struttura. Poi sono arrivate le granate e la devastazione della battaglia che strada per strada, casa per casa, negli ultimi cinque mesi ha portato all’impressionante distruzione della capitale dell’Isis.

   Tutto attorno, macerie e silenzio. Una città di oltre duecentomila abitanti totalmente abbandonata. Come il cuore di Mosul, i nuclei della piana di Niniveh, parte di Aleppo, oltre a Tikrit, Falluja, Tal Afar, Amerli e centinaia tra villaggi e cittadine delle regioni sunnite al confine tra Iraq e Siria. Ma Raqqa è di più. Molto di più. A Mosul la parte orientale è sempre rimasta abitata e già oggi, meno di quattro mesi dopo la sconfitta di Isis, la città in qualche modo vede la popolazione tornare. Al contrario Raqqa è vuota, spettrale, un nucleo urbano di rovine. Con i negozi sventrati: attraverso le saracinesche divelte si vede la mercanzia abbandonata. Accanto, gli scheletri anneriti delle automobili bruciate, l’olezzo del cibo avariato, vestiti per la strada, stracci impolverati a segnare fughe precipitose, masserizie dei bivacchi dei soldati, lattine vuote. E tanti cani randagi, nervosi, spaventati.

 La cerimonia

 I responsabili dell’enclave curda-siriana hanno voluto organizzare ieri proprio nello stadio la cerimonia per la dichiarazione della vittoria. Non è un caso. Qui sono avvenuti gli scontri più feroci negli ultimi giorni. L’Isis aveva utilizzato le sue massicce strutture di cemento per montare l’ultima disperata resistenza. I suoi sotterranei sono ottimi rifugi da cui partono dedali di tunnel che permettono ottime vie di fuga e il lancio di imboscate dietro le linee nemiche. Ovvio che i capi del gruppo abbiano avuto tutto il tempo per allestire il carcere.

    All’entrata sottoterra si trovano le cucine, gli archivi, gli uffici. Sul muro è appeso un cartello con le regole per gli interrogatori. «Ordini per il trattamento dei prigionieri al loro arrivo», si legge. «Verifica sempre che le informazioni siano vere. Sequestra documenti, portafogli e cellulari. Prendete le carte Sim, controllate le memorie, le immagini. Prendete le loro identità e le loro foto, che siano chiare». Attenzione agli stranieri: «Se non parlano arabo occorre un bravo traduttore, scrivete tutto e archiviatelo».

    Il motivo di tanta meticolosità è evidente scorrendo i ghirigori di scritte sui muri della dozzina di grandi celle che seguono. Le inferriate sono state aggiunte solo di recente. Chiaro che qui non stavano anche tanti militanti. «Tra i prigionieri c’erano soprattutto quelli che non rispettavano le regole della legge religiosa e ovviamente i sospettati di voler disertare», racconta Hassan Ghadi, 38 anni, che tra il giugno-luglio rimase in cella 36 giorni. È lui a mostrarci la lugubre «cella 48», dalla larghezza dell’antro dove erano costretti in piedi i condannati all’isolamento. Ci sono scritte in francese, russo, ceceno, azero, inglese, turco. Sono firmate tra i tanti da Huzeyer Azeri, Abu Salman al Franci (il francese), Abu Saeed al Britani. Uno di loro scrive in arabo: «L’uomo non può ottenere tutto ciò che vuole. È come il vento che contrasta le rotte delle navi». Un altro osserva: «I muri sono i confini dei prigionieri. Ma ora non è rimasto nulla dentro di me, se non le lacrime dei mei occhi».

    Avanzando per il corridoio scuro, con il pavimento coperto di calcinacci, le celle si fanno più strette. «Nelle prime erano rinchiusi anche oltre cento prigionieri alla volta. Ma in quelle più avanti venivano portati quelli destinati alla tortura. Le loro grida si sentivano soprattutto di notte», racconta un combattente curdo che è stato a sua volta chiuso qui dentro nel 2016. Nei periodi di massimo affollamento si era giunti a oltre 2.000 detenuti. Lui ci mostra la stanza delle torture. Vi si trovano due attrezzi per il sollevamento pesi. Una volta le usavano gli atleti per allenarsi. L’Isis le aveva trasformate in macchine per spezzare gradualmente la schiena ai detenuti. Una tortura lenta e letale, che lasciava alla vittima tutto il tempo per soffrire prima di spirare.

