L’IRAN delle rivolte represse: dopo l’“Onda Verde” del 2009 ora un’altra RIVOLTA: 1) popolare (delle periferie), 2) delle donne senza velo – Con un leader riformista (Rohani), ma col potere della “guida suprema” l’ayatollah Khamenei. QUANDO L’IRAN USCIRÀ dall’isolamento dell’estremismo islamico (e di Trump)?

LA RAGAZZA SENZA VELO – 30/12/2017, Teheran – Una ragazza iraniana che dopo essersi tolta il velo lo lega a un bastone, e da un piedistallo sventola il suo “hijab” bianco nel mezzo di una strada affollata. Un’immagine che è diventata il simbolo delle sanguinose proteste antigovernative che dal 28 dicembre hanno squarciato l’IRAN

   L’Iran è un grande Paese. Non solo per la sua storia e cultura immensi. Ma anche proprio per le sue dimensioni. E’ grande quattro volte la Siria, e la possibile destabilizzazione violenta, senza un processo nuovo e democratico, di libertà delle persone, preoccupa in primis per il popolo iraniano già provato, e che può subire gli effetti di una possibile guerra civile. Ma preoccupa molto (a quanto si capisce) anche le potenze occidentali (a parte gli USA di Trump, presi da una ingiustificata politica anti-iraniana forse data dagli attuali ottimi rapporti con l’Arabia Saudita…): l’Europa se ne è stata assai zitta in questa rivolta, e cerchiamo di capire perché negli articoli che proponiamo in questo post.

LA RIVOLTA DEI MOSTAZAFIN (i miserabili delle classi medio-basse)- Le manifestazioni NON SONO COMINCIATE (il 28 dicembre) a TEHERAN, la capitale del paese, MA IN ALTRE CITTÀ. LE PRIME PROTESTE HANNO AVUTO LUOGO NELLA SECONDA CITTÀ DELL’IRAN, MASHAD, considerata tradizionalmente conservatrice. Le proteste hanno raggiunto Teheran due giorni dopo, il 30 dicembre, e poi si sono estese anche a una decina di città più piccole. (da “LA RABBIA CHE SCUOTE L’IRAN HA RADICI PROFONDE” di Gwynne Dyer, 3/1/2018, da “INTERNAZIONALE”)

   Se pertanto la destabilizzazione di un Paese grande quattro volte la Siria non sarebbe una buona notizia per nessuno, è pur vero che gli iraniani hanno sicuramente molte cose per cui protestare. Più di tre milioni di persone sono senza lavoro e la disoccupazione giovanile è circa al quaranta per cento. Il prezzo di alcuni generi alimentari di base è cresciuto quasi del cinquanta per cento.

MAPPA BBC – I LUOGHI DELLE PROTESTE

   L’accordo del 2015 tra l’Iran con il gruppo dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Cina, Francia, Russia, Regno Unito – più la Germania), poneva fine alla maggior parte delle sanzioni internazionali contro l’Iran, in cambio di rigidi controlli sulle ricerche e la tecnologia nucleari del paese: ma le sanzioni finanziarie statunitensi rimangono in vigore (e Trump per gli USA vuole disdire quel trattato), e quindi i benefici economici promessi dall’accordo non si sono mai concretizzati. Questa può essere una delle ragioni della crisi economica, di vita quotidiana, degli iraniani.

Le proteste degli studenti iraniani all’Università di Teheran il 30 dicembre 2017 (da http://www.panorama.it)

   La protesta iniziata il 28 dicembre è difficile da decifrare (non essendoci fonti di informazione internazionale nel paese, e se ci sono soggette alla censura). L’informazione interna (giornali, radio e tv) all’inizio hanno dato risalto alla protesta. Poi, quando le richieste dei manifestanti si sono fatte più radicali, hanno smesso di parlarne.

da TGCOM24

   Forse è qui il punto: se all’inizio le proteste riguardavano in particolare il caro vita e i posti di lavoro, poi sono diventate “più politiche”, contro l’intero sistema di potere. La repressione è ora in corso, e questo caratterizza tutte le rivolte del popolo iraniano avvenute anche in passato: nel 1999, nel 2003, nel 2006 e ancor di più nella cosiddetta Onda Verde del 2009.

3 gennaio: Rohuani porta in piazza i suoi sostenitori – I Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — ISFAHAN, LORESTAN, HAMADAN — a reprimere la rivolta dei «mostazafin», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite

   Quello che gli osservatori notano, da “fuori” del Paese (come detto non essendoci possibilità di informazione diretta, “sul posto”), è una bivalenza tra PROTESTA POPOLARE non politicizzata partita nella città nordorientale di MASHAD (Mashhad è la seconda città iraniana dopo Teheran, con oltre due milioni di abitanti, ed è il principale luogo spirituale dell’Iran dov’è sepolto l’importante Iman sciita Reza), e nelle PERIFERIE (non a Teheran come le altre passate proteste), che fa pensare che le condizioni di vita in città piccole o in campagna sono ben peggiori di Teheran (secondo l’attuale governo in questa protesta popolare “di periferia” c’è la strumentalizzazione delle forze più conservatrici); e dall’altra c’è una PROTESTA PIÙ POLITICA, CULTURALE, DI LIBERTÀ, che riguarda i modi di vita, la modernità repressa, il ruolo paritario della condizione femminile che (bene o male) in Occidente c’è…. come quella donna che si è tolta il velo a Teheran, tra la folla in un piedistallo e, ripreso da telefonini (prima di essere arrestata), il gesto è stato riversato fuori dal Paese verso l’informazione globale.

I GIORNI (IL PROGREDIRE) DELLA RIVOLTA (MAP Spread of unrest in Iran on 6th day of anti-government protests _ @hra_news)

   Dopo una settimana di proteste (iniziate il 28 dicembre), ora il regime si è fatto sentire in due modi: con una grande manifestazione pro-governo e con la mano dura: mentre migliaia di persone sfilavano in piazza inneggiando alla Guida Suprema Ali Khamenei, i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — ISFAHAN, LORESTAN, HAMADAN — a reprimere la rivolta dei «MOSTAZAFIN», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite.

Iran, mappa da wikipedia

Pertanto da tutto questo, si capisce che c’è in quel che accadde adesso in Iran un diversità delle proteste, che arriva perfino a una contestazione della “guida suprema” (l’ayatollah Ali Khamenei) che mai prima nessuno aveva avuto il coraggio di fare… pertanto qualcosa di ben più radicale e assoluto. E che per la prima volta le manifestazioni non sono cominciate a Teheran, la capitale del paese, ma in altre città minori, in periferia, e a protestare sembra siano anche le forze conservatrici.

Un poster mostra Hamzeh Lashni Zand, ucciso a Dorud, nella provincia del Lorestan _ (foto da “il Corriere.it” del 3/1/2018)

   Una protesta su vari piani, diffusa, e con la possibilità di essere una premessa, un “avviso” (adesso che i pasdaran della rivoluzione islamica dicono di averla sedata, repressa); un avviso di quel che può accadere quando il malcontento generalizzato che persiste nel Paese dalla svolta islamica di Komheini del 1979, possa portare a una vera e propria sanguinosa guerra civile.

ISFAHAN, una delle provincie cui è iniziata la rivolta

Questa è anche dimostrato dal fatto che la maggioranza dei manifestanti stavolta non è composta da studenti o professionisti della classe media, ma da persone che appartengono alle classi più povere, che hanno poco da perdere.

LORESTAN, un’altra delle provincie dove è iniziata la rivolta

Speriamo che questo (una guerra civile interna) non accada. Ma per non farlo accadere ci vuole anche l’azione internazionale che aiuti chi cerca una soluzione di svolta progressiva, che porti l’Iran fuori dall’integralismo islamico e fuori dall’isolamento internazionale.
Che accadrà adesso? E’ possibile che anche questa rivolta passi, in attesa della prossima non si sa di che entità?…Sta di fatto che il regime iraniano ha il tempo contato (sia esso di pochi mesi o di anni)…. È la storia che lo sta giudicando, ed è sperabile (e possibile) trovare modi per far uscire dall’isolamento questa Terra, questa popolazione, in un mondo globalizzato che peraltro in troppi modi si cerca ora di chiudere con formulazioni populiste, nazionaliste, protezioniste….

HAMADAN, la terza delle provincie della rivolta

Oltre a questo l’Iran deve anche affrontare l’opposizione mediorientale (specie dell’Arabia Saudita) del mondo islamico sunnita, una divisione piuttosto profonda e che esiste da secoli: negli ultimi decenni però si è intrecciata con le vicende politiche locali, diventando sempre più rilevante per decidere e comprendere guerre, alleanze e interessi. (s.m.)

………………………………….

