XI JINPING, il nuovo TIMONIERE della CINA, sarà il FUTURO IMPERATORE GLOBALE? C’è ambizione e determinazione cinese ad essere “prima” in tutti campi (economico, tecnologico, scientifico, politico…) – Ma rispetterà i DIRITTI UMANI e le TANTE ETNÌE dei suoi territori? Vincerà la SCOMMESSA AMBIENTALE?

IL CONGRESSO CINESE TENUTO DAL 18 AL 25 OTTOBRE SCORSO – “GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO” . ““Un elemento su cui occorre meditare profondamente emerge dal concetto di globalizzazione espresso dal Congresso: LA CINA ACCETTA e promuove LA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA MA SI OPPONE A OGNI PROCESSO DI GLOBALIZZAZIONE POLITICA. Pechino esprime cioè un’assoluta contrarietà all’adozione di valori universali proposti e imposti da altri Paesi. In parole più semplici la Cina rifiuta la pretesa dell’Occidente democratico di definire quello che è bene e quello che è male o, per essere ancora più espliciti, essa si ritiene legittimata, almeno come l’Occidente, a definire quello che è bene e quello che è male. (….) La Cina continuerà quindi ad avere rapporti con tutti a seconda delle sue convenienze e senza assolutamente curarsi del regime dei paesi con cui tratta. Mi sembra quindi che, in questi ultimi mesi, siamo ormai entrati in una nuova fase storica che potremmo definire come GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO”. (Romano Prodi, Il Messaggero, 5/11/2017)

Il 19esimo Congresso del Partito comunista cinese (tenutosi dal 18 al 25 ottobre scorso) ha incoronato Xi Jinping come segretario, erede e terzo leader più potente nella storia della Repubblica Popolare dopo Mao Tsetung e Deng Xiaoping. Il pensiero e i progetti di Xi sono ora entrati nella Costituzione. E così la Cina rivendica il ruolo di potenza globale.

Xi Jinping con Donal Trump

Molti osservatori dei fatti internazionali e studiosi di geopolitica stanno probabilmente pensando che nel giro di pochi anni il presidente cinese potrebbe sottrarre agli Usa la leadership globale. Perché Xi Jinping, e la “sua Cina” ne hanno tutte le caratteristiche, le ambizioni, il desiderio… di essere la nazione (e che nazione! 1 miliardo e 380 milioni di persone!) prima al mondo in grado di influenzare i destini di gran parte del resto dell’umanità.

LA NUOVA VIA DELLA SETA – “(….) E’ da XI’AN che ripartono le ambizioni “imperiali” cinesi. La culla del glorioso passato è il punto più a Oriente della NUOVA VIA DELLA SETA, il faraonico progetto promosso dal presidente Xi Jinping nel 2013 (…). A NORD, VERSO ALMATY IN KAZAKHSTAN, e di lì A OVEST, IN DIREZIONE DI TEHERAN E ISTANBUL, la Nuova Via della Seta piega poi DI NUOVO A NORD VERSO MOSCA, per tagliare BIELORUSSIA, POLONIA e GERMANIA fino ad arrivare a ROTTERDAM. Un tracciato arricchito dal CORRIDOIO CINO-PAKISTANO, che sfiora (e irrita) l’INDIA, e raddoppiato dalle ROTTE MARITTIME che circumnavigano l’INDOCINA, toccano l’AFRICA in KENYA e, attraverso SUEZ, sboccano nel MEDITERRANEO, fino alla VENEZIA di Marco Polo. Un progetto enorme, che secondo Morgan Stanley richiede 1.200 miliardi di investimenti in 10 anni per costruire strade, ferrovie, porti e reti elettriche (…)” (Gianluca Di Donfrancesco, “il Sole 24ore”, 27/10/2017)(MAPPA da http://www.agi)

Infatti è in questa fase storica (così difficile, problematica per quasi tutte, per motivi diversi, le aree geopolitiche del pianeta) che la Cina ha l’occasione di rafforzare le sue relazioni sia nella regione asiatica (accrescendo la dipendenza degli altri Paesi asiatici in tema di commerci, aiuti, investimenti e sicurezza), che nelle altre parti del mondo, specie verso l’Europa.

IL CONGRESSO CINESE TENUTO DAL 18 AL 25 OTTOBRE SCORSO – La «nuova era» è alle porte, e Xi Jinping è il suo profeta. Ad annunciarla è stato lui stesso. È salito sul palco con chi l’ha preceduto, tracciando metaforicamente una linea di continuità con gli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao, gli stessi che durante tutto il suo primo mandato sono stati messi all’angolo, quando non trattati da acerrimi nemici. Poco dietro, nel ritratto di famiglia, c’è persino Li Peng, il premier ai tempi dei fatti di Tian’anmen. Il messaggio è chiaro. Alla guida del Paese c’è sempre la stessa ideologia, una classe dirigente senza soluzione di continuità. Eppure gli strappi ci sono stati. Prova ne è la campagna contro la corruzione che ha assicurato alla giustizia interna del Partito 240 alti quadri e un milione e 140 mila funzionari minori, rompendo il tacito accordo sotteso all’avvicendarsi dei leader cinesi dai tempi delle purghe di Mao: la leadership non indaga al suo interno…(da http://www.pagina99.it/, 29/10/2017)

A proposito e in particolare dell’Europa, la Cina ha già avviato la sua grande opera strategica, la «NUOVA VIA DELLA SETA», con enormi investimenti in infrastrutture e agevolazioni commerciali, passando di suoi territori al nostro Continente attraverso l’Asia Centrale. E’ un’ambizione non solo simbolica, quella di ricreare la Via della Seta che nel Medioevo collegava l’Italia e le altre città europee con Pechino. Ma è prima di tutto un’ambizione politica(prima ancora che economica) quella di stabilire legami di dipendenza dalla Cina, imponendo la sua autorità e la sua influenza. Appunto quel ruolo che, fino a qualche tempo fa, ha esercitato l’America, gli Stati Uniti.

DISSIDENTI IN CINA – L’intellettuale e dissidente cinese LIU XIAOBO (nella foto) il 13 luglio scorso si è spento, per malattia: pochi giorni prima di morire, Xiaobo era stato rilasciato, in libertà condizionale per motivi di salute, dal carcere, ma a nulla erano valsi gli appelli per farlo uscire dal paese e curarlo all’estero, sebbene fosse in fase terminale. Aveva 61 anni. Nel 2009 Xiaobo era stato condannato per attività sovversive a 11 anni di carcere. Formatosi accademicamente anche all’estero tra Europa e Stati Uniti dopo gli studi di letteratura e filosofia in patria, Xiaobo è stato ATTIVISTA NELLE PROTESTE DI PIAZZA TIANANMEN nel 1989 e già condannato al carcere ai tempi per un biennio. Da sempre impegnato per una Cina più aperta e democratica, è anche CO-AUTORE DELLA CHARTA 08, un manifesto per una svolta del sistema politico e legale nazionale verso la democrazia. Liu Xiaobo, in absentia, HA VINTO IL NOBEL PER LA PACE NEL 2010, “per la sua lunga e non violenta lotta per i diritti umani fondamentali in Cina”

Pertanto è una sfida, quella della Cina di Xi Jinping, che si rivolge sì al suo interno, per superare sempre più la povertà e creare ricchezza (in questo momento di debole spinta economica delle maggiori potenze, la Cina ha un prodotto interno che è dal 6 al 7 per cento), ma si rivolge in modo organico all’esterno, volendo diventare punto di riferimento geografico nell’era globale.

Se tanti ragazzi di tutto il mondo si sono avvicinati alla storia del dissidente premio Nobel lasciato morire in prigione (LIU XIAOBO), è anche grazie a BADIUCAO, il Banksy cinese, questo dissidente della matita. Qui vediamo il ritratto che Badiucao ha fatto di LIU XIA, ora in carcere, vedova di Liu Xiaobo. La serie “CHI È LIU XIA”, lanciata con AMNESTY INTERNATIONAL, ritrae LIU XIA associata alle donne famose della pittura, da MONNA LISA alla RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA (opera questa di Jan Vermeer del 1665-66)

A proposito della “sfida interna”, di sviluppare il Paese, la composizione della nuova leadership evidenzia la continuità nella visione che Xi ha della Cina e sembra rispondere alle diverse sfide che attendono il paese: migliorare la qualità della vita dei cittadini; ridurre il divario di ricchezza tra la costa (dove si concentrano gli hub politici ed economici) e l’interno, e tra città e campagne; puntare più sui consumi interni e il settore dei servizi; contrastare l’alto livello di debito e l’inefficienza che caratterizza le imprese di Stato; ridurre i livelli d’inquinamento determinato dall’uso massiccio del carbone. Perché va detto che i poveri “assoluti” in Cina sono ancora molti: secondo le stime e i dati pubblici, 55 milioni nelle sole zone rurali.

DISSIDENTI CINESI – AI WEIWEI è un artista e designer cinese. Artista di fama mondiale, icona della dissidenza, ma anche simbolo di dibattiti e polarizzazioni piuttosto forti: Nasce a Pechino nel 1957 in una famiglia di intellettuali. Il padre, poeta, viene accusato di “idee destriste” dal Partito Comunista Cinese, così lui e la famiglia vengono inviati in un campo di rieducazione militare. Per anni la famiglia sarà costretta a vivere in una spelonca nel deserto dei Gobi e al padre, Ai Quing, verrà affidato il compito di pulire le latrine del paese. Solo nel 1976 potranno tornare nella capitale. A Pechino Ai Weiwei ci rimarrà pochi anni perché già nel 1981, decide di lasciare la Cina per vivere a New York. Sono anni intensi in cui l’artista farà molti lavori per mantenersi e cambia molte case. È a New York che si innamora dell’arte concettuale di Marcel Duchamp e della Pop Art di Andy Warhol

In politica estera, la Cina dovrà fare anche i conti con le complicate relazioni con le potenze asiatiche (Giappone, India, Corea del Nord e del Sud) e mondiali (Usa e Russia) e le diffidenze provocate all’estero dalla sua escalation, così dichiarata, sia politica che economica.

In tale contesto, non sorprende che nello statuto del Partito sia stato esplicitato il “perseguimento” della BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI, o NUOVE VIE DELLA SETA) da parte del paese.

Corridoi economici delle Nuove Vie della Seta (da LIMES)

Pertanto, ancora su Xi Jinping, è da dire che il suo «pensiero» (dal liberismo all’ambiente) apre una nuova era in Cina. E, in assenza di altri capi autorevoli nel pianeta, vuole dare indicazioni, il “pensiero di Xi”, anche al resto del mondo. E il congresso tenutosi ad ottobre ha disegnato una nuova nomenklatura, una nuova linea per i prossimi cinque anni, un ulteriore rafforzamento del potere del leader che è già il più potente che la Cina abbia mai avuto dai tempi di Mao. Nella costituzione comunista sarà proprio inserito «Il Pensiero di Xi Jinping» (per dire, come il “libretto rosso” di Mao), un passo verso lo «Xiismo».

