GERUSALEMME e la controversa decisione di Trump di dichiararla CAPITALE DI ISRAELE – Dai palestinesi che vogliono la “loro” città, al mondo arabo e agli europei compatti a dire no – Ma qualche osservatore vede l’iniziativa sì pericolosa, ma che può superare l’impasse, con il riconoscimento reciproco dei due Stati

GERUSALEMME E LA GREEN LINE – GERUSALEMME È DI FATTO DIVISA IN DUE DAL 1949, dalla fine della prima guerra combattuta fra arabi e israeliani e vinta dagli israeliani (negli anni precedenti a Gerusalemme convivevano arabi, israeliani e cristiani e l’intera zona conosciuta come Israele e Palestina era unita). L’armistizio sancì che Israele si tenesse la parte ovest della città – che ancora oggi è totalmente israeliana e ricorda molto una città “occidentale” – mentre la Giordania, che durante la guerra aveva occupato parte di Gerusalemme e dell’odierna Cisgiordania, mantenesse il controllo della parte est della città, quella palestinese, che tuttora è abitata in prevalenza da arabi. FRA GERUSALEMME OVEST E GERUSALEMME EST FU TRACCIATO UN CONFINE, CHIAMATO GREEN LINE. La situazione è cambiata nel 1967, al termine della cosiddetta GUERRA DEI SEI GIORNI: Israele vinse anche quella guerra e conquistò diversi territori fra cui Gerusalemme est, di cui tutt’oggi mantiene il controllo militare assieme ad un’ampia zona di quartieri limitrofi (che oggi sono stati “inglobati” nel territorio che Israele considera Gerusalemme est). L’ONU e i principali paesi occidentali non hanno mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme est a Israele, mentre invece hanno riconosciuto le conquiste del 1948: di conseguenza considerano GERUSALEMME EST DEL NUOVO STATO DELLA PALESTINA MA OCCUPATO DA ISRAELE. La Green line da allora è il punto di partenza per le negoziazioni di pace fra Israele e Palestina. (da http://www.ilpost.it)

   La decisione del presidente americano Donald Trump di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele è una scelta azzardata, deprecata da tutti (quasi tutti, i Paesi europei in primis) e può portare a violenze, a ulteriori morti. E’ però anche vero che in quella parte di Medio Oriente centralissima del contesto internazionale, tutto langue. E non in una situazione buona. Il contrasto di vita quotidiana israelo-palestinese porta a vivere male per entrambe le popolazioni: i primi, gli israeliani, sotto la minaccia di attentati, i secondi, i palestinesi, oppressi, in condizione di subordinazione in una Terra che fino a settanta anni fa era loro.

Una veduta aerea della città vecchia di Gerusalemme (MARINA PASSOS/AFP/Getty Images) – La questione della divisione della città è ulteriormente complicata dal fatto che la cosiddetta “città vecchia” di Gerusalemme, cioè il suo centro storico, è popolato a stragrande maggioranza da arabi. Nella città vecchia ci sono monumenti e siti storici di grande importanza per le tre più importanti religioni monoteiste, e cioè l’Islam (la religione più diffusa fra i palestinesi), l’ebraismo e il cristianesimo: questo la rende dunque simbolicamente importante sia per i palestinesi che per gli israeliani. Dentro Gerusalemme est c’è ad esempio la Spianata delle moschee. (da http://www.ilpost.it )

Allora ci sono continui posti di blocco, controlli assidui della polizia…. Un sistema di subordinazione e negazione dei diritti per i palestinesi (specie proprio a Gerusalemme), e dall’altra la paura di attentati per la popolazione israeliana…
E’ così che un’iniziativa (quella di Trump) molto maldestra e pericolosa, potrebbe anche rivelarsi decisiva per un processo di rideterminazione e soluzione di un disequilibrio (tra le due popolazioni) oramai diventato cronico (stabilizzato, un disequilibrio stagnante, paludoso, di scontento di tutti).
E’ un fatto che la maggior parte degli osservatori di geopolitica sottolineano (a ragione) la estrema pericolosità di questo agire americano del nuovo presidente; ma alcuni di questi osservatori sottolineano anche che le maldestre scelte di Trump stanno unendo e responsabilizzando quei soggetti internazionali (come l’Unione Europea) che finora sono stati in disparte (quasi sempre al traino della politica internazionale americana). E potrebbero smuovere questa insana situazione.

Jerusalem Map-La complicata mappa di Gerusalemme- LA DIVISIONE, IN PRATICA – L’occupazione di Israele ha creato una sorta di limbo per le persone che abitavano a Gerusalemme est e nel quartiere della città vecchia, limbo che in larga parte esiste ancora oggi. Gerusalemme est è scollegata dal resto della Cisgiordania e i suoi cittadini hanno una cittadinanza propria – spesso palestinese – ma un diritto di residenza permanente a Gerusalemme est e pagano le tasse al governo israeliano. Questa situazione permette loro di usufruire del sistema sanitario israeliano e di votare alle elezioni locali, e in generale di avere una vita più facile dei palestinesi che abitano in Cisgiordania per quanto riguarda andare a scuola o lavorare in Israele, o anche semplicemente muoversi con libertà fra Israele e Palestina. I palestinesi comunque si lamentano da anni che il comune di Gerusalemme non investe nelle infrastrutture di Gerusalemme est preferendo spendere soldi per Gerusalemme ovest, e che in generale vengono spesso trattati da “israeliani di Serie B”. (da www_ilpost_it)

Oltreché, gli stessi osservatori (che qui riportiamo le idee in alcuni articoli da loro scritti), delineano la possibilità di un chiarimento dentro l’area geografica delle due entità israeliano-palestinesi. Alcuni (osservatori) dicono che il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale israeliana non esclude che essa (nella sua parte est) possa anche essere capitale palestinese. E che l’iniziativa di Trump (pur grossolana, senza le necessarie mediazioni, e così estremamente pericolosa) è un subordinare Israele (ora che gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme loro capitale) ad accettare la suddivisione territoriale certa e realistica in due Stati separati e ciascuno autonomo. E riconoscere un ruolo di capitale di Gerusalemme anche ai palestinesi, come ora è riconosciuta (dagli Stati Uniti) per Israele. Uno sblocco di una situazione cronicamente ferma, pertanto.

Mappa di Israele e la centralità di Gerusalemme

Quel che capisce è che, nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, secondo l’America di Trump dovrà attivarsi, farsi carico, l’ARABIA SAUDITA, soprattutto con l’emergente giovane principe ereditario, MOHAMMED BIN SALMAN. Sarà l’Arabia Saudita che stabilirà, in questa logica americana, la linea di rapporti amichevoli del mondo arabo con Israele, e così arrivare a un accordo di pace con i palestinesi con “i due Stati” e con Gerusalemme capitale di entrambi (i palestinesi nella parte orientale).

48 PAESI ISLAMICI che si sono riuniti mercoledì 13 dicembre a ISTANBUL, nel vertice straordinario dell’OIC (Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ndr) convocato dal presidente turco Recep Tayyip ERDOGAN, hanno dichiarato «GERUSALEMME EST CAPITALE DELLO STATO DI PALESTINA» e chiesto agli altri Paesi «di riconoscere lo Stato di Palestina e Gerusalemme Est come sua capitale occupata». Il vertice era stato convocato dopo la decisione del leader americano Donald TRUMP di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele per trovare una posizione comune delle nazioni musulmane, vanno dal Marocco all’Indonesia, e rispondere alla mossa della Casa Bianca. (da “la Stampa.it” del 13/12/2017)

Il tutto isolando l’Iran scita (vincitore, con i curdi, della guerra all’Isis in Siria), Iran detestato dagli arabi sunniti (e anche da Trump): creando così una cornice regionale di riconciliazione arabo-israeliana capace di facilitare la risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese. E’ questa la convinzione della Casa Bianca, cioè che c’è la possibilità di ottenere risultati imprevedibili in Medio Oriente grazie ai grandi sconvolgimenti in corso nella regione segnata appunto dal duello strategico fra sunniti e sciiti, ovvero fra Arabia Saudita (sunnita) ed Iran (sciita).

Un quartiere di Gerusalemme est (AP Photo/Michal Fattal)

   Per alcuni osservatori, questa sembra lo scenario che si prefigge Trump. E tutti concordano che la mossa è rischiosa e si sta giocando col fuoco (ne può nascere un conflitto anche oltre le potenze del Medio Oriente). E che le azioni non concordate (come è uso fare Trump) (con il solo appoggio dell’Arabia Saudita) possono appunto scatenare il caos, causare grandi violenze, morti innocenti tra le popolazioni.
Noi non sappiamo se la lettura dei fatti più “positiva” nel giudicare l’azione americana, questa prospettiva, possa essere praticabile, e possa smuovere la situazione verso una pace durevole tra i due popoli (con la maggioranza degli osservatori non la condivide). Però crediamo che possa essere venuto il momento, nelle trasformazioni mondiali impetuose che stiamo vivendo, che si possa arrivare a definire pacificamente e consensualmente “la madre di tutte le contese” globali, cioè il conflitto israelo-palestinese.
Vi invitiamo qui a leggere (di seguito) alcune delle (diversificate) tesi sull’azione americana, cercando di arrivare ad avere un vostro giudizio su quello che potrà accadere. (s.m.)