 

 

IL MIO IRAN SENZA PANE E LIBERTÀ

di Farhad M., da “La Stampa” del 10/1/2018
A nome del mio gruppo di studenti iraniani, attivisti per la libertà e la democrazia, vorrei trasmettere all’opinione pubblica in Europa, fino a quando ne ho la possibilità, il nostro messaggio, dirvi qual è la situazione in Iran dal nostro punto di vista. La mia storia è simile a quella di molti altri studenti: frequentavo la facoltà di Giurisprudenza ed ero membro di un gruppo anti regime che partecipò alle grandi manifestazioni del 2009, quando fui arrestato e tenuto per due mesi in una cella di isolamento, poi ancora in carcere per un anno.
A questo le autorità universitarie, che sono controllate dai servizi di sicurezza, hanno aggiunto l’annullamento dei miei esami e un decreto di espulsione; così ho dovuto ricominciare più volte i miei studi in altre Università, ogni volta ricostituendo nuclei di attivisti. Ora che è in corso una nuova ondata di proteste in tutto il Paese, qualcosa che in Iran non si era visto da otto anni, la risposta del regime è ancora quella della repressione. Quasi tutti i miei amici sono stati arrestati nell’ultima settimana e di alcuni di loro nessuno ha più notizie.
Ho lasciato Teheran dopo che la mia famiglia ha ricevuto una telefonata da agenti del servizio di intelligence, che hanno chiesto di me e detto che mi sarei dovuto presentare a un loro ufficio «per informazioni». È il loro sistema, che ormai conosciamo bene. I passi successivi sono arresto e carcere. Ora mi trovo in un’altra città, ma so che potranno trovarmi e arrestarmi in qualsiasi momento.
Il movimento attuale è basato su lavoratori, persone esasperate dalla povertà e studenti. Le loro sono motivazioni in parte diverse, ma che confluiscono. Molti dicono «Vogliamo le nostre vite, libertà, giustizia», altri chiedono «Pane e libertà». Il governo però non è in grado di fornire né libertà né pane. Non solo non c’è giustizia, ma tutto il sistema di potere è caratterizzato da un’enorme corruzione, senza alcuna trasparenza sui fondi.
Abbiamo milioni di persone che vivono in condizioni miserabili mentre i clericali al potere e le organizzazioni del regime usufruiscono della ricchezza del Paese, e questo ormai è chiaro a tutta la popolazione.
Inoltre il regime non rispetta affatto nemmeno le proprie leggi. Noi lo definiamo un regime totalitario e di apartheid, dato che a causa della sua interpretazione della religione impone separazione fra uomini e donne, oltre che discriminazioni fra nazionalità ed etnie; e non lascia nessuna via legale per ottenere il rispetto dei diritti.
Noi vogliamo sostenere tutti coloro che si battono per il cambiamento, non solo le organizzazioni di studenti. Le nostre comunicazioni sono spesso controllate o interrotte: usiamo diversi canali, sapendo che possiamo essere intercettati. So che sarò di nuovo arrestato, ma la mia richiesta a voi non è di aiutare me. Siate la nostra voce nel mondo. Noi continueremo a batterci per i diritti, la giustizia, la fine della corruzione e delle discriminazioni. Fate sentire al regime che non siete dalla sua parte, ma dalla parte di chi lotta per la libertà.
Fra gli iraniani arrestati nelle ultime settimane sono numerosi gli universitari, molti dei quali già colpiti dalla repressione che stroncò i moti del 2009 contro la rielezione di Ahmadinejad. Questo è l’appello di Farhad M., uno dei loro leader, raccolto dalla Federazione Italiana Diritti Umani. (Farhad M.)
……………………..

MORIRE A VENT’ANNI IN UN CARCERE IRANIANO «NON È STATO SUICIDIO»
di Viviana Mazza, da “il Corriere della Sera” del 10/1/2018
– Dubbi sulla sorte di due manifestanti arrestati –
La repressione iniziata nelle strade dell’Iran, con almeno 21 morti nelle proteste dei giorni scorsi, ora continua nelle prigioni. Sono almeno due i manifestanti trovati misteriosamente morti mentre si trovavano in detenzione: Vahid Heidari ad Arak e Sina Ghanbari a Teheran. Le autorità sostengono che si siano suicidati, ma gli attivisti non ci credono.
«Vahid faceva il venditore al bazar di Arak. È stato arrestato per aver partecipato alle proteste contro il carovita», ha raccontato lo zio del ragazzo a Iran Human Rights, un’organizzazione per i diritti umani con sede ad Oslo e ottime fonti all’interno del Paese. All’inizio, la polizia ha detto che il giovane era un trafficante di droga.
«Mentono», secondo la famiglia, che sabato scorso ha ricevuto una telefonata dalla prigione: «Si è suicidato, venite a prendere il corpo». Poi però non sono stati consegnati ai cari né il cadavere né il referto del medico legale; e sono stati costretti a seppellirlo in una fossa già preparata ad Arak. «Chi ha visto il corpo ha notato una frattura sul lato sinistro del cranio e un rigonfiamento alla testa, che potrebbe essere stato causato da un colpo di bastone», ha detto l’avvocato Mohammad Najafi agli attivisti.
L’altro giovane trovato morto sabato si chiama Sina Ghanbari: aveva 23 anni e si sa solo che si trovava in quarantena nel famigerato carcere di Evin. Un terzo nome, Mohsen Adeli, e altri ancora non sono per ora confermati. Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights consiglia cautela, perché «nel 2009 ci furono molte fake news sui morti, probabilmente diffuse dalle stesse autorità, e più tardi venivano fatti riapparire per screditare gli attivisti», dice al Corriere . La sua organizzazione chiede l’istituzione di una commissione delle Nazioni Unite per indagare sui manifestanti uccisi nelle strade e sulle loro condizioni di detenzione; e spera che l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini ne parli l’11 gennaio, quando i negoziatori per il nucleare iraniano incontreranno a Bruxelles il ministro degli Esteri Mohammad Jawad Zarif.
Le notizie di queste due morti in prigione e dell’arresto di almeno 3.700 manifestanti (questo il numero confermato dalle autorità), spesso giovanissimi (l’età media 25 anni) hanno suscitato le reazioni anche di alcuni deputati riformisti, che erano rimasti in silenzio durante le proteste. Ritorna l’incubo del 2009, quando migliaia di giovani furono imprigionati dopo le manifestazioni del Movimento verde, rinchiusi in centi di detenzione non ufficiali come Kahrizak e sottoposti a torture e violenze sessuali: tre furono uccisi. Lo scandalo fu tale che la Guida Suprema Ali Khamenei ordinò un’inchiesta e alcuni funzionari furono condannati al carcere, ma non tutti hanno davvero scontato la pena.
«Siamo molto preoccupati per le condizioni inumane di cui riceviamo notizie dalle prigioni di tutto l’Iran, con celle da 50 dove vengono ammassati 300 detenuti. Dalle esperienze passate sappiamo che verranno sottoposti a torture negli interrogatori e processati a porte chiuse in Tribunali rivoluzionari, per fare di loro un esempio per tutti», continua Amiry-Moghaddam.
Alcune delle famiglie si sono sentite dire dai figli che se non li rilasciano si uccideranno. «Parole molto strane da prendere con cautela, perché il suicidio è la tipica giustificazione delle autorità. Ma può essere visto anche come un altro segno del terrore di questi giovani che non erano mai stati prima in prigione». Il vicecapo della magistratura Hamid Shahriari minaccia «la massima punizione», la pena di morte. (Viviana Mazza)

………………………..

