IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE quest’anno è dedicato ai LUPI, con un brano che vi proponiamo di JACK LONDON da “IL RICHIAMO DELLA FORESTA” – E poi parliamo della bella notizia del ritorno dopo un centinaio di anni nelle Alpi e negli Appennini dei LUPI, e come poter convivere con loro

Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)

Il cane BUCK incontra i LUPI, sente il RICHIAMO DELLA FORESTA e, ormai solo, si unisce a loro, diventandone il capo branco (brano parte finale del romanzo di JACK LONDON)
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“….Venne la notte, e la luna piena si levò alta sopra gli alberi nel cielo, illuminando la landa, finché essa giacque immersa in una luce spettrale. E con l’arrivo della notte, meditando e gemendo vicino allo stagno, Buck sentì l’animazione della nuova vita nella foresta, diversa da quella che avevano creato gli Yeehats. Si alzò, ascoltando e annusando. Da lontano proveniva un debole, acuto guaito, seguito da un coro di simili acuti guaiti. A poco a poco i guaiti si fecero più vicini e più forti. Di nuovo Buck li riconobbe come suoni uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si diresse al centro del luogo aperto e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo fatto di molte note, che risuonava più alettante e imperioso che mai. E più che mai egli era pronto a obbedire. John Thorton era morto. L’ultimo legame era spezzato. L’uomo e i diritti dell’uomo non lo vincolavano più. Cacciando il loro cibo vivente, come lo cacciavano gli Yeehats, al fianco degli alci che migravano, il branco di lupi alla fine aveva attraversato il valico della landa dei corsi d’acqua e dei boschi e aveva invaso la valle di Buck. Nella radura inondata dal chiarore della luna essi si riversarono come un fiume d’argento; e al centro della radura stava Buck, immobile come una statua, aspettando il loro arrivo.
Erano intimoriti, tanto immobile e grande egli si ergeva, e vi fu un attimo di pausa, finché il più audace balzò dritto contro di lui. Come un lampo Buck colpì, rompendogli il collo. Poi si fermò, immobile come prima, mentre il lupo colpito rotolava agonizzante dietro di lui. Altri tre fecero il tentativo, in rapida successione; e uno dopo l’altro si ritirarono, perdendo fiumi di sangue dalla gola o dalla spalla squarciate.
Ciò fu sufficiente a far scattare in avanti l’intero branco, alla rinfusa, accalcato insieme, ostacolato e confuso dal desiderio stesso di abbattere la preda. La meravigliosa rapidità e agilità di Buck lo misero in una posizione di vantaggio. Ruotando sulle zampe posteriori, mordendo e lacerando, era ovunque nello stesso istante, presentandosi apparentemente illeso, tanto rapidamente roteava e stava in guardia da una parte all’altra. Tuttavia, per evitare che essi lo attaccassero da dietro, fu costretto a indietreggiare, oltre lo stagno e nel letto del torrente, finché si fermò contro un alto mucchio di ghiaia. Fece in modo di dirigersi verso un angolo retto del mucchio che gli uomini avevano formato nel corso degli scavi, e si collocò nell’incavatura di quest’angolo, protetto su tre lati, in modo da doversi difendere solo di fronte.
E fronteggiò così bene la situazione, che dopo mezz’ora i lupi si ritirarono sconfitti. Avevano tutti la lingua penzoloni, e le bianche zanne si mostravano in tutto il loro crudele biancore alla luce della luna. Alcuni erano sdraiati con la testa ritta e le orecchie tese; altri stavano in piedi, osservandolo; e altri ancora leccavano acqua dallo stagno. Un lupo, lungo, magro e grigio, si fece avanti con cautela, in modo amichevole, e Buck riconobbe il fratello selvaggio con il quale aveva corso per una notte e un giorno. Mugolava piano, e, quando Buck mugolò, si toccarono il naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e coperto di cicatrici, avanzò. Buck contrasse le labbra preparandosi a ringhiare, ma lo annusò naso contro naso. Dopo di che il vecchio lupo si sedette, puntò il naso verso la luna e lanciò il lungo ululato dei lupi. Gli altri si sedettero e ulularono. E ora il richiamo giungeva a Buck in accenti inequivocabili. Anch’egli si sedette e ululò. Poi uscì dal suo angolo e il branco gli si affollò attorno annusandolo in modo per metà amichevole e per metà selvaggio. I capi innalzarono l’uggiolio del branco e si lanciarono nei boschi. I lupi balzarono dietro, uggiolando in coro. E Buck corse con loro, fianco a fianco col fratello selvaggio, uggiolando mentre correva.
E qui può ben terminare la storia di Buck. Non erano trascorsi molti anni quando gli Yeehats notarono un cambiamento nella razza dei lupi della foresta; infatti se ne vedevano alcuni con chiazze scure sulla testa e sul muso, e con una striscia bianca in mezzo al petto.
Ma cosa ancora più notevole, gli Yeehats raccontano di un Cane Fantasma che corre alla testa del branco. Essi hanno paura del Cane Fantasma, poiché ha un’astuzia più grande della loro, e ruba nei loro accampamenti nei rigidi inverni, saccheggia le loro trappole, ammazza i loro cani e sfida i loro più coraggiosi cacciatori.
Anzi, la storia volge in peggio. Ci sono cacciatori che non ritornano più all’accampamento, e alcuni di loro sono stati trovati dagli uomini della tribù con la gola crudelmente squarciata e con impronte di lupo nella neve intorno a loro più grandi delle impronte di qualsiasi lupo.
Ogni autunno, quando gli Yeehats seguono il movimento degli alci, c’è una certa valle nella quale non entrano mai. E ci sono donne che si rattristano quando, intorno al fuoco, si narra di come lo Spirito del Male venne a scegliere quella valle come dimora.
In estate, tuttavia, c’è un visitatore in quella valle, del quale gli Yeehats non sono a conoscenza. E’ un grande lupo dalla splendida pelliccia, simile, eppure diverso da tutti gli altri lupi. Attraversa solitario il valico dalla ridente landa dei boschi e scende nel luogo aperto tra gli alberi.
Qui un ruscello giallo scaturisce da sacchi di pelle di alce in putrefazione, e scende nella terra; in esso crescono alte erbe, ed è pieno di terra vegetale, che protegge dal sole il suo giallo; e qui egli si sofferma per un po’ a meditare, lanciando un lungo e lugubre ululato prima di andarsene. Ma non è sempre solo. Quando sopraggiungono le lunghe notti invernali e i lupi seguono il loro cibo vivente nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nel pallido chiarore lunare e nella fioca luce boreale, balzando gigantesco tra i suoi compagni, con la grande gola spalancata mentre emette l’ululato del mondo primitivo, che è il richiamo del branco”. (Jack London, “Il richiamo della foresta”)
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IL RICHIAMO DELLA FORESTA: RIASSUNTO DEL ROMANZO

Il libro si apre con le vicissitudini di Buck, che trascorre la sua vita in modo sereno e spensierato, nell’agiata dimora presso la villa del giudice Miller. Ci troviamo in California, a Santa Clara Valley. La sua vita trascorre felice ma anche monotona fino a quando, un bel giorno, il giardiniere di nome Manuel lo rapisce per venderlo ai commercianti di cani.
Il giardiniere lo rapisce poiché viene a conoscenza che nella regione del Klondike, in Canada, cresce la domanda di cani forti in grado di tirare le slitte, tutto ciò dovuto alla smania frenetica della “febbre dell’oro” a causa della scoperta di molti giacimenti in quella zona. Per questo motivo decide di vendere il povero Buck. Da lì in poi, la vita di Buck cambia drasticamente.

