EUROPA in fase delicata: troppi Stati in crisi interna (adesso anche il PILASTRO GERMANIA!) – UE tra ESTINZIONE e RILANCIO – Populismi, potere degli Stati nazionali, Regioni che vogliono autonomia o indipendenza, Città-Stato che si affermano – Con la convinzione di essere nel migliore dei mondi possibili

L’11 novembre scorso la POLONIA ha festeggiato l’indipendenza conquistata nel 1918, dopo oltre un secolo di dominazione straniera da parte di Russia, Austria e Prussia. È uno degli anniversari più importanti della nazione, commemorato con parate e marce, ma DALLA FINE DEGLI ANNI DUEMILA È DIVENTATO UN’OCCASIONE PER MANIFESTAZIONI NAZIONALISTE CHE ATTIRANO PERSONE ANCHE DAL RESTO DELL’EUROPA. Alla MANIFESTAZIONE DI VARSAVIA (NELLA FOTO) hanno partecipato DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE DI GRUPPI DI ESTREMA DESTRA dagli italiani di Forza Nuova agli ungheresi di Jobbik. IN POLONIA L’ONDA ANTIEUROPEA STA MOSTRANDO IL SUO VOLTO PIÙ NERO, come si è visto in questa manifestazione a Varsavia, dove al risaputo vocabolario patriottardo si sono sovrapposte perfino atroci invettive antisemite. Ma il fenomeno va allargandosi in pressoché tutti i paesi dell’Unione Europea

Un’Europa attraversata da pulsioni sempre più indipendentiste….E i movimenti indipendentisti hanno delle città di riferimento, “importanti” per l’Europa: Barcellona per la Catalogna, Edimburgo per la Scozia; Varsavia, Budapest e Praga per il nazionalismo dell’Est; Vienna per la destra e i centri al governo anti-immigrati….

E qui vogliamo parlare anche delle cosiddette CITTÀ STATO, che sempre più vanno affermandosi: perché nella composita costruzione geografica-territoriale europea (ma non solo europea), non ci sono solo gli STATI-NAZIONE(ora dominanti nella gestione del potere dell’Unione Europea), non ci sono solo le REGIONI (con sempre più rivendicazioni o di autonomismo o di indipendenza… a volte interessante nei modi di essere -pensiamo alla Scozia-, e spesso rappresentati da “chiusure” a ogni nuovo contesto che quest’epoca propone, concentrati su un “sè stessi” senza prospettiva nell’era globale) (ma il disagio che vivono i cittadini nelle difficoltà di vita di questa era di trasformazione può anche giustificare questo istintuale difensivo desiderio di “voler chiudersi”).

LA RINASCITA DELLE CITTÀ-STATO”, di PARAG KHANNA, settembre 2017, editore Fazi, collana: Le Terre, pagine: 200, euro 17,00 – Parag Khanna è uno stratega geopolitico. Collabora da anni con la CNN, è senior research fellow al Centre On Asia Globalisation ed è consigliere dell’American Geographical Society

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In questo contesto di Stati-Nazione che detengono il potere, di Regioni che si fanno avanti con le loro istanze autonomiste, emergono appunto sempre più esempi di CITTA’ STATO: non è comunque solo un caso del continente europeo, però qui da noi, in Europa, sembra di più farsi sentire il fenomeno.

Pensiamo a città che sono autorevoli e “dominanti” oltre i propri confini….. Come BERLINO che tiene assieme il progetto europeo; PARIGI ora con Macron che adesso rappresenta la “speranza” di un’Europa unita (l’inno europeo alla gioia, beethoveniano, suonato la sera della vittoria alle presidenziali…); Milano che sta tornando ad essere “metropoli europea”; la stessa Barcellona, città dei giovani e del turismo, ora un po’ offuscata dagli ultimi fatti indipendentisti; la Bruxelles capitale politica di un’Europa che si vuole riformare; la AMBURGO destinazione finale di quel concreto progetto di “via della seta cinese” che renderà interconnessa “EURASIA” non solo con reti telematiche, ma solidamente “via ferro”, “via nave”, con uomini, donne, progetti e infrastrutture fisiche, visibili….

Con la crisi politica interna della GERMANIA va in crisi nell’UNIONE EUROPEA l’ASSE FRANCO-TEDESCO

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Città Stato che, del resto, non sono solo esempi concreti e “sensazioni”, nella loro “importanza metropolitana”, per certe aree d’Europa; ma che da molto tempo si sono affermate, o si stanno affermando in tutto il mondo (pensiamo ora a Pechino, New York, Singapore, quest’ultima come prima esperienza di città-stato…).

Per questo abbiamo “messo” n questo post come primo articolo un’intervista ripresa dal quotidiano “la Repubblica” al filosofo della politica indiano PARAG KHANNA, che ha scritto proprio un libro (LA RINASCITA DELLE CITTÀ- STATO) dedicato ai nuovi sviluppi territoriali globali che vedranno (vedono) alcune grandi città (metropoli) come soggetti urbani che vanno ben oltre la grande città tradizionale; e che offrono (devono offrire) risposte ai propri cittadini tali e quali devono (dovrebbero) offrire i singoli (ancora ottocenteschi nell’impostazione) stati nazionali.

Quando dal 1989 il comunismo è crollato, quattro paesi dell’Europa centro-orientale -la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e la Polonia- hanno formato il GRUPPO DI VISEGRAD con l’obbiettivo di allacciare stretti rapporti con l’Unione europea; e nel 2004 ne sono diventati membri. Ora sono i più critici e lontani dal progetto europeo, governati, due di loro (Polonia e Ungheria) da partiti di destra xenofoba filo-fascista

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Affermazioni urbane e istituzionali che avvengono in una fase critica, delicata dell’Europa: che con la crisi economica, le difficoltà della predominante “classe media”, l’arrivo degli immigrati… vede l’affermarsi in modo sempre più “maggioritario” i movimenti populisti, ora anche al governo di vari paesi (all’est in particolare).

Perché il populismo, il desiderio di chiudersi ribadendo antiche origini, tradizioni (nell’economia, nella moneta, nella cultura…) ci sono sì un po’ dappertutto (l’”Amercan First” di Trump…) ma in Europa si notano molto di più, in concreto, visibili: l’Est europeo è tutto così, dominato da governi “di chiusura”, che capiscono che non possono farne a meno dell’Europa (per non ritrovarsi la Russia in casa) ma allo stesso tempo sono scontenti, e chiusi a ogni partecipazione e collaborazione a un progetto comunitario.

REPUBBLICA CECA IN MANO AI POPULISTI: nella foto ANDREJ BABIS, il vincitore delle ultime elezioni con un partito che già rivela nel nome la sua idea principale: AZIONE DEI CITTADINI SCONTENTI (ANO)

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Forse, dopo la loro adesione all’UE (quando dal 1989 il comunismo è crollato, quattro paesi dell’Europa centro-orientale -la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e la Polonia- hanno formato il GRUPPO DI VISEGRAD con l’obbiettivo di allacciare stretti rapporti con l’Unione europea; e nel 2004 ne sono diventati membri), dopo la loro adesione all’UE sono forse stati un po’ snobbati, considerati “parenti minori” dagli altri; o forse il “progetto europeo” non è mai stato politicamente e ideologicamente maturo all’est, solo una necessità di affrancarsi dalla Russia…

Martin Schultz e Angela Merkel: il ritorno alla Grande Coalizione, per salvare la Germania, per salvare l’Europa?

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Ma, dicevamo, il populismo non è presente solo nell’Europa dell’est, è forte e dilagante anche nell’Europa occidentale, da noi, dall’AUSTRIA (la vittoria recente dei centristi antistranieri di Sebastian Kurz) alla stessa GERMANIA (dove l’estrema destra è entrata per la prima volta in ottobre nel Bundestag federale e ora la Merkel non riesce a fare un governo di maggioranza), in OLANDA, e nella stessa FRANCIA Emmanuel Macron ha sì vinto le elezioni presidenziali contro Marine Le Pen, ma la destra populista non è per niente cancellata. E così il fenomeno catalano adesso (non di destra, ma indipendentista con acceso nazionalismo); e l’Italia si sa.

BREXIT: IL DILEMMA DEI CONFINI TRA LA REPUBBLICA D’IRLANDA (EIRE, CIOE’ L’UNIONE EUROPA) E L’IRLANDA DEL NORD (ULSTER, CIOE’ GRAN BRETAGNA) – “…Il 29 marzo 2019, data fissata per la Brexit, i 500 CHILOMETRI CHE SEPARANO L’IRLANDA DEL NORD DALLA REPUBBLICA D’IRLANDA diventeranno l’unica frontiera terrestre tra Regno Unito e Unione europea. Non è un confine qualsiasi: nella memoria storica dell’isola è associato a trent’anni di divisioni e violenze – quelli dei “Troubles” – a cui misero fine gli accordi di spartizione del potere del Venerdì santo del 1998, tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani; un’intesa che, unita ai vantaggi del mercato unico e alla libera circolazione già garantita dalla Common Travel Area, ha poi favorito la fioritura del commercio e delle attività economiche nella regione di confine (ormai impercettibile) e tra le due parti dell’isola…..” (Michele Pignatelli, “il Sole 24ore”, 22/11/2017)D’IRLANDA (EIRE, CIOE’ L’UNIONE EUROPA) E L’IRLANDA DEL NORD (ULSTER, CIOE’ GRAN BRETAGNA) – “…Il 29 marzo 2019, data fissata per la Brexit, i 500 CHILOMETRI CHE SEPARANO L’IRLANDA DEL NORD DALLA REPUBBLICA D’IRLANDA diventeranno l’unica frontiera terrestre tra Regno Unito e Unione europea. Non è un confine qualsiasi: nella memoria storica dell’isola è associato a trent’anni di divisioni e violenze – quelli dei “Troubles” – a cui misero fine gli accordi di spartizione del potere del Venerdì santo del 1998, tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani; un’intesa che, unita ai vantaggi del mercato unico e alla libera circolazione già garantita dalla Common Travel Area, ha poi favorito la fioritura del commercio e delle attività economiche nella regione di confine (ormai impercettibile) e tra le due parti dell’isola…..” (Michele Pignatelli, “il Sole 24ore”, 22/11/2017)

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Un’epidemia politica del nostro tempo data dalle nuove povertà, dalla crisi economica, dalle difficoltà della maggioritaria classe media che ha perso ricchezza e lavoro con la globalizzazione, dalle paure che vengono dal Sud del mondo, che arriva da noi (con gli immigrati); da un progetto per il presente e il futuro confuso (cosa vogliamo? dove andiamo?).