LA RAGAZZA SENZA VELI NÉ PAURA

da corriere_it

IRAN, L’IMMAGINE DI QUELLA RAGAZZA È COME UNA SPADA

di DACIA MARAINI, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2018
– Quella testa sobria, umile, determinata, non grida slogan, non fa gesti di rivolta. Quel corpo sobrio, vestito di una tuta scura, dice soltanto: basta! E’ diventata una bandiera –
Ci vuole un grande coraggio per esporsi così davanti al proprio paese ammutolito, ai propri governanti che urlano alle provocazioni straniere, di fronte alle bande dei pasdaran pronti a punire e colpire. Una donna sola, in piedi sopra un banco, regge un bastone alla cui cima è legato il velo bianco che dovrebbe portare in testa. Potrebbe sembrare quasi una resa: la bandiera bianca simbolicamente chiede pietà. Ma guardando la testa nuda della ragazza si capisce che non si tratta di resa ma di un gesto che dice tutto pur non usando una parola. Quella testa sobria, umile, determinata, non grida slogan, non fa gesti di rivolta. Sembra addirittura che si immoli in silenzio per un bene che va al di là di ogni ideologia, di ogni legge, di ogni credo religioso. Quel corpo sobrio, vestito di una tuta scura, dice soltanto: basta! E lo dice con una tale eloquenza che immediatamente è diventata una bandiera.
Quasi contro la sua volontà, si è trasformata in una immagine virale all’interno della rete internazionale. Io so che mi colpirete, sembra dire quella ragazza severa e folle, bellissima nella sua sincerità essenziale, io so che mi metterete in prigione e forse mi torturerete. Potreste anche condannarmi a morte ma io sono qua, non mi muovo, ed espongo il velo, la sola proprietà di cui dispongo, che è nello stesso tempo il segno della mia identità di genere e della mia soggezione, per farvi capire che non ne posso più. Non ne posso più della disoccupazione, della corruzione, della mancanza di prospettive per il futuro, ma anche del mio stato di sudditanza come studentessa e come donna, delle vostre prepotenze, della vostra arroganza, della vostra pretesa di rappresentare un Dio severo e potente, ma privo di umanità e di comprensione.
A volte una immagine può colpire più di una spada, più di un fucile. Ricordo la fotografia della bambina nuda che scappa dal suo villaggio bombardato in Vietnam, ricordo la figura dello studente cinese che ferma la fila dei carri armati con la sola presenza del suo corpo inerme e solitario. La sfida non sta nella persona ritratta, che si capisce benissimo, agisce per un istinto vitale, fuori da ogni ideologia, da ogni progetto politico, ma come il Cristo che porta la sua croce dinnanzi al popolo che lo insulta, racconta una lunga storia di subalternità, di umiliazioni, di sospetti.
Conosco l’Iran e il suo popolo che è orgoglioso e paziente. Ha creduto che la religione potesse liberarlo da una monarchia corrotta, ed è finita come si suol dire, dalla padella nella brace. Il totalitarismo religioso tende a cancellare ogni libertà e ogni autonomia. Come tutti i totalitarismi, si rafforza solo per mantenersi in vita, allontanandosi sempre di più dal bene pubblico. E naturalmente chi legifera in nome di Dio, dispone di un’arma micidiale: qualsiasi protesta viene denunciata come eresia e l’eretico è un nemico, non solo di chi sta in cielo ma anche di chi in terra lo rappresenta. Uno Stato che governa in nome di Dio è molto più cieco e spudorato di uno Stato che governa in nome di un re o di un regime militare. Dio non perdona. Soprattutto un Dio antico che considera ancora la giustizia come un atto di vendetta personale.
È importantissimo in questo momento che si levino voci internazionali per difendere la sua muta e coraggiosa iniziativa. Contrariamente a quello che sostengono i relativisti, il velo non è solo una consuetudine religiosa, ma uno strumento di soggezione politica e culturale.
Importantissimo scrivere, in tanti, protestando contro la pena di morte che grava minacciosa sulla testa di questi ragazzi, contro le prigioni politiche, contro l’obbligo di portare il velo, contro la tortura, contro la libertà di dissenso. (Dacia Maraini)

………………………..

CHI VINCE A TEHERAN

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 9/1/2018

   Bandiere nella polvere per Mahmud Ahmadinejad, forse agli arresti domiciliari. In ogni caso dopo le accuse di essere dietro alle manifestazioni di piazza che hanno dato inizio alla sommossa di fine anno l’ex-presidente della Repubblica Islamica è finito “ fuori sistema”. Collocazione che, nella costituzione materiale iraniana, significa diventare automatico bersaglio della repressione.
Un destino scritto, quello di Ahmadinejad: nonostante, nel 2009, la Guida Khamenei abbia messo a rischio la stessa esistenza del Sistema, convalidando i brogli nelle urne che davano al presidente- ex pasdaran la vittoria su Moussavi.

   Un passo inaudito: sino ad allora tutte le componenti di quella oligarchia di fazioni che è la Repubblica Islamica avevano sempre rispettato il verdetto elettorale. Semmai la lotta per la selezione dei candidati, non meno cruenta, avveniva nelle stanze del Consiglio dei Guardiani, deputato a definire l’affidabilità politica di chi aspirava a cariche elettive.

   Ma con quella “ mossa del cavallo” Khamenei si ricollocava al centro del Sistema: metteva fuori gioco i “gorbacioviani” della sinistra islamica, quei riformisti che sin dai tempi di Khatami, teorizzavano il primato della politica sulla religione e, così facendo, secondo la Guida, rischiavano di far implodere la Repubblica; indicando come presidente il delegittimato Ahmadinejad vanamente contatosi nelle urne senza l’entusiastico appoggio dei conservatori religiosi, lo riduceva a burattino di cui teneva i fili. L’alternativa, per Ahmadinejad, sarebbe stato l’immediato ritorno alla marginalità, sua e di quella destra radicale di cui era leader.

   Quella destra radicale — antimperialista, antisionista, rivoluzionaria — già messa ai margini del Sistema dopo la fine della guerra con l’Iraq e la morte di Khomeini, passaggi critici neutralizzati dal patto per la ricostruzione siglato tra conservatori religiosi e pragmatici, ovvero dalla diarchia Khamenei-Rafsanjani.

   Un duplice tramonto che trascinava con sé anche la destra radicale, con il suo appello populista ai diseredati e ai reduci della generazione del fronte, celebrati ma non più centrali nell’Iran post- bellico e post-khomeinista che chiedeva stabilità, crescita, istituzionalizzazione della politica.

   Una destra rivoluzionaria che, nel 2005, la Guida ha resuscitato dopo oltre quindici anni di irrilevanza in nome del comune fronte contro gli odiati riformisti. Ma, a dimostrazione che le culture politiche non sono eludibili, Ahmadinejad ha dato vita a un’insidiosa collaborazione competitiva con i conservatori religiosi.  Puntando a un khomeinismo senza clero, che mirava a ridimensionare il peso dei religiosi a favore degli eredi senza turbante dello spirito del 1979.

   Tanto da mettere in discussione persino la legittimità del clero a governare, con l’insistenza sull’imminente, messianico, ritorno del Mahdi: questione solo apparentemente teologica, dal momento che proprio la tesi che il clero dovesse governare in attesa della ricomparsa del Dodicesimo Imam occultatosi aveva indotto Khomeini a sconfessare un millennio di attendista tradizione religiosa sciita. L’insistenza sui diseredati sui “senza scarpe”, come veri beneficiari della Rivoluzione, completavano le posizioni indigeste ai conservatori religiosi.
Quando Khamenei ha piegato i riformisti, prima reprimendo brutalmente l’Onda verde, e poi riconquistando la centralità nel Sistema, consentendo che, nel 2013, esprimessero una candidatura di compromesso come quella di Rouhani, Ahmadinejad non serviva più. Tanto che il Consiglio dei Guardiani ha impedito anche la sua ricandidatura alle presidenziali del 2017.

   Messo all’angolo, Ahmadinejad ha giocato la carta della disperazione, quella della rivolta dei “diseredati”, orfani della sua generosa e inflazionistica politica di sussidi, sperando di muovere le acque del fossilizzato Sistema. Ma a mettere fine alla sua avventura politica ci hanno pensato proprio quei Pasdaran nei quali aveva combattuto, fedeli come sempre alla Guida, che hanno represso insieme la rivolta e le aspirazioni del populismo in salsa iraniana. (Renzo Guolo)

……………………………….

ULTIM’ORA
(6 GEN) Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha convocato una riunione d’emergenza sull’Iran, su richiesta degli Stati Uniti che hanno chiesto di dimostrare sostegno alle proteste antigovernative.
Il Consiglio si è riunito il pomeriggio del 6 gennao sul Medio Oriente e una portavoce della presidenza di turno kazaka, Alma Konurbayeva, ha confermato che si è parlato dell’Iran.
I membri del Consiglio appaiono tuttavia divisi, con la Russia che ha messo in guardia dalle “interferenze esterne” in quelli che ritiene affari interni all’Iran.
….
(ANSA) – WASHINGTON, 6 GEN – Gli Stati Uniti sono “delusi dall’Unione europea perché non ha preso una posizione più netta” in favore delle proteste in Iran. Lo ha dichiarato il segretario di stato americano Rex Tillerson in una lunga intervista all’Associated Press. Alcuni paesi europei hanno espresso il loro sostegno ai manifestanti iraniani ma, secondo Tillerson, è mancato il supporto dell’Ue “verso quelle voci in Iran che chiedono le riforme”.
…..
IRAN: CONVOCAZIONE ONU, AUTOGOL DI TRUMP – Convocare una riunione urgente del consiglio di sicurezza dell’Onu sull’ Iran è stato un “autogol” dell’amministrazione Trump. Lo ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo il quale sulla questione la Casa Bianca “ha preso una cantonata”. La maggioranza del Consiglio delle Nazioni unite, ha sottolineato, ha insistito sulla necessità di applicare in pieno l’accordo sul nucleare con l’Iran e di non interferire negli affari di altri paesi. (da RAINEWS, 6 GENNAIO 2018)