PETER FRANKOPAN nel suo libro LE VIE DELLA SETA. UNA NUOVA STORIA DEL MONDO, traccia un affascinante affresco, pur con qualche piccola sbavatura, forse inevitabile in un’opera di tale ampiezza, della storia dell’Asia e dell’Europa mettendo al centro le idee, i commerci, gli eserciti che hanno percorso queste vie da quando Ciro il Grande salì al trono in Persia ai nostri giorni. L’opera di Frankopan ha avuto una vasta eco in Europa e negli Stati Uniti, proponendo un nuovo modo di fare Storia, prossimo a quella World History tanto in voga oltreoceano, e al tempo stesso un nuovo approccio alla geopolitica, un metodo di analisi che nell’interpretazione del fatto politico tenga conto della profondità temporale dei fenomeni storici.(Carlo G. Cereti) – Peter Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017, pp. 732, euro 29,75

Quel che preoccupa di più è che il “sistema cinese” per poter funzionare, non può ammettere dialettica interna, forme di democrazia e di dissenso. E non è poca cosa. A questo poi è da notare come il globalismo cinese, rivolto a comunicare verso l’esterno con tutti, è dato sì da scambi economici, ma non ha niente di “globalismo delle libertà, dei diritti”. Nel senso che la Cina si rivolge a tutti, ma non prevede che ci sia il modello dei principi usciti dalla rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità)…. Nel senso che tutto il percorso della filosofia occidentale verso l’affermazione del valore dei diritti umani e della libertà (individuale e collettiva), della democrazia… tutto questo non è e non vuole essere nel DNA della nuova Cina, che non prevede “paletti umanitari”, distinguo, con i Paesi cui andrà a collaborare. Questa è una cosa preoccupante, pericolosa, da valutare bene. (s.m.)

ragazze “hostess” al 19° congresso comunista cinese (cosa atipica, nuova)

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LA CINA MOSTRA I MUSCOLI: IL VERTICE DEL SORPASSO TRA XI JINPING E TRUMP

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 9/11/2017

 – Rapporti di forza capovolti nel summit tra i due presidenti – Usa in crisi di leadership e Pechino allarga la sua influenza – Gli occupati cinesi sono 776 milioni: più dell’intera popolazione europea – Ma l’America può contare ancora su una forza militare che non ha rivali –

PECHINO. Nel primo vero summit fra Donald Trump e Xi Jinping va in scena un ribaltamento di forze spettacolare. La forza è passata di mano?La scenografia del padrone di casa è imperiale, comincia dalla passeggiata dentro la Città Proibita, monumento a una civiltà pluri-millenaria.

Anche in Occidente si diffonde una narrazione: è Xi il più forte dei due, il leader che ha il pieno controllo di una superpotenza in ascesa e tesse nuove reti di alleanze planetarie. Trump è indebolito in casa, isolato in molte parti del mondo.

La coreografia maestosa di Pechino vuole sancire la parità assoluta tra le due nazioni, ma non nasconde un implicito senso di superiorità. Primo leader cinese dopo Mao Zedong ad avere “consacrato” la sua dottrina nella Costituzione, Xi teorizza apertamente che il modello confuciano, autoritario e paternalista della sua governance garantisce stabilità, progetti di lungo periodo, mentre la liberaldemocrazia occidentale è il regno del caos.

Magnanime, cita la guerra del Peloponneso e la “trappola di Tucidide” per ammonire l’America a non cercare lo scontro: nella sua visione del mondo c’è posto anche per noi, è “win-win”, tutti possono guadagnarci. Sottostando alle regole cinesi. Il tempo lavora per loro. Ma è così semplice? Siamo già passati dal secolo americano al secolo cinese, e questo vertice consacra un sorpasso?

LE FORZE CINESI
Xi ha un’economia che continua a crescere a ritmi annui superiori al 6%, l’occupazione cinese a quota 776 milioni ha sorpassato l’intera popolazione europea, è due volte quella americana. Non più solo competitività da bassi salari ma tanta ricerca, infrastrutture modernissime, eccellenze tecnologiche, economia digitale.

Dalla ricchezza si estrae il soft power: già a Davos il presidente cinese si presentò come il difensore della globalizzazione, di un mondo aperto, una diga contro i protezionismi. Ha mantenuto l’adesione agli accordi di Parigi sul clima. Con la NUOVA VIA DELLA SETA (BELT AND ROAD) propone al resto del mondo un titanico progetto di infrastrutture per facilitare gli scambi: autostrade e ferrovie, porti e aeroporti, oleodotti, fibre ottiche. E tanti capitali per finanziare le costruzioni anche a casa degli altri. Dall’Asia centrale all’Europa all’Africa.

LE FORZE AMERICANE
Gli Stati Uniti restano ancora la prima economia mondiale e la crescita accelera al 3%, la piena occupazione è vicina, le Borse alle stelle: Trump non si stanca di ricordarlo a chi prevedeva l’Apocalisse dopo la sua elezione. La forza militare Usa resta ineguagliata, la Cina è ancora lontanissima dall’avere una rete di basi in quattro continenti o una capacità di proiezione su teatri di conflitti remoti. L’America ha raggiunto l’autosufficienza energetica e mantiene un vantaggio nell’innovazione tecnologica, nella capacità di attirare talenti.

I PUNTI DEBOLI DI TRUMP
La fragilità più evidente degli Stati Uniti è nella leadership: un presidente al 36% nei sondaggi, ha appena perso due test elettorali in Virginia e New Jersey. L’incapacità di venire a capo della minaccia nucleare in Corea del Nord segnala i limiti della potenza militare. Scandali a ripetizione, l’indagine del Russiagate, fanno già di questo presidente una “anatra zoppa”. Se perdesse le legislative di mid-term tra un anno perfino l’impeachment diventerebbe meno fanta-politico.

LE FRAGILITÀ NASCOSTE DI XI
Un debito pubblico superiore al 300% del Pil. Un sistema bancario opaco e malato di dirigismo. Un eccesso di capacità produttiva in troppi settori, costretti a esportare alimentando macro- squilibri commerciali col resto del mondo. Troppa concentrazione di potere personale in capo a Xi: è una forza che tradisce insicurezza, scarsa fiducia nella sua stessa nomenclatura. Così come la censura su Internet, sui social media, sulle tv e sui giornali. Nell’Asia vicina è palpabile il “bisogno di America” per controbilanciare l’espansionismo cinese: le tappe di Trump a Tokyo e Seul sono andate bene, proprio per questo. Il Giappone spinge per includere l’India (“Indo-Pacifico”) in un cordone di democrazie.

I RISCHI PER L’OCCIDENTE
Trump ha intuito che la superpotenza economica cinese è una “tigre di carta” perché troppo dipendente dall’export, obbligata a riciclare i suoi immensi attivi in buoni del Tesoro Usa. Riecheggia critiche di sinistra (Bernie Sanders) e di vari premi Nobel (Stiglitz, Krugman, Deaton) sull’impoverimento da globalizzazione, sulle regole del gioco truccate a favore dei cinesi.

Dumping, aiuti di Stato, furti di proprietà intellettuale: tutte le accuse di Trump sono fondate. Gli manca una proposta organica per riscrivere quelle regole. Rischia di accontentarsi di gesti a effetto, come i 9 miliardi di contratti che Xi ha preparato per le multinazionali Usa. Il presidente americano non sa costruire una coalizione tra i “perdenti della globalizzazione” che costringa i cinesi a negoziare un nuovo assetto del commercio mondiale. E gli uomini della Goldman Sachs che lo circondano qui a Pechino non hanno la stessa agenda dei metalmeccanici che lo votarono un anno fa. (Federico Rampini)

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XI JINPING, IL «LEADER DAI SEI VOLTI»: È LUI IL FUTURO IMPERATORE GLOBALE?

di Guido Santevecchi, da il “Corriere della Sera” del 12/10/2017

Pechino – (…..) CHI È QUEST’UOMO DI 64 ANNI, dal 2012 segretario generale, nonché presidente della Repubblica popolare e della Commissione centrale militare? Finora ha mostrato almeno SEI VOLTI.

1- È stato un «GIOVANE ISTRUITO» che nel 1968, a 15 anni, fu mandato con migliaia e migliaia di coetanei dalle città a zappare in campagna «per essere rieducato dai contadini più poveri», come ordinava la Rivoluzione culturale. Xi allora si portò dietro valigie piene di libri: i contadini che lo aiutarono a trascinarle pensarono che dentro ci fosse un tesoro. Erano volumi che lo studente-lavoratore divorava la notte, dopo aver spalato letame: lesse di tutto, da Victor Hugo a Hemingway e tre volte di seguito il Capitale di Marx.

2- IL PRINCIPE ROSSO: XI È FIGLIO DI UN COMPAGNO DI LOTTA DI MAO. I discendenti dei rivoluzionari della prima ora sono la nobiltà della Repubblica popolare, predestinati al potere o almeno al successo negli affari. Il futuro presidente, tornato a Pechino dopo sette anni nei campi, invece di divertirsi come fecero molti coetanei usciti dall’incubo maoista, si lanciò alla ricerca del potere politico, convinto che gli spettasse. E così ha scalato la gerarchia.

3- Il CACCIATORE DI TIGRI: sotto la sua guida la BATTAGLIA ANTICORRUZIONE ha punito in questi primi cinque anni 1,34 milioni di piccoli burocrati («mosche da schiacciare» le chiama Xi) e anche 280 alti funzionari a livello ministeriale o superiore («tigri da stanare», nella visione del leader). Le foto di diversi dirigenti eliminati ora sono esibite in una grande mostra a Pechino.

4- Il COMANDANTE NAZIONALISTA: Xi ama farsi vedere in mimetica tra i soldati. STA RIFORMANDO L’ESERCITO per farne «una forza capace di combattere e VINCERE UNA GUERRA MODERNA». Ha anche messo a disposizione dell’Onu 8 MILA CASCHI BLU CINESI, preparando il terreno a una nuova politica più assertiva della Cina in campo internazionale.

5- Lo STATISTA VISIONARIO: aiutato anche dall’instabilità dell’America di Trump, ha lanciato a DAVOS la sua idea di RI-GLOBALIZZAZIONE; ha offerto la NUOVA VIA DELLA SETA per allargare i commerci. Usa metafore affascinanti e colte, tipo «in tempi di tempesta, non bisogna rifugiarsi nel porto del protezionismo, ma navigare nel mare aperto della globalizzazione». Cita anche i classici occidentali, compreso Dante e Petrarca.