E descriviamo in questo post alcuni precisi momenti della crisi europea (populisti appunto dappertutto, Spagna e Catalogna, Brexit che sarà?….), crisi che ha assunto una difficoltà preoccupante perché anche il pilastro (pur criticato) europeo, la Germania, è anch’essa in palese difficoltà dopo la recenti elezioni politiche.

Secondo Parag Khanna (se leggete l’intervista riportata che segue) l’Europa non è in declino irreversibile come può sembrare, perché, lui dice, le crisi fanno bene all’Europa, nata proprio dal superamento di crisi dopo crisi… si creano delle opportunità, anche se bisogna spiegarle alla gente e riaccendere la speranza e l’entusiasmo. (s.m.)

L’EUROPA E LE SUE COLPE DEL PASSATO RECENTE CHE CERCA DI RIMEDIARE – II Tribunale PENALE INTERNAZIONALE DELL’AIA ha emesso il 22 novembre scorso la sentenza per RATKO MLADIC, condannandolo per i CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO, commessi durante il conflitto nei Balcani – CARCERE A VITA per una serie di reati che sono il concentrato del male: crimini contro l’umanità, crimini di guerra. Soprattutto IL GENOCIDIO CONSUMATO A SREBRENICA L’11 LUGLIO DEL 1995, 27 anni fa, 8372 MORTI ACCERTATI (12000 secondo i musulmani), gettati nelle fosse comuni con i bulldozer con un colpo alla nuca. II PIÙ GRAVE MASSACRO IN EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE, perpetrato con metodi simili a quelli nazisti

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Parla il filosofo della politica indiano PARAG KHANNA, già consigliere di Obama
“DA AMBURGO A SINGAPORE, VIVREMO IN UN SISTEMA DI CITTÀ-STATO INTERCONNESSE”
“Anche gli imperi cadono il futuro è nella polis” –
di Anna Lombardi, da “la Repubblica” del 21/11/2017
«Il futuro è già qui: entro trent’anni la politica mondiale sarà dominata da macro-città, megalopoli influenti e così connesse fra loro da non doversi più piegare al concetto di confine. Città- stato efficienti sul modello di quelle antiche: dunque non necessariamente indipendenti ma con un’autonomia tale da potersi impegnare in relazioni globali di cui beneficerà tutto il territorio circostante».

No, il geopolitologo di origine indiana PARAG KHANNA, 40 anni e già un curriculum ricco di bestseller e consulenze governative internazionali, non è un visionario distopico. Ex consigliere di Barack Obama, analista del Centre on Asia and Globalization di Singapore, nel suo ultimo saggio, LA RINASCITA DELLE CITTÀ- STATO, pubblicato in Italia da Fazi (*), vede le città come motore di progresso e governabilità.

Da dove nasce questa sua visione della polis?

 «Le polis, le macrocittà appunto, sono da sempre il luogo dove si danno risposte pratiche a problemi ampi: gestione del territorio ma anche lavoro, ambiente, educazione e così via. Non è qualcosa di astratto, succede già. Penso a SINGAPORE: città e stato. Ma anche ad AMBURGO che esercita la sua influenza sul mondo da 700 anni. A DUBAI, che conta su una rete di relazioni d’affari pur non essendo la capitale degli Emirati Arabi. E poi ISTANBUL, NEW YORK, LONDRA, MILANO. Senza dimenticare le PROVINCE CINESI: il GUANGDONG, che ha uffici ovunque e chiede voli che non passino da Pechino. Perché questo sistema funzioni l’autonomia deve bilanciarsi con la condivisione delle rispettive migliori pratiche di governo».

La tecnocrazia diretta di cui parla nel libro? Lei fa gli esempi di Svizzera e Singapore, ma non teme che siano troppo diverse da noi e che importare quei modelli sia impossibile?

«La tecnocrazia diretta è una forma di governo efficiente, capace di dare risposte immediate. Non è un’alternativa alla democrazia che è il sistema all’interno del quale ci muoviamo: istituzioni, leggi, burocrazia sono un’altra cosa. Certo che non si può innestare il sistema di altri: bisogna declinarlo alle proprie esigenze. Nelle scienze politiche si parla del “problema della Danimarca”, l’eccellenza cui tutti aspirano ma nessuno raggiunge. Bisogna guardare a ciò che funziona altrove e usarlo come un menù: imparare da Singapore, Svizzera, Canada, Giappone…».

Le pare fattibile in un’Europa attraversata da pulsioni sempre più indipendentiste?

 «Sì, e proprio perché i movimenti indipendentisti guardano a città di riferimento: BARCELLONA per la Catalogna, EDIMBURGO per la Scozia e così via. Garantiscono identità e organizzazione tecnocratica».

Quello che sta succedendo in Spagna non dimostra che polis e stati sono in rotta di collisione?

 «La Catalogna è una buona idea finita male. Ho simpatia per i movimenti di autodeterminazione, ma qui ha prevalso l’emotività. Madrid non può permettersi di perdere le entrate fiscali catalane: la Spagna non reggerebbe. Ma bisogna trovare un accordo che dia ai catalani più autonomia fiscale in cambio di una tassa annuale per i servizi che Madrid fornisce. Il governo spagnolo dovrebbe però impegnarsi ad investire di più in infrastrutture come il corridoio costale importantissimo per la Catalogna».

Tutta questione di soldi? La gente parla di identità, di sovranismo contro globalismo.

 «Ne parlano i politici per i loro interessi: la gente non sa nemmeno che significa. Nei paesi che funzionano è un dibattito che non esiste, basato su una falsa dicotomia: nessuno è autarchico, tutto ha ormai dimensione globale».

E dunque?

«Io la vedo così: crescere separati per stare insieme. Nessuno sopravvive da solo, ma stati sempre più piccoli farebbero bene all’Europa perché vorrebbero stare al suo interno. I catalani vogliono uscire dalla Spagna non dall’Europa: sanno che se battessero moneta nessuno investirebbe. Vogliono dividersi per ragioni fiscali. Dunque sì, è principalmente questione di soldi: l’identità viene dopo. E poi sanno che più i paesi sono grandi più i governi sprecano o sono corrotti».

L’Europa sembra perennemente in crisi, dilaniata da separatismi e populismi.

 «Io vedo invece un futuro dinamico. Le crisi fanno bene all’Europa, nata proprio dal superamento di crisi dopo crisi. Creano opportunità: ma poi bisogna spiegarle alla gente. Nessun politico europeo, a parte Angela Merkel che poi ha dovuto fare marcia indietro, ha detto che l’immigrazione serve, perché senza immigrati chi pagherà le pensioni, chi si occuperà degli anziani, visto il calo delle nascite? Si insegue l’onda emotiva, invece di guidarla».

Non ha sentito nessun politico dire certe cose, dunque: ma c’è qualcuno che le piace di più?

 «Mi interessa EMMANUEL MACRON, l’unico capace di spiegare che la situazione non è uno scherzo e a capire che la Francia è ormai troppo grande: bisogna alleggerirne il sistema economico e politico. Anche MARK RUTTE, il premier olandese, è bravo, ha saputo imporre importanti tagli a dispetto delle critiche. Ma nessuno va verso il “consenso depoliticizzato” che sicuramente funziona: governi con ampie coalizioni, dove i politici si mettono d’accordo su cose concrete da fare».

Anche sotto la spinta pressante dei populismi?

 «È proprio questo il punto. I populisti al governo sono un disastro ovunque ma bisogna capire che di destre, populisti e di chi ha votato Brexit non ci libereremo con belle parole. Non sono irrazionali: pensano ai propri interessi. È sbagliato metterla in termini di valori: che siano nazi, cristiani oltranzisti, socialisti, hanno una visione. Dobbiamo capirla e lavorare su quella. Il problema sono i migranti? Allora dobbiamo spiegare meglio che l’immigrazione serve ma anche far leggi più restrittive perché chi entra non abusi del suo diritto a star qui».

L’Italia andrà al voto tra qualche mese.

«Mi hanno cercato i Cinque Stelle, ma io lavoro solo con i governi e ho rifiutato collaborazioni. Era ottima l’idea delle regioni metropolitane dell’ex premier Matteo Renzi. Chi governerà deve lavorare in quella direzione: città che mettono insieme risorse e competenze. Poi il vostro credito andrebbe coperto con bond europei per permettervi di ristrutturare il debito. E dovete risolvere la questione immigrati. L’Italia non può farcela da sola, ma i migranti vi servono per garantire un futuro al paese. Un buon inizio sarebbe approvare lo Ius Soli. Le politiche che avete ora non aiutano l’inclusione ».
“L’Europa non è in declino irreversibile, credo invece che avrà un avvenire dinamico: le crisi fanno bene al vostro continente”.
(*IL SAGGIO: “La rinascita delle città-stato” di Parag Khanna – Ed. Fazi, traduzione di Franco Motta pagg. 200, euro 20)

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IL REPORTAGE – LE NUOVE DESTRE
L’AUTUNNO DI PRAGA E IL CUORE NERO NELL’EUROPA DELL’EST

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 24/11/2017
– Ritorno nella città di Havel e Kundera, sperando che oggi non sia solo quella di Babis – Come a Varsavia e Budapest la stanchezza non è per la nuova realtà ma per chi la governa –

PRAGA – La nebbia avvolge il castello di Hradcany, nasconde persino la Moldava sotto il Ponte Carlo. È una sera in cui la città ha un fascino particolare.
Mostra i contorni preziosi di palazzi, chiese e monumenti, grazie a un’illuminazione intelligente, e lascia nel buio le brutte botteghe, in cui si cambia il denaro e si vendono pizze alla massa di turisti a basso costo.
Occulta anche i luoghi dove risiede il potere. Sembra una metafora dello stato d’animo nel paese, ventotto anni dopo la “rivoluzione di velluto”, che ha riportato la democrazia. I decenni cupi o sofferti, più di mezzo secolo tra occupazione tedesca e comunismo importato (ma all’inizio con profonde radici indigene), sono come annidati e invisibili nella foschia spessa posata sul panorama urbano.
Sotto la coltre intrisa di pioggia riposano sia il passato di cui sopravvivono inconsce e indelebili tracce sia il presente che delude.
La società appare stanca non della nuova realtà ma di chi la governa. I sogni postcomunisti si sono appannati. La tarmata memoria collettiva fatica a riallacciare la Repubblica ceca alla democrazia cecoslovacca degli anni Venti e Trenta, esemplare in Europa fino all’apocalisse nazista. Il paese, amputato della Slovacchia, è per alcuni aspetti anche adesso esemplare: l’economia è in gagliarda, invidiabile crescita, la disoccupazione praticamente non esiste. I partiti politici sono tanti e si esprimono liberamente, ma quel che molti esprimono sono più proteste che idee. Lo spleen è dovuto alla minaccia che peserebbe sull’identità nazionale.

