FUSIONE TRA COMUNI con l’istituzione di nuove REALTA’ URBANE: processo necessario, per una grande riforma territoriale degli enti istituzionali – Ma tutto è lasciato nella mani di amministratori consapevoli: perché non COINVOLGERE TUTTI I COMUNI nella creazione di realtà più confacenti la contemporaneità?

CINQUE COMUNI DELLA VALBRENTA VERSO LA FUSIONE IN UN UNICO ENTE – La VAL BRENTA, territorio di rare bellezze e di grande fragilità, è la stretta valle compresa tra i comuni di BASSANO DEL GRAPPA e CISMON DEL GRAPPA (verso Trento). E’ sì l’estremità meridionale della VALSUGANA, ma presenta dei caratteri propri che la distinguono sia dal punto di vista geografico che da quello antropico. Come suggerisce il nome, è attraversata dal fiume BRENTA e si trova incuneata tra l’ALTOPIANO DEI SETTE COMUNi e il MASSICCIO DEL GRAPPA – COME STA ACCADENDO IN TANTI COMUNI D’ITALIA la Valbrenta si appresta a mettere assieme la storia di 5 comuni, cioè di SOLAGNA, SAN NAZARIO, CISMON DEL GRAPPA, VALSTAGNA e CAMPOLONGO SUL BRENTA, impegnati nel progetto di costituzione di un unico comune, appunto della VALBRENTA (nella foto: i due CENTRI ABITATI di VALSTAGNA E CARPENE’, FRAZIONE DI SAN NAZARIO

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In questo blog geografico varie volte abbiamo trattato della fusione di comuni, della necessità (a nostro avviso) che questo accada. Di una riforma generale della distribuzione territoriale degli enti istituzionali. Che non è comunque solo il problema di troppi comuni in un contesto frammentato, che crea disagio ai territori e ai bisogni della popolazione. Ma è anche un problema di Enti regionali oramai in situazioni desuete, dove apparirebbe sempre più necessario ridurle anch’esse (le regioni), istituendo MACROREGIONI (le proposte non mancano: ve ne diamo conto nell’ultimo articolo di questo post, articolo ripreso dal sito “la voce.info” pubblicato subito dopo i referendum per l’autonomia del Veneto e Lombardia tenuti il 22 ottobre scorso).

E poi c’è la creazione in corso delle istituite 14 CITTA’ METROPOLITANE (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Catania, Palermo, Cagliari), alcune con criteri (al sud) poco spiegabili, ebbene a nostro avviso questo rischia di privilegiare queste aree (cosiddette metropolitane): nei finanziamenti, nell’attenzione politica, nelle infrastrutture pubbliche che lì saranno incentivate (scolastiche, sanitarie, di ricerca scientifica, del tempo libero…). Per questo si proponeva, una volta diminuite le regioni e istituitene poche (ma autorevoli) come “Macro-regioni”, e una volta eliminate le province (che ancora bene o male persistono), si proponeva che ciascun territorio fosse compreso in una propria AREA METROPOLITANA (se a qualcuno non poteva piacere che in zone di campagna si parlasse di “metropoli”, un sociologo del Nordest, Udelrico Bernardi, superava ogni contestazione usando un neologismo: “chiamatele AREE AGROPOLITANE”… ma fatele in tutti i luoghi. Cioè date una ragion d’essere “urbana” ad ogni contesto, anche il più naturalistico (proprio perché si conservi così), che sia “Area di valenza” non meno di altre…. Che tutto rientri nell’idea di un governo attento delle “metropolis” ovunque.

Le attuali 14 città metropolitane (da Wikipedia)

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Cosicché in questa RIFORMA (rivoluzione) delle istituzioni urbane è senza dubbio non RINVIABILE CHE I COMUNI SI SCIOLGANO ISTITUENDO, creando, “NUOVE CITTÀ”, riconoscendosi in territori più omogenei rispetto ai spesso inspiegabili confini degli attuali comuni.

Non stiamo qui a elencare quanto è avvenuto finora nel dettaglio (anche di considerevole, ma sempre assai limitato) nella fusione di comuni vicini in nuove realtà urbane (per chi volesse averne una visione dettagliata, vi invitiamo a vedere questo preciso e aggiornatissimo post di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_di_comuni_italiani)

FRA LEGNARO, PONTE SAN NICOLÒ E POLVERARA MANCATA FUSIONE – Il NO DI LEGNARO a un accorpamento a tre

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Qui ci interessa elencare alcuni “pro” e “contro” sull’accorparsi, sullo sciogliersi di comuni in altri contesti più grandi, più confacenti. Ben ribadendo, ancora una volta, che noi siamo favorevoli e vorremmo “spingere” affinché tutti i comuni possano ripensare le loro dimensioni, i loro attuali inefficaci confini, nei processi di mobilità quotidiana che ogni cittadino ha in quest’epoca.

PEDESINA in provincia di Sondrio è il comune meno abitato d Italia (39 abitanti) – Piccoli comuni diventano sempre più mini. Nei municipi fino a 5mila abitanti la popolazione si è progressivamente ridotta, con un calo che dal 1971 al 2016 fa registrare quasi un ¬13 per cento. E questo mentre il numero degli italiani cresceva del 12 per cento. È l’effetto di un progressivo spopolamento dei municipi minori, che si è fatto via via più intenso: dal 2011 al 2016 ha perso abitanti ben più della metà dei 5.570 piccoli centri.

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Allora tra i “pro” e i “contro” (i rischi da evitare) per la fusione noi pensiamo dev’essere ricordato:

1- Evitare il RISCHIO DI DIVENTARE (o essere già da sempre) PERIFERIA.

2- Superare la SCARSA AUTOREVOLEZZA nei rapporti con altri Enti istituzionali (Regione, Stato….).

3- Evitare di PAGARE DI PIÙ I SERVIZI, con più aggravi, tasse, con costi (dei servizi) maggiori e magari poco efficienti.

4- Superare l’INCAPACITÀ DI GESTIRE SERVIZI COMPLESSI tipico di piccole realtà comunali (come l’anagrafe, l’urbanistica, gli sportelli di altre amministrazioni come Enel, Consorzio rifiuti, etc….).

5- Superare le (quasi tutte) mediocri esperienze di UNIONE DEI COMUNI (con consorzi bilaterali in alcuni servizi), permanendo autorità istituzionali distinte e autonome (due, tre, quattro sindaci che a volte si scontrano tra loro, hanno idee contrapposte, sono incompatibili).

6- Necessità di SUPERARE i spesso esosi (e a volte crescenti) “COSTI DELLA POLITICA” (troppi sindaci, assessori, consiglieri…).