II Muro del pianto (da http://www.ilpost.it)

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SUL RICONOSCIMENTO DI GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE DA PARTE DI TRUMP
AMOS OZ: «LA MIA POSIZIONE E’ QUELLA DEL GOVERNO DELLA REPUBBLICA CECA…. MA IN QUESTA TERRA È MEGLIO NON FARE PROFEZIE»
di Lorenzo Cremonesi, da “Il Corriere della Sera” del 8/12/2017
«Devo ammettere che ancora non ho ben compreso i motivi che hanno spinto Donald Trump a fare questa dichiarazione su Gerusalemme. Non capisco se è dettata più da considerazioni di ordine internazionale, oppure di politica interna americana», dice Amos Oz dalla sua residenza non distante dall’Università di Tel Aviv.
Da alcuni anni ormai il celebre scrittore israeliano ha lasciato la sua vecchia casa nel deserto del Negev. Le attrattive della metropoli non lo distolgono tuttavia dalle molte ore di lavoro alla scrivania. E a 78 anni continua a seguire con attenzione gli sviluppi della politica mediorientale. Per commentare la dichiarazione di Trump si è preso una notte di tempo. Ultimamente lo fa sempre più spesso. «Voglio darmi lo spazio per riflettere. In genere non sono una persona che reagisce a caldo», ci aveva ripetuto mercoledì sera alla richiesta per un’intervista.
Ieri mattina infine ci ha dato un breve commento, con voce lenta, quasi stesse dettando un testo: «Il governo della Repubblica Ceca ha dichiarato poche ore fa che riconosce Gerusalemme Ovest, quella delimitata dalla cosiddetta linea verde che è il vecchio confine precedente la guerra del 1967, come la legittima capitale di Israele. Aggiunge inoltre che, al momento giusto, sarà ben contento di muovere la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme Ovest, come del resto sarà ben disposto ad aprire contemporaneamente una sua ambasciata per la Palestina a Gerusalemme Est. Ecco mi sembra di poter dire che il mio pensiero ben si riflette nella mossa del governo ceco».
Ma come vede le possibili conseguenze della mossa di Trump: aiuta la ripresa del negoziato tra israeliani e palestinese, oppure c’è il rischio che la paralizzi ulteriormente?
«Mi sembra che la posizione della Repubblica Ceca contenga già una chiara risposta».
Il mondo arabo tuttavia reagisce con critiche dure, i palestinesi annunciano mobilitazioni di protesta. Teme violenze?
«Non voglio fare profezie in questa terra già colma di profeti e profezie».

Colorata in verde la PALESTINA odierna: la Striscia di GAZA e WESTBANK (cioè la CISGIORDANIA)

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GERUSALEMME: REPORTAGE NELLA CITTÀ SANTA
CENT’ANNI (E TRE MAPPE) PASSEGGIATA CON GLI STORICI PER CAPIRE GERUSALEMME
di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 8/12/2017
– Dal borgo dove «non accadeva nulla» alla contesa tra fedi e politica –

GERUSALEMME, mappa città vecchia (da Limes)

GERUSALEMME – Ci sono pochi luoghi al mondo tanto carichi di storia e memoria. Un retaggio ricco, affascinante mosaico delle declinazioni del monoteismo nei secoli. Ma anche pesante, talvolta oppressivo, potenzialmente esplosivo.    Il Muro del Pianto a poche decine di metri dalle moschee di Al Aqsa e della Roccia. Crocifissi armeni, cattolici, etiopi, protestanti, ortodossi appesi negli stessi mausolei. Il Santo Sepolcro a segnare il confine con la zona musulmana che conduce alla porta di Damasco, dove le mura sono più basse e si racconta vi abbiano fatto irruzione i cavalieri della Prima Crociata nove secoli fa.
Cimiteri di fedi diverse, tombe, sinagoghe, chiese e moschee, parete a parete, divisi solo da un vicolo, ma anche in competizione gli uni con gli altri, in certi casi gli uni a spese degli altri. Basterebbe ricordare questa semplice realtà per sottolineare quanto Gerusalemme sia un nodo cruciale per la pace o la guerra nella regione.
Oggi i nuovi quartieri ebraici costruiti a colpi di palazzoni sempre più velocemente sui territori occupati da Israele al tempo della guerra del giugno 1967 hanno ingigantito la città a dismisura. Maalè Adumim, che solo venti anni fa pareva un isolato sobborgo sulle colline che divallano verso il Mar Morto, è adesso una gigantesca appendice meridionale della città che accerchia nel cemento i quartieri arabi più popolosi assiepati sulla provinciale per Gerico.
E Har Homa, un’altra collina posta presso la strada che da kibbutz Ramat Rachel porta a Betlemme, è come se avesse dimenticato le infinite polemiche e battaglie che ne caratterizzarono la colonizzazione al tempo del primo governo Netanyahu, nella seconda metà degli anni Novanta, per diventare una ricca area residenziale con supermercati e fabbriche high tech. Un possibile polo di attrito che, con il ritorno degli scontri in seguito al discorso di Trump, ieri era fittamente presidiato dalla polizia.
Eppure, non è sempre stato così. Amos Elon, noto scrittore israeliano deceduto nel 2009, per cercare di sdrammatizzare la situazione usava citare alcune pagine celebri di Mark Twain, che nel suo “Gli innocenti all’estero”, la cronaca ironica del suo viaggio da turista in Terra Santa nel 1867, parlava di una «provincia abbandonata, povera e tediosa dell’Impero Ottomano, dove da decenni non accade assolutamente nulla».
In toni simili si esprime anche Tom Segev, giornalista ma soprattutto storico sottile innamorato del paradosso sino alla provocazione. «Il conflitto in questa terra si disegna anche a colpi di mappe, date e confini apparentemente invalicabili, che però in realtà vengono continuamente cancellati e ridisegnati con il cambiare dei valori ideologici e dei riferimenti politici. Dalla fine della sovranità ottomana cento anni fa, al piano Onu per la partizione del 1947 e i risultati della guerra del 1948, sino alla guerra del 1967, seguita dalla restituzione israeliana del Sinai grazie alla pace con l’Egitto e il progetto di pace con i palestinesi nel 1993, non ci sono mai state frontiere intoccabili», sottolinea.
A far da filo rosso è la sua ampia biografia di David Ben Gurion, la cui pubblicazione in ebraico è programmata per il prossimo febbraio. «Il padre della patria israeliana come tutti i primi sionisti non era affatto interessato a Gerusalemme. Arrivò giovane migrante dall’Europa dell’Est nel 1906 e subito andò a fare il contadino in Galilea. Visitò Gerusalemme per un impegno di lavoro solo tre o quattro anni dopo. Ma la città non lo attirava. C’erano troppi arabi per i suoi gusti. E soprattutto detestava gli ebrei ortodossi, gli ricordavano la realtà della diaspora che si era lasciato alle spalle per sempre».
Un dato sottolineato all’infinito dai nuovi storici israeliani: per i primi sionisti laburisti che guidavano il movimento, e in effetti per la maggioranza dei loro partiti politici sino alla Guerra dei Sei giorni, le città dell’utopia realizzata nel nuovo ebreo produttore emancipato dai valori diasporici erano TEL AVIV, PETACH TIKVAH, HERZLYA, le colonie agricole, certo non Gerusalemme, che sapeva di stantio, di vecchio e obsoleto.
Aggiunge Segev: «Durante la guerra del 1948 Moshe Dayan, che allora comandava l’esercito, annunciò che la città vecchia di Gerusalemme poteva essere presa ai giordani manu militari. Ma Ben Gurion fu contrario, non voleva assumersi l’onere del controllo dei luoghi santi musulmani e cristiani. Fu persino pronto a rinunciare al Muro del Pianto, nonostante le violente proteste di Menachem Begin, l’allora leader dei sionisti conservatori. Salvo poi, appena dopo la formidabile vittoria del 1967, proporre di abbattere addirittura le mura ottomane antiche cinque secoli per annetterla integralmente, in barba alle opposizioni della comunità internazionale».
Della continuità dell’attaccamento palestinese alla propria terra parla invece Ghassam Khatib, intellettuale di Ramallah ed ex ministro nel governo di Abu Mazen: «Per noi Gerusalemme e la sua regione sono sempre state parte integrante della nostra identità nazionale naturale. Oggi ci dicono che abbiamo fatto l’errore nel 1948 di rifiutare il compromesso Onu per la divisione in due Stati con Gerusalemme autonoma sotto la garanzia internazionale. Ma noi allora avevamo tutto, qui stavano le nostre case, le memorie dei nostri avi, i nostri campi, la nostra acqua, perché mai avremmo dovuto cedere la metà senza difenderci e combattere?».
Il tema torna d’attualità con l’approssimarsi del centenario dell’entrata a Gerusalemme del generale inglese Edmund Allenby. Accadde l’11 dicembre 1917: musulmani, cristiani ed ebrei furono per una volta tutti egualmente felici di liberarsi dell’oppressione ottomana, diventata terribile negli ultimi giorni della Grande Guerra. Però, solo pochi anni dopo, le simpatie di Londra per i sionisti portarono alla crescita delle prime organizzazioni nazionaliste palestinesi.
Quei movimenti vennero celebrati dai «giovani delle pietre» con lo scoppio della prima Intifada trent’anni fa, il 9 dicembre 1987. Settant’anni dividono quelle due date: ma la città ne rimane profondamente segnata, a dispetto dell’ironia disincantata di Mark Twain. (Lorenzo Cremonesi)