LA SI PENSA IN PERICOLO

Ed è come se a insidiarla fosse l’Unione europea. «Invadente come un tempo il Cremlino», azzarda un deputato tutt’altro che populista, un socialdemocratico, che subito chiede che non gli venga attribuito quel giudizio. Gli è scappato. Si scusa. Ma l’ha detto ad alta voce, esagerando, quel che forse risente, come tanti altri connazionali. Non c’è stato chi ha descritto la situazione della piccola Repubblica ceca nell’Unione europea mostrando una pastiglia d’aspirina che si scioglie in un bicchiere d’acqua?
Che scompare, privata di una vera indipendenza. È accaduto altre volte e i fantasmi della Storia riemergono.
Le critiche all’Unione europea sono numerose e non tanto sfumate. Nella maggioranza dei casi non auspicano tuttavia rotture tipo Brexit. Non si vuole sentir parlare di federalismo. Si respinge l’idea di un processo di più intensa integrazione.
L’Europa di Bruxelles è già troppo cosi com’è. Ma non significa che si voglia un’uscita all’inglese. Questi umori tracciano una linea geopolitica che segue il corso dell’Elba, come un muro in cui si sono aperte tuttavia larghe brecce. Quegli umori straripano come le acque di un fiume di cui cresce il livello normale.

IL POPULISMO NON DILAGA SOLTANTO A EST, DOVE GOVERNA. ANCHE A OVEST, DA NOI, VE NE SONO VISTOSE MACCHIE che si allargano, in AUSTRIA, nella stessa GERMANIA, dove l’estrema destra è entrata per la prima volta nel Bundestag federale, in OLANDA, in FRANCIA Emmanuel Macron le ha arginate ma non cancellate. Si estendono fin sulle rive mediterranee. È l’epidemia politica del nostro tempo.
Qui, in una terra che per essere e restare europea ha lottato con l’intelligenza, arma dei paesi piccoli soffocati dalle grandi potenze, si rimprovera adesso al club di Bruxelles, di cui infine fa parte, l’invadenza burocratica che lascia poco spazio, gli si rimprovera di non avere fatto da diga, anzi di avere spalancato le porte, all’ondata di migranti abbattutasi sul continente, e che Praga rifiuta di accogliere. Si ha l’impressione che l’identità nazionale appena recuperata, dopo il rullo compressore comunista, rischi di essere travolta. Il trauma non si è ancora spento.

La Repubblica ceca ha accolto dodici migranti. Non uno di più. Ne avesse almeno accettati cinquanta gli avremmo riconosciuto una certa generosità, commenta sarcastico il diplomatico di un paese occidentale che ne ha ospitato centinaia di migliaia. Come gli altri componenti del GRUPPO DI VISEGRAD la Repubblica ceca respinge la ripartizione dei profughi decisa da Bruxelles. La presenza massiccia dell’Islam equivarrebbe a una violenza culturale. Gli islamofobi più accesi vedono una svolta multiculturale come un terremoto che polverizzerebbe il gotico fiammeggiante e il barocco sulle sponde della Moldava.
Quando parlo di nazionalismo mi viene spesso replicato che in POLONIA e in UNGHERIA è molto più forte. Praga sarebbe più cosmopolita di Varsavia e di Budapest. NELLA REPUBBLICA CECA VIVE UN MILIONE DI STRANIERI. Molti ucraini e russi. E anche piccole comunità orientali. Il nazionalismo è stato del resto un’arma efficace nelle società comuniste quando ci si è dovuti difendere dall’egemonia sovietica. La Polonia di Lech Walesa è citata come un esempio.
Il caso di Milan Kundera lascia intravedere la fragilità del cosmopolitismo praghese. Ci si guarda bene dal definire un traditore il grande romanziere nato e cresciuto a Brno perché ha preso la nazionalità francese e adesso scrive in francese i suoi libri. Ma affiora un certo risentimento. Se ricordo che anche il praghese Franz Kafka scriveva in un’altra lingua, il tedesco, si replica che allora, quando viveva Kafka, la Boemia era parte dell’Impero austro-ungarico. La Cecoslovacchia è nata negli ultimi anni della sua vita. La critica a Kundera si sposta su un altro terreno. Si ricorda che in gioventù è stato l’autore di testi stalinisti.
Niente di grave, si aggiunge, vista l’età, ma adesso, si insinua, non elenca quei testi nella sua bibliografia.

Il nazionalismo ferito si vendica come può. Nel 1989, quando si festeggiò senza violenza la ritornata democrazia, sull’altura di Hradcany, dove risiede il potere, c’era un poeta, un drammaturgo, Vaclav Havel, poi presidente per lungo tempo, che ha ridato a Praga un’impronta nobile. La cultura domina raramente la politica. Havel fu un’eccezione. Continuando con la metafora si direbbe che la nebbia che copre Hradcany, da dove governano i successori, occulti per pudore un presente meno nobile.
Allo stesso modo, senza cancellare lo splendore di Praga, la bruma relega nell’oscurità il basso commercio non certo all’altezza dell’antica cornice urbana. Questa mia prima lettura di Praga, influenzata dal ricordo della sdrucita eleganza di un tempo, tende a lasciare nell’ombra, servendosi dei capricci del tempo, versione meteorologica, quel che non mi è gradito, e a salvare invece gli immutabili tesori di una delle più belle città del mondo.
Tutti i paesi hanno mediocrità e virtù. Nello scrigno praghese i contrasti oggi saltano agli occhi.
Ho lasciato anni fa la Praga di Havel e ritrovo oggi la Praga di ANDREJ BABIS, il vincitore delle ultime elezioni con un partito che già rivela nel nome la sua idea principale: AZIONE DEI CITTADINI SCONTENTI (ANO).

Traccio subito il ritratto del nuovo leader in cui gli aspetti meno edificanti stonano nella democrazia inaugurata da un poeta. Babis è il primo o il secondo cittadino della Repubblica ceca per la ricchezza.
L’Agrofert, una società finanziaria da cui si diramano almeno duecento imprese (dall’agroalimentare alla petrolchimica ai giornali alle radio) ha il maggior numero di dipendenti nel paese. Andrej Babis è entrato in politica nel 2011, creando il partito ANO, che ha raccolto sempre più voti a ogni elezione, fino a che il fondatore è diventato ministro delle Finanze nel governo dominato dal partito socieldemocratico (CSSD), assolvendo brillantemente il compito, fino a quando è stato raggiunto da accuse di frode fiscale. La crescita dei consensi non ne ha risentito. Non si è fermata neppure con l’incriminazione per avere dirottato illegalmente su una sua proprietà una sovvenzione europea di due milioni di euro; e neppure quando, sempre durante la campagna elettorale, è stata rivelata la sua collaborazione con i servizi segreti nella Cecoslovacchia comunista.
Vecchi compagni o collaboratori di quell’epoca sarebbero adesso al suo servizio. Fondate o meno queste accuse non hanno impedito la vittoria elettorale di Babis con il trenta per cento dei voti. L’onestà disinvolta non ha nociuto al candidato. Non capita soltanto nel post comunismo dove c’è scarso rispetto per la politica troppo spesso violentata nel passato. Il miliardario ceco viene chiamato il “piccolo Trump”. A molti ricorda Silvio Berlusconi.
Quando il comunismo è crollato quattro paesi dell’Europa centro-orientale (la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’ Ungheria e la Polonia) hanno formato il Gruppo di Visegrad con l’obbiettivo di allacciare stretti rapporti con l’Unione europea.
Della quale sono diventati membri insieme nel 2004. L’abbraccio fra il mondo post comunista e il mondo occidentale in pochi anni si è allentato. Si è trasformato in un rapporto litigioso. Quasi un fallimento. Nel senso che l’atteggiamento del Gruppo di Visegrad è un freno a un’eventuale ripresa del processo di integrazione e un peso anche nella stagnante situazione attuale. L’inevitabile, dovuto allargamento all’Europa post comunista non è stato e non è un successo. Le responsabilità possono essere suddivise. Alcune ricadono sui paesi occidentali che hanno trattato quelli centro-orientali come partner di seconda categoria, sia escludendoli dalle decisioni importanti sia limitando, ad esempio, l’accesso dei loro cittadini ai mercati occidentali del lavoro.

