La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Nell’area montana, appena il 5% degli affluenti è ancora allo stato naturale, il rimanente 95% è già utilizzato a fini idroelettrici.
Nel Medio corso, a causa dei prelievi eccessivi e della carenza idrica che ormai da tempo colpisce i nostri territori, il Fiume è regolarmente soggetto a magre/secche sempre più accentuate, oltre che nel periodo estivo (quando la richiesta per l’utilizzo in agricoltura è maggiore), anche per lunghe fasi nelle stagioni primaverile e autunnale.
In molti tratti, la portata del Fiume si riduce a zero per periodi di tempo significativi, con pesanti ripercussioni sulla fauna e sulla flora acquatiche e sconvolgendo i normali cicli biologici.
Nel territorio della Sinistra Piave, lunghi tratti di fiumi di risorgiva sono scomparsi; in Destra Piave, la zona dei fontanili fino alle risorgive del Fiume Sile a Casacorba è in sofferenza.
Nel basso corso del Fiume Piave, la carenza d’Acqua contribuisce alla risalita del cuneo salino: le Acque del mare, cioè, risalgono il corso del Fiume per diversi chilometri, stravolgendone l’ecosistema e rendendo inutilizzabile l’Acqua a fini agricoli.
La carenza d’Acqua crea problemi alla fruibilità del greto e delle Acque del Fiume, che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, uscite in kayak e canoa, passeggiate, osservazioni naturalistiche, meditazione.
Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari.
Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità.
In questo contesto, non è possibile immaginare uno sviluppo del territorio, con nuove economie che abbiano al centro la valorizzazione ambientale e la fruizione sostenibile.

   Per la tutela del Fiume Piave, i firmatari chiedono alle Istituzioni, a tutti i livelli (Regione Veneto, Ministero dell’Ambiente, Unione europea), di:

1- attuare un cambio complessivo di gestione, riconoscendo che mettere al centro il Fiume significa anche sviluppare nuove economie sostenibili dal punto di vista ambientale, come il turismo naturalistico e la fruizione culturale, ludica, sportiva;

2- programmare una seria politica di risparmio idrico, di controllo delle captazioni, di programmazione oculata degli invasi alpini, di bilancio idrico e di rilascio del deflusso minimo vitale in ragione della salvaguardia ambientale della risorsa FIUME;

3- vista la consistenza dell’uso dell’Acqua in agricoltura (circa il 70%), intervenire con urgenza nel settore primario con una razionalizzazione nella distribuzione dell’Acqua, una pianificazione di colture meno esigenti per quel che riguarda il consumo idrico e con tecniche di irrigazione più razionali;

4- eliminare gli incentivi all’idroelettrico nei casi in cui la costruzione di nuovi impianti comprometterebbe ambienti allo stato naturale, nel rispetto della Direttiva Acque dell’UE;

5- programmare il rilascio d’Acqua dagli invasi dei bacini montani non solo in base alla produzione di energia elettrica, ma anche tenendo conto degli aspetti inerenti alla salvaguardia ambientale del Fiume e all’uso dell’Acqua in agricoltura;

6- monitorare le portate fluviali e le captazioni, anche da pozzi artesiani, in modo da tenere costantemente sotto controllo il bilancio idrico;

7- negare qualsiasi intervento invasivo sul Fiume, a partire da nuove dighe, ulteriori sbarramenti, costruzioni e vigneti nelle aree golenali, asportazione di quantitativi non giustificati di ghiaia e di taglio non giustificato della vegetazione ripariale;

8- favorire interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile.

   Il fiume è come un organismo vivente, va rispettato e tutelato nella sua interezza, dalle sorgenti alla foce.

   Il Manifesto per La Piave è sostenuto da Legambiente Piavenire, Legambiente Sernaglia della Battaglia, Legambiente Pascutto-Geretto Veneto Orientale, Legambiente Treviso, Ass. OpenCanoe OpenMind, Ass. Da Ponte a Ponte, Legambiente del Vittoriese, Italia Nostra Sez. di Treviso, Italia Nostra Sez. di Belluno, Comitato Bellunese Acqua Bene Comune, Mountain Wilderness, Comitato Peraltrestrade Carnia-Cadore, Libera Cadore, Comitato Tutela Paesaggio Veneto, WWF OA terre del Piave Belluno e Treviso, Cipra Italia, Comitato Zoldo c’è e difende i suoi torrenti

 Per rimanere in contatto:

www.facebook.com/piavenire

www.legambientepiavenire.it

Questa petizione sarà consegnata a:

Ministro dell’ambiente, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare  Gian Luca Galletti ,

Council of the European Union

Presidente Regione Veneto Luca Zaia

Regione Veneto

LOGO CIRCOLO PIAVENIRE

Questo MANIFESTO PER LA PIAVE – FIUME SACRO ALLA PATRIA – nasce dal basso, dall’iniziativa di associazioni e gruppi che da anni si impegnano per la tutela del Fiume Piave, uno dei corsi d’acqua più artificializzati d’Europa.
Nasce per chiedere alle Istituzioni un impegno forte verso un nuovo modello di gestione del Fiume sacro alla Patria, per uno sviluppo davvero sostenibile e rispettoso delle risorse naturali.
La logica dello sfruttamento all’ultima goccia, tuttora prevalente, sta lasciando il Fiume Piave troppo spesso e troppo a lungo senz’acqua, con conseguenze negative non solo per l’ambiente, ma anche per la salute della popolazione, per l’economia, per il paesaggio.
Serve un cambiamento e a chiederlo dobbiamo essere in tanti.
Facciamo girare il più possibile questa raccolta firme!

   Facciamolo per La Piave, facciamolo per tutti i corsi d’acqua, facciamolo per tutti noi e soprattutto per chi verrà dopo di noi.

Legambiente Piavenire, Legambiente Sernaglia, Circolo Legambiente Veneto Orientale “Pascutto-Geretto” , Legambiente Treviso,Ass. Open Canoe – Open Mind, Ass. WW1 Da Ponte a Ponte , Legambiente del Vittoriese, Italia Nostra Treviso , Italia Nostra Sez. di Belluno, Comitato Acqua Bene Comune Belluno , Mountain Wilderness, Comitato Peraltrestrade Carnia-Cadore, La Piave, Libera Cadore, Organizzazione Aggregata WWF Terre del Piave TV-BL, Comitato Tutela Paesaggio Veneto , Cipra Italia , Comitato Zoldo c’è e difende i suoi torrenti

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L’ACQUA IN AMPOLLA PER SALVARE IL PIAVE

di Toni Frigo, da “La Tribuna di Treviso” del 15/10/2017

– Legambiente l’ha raccolta alle Fontane Bianche, verrà sversata a San Donà dove al suo posto ora si infiltra il mare –

   Altro che il Dio Po, la Zia Piave chiede aiuto agli uomini, suoi nipotini insieme a tutta la fauna che nell’acqua trova alimento e sostentamento, per arrivare al mare. Così, se i politici della cosiddetta Padania da anni compiono il pellegrinaggio a Pian Del Re per riempire la “sacra ampolla” e correre – in auto, in barcone, comunque facendo scoppiettare motori – in Laguna a sversarla, gli ecologisti di Legambiente trevigiana, che non a caso si chiama “Piavenire”, ieri (il 14 ottobre scorso, ndr) hanno compiuto il primo atto di un pellegrinaggio altrettanto sacro.

   Anche perché, mentre il Po, bene o male, consente ancora di navigarlo a pelo d’acqua, la Piave l’acqua non la vede spesso e l’unico pelo che le compete è quello che hanno sullo stomaco quanti la depredano. Dalle centraline mignon (ma ben incentivate) del Bellunese, ai consorzi irrigui che si bevono i canali che un tempo sboccavano copiosi d’acque sul fiume sacro alla Patria, fino ai cavatori che fanno inabissare le falde che sarebbero deputate a sostenere l’acqua che viaggia(va) in superficie.

    Il presidente di Legambiente Piavenire, Fausto Pozzobon, e una ventina di rappresentanti di tutti i circoli trevigiani del sodalizio (Piavenire, Veneto Orientale, Treviso, Sernaglia, Vittorio Veneto e Vittoriese ) hanno assistito alla raccolta dell’acqua e alla partenza della brocca di terracotta riempita dell’acqua pura delle Fontane Bianche, lungo i sentieri della sponda sinistra, per raggiungere il Parco Fluviale di San Donà di Piave.