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GERUSALEMME CAPITALE: L’ITALIA DICE NO A TRUMP

di Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 9/12/2017
– «Non siamo d’accordo con Trump». L’Italia con gli europei, strappo all’Onu: 5 Stati europei contro gli Usa. Due morti a Gaza –
Lo strappo, ora, è un atto politico ufficiale e vistoso. Gli ambasciatori all’Onu di Francia, Italia, Gran Bretagna, Svezia e Germania hanno letto una dichiarazione comune davanti ai giornalisti dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza: «Non siamo d’accordo con la decisione Usa di riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele e di cominciare la preparazione per spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme».
L’iniziativa è partita dalla rappresentanza francese che ha contattato Sebastiano Cardi e gli altri capi delle missioni europee presenti in questo momento nell’organo esecutivo delle Nazioni Unite. Al gruppo dei quattro (britannici e francesi sono membri permanenti) si è unita la Germania. Pur se ammantata nel linguaggio diplomatico, il documento è pesante.
La mossa di Donald Trump «non è in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e non aiuta le prospettive di pace nella regione». In sostanza il blocco europeo accusa gli americani di violare le direttive concordate a livello mondiale. «Lo status di Gerusalemme — è scritto — deve essere determinato attraverso i negoziati tra israeliani e palestinesi. È una posizione costante dei Paesi dell’Unione Europea che, in questo quadro, Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia dello Stato di Israele che di quello palestinese. Fino a quel momento, noi non riconosceremo alcuna sovranità su Gerusalemme».
In apertura della riunione l’ambasciatrice americana, Nikki Haley, è stata durissima, accusando «l’Onu di essere ostile da molti anni a Israele». La decisione di riconoscere la Città Santa come capitale è «ovvia», mentre «le Nazioni Unite hanno fatto più danno alle possibilità di una pace in Medio Oriente, anziché farla progredire». Il quadro internazionale della crisi, ora, si è complicato. Il Dipartimento di Stato, al di là delle ruvide parole di Haley sta cercando di spezzare l’isolamento. Ma il presidente palestinese Abu Mazen, non ritiene più «qualificati» gli Usa per «occuparsi del processo di pace».
La Russia cerca spazio, offrendosi come mediatrice. L’Unione Europea si sta compattando. Con qualche difficoltà a Bruxelles. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, sta lavorando a un documento simile a quello firmato dai 5 europei al Palazzo di Vetro. Ma ci risulta che nell’incontro preparatorio del Cops, il Comitato politico e di sicurezza, la discussione sia stata bloccata dall’Ungheria. Il premier Vicktor Orban si conferma grande estimatore di Trump e, almeno per ora, impedisce all’Ue di prendere una posizione unitaria sul tema.
Negli Usa, invece, la strategia di Trump non ha diviso politici e opinione pubblica come ormai accade su tutti gli altri dossier. Osserva David Makovsky, analista del Washington Institute e, nel 2009 coautore con Dennis Ross (ex consigliere di John Kerry) di un best seller sul Medio Oriente («Miti, Illusioni e Pace…», Viking/Penguin): «Parte del problema è nato perché Trump non ha preavvertito per tempo gli attori più coinvolti. Inoltre la comunicazione poteva essere molto migliore. Se si analizza bene il messaggio si vede che gli Usa mantengono aperta la questione dei confini tra Israele e Palestina. Penso che la Casa Bianca abbia spazio per spiegarsi meglio. Dovrebbe farlo subito con un grande sforzo rivolto soprattutto alla popolazione del Medio Oriente che segue con la tv satellitare gli “speech” del presidente». (Giuseppe Sarcina)

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LA SCELTA DI TRUMP

DIFENDERE LA PACE SENZA TEMERE NUOVE IDEE

di Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 6/12/2017
E’ uno strappo, anche doloroso. Come tutti gli strappi può produrre nuove, imprevedibili lacerazioni, oppure può essere ricucito in maniera quasi invisibile. La terza possibilità è che il tessuto venga sostituito da uno più forte, in grado di resistere maggiormente all’usura del tempo. La decisione del presidente americano Donald Trump di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele, seppure già prefigurata in passato dalla Casa Bianca, può cambiare tutto, anche in un mondo nel quale il conflitto israelo-palestinese aveva perso la sua dimensione centrale, aveva smesso di essere un punto di riferimento costante nelle relazioni tra l’Occidente e il mondo arabo, era diventato sempre meno la motivazione alla base del terrorismo islamico.
E’ chiaro che si tratta di una scelta azzardata, perché la storia impone regole, giuste o sbagliate che siano, perché bisogna sempre tenere presente l’onda possibile delle reazioni. Ma anche perché le mosse unilaterali in un quadro di alleanze, come quello in cui l’America dovrebbe agire, sono rischiose in sé e per sé.
E’ stata una scelta azzardata perché la tela dei rapporti transatlantici con l’Europa (che ha da sempre una posizione precisa su questo tema, anche se modulata da sensibilità diverse) è troppo importante per non prendere posizioni condivise. La politica si fa con le idee. Anche con i gesti, naturalmente, ma i gesti richiedono ancora più approfondimento delle idee. Le voci del nostro incerto continente che non hanno nascosto la loro preoccupazione — da quella del presidente francese Emmanuel Macron a quella dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Federica Mogherini — esprimono concetti giusti. Hanno solo il difetto di dire soltanto che cosa non bisogna fare, ripetendo però — per quanto riguarda le iniziative da realizzare — formule che si sono rivelate inefficaci, ormai logorate dalla crescita dell’indifferenza, dall’inconsistenza politica e dall’ambiguità (Anp), dalla linea di rendere permanente lo status quo (Israele), dall’estremismo e dal fanatismo che nega la stessa esistenza dell’avversario (Hamas). Detto questo, si tratta di affermare chiaramente che la soluzione dei «due Stati» nei modi ipotizzati in questi ultimi anni (da sempre sostenuta in ogni occasione da chi crede giustamente nella necessità di proseguire il processo di pace) è una formula che la realtà dei fatti ha reso inconsistente.

   Bisogna riconoscerlo e trarne le conseguenze. Il piano dei «due Stati» — affascinante sulla carta, ma non in quella geografica — poteva essere uno scenario praticabile all’epoca dei «no» di Arafat a Bill Clinton, prima che le esigenze di sicurezza di Israele si scontrassero sempre di più con l’instabilità aggressiva dei suoi vicini, con il gioco pericoloso compiuto dai principali attori del Medio Oriente (Iran in primo luogo) con l’espandersi della presenza ebraica — al di fuori delle risoluzioni internazionali — nei territori occupati nel 1967. Riusciranno le onde anomale provocate dallo strappo di Trump a provocare un chiarimento, costringendo tutti — sulla scia dell’emergenza — a lavorare su nuove proposte? Non è escluso. Lo scenario più terribile, che non vogliamo nemmeno immaginare, sarebbe invece quello di sfruttare un eventuale aggravamento della situazione per compiere altre azioni unilaterali o giri di vite ingiusti nei confronti di tanta popolazione, lontana dal terrorismo, che vive in questa terra divisa. L’amministrazione americana sta mettendo finalmente a punto un nuovo piano che, come riferiva ieri il New York Times, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha illustrato il mese scorso al presidente dell’Anp Abu Mazen. Molti passi avanti dovranno essere fatti.

   Un’altra priorità (forse un’utopia) è che i Paesi arabi smettano di muoversi disinteressandosi alle conseguenze delle loro politiche. Parliamo dell’ Arabia Saudita, delle nazioni sunnite impegnate nella coalizione anti-Houthi e dell’Iran che sostiene questa millzia nello Yemen. Quanto sta avvenendo in questo Paese è molto più di una «guerra dimenticata». Perfino il termine «catastrofe umanitaria», seppure adeguato alla tragedia che si sta consumando, porta con sé Il senso del già visto e non la cifra di una implacabile unicità: migliaia di vittime, il colera che si sta diffondendo come una macchia di petrolio nel mare, bombardamenti che colpiscono con micidiale precisione zone civili, città distrutte, fame, denutrizione, mancanza di acqua, malattie. Il sostegno degli Stati Uniti all’intervento militare saudita non è simbolico. Vedremo se a Washington capiranno che questa è un’unica, complicata matassa. (Paolo Lepri)

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SE TRUMP DÀ UNA MANO AD HAMAS