Varsavia e Budapest hanno accusato Bruxelles di respingere o trascurare le loro proposte, e hanno eretto una barriera di diffidenza, col tempo di scetticismo al limite del rifiuto. Lo spleen è dovuto alla minaccia che peserebbe sull’identità nazionale. La si pensa in pericolo. Ed è come se a insidiarla fosse l’Unione europea.
«Invadente come un tempo il Cremlino», azzarda un deputato. (Bernardo Valli)

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LECH WALESA: “DEMONI IN EUROPA, LA MIA POLONIA RISCHIA LA GUERRA CIVILE”

di Andrea Tarquini, da “la Repubblica” del 14/11/2017

– Per l’ex presidente le democrazie sono in pericolo: “Bisogna davvero reinventare la politica, altrimenti i vecchi nazionalisti e fascisti risorti resteranno. Temo brutte esperienze di sangue” –

LECH WALESA è preoccupato per la situazione in Polonia e il suo ruolo in Europa. “Qui dobbiamo reinventare la vita politica democratica con nuovi strumenti, altrimenti i vecchi demoni nazionalisti e fascisti risorti resteranno, e mi chiedo se dovremo allora passare da brutte esperienze di sangue“.
Quanto è pericolosa la situazione dopo il corteo estremista di sabato (l’11 novembre, ndr)?
“Siamo entrati in una nuova èra, nella nuova èra postcomunista. La mancanza di political correctness nel senso vero del termine, correttezza sostanziale, da parte dei politici e la mancanza di attività politica della società ci dicono che i vecchi strumenti della politica non bastano più. Da anni dico che occorrono nuove forme di partecipazione alla politica. Se mi avessero ascoltato, i populisti e i fascisti sarebbero stati respinti. Ma ora la questione è come riuscire a restare nei limiti della democrazia e prevenire azioni estreme”.
Democrazia in pericolo?
“Masse schierate con KACZYNSKI in Polonia, masse per Trump in Usa, masse per certi altri politici in Francia, dicono che la gente è stanca delle vecchie strutture. La questione, insisto, è come garantire la democrazia inventandone di nuove. La questione è se riusciremo a farlo evitando brutte esperienze, violenze, sangue. Mi chiedo se solo dopo che avremo subìto eventi tristi emergerà qualcuno capace di guidare la società verso soluzioni giuste”.
Perché tanti giovani erano in quel corteo ultrà?
“Anche loro sono persone che cercano a modo loro nuove soluzioni. Anche per loro dobbiamo reinventare la democrazia, per riconquistarli dalla seduzione degli spettri del nazionalismo e del fascismo. Dipenderà da noi democratici se capiranno o se sceglieranno soluzioni non democratiche “.
Il governo nazionalconservatore ha elogiato la manifestazione, che ne dice?
“Il governo vuole solo vincere, capitalizzare dalla situazione in senso politico come con un investimento. La società polacca è chiamata da questa situazione di caos a scegliere tra il bene e il male, a scegliere la soluzione giusta di nuove forme di vivere la democrazia e mobilitarsi per la democrazia “.
Non le sembra allarmante la presenza di esponenti di ultradestra radicale italiani e di altri paesi al corteo di Varsavia?
“Mi sembra la conferma che il confronto tra la ricerca di nuove soluzioni e il pericolo dei fantasmi tornati è in atto in tutta Europa “.
Perché le opposizioni democratiche appaiono così deboli contro un movimento estremista di massa che riempie le piazze?
“Perché il governo di demagoghi guida il paese con il populismo e distribuendo soldi alla gente. Come potrebbe l’opposizione batterlo su questo terreno? Forse promettendo di distribuire ancor più soldi? Come vincere contro le promesse di demagoghi e populisti restando politici razionali e ragionevoli? L’opposizione temo non possa farcela a essere più veloce di questa specie di rivoluzione dei fantasmi del passato, è condannata a essere più lenta del populismo”.
La permanenza della Polonia nella Ue è in pericolo?
“Se continuano eventi come quelli che abbiamo appena visto potremmo persino finire in una guerra civile. Solo con un maggior impegno sociale potremo respingere queste azioni negative e tornare sul cammino giusto. Ma ce la farà il Bene a vincere? Me lo chiedo da rivoluzionario, è questione aperta”.
Teme l’alleanza tra Kaczynski e politici a lui vicini altrove come ORBÁN?
“In questa nuova èra che non affrontiamo con strumenti politici adeguati quei demoni del passato sono ben vivi. Solo se ci organizzeremo bene per combatterli, tutte noi persone ragionevoli, democratiche, la situazione in Europa tornerà sotto controllo. Tutto è possibile adesso da noi e in Europa, passi avanti verso il meglio o verso il peggio”.
Quando chiama a organizzarsi quali soluzioni concrete propone?
“È questione di intendersi sui contenuti costitutivi di questo terzo millennio. Parlare di libertà e basta vuol dire dover controllare poi chiunque abbia un incarico, perché non abusi della libertà. Dobbiamo costruire strutture democratiche fondate su valori etici e politici comuni chiari, contro l’abuso del potere. Dobbiamo organizzarci, e convincere gli elettori di Kaczynski che hanno sbagliato. Da anni dico che è pericoloso. Dobbiamo organizzarci in fretta, per riuscire ad avere un cambiamento senza sangue, altrimenti affronteremo problemi gravi, con la Polonia con i fantasmi tornati nel mezzo della transizione tra l’èra degli Stati nazionali e la nuova èra globale”.

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                          QUEI FASCISTI ALLA RISCOSSA

di Massimo Riva, da “la Repubblica” del 21/11/2017
   È FASCISMO. Il grido d’allarme lanciato da un indomito combattente per la libertà come Lech Walesa, nella bella intervista che gli ha fatto Andrea Tarquini, va preso sul serio, molto sul serio. Sarà che in Polonia l’onda antieuropea sta mostrando il suo volto più nero come s’è visto nella recente manifestazione di piazza a Varsavia (vedi qui sotto la cronaca, da IL POST.IT, ndr), dove al risaputo vocabolario patriottardo si sono sovrapposte perfino atroci invettive antisemite. Ma sarebbe un grosso errore di valutazione considerare quello polacco un caso a parte. In realtà, esso rappresenta solo la punta più avanzata e visibile di un fenomeno socio-politico che riguarda, seppure in forme diverse, l’intera Unione.
La sconfitta di Marine Le Pen in Francia e il mancato sfondamento elettorale dei razzisti olandesi avevano fatto tirare un sospiro di sollievo. Ma è stata un’illusione fugace. Ora nel nuovo Bundestag tedesco è tornata prepotente la presenza di parlamentari che non fanno mistero di richiamarsi al truce passato nazista, mentre in Austria la destra xenofoba ha raccolto valanghe di voti.

Certo, a Est le nostalgie per le dittature militari di Pilsudski a Varsavia e di Horthy a Budapest sono esplicite, mentre a Ovest le pulsioni autoritarie sono più dissimulate ma non per questo meno preoccupanti, anche in Italia. Dove non sono ricomparsi manganelli e olio di ricino, ma il loro posto è stato preso da una torsione diffusa del linguaggio politico verso quella miscela di risolutezza e di volgarità che è connaturata al metodo fascista.

Può pure darsi che non siano del tutto consapevoli di questa china pericolosa né Grillo quando urla il suo «Vaffa» né Berlusconi quando rievoca il mussoliniano «Credere, obbedire, combattere». Ma è un fatto che anche così si spargono i semi del nuovo fascismo perché, come si sa, le parole possono fare perfino più danni delle pietre.
Che la costruzione dell’unità europea fosse un progetto impervio e non lineare lo si sapeva fin dall’inizio. E, dunque, non c’è da stupirsi che i contrasti più aspri emergano ora quando il cammino ha già raggiunto primi e fondamentali obiettivi quali un mercato e una moneta unici.

Ma a spaventare è la connotazione politica che sta assumendo oggi l’antieuropeismo mettendo assieme sentimenti xenofobi e razzisti con rivendicazioni nazional-sovraniste e allettamenti demagogici. Quel che si può definire, insomma, un estratto dal manuale del perfetto fascista. E che rappresenta perciò la negazione in radice del progetto unitario, a suo tempo concepito proprio al fine di seppellire una volta per tutte quelle bramosie scioviniste che hanno insanguinato per secoli il continente.
C’è poi poco da illudersi che il demone fascista denunciato da Walesa possa essere messo fuori corso dalla storia in un’era di globalizzazione economica mondiale. Anche perché dalla sponda americana e da quella russa sia Trump sia Putin, con fini diversi ma convergenti, mirano alla disgregazione del disegno europeo.

Tocca, dunque, agli europei salvarsi da se stessi. E qui si tocca la nota più dolente: a non riconoscere la gravità della minaccia fino a rifiutarsi di chiamarla col suo vero nome — fascismo — sono quelle forze politiche democratiche e riformiste che ancora governano i maggiori Paesi dell’Unione. Tragica replica degli errori degli anni Trenta. (Massimo Riva)

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LA MINACCIOSA MANIFESTAZIONE NAZIONALISTA DELL’11 NOVEMBRE A VARSAVIA

da www.ilpost.it/ del 12/11/2017

– Decine di migliaia di persone hanno manifestato con motti nazionalisti, frasi xenofobe e slogan religiosi per il giorno dell’Indipendenza –

L’11 novembre la Polonia ha festeggiato l’indipendenza conquistata nel 1918, dopo oltre un secolo di dominazione straniera da parte di Russia, Austria e Prussia. È uno degli anniversari più importanti della nazione, commemorato con parate e marce, ma dalla fine degli anni Duemila è diventato un’occasione per manifestazioni nazionaliste che attirano persone anche dal resto dell’Europa. A quella di Varsavia hanno partecipato decine di migliaia di persone di gruppi di estrema destra, dagli italiani di Forza Nuova agli ungheresi di Jobbik.

Lo slogan più usato era “Vogliamo Dio”, da una vecchia canzone nazionalista polacca che anche Donald Trump aveva citato nel suo discorso durante la sua visita in Polonia. C’erano cartelloni che inneggiavano alla supremazia dei bianchi, che paragonavano l’Islam al terrorismo, contro i diritti LGBT e con slogan antisemiti del partito dell’ONR, il gruppo che ha fondato la manifestazione anni fa, che dice di voler “preservare l’omogeneità etnica della Polonia e la fede cattolica sotto l’ordine politico militare”. C’è stata anche una piccola contromanifestazione, ma il numero di partecipanti non è stato paragonabile.

Prima che il partito di estrema destra Diritto e Giustizia (Pis) vincesse le elezioni politiche nel 2015, la manifestazione era solita finire in scontri con la polizia e manifestanti antifascisti, ma ora è tacitamente approvata dal governo e alla manifestazione di ieri la presenza della polizia era ridotta e non ci sono stati grandi problemi, a parte uno scontro in cui i nazionalisti hanno aggredito diverse donne che cantavano slogan antifascisti.

Scrive il Guardian che l’emittente televisiva statale TVP ha parlato di “una grande marcia di patrioti” e ha descritto l’evento parlando di cittadini che “esprimono il loro amore per la Polonia, non di estremisti”; anche il ministro degli Interni Mariusz Blaszczak si è detto orgoglioso che tanti polacchi abbiano deciso di prendere parte alla celebrazioni legate al giorno dell’Indipendenza.

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GERMANIA: LA GRANDE COALIZIONE ALL’ULTIMA CHIAMATA

di Marco Gervasoni, da “il Messaggero” del 24/11/2017

Lenin diceva che i socialisti tedeschi, prima di salire su un treno per recarsi ad assaltare i palazzi del potere, si sarebbero premuniti di comprare il biglietto. Per dire che facevano prevalere la ragione di Stato a quella di partito, come poi avrebbero confermato in tutta la loro storia.

