2018 EUROPA: LA MINACCIA DEL POPULISMO chiede risposte positive e creative che finora non ci sono state (sull’IMMIGRAZIONE, sul LAVORO CHE MANCA, sulla CRISI AMBIENTALE) – Sarà l’anno del TUTTO E DI PIÙ per l’Unione Europea, o della stagnazione e del decadimento irreversibile del nostro continente?

IL MARE DEL POPULISMO (vignetta tratta da VoxEurope http://www.voxeurop.eu/ del 27/12/2017)

   Con la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo il contesto geopolitico (concentrandoci perlopiù sull’Europa) necessita di un’analisi ragionata sui fenomeni dominanti. Su tutti vogliamo qui proporvi una serie di articoli, di riflessioni, che ci paiono interessanti, in merito particolarmente al FENOMENO POPULISTA. Al populismo che minaccia i vari Paesi europei, e che chiede di chiudere le frontiere nazionali, il ritorno al protezionismo in economia, il rifiuto di ogni fenomeno di apertura alla globalità e al riconoscimento del valore di confrontarsi con altre culture.

   Cose che apparivano fino a qualche tempo fa impensabili, nel processo globale di questo nostro attuale mondo interconnesso, globale, che, visto nei suoi aspetti positivi, ci dà e ci fa conoscere tante cose, diversità, fino a pochi anni fa improbabili (anche con l’informazione a tutto campo che possiamo avere con internet, persone provenienti da ogni luogo, prodotti tecnologici sempre più raffinati…).
La cosa non è così semplice e scontata, e i problemi (gli aspetti negativi) che ci sono, sono molti: dal lavoro che sta pian piano sparendo (dovuto anche a un fenomeno di per sé positivo: la robotizzazione, l’automazione); le migrazioni che, se eccessive, stanno creando indubbiamente dei problemi; la crisi ambientale del pianeta, con desertificazioni crescenti e inquinamenti sempre più elevati.

ELEZIONI IN CATALOGNA DEL 21 DICEMBRE. LA RISCOSSA DEGLI INDIPENDENTISTI: SONO MAGGIORANZA.

   Se però ci concentriamo su uno dei fenomeni principali che nasce da questi aspetti problematici appena detti, uno dei risultati che ci appaiono è proprio il CRESCERE DEL POPULISMO, del rifiuto della realtà e del voler rinchiudersi nei propri luoghi e sistemi di vita. Forme di reazione e protesta di massa che hanno le loro ragioni d’essere, non sono né immotivate né banali: e per questo richiedono risposte adeguate.
Emblematico che il fenomeno populista “accade di più” in zone isolate, paesi, città piccole di provincia… rispetto alle grandi città. Sono le piccole comunità, quando si sentono emarginate da decisioni prese nelle capitali e nel mondo, che reagiscono con il populismo, la richiesta di rinchiudersi.

I FATTORI DETERMINANTI per la vittoria dei pro-Brexit in GRAN BRETAGNA, degli indipendentisti in CATALOGNA, dei populisti ultra-destra in AUSTRIA, della destra neofascista in POLONIA è lo stesso: LONTANANZA DALLE CITTÀ, BASSA DENSITÀ DI POPOLAZIONE, il grado di ISOLAMENTO DEL TERRITORIO (mappa su Catalogna-Austria-Polonia ripresa da “il Corriere della Sera” del 27/12/20127 “DALLA CATALOGNA AI VILLAGGI AUSTRIACI: LA GEOGRAFIA SPIEGA IL POPULISMO” di Federico Fubini)

   Così è accaduto (sta accadendo) in Europa, nei luoghi più interessati dall’avanzata dei populisti: Catalogna, Austria, Polonia, nei territori extraurbani, di campagna, della Gran Bretagna dove al referendum ha stravinto la Brexit. Esiste pertanto una divisione tra realtà urbana e zone più isolate, che contano meno in termini di potere (e dove si crea spesso acrimonia maggiore nei confronti del potere centrale); questa netta separazione mai come adesso è evidente. Il grado di vicinanza o lontananza dalle città, la densità di popolazione del proprio luogo di residenza, il livello di isolamento del proprio territorio incidono drasticamente sul premiare scelte populiste.

BREXIT, LA MAPPA DEL VOTO

   Cosa poi intendiamo con questo termine (POPULISMO)? Intendiamo un desiderio di ritorno alle origine di “piccole comunità chiuse” di rifiuto dei fenomeni globali, di autonomismo esasperato (a volte dovuto, come in Catalogna, col sentirsi “ricchi” ed estranei alla nazione di appartenenza, che – la Spagna – è più povera dal punto di vista economico).
Populismo inteso come trionfo della conservazione, del protezionismo, dell’isolamento, del rifiuto di ogni “novità” (l’apertura delle frontiere, un’unica moneta europea, un mercato di scambio più libero…).
C’è poi populismo e populismo: la Catalogna non rinnega l’appartenenza europea (Barcellona è stata fino a pochi mesi fa considerata un po’ tra le più simboliche capitali europee, del turismo, degli studenti, di più anche di Parigi o Berlino…). Diverso è invece il populismo neofascista, di chiusura a tutto, che troviamo ad esempio in Polonia (anche se, con il nuovo primo ministro -Mateusz Morawiecki- le cose si sono un poco attenuate, sembra stiano cambiando). In ogni caso la parte est dell’Unione Europea (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria) (il cosiddetto Gruppo di Visegrad) mal condivide il progetto europeo come all’origine è nato (e la loro adesione sembra fatta di convivenza un po’ necessaria e strumentale, anche per non ri-cadere nella sfera di influenza della storica odiata Russia).

Nelle elezioni parlamentari tedesche di settembre i populisti di estrema destra di ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND (Afd) sono diventati il terzo partito più votato e hano fatto al BUNDESTAG ben 94 DEPUTATI

   Ben diverso è poi il populismo scozzese aperto alle istanze europee e che si scontra con le chiusure inglesi; anche diverso da quello austriaco di adesso, che è dichiaratamente di estrema destra, sul filo della xenofobia, di irrigidimento delle frontiere.
E’ anche vero che il 2017 doveva essere l’anno del trionfo dei partiti populisti in tutta Europa. Non è andata così. Le elezioni parlamentari olandesi di marzo hanno visto l’imprevista sconfitta dei populisti: il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders ha registrato un risultato inferiore alle aspettative (il grande “vincitore” politico è stato invece il primo ministro Mark Rutt, un “populista buono” come lui stesso si è definito).

RUSSIA 2018. LO ZAR PUTIN VERSO IL QUARTO MANDATO (DI 6 ANNI) – Il punto chiave da definire nel 2018 e negli anni a venire sarà come si collocherà la Russia fra le due superpotenze Stati Uniti e Cina

   Nelle elezioni presidenziali francesi di aprile la candidata del Front National, Marine Le Pen, ha raggiunto risultati al di sotto delle aspettative in entrambi i turni, ed è stata eclissata dal nuovo astro nascente della politica europea, Emmanuel Macron, che ha stravinto anche le elezioni parlamentari del mese successivo.
Le elezioni parlamentari tedesche di settembre hanno rappresentato la prova del nove per il “populismo”. Merkel avrebbe trionfato, dando ai populisti il colpo di grazia, o sarebbero stati i populisti di estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) a porre fine ai suoi dodici anni alla guida della Germania… La risposta delle urne è stata incerta: l’Afd è risultato il terzo partito più votato e ha fatto al Bundestag ben 94 deputati, ma Merkel e la Cdu/Csu sono rimasti chiaramente i soggetti più solidi della politica tedesca, pur però non riuscendo a formare (finora) una maggioranza.

Nella foto: SEBASTIAN KURZ e HEINZ-CHRISTIAN STRACHE – II NUOVO GOVERNO AUSTRIACO HA GIURATO LUNEDÌ 18 DICEMBRE. L’alleanza tra la destra del cancelliere Sebastian Kurz e l’estrema destra del vicecancelliere Heinz-Christian Strache guiderà il paese per il prossimo mandato, e l’Europa nel secondo semestre del 2018

   Le elezioni in Austria di ottobre hanno offerto invece uno scenario di totale vittoria (si può dire) dei populisti (la cosa era molto simile alla situazione olandese e francese prima delle elezioni: cioè la paura di un trionfo populista che in Francia e Olanda non c’è stato). Invece in Austria i populisti hanno trionfato: il grande vincitore del voto austriaco è stato il giovane ministro degli esteri Sebastian Kurz, che ha trasformato il partito conservatore Övp in uno strumento politico personale, e, in totale rottura con gli altri paesi europei che hanno ostracizzato i populisti di estrema destra, Kurz ha coinvolto il partito estremista Fpö nella formazione di governo. Subito dopo facendo addirittura avances ai sudtirolesi italiani di lingua tedesca, promettendo loro la cittadinanza austriaca (al limite di uno scontro con l’Italia e con i trattati internazionali del dopoguerra). E poi, a seguire, Kurz ha subito proposto di togliere le sanzioni alla Russia, si è dichiarato contro ogni trattativa per l’ingresso della Turchia nella Ue (che peraltro, con Erdogan, già è assai lontana), ha ribadito una totale chiusura al fenomeno migratorio.
Che accadrà nel 2018 nella geopolitica europea? …anno in cui molti paesi con solidi partiti populisti andranno al voto, inclusi Ungheria e Italia. Di sicuro in alcuni paesi vinceranno i populisti (come è probabile in Ungheria)…

MATEUSZ MORAWIECKI (nella foto), diventato primo ministro della POLONIA (Paese su posizioni di ultradestra neofascista), è personaggio nuovo e più aperto, che potrebbe presagire a una relazione molto più consensuale con l’Ue e i partner europei

…Però… però la situazione è un po’ già cambiata…. Ad esempio il progetto di uscita dall’Unione Europea, dall’euro (per chi c’è già, come l’Italia)… queste cose i populisti non le dicono più. L’esempio della Brexit, cioè della crisi che sta vivendo la Gran Bretagna nel processo di uscita dall’Europa, ha fatto capire che l’Europa è importante, nel mondo globale dove gli stati nazionali sono da soli sempre più in difficoltà.
Se fino a uno o due anni fa i populisti che propugnavano la “exit”, l’uscita dall’Unione europea, rilasciavano dichiarazioni roboanti, e si sentivano orgogliosi sabotatori del progetto europeo, ora l’umore è un po’ più dimesso, ad esempio di uscita dall’euro non parla più nessuno.
E’ necessario però che chi crede nel progetto europeo, non sottovaluti la capacità dei movimenti populisti di rinascere, la storia recente europea è scandita da esempi di questo tipo di leggerezza (l’Austria di adesso docet). Su tutti un ruolo guida sembra per adesso proporlo la Francia con il suo presidente Emmanuel Macron: è da sperare che tanti Paesi e politici condividano questa linea, e ne nasca qualcosa di credibile, da crederci. (s.m.)