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 9/12/2017
Com’era prevedibile, il “nuovo approccio” mediorientale evocato da Trump con la scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele rischia di risolversi in un vecchio schema: il rilancio del conflitto.
Vanificando, così, persino l’efficacia delle inedite, e un tempo impensabili, alleanze che, in funzione anti-iraniana, stavano ridisegnando la regione.
Sino all’avventato annuncio della Casa Bianca il quadro regionale registrava la tessitura di un accordo tra Arabia Saudita e Israele, con la benedizione americana, che aveva come obiettivo il contenimento della crescente influenza iraniana nell’area.
Più che mai, infatti, l’Iran è uscito vincitore dal conflitto siriano: scongiurando, con il suo intervento militare, l’insediamento di un potere sunnita nella Mezzaluna fertile sponsorizzato dai sauditi; mantenendo aperto quel corridoio, vitale per i suoi interessi, che va da Teheran a Beirut passando per Damasco; portando le milizie del fido “Partito di Dio”, guidato da Nasrallah, in aree del territorio siriano dalle quali può minacciare Israele; riprendendo, sotto il costringente mantello della Russia, il rapporto mai facile con la Turchia, diretta concorrente dei sauditi nella partita per l’egemonia tra le potenze islamiche sunnite.
Sconfitta su quel terreno l’Arabia Saudita ha cercato, con la sponsorizzazione degli Stati Uniti, un’alleanza con Israele cementata dalla comune convinzione che l’Iran costituisca per entrambi una minaccia strategica. Ma quell’insolita alleanza, un tempo tabù e oggi indifferente a molti regimi arabi alle prese con i propri problemi interni, aveva come presupposto la costruzione di una cintura di sicurezza nei confronti di Teheran, il cui primo terreno di prova è stato il Libano della vicenda Hariri.
Cimentarsi con questioni di grande impatto simbolico come Gerusalemme può essere un prezzo troppo elevato da pagare persino per il nuovo uomo forte del regime, il principe Mohammad bin Salman.
Gerusalemme resta pur sempre il terzo luogo santo dell’islam e per la monarchia saudita, che si vuole “custode” degli altri due luoghi sacri, Mecca e Medina, avallare la scelta americana in nome della realpolitik anti-iraniana può essere un azzardo.
I dotti wahhabiti, già ostili al futuro sovrano deciso a mettere all’angolo la loro rigida visione dell’islam, potrebbero togliergli quella legittimazione religiosa che, da sempre, costituisce la polizza vita del regime.
Un profilo basso dei sauditi su Gerusalemme, permette, poi, all’Iran di rivendicare il titolo di alfiere della battaglia per la città santa e porsi come punto di riferimento per la causa palestinese: spezzando, così, quell’isolamento dal campo sunnita perseguito proprio dall’inedita alleanza tra Salman e Netanyahu.
Una mossa che, come dimostrano le dure proteste di queste ore e la proclamazione di una nuova Intifada, mette all’angolo la debole leadership dell’Anp, consentendo a Hamas, che ha promesso di immolare i suoi militanti per difendere Gerusalemme, di uscire dalla profonda crisi nella quale era precipitata dopo il lungo e logorato governo di Gaza.
Infine, anche il radicalismo in versione Isis o Al Qaeda, può trarre linfa dalla scelta americana, permettendo agli jihadisti di rilanciare la tesi sulla volontà dell’Occidente “crociato e sionista” di colpire ancora una volta l’Islam.
Insomma, una decisione, quella della Casa Bianca, che dà fuoco alle polveri in una regione in cui tutto si tiene e può incendiarsi con esiti imprevedibili. (Renzo Guolo)

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UNA DIFFICILE SCOMMESSA IN TRE MOSSE

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 7/12/2017
Con il discorso della Casa Bianca il presidente Donald Trump ha illustrato per la prima volta il suo approccio al Medio Oriente, articolandolo in tre punti: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, la soluzione del conflitto israelo-palestinese con due Stati divisi da confini concordati, il ruolo prioritario dell’Arabia Saudita nel superamento della crisi secolare arabo-israeliana. Si tratta di tre tasselli che hanno genesi diverse ma descrivono la scommessa dell’inquilino dello Studio Ovale.
Il riconoscimento di Gerusalemme capitale è una scelta bilaterale, compiuta dagli Stati Uniti che in questa maniera assicurano a Israele quanto più considera vitale: la propria identità ebraica. Il legame fra gli ebrei e Gerusalemme risale a tremila anni fa e se Israele dal 1949 ne ha fatto la propria capitale è perché è il luogo che più rappresenta il ritorno alle radici dopo venti secoli di Diaspora. Così come Harry Truman 70 anni fa fu il presidente americano che riconobbe la nascita di Israele, oggi Trump ne riconosce l’identità ebraica, ovvero la legittimità storica.
Non si tratta solo del rispetto di un impegno preso da Trump con i propri elettori durante la campagna elettorale, e neanche solo della pragmatica presa d’atto della presenza delle istituzioni israeliane a Gerusalemme, c’è qualcosa in più: l’America fa sapere ad Israele, ed ai suoi cittadini, di comprendere e condividere il legame storico fra lo Stato ebraico, il popolo ebraico e la terra d’Israele.
E’ una scelta che ha a che vedere con valori bipartisan, largamente condivisi nella società americana, ma ha anche un risvolto politico-negoziale assai evidente: nel momento in cui Trump assicura a Benjamin Netanyahu ciò che per lui più conta, pone le condizioni per avanzare delle richieste inerenti alla soluzione del conflitto.
Per questo nella seconda parte del discorso della «Diplomatic Reception Room», Trump afferma di condividere la soluzione dei due Stati e sottolinea che i confini fra loro dovranno essere decisi «consensualmente fra le parti», anche per quanto riguarda Gerusalemme.
Ovvero, nulla preclude che i quartieri orientali della città sacra alle tre fedi monoteistiche potranno diventare la capitale del futuro Stato di Palestina. Per questo Trump ha scelto di non fare alcun cenno alla riunificazione della città, portata a termine da Israele dopo la guerra del 1967. Affermare che la capitale di Israele è a Gerusalemme non esclude che la stessa città potrà ospitare, a seguito di un accordo di pace, anche quella palestinese.
Trump auspica che ciò avvenga grazie ad un processo fra le parti, senza imposizioni dall’esterno, ed è per questo che, nelle ultime frasi fa riferimento all’Arabia Saudita ovvero al Paese arabo custode dei luoghi santi dell’Islam che ha visitato quest’anno e dove il vicepresidente Mike Pence farà tappa nei prossimi giorni – durante una visita nella regione – nella convinzione che re Salman e soprattutto il figlio, e principe ereditario, Mohammed Bin Salman, possano rivelarsi decisivi per creare una cornice regionale di riconciliazione arabo-israeliana capace di facilitare la risoluzione del conflitto israelo-palestinese.
Le insistenti indiscrezioni sulla diplomazia segreta condotta dal regno saudita sono lo sfondo di tale scenario. Se la formula dei due Stati è l’elemento di continuità fra Trump ed i suoi predecessori – da quando nel 1993 Bill Clinton ospitò alla Casa Bianca la firma degli accordi di Oslo – le novità riguardano l’approccio a Gerusalemme e il ruolo dei sauditi.
Si tratta di una scommessa che tradisce la convinzione della Casa Bianca sulla possibilità di ottenere risultati imprevedibili in Medio Oriente grazie ai grandi sconvolgimenti in corso nella regione segnata dal duello strategico fra sunniti e sciiti, ovvero fra Arabia Saudita ed Iran.
Se Teheran è l’avversario strategico comune di sauditi e israeliani, la Casa Bianca crede che ciò possa portare anche alla soluzione dei due Stati. Saranno i prossimi mesi a dire quante possibilità ha la scommessa di Trump di farsi strada in una delle più instabili regioni del Pianeta ma la netta condanna da parte dell’Autorità palestinese, le minacce di guerra di Hamas, le parole di fuoco di Erdogan e Khamenei, l’irritazione di molte capitali arabe e il dichiarato dissenso di numerosi alleati europei suggeriscono l’entità delle difficoltà a cui va incontro. (Maurizio Molinari)