Questa tendenza a agire più per il bene del paese che per gli egoistici, ancorché legittimi, interessi di partito, pare che in queste ore si stia facendo strada nella Spd, sempre più spinta a partecipare di nuovo a una Grande Coalizione, dopo il fallimento dei tentativi di Merkel di varare un governo con liberali e Verdi.

Rispetto al passato, tuttavia, ci sono due novità: la prima, che una nuova Grande Coalizione potrebbe dare il colpo di grazia alla Spd, provocando un’ulteriore emorragia di voti. E va bene anteporre il bene del Paese a quello del partito, ma questi deve comunque sopravvivere.

La seconda novità è che la Spd appare profondamente divisa, a un livello a cui non si era quasi mai trovata nella sua storia: da un lato il «partito» dei funzionari, dei governatori e dei ministri dei Länder, che vorrebbe rientrare al governo; dall’altro il «partito» dei militanti, disposto al massimo ad appoggiare dall’esterno un governo tra la Merkel e i Verdi.

In parte inedito è anche il ruolo da protagonista ritagliatosi dal presidente della Repubblica, Steinmeier, che spinge per la Grande Coalizione. Il capo dello Stato ha sulla carta pochi poteri, ma quando a ricoprire quel ruolo è, come in questo caso, un ex segretario di partito e ministro di peso, per di più socialdemocratico, le cose cambiano.

Per questo i bookmaker oggi si dividono tra chi punta su una Grande coalizione e chi su un appoggio esterno della Spd. In ogni caso, salvo colpi di scena, la Merkel dovrebbe restare alla guida del paese. Ma sarà la stessa Merkel? A nostro avviso no. E per almeno tre ragioni.

Prima. Se Grande coalizione sarà, la Spd la farà pagare a duro prezzo, chiedendo, come hanno già anticipato alcuni suoi esponenti, un netto spostamento a sinistra rispetto al governo precedente, anche sugli immigrati. Ma la politica di Merkel è già stata percepita come eccessivamente progressista dai numerosi elettori che hanno abbandonato la Cdu. Quindi un governo Merkel più rosso del precedente provocherebbe malumori nella Cdu, che già non mancano.

La seconda ragione è che il fallimento della trattativa per la coalizione Giamaica ha inciso, almeno all’interno del paese, sulla fiducia nelle capacità di leadership della Merkel e in ogni caso sulla sua freschezza – il quotidiano «Die Welt» l’ha paragonata a Mugabe; un po’ scherzosamente (ma i tedeschi, dice uno spot, non scherzano mai).

La terza ragione è che la Grande Coalizione si presenterebbe come un’alleanza quasi disperata tra i partiti del sistema, lasciando alle formazioni euroscettiche, di destra e di sinistra, ampio spazio – e che il primo partito dell’opposizione diventi l’Afd sarebbe un grosso problema, soprattutto per la Cdu.

Se poi ci proiettiamo fuori dalla Germania, sul piano delle riforme europee, una Grande coalizione vissuta senza grande trasporto dai due partner, renderà Merkel ancora più prudente.

Infine, un insuccesso della Grande Coalizione porrebbe una pietra tombale su questa formula in tutta Europa, decretandone l’impossibilità. Se non ci sono riusciti in Germania, dove ne hanno esperienza e cultura, come si potrebbe proporre in Italia?

Al contrario, nel caso, a oggi probabile, di ritorno di una Grande coalizione a Berlino, questa resterebbe una strada praticabile anche da noi, nell’eventualità in cui dopo le elezioni si verifichi, come molti temono, una situazione alla tedesca. In ogni caso, un indebolimento della Merkel sul breve periodo produrrebbe un effetto destabilizzante anche per Berlusconi e per Forza Italia, che si presenta come l’asse centrale e moderato di una coalizione per il resto poco «merkeliana». Non resta che attendere e vedere se, come nella loro natura i socialisti tedeschi acquisteranno il biglietto del treno oppure contribuiranno a farlo deragliare. (Marco Gervasoni)

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                                        APNEA EUROPEA

di Paola Peduzzi, da “IL FOGLIO” del 21/11/2017

Meglio un governo di minoranza a Berlino che un nuovo voto, pensano gli europei, ma ogni alternativa genera timori e rallentamenti. Ora il duo Angela Merkel-Emmanuel Macron, che guida il ringalluzzito motore franco-tedesco, perde slancio; slittano le scadenze per la riforma europea, e le votazioni sulle agenzie europee che lasciano Londra in vista del continente mettono nuovo caos: la Merkel ha perso la corsa per l’agenzia bancaria.

Siate responsabili, dicono Angela Merkel, cancelliera tedesca, e FrankWalter Steinmeier, presidente tedesco, rivolgendosi ai partiti della Germania che hanno la possibilità di formare una coalizione di governo, ma non la vogliono sfruttare. Liberali e socialdemocratici sono i destinatari dell’appello, entrambi potrebbero rispondere, entrambi hanno fatto e fanno altri calcoli, un po’ più egoistici, ma la politica si sa è anche questo.

Intanto l’Europa trattiene il fiato, di nuovo. Il 2017 doveva essere l’anno della devastazione europea e invece si è rivelato tutto il contrario, il neoeuropeismo è diventato mainstream, e pure i dati economici, galvanizzati da questa rinnovata fiducia, sono ora più rassicuranti: ma adesso le attese sono grandi, non si può solo parlare di quanto è utile e necessario stare insieme, bisogna dare forma al nuovo progetto comunitario, ci sono le riforme e c’è un calendario da rispettare, altrimenti l’occasione sarà di nuovo perduta.

Ma l’assenza di un governo con pieni poteri a Berlino è destinata a “rallentare ulteriormente” i progetti di rilancio dell’Ue, spiega al Foglio una fonte europea, citando “le idee che piacevano a Merkel” come la riforma di Dublino, la creazione di un ministro delle Finanze della zona euro e l’istituzione di un Fondo monetario europeo. C’è “una finestra di opportunità di un anno e mezzo” per realizzare passi avanti prima delle elezioni europee del 2019, ma per fare progressi reali c’è “bisogno di una Germania forte”.

Secondo la fonte, “non c’è tempo da perdere”. L’ipotesi di nuove elezioni appare la più tremenda a Bruxelles, la commissione europea sembra propendere per un governo di minoranza, anche se è iniziato un lavorio per convincere l’Spd a rivedere la propria posizione e anche se la stessa Merkel dice che la garanzia di stabilità potrebbe essere un eventuale nuovo voto.

Ma gli equilibri europei sembrano di nuovo in discussione dopo le assegnazioni di due agenzie che devono lasciare Londra (anche se molti dipendenti non sono contenti) per essere ricollocate sul continente: la Germania voleva che l’agenzia bancaria, l’Eba, andasse a Francoforte, “città delle banche”, polo d’attrazione naturale, ma ha vinto Parigi: in quel calcolo sbagliato sta la grande delusione tedesca e stanno i sintomi di un gioco europeo improvvisamente poco lineare. Angela Merkel non soltanto guida la più grande economia dell’Ue, è anche il centro di gravità del rilancio europeo, assieme al presidente francese, quell’Emmanuel Macron che è già “en marche” per una nuova Europa.

I commentatori oggi sono unanimi nel dire che il collasso del negoziato di governo a Berlino riduce lo slancio del duo Merkel-Macron e quindi delle prospettive di riforma per l’intero continente. L’insistenza sulla debolezza della Merkel si porta molto tra i dignitari d’Europa, da due mesi si parla della Germania come se il partito della cancelliera non fosse comunque il primo, ma è vero che la politica dell’Ue è da sempre condizionata – nelle sue tempistiche – dai voti e dalle geometrie della politica interna dei vari stati membri.

Con la Germania l’effetto è moltiplicato, visto il peso specifico e visto che buona parte della revisione del costrutto europeo è stata delegata all’iniziativa della cancelliera e del suo “amato” Macron.

La road map dell’Ue prevedeva già un primo appuntamento a dicembre per contarsi, come si dice, sui vari dossier in discussione, ma l’esordio è rimandato, e con esso slittano le scadenze successive. Questo non significa che il processo di riforma è ipotecato, ma il 2018 sarà un anno decisivo per l’Ue: lo diciamo quasi tutti gli anni, è vero, ma conta anche il contesto. Nel 2017, all’Ue bastava sopravvivere all’ondata di destabilizzazione interna ed esterna (russo-americana per lo più): per il 2018 le aspettative sono ben più alte, e con esse il rischio di fallimento. (Paola Peduzzi)

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LA GRAN BRETAGNA E BREXIT

SULLA STRADA DI BREXIT L’IRRISOLTO PUZZLE IRLANDESE

di Michele Pignatelli, da “il Sole 24ore” del 22/11/2017

– I negoziati. Il nodo del confine tra EIRE e ULSTER è storico, politico ed economico. Il divorzio di Londra si complica in uno dei tre dossier chiave: la trattativa sul confine tra le due Irlande –

Sulla strada tortuosa che porta a Brexit c’è un ostacolo che appare sempre più difficile da superare, forse perché in quel nodo si intrecciano ragioni economiche, politiche e storiche. È la questione del confine tra le due Irlande, uno dei tre dossier che la Ue vuole risolvere -gli altri sono il conto del divorzio e i diritti dei cittadini comunitari – prima di passare alla fase due dei negoziati con Londra, quella relativa ai rapporti commerciali.

Il 29 marzo 2019, data fissata per la Brexit, i 500 chilometri che separano l’Irlanda del Nord dalla Repubblica d’Irlanda diventeranno l’unica frontiera terrestre tra Regno Unito e Unione europea. Non è un confine qualsiasi: nella memoria storica dell’isola è associato a trent’anni di divisioni e violenze – quelli dei “Troubles” – a cui misero fine gli accordi di spartizione del potere del Venerdì santo del 1998, tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani; un’intesa che, unita ai vantaggi del mercato unico e alla libera circolazione già garantita dalla Common Travel Area, ha poi favorito la fioritura del commercio e delle attività economiche nella regione di confine (ormai impercettibile) e tra le due parti dell’isola.

Non sorprende dunque l’impegno manifestato nei mesi scorsi da tutte le parti in causa a evitare il ritorno a un “hardborder”, un confine fatto di barriere e controlli che, oltre alle negative ripercussioni economiche, potrebbe riaccendere rancori mai del tutto sopiti. I negoziati però non hanno prodotto finora una soluzione, oggettivamente complessa nel momento in cui l’Eire sarà parte del mercato unico e l’Ulster ne sarà fuori.