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DALLA CATALOGNA AI VILLAGGI AUSTRIACI: LA GEOGRAFIA SPIEGA IL POPULISMO
di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 27/12/2017
– Non sono età o disoccupazione a spingere la battaglia identitaria: è l’isolamento –
In una vecchia storia una divinità scende dal cielo per promettere a un contadino che esaudirà all’istante un suo desiderio, uno solo. A una condizione, tuttavia: qualunque sia il regalo che il contadino chieda, il suo vicino ne riceverà il doppio. L’uomo ci pensa sopra e risponde: «Signore, ti prego, toglimi un occhio».
Chiunque abbia inventato questa leggenda, oggi potrebbe assegnare un nome catalano al suo protagonista. Fra il 2 e il 23 ottobre, nelle settimane del referendum per l’indipendenza, quasi 1.400 aziende hanno avviato le procedure per lasciare la Catalogna (le stime sono dell’associazione delle Camere di commercio spagnole). La lista delle imprese comprende grandi datori di lavoro e gruppi alla frontiera dell’innovazione come CaixaBank o Oryzon Genomics.
Per questo, quali che siano le motivazioni che il 21 dicembre hanno spinto milioni di catalani a dare ai secessionisti una maggioranza di seggi nel Parlamento catalano (ma non nel numero dei voti), l’impatto sull’economia non dev’essere stato una priorità.
Non sarebbe un fenomeno nuovo. Anche la maggioranza degli inglesi che oggi continua a preferire il divorzio dall’Unione Europea, l’anno scorso aveva sentito molte volte le stesse previsioni che ora si stanno avverando: il crollo della sterlina ha ridotto il potere d’acquisto delle famiglie e l’economia del Regno Unito, fra tutte le democrazie avanzate, resta la sola in rallentamento.
Non è chiaro se questi elettori abbiano chiesto a un dio di privarli di un occhio, ma la distribuzione del voto in Catalogna, o per la Brexit, fa sospettare che i due occhi dei loro vicini siano parte della protesta. Non apprezzano, in chi abita loro accanto, i mezzi per controllare la propria vita.
I tassi di disoccupazione dei vari gruppi non spiegano il nazionalismo catalano, non direttamente: nella grande provincia di Barcellona dove giovedì 21 dicembre sono state depositate nelle urne 3,2 milioni di schede, certe aree con più disoccupati (Vallès Occidental o Maresma) hanno votato i secessionisti meno di altre aree con alti tassi di impiego più elevati (Alt Penedes od Osona).
Neanche l’età degli elettori sembra il fattore decisivo in Catalogna, a differenza dalla Brexit votata dai più anziani e avversata invece dai giovani. La provincia di Girona, la più secessionista fra le quattro della Catalogna, registra un’età media degli abitanti di tre anni più bassa di Barcellona dove due terzi dei voti sono andati agli unionisti. Esistono anziani e disoccupati che vogliono restare (anche) spagnoli, così come giovani invaghiti del particolarismo catalano anche a costo di mettere in pericolo il proprio posto di lavoro.
CIÒ CHE CONTA, nel dividere gli uni dagli altri, è piuttosto la geografia: IL GRADO DI VICINANZA O LONTANANZA DALLE CITTÀ, la densità di popolazione del proprio luogo di residenza, il grado di isolamento del territorio.
Così nel Barcelonès (Barcellona-città), sede di 1,4 milioni di voti, del 47% delle imprese e dei 51% dei posti di lavoro della provincia, ben due terzi degli abitanti hanno votato partiti favorevoli all’unità spagnola. Non vogliono rompere in nome del nazionalismo. Invece nelle aree di Berguedà e Osona — territori molto più vasti della capitale, ma spopolati e provinciali — gli appena 120 mila voti sono andati al 70% ai secessionisti.
IL NESSO FRA CAMPAGNE E VOTO SECESSIONISTA È VISIBILE OVUNQUE. Fra le quattro provincie catalane, maggioranze indipendentiste sono emerse in quelle contrassegnate da villaggi e piccoli centri, Girona e Lleida. Persino a Tarragona, più piccola ma urbana, il 54% è per lo status quo.
NON VA COSÌ SOLO IN CATALOGNA. NÉ SOLO NEL REGNO UNITO, dove il messaggio nazionalista pro Brexit ha perso in tutte le grandi città e vinto nelle piccole meno che nei villaggi. UN FENOMENO SIMILE EMERGE ANCHE IN AUSTRIA, nel voto di ottobre per la destra estrema della FPÖ. Sankt Urban e Sankt Pankraz, dove il partito nazionalista segna il record di consensi, sono villaggi isolati ai piedi delle Alpi. La Stiria, il Land dove la FPÖ strappa l’affermazione maggiore sfiorando il 30%, è coperta quasi per intero di foreste, pascoli, vigneti e piantagioni di frutta.
Eppure a Graz, città capoluogo della Stiria, la FPÖ resta sotto le medie nazionali e in centro non supera il 12%. Anche nel centro di Vienna la FPÖ è relegata al 10%, quando invece cattura un terzo dei consensi nella periferia deindustrializzata di Simmering (un’ex bastione rosso, dove i nazisti subirono la loro peggiore disfatta nelle elezioni austriache del 1932).
LA STESSA RIVOLTA DELLE CAMPAGNE SI NOTA IN POLONIA: i nazionalisti di Legge e giustizia hanno perso nelle città di Varsavia, Cracovia, Lodz e Katowice alle presidenziali del 2015, pur dominando i territori tutto intorno.
Quanto a Donald Trump e al suo «America first», i dati dello Stato di New York sono emblematici: a Manhattan, l’area più densa con 27 mila persone per chilometro quadrato, Trump incassa la sua disfatta peggiore al 9,7%. Invece nella contea di Hamilton, la più spopolata dello Stato di New York con un abitante al chilometro, ha il più grande trionfo con il 70%.
Piccole comunità, quando si sentono emarginate da decisioni prese nelle capitali e nel mondo, reagiscono con il nazionalismo. America first, Catalogna «libera», passaporto austriaco agli altoatesini. Questi patrioti sembrano motivati più dal timore di aver perso il controllo sulle proprie vite, che dal fervore nazionale. Ma agli abitanti delle città che guardano lontano, rispondono: state qui. (Federico Fubini)

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NEXT, L’ANNO CHE VERRÀ

RUSSIA. LO ZAR PUTIN VERSO IL QUARTO E ULTIMO MANDATO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 28/12/2017
– 2018: le elezioni in Italia e quelle del midterm negli Stati Uniti; il quinto compleanno del pontificato di Bergoglio e il campionato del mondo di calcio senza la nostra nazionale. Ecco che cosa ci aspetta nei prossimi dodici mesi – Con la GERMANIA ancora in attesa di formare un governo e Roma in attesa di conoscere il suo destino, il presidente francese MACRON si affaccia sulla scena come il leader europeista più attivo – L’intervento diretto sul Dna conoscerà una diffusione più ampia con tutti gli interrogativi che ne conseguono. Tra le emergenze da affrontare si farà largo anche il tema dei RIFUGIATI CLIMATICI – Se l’Inghilterra, e non solo, sognerà con la futura moglie di Harry, già regina dei media, i tifosi orfani degli azzurri dovranno scegliere i loro campioni stranieri o “ripiegare” sui Giochi invernali e la pallavolo –
Il 18 marzo o l’8 aprile — dipende se otterrà la maggioranza assoluta dei voti al primo o al secondo scrutinio — Vladimir Putin verrà rieletto per altri sei anni presidente della Russia. Sarà il suo quarto mandato, forse l’ultimo. Quando scadrà questo termine, nel 2023, la presidenza Putin avrà segnato un quarto di secolo di storia russa. Un’epoca.
Caratterizzata dal tentativo, per ora in buona misura riuscito, di riportare la Federazione Russa al rango di grande potenza. La terza al mondo, dopo Stati Uniti e Cina. Il destino del più vasto impero al mondo è di dover combattere per il proprio rango con risorse, anzitutto demografiche ed economiche, assai inferiori a quanto i manuali e l’esperienza storica prescrivano.
Malgrado la grave perdita dell’Ucraina, compensata solo in parte dal colpo di mano con cui ha recuperato la Crimea, Putin ha riportato la Russia a giocare da protagonista in Medio Oriente e in altre regioni del mondo nelle quali il relativo disimpegno americano ha lasciato spazio ad altri attori.
Il punto chiave da definire nel 2018 e negli anni a venire è la collocazione della Russia fra Stati Uniti e Cina. Ad oggi, Pechino a Mosca hanno allestito un allineamento basato sulla manipolazione reciproca per pesare di più nel rapporto con Washington.
Ma la diffidenza reciproca è totale. E i russi sono comunque il junior partner in questa strana intesa. Certo è che la frattura fra Mosca e Washington si svela insanabile. La Russia ha visto, vede e vedrà anche nel 2018 nell’Occidente (per quanto esiste ancora) un avversario. E sarà vista come tale dall’America e dagli europei del Nord e dell’Est. (Lucio Caracciolo)

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SPAGNA, VINCONO I SEPARATISTI