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LA NUOVA INTIFADA

L’ALLEANZA A TRE E IL NODO IRAN

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 8/12/2017
Nell’atto di riconoscere Gerusalemme quale capitale d’Israele, Donald Trump ha messo i suoi interessi politico-elettorali al di sopra di quelli del paese che rappresenta. Il presidente è concentrato più sulle elezioni parlamentari di mezzo termine, che fra meno di un anno potrebbero decidere del suo futuro politico, facendone “ un’anatra zoppa” a metà del suo primo e forse unico mandato, che sull’interesse nazionale.
Nulla di straordinario, nella storia degli inquilini della Casa Bianca. Il cui primo obiettivo, una volta insediati nello Studio Ovale per quattro anni, è di assicurarsi il secondo mandato. Fatto è che pur di mantenere (caso raro) una promessa fatta allo zoccolo duro del suo elettorato — schierato sempre e comunque con lo Stato ebraico in quanto paese più che alleato, gemello — “The Donald” ha rotto il tabù diplomatico che aveva permesso agli Usa di sceneggiare l’esistenza in vita di una mediazione fra palestinesi e israeliani morta e sepolta da quasi vent’anni.
Settori rilevanti dell’establishment americano, a cominciare dall’alta burocrazia militare e diplomatica, da alcuni laboratori strategici e d’intelligence, condannano la mossa come avventata. Inutilmente il pur influente ministro della Difesa, Jim “ Cane Matto” Mattis, e il del tutto ininfluente ex (?) petroliere Rex Tillerson, capo del fatiscente Dipartimento di Stato, hanno cercato di dissuadere Trump da questa “ opzione nucleare”. Convinti che avrebbe eccitato l’antiamericanismo non solo in Medio Oriente, minacciato la vita di civili e militari a stelle e strisce, alimentato la propaganda e il terrore jihadista.
Il rischio per gli Stati Uniti — che da tempo considerano il Medio Oriente scacchiere secondario ma non riescono ad emanciparsene, continuando a sprecarvi risorse militari, finanziarie e d’immagine — è di finire strumento dei loro due Stati di riferimento nella regione: Israele e Arabia Saudita. Il primo sentito consanguineo. Il secondo, alleato non sempre affidabile ma capace di dotarsi a pagamento di una tale rete di protezione nei meandri del potere a stelle e strisce da oscurare il fatto che ad abbattere le Torri Gemelle furono suoi sudditi.
Il triangolo Washington-Gerusalemme-Riad è concorde nel valutare Teheran unico nemico strategico tra Levante, Golfo e Asia centromeridionale. La questione palestinese è capitolo chiuso anche per gli altri leader arabi e musulmani, che pur fingono di interessarsene e protestano contro la sacrilega scelta di Trump.
Sicché per Usa, Israele e Arabia Saudita è inutile investirvi tempo, soldi e soldati, da destinare invece al contrasto dell’imperialismo iraniano. Risultato: la Palestina non sarà mai vero Stato né Gerusalemme Est la sua capitale. Al massimo, ciò che resta dell’Autorità palestinese, tenuta artificialmente in vita dai suoi nemici israeliani, in collaborazione con americani, sauditi, petromonarchie minori del Golfo ed europei (solo nei panni di ufficiali pagatori), potrà fregiarsi di una statualità puramente decorativa, simbolica.
La retorica dei due Stati non punta ai due Stati. Serve a coprire l’espansione territoriale di Israele in Cisgiordania e nella Grande Gerusalemme. Dato di fatto irreversibile se non per improbabile inversione geopolitica o suicidio israeliano. Da ornare, al massimo, con qualche foglia di fico.
Basta uno sguardo alla carta dei Territori occupati (contestati, dal punto di vista israeliano), segmentati in mille frammenti, per rendersi conto che fondarvi un qualsivoglia Stato è vano. Figuriamoci centrarlo su Gerusalemme.
Lo strano triangolo che lega la massima potenza mondiale allo Stato ebraico e al feudo wahabita in cerca d’identità non solo petrolifera sembra aver deciso che è tempo di troncare anche formalmente l’equivoco palestinese. Stabilendo che Gerusalemme, tutta Gerusalemme, è capitale di Israele. Punto. Esattamente settant’anni dopo che David Ben-Gurion, accettato il piano di bipartizione della Palestina in uno Stato arabo e uno ebraico, aveva sacrificato la città santa in cambio dell’esistenza di Israele, accedendo all’idea di farne un “corpo separato” a gestione internazionale. Piano stracciato dagli arabi, a spese anzitutto dei palestinesi, convinti di rigettare a mare gli ebrei.
Un mese fa, il giovane e avventuroso leader saudita Mohammad bin Salman (noto come MbS) aveva fatto capire senza troppe cerimonie al figurativo presidente palestinese Mahmud Abbas (alias Abu Mazen), convocato a Riad, che il tempo era scaduto. Comunicazione secca: i palestinesi si adattino a uno staterello di facciata, collazione dei coriandoli di spazio cisgiordano su cui Israele non esercita un controllo diretto, privo di continuità territoriale. Con Abu Dis, sobborgo di Gerusalemme Est, eretta a “capitale” della Palestina fantasma. Prendere o lasciare. Nel secondo caso, la casa saudita, d’intesa con israeliani e americani, avrebbe provveduto a installare Mohammed Dahlan (Abu Fadi), avversario del vecchio Abu Mazen, a capo della pseudo-Palestina. Il colloquio, a quanto pare, si era interrotto bruscamente.
Resta da vedere se la peculiare costellazione formata dalla coincidenza degli interessi personali di Trump con le attuali strategie israeliana e saudita raggiungerà l’obiettivo di decretare la fine della questione palestinese. O se invece, per paradosso, rianimerà almeno per qualche tempo quella partita sapientemente sopita dalle diplomazie di tutto il mondo per evitare la definitiva umiliazione dei palestinesi. Così svelando che le strategie di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non sono così convergenti come pretende chi oggi le orienta. E che quindi la demonizzazione dell’impero persiano, oggi reincarnato dall’Iran, non conviene a nessuno. (Lucio Caracciolo)

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LA PARTITA A POKER DI TRUMP

di Marek Halter, da “la Repubblica” del 10/12/2017
Trump è forse matto, ma non credo sia un idiota né che lo siano gli uomini che lo circondano. Piuttosto che il gesto non ponderato di un leader incendiario, la pericolosa decisione di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme mi pare più un’azzardata scommessa sul futuro della Palestina o, se preferite, una mossa da giocatore di poker.
Nel momento in cui il mondo sembrava aver dimenticato il conflitto israelo-palestinese, il presidente americano ha lanciato un sasso in quello stagno, e improvvisamente il mondo intero è stato costretto a concentrarsi di nuovo sull’irrisolta questione.
Da questo punto di vista, la sua strategia può sin da ora dichiararsi vincente perché si è finalmente tornati a discutere di quest’annosa crisi. Se questa è stata la sua prima mossa, vedremo molto in fretta quale sarà la seconda.
Infatti, non credo che Trump abbia scelto di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele soltanto per accontentare la lobby della destra ebraica di Washington o per fare un favore al premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Mi auguro che la sua decisione, sicuramente maturata dopo aver consultato i suoi principali alleati mediorientali, e cioè il presidente egiziano Al Sisi e il giovane monarca saudita Mohammed Bin Salman, sia stata presa per rilanciare un processo di pace arenato ormai da anni.
È infatti verosimile che dopo aver fatto questo regalo a Netanyahu, Trump possa chiedergli o, meglio, imporgli di sedersi al tavolo del negoziato con il presidente palestinese Abu Mazen.  Esiste ovviamente il rischio che la strategia americana non funzioni, o che Washington non dia seguito a quanto annunciato da Trump, sarebbe a dire usare una nuova linea tattica per raggiungere la pace nella regione.
Se ciò dovesse accadere, aumenterebbero fortemente i rischi che la Palestina s’infiammi di nuovo. Al momento mi sembra un’eventualità poco probabile perché come tutti i politici del pianeta credo che anche Trump abbia l’ambizione di restare nella storia, per esempio con un accordo di pace tra israeliani e palestinesi nel momento in cui tutti accusano gli Stati Uniti di abbandonare il mondo arabo.
E potrebbe anche riuscirci, perché la leadership palestinese non è mai stata così debole e così divisa. Trump riuscirebbe così a scrollarsi di dosso l’immagine di presidente che va in giro per il mondo con il fiammifero in mano ad appiccare incendi diplomatici.
Vista la mia lunga amicizia con l’ex premier israeliano Yitzhak Rabin, assassinato nel 1995 da un colono ebreo della destra estremista, mi è stato chiesto come avrebbe reagito alla decisione di Trump. Ebbene, non credo che una tale scelta sarebbe mai stata presa semplicemente perché Rabin non l’avrebbe mai chiesta.
Diverso è per Netanyahu che si trova ora in grandi difficoltà, sia per l’opposizione della destra e degli ultra ortodossi all’interno del suo stesso schieramento politico, sia per il vicino esito di processi giudiziari che lo riguardano. La vicenda dell’ambasciata e della richiesta fatta a Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele è il suo canto del cigno. (Marek Halter -Varsavia, 1936- è uno scrittore francese, ebreo di origine polacca)