JACK LONDON

Il viaggio di Buck
Il malefico giardiniere vende il cane ad un uomo tutt’altro che gentile che lo spedisce su un vagone merci diretto a San Francisco. Successivamente, Buck viene affidato alle mani di altri commercianti di cani che lo trasferiscono, sempre via treno, fino a Seattle. Al suo arrivo, Buck viene preso in custodia e imprigionato da un uomo spietato che, in una sorta di magazzino, lo costringe ad ubbidire ai suoi ordini sotto i colpi di bastone infertigli.
Poi, il viaggio del povero Buck prosegue fino a nord, su nel Canada, per arrivare nel Klondike. In questo viaggio si trova insieme ad altri cani, tra cui la cagnetta di nome Curly. Buck, arrivato alla fine del viaggio, si trova ad affrontare tutte le drastiche problematiche che questo nuovo compito e il clima rigido gli propongono.
La situazione precipita quando la muta di cani appena sbarcata viene assalita da altri cani inferociti. Ad avere la peggio è l’amica cagnetta Curly, che viene uccisa da un cane di nome Spitz. Buck è sconvolto dalla scena a cui assiste impotente. Ma ciò che è accaduto fa scattare in lui l’istinto di sopravvivenza. Buck si ripromette di non farsi mai più schiacciare da nessuno e di far di tutto per portare sempre in salvo il suo “pelo”.

Il freddo e le difficoltà 

Nel frattempo, Buck viene affidato a due postini che lavorano per il governo canadese che si chiamano Francois e Perrault. Viene impiegato come cane da slitta. Inizialmente, ha qualche difficoltà ad adattarsi alla nuova vita ma, in seguito, scopre di amare questa vita selvatica da cane da slitta, che gli fa conoscere solo “la legge della mazza e della zanna”.
Nel tempo, Buck impara a lottare contro gli avversari più temibili, procurandosi da solo il cibo e dormendo perfino sotto la neve nelle gelide notti invernali. Tra Buck e Spitz, il cane guida della squadra, si sviluppa sin da subito una violenta rivalità, che sfocia ben presto in un duello.
Ad avere la meglio è Buck che uccide Spitz. Buck prende il suo posto come cane guida del gruppo. Grazie a lui il gruppo ottiene sempre dei tempi di percorrenza ottimi. La situazione prende una brutta piega quando, durante un viaggio, uno dei cani della sua muta si ammala e il conducente della slitta purtroppo si vede costretto a porre fine alla sua vita. I cani, essendo uno di meno, sono sempre più stanchi e stremati poiché costretti a trasportare carichi molto pesanti e per lunghi tragitti.
Gli ultimi padroni
I due postini decidono allora di riaffidare i cani, tra cui Buck, a un gruppo di cacciatori d’oro americani. I loro nomi sono Charles e Mercedes. Anche loro tuttavia si rivelano non all’altezza nel gestire la situazione. I due partono per il loro viaggio sovraccaricando troppo la slitta. Ogni volta che la muta rallenta, continuano a percuotere i cani con le loro bastonate.
Avendo pianificato nel peggiore dei modi il loro viaggio, a metà percorso, si trovano con il cibo per i poveri animali che inizia a scarseggiare. Ad un certo punto le scorte di cibo terminano. Solo cinque cani su quattordici riescono ad arrivare fino al campo di John Thorton. A peggiorare ulteriormente e drasticamente la situazione ci pensa il ghiaccio. L’insidia del ghiaccio a un certo punto, risucchia uomini e animali.
Il povero Buck viene salvato dal cercatore d’oro John Thorton. Buck ricambierà il favore salvando più volte l’uomo da morte certa. Buck così diventa il cane di Thorton. Avvincente l’episodio in cui Buck fa vincere al padrone un premio in denaro della cifra di 1600 dollari. Buck riesce a tirare da solo una slitta con un carico di mille libbre.
Finale
Buck e il suo padrone si recano ad Est, alla ricerca di una miniera abbandonata ai margini di una foresta. Qui, Buck inizia a sentire “il richiamo della foresta“. Decide di allontanarsi dal campo base di Thorton per dirigersi verso la foresta. Al suo ritorno all’accampamento, scopre che il suo padrone, insieme ad altri compagni, è stato ucciso da degli indiani Yeehats. A questo punto, il prode Buck, cerca la sua vendetta e uccide gli indiani Yeehats che avevano commesso quel terribile crimine.
Buck, ormai solo, decide di trascorrere i giorni che gli rimarranno da vivere nella foresta. Si unisce così a un branco di lupi, di cui in breve tempo diventa il capo branco.

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un lupo fotografato in Lessinia – “Il lupo è un predatore quasi puro e nella caccia, specialmente quando si tratta di selvaggina grossa, deve poter contare sulla solidarietà dei compagni di branco. Per soddisfare le sue notevoli esigenze alimentari un branco di lupi è costretto a superare grandi distanze. Durante queste migrazioni deve mantenersi ben compatto per poter sopraffare le prede più grosse. Una rigida organizzazione sociale, una perfetta ubbidienza al capo del branco e una assoluta solidarietà nella lotta contro gli animali più pericolosi sono le condizioni preliminari per il successo nella precaria esistenza dei lupi. (KONRAD LORENZ)”

I LUPI CHE RITORNANO (e altri animali selvatici): l’antropizzazione delle montagne non restituisce gli spazi che erano loro – COME AFFRONTARE I CONFLITTI con la fauna selvatica – Dalle protezioni per gli animali domestici, ai corridoi di tutela, a ogni coesistenza pacifica, con un turismo e allevamenti eco-compatibili

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   Il ritorno del lupo in regioni da cui era scomparso da secoli sta provocando preoccupazioni e proteste da parte delle comunità locali, allarmate per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico. La presenza di popolazioni di lupo e di altre specie di grandi carnivori (orso bruno, lince) in aree antropizzate in Europa ed in Italia, è da sempre causa di conflitti con le attività produttive, agricole e zootecniche.
Le razzie di bestiame che a volte accadono si motivano da un pascolo fatto libero, e dove spesso anche di notte gli animali dormano fuori dei recinti, delle stalle. Le mandrie e le pecore che vengono sbranate dai lupi sono sempre isolate, quando sono assalite. In stalla invece rumore di zoccoli e di muggiti non fa passare inosservata nessuna razzìa.

PASTORI MAREMMANI PER COMBATTERE LE RAZZIE DEI LUPI. La Regione Veneto ha completato la consegna delle quattro coppie di maremmano-abruzzesi promesse agli allevatori dell’Alpago, del Col Visentin, della Pedemontana del Grappa e della Lessinia orientale

I lupi, presi singolarmente, hanno timore dell’uomo, del traffico, di tutto ciò che turba la loro tranquillità. Forse sarà da capire come comportarsi con il branco. Ma è evento assai raro (rarissimo) che possa accadere un incontro. Paura atavica e ancestrale la nostra… Come negare il loro spazio in montagna visto che fino più o meno a un secolo fa, i lupi abitavano regolarmente le Alpi e gli Appennini, ne erano i padroni di questi luoghi?
Le varie regioni italiane hanno atteggiamenti ambivalenti e ben diversi rispetto alla presenza del lupo, e ai modi di convivenza che si possono trovare con gli allevamenti di montagna e i pascoli. Ad esempio la Regione Veneto dà recinti elettrificati, pastori maremmani in difesa delle greggi e l’indennizzo al 100% del bestiame ferito o lasciato morto sul terreno, ma, sotto la spinta e le pressioni delle popolazioni locali di montagna, sta avendo un atteggiamento sempre più contrario alla presenza del lupo. Poi non è detto che qualcuno non cerchi di innescare un circolo economico virtuoso usando i lupi: indennizzi, possibilità di abbattere qualche capo….

MAPPA PRESENZA DEI LUPI SULLE ALPI – Attualmente in Veneto ci sono tra i 14 e i 16 esemplari stabili, distribuiti in due branchi (quello “storico” della LESSINIA e quello di più recente insediamento di ASIAGO) e due coppie (sul massiccio del Grappa e in Valbelluna), al netto delle nuove cucciolate del 2017

La cosa è seria e ci sono ragioni serie che meritano soluzioni confacenti. Ad esempio ci possono essere problemi circa il futuro del turismo in montagna (quale turismo?), dell’antropizzazione (giunta nelle nostre montagne spesso a livelli molto alti, specie con le seconde case…).
E, tornando al Veneto, dal luglio scorso la giunta regionale, su proposta dell’assessore all’agricoltura e alla caccia, ha approvato il progetto per un piano di gestione del lupo, che contempla la proposta di interventi in deroga al regime di protezione imposto dalla Direttiva europea Habitat (di questa direttiva e altre norme ne parliamo qui di seguito nel primo articolo), al fine di ridurre, attraverso l’intervento sui lupi presenti nelle aree a maggiore vocazione zootecnica e turistica, il forte conflitto sociale in atto. Concretamente il Veneto prevede: a) la cattura ai fini di successiva captivazione permanente in struttura idonea (recinto) da individuare/costruire ex novo e la sterilizzazione degli esemplari catturati; b) la cattura ai fini di successiva traslocazione in altro sito idoneo non interessato da rilevante attività di allevamento zootecnico. Cioè: alcuni lupi finiranno in gabbia, dopo essere stati sterilizzati. Altri saranno trasferiti lontano dalla presenza umana e radiocollarati, per verificare che non scendano a valle. Pertanto il Veneto e il suo Assessorato preposto (all’agricoltura e alla caccia), dichiarano apertamente di non riuscire a garantire la convivenza delle economie di montagna con il lupo e iniziano una politica di effettiva eliminazione. Con la fine pertanto della politica (europea) di ripopolamento.