Un’ipotesi in realtà ci sarebbe: garantire all’Irlanda del Nord, perlomeno in una fase transitoria che Dublino vorrebbe lunga, uno status particolare, che le permettesse di godere dei benefici dell’unione doganale. Si tratterebbe di spostare di fatto in mare il confine, e i relativi controlli in porti e aeroporti.

Contro questa soluzione si è subito scagliato però il Dup, il partito unionista nordirlandese. «L’Irlanda del Nord – ha detto lunedì Arlene Foster, leader del Dup, schieratosi nettamente a favore Brexit nel referendum dell’anno scorso – lascerà l’Unione europea alle stesse condizioni del resto del Regno Unito».

Non è difficile capire il perché di questa posizione: per gli unionisti, da sempre difensori del legame con Londra, spostare il confine in mare significherebbe dividere l’Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna, avvicinandola all’Eire, come vorrebbero invece i nazionalisti irlandesi del Sinn Fein, fautori di una riunificazione dell’isola.

Il governo britannico, d’altro canto, non può ignorare le istanze del Dup, stampella del governo di Theresa May a Londra, e cerca di mediare, premendo affinché si passi alla fase due dei negoziati anche senza aver del tutto definito la questione. Tanto più che -ha precisato ancora ieri il ministro per la Brexit David Davis -confine irlandese e futuri termini dei rapporti commerciali tra Ue e Regno Unito sono strettamente legati.

Dublino però, sostenuta da Bruxelles, non vuole sentire ragioni e pretende assicurazioni scritte sul confine prima di procedere. «Prima di parlare di commercio – ha ribadito il premier Leo Varadkar – vogliamo sgombrare il campo dall’idea che ci sarà un confine fisico». Altrimenti – è la minaccia – l’Irlanda eserciterà il suo diritto di veto a dicembre, quando l’intesa sulla prima fase dei negoziati dovrà essere approvata all’unanimità dal Consiglio europeo.

Il paradosso è che il Paese, per i suoi forti legami economici e commerciali con la Gran Bretagna (50 miliardi all’anno di interscambio), è quello che avrebbe da perdere di più da una “hard Brexit”, un’uscita di Londra senza intesa con Bruxelles che finirebbe per ripristinare barriere e dazi doganali. Un vero rebus, che complica il già intricato dossier. (Michele Pignatelli)

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L’INDIPENDENTISMO VACILLA, LA CATALOGNA TORNA QUASI NORMALE

di Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 26/11/2017
– Verso le elezioni. Esquerra republicana, in testa nei sondaggi, e PdCat cambiano strategia sulla dichiarazione unilaterale. Solo la Cup non retrocede: la lotta è nelle piazze. Ma forse stavolta senza istituzioni. Gli ex ministri e i «due Jordi» potrebbero uscire dal carcere, il caso passa al Tribunal Supremo –
BARCELLONA – Dopo i continui colpi di scena delle settimane precedenti all’intervento del governo spagnolo sulla Catalogna attraverso l’articolo 155, sembra che le puntate della serie catalana siano diventate più previsibili.
La novità di un certo rilievo che si prospetta nelle prossime ore è che la situazione carceraria degli ex membri del governo catalano e dei «due Jordi», Sànchez y Cuixart, i presidenti delle associazioni indipendentiste, potrebbe cambiare. Il caso è infatti passato nelle mani del Tribunale Supremo, che già stava indagando sui membri della presidenza del Parlament.

È opinione unanime che gli atti del Supremo siano stati molto più garantisti e proporzionati di quelli della giudice dell’Audiencia nacional che finora ha indagato sul caso. Per esempio non è finita in carcere la presidente del Parlament, responsabile ultima della decisione più grave agli occhi dei magistrati, quella di votare la pseudo-dichiarazione d’indipendenza e di disobbedire agli ordini del tribunale costituzionale. Le difese dei ministri catalani incarcerati sono già pronte a chiederne la scarcerazione.

Se il Tribunal Supremo dovesse liberarli, pur con l’anomalia di un ex presidente all’estero (vedremo se il nuovo magistrato manterrà l’ordine di cattura europeo), la campagna elettorale tornerebbe in un alveo di quasi normalità. Una normalità comunque marcata da più di cinque anni di procés indipendentista e dall’inedito intervento del governo centrale su un’autonomia: precedente molto pericoloso per altri tipi di dissidenza istituzionale.
Il panorama elettorale così «normalizzato» si caratterizza per lo strepitoso passo indietro dei protagonisti della battaglia indipendentista che peraltro, senza che nessuno ne abbia spiegato i motivi, stavolta concorrono autonomamente. Fino a pochi giorni fa erano nella stessa lista e nello stesso governo di cui nessuno ha rinnegato esplicitamente le azioni. Ma la strategia politica sia di Esquerra republicana, sia del PdCat ha virato di 180º senza colpo ferire, e senza apparenti ripercussioni sul loro elettorato.

Ora è tutto un assicurare che la via unilaterale non è quella da percorrere, che in realtà la dichiarazione d’indipendenza era solo uno statement politico, che chi mai può credere di poter costruire una repubblica in quattro giorni, ma dopo il 21 dicembre magari si potrebbero formare altre maggioranze, e se mai si farà un referendum, ça va sense dir, deve essere negoziato con Madrid. Fino a poche settimane fa, chi l’avesse detto sarebbe stato tacciato di traditore unionista e sommerso dagli insulti sulle reti sociali, oggi è il nuovo credo. Sorprendente la volubilità del blocco indipendentista.
Sull’altro fronte, invece, sono rimasti granitici sia Ciudadanos che Pp: dicono che bisogna recuperare la legalità, archiviare il procés, ristabilire la convivenza. I socialisti sono gli unici che cercano di svincolarsi dall’abbraccio mortale in cui li vorrebbero stringere gli altri due partiti sedicenti «costituzionalisti», e aggiungono qualche abbozzo di proposta catalanista al discorso centralista, ma tutti e tre puntano a lasciare in minoranza gli indipendentisti. I Comuni e Podemos, gli unici che hanno mantenuto, sommersi dalle critiche di tutti gli altri, la stessa posizione (priorità ai temi sociali, diritto all’autodeterminazione ma negoziato e a lungo termine, difesa delle istituzioni catalane ma non delle politiche del governo Puigdemont), ancora una volta sono relegati mediaticamente in secondo piano.
Anche la Cup, che fatica a difendere l’inutile appoggio dato fin qui al Govern, nonché la scelta di partecipare a elezioni autonomiche (e non della nuova repubblica), e che critica gli ex alleati per aver abbandonato il discorso più combattivo, è in difficoltà. Ricordano che la lotta è nelle piazze, forse stavolta senza tanto peso nelle istituzioni.
Difficile prevedere cosa accadrà nelle urne. Si profila una vittoria di Esquerra, quotata intorno al 25%, che lotterà contro Ciudadanos per il primo posto. Forse terzi i Comuni (che avevano vinto entrambe le ultime elezioni politiche), seguiti dai socialisti. PdCat, Cup e Pp sotto il 10%. La partecipazione nel 2015 era stata la più alta della storia: 77%. Alcuni sperano di far pendere la bilancia superandola. Ma le alleanze saranno complicate, anche se Podemos, Esquerra e socialisti più o meno segretamente sperano di costruire ponti. (Luca Tancredi Barone)

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SCHEDA “ CATALOGNA-SPAGNA”

        COME È NATA LA BATTAGLIA DI BARCELLONA

di Omero Ciai, da “la Repubblica” del 22/11/2017

Il 9 novembre del 2014 fu realizzato il primo referendum di autodeterminazione illegale in Catalogna. Subito dopo il governo regionale di Artur Mas convocò le elezioni autonomistiche che si svolsero nel settembre dell’anno successivo. Il programma politico dei nazionalisti era il “diritto a decidere” per costringere Madrid ad accettare la convocazione di un referendum di autodeterminazione. Il centro-destra (Convergència) e la sinistra (Erc) presentarono una lista unitaria, “Junts pel sí” e, assieme all’estrema sinistra (Cup), raggiunsero la maggioranza assoluta dei seggi anche se non quella dei voti.

Su proposta di Artur Mas, che la Cup si rifiutava di appoggiare, fu nominato presidente Caries Puigdemont. Il governo catalano convoca un nuovo referendum, dichiarato di nuovo illegale dal Tribunale costituzionale spagnolo, il 1 ottobre di quest’anno. Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine ordinato da Madrid prendono parte al referendum 2 milioni e 300mila elettori (42% del censo). Il sì all’indipendenza vince largamente (89%).

Dopo il 1° ottobre, spaventate per la rottura unilaterale e il “no” europeo alla Catalogna indipendente, decine di aziende e banche lasciano la regione trasferendo le loro sedi sociali in Spagna. Mentre iniziano le cause giudiziarie contro gli indipendentisti. I due leader dei movimenti secessionisti, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, sono arrestati.

Il 27 ottobre il Parlamento catalano vota la dichiarazione di indipendenza. A scrutinio segreto per evitare guai giudiziari ai deputati e con l’assenza dei componenti dei partiti contrari alla secessione unilaterale (socialisti, popolari e Ciudadanos). Nello stesso giorno il Senato spagnolo approva a grande maggioranza l’avvio dell’articolo 155 della Costituzione che consente al governo Rajoy di destituire il governo ribelle e commissariare l’autonomia catalana.

Con l’imposizione del 155 sono convocate elezioni locali anticipate per il 21 dicembre prossimo. All’inizio di novembre il procuratore generale dello Stato avvia la causa giudiziaria contro il governo destituito. I capi d’accusa sono pesanti: sedizione e ribellione. Per otto consellers (ministri regionali) è decisa la carcerazione preventiva mentre il giudice spicca un mandato di cattura internazionale per l’ex presidente Puigdemont e altri quattro consellers fuggiti in Belgio. (Omero Ciai)

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                 I CINQUE ERRORI DELLA CANCELLIERA

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 21/11/2017
– Merkel paga l’apertura ai rifugiati (senza un vero piano), il fallimento sull’energia, la lobby dell’auto, gli sbagli sulla Brexit. E infine quel sì a Obama sulla ricandidatura –
   Se il presidente federale tedesco fosse costretto a indire nuove elezioni, è probabile, o almeno possibile, che Angela Merkel non sarebbe più la candidata della Cdu alla cancelleria. Lo stesso si può dire per il leader socialdemocratico Martin Schulz ed è quasi certo per Horst Seehofer, il capo della Csu, gemella bavarese della Cdu.