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LA FAIDA PALESTINESE CHE HA FAVORITO I PIANI DI NETANYAHU

di Roberta Zunini, da “Il Fatto Quotidiano” del 8/12/2017
– Il leader dell’Anp Mazen in difficoltà. La linea radicale di Hamas a Gaza ha fornito al premier israeliano il nemico che serviva per rinsaldare il potere –
Sia The Donald sia il premier israeliano Netanyahu, a capo di una coalizione di governo religiosa e di destra, sapevano che la decisione americana di riconoscere Gerusalemme, nella sua interezza, capitale dello Stato di Israele avrebbe ridato fiato agli strali di Hamas e indebolito ulteriormente la già consunta leadership palestinese in Cisgiordania.
Il movimento islamico che dal 2007 guida la Striscia di Gaza dopo una guerra-lampo con Fatah – partito leader da sempre in Cisgiordania – ha del resto fin dall’inizio dell’attività politico-bellica servito gli interessi della destra religiosa ebraica e i suoi sostenitori nel mondo della diaspora.
Gli oltranzisti ebrei che occupano dal 2009 ministeri chiave e buona parte della Knesset (il Parlamento ebraico) fin dalla nascita dell’organizzazione armata islamica hanno avuto la strada spianata per imporsi. E, con il tempo, mettere in scacco il moderato Likud guidato da Netanyahu. Che dallo scorso anno, ovvero da quando si sono intensificate le inchieste per corruzione e abuso d’ufficio a carico suo e della onnipresente First Lady Sarah, è ancora più sottomesso ai voleri dei partner estremisti e pii della coalizione. Il loro sostegno è fondamentale per consentirgli di gridare al complotto.
Perciò Bibi ha bisogno più che mai di una Hamas che sprona alla Terza Intifada. Non c’è nulla di meglio di una minaccia alla sicurezza nazionale della “Terra Promessa” per stornare l’attenzione dell’opinione pubblica dai propri guai interni. Non è inoltre un segreto che Hamas abbia ricevuto finanziamenti ambigui provenienti, secondo molti analisti, dall’intelligence israeliana.
Ed è adamantino che ad Hamas faccia comodo la pericolosa decisione del duo Trump-Netanyahu. Non solo perché può rinnovare le sue accuse contro lo stato ebraico, a suo avviso palesemente intenzionato a cambiare lo status quo di Gerusalemme, piuttosto per tentare di guadagnare la popolarità persa durante la gestione della Striscia. E ci sta riuscendo visto che anche i palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a questo punto si rendono conto che Fatah e il suo anziano ed esausto rais Mahmud Abbas, più noto come Abu Mazen, non serve davvero più a nulla.
Se non a portare avanti l’illusione della ripresa del negoziato di pace per rassicurare la comunità internazionale, non certo i giovani palestinesi che non credono più da tempo all’ipotesi che Israele voglia davvero concludere l’occupazione e consentire la nascita di uno Stato palestinese viabile. Cioè con una continuità territoriale. Che non potrà mai esserci se le colonie ebraiche continueranno ad espandersi all’interno dei Territori palestinesi. La mossa di Trump annichilisce la dirigenza palestinese contro cui lo scorso anno c’erano state manifestazioni di piazza per la corruzione dilagante.
Intanto da due mesi le nomenklature di Hamas e di Fatah stanno lavorando assieme, si fa per dire, allo scopo di tradurre in decisioni e iniziative politiche la riconciliazione tra i due partiti avvenuta sotto l’ala di Al Sisi al Cairo.
Il vero leader, quello amato dai giovani palestinesi e dai duri e puri, ossia il 58enne Marwan Barghouti langue in prigione dal 2002 dopo le condanne a 5 ergastoli. Barghouti, che si rifiutò di presentare la propria difesa ai giudici israeliani non riconoscendone l’autorità, è ancora un membro di Fatah. Ma al proprio partito e agli avversari di Hamas il carismatico politico guerrigliero delle Brigate Tanzim, accusato di aver diretto la Seconda Intifada nata proprio sul timore del cambiamento dello status quo della città santa, è sgradito. Alle poltrone i rais palestinesi ci tengono. Tanto più con uno che potrebbe soffiare loro il posto non appena rimesso in libertà. Motivo per cui Barghouti finirà la propria vita dietro le sbarre. (Roberta Zunini)

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COSÌ LA MOSSA DI TRUMP RAFFORZERÀ IL RUOLO DI PUTIN

di Romano Prodi, da “il Messaggero” del 10/12/2017
La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme non è certo una sorpresa perché era da tempo annunciata e perché tutti conosciamo la robustezza dei legami fra gli Stati Uniti ed Israele. Si tratta di legami che risalgono a tempi lontani e che, anche se ulteriormente rafforzati nell’ultima Presidenza, sono tradizionalmente condivisi sia dalla maggioranza sia dei democratici che dei repubblicani.
Fino ad ora tuttavia il considerare Gerusalemme come capitale di Israele senza tenere conto della presenza araba era soprattutto un obiettivo di lungo periodo e, nella sostanza, uno strumento di politica interna. Nessuno l’aveva tradotto in un progetto concreto, proprio per le ripercussioni internazionali che questa decisione avrebbe avuto.
Evidentemente Trump ha pensato che gli interessi di politica interna fossero superiori ai pericoli di carattere internazionale. In primo luogo per la debolezza dell’autorità palestinese e lo scarso rilievo dei suoi leader, a cominciare da Abu Mazen, che non ha certo il prestigio e la forza del suo predecessore. In secondo luogo Trump conta sul fatto che, dopo un infinito periodo di emarginazione e di frustrazione, la capacità di ribellione del popolo palestinese appare molto affievolita e, certamente, assai inferiore a quanto avvenuto in passato.
La stessa città di Gerusalemme è sempre più dominata, con rapporti di forza del tutto sbilanciati, dalla presenza israeliana. Sulla debolezza della reazione palestinese Trump ha, almeno fino ad ora, avuto sostanzialmente ragione. Episodi di ribellione e di violenza vi sono stati, così come manifestazioni e cortei antiamericani e antiisraeliani in tutte le città del Medio-Oriente. Sono stati tuttavia (almeno fino al momento presente) episodi minori rispetto a quanto abbiamo visto nelle “intifada” del passato.
Se la debolezza e l’isolamento palestinese hanno certo favorito l’azione di Trump ben diverso è il quadro allargando lo sguardo allo scenario internazionale. In primo luogo la reazione dei maggiori paesi europei è stata negativa ed unitaria come mai era stata nei confronti di una importante presa di posizione degli Stati Uniti. Francia, Italia e Germania e perfino la Gran Bretagna, così corteggiata in occasione della Brexit, si sono opposte alla decisione di Trump. E lo hanno fatto con forza, ribadendo che Gerusalemme non è la capitale di Israele ma di due nazioni e che il suo “status” può essere deciso solo da negoziati tra israeliani e palestinesi.
Una reazione così robusta non alleggerisce certo le tensioni già esistenti fra i maggiori paesi europei e gli Stati Uniti. Anche se Trump tiene poco conto dell’Europa non sono certo decisioni di questo tipo che possano favorire rapporti più costruttivi. Le conseguenze più pesanti riguardano tuttavia la posizione americana in Medio Oriente.
Prima di tutto le relazioni con la Turchia, che si è fatta paladina della posizione palestinese. Sono ben note le tensioni già esistenti fra Turchia e Stati Uniti, soprattutto in conseguenza delle ripetute accuse al governo americano di proteggere il più grande oppositore di Erdogan, ma il fossato viene molto allargato da questa nuova così grave divergenza.
Non possiamo infatti sottostimare l’importanza di questi eventi che, se ripetuti, finiranno col mettere in discussione le fondamenta stessa della Nato, che vede il principale motore negli Stati Uniti ma che ha nella Turchia il tradizionale baluardo nel Medio Oriente. In quest’area così delicata per i rapporti tra le grandi potenze la conseguenza più immediata di questa decisione è il rafforzamento della Russia, grande protettrice della “mezzaluna sciita” che dall’Iran passa per l’Iraq e la Siria, fino ad arrivare, attraverso gli Hezbollah libanesi, alle porte di Israele.
La solidarietà contro il comune nemico contribuirà infatti a superare molte delle divergenze ancora esistenti fra questi paesi. Si complicano infine le relazioni fra Stati Uniti e Arabia Saudita e diventa assai più debole la prospettiva dell’accordo strategico che già si andava profilando fra Arabia Saudita e Israele in funzione anti-iraniana. Non è infatti facile stringere un’alleanza con Israele nel momento in cui questo paese ritorna ad essere il principale nemico di tutti i paesi arabi.
Il mondo islamico, tradizionalmente così frammentato è infatti quasi obbligato a trovare una sua compattezza di fronte al tentativo di mutare lo “status” di Gerusalemme, città da tutti ritenuta sacra e simbolica.
Tirando le somme mi sembra che, almeno fino ad ora, la decisione di Trump gli abbia dato ben pochi risultati positivi. E’ assai probabile che gli sia stata di giovamento nei rapporti politici interni in un momento per lui assai complicato, ma certamente ha accentuato l’imprevedibilità e l’isolamento della politica americana proprio in un periodo in cui si vanno riorganizzando i rapporti di forza nello scacchiere internazionale. Mi auguro solo che queste decisioni così convulse e così fondate su esclusivi obiettivi di politica interna non mettano ulteriormente a rischio gli equilibri necessari ad evitare l’esplosione del Medio Oriente. (Romano Prodi)