DISTRIBUZIONE DEI LUPI IN EUROPA – LUPO, LINCE e ORSO sono oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale: sono inseriti nell’allegato 2 della Convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette”), negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della convenzione di Washington (CITES) e nell’art. 2 della legge nazionale 157/92 (“specie particolarmente protette”)

La presenza di animali selvatici che sono tornati (oltre al lupo, la lince, l’orso, e poi quelli di sempre come la volpe), mette in evidenza l’eccessiva antropizzazione della montagna… è così che gli animali selvatici pongono un problema “umano”, se si vuole politico, urbanistico: non può andar bene che tutti i luoghi della montagna siano abitati o frequentati. E’ allora da chiedersi se esiste la possibilità che anche aree montuose alpine o appenniniche ritrovino “spazi di libertà” oltre la presenza umana: luoghi solo per gli animali, che garantiscano così una convivenza pacifica…. Un massiccio sistema di corridoi, interconnessi tra loro, regionali e interregionali, per la fauna selvatica, in modo da “dividerla” rispetto alle popolazioni umane (e così garantendo la coesistenza pacifica).

In TRENTINO nel luglio scorso c’è stato l’abbattimento di KJ2, l’ORSA che si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento. Decisione assai contestata

Sennò si può convivere lo stesso con greggi, mandrie etc…basta che ci siano recinti attrezzati, stalle, per la notte…ora, come prima dicevamo, quasi sempre capita che i malgari non fanno rientrare mucche e altri animali in stalla o recinti, e questi nelle ore notturne sono, dormono, in zone isolate, isolati tra loro…ovvio che possono essere attaccati, diventare preda di animali selvatici….

VOLPE IN CITTA’, FATTO ORAMAI USUALE

Come pretendere che nella giungla non ci siano i serpenti e nella savana non ci siano i leoni? La natura ha i propri equilibri, e la nostra presenza umana deve rispettare anche gli animali selvatici che sempre vi sono stati in quei luoghi. Si riuscirà a fare questo? (s.m.)

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PROGETTO LIFE WOLFALPS (life12 nat/it/000807) – Titolo del progetto: WOLF IN THE ALPS: IMPLEMENTATION OF COORDINATED WOLF CONSERVATION ACTIONS IN CORE AREAS AND BEYOND – Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle aree chiave e sull’intero arco alpino – Acronimo: LIFE WOLFALPS – Durata: Data inizio: 01/09/2013. Data fine: 31/05/2018 – Importo: Totale budget di progetto: 6.100.454 Euro – Contributo finanziario europeo: 4.174.309 Euro – Il progetto LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità”, ha l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo. Il progetto interviene in SETTE AREE CHIAVE, individuate in quanto particolarmente importanti per la presenza della specie e/o perché determinanti per la sua diffusione nell’intero ecosistema alpino. Tra gli obiettivi di LIFE WOLFALPS c’è l’individuazione di strategie funzionali ad assicurare una CONVIVENZA STABILE tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori dove il lupo è già presente da tempo, sia nelle zone in cui il processo di naturale ricolonizzazione è attualmente in corso. Il progetto si concretizza grazie al lavoro congiunto di dieci partner italiani, due partner sloveni e numerosi enti sostenitori: tutti insieme, formano un gruppo di lavoro internazionale, indispensabile per avviare una forma di GESTIONE COORDINATA della popolazione di lupo su scala alpina. Oltre al MONITORAGGIO, tra le attività previste dal progetto vi sono misure di PREVENZIONE degli attacchi da lupo sugli animali domestici, azioni per contrastare il BRACCONAGGIO e strategie di CONTROLLO DELL’IBRIDAZIONE lupo-cane, necessarie per mantenere a lungo termine la diversità genetica della popolazione alpina di lupo. Altri interventi importanti riguardano infine la COMUNICAZIONE, necessaria per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e incentivare la tolleranza nei confronti del lupo, così da garantire la conservazione di questo importante animale sull’intero arco alpino. (da http://www.lifewolfalps.eu/il-progetto-in-breve/ )

IL LUPO: STRATEGIE DI CONVIVENZA E GESTIONE DEI CONFLITTI

– opuscolo edito dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) Laboratorio di genetica, e Regione Emilia-Romagna, Servizio Territorio Rurale e Attività Faunistico-Venatorie –
Introduzione
I grandi carnivori sono spesso utilizzati come specie focali (specie indicatrici, specie ombrello) nelle strategie di conservazione. Infatti, necessitano di habitat naturali, ampi e continui o fortemente connessi tra loro, caratterizzati da una ricca e diversificata comunità di specie preda. Di conseguenza la tutela dei grandi carnivori agisce positivamente sulla biodiversità complessiva, favorendo il mantenimento di corridoi ecologici di cui beneficiano molte altre specie (Huber et al., 2002). Tuttavia, la presenza di popolazioni di lupo e di altre specie di grandi carnivori (orso bruno, lince) in aree antropizzate in Europa ed in Italia, è da sempre causa di conflitti con le attività produttive, agricole e zootecniche.
IL RITORNO DEL LUPO in regioni da cui era scomparso da secoli ha provocato preoccupazione e proteste da parte delle comunità locali, allarmate per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico.
Nei territori montani italiani la presenza di una numerosa e diversificata comunità di ungulati selvatici, prede naturali dei grandi carnivori, ha permesso la naturale espansione degli areali dei predatori che per cibarsi operano cercando di ottimizzare il bilancio energetico costi-benefici, per cui attaccano prede che a parità di energia fornita necessitano del minor dispendio energetico. Quindi, le prede più comuni sono animali debilitati, malati, giovani, oppure animali che per le loro caratteristiche comportamentali (anche indotte) possono essere facilmente predati. E’ il caso degli animali domestici (capre, pecore, vacche e cavalli) che, vivendo a contatto con l’uomo e non avendo da tempo sperimentato le aggressioni dei predatori, hanno perso, in parte, i meccanismi comportamentali di difesa.
L’impatto socio-economico di questi eventi è spesso sopravvalutato; tuttavia, se amplificati dalla stampa e dai mass-media, generano apprensione nell’opinione pubblica con possibili conseguenze negative per la conservazione della fauna selvatica.
In primo luogo, nella mentalità di parte dell’opinione pubblica talvolta permane una forte avversione verso i predatori, creatasi attraverso una trasmissione culturale negativa non più mitigata dall’esperienza diretta, derivante dalla convivenza tra uomo e predatori nello stesso ambiente. In questo modo, la fama di animali feroci e di voraci predatori può essere esaltata perché non vi è stato più alcun riscontro con la realtà.
In secondo luogo, l’assenza dei grandi predatori dall’Appennino settentrionale ha fatto sì che non siano più adottati i tradizionali e sperimentati metodi di prevenzione dei danni all’allevamento del bestiame e che la zootecnia evolvesse sempre più verso forme d’allevamento allo stato brado, con scarso controllo dei capi allevati, più economiche e remunerative.
In alcune situazioni anche i cacciatori ritengono che il lupo, predando ungulati selvatici, possa limitare la disponibilità di selvaggina. L’incremento delle popolazioni di ungulati selvatici, avvenuto negli ultimi decenni, ha creato un marcato interesse per l’attività venatoria di queste specie, esasperando i timori che i predatori di grandi erbivori possano entrare in competizione con l’uomo cacciatore.
Poiché il lupo si sta espandendo in gran parte dell’Appennino e delle Alpi occidentali, ricolonizzando il suo areale storico di distribuzione, i conflitti con le comunità rurali sono molto probabilmente destinati ad aumentare. Tuttavia, se da una parte il ritorno dei grandi carnivori nel territorio nazionale può destare perplessità e preoccupazioni per l’impatto sulla zootecnia e sull’attività venatoria, in un’altra ottica la loro presenza può diventare un’attrattiva e una risorsa per incrementare forme di turismo naturalistico, attualmente poco sviluppate, e per l’educazione del pubblico alla fruizione sostenibile dell’ambiente naturale.
D’altra parte il lupo è specie strettamente protetta dalle normative comunitarie e nazionali. È quindi responsabilità dei governi centrali e delle amministrazioni locali elaborare adeguati piani di conservazione ed attuare politiche di gestione che consentano di garantire la persistenza di popolazioni vitali di lupo, minimizzando contemporaneamente i conflitti con le attività produttive.
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Lupo, lince e orso sono oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale: sono inseriti nell’allegato 2 della Convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette”), negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della convenzione di Washington (CITES) e nell’art. 2 della legge nazionale 157/92 (“specie particolarmente protette”).
Le scelte strategiche e gli obiettivi generali dei piani di conservazione, definiti a livello europeo, devono essere rispettate nei piani di gestione e negli strumenti applicativi definiti dai governi nazionali e dalle amministrazioni regionali. Per evitare che la persecuzione da parte dell’uomo diventi un fattore limitante per la conservazione e sopravvivenza delle specie occorre una legislazione adeguata seguita da una efficace applicazione della normativa. Se questa assume la forma di protezione o prelievo regolamentato, il processo di gestione dei carnivori porta beneficio anche alle esigenze delle altre specie. (…………) (per continuare vedi: http://www.anagrafecaninarer.it/acrer/Portals/0/files/Il%20lupo%20in%20Emilia-Romagna.%20Strategia%20di%20convivenza%20e%20gestione%20dei%20conflitti.pdf