 Pazienza e gps

 Un jihadista di origine inglese consiglia a chi lo legge di «avere pazienza, tanta pazienza, e confidare in Allah». Spiega che uno dei motivi per le punizioni è l’impiego errato della rete e l’accesso ai «siti sbagliati». Osserva: «Se mi leggi probabilmente sei stato scoperto a utilizzare il tuo cellulare tenendo aperta la localizzazione del gps. Non lo puoi fare. È vietato, non rivelare mai la nostra posizione. Ora devi solo avere fiducia nella clemenza del Profeta e pregare». Un altro appena sotto sullo stesso muro nota in arabo che però, «qui la verità e la giustizia sono state dimenticate». Segnale che, specie negli ultimi tempi, serpeggiavano malumore e pessimismo tra i militanti jihadisti di Raqqa?

    «Certamente sì», rispondono i comandanti curdi. «La situazione per loro ha iniziato a mutare quando non sono riusciti a prendere Kobane nell’autunno 2014. Sino ad allora l’Isis aveva continuato a ricevere volontari e a conquistare territorio. Poi è cominciata la loro progressiva ritirata sino alla sconfitta finale odierna», dicono festeggiando nello stadio in un tripudio di canzoni marziali e sventolio di bandiere. Una verità confermata anche da Mohammad Abdallah, un sunnita 22enne di Raqqa che adesso scrive per un sito online locale e ha scelto di affiancarsi alla causa curda e di plaudire entusiasta all’intervento Usa.

   «Inizialmente la grande maggioranza della popolazione sunnita si è schierata con l’Isis. Nessuno criticava i loro metodi brutali, neppure le decapitazioni o le teste mozze infilate sulla palizzata in Piazza Inferno», racconta accompagnandoci nella piazza in un viale circondato di macerie a circa 300 metri dallo stadio. A suo dire la svolta fu nel gennaio 2015, quando crescevano le liste dei caduti sotto le bombe americane: «Con le sconfitte militari sono cresciute le imposizioni contro la libertà di movimento delle donne. Gli uomini hanno dovuto far crescere lunghe barbe e accorciare i baffi. Poi ci sono state le prime crocifissioni per i cosiddetti infedeli. E la gente ha preso le distanze».

   Parole che sintetizzano la sfida che attende i vincitori: riusciranno ad avviare il dialogo coi sunniti? Sapranno trasformare la vittoria in successo politico? A visitare i campi profughi attorno a Raqqa i dubbi emergono. In quello di Ain Issa, i giovani sunniti di Raqqa, ma anche della vicina Deir Azzor, affermano aggressivi che non accetteranno mai di essere governati da Bashar Assad. «Quello di Damasco è un regime criminale, che è sopravvissuto grazie all’aiuto di russi, sciiti e iraniani. Non ci sarà pace sino a quando prevarrà questo stato di cose». Una posizione diversa dai curdi siriani, che comunque sono bene attenti anche adesso ad evitare lo scontro frontale con il regime e parlano di «Siria unita, democratica e federale».

 Familiari

Probabilmente la prova del nove per una coesistenza pacifica sarà il trattamento delle centinaia di famigliari dei 275 combattenti Isis locali che una settimana fa hanno accettato di arrendersi (ora in una prigione curda). Assiepati in tende di fortuna alla periferia di Ain Issa, sono controllati a vista dai militari. Nessuno può uscire dal campo , gli interrogatori sono serrati. «Sono tutti filo-Isis. Si nascondono terroristi tra loro», mettono in allerta le sentinelle. Come dopo ogni evento bellico con vittime e distruzioni il sospetto regna sovrano. La polvere soffocante che domina sulle rovine di Raqqa prenderà ancora tempo prima di dissiparsi. (Lorenzo Cremonesi)

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IL CURDO UTILE È QUELLO CHE MUORE

di Massimo Fini, da “il Fatto Quotidiano” del 20/10/2017

 – Frustrate le rivendicazioni del popolo che sogna uno Stato –

    Nel lontano 1991 sul New York Times il giornalista americano William Safire scriveva: “Svendere i curdi… è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. Sono passati quasi trent’anni e nulla è cambiato anche se oggi “svendere” i curdi non è più solo una specialità degli Stati Uniti ma anche di molte altre potenze regionali. I curdi con i famosi peshmerga, grandi guerrieri, sono stati determinanti per la sconfitta del Califfato non solo a Mosul e a Raqqa, dove erano direttamente interessati perché si trovano in un territorio che si chiama Kurdistan, ma anche a Sirte in Libia. Ma, come avevo avvertito in vari articoli del Fatto, non solo non raccoglieranno i frutti della loro vittoria ma verranno penalizzati. È appena caduta Raqqa che già ce ne sono le prime avvisaglie.