Sono i tre partiti che hanno perso elettori in quantità lo scorso 24 settembre. Quel che più conta per i tedeschi e per gli europei è naturalmente l’eventuale uscita di scena della cancelliera. Sarebbe un cambio di stagione notevolissimo. Cambio che in realtà è in atto, nuove elezioni o meno.
Com’è possibile che la leggenda di Angela Merkel, 63 anni, da 12 alla guida del governo di Berlino, si sia incrinata in una notte e ora rischi di andare in frantumi? Non erano scritte sulla sabbia la sua capacità di leadership moderata, il sapersi mettere sulla lunghezza d’onda dei tedeschi, l’abilità a tenere uniti gli europei sulla Grecia come sulla Russia, la difesa dei valori democratici e della libertà economica e dei commerci, l’autorevolezza internazionale, la conoscenza dei dossier. Qualità vere.

Il problema è che hanno oscurato una serie di errori seri che ha commesso nella dozzina d’anni alla guida della Germania. Errori che sono venuti a presentare il conto prima alle elezioni del 24 settembre, nelle quali la sua Cdu-Csu è caduta dal 41 al 32,9%, e poi nel fallimento dei colloqui per una nuova coalizione con Liberali e Verdi.
L’errore più pesante ha riguardato l’apertura ai rifugiati nell’estate 2015. Non il fatto in sé, generoso e forse inevitabile. Piuttosto, l’averlo fatto in grande ritardo — la cancelliera lo ha ammesso — e senza un piano non solo per accogliere i profughi ma per placare i timori dei tedeschi che soffrono dell’arrivo di molti immigrati. Ciò ha consentito al partito nazionalista Alternative für Deutschland di conquistare quasi il 13% alle elezioni.

   La politica energetica tedesca, vanto della Klimakanzlerin, è sostanzialmente un flop. I sussidi alle fonti alternative accoppiati all’uscita dal nucleare (entro il 2022) sono stati costosissimi (per gli utenti elettrici soprattutto) e hanno distorto i meccanismi del settore. Il risultato è stato che la Germania non rispetterà l’obiettivo di tagliare del 40% le emissioni di gas serra entro il 2020, rispetto al 1990 (siamo al 27-30%), e che anzi negli scorsi due anni le emissioni tedesche sono aumentate per il maggiore ricorso al carbone. Si parla di Kohlekanzlerin .
In parallelo, la relazione quasi incestuosa tra governo, partiti e case automobilistiche in Germania è andata avanti senza che Merkel facesse nulla per fermarla fino a pochi mesi fa, ben dopo lo scandalo Dieselgate alla Volkswagen. Mentre si parlava di lotta alle emissioni, si chiudeva un occhio sulle scorrettezze del settore, anzi lo si difendeva a Bruxelles. Per 12 anni, poi, i tre governi guidati dalla leader non hanno sostanzialmente fatto riforme economiche in un Paese che protegge non solo il settore auto ma anche i servizi, dal commercio alle banche, dalle assicurazioni alle professioni. Le ultime riforme significative sono quelle famose del 2003 del governo di Gerhard Schröder.

Alcuni critici aggiungono la sottovalutazione che la cancelliera avrebbe avuto in fatto di Brexit: non lavorò affinché la Ue concedesse qualcosa in più all’allora primo ministro britannico David Cameron affinché si presentasse in patria con riforme capaci di convincere gli elettori a restare nell’Unione.
Errori di politica. Più un errore politico: presentarsi per la quarta volta alle elezioni. In realtà, va detto che Merkel ha avuto dubbi per mesi: sapendo che quattro mandati sono troppi in un Paese democratico. Di fronte alla crisi dei migranti che in qualche modo aveva contribuito ad aprire e al disordine mondiale si è lasciata convincere (anche dall’amico Barack Obama) a scendere di nuovo in campo. Fatto sta che oggi questa non sembra essere stata una buona idea. Punti di forza ne ha ancora. Ma uno, del quale si parla sempre, vacilla: l’essere senza alternative. Non è vero: se la domanda sale, un’alternativa nasce. (Danilo Taino)

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                           MERKEL E IL PREZZO DEL CORAGGIO

di Angelo Bolaffi, da “la Repubblica” del 21/11/2017
   Con l’irresistibile inesorabilità tipica dei processi storici il fenomeno di progressiva destabilizzazione che caratterizza oggi tutte le democrazie europee ha raggiunto anche la Mitte, il centro del Vecchio continente. E la vita politica tedesca è entrata, con la possibile fine dell’era di Angela Merkel, in un’epoca di «nuova imperscrutabilità », per usare una celebre formulazione di Jürgen Habermas, di cui oggi è molto difficile se non addirittura impossibile prevedere gli esiti.

La Germania infatti è ufficialmente entrata nella più grave crisi politica da quando nel 1949 nacque quella che allora era la Repubblica federale con capitale Bonn. È trascorso solo un anno ma sembra appartenere a un passato lontanissimo il ricordo della visita di commiato di Barack Obama a Berlino durante la quale l’ex presidente americano aveva affidato alla Cancelliera Merkel, allora al culmine del suo successo, alla Germania e con essa all’Europa continentale la difesa dei valori dell’Occidente. Un compito che dagli anni della Seconda guerra mondiale fino alla Brexit e all’elezione di Donald Trump era stato riservato agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna.
Com’è stato possibile che nel volgere di soli pochi mesi colei che era stata definita “la donna più potente del mondo”, celebrata come la leader “imprescindibile” del Vecchio continente sembra aver perso non solo tutto il suo carisma ma financo la sua mitica abilità tattica e con essa la capacità di mediazione per indicare la quale i commentatori avevano coniato il termine di “merkelismo”?

Un declino politico nonostante che l’economia tedesca macini record su record e la stragrande maggioranza della popolazione si dichiari largamente soddisfatta delle sue condizioni di vita?

All’origine c’è sicuramente un fisiologico processo di logoramento che ha appannato le capacità di leadership di Merkel e al tempo stesso provocato un crescente bisogno di novità e di cambiamento nell’elettorato in un’epoca che consuma i leader politici nel volgere di pochi mesi mentre Merkel è al potere da oltre un decennio.
Ma il punto di svolta decisivo a unanime convinzione dei commentatori è stata la coraggiosa, anche se da molti contestata e discussa, decisione di quella “politica della accoglienza” che ha polarizzato l’opinione pubblica tedesca e fatto saltare quel “consenso fondamentale” che aveva costituito, al di là delle differenze partitiche, l’idem sentire valoriale e spirituale della Germania del secondo dopoguerra.

In definitiva oggi Angela Merkel, come prima di lei tutti i Cancellieri che hanno fatto la storia del dopoguerra tedesco, “paga” il coraggio di una scelta strategicamente necessaria, storicamente ineluttabile ma politicamente impopolare.

Così era stato per Adenauer, accusato di essere il “Cancelliere degli Alleati” per aver scelto l’opzione filo-atlantica resistendo alle insidiose lusinghe pantedesche formulate dall’Unione sovietica di Stalin. Così era stato per Brandt e la sua Ostpolitik. Per Kohl che ha pagato per aver “sacrificato” l’amatissimo “marco tedesco” a favore dell’euro e dell’opzione europeista e così anche per Gerhard Schröder che realizzando le riforme economico-sociali della cosiddetta Agenda 2010 ha fatto della Germania la potenza leader del Vecchio continente. Ma ha al tempo stesso proprio per questo perso nel 2005 le elezioni e forse condannato la Spd a un declino inesorabile.
La polarizzazione politico-spirituale provocata dal famoso “noi ce la faremo” pronunziato da Merkel a favore dell’apertura dei confini tedeschi per dare accoglienza ai profughi provenienti dalla rotta balcanica, una scelta in sostanza mai rinnegata da Merkel convinta che l’immigrazione sia il destino futuro di un Paese in grave declino demografico, si è riverberata in una pluralizzazione del sistema dei partiti che ha reso molto più difficile trovare un punto di mediazione tra spinte che in questo momento appaiono troppo contraddittorie.

E tuttavia prima di emettere una sentenza definitiva sul destino futuro di Angela Merkel sarebbe consigliabile un esercizio di ragionevole cautela anche perché il percorso che dovrebbe condurre a nuove elezioni è molto tortuoso dovendo superare molti ostacoli di natura politico-istituzionale che il costituente tedesco dopo la catastrofe di Weimar ha introdotto al fine di difendere quel bene supremo che per la Germania è la governabilità.

Per questo appare molto discutibile e affrettata la gioiosa euforia di chi a sinistra come Wolfgang Streeck, l’implacabile avversario di Merkel, nei giorni scorsi ne ha recitato il de profundis: «L’era Merkel si avvia alla fine» ha scritto in un saggio pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung il sociologo formatosi nel segno della Scuola di Francoforte, «e questo è un bene.

Lentamente la politica e l’opinione pubblica tedesche si risvegliano dalla loro narcosi post-democratica». L’uscita di scena di Angela Merkel segnerà sicuramente un “ritorno della politica” in Germania: ma non è detto che questo avvenga nel segno auspicato dal sociologo francofortese. (Angelo Bolaffi)

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EX IUGOSLAVIA E I CRIMINI IN BOSNIA

ERGASTOLO A MLADIC, IL BOIA D’EUROPA, CARNEFICE DEL GENOCIDIO DI BOSNIA

di Gigi Riva, da “la Repubblica” del 23/11/2017

– II Tribunale penale internazionale dell’Aia ha emesso il 22 novembre scorso la sua sentenza condannando per i crimini di guerra e il genocidio, commessi durante il conflitto nei Balcani – il “generale del Male” del massacro di Srebrenica –

Ha usato, fino all’ultimo, tutti i cavilli legali a disposizione di un vecchio malato e stanco per evitare lo scontato ergastolo. Proprio lui che decise con uno schioccar di dita migliaia di condanne a morte, ergendosi a giudice monocratico e inappellabile, diavolo sterminatore di bambini, donne e uomini, nella furia distruttrice di un potere assoluto su un gruppo nazionale, i musulmani di Bosnia, che considerava esseri inferiori.