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IL VENETO BLOCCA IL PIANO PER RIPORTARE I LUPI SU PREALPI E DOLOMITI
da http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/ del 26/8/2017
«Al lupo! Al lupo!» grida il Veneto che vuole scappare dal progetto europeo Life Wolfalps. Un piano che i lupi doveva riportarli su Prealpi e Dolomiti, proteggerli e magari anche sfruttarli come risorsa turistica. Il consiglio regionale invece ha affidato alla giunta il mandato per innestare la retromarcia.
Le stime ufficiali dicono che ci sono 14 lupi in tutto il Veneto, concentrati nella zona della Lessinia (provincia di Verona) ma i numeri faticano a tornare. Oltre al branco storico e censito in Veneto i tecnici della Regione hanno comunicato la presenza di un nuovo branco nell’Altopiano di Asiago e altre due coppie tra la Valbelluna e il Montegrappa.
La selvaggina o gli animali d’allevamento predati sono numerosi e i danni provocati dai lupi sono stati segnalati anche a centinaia di chilometri dall’area in cui il primo branco è stato censito. Da Vicenza fino a Belluno sono ormai quotidiani i report degli allevatori costretti a fare i conti con le perdite dei propri capi di bestiame. Il lupo è del resto un animale molto mobile, capace di coprire grandi distanze nell’arco di poco tempo. Una circostanza che complica, e non di poco, stime e censimenti. Insomma a questo punto servono numeri più precisi e la Regione ha deciso di intervenire con nuovi fondi.
Quello che appare probabile è che in Veneto il lupo non avrà vita semplice e difficilmente potrà raggiungere i numeri del resto d’Italia (in Toscana sono 300, almeno 2000 in tutta Italia). Nei sentieri della Prima guerra mondiale, tra Cima Grappa e l’Altopiano di Asiago, i lupi non si vedevano da decenni: un ritorno che ha colto più di qualcuno di sorpresa. Contrapponendo all’entusiasmo degli amanti della natura, prese di posizioni decise da parte di allevatori e di chi vive in montagna e ora teme di imbattersi nel lupo.
L’ultimo assalto in ordine di tempo è andato a segno la notte scorsa sul Col Visentin, al confine tra Belluno e Treviso. Il bilancio è di almeno dieci pecore morte, alle quali vanno sommate quelle ferite e quelle disperse, per un totale che sfiora i cento animali. Nell’altopiano di Asiago il lupo è anche riuscito a cacciare le pecore rinchiuse nel recinto elettrificato, tanto da spingere i residenti a parlare di situazione fuori controllo. Poche settimane prima, un lupo aveva invece azzannato una pecora sotto gli occhi dell’allevatore che accompagnava il gregge nel recinto.
«La pressione demografica del lupo sui nostri altopiani è un problema reale – ha spiegato il presidente della Regione Luca Zaia dopo la decisione del consiglio – vorremo capire quali sono le misure di contenimento che possiamo adottare visto che non è una specie cacciabile. Ogni notte ci sono aggressioni a pecore e ad altri animali che hanno pari diritto di vivere».
Così il Veneto, che sul progetto Wolfalps ha già investito 130 mila euro ottenendone 430 mila dalla Comunità europea, valuta di uscire dal piano di tutela. A fare pressing per primo è stato Sergio Berlato, un punto di riferimento per le doppiette venete e consigliere regionale di Fratelli D’Italia. Dopo aver ironizzato sottolineando che «non è possibile installare dei distributori automatici di preservativi per lupi» rispondendo a chi suggeriva di procedere con le sterilizzazione, ha proposto alla Regione l’uscita dal progetto europeo. Una decisione che ha diviso il palazzo in riva al Canal Grande. Non la gente di montagna che, probabilmente anche a causa di qualche ritardo nelle forniture dei recinti elettrificati e degli indennizzi, ora si dice esasperata. Rabbia e frustrazione degli allevatori a parte, contenere i danni dei lupi sembra un’impresa ardua. Spostarli altrove vorrebbe dire, probabilmente, alterare qualche altro ecosistema. Il progetto scade a primavera del 2018. Trovare una soluzione nei prossimi nove mesi sembra tutt’altro che semplice. Nel dubbio, davanti al lupo, il Veneto ha deciso che è meglio scappare.

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VENETO
OTTO CANI PASTORI PER COMBATTERE LE RAZZIE DEI LUPI
di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 19/12/2017
– Cuccioli di maremmano-abruzzese consegnati dalla Regione a quattro allevatori del Nevegal, del Cansiglio e del Grappa –
BELLUNO. I lupi della montagna veneta, molto attivi soprattutto sulle Prealpi tra le province di Treviso e Belluno, stiano alla larga dai maremmani-abruzzesi. I primi due cani pastori si stanno già addestrando, in un ovile di 600 pecore, a Pianon, vicino a Tambre. Sono due cuccioli.
«Il maschio ha 6 mesi, la femmina 8», racconta Franco Pianon, allevatore del Cansiglio. «Stanno prendendo le ‘misure’ di pecore, capre ed agnelli. Le annusano, si fanno una precisa idea di chi devono difendere, non saranno distratti da altri animali, in modo da essere pronti a cacciare chi non riconoscono».
Nella tarda primavera parte la loro campagna. Che non sarà soltanto contro il lupo, ma anche i cani randagi e le volpi, oltre che contro i cervi ed, eventualmente, gli orsi che dovessero affacciarsi nei pascoli dell’Alpago e del Cansiglio. Sono 2.500 gli ovini in valle, mezza dozzina di grandi allevamenti, una decina di piccoli. Alex Gava, di Godega Sant’Urbano, ne ha uno di 100 pecore in Val Menera (Cansiglio), con decine di vittime in ripetuti attacchi, prima dell’orso, poi dei randagi e infine dei lupi. Dal Monte Grappa al Cansiglio, passando per il Col Visentin, tra il Nevegal e Vittorio Veneto, e poi salendo fino ai piedi del sella, le spedizioni delle specie notturne si stanno moltiplicando.
La Regione ha completato la consegna delle quattro coppie di maremmano-abruzzesi promesse agli allevatori dell’Alpago, del Col Visentin, della Pedemontana del Grappa e della Lessinia orientale. La consegna degli otto cani da guardia è avvenuta sulla base di un’accurata selezione da parte di veterinari esperti che hanno individuato le aziende più idonee a garantire l’utilità e il benessere e degli animali. «Il pastore maremmano-abruzzese è un cane intelligente ed equilibrato», informano gli esperti della Regione, «ben socializzato con le persone affinché, pur mantenendo un alto istinto di protezione verso gli animali del gregge, non manifesti aggressività nei confronti dell’uomo. È però importante che chi lo avvicina adotti comportamenti corretti, come illustrato nei cartelli di segnalazione, in dotazione agli allevatori che li esporranno nei pressi delle aree di presenza delle greggi protette dai cani».
Ed ecco alcune norme precauzionali: è sconsigliato avvicinarsi troppo, i ciclisti devono scendere dalla bici, chi passeggia con il proprio cane lo deve tenere al guinzaglio. «La razza maremmano-abruzzese, geneticamente selezionata per fronteggiare assalti e predazioni del lupo, è uno dei migliori presidi di difesa per greggi e armenti», sottolinea l’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan. «Con la consegna degli otto cani pastore, salgono a 13 gli esemplari da guardia consegnati agli allevatori delle zone montane del Veneto grazie ai fondi del progetto europeo Life WolfAlps».
Oltre ai cani pastore, quest’anno la Regione ha consegnato 160 recinti elettrificati e pagato indennizzi agli allevatori colpiti da predazioni per oltre 130 mila euro. (Francesco Dal Mas)