…………………………………

IRAN

LA RABBIA CHE SCUOTE L’IRAN HA RADICI PROFONDE

di Gwynne Dyer, giornalista, 3 gennaio 2018, da “INTERNAZIONALE”
“Le persone che hanno causato quello che sta accadendo pensano di poter danneggiare il governo”, ha dichiarato il vicepresidente iraniano Eshaq Jahangiri. “Ma quando le proteste si riversano in piazza, le persone che le hanno scatenate non sono sempre in grado di controllarle”. La domanda è: a quali persone si riferiva Jahangiri, e a quale governo?
In Iran i falchi sostengono (come fanno sempre in questi casi) che le manifestazioni cominciate il 28 dicembre 2017, e che da allora si sono ripetute ogni giorno, sono opera di controrivoluzionari e di agenti dei servizi segreti. Il corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha avvertito i manifestanti antigovernativi che dovranno vedersela con il “pugno di ferro” della nazione se i disordini dovessero continuare.
Ma la realtà è che in Iran esistono due governi. Uno è quello eletto del presidente Hassan Rohani, un riformista che ha ottenuto un secondo mandato alle elezioni dello scorso giugno. L’altro è composto da religiosi ed estremisti islamici (come la Guardia rivoluzionaria) che servono la “guida suprema”, l’ayatollah Ali Khamenei. Ed è proprio l’ayatollah ad avere l’ultima parola nelle questioni sia teologiche sia politiche.
C’è sempre una grande tensione tra i due schieramenti quando gli iraniani eleggono un governo riformista, ed Eshaq Jahangiri ha sempre sostenuto la causa del riformismo e della moderazione. Quel che voleva in realtà dire, nel suo messaggio criptico, era il sospetto che le proteste fossero state scatenate dai falchi per danneggiare il governo di Rohani, salvo poi sfuggirgli di mano.
Gli iraniani hanno sicuramente molte cose per cui protestare. Più di tre milioni di persone sono senza lavoro e la disoccupazione giovanile è circa al quaranta per cento. Il prezzo di alcuni generi alimentari, come pollo e uova, è cresciuto quasi del cinquanta per cento.
La colpa non è di Rohani. Il problema principale è che, nonostante l’accordo del 2015 che poneva fine alla maggior parte delle sanzioni internazionali contro l’Iran in cambio di rigidi controlli sulle ricerche e la tecnologia nucleari del paese, le sanzioni finanziarie statunitensi rimangono in vigore. Questo ha fatto sì che la maggior parte delle banche rimanga diffidente quando si tratta di gestire denaro proveniente dall’Iran o di concedere prestiti alle sue aziende, e quindi i benefici economici promessi dall’accordo non si sono mai concretizzati.
È naturale che le persone se la prendano con il governo quando l’economia non migliora, e quindi è plausibile che i falchi abbiano sfruttato questa rabbia per gettare discredito sui riformisti. Ma la rabbia aveva radici profonde e si è trasformata in una protesta contro l’intero regime islamico.
Una prova del fatto che le accuse velate di Jihangiri possano essere fondate è il comportamento dei mezzi d’informazione di stato, quasi tutti controllati dai falchi. Giornali, radio e tv non avevano praticamente parlato delle manifestazioni del 2009, che pure erano state molto più grandi, ma hanno fatto delle attuali proteste la principale notizia del momento. Poi, quando le richieste dei manifestanti si sono fatte più radicali, i mezzi d’informazione controllati dallo stato hanno smesso di parlarne.
In ogni caso Rohani non è più il principale bersaglio delle manifestazioni, e queste non riguardano più solo il caro vita e i posti di lavoro. Sono proteste contro l’intero sistema di potere, e gli slogan hanno carattere esplicitamente politico. In passato, le manifestazioni di protesta erano state represse con la forza: nel 1999, nel 2003, nel 2006 e in maniera più spettacolare nel 2009. Ma quello che sta succedendo oggi è differente rispetto agli anni precedenti per tre motivi.
Tre differenze
La prima è che il governo parallelo e non eletto dei mullah, guidato dall’ayatollah Ali Khamenei, non è più intoccabile e immune da critiche. La popolazione ha scandito slogan come “morte al dittatore” e persino “morte a Khamenei”, un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica islamica. È stato persino invocato il ritorno dello scià, rovesciato durante la rivoluzione islamica del 1979 (o meglio di suo figlio, visto che lo scià è morto molto tempo fa).
La seconda è che per la prima volta le manifestazioni non sono cominciate a TEHERAN, la capitale del paese, ma in altre città. Le prime proteste hanno avuto luogo nella seconda città dell’Iran, MASHAD, considerata tradizionalmente conservatrice. Le proteste hanno raggiunto  Teheran sabato, e poi si sono estese anche a una decina di città più piccole.
La terza infine (che potrebbe spiegare la seconda) è che la maggioranza dei manifestanti stavolta non è composta da studenti o professionisti della classe media, ma da persone che appartengono alle classi più povere, che hanno poco da perdere. Questo potrebbe anche spiegare perché i manifestanti siano meno disciplinati e più disponibili a rispondere alla violenza con altra violenza.
Niente di tutto questo significa necessariamente che il regime iraniano sia sull’orlo del collasso. Ha già oscurato i social media che i manifestanti usano per organizzarsi ed è noto per il modo in cui ricorrere alla forza contro i suoi cittadini. Molti dirigenti dell’opposizione sono in carcere o in esilio e, a quanto si può osservare, non sembra esserci alcun coordinamento tra le varie manifestazioni.
Tutte le altre ondate di protesta hanno fallito in passato, ed è probabile che falliranno anche queste. Ma quando eventi come questo hanno inizio, specialmente in Medio Oriente, quasi tutto è possibile. (Gwynne Dyer, traduzione di Federico Ferrone)

……………………………….

«IN IRAN LA SEDIZIONE È SCONFITTA»: IL PUGNO DEL REGIME SULLE PROVINCE
di Viviana Mazza, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2018
– I morti si concentrano nelle zone periferiche dove sono intervenuti i Pasdaran –
Dopo una settimana di proteste in Iran, il regime annuncia che la «sedizione» è finita, mentre migliaia di persone sfilano in piazza inneggiando alla Guida Suprema Ali Khamenei. I Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — Isfahan, Lorestan, Hamadan — a reprimere la rivolta dei «mostazafin», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite.
Proprio in quelle tre province, secondo la tv di Stato, sono stati uccisi 19 dei 21 manifestanti confermati dalle autorità (ci sarebbero in più 2 o 5 agenti). Le cause per lo più non sono specificate e nemmeno i nomi, tranne in qualche caso, come quello di Armin Sadeghi, 13 anni. «Gli ho chiesto, Armin, hai esami domani? Mi sono girato e ho visto la sua testa china verso il suolo», ha detto in tv il padre del ragazzino nella città di Khomeini Shahr, vago sull’origine di quel colpo di fucile.
La rivolta dei «mostazafin»
Difficile confermare se le proteste siano finite come dicono i Guardiani. I video continuano a girare sui social media, ma non è chiaro quel che accade nelle strade. In piazza si è riversata la rabbia dei «provinciali» considerati per decenni la spina dorsale del regime khomeinista perché conservatori e pii, ma negli ultimi anni costretti a muoversi in città dove non trovano lavoro, mentre tv satellitare e telefonini rivelano le profonde diseguaglianze di una società dove c’è chi gira in Maserati mentre un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
La rabbia è diretta a Khamenei («Il popolo chiede l’elemosina e la Guida Suprema agisce come fosse Dio», gridava la folla a Hamadan) ma anche al governo Rouhani, che non riesce a risollevare davvero l’economia: pagine segrete del nuovo bilancio rivelate online alla vigilia delle proteste — spiega il New York Times — hanno mostrato l’aumento del budget per i Guardiani della rivoluzione (fino all’equivalente di 11 miliardi di dollari) e per le fondazioni religiose, mentre si prevede di tagliare i sussidi per milioni di persone e l’istruzione pubblica. Nei soliti giochi di potere tra conservatori da una parte e moderati/riformisti dall’altra, i primi hanno cercato di cavalcare le proteste ai danni del governo, ma hanno fatto male i calcoli: la gente è furiosa con tutti.
Spazio in carcere per i nuovi arrivi
Teheran non è l’epicentro di queste rivolte senza leader e in parte violente (alcuni video mostrano scontri e manifestanti che danneggiano beni pubblici, oltre alla brutalità degli agenti), ma una parte della società civile delle grandi città — incluse 100 attiviste per i diritti delle donne, alcuni sindacati e gruppi curdi — appoggiano i manifestanti.
Sono almeno 450 gli arresti confermati nella capitale. Decine sono studenti, tra cui Leila Hassanzadeh (Scienze sociali all’Università di Teheran), nota per l’attivismo sociale, e quattro appartenenti a una minoranza sufi considerata eretica dal regime. Trecentocinquanta prigionieri politici da tempo rinchiusi nelle prigioni di Evin e Rajaee Shahr sarebbero stati trasferiti in altri settori per far spazio ai nuovi arrivati. Per il capo dei Guardiani, Mohammad Ali Jafari, i rivoltosi erano «15.000 in tutto l’Iran»: agenti degli Usa e di gruppi terroristici e pro-monarchici. Tra loro un «cittadino europeo addestrato dai servizi di intelligence» accusato di aver guidato le rivolte nell’Iran occidentale. (Viviana Mazza)

………………………….