6- Il PRESIDENTE DI TUTTO: ha accumulato UNA DOZZINA DI CARICHE, alcune di organi statali costituite appositamente per lui, come il Gruppo guida dell’approfondimento comprensivo delle riforme. Si è conquistato il titolo di «hexin», che significa più o meno «nucleo centrale e cuore» del Partito e quello di «lingxiu», che fu solo di Mao ed evoca una grandezza di comando anche spirituale. E poi c’è la propaganda quotidiana, che per avvicinare il presidente al popolo rilancia l’espressione «Xi Dada», che vuole dire Zio Xi, e lo presenta mentre mangia ravioli da pochi soldi in una trattoria tra la gente. (Guido Santevecchi)

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Internazionale
L’ACCOGLIENZA DI XI IPNOTIZZA E SMORZA TRUMP

di Simone Pieranni, da “IL MANIFESTO” del 10/11/2017
– Cina/Usa. Toni moderati e apertura al negoziato con Kim. Il deficit commerciale con Pechino «è colpa di Obama» –

    Giunto in Cina, ricevuto in pompa magna dalla impeccabile organizzazione cinese, Donald Trump ha notevolmente abbassato i toni su tutte le questioni in sospeso tra Washington e Pechino. Tanto che, se dovessimo immaginare l’incontro con Xi Jinping come un match di boxe, la sensazione è che Pechino abbia vinto ai punti.

Non a caso il leader cinese ha definito l’esito dell’incontro uno «storico nuovo inizio» a sottolineare un suo successo diplomatico, seppure parziale. Lo scopo della Cina prima del viaggio di Trump in Asia, tanto sulla Corea del Nord, quanto sulle tensioni commerciali con gli Usa, è parso quello di voler prendere tempo: le parole di Trump sulla questione legata al nucleare di Pyongyang e sulla «imbarazzante» – come la definì lo stesso Trump – condizione della bilancia commerciale Usa Cina, sembrano evidenziare un fatto: Washington in questo momento è costretta ad accettare che a condurre il gioco sia Pechino, forte della sua nuova immagine internazionale.

L’accoglienza di Xi a Trump, definita dalla stampa cinese degna di una «visita di stato extra», è stata apprezzata e sottolineata da The Donald ma ha anche significato una manifestazione di forza millenaria – potente e astuta – da parte di Pechino.

La giornata trascorsa alla Città Proibita, tra cene e opera di Pechino (con tanto di video della nipote di Trump Arabella Kushner impegnata a parlare cinese e già diventata da tempo un «meme» in Cina) hanno funzionato: Trump è apparso stordito da tante attenzioni finendo per esaltare il numero uno cinese in modo iperbolico. «Un uomo speciale», con cui si sarebbe creata una «grande alchimia»: così Trump ha inaugurato il suo dialogo con Xi , conclusosi con il discorso nella Grande sala del popolo.

Non che ci si aspettasse granché, ma questo tanto atteso meeting è sembrato molto più scenografico che reale dal punto di vista di accordi e soprattutto di soluzioni.

Sulla Corea del Nord – tema caldo in agenda – non si possono considerare i toni più concilianti di Trump come un vero passo in avanti. Trump ha ribadito la necessità di arrivare a un negoziato, ma poco prima di partire dal Giappone aveva espresso nuove minacce. La percezione che si siano riaperti canali tra Pechino e Pyongyang sembra poter fare sperare per il meglio, ma Trump ha avvisato: «bisogna fare in fretta».

E oggi in Vietnam per l’inizio dei lavori dell’Apec incontrerà anche Putin; probabile che si faccia un punto finale del viaggio e delle conseguenze per la crisi coreana: al ritorno negli Usa di Trump forse sarà lecito attendersi qualche novità al riguardo, benché le posizioni rimangano molto distanti.

La Cina non è intenzionata a portare Kim a un tavolo senza garanzie americana sulla propria presenza militare in Corea del Sud. Washington sembra chiedere, invece, prima un «sì» di Kim a dialogare e poi eventualmente procedere per trovare un difficile compromesso.
Poi è stato affrontato il tema della bilancia commerciale tra i due paesi, attraverso un gioco delle parti spassoso per analisti e storici ma poco significativo nella pratica.

Il cruccio di Trump, fin dalla campagna elettorale, è il fatto che gli Usa importano dalla Cina molto più di quanto vi esportano. Questo dato a Washington viene letto come il risultato di politiche volute dalla Cina attraverso l’uso di moneta, incentivi statali e basso costo del lavoro. Dopo gli strali però, in Cina Trump ha rigirato la frittata: la colpa di questo, ha raccontato, non è affatto di Pechino bensì di Obama, troppo leggero nel difendere gli interessi «del popolo americano».

Xi Jinping non aspettava assist migliore per sostenere le ragioni cinesi e tornare a decantare l’ascesa pacifica della Cina. Non a caso ieri sono stati comunicati accordi e investimenti per 250 miliardi di dollari. Ma a parte i 9 effettivi di accordi immediati, il resto è sospeso nel tempo e nell’evolvere delle relazioni tra i due paesi. Xi Jinping, che appare sornione ma ha le mosse del cobra, ha detto che Usa e Cina devono partire da questi accordi per «formulare e lanciare un piano per la prossima fase delle relazioni economiche bilaterali».

I due paesi devono portare avanti «discussioni approfondite sui fronti degli squilibri commerciali, le restrizioni all’export, l’ambiente per gli investimenti, l’apertura di mercato e altre questioni».

La Cina, ha aggiunto Xi, è aperta alla cooperazione pratica con gli Stati Uniti nei campi «dell’energia, delle infrastrutture e nel contesto del progetto di Nuova via della Seta». Quest’ultimo riferimento non sarà sfuggito ai più: per la Cina gli Usa sono ormai un interlocutore come tanti altri, al di là dell’accoglienza di facciata riservata al presidente americano: Pechino è lanciata sulla Nuova via della Seta. Con o senza «l’amico» Trump. (Simone Pieranni)

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SE IN CINA IL GOVERNO DETTA LA LINEA ALLA SCIENZA

di Romano Prodi, da “Il Messaggero” del 5/11/2017

Il Presidente Xi Jinping, in occasione del 19° Congresso del Partito Comunista, ha tracciato le linee della politica cinese per il prossimo quinquennio, ed anche oltre.

Prima di tutto ha ribadito che la crescita proseguirà e che l’economia cinese non solo si appresta a diventare leader mondiale in termini quantitativi ma avrà il primato nella protezione dell’ambiente e opererà con energia per diminuire le inaccettabili differenze di reddito oggi esistenti.

Fin qui si tratta di messaggi già previsti. Sorprendente è invece l’enfasi sul ruolo della scienza e della tecnologia, campi nei quali l’obiettivo esplicito è quello di raggiungere il primato mondiale in settori della massima importanza, dall’auto elettrica ai “big data”.

Una politica che, naturalmente, sarà accompagnata da un cambiamento radicale della struttura produttiva. Tutto questo fondato su progetti giganteschi, come il poderoso sviluppo dell’informatica che fa di Shenzen l’unico possibile concorrente alla Silicon Valley per livello tecnico e per dimensione. E come un nuovo progetto, già in corso di realizzazione, di un immenso parco scientifico a nord di Nanchino (Jiangbei-Xinqu) che accoglierà un milione di persone attorno ad un’iniziativa proiettata a dare vita solo a prodotti di assoluta eccellenza.

Al di là di questi grandiosi disegni colpisce tuttavia la esplicita dichiarazione che scienza e tecnologia sono obiettivo primario di tutta la Cina ma che debbono essere strettamente e rigorosamente guidate dal Governo e, quindi, dal Partito. Scienza e tecnologia lasciate a se stesse produrrebbero solo conseguenze negative.

Questa politica allargherà la già presente dialettica fra la Cina ed il mondo occidentale riguardo ai rapporti fra scienza e potere e ai possibili danni di un orientamento scientifico affidato soprattutto alle forze del mercato.

Un altro elemento su cui occorre meditare profondamente emerge dal concetto di globalizzazione espresso dal Congresso: la Cina accetta e promuove la globalizzazione economica ma si oppone a ogni processo di globalizzazione politica. Pechino esprime cioè un’assoluta contrarietà all’adozione di valori universali proposti e imposti da altri Paesi. In parole più semplici la Cina rifiuta la pretesa dell’Occidente democratico di definire quello che è bene e quello che è male o, per essere ancora più espliciti, essa si ritiene legittimata, almeno come l’Occidente, a definire quello che è bene e quello che è male.

Ogni paese dovrebbe infatti avere il diritto di scegliere i suoi punti di riferimento politici e ideali in accordo con la propria tradizione e in coerenza con i propri interessi. Tesi rafforzata dalla consapevolezza del progressivo mutamento dei rapporti di forza, per cui le democrazie liberali non sono ritenute più in grado di imporre i loro valori né con le armi né con la persuasione.

Il processo democratico fondato su elezioni aperte alla generalità dei cittadini viene valutato da Pechino come uno dei tanti strumenti di organizzazione di una società: i processi politici debbono cioè derivare solo dalle proprie caratteristiche interne e non possono essere il frutto di imposizioni esterne.

La Cina continuerà quindi ad avere rapporti con tutti a seconda delle sue convenienze e senza assolutamente curarsi del regime dei paesi con cui tratta. Mi sembra quindi che, in questi ultimi mesi, siamo ormai entrati in una nuova fase storica che potremmo definire come “GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO”.

Questa dottrina è già stata adottata dalla Cina in Africa, dove essa costruisce rapporti con tutti i paesi indipendentemente dalla loro forma di governo. Una politica resa ancora più esplicita col riavvicinamento alle Filippine, dove l’autoritarismo del presidente Duterte rende invece prudenti i paesi democratici.

Questa politica cinese non è quindi nuova ma esce rafforzata e resa più esplicita dall’esito del 19° Congresso che, sostanzialmente, prende atto del cambiamento dei rapporti di forza fra la Cina e il resto del mondo.

Tale politica, investendo sul rispetto degli Stati esistenti, potrebbe essere indifferente, se non addirittura ostile, alla crescita dell’unità politica dell’Europa. In questo contesto preoccupa in particolare la decisione da parte cinese di costruire rapporti speciali con i paesi europei più problematici nei confronti dell’Unione e, soprattutto, preoccupa l’atteggiamento particolarmente caloroso nei confronti del primo ministro ungherese che, negli ultimi tempi, si è dedicato ad indebolire i propri legami con l’Unione Europea.

Credo invece che un intenso e positivo rapporto fra Cina e Unione Europea sia di importanza fondamentale per la pace e la prosperità del pianeta e penso che una dottrina di rispettosa non interferenza valga non solo per i rapporti con i singoli paesi ma anche nei confronti delle strutture comunitarie che i diversi paesi hanno tra di loro costruito.