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I LUPI SENZA LEGGE SUL GRAPPA: «POSSONO SCENDERE A VALLE»
di Toni Frigo, da “la Tribuna di Treviso” del 10/12/2017
– Allevatori e cacciatori contro animalisti. «Sono un pericolo». «No, impossibile» –
CRESPANO. «Mi sa che i politici si sono ritrovati in ritardo sui fatti. Ora, se viene una grande nevicata, i lupi del Grappa, a corto di prede, scenderanno più a valle e non è davvero il caso di stare tranquilli. Io non dico che di lupi bisogni ammazzarli, ma almeno li spostino. Qui non è questione di volergli male: se devo voler bene agli animali, preferisco le mie mucche, che mi danno da vivere. I lupi sono pericolosi: mettiamo che in montagna venga una nevicata come quella del 2014: dove andranno in cerca di qualcosa da mangiare i 20/30 lupi che circolano tra le province di Vicenza, Treviso e Belluno? Se scendono in Pedemontana, c’è poco da stare tranquilli: hai un bel fare l’animalista con un lupo affamato. E attenti: questi non sono quelli da 25, 30 chili. Questi sono in grado di lottare con qualsiasi animale», diceva tempo fa Isidoro Andreatta, azienda agricola a Fietta. Era stato vittima dei lupi del Grappa, gli avevano sbranato una mucca come all’amico Gianni Raccanello e altre due, in zona, erano scomparse. Oggi rincara: «Mi porrò di nuovo il problema la prossima estate, quando ripartirà all’alpeggio. Chissà che intanto scendano fino a Treviso e che mordano il sedere a qualcuno di quelli che minimizzano. Io mi sono stancato di ragionare con i politici, si arrangi il mio amico Gianni Raccanello, che ha avuto anche lui una vacca mangiata e va a dir la sua ai tavoli regionali. Ma anche lui mi è parso sconsolato, recentemente».
Quelle sui lupi in Grappa (che potrebbero essere arrivati dalla Lessinia o dal Col Visentin) sono due scuole di pensiero ben distinte. E si rischia davvero di fare come quando, ragazzini, si parteggiava senza cognizione di causa per i cow boys contro gli indiani. Da un lato gli allevatori e i cacciatori, che demonizzano (“al lupo al lupo”), ognuno per le proprie ragioni. I primi perché toccati in stalla, ovvero nella loro “cassa” e cui non basta bussare a risarcimenti della Regione, i secondi perché derubati delle prede e non contrari ad aggiungere una fiera carnivora alla loro collezione di trofei.
Dall’altra parte gli animalisti e gli appassionati “amici del lupo”, ovvero coloro che avevano festeggiato quando la Regione aveva, seguendo l’operazione Wolf della Ue, favorito la ripopolazione delle nostre montagne con i selvaggi canidi, nuova attrattiva per un massiccio che tutto sommato, non ci fossero le celebrazioni del centenario della Grande Guerra, stenterebbe ad attirare l’attenzione .
«Tutto questo allarme per sei esemplari? Sei sono, e chi dice che sono più grossi del normale racconta una storia, perché io li ho anche incontrati e sono normali, 25-30 chili l’uno. Certo, hanno imparato a cacciare insieme: solo così possono aver ragione di bestie selvatiche grosse come i mufloni», dice Fabrizio Stona, che dei lupi del Grappa si confessa tifoso.
«Quanto al timore di vederli scendere dalla montagna con le grosse nevicate, è un’altra storia: scendono i mufloni o i tassi? No. E non scendono nemmeno, se non di un chilometro, i lupi. Che, presi singolarmente, hanno timore dell’uomo, del traffico, di tutto ciò che turba la loro tranquillità. Certo, capisco che qualche allevatore di notte si svegli con il terrore di trovarseli in stalla, con quel che costa una manza da due o tre quintali. Ma non è né probabile né possibile. Quelle che sono state sbranate erano isolate quando sono state assalite. In stalla c’è un bel trapestio di zoccoli e di muggiti. Quanto ai cacciatori, capisco la loro ansia di vendicare quelle che sarebbero state loro prede, ma non è il caso di oliare e pulire i fucili: non saranno certo questi a tenere i lupi lontani dai centro abitati: i lupi non vengono a cercarsi le rogne».
«Erano arrivati in due, due maschi alfa, ma poi in poco tempo si sono moltiplicati – dice Pierino Alessi, presidente mandamentale dei cacciatori dei paesi della Pedemontana del Grappa, che due settimane fa ha anche convocato i sindaci sul tema – Non credo siano cresciuti perché hanno figliato. dev’essere successa qualche altra cosa. Adesso mangiano di tutto: hanno cominciato con la selvaggina, i tassi, i caprioli, i mufloni, ma poi hanno imparato a cacciare in gruppo e così sono diventati pericolosi anche per animali molto più grandi di loro. Inoltre è difficile scovarli, anche se personalmente mi è capitato di vederli più di una volta».
Ecco: chi li ha visti? E soprattutto chi li ha visti assalire una mucca? Nessuno. A testimoniare questi assalti sono solo le carcasse. «Diciamo lupi ma non sappiamo quanti lo siano – chiarisce ancora il capo dei cacciatori, Pierino Alessi – Sulla montagna da anni vivono anche cani selvatici che si sono incrociati probabilmente con i lupi. Non è una novità. E ne esce una selezione astuta e forte fisicamente».
«Ma certo non può essere che una coppia di lupi – due coppie sono quelle segnalate – possa assalire una manza da tre quintali e divorarla in poche ore lasciandone solo le ossa. Da quel che ci risulta, un lupo mangia mediamente 9 chili di carne al giorno», dice Paolo Mares, presidente dell’Unione montana dei comuni del Grappa, «Andremo a cercare altre spiegazioni, ma chi qualche anno fa pensava che fossi un originalone a sollevare il problema, adesso ha dovuto ricredersi. «L’unica spiegazione che potrebbe consolarci sarebbe scoprire dal Dna che si tratta di ibridi – dice Raccanello – così sarebbe possibile abbatterli in barba alle prescrizioni che difendono i veri lupi».
«Abbiamo organizzato», spiega il presidente Mares, «serate informative su come far domanda alla Regione per ottenere quelle particolari misure di prevenzione utili a proteggersi dagli attacchi. La Regione ci dà recinti elettrificati, pastori maremmani in difesa delle greggi e l’indennizzo al 100% del bestiame ferito o lasciato morto sul terreno, ma non basta. E in ballo c’è anche il futuro turistico del Grappa, che per crescere e svilupparsi economicamente deve garantire la propria fruizione da parte di appassionati e turisti».
E il Grappa non è una montagna facile, lo sanno bene gli abitanti della zona, che quando si mettono a cercare qualcuno che scompare accidentalmente sanno di affrontare un’impresa difficilissima. Si racconta che negli anni ‘80 un bassanese scivolato su un costone fu ritrovato dopo tre anni. Pochissimi possono dire di conoscere bene il massiccio. E anche quei pochissimi e innamoratissimi, quando parli della ripopolazione dei lupi e degli orsi storcono la bocca.
Che il problema sia serio lo conferma anche la presa di posizione, subito dopo i caso di manze sbranate, di Walter Miotto, ex presidente del Wwf Veneto. «Se il fenomeno continua a essere insostenibile e i recinti elettrificati non riescono a svolgere più le loro funzioni, dobbiamo iniziare a pensare ad altri interventi concordati» ha dichiarato, «il massiccio del Grappa sta riprendendo vita, sia a livello economico con parapendio, ciclisti, escurionisti, motociclisti, sia a livello ambientale, con il ritorno del lupo. Quando le cose iniziano ad andare bene è meglio prendersi per tempo per stabilire delle regole che riescano a tutelare gli interessi di tutti: a partire dai malghesi, fino ad arrivare ai lupi». E gli animali al centro della discussione, appunto, dove vanno cercati?
Dice un ecologista: «So dove andare a cercarli e sono passati appena tre giorni da quando ho visto i sei in formazione a caccia di qualcosa da mettere sotto i denti. Come dar loro torto? Un tempo erano i padroni del massiccio…».
Ora le cose sono diverse: il Grappa non è la Sila: antropizzato, sicuramente sfruttato per l’allevamento e le industrie di trasformazione (latticini, prodotti della terra….), non è facile da gestire come una campagna o, per dire, l’altopiano di Asiago. Anche qui sono “passati” i lupi e il bollettino di guerra fa …ululare gli allevatori.
«Ma il Grappa è un’altra cosa, difficile tenerlo sotto controllo. Quando non domini la situazione, la paura cresce e l’animale selvatico si muove molto meglio dell’uomo» spiega Giovanni Raccanello, altro malghese vittima – per interposta mucca – dei lupi del Grappa. “diciamo lupi ma non sappiamo quanto lo siano – chiarisce – Sulla montagna da anni vivono anche cani selvatici che si sono incrociati probabilmente con i lupi. Se si trattasse di incroci, la questione lupo non varrebbe più e si potrebbe fare come in Spagna e Portogallo, dove si spara ai cosiddetti lupi al di fuori delle aree protette».
«E’ come pretendere che nella giungla non ci siano i serpenti e nella savana non ci siano i leoni – ribattono gli ecologisti- animalisti come Stona- . La natura ha i propri equilibri. Poi non è detto che qualcuno non cerchi di innescare un circolo economico virtuoso usando i lupi: indennizzi, possibilità di abbattere qualche capo e di avere ruolo. Di certo la Regione ha fatto marcia indietro e non sostiene più il ripopolamento».
Ma Mares è meno morbido: «Dopo 6 anni da quando ho lanciato l’allarme, ora sono tutti a gridare “al lupo al lupo”. Serve equilibrio, la situazione non è né tragica né facile. E bisogna che non passi l’idea che sul Grappa bisogna guardarsi le spalle, perché esiste un problema di sicurezza per i turisti che lo stanno riadottando come meta. Come non avessimo altri problemi. Ad esempio la viabilità: siamo già a lottare con le frane che impediscono di salire fino al sacrario. Se da un lato la buona volontà può consigliare ai malghesi di praticare l’alpeggio in modo più adeguato e tenendo conto dei lupi, contemporaneamente bisogna che questi animali vengano portati altrove. Non è detto che debbano caratterizzare un habitat che, rispetto a quando erano tra i padroni del massiccio, è molto cambiato e ha bisogno dell’uomo per mantenersi curato, pulito e sano».
E l’inverno che inviterebbe i lupi a scendere? Mares chiarisce: «i lupi scendono come scendono le loro prede. Finora non sono mai stati visti al di sotto degli 800 metri di altitudine, in territorio di Crespano. Ma essendo mutato l’habitat possono mutare anche le consuetudini». (Toni Frigo)

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Io non ho paura del lupo
Abbiamo pensato che fosse giunto il momento di realizzare qualcosa di semplice e chiaro, per raccontare il lupo non solo agli appassionati che ci seguono, ma a tutta la gente “comune” che li fuori ha voglia di scoprire di più sul grande predatore.
In particolare abbiamo voluto dedicare questo video alle Alpi, la zona che maggiormente in questi ultimi anni sta vivendo conflitti, ma anche curiosità, grazie al ritorno del lupo sul suo territorio.
Così, con questo video, abbiamo cercato di dare delle risposte semplici alle domande più comuni sul lupo.
Vi invitiamo quindi a condividerlo il più possibile!
#iononhopauradellupo
PS: Da vedere con audio e in HD.
Link YouTube: https://youtu.be/SMAgc2pPBg8

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LA REGIONE VENETO NON VUOLE PIÙ I LUPI: SARANNO RINCHIUSI O TRASFERITI
da “il Corriere delle Alpi”, 13/7/2017
– Approvato il “piano in deroga”: nel mirino 15 esemplari suddivisi in due branchi tra Lessinia e Asiago –
VENEZIA. Basta con i lupi. La Regione Veneto ha deciso la virata, cancellando con un colpo di spugna tutti i progetti di reintroduzione. In gabbia oppure altrove: questa sarà la loro sorte.
Così recita il comunicato ufficiale di Palazzo Balbi: “La giunta regionale, su proposta dell’assessore all’agricoltura e alla caccia, ha approvato in data odierna il progetto per un piano di gestione del lupo in Veneto, che contempla la proposta di interventi in deroga al regime di protezione imposto dalla Direttiva Habitat, al fine di ridurre, attraverso l’intervento sui lupi presenti nelle aree a maggiore vocazione zootecnica e turistica, il forte conflitto sociale in atto.
LEGGI Il progetto Wolfalps in breve
La Regione continuerà a usare le risorse messe in campo dal progetto Wolfalps fino alla sua scadenza naturale di maggio del 2018 per gestire “l’implementazione delle misure gestionali ordinarie, come la prevenzione dei danni attraverso recinzioni elettrificate e altri presidi di protezione del bestiame domestico e il monitoraggio”.
L’’assessore Giuseppe Pan ha proposto in giunta “un intervento forte, di natura straordinaria, allo scopo di ridurre la presenza di lupi nel territorio regionale, esplosa nell’ultimo anno”.
Si parla di 14-16 esemplari stabili, distribuiti in due branchi (quello “storico” della Lessinia e quello di più recente insediamento di Asiago) e due coppie (sul massiccio del Grappa e in Valbelluna), al netto delle nuove cucciolate del 2017.
Ecco cosa intende fare la Regione: “La proposta gestionale prevede l’intervento “in deroga” sui due branchi stabili (branco della Lessinia e branco di Asiago), mediante: a) cattura ai fini di successiva captivazione permanente in struttura idonea (recinto) da individuare/costruire ex novo sulla base delle indicazioni dell’ISPRA, previa sterilizzazione degli esemplari catturati; b) cattura ai fini di successiva traslocazione in altro sito idoneo non interessato da rilevante attività di allevamento zootecnico sulla base di indicazioni dell’ISPRA. Si prevede anche il potenziamento del monitoraggio permanente – tramite radiocollari e fototrappole – per un più efficace controllo degli spostamenti ed abitudini, nonché per prevenire la predazione su domestico a carico dei rimanenti individui in dispersione”.
In altri termini: alcuni lupi finiranno in gabbia, dopo essere stati sterilizzati. Altri saranno trasferiti lontano dalla presenza umana e radiocollarati, per verificare che non scendano a valle.
“Sarà un intervento significativo anche in termini economici – conclude l’assessore Pan – quello che la Regione sta mettendo in atto a difesa degli allevatori per dare una risposta concreta ad un problema che sta creando forte tensione a livello locale, tentando di utilizzare al massimo i ristretti limiti concessi dalla normativa comunitaria. Per quanto riguarda il pagamento dei danni, pur a fronte di passaggi tecnici-burocratici obbligatori che noi subiamo, garantiamo l’impegno per ridurre i tempi.”

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CIAO LUPO!

IL LUPO TORNA IN CANSIGLIO. FA PAURA?

di Emanuela Da Ros, da http://www.oggitreviso.it/ del 2/8/2017
VITTORIO VENETO – Ho avuto la fortuna, qualche mese fa, di leggere il romanzo “La luna e i lupi” di Giuseppe Festa, Salani editore.
E di accompagnare tra le pagine Rio, o il Grigio, o Lama. Lupi – tra narrativa e realtà – persi tra sentieri di luna e stelle sui Monti Sibillini. Quel libro, se mai ce ne fosse stato bisogno, mi ha (ri)conciliato coi lupi. Predatori dall’aria inquieta (e spesso sofferente), più simili all’uomo di quanto non immaginiamo.
La notizia di questi giorni, alle nostre latitudini boschive, è che il lupo (uno solo? un branco?) è tornato in Cansiglio. E ha pasteggiato a pecore.
Certo non possiamo gioirne. Pensare a un gregge ghermito da fauci fameliche non è che ci faccia piacere. Eppure. Eppure non ci sentiamo di lanciare un grido d’allarme. Di azzardare un ‘Attenti al lupo. E’ arrivato in Cansiglio. Siate accorti’.
“Il lupo – spiega il veterinario Renzo Piccin, che da anni tiene in casa dei lupi italiani – è un predatore, certo. Ma proprio per questa sua natura (pare un ossimoro, una contraddizione) tende a scappare. A non aggredire senza giustificato motivo. L’istinto non lo fa affrontare pericoli o vittime se non è spinto da una fame che mette in pericolo la sua stessa sopravvivenza.”
Il lupo non è il male, insomma. Anzi. Il fatto che torni potenzialmente a percorrere – non a stabilirsi, non lo sappiamo ancora – una foresta vicina a noi significa che quella foresta è sana. Che può essere un posto in cui l’equilibrio di mamma Natura ci mette ancora lo zampino.
“Se fossi il padrone del gregge – aggiunge il dottor Renzo Piccin – di sicuro ora sarei inalberato. Il gregge è la mia fonte di sopravvivenza. Vederlo finire dai lupi mortifica me, il mio mestiere, il mio duro lavoro in alpeggio. Eppure la presenza dei lupi in montagna di per sé è indice di salubrità del territorio. Ora non si sa se ad aggredire le pecore sia stato un lupo isolato o un branco. E’ tutto da verificare. Ma se i lupi avessero deciso di eleggere in Cansiglio un proprio aerale non dovremmo esserne preoccupati.”
Si ciberanno di qualche cervo? Magari sì. I cervi sono animali splendidi, ma la loro popolazione in Cansiglio è in aumento. Nel gioco delle parti, in natura, la presenza di lupi potrebbe risolvere ciò che per l’uomo – dietro una scrivania – è un problema senza titoli di coda. Con una colonna sonora dagli ululati strampalati. (Emanuela Da Ros)

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IL MOTIVO PER CUI, PURTROPPO, C’È UN’ORSA IN MENO

da https://fabiochinellato.wordpress.com/ del 13/8/2017
Parliamo della notizia dell’abbattimento di KJ2, l’orsa che nel luglio scorso si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento.
Ovviamente la reazione, in particolare quella dei social networks, è tendenzialmente unanime e indignata: si va dagli inviti a boicottare turisticamente la provincia alle denunce alle richieste di incriminazione per chi ha preso questa decisione.
Anziché dare un giudizio sull’accaduto, in queste righe vorrei spiegare perché si è arrivati a questa decisione e quali motivi ci siano dietro alla possibilità di prendere una decisione del genere (decisione che mai vorrei trovarmi a dover prendere).
Partiamo da un presupposto: in Trentino l’orso è stato reintrodotto dopo la scomparsa della prima metà del secolo scorso. La reintroduzione ha richiesto sacrifici enormi in termini economici e politici, oltre che interminabili ore di lavoro per i monitoraggi. La volontà dei cittadini e delle autorità politiche locali (per non parlare dei tecnici locali e non, come il sottoscritto) è quella di avere una popolazione stabile di orsi nel territorio trentino.
L’orso, come il lupo e la lince, fa parte dei cosiddetti grandi carnivori, i cui conflitti con le attività umane sono evidenti, e vanno dai danneggiamenti al bestiame al pascolo fino alle coltivazioni di pregio (l’orso mangia molti frutti durante la stagione estiva) per arrivare in rarissimi casi alle aggressioni dirette all’uomo.
La gestione dell’orso nelle Alpi centro-orientali non è affatto lasciata al caso, ma segue un piano d’azione interregionale (PACOBACE) scritto da personale tecnico e approvato dal Ministero dell’Ambiente, dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dagli enti locali (regioni e province autonome) coinvolti nell’area di diffusione della specie.
Il piano d’azione parte dal presupposto che l’orso sia una specie estremamente protetta da leggi nazionali e internazionali e, proprio per la tutela della specie, individua e disciplina la gestione dei conflitti con le attività umane. Il piano individua tutta una serie di conflitti in ordine di gravità (da “l’orso si avvicina ai centri abitati” a “l’orso attacca l’uomo deliberatamente”); Per ogni conflitto sono indicate delle possibili azioni da intraprendere, che vanno dal monitoraggio continuo del singolo individuo alla cattura fino ad arrivare all’abbattimento (è tutto scritto nel piano che vi invito a scaricare e leggere dal link poco sopra).
Ma non è un controsenso abbattere un animale che si dichiara di voler salvaguardare?
In realtà no, perché l’obiettivo della tutela non è il singolo animale, ma l’intera popolazione.
Supponiamo che un orso attacchi in più occasioni un uomo (come KJ2, l’orsa abbattuta, che si era resa protagonista di un’aggressione anche nel 2015) e che nulla venga fatto. La soluzione è evidente: se le autorità preposte non intervengono gli abitanti della zona ci penseranno da soli. Si genera, in sostanza, un rifiuto per l’intera specie, non per il solo individuo aggressivo.
Gli abitanti della zona, è bene ricordarlo, non hanno lo stesso grado di coinvolgimento di cittadini come me, che abitano ad almeno un’ora di auto dal luogo dell’aggressione e che sono innamorati di questo meraviglioso animale; stiamo parlando di persone che abitano lì, che frequentano con i loro parenti e amici quelle zone quotidianamente. Queste persone possono avere, comprensibilmente, paura.
Se le autorità che hanno il dovere di gestire questa situazione (un individuo che ha più volte, e con successo, aggredito un uomo) non fanno nulla, il cittadino ci pensa da solo: prende la carabina e “risolve il problema” per conto suo. Ma lo fa senza le conoscenze corrette, e lo farà nei confronti di tutti gli orsi che troverà, non solo nei confronti dell’individuo problematico. Il risultato sarà una caccia alle streghe che comporterà il concreto rischio di perdere tutta la popolazione, compresi gli individui che di avvicinarsi all’uomo non ci pensano proprio.
Viceversa, se il singolo individuo problematico viene gestito (monitorato, catturato, spostato o addirittura abbattuto) in maniera corretta, non si creano le situazioni per la “gestione fai da te”, si aumenta la fiducia nelle autorità cui compete la gestione di una specie complessa e, a conti fatti, si contribuisce a salvaguardare un’intera popolazione.
E’ sempre opportuno ricordarsi gli obiettivi delle azioni che si compiono. In questo caso l’obiettivo è la salvaguardia della popolazione, non del singolo individuo.
Io non so se l’abbattimento fosse la soluzione più corretta in questo specifico caso o se altre soluzione potessero essere adottate. Come detto, non mi augurerei mai di trovarmi nella situazione di dover prendere una decisione simile.
Io so che c’è un orso in meno in Trentino, e questo mi riempie di tristezza. La mia speranza è che l’abbattimento di questo orso possa aiutare a tutelare l’intera popolazione di orsi delle Alpi centro-orientali.
Come detto a un corso per studenti universitari che ho avuto il privilegio di tenere lo scorso anno, la convivenza tra uomo e orso è possibile, ma nessuno ha detto che sia anche facile. (FABIO CHINELLATO, dottore forestale, articolo tratto dal suo blog)

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MEGA-CORRIDOI INTERREGIONALI PER TUTELARE LA FAUNA SELVATICA
di Brian Merchant, tradotto da E. Intra (3/11/2010, dal blog Treehugger.com )
Non è un segreto che i metodi tradizionali di salvaguardia della fauna selvatica, per quanto nobili, stiano miseramente fallendo. Da quando, circa 40-50 anni fa, sono stati avviati a livello internazionale i primi progetti di salvaguardia della fauna e della flora, la metà delle foreste del pianeta è stata rasa al suolo e la biodiversità è crollata in tutto il mondo, al punto che molti scienziati hanno già definito la nostra era come quella della sesta grande estinzione.
Alan Rabinowitz, Direttore Generale del progetto Panthera e uno degli ambientalisti più noti nel mondo, ne è perfettamente consapevole. Ed è per questo che il suo intervento alla conferenza Poptech 2010 si è concentrato interamente sulla necessità di abbandonare i metodi tradizionali per istituire invece il più grande modello al mondo per la salvaguardia della natura: UN MASSICCIO SISTEMA DI CORRIDOI, INTERCONNESSI TRA LORO, PER LA FAUNA SELVATICA, IN MODO DA FARLA COESISTERE CON LE POPOLAZIONI UMANE.
La relazione di Rabinowitz si è concentrata su decenni di fallimenti da lui stesso sperimentati nel corso degli anni nei suoi progetti a tutela della natura. Forse qualcuno avrà sentito parlare della sua idea di creare la più grande riserva al mondo per tigri in Birmania. Nel suo intervento ha sottolineato che per quanto l’impegno di tutta la vita per questi grossi felini lo abbia portato ad avviare alcune delle più grandi riserve di fauna selvatica al mondo, non è comunque abbastanza. Non a caso, proprio mentre riceveva riconoscimenti sia da parte della stampa che dalla comunità per la tutela ambientale, i grossi felini e la biodiversità stavano peggio che mai.
Il problema più grande, sostiene Rabinowitz, riguarda il modello tradizionale di salvaguardia ambientale – sempre in cerca di grandi (e non così grandi) appezzamenti di terreno da delimitare e dove tenere la fauna selvatica protetta in riserve. Per farla breve, questi progetti non funzionano affatto. Ovviamente, grandi popolazioni di animali selvatici vivono al di fuori di tali riserve – e piazzare una corda intorno ad una zona, designandola come riserva, e finirla lì, non fanno nulla per la scala di grandezza necessaria.
Inoltre, ribadisce Rabinowitz, la ragione per cui simili tentativi di tutela vanno fallendo è che siamo sempre intenti a creare questa sorta di riserve naturali “stile Bambi” che rispondono alla nostra idea, ormai arbitraria, di perfezione naturale. In poche parole, questo sforzo non è realistico nel XXI secolo perché la gente, e il loro impatto, è ovunque. Quindi la soluzione proposta da Rabinowitz è qualcosa che definisce Corridor Initiative: una rete di corridoi interconnessi tra loro, che coprono intere regioni o addirittura continenti. Si sta già adoperando per rendere questa iniziativa una realtà in America centrale e meridionale, creando un sistema di corridoi-riserve per i giaguari che si estende dal Messico all’Argentina. È il più grande modello al mondo in progettazione di protezione della fauna selvatica.
L’idea è quella di lavorare con i governi, le popolazioni locali, e gli ambientalisti per creare un habitat per gli animali, come i grossi felini, dove questi possano convivere positivamente con la crescente popolazione umana. Questo modello consente la salvaguardia della fauna selvatica in una striscia di terra molto più ampia di quanto sarebbe stato altrimenti possibile. Si tratta sicuramente di una buona idea, pur se tenere sotto controllo industrie e bracconaggio in tutto quest’ambito non sarà certamente facile.
Un altro simile progetto “a corridoi” è in corso a tutela delle tigri in India, in Cina e nel Sud-Est asiatico. Se iniziative come il Corridoio per i giaguari dovessero dare buoni risultati, quest’approccio innovativo potrebbe benissimo rappresentare il futuro della tutela ambientale. (Brian Merchant)

Testo originale: This is the Largest Model for Wildlife Conservation in the World, di Brian Merchant. Ripreso dal blog Treehugger.com.

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UN CODICE ETICO PER GESTIRE LA FAUNA SELVATICA E I CONFLITTI CON GLI ESSERI UMANI
da Greenreport.it (http://www.greenreport.it )
– Quando le associazioni animaliste approvano il controllo della fauna selvatica –
[17/2/2017]
Un nuovo documento di ricerca, “International consensus principles for ethical wildlife control”, pubblicato su Conservation Biology, si occupa di come affrontare eticamente i conflitti uomo-fauna selvatica.
Nel documento, frutto dell’Expert Forum on Wildlife Control tenutosi nel 2015 a Vancouver, in Canada, i ricercatori spiegano che «La ricerca offre principi per portare allo sviluppo di standard internazionali, nazionali e locali per la gestione della fauna selvatica».
Gregg Howald, direttore regionale di Island Conservation North American, che ha lavorato con la British Columbia society for the prevention of cruelty to animals (Bc Spca) e altre associazioni animaliste, per dare un contribuito alla redazione delle linee guida che aiuteranno a ridurre le sofferenze causate dal conflitto uomo-fauna selvatica, sottolinea che «Nella corsa contro l’estinzione, gli ambientalisti devono muoversi rapidamente mentre devono anche prendere decisioni difficili. Questa è situazione complessa e difficile per coloro che sono impegnati per salvare le specie insulari dall’estinzione sradicando le specie invasive dannose. Island Conservation – e io personalmente – è impegnata a proteggere gli animali minacciati dall’estinzione applicando al contempo un controllo della fauna selvatica basato sull’etica. La scienza è chiara: le specie introdotte sulle isole possono causare estinzioni. Tuttavia, c’è speranza, perché oggi abbiamo la tecnologia per proteggere molte di queste specie minacciate di estinzione, eliminando il principale fattore limitante, le specie introdotte nelle isole».
Per prevenire le estinzioni e preservare la biodiversità, Island Conservation e molte altre organizzazioni ambientaliste e scientifiche eradicano sistematicamente intere popolazioni di specie invasive dalle isole di tutto il mondo, sollevando a volte le proteste di alcune associazioni animaliste. Howald sottolinea che «Ogni ecosistema insulare è unico. Per avere successo, prendiamo attentamente in considerazione ciò di cui c’è bisogno per operare in ogni isola. Questo nuovo documento serve da utile guida per i professionisti della conservazione globale coinvolti nella gestione dei conflitti uomo-fauna selvatica».
Il documento è stato redatto da un team internazionale di 20 ricercatori e associazioni animaliste di Australia, Brasile, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica, Regno Unito e Usa, che ha concluso che «La modifica delle pratiche umane per coesistere con la fauna selvatica è il primo passo nel valutare se, e in che modo, deve essere realizzato il controllo della fauna selvatica. Questo è il primo dei sette principi per il controllo etico della fauna selvatica».
Finanziato dal Peter WalliInstitute for advanced studies ed ospitato dalla Bc Spca in partnership con l’Animal welfare program dell’università della British Columbia, il forum di Vancouver del 2015 aveva sottolineato «l’importanza di prendere decisioni per il controllo della fauna selvatica in base alle specifiche di ciascun caso di conflitto uomo-fauna selvatica e non solo perché un animale è genericamente etichettato come un “animale parassita”».
Secondo tre ricercatrici dell’università della British Columbia, Sara Dubois, direttrice scientifica Bc Spca, Nicole Fenwick, responsabile ricerca e standard, ed Erin A. Ryan, coordinatrice della ricerca. «Questi principi riconoscono sia la legittimità delle preoccupazioni che le persone hanno in situazioni di conflitto uomo-fauna selvatica, così come l’importanza di proteggere gli animali dal dolore e dalle sofferenze inutili».
La Dubois aggiunge: «Accostarsi al tema da una prospettiva globale ed esaminare i conflitti con la fauna selvatica in tutto il mondo, è stato un fattore chiave che ci permette di sviluppare principi che possono essere applicati universalmente».
Sulla base di quanto emerso dell’Expert Forum on Wildlife Control, la Bc Spca ha anche sviluppato una guida destinata alle comunità umane alle prese con conflitti con la fauna selvatica. Il workshop summary report, “A Common Approach to Wildlife Control for Animal Welfare and Protection Organisations”, pubblicato da Bc Spca nel 2016 e approvato da Born Free Foundation, Canadian federation of humane societies, Humane society of the United States, Rspca Australia e Rspca UK, identifica i modi in cui le associazioni animaliste possono continuare a sostenere l’utilizzo di pratiche etiche per il controllo della fauna selvatica.

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