L’IRAN GIOVANE PROTESTA CONTRO IL REGIME

di Luigi Gavazzi, da PANORAMA http://www.panorama.it/ del 2/1/2018
– Molti i morti negli scontri tra manifestanti e Guardia Rivoluzionaria. Al centro l’autoritarismo e la crisi economica che esclude i ceti più deboli e condanna i giovani alla disoccupazione –
Da alcuni giorni in Iran ci sono manifestazioni che hanno portato in piazza migliaia di cittadini che protestano contro l’autoritarismo del regime e le difficoltà economiche. Bersagli le autorità politiche ma anche quelle religiose. In alcuni slogan si è anche sentito chiedere la rimozione della guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei.
I manifestanti urlano slogan come “Pane, lavoro, libertà” e “La nazione mendica, mentre il clero vive come Dio”.
Le autorità stanno reagendo con una repressione violenta nelle piazze, gestita dalla Guardia Rivoluzionaria. Sono 23 i morti contati finora tra cui un ragazzino di 11 anni.
Parte della reazione anche una stretta all’uso di Internet, e in particolare dei social network, Instagram e dell’app di messaggistica, Telegram. Sono state anche organizzate manifestazioni oceaniche di sostegno al regime.
Dal 2009 non si vedevano manifestazioni analoghe nel paese governato da un’elite politico-religiosa autoritaria, dove però l’elezione alla presidenza di Hassan Rouhani, nel maggio 2017, aveva suscitato speranze di rinnovamento politico sociale e miglioramento delle condizioni economiche.
Allora, nel 2009, era stata l’elezione del conservatore Mahmud Ahmadinejad a generare le dimostrazioni. Questa volta sembra più il frutto delle delusioni per l’attività di Rouhani – è apparso anche qualche cartello “Morte a Rouhani” e “Dimenticate la Siria, pensate a noi” – cui viene attribuito la responsabilità di uno sviluppo economico non equo.
CRESCITA ECONOMICA SENZA SVILUPPO
L’Iran è nel pieno di una crescita economica senza sviluppo, processo incapace di accrescere il benessere dei ceti più deboli, con la classe media che si è ridotta invece di aumentare. E soprattutto con un tasso di disoccupazione molto alto, effettivamente assai maggiore del 12% ufficiale.
Questo in un paese nel quale il Pil è cresciuto del 5,6% nel 2017, le esportazioni petrolifere sono cresciute notevolmente dopo la firma del trattato sul nucleare nel 2015: da circa un milione di barili al giorno agli attuali 2,6 milioni.
LA CORRUZIONE
Come ricorda Il Sole 24 Ore del 31 dicembre 2017 è però la corruzione a impedire una più ragionevole distribuzione della ricchezza. E nel paese i beni e i patrimoni sono concentrati in poche mani.
DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
Metà della popolazione ha meno di 30 anni e ogni anno sono 750mila i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro. E almeno il 25% dei giovani sotto i 30 è disoccupato. (Luigi Gavazzi)

…………………………………

LA RIVOLTA PARTE DAI SOCIAL

Iran, si toglie il velo e lo sventola: arrestata. Ma ormai è un simbolo –
da http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/ del 1/1/2018
Una ragazza iraniana che dopo essersi tolta il velo lo lega a un bastone, e da un piedistallo sventola il suo “hijab” bianco nel mezzo di una strada affollata. Un’immagine che è diventata il simbolo delle sanguinose proteste antigovernative che in questi giorni squarciano l’Iran.
La donna, riporta la pagina Facebook My Stealthy Freedom (in italiano, “La mia libertà clandestina”) di Masih Alinejad, l’attivista che si batte contro l’obbligo dell’“hijab”, partecipava alla campagna `WhiteWednesdays´ ed è stata arrestata mercoledì scorso.
Ma la sua sfida a Teheran, ripresa in un video amatoriale che ha già fatto il giro del cyberspazio e dei media, non si è fermata all’incrocio tra via Enghelab e via Abureihan della capitale: sempre secondo My Stealthy Freedom dal 27 dicembre, giorno del suo arresto, è emerso almeno un altro video di un’altra donna scoperta che sventola il suo “hijab” in strada.
L’arresto della ragazza è in contraddizione con la presunta apertura del regime teocratico che la settimana scorsa ha annunciato che le donne che non indossano il velo in pubblico non saranno più soggette all’arresto ma dovranno frequentare corsi sull’Islam.
La parte più sviluppata e culturalmente avanzata della società iraniana mal sopporta ormai da tempo le restrizioni religiose e la secolarizzazione.
L’analista: in Iran una rivolta spinta dalla destra
«È difficile dire cosa sta succedendo, ma certo le proteste non vedono come protagonisti i riformisti né i moderati, e non riguardano Teheran o le grandi città (con l’eccezione di Mashad). Ma soprattutto è sbagliato usare la chiave di interpretazione `fine del regime´ per spiegare». A dirlo da Teheran è Raffaele Mauriello, esperto di geopolitica e unico italiano ad insegnare in un’università iraniana, la Allameh Tabatabài University di Teheran. Che evidenzia anche un «gap tra le notizie date dai media a livello internazionale e la realtà».
Il fatto che le proteste abbiano coinvolto piccoli centri, prima di arrivare nella capitale «si potrebbe spiegare con il trend elettorale che abbiamo visto negli ultimi anni – prosegue -: Teheran ha votato riformista e i governi moderati e riformisti vi hanno concentrato l’attenzione e le risorse, mentre il governo di Ahmadinejad lo aveva fatto sulle periferie. Quindi, può essere che la situazione economica sia peggiore nelle periferie sotto la presidenza Rohani, o che le periferie rispondano più facilmente all’invito a protestare dei populisti della destra vicini a Raisi», cioè il candidato conservatore che sfidava Rohani alle ultime presidenziali proprio da Mashad, dove la protesta è cominciata giovedì scorso.
«Il malcontento è reale – osserva Mauriello, citando l’inflazione e il gap tra ricchi e poveri, ma anche lo scontento tra la borghesia -. Per cui, soprattutto chi era contro Rohani o i riformisti dal principio e vede che le cose vanno male, ha anche troppi motivi per protestare». Quanto al rischio che la situazione degeneri e la rivolta finisca nel sangue, come già accaduto nel Lorestan, «per ora le proteste sono state molte ma con numeri decisamente piccoli, non ci vuole molto a controllarle», osserva Mauriello. Ma, precisa, il governo di Rohani controlla la polizia e non i Guardiani della rivoluzione, che invece fanno capo alla Guida Suprema Ali Khamenei. «Rohani è al secondo mandato e i gruppi si preparano al dopo – conclude lo studioso italiano – e la vera questione è se il governo riuscirà a gestire il malcontento reale senza che ne approfittino le forze di sicurezza o i populisti di destra, che siano vicini a Raisi o all’ex presidente Ahmadinejad».
La polemica sulle rivolte con Israele
Mentre l’Iran è in rivolta per l’aumento dei prezzi e Donald Trump ammonisce il regime degli ayatollah su quanto sta accadendo, alcuni osservatori iraniani attaccano la stampa internazionale che tace su un’altra repressione, quella a danno dei palestinesi da parte di Israele che avrebbe causato un numero di morti doppio rispetto a quello iraniano. Rivolte in questo caso nate dalla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Benyamin Netanyahu ha respinto oggi le affermazioni del presidente iraniano Hassan Rohani secondo cui Israele avrebbe partecipato a fomentare le manifestazioni in corso in Iran. In un messaggio su Facebook il premier israeliano ha anche polemizzato con alcuni Paesi europei per il loro «silenzio» di fronte agli sviluppi interni in Iran. Le affermazioni di Rohani relative a Israele, ha osservato Netanyahu, «sono non solo false, ma ridicole. Diversamente da lui – ha aggiunto – non insulterò il popolo iraniano, che si merita di meglio. Iraniani coraggiosi scendono in strada, anelano alla libertà e alla giustizia». «Purtroppo – ha proseguito Netanyahu – molti Paesi in Europa mantengono il silenzio di fronte ai giovani eroi iraniani scesi nelle strade. Io non intendo tacere. Questo regime cerca di seminare odio. Quando infine cadrà – ha affermato – gli iraniani e gli israeliani torneranno ad essere buoni amici. Auguro al popolo iraniano – ha concluso – il successo nella sua lotta per la libertà».
Mamma e figlia palestinesi simbolo delle rivolte
Se in Iran le donne che si tolgono il velo (peraltro già da molto tempo prima delle rivolte di questi giorni) stanno acquisendo sempre maggiore spazio mediatico, in Cisgiordania sono altre due donne il simbolo della rivolta contro Israele. Un tribunale militare ha incriminato per 12 capi d’accusa Ahed Tamimi, la 16enne attivista palestinese arrestata insieme alla madre, Nariman, per aver schiaffeggiato, spintonato e preso a calci due soldati israeliani che si trovavano accanto alla casa di famiglia a Nabi Saleh, in Cisgiordania. La giovane, diventata una icona delle proteste dopo la decisione del presidente Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, è accusata, tra le altre cose, di aggressione aggravata, lancio di pietre, istigazione. L’accusa ha chiesto di prolungare la detenzione delle due donne fino alla conclusione del processo. (da http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/)

………………………………..

IL MISTERO IRAN E LA CAUTELA DI BRUXELLES

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 4/1/2018
Chi si aspettava condanne senza appello e piena solidarietà ai manifestanti iraniani, sulla scia di quanto stanno facendo Trump, Israele e i Sauditi, è rimasto deluso.
Sulla crisi a Teheran l’Europa si è mossa finora con grande circospezione. A parte gli appelli alla moderazione e al rispetto dei diritti umani, venuti dal presidente francese Macron e dall’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini, non c’è stata una condanna esplicita del governo iraniano con cui, non a caso, entrambi hanno avuto lunghi colloqui telefonici.
Le ragioni di tanta cautela, spiegano a Bruxelles, sono molteplici. Innanzitutto non sono ancora chiare la natura e la finalità delle manifestazioni di piazza.
Se è evidente che all’origine c’è un malcontento di tipo economico e non una protesta per i diritti umani come nel 2009, le notizie di assalti alle caserme e alle stazioni di polizia lasciano temere uno scenario di tipo siriano che potrebbe sfociare in una rivolta armata.
Inoltre, pur non avendo prove concrete delle ingerenze esterne, e in particolare saudite, denunciate dal governo di Teheran, c’è il sospetto che molti degli attori che si agitano sulla scena mediorientale si illudano di ricavare dividendi politici da una crisi prolungata del Paese di riferimento per il movimento sciita.
Ma il vero timore di fondo che ha convinto gli europei della necessità di non sbilanciarsi è che i moti popolari nelle piazze iraniane possano fare il gioco della fazione più radicale in seno al regime degli ayatollah. Se anche non sono, come molti sospettano, innescate dalla fazione di Ahmadinejad, le proteste di piazza e la repressione che ne è seguita potrebbero indebolire il governo costringendolo a mettersi nelle mani delle autorità religiose più oltranziste.
Con gli accordi sul nucleare già fragilizzati dall’ostilità dell’amministrazione Trump e appesi a una decisione del Congresso Usa, Bruxelles teme che il governo di Teheran possa essere spinto a rimetterli a sua volta in discussione. Proprio l’atteggiamento del presidente americano, che minaccia un probabile ritorno delle sanzioni, ha finora frenato gli investimenti esteri in Iran aumentando le difficoltà economiche del Paese, che non ha potuto godere dei vantaggi derivanti dalla normalizzazione dei rapporti con l’Occidente.
Un indebolimento del governo e una radicalizzazione del regime potrebbero spingere Teheran a constatare il fallimento della politica di distensione e a riprendere la strada del riarmo missilistico e nucleare. E questo sarebbe, per Bruxelles, il peggiore degli scenari possibili.
Per una volta, dunque, l’Europa ha fatto prova di realismo, privilegiando la tutela dei propri interessi economici e politici.
Ma è evidente che questo atteggiamento attendista non potrà durare troppo a lungo. Se la crisi iraniana dovesse incancrenirsi, se le vittime della repressione dovessero crescere ancora, e soprattutto se il governo di Teheran dovesse finire sotto tutela delle forze più integraliste, anche la Ue sarebbe costretta a prendere la via della condanna e magari a ritrovare quella delle sanzioni. Ma per l’Europa, che tanto ha fatto per togliere l’Iran dall’isolamento in cui lo avevano condannato gli ayatollah più radicali, questa sarebbe una pesante sconfitta.
La destabilizzazione di un Paese grande quattro volte la Siria non sarebbe una buona notizia per nessuno. Neppure per quelli che adesso, sotto sotto, la stanno perseguendo. (Andrea Bonanni)

……………………………..

LA RIVOLTA IN IRAN SPIEGATA BENE

di Alessandro Turci, da PANORAMA http://www.panorama.it/ del 2/1/2018
– I tempi, i luoghi, le motivazioni e le possibili conseguenze di un inizio di rivoluzione che ha alcune analogie con i precedenti storici del Paese –
E’ presto per dire se le proteste in Iran rappresentano la vigilia di una nuova rivoluzione, ma alcune analogie con i precedenti storici del Paese destano grande interesse.
Quando
Innanzitutto il calendario. A differenza del Movimento Verde, che si sviluppò in estate dopo le accuse di brogli alle elezioni presidenziali del 2009, le attuali proteste cadono nello stesso periodo dell’anno della Rivoluzione islamica di Khomeini. E cadono a un anno esatto dalla morte di Rafsanjani, l’ex Presidente riformista, al quale il New York Times aveva dedicato un’intensa prima pagina indicandolo come il bulwark (il baluardo) dei progressisti contro le tendenze autoritarie del sistema. Nonostante i suoi 82 anni Rafsanjani aveva ancora un ruolo di mediazione (era a capo del Consiglio per il Discernimento) tra i poteri dello Stato. La sua scomparsa, coglieva esattamente nel punto l’editoriale del NYTimes un anno fa, ha lasciato il segno.
Dove
Se per la Rivoluzione del 1978-79 la città decisiva fu Qom, la capitale teologica del Paese, oggi le proteste sono partite da Mashhad. Il suo nome è poco noto al circuito turistico classico, ma non per questo è meno cruciale. Mashhad è la seconda città iraniana dopo Teheran, con oltre due milioni di abitanti. È inoltre il principale luogo spirituale di sepoltura della nazione, santuario di due importantissimi Imam della discendenza di Ali. Non per niente fu proprio l’allora Presidente Ahmadinejad – per l’anniversario della morte dell’Imam Reza (l’ottavo Imam sciita) – a dichiarare la città “la capitale spirituale dell’Iran.”
Mashhad aveva quindi tutte le carte in regola per essere il teatro della prova generale, e infatti la protesta si è estesa, arrivando a Teheran e poi in molte città dell’Iran.
Perché
Come ha scritto Kapuscinski nel suo fondamentale libro sull’Iran “La scelta di questo famoso momento è uno dei massimi enigmi della storia” se a far scattare la rivoluzione che destituì lo Scià di Persia nel gennaio del 1978 fu un articolo contro Khomeini pubblicato dal foglio governativo Etelat, oggi la protesta economica (nata da una chat in Telegram con origine Mashhad) sembra essere la scintilla, ma a ben guardare c’è polvere sotto allo storico tappeto persiano.
In un Paese con un tasso di istruzione elevatissimo, la coscienza del disagio economico alimenta l’assenza di riforme politiche. Istruire la gioventù ma non darle sbocchi può rivelarsi un boomerang.
Chi è il bersaglio
Ma attenzione a chi è il vero bersaglio delle proteste: la Presidenza di Rouhani o la Guida Suprema Khamenei? Sono infatti due situazioni molto diverse. Nel secondo caso la sfida sarebbe davvero il preludio di una rivoluzione, ma non bisogna mai dimenticare come nella visione degli sciiti il primato religioso sia sempre superiore a quello politico. In un certo senso è sacro.
Nel primo caso occorre invece fare attenzione ad alcune forze carsiche che sono attive nella società iraniana e che fanno capo ai conservatori. E qui si torna all’epicentro della protesta, la regione di Mashhad, da dove viene Raisi, lo sfidante di Rouhani alle ultime presidenziali.
Insomma il fronte conservatore, guidato da Raisi e da un Ahmadinejad che sembra volersi ricandidare, soffia sul fuoco della protesta e alimenta una massiccia propaganda antigovernativa. Secondo questa lettura ci troviamo di fronte al noto e ormai annoso scontro tra forze conservatrici e forze progressiste. Ma se l’urto delle proteste dovesse estendersi dal governo alla Guida Suprema, i conservatori potrebbero pagare un prezzo altissimo per la loro scommessa avventata.
Esattamente come faceva il potere dello Scià, anche nell’Iran di oggi il potere punta il dito contro lo “straniero” che agisce dentro i confini della patria: ai giornali di un tempo si sono sostituiti i social media, ma nella sostanza poco è mutato e, come scriveva Kapuscinski, “è sempre il potere a provocare la rivoluzione.” (Alessandro Turci)

………………………………

I TRE CERCHI: COSA C’È DIETRO LA PROTESTA

di Guido Olimpo, da “il Corriere della Sera”del 2/1/2018
La crisi in Iran è composta da TRE CERCHI. Innanzitutto c’è LA PROTESTA LEGITTIMA DI CHI È STUFO. Corruzione, nepotismo, caro vita, lavoro sono problemi cronici, ma che ora riemergono con forza.
E’ inevitabile che accada, è la reazione di chi si aspetta qualcosa di meglio da un potere che domina il Paese da decenni. Una «piazza» che denuncia anche gli impegni degli ayatollah in favore dell’alleato siriano Assad e di altri movimenti sciiti, parte essenziale del duello con i sunniti e l’Arabia Saudita.
LE DIMOSTRAZIONI LEGATE ALLE QUESTIONI SOCIALI incidono sul secondo cerchio, quello della politica interna. Sin dal giorno uno della Rivoluzione Islamica è stata una realtà magmatica, fatti di faide, correnti e fazioni che hanno usato ogni metodo – legittimo o meno – per darsi battaglia. Aperturisti contro conservatori, pragmatici contro duri e puri. Ognuno pronto a usare ciò che avviene nelle strade, a mobilitare gli attivisti per esprimere dissenso ma anche provocare. In questa fase chi rischia molto è il presidente Rouhani: non può dimostrarsi debole ma deve mantenere fede alle promesse di cambiamento. Rischiano, però, anche i giovani nel caso i cortei diventino lo schermo per violenze.
Infine GLI ATTORI ESTERNI. Trump vuole stoppare l’influenza iraniana nella regione e si muove con Israele, preoccupato di avere ai confini le milizie sponsorizzate dagli eredi di Khomeini. La Casa Bianca scorge un’opportunità per accentuare la pressione. Gli europei desiderano fare grandi affari senza però perdere la faccia in caso di una repressione feroce. I sauditi sognano di logorare l’avversario storico appoggiando componenti estreme sunnite.
Dunque i margini sono angusti. Perché ogni gesto di supporto sarà usato da Teheran come la prova conclamata di un’ingerenza straniera e fornirà il pretesto per un colpo di maglio pesante. I guardiani della rivoluzione non aspettano altro, le vittime di questi giorni sono un avviso. (Guido Olimpo)

……………………………

IRAN, LA RIVOLTA CHE PUÒ CAMBIARE IL MEDIO ORIENTE

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 2/1/2018
OCCIDENTE ALLA PROVA
Il nuovo anno inizia nel segno della rivolta contro il carovita in Iran, che ha TRE RISVOLTI: TESTIMONIA LA FORZA INDOMABILE DI UN POPOLO ANTICO, EVIDENZIA L’ENTITÀ DEI CAMBIAMENTI IN ATTO IN MEDIO ORIENTE, E METTE A DURA PROVA I LEADER DELL’OCCIDENTE.
Le proteste iniziate giovedì (il 28 dicembre, ndr) a Mashad nascono dallo scontento per l’aumento del costo della vita dovuto alla necessità della Repubblica islamica di finanziare gli interventi militari in Siria, Iraq, Libano e Yemen a sostegno di milizie sciite strumento del disegno di estendere l’egemonia iraniana sull’intero Medio Oriente.
Si tratta del cuore stesso del regime, perché tale imponente apparato militare e di intelligence è incarnato dai Guardiani della Rivoluzione, che rispondono direttamente alla Guida Suprema della Rivoluzione, Ali Khamenei, e gestiscono anche gran parte delle risorse economiche nazionali senza troppo curarsi delle altre istituzioni della Repubblica islamica, a cominciare dal governo del presidente Hassan Rohani.
Il fatto che gli iraniani, oggi in gran parte nati dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, abbiano la forza, l’energia e il coraggio di contestare il nucleo duro del regime degli ayatollah, al suo apogeo militare ed oramai privo di una reale opposizione politica interna, lascia intendere quanto siano radicati, estesi, condivisi i principi di libertà personale e rispetto per i diritti individuali.
A quasi 40 anni dall’avvento della teocrazia degli ayatollah negli iraniani resta intatta la voglia di libertà che li portò a rivoltarsi contro la dittatura dello Shah, e ciò suggerisce alle democrazie la necessità di mostrare a questo popolo antico tutto il rispetto che merita.
Per quanto concerne il Medio Oriente le proteste iraniane evidenziano la veridicità di uno dei principi-cardine della vita nel deserto: chi sembra forte non sempre lo è, e chi sembra debole non sempre lo è. L’Iran infatti è il più importante vincitore della guerra civile siriana, controlla una Mezzaluna di territori contigui da Teheran a Beirut – passando da Baghdad e Damasco – e tiene in scacco militare l’Arabia Saudita grazie ai ribelli houthi dello Yemen, che riescono perfino a minacciare Riad con i loro missili.
L’arrivo delle avanguardie militari iraniane, affiancate dagli Hezbollah, alle pendici del Monte Hermon a meno di 10 km da Israele descrive l’indubbio successo tattico regionale dovuto al formidabile e spietato generale Qassem Suleimani, regista e guida di ogni operazione bellica all’estero, inclusa Hamas nella Striscia di Gaza.
L’intento di Suleimani, che risponde solo a Khamenei, è di travolgere gli Stati sunniti e distruggere Israele per piegare agli sciiti l’intera regione da Hormuz a Suez come non è mai avvenuto dall’avvento nell’Islam.
Ma tale e tanto sfoggio di potenza militare non ha alle spalle un’economia solida né tantomeno il sostegno popolare e così Teheran si trova obbligata a fare i conti con le proprie debolezze: un sistema produttivo non diversificato, la corruzione dilagante, l’accentramento della ricchezza nelle mani di pasdaran e ayatollah, la rabbia dei giovani che preferiscono Instagram alla sharia.
La sovraesposizione bellica si è così trasformata in un boomerang, finendo per evidenziare le debolezze della Repubblica islamica. Se tutto questo mette alla prova l’Occidente è perché quando nel giugno del 2009 l’Onda verde della protesta iraniana sfidò il regime, contestando i risultati della riconferma alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad, gli Stati Uniti e l’Europa si voltarono dall’altra parte.
Moltitudini di iraniani credettero che l’Occidente li avrebbe ascoltati e sostenuti. Ricevettero invece solo un tradimento, morale e politico, il cui primo – ma non solo responsabile – fu il presidente americano Barack H. Obama che, anziché sostenere le loro grida di libertà, scrisse in segreto a Khamenei, offrendogli un dialogo che sei anni dopo avrebbe portato all’accordo di Vienna sul programma nucleare iraniano corredato dalla fine delle sanzioni con imbarazzanti dettagli segreti che solo ora iniziano ad affiorare: dalla spedizione con un aereo militare di un miliardo di dollari in contanti ai pasdaran al blocco delle indagini dell’Fbi sui traffici illeciti degli Hezbollah fino all’avvertimento a Teheran che il generale Suleimani rischiava di essere eliminato da Israele.
Scegliendo il silenzio davanti alla repressione dell’Onda verde Obama indirizzò l’America, e trascinò l’Europa, verso l’appeasement con lo stesso regime che oggi gli iraniani tornano a contestare a viso aperto, rischiando le proprie vite. Da qui l’importanza della scelta dell’amministrazione Trump di schierarsi subito dalla parte dei manifestanti e l’interrogativo se la Casa Bianca riuscirà a far seguire alle parole i fatti. È un bivio che riguarda anche l’Europa: dopo le prime timide dichiarazioni da Berlino e Bruxelles ha l’occasione per invertire drasticamente la rotta rispetto agli errori compiuti con gli ayatollah negli ultimi otto anni. (Maurizio Molinari)

………………………….

LA RIVOLTA CHE PUÒ ESSERE DOMATA ASCOLTANDO LE VOCI DELLE PERIFERIE
di Fabio Nicolucci, da “Il Messaggero” del 2/1/2018
Se Churchill fosse premier inglese oggi, avrebbe indirizzato all’Iran la sua definizione del 1939 della Russia come “un indovinello avviluppato in un mistero dentro un enigma”.
I moti che stanno percorrendo questo paese hanno infatti non solo colto di sorpresa gli analisti, ma anche la stessa classe dirigente iraniana. E non è la prima volta. Lo stesso successo per la cosiddetta “rivoluzione verde”, che scosse l’Iran nel giugno del 2009 contro la contestata rielezione dell’ultraconservatore Ahmadinejad a Presidente della Repubblica islamica.
Mentre allora però si trattava di un moto tutto politico soprattutto di giovani – da tre decenni la prima linea dei progressisti – oggi le cose sembrano diverse. Innanzitutto per l’epicentro. Che non è, come nel 2009, nella capitale Teheran bensì nella città di Mashhad e nelle province di confine.
In particolare quelle occidentali, soprattutto i primi due giorni. Questi due epicentri raccontano due storie diverse, ed anche questa eterogeneità ha alimentato l’incertezza nella comprensione del fenomeno. La città di Mashhad è la seconda città del paese, al confine orientale con l’Afghanistan e il Turkmenistan. Città sacra e dunque importante meta di pellegrinaggi sciiti per essere sede della tomba dell’ottavo Imam sciita Reza, è il luogo dove sembra i moti siano stati ispirati da sostenitori di Ahmadinejad per colpire il governo e il presidente Rohani, ma soprattutto con lo scopo politico di dividere e spezzare quell’alleanza tra i progressisti e i moderati di Larjani che ne è la vera forza.
Sono proprio infatti i due fratelli Larjani ad essere nel mirino del primo giorno di proteste. Qui Ahmadinejad ha un forte consenso, e non a caso fu proprio lui che il 30 dicembre 2009 – per festeggiare la repressione dei moti di giugno – la definì “capitale spirituale dell’Iran”.
Ma MASHHAD è, proprio per questo suo carattere di confine, città multietnica. Dove sono presenti molte delle minoranze etniche e religiose che compongono il 20 per cento della popolazione iraniana non persiana. Questa caratteristica è il punto in comune con l’altro epicentro, la regione occidentale del khuzestan. E la città di AHVAZ in particolare che ne è il capoluogo, dove si stanno verificando scontri piuttosto violenti.
E quando parliamo di minoranze etniche, in Iran come altrove, parliamo anche di minoranze svantaggiate e marginalizzate nell’accesso ai servizi dello Stato e alle opportunità di vita. Così l’hashtag #MASHHAD è divenuto in breve il più popolare su Twitter, prima della stretta governativa, con più di 62mila tweet.
Un hashtag popolare perché simboleggia non una rivoluzione politica bensì una “rivolta per il pane”, che i sostenitori di Ahmadinejad volevano accendere come tale ma probabilmente anche controllare e dirigere, e che pare invece essere sfuggita di mano per propagarsi come fuoco sulla paglia in tutte le periferie, innanzitutto quelle storicamente antigovernative come quelle arabe occidentali al confine con l’Iraq.
Lo scorso venerdì (29 dicembre, ndr) infatti proteste si sono verificate nella regione del Caspio, e nelle regioni nord-orientali sud-occidentali. Per poi propagarsi anche nelle città di QOM, QAZVIN e ISFAHAN nell’altopiano centrale.
La situazione era infatti compressa. Qualche giorno prima dell’inizio dei moti, ERANO STATE ATTACCATE DUE SINAGOGHE EBRAICHE A SHIRAZ, un sinistro segno premonitore sfuggito anch’esso all’attenzione generale. Da sempre infatti la comunità ebraica iraniana di 25mila membri, la sola superstite nel medioriente dopo la CACCIATA DEI MIZRAHIM (EBREI MEDIORIENTALI) dai paesi arabi dopo il 1967, è un barometro per l’arrivo di tempeste sociali e politiche.
Questa rivolta è dunque frutto di un cortocircuito nella periferia del paese, che ha però subito incendiato la paglia di rivendicazioni economiche e di inclusione. Una paglia messa dal regime sotto il bel tappeto persiano dei successi geopolitici dell’Iran nella regione, dalla Siria nel sostegno ad Assad all’Iraq, con il prestigioso ruolo nella sconfitta militare dell’Isis.
E proprio per questo sfuggita all’attenzione di un occidente che fino ad Obama non ha avuto per più di 30 anni nessun legame e quindi nessuna politica verso l’lran se non l’ossessione di una guerra infinita ed esistenziale.
Una rappresentazione fatta per motivi politici, ma che ha distorto la nostra immagine dell’Iran, in realtà molto più fragile di quello che si vuole far credere. Un Iran dove la disoccupazione è al 12,4 e colpisce soprattutto i giovani. E dove i giovani sono tra i più colti e filo-occidentali di tutto il Medioriente. Ieri le proteste sono sbarcate a Teheran, e le cose potrebbero prendere una piega diversa. Molto dipenderà dal governo e da Rohani, se saprà leggere bene in filigrana motivi e dinamiche. Scegliendo la strada giusta tra sospetto e quindi repressione, oppure tra ascolto e dunque rilancio di quella che rimane, molto dopo quella israeliana, il secondo esempio di democrazia rappresentativa a suffragio universale nella regione. (Fabio Nicolucci)

………………………………

L’INTERVISTA
LA RIFORMISTA KADIVAR: «SLOGAN CONTRO TUTTI: NON C’È UN LEADER NÉ UN OBIETTIVO UNICO. NON È UNA RIVOLUZIONE»
di Farian Sabahi, da “il Corriere della Sera” del 2/1/2018
«Gli iraniani sono scesi in strada perché non ne possono più dei problemi economici e sociali che da decenni li affliggono, ma è troppo presto per affermare che in Iran è in corso una rivoluzione. Queste sono proteste senza un leader e senza un obiettivo precisi: i manifestanti si lamentano per il carovita, l’inflazione, la disoccupazione e la corruzione. E le loro lamentele si declinano in modo diverso nelle differenti località». L’ex deputata riformatrice JAMILEH KADIVAR commenta così la situazione in Iran. 54 anni, esponente del Movimento Verde d’opposizione del 2009, Jamileh Kadivar vive in esilio a Londra con il marito Ataollah Mohajerani, ministro della Cultura durante la presidenza del riformatore Muhammad Khatami.
Perché le proteste sono iniziate nella città nordorientale di Mashad?
«A Mashad la popolazione ha avuto molti problemi, soprattutto finanziari: istituti di credito hanno preso a prestito denaro dai cittadini e non lo hanno restituito. Conservatori come l’ayatollah Ahmad Alamolhoda, che guida la preghiera del venerdì, hanno incoraggiato le proteste».
Le manifestazioni, però, poi si sono diffuse altrove.
«Coloro che hanno dato avvio alle prime proteste non sono stati in grado di controllare i manifestanti. Inizialmente l’obiettivo era criticare alcune misure economiche e sociali del presidente moderato Hassan Rouhani, ma poi la gente ha preso di mira tutto l’establishment della Repubblica Islamica, incluso la guida suprema Ali Khamenei».
Ha l’impressione che queste proteste siano fomentate da «agenti stranieri», come dichiarato da diversi esponenti della Repubblica Islamica?
«Inizialmente i manifestanti urlavano contro Rouhani. Ma già il secondo giorno gli slogan erano cambiati. L’impressione è che altri, forse dall’estero, abbiamo provocato le proteste in altre città. Dopotutto, le autorità saudite avevano preannunciato un intervento in Iran. Per questo domenica il presidente Rouhani ha fatto riferimento ad agenti stranieri che avrebbero appoggiato i manifestanti, anche con denaro. In ogni caso le proteste al principio sono state del tutto spontanee».
In piazza ci sono anche le donne.
«In questi ultimi mesi si sono accumulate le proteste dei giovani perché non trovano lavoro, degli operai che non ricevono il salario alla fine del mese, dei pensionati, dei poveri, e delle donne a cui viene imposto il velo. Tutti reclamano maggiori libertà, chiedono di combattere la corruzione e diminuire il divario tra ricchi e poveri».
Lei è stata una esponente di spicco del Movimento Verde di opposizione che nel 2009 era stato duramente represso. Che cosa resta di quella stagione?
«Quello che sta succedendo oggi in Iran è diverso. I manifestanti non gridano slogan a favore del Movimento Verde, sembrano averlo dimenticato. E prendono di mira tutti i politici, destra e sinistra, senza distinzione, considerandoli in uguale misura responsabili del malessere del Paese».

………………………………..

MASIH ALINEJAD “CI TOGLIAMO IL VELO CONTRO UN REGIME CHE CI VUOLE POVERI. SIAMO STANCHE DI VIVERE DA SCHIAVE”

di Francesca Caferri, da “la Repubblica” del 2/1/2018
Da anni la giornalista MASIH ALINEJAD invita i suoi connazionali a ribellarsi. Finché ha potuto, lo ha fatto da dentro i confini iraniani. Quando la situazione è diventata troppo rischiosa ha scelto l’esilio: dall’estero ha animato “MY STEALTHY FREEDOM”, il movimento contro il velo obbligatorio diventato una spina nel fianco per Teheran: dozzine di donne che, in giorni stabiliti, si tolgono il velo e diffondono le immagini sui Social network. Come la ragazza arrestata dopo aver sventolato un velo bianco, diventata simbolo delle proteste generali.
«Ed è giusto così – spiega Alinejad – perché la gente sta urlando contro l’oppressione: quelle delle libertà private così come quella che spinge verso la povertà».
In queste ore riceve e diffonde dozzine di video dall’Iran, dove i Social network sono bloccati. Che idea si è fatta della rivolta?
«Che sia qualcosa di molto forte, non destinato a finire presto. La gente è stanca di essere oppressa dalla schiavitù della religione: perché interferisce in ogni sfera della vita, dai sussidi economici alle regole di abbigliamento. Si lamenta da anni, ma non ha mai avuto una piattaforma per esprimersi. Ora usa i telefonini per raccontare. Ciò spaventa il regime: per questo i Social sono bloccati».
Questo era accaduto anche nel 2009: e sappiamo come è finita.
«Ora è tutto più grande. I video che diffondo raggiungono in poco tempo i due milioni di visualizzazioni».
Quindi è un nuovo 2009?
«No. È più grande: allora furono coinvolte solo le grandi città. Ora la protesta è ovunque. Dovete capire che il Movimento Verde non è finito: è rimasto in silenzio perché le persone avevano paura. Il livello di oppressione a cui abbiamo assistito è stato altissimo: io stessa ho parlato a decine di famiglie i cui figli sono stati uccisi in quei giorni e nelle settimane successive. Ma se fosse finito non vedremmo ora tanta gente per le strade. Era come la cenere che covava sotto al fuoco. Ora è esplosa. E non finirà perché la rabbia è ormai troppa».
Lei ha diffuso il video della ragazza diventata simbolo della protesta, benché protestasse contro l’hijab: che sa di lei?
«Poco. Che è stata arrestata insieme ad altre persone che erano con lei per proteggerla. Ma so che è diventata un simbolo. Ho ricevuto messaggi e video di altre giovani che mi hanno detto: hanno arrestato lei, ma tutte noi siamo lei, non possono arrestarci tutte. La stanno imitando: direttamente e scendendo in strada. È tutto legato: la vita personale, l’economia, la politica estera. Per questo la rivolta non si fermerà facilmente».

LA RAGAZZA CHE SI E’ TOLTA IL VELO

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...