    L’altro giorno a Kirkuk dieci peshmerga sarebbero stati decapitati, probabilmente dalle forze della Turchia che ha sempre combattuto in modo sanguinario l’indipendentismo curdo. In un bel reportage Adriano Sofri, che è sul posto, riferisce che truppe appoggiate dagli americani e alla cui guida c’è il comandante dei pasdaran iraniani si è impadronita di Kirkuk, importante città petrolifera che fa parte della regione autonoma curda in Iraq.

    Insomma la regione autonoma curda viene riportata ai confini del 2003 quando in Iraq regnava ancora Saddam Hussein. I curdi sono sempre stati una spina nel fianco in questa parte del Medio Oriente perché la loro regione di cui sono i legittimi abitanti, non per niente si chiama Kurdistan, è arbitrariamente incorporata in vari Stati, Turchia, Iraq, Iran, Siria e, in misura minore, Azerbaigian.

    Tutti questi Stati vedono il legittimo indipendentismo curdo come fumo negli occhi. In particolare l’Iraq e, soprattutto, la Turchia in cui vivono più di 13 milioni di curdi, circa un sesto della popolazione. Nel 1984 fra Iraq e Turchia, una Turchia ‘laica’ non ancora in mano a Recep Tayyip Erdogan (figuriamoci ora) fu concluso un patto leonino che consentiva ai rispettivi eserciti di inseguire al di là dei confini i ribelli curdi.

    Nel 1988 Saddam Hussein usò le ‘armi chimiche’, fornitegli dagli americani, dai francesi e, via Germania Est, dai sovietici, su Halabja ‘gasando’ in un sol colpo tutta la popolazione di quella cittadina, 5.000 persone circa. Ma questo è solo l’episodio più noto. Si calcola che Saddam abbia ‘gasato’ circa 30.000 curdi iracheni e abbia raso al suolo 3.000 dei circa 4.500 villaggi curdi in territorio iracheno. Spazzato via Saddam Hussein i curdi iracheni avevano finalmente raggiunto l’autonomia del proprio territorio che comprende la fondamentale città di Kirkuk. E adesso è proprio Kirkuk che viene loro sottratta da quegli Stati che nella lotta al Califfato li hanno usati come alleati. Anche in Iran, sia quello dello Scià sia quello degli ayatollah, le prigioni sono sempre state zeppe di curdi. E così nella Siria di Assad.

    Il fatto è che i curdi non hanno santi in paradiso (tutti i fatti che abbiamo fin qui raccontato sono avvenuti nel complice silenzio, quando non con la connivenza, della cosiddetta comunità internazionale) non sono arabi, non sono ebrei, non sono cristiani, sono un antichissimo, millenario, popolo tradizionale, indoeuropeo. E, come spesso è in questi popoli, sono anche molto ingenui. Spendendo generosamente il loro sangue in favore nostro e degli altri Stati della regione, se è vero che l’Isis è considerato il maggior pericolo per la comunità internazionale, si illudevano di esserne in qualche modo ripagati. Invece, dopo la breve parentesi della lotta al Califfato, contro di loro si ritorna alle pratiche di sempre.

    Anche secondo il Washington Post “i curdi si sono impegnati nella lotta all’Isis senza ricevere nulla in cambio”. Se pensiamo all’antico articolo di William Safire sul New York Times vediamo che questa sporca storia si ripete. Dopo essere stati cinicamente usati ora i curdi vengono, altrettanto cinicamente, mazziati e beffati. (Massimo Fini)

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ALEPPO, DOVE DIO È STATO SMASCHERATO

di Domenico Quirico, da “La Stampa” del 20/10/2017

 – In una città stregata e inaridita, la morte ha risparmiato soltanto le pietre –