Solo quando ha capito che il tempo era scaduto, che il tribunale dell’Aia non avrebbe tergiversato oltre, si è liberato dello schermo dei due infarti, dell’ipertensione, degli acciacchi di un uomo di 74 anni, per tornare a essere, solo per pochi secondi, il generale Ratko Mladic, quello che si mostrava alle telecamere mentre faceva bodybuilding al fronte con un’asta di ferro e due blocchi di cemento ai lati, quello che ordinava agli artiglieri di “stirare la mente” con una tempesta di bombe agli abitanti della Sarajevo assediata, quello che si sentiva investito della missione divina assegnata al suo “popolo celeste”, il popolo serbo, di fermare l’islam nei Balcani.

Si è allora alzato dalla sedia dell’imputato e ha inveito contro la Corte. Ma era l’abbaiare alla luna di un pensionato in giacca e cravatta, senza armate e senza artiglieria, e sono bastati due poliziotti per ridurlo all’impotenza. Lo hanno accompagnato in una sala attigua dove ha ascoltato la sentenza. Carcere a vita per una serie di reati che sono il concentrato del male: crimini contro l’umanità, crimini di guerra. Soprattutto il genocidio consumato a Srebrenica l’11 luglio del 1995, 27 anni fa, 8372 morti accertati (12000 secondo i musulmani), gettati nelle fosse comuni con i bulldozer con un colpo alla nuca. II più grave massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, perpetrato con metodi simili a quelli nazisti.

Mladic toccò quel giorno l’apice della potenza e l’inizio del declino. Nell’enclave che doveva essere protetta dalle Nazioni Unite trattava da sudditi i caschi blu olandesi, muti testimoni e dunque complici della carneficina, come un dio feroce separava i sommersi (tutti i maschi dai 14 anni in su) dai salvati (donne, vecchi, bambini).

Ingannava circa le sue intenzioni con la carezza a un ragazzo biondo in prima fila in un’ignobile rappresentazione del giudizio universale: la carezza del boia. Il conflitto finì quattro mesi dopo. Nel tempo di pace i politici dovevano sbarazzarsi di tutti i Ratko (significa “Guerriero” in serbo) troppo ingombranti. Almeno in apparenza.

Per Mladic cominciò una latitanza protetta non solo dai suoi soldati fedeli, ma da un apparato complice, ostaggio del sogno della Grande Serbia, che lo considerava un eroe. Fu segnalato nei monasteri ortodossi, nelle caserme dell’esercito. Sugli spalti dello stadio, nel 2000, per una partita Serbia-Cina. In un ristorante di Belgrado dove cenò per sfida a pochi tavoli da Carla Del Ponte, allora procuratrice del tribunale dell’Aia, che gli dava la caccia.

Persino a Sarajevo dove avrebbe ballato con la moglie Bosiljka durante un matrimonio. Tutto finì quando la Serbia dovette considerare che la sua protezione era un prezzo troppo alto da pagare. L’alternativa era consegnarlo o scordarsi il processo per entrare in Europa. Il 26 maggio del 2011 fu catturato a Lazarevo, Serbia centrale.

Poco prima, tra il 2008 e il 2010, durante due perquisizioni a casa della moglie, erano stati ritrovati i suoi 18 diari per complessive 4mila pagine. Aveva annotato meticolosamente incontri, riunioni, pensieri che lo inchioderanno alle sue responsabilità. Anche la speranza di cavarsela con la corruzione: «Se tutto è in vendita perché non potremmo comprare Bill Clinton?».

Uno dei diari aveva pagine strappate: quelle dei giorni di Srebrenica. Sull’ex capo di Stato maggiore di serbi di Bosnia, ora cala il sipario. Non potrà, nemmeno con se stesso, considerare un’attenuante il fatto di essere rimasto orfano a due anni perché il padre fu ucciso dagli ustascia, episodio che lo porterà a odiare i croati e i musulmani. E dovrà sopportare il rimorso del suicidio (1994) dell’amata figlia Ana. Forse per vergogna del padre, forse per la morte in combattimento dei fidanzato di cui riteneva responsabile lo stesso padre. (Gigi Riva)

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          VIAGGIO TRA LE AUTONOMIE DELLA MOLDAVIA

di Dimitri Bettoni, 23/11/2017, da www.treccani.it/magazine/atlante/

La Moldavia, forse la più povera tra le nazioni d’Europa, si trova sulla faglia tra le zone d’influenza di Unione Europea e Russia. La combinazione tra l’onda lunga delle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica, le politiche di allargamento e partenariato dell’Unione, il progetto russo volto a ripristinare il proprio prestigio regionale e mondiale e la mescolanza di lingue e culture, rendono la piccola nazione un interessante specchio delle dinamiche dell’Europa orientale.

Con il disfacimento dell’URSS e la dichiarazione d’indipendenza, la giovane Moldavia si è trovata a dover affrontare le turbolenze in due regioni restie ad accettare i cambiamenti: Transnistria e Gagauzia, rispettivamente nell’Est e nel Sud del Paese, cercarono di svincolarsi dal controllo del potere centrale. La prima è divenuta uno Stato de facto, non riconosciuto a livello internazionale se non da pochi altri Paesi che condividono questa particolare condizione. La seconda è rimasta parte della nazione, ottenendo però il riconoscimento di una larga autonomia amministrativa e culturale.

La TRANSNISTRIA ha fama d’essere l’ultima realtà dove il comunismo resiste alla Storia, che l’ha obliato in ogni altra ex repubblica dell’Unione Sovietica. Piuttosto, qui si realizza all’ennesima potenza quell’oligarchia che dal comunismo di Stato ha ereditato la ricchezza mai veramente in mano al popolo. Al di là del bianchissimo palazzo del soviet, delle statue di Lenin, dell’edilizia popolare brutale e pesante, dominano la scena i monumentali tributi in patinato calcestruzzo che pochi oligarchi hanno dedicato a sé stessi.

La Russia, che nell’indipendenza de facto della regione ha giocato un ruolo fondamentale grazie a una divisione dell’esercito di stanza, ha sempre esercitato un ferreo controllo sull’area. Gli scontri tra truppe moldave, appoggiate dalla Romania, e milizie transnistriane sostenute dai russi è sfociato in un conflitto aperto che ancora oggi risulta soltanto formalmente congelato. Il budget del piccolo Stato de facto si regge per il 70% grazie ai soldi mandati da Mosca, la cui presenza militare continua tutt’ora ed è oggetto di dibattito alle Nazioni Unite, con la Moldavia che insiste per la smilitarizzazione da parte russa.

Tuttavia, l’economia transnistriana dipende essenzialmente dall’Europa, verso cui esporta la maggior parte dei propri prodotti e con cui ha di recente sottoscritto gli accordi doganali Deep and Comprehensive Free Trade Area (Dcfta) come già fatto dalla Moldavia nel 2012. Una mossa accettata da Mosca a malincuore, complici i crescenti costi di mantenimento dello Stato de facto. L’accordo commerciale, in sostanza, vuole portare un miglioramento alle casse transnistriane e alleviare il fardello sulle spalle russe. Anche perché le vicende ucraine, naturalmente, creano frizioni anche qui. Sostenere la piccola nazione diventa sempre più costoso per Mosca, ora che l’Ucraina ha sigillato il passaggio.

La Transnistria stampa una propria moneta, il rublo transnistriano, ovviamente non riconosciuto sui mercati internazionali. Si è quindi creato un circuito finanziario chiuso a cui hanno accesso alcune banche, soprattutto russe. L’indipendenza transnistriana si è trasformata dunque in un punto cieco della finanza internazionale su cui anche le agenzie di controllo internazionali non hanno pressoché alcuna supervisione, amplificando il fenomeno del riciclaggio di denaro che rende la Transnistria uno dei paradisi fiscali mondiali.

La GAGAUZIA è invece una piccola regione nel Sud della Moldavia, caratterizzata oltretutto dal fatto di essere priva di continuità territoriale. L’entità autonoma, che continua a far parte dello Stato moldavo, è infatti formata da quattro enclavi separate tra loro. A questo risultato si è giunti attraverso un referendum consultivo, a cui i villaggi della regione sono stati sottoposti per decidere se accettare o meno l’autonomia che la legge costituzionale promulgata nel 1994, dopo gli accordi tra le autorità centrali di Chișinău e le rappresentanze gagauze. Poiché non tutti i villaggi hanno appoggiato l’autonomia, la Gagauzia si è costituita come regione geograficamente sparsa.

I Gagauzi sono popolo di etnia turca, convertito al cristianesimo ortodosso. I miti sul loro arrivo nella regione sono diversi. La storia raccontata nel piccolo museo ufficiale del popolo gagauzo, nella città di Comrat, parla della Bessarabia meridionale come di un’area disabitata che i Gagauzi avrebbero pacificamente eletto a loro dimora. Altre storie raccontano che a spingerli fin nell’attuale regione sarebbero state lotte intestine tra clan turchi. Oppure l’impero russo, desideroso di sostituire nell’area un’altra popolazione turca, i Nogai, di fede musulmana e quindi meno malleabile.

Anche in Gagauzia i simboli del passato sovietico sopravvivono molto più che in altre regioni dello spazio postsovietico. Le statue di Lenin adornano ancora le piazze e nei dintorni di Comrat si concentrano alcuni degli ultimi kolchoz, le fattorie comuni sovietiche ancora attive nella regione. In Transnistria, ad esempio, non ne esistono più. Pur non essendo di etnia russa (ma il russo è lingua ufficiale, insieme al moldavo e al gagauzo, una variante del turco), il legame che la popolazione gagauza sente verso Mosca, erede dell’impero sovietico, è molto forte.

Un referendum nel 2014, voluto dalle autorità di Comrat eppure dichiarato incostituzionale dal tribunale locale e dal governo di Chișinău, ha portato i Gagauzi a esprimersi con percentuali plebiscitarie in favore di una maggiore cooperazione economica con la Russia e a discapito del lentissimo processo di avvicinamento all’Unione Europea, imboccato invece dalla Moldavia.

La tensione tra UE e Russia si riflette dunque su queste piccole regioni al limite delle rispettive aree d’influenza. Tuttavia, l’assetto stabile della Gagauzia e il suo status costituzionalmente riconosciuto a livello nazionale e internazionale fanno della regione un esempio a cui guardare positivamente nella ricerca di un equilibrio tra le tensioni provenienti da Est e da Ovest. (Dimitri Bettoni)

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