7- Capacità di garantire lo stesso le MUNICIPALITA’ ORGINARIE (con figure istituzionali anche elette ma che svolgono il loro servizio pubblico gratuitamente), e in particolare la presenza di servizi (sportelli comunali) in loco, cioè decentrati (i cosiddetti “front office” vanno decentrati nel nuovo territorio comunale, il “back office”, cioè gli uffici che non si rapportano al pubblico, vanno accentrati riducendone i costi e ottimizzando l’impiego del personale per più utenti).

8- Il comune “più grande”, la “CITTÀ” misurata nei parametri (di popolazione e di territorio) al massimo più efficienti nel dare servizi (nel rapporto “costi-efficienza”), questa “NUOVA CITTÀ” nata dallo scioglimento di due, tre, quattro e più comuni…. deve DARSI UN PROGETTO, degli OBIETTIVI…. E’ necessario sì porsi il compito di RIDURRE LA TASSAZIONE, e MIGLIORARE I SERVIZI, ma si deve capire come CONTARE DI PIU’ all’esterno; ponendosi come “priorità prima” quello di riuscire a dare MAGGIORI OPPORTUNITA’ (in particolare ai GIOVANI) (scolastiche, sanitarie, lavorative, culturali, delle reti informatiche, della sicurezza ambientale, del tempo libero, di incontro e scambio con diversità…).

EMPOLI: «TROPPI 11 COMUNI ORA SERVONO LE FUSIONI» – Il consiglio comunale approva all’unanimità l’istituzione di una commissione per “ridisegnare” il circondario: «Unire le forze in nome dell’efficienza» di Alessandro Marmugi IL TIRRENO EDIZIONE di Empoli, 5/8/2017

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TRE SONO POI LE NECESSITA’ e le domande che ci si pone:

1) Le fusioni dei comuni con la creazione di nuove aggregazioni (nuove città) deve avvenire solo con richieste “dal basso”, in modo diversificato e casuale, oppure bisognerebbe creare un progetto di riforma generale di TUTTE LE AMMINISTRAZIONI COMUNALI, perché la nuova realtà dei comuni avvenga dappertutto con un disegno generale coerente?  Noi su questo riconosciamo l’elemento positivo della “richiesta” che viene dal basso (dagli amministratori locali, dai comuni stessi…), però sarebbe necessario che il progetto fosse coerente e generale: una RIFORMA DEI CONFINI DELLE ISTITUZIONI LOCALI, il RIDISEGNO DEL TERRITORIO è più che mai un progetto che va sì discusso in sede locale, però sarebbe bene che avvenisse contemporaneamente in tutti gli attuali comuni.

2) Non sarebbe necessario pensare a una revisione di tutti i servizi pubblici ora parcellizzati e distinti nei vari enti (comuni, uffici postali, consorzi rifiuti, ufficio igiene e salute, acquedotto, erogazione energetica, agenzia entrate, inps, agenzia del lavoro….) prevedendo luoghi e uffici con funzioni polivalenti, polifunzionali aggregati?   E’ anche questo un motivo per creare AMMINISTRAZIONI COMUNALI EFFICIENTI in grado di interloquire col cittadino su tutti questi servizi che, poco a poco, molti di essi saranno accorpati in uniche entità.

3) Non è necessario, come detto all’inizio di questo post, rivedere anche i confini e la natura delle altre istituzioni pubbliche territoriali che ci sono oltre ai comuni? …Cioè non è necessario cambiare anche le Regioni (in Macroregioni), le Provincie (eliminandole queste veramente), il senso delle Aree Città Metropolitane (estendendole a ogni territorio nazionale)?

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I PROBLEMI DA RISOLVERE nell’accorpamento dei comuni, nella loro fusione, nello sciogliere amministrazioni locali e creare NUOVE CITTA’ possono essere, a nostro avviso, di TRE TIPI:

1- il superamento della PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ, il senso di appartenenza (questione del tutto priva di fondamento: servizi al cittadino erogate dai Municipi che restano, ricorrenze, tradizioni, feste, eventuali modi di vita quotidiani particolari di incontrarsi… non cessano, anzi spesso in realtà istituzionali più grandi il senso di appartenenza al borgo, al quartiere, alla contrada….aumenta).

2- Le RENDITE DI POSIZIONE, DI POTERE (amministratori locali che si sono creati un “loro” potere, un interesse a permanere in situazione immutata: questo può essere un serio problema, e a volte il crearsi di associazioni e comitati contro la fusione nasce da questo desiderio di non voler cambiare nulla…. È evidente che questi meccanismi conservativi vanno combattuti e superati).

3- I “GIOIELLI DI FAMIGLIA” che qualcuno di questi paesi, delle comunità che stanno sviluppando un processo di aggregazione/fusione, vengono ad avere e mal sopportano venga condiviso con altri (qualche manufatto –villa, palazzo..- di pregio che un piccolo comune ha; una situazione finanziaria prospera rispetto ad altri; migliori servizi ai cittadini che gli altri non hanno…) Questo a volte è un serio problema. Ma la fusione dev’essere sì, inevitabilmente, un “matrimonio di interesse” (minori costi dei servizi e più efficienti, più finanziamenti dall’esterno, maggiore forza di contrattazione…), ma pur sempre è matrimonio è, pertanto lo è anche “d’amore”. E in ogni caso è bene capire CIÒ CHE CIASCUNO peculiarmente PORTA IN DOTE, e inevitabilmente si potrà scoprire che ciascun luogo, realtà locale, ha delle particolarità rilevanti sue, da condividere, e da farne un PROGETTO UNICO per il futuro in una REALTA’ URBANA che porti maggiori OPPORTUNITA’ e possa CONTARE DI PIÙ nel mondo che verrà. (s.m.)

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MACROREGIONI: UNA PROPOSTA RAGIONEVOLE – Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

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                                            NUOVI COMUNI 2017

Finora, nel corso del 2017 sono state approvate in Italia 14 fusioni di comuni, di cui quattro per incorporazione, per un totale di 31 comuni soppressi.

Il numero complessivo dei comuni italiani, è diminuito di venti unità, passando da 7.998 a 7.978 comuni.

Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni finora, nel 2017, sono state Calabria (1), Emilia-Romagna (1), Lombardia (3), Marche (4), Piemonte (1), Toscana (3) e Veneto (1)(ndr: in Veneto Grancona e San Germano dei Berici, nel vicentino, si sono uniti nel febbraio 2017 nel nuovo comune di Val Liona, in tutto 3040 abitanti; il nome deriva dal fiume Liona che scorre lungo il territorio del comune)

Sono state approvate le fusioni diAbetone Cutigliano (ndr: provincia di Pistoia in Toscana), Casali del Manco (ndr: provincia di Cosenza in Calabria) e Colli al Metauro (ndr: provincia di Pesaro/Urbino nelle Marche), nonostante ai rispettivi referendum consultivi non abbia vinto il Sì in tutti i comuni interessati.

Il processo di fusione di due o più comuni contigui è disciplinato dagli articoli 15 e 16 del D.Lgs. n.267/2000 “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”[1].

Tali articoli fanno riferimento agli articoli 117 e 133 della Costituzione Italiana e dispongono che spetta esclusivamente alle Regioni modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni e istituirne di nuovi mediante fusione.

L’obbligo per il legislatore regionale è quello di “sentire le popolazioni interessate” al processo di modifica territoriale mediante lo strumento del referendum consultivo.

La Legge n.56/2014 di riforma degli enti locali[2] (ndr: denominata “legge Delrio”) ha introdotto ulteriori disposizioni e misure agevolative ed organizzative in materia di fusioni di comuni, in particolare ai commi da 116 a 134 dell’art.1.

Le funzioni amministrative dei nuovi comuni, eccetto le fusioni per incorporazione, sono esercitate da commissioni straordinarie rimaste in carica fino alle elezioni amministrative 2017.

link

Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” ^

Legge 7 aprile 2014, n. 56 “Disposizioni sulle citta’ metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”. ^

da http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2017/

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          FUSIONI POSSIBILI ANCHE SE QUALCUNO DICE NO

Il referendum consultivo regionale per la fusione dei comuni di Abetone e di Cutigliano si è svolto il 29 e 30 novembre 2015. Ha prevalso il Sì a Cutigliano (91,70%), mentre hanno detto No ad Abetone (63,67%). La più alta affluenza alle urne si è registrata ad Abetone con il 56,12% degli aventi diritto, seguita da Cutigliano con il 50,32%.

Il 12 gennaio 2016 la Commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale della Toscana ha espresso parere favorevole alla proposta di Legge n.16 del 12/08/2015 istitutiva del comune di Abetone Cutigliano.

La decisione ha tenuto conto del risultato complessivo del voto referendario e del divario tra i voti favorevoli e contrari. Considerando i voti complessivi nei due comuni oggetto di fusione risultano 754 Sì e 256 No su 1.010 voti validi per una percentuale favorevole alla fusione del 74,65%.

Nel 2014 si è verificato un caso analogo: due comuni su cinque dissero No alla fusione, ma il comune unico di Valsamoggia (BO) fu comunque istituito.

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                             TRA COMUNI LA FUSIONE È FREDDA

di Alberto Cestari e Riccardo Dalla Torre, 13/10/2017, da www.lavoce.info

– Per la fusione di comuni gli incentivi statali e regionali sono rilevanti, ma non bastano. È fondamentale costruire il consenso facendo comprendere ai cittadini i vantaggi di simili operazioni –

Scende il numero dei comuni

(…..) Nel corso del 2017 il numero dei comuni italiani è continuato a scendere, anche se molto più lentamente rispetto ad altri paesi europei, come descritto in una recente pubblicazione dell’Ocse. La stessa Francia con i suoi 35mila comuni – in realtà poveri di funzioni e quasi tutti inseriti in associazioni intercomunali – è riuscita in un solo anno a fondere tra loro più di mille amministrazioni locali.

I referendum 2017 interesseranno oltre 140mila abitanti. Se escludiamo il caso calabrese (77mila abitanti per Corigliano-Rossano), si tratta di aggregazioni di piccola-media dimensione, comprese tra i 500 abitanti scarsi di Val Cannobina e i 15mila di Casentino La Verna.

Sulla base della nostra analisi, gli incentivi destinati alle fusioni sono molto rilevanti. In termini pro capite, in 12 fusioni su 15 il contributo oscilla tra 100 e 180 euro, ma nelle realtà più piccole si superano addirittura i 400 euro. Se rapportiamo gli incentivi alle entrate correnti, la quota del contributo statale varia dal 4 al 25 per cento, ma è quasi ovunque superiore al 12 per cento. Per favorire i percorsi di fusione, la legge di bilancio 2017 ha innalzato gli incentivi (per un periodo di dieci anni), portandoli dal 40 al 50 per cento dei trasferimenti statali, con una soglia massima di 2 milioni di euro.

Come accelerare il percorso

La rilevanza economica degli incentivi, quindi, non si discute. Tuttavia, il successo del referendum si gioca su altri campi, altrimenti non si spiegherebbe il fallimento di numerose consultazioni. Qual è l’idea progettuale per il nuovo comune? Quali sono le iniziative da sviluppare insieme, rese possibili solamente dall’unione delle forze? Sono questi gli interrogativi cui dare risposta e rispetto ai quali i contributi statali (e regionali) diventano uno strumento. E deve essere questo l’oggetto del percorso di partecipazione, fondamentale per raccogliere e consolidare il consenso.

Come, d’altro canto, è sempre più importante monitorare la fase successiva alla fusione (interessante in tal senso il percorso dell’Emilia Romagna), per descrivere i tanti progetti realizzati dai nuovi comuni istituiti a seguito di fusione.

Serve però una spinta riformista maggiore per accelerare il percorso di riorganizzazione delle istituzioni locali. Incentivi a parte, il consenso locale va costruito con un’importante operazione culturale condotta anche su base nazionale.

D’altro canto, le interdipendenze tra aree contigue che valicano i tradizionali confini amministrativi – il concetto di coalescenza territoriale definito da Antonio Calafati – testimoniano la necessità di individuare una scala territoriale adeguata per la programmazione dello sviluppo. Al tempo stesso, il sottodimensionamento degli enti locali rappresenta la principale causa dell’inefficienza e inefficacia nella gestione dei servizi.

In questo senso, allora, la fusione dei comuni è un modo per rendere più competitive anche le istituzioni locali, mettendole nelle condizioni di governare le trasformazioni in corso nella società e nei sistemi economici. È una strada che il nostro paese dovrebbe percorrere, se vuole imboccare con decisione la via della crescita. (Alberto Cestari e Riccardo Dalla Torre)

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FUSIONI TRA COMUNI VENETI,  DOMENICA 17 DICEMBRE IL REFERENDUM

da “il Mattino di Padova” del 17/10/2017

– La Regione ha dato il via libera alle consultazioni che riguardano 12 Comuni: 4 padovani, 2 bellunesi, 2 veronesi e 4 vicentini –

La Regione ha fissato per domenica 17 dicembre la giornata di consultazione referendaria per i cittadini di  una serie di comuni veneti che sono chiamati ad esprimersi sulla fusione in nuove realtà amministrative comunali.

La giunta veneta ha approvato i provvedimenti con cui  vengono indetti i referendum consultivi per la fusione dei Comuni di Belfiore e Caldiero della provincia di Verona nel nuovo Comune denominato “BELFIORE CALDIERO TERME”; dei Comuni di Barbarano Vicentino e Mossano nel nuovo Comune denominato “BARBARANO MOSSANO”; dei Comuni di Arsiero e Tonezza del Cimone nel nuovo Comune denominato “ARSIERO TONEZZA” in provincia di Vicenza; dei Comuni di Saletto, Santa Margherita d’Adige, Megliadino San Fidenzio e Megliadino San Vitale nel nuovo Comune denominato “QUATTROVILLE” in provincia di Padova; dei Comuni di Falcade e Canale d’Agordo nel nuovo Comune denominato “VALLE DEL BIOIS” in provincia di Belluno.

“La giunta regionale ha voluto dare un segnale importante – ha commentato il vicepresidente – fissando la data delle consultazioni referendarie per dar modo ai cittadini interessati di potersi esprimere. Anche gli ultimi due giudizi di meritevolezza approvati dal consiglio pochi giorni fa hanno trovato oggi nelle delibere di giunta immediata risposta, consentendo peraltro, con l’individuazione di un’unica data per le votazioni, di ridurre ragionevolmente i costi da sostenere per le consultazioni”.

Il voto potrà essere espresso dalle 7 alle 23 di domenica 17 dicembre su un quesito referendario che chiede se si è favorevoli o no alla fusione. In caso di vittoria dei sì e a conclusione dell’intero iter il Consiglio regionale procederà ad approvare le leggi di istituzioni dei nuovi comuni.

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FRA LEGNARO, PONTE SAN NICOLÒ E POLVERARA 

               MANCATA FUSIONE, SINDACATI CRITICI

di Martina Maniero, 12/11/2017, da “Il Mattino di Padova”

– «Perse un’occasione di risparmio e anche qualche assunzione» –

LEGNARO. Lo stop al progetto di fusione dei Comuni di PONTE SAN NICOLÒ, LEGNARO e POLVERARA è una occasione persa secondo le delegazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil. I vantaggi della fusione sarebbero stati molteplici per tutte le parti in gioco, sul fronte amministrativo e su quello delle risorse economiche.

Il NO DI LEGNARO a un accorpamento a tre apre invece lo scenario a una serie di riflessioni secondo le tre sigle sindacali, prima tra tutte «la TOTALE MANCANZA DI VOLONTÀ POLITICA DI FARE SINERGIA». PERSI, evidenziano le associazioni, CONTRIBUTI per quasi 18 milioni di euro, così come sono stati spesi inutilmente quasi 16 mila euro in fondi regionali per lo studio di fattibilità.

«Non possiamo che rimanere basiti» dichiara Paola Fungenzi (Fp Cgil), «come si può pensare di bloccare l’intera architettura con lo studio fatto e pagato? Non possiamo far pagare ai cittadini i costi delle beghe politiche. Siano invece loro a esprimersi sul proprio futuro». Un binario, proseguono nell’analisi i sindacati, che sembrava dovesse portare alla creazione di un nuovo ente basato sul sistema di rete.

Senza dimenticare che il NUOVO ENTE SAREBBE PIÙ COMPETITIVO NELLA PARTECIPAZIONE AI BANDI. «Nulla di tutto questo invece» evidenzia Michele Magrini (Uil Fpl). «Siamo pienamente coscienti che i Comuni sotto i 30 mila abitanti sono in grosse difficoltà» ha detto «ma senza personale poco si realizzano le idee dei sindaci mentre con la fusione c’è anche la deroga sulle nuove piante organiche, quindi qualche assunzione in più».

«Tempo, risorse e progetto buttati al vento» aggiunge Franco Maisto (Cisl Fp). «Nuovi gli scenari ai quali la classe politica deve guardare» ha detto, «MENO CAMPANILISMI E PIÙ VOLONTÀ DI SALVARE I MUNICIPI: se si attiva una riforma dal basso unendo più Comuni è maggiore la garanzia che i cittadini possano beneficiare degli incentivi a queste coraggiose scelte politiche». (Martina Maniero)

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CINQUE COMUNI DELLA VALBRENTA VERSO LA FUSIONE IN UN UNICO ENTE

di Roberto Lazzarato, da “il Gazzettino” di Vicenza-Bassano del 30/10/2017

VALBRENTA –  La Valbrenta, territorio di rare bellezze e di grande fragilità, si appresta a mettere assieme la storia di 5 comuni, senza perdere di vista il valore delle singole identità storiche e culturali di SOLAGNA, SAN NAZARIO, CISMON DEL GRAPPA, VALSTAGNA e CAMPOLONGO SUL BRENTA, impegnati nel progetto di costituzione di un unico comune della VALBRENTA. I cinque sindaci hanno fatto il punto sul progetto che ha come obiettivo il MIGLIORAMENTO DEI SERVIZI alla popolazione, diminuendo le poltrone, unendo i 5 enti in un unico comune con una nuova identità amministrativa e politica in grado di assicurare omogeneità a tutto il territorio.
«La decisione è in mano ai cittadini, che saranno chiamati a decidere il futuro della Valle. Dal punto di vista sociale e della gestione di molte funzioni il comune unico esiste già. Bisogna ora fare un passo in avanti dal punto di vista politico, per puntare ad una ORGANIZZAZIONE OMOGENEA SU TUTTO IL TERRITORIO – ha spiegato il presidente dell’Unione Montana, Luca Ferazzoli. – Il modello progettato dev’essere spiegato ai cittadini, con tutti gli aspetti positivi che sono molti, ma senza tralasciare d’informare anche sui limiti dell’operazione. Sono previste delle riunioni informative in ogni comune e anche nelle frazioni e sarà spedita ad ogni famiglia una brochure con tutte le informazioni, anche sull’iter, entro i primi mesi del prossimo anno. Poi sarà inoltrata la richiesta alla Regione e il referendum potrà essere indetto entro dicembre 2018».

«Siamo a metà del guado – è intervenuto il sindaco di Valstagna, Carlo Perli, – e ci sono le condizioni per raggiungere l’obiettivo. Tornare indietro sarebbe una sconfitta per il territorio sotto tutti i punti di vista. Rimangono le municipalità e quindi nessun comune perde la propria identità. La cittadinanza, senza condizionamenti, deve portare avanti questo progetto».
«E’ un’occasione irripetibile per fare squadra e risolvere assieme i problemi del nostro territorio», ha constatato Ermando Bombieri, sindaco di San Nazario.
«Una soluzione al passo con i tempi che stiamo vivendo – ha rincarato Daniele Nervo, sindaco di Solagna. – Abbiamo l’opportunità di fare una scelta, prima che una soluzione ci venga imposta dall’alto».
«I nostri ragazzi nelle scuole e nello sport hanno già fatto il passo che la comunità è chiamata a compiere – ricorda Mauro Illesi, sindaco di Campolongo sul Brenta. – Il futuro della Valbrenta è un futuro che ci deve vedere uniti».
Il progetto prevede MENO SINDACI, MENO ASSESSORI, MENO CONSIGLIERI COMUNALI, quindi MENO POLTRONE e MENO SPESE PER LA POLITICA. RESTERANNO LE MUNICIPALITÀ come punti di riferimento per i cittadini, dove potranno trovare risposte ai loro problemi. (Roberto Lazzarato)

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LA FUGA INARRESTABILE DAI PICCOLI COMUNI

                                   VADO A VIVERE IN CITTÀ

di Antonello Cherchi, da “Il Sole 24 Ore” del 16/10/2017

– MONCENISIO, MONTERONE, PEDESINA, BRIGA ALTA: è l’Italia dei piccoli Comuni. In quei quat­tro non si arriva a 40 abitanti: 36 nei primi due, 39 negli altri. Circa 50 anni fa, però, erano “più affollati”. Si sono pian piano spopolati. Come gran parte dei municipi fino a 5mila abitanti: dal 1971 al 2016 hanno perso il 13% della popolazione. Mentre gli italiani crescevano del 12 per cento. Una recente legge prova a invertire la tendenza investendo su turismo, servizi, economia. Con 100 milioni da spendere in sette anni. –

I piccoli comuni diventano sempre più mini. Nei municipi fino a 5mila abitanti la popolazione si è progressivamente ridotta, con un calo che dal 1971 al 2016 fa registrare quasi un ­13 per cento. E questo mentre il numero degli italiani cresceva del 12 per cento. È l’effetto di un progressivo spopolamento dei municipi minori, che si è fatto via via più intenso: dal 2011 al 2016 ha perso abitanti ben più della metà dei 5.570 piccoli centri.

È anche per invertire questa tendenza che è stata approvata di recente la legge per salvaguardare i comuni con una popolazione fino a 5mila abitanti. La nuova normativa prevede una serie di interventi per ridurre l’isolamento delle amministrazioni locali minori attraverso un rilancio delle attività economiche locali, l’accesso alla rete internet, la valorizzazione dei beni culturali presenti sul territorio, il risanamento e recupero del patrimonio edilizio, la riattivazione di servizi. Calo inarrestabile Non solo Moncenisio, in provincia di Torino, Monterone (Lecco), Pedesina (Sondrio) o Briga Alta (Cuneo), i quattro comuni che non raggiungono i 40 abitanti e che rispetto a poco meno di cinquant’anni fa hanno visto le loro vie spopolarsi, con il record di Briga Alta, che nel 1971 contava 160 residenti e ora è quattro volte più piccolo. Non sono solo gli arroccati centri montani ad aver visto i propri abitanti andar via.

L’effetto spopolamento ha colpito in maniera pesante molti dei municipi con una popolazione fino a 5mila abitanti, che è la linea di confine al di sotto della quale la nuova legge intende intervenire. Oltre ai piccolissimi abitati, particolarmente soggetti alla riduzione di popolazione, di casi se ne trovano tantissimi. Per esempio, San Basile, in provincia di Cosenza, che dal 1971 ha perso 645 residenti e ora si trova a quota 1.055 abitanti. Oppure Enego (Vicenza), ridottosi da 3.090 a 1.699 persone. O ancora Orgosolo (Nuoro), che al momento conta 4.229 anime contro le 4.800 di quasi mezzo secolo fa. È stata una tendenza che in tutti questi anni non ha subìto tentennamenti.

Anzi, nell’ultimo periodo si è persino accentuata. L’ultimo censimento del 2011 aveva fotografato, nei centri fino a 5mila abitanti, una popolazione di 10,1 milioni di persone. In sei anni sono mancate all’appello oltre 67mila persone. Conseguenza del fatto che è diminuita del 73% (la quota era il 62% nel 1971) la popolazione nei municipi fino a mille abitanti, del 70% (era il 54% poco meno di cinquant’anni fa) in quelli tra mille e 2mila abitanti e via a scendere fino al 48% di abitanti in meno (era il 47% nel 1971) nei centri da 4mila a 5mila residenti.

L’effetto è che rispetto al 1971 cresce solo la popolazione dei comuni fino a mille abitanti, perché sempre più municipi si addensano al di sotto di quella soglia. Nelle altre fasce ­ sempre considerando i centri fino a 5mila abitanti il calo di residenti è generalizzato, per cui, con un effetto a cascata, diminuisce sia il numero di comuni sia il totale degli abitanti presente in ciascuna fascia. Le contromisure Il problema non è, dunque, di oggi e neanche le possibili soluzioni sono maturate nell’ultima ora.

Già nella precedente legislatura, infatti, una proposta analoga a quella approvata di recente era quasi arrivata al traguardo. L’obiettivo era sempre lo stesso: evitare questa china pericolosa. Anche perché­ come sottolinea la relazione alla nuova legge ­ in quei piccoli comuni lavorano quasi un milione di imprese, sono presenti circa il 16% dei musei, monumenti e aree archeologiche di proprietà statale e c’è un’abbondanza di prodotti a denominazione di origine protetta,visto che il 94% dei centri può vantarne almeno uno.

La legge si propone di contrastare e investire la tendenza all’isolamento e allo spopolamento, intervenendo su vari fronti(economia, turismo, servizi, patrimonio edilizio) e per farlo mette a disposizione un fondo di dieci milioni per l’anno in corsoe di 15a partire dal 2018 e fino al 2023.

Risorse a cui si aggiungono quelle stanziate dalla Stabilità per il 2016 peri cammini di particolare valore storico: 3 milioni in tutto. Il primo passo sarà, però, contare i comuni che­ nell’ambito dei municipi finoa 5mila abitanti ­ hanno le caratteristiche per usufruire dei nuovi aiuti: che si stanno, per esempio, spopolando o corrono rischi idrogeologici oppure sono in forte regressione economicao sono a corto di servizi. Con l’obiettivo di fermare l’emorragia e farli tornare a crescere. (Antonello Cherchi)

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L’IRRAZIONALE CONTINUITÀ DEL DISEGNO GEOGRAFICO DELLE UNITÀ POLITICO-AMMINISTRATIVE (1995)

Data di pubblicazione: 24.09.2006

Da LUCIO GAMBI, lo scomparso maestro della geografia italiana, un contributo su un tema vicino alla pianificazione territoriale. Ripreso da “Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia”, a cura di Lucio Gambi e Francesco Merloni, Il Mulino

Le istituzioni territoriali italiane con valore giuridico e funzioni politiche sono di tre ordini: i comuni, veri e propri enti di base anche agli effetti statistici; le province che sono state formate in ogni epoca da un assemblaggio di comuni; le regioni (istituite come enti politici autonomi nel ‘48 ) che risultano dalle associazioni di due o più province. E di queste istituzioni i comuni sono sicuramente – per quanto con funzione geopolitica ristretta ad ambiti locali – quelli di origine più remota.
Il loro spazio territoriale, sia per i comuni urbani che per quelli rurali, era già disegnato con discreta esattezza e stabilità fino dagli ultimi secoli medioevali: però in termini topograficamente e iconograficamente precisi i loro confini verranno concordati e, con la partecipazione di periti e di notari, definiti con atti giuridici solo in epoca rinascimentale. In ogni modo da cinque o sei secoli, per il maggior numero di casi quel disegno ha ricevuto rare modificazioni. E per quanto negli anni della unificazione nazionale sia stato più volte sostenuto e documentato che le configurazioni comunali in molte regioni non erano più adeguate alle condizioni e ai bisogni della società, si è persistito a coltivare una nozione territoriale dei comuni come di qualcosa di inesorabilmente stabile e immutabile al pari dei monti (non dico dei fiumi, perché anche questi nelle pianure mutano di corso). Inoltre, data la loro funzione di pietre elementari dello Stato, si è continuato ad usare i loro ambiti territoriali per ogni rilevazione di censimento, anche quando e dove le realtà da censire sono diventate molto diverse per ciò che riguarda la distribuzione e repertori azione dei fenomeni rilevati.

Simbolo di questa conservatività e continuità potremmo indicare il comune di Roma, che è il più vasto comune italiano (1507 kmq prima della recente costituzione e avulsione del comune di Fiumicino ), e supera o eguaglia in ampiezza una decina di province. Questo non per il motivo che Roma fu il centro politico per una decina di secoli dello Stato del papa e dal 1870 del regno d’Italia, ma perché la città è stata circondata fino agli inizi del nostro secolo da una enorme area in parte malsana di pascoli, boschi ed acquitrini, ove venivano ad ibernare le mandrie ovine e bovine dai monti degli Abruzzi. Quest’area – l’Agro romano – è stata bonificata nel nostro secolo e su una parte di essa dilàta la gran macchia urbana di Roma: i suoi quadri paesistici e i suoi usi economici sono ora radicalmente mutati, ma ad eccezione di qualche estrema ala trasferita dopo il 1920 ai prossimi comuni disseminati lungo i rilievi vulcanici, essa rimane – tranne sul delta del Tevere – disegnata dagli stessi confini che figurano nelle geoiconografie di qualche secolo fa.
In realtà solo in pochissime zone si è avuta negli ultimi secoli una vera ristrutturazione, cioè un ridisegno energico delle maglie comunali che si erano costituite fra il XIII e il XV secolo: come ad esempio è stato in Toscana fra il 1774 e il 1776 ad opera del granduca Pietro Leopoldo. E come pure è stato per le ridimensioni, a volte risolute, che furono studiate e intraprese in alcune zone dalla amministrazione napoleonica nel regno del Nord e anche in quello del Mezzogiorno, ma che poi in parte svanirono dopo la restaurazione del 1815.

In altre parole l’evoluzione storica è stata raramente seguita, dopo l’epoca dei principati rinascimentali, da una congrua adeguazione del comune, sul piano topografico, alle funzioni che l’istituto comunale svolge. Che sono le funzioni legate ai bisogni primari e correnti di una comunità locale: i bisogni che non diversificano solamente con il defluire dei secoli ma anche da regione a regione, secondo l’organizzazione economica e sociale, le forme di insediamento, la densità demografica ecc.
Ho detto ristrutturazione e ridisegno: che ha poco o niente a che vedere con le iniziative di riassetto delle maglie comunali spinte avanti soprattutto fra le due guerre, con l‘intenzione dichiarata di rispondere meglio al carico degli aumentati servizi richiesti dalla gestione comunale. Le soluzioni con cui esse si espressero furono in molti casi di pura conglomerazione di due o più comuni, e specialmente di fusione di uno o più comuni in un comune di maggior ampiezza. Operazione in se per larghissima parte giustificata con valide motivazioni economiche (ma a volte anche ispirata da ambizioni egemoniche): che però non compì una vera riconfigurazione ex novo, ma compose i nuovi corpi unendo fra loro, così come erano, i vecchi e quindi la- sciando inalterati i loro profili complessivi. A volte ci si limitò ad una operazione di aggiustamento, e in tale caso la più frequente fu quella di spostare il capoluogo comunale, entro gli immutati limiti territoriali, da un centro in fase di estinzione ad uno più vitale. Ci furono anche altre soluzioni: ad esempio quella, usata in modo peculiare nelle fasce litorali in via di forte popolamento, di dividere in due parti un comune di cospicue dimensioni (in tale caso i confini fra le due parti furono stabiliti ex novo). O quella – che può considerarsi come una risposta alla prima fioritura industriale e ai congiunti processi di incremento edilizio – per cui i maggiori centri del Nord, i cui limiti comunali coincidevano fino al risorgimento con le mura bastionate ( o poco più) si ampliarono con l’incamerazione di molti comuni minori della cintura.

Ma pure con gli emendamenti ora ricordati, il non avere aggiornato in modo sistematico le nostre configurazioni comunali con il mutare delle situazioni reali, fa sì che un elevato numero dei nostri comuni conservi oggi topograficamente le forme più strane e singolari, o per lo meno anomale. Sono rimaste in gran numero le compenetrazioni e gli incastri, le digitazioni e le contorsioni che alcuni secoli fa servivano a congiungere il centro comunale con aree o luoghi un po’ lontani, di cui esso aveva bisogno – ad es. un ponte o un guado o uno scalo fluviale o una cala marina – risparmiandosi le servitù di transito in casa d’altri. Sono rimasti anche, con particolare frequenza sui monti della penisola, gli scavalcamenti di alte dorsali o il travalico del Comune dalla valle ove si trova il suo centro ad una valle adiacente. Ed anche sono rimaste le linee di delimitazione stabilite molti secoli fa su di un alveo fluviale ora morto, e di cui in certi casi si è quasi perduta la memoria (neanche il Po, nel suo medio corso dal Pavese al Mantovano, fa da confine comunale – in conseguenza degli spostamenti del suo alveo – e una trentina almeno di comuni che lo fiancheggiano si estendono pure su qualche zona della riva opposta, non congiunta da ponti). Sono rimaste infine le isole amministrative, cioè le zone territorialmente isolate, a qualche km di distanza dal corpo del comune e incluse in altri comuni: una soluzione sentita come funzionale fino al secolo XVIII, quando un comune posto in una piana di fondo valle ricoperta da coltivazioni, aveva di frequente in un’area a parte, posta di regola sui monti vicini, i pascoli e i boschi indispensabili per la sussistenza della sua popolazione.

A parte le sagome stravaganti, l’irrazionalità di molti comuni è riconoscibile nella circostanza che – a prescindere dagli ammassi urbani con una popolazione sopra le 300mila unità – le zone industriali, commerciali e turistiche il cui quadro insediativo ha avuto radicali modificazioni negli ultimi cinquant’anni, mostrano una discordanza fra il disegno comunale e le proiezioni espansive o il modo di organizzarsi dei centri (sono intorno a 700 i centri ritagliati in due o tre spicchi da confini comunali): fenomeni che creano ostacoli, equivoci, confusioni a qualunque genere di gestione. E che in modo particolare inibiscono la razionale formulazione di piani urbanistici e di progetti economici.
Gli stralci delle ripartizioni comunali che ora inserisco, e che si riferiscono agli anni ‘70 – quando cioè i problemi relativi al disegno della maglia comunale, in applicazione di una disposizione costituzionale furono assegnati alle regioni – esemplificano in larga misura le situazioni dianzi richiamate. La prima considerazione che se ne può agevolmente ricavare è che l’impianto delle ripartizioni comunali, anche nelle zone che negli ultimi cent’anni sono state campo di notevole industrializzazione, rimane legato alle forme impresse dalle strutture rurali che vi si stabilirono fra XV e XVIII secolo. Per di più in alcune zone ove l’agricoltura conserva una posizione di rilievo, la carta delle ripartizioni comunali riflette pochissimo le difformità che fino dal secolo scorso si colgono nei rapporti di produzione o nella ampiezza media delle aziende rurali o nelle coltivazioni che contraddistinguono intere plaghe: e in ciò è la prova che la costituzione delle ripartizioni comunali oggi in uso risale a prima di quelle differenziazioni. Ad esempio la configurazione e la dimensione dei comuni del Monferrato, formati da aziende familiari di mediocre entità, coltivate a vigneto da proprietari o da conducenti in affitto, divergono di poco -meno in qualche caso- dai comuni della pianura fra Vercelli, Novara e Mortara, dominati da grandi o medie aziende capitalistiche coltivate a riso con mano d’opera salariata; e quasi inavvertibile è la disparità delle loro dimensioni da quelle dei comuni a seminato irriguo (le marcite) della pianura lodigiana, fondate su imprese con salariati, di notevole superficie.

Totalmente diversi per misure medie e ordito della maglia appaiono i comuni di molte regioni del Mezzogiorno, ove l’insediamento rurale si esprime con grandi e rade concentrazioni che lasciano vuoti gli agri, e ove l’agricoltura (meno che in una fascia di pochi chilometri che circonda i centri) ha per lo più forme estensive. In queste aree, governate fino al nostro secolo – in qualche caso fino ai nostri giorni – da poteri feudali, il comune è grande e ha le sagome più strane, a volte un corteggio di isole amministrative, e in qualche caso (es. Trapani, Monreale, Bronte in Sicilia) fino ad anni recenti ha inglobato per intero altri comuni.
Invece abbastanza uniforme con corpi per lo più di media estensione – in special modo ove si è avuta negli ultimi secoli una riforma, come in Toscana – è il ritaglio comunale nelle regioni di insediamento rurale sparpagliato in case isolate su poderi o in minuscoli casali, come è cosa abituale e caratterizzante nella sezione settentrionale della penisola. Insediamento che s’associa ad una agricoltura promiscua di alta qualità, che fino a qualche lustro fa veniva per lo più gestita (meno che nei comuni tipicamente montani) col sistema a mezzadria.
Solo i comuni i cui capoluoghi sono centri con una vivace personalità urbana fino da epoca comunale (si vedano ad es. per la zona umbra Perugia, Gubbio, Foligno, Spoleto, Todi, Orvieto ) risultano qui più grandi, ma in modo non esagerato. Ed egualmente di maggior superficie sono quelli che si estendono nelle aree di maggior altitudine, dominate da aziende in gestione familiare: aree ove – a parte il rilievo – influiscono probabilmente sopra le dimensioni del comune (e su una discreta frequenza di isole amministrative) i boschi e i pascoli demani ali o delle associazioni agrarie.

Per completare la panoramica, un caso a parte presentano le pianure litorali, soprattutto delle regioni settentrionali, che erano fino a qualche secolo fa intersecate da resti di lagune o largamente pantanose – quindi pochissimo popolate – e furono conquistate poi con opere di bonificazione. In tali zone (fasce litorali venete, romagnole e toscane) che pure sono state oggetto negli ultimi cent’anni di enormi investimenti agricoli e turistici e in alcuni casi anche industriali, e che di conseguenza risultano energicamente ridimensionate nelle strutture economiche ed urbanistiche, i comuni conservano in genere le amplissime forme originali; documentate per lo meno fino dal diciassettesimo secolo.
Le rapide riflessioni fino a qui allineate mi pare che dimostrino la inderogabilità di un ridisegno ex novo dei comuni. E l’occasione giusta per risolvere operativamente il problema può essere la applicazione della legge 142/90. In tale evenienza è da augurarsi che riceva una concreta spinta la formulazione dei criteri in base a cui riformare in modo razionale i procedimenti di individuazione e di configurazione dei comuni. Criteri che sarà conveniente ormeggiare ad alcuni punti fermi, come ad esempio: a) la polarità a scala locale del centro comunale – una polarità in ogni caso economica e in particolari casi anche sociale o culturale; b) l’omogeneità economica a scala locale del corpo territoriale previsto; c) la coerente composizione topografica a scala locale del corpo territoriale previsto; d) una popolazione che sia quantitativamente al di sopra di una soglia minima (logicamente diversa a seconda delle grandi aree regionali); e) l’adozione di confini stabiliti su elementi chiari e sicuri, di agevole percezione e oculatamente condotti.

Poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova, funzionale strutturazione territoriale delle regioni. Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali. Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale. I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi.
Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile. Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra. (Lucio Gambi)

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2017/04/25/fusione-dei-comuni-e-nuove-citta-un-processo-troppo-lento-nel-galoppante-sviluppo-dei-sistemi-urbani-globali-come-unire-la-urbanita-tecnologica-che-ora-si-sviluppa-e-la-democrazia-e-parteci/

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                        REGIONI, ORA DIAMOCI UN TAGLIO

di Vittorio Ferri, da “www.lavoce.info” del 31.10.17

– I due referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto hanno riportano in primo piano l’annoso dibattito sul riordino complessivo delle regioni italiane. Intanto, in meno di un anno la Francia ha attuato una riduzione significativa delle sue regioni. –

Referendum e riordino delle regioni

Il 22 ottobre i cittadini di Lombardia e Veneto sono stati chiamati alle urne per il referendum per l’autonomia. Intanto, la Regione Emilia Romagna ha avviato un confronto con il governo centrale per l’assegnazione di competenze aggiuntive.
Se oggi sono al centro dell’attenzione le scelte delle regioni per ottenere maggiori poteri, della loro organizzazione si discute da tempo in Italia, anche perché sono numerosi i problemi irrisolti del regionalismo italiano.

Le proposte italiane

La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha attribuito maggiori poteri alle regioni senza considerare i divari di popolazione, di superficie, di reddito pro capite, di livello di sviluppo economico e le differenze di efficienza dell’azione dei governi regionali. A prescindere dal federalismo fiscale all’italiana esistevano – e permangono tutt’oggi – buone ragioni per un riordino territoriale: due regioni – Valle D’Aosta e Molise, una a statuto speciale e l’altra a statuto ordinario – hanno rispettivamente 130mila e 320mila abitanti; Umbria e Basilicata non arrivano al milione, quindi un dato inferiore alla popolazione di molti comuni capoluogo, nonché a numerose province. Altre sette regioni (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Marche, Liguria, Sardegna e Calabria) non raggiungono i due milioni di abitanti, ampiamente superati dal comune di Roma, che ha una forte incidenza sulla popolazione e sulla superficie della Regione Lazio.

La questione del riordino delle regioni riguarda anche il regime ordinario e quelli speciali, varati in un contesto storico-politico ed economico-istituzionale da tempo modificato: si pensi al ruolo dell’Unione Europea e della moneta unica, alla coesione territoriale e all’indebolimento dei confini tra Stati. In altre parole “l’Italia rimane un paese lungo e stretto”, ma è nell’Unione Europea.

Nella XVII legislatura sono state depositate numerose proposte di legge di delimitazione di singole regioni. Ci sono poi i progetti di riordino complessivo: Stefano Caldoro e Sergio Chiamparino, rispettivamente ex presidente della Campania e attuale presidente del Piemonte, propongono 5 macroregioni; il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Raffaele Cattaneo indica tre ipotesi: 3 macroregioni; 9 regioni comprendenti regioni a statuto ordinario e speciale; 15 regioni, 10 a statuto ordinario e 5 a statuto speciale; Gian Luca Galletti, con il sostegno del presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, prospetta la creazione di 4 macro regioni, senza modifiche per le regioni a statuto speciale; Roberto Morassut e Raffaele Ranucci auspicano la creazione di nove macro regioni, la soppressione della Regione Lazio, l’attribuzione alla provincia di Roma dello status di regione, mentre Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia e Lombardia restano invariate.

Tabella 1 – Confronto tra le proposte di delimitazione delle regioni

Nel 2014 è stata istituita la commissione Lanzetta (dal nome dell’ex ministro per gli Affari regionali) con il compito di valutare la fattibilità delle modifiche da apportare all’assetto attuale.
Composta in prevalenza da giuristi, non ha raggiunto conclusioni univoche e ha avanzato due proposte generali. La prima indica la necessità di forme di coordinamento operativo e gestionale fra le regioni. La seconda riguarda i meccanismi costituzionali di riduzione del numero delle regioni e della modifica dei confini territoriali. Un’ulteriore conferma della difficoltà delle riforme in Italia

Può dunque risultare interessante confrontare la discussione italiana con quanto è stato fatto in Francia.

Il taglio delle regioni in Francia

Nel 2015 il numero delle regioni di Francia è stato ridotto da 22 (escluse le regioni d’oltre mare) a 13 (compresa la Corsica, a statuto particolare). Sono state create sette nuove regioni, mentre sei sono rimaste invariate.
Il riordino territoriale è stato giustificato con l’esigenza di ridurre la spesa pubblica, creare regioni di taglia europea, definire territori più coerenti per le politiche regionali.

Nel corso del processo decisionale il numero delle regioni ha subito numerose variazioni ed è emersa l’assenza di criteri che permettessero di individuarne la dimensione ottimale dopo aver considerato con la dovuta attenzione i benefici per l’aumento della taglia e i costi derivanti dall’eterogeneità delle preferenze nei territori regionali.

La popolazione media di una regione è aumentata da poco più di 3,1 milioni di abitanti a quasi 4,9 milioni. Esclusa l’Ile de France, con oltre 12 milioni di abitanti, nessuna regione supera i 10 milioni di abitanti. Da notare che i primi tre länder della Germania hanno una popolazione compresa tra 17,5 e 10 milioni di abitanti.
Le differenze in termini di reddito e di prodotto interno lordo pro capite non sono molto rilevanti ed evidenziano che da tempo la Francia non è più “Parigi e il deserto francese”.

Dunque, la nuova delimitazione è stata una scelta politica molto discrezionale, con un ruolo debole delle regioni che hanno chiesto nuove competenze, autonomia fiscale, trasferimenti finanziari e il potere di adattare le funzioni al proprio territorio.

Così, nonostante il ruolo crescente registrato nell’attuazione della decentralizzazione, anche le nuove regioni restano il livello di governo territoriale più fragile: il loro bilancio vale solo il 13 per cento di quello dei comuni, dei dipartimenti e delle istituzioni per la cooperazione intercomunale. Resta comunque il fatto che il governo ha portato a termine il riordino delle regioni in meno di un anno.

Dopo il referendum costituzionale del 2016 e i due referendum regionali del 2017, il tema del riordino territoriale delle regioni dovrà essere al centro dell’azione del nuovo parlamento e del nuovo governo.

Se continuiamo a discutere le proposte senza decidere, non possiamo lamentarci del decisionismo alla francese.

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/12/14/citta-al-posto-dei-comuni-macroregioni-al-posto-delle-regioni-la-strada-verso-una-diversa-geografia-dei-territori-ha-ora-due-nuovi-tasselli-positivi-1-opencivitas-la-conoscenza-online-dei-costi/

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