LA RISCOSSA DEGLI INDIPENDENTISTI: IN CATALOGNA SONO MAGGIORANZA

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 22/12/2017
– Catalogna Il voto scuote il Paese: maggioranza agli indipendentisti per 3 seggi. Crollano i popolari – Puigdemont: «Sconfitta Madrid». Gli unionisti di Ciudadanos prima forza –
«Junqueras lliure!», Junqueras libero, gridano i militanti della sinistra secessionista sotto le volte di vetro della Stazione Nord, inneggiando al leader che ha votato in prigione, nella cella del modulo 7 che divide con l’ex consigliere agli Interni Forn.
«Torna il presidente!» fanno eco i separatisti borghesi sotto il ritratto dell’esule Puigdemont, nell’hotel elegante accanto al Paseo de Gracia: la loro lista era solo terza nei sondaggi, ora contende il primo posto ai nemici di Ciudatans, Cittadini. La Catalogna è andata in massa alle urne e ha espresso un voto ribelle, un sussulto di orgoglio, una rivendicazione di dignità: gli indipendentisti mantengono la maggioranza assoluta dei seggi, con quasi il 48% dei voti.
Questo non significa che l’indipendenza arriverà. Al contrario, il premier Rajoy ha già ribadito che non cambia nulla: Barcellona sarà amministrata da Madrid, fino a quando non saprà darsi un governo proprio, che rinunci a qualsiasi velleità secessionista; e Madrid ha già dimostrato di sapersi far obbedire da poliziotti, militari, funzionari. Quanto al nuovo governo, è un rebus senza soluzioni.
In un albergo di plaza de Espanya, Inés Arrimadas, l’andalusa trentaseienne leader degli anti-separatisti di Ciudatans, festeggia vestita di bianco un risultato storico: non era mai accaduto che una forza avversa al catalanismo fosse la più rappresentata nel Parlamento di Catalogna. Ma la vittoria avviene a spese del Partito popolare, crollato a un umiliante minimo storico.
Non sarà facile per Inés trovare alleati, dopo aver condotto una campagna molto polemica anche verso il candidato socialista Miguel Iceta, favorevole alla liberazione dei «prigionieri politici». Iceta puntava sull’«operazione Borgen», come lui stesso l’ha definita, evocando la serie tv danese in cui il capo di un piccolo partito centrista diventa presidente approfittando dei veti incrociati tra i partiti grandi.
I socialisti si sono presentati come conciliatori; il sorriso accattivante con cui nella notte Iceta ha salutato i suoi eletti è piaciuto ai catalani che vorrebbero lasciarsi alle spalle questa stagione orribile; ma i separatisti non sono disposti ad astenersi in cambio di scarcerazioni che oltretutto non dipendono dall’esecutivo locale, ma dai giudici di Madrid.
A maggior ragione non ha chances Xavier Doménech, il candidato del Codino Pablo Iglesias: neppure la sindaca Ada Colau ha trainato la lista di Podemos, stare in mezzo al guado — no alla secessione, sì al referendum — non ha pagato.
Male anche l’estrema sinistra: il leader Caries Riera ha votato a pugno chiuso, prontamente imitato dagli scrutatori; tanta passione non è stata premiata, gli anticapitalisti della Cup crollano da dieci a quattro seggi.
La maggioranza separatista è striminzita. Non era però scontato che dopo una gestione disastrosa della crisi, con una dichiarazione virtuale di indipendenza subito contraddetta dalla realtà, il crollo del turismo, le pressioni del governo centrale sulle imprese, il trasferimento della sede legale delle banche, i catalanisti avrebbero riconquistato i seggi del 2015.
La grande partecipazione non ha cambiato i rapporti di forza. Certo, oltre il 50% ha votato per superare l’impasse; ma i partiti unionisti sono profondamente divisi tra loro. I popolari quasi scompaiono. Rajoy subisce una netta sconfitta. Nel resto della Spagna non è mai stato così forte; ma qui ha pagato le manganellate.
Eppure il primo ministro non si era tirato indietro, si è fatto vedere molte volte in città, ha chiuso la campagna di persona martedì notte, ha pure annunciato l’aumento del salario minimo: tutto inutile. L’eco di Barcellona arriva nella notte anche a Madrid.
Albert Rivera, leader nazionale di Ciudadanos, esce rafforzato. Anche il socialista Sanchez ha preso un po’ di ossigeno. Far cadere Rajoy oggi non conviene a nessuno, almeno fino a quando le tenebre su Barcellona non si saranno diradate; però il premier dovrà pagare un prezzo ai suoi alleati occulti. Stamattina comincia la ricostruzione.
Suturare le ferite del primo ottobre è impossibile; sarà già tanto lasciarsi alle spalle le tensioni della campagna elettorale, con fantocci impiccati ai cavalcavia, insulti sessisti sui social, minacce e candidati sotto scorta. La sfiducia reciproca è tale che l’Assemblea catalana ha organizzato un contro-conteggio dei voti: «Non ci fidiamo degli spagnoli e dei loro brogli».
In teoria i separatisti hanno i numeri per formare un nuovo esecutivo. Però Madrid è pronta a impedirlo o a dissolverlo, se non sarà rinnegata l’indipendenza. Per Puigdemont e Junqueras sarebbe un’umiliazione. L’alternativa resta l’esilio, o il carcere. A meno che i due prendano strade diverse. In fondo non hanno presentato una lista comune, per riservarsi la possibilità di altre alleanze.
Una coalizione di sinistra arriverebbe vicina alla maggioranza assoluta; ma i socialisti chiederebbero la rinuncia alla secessione, offrendo in cambio un nuovo Statuto e la richiesta di una riforma federalista della Costituzione.
Rajoy potrebbe essere costretto ad accettare: ha già promesso una commissione di studio; cercherà semmai di prendere tempo. Non è escluso che in Catalogna si ripeta quanto è accaduto in Spagna: dove si votò pochi giorni prima del Natale 2015, e sei mesi dopo si tornò alle urne.
Assediato dalle telecamere nella «sua» Bruxelles, Puigdemont annuncia: «La ricetta che Rajoy ha spiegato all’Europa è fallita». Se torna in patria, finisce in galera; ma come si fa ad arrestare in nome della democrazia spagnola uno dei vincitori delle elezioni catalane? Junqueras dal carcere saluta commosso i suoi figli, si congratula con la sua pupilla Marta Rovira e manda un bacio alla moglie: «Tesoro non dimentico che oggi è il nostro anniversario». E al Santiago Bernabeu si gioca Real Madrid-Barcellona. (Aldo Cazzullo)

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MOVIMENTI POPULISTI IN EUROPA: COSA INSEGNA IL 2017 E COSA DOBBIAMO ASPETTARCI DALL’ANNO NUOVO
di CAS MUDDE, da VoxEurope http://www.voxeurop.eu/ del 27/12/2017
– Il 2017 doveva essere l’anno del trionfo dei partiti populisti in tutta Europa. Non è andata così. Che ne sarà del 2018? Lo spiega l’esperto dei movimenti populisti Cas Mudde –
Mentre il 2016 è stato l’anno della sorpresa populista, il 2017 doveva essere quello della vittoria dei movimenti che a quella tendenza si richiamano. Con le elezioni previste in Austria, Francia, Germania e Paesi Bassi, per citare le più importanti, tutta l’attenzione era dedicata ai “populisti” che, nella stragrande maggioranza dei casi, rappresentavano la destra radicale populista.
I mezzi d’informazione britannici e statunitensi sostenevano che i terremoti della Brexit e dell’elezione di Donald Trump avrebbero provocato gravi scosse di assestamento sul continente europeo, portando alla scomparsa di leader centristi di lungo corso, come la cancelliera Angela Merkel in Germania, e all’ascesa di nuove personalità populiste, come Marine Le Pen in Francia.
Il mantra ricorrente di un populismo rafforzato che sconfigge lo status quo dopo averlo assediato ha subìto un primo colpo con le elezioni parlamentari olandesi di marzo, in cui il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders ha registrato un risultato inferiore alle aspettative, anche rispetto ai sondaggi più realistici diffusi subito prima del voto. Il grande “vincitore” politico è stato invece il primo ministro Mark Rutte, sebbene in posizione di perdente elettorale per aver adottato la propaganda e in parte le politiche del Pvv. Rutte ha dichiarato che il suo “populismo buono” aveva sconfitto il “cattivo populismo” di Wilders, e i mezzi d’informazione internazionali hanno seguito questa linea. Siamo tutti populisti!
Tuttavia, il vero test per quel mantra ricorrente erano le elezioni presidenziali francesi di aprile, le uniche con il sistema maggioritario (“chi vince prende tutto”). Per buona parte dell’anno precedente, Marine Le Pen era rimasta in testa nei sondaggi come la personalità politica francese col più alto gradimento. Tuttavia, i mezzi d’informazione non avevano riportato il fatto che Le Pen fosse di gran lunga anche il politico più impopolare del paese, e ciò ha azzerato le sue chance di vincere al secondo turno.
Alla fine, la candidata del Front National ha raggiunto risultati al di sotto delle aspettative in entrambi i turni, in parte a causa della campagna elettorale indebolita e della scarsa performance in un dibattito televisivo, ed è stata eclissata dal nuovo astro nascente della politica europea, Emmanuel Macron, che ha stravinto anche le elezioni parlamentari del mese successivo. Inevitabilmente, anche lui è stato battezzato come “populista”: malgrado i fatti, il populismo doveva essere il grande vincitore del 2017!
Mentre Macron veniva ridefinito come outsider invece che come un populista a tutti gli effetti, i giornalisti stavano cominciando a ventilare un nuovo mantra: la morte del populismo. Esagerando le mediocri performance di Le Pen e Wilders, in particolare nel confronto tra risultati reali e aspettative irrealistiche. Alla luce di questa situazione, le imminenti elezioni parlamentari tedesche di settembre hanno rappresentato la prova del nove per il “populismo”. Merkel avrebbe trionfato, dando ai populisti il colpo di grazia, o sarebbero stati i populisti di estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) a porre fine ai suoi dodici anni alla guida della Germania?
La risposta delle urne era incerta: l’Afd ha registrato il secondo miglior risultato per un partito al terzo posto nella storia recente, ma Merkel e la Cdu/Csu sono rimasti chiaramente i soggetti più solidi della politica tedesca. Nei mezzi d’informazione e tra gli opinionisti regnava il caos: il populismo ne è uscito vincitore o sconfitto? La sentenza doveva giungere dai vicini austriaci, che svolgevano le elezioni parlamentari il mese dopo. Tuttavia, le elezioni in Austria hanno offerto un altro scenario, che mostrava alcune somiglianze sia con la situazione olandese, sia con quella francese.
Il grande vincitore del voto austriaco è stato il giovane ministro degli esteri Sebastian Kurz, che ha trasformato il partito conservatore Övp in uno strumento politico personale, sul modello di quanto fatto da Macron in Francia. D’altra parte, Kurz ha ripreso la strategia del “buon populismo” adottata da Rutte nei Paesi Bassi, sostenendo una reazione autoritaria e nativista di fronte alla cosiddetta crisi dei rifugiati. Tuttavia, in totale rottura con gli altri paesi, che hanno ostracizzato i populisti di estrema destra, Kurz ha coinvolto il partito estremista Fpö nella formazione di governo. A differenza di quanto accaduto nel 2000, quando il suo predecessore Wolfgang Schüssel aveva fatto lo stesso, questa volta non c’è stata una forte reazione nazionale o internazionale. La destra radicale e populista è stata normalizzata, sia essa un partner politico o una forza emarginata.
Con questo panorama arriviamo al 2018, anno in cui molti paesi europei con solidi partiti populisti andranno al voto, inclusi Ungheria e Italia.
Cosa possiamo aspettarci, rispetto alle lezioni del 2017? Prima di tutto, non ci sono lezioni valide in generale, poiché l’Europa è un continente, non un paese. Le elezioni nazionali sono, per definizione, nazionali! Pertanto, il voto in Ungheria saranno influenzato da fattori ungheresi, come ad esempio la divisione interna dell’opposizione, e quello in Italia da fattori italiani, tra cui l’attuale situazione migratoria.
In secondo luogo, il populismo continuerà a interessare le elezioni europee, soprattutto in quei contesti in cui i partiti populisti erano già presenti un decennio fa.
In terzo luogo, a prescindere da quale sia il vero risultato dei partiti populisti, i media internazionali gli riserveranno un’attenzione sproporzionata. (CAS MUDDE*, traduzione di Andrea Torsello)
(*CAS MUDDE -1967- è un politologo olandese. È professore associato alla School of Public and International Affairs dell’Università della Georgia -Stati Uniti- e ricercatore presso il Centro di ricerca sull’estremismo dell’Università di Oslo. È l’autore tra l’altro di “On Extremism and Democracy in Europe” e di “The Populist Radical Right: A Reader”)
Partiti definiti populisti in Europa: Austria: Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ). Belgio: Vlaams Belang (VB). Bosnia Erzegovina: Народни демократски покрет (NDP)-Партија демократског прогреса (PDP), Bosanska patriotska stranka (BPS). Bulgaria: Обединени Патриоти (United Patriots), Граждани за европейско развитие на България (GERB). Cipro: Εθνικό Λαϊκό Μέτωπο (ELAM, Fronte nazionale popolare). Croazia: Živi zid, Promijenimo Hrvatsku. Danimarca: Dansk Folkeparti (DF). Estonia: Eesti Konservatiivne Rahvaerakond (EKRE). Finlandia: Perussuomalaiset (Partito dei Finlandesi). Francia: Front National (FN). Germania: Alternative für Deutschland (AfD). Grecia: Χρυσή Αυγή (Alba dorata), Ανεξάρτητοι Έλληνες (Greci indipendenti). Ungheria: Fidesz, Jobbik. Islanda: Framsóknarflokkurinn (Partito progressista), Miðflokkurinn (Partito di centro). Italia: Movimento 5 Stelle (M5S), Lega Nord. Lettonia: Nacionālā apvienība (Alleanza nazionale), No sirds Latvijai (Dalla Lettonia col cuore). Lituania: Tvarka ir teisingumas (Ordine e giustizia), Lietuvos valstiečių ir žaliųjų sąjunga (Unione dei contadini lituani e dei Verdi). Lussemburgo: Alternativ Demokratesch Reformpartei (ADF). Macedonia: Внатрешна македонска револуционерна организација – Демократска партија за македонско национално единство (VPRO-DPMNE). Malta: Alleanza Bidla, Moviment Patrijotti Maltin. Norvegia: Fremskrittspartiet. Paesi Bassi: Partij voor de Vrijheid (PVV), Forum voor Democratie (FvD). Polonia: Prawo i Sprawiedliwość (PiS), Kukiz’15, Kongres Nowej Prawicy. Portogallo: Partido Nacional Renovador (PNR). Repubblica ceca: Akce nespokojených občanů (ANO), Svoboda a přímá demokracie-Tomio Okamura (SPD). Romania: Romania Mare, Partidul România Unită. Serbia: Srpska radikalna stranka (SRS). Slovacchia: Slovenská národná strana (SNS). Svezia: Sverigedemokraterna (SD). Svizzera: Schweizerische Volkspartei (SVP/UDC), Lega. Turchia: Milliyetçi Hareket Partisi. Regno Unito: UK Independence Party. Ucraina: Pravy Sektor, Svoboda.

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NEXT, L’ANNO CHE VERRÀ

EUROPA. CON BERLINO FERMA AL PALO LA UE È ZOPPA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 28/12/2017
L’Europa entra zoppicante nel nuovo anno. Angela Merkel è ancora impegnata nella trattativa con i socialdemocratici per formare un governo, dopo il fallito tentativo con i liberali. Con una nuova “grande coalizione” (CDU-CSU e Spd) la Germania uscirebbe dal letargo politico in cui è stata relegata dalle elezioni del 24 settembre.
E l’ Europa risente del letargo tedesco. I negoziati durano da mesi e potrebbero continuare ancora per settimane prima di arrivare a una conclusione. La partecipazione dei socialdemocratici a un’altra edizione della “grande coalizione” sarebbe positiva per l’Europa, ma lascerebbe all’estrema destra (AFD) il ruolo di principale opposizione al Bundestag.
Una situazione senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale, che rispecchia le avanzate populiste. La difficoltà che incontra Angela Merkel nel formare un governo è vista come un sintomo del suo declino politico.
Per il momento la cancelliera lascia al presidente francese, Emmanuel Macron, il ruolo di leader europeista più attivo e influente all’interno dell’Unione e sul più vasto piano internazionale. Ma Parigi senza Berlino significa appunto un’Europa zoppa.
L’Italia si prepara a elezioni che potrebbero portare al governo forze non particolarmente europeiste, e la Spagna è indebolita dalla crisi catalana. Uno sguardo ai paesi centro-orientali dell’Unione (dall’Austria alla Repubblica Ceca, all’Ungheria alla Polonia) rivela una situazione ancora più critica.
Il problema dei profughi, che quei paesi rifiutano di accogliere, ha appesantito il loro euroscetticismo, ed anche, in alcuni casi, ad esempio quello polacco, il già scarso rispetto dei principi democratici. Se l’economia conosce sensibili miglioramenti, il clima politico non spinge all’ottimismo. (Bernardo Valli)

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IL GRANDE PIANO DI EMMANUEL A CACCIA DI ALLEATI PER GUIDARE LA UE

di Marco Bresolin, da “La Stampa” del 13/12/2017
– Belgi e olandesi lo sostengono, i liberali lo corteggiano, ma le sue iniziative creano attriti – 66,06 per cento: è la percentuale ottenuta da Macron al ballottaggio delle presidenziali 2017 – 2019 le elezioni: è l’anno in cui sono previste le Europee, si studiano liste transnazionali –
BRUXELLES – Dinamismo e ventata di novità. Sono i due punti forti di Emmanuel Macron nella sua personale sfida verso la leadership europea. All’orizzonte ci sono le elezioni del 2019, un appuntamento-chiave che il Presidente vuole usare come trampolino per la sua consacrazione fuori dai confini francesi.
Ci sarebbe anche un terzo aspetto apparentemente favorevole al numero uno dell’Eliseo, quello legato alla (temporanea?) assenza di Angela Merkel dalla piazza Ue. Ma questo potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio.
Il vuoto lasciato dalla Cancelliera, troppo impegnata sul fronte interno con i negoziati di coalizione, offre certamente un’opportunità a Macron per ritagliarsi un ruolo al centro del palcoscenico Ue. Secondo alcuni analisti, potrebbe sfruttare questo spazio per costruire una nuova alleanza con alcuni Paesi attorno alla sua figura e quindi andare oltre l’asse franco-tedesco. Sarebbe un passo rivoluzionario.
E infatti in pochi sono pronti a scommettere su questo epilogo: «Macron ha bisogno di Berlino» spiega un deputato tedesco del Ppe. Parigi deve attendere e quindi la momentanea assenza di Merkel è un freno alla spinta riformista di Macron.
Come se non bastasse, le sue idee ambiziose sulla riforma dell’Eurozona sono già state ridimensionate: bocciato in partenza il Parlamento dell’Eurozona, drasticamente ridimensionato il bilancio dell’Eurozona, resta qualche spiraglio sul superministro delle Finanze. Anche se probabilmente finirà per essere una figura molto diversa da quella che il leader di «En Marche!» aveva in mente.
Però Macron non è uno che ama stare fermo. E in questi mesi ha iniziato a tessere la sua tela a Bruxelles. Tra i banchi dell’Europarlamento, ma anche tra i colleghi capi di Stato e di governo. Al Consiglio Europeo ha il forte sostegno del vicino Benelux: il belga CHARLES MICHEL e il lussemburghese XAVIER BETTEL avevano già lanciato l’idea di una «coalizione dei volenterosi» durante un incontro con l’omologo francese alla fine di agosto.
Del club fa parte anche l’olandese MARK RUTTE. I tre, tutti liberali, hanno cercato in ogni modo di convincere Macron ad abbracciare l’Alde. Ma lui si è sempre tenuto alla larga delle riunioni della famiglia politica liberale. E convinto che farsi appiccicare l’etichetta di un «vecchio» partito politico possa danneggiare la sua immagine di innovatore. Piuttosto è lui che vuole trascinare i liberali dalla sua parte. E qui entra in gioco il lavoro che alcuni eurodeputati stanno facendo nei corridoi del Parlamento Ue.
Popolari e socialisti hanno ribadito la loro volontà di insistere sul sistema dello «Spitzenkandidat», che vedrà ogni famiglia politica presentare il proprio candidato di punta: chi prende più voti, diventa presidente della Commissione europea. Macron si adeguerà al metodo, oppure cercherà di scardinarlo?
Lo scenario sarà più chiaro verso febbraio, quando i leader si riuniranno a Bruxelles per un summit dedicato alla preparazione delle elezioni 2019. Discuteranno anche della proposta di creare delle liste transnazionali, idea che piace a Macron e che il sottosegretario Sandro Gozi spinge da tempo. Ma, nella migliore delle ipotesi, si tratterà di pochi seggi.
E allora dietro le quinte si lavora a un «gruppo trasversale di sostegno a Macron» con membri popolari, socialisti, verdi e liberali. Potrebbe chiamarsi «Rifondazione Europea». Il socialista francese Gilles Pargneaux ha annunciato di avere una lista con 70 nomi di 21 diverse nazionalità. Ma la strada è tutta in salita: alcuni degli indiziati speciali, come il verde lussemburghese Claude Turmes, hanno già preso le distanze. (Marco Bresolin)

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ALBERTO BUELA LAMAS

POPULISMO E “POPULARISMO” NELL’ESTREMO OCCIDENTE

di Filippo Romeo, da VITA (www.vita.it/ ) del 15/12/2017
L’Europa, ci piaccia o no, spiega il filosofo argentino ALBERTO BUELA LAMAS, «ha mille risorse nascoste che può ancora mobilitare. È un’ingenuità affermare che l’Europa è finita, quelli che sono finiti sono i suoi dirigenti, influenzati dalla “americanosfera”»
Nel nostro incontro con il professor Alberto Buela Lamas affrontiamo la questione del populismo da altre prospettive: geografica e di pensiero. Buela, infatti, ci porta ad analizzare le differenze che intercorrono tra populismo e “popularismo” e tra movimenti europei e movimenti ibero-americani, termine che il Professore sceglie per segnare la differenza con quello comunemente conosciuto, “latinoamericani”, di invenzione francese. Guardando l’Europa dall’“estremo occidente”, il filosofo argentino confida ancora nella centralità europea e nella luce di Roma “ultima datrice di senso delle azioni degli uomini nel mondo.”

Alberto Buela Lamas è un filosofo argentino che ha sviluppato il pensiero ibero-americano.
Ha insegnato presso l’Università Tecnologica Nazionale dell’Argentina e in Spagna presso l’Università di Barcellona. Di formazione classica, è stato il fondatore della visione metapolítica in America, nonché pioniere della “teoria del dissenso” che propagò attraverso le pagine dell’omonima rivista con l’ambizione di edificare un pensiero alternativo rispetto a quello egemonico. Il suo pensiero poggia su autori classici come Platone ed Aristotele, su autori contemporanei europei come Scheler, Heidegger, Bollnow e americani tra cui figurano McIntayre, Wagner de Reyna, Nimio de Anquín, Saúl Taborda.

Il dibattito sul populismo tiene banco sia in ambito accademico, che sui quotidiani. Da filosofo politico potrebbe fornirci una definizione di tale termine e la sua opinione su tale fenomeno?
La politologia, che è una scissione relativamente recente della filosofia, ha considerato storicamente il populismo in forma spregiativa. Essa, infatti, concedendogli una connotazione negativa, lo ha caratterizzato come una patologia politica, secondo Leo Straus, o come “l’Enfant Perdu” della scienza politica ( Bosc René: “Un enfant perdu de la science politique: le populisme”, en Projet, n.° 96, junio de 1975, pp. 627-638). Uno studio che si è rivelato a dir poco vergognoso per coloro i quali lo hanno partorito. La più rinomata studiosa del tema, l’inglese Margaret Canovan sostiene che: “il termine populismo si usa comunemente a mo’ di diagnosi per una malattia” (Canovan, Margaret: Populism, Hartcourt Jovanovich, Nueva York-Londres, 1981, p.300).
Con riferimento alla definizione di populismo potremmo dire che: si ha populismo dove il governo fa quello che il popolo chiede e non ha altro interesse che l’interesse del popolo stesso.
La mia opinione sul fenomeno populista è che l’installazione politica del populismo in Europa, in questi ultimi anni, ha obbligato i teorici a ripensare la categoria di populismo con l’intenzione di liberarla della connotazione spregiativa che loro stessi gli avevano attribuito in altri tempi, quando il fenomeno del populismo si manifestava nei paesi periferici o del terzo mondo, come furono i casi di Perón, Vargas o Nasser. Oggi, in Europa, abbiamo non suolo il populismo di destra come il caso del Fronte Nazionale francese, bensì anche quello di sinistra come Podemos in Spagna. Ecco allora che il populismo si è trasformato in una corrente orizzontale che va dalla destra alla sinistra, quando in realtà il fenomeno possiede un asse verticale che va dal basso (l’interesse reale del popolo), verso l’alto, (mettendo in discussione la rappresentanza politica demo-liberale e borghese dei partiti politici del sistema).
In un suo articolo lei ha parlato di differenza tra populismo e “popolarismo” potrebbe spiegarci di cosa si tratta?
Noi siamo ricorsi ad un neologismo, quello del “popularismo” che solo gli uomini di lingua italiana possono comprendere perfettamente, che sostiene che il popolo è: a) fonte principale di ispirazione; b) termine costante di riferimento; c) depositario esclusivo di valori positivi. Il popolo come forza rigeneratrice è il mito fondante nella lotta per il potere politico. Il popolo è il soggetto principale della politica. L’azione del pensiero unico e politicamente corretto, espresso in queste ultime decadi per la socialdemocrazia e le sue varianti “progressiste”, ha cercato la sparizione del popolo (dell’ethos popolare) per trasformarlo in “pubblico consumatore” al fine di manipolarlo facilmente. Questo è il populismo postmoderno di cui parla Ernesto Laclau nella sua Ragione populista (2005) e sposato anche all’interno del nostro ambiente di pensiero. Per Laclau il popolo è sempre popolo sciolto mentre per il peronismo o i governi popolari il popolo è paese organizzato. In una parola, il popolo è al centro attraverso le sue organizzazioni, le organizzazioni libere del popolo, perché solo attraverso esse esiste.
Altra cosa da aggiungere è che il populismo postmoderno di Chàvez e Kirchner è moltitudine o pubblico consumatore. Sempre nell’idea di egemonia, espressa da Laclau, il populismo contemporaneo crea “diversi popoli particolari” (chiamati indipendentisti, minoranza gay, indigeni etc. etc.) i quali hanno la pretesa di assumere una dimensione universale.
Per tale ragione utilizziamo il termine “popularismo”, al fine di distinguere il vero populismo dal suo falso impostore.
L’attuale modello di crescita si innesta su un pensiero quale quello illuminista, ormai in crisi. Potrebbe ciò aver contribuito alla rinascita del populismo?
Il “popularismo”, o vero populismo, è l’ultima reazione davanti alla democrazia liberale di corte istruita, poiché i suoi meccanismi e le sue istituzioni politiche, non sono più in grado di fornire risposte adeguate alle reali necessità che oggi hanno i popoli. E’ stato provato e comprovato ad nauseam che il sistema democratico liberale borghese non può dare risposte alle nuove necessità del nostro tempo. Allora il “popularismo” si interroga sull’idoneità dell’attuale sistema e reclama cambiamenti inerenti al sistema dei partiti e ai meccanismi di elezione. Per esempio ci si interroga sul monopolio della rappresentatività dei partiti politici come via di accesso al parlamento, proponendo altre forme di accesso. Quest’ultimo aspetto viene denominato, dai teorici statunitensi, “costituzionalismo di comunità” dove le forze della comunità possono accedere direttamente al parlamento senza dover passare attraverso i partiti politici. (In Argentina ci fu un’esperienza simile con la validità della costituzione del Chaco del 1952, conosciuta come “la costituzione del doppio voto”).
Reitero, per rispondere alla sua domanda senza giri, il “popularismo” respinge per incompetenza politica, il pensiero illuminista.
Esistono delle differenze tra populismo europeo e quello latino americano?
Le differenze sussistono e sono abbastanza evidenti. Il populismo ibero-americano (mi rifiuto di parlare di America Latina, perché come sanno tutti gli italiani, latini sono solo quelli del Lazio e la denominazione America Latina è stata un’invenzione francese per potere giustificare il loro intervento nella Nostra America) è stato sempre un nazionalismo di “Patria Grande”. Ha pensato sempre in termini continentali come Suramérica, Hispanoaméria o Iberoamérica, mentre i populismi europei sono di “Patria Piccola”, e tanto più piccole sono, quanto più accrescono le istanze nazionaliste, così abbiamo i valloni in Belgio, i Catalani in Spagna, i corsi in Francia e la Lega Nord in Italia.
I populisti europei sono quasi tutti istruiti mentre i populisti sud-americani sono capi semibárbaros (questo dicono gli istruiti su essi). I populismi europei negano l’esistenza di un ethos nazionale, mentre gli ibero-americani lo affermano come principio indiscutibile della sua esistenza nell’ecúmene culturale che si esprime in una sola lingua: la lingua ispana. E, per come sosteneva Gilberto Freyre, il gran sociologo brasiliano: “noi uomini ispani possiamo parlare e capire con facilità quattro lingue: il portoghese, lo spagnolo, il galiziano ed il catalano”.
Possiamo dunque affermare che, il popularismo ibero-americano è inclusivo mentre il populismo europeo è esclusivista.
In Europa, stiamo assistendo ad una crescita esponenziale di partiti e movimenti nazionalisti. Potrebbe un movimento europeo superare queste istanze nazionalistiche e quale dovrebbe essere il collante e l’idea forza?
L’ Europa, ci piaccia o no, è il centro dell’Occidente. L’Europa ha mille risorse nascoste che può mobilitare. È una stupidità affermare che l’Europa è finita, quelli che sono finiti sono i sui dirigenti, influenzati “dall’americanosfera”, per come la definì Guillame Faye.
La decadenza si ha nelle sue classi dirigenti non nei suoi popoli, i quali detengono una ricchezza di particolarità e differenze come nessuno al mondo. L’Europa, inoltre, ha ancora Roma che è l’ultima datrice di senso delle azioni degli uomini nel mondo.
Parigi volle essere la seconda Roma e non poté, Mosca vuole essere la terza Roma e non può, mentre gli Stati Uniti tagliarono i suoi lacci con l’Europa. L’idea di romanità la troviamo espressa perfettamente in Virgilio, il più grande poeta latino, il quale afferma nell’Eneide: “tu, o Romano, ricordati di reggere i popoli con autorità; (tu avrai queste arti) e di imporre norme alla pace; di risparmiare quelli che si sottomettono e debellare i superbi” (Virgilio: Eneide VI).
Noi dall’estremo Occidente, non siamo né ottimisti né pessimisti, bensì realisti speranzosi, e come tali pensiamo che la “vecchia Europa” reagirà, dal momento che ha gli attributi per farlo. E reagirà sull’idea indicata da Virgilo, il padre di Occidente. In questo la dirigenza italiana, quella più genuina, ha molto da dire e su questo può contare sull’Argentina che è la sua testa di ponte naturale in America.

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LONDRA MODERNA “CITTÀ STATO”: IL PIANO PER SFUGGIRE ALLA BREXIT

di Luigi Ippolito, da “il Corriere della Sera” del 6/12/2017
– Il sindaco Khan vuole per la capitale (e la City) un futuro ancorato all’Europa –
LONDRA – Una Repubblica indipendente sulle rive del Tamigi? L’ipotesi non sembra più confinata nel regno della fantapolitica: perché a evocarla è stato lo stesso sindaco di Londra Sadiq Khan, che ha fatto balenare l’idea che la capitale britannica resti nel mercato unico dopo la Brexit (e così di fatto dentro l’Unione europea), lasciando il resto della Gran Bretagna a inseguire i suoi sogni di splendido (?) isolamento.
E’ la conseguenza della soluzione che si cerca di impostare per l’Irlanda del Nord: lasciare la provincia «allineata» all’Europa per evitare il ritorno a una frontiera fisica che divida l’isola di smeraldo. E allora perché non immaginare lo stesso scenario per Londra, che ha votato l’anno scorso a stragrande maggioranza per restare nella Ue?
«Enormi ramificazioni per Londra se Theresa May concede che sia possibile per parti del Regno Unito di rimanere nel mercato comune e nell’unione doganale dopo la Brexit», ha twittato già lunedì il sindaco Khan. E ieri il primo cittadino della capitale è tornato alla carica, annunciando che incontrerà a breve David Davis, il ministro della Brexit, per «sollevare in maniera urgente la questione» della permanenza di Londra nelle strutture della Ue.
Khan ha fatto capire che Bruxelles potrebbe essere aperta all’idea di un accordo speciale con la capitale britannica, lui stesso avrebbe evocato l’ipotesi in incontri avuti in precedenza con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il capo della Commissione Jean-Claude Juncker.
A spingere Khan in questa direzione non è soltanto il fatto che Londra è una metropoli cosmopolita pienamente a suo agio in Europa, e che di conseguenza ha votato contro la Brexit, a differenza del resto dell’Inghilterra: nella mente del sindaco c’è anche il destino della City, cuore economico della capitale, che rischia una grave emorragia di posti di lavoro nel caso in cui non fosse più in grado di vendere i suoi servizi finanziari e legali nel resto della Ue.
Restare ancorata all’Europa consentirebbe a Londra di continuare a svolgere il suo ruolo di polmone delle economie di tutto il continente: anche se di fatto significherebbe dar vita a una specie di città-Stato sulle rive del Tamigi, con regole diverse dal resto del Paese. Un modello Hong Kong applicato alla Gran Bretagna.
I rischi sono evidenti e li ha portati alla luce lo stesso Khan, quando ha detto di essere pronto a cooperare con Nicola Sturgeon, la prima ministra della Scozia. Anche a Edimburgo, infatti, hanno preso al balzo la palla nordirlandese e chiedono di essere «esentati» dalla Brexit: perché pure a Nord del vallo di Adriano gli elettori si erano espressi per restare in Europa.
Theresa May si trova di fronte a un dilemma tragico: completare la Brexit a costo di disintegrare il Regno Unito o tenere assieme il Paese e disconoscere la volontà popolare del referendum. Prima o poi, la premier dovrà scegliere. (Luigi Ippolito)

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ORA BREXIT NON VUOLE PIÙ DIRE TANTO BREXIT

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 15/12/2017
Cambiare tutto per non cambiare quasi niente. Parafrasando il Gattopardo, gli inglesi potrebbero chiedersi sulla Brexit: ne vale la pena, se alla fine le cose resteranno come prima? L’interrogativo è legittimo, dopo la sconfitta subita da Theresa May mercoledì 13 dicembre alla camera dei Comuni.
Per quattro voti, l’opposizione è riuscita a imporre che tra un anno, nell’autunno 2018, il Parlamento esaminerà l’accordo finale sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e sui futuri rapporti fra Londra e Ue, per decidere se approvarlo, modificarlo o respingerlo.
In teoria, ogni ipotesi è possibile: anche una bocciatura che riapra il negoziato o porti a un nuovo referendum popolare. I titoli dei giornali del giorno dopo drammatizzano: «Tradimento», «ammutinamento», «umiliazione». Esagerano, ma un fatto è certo: undici deputati ribelli conservatori, votando con laburisti, liberaldemocratici e scozzesi, hanno messo il governo in minoranza.
La fragile coalizione nata dalle elezioni anticipate di giugno, indette da May nella convinzione di stravincere, ha rivelato tutta la sua debolezza. In concreto significa che Downing Street non ha i numeri per una “hard Brexit” e che esiste una maggioranza per una “soft Brexit”. Per uno stretto legame con l’Europa.
In fondo è quello che dice di volere la stessa premier, quando chiede un «Canada plus plus plus», un patto di libero scambio più ampio di quello che Bruxelles ha con Toronto, includendo anche i servizi (l’80 per cento dell’economia britannica).
La sconfitta parlamentare segnala tuttavia due problemi. Uno è che l’ala più anti-europea dei Tories non prende bene la svolta pragmatica, come si capisce dalla reazione isterica della stampa. Il Daily Mail mette in prima pagina le foto degli undici deputati «traditori», chiedendo: «Soddisfatti di avere aperto la strada del potere a un marxista?» (sottinteso, il leader del Labour Jeremy Corbyn). Uno degli undici, Dominic Grieve, ieri ha avvertito la polizia di avere ricevuto minacce di morte.
La destra populista, che già rimproverava alla leader conservatrice il deludente risultato elettorale, potrebbe moltiplicare gli attacchi per spodestarla e «salvare la Brexit», come dice Nigel Farage, l’ex capo dell’Ukip.
Il secondo problema riguarda gli inglesi ragionevoli. La differenza tra un «Canada plus plus plus» e gli accordi che Norvegia e Svizzera hanno con la Ue sarebbe minima. Perdipiù, in virtù del periodo di transizione, obiettivo di entrambe le parti, il Regno Unito resterà di fatto nella Ue almeno fino al marzo 2021.
Né è impossibile immaginare, in una futura Ue riformata a cerchi concentrici di integrazione secondo la visione del presidente francese Macron, che la Gran Bretagna finisca per posizionarsi sul girone più esterno, magari dopo una vittoria di Corbyn alle elezioni nel 2022 e un eventuale secondo referendum. Il Parlamento lo ha già capito. Prima o poi lo capirà anche l’opinione pubblica. (Enrico Franceschini)

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A COSA DEVE BADARE L’UE PER “TENERE D’OCCHIO” L’AUSTRIACO KURZ

di Paola Peduzzi, da IL FOGLIO” del 19/12/2017
II nuovo governo austriaco ha giurato lunedì 18 dicembre. L’alleanza tra la destra del cancelliere Sebastian Kurz e l’estrema destra del vicecancelliere Heinz-Christian Strache guiderà il paese per il prossimo mandato, e l’Europa nel secondo semestre del 2018.
Gli europei speravano che Kurz non assecondasse tutte le richieste di Strache – tre ministeri chiave – o che il presidente, il verde Alexander Van der Bellen, ridimensionasse la presenza dell’Fp8 nell’esecutivo. Siccome vogliono però continuare a pensare positivo – questo è l’insegnamento del 2017, anche Simon Nixon sul Wall Street Journal ha celebrato l’anno della sopravvivenza dell’Unione europea – gli europei ripetono che staranno attenti e vigileranno ma non si faranno prendere dall’allarmismo.
Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha twittato per dire che bisogna stare attenti, i valori democratici potrebbero essere in pericolo nell’Austria della coalizione tutta a destra, però Kurz, che è molto giovane (31 anni) ma ha già dimostrato di essere altrettanto scaltro, sventola il suo europeismo moderato, con editoriali sul problema dell’immigrazione e un programma economico liberale e contro la corruzione.
Kurz, andato a Bruxelles, rafforza chi vuole credere che il cancelliere saprà domare i colleghi dell’Fp8 e anche i loro curricula costellati di xenofobia. Poi c’è il ricordo di come è andata, all’inizio degli anni 2000, quando i populisti al governo si sono fracassati, dividendosi e impiegando un decennio per tornare rilevanti.
A Bruxelles molti leggono felici l’articolo del New York Times che titola sui fischi che si sono presi i leader antieuropeisti riuniti a Praga: ricordate il raduno di Coblenza a gennaio di quest’anno?
Allora i populisti innamorati delle “exit” dall’Unione europea scattavano selfie e rilasciavano dichiarazioni roboanti, e tutti facevano a gara per entrare nella foto di famiglia degli orgogliosi sabotatori del progetto europeo.
Ora l’umore è un po’ più dimesso, di uscita dall’euro non parla più nessuno – anche se poi c’è sempre l’olandese Geert Wilders carico, “l’Europa è un mostro, vogliamo un Muro senza di lei” – e semmai si vive di risultati sparsi per tentare di renderli di nuovo un’onda travolgente. Anche Strache fa parte di questo gruppo di europei antieuropei, ma è ancora salda la convinzione che è a Kurz che bisogna guardare, non ai suoi partner.
Naturalmente Bruxelles corre il rischio di sottovalutare la capacità dei movimenti populisti di rinascere, la storia recente europea è scandita da esempi di questo tipo di leggerezza. E con l’Austria il test potrebbe essere rilevante. Soprattutto per quel che riguarda la definizione oggi di “europeismo”.
E’ quasi superfluo notare che l’idea che ha Kurz dell’Europa è molto diversa da quella dell’europeista in chief, il presidente francese Emmanuel Macron – e finché non torna la cancelliera tedesca, Angela Merkel, con un governo solido è a Parigi che si guarda.
Kurz parla di controllo delle frontiere, dopo che già da ministro del governo precedente ci ha fatto venire il mal di testa con i carri armati annunciati al Brennero, laddove Macron ha in mente una rifondazione aperturista dell’Ue, con la sua marcia continentale che partirà a gennaio sul modello di En marche!.
Le avances ai sudtirolesi, la proposta di togliere le sanzioni alla Russia e le dichiarazioni contro l’ingresso della Turchia nell’Ue fanno tremare i più liberali, che vedono dietro alla faccia da ragazzino “un pugno di ferro etno-nazionalista”.
Il pericolo esiste, soprattutto se si salda l’asse tra l’Austria e il gruppo Visegrad nell’est dell’Ue già piegato verso l’illiberalismo, ma ancora una volta buona parte del suo Muro l’Europa può determinarlo da sola. E questa è, dovrebbe rimanere, una buona notizia. (Paola Peduzzi)

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DETTAGLI SUL GOVERNO D’AUSTRIA, TRA SIMBOLI, PASSATO E PAROLE INDICIBILI

di Andrea Affaticati, da “IL FOGLIO” del 19/12/2017
Mentre i media internazionali guardano allarmati alla svolta a destra dell’Austria, lunedì 18 dicembre, davanti alla Hofburg, la residenza del capo di stato, non erano poi in tanti a protestare. Le forze dell’ordine parlano di poco più di 5 mila persone, gli organizzatori di diecimila: molti meno rispetto a quelli che manifestarono nel 2000, in occasione della prima coalizione di governo tra popolari dell’Ovp e l’Fpö, un partito che, come si sa, affonda le proprie radici in un’ideologia originariamente pan germanica e poi radicalmente nazionalista.
Nel discorso di investitura del governo, il presidente Alexander Van der Bellen ha sottolineato che anche alla luce degli “scambi costruttivi avvenuti nelle passate settimane tra lui e i due capi di partito”, il neocancelliere Sebastian Kurz e il capo dell’Fpö Heinz-Christian Strache, nuovo vicecancelliere nonché responsabile per la Pubblica amministrazione e lo Sport, “resta fermo che anche questo governo continuerà nel solco pro europeo fino a qui perseguito dal paese, cosi come nel rispetto dei diritti e della separazione dei poteri. L’introduzione di meccanismi che possano ampliare la democrazia diretta dovrà, infine, avvenire in modo oculato e rispettoso dei fondamenti sui cui si poggia da sempre la repubblica”.
Il presidente austriaco ha scelto toni molto rassicuranti, perché i commenti anche fuori dall’Austria sono preoccupati. Lo Spiegel online ieri scriveva, per dire: “E’ più che probabile che il nuovo governo proseguirà nella politica europea di prima, visto che ultimamente l’Austria si è già schierata più al fianco di Varsavia e Budapest che di Bruxelles”.
Van der Bellen poteva fare da argine al gran bottino conquistato nell’esecutivo dall’Fpö? Molti lo speravano, e lui stesso ha detto: “Non è un segreto per nessuno che io sia di un altro schieramento politico. Ma una volta accettato l’incarico di capo di stato ho giurato di rispettare la volontà popolare e di agire per il bene di tutto il paese”.
Le perplessità restano: è vero che Kurz e Strache si sono ben guardati dal sottoporgli nomi che lui aveva già bollato come “irricevibili”. In compenso ci sono altri ministri dell’Fpö con curricula controversi, a iniziare da quello di Strache, il quale in gioventù coltivava contatti con la scena neonazista (nel 2000, l’allora capo di stato Thomas Klestil aveva detto di no all’ingresso di Haider nel governo ÖvpFpö).
Poi c’è quello di Mario Kunasek, capo dell’Fpö stiriana e ora ministro della Difesa: sottoufficiale in congedo, non fa parte di una confraternita studentesca, ma anche lui coltiva contatti con l’estrema destra tra cui il mensile austriaco Aula e il gruppo “Partei des Volkes” (Pdv).
Kunasek inoltre in passato ha diffuso notizie poi rivelatasi false sulla costruzione di moschee con soldi pubblici e si è avvalso di scene marziali tratte dai videogiochi per mostrare come ci si oppone alle discussioni sull’asilo politico.
Ma secondo gli esperti la figura più inquietante è quella di Annelise Kitzmüller, chiamata a prendere il posto dell’ex sfidante di Van der Bellen alle presidenziali, Norbert Hofer (ora ministro per le Infrastrutture), come terzo vicepresidente del Parlamento. Kitzmüller oltre che per le posizioni omofobiche è nota per essere un’esponente di spicco di due confraternite femminili strettamente legate al culto del paganesimo germanico.
Il dicastero degli Esteri invece è stato diviso: le competenze di politica europea sono ora in mano al nuovo capo della cancelleria, il popolare Gernot Blümel, e di fatto a Kurz. Il quale già sabato nel presentare il programma e la squadra di governo – sul Kahlenberg, luogo simbolico, perché su questa collina alle porte di Vienna furono fermati i turchi – aveva detto: l’uscita dell’Austria dall’Ue è impensabile. Molti sperano a Bruxelles che Kurz dica qualcosa di più costruttivo, e promettente. Dell’uscita dall’Ue si pensava di non dover nemmeno parlare. (Andrea Affaticati)