Da queste semplici riflessioni emerge in ogni caso l’evidenza di come il crescente e così diverso protagonismo cinese richieda una nuova consapevolezza e un serio approfondimento delle differenze politiche e culturali che stanno alla base dei nostri rapporti. I buoni rapporti si costruiscono infatti non con una forzata omogeneizzazione ma con un costruttivo riconoscimento e un conseguente rispetto delle diversità. (Romano Prodi)

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               CINESI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI

da pagina 99 del 3.11.2017 (www.pagina99.it/ )

Un opaco ufficio al centro di Pechino. E un obiettivo: rafforzare ovunque l’influenza della Repubblica popolare

A Pechino, al 135 di via Fuyou, c’è il DIPARTIMENTO DEL LAVORO PER IL FRONTE UNITO, l’ufficio che in grande segretezza lavora per l’affermazione e la diffusione del soft power della Repubblica popolare. Potrebbe essere l’arma segreta del «rinascimento della nazione» e il Financial Times gli dedica una lunga inchiesta.

Da quando Xi Jinping è al potere, il personale e le funzioni del Dipartimento in questione sono state rafforzate. Secondo quanto scritto in un MANUALE A USO INTERNO PER L’EDUCAZIONE DEI QUADRI ottenuto in esclusiva dal quotidiano britannico, i suoi nove uffici sono dedicati agli aspetti che la leadership ritiene più importanti nell’ascesa della Cina a potenza globale.

Soprattutto, IL MANUALE ESORTA I QUADRI A «UNIRE TUTTE LE FORZE CHE POSSONO ESSERE UNITE» IN TUTTO IL MONDO senza dimenticare la costruzione incessante di una «GRANDE MURAGLIA DI FERRO» che protegga la Cina «dalle forze nemiche esterne» che attentano a dividere il suo territorio o a indebolirne lo sviluppo. Grazie alla definizione delle aree di azione dei suoi nove uffici possiamo intuire la METODOLOGIA che ha messo in campo la seconda economia mondiale.

Il primo si concentra sugli otto partiti «non comunisti» che occupano (pro forma) la compagine politica cinese e ne seleziona i candidati che accedono al Congresso.

Il secondo sulle 55 MINORANZE ETNICHE per evitarne derive indipendentiste.

Il terzo lavora su HONG KONG, MACAO, TAIWAN e i 60 MILIONI DI CINESI CHE VIVONO ALL’ESTERO, per coltivare la loro fedeltà al Partito.

Il quarto è forse il più opaco. Definisce il budget interno e la gestione del personale del Dipartimento.

Il quinto agisce sulle POLITICHE DI RIDUZIONE DELLA POVERTÀ e sulla «vecchia base rivoluzionaria», intesa come classe operaia.

Il sesto deve assicurarsi l’appoggio degli INTELLETTUALI CHE NON ADERISCONO AL PARTITO.

Il settimo del TIBET e dell’individuazione del NUOVO DALAI LAMA tra i Buddha riconosciuti da Pechino.

L’ottavo di una sempre più influente classe media e il nono, aperto da Xi Jinping, dello XINJIANG, LA REGIONE OCCIDENTALE A MAGGIORANZA MUSULMANA CON FORTI VELLEITÀ SEPARATISTE.

Ma soprattutto l’accento è posto sui cosiddetti CINESI D’OLTREMARE, perché «l’unità in Patria richiede l’unità dei figli e delle figlie cinesi residenti all’estero». Non sarebbe infatti un caso che Australia, Nuova Zelanda e Canada denuncino una crescente attività di lobbying dagli entourage cinesi dei residenti. Staremo a vedere se nei prossimi 5 anni crescerà ulteriormente.

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I SOGNI IMPERIALI DI XI CORRONO SULLA VIA DELLA SETA

di Gianluca Di Donfrancesco, da “il Sole 24ore” del 27/10/2017

Il primo impero cinese, unificato dalla dinastia Qin, quella che regnò tra il 221 e il 206 avanti Cristo e che lasciò al mondo l’Esercito di terracotta, aveva la sua capitale poco a Nord dall’attuale Xi’an. È da qui che l’imperatore Wu Di della dinastia Han (141-87avanti Cristo) inviò esploratori ed emissari a battere le rotte dell’Asia sudorientale, ad attraversare gli altopiani dell’Asia centrale e a spingersi fino a Roma, segnando il primo tracciato della Via della Seta.

Ed è da Xi’an che ripartono le ambizioni “imperiali” cinesi. La culla del glorioso passato è il punto più a Oriente della Nuova Via della Seta, il faraonico progetto promosso dal presidente Xi Jinping nel 2013 e incastonato nella Costituzione del Partito comunista durante il 19° Congresso, conclusosi con la consacrazione dello stesso Xi al fianco del Grande Timoniere Mao Zedong e di Deng Xiaoping.

A Nord, verso Almaty in Kazakhstan, e di lì a Ovest, in direzione di Teheran e Istanbul, la Nuova Via della Seta piega poi di nuovo a Nord verso Mosca, per tagliare Bielorussia, Polonia e Germania fino ad arrivare a Rotterdam.

Un tracciato arricchito dal corridoio sino-pakistano, che sfiora (e irrita) l’India, e raddoppiato dalle rotte marittime che circumnavigano l’Indocina, toccano l’Africa in Kenya e, attraverso Suez, sboccano nel Mediterraneo, fino alla Venezia di Marco Polo.

Un progetto enorme, che secondo Morgan Stanley richiede 1.200 miliardi di investimenti in 10 anni per costruire strade, ferrovie, porti e reti elettriche. Investimenti che potrebbero non generare mai ritorni tali da ripagare lo sforzo.

Gran parte dei 68 Paesi attraversati hanno profili di rischio economico e politico tra i più elevati al mondo: ben 27 hanno un debito sovrano definito «junk» (spazzatura) dalle agenzie di rating, per non parlare degli altri 14, compresi Iran, Afghanistan e Siria, che un rating nemmeno ce l’hanno. Ma come spiega Michael Every, di Rabobank, l’iniziativa va vista piuttosto come «un progetto geopolitico con il quale la Cina punta a rafforzare la propria egemonia politica e commerciale a scapito degli Stati Uniti».

Investimenti economici per ampliare la sfera d’influenza della superpotenza globale che Pechino vuol diventare sotto la guida del “Nuovo Timoniere”, Xi Jinping. Non a caso, il termine di paragone più frequente per il progetto anche noto come One Belt One Road Initiative è il piano Marshall lanciato da Washington dopo la Seconda guerra mondiale.

Secondo i calcoli di Bloomberg, sulla base degli annunci ufficiali di istituzioni e imprese, la Cina finora ha speso o impegnato più di 500 miliardi di dollari sul suo piano. La cifra, avverte l’agenzia, si alza e di molto se si considerano i finanziamenti erogati dai grandi gruppi bancari cinesi, per i quali tuttavia non ci sono dati disponibili. La sola Bank of China, per esempio, ha dichiarato di aver finanziato 470 progetti con oltre 80 miliardi di dollari.

I capitali arrivano da diversi canali: banche pubbliche, istituzioni create ad hoc come il Silk Road Fund (40 miliardi), l’Asia Infrastructure Investment Bank (100 miliardi), che poi è un altro degli strumenti del soft power cinese. Perfino parte del capitale del Fondo pensione nazionale (in tutto 300 miliardi) sarà investito sul progetto.

E le risorse pubbliche aprono la strada a quelle dei gruppi privati: nei primi nove mesi del 2017, le imprese cinesi hanno puntato 9,6 miliardi sulla Nuova Via della Seta. Dal 2013, la China Export e Credit Insurance, la compagnia di assicurazione controllata dallo Stato che copre dai rischi di confische, nazionalizzazioni, violenza politica, ha garantito 480 miliardi di dollari di esportazioni e investimenti nei Paesi attraversati dalla nuova arteria dell’egemonia cinese. (Gianluca Di Donfrancesco)

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LA PAURA DEL BANKSY CINESE, BADIUCAO: “CON XI JINPING ORA IL GIOCO SI FA PERICOLOSO”

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 19/10/2017

– Il disegnatore misterioso in fuga da Pechino: “E’ sempre la stessa storia che il regime continua a rivenderci. È successo con Jang Zemin e con Hu Jintao. Dicono: sta consolidando il potere per dedicarsi alle riforme. Ma poi? Non sarà certo l’attuale presidente a rappresentare l’eccezione” –

PECHINO Gli chiedi se ha paura, e lo senti anche attraverso Skype che la voce finora serena e perfino allegra si increspa. “Sì”, dice abbozzando una risata troppo nervosa BADIUCAO, il Banksy cinese, il disegnatore misterioso in fuga dal regime. “Più vai avanti nel tuo lavoro e più ti accorgi che stai alzando l’asticella: e il gioco si fa più pericoloso”.