   Pozzobon ha spiegato: «Domattina (15 ottobre, ndr) verseremo quest’acqua limpida nel flusso stanco di una Piave malata di sale a sottolineare il fatto che non vi è più connessione neppure tra la zona delle Fontane Bianche ed il corso principale del fiume; troppi sbarramenti, troppe secche, troppi intoppi voluti dai “padroni dell’acqua”. Ieri c’era una simpatica commozione alla cerimonia dell’ampolla a Fontigo, dove l’acqua scende dal Boion.

   A San Donà, dove i soci locali di Legambiente avranno l’inusitato piacere di vedere l’acqua “vera” e dolce della Piave, che pure sboccherebbe lì. Ormai, infatti, la foce del fiume sacro è invasa dall’acqua salmastra e anche la sua fauna, quella ittica inclusa, è caratteristica delle acque salate. Nei giorni scorsi due classi seconde della media di Spresiano avevano scoperto che in poche ore il flusso idrico era calato di ben 30 cm. Una improvvisa carenza d’acqua, facilmente sospettabile come “furto”.

   «Ci si chiede – spiega Pozzobon – perché continuino ad accadere fatti simili , con un andirivieni di acqua nel Medio Piave che non fa altro che azzerare le reti trofiche di quest’ambiente che l’Europa riconosce come zona di protezione speciale per le Direttive Habitat ed Uccelli: dopo un periodo prolungato di precipitazioni, è scandaloso vedere il fiume che muore lentamente secca dopo secca. Tutto il ramo di Cimadolmo da un anno e mezzo non ha più un filo d’acqua fra le ghiaie del suo alveo. Se l’acqua nel bacino montano c’è, chi provoca queste catastrofi ecologiche in un periodo dell’anno in cui l’irrigazione dovrebbe aver concluso il suo ciclo di distribuzione? Perché il Brentella e il Canale della Vittoria più il Piavesella sono pieni d’acqua fino all’orlo? Che storie raccontano i consorzi di irrigazione?». (Toni Frigo)

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VECCHIO PIAVE, ADDIO

di Davide Michielin, da “La Stampa” del 7/6/2017

– Il “fiume della Vittoria” ormai è una secca pietraia. I responsabili: agricoltori, cave di ghiaia, centrali elettriche –

   Un paesaggio lunare, abbacinante sotto il sole, come la ghiaia bianca che per chilometri e chilometri ricopre il letto del Piave in secca. Il pietrisco non è la sola traccia di ciò che rimane del quinto fiume d’Italia.    Le piccole pozze marroni che si incontrano nei rami incrociati del greto sono tappezzate di alghe marcescenti, mentre stormi di gabbiani banchettano sulle centinaia di pesci morti, alcuni di grande taglia. Una catastrofe ambientale per le zone umide di buona parte del Veneto, poiché le acque del Piave alimentano nel medio corso una cospicua attività ipogea: in questi giorni anche il vicino Sile, il più lungo fiume di risorgiva d’Europa, è in forte sofferenza. L’assenza di acqua, cronicizzatasi nell’ultimo decennio durante l’estate, quest’anno si è verificata per la prima volta anche d’inverno.

   A metà marzo il Water Scarcity Index, l’indice che valuta la scarsità dell’acqua misurato dall’agenzia ARPA, ha segnato il secondo peggior valore della serie storica del fiume, da quando cioè è iniziato il monitoraggio nel 1990. Una crisi idrica paragonabile solamente alla grande siccità che colpì la Regione nell’estate del 2002. La penuria di precipitazioni invernali ha accentuato la gestione predatoria del Piave, spremuto lungo il suo corso da centinaia di centrali idroelettriche, dal fabbisogno di colture agronomiche molto esigenti dal punto di vista idrico, e infine dall’estrazione di enormi volumi di sabbia e ghiaia che ha finito per provocare il progressivo abbassamento della falda.

   «Da un giorno all’altro il fiume scompare – racconta Fausto Pozzobon, attivista e presidente del circolo Legambiente «Piavenire» – nel ramo di Cimadolmo sabato c’era acqua, mentre domenica era del tutto asciutto. Una trappola mortale per gli avannotti di trota e i pesci di fondo come scazzoni e cobiti».

   Il fenomeno è ancora più evidente nella fascia di risorgive dove l’acqua un tempo era presenza costante durante tutto l’anno, anche nei periodi di secca. Superata la stretta di Nervesa, l’acqua sprofonda infatti nelle ghiaie del Piave, e sgorga in questa area sospinta in superficie dagli strati impermeabili di limo, argilla e torba. «Assistiamo allo spostamento progressivo dei fontanili verso valle: la sorgente del torrente Negrisia è arretrata di oltre un chilometro negli ultimi cinque anni, spiega Pozzobon.

   Un’emergenza idrica che, secondo Giuseppe Romano, presidente del Consorzio di Bonifica Piave, riflette l’insufficienza strutturale delle risorse idriche del bacino. Nel ribadire la priorità all’uso irriguo, Romano enfatizza l’eccezionalità della siccità che ha colpito tutti i fiumi della regione, facendo registrare ovunque diminuzioni significative della portata. «È l’intero corso medio del fiume a essere all’asciutto – sbotta Pozzobon – eppure nei campi di soia e di mais l’acqua non manca mai». Proprio per questo motivo gli ambientalisti auspicano un incontro con la Regione e i gestori del servizio idrico per ragionare sulle misure più idonee per fronteggiare una criticità che si aggrava di anno in anno, ed è ormai estesa dalla sorgente alla foce del fiume.

   Nel silenzio assordante della politica, si moltiplicano nel frattempo le iniziative delle associazioni che chiedono a gran voce una gestione diversa del fiume, più sostenibile e rispettosa del valore ambientale del Piave. In occasione della giornata mondiale delle zone umide, in programma in febbraio, un centinaio di persone si sono date appuntamento per chiedere la sospensione delle attività di escavazione. Ambientalisti, escursionisti ma anche pescatori hanno marciato nel greto asciutto fino a raggiungere la zona golenale di Candelù dove la pittoresca risorgiva della Fontana Bianca è ridotta a un rivolo.

   «Il valore ecologico di queste zone e la loro biodiversità sono sempre più minacciate, nonostante l’area sia una Zona a Protezione Speciale», sostiene Gian Pietro Barbieri, segretario e cofondatore del circolo Piavenire.

   Insieme ad altri volontari, la scorsa estate Barbieri ha compiuto una marcia di oltre 240 chilometri per osservare nel dettaglio lo stato di salute del Piave. Partendo dalla sorgente sulle pendici del Monte Peralba, a ridosso del confine austriaco, gli ambientalisti hanno disceso il corso del fiume fino a raggiungere la fascia delle risorgive. Un check-up completo per toccare con mano le conseguenze di decenni di regimazioni e scavi. «Rimane la bellezza di un fiume fragile ma duro a morire – conclude Barbieri – che ancora trova la forza di resistere nonostante l’azione dell’uomo». (Davide Michielin)

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I FIUMI MALATI – 1

LE CENTRALI-BANCOMAT CHE SI BEVONO IL PIAVE

di Toni Frigo, da “la Tribuna di Treviso” del 28/6/2017

– Tre tronconi, per tre racconti diversi ma uniti da un solo filo: il fiume malato. Come tutti i fiumi che soffrono la mancanza d’acqua, l’incuria, il disinteresse pubblico e l’interesse privato. Il Piave, dalla sorgente alla foce, ha malattie diverse. A nord il prelievo della sua ricchezza per lo sfruttamento delle centraline. Nel medio Piave le escavazioni, e in generale l’insediamento agricolo poco rispettoso dell’equilibrio biologico. A sud, gli effetti nel mare che risale con il cuneo salino e il fenomeno delle alghe. In questa prima puntata, nella discesa dal Peralba al Montello, fino a Ponte della Priula, raccontiamo come lo sfruttamento delle centraline idroelettriche, che gli ambientalisti non esitano a definire macchine-bancomat per chi le possiede, stia trasformando il fiume e il flusso delle sue acque. –

VIAGGIO DAL PERALBA AL MARE/1
   Dal Peralba al Piave sono 220 chilometri, un bacino di oltre 4 mila chilometri quadrati. La Piave che nasce al confine tra Bellunese e Austria attraverso un pezzo di Veneto come un libro di storia, aspro e lacerante. Seducente e sacro nella memoria collettiva, riaccesa oggi a cento anni dalla battaglia finale della Grande Guerra. Ma di quel fiume resta poco. La natura e la mano dell’uomo ne ha trasformato l’aspetto e l’economia. La siccità, i mutamenti climatici. Certo. Ma soprattutto la rapacità degli interessi economici. Abbiamo disceso “la” Piave per raccontarla da dentro. Oggi la prima puntata.

   Ci pensa ogni tanto Giove Pluvio a dare l’impressione che la Piave (così si chiamano i fiumi-madre: al femminile) sia fatta d’acqua. In effetti l’enciclopedia Treccani dice che si tratta di un fiume, il quinto d’Italia, la cui “portata è soggetta a forti variazioni; si hanno infatti magre invernali, seguite da piene primaverili-estive che si esauriscono in agosto-settembre, per riprendere poi col periodo delle piogge autunnali”. Sarebbe vero se le piene primaverili-estive non avessero lasciato posto a secche memorabili, l’ultima terminata due giorni fa.

   La Piave nasce dal monte Peralba, al confine tra Bellunese e Austria. E di là del confine il Peralba si chiama Hockweissstein, ovvero Pietra Accucciata sull’Acqua, ma meglio sarebbe un’aggiunta riferita al prezioso liquido: “quando c’è…”. La Piave viaggia, più o meno visibile, per 220 chilometri e vanta un bacino di 4 mila 100 chilometri quadrati, sbuca a Cortellazzo e da qualche anno è irriconoscibile. Lo pensano un sacco di associazioni di tutela e di comitati locali che si stanno battendo contro i motivi che stanno riducendo il fiume sacro alla Patria a una distesa di sassi sacra… nemmeno a chi lo priva dell’elemento indispensabile per essere chiamato fiume.

   Tanto sta a cuore agli ambientalisti, che il circolo trevigiano di Legambiente si fregia, come secondo nome, di un tonante “Piavenire”, lo presiede Fausto Pozzobon che, in questa prima puntata di un viaggio che abbiamo deciso di compiere lungo il celebrato confine tra Italia e Austria-Ungheria, ci aiuta a riassumere le malattie della Piave semplificando così: «A Nord ci pensano le centraline idroelettriche, vere e proprie macchinette stampasoldi per chi le pensa, le progetta e le posiziona o ne detiene i “diritti”. Poi ci sono i consorzi di bonifica e l’agricoltura, cui importa poco o nulla dell’equilibrio biologico e faunistico del fiume, a vantaggio dei ricavi derivati da coltivazioni di pregio ma anche di basso profilo. La parte bassa del fiume, non godendo della spinta verso il basso della falda, è in balia di un mare che risale con le sue acque fino a impossessarsi del territorio, dettando perfino le colture: le uniche che sopportano l’acqua salsa, ovvero mais e soja. Danni, naturalmente, anche per la popolazione ittica, ridotta di varietà e indebolita nelle caratteristiche».

   Parliamo dunque delle tre Piave. Partendo da quella più alta e quindi, in teoria, più incontaminata grazie alla fitta rete di afferenti i cui nomi sono Boite, Ansiei, Maè e Cordevole. La verità è che la prima penuria d’acqua è dovuta innanzitutto alle allora “necessarie” – e quindi già digerite – grandi centrali e oggi a una infinita rete di mini-centraline idroelettriche che fagocitano una parte del fiume e la trasformano in corrente “privata” e quindi appetitissima sul libero mercato. «Il tutto travestito da operazione meritoria e benedetto da un ipocrito finanziamento pubblico, perchè l’acqua dei fiumi è una fonte pulita e rinnovabile di energia».

   Per avere smentita di questa giustificazione basta scorrere, passo passo, un cahier de doleance voluto dalle associazioni Acqua Bene Comune, Wwf Terre del Piave Belluno e Treviso, Italia Nostra sezione di Belluno e Comitato Peraltrestrade Dolomiti che s’intitola significamente Centraline, come distruggere l’ambiente per mettere le mani sul pubblico denaro. Il pubblico denaro è rappresentato dagli incentivi. Incentivi che non trovano riscontro nella convenienza, tant’è vero che (dati 2004) i 2034 mini-impianti idroelettrici in Italia producono appena 0,19 mtep rispetto a un consumo finale lordo di 118,6 mtep e un consumo finale di energia elettrica di 26,80.

   «Incentivi che arrivano velocemente nelle mani di chi avvia l’apertura delle centraline. Il meccanismo è tale per cui non occorre nemmeno arrivare in fondo: dal progetto ai permessi, tutto regala valore a queste piccole e redditizie “imprese” che, non a caso, hanno tra i loro titolari tycoon dell’edilizia e consorzi pubblici, gruppi bancari e altri potenti economici – svela Lucia Ruffato, ex presidente di Piave Bene Comune, che di mestiere fa l’inferimera, ma ama anche occuparsi della salute della sua “fiuma-mamma” e aggiunge – non a caso noi le chiamiamo centraline-bancomat: a seconda del grado di avanzamento del progetto, crescono di valore in modo esponenziale».

   «In genere queste piccole centraline arrivano buone ultime, quando sui fiumi afferenti del Piave sono già piazzate le loro sorelle maggiori e, magari, resta libero il tratto iniziale, più bello a vedersi e più certo e puro nelle acque, nella presenza di animali e di flora e quindi più a rischio di contaminazione o cancellazione. Queste, che tecnicamente si chiamano “derivazioni”, consistono in un invaso, una conduttura e una turbina. Oppure è la conduttura stessa, che all’interno nasconde una struttura elicoidale che gira su se stessa e produce energia, a fare la parte “produttiva”».

   Lucia e i suoi amici, non si lasciano però trarre in inganno da questa missione ecologica. E snocciolano i nomi e i numeri: Cismon, 100%; Ansiei, 82%; Maé, 84%; Boite, 62%; Cordevole, 91%; Biois, 100%; Pettorina, oltre il 100%. I nomi sono quelli di corsi d’acqua del Bellunese, e fanno parte del bacino del Piave, ne costituiscono insomma le acque al di là della sorgente. I secondi rappresentano un “indice di sfruttamento”; dettagliano, insomma, in che misura la loro portata verrebbe intaccata se venissero realizzate tutte le nuove centrali idroelettriche per le quali è stata richiesta l’autorizzazione.

   «Sono 220 i corsi d’acqua censiti in Provincia, e ben 198 sono già ‘derivati’ – spiega l’infermiera-ecologista di Forni di Zoldo -. Dal 2004 ad oggi sono state presentate ben 200 domande per il rilascio di nuove concessioni -aggiunge-: questo non significa che verranno realizzati duecento impianti idroelettrici. Sul Boite, ad esempio, ci sono ben dieci progetti in concorrenza, e la situazione è fuori controllo. Sono comunque 105 le centraline che potrebbero essere autorizzate».

   Sua la “mappa del rischio idroelettrico” che si può scaricare dal sito. «Di fronte alla nostra richiesta, la Regione Veneto ha risposto che non poteva elaborare i dati, e così la mappa l’abbiamo costruita da soli», aggiunge in modo significativo; In quanto presidente del Comitato, è sua anche la firma in calce alla “Denuncia alla Commissione delle Comunità europee” nei confronti dello Stato italiano, della Regione Veneto, della Provincia di Belluno e dell’Autorità di bacino dei fiumi dell’alto Adriatico, inoltrata a Bruxelles nel giugno del 2013 per contestare la violazione di una serie di direttive, tra cui la 2000/60, la “Direttiva quadro acque”, la 2011/92, relativa alla valutazione dell’impatto ambientale dei progetti, e la 92/43, quella sulla conservazione degli habitat naturali.

   «Le nuove norme sono sempre fatte a concessioni rilasciate e quindi risultano coprire le spalle ai soliti noti che hanno aperto la strada e non vogliono concorrenza». Tutto questo riguarda anche la Marca? «E come no – sono molti coloro che, nei fiumi e nei canali irrigui di pianura, stanno tentando la speculazione delle centraline-bancomat. Lo fanno anche i consorzi irrigui, tanto per essere chiari. La notizia di una centralina (con cementificazione relativa) nella periferia Nord di Treviso è stata scritta da poco, mentre altri mini impianti, ad esempio sul Meschio, sono noti da tempo. Quelle acque “flebili” con cui facciamo i conti d’estate, potrebbero venire usate ulteriormente e disperse nell’aria e nel terreno, anche se l’assessore regionale Bottacin ci tiene a sottolineare che l’acqua non “può essere mangiata” e quindi – a suo giudizio – rimane in circolazione. Di certo non si vede, sennò i torrenti sarebbero rigogliosi e traboccanti e la Piave non avrebbe il problema della difesa del “minimo flusso vitale”, che poi è il quantitativo medio d’acqua (in transito al secondo) necessario per tenere in vita il fiume e il suo habitat. Il risultato è un fiume depauperato, rappresentato visivamente, sempre più spesso, da dune di sassi, ghiaia e sabbia, con poche concessioni al verde e all’azzurro.

   Siamo scesi fino al Montello e fino al Ponte della Priula. Qui comincia un’altra storia. La seconda Piave, insomma. (Toni Frigo)

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I FIUMI MALATI – 2

TRA CAVE E PROSECCO COSÌ IL PIAVE AFFONDA

di Toni Frigo, da “la Tribuna di Treviso” del 29/6/2017

VIAGGIO DAL PERALBA AL MARE/2
– Così come nella prima puntata del nostro viaggio sul Piave assetato eravamo andati a “monte” per raccontare lo sfruttamento dell’acqua da parte delle centraline elettriche private, nella seconda abbiamo percorso le verdi terre che vanno dal Montello ai vigneti nei pressi di Ponte di Piave, dove spesso il fiume sacro alla Patria esonda nelle campagne. Qui il Piave paga il suo debito all’agricoltura e all’ampliamento della zona del Prosecco doc. Ma contemporaneamente paga pegno anche alle numerose cave disseminate sul territorio. Da qui in un decennio sono stati prelevati 360 milioni di metri cubi di ghiaia. –
Entrambi le chiamano coltivazioni. Ma, in termini idrici, intendono cose diverse e concorrenziali tra di loro. Stiamo parlando degli agricoltori e dei cavatori. A entrambi il medio corso della Piave (fiume-madre), di cui ci occupiamo in questa seconda puntata (dal Ponte della Priula a Ponte di Piave) del nostro “viaggio”, lascia il proprio obolo fino a svenarsi e a presentarsi a valle, senza nemmeno la forza per opporsi al ritorno delle acque salate dell’Alto Adriatico. Acque che devastano le coltivazioni di mais e soia riducendole a brulle, asfittiche e ingiallite lande nelle terre veneziane.

   Il nostro Caronte oggi è Fausto Pozzobon, presidente della sezione trevigiana di Legambiente (secondo nome, non a caso, Piavenire), storica vedetta contro le depauperazioni causate dai prelievi a monte della Piave (ai canali e ai corsi d’acqua afferenti) e dalle attività di cava, che (c’è poco da ridere) si chiamano anch’esse “coltivazioni”. «Ma anche tra le altre coltivazioni, quelle agricole, c’è una novità che grida vendetta al cospetto di Dio: lo sciagurato, per noi buoni bevitori, allargamento del protocollo del Prosecco doc, fa sì che molti rivieraschi abbiano venduto i terreni “in costa” al Piave, fino a far affacciare le viti direttamente sul fiume. Il bisogno di irrigazione è oggettivo e quindi il salasso per la povera Piave è assicurato. In più le rive, con le viti, non sono più trattenute e quindi qualcuno deve provvedere a sistemarle in modo ricorrente, a totale onere pubblico – dice Pozzobon – Risultato: al fiume rimane sempre meno acqua, pescata da pozzi freatici abusivi disseminati in modo selvaggio.

   Tornando sul letto del Piave, le voraci macchine dei cavatori spaccano la rete sotterranea delle falde, facendo sì che non sia più come un tempo, quando, sotto i sassi e la ghiaia delle secche, correva sempre l’acqua che garantiva la vita, anche faunistica, del fiume». E qui Pozzobon svela un nuovo fronte, portandoci a vedere un tratto di Piave che sembra il Meno in Germania. Qui è in atto una mega-coltivazione che si allarga all’interno del letto del fiume fino a fargli perdere le precedenti e naturali rive: «In questo momento stiamo tentando di arginare quest’operazione in corso da parte degli industriali della ghiaia, evidentemente benedetti dalle autorità di controllo e dai loro politici di riferimento», dice il nostro Caronte, reduce da un “saltino” al Genio Civile di Treviso dove ha chiesto lumi sull’operazione senza cavare – verbo appropriato – un ragno dal buco.

   Pozzobon sottolinea come proprio da questa autorità arrivi addirittura un invito ad alzare i quantitativi escavabili, indicando come non adeguati quelli autorizzati in origine.«Questo sfondamento del Piave a valle del ponte ferrovia della Priula rappresenta una nuova frontiera che ci lascia esterrefatti – aggiunge il presidente di Legambiente – Mai si era osato tanto dai lontani Anni 70, quando solo il pretore La Valle ebbe il coragggio di denunciare lo scempio operato dai cavatori». E le cifre su quel disastro parlano chiaro. Un testimone diretto, Fiorenzo Scarabel di Candelù, all’epoca dipendente di una ditta di escavazione, squarcia il velo del silenzio: «Sono stati sottratti alla comunità 360 milioni di metri cubi di materiale – dice con cognizione di causa – E questo in un periodo che va dagli anni 70 agli anni 80.

   Nessuno controllava. Dove son finiti? Una parte della Laguna è diventata l’aeroporto di Venezia, dunque…. Quel disastro restò ignorato». Detto da uno nato nella zona delle Fontane Bianche, che ha visto partire i camion carichi…. E Scarabel ammmonisce: «Da quando i soldi hanno preso il posto dei valori, la Piave è affondata di 5 metri. Basta ingordigia, lasciatela riposare un po’ di anni. Vedrete che si riassesta da sé. Ma fermiamoci adesso, subito». I numeri sono importanti anche per quanto riguarda i consorzi irrigui. Perché si parte da un dato sconvolgente, sottolineato in un documento approvato da consigli comunali di paesi della Marca trevigiana, quello del cosiddetto Dmv, ovvero: deflusso minimo vitale che dovrebbe garantire la vita del fiume ed evitare i disastri ambientali provocati dalle “magre” e dalle “secche”.

   «Ebbene – dice il Caronte che ci conduce nel rovente Piave – sapete per legge quanto dovrebbe bastare a tenere in vita il fiume? Circa 9 metri cubi al secondo. Mentre il minimo, vero, deflusso biologico, ne richiede almeno il triplo: 30. Tenete conto che nel calcolo dell’acqua del Piave sono comprese anche le acque degli invasi con un equivoco orribile che dura da 50 anni: viene conteggiata anche l’acqua della diga del Vajont, che in realtà, come sanno tutti, è, dopo la “scesa” del monte Toc del 1963, solo roccia».

   «Una vergogna – ribadisce Pozzobon – Questo dato falso si riverbera sui quantitativi disponibili per il prelievo da parte dei consorzi di bonifica e, naturalmente, anche sulla portata dichiarata del fiume. Ogni volta che Legambiente lo ricorda, avviene una rimozione colpevole da parte di chi sarebbe chiamato a vigilare. Quando chiediamo che la cifra del Dmv cambi con più severi controlli a nord, i sindaci bellunesi, quelli che, sospinti dai trasferimenti dello Stato al lumicino, avallano le richieste di nuove centraline, accusano quelli di pianura di voler portare via l’acqua alla gente di montagna. Attenzione: le falde distrutte dai cavatori e la mancanza di flusso minimo… mortale, fanno sì che tutta la vita presente all’interno del fiume sia a grande rischio: una volta i pesci si salvavano nelle buche d’acqua tra le secche ma la “vita” del fiume sottostante, quello in falda, faceva sì che continuassero a prolificare e a resistere. Ora che la speranza d’acqua è affidata alle periodiche “bombe” cadute dal cielo, si è innescato un circolo vizioso che compromette anche la vita dei pesci».

   Potrà anche sembrare strano, ma non sono passati mille anni da quando qui esisteva il mestiere di “pescatore della Piave”, che si manteneva e faceva campare la famiglia pescando e coltivando a mais qualche campo in golena. Oggi la cosa sarebbe impensabile: manca l’elemento fondamentale: il pesce, appunto. Che vuoi mangiare?». Tornando alle cave (ne abbiamo contate almeno 8 lungo questo tratto e nei paraggi, visto che le Bandie e Santa Lucia non sono sull’asta del fiume) va detto che non ci siamo sui quantitativi di scavo. La legge regionale consentirebbe di prelevare al massimo 3 mila metri cubi per coltivazione, giustificati da opere idriche o simili. Ma, fatta la legge gabbato lo santo, dall’Istituto Idrografico Piave Livenza e Sile è arrivata la cosiddetta Benedizione del Signor (il nome dell’ingegnere dirigente) che consente di arrivare a 20 mila metri, che fa testo e sulla quale si attaccano in molti. I cavatori ringraziano, i rivieraschi molto meno.

   Ancora Pozzobon: «Aggiungo, a proposito di controllo delle attività di asporto, che i numerosi interventi di difesa delle rive del fiume – anche di ingegneria naturalistica – , in tutto il territorio del Medio Piave, sempre con stanziamenti pubblici, molto spesso, si sono rivelati di nessun effetto positivo: i cittadini di Cimadolmo ricordano bene le strutture lignee, incardinate qualche mese prima, divelte dalla corrente, che si sono riversate proprio sui plinti di cemento armato di fondazione del ponte della provinciale 92 a Cimadolmo. Ci piacerebbe che questa non fosse una nostra battaglia ma che tutti i cittadini si facessero carico della loro piccola percentuale, facendo pressione sui comuni per una presa di posizione coraggiosa in difesa del fiume-madre e dei suoi valori». (Toni Frigo)

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I FIUMI MALATI – 3

SE IL MARE RISALE IL PIAVE

di Toni Frigo, da “La Tribuna di Treviso” del 3/7/2017

– «Un tempo si poteva vivere di pesca, oggi l’habitat è stravolto» –

   Chiare, fresche e dolci? Torbide, calde e salate, altroché. Le acque della Piave che vanno da Ponte di Piave fino a Noventa e Fossalta e giù fino al mare sono tutto fuorché degne dei poeti. Pagano il prezzo dei “furti” e delle “ferite” patiti a monte e precedono di poco un fenomeno, quello del “CUNEO DI SALE”, che crea gravi problemi all’habitat vegetale e animale del fiume sacro alla Patria.

   Ne sa qualcosa l’oasi naturalistica “CODIBUGNOLO”, nata per autoalimentarsi con piante e animali, ma già in sofferenza e costretta a rifornirsi di varietà e specie provenienti da altre aree protette. Ci è capitato personalmente di trovare una delle sue “anime”, nella selva del PARCO DELLO STORGA a caccia di erbe, piccole querce e rari salici bianchi con cui integrare la flora autoctona.

   Il fatto è che la Piave è snaturata nelle sue acque, che, prive di vita, continuano a perdere biosalubrità. Lo dice anche il nostro giovane “barcaro”, Christian, che ci accompagna verso il mare, nel viaggio finale su questo povero Piave desolato. Lui ti porta, con calma, nei luoghi giusti per farti un’idea su quanto accade.

   Buche dominate dalle mucillagini, calde come un brodo primordiale e non certo animate da vita ittica e capaci di filtrare l’acqua. La colpa non è nemmeno di quelli “lassù”: quelli del Bellunese che piantano centraline elettriche come piovesse; o di quelli del medio corso che cavano a piene ruspe e pescano l’acqua dalle falde impoverendole e distruggendo l’equilibrio idrogeologico.

   «Qui dovrebbero essere fatti i laminatoi – dice Marco Zanetti, biologo-imprenditore – Non certo nell’alto corso del Piave. Si fanno dove c’è acqua, non dove non ce n’è. E si prova a far ripartire il circolo virtuoso che purtroppo è già saltato o sta saltando. Non stupiamoci se il mare risale il fiume e rende tutto brullo. Se dal fiume non scende niente, c’è il caso, a seconda delle maree, di vedere la stessa bottiglia di plastica navigare prima verso sud, poi verso nord nell’arco della stessa giornata. e allora non stupiamoci se l’acqua non si depura».

    Già, l’acqua: tanta, pulita. Dice ancora il biologo Zanetti: «L’acqua ha bisogno di scorrere in superficie per ripulirsi. I nostri nonni, che avevano quasi sempre ragione, dicono che l’acqua “se neta co la gà passà tre sassi“. Il mantenimento della qualità dell’acqua è un punto d’arrivo della battaglia che associazioni e comuni devono fare insieme. Ma una larga fetta della Piave circola in tubature parallele e il sole e i sassi non li vede nemmeno. E allora ecco che senza acqua depurata non ci sono nemmeno biodiversità, che creano un circolo virtuoso la cui presenza, un tempo, rendeva vivo il basso corso del Piave».

   L’attacco passa per l’alveo ma anche per le rive. Ci fu un momento in cui fu deciso, nel tratto che scende a San Donà, di fare interamente piazza pulita della vegetazione sulle rive (s’intende per non dare riferimenti a chi volesse capire quanto l’erosione che il fiume patisce sia naturale e quanto…. forzata e voluta). «La popolazione si ribellò e fu fiancheggiata dalle associazioni di tutela ambientale – racconta Maurizio Billotto vicepresidente di Legambiente veneta – e ottenemmo lo stop, quindi uno studio di tutto ciò che viveva lungo le rive e un piano molto dettagliato di ciò che si poteva disboscare».

   E scendendo il Piave ci viene in mente quella sentita al convegno di qualche giorno fa a Maserada: «Come dice Michele Zanetti, dell’Associazione naturalistica sandonatese,- nel letto del fiume abbandonato all’incuria, ti puoi aspettare da un minuto all’altro di veder spuntare una tigre, ma non certo la flora e la fauna che ci furono quarant’anni fa».

    «Non chiedete un commento ai pescatori, che ormai non sanno nemmeno più perché escono la mattina, di buonora, con canna, reti e nasse in mano», dice Christian, che sul fiume, in barca, dove ci ospita, vive. Ci fu anche un tempo in cui si viveva di pesca fluviale, qui, e lo diceva Felice Gazzelli di Ceggia: «Ho sei generazioni di pescatori alle spalle. Io ho pescato fino a che c’è stato mio padre, scomparso 20 anni fa» racconta, «Allora c’era acqua pulita che scendeva da nord e si poteva vivere di pesca. Non è più così, perché qui arriva dal mare l’acqua salata. I pescatori sono gente che ama il fiume e vanno ascoltati. Non c’è più acqua da pesce, qui».

   E allora al capezzale richiamiamo il biologo Marco Zanetti, della società di ricerche e analisi ecobiologiche Bioprogramm. «I traumi sono molteplici, come abbiamo visto dalle centrali idroelettriche al deflusso minimo imbroglione, dai cavatori che cambiano le caratteristiche del letto del fiume fino a chi depaupera senza controllo le falde, togliendo lo zoccolo liquido alle acque che dovrebbero scorrere in superficie».

   Scrive in una relazione: «Il fiume quando viene colpito da un input, un inquinamento, qualcosa che lo modifica al suo interno, ha il potere di assorbirlo e di tornare nelle sue condizioni di equilibrio iniziale. Con la diminuzione della portata, il Piave, degradato nelle sue componenti strutturali, diminuisce il suo potere omeostatico e non è più capace di sopportare piccoli fenomeni di inquinamento che sarebbe stato in grado di sopportare se fosse nelle sue condizioni naturali. Abbiamo alvei che rimangono asciutti per lunghi periodi dell’anno e quindi si impermeabilizzano al ritorno delle acque, Il contatto con la falda comunque viene a mancare e non si ha il processo di filtrazione naturale. Il risultato dell’impermeabilizzazione è che le acque scorrono solo in superficie e producono danni. Aggiungeteci le piene improvvise che provocano il “drift“ ossia l’asporto di materiali verso valle ed ecco il quadro. Nei periodi di riduzione della portata si ha invece la messa a secco e la scomparsa delle uova e degli avannotti di pesce e la riduzione delle popolazioni biologiche per cambiamenti strutturali dell’habitat. Come tutto questo non possa non ripercuotersi nella vita del Basso Piave è lampante. Ribadisco che dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque. Un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso. I produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali, che ci sono sempre stati nei nostri fiumi. E gli enti captatori dell’acqua devono essere obbligati a smaltirsi anche i picchi di piena: non è possibile che quando l’acqua non c’è, loro possano prelevarsela tutta, mentre quando c’è l’ondata di piena utilizzino il fiume come canale scolmatore. E’ inammissibile dal punto di vista biologico, ma anche dal punto di vista etico, perché c’è a rischiare è la vita umana, che conta un po’ più di quella del fiume».

    Nel frattempo si registra la notizia della prossima chiusura dell’Ispra, Istituto per la Protezione e Ricerca Ambientale. Come a dire che gli americani con Trump fanno solo le cose più in grande di noi, ma l’andazzo è quello. Chi può pagare, ha sempre ragione e a chi importa il destino del Piave dopo che il Veneto ha già assistito allo scippo di Adige e Brenta?

    Ma il caso Piave è ancora aperto, anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. A proposito di Laguna: su quella del Mort, vicino a Eraclea, dove un tempo terminava il fiume, incombe una minaccia: quella di un affare da mezzo miliardo di euro, chiamato Valle Ossi, fatto di posti barca e villette su 250 mila ettari. I naturalisti vi si oppongono e credono che l’area dovrebbe diventare un parco. I politici si confessano impotenti di fronte a un affare privato. Già l’area è di proprietà degli speculatori. Ma questa è un’altra storia. (Toni Frigo)

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I PRINCIPALI AFFLUENTI DEL PIAVE

(dx) torrente Cordevole, dalla Val Visdende il primo afflunte importante, conosciuto anche come Piave di Visdende per molto tempo contestato ramo ‘delle sorgenti’ tra Comelico e Sappada.

(dx) torrente Padola, dal passo Monte Croce Comelico

(dx) torrente Ansiei, dal Lavaredo per Auronzo

(dx) torrente Boite, dalla Val Travenanzes attraverso Cortina d’Ampezzo

(sx) torrente Vaiont, dalla Val Zemola e il lago di Vaiont di grande significato storico

(dx) torrente Maè, dalla Val di Zoldo

(sx) torrente Tesa, dall’Alpago e il lago di Santa Croce

(dx) fiume Cordevole, dal Sella per la valle di Alleghe e Agordo, è il più importante affluente che a sua volta raccoglie le acque di numerosi torrenti e relative valli importanti : Pettorina, Biois, Tegnas, Fiorentina, ecc.

(dx) torrente Mis, dalla Valle del Mis

(dx) torrente Caorame, dalla Val Canzoi e le Dolomiti Feltrine

(dx) torrenti Tegorzo, Calcino, Curogna, dal monte Grappa e la pedemontana

I LAGHI

(naturale) lago di Misurina

(artificiale) lago di Auronzo (o di Santa Caterina)

(artificiale) lago di Centro Cadore (o di Pieve di Cadore)

(artificiale) lago di Pontesei in Val di Zoldo

(artificiale) lago di Val Gallina

(naturale) lago di Santa Croce in Alpago, il più grande lago naturale completamente in territorio veneto

(artificiale) lago di Fedaia in Marmolada

(naturale) lago di Alleghe

(artificiale) lago del Mis

(artificiale) lago della Stua in Val Canzoi

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CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO

DECIMA LEGISLATURA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA N. 350

SICCITÀ E GRAVE SITUAZIONE DEI FIUMI COME NEL CASO DEL PIAVE. QUALI AZIONI DI TUTELA DEL PATRIMONIO IDRICO REGIONALE PER USCIRE DALLA LOGICA DELL’EMERGENZA?

presentata il 2 maggio 2017 dai Consiglieri Zanoni, Zottis e Guarda

                        Premesso che:

–           nei giorni scorsi il presidente della Giunta regionale ha decretato lo stato crisi a seguito delle condizioni di siccità in cui versa il territorio veneto;

–           a fare da contrasto con la suddetta decisione c’è il fatto che la Regione Veneto continua ad emanare disposizioni sui prelievi nei corsi d’acqua, ma sulle falde rimane inerte. Anzi, agisce in maniera opposta, continuando a dare il via libera a centinaia di impianti di Prosecco in pianura, con relative autorizzazione di pozzi che vanno a ‘pescare’ proprio dalle falde;

–           nel febbraio 2016, in occasione del bilancio di previsione, il Consiglio regionale ha approvato un ordine del giorno, di cui primo firmatario è lo scrivente, che impegna la Giunta “ad attuare politiche di prevenzione e tutela dagli effetti della siccità, fornendo mezzi ed adottando misure in grado sia di migliorare urgentemente la raccolta e la distribuzione delle acque potabili e di irrigazione, sia di evitare lo spreco di risorse idriche”;

                        Considerato che:

–           non è pensabile di intervenire ancora con provvedimenti d’urgenza ed ordinanze. Occorre invece programmare una seria politica di risparmio idrico, di controllo delle captazioni, di programmazione oculata degli invasi alpini, di bilancio idrico e di rilascio del deflusso minimo vitale;

–           da parte sua Legambiente propone una serie di interventi che, sebbene siano dedicati alla tutela degli acquiferi della Piave e della fascia delle risorgive, costituiscono un vademecum-modello per le azioni di difesa del nostro patrimonio idrico. Di seguito l’elenco delle proposte avanzate da Legambiente:

  1. Segnalazione al Segretariato di Ramsar, attraverso un dossier puntuale sulla fascia di zone umide che, partendo dal letto fluviale della Piave, dove si segnalano presenze faunistiche di rilievo (migrazione di centinaia di gru in formazione a V nel cielo sopra il tratto mediano , permanenze di vari giorni, in prossimità delle zone umide, di decine di esemplari di ibis sacro, solo per citare le presenze accertate dell’ultimo mese), si irradia nel territorio della sinistra Piave e della destra Piave in un complesso di fontanili e di torrenti di risorgiva che caratterizzano tutto il limite inferiore della conoide alluvionale del nostro fiume.
  2. Convocazione in tempi brevi di una conferenza di servizi – Regione, Provincia, Comuni rivieraschi, Comuni il cui territorio rientra nella fascia delle risorgive, Genio civile, Consorzio Piave, Enel, organizzazioni dei coltivatori, associazioni ambientaliste, Contratti di Fiume già istituiti – per concordare una strategia da attuare nei prossimi 5 anni in tutto il letto della Piave .
  3. La base da cui partire per una discussione approfondita circa le misure da intraprendere nei prossimi anni, dovrà per forza essere la proposta di Piano di Gestione della Z.P.S: (già depositata in Regione da anni) relativa complessivamente al medio Piave con un nuovo calcolo del d.m.v. dalla stretta di Nervesa : dagli attuali 10 mc/sec ai 29 mc/sec contenuti nella nuova proposta di Piano di Gestione.
  4. Condivisione di un modello matematico idraulico a scala di bacino del fiume Piave, ad elevato dettaglio di rilievo, dal quale partire per una qualsiasi ipotesi, anche parziale, di intervento di regimazione del suo corso e dei suoi affluenti; un modello matematico interfacciato, sempre su base scientifico/matematica, anche con tutti i fattori di utilizzo artificiale (idroelettrico e agricolo) delle acque attualmente afferenti all’intero suo bacino idrografico.
  5. Allo stesso tempo deve essere chiaro il principio che ogni valutazione sulla sicurezza idraulica non può prescindere dall’impatto ambientale che questa produce sulla vita del fiume: sicurezza idraulica e rispetto ambientale del fiume Piave devono andare di pari passo.
  6. E’ scientificamente provato che un fiume, dalla sorgente alla foce, è un unico organismo vivente dal quale dipende anche la vita delle popolazioni rivierasche nonché della rete ecologica del territorio che attraversa: è necessario per questo motivo trattarlo organicamente come elemento unitario, rifuggendo da ogni scorciatoia particolaristica locale.
  7. Risulta evidente quindi che solo partendo da basi scientifiche (biologiche e matematiche) condivise da tutti, sarà possibile meglio contemperare le aspettative dei molteplici interessi contrapposti presenti: continuare a non tener conto di questo sarebbe cosa da folli.
  8. Per tutto il Medio Piave, si dovrà prevedere un periodo pluriennale di totale blocco degli interventi di escavazione. contemporaneamente si interverrà per realizzare concreti progetti di ripristino ambientale dell’originale struttura a rami intrecciati degli alvei a ridosso dell’Isola di Papadopoli: sarà necessaria una revisione critica degli interventi promossi ( anche con la clausola del regime di somma urgenza ! ) da parte del Genio Civile di Treviso , che hanno accentuato l’aggressività delle correnti e la canalizzazione della Piave con un notevole aumento dei pericolosi processi di erosione delle sponde.
  9. Censimento dei fontanili ancora presenti nella fascia delle risorgive in destra ed in sinistra Piave utilizzando i piani delle acque in formazione presso gli enti locali della provincia di Treviso con l’obiettivo del ripristino funzionale delle polle sorgive , prescrivendo le misure di tutela anche in quegli ambiti dove è scomparsa l’acqua , ma sono evidenti le tracce delle risorgenze.
  10. Revisione critica della politica agricola da parte della Regione Veneto tenendo conto della fase attuale caratterizzata da fenomeni imputabili senza alcun dubbio ai cambiamenti climatici in atto : dovremo fare un’attenta comparazione tra le esigenze di produttività e remunerazione degli addetti al settore delle coltivazioni e la disponibilità di risorsa idrica proveniente dagli acquiferi del corso d’acqua principale e dalle risorgenze della conoide alluvionale della Piave. – esempio eclatante : non si potrà garantire, tutta l’acqua sprecata attualmente , alle zone agricole intorno alla Postumia romana che continuano a produrre del mais, pianta idrovora per eccellenza, che viene fatto crescere con irrigazione a scorrimento.
  11. Partire da subito con una campagna di sensibilizzazione relativa al risparmio della risorsa idrica; installazione di cisterne per la raccolta delle acque piovane e di risciacquo domestico anche nelle scuole; controllo da parte degli enti locali e del genio civile relativamente ai pozzi artesiani in funzione per scopi ornamentali con l’obiettivo della chiusura/limitazione del flusso idrico fluente; puntuale censimento dei numerosi pozzi freatici non autorizzati, utilizzati per l’irrigazione dei campi situati nelle golene fluviali nella fascia delle risorgive in pianura ; revisione dei contratti con i privati che utilizzano l’acqua dei canali per la produzione di energia idroelettrica allo scopo di mantenere un numero di mc/sec adeguato in alveo fluviale – anche attualmente il Consorzio Piavesella non ha diminuito la sua portata in presenza di una situazione drammatica per quel che riguarda la vita acquatica in fiume: il consorzio citato continua tranquillamente ad utilizzare i suoi 5 – 6 mc/ sec in virtu’ dei disciplinari del contratto di captazione dal canale della Vittoria;

–           a nulla serve decretare lo stato di crisi se poi si fanno scelte politiche che vanno in direzione opposta;

–           sarebbe opportuna la convocazione urgente da parte della Regione di un tavolo di lavoro con tutti i soggetti interessati: Province, Comuni, Consorzi, associazioni dei coltivatori e ambientaliste.

                        I sottoscritti consiglieri regionali

chiedono alla Giunta regionale

quali misure ed interventi ha intenzione di mettere in atto per tutelare al meglio il patrimonio idrico regionale uscendo dalla logica dell’emergenza legata ai periodi di siccità.

…………………………….

PRIMA BATTAGLIA DEL PIAVE

Da WIKIPEDIA, l’enciclopedia libera.

La prima battaglia del Piave si svolse durante la prima guerra mondiale (nel novembre 1917) al confine tra Trentino e Veneto, tra il Regio Esercito italiano da una parte e le forze dell’Impero tedesco e dell’Impero austro-ungarico dall’altra (per le omonime battaglie successive vedi Offensiva del Piave).

Le truppe italiane, credute vinte e moralmente distrutte anche dagli stessi vertici militari dopo la battaglia di Caporetto[1], opposero invece una tenace resistenza nei dintorni del monte Grappa tra le rive del Brenta e del Piave, permettendo così alla linea difensiva impostata lungo quest’ultimo fiume di continuare a resistere all’offensiva nemica, che dovette pertanto ridimensionarsi alla guerra di trincea.

………….

LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO O SECONDA BATTAGLIA DEL PIAVE fu combattuta nel giugno 1918 tra Regio Esercito Italiano e Imperial Regio esercito. Fu l’ultima grande offensiva sferrata dagli austro-ungarici nel corso della prima guerra mondiale. Il nome “battaglia del solstizio” venne utilizzato dal poeta Gabriele D’Annunzio.[4]

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Già nel marzo 1918 il capo di stato maggiore Arz von Straussenburg aveva rassicurato l’alleato tedesco su un’offensiva estiva in via di preparazione sul fronte italiano,[5] in appoggio strategico all’offensiva di Ludendorff sul fronte occidentale. I rapporti tra i due Imperi centrali erano da tempo conflittuali. L’Austria-Ungheria, ormai allo stremo e alle soglie della carestia alimentare, dipendeva fortemente dagli aiuti tedeschi, che l’avevano salvata sul fronte orientale e avevano permesso lo sfondamento di Caporetto. Appariva però evidente anche agli alti comandi che l’intransigenza tedesca minava fortemente le possibilità di sopravvivenza dell’Impero asburgico.[6] In quei giorni di marzo cominciò dunque la grande diatriba che vide opporsi le differenze strategiche dello Stato Maggiore della duplice monarchia. Da una parte l’antico disegno accarezzato dal comandante del fronte alpino – feldmaresciallo Conrad – che prevedeva la necessità di un intervento massiccio dal Tirolo; uno sfondamento delle difese italiane dell’Altipiano e del Grappa, e in definitiva il proseguimento della pianura del Brenta. Il completamento della manovra sarebbe avvenuto con lo sfondamento delle difese del monte Tomba e la discesa al Piave di Pederobba, in direzione di Treviso – Padova e Venezia.

Dall’altra, la più ragionata e omogenea strategia proposta dal feldmaresciallo Boroevic, intesa all’ottenimento del massimo sforzo delle sue armate per sfruttare la felice posizione di attacco sull’ansa del Piave delle “Grave di Papadopoli” in territorio di Cimadolmo, di quella – poco distante – di Ponte di Piave (dove il corso del fiume si restringe e la posa delle passerelle diventa più semplice) e infine lo sfruttamento di una identica possibilità nel territorio di San Donà di Piave.

Da parte italiana, le notizie dell’offensiva nemica erano state preannunciate dall’osservazione aerea quotidiana dell’aviazione leggera del Corpo Aeronautico e da quella dei palloni frenati, nonché dal servizio di spionaggio e dalla assidua corrispondenza dei connazionali residenti di là dal Piave, effettuata questa attraverso piccioni viaggiatori.

Nell’aprile del 1918 i tentativi di Carlo I d’Austria di ottenere segretamente una pace separata nel 1917, il cosiddetto “affare Sisto“, erano divenuti pubblici. L’alleato tedesco, infuriato, aveva costretto l’Austria-Ungheria a legarsi definitivamente a sé in un’intesa pantedesca, in posizione subordinata, nel maggio 1918.[7]

Piano delle operazioni[modifica | modifica wikitesto]

L’obiettivo strategico era di sfondare e raggiungere la fertile pianura padana, impossessandosi delle scorte italiane, per costringere il nemico all’armistizio e liberare forze da concentrare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.

L’offensiva fu preparata con grande cura. Gli austroungarici vi impegnarono oltre sessanta divisioni (considerando anche la riserva), senza però raggiungere un’effettiva superiorità di uomini e mezzi.[8] Nel complesso, nonostante la situazione, il morale dell’esercito sembrava ancora alto e la fiducia negli esiti dell’azione era elevata,[5] malgrado l’oggettiva penuria di beni di prima necessità, a Vienna come al fronte. In questo senso, Boroević, comandante del III gruppo armate del Piave, promosso a feldmaresciallo, considerò questa offensiva come uno sforzo suicida. Infatti, convinto dell’inevitabile sconfitta finale, egli avrebbe preferito preservare l’esercito per la salvezza della monarchia.[8]

Il piano d’attacco soffriva, in effetti, degli scontri personali e ideologici tra i due capi dei corpi d’armata, Conrad e Boroević. Lo sforzo, anziché essere concentrato in un punto come a Caporetto, venne suddiviso tra i due corpi d’armata. Il piano era stato suddiviso in tre operazioni distinte: un iniziale attacco diversivo sul Passo del Tonale, denominato Lawine (valanga), avrebbe anticipato quello dall’altopiano di Asiago verso Vicenza da parte della 10a e 11a armata di Conrad (operazione Radetzky) e uno attraverso il Piave verso Treviso da parte della 5a e 6a armata di Boroević (operazione Albrecht). Queste due penetrazioni avrebbero dovuto costruire i due bracci di una tenaglia che si sarebbe dovuta chiudere attorno alla zona di Padova.[5]

Di conseguenza, la mancanza di una chiara superiorità tattica e la ricostituita forza dell’esercito italiano, fisica e morale, attuata da Diaz e Badoglio dopo la Disfatta di Caporetto, condannarono l’offensiva austroungarica al fallimento, facendo avverare i presagi di Boroević.

L’Italia, già alla fine di febbraio, si era completamente ripresa dalla disastrosa sconfitta subita nell’autunno dell’anno precedente. I suoi armamenti e le sue scorte, anche grazie all’aiuto degli alleati, avevano ripreso una consistenza di tutto rispetto. Il vettovagliamento della truppa, il morale dei soldati e l’aumentata affidabilità degli stati maggiori, garantita da uno stretto rapporto tra il governo e le forze armate, erano di buon auspicio per il confronto tra i due eserciti, che si sapeva sarebbe avvenuto in tempi ravvicinati.

La forza armata – nel marzo 1918 – poteva contare su uno schieramento di 54 divisioni, alle quali si aggiungevano i reparti inglesi, francesi, la legione cecoslovacca e la Legione Romena d’Italia. Il 10 aprile al fronte l’Italia schierava 232 caccia, 66 bombardieri e 205 ricognitori oltre ai rinforzi dalla Francia con 20 ricognitori e dall’Inghilterra con 54 caccia e 26 ricognitori.[9] Nel mese di giugno l’aviazione italiana in zona di guerra disponeva di 65 squadriglie e 9 Sezioni con 647 aerei per 770 piloti, 474 osservatori, 176 mitraglieri, 916 motoristi e 477 montatori.[10]

Come già detto, gli italiani conoscevano in anticipo i piani del nemico, comprese la data e l’ora dell’attacco, tanto che nella zona del Monte Grappa e dell’Altopiano dei Sette Comuni venne attuata la tattica della “contropreparazione anticipata”, in particolare da parte dell’artiglieria della 6ª Armata (Regio Esercito), comandata dal Gen. Roberto Segre, dal quale dipendeva il VII Gruppo (poi 7º Gruppo Autonomo Caccia Terrestre). Le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro, tanto che gli alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l’intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico. Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono, tanto che i gendarmi riuscirono a bloccare i fuggitivi solamente nella piana di Villaco.

La mattina del 15 giugno 1918, gli austriaci arrivando da Pieve di SoligoFalzè di Piave, riuscirono a conquistare il Montello e il paese di Nervesa. La loro avanzata continuò successivamente sino a Bavaria (sulla direttiva per Arcade), ma furono fermati dalla possente controffensiva italiana, supportata dall’artiglieria francese, mentre le truppe francesi erano stazionate ad Arcade, pronte a intervenire in caso di bisogno. Il Servizio Aeronautico italiano mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l’avanzata. In questo teatro di battaglia morì il maggiore Francesco Baracca, il più grande asso dell’aviazione italiana. Le cause della morte non sono mai state univocamente determinate e la versione ufficiale per lungo tempo è stata quella di un colpo di fucile ricevuto da terra da un tiratore austriaco appostato su un campanile. Secondo uno storico anglosassone, invece, da ricerche nei registri austro-ungarici risulterebbe che Baracca venne ucciso dal mitragliere di un biposto austriaco che l’asso italiano stava attaccando dall’alto.[11] Dal Comando supremo militare italiano dipendevano il Raggruppamento Squadriglie da Bombardamento con il IV Gruppo, XI Gruppo e XIV Gruppo oltre al X Gruppo (poi 10º Gruppo).[12]

Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci il 15 giugno 1918 vennero bombardate incessantemente dall’alto e ciò comportò un rallentamento nelle forniture di armi e viveri. Ciò costrinse gli austriaci sulla difensiva e dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, gli austriaci decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti. Centinaia di soldati morirono affogati di notte, nel tentativo di riattraversare il fiume in piena. Nelle ore successive alla ritirata austriaca, il re Vittorio Emanuele III visitava Nervesa liberata e completamente distrutta dai colpi di artiglieria. Ingenti i danni alle antiche ville sul Montello e al patrimonio artistico della zona. Stessa cosa per Spresiano: completamente distrutta. Gli austro-ungarici nella loro avanzata arrivarono sino al cimitero di Spresiano, ma l’artiglieria italiana che sparava da Visnadello e i contrattacchi della fanteria italiana riuscirono a bloccarli.

Le truppe austro-ungariche attraversarono il Piave anche in altre zone. Conquistarono pure le Grave di Papadopoli, ma si dovettero successivamente ritirare. A Ponte di Piave percorsero la direttrice ferroviaria Portogruaro-Treviso, dopo alcune settimane di lotta, nella zona di Fagarè, vennero respinte dagli arditi italiani. Passarono il Piave anche a Candelù, da Salgareda raggiunsero Zenson e Fossalta, ma la loro offensiva si spense in pochi giorni.

Il 19 giugno 1918 nella frazione di San Pietro Novello presso Monastier di Treviso il VII Lancieri di Milano comandato dal generale conte Gino Augusti, contenne e respinse l’avanzata delle truppe austro-ungariche infiltrate oltre le linee del Piave infliggendo loro una sconfitta decisiva nell’economia della Battaglia del Solstizio. L’operazione militare passerà alla storia come la “Carica di San Pietro Novello”: il reggimento di Cavalleria pur in inferiorità di uomini e mezzi riuscì nell’impresa, combattendo anche appiedato in un corpo a corpo alla baionetta.[13]

La mattina dell’attacco, sino dalle ore 4.00, dal suo posto di osservazione posto in cima a un campanile di Oderzo, il comandante delle truppe austriache, il feldmaresciallo Boroevic, osservava l’effetto dei proiettili oltre Piave. Le prime granate lacrimogene e asfissianti ottenevano pochi risultati, grazie alle maschere a gas inglesi usate dagli italiani. Durante la Battaglia del Solstizio gli Austriaci spararono 200 000 granate lacrimogene e asfissianti. Sul fronte del Piave, quasi 6.000 cannoni austriaci sparavano sino a S. Biagio di Callalta e Lancenigo. Diversi proiettili da 750 kg di peso, sparati da un cannone su rotaia, nascosto a Gorgo al Monticano, arrivarono fino a 30 km di distanza, colpendo Treviso. Dall’altra parte del fronte, i contadini portavano secchi d’acqua agli artiglieri italiani per raffreddare le bocche da fuoco dei cannoni, che martellavano incessantemente le avanguardie del nemico e le passerelle poste sul fiume, per traghettare materiali e truppe. Il bombardamento delle passerelle fu determinante, in quanto agli austriaci vennero a mancare i rifornimenti, tanto da rendere difficile la loro permanenza oltre Piave.

Nel frattempo gli italiani, alla foce del fiume, avevano allagato il territorio di Caposile, per impedire agli austriaci ogni tentativo di avanzata. Dal fiume Sile i cannoni di grosso calibro della Marina Italiana, caricati su chiatte, che si spostavano in continuazione per non essere individuati, tenevano occupato il nemico da San Donà di Piave a Cavazuccherina (Jesolo).

Il punto di massima avanzata degli austriaci, convinti di arrivare presto a Treviso, fu a Fagarè, sulla provinciale Oderzo-Treviso.

Nella battaglia vennero impiegati intensivamente gli Arditi, una specialità della fanteria del Regio Esercito al comando del generale Ottavio Zoppi. Si trattava di un corpo speciale particolarmente addestrato alle tecniche d’assalto e del combattimento corpo a corpo. Operativamente organizzato in piccole unità i cui membri erano dotati di petardi “Thévenot“, granate e pugnali, occupavano le trincee e le tenevano fino all’arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite era estremamente elevato: in questa battaglia centinaia di Arditi vennero fatti sbarcare da una sponda all’altra del fiume Piave e la maggior parte di loro non giunse all’altra riva, ma i superstiti contribuirono alla ritirata austro-ungarica, anche per l’effetto psicologico che avevano questi soldati sui soldati semplici che ne temevano l’aggressività e tecnica di combattimento.

La testa di ponte di Fagarè sulla direttiva Ponte di Piave-Treviso fu l’ultimo lembo sulla destra del Piave a cadere in mano italiana. (DA WIKIPEDIA)

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