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DUE SORPRESE CHE FORSE CAMBIANO LA DERIVA ILLIBERALE DELL’EST EUROPA
di David Carretta, da “IL FOGLIO” del 21/12/2017
– La procedura europea contro la Polonia non ha precedenti. Ma attenzione ai dettagli, e alle reazioni. anche a Praga – La riconciliazione tra est e ovest europea è appesa a molti “se”, e l’attivazione dell’articolo 7 dell’Ue farà inacidire il confronto nel breve periodo. Ma il curriculum del neopremier polacco è rassicurante e una fonte molto vicina al neopremier ceco ci dice che la priorità è sempre il dialogo con Bruxelles –
BRUXELLES. La Commissione europea il 20 dicembre scorso ha avviato contro la Polonia la procedura dell’articolo 7 del Trattato per il rischio di violazione grave dei valori fondamentali; il nuovo governo austriaco di Sebastian Kurz potrebbe diventare il numero 5 del V4 di Visegrad; ma dall’Europa dell’est arrivano anche un paio di sorprese che potrebbero smentire la narrazione del nazional-populismo illiberale che si allontana dall’Ue e dalla democrazia.
La prima sorpresa ha il nome di ANDREJ BABIS, il nuovo primo ministro della Repubblica ceca, che sta già dando prove di europeismo con l’annuncio di voler sottoscrivere il Fiscal Compact e sostenere il progetto di riforma dell’architettura della zona euro, anche se ritiene che il suo paese non sia ancora pronto ad aderire alla moneta unica.
La seconda sorpresa ha il nome di MATEUSZ MORAWIECKI, diventato primo ministro della Polonia in un rimpasto voluto dal grande burattinaio nazional-populista di Varsavia (il leader del partito Legge e Giustizia, Jaroslaw Kaczynski), ma che potrebbe presagire una relazione molto più consensuale con l’Ue e i partner europei.
Con la disputa sulle politiche migratorie e la riforma di Dublino destinata a durare ancora molti mesi, la normalizzazione dei rapporti tra quelle che un tempo erano chiamate Vecchia e Nuova Europa è condizionata a molti “se”, non ultimo la volontà di Berlino e Parigi di non approfondire la spaccatura in settori come l’Ue a più velocità, la libera circolazione dei lavoratori o il mercato interno.
Ma, lungi dall’aderire al progetto di Kurz e dei suoi alleati della Fpö, Babi e forse Morawiecki potrebbero scegliere di rinunciare a un V5 austro-ungarico per un’Ue più liberale.
La decisione della Commissione sull’articolo 7, che potrebbe portare a sanzioni come la perdita del diritto di voto della Polonia, non ha precedenti e nel breve periodo è destinata a inacidire lo scontro con Varsavia, ma l’esecutivo comunitario ha lasciato la porta aperta a una retromarcia collettiva.
Sulla Polonia “purtroppo le nostre preoccupazioni si sono approfondite. Negli due ultimi anni sono state adottate 13 leggi che mettono a rischio l’indipendenza del potere giudiziario”, ha spiegato il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans: “La maggioranza di governo può interferire in modo sistematico nel funzionamento dell’autorità giudiziaria”.
Secondo Timmermans, “la Polonia non ci ha lasciato altra scelta”, ma l’attivazione dell’articolo 7 “non è l’opzione nucleare. E’ un tentativo di far ripartire il dialogo per risolvere la situazione”. Se Varsavia adotterà “le azioni raccomandate, la commissione è pronta a riconsiderare la sua posizione”, ha spiegato Timmermans.
La risposta del nuovo primo ministro polacco è stata molto più moderata di quella che ci sarebbe potuta attendere dal suo predecessore, BEATA SZYDLO. “La Polonia è impegnata per il mantenimento dello stato di diritto come il resto dell’Ue”, ha scritto su Twitter il premier MORAWIECKI: la riforma della giustizia è “profondamente necessaria”, il dialogo con la commissione deve essere “aperto e onesto”, ma “credo che la sovranità della Polonia e l’idea di Europa unita possano essere riconciliate”.
Su invito di Jean-Claude Juncker, il 9 gennaio Morawiecki dovrebbe andare a Bruxelles per discutere dell’articolo 7 e della riforma della giustizia in Polonia, cosa che Szydlo si era sempre rifiutata di fare.
La reazione cauta di Morawiecki
Le intenzioni europeiste di Morawiecki sono tutte da verificare. Kaczynski lo ha scelto guardando alle prossime elezioni: se l’ultraconservatrice Szydlo era l’eroina della base del partito Legge e Giustizia, con le sue competenze economiche Morawiecki può sedurre la borghesia polacca più vicina ai conservatori moderati e ai liberali.
Ma il profilo del nuovo premier lascia intravedere anche un tentativo di riconciliazione con l’Ue. Ex banchiere (con uno stage alla Bundesbank), Morawiecki parla inglese e tedesco, ha studiano in Germania, è stato membro di Solidarnosc e ha perfino lavorato come consigliere di Donald Tusk, presidente del consiglio europeo e acerrimo rivale di Kaczynski, con cui è rimasto in buoni rapporti.
Se la base del partito Legge e Giustizia lo disprezza, da ministro delle Finanze Morawiecki ha evitato un deragliamento economico a causa delle promesse populiste. Anzi, meglio: la ripresa dell’economia si è accelerata, mentre il deficit si è ridotto.
Secondo alcuni osservatori delle vicende polacche, Morawiecki sarebbe stato scelto per portare avanti un progetto di normalizzazione del partito Legge e Giustizia e trovare un modo per convivere con l’Ue. Altro piccolo gesto nei confronti di Bruxelles, dopo aver promesso qualche milione di euro per il Trust Fund per l’Africa in un incontro tra Paolo Gentiloni e il V4, Morawiecki ha nominato il ministro responsabile dei rifugiati Beata Kempa. Il “no” sulla ricollocazione dei richiedenti asilo non cambia, ma Varsavia vuole giocare un ruolo più costruttivo sui migranti.
In Repubblica ceca, invece, la promessa europeista di Babis si sta già trasformando in realtà. Anche il premier ceco ha messo mano al portafoglio per aiutare l’Italia sulla Libia. A Bruxelles, alcuni sostengono che l’iniziativa sui 35 milioni per il Trust Fund per l’Africa sia partita da lui.
Il suo annuncio, appena prima del Consiglio europeo della scorsa settimana, di voler sottoscrivere il Fiscal Compact ha sorpreso gli osservatori che erano giunti un po’ troppo presto alla conclusione di un inverno populista e antieuropeo a Praga.
Malgrado le divergenze sulla ricollocazione dei richiedenti asilo, il suo partito Ano è pro-Ue: imprenditore di successo che ha espanso il suo impero in molti altri Stati membri, il nuovo premier si vuole euro-pragmatico.
“La Repubblica ceca ha tutto l’interesse che l’eurozona funzioni bene, anche perché la maggior parte delle esportazioni ceche è diretta verso i paesi dell’Ue e sul nostro territorio ci sono molti investitori provenienti dai paesi membri”, spiega al Foglio Martina Dlabajova, eurodeputata di Ano e consigliere ombra di Babis sulle questioni europee: “Vogliamo preservare l’equilibrio delle finanze pubbliche e siamo pronti a contribuire alla discussione sulla riforma e sulla stabilità dell’eurozona”. Secondo Dlabajova, “Babis non esclude la possibilità di adottare l’euro nel futuro, decisione che potrebbe concretizzarsi solo dopo aver constatato un’Eurozona riformata e stabilizzata”.
Le priorità della Repubblica ceca
La procedura contro la Polonia sull’articolo 7 potrebbe rappresentare la conferma definitiva dell’europeismo di Babis. “Il primo ministro è ben consapevole del fatto che l’Ue è fondata su dei valori comuni condivisi da tutti gli stati membri”, dice Dlabajova.
Secondo alcuni media cechi, Praga sarebbe pronto a votare contro Varsavia. Dlabajova è più diplomatica: “Quello che serve ora è continuare nel dialogo intenso con la Polonia e trovare una soluzione comune. Non vogliamo assolutamente che questa situazione spinga Varsavia sempre più verso l’est continuando a dividere l’Europa”. Dlabajova spiega di nutrire “una certa speranza nel nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki che dovrebbe fare dei passi concreti nei confronti della Commissione”.
Ma per Babis è pia importante il V4 o l’Ue? “Su questo punto non ho dubbi”, risponde Dlabajova: “Essere membro dell’Ue è chiaramente la priorità”. (David Carretta)

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IL CORAGGIO CHE SERVE ALL’EUROPA: LA QUESTIONE POLONIA

di Sabino Cassese, da “il Corriere della Sera” del 27/12/2017
– L’ Unione Europea, la più ingegnosa costruzione politica del XX secolo, con la decisione della Commissione del 20 dicembre scorso, ha ricordato alla Polonia che deve rispettare i valori comuni. È la prima volta che accade e l’evento merita una riflessione –
Vediamo, innanzitutto, dove sta la questione che oppone la Polonia all’Unione. Quest’ultima, nel suo Trattato, ha scritto che dignità umana, libertà, democrazia, eguaglianza, Stato di diritto, diritti umani, sono fondamento della comunità sovranazionale europea. Ed ha ancorato saldamente tali valori a principi sopranazionali, ma anche alle tradizioni costituzionali comuni, alla storia comune degli Stati europei.
La Polonia, invece, è andata per altra strada: ha approvato 13 leggi che prevedono interferenze sistematiche dei poteri legislativo ed esecutivo nella composizione di tutte le corti giudiziarie, nella loro amministrazione e nel loro funzionamento.
La Commissione europea non ha assistito in silenzio: per due anni ha tenuto in vita un dialogo nel quale ha spiegato al governo polacco dove sbagliava: ha adottato una «opinione» e approvato tre «raccomandazioni», seguite ora da una quarta. Ha scambiato 25 lettere con le autorità polacche e ha fatto riunioni con loro. Ha seguito, in altre parole, una procedura preventiva di avviso e messa in mora. Ora, dopo l’insuccesso di questa procedura, ne ha iniziata una più pesante.
Tale procedura è prevista dal Trattato, conduce alla constatazione di un evidente rischio di violazione grave dei valori comuni e potrebbe essere seguita da procedure sanzionatorie consistenti nella soppressione di alcuni diritti derivanti alla Polonia dalla appartenenza all’Unione (ad esempio, privazione del diritto di voto).
La Commissione europea, nell’iniziare per la prima volta questa ultima procedura, ha notato che il rispetto di alcune regole di base comuni è problema che riguarda tutti i Paesi dell’Unione, la fiducia reciproca, il funzionamento del mercato unico, la cooperazione negli affari interni e in quelli giudiziari, il riconoscimento reciproco, il mandato d’arresto europeo.
La procedura deve ora andare avanti con tutte le cautele previste dal Trattato (in particolare, audizione della Polonia, deliberazione del Consiglio e approvazione del Parlamento europeo). Essa rappresenta tuttavia un grande passo avanti. Per la prima volta, quella che veniva in passato ritenuta una interferenza di altre autorità e di altri Stati negli affari interni di uno Stato sovrano assume un significato interamente diverso. L’Unione Europea prende il ruolo di guardiano del rispetto delle regole comuni in aree prima lasciate alle leggi dei singoli Stati (libertà, democrazia, indipendenza dei giudici).
I singoli governi, di converso, non debbono rispondere solo ai popoli che li hanno eletti, ma anche a una «assemblea di condominio», che fa valere regole comuni (i valori elencati nell’articolo 2 del Trattato). Ha avuto ragione quel grande giurista che è Guido Calabresi, quando ha osservato, qualche anno fa, che l’Unione Europea è per certi versi più unita degli Stati Uniti (che molti invece invocano come modello da seguire), proprio per la comunanza di alcuni valori. Calabresi prendeva ad esempio il rifiuto della pena capitale, che oppone ancora oggi alcuni Stati americani ad altri, mentre tutti gli Stati dell’Unione sono compatti nel vietare la pena di morte.
Quest’Europa, insomma, di cui ci lamentiamo ogni giorno, ci ha dato non solo mezzo secolo di pace (lo si consideri a paragone con le decine di milioni di morti e le distruzioni della metà secolo precedente), ma anche una costruzione capace di prudenza e coraggio, la prudenza con la quale una tenacissima Commissione ha dialogato per un biennio con l’orgogliosa e illiberale Polonia e il coraggio con il quale la Commissione ha ora rotto gli indugi e messo sotto accusa Varsavia. (Sabino Cassese)

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PER L’ECONOMIA GLOBALE L’ORIZZONTE È CARICO DI PERICOLI

di Joseph E. Stiglitz*, da “il Sole 24 Ore” del 28/12/2017 (*Premio Nobel per l’Economia nel 2001, è professore allo Columbia University e capo economista al Roosevelt Institute)
Un anno fa ho predetto che l’aspetto più rilevante del 2017 sarebbe stata l’incertezza: alimentata, tra le altre cose, dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e dal voto del Regno Unito a favore dell’uscita dalla Ue. Sembrava che l’unica certezza fosse l’incertezza e che il futuro potesse diventare un luogo davvero confusionario.
Come poi si è verificato, anche se il 2017 non è stato un anno particolarmente positivo, è andata di gran lunga meglio di quanto molti avevano temuto.
Trump si è dimostrato arrogante e imprevedibile come previsto. Chiunque abbia prestato attenzione solo ai suoi tweet, potrebbe aver pensato che gli Usa fossero in bilico tra una guerra commerciale e una guerra nucleare. Trump può insultare la Svezia un giorno, l’Australia il giorno dopo e poi l’Unione Europea – appoggiando i neo-nazisti di casa sua.
E i membri del suo governo plutocratico rivaleggiano uno contro l’altro in termini di conflitto di interessi, incompetenza e pura cattiveria. Abbiamo assistito al preoccupante smantellamento di alcune leggi – soprattutto quelle sulla protezione ambientale – per non parlare dei numerosi attacchi possibilmente ispirati alla retorica bigotta di Trump. Finora però la combinazione di istituzioni americane e incompetenza dell’amministrazione Trump ha mostrato (fortunatamente) un ampio divario tra le brutte esternazioni del presidente e ciò che ha realmente realizzato.
Più importante, per l’economia globale, non c’è stata alcuna guerra commerciale. Usando come barometro il tasso di cambio tra Messico e Stati Uniti, i timori per il futuro dell’accordo nordamericano di libero scambio (Nafta) si sono ridimensionati, malgrado i negoziati siano fermi. Eppure la giostra di Trump non si ferma mai: il 2018 potrebbe essere l’anno in cui la granata che Trump ha gettato nell’ordine economico globale alla fine esploderà.
La miopia dei mercati. Alcuni citano i massimi storici del mercato azionario statunitense come prova di un qualche miracolo economico trumpiano. La prendo in parte come prova del fatto che la ripresa decennale dalla Grande recessione si sta “finalmente” concretizzando. Ogni declino – anche il più profondo – a un certo punto termina; e Trump è stato fortunato a trovarsi alla Casa Bianca a beneficiare del lavoro del suo predecessore che gli aveva preparato la scena.
Ma la prendo anche come prova della miopia degli attori del mercato – la loro esultanza di fronte a potenziali tagli fiscali e al denaro che potrebbe tornare ad affluire a Wall Street, se solo si potesse riavere il mondo del 2007.
Ignorano ciò che è seguito nel 2008 il peggior ribasso in tre quarti di secolo, i deficit e la crescente disuguaglianza generata dai precedenti tagli fiscali per i super ricchi. Danno poca attenzione ai rischi di de-globalizzazione rappresentati dal protezionismo di Trump. E non si rendono conto che, se i tagli fiscali di Trump finanziati dal debito verranno attuati, la Fed alzerà i tassi di interesse, innescando una correzione del mercato.
In altre parole, il mercato ancora una volta si dimostra miope e arido. Niente di tutto ciò promette bene per la performance economica dell’America a lungo termine; e suggerisce che mentre il 2018 potrebbe essere un anno migliore del 2017, all’orizzonte ci sono grandi rischi.
Le sfide dell’Europa. La situazione in Europa è simile. La decisione del Regno Unito di lasciare la Ue non ha avuto il contraccolpo anticipato dagli oppositori di Brexit, soprattutto a causa del deprezzamento della sterlina. Ma è diventato sempre più chiaro che il governo del primo ministro Theresa May non ha una visione chiara su come gestire l’uscita del Regno Unito, o le relazioni post Brexit con la Ue.
Ci sono due ulteriori rischi potenziali per l’Europa. Uno sono i Paesi altamente indebitati come l’Italia, che faticheranno a evitare la crisi una volta che i tassi di interesse torneranno a livelli normali. Dopotutto, sarebbe davvero possibile per l’Eurozona mantenere i tassi così bassi, anche a fronte di un aumento dei tassi statunitensi?
Ungheria e Polonia rappresentano una minaccia più esistenziale per l’Europa. La Ue è più di un mero accordo economico di convenienza. Rappresenta un’unione di Paesi sulla base di valori democratici – quegli stessi che i governi ungherese e polacco ora denigrano. L’Unione Europea è messa alla prova, e ci sono timori ben fondati che si mostrerà carente.
Gli effetti di questi test politici sulla performance economica del prossimo anno potrebbero essere esigui, ma nel lungo termine i rischi sono chiari e scoraggianti.
La transizione cinese. Dall’altra parte del mondo, la Nuova via della seta del presidente cinese Xi Jinping sta cambiando la geografia economica dell’Eurasia, con la Cina al centro e un importante stimolo alla crescita dell’intera regione. Ma la Cina deve affrontare diverse sfide mentre intraprende una complicata transizione da una crescita trainata dall’export a una con la domanda interna come motore, da un’economia manifatturiera a una basata sui servizi, da una società rurale a una urbana.
La popolazione invecchia rapidamente, la crescita rallenta sensibilmente. Per certi versi le disuguaglianze incidono quasi quanto negli Usa. Mentre il degrado ambientale minaccia sempre più salute e benessere. Il successo economico della Cina, senza precedenti negli ultimi quattro decenni, era in parte basato su un sistema in cui ogni riforma poggiava su un’ampia consultazione e la costruzione del consenso all’interno del Partito comunista e dello Stato.
La concentrazione del potere nelle mani di Xi funzionerà meglio in un’economia che è cresciuta per dimensioni e complessità? Un sistema di comando e controllo centralizzato è incompatibile con un mercato finanziario ampio e complesso come quello della Cina; allo stesso tempo, sappiamo dove mercati finanziari insufficientemente regolati possano portare un’economia.
Ma questi sono tutti rischi a lungo termine. Per il 2018 si può scommettere che la Cina ce la farà, anche se con una crescita leggermente più lenta.
Ottimismo di breve termine. In breve, mentre la recessione post-2008 delle economie avanzate resta un ricordo passato, le prospettive globali per il 2018 sembrano leggermente migliori rispetto al 2017. Il passaggio da un’austerità fiscale a una fase di maggiore stimolo ridurrà il bisogno di politiche monetarie estreme, che quasi sicuramente hanno avuto effetti distorsivi non solo sui mercati finanziari ma anche sull’economia reale.
E tuttavia la concentrazione di potere in Cina, le difficoltà di riforma della struttura dell’Eurozona e soprattutto il disprezzo di Trump per il diritto internazionale, il suo rifiuto di una leadership globale americana e il danno da lui causato alla democrazia, tutto questo nasconde rischi profondi. Che minacciano non solo di colpire l’economia globale, ma anche di rallentare quella che fino a poco fa sembrava una marcia inevitabile verso una più ampia democrazia nel mondo. Non chiudiamo gli occhi, cullati da un successo di breve termine. (Joseph E. Stiglitz)

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