Il 19 ottobre, a Washington, la presidente del comitato per il Nobel, Berit Reiss-Andersen, ha ricordato LIU XIAOBO e chiesto la liberazione della vedova, LIU XIA, nella cerimonia organizzata da Human Rights Watch proprio in concomitanza del Congresso, benedetta dagli eroi invisi a Pechino: dal Dalai Lama a Yang Jianli, l’ex leader degli studenti di Tiananmen. Ma se tanti ragazzi di tutto il mondo si sono avvicinati alla storia del Nobel lasciato morire in prigione è anche grazie all’ultima asticella alzata da questo dissidente della matita: quel ritratto che è diventato subito virale su Internet.
Liu Xiaobo era scomparso da poche ore e già il suo disegno correva sul web.
“C’è la denuncia che richiede tempo, studio, progetto. La serie “Chi è Liu Xia”, per esempio, lanciata in questi giorni con Amnesty International, ritrae la vedova di Liu Xiaobo associata alle donne famose della pittura, da Monna Lisa alla Ragazza con l’Orecchino di Perla. Ma poi c’è la denuncia immediata, la satira che risponde a un’emergenza. Come quando bisogna reagire alle catastrofi, ai terremoti: a un disastro come la morte di Liu Xiaobo”.
Xi Jinping inaugura il Congresso e annuncia la nascita di una “nuova era”: ma sotto il suo primo mandato le libertà si sono sempre più ristrette. Spera anche lei, come tanti, che consolidato il potere possa “riaprire” il Paese e allentare la morsa?
“Certo che sì: e nominarsi finalmente imperatore. Ma andiamo: è sempre la stessa storia che il regime continua a rivenderci. È successo con Jang Zemin, è successo con Hu Jintao. Dicono: sta consolidando il potere per dedicarsi alle riforme. Ma poi? Non sarà certo Xi Jinping a rappresentare l’eccezione: vista la situazione del Paese”.
Ma come: in un mondo ancora in crisi la Cina resta il motore che gira meglio.
“L’inquinamento. L’invecchiamento della società che ha costretto a cancellare la politica del figlio unico: anzi addirittura a spingere a fare più bambini. E in questo clima come puoi aspettarti le riforme? Non credo proprio che l’Imperatore Xi si possa trasformare, d’incanto, nel presidente Washington”.
La Cina non cambierà?
“Sicuramente il cambiamento non arriverà dall’alto. Spero dal basso, perché perfino la classe media, al di là delle propagande del regime, fatica. Ma non sono ottimista. Per troppo tempo abbiamo pensato che il cambiamento sarebbe arrivato inevitabile con l’apertura al mercato e alle altre culture. Si diceva: i ragazzi che vanno a studiare fuori, i professionisti che assaporano certe libertà, torneranno e vorranno cambiare le cose anche da noi”.
Perché non è successo.
“Nasce tutto con il terrorismo: ha portato alla paura dell’altro, alla rinascita dei nazionalismi e dei populismi, guardate il ritorno dei suprematisti bianchi in America. Lo vedo anche qui, dove vivo ora, in Australia, il razzismo scatenato”.
Sta dicendo, come Ai Weiwei, che è anche colpa dell’Occidente?
“Sto dicendo che ci sentiamo sempre meno sicuri, guardati come diversi. E qui interviene la madrepatria: affidatevi a noi, vi proteggiamo noi. I giovani che vanno a studiare all’estero, oggi, vivono in comunità chiuse e sempre più controllate da Pechino. È un lavaggio del cervello: lo dimostra il successo, anche tra i cinesi per il mondo, di un film nazionalista come Wolf Warrior 2. La Cina si riscopre eroica e rialza la testa: volgendo però lo sguardo dove il regime vuole”.
La paragonano a Banksy: anche lui senza volto, anche lui anti-sistema.
“Mi piace, lo capisco, anche se i miei miti sono altri: Ai Waiwei appunto, che ho conosciuto, e mi ha anche dato un paio di dritte. Banksy ha creato questo mito giocando sull’artista misterioso, che può essere tutti o nessuno: fa audience. Funziona anche per me: peccato che io non l’abbia scelto. Lui avrà paura, che so, di essere pizzicato dalla polizia inglese: certo non di essere picchiato, o di sparire per giorni o per sempre. Io mi confronto con gente capace di tutto: e devo proteggere la mia famiglia rimasta laggiù “.
Che cosa le dà più forza?
“Ho paura, ma so di fare la cosa giusta: soprattutto per i tanti, troppi artisti che in Cina rischiano ben più di me”.
E che cosa le manca di più?
“Risponderò come direbbero tutti i cinesi: il cibo… La verità è che quando ti lasci un mondo alle spalle, la cosa che ti fa più paura, come artista, è l’ispirazione. Il mio lavoro è politico: ma sarò ancora capace di esprimere la vera Cina? Oppure sto combattendo per una causa che ormai esiste solo nella mia immaginazione?”.

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LE NUOVE VIE DELLA SETA NELLO STATUTO DEL PCC E IL LATTE ITALIANO IN CINA

di Giorgio Cuscito, 31/10/2017, da http://www.limesonline.com/

LA BRI NELLO STATUTO DEL PARTITO

Durante il 19° Congresso nazionale del Partito comunista cinese (Pcc), il “perseguimento” della Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta) è stato inserito esplicitamente nello statuto del Partito. Ciò sottolinea la sua rilevanza nel lungo periodo per il “sogno cinese” del “risorgimento della nazione”, inteso come ritorno della Cina al livello di potenza mondiale entro il 2050. Intorno a tale concetto ruota il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” che è stato definito la “guida all’azione” del Partito e posto nello statuto accanto al “pensiero di Mao Zedong”, “la teoria di Deng Xiaoping”, “l’importante pensiero delle tre rappresentanze” di Jiang Zemin e la “visione di sviluppo scientifico” di Hu Jintao.

L’iniziativa infrastrutturale delle nuove vie della seta, pilastro della politica estera cinese, è trainata oggi dalle imprese di Stato cinesi e coinvolge 74 tra paesi e istituzioni internazionali. Pechino ha investito 50 miliardi di dollari in progetti ad essa collegati e 56 zone economiche e commerciali sono state istituite in più di 20 Stati.

IL POTERE DI CONFUCIO

La nuova era della Repubblica Popolare passa anche attraverso il consolidamento del soft power. Gli Istituti Confucio, che promuovono la lingua e la cultura cinese, sono oggi 516 in tutto il mondo, di cui 135 si trovano in 51 paesi lungo le nuove vie della seta. Da 13 anni a questa parte, oltre 7 milioni di studenti hanno seguito i corsi presso le sedi dell’Istituto e altri 2 milioni li frequentano tutt’ora. L’insegnamento del mandarino contribuisce a divulgare l’interesse per la Repubblica Popolare e – indirettamente – a superare la diffidenza straniera legata all’assertività economica e militare di Pechino.

In tal senso, la strada per la Cina è ancora molto lunga. Secondo un sondaggio del Pew Research Center, in Asia-Pacifico l’opinione pubblica percepisce la Cina in maniera prevalentemente negativa. In particolare, in Corea del Sud, Giappone e Vietnam, che sono coinvolte con la Repubblica Popolare in dispute (la prima a causa della crisi nella penisola coreana, le altre per via delle contese marittime), nove persone su dieci temono il potenziamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (Epl). Secondo il sondaggio, solo il 34% degli intervistati nella regione ha fiducia in Xi Jinping. Il paese che più di tutti non vede di buon occhio il presidente cinese è il Giappone (storico antagonista della Repubblica Popolare) che vuole abbandonare la costituzione pacifista e svolgere un ruolo più attivo nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Indiano.

IL LATTE ITALIANO SU ALIBABA

La Centrale del Latte d’Italia e Alibaba, gigante dell’e-commerce cinese guidato da Jack Ma, hanno raggiunto un accordo per vendere il latte intero a lunga conservazione a marchio Mukki in Cina sulla piattaforma Tmall. Tale successo garantisce l’accesso a un mercato potenziale di 460 milioni di consumatori e rientra nell’ambito della crescita dell’export italiano verso la Repubblica Popolare, il quale tra gennaio e agosto ha registrato una crescita del 26%.

L’incremento evidenzia che l’Italia, una delle mete privilegiate degli investimenti diretti esteri cinesi nell’Ue, continua ad accattivarsi il consenso dei consumatori della Repubblica Popolare. L’interesse di questo paese per i prodotti agroalimentari nostrani non è certo una novità e dipende dall’aumento del consumo di cibo, dal cambio di dieta dei cinesi e dalla scarsità di terre coltivabili rispetto alla popolazione. Il ministero dell’Agricoltura della Repubblica Popolare stima che quest’anno il paese importerà 14,2 milioni di tonnellate di prodotti lattiero-caseari (+11% rispetto allo scorso anno) e che il loro consumo continuerà a crescere nei prossimi dieci anni.

L’ANTI-DUMPING DELL’UE E LA CINA

A inizio ottobre Parlamento, Consiglio e Commissione Europea hanno raggiunto un accordo informale per l’adozione di un nuovo metodo di calcolo per i dazi antidumping per le importazioni da paesi terzi in caso di significative distorsioni di mercato o di pervasiva influenza dello Stato esportatore sulla propria economia. La nuova regola non opera distinzioni a seconda che al paese sia o non sia riconosciuto lo status di economia di mercato.

La Cina non ha accolto positivamente questa notizia poiché da tempo pretende che le sia accordata questa posizione in base alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), grazie alla quale le sue esportazioni nell’Ue non incapperebbero nei dazi. Secondo Pechino, il concetto di “significative distorsioni di mercato” non è menzionato nelle normative stabilite dall’Omc per questo settore e la metodologia in questione non rispetta quanto previsto dall’organizzazione.

Nel determinare le distorsioni, il nuovo sistema prenderà in considerazione diversi criteri, inclusi le politiche dello Stato, la diffusa presenza di imprese pubbliche, la discriminazione a favore delle aziende domestiche e il livello d’indipendenza del settore finanziario. La Commissione redigerà rapporti per identificare paesi e settori dove sono presenti le suddette distorsioni. La procedura per l’approvazione definitiva di questo metodo dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno.

LA ROTTA XINJIANG-UCRAINA

Il 29 ottobre da Urumqi, capoluogo del Xinjiang, è partito il primo treno diretto in Ucraina, passando per Russia e Kazakistan con a bordo equipaggiamenti per la trivellazione petrolifera. La nuova tratta dovrebbe ridurre il tempo di trasporto da due mesi via mare a 15 giorni via terra. Per la fine del 2017, 700 treni dovrebbero unire la “Nuova frontiera” (questo significa Xinjiang) e l’Europa.

L’instabile regione autonoma cinese popolata dagli uiguri è considerata da Pechino uno snodo fondamentale per collegare con binari, strade, gasdotti e oleodotti la costa orientale del paese all’Asia Centrale, al Medio Oriente (entrambi ricchi di risorse energetiche) e al Vecchio Continente.

Nel Xinjiang, il governo è impegnato in una dura campagna antiterrorismo, la cui guida è ora assegnata a Chen Quanguo, capo del Partito nella regione (prima assegnato al Tibet) e neoeletto membro del politburo del Pcc. Allo stesso tempo, Pechino sta cercando di stimolare la crescita di questo hub strategico. Secondo le stime ufficiali, lo scorso anno il pil qui è cresciuto del 7,6% e il reddito nelle città e nelle campagne è aumentato rispettivamente dell’8,3 e dell’8%.

L’ASSE INDIA-USA

Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha ufficializzato l’asse tra Washington e Delhi, che potenzieranno il loro legame nei settori della difesa e dell’economia. Obiettivo: fare causa comune in chiave anti-cinese. L’India, che lo scorso agosto si è scontrata con la Repubblica Popolare per una disputa nell’area contesa del Doklam, considera le nuove vie della seta come uno strumento espansionistico cinese ed è preoccupata dal consolidamento dei rapporti tra Pechino e il Pakistan. Frutto della loro alleanza è il corridoio economico sino-pakistano, che collega la citta di Kashi (o Kashgar, nel Xinjiang) al porto di Gwadar e che in futuro potrebbe permettere al commercio da e per la Cina di trovare una nuova rotta che riduca la dipendenza dallo stretto di Malacca. Dal canto loro, gli Usa cercano l’appoggio di Delhi (e del Giappone) per ostacolare l’assertività di Pechino sul piano navale e indebolirne il controllo sul conteso Mar Cinese Meridionale.

LA RETE QUANTISTICA TRA PECHINO E SHANGHAI

È entrata in funzione la prima linea di comunicazione quantistica tra Pechino e Shanghai, passante per Jinan e Hefei. Lunga 2 mila chilometri, essa è collegata al satellite sperimentale Mozi (lanciato lo scorso agosto), il cui compito è compiere esperimenti per il teletrasporto quantistico e stabilire comunicazioni a prova di intercettazione. Questo tipo di tecnologia può essere applicato in diversi campi legati alla sicurezza nazionale: finanziario, governativo, militare ed energetico.

La Cina pianifica di costruire una rete di satelliti quantistici entro il 2030 e accelerare così il suo “dominio delle informazioni” (zhi xinxi quan). Si tratta di una priorità per l’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) poiché consente di migliorare la capacità di raccolta e analisi delle informazioni, essenziale per vincere le “guerre informatizzate”. Durante il 19° Congresso nazionale del Pcc, Xi Jinping ha annunciato che la Cina (dove è in corso la riforma delle Forze armate) punta a diventare una potenza militare di classe mondiale entro il 2050. (Giorgio Cuscito)

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   I TECNOCRATI PADRONI DEL FUTURO DELLA CINA

di Michael Spence, da “il Sole 24h” del 27/10/2017

– CHI COMANDA A PECHINO. DOPO IL CONGRESSO DEL PCC – L’obiettivo è il delicato equilibrio tra un partito onnipresente e mercati emancipati –

Gran parte dell’interesse dei media internazionali per il congresso del Partito comunista cinese si è focalizzato su chi occuperà i ruoli chiave nella presidenza di Xi Jinping nei prossimi cinque anni.

Ma il futuro indirizzo della Cina dipende fondamentalmente da un diverso gruppo di leader, ai quali è stata rivolta molta meno attenzione: i tecnocrati che dovranno raggiungere gli obiettivi specifici legati alle riforme e trasformazioni economiche della Cina.

Negli ultimi quattro decenni, i tecnici cinesi hanno congiuntamente sviluppato una trasformazione miracolosa. La generazione attuale, un gruppo di politici dotati, lascerà l’incarico all’incirca in marzo 2018, passando il testimone a una nuova generazione. Quest’ultima – altamente istruita, esperta e per la maggior parte arrivata al successo sulla base di propri meriti – è pronta portare avanti il progresso economico e sociale della Cina con grande abilità e dedizione.

La questione è se avrà campo libero per esprimersi. Una cosa è certa: la prossima generazione di tecnocrati affronterà condizioni molto diverse da quelle con cui si sono confrontati i loro predecessori.

La Cina è giunta a una fase di grande incertezza. Al di là delle questioni inerenti al processo di turnover generazionale, con Xi si è svolto un drastico cambiamento del quadro politico dominante cinese. Sotto Deng Xiaoping, il leader che nel 1978 ha dato avvio al radicale processo di “riforma e apertura” della Cina, l’unico obiettivo politico consisteva nella trasformazione e nella crescita economica interna, da realizzare mediante un modello decisionale collaborativo che includeva un vigoroso dibattito interno.

Deng escludeva esplicitamente un programma internazionale più ampio per la Cina – un dettato che i politici cinesi hanno perseguito per più di tre decenni.

Dalla sua presa del potere nel 2012, Xi ha cambiato tale quadro politico in diversi punti chiave. Per cominciare, ha affrontato l’endemica corruzione che stava compromettendo la credibilità del Pcc (e, in linea di massima, il modello di governance cinese), lanciando una campagna anti-corruzione senza precedenti che ha raggiunto i livelli più alti della leadership del partito. Molti si aspettavano che la campagna anticorruzione di Xi sarebbe stata un’iniziativa temporanea, intesa ad aprire la strada all’attuazione delle aggressive riforme economiche, annunciate nel 2013 alla terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale.

La campagna, invece, è diventata nei fatti una caratteristica permanente dell’amministrazione Xi. Xi ritiene che la legittimità di un governo derivi principalmente da un sistema coerente di valori, insieme al progresso economico e sociale, e a un rigoroso impegno affinché l’interesse pubblico risulti prioritario rispetto alla forma di governance.

Mentre pochi osservatori occidentali hanno riconosciuto pienamente questo punto di vista, gli sviluppi in Occidente degli ultimi dieci anni – la crisi finanziaria del 2008, l’ampliamento delle disuguaglianze di reddito e ricchezza e l’intensificazione delle polarizzazioni politiche – hanno rafforzato questa logica.

Di conseguenza, i leader e i cittadini cinesi sono più convinti che mai che il governo di un singolo partito forte sia un pilastro essenziale di stabilità e crescita. Essi considerano errata l’enfasi occidentale sulla forma di governo, invece che sugli esiti economici e sociali inclusivi, poiché ritengono che sia i sistemi democratici che quelli autocratici possono essere corrotti.

Inoltre, il programma economico della Cina sotto Xi si è esteso al di là dell’approccio ristretto incentrato su crescita e sviluppo interni per includere uno sforzo concertato diretto a espandere l’influenza cinese all’interno dell’economia globale, specialmente nel mondo in via di sviluppo.

Questo ampio programma in espansione verso l’esterno genera conflitti sulle risorse – non si può essere un investitore esterno dominante in Africa e Asia centrale senza spendere molti soldi – e al tempo stesso influenzale scelte politiche.

Ad esempio, le imprese statali, comprese le banche, possono rispondere in modo più flessibile rispetto a imprese puramente private a un mix variabile di incentivi pubblici e privati e rendimenti d’investimento.

Infine, negli ultimi anni, i quadri politici della Cina hanno sempre più rispecchiato la tensione intrinseca tra l’imperativo di lunga data di garantire la stabilità sociale e politica e l’obiettivo più moderno della liberalizzazione del mercato. La leadership cinese rimane costantemente impegnata nella protezione degli interessi del Partito, che considera coincidenti con quelli della società. Per questo motivo, il Pcc continua a concentrarsi sul mantenimento dell’ordine e sull’integrazione di valori in tutti gli aspetti della vita cinese, mantenendo una presenza attiva nei dibattiti politici e nelle attività private e negli affari sociali.

Allo stesso tempo, il governo cerca di dare ai mercati un ruolo più incisivo all’interno dell’economia, di liberare il potere dell’imprenditorialità e dell’innovazione, e di rispondere più efficacemente alle esigenze e ai desideri di una classe mediagiovane, istruita e in rapida crescita E per una buona ragione questi sono i motori interni che hanno permesso alla Cina di raggiungere una crescita annua del Pil del 6-7% nel corso di difficili cambiamenti strutturali e della transizione verso il reddito medio,realizzati all’interno di un’economia globale relativamente debole.

E’ difficile dire con certezza se questi due obiettivi siano in conflitto tra loro. Ma esistono motivi di preoccupazione. II tipo di concorrenza dinamica che porta all’innovazione è lontano da un processo a guida centralizzata, anche se le scelte del settore pubblico in ambiti quali quello della ricerca di base hanno un impatto notevole. Inoltre, sia in politica che nell’accademia, un dibattito attivo è indispensabile perché da cattive idee ne sortiscano di buone.

Eppure, sebbene il sistema cinese abbia dimostrato la capacità di saper svolgere un dibattito di politica interna ad alto livello tra partecipanti altamente formati e con esperienza, la cui lealtà non è in discussione, e poi di agire rapidamente e con decisione, i leader cinesi rimangono sospettosi di dibattiti e commenti liberi e pubblici.

Ma molte scelte politiche complesse – ad esempio, riguardo alla riforma e l’apertura del settore finanziario – beneficerebbero del processo di approfondimento che una maggiore apertura potrebbe offrire. Nei prossimi cinque anni, il successo della Cina dipenderà in gran parte dalla buona gestione del complesso programma di governo, e delle tensioni implicate. Per raggiungere i loro obiettivi, i leader cinesi dovranno trovare un equilibrio tra un Partito forte, disciplinato e onnipresente, che definisce norme in difesa dell’interesse pubblico, e mercati innovativi, emancipati e potenti, guidando l’economia nel futuro. (Michael Spence, Nobel per l’economia. è professore di Economics allo Stern School of Business della New York University)

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LA CINA FA ACQUISTI IN OCCIDENTE E CIRCUMNAVIGA L’ARTICO

di Giorgio Cuscito, 26/9/2017, da http://www.limesonline.com/

LA PRIMA CIRCUMNAVIGAZIONE CINESE DELL’ARTICO

La Cina ha completato la sua prima circumnavigazione dell’Artico. La rompighiaccio Xuelong, salpata il 21 luglio verso la Russia, ha portato a termine il transito per il Passaggio a nord-ovest in Canada il 6 settembre. Seguendo questa rotta si impiegherebbero sette giorni in meno per percorrere il tragitto tra Shanghai e New York rispetto a quella passante per il Canale di Suez.

La Cina, che da tempo si definisce Stato “vicino all’Artico”, vorrebbe sviluppare una diramazione della Bri passante per questa parte di mondo al fine di ridurre la dipendenza da quella che transita per lo Stretto di Malacca, vulnerabile a potenziali embargo da parte degli Stati Uniti.

LE IMPRESE DI STATO DELLA CINA GUIDANO LA BRI

Nella prima metà del 2017 le acquisizioni all’estero delle imprese pubbliche cinesi hanno raggiunto i 28,7 miliardi di dollari, superando quelle delle aziende private (26,6 miliardi). Rispetto alla seconda metà dell’anno scorso, gli accordi statali sono aumentati dell’86% mentre le transazioni private sono scese del 40%. Tale dinamica potrebbe consolidarsi in futuro. Il governo cinese, infatti, ha deciso recentemente di dare priorità alle operazioni in settori strategici per l’interesse nazionale condotti dalle aziende pubbliche, ora in fase di riforma. Inoltre, sono state imposte delle restrizioni agli investimenti di imprese private in settori non strategici (immobiliare, hotel, cinema, intrattenimento e club sportivi). Tra le operazioni “vietate” vi sono quelle riguardanti la tecnologia militare cinese, il gioco d’azzardo, l’industria del sesso, quelle che danneggiano la sicurezza nazionale e quelle che violano gli accordi internazionali firmati dal governo cinese.

LA CINA IN LUSSEMBURGO

Il settore finanziario non rientra tra quelli sottoposti ai vincoli summenzionati. Con un’operazione da 1,8 miliardi di dollari, l’azienda privata China Legend ha preso il controllo del 90% della Banca internazionale del Lussemburgo. Si tratta della più grande acquisizione di una banca di deposito realizzato sinora da un’azienda cinese. Il Lussemburgo è un hub finanziario utilizzato dalle banche cinesi per operare in Europa e China Legend, con questa acquisizione, fornirà servizi alle aziende che intendono partecipare alla Bri.

NUOVI CONTROLLI PER GLI INVESTIMENTI IN EUROPA?

Durante il discorso sullo “Stato dell’Unione Europea”, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha proposto una nuova cornice per prevenire acquisizioni di aziende d’interesse strategico da parte di compagnie statali extra-continentali. Juncker in questo modo ha di fatto risposto alle richieste avanzate lo scorso febbraio da Italia, Francia e Germania. I tre paesi avevano sottolineato di non ricevere dalla Cina lo stesso tipo di accoglienza che offrono in tema d’investimenti. Per entrare in vigore la proposta dovrà essere approvata dal parlamento dell’Ue e dagli Stati membri del Consiglio Europeo. In ogni caso, la cornice normativa rimarrà flessibile e i singoli paesi avranno l’ultima parola sul monitoraggio di qualunque investimento.

LA CINA E IL PORTO IN BRASILE

La strategia di acquisizione di porti da parte della Cina investe anche il continente americano. La China Merchants ha acquisito per 924 milioni di dollari l’autorità portuale Tcp Participações. Nel corso degli ultimi anni, il rapporto con Pechino ha permesso a Brasilia di sopportare la crisi economica. Tuttavia le relazioni tra i due paesi si basano principalmente sull’export di materie prime (ferro, soia, petrolio) verso la Repubblica Popolare e per questo i brasiliani nutrono delle perplessità sui vantaggi di tale rapporto.

La China Merchants intende investire anche nel porto di Hambantota nello Sri Lanka. L’isola tuttavia rientra nella sfera d’influenza dell’India e ciò potrebbe generare degli ostacoli alla riuscita delle operazioni.

LA FLOTTA DI COSCO

Circa il 70% della flotta e metà della capacità di trasporto del colosso della logisitica cinese sono impiegati lungo le diramazioni marittime della Belt and Road Initiative. Come ha affermato Fang Meng, segretario di Partito della Cosco e vice general manager, l’azienda è già presente in tutti i porti coinvolti nella Bri e ha investito in sei terminal all’estero: il sopramenzionato Pireo, Kumport (Turchia), il Cosco-Psa (Singapore), l’Euromax (Rotterdam), Khalifa e infine il Vado Reefer Terminal (Vado Ligure).

FERROVIE DELLO STATO COMPLETA ACQUISIZIONE DI TRAINOSE

L’acquisizione del pieno possesso del principale operatore ferroviario greco da parte di Ferrovie dello Stato (Fs), annunciata a metà mese, consente all’Italia di ottenere una potenziale pedina di rilievo nella cornice delle nuove vie della seta. La Cina intende rendere il porto del Pireo (controllato dal gigante della logistica cinese Cosco) il punto di accesso privilegiato delle merci cinesi in Europa e collegarlo al resto del Vecchio Continente tramite una ferrovia passante per i Balcani lungo la rotta Skopje-Belgrado-Budapest. Tuttavia, a febbraio, la Commissione Europea ha avviato un’indagine per valutare la sua fattibilità finanziaria e verificare se l’Ungheria, quando ha affidato il progetto alla Cina, abbia violato la normativa europea sulle gare pubbliche per grandi progetti trasportistici transfrontalieri. Uno stallo potrebbe favorire indirettamente l’Italia, che intende accogliere tramite i suoi porti, in primis Trieste e Genova, una parte del flusso commerciale proveniente da Oriente.

BEIDOU SULLA BRI

Entro il 2018 il sistema di navigazione satellitare made in China coprirà le nuove vie della seta. Ad oggi Beidou, che ha 17 satelliti in orbita e 300 transponder, raggiunge complessivamente trenta fra paesi e regioni e punta a realizzare una rete globale entro il 2020. Negli ultimi anni, Pechino ha compiuto grandi passi in avanti nella tecnologia aerospaziale. Il sistema Beidou, considerato dai cinesi in grado di competere in termini di accuratezza con il Global Positioning System (Gps) degli Usa, sarà operativo su scala globale nel 2020. La Cina, impegnata a colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti, è seconda al mondo per budget spaziale, ma gli investimenti di Pechino sono notevolmente inferiori rispetto a quelli statunitensi.

CINA E RUSSIA UNITE DAL GAS

La conglomerata energetica Cefc China Energy acquisirà il 14,16% dell’azienda energetica russa Rosneft per circa 9 miliardi di dollari, rendendo la compagnia cinese la terza per quota di partecipazione dopo Glencore e Qatar Investment Authority. L’accordo contribuirà al rafforzamento del rapporto tra le due potenze euroasiatiche, consolidatosi grazie alla comune avversione per gli Stati Uniti e alla necessità cinese di acquisire risorse energetiche all’estero – gas russo incluso.

Il governo cinese, inoltre, intende creare un fondo da 15,3 miliardi di dollari con Mosca per sviluppare progetti congiunti in Asia-Pacifico. Lo ha annunciato il vice premier Wang Yang durante il terzo Forum economico orientale svoltosi a Vladivostok. Wang ha anche aggiunto che la Cina suggerisce di finanziare operazioni economiche sino-russe tramite il Silk Road Fund (creato ad hoc per la Bri) e incoraggia le imprese cinesi a investire nella Russia orientale, espandendo la cooperazione nella manifattura e nello sfruttamento delle risorse naturali; nonché nei settori infrastrutturale, agricolo e turistico.

Gli interessi di Mosca e Pechino confliggono tuttavia in Asia Centrale. La Repubblica Popolare vorrebbe rafforzare la sua presenza nella regione, decisiva per l’approvvigionamento energetico e la stabilità nel turbolento Xinjiang. Ma difficilmente la Russia rinuncerà alla sua storica influenza in quest’area, come dimostra la creazione dell’Unione economica euroasiatica nel 2014.

INDIA E GIAPPONE VS BRI

Il Giappone investirà 17 miliardi di dollari nella costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Mumbai-Ahmedabad. Inoltre, Delhi e Tokyo hanno annunciato recentemente di voler consolidare le relazioni nel settore della Difesa.

La Cina non gradisce l’avvicinamento indo-nipponico. Entrambi i governi percepiscono le nuove vie della seta come una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Allo stesso tempo, Pechino osserva con preoccupazione la politica nipponica di potenziamento militare e di espansione dei propri interessi tra l’Oceano Pacifico e quello Indiano. Inoltre, la Repubblica Popolare deve far fronte all’antagonismo con Delhi che, nonostante il recente disgelo riguardo la contesa nell’area del Dokhlam, è segnato dalle dispute lungo la catena himalayana, dal rapporto diametralmente opposto che i due paesi hanno con il Pakistan e dal riavvicinamento di Delhi agli Stati Uniti. (Giorgio Cuscito)

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IL SERMONE DI XI JINPING: 203 MINUTI PER NEGARE UN FUTURO DEMOCRATICO

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 19/10/2017

PECHINO. Il sogno cinese di Xi Jinping è un incubo da 203 minuti per Jiang Zemin, l’ex leaderissimo che a 91 anni resta ostaggio sul palco del Politburo, e durante l’interminabile discorso non smette di guardare disperato l’orologio, sbadiglia, si distrae, se potesse schiaccerebbe un pisolo.

Hu Jintao, al giro di boa del mid term, il primo stadio dei 10 anni di governo stabiliti per tradizione, aveva tediato i suoi simili per 90 minuti appena. E invece il riconfermando segretario generale, presidente della Repubblica, capo delle forze armate e titolare di almeno altri otto titoli onorifici, Xi Jinping, legge le 66 pagine del discorso senza un’interruzione, frenando solo una volta, dopo le prime due ore e mezzo, e trattenendo il respiro per una trentina di secondi.

Finito? No, falso allarme, ci pensa il commesso della Grande Sala del Popolo a raggiungerlo sul podio per cambiargli il bicchiere: acqua calda o te? I 2.280 delegati seguono in religioso, cioè laico silenzio, scandito solo dallo sfrusciare all’unisono delle pagine del discorso che alla stampa verrà distribuito alla fine: per evitare il fuggi fuggi?

Non è l’unica cattiveria fatta ai giornalisti: con che coraggio, per esempio, il partito ha vietato, nero su bianco, l’uso degli stick per i selfie? E non è un po’ troppo, mentre Xi dice che la Cina «non copierà mai» i sistemi politici stranieri — di fatto negando la democrazia “una testa un voto” — sottolineare in un comunicato la regola «un giornalista, un telefonino», non un cellulare di più?

Perfino Robert Lawrence Kuhn, il prof americano commentatore di CCTV, la tv di Stato, abbandona la nave prima che capitan Xi raggiunga l’approdo, svicolando dalla platea stampa. Eppure il discorso piace nei posti più impensati: a Pyongyang, per esempio, dove invece di spedire un missile o regalare un test nucleare, come ha fatto durante gli ultimi appuntamenti internazionali, Kim Jong-un manda gli auguri «al fraterno popolo cinese». Che pazientemente sopporta.

Il disappunto per il discorso troppo lungo, velatissimo, si insegue però sul web, che pure il nuovo Mao promette di mantenere «pulito» — leggi “imbavagliato”. «Oh mio dio, 3 e ore e mezzo!», dice un post su Weibo, il Facebook di qui. Eppure l’hashtag #19esimo congresso spacca per tutta la Cina: la France Press conta 1 miliardo e 190mila visualizzazioni, praticamente l’intero Impero, 1 miliardo e 450milioni di anime. Sì, il sogno cinese è diventato davvero un incubo: si addormenti chi può.
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XI AL CONGRESSO DEL PCC: «ECCO LA NUOVA ERA DEL SOCIALISMO CINESE»

di Simone Pieranni, da “Il Manifesto” del 19/10/2017
– Cina. Tre ore e mezzo di discorso del segretario e presidente cinese ai duemila delegati: «Rinnovare non è una passeggiata nel parco». L’obiettivo è proseguire sulla strada di politiche interne miranti ad allargare l’uguaglianza sociale attraverso un miglioramento delle condizioni di vita –
   La rivoluzione non è un pranzo di gala, lo sappiamo tutti, e ora Xi Jinping ci ricorda che rinnovare il paese «non è come fare una passeggiata nel parco».
Con la consueta verve retorica e ricca di riferimenti colti, Xi Jinping con tre ore e mezzo di discorso di apertura al Congresso del Partito comunista cinese, ha messo nero su bianco quanto emerso in cinque anni di vertice: con lo stretto controllo politico del Partito sulla società cinese, la difesa da influenze esterne e il grande spirito del popolo cinese, la Cina entrerà in una «nuova era» nella quale sarà spinto al massimo il socialismo con caratteristiche cinese, ottenendo una moderata prosperità della popolazione e un ruolo globale rilevante del paese.
Così Xi Jinping, il segretario del partito comunista cinese dal 2012 e presidente della repubblica popolare dal 2013, ha aperto i lavori del diciannovesimo congresso del partito comunista scandendo i successi ottenuti in questi ultimi cinque anni e lanciando il paese direttamente verso il 2050, un anno dopo il centenario della nascita della Cina popolare.
A quel punto, ha detto Xi Jinping nel suo lungo discorso, la Cina sarà una grande e moderna nazione socialista. I due fulcri per ottenere questo risultato sono estremamente importanti per comprendere tanto il «pensiero» di Xi Jinping, quanto la tendenza futura della Cina: il primo punto da ottenere sarà quello che consentirà il raggiungimento di una società moderatamente prospera.
Significa che la Cina, pur con le sue contraddizioni ai nostri occhi, prosegue una strada di politiche interne miranti ad allargare l’uguaglianza sociale attraverso un miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione. Portando al paradosso le parole di Xi, potremmo immaginarci questa tendenza: un paese formato da una élite e da una stragrande maggioranza di popolazione da annoverare quale «classe media».
Per ottenere questo risultato il focus sarà il mondo rurale: è in quell’ambito che si annidano i milioni di poveri ancora esistenti in Cina, sacche sociali rimaste indietro per i difetti, che la dirigenza cinese conosce perfettamente, dovuti allo straordinario sviluppo degli ultimi anni.
L’urbanizzazione e la spinta su progetti edilizi e di grandi opere hanno lasciato indietro fette di popolazioni che quelle strutture, di fatto, non possono neanche sognarle, altro che viverle, farle proprie o concepirle come centro della propria vita.
Non a caso Tuo Zhen, portavoce del 19mo Congresso Nazionale del Partito comunista, ha ricordato che «la chiave per l’edificazione di una società moderatamente prospera risiede nella popolazione rurale. La vera sfida sta nel sollevare dalla povertà la popolazione delle aree rurali più depresse del paese».
Dall’inizio del suo mandato, ha ricordato il portavoce, il presidente Xi ha posto il contrasto alla povertà al primo posto dell’agenda del partito, «presiedendo a 17 importanti riunioni e ordinando 25 studi sull’argomento». Tra la fine del 2012 e la fine dello scorso anno, il numero di cittadini cinesi che vivono in condizioni di povertà, secondo i dati ufficiali, è calato da 98,9 a 43,3 milioni.
Il secondo architrave della «nuova era» della Cina moderna e socialista concepita da Xi Jinping è sicuramente la politica estera: Xi ha promesso un paese aperto a investimenti stranieri, come ha sempre ribadito, ma ha anche specificato la necessità di modernizzare le forze armate, vero e proprio gap tra Cina e Usa. E ha ribadito che la Cina avrà un ruolo molto più centrale che in passato sulla scena internazionale.
Da segnalare poi alcuni avvertimenti; Xi Jinping ha specificato che «dobbiamo dire con chiarezza che permangono elementi di inadeguatezza nel nostro lavoro, e numerose sfide a venire».
La Cina, ha detto il presidente, si trova a uno «stadio preliminare» del socialismo e il paese è «sotto molti aspetti» ancora in via di sviluppo. Infine Xi Jinping ha avvertito gli oppositori, esprimendo «ferma opposizione» a chiunque possa minare l’unità del paese e – soprattutto – la sua leadership: «Dobbiamo fare di più per proteggere gli interessi del popolo e opporci fermamente a qualsiasi iniziativa possa arrecargli danno, o allontanare il Partito dal popolo». (Simone Pieranni)

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I PIANI PER UNA CINA FELICE: XI DISEGNA LA CINA FINO ALL’ANNO 2049 «BELLI E ARMONIOSI»

 di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 19/10/2017

 – Xi Jinping ha aperto, con un discorso di tre ore e mezza, il Congresso del Partito comunista cinese. Ha promesso un Paese «più felice, bello e armonioso» e tracciato piani fino al 2049. Al termine del Congresso, che dura una settimana, Xi Jinping verrà rieletto e con ogni probabilità il suo pensiero verrà scritto nella Costituzione. –

PECHINO – Quale leader mondiale di questi tempi può promettere «una vita migliore e più felice» al suo popolo? Un Paese «più bello e armonioso»? Lo ha fatto Xi Jinping aprendo il 19° Congresso del Partito-Stato che domina la Cina dal 1949. E dichiarando che il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato in «una nuova era» di successi, Xi ha anche tracciato piani fino al 2020, poi fino al 2035 e ancora fino al 2049.

Ha parlato per tre ore e mezza, con un tono di voce più pacato del solito, ispirato da una fiducia basata sui risultati. Il segretario generale e presidente della Repubblica popolare ha subito rivendicato che sotto la sua guida, negli ultimi cinque anni, il Pil cinese è salito da 8,2 a 12 trilioni di dollari. Il 30% cento della crescita globale è dovuto alla Cina, ha ricordato tra gli applausi. La missione del Partito è «provvedere alla felicità del popolo» ha assicurato. Nel discorso l’espressione «vita migliore e più felice» è risuonata 14 volte. Superata solo dalla «nuova era» con 36 citazioni e dal «Partito comunista».

Xi ha fissato obiettivi al 2020, vigilia dei cent’anni dalla fondazione del Partito, e poi al 2035 e ancora al 2049, il centenario della Repubblica popolare. Il primo traguardo è sempre quello caro alla retorica cinese: finire la costruzione di una «società moderatamente prospera».   Dovranno seguire altri 15 anni di lavoro duro, ha avvertito il leader, aggiungendo un modo di dire cinese: non sarà una passeggiata nel parco. Ma il premio, nel centenario della Repubblica proclamata da Mao nel 1949, sarà l’edificazione di un Paese socialista moderno, forte militarmente, democratico (in senso cinese, ndr ), culturalmente avanzato e «bello».

Sembra chiaro che per le prime due tappe Xi vorrebbe essere presente e magari guidare ancora il Paese. E chissà, potrebbe esserci nel 2049: è nato nel 1953 e ieri al suo fianco era seduto l’ex presidente Jiang Zemin, 91 anni: lo hanno dovuto sorreggere mentre si sedeva ma poi, sistemato sulla sua poltroncina rossa, ha ascoltato con attenzione, assopendosi solo per un attimo.

Intanto questo Congresso rielegge Xi alla guida del Partito, con ogni probabilità iscriverà il «Pensiero di Xi» nella sua costituzione. E se gli esperti avranno ragione, il segretario generale resterà al vertice anche dopo il 2020, per altri cinque anni almeno. Ne sapremo di più a conclusione del Congresso, con la presentazione del nuovo Politburo il 25 ottobre.

Qual è la via per raggiungere gli obiettivi dei due centenari? Più forza al Partito e al suo capo indiscusso e indiscutibile. E per garantire la legittimità comunista a governare Xi insiste che la campagna anticorruzione deve continuare. Il 10% dei membri del Comitato centrale è stato epurato, 280 dignitari di rango ministeriale o superiore sono finiti in carcere; 1,3 milioni di burocrati di medio o basso livello sono stati puniti. Xi ama chiamare i grandi mandarini corrotti «tigri da abbattere», i piccoli funzionari ladri «mosche da schiacciare» e ieri ha aggiunto «le volpi da stanare», riferendosi a chi è fuggito all’estero con centinaia di miliardi sottratti al popolo. Il passaggio sulla lotta ai corrotti ha ricevuto l’applauso più lungo.

Sul fronte geopolitico la Cina dovrà essere una potenza globale, con «un esercito costruito per combattere», anche se Pechino «non cercherà mai egemonia ed espansionismo». Nemmeno un accenno a Nord Corea e Trump. Citazione per Taiwan che deve tornare alla madrepatria. Poi, di nuovo, il tema della Cina da fare «bella», proteggendo l’ambiente con uno «sviluppo verde». Qui Xi, visto che il cielo sopra Pechino è coperto dallo smog, ha ammesso che i livelli di inquinamento sono malsani. Ma subito ha aggiunto che ogni dirigente del Partito respira la stessa aria del popolo.

In campo economico Xi ha assicurato che la Cina continuerà ad aprirsi, che tassi d’interesse e cambio dello yuan saranno più basati sul mercato. Ma sulle sue promesse riformiste del 2012 nessuno in Occidente fa più conto. Il controllo del Partito sulle imprese si sta facendo ancora più invasivo.

Resta la crescita sempre confortante: 6,9% nella prima metà dell’anno. È con questi numeri che Xi può permettersi di dire che il Partito ha come missione di provvedere alla felicità del popolo. La nuova era è l’era di Xi. (Guido Santevecchi)

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VIE DELLA SETA, IL CUORE DI UN MONDO POLICENTRICO

di Carlo G. Cereti, 3/11/2017,

da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ 

   Seidenstraßen “Via della seta”, questo il nome dato da Ferdinand von Richthofen, geologo e geografo tedesco della fine del XIX secolo – e, sia detto per inciso, zio del Barone rosso, leggendario aviatore tedesco della Grande guerra –, a quel complesso reticolo di strade che percorre il vecchio continente, unendo la Cina all’Europa.

Le complesse vicende del XX secolo, i muri e le cortine che spezzavano la continuità terrestre dell’Asia, fecero sì che la sua importanza declinasse quando la supremazia mondiale era questione puramente atlantica, ma ora le Vie della seta tornano a essere il cuore di un mondo policentrico, in cui ogni regione è centro e periferia al tempo stesso.

Peter Frankopan nel suo libro Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo, traccia un affascinante affresco, pur con qualche piccola sbavatura, forse inevitabile in un’opera di tale ampiezza, della storia dell’Asia e dell’Europa mettendo al centro le idee, i commerci, gli eserciti che hanno percorso queste vie da quando Ciro il Grande salì al trono in Persia ai nostri giorni. L’opera di Frankopan ha avuto una vasta eco in Europa e negli Stati Uniti, proponendo un nuovo modo di fare Storia, prossimo a quella World History tanto in voga oltreoceano, e al tempo stesso un nuovo approccio alla geopolitica, un metodo di analisi che nell’interpretazione del fatto politico tenga conto della profondità temporale dei fenomeni storici.

Oggi è la Cina a investire più di ogni altro sulla Via della seta, che gli eredi del Celeste Impero vedono come una via di penetrazione verso l’Asia centrale e occidentale, fonti essenziali di materie prime e di energia, e verso l’Europa, ambito mercato e al tempo stesso possibile partner commerciale. Al centro stanno Russia e mondo turco-iranico, pronti ad approfittare dell’occasione per tornare a essere protagonisti. La Cina programma a lungo termine e nella sua lucida analisi tiene conto dell’economia, certo, ma anche di criteri politici e culturali.

Che ruolo per l’Europa e per l’Italia? L’autore sembra temere il progressivo declino e l’eventuale fine della supremazia occidentale, sottolineando come questa cruciale regione sia fuori dai radar dei Paesi europei e lontana dal continente americano. Sarà pur vero, ma la nuova centralità delle potenze continentali ci offre la grande occasione di tornare a giocare da protagonisti, investendo sulla riapertura di questo vasto spazio politico, culturale ed economico.

Un’ultima riflessione da italiano: guardando la cartina della nuova Via della seta che illustra il capitolo conclusivo del libro di Frankopan, salta all’occhio che l’Europa meridionale è lasciata completamente in bianco, raggiunta solo dal gasdotto trans-adriatico (Trans Adriatic Pipeline, TAP), stupidamente contestato da quanti sono persi nell’ammirazione del proprio ombelico. Ottocento anni orsono Marco Polo partiva da Venezia alla conquista della Cina e i fondaci veneziani si riempivano di preziose merci orientali. Oggi dobbiamo tornare a essere il punto d’arrivo delle mille Vie della seta che sono il vero sistema nervoso del mondo. (Carlo G. Cereti)

Peter Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017, pp. 732, euro 29,75

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