    Agosto 2016: l’ultimo sussulto di Aleppo rivoluzionaria, per un attimo i ribelli spezzano l’assedio governativo ai quartieri orientali, collegano con una offensiva disperata Soukkari con Ramoussa: «È uno degli avvenimenti più importanti della rivoluzione da cinque anni e mezzo», proclama, troppo ottimista, il capo dell’opposizione politica in esilio. Poi leggi i nomi delle brigate che hanno condotto l’offensiva, sono di Fatah al-Sham, islamisti, il nuovo nome con cui al-Qaeda siriana si è mimetizzata per sfuggire ai sospetti occidentali. O di Ahrar al-Sham, brigate salafite pagate e armate dall’Arabia Saudita, il cui scopo è la sharia, il califfato. Diecimila uomini, la cui forza non è tanto nel numero ma nei metodi feroci di combattimento, con le autobombe e i kamikaze che sostituiscono l’artiglieria.

    Un mese dopo: con l’aiuto degli aerei e degli specialisti russi e iraniani inizia l’attacco finale di Bashar per riprendersi la «sua» città. Nei quartieri orientali mancano i viveri, le medicine, a dicembre il territorio controllato dai ribelli si riduce a pochi chilometri quadrati che l’artiglieria serchia spietatamente, metro per metro. Il 22 dicembre, in cambio della fine dell’assedio di Foua e Kefraya, due città governative assediate a loro volta dai ribelli, i combattenti lasciano Aleppo con le loro famiglie per raggiungere la zona di Idlib, ancora sotto il controllo degli islamisti.

 La mia storia siriana finita

 Non sono più tornato ad Aleppo «liberata». Il mio sguardo non vi afferrerebbe più nulla. Città stregata, inaridita. Vi è passato un raggio della morte che ha risparmiato solo le pietre. La mia storia siriana è finita con lei, con la sua epopea.

    Non è una scelta politica, è una vicenda personale. Mai più vi conoscerò l’intensità e il calore delle avventure che hanno segnato questa fase della mia vita. Dopo Aleppo non ho più paura di niente. La paura semplicemente non mi interessa più.

    Com’è oggi Aleppo, dopo la conclusione della battaglia? È una città come tante altre città siriane, ma non come le altre. Rassegnata, gli spari sono un rumore lontano; ora si combatte a Idlib e nei villaggi dei dintorni. La si crederebbe pietrificata nel proprio oblio. Cerca di dimenticare il suo passato, ma ne subisce l’implacabile influenza. Condannata a vivere fuori dal tempo della Storia nuova, non respira che nella memoria di coloro che vi sono morti o l’hanno lasciata.

    Questa città che è stata mia, intimamente, da un anno almeno non lo è più. La sua riconquista non mi appartiene perché non me l’hanno lasciata vivere. Eppure ne avevo, in fondo, il diritto. L’ho letta, la pagina finale, nel racconto di altri e mi è parsa mediocre cronaca: quando meritava comunque l’epopea. Nessuno con il mestiere può inventarsi o fingere la commozione. Per fortuna. La condanna alla mediocrità è quello che ci salva. Forse mento, è soltanto invidia perché non mi hanno più chiesto di andare.

    Secondo quanto mi racconta chi ci vive, che è l’unico testimone attendibile, non è cambiata. Quasi per nulla. Ha ritrovato le sue rovine basse, grigie. Paiono già vecchie di cento anni. I suoi pochi quartieri a ovest rimasti quasi intatti. Il mormorio soffocato dei piccoli mercati. Il risuonare dei passi sui selciato. Perfino i rumori del traffico. La moschea distrutta è sempre lì, sembra attendere qualcuno che non verrà più.

Senza destino

 Aleppo non ha più diritto al suo nome, al suo volto. È una città senza destino. Perché Aleppo è il luogo dove tutto è cominciato, dove il terzo millennio appena nato ha perso subito la sua innocenza e Dio è stato smascherato. In questo 2016 bisogna constatare che la forza bruta, malgrado il progresso e la mondializzazione, malgrado tutti i discorsi sul diritto internazionale e la nuova diplomazia, e i tanti trattati per contenere le guerre, può esercitarsi e prevalere senza ostacolo come ai tempi di Attila e di Hitler.

    Tornarci ora, ne sono consapevole, sarebbe stato un altro viaggio senza gioia e senza angoscia. Avrebbe di nuovo diviso la mia vita in un dopo e in un prima. Eppure non lo nego, la città ancora mi affascina, mi attrae. E mi spaventa. Voglio nello stesso tempo e con la stessa intensità toccarla e sfuggirle. In fondo le nuvole delle esplosioni, le urla disperate nella notte, i bambini straziati e condotti al macello potrebbero anche sfumare e potrei ritrovare la città che ho solo letto e mai conosciuto, con la sua cittadella intatta, il suk prezioso e infervorato, i caffè che profumano di legno e di cose buone, gli intellettuali raffinati e gli abitanti gentili… Basta. Non ho più voglia di affrontarli. Anche perché probabilmente questa volta non ci sarebbe più un prima.

 La certezza del Male

 Non so in fondo che cosa mi avrebbe atteso laggiù, la desolazione che ben conoscevo della rovina o la necessaria bestemmia di una città rimessa in piedi in qualche modo. Il modo approssimativo con cui ricostruiscono i poveri. Quello di cui sono certo è che avrei camminato per le strade finalmente senza cecchini bombe e fumo, solo e senza una meta, soprattutto senza incontrare qualcuno da riconoscere, uno sguardo amico. E sarei impazzito di solitudine.

    Non si rimuovono le tombe senza pagare un prezzo. Il prezzo è sempre la certezza del Male. Sì, non so se è stata una decisione giusta, non tornare. Quelli che avrebbero potuto consigliarmi a prendere una giusta decisione non li ho più ritrovati. Sono morti. O non sono più ritornati. (Domenico Quirico)

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ERDOGAN, LO STATO DEI CURDI E IL DOGMA DELLE FRONTIERE

 di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 20/10/2017

ISTANBUL – UNO STATO curdo alla frontiera con la Turchia? «Se giochiamo con i confini, finiamo per aprire un vaso di Pandora: un rischio per il futuro del Medio Oriente».

   Ankara ribadisce la sua posizione e un’alta fonte diplomatica turca spiega a Repubblica le ragioni per cui Recep Tayyip Erdogan si oppone a un’entità statale curda lungo la frontiera. Il presidente turco ieri si è detto pronto a sigillare il confine con l’Iraq se Bagdad continua a rifornire la sua regione a nord, il Kurdistan iracheno: «Non so quando potrà avvenire, ma possiamo farlo in qualsiasi momento». Nuove sanzioni verranno discusse con il governo iracheno a causa del recente referendum sull’indipendenza curda. «Il leader dell’Iraq del Nord, Massud Barzani — spiega la fonte, che ha una forte conoscenza della zona — decidendo di arrivare alle urne ha violato la Costituzione irachena del 2005 che non permette a entità o gruppi etnici di tenere un voto consultivo in proposito».

    Fin dalla sua fondazione nel 1923 la Repubblica di Turchia è sempre stata composta da etnie e gruppi diversi: turchi, curdi, greci, georgiani, armeni, circassi, laz, turkmeni, e così via. Ma non ammette di vedersi smembrata in regioni diverse. Ankara ha fatto dell’accentramento il proprio dogma. E qualsiasi istanza di rivendicazione autonomista o etnica è vista come una minaccia. La guerra in atto nel Sud est dell’Anatolia fra esercito turco e Pkk, ripresa di recente, è considerata «una dolorosa necessità per combattere il terrorismo».

    Questo all’interno. All’esterno, il Kurdistan iracheno, regione autonoma con cui i commerci sono floridissimi dopo la guerra del 2003 contro Saddam, viene avvisato nel momento in cui rivendica le proprie istanze indipendentiste. «Non solo da noi — spiegano ad Ankara — ma da tutti i principali attori della zona: dunque Turchia, Iran, Iraq, Russia, e persino da Usa e Ue. Barzani sa di essere solo. Con questo referendum ha perso ogni alleato. E intenzionalmente o no, ha finito per far stringere i rapporti fra Turchia e Iraq. Inoltre, è la prima volta che un consenso globale viene raggiunto nella regione: e con il ‘no’ a uno Stato curdo». Stesso discorso sulla Siria, dove l’eventualità di un’area curda lungo la frontiera con la Turchia può causare un fenomeno di imitazione nel Sud est anatolico. Di tutto questo Ankara discute con l’Italia, considerata come «molto sensibile sulla questione» per via del problema dei migranti. (Marco Ansaldo)

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