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E INTANTO ERDOGAN VA ALLA CONQUISTA DEL MEDIO ORIENTE

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 8/12/2017
ISTANBUL – «Ehi Trump, cosa stai provando a fare?». Il tono è brusco, diretto, come del resto l’usuale approccio del leader turco. E la crisi di Gerusalemme diventa la grande occasione di Recep Tayyip Erdogan. Insperata, dopo i recenti dissapori con l’amministrazione americana che quasi avevano messo la Turchia in un angolo.
Ma al Sultano si può imputare di tutto, tranne il fatto di essere un animale politico dall’enorme fiuto. E con i Paesi arabi formalmente uniti nella condanna, ma concretamente divisi nella risposta, il presidente turco si è insinuato come un falco nella divaricazione, ergendosi a nuovo player del Medio Oriente.
Con un attivismo espresso a 360 gradi. Mentre ieri stava con un piede sulla scaletta dell’aereo che l’avrebbe portato in Grecia nella prima visita di un Presidente turco da 65 anni (quando non era ancora nato), al mattino aveva già dispiegato la sua strategia mollando sul tavolo l’asso: la telefonata con il Papa.
«Proseguo i miei colloqui telefonici non solo con i leader degli Stati arabi e musulmani. Perché Gerusalemme è sacra anche per i cristiani e devo discutere la questione con il Papa». La diplomazia turca gli aveva prontamente segnalato che Francesco si era detto a favore dello status quo nella Città santa. Una posizione che, secondo fonti ufficiali di Ankara, Erdogan avrebbe condiviso ieri pomeriggio con il Pontefice al telefono e poche ore dopo ha fatto lo stesso anche con il presidente russo Vladimir Putin.
Allo Zar che il Sultano sente ormai più vicino dell’inquilino della Casa Bianca — da cui è rimasto deluso (per appoggio ai curdi, mancata estradizione dell’imam Fethullah Gulen accusato del golpe, crisi dei visti consolari) — ha spiegato perché ha convocato il 13 dicembre in Turchia l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Quindi si è avviato verso altri colloqui telefonici, con i capi di Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania.
Come un vero ras del Medio Oriente, il leader turco conosce difatti a menadito i personaggi che aleggiano nella regione. E al di là delle condanne formali da loro pronunciate, ha colto al volo le differenze fra l’asse che per convenienze di vario tipo sostiene Trump (composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Egitto) e quello che lo avversa (Giordania, Iran, Siria, Iraq, Hezbollah). A tutti loro, il Sultano che guarda con nostalgia al ritorno dell’Impero ottomano ha detto: «Riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele equivale a gettare il Medio Oriente in un cerchio di fuoco ». La Turchia si è subito riversata in piazza. Da Istanbul all’Anatolia, dal Mar Nero fino al Sud est.
A mezzogiorno si è infilato sul jet di Stato e in meno di un’ora era ad Atene. Per una visita di 48 ore ricca di attese e nodi da sciogliere. Ha chiesto l’estradizione di otto ufficiali considerati golpisti. Suggerito “l’aggiornamento” del Trattato di Losanna che definisce i confini di Turchia e Grecia. Affrontato la questione dell’isola di Cipro. Poi, affari e commerci per gli interscambi bilaterali. Instancabile, stamane sarà nella regione della Tracia divisa a metà con la Grecia, per incontrare la minoranza musulmana e partecipare alla preghiera islamica del venerdì nella Moschea Vecchia di Komotini. Con l’obiettivo di compattare intorno a sé, nel segno della religione, tutti i seguaci. Quelli vecchi e i nuovi da conquistare. (Marco Ansaldo)

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DA CITTÀ INTERNAZIONALE A CITTÀ OCCUPATA

di Chiara Cruciati, da “Il Manifesto” del 7/12/2017
– Gerusalemme. L’ovest annesso illegalmente da Israele nel 1948, l’est nel 1967, per Tel Aviv è la propria capitale dal 1980 in violazione del diritto internazionale. Oltre 300mila i palestinesi, apolidi e residenti permanenti, un limbo politico che ne mette in pericolo l’esistenza –
Gerusalemme resta, insieme al diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, uno dei cuori della questione palestinese. Tanto più negli ultimi decenni quando più radicali si sono fatte le politiche israeliane di depalestinizzazione della Città Santa. Cancellazione dell’identità musulmana e cristiana, della sua natura araba, di spossessamento fisico di terre e quartieri.
Eppure Gerusalemme è città internazionale secondo quanto previsto 70 anni fa dal piano di partizione delle Nazioni Unite, che divise la Palestina storica in uno Stato ebraico e uno arabo. La Città Santa doveva cadere sotto il controllo e la sovranità internazionale, città aperta al mondo.
L’anno dopo, nel 1948, il movimento sionista occupa la parte ovest di Gerusalemme e la dichiara subito parte del nascente Stato di Israele. La parte est – divisa da quella occidentale dalla linea dell’armistizio con la Giordania, lunga 7 km e costellata di torrette militari e trincee – va sotto l’autorità di Amman.
Fino alla guerra dei sei giorni: nel giugno 1967 l’esercito israeliano occupa Gerusalemme est e la pone sotto la propria autorità, in palese violazione del diritto internazionale.
Nel 1980 la Knesset approva la Jerusalem law che definisce Gerusalemme «capitale indivisibile e unita dello Stato di Israele», istituzionalizzando (di nuovo in violazione delle risoluzioni Onu) l’annessione dell’intera città. Le Nazioni Unite rispondono con la risoluzione 478 che dichiara «nulla e non valida» la legge israeliana.
Dal 1967 in poi Israele ha però proseguito incessantemente alla colonizzazione della parte orientale della Città Santa con la costruzione di undici insediamenti illegali all’interno dei quartieri palestinesi o su terre palestinesi, in cui vivono oggi 200mila coloni. I gerusalemiti palestinesi sono invece 300mila, circa il 40% della popolazione totale della città.
Ma non sono mai stati riconosciuti cittadini israeliani: il loro status è di «residenti permanenti», dunque apolidi, e il loro «diritto di residenza» può essere revocato in qualsiasi momento dalle autorità israeliane che li considerano al pari di migranti stranieri. Negli ultimi 50 anni Tel Aviv ha revocato 14.400 residenze.
Secondo l’Onu, il 78% dei palestinesi e l’84% dei bambini vive sotto la soglia di povertà. L’isolamento dalla Cisgiordania, il muro di separazione, le colonie, l’impossibilità di costruire nuove abitazioni e imprese economiche provoca ogni anno la perdita di 200 milioni di dollari in opportunità lavorative e di sviluppo. (Chiara Cruciati)

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NELLA PARTE ARABA DELLA CITTÀ

TRA I PALESTINESI “PRONTI A DIFENDERE CASA NOSTRA”

di Francesca Caferri, DA “la Repubblica” del 7/12/2017
– L’esercito blinda il consolato americano. Si temono violenze –
GERUSALEMME – È sera e lungo SALEHDDINE ROAD, una delle arterie principali di Gerusalemme Est, la parte araba della città contesa, tira un vento gelido. In giro ci sono poche persone: effetto del freddo e della pioggia, dicono i titolari dei caffè e dei ristorantini, ma anche della presenza della polizia. Le macchine bianche e blu israeliane passano in continuazione, dall’interno gli agenti scrutano la strada guardinghi. «Non succederà nulla oggi, è inutile che passino. Le conseguenze di quello che sta per succedere le vedrete fra due anni, non adesso», dice minaccioso un uomo mentre addenta un panino con il figlio. All’improvviso si ferma, e con lui tutto il negozio: sugli schermi della televisione appare Donald Trump. Qualche minuto, e poi le frasi che tutti si aspettavano: Gerusalemme è la legittima capitale dello Stato di Israele e per questo l’ambasciata americana sarà trasferita qui.
L’uomo butta via il panino, indispettito: «Non basta un presidente americano a fermare la Storia, questa è anche casa nostra: non decide lui», dice trascinando via il figlio senza lasciare il nome.
La furia di questo padre è lo specchio del sentimento che si respira per le strade della parte araba della città contesa: se a Gaza sin dalla mattina ci sono state dimostrazioni proseguite fino a notte, con foto di Trump e le bandiere americane bruciate, Gerusalemme Est al primo sguardo appare tranquilla. Ma basta parlare con la gente per capire che la rabbia è forte: «Cosa vi aspettavate, che scendessimo in strada adesso? Per farci sparare? È chiaro che qualcosa accadrà, non possiamo accettare quello che ha detto Trump», dice Muhammad, che della tavola calda che serve kebab è uno dei gestori.
Gli israeliani questo lo sanno benissimo: lungo le mura della città, in corrispondenza delle porte vecchie di millenni, stazionano macchine della polizia e dell’esercito. Intorno al consolato americano lo spiegamento di forze è massiccio: nel pomeriggio sembrava che potesse trasformarsi in un luogo di protesta, ma la pioggia e il vento hanno disperso i pochi che erano arrivati. Il dipartimento di Stato ha diffuso una nota invitando gli americani alla massima prudenza in tutta la regione. Quando Trump finisce di parlare nelle stradine della città vecchia si sentono solo i rumori dei passi dei militari di pattuglia: qualche ora prima del discorso sulle antiche mura erano state proiettate le bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Ma di fare festa, al di là delle dichiarazioni ufficiali del governo, pochi qui sembrano aver voglia.
Il movimento che contesta il primo ministro Benjamin Netanyahu dalle parole di Trump sembra aver preso forza. (….) «Per il presidente americano è facile parlare. È a migliaia di chilometri di distanza. Ma noi siamo qui e pagheremo le conseguenze delle sue parole», dice DORIT RABINYAN, una delle scrittrici israeliane della nuova generazione, diventata famosa con un libro, “BORDERLIFE”, che racconta la storia d’amore fra una giovane ebrea e un palestinese. «È il classico battito di ali di farfalla: un movimento che appare minimo nel luogo dove avviene, ma è capace di provocare un uragano dall’altra parte del mondo». Come tanti Rabinyan teme una nuova ondata di violenza e le reazioni palestinesi fanno temere che abbia ragione.
In un’intervista ad Al Jazeera, il responsabile politico di Hamas Ismail Haniyeh ha parlato dell’inizio di «un periodo di terribili trasformazioni per tutta la regione» e diverse fazioni hanno diffuso un comunicato congiunto invitando la popolazione a «tre giorni di rabbia». Da parte sua il presidente MAHMOUD ABBAS ha parlato di «decisione inaccettabile». A SALEHDDINE ROAD Abbas non è troppo popolare, soprattutto fra i giovani: «Troppi compromessi, troppa corruzione.
È anche per colpa sua se siamo a questo punto», sintetizza Hassan, 23 anni, che con tre amici ha seguito il discorso dal telefonino nel negozio di jeans in cui uno di loro lavora. Con il suo ottimo inglese e sempre connesso sui social, Hassan pare il ritratto perfetto di una generazione che dal processo di pace sente di non aver più niente da guadagnare.
«La realtà — dice — è che ci hanno abbandonato tutti. Trump non avrebbe fatto questa dichiarazione se non fosse stato d’accordo con i sauditi, che sono d’accordo con Netanyahu. Ma Gerusalemme non sarà mai solo per gli ebrei: nessuno come gli abitanti di Gerusalemme sa difendere questa città. E lo faremo». (Francesca Caferri)

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IL DIRITTO INTERNAZIONALE NON ESISTE PIÙ

di Luisa Morgantini, da “Il Manifesto” del 7/12/2017
– Trump/Gerusalemme. Noi indignati e impotenti, la comunità internazionale colpevole di complicità e sostegno ai governanti d’Israele che dovrebbero essere portati davanti al Tribunale Internazionale per i crimini commessi contro la popolazione palestinese – Donald Trump lo aveva promesso durante la sua campagna elettorale: «Trasferirò immediatamente l’ambasciata Usa a Gerusalemme, l’eterna capitale del popolo ebraico». –
Lo aveva espresso con grande passione ma come dicono i gruppi di ebrei progressisti americani molto «irresponsabilmente». Poi da presidente ha dovuto mettere qualche freno, ma il cammino è cominciato e se non vi sarà una reazione e pressione forte dalla comunità internazionale terminerà non solo con l’ambasciata Usa a Tel Aviv ma con altri paesi che seguiranno l’esempio, ministri del governo Netanyahu, come Naftali Bennet, lo stanno già chiedendo.
Mentre scrivo Trump ha appena rivelato il suo piano, e già in precedenza la sua portavoce Katrin Pierson aveva dichiarato alla Fox che «questo è un grande giorno per il popolo degli Stati uniti, il presidente riconoscerà quello che è già di fatto la realtà, Gerusalemme è la capitale d’Israele». Dire che la legalità internazionale non conta nulla per Trump è troppo ovvio, non esiste legalità internazionale esiste quello che Trump a seconda degli umori decide.
E lo sanno bene i governanti israeliani che della violazione del diritto internazionale hanno fatto il loro credo con la colonizzazione e l’insediamento della propria popolazione sulle terre palestinesi, ma anche con le torture, le detenzioni amministrative, le demolizioni delle case, il furto dell’acqua, l’assedio di Gaza, e con un’occupazione militare brutale e persecutoria che dura da cinquant’anni, un tallone di ferro sul capo di ogni bambino, giovane, donna, uomo palestinese.
E la soluzione Gerusalemme capitale condivisa per due popoli e due Stati verrà definitivamente sepolta, e Israele porterà a compimento il piano di colonizzazione dell’intera Cisgiordania, lasciando bantustan palestinesi e non certamente cittadini con pari diritti. L’Unione Europea, con la dichiarazione di Federica Mogherini, si dichiara assolutamente contraria al trasferimento dell’ambasciata, fa eco anche il nostro ministro Alfano che però ha avallato la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme a maggio 2018, in onore ai 70 anni dalla fondazione dello Stato d’Israele, che per i palestinesi ha significato la «Nakba», la catastrofe, con i 700mila profughi e i più di 500 villaggi palestinesi distrutti.
Anche la premier inglese Teresa May ha dichiarato di voler parlare con Trump perché non proceda nella sua decisione, il ministro degli esteri britannico ha dichiarato alla Bbc che non trasferiranno la loro ambasciata. Le reazioni nel mondo arabo e musulmano si sono fatte sentire, a parole; anche l’Arabia saudita, ormai consacrata all’alleanza Usa-Israele, ha preso posizione, anche se il piano di soluzione (si dice in accordo con gli Usa) presentato al presidente Mahmoud Abbas, sembra ricalchi le orme del piano di Camp David al tempo di Ehud Barak e Clinton e cioè che la capitale della Palestina sarebbe stata ad Abu Dis, villaggio alla periferia di Gerusalemme, dove peraltro il muro di annessione coloniale costruito da Israele a partire dal 2002 e condannato dalla Corte Internazionale dell’Aja, ha tagliato a metà, una parte nella Cisgiordania, l’altra divenuta periferia di Gerusalemme.
Ma non sarà solo vittoria per Israele, dovrà prendere delle decisioni, perché mentre afferma l’indivisibilità di Gerusalemme, la città è divisa, Gerusalemme est è sotto occupazione militare e malgrado l’impedimento a costruire case, la deportazione lenta dei palestinesi e la crescita di colonie, i palestinesi sono ancora circa 300mila, il 40% della popolazione: gli verranno riconosciuti i diritti al pari degli israeliani? La scelta di Trump scatenerà rivolte?
Forse non subito, la popolazione palestinese è stanca e costretta a pensare ogni giorno alla sopravvivenza. In questi giorni poi i dipendenti pubblici non hanno ricevuto il salario e sono sopraffatti dai bisogni, la leadership palestinese debole e sotto continuo ricatto. Ieri è stato il primo giorno della rabbia in Palestina, non c’è stato molto, ma tutti aspettano la dichiarazione di Trump. Mentre Israele bombarda la Siria.
Noi indignati e impotenti, la comunità internazionale colpevole di complicità e sostegno ai governanti d’Israele che dovrebbero essere portati davanti al Tribunale Internazionale per i crimini commessi contro la popolazione palestinese. (Luisa Morgantini)

……………………………….

SE LA CASA BIANCA OLTREPASSA LA LINEA ROSSA

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 6/12/2017
Se dal 1995 i presidenti americani, anche repubblicani di ferro come George W. Bush, hanno sempre firmato un provvedimento per mantenere l’ambasciata americana a Tel Aviv, la ragione era semplice. Non farlo equivaleva a varcare una Linea rossa.
Per tutti loro, che ambivano ad essere ricordati come gli artefici di uno storico accordo di pace, duraturo e definitivo, tra palestinesi e israeliani. Riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele avrebbe rappresentato la pietra tombale sul processo di pace più lungo e difficile degli ultimi 50 anni. Ecco perché, pur divergendo sul sostegno a Israele, hanno seguito la stessa linea dell’Unione Europea: devono essere israeliani e palestinesi, avvalendosi della mediazione internazionale, a trovare un accordo su Gerusalemme.
I presidenti americani conoscevano bene il “Jerusalem Embassy Act”, la legge approvata dal Congresso di Washington nel 1995 che invita la Casa Bianca a trasferire l’ambasciata a Gerusalemme. Ma tutti si sono avvalsi di una clausola in base alla quale, in qualità di presidenti, potevano rinviare l’attuazione della legge ogni sei mesi per ragione di superiori «interessi di sicurezza ».
Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno firmato questa deroga, con regolarità, ogni sei mesi. Anche Donald Trump, nel primo semestre del suo mandato. Poi, così come per altri delicati dossier internazionali, si è distaccato da chi lo ha preceduto. La sua promessa in campagna elettorale di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, e di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv (dove si trovano tutte le altre sedi diplomatiche) è un’iniziativa che, se portata a termine, rischia di incendiare il Medio Oriente in un periodo già drammatico.
D’altronde il nodo di Gerusalemme sempre stato rimandato come la parte finale dei negoziati di pace. E alla fine una soluzione ci arrivò più vicino di tutti l’allora premier israeliano Ehud Barak: offrì il 95% della Cisgiordania alla controparte palestinese, cosa impensabile per l’attuale governo di Benjamin Netanyahu, ma alla fine l’accordo con l’allora presidente dell’Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat naufragò proprio su Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro Stato.
Così Gerusalemme è rimasta per Israele la sua capitale «unica e indivisibile», ma non per la comunità internazionale.
Agendo unilateralmente – Trump ha creato una spaccatura con l’Europa – con cui è ai ferri corti su altri dossier bollenti come il nucleare iraniano. E in misura maggiore rischia di compromettere le relazioni degli Usa con i paesi arabi alleati.
Sembra che Trump voglia approfondire la linea di discontinuità con la politica di Barack Obama. Durante il mandato di Obama le relazioni tra Israele e Stati Uniti non erano mai cadute così in basso. Lo stesso si può dire delle già controverse relazioni con l’Arabia Saudita. Trump ha fatto il contrario. Ora è intenzionato ad andare dritto per la sua strada. Ma le sue strategie diplomatiche non sono mai state una linea retta. Piuttosto un percorso fatto di frettolose e clamorose dichiarazioni, di parziali smentite, di arresti. Quando si affronta il tema Gerusalemme occorre però procedere con estrema cautela. La storia lo insegna. (Roberto Bongiorni)

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