LA TUNISIA E LE RIVOLTE non più politiche ma PER IL PANE (contro il carovita) – PROPOSTA: dopo le 4 Macroregioni Europee (Baltica, Danubiana, Ionico-Adriatica, Alpina) la UE realizzi una “MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE” (tra Sud d’Italia, Tunisia, Libia) per un nuovo sviluppo del Mare Nostrum

TEBOURBA (città poco a sud-ovest di Tunisi), NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA

   L’inizio dell’anno tunisino è stato (ma lo è ancora) denso di proteste contro il carovita. L’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba. In una settimana, dall’8 al 14 gennaio, ci sono state 800 persone arrestate, un centinaio di poliziotti feriti, caserme di polizia date alla fiamme. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato e protestava contro il carovita. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici.
Una protesta spontanea, per niente “politica”: nel senso di rivendicazione di democrazia, maggiore libertà… come era accaduto nella “rivoluzione dei gelsomini”, nella primavera araba di esattamente sette anni fa. Una protesta, possiamo dire, “PER IL PANE”, cioè contro la situazione economica difficile, di povertà, che coinvolge buona parte della popolazione, e in particolare i giovani.

mappa Tunisia

   Non c’è alcuna leadership in queste proteste, e le manifestazioni nelle settimane scorse a volte sono state anche di poche decine di persone, che però hanno fatto “molto rumore”, hanno messo a dura prova il governo. Manifestazioni in ogni caso fatte, volute, dal ceto medio, che si considera vittima dell’aumento dei prezzi e della situazione economica difficile. E’ comunque interessante che queste manifestazioni, a differenza di altri Paesi (pensiamo all’Iran, quasi contemporanee) non sono state soppresse dalla polizia, dal governo. Come prova che la pur fragile democrazia tunisina (formatasi appunto sette anni fa con la rivoluzione dei gelsomini) garantisce libertà di espressione ai suoi cittadini.

TUNISIA “….L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (134 euro), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agit-prop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti. (Francesca Paci, “La Stampa”, 11/1/2018)

   E’ così che in Tunisia il malcontento popolare potrebbe trovare una nuova espressione politica: potrebbe nascere un nuovo partito, proprio grazie alla democrazia introdotta nel 2011 (in Iran, invece, un’alternativa di questo genere è impensabile).
E’ tutto questo, come dicevamo, uno (dei pochi?) effetti positivi delle “primavere arabe”. Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò proprio in Tunisia: Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino, il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 dopo 23 anni al potere (Il dittatore abbandonò il Paese per rifugiarsi in volontario esilio a Jedda, in Arabia Saudita), e “la primavera” si diffuse nell’area nord africana, in Medio Oriente, nei Paesi arabi.

DOPO LE PROTESTE LA TUNISIA ANNUNCIA UN PACCHETTO DI MISURE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ – Il bilancio dell’ultima settimana (dall’8 al 15 gennaio) di scontri è di 803 persone arrestate e 97 agenti feriti – Scontri e disordini contro il carovita tra giovani e forze dell’ordine. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici. Il bilancio degli scontri lo ha reso noto il portavoce del ministero dell’Interno, Khalifa Chibani. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato. Il governo di unità nazionale ha annunciato ieri una serie di MISURE A FAVORE DELLE FAMIGLIE BISOGNOSE da circa 70 milioni di dinari tunisini (circa 23,5 milioni di euro). «Garantiremo un reddito minimo alle famiglie bisognose – ha detto il ministro tunisino degli Affari sociali Mohamed Trabelsi – l’assegno sociale aumenterà da 150 a 180 o 210 dinari, a seconda del numero di figli». Il pacchetto prevede anche il raddoppio delle sovvenzioni dedicate ai bimbi diversamente abili, la gratuità delle cure per i disoccupati, l’istituzione di un fondo di garanzia per prestiti e agevolazioni per l’acquisto della prima casa. (da “La Stampa” del 15/1/2018)

   Ma non è andata proprio bene questa richiesta di libertà nei Paesi Arabi: la Tunisia è praticamente l’unico paese ad aver saputo creare una democrazia. Ma, come stanno dimostrando le diffuse manifestazioni di protesta di queste settimane, una certa “libertà di protesta” e di rivendicazione dei propri diritti, non ha portato a un miglioramento economico nella popolazione e nella situazione generale di vita del Paese. Qualche osservatore dice che questo “nuovo corso” è stato distrutto dal jihadismo, l’integralismo islamico che subito dopo si è diffuso e allargato. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è un regime molto corrotto. Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani, sono gli aspetti più gravi della vita in Tunisia.

i paesi della PRIMAVERA ARABA – Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò da Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 e si diffusero nell’area

   I raiss arabi, i leader politici, governativi, nel lontano passato, si sono sempre ben guardati dall’aumentare i prezzi dei beni di primissima necessità, come il pane. Ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto, e dei Paesi vicini (come la Tunisia) sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi elargiti alle fasce popolari più povere, tengono basso il costo del pane; però i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più.
E poi questi Pesi (del Sud del Mediterraneo) vengono a dover confrontarsi con la massa di immigrati che dal Sahel, dal centro dell’Africa, arrivano, nel tentativo di raggiungere i paesi europei. Pertanto i Paesi del nord Africa devono anche far fronte ai rischi connessi al cosiddetto traffico di vite umane, ovvero al fenomeno migratorio nel suo complesso. Altro problema non da poco.

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Quel che si capisce da un Paese così vicino a noi com’è la Tunisia, è che non può essere lasciato in balìa di sé stesso. La Tunisia ha bisogno di un grande sostegno economico, di un progetto di crescita economica (un Piano Marshall) affinché possa essere parte di un comune sviluppo mediterraneo tra le due sponde del Mare Nostrum.

2018, dieci anni dall’istituzioni da parte della UE delle MACROREGIONI EUROPEE – Come risposta agli Stati-Nazione, le Macroregioni esempio di coesistenza pacifica, di sinergie di sviluppo, di geografia della cooperazione – 4 Aree Ambientali Omogenee: la Baltica, la Danubiana, la Ionico-Adriatica, l’Alpina

   Un impegno che non può essere solo italiano, ma che deve avere una dimensione europea. Per questo crediamo che il progetto e l’avvio delle MACROREGIONI EUROPEE (avvenuto da dieci anni – se ne parla ora nel decennio di prima istituzione – con luci e ombre nella sua realizzazione oltre il potere degli stati nazionali…. ne parliamo qui in due articoli del Sole 24ore..), questo progetto europeo di macroregioni possa far sperare (auspicare, chiedere) la creazione da parte dell’Unione europea di una MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE che possa coinvolgere il nostro Meridione (occasione di lavoro e sviluppo) con i vicini Paesi nordafricani (come appunto la TUNISIA).

una MACROREGIONE DEL MEDITERRANEO CENTRALE?

   Tante sono le cose che subito si possono fare nella Macroregione Mediterranea: dalle sinergie tra università e distretti economici, alla ricerca scientifica, alla prevenzione delle catastrofi naturali, al turismo, alla pesca, alla produzione energetica (pensiamo al “solare”), a un Erasmus Mediterraneo, a un’agricoltura biologica (e di trasformazione) nuova sui prodotti delle terra di un’area che può fare coltivazioni (e trasformazioni) di grande qualità esportabili nel mondo…. Una Macroregione del Mediterraneo Centrale si presta anche ad essere fulcro ed equilibrio dei trasporti commerciali portuali marittimi, punto di snodo di produzioni di qualsiasi genere e di incontro di persone, di conoscenza e convivenza di pace.
La Tunisia è difficile pensarla come Terra estranea a noi, e dobbiamo inventare modi nuovi, virtuosi per collaborare, incontraci. (s.m.)

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proteste in Tunisia

TRA I GIOVANI DISOCCUPATI E RIBELLI “NOI IN PIAZZA SOGNANDO L’ITALIA”
di Francesca Paci, da “La Stampa” del 12/1/2018
– A TEBOURBA, NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA – Tebourba, il paese del primo morto della protesta: “Finiti i soldi per mangiare” – L’obiettivo dei ragazzi resta la fuga: “Appena ho duemila euro mi imbarco” – VIAGGIO NEL PICCOLO PAESE DOVE È PARTITA LA RIVOLTA CONTRO IL CAROVITA: QUI I GIOVANI SOGNANO L’ITALIA –

TEBOURBA, IL CUORE DELLA PROTESTA (città vicino a Tunisi, a sud-ovest)

TEBOURBA (TUNISIA) – Non ci sono foto del martire di lunedì qui a Tebourba, 25 mila anime a nord-ovest di Tunisi dove molti non conoscono neppure il suo nome. Khomsi Yafrni aveva 45 anni, era disoccupato, è morto durante le proteste per il carovita.
Ma, nonostante il quinto giorno di scontri con oltre 600 persone arrestate e l’esercito in campo, non sembra candidato alla fama di Mohammed Bouazizi, l’icona della rivoluzione del 2011. «Mercoledì il premier Chahed sarebbe venuto a trovarci se non fosse stato fermato dalla polizia all’ingresso della città per problemi di sicurezza, i ragazzi urlavano “degage” (vattene)» ci dice il fratello maggiore Nourredine, pochi denti, mani callose, gilet imbottito sulla felpa con gli orsetti.
La casa dei Yafrni è un misero cubo bianco a 500 metri dalla strada dove l’uomo è stato ucciso durante l’assalto al palazzo del governo locale. In terra vedi i vetri delle molotov, ogni giorno nuovi. Sul marciapiede opposto al governo locale c’è un caffè senza insegne, resti di antiche maioliche alle pareti, tavoli sgangherati e una manciata di avventori, tutti sui vent’anni, tutti pronti a emigrare, tutti favorevoli alle proteste perché il presente è una prigione da far saltare.«Sono stato a Perugia 10 anni finché la primavera scorsa mi hanno espulso perché ero irregolare, ma appena rimetto insieme 2 mila euro m’imbarco da KELIBIA, qui vicino, e ci riprovo» racconta Fauzi, 36 anni. In attesa del sogno europeo, concorda la platea, abbasso la finanziaria e viva l’era Ben Ali, quando almeno «10 dinari significavano mangiare, mentre adesso bastano appena per le sigarette e un caffè».
Tebourba, che agli storici della II guerra mondiale evoca l’omonima battaglia tra le forze alleate e quelle dell’Asse, ha visto centinaia di suoi figli prendere la via del Mediterraneo. Anche Khomsi Yafrni era venuto in Italia per tornare più povero di prima tra i concittadini che campano di agricoltura, carote, olive, carciofi berberi.
«Il mio Wael va ogni mattina a Tunisi per qualche lavoretto da muratore ma i trasporti sono scarsi, deve prendere il pulmino che gli costa 5 dinari, un quarto della paga giornaliera» spiega mamma Aziza, velata come quasi tutte le donne. Si aggira con una sola busta tra i banchi del suq, prezzi più alti di due anni fa ma non altissimi a parte il pesce, sardine comprese, che costa ormai il doppio. Il contadino Mostafa le ripete che non ne ha colpa: «Sono aumentati i fertilizzanti, i macchinari, se lo Stato non investe qui industrializzando la raccolta dobbiamo fare da soli e questi sono i risultati».
I risultati sono l’apatia e la frustrazione dei più giovani, di cui oltre uno su tre è disoccupato, che da una settimana si concretizzano in rabbia sanculotta. Se la politica fa il suo gioco a Tunisi qui resta sullo sfondo, non ci sono manifesti enti-governativi dell’opposizione né la polemica tra la maggioranza e la sinistra del Fronte Popolare che pure ha votato il budget 2018 e nemmeno gli slogan contro i tagli dovuti al Fondo Monetario in cambio del prestito quadriennale di 2,9 miliardi di dollari: c’è una massa grigia che raccoglie il disagio nazionale, ma preme per andarsene dal Paese con buona pace della transizione democratica.
«I giovani non sono contenti della situazione e hanno il diritto di protestare contro la legge di bilancio ma in modo civile e senza bruciare auto o bancomat, questa volta diversamente dal 2011 la soluzione al legittimo malcontento popolare sarà politica ed economica» ci dice Wided Bouchamaoui, presidente degli imprenditori e pilastro del quartetto per il dialogo nazionale tunisino premiato nel 2015 con il Nobel per la pace.
A Tebourba però, l’aria è grave come prima della pioggia. «E la controrivoluzione» sentenzia il maestro Rashid davanti alla stazione risalente al 1878. Discute con un gruppo di amici pendolari come lui, cappotti lisi, sui cinquanta, i padri delle piazze incandescenti. Yasser fa il guardiano in un garage, 300 euro al mese se va bene: «Succede sempre di sera, appena fa buio vanno in strada a tirare sassi, molti sono ragazzini di 14 anni, non sanno neppure che sotto Ben Ali si veniva torturati per molto meno».
Il gruppo non fa mistero di simpatizzare per Ennahda, i Fratelli musulmani tunisini che governano in coalizione con i liberali di Nidaa Tounes. Ironia della sorte vuole che alcuni di loro siano tornati dopo il 2011 a Tebourba, antica roccaforte islamista tanto da essere abbandonata da Bourghiba al suo destino di sottosviluppo rurale, mentre i diciottenni bramino la fuga proprio ora.
«Degage, degage»: il coro si leva dalla piccola piazza dei martiri, tra la chiesa e l’incrocio per Tunisi sovrastato da una gigantografia che non appartiene a Bouazizi né tantomeno a Yafrni, ma all’oriundo militare Akrounben Salah ucciso in un attacco terrorista nel 2015. E’ il momento: un uomo adulto s’inginocchia mimando con una bottiglia il gesto di darsi fuoco, una quindicina di ragazzi inveiscono, un secondo cerchio di spettatori segue la scena. In tutto saranno meno di 60 persone ma altrettanti poliziotti sono appostati nei blindati.
E un déjà-vu, ragiona un impiegato nel bar La Cabana: «A un certo punto i manifestanti si allontano da queste strade grandi alla francese e vanno verso la medina araba, dove in caso di scontri è più facile scappare tra i vicoli labirintici».
Tunisi sembra assai più lontana dei 40 chilometri reali costeggiati da venditori di finocchi, banchi di scarpe, ulivi soffocati dalla spazzatura. E qui in provincia e nelle banlieues che, come nota il ricercatore Hamza Meddeb, l’assenza della classe media dalle piazze si nota davvero. Anche per questo il nome Khomsi Yafrni sembra sospeso, vittima del presente, morto al buio com’era vissuto. (Francesca Paci)

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TUNISIA, UN PIANO MARSHALL DELLA UE PER SOSTENERE LE RIFORME

di Paolo Messa, da “il Messaggero” del 15/1/2018
Tunisi non è Teheran. Se nei giorni scorsi le proteste in Iran hanno acceso i fari dell’opinione pubblica sui limiti del regime dei pasdaran e sul rispetto dei diritti umani in quel Paese, i sommovimenti in Tunisia meritano una diversa lettura poiché le condizioni di quella che ora si può dire democrazia, con tanto di Costituzione, sono completamente diverse.
La cosiddetta “rivoluzione dei Gelsomini”, avviata proprio sette anni fa, ha determinato l’apertura di un processo politico serio e di successo culminato appunto nel varo di un sistema politico inclusivo e la formazione di un governo, quello attualmente in carica, che potremmo dire di “grande coalizione”.
Certo, una Carta condivisa non basta se le condizioni economiche della popolazione non migliorano in modo altrettanto chiaro. Ed è sin troppo evidente il tentativo, di matrice jihadista, di infiltrare e guidare le proteste di questi giorni.
In palio, se così si può dire, c’è il controllo di uno Stato che ha una posizione geografica strategica e che oggi è impegnato – soprattutto al confine con la Libia – a contenere e contrastare la minaccia terroristica. Sono numerosi i foreign fighters di origine tunisina, un vero e proprio esercito che va controllato e combattuto sul piano della prevenzione.
Per non parlare dei rischi connessi al cosiddetto traffico di vite umane ovvero al fenomeno migratorio nel suo complesso. L’Italia ha molto chiara la priorità politica della stabilità tunisina e non è un caso che il Parlamento sarà chiamato mercoledì (17 gennaio, ndr) ad esprimersi non solo sulla missione militare in Niger ma anche sulla presenza di sessanta militari nell’ambito della missione Nato volta a garantire la sicurezza nel Paese nostro dirimpettaio.
Il nostro sforzo c’è tutto ed è apprezzabile. Rischia però di essere insufficiente.
La Tunisia ha bisogno di un grande sostegno economico, di una sorta di Piano Marshall. Si tratta di un impegno che non può che avere dimensione europea. Lo sanno bene personalità come il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, e l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi: entrambi ne hanno scritto sulle colonne del Messaggero.
Non possiamo permetterci che, a poche bracciate dal confine meridionale dell’Unione Europea, si apra una stagione di crisi dopo il successo- l’unico forse tra le cosiddette primavere arabe – di questa primavera dei gelsomini.
Un’Europa che si sbraccia per gli ayatollah e non interviene con investimenti massicci in Tunisia sarebbe una istituzione politica che sacrificherebbe il proprio interesse comunitario sull’altare di un bizzarro politicamente corretto.
La situazione del Mediterraneo invoca la nostra presenza. Roma, come dimostrato anche dal vertice Med7 ospitato da Gentiloni e dal supporto di Forza Italia e Berlusconi alle missioni militari, c’è. Ora deve scendere in campo Bruxelles, e non con le dichiarazioni ma con aiuti concreti. (Paolo Messa)

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DA ALGERI A TEHERAN LA LOTTA PER IL PANE CHE FA TREMARE I REGIMI

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 11/1/2018
– I sussidi hanno tenuto per anni i costi bassi – Da Sadat a Bashir: chi tocca il prezzo rischia –
Il pane è vita, tanto che in Egitto, nell’arabo colloquiale locale, la stessa parola, aish, indica sia il pane che la vita. Nessun raiss ha mai aumentato il prezzo del pane di sua volontà ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto e dei Paesi vicini sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi tengono basso il costo, i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più.
Il primo a provarci è stato Sadat, nel 1977, e «l’Intifada del pane», 500 morti, lo costrinse a fare marcia indietro. La misura di aggiustamento era stata suggerita dal Fondo Monetario, come oggi in TUNISIA e in SUDAN. La rabbia popolare arriva in un momento critico. Il Sudan, da quasi trent’anni sotto Omar al-Bashir, si è riguadagnato rispettabilità internazionale per la sua lotta ai gruppi jihadisti, una svolta a 180 gradi che ha convinto gli Usa a togliere le sanzioni.
Ma il ritorno nei circuiti dell’economia «normale» è stato traumatico. La manovra dell’Fmi ha significato la fine dei sussidi ai beni alimentari e del cambio fisso con il dollaro. Il risultato è stato un’inflazione al 25% e il raddoppio del prezzo della pagnotta che da mezza lira sudanese è passata ad una lira, meno di mezzo dollaro al chilo, troppo per la povera gente. Nelle campagne e nelle periferie di Khartoum la maggior parte delle famiglie sopravvive con 6-700 lire al mese, che prima valevano 100 dollari e ora meno di 40.
Alle sorti del Sudan guarda con occhi attenti l’EGITTO. Il Cairo ha una «politica del pane» capillare. Ventimila fornai sovvenzionati forniscono a milioni di persone «l’aish baladi», o «pane locale», dischi dorati dal profumo inconfondibile. Ogni fornaio distribuiva in media 2 mila pagnotte al giorno al prezzo di 5 piastre, neanche un centesimo di dollaro, ma l’anno scorso il governo le ha tagliate a 500. I salari medi sono attorno alle 1000 lire egiziane, circa 60 dollari al cambio attuale. Con le elezioni previste per il 26 marzo prossimo, quest’anno il presidente Abdel Fatah al-Sisi ha bloccato tutte le manovre di questo tipo. L’inflazione nel 2017 è schizzata oltre il 30%, una mazzata per quel 42% delle famiglie che vive con meno di 2,5 dollari al giorno: il prezzo del pane «di mercato», un dollaro al chilo, è insostenibile.
Ma anche Paesi ricchi sentono gli effetti degli «aggiustamenti». L’ALGERIA ha proibito l’importazione di telefonini, mobili, verdura fresca, in una lista ridicolizzata dagli oppositori per le sue bizzarrie. In IRAN, la manovra del governo di Hassan Rohani ha innescato le proteste più violente dal 2009. Anche qui la fine dei sussidi ha fatto raddoppiare i prezzi. A fronte di un costo della farina pari a circa 30 centesimi di dollari al chilo, il pane «sussidiato» costava in media 20 centesimi, con la riforma arriverà a 40 centesimi.
Il Pil pro capite dell’Iran è di circa 5000 dollari all’anno ma ci sono grandi differenze sociali. Secondo uno studio dell’Fmi del 2010, una famiglia media riceveva 3600 dollari in sussidi all’anno, indispensabili per vivere.
Sull’altra sponda del Golfo Persico, in ARABIA SAUDITA, l’austerity ha significato soprattutto la fine della benzina quasi gratis. A gennaio il prezzo al litro è passato da 24 cents di dollaro a 44, mentre nel 2015 era ancora attorno ai 15 centesimi. Il reddito dei sauditi è il quadruplo di quello iraniano, ma con un deficit al 16% è tempo di qualche sacrificio. (Giordano Stabile)

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NELLA TUNISIA DELLE RIVOLTE: “STAVOLTA NON CI FERMEREMO”

di Francesca Paci, da “La Stampa” del 11/1/2018
– Il governo reagisce dopo gli scontri nei cortei: 237 arresti Sassaiole nelle città. A Djerba molotov contro la Sinagoga –
Molte ore dopo l’assalto al Carrefour di Ben Arous, periferia Sud di Tunisi, l’odore dei lacrimogeni aleggia ancora sul viale buio davanti alle saracinesche bruciate. Le proteste contro il carovita che da tre giorni tengono in scacco il Paese e hanno prodotto 237 arresti, decine di feriti tra cui 49 poliziotti, 45 mezzi della sicurezza danneggiati, si accendono di slogan diurni nel cuore borghese della capitale e di sassaiole notturne qui, banlieue miserabile, dove piccoli gruppi di giovani con il cappuccio della felpa sulla testa parlottano sbirciando i blindati appostati all’incrocio.
«Anche se non è la rivoluzione del 2011 non si fermerà, ci ripetono che diversamente da Internet e schede telefoniche il pane e l’olio non sono aumentati, ma i bisogni della gente non sono più quelli di mezzo secolo fa» ragiona il tassista Samir in sosta alla boulangerie La Reine, un isolato più avanti, in direzione di quell’autostrada per Tunisi dove le pietre lungo il guardrail raccontano gli scontri durissimi all’altezza delle case popolari di El Kabaria.
A sette anni dalla cacciata di Ben Ali, l’unica sopravvissuta delle primavere arabe, ma anche quella che ha fornito il maggior numero di volontari allo Stato islamico, combatte con i suoi fantasmi. La settimana scorsa l’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba, dove pare sia stata attaccata la sinagoga: i moti più duri da quando nel 2016 il governo ha promesso al Fondo monetario internazionale un drastico taglio della spesa in cambio del prestito quadriennale da 2,9 miliardi di dollari. La popolazione, gravata da un tasso di disoccupazione giovanile del 25% e l’inflazione al 6,4% (contro il 4,2% del 2016), è esplosa.
«È allarmante perché non c’è alcuna leadership, ma si tratta di manifestazioni di poche decine di persone che pur mettendo alla prova il governo non terremoteranno il Paese» nota Hamza Meddab, studioso di periferie tunisine e analista dell’European Council on Foreign Relations. L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (134 euro), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agit-prop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti.
«Da giorni si respirano lacrimogeni e rabbia, chi protesta tira avanti da troppo tempo con 500 dinari al mese e la pazienza è finita» ci dice il giovane dottor Said al telefono da Tebourba, dove nelle ultime ore centinaia di persone sono scese in piazza per i funerali del manifestante ucciso durante gli scontri. Due mesi fa nella città settentrionale di Sejnane una madre di 5 figli si era data fuoco evocando il gesto di Mohammed Bouazizi, il fruttivendolo di Sidi Bouzid diventato il simbolo della rivoluzione del 2011.
«Il 2018 sarà l’ultimo anno di stenti per i tunisini» ripete il premier Chahed nel discorso di Capodanno rimandato dalla tv in un caffè solo maschile di Citè el Tadhamoun, altra periferia Sud di Tunisi, due centri commerciali bruciati. «Promesse, promesse, dal 2011 abbiamo ottenuto solo la libertà, e non ci manteniamo la famiglia» sentenzia il proprietario asciugando bicchierini di tè.
Periferia e centro, provincia e città, borghesia e proletariato vero: le ataviche contraddizioni tunisine tornano, convitato di pietra nella transizione dal passato che non passa. A pochi isolati dal Parlamento, il deputato di Ennahda Osama al-Saghir ricorda le cifre dell’Iva, passata dal 6 al 7% per i prodotti necessari e dal 12 al 13% o dal 18 al 19% per gli altri. Poca roba, dice, rispetto ai singoli commercianti «che se ne sono approfittati aumentando i prezzi del 15, 20%». Difende il governo insomma, ma anche il diritto di critica, un privilegio della democrazia: «In realtà è iniziata la campagna elettorale per il voto amministrativo del 6 maggio che vedrà in campo migliaia di città, 8 milioni di elettori e oltre 7200 candidati. L’opposizione capitanata dal Fronte Popolare, che in Parlamento ha appena una trentina di seggi, cavalca il malcontento contro la maggioranza».
Ennahda, storica forza popolare oggi in coalizione con Nidaa Tounes nel governo di unità nazionale, tende da sempre l’orecchio alla pancia del Paese ma in queste ore ne minimizza la forza d’urto sottolineando che, al netto dei problemi, il Paese cresce del 2,2%, la disoccupazione è scesa dal 18% al 15,3% e con 7 milioni di visitatori nel 2017 il turismo respira.
L’umore è cupo. Le camionette dell’esercito davanti ai caffè a ridosso della casbah ricordano lo Stato d’emergenza, in realtà in vigore dal 2015. (Francesca Paci)

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Primavere Arabe, sette anni dopo: cosa resta della speranza – La “rivolta dei gelsomini” 7 anni fa

CORRUZIONE E LAVORO, COSÌ POSSONO RIPARTIRE LE PRIMAVERE ARABE

di Francesca Caferri da “la Repubblica” del 14/1/2018
– Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani: a 7 anni dalla Primavera araba le ragioni che portarono migliaia di persone in strada restano sul tavolo. Allora tutto partì dalla Tunisia – Adesso ancora proteste in TUNISIA, subito dopo TEHERAN. E l’EGITTO (in crisi) va al voto; la ricetta del MAROCCO funziona a due velocità; Aramco sfida saudita – Il QATAR è stato toccato marginalmente dalle proteste, oggi deve fare i conti con l’embargo deciso dai Paesi del Golfo –
Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani: a sette anni dall’inizio della Primavera araba le ragioni che portarono migliaia di persone in strada restano sul tavolo. In quei giorni sarebbe stato difficile immaginare il numero di morti, rifugiati, i colpi di Stato e le guerre civili che dalle rivolte sarebbero scaturiti.
Allora tutto parti dalla Tunisia: oggi che è di nuovo in strada è possibile ipotizzare un altro sommovimento regionale? «Le cause strutturali dei moti del 2011 non sono migliorate, anzi semmai sono peggiorate – risponde Andrea Teti, professore di Relazioni internazionali dell’università di Aberdeen e coordinatore del progetto di ricerca Arab Transformations – questo non significa che nel giro di pochi anni vedremo un ripetersi delle Primavere, ma sicuramente possiamo aspettarci che a questo scontento ci saranno conseguenze».
Egitto
È uscito da quelle giornate con un’economia a pezzi che i provvedimenti del presidente Abel Fatah Al Sisi faticano a risollevare. Con un’inflazione attorno al 30%, la moneta che ha perso in pochi mesi il 50% del valore, le riserve valutarie ridotte della metà rispetto al 2010 e il 50% di una popolazione di 95 milioni di persone sotto la linea di povertà, la decisione di ridurre i sussidi statali su richiesta del Fondo monetario internazionale ha messo a dura prova la stabilità. A marzo le manifestazioni contro l’aumento dei prezzi hanno fatto pensare al ritorno della protesta, così non è stato. Il Paese va alle presidenziali di marzo preoccupato di non scivolare di nuovo nell’instabilità. Con buona pace dei diritti umani, della libertà di espressione o di stampa.
Marocco
Mohammed VI è riuscito a contenere le rivolte che pure erano iniziate nel 2011 con una calcolata serie di aperture e pugno di ferro. Un massiccio programma di investimenti punta a diversificare l’economia ancora dipendente dall’agricoltura e a ridurre il tasso di disoccupazione, che supera il 9%. II simbolo del nuovo Marocco è la ferrovia ad alta velocità che collegherà Tangeri a Casablanca: ma è il simbolo anche di un Paese a due velocità, con gli investimenti concentrati lungo le coste e il resto lasciato indietro. Le rivolte in estate nella regione del Rif sono state le peggiori dal 2011 e hanno sottolineato le questioni aperte. Il re ha promesso altri investimenti: i prossimi due anni sono cruciali.
Arabia Saudita
Il crollo dei prezzi del petrolio ha messo a dura prova l’economia del più importante produttore del mondo. Il piano di riforme economiche del principe ereditario Mohammed bin Salman – tagli ai sussidi, investimenti in energie rinnovabili, più spazio a donne e giovani è anche una rivoluzione sociale per uno dei Paesi più conservatori del mondo. Non tutti lo hanno accolto con entusiasmo, ma finora ogni critica è stata repressa. A inizio gennaio è stata introdotta l’Iva per la prima volta: e sono stati tagliati importanti sussidi statali (gas, elettricità, acqua). Decisiva nel 2018 sarà la privatizzazione di SAUDI ARAMCO, il più grande gruppo petrolifero al mondo. Se avrà successo frutterà almeno 100 miliardi di dollari: linfa vitale per mantenere il consenso.
Qatar
È stato toccato solo marginalmente dalle proteste del 2011. Deve fare i conti con l’embargo imposto da sauditi, Egitto e Paesi del Golfo a giugno, ma inizia a mostrare segni di ripresa. Il deficit 2018 dovrebbe essere di 28,1 miliardi di ryal (7,6 miliardi di dollari) rispetto ai 28,4 del 2017. E ripartono le spese per completare le infrastrutture per i Mondiali di calcio del 2022. L’embargo ha unito i qatarini attorno alla figura dello sceicco Tamim al Thani: facendo tacere ogni dissenso interno.
Iran
Non è un Paese arabo, ma molti hanno guardato alla rivolta del 2009 contro la vittoria dell’ultraconservatore Ahmadinejad come al prologo della Primavera araba. Oggi torna in piazza contro un’economia in mano a pochi, un’inflazione alle stelle e le spese massicce per campagne militari all’estero. La rivolta pare placata, ma le cause restano e se il presidente Rouhani non riuscirà ad affrontarle perderà il consenso di chi lo ha eletto. (Francesca Caferri)

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Intervista a OLIVIER ROY
“NON È UNA RIVOLUZIONE COME IN IRAN, IL CETO MEDIO HA PAURA DELLA POVERTÀ”
di Leonardo Martinelli, da “La Stampa” del 12/1/2018
– Il politologo francese: “Nel 2011 si chiedeva democrazia. Oggi tra i tunisini non ci sono prospettive politiche –
In Tunisia siamo di fronte a una nuova rivoluzione dei gelsomini? Forse l’avvio di una nuova primavera araba anche altrove? OLIVIER ROY, politologo, orientalista ed esperto d’islam, scuote la testa. «Le proteste attuali – sottolinea – non si possono paragonare a quelle del 2011. Allora ci fu una rivoluzione a 360 gradi che rimetteva in causa la dittatura di Ben Ali e la politica in generale. Quella di oggi è una rivolta per mangiare, per migliorare il livello di vita: si manifesta contro la pauperizzazione che tocca pure una parte del ceto medio».
Non prova, comunque, un briciolo di amarezza di fronte alla crisi di un Paese, la Tunisia, che è praticamente l’unico ad aver saputo creare una democrazia dopo la primavera araba?
«Questa, però, è una visione troppo occidentale. La democrazia non si traduce per forza nello sviluppo economico. Questo nel 2011 era considerato inevitabile, perché si metteva fine alla corruzione di Ben Ali e perché il turismo si sarebbe sviluppato. Ma tale attività è stata distrutta dal jihadismo. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è comunque molto corrotto».
Insomma, la rivolta attuale è economica e non politica?
«Certo. Ed è generalizzata, ormai riguarda diversi centri in tutto il Paese. E non è politica, nel senso che i rivoltosi non chiedono un cambiamento di governo o di regime. C’è una crisi economica, quello è il problema. E non esiste una prospettiva politica alternativa, a causa della coalizione al potere in Tunisia: i due principali partiti, Nidaa Tounes, quello laico, e Ennahdha, la formazione islamista, si sono alleati e si sono spartiti il potere. E hanno riprodotto il solito nepotismo, la corruzione, gli amici degli amici. Quanto a Moncef Marzouki, che fu presidente ad interim dopo la rivolta del 2011, non è riuscito a costituire un suo partito, che avrebbe potuto rappresentare un’alternativa».
E quindi?
«Alla gente non resta che rivoltarsi contro i politici in generale. Lo si è visto anche in Brasile. Non c’è bisogno per forza di pensare a un Paese arabo».
L’islamismo è completamente estraneo alle proteste?
«Sì, assolutamente. Siamo ancora noi europei a proiettare sui Paesi arabi una visione per cui l’islam radicale si ritroverebbe sempre alla testa delle rivolte popolari. Ma in Tunisia l’Ennahdha fa parte della coalizione al governo. Alle ultime elezioni, gli europei interpretavano la realtà del Paese opponendo i laici buoni agli islamisti cattivi. Ma poi i due si sono alleati. E non ci si capisce più niente. Pure in Marocco gli islamisti sono al governo. E anche lì, se ci saranno delle proteste, non saranno fomentate da loro».
In Tunisia il premier Yussef alShaed come può reagire?
«Per il governo è difficile dare una risposta. Possono prendere qualche misura specifica ma non dispongono delle risorse necessarie per migliorare davvero la situazione economica. Non hanno i soldi per sovvenzionare alcuni alimenti di base e far scendere i prezzi artificialmente, come si faceva sotto Mubarak in Egitto. Oppure come si fa ancora oggi di tanto in tanto in Algeria. E i sauditi non manderanno qualche miliardo per risolvere la crisi. Non ci possono proprio sperare».
C’è qualcosa di simile oggi in Tunisia rispetto a quanto avvenuto nelle scorse settimane in Iran?
«Sì. Innanzitutto, in entrambi i casi, il ceto medio si considera vittima dell’aumento dei prezzi e della situazione economica. Ed esiste un altro elemento in comune: per il momento non ci sono una valenza e una prospettiva politiche. Nel 2009 in Iran si manifestava per avere elezioni libere, la rivolta era politica. E nel 2011 lo era anche in Tunisia. Oggi le proteste non portano un messaggio politico, né in un caso, né nell’altro. Per questo sono sempre come fuochi di paglia. E, almeno per ora, possono essere represse più facilmente. Bisogna vedere, però, quello che succederà in una fase successiva. E le prospettive in Tunisia e in Iran sono diverse».
In che senso?
«In Tunisia il malcontento popolare potrebbe trovare una nuova espressione politica: potrebbe nascere un nuovo partito, grazie alla democrazia introdotta nel 2011. In Iran, invece, un’alternativa di questo genere è impensabile. Sì, è la differenza tra una democrazia e una dittatura». «La democrazia non si traduce per forza nello sviluppo economico. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è corrotto Siamo noi europei a pensare che l’islam radicale sia alla testa delle rivolte popolari. Ma in Tunisia Ennahdha fa parte del governo» (di Leonardo Martinelli) (intervista a Olivier Roy Politologo, orientalista francese)

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MACROREGIONI, LE OPPORTUNITÀ UE DA COGLIERE

di Laura Cavestri, da “il Sole 24ore” del 11/1/2018
Se due vicini hanno un problema, è più facile affrontarlo (e provare a risolverlo) insieme. Un principio semplice, per un’agenda fitta. Dalle sinergie tra università e distretti alla ricerca, dalla prevenzione delle catastrofi naturali, a turismo, pesca ed energia, la politica macroregionale della Ue compie 10 anni, con un bilancio di luci e ombre.

La geografia della cooperazione delle Macroregioni europee

Per non parlare della necessità di dare una spinta a strade e ferrovie per migliorare l’interconnessione in Europa o di una politica energetica che si faccia carico di non disperdere risorse e attivarsi al meglio, laddove si può, per riutilizzare gli scarti. Un’opportunità di crescita per i territori ed evidentemente anche per le imprese – in termini di bandi, partnership, sinergie in ricerca e innovazioni- eppure quasi sconosciuta.

MACROREGIONE BALTICA

Partita nell’area baltica con la prima iniziativa “nata dal basso” – dall’esigenza di regioni, Länder e aree contigue di costruire reti e sinergie per affrontare sfide e valorizzare il patrimonio comune – la politica macroregionale fa il suo primo tagliando lunedì all’assemblea plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo.
Una relazione la farà l’europarlamentare italiano Andrea Cozzolino, che sarà l’occasione (rara) per fare un primo bilancio di quattro esperienze nate, all’inizio, al di fuori di ogni “patente Ue”. E che oggi, benché inserite ufficialmente nella cooperazione territoriale sostenuta da Bruxelles attraverso i fondi Fesr (di sviluppo regionale), si interrogano sul loro futuro.
Perché tutte e quattro le attuali macroregioni- la Baltica , la Danubiana , la Ionico¬Adriatica e l’Alpina- si reggono su un “patto” con Bruxelles, che si basa su tre pilastri: no a finanziamenti, no a un budget ad hoc, no a una struttura e a personale dedicati.

MACROREGIONE DEL DANUBIO

Obiettivo nobile, all’inizio: non creare una sovrastruttura che “appesantisse” le Pa dei Paesi membri e disperdesse fondi in mille rivoli. Soprattutto, stimolare anche gli Stati a impegnarsi con finanziamenti propri. Tuttavia, in questi mesi, mentre si discute di come destinare il bilancio Ue post¬ 2020 (che si profila più “povero” senza la Gran Bretagna mentre le sfide, dall’immigrazione alla crescita economica aumentano), di macro¬regioni non si parla. Tanto che a novembre sono state le regioni alpine¬ nel corso del forum annuale di Eusalp ¬ a rompere gli indugi: «Chiediamo all’Europa di assicurare che le strategie macroregionali siano tenute in considerazione».
La Commissione, per ora, chiude la porta sia a qualunque forma di finanziamento ad hoc sia a un cambio di passo sulla governance per le macro¬regioni. Ovvero, fate con quello che avete. Al massimo partecipate ai bandi Ue come gli altri enti pubblici. I fondi disponibili sarebbero quelli per lo sviluppo regionale (un totale di 10 miliardi per il periodo 2014¬-2020) nati per ridurre le diseguaglianze tra regioni europee e promuovere la coesione economica.

MACROREGIONE ADRIATICA-IONICA

Il problema è che spesso i bandi non sono “disegnati” su requisiti e procedure accessibili a un gruppo di regioni. Peraltro con competenze, poteri e autonomie molto diversi (si va dai Länder tedeschi, che sono piccoli Stati alle regioni ordinarie e a statuto speciale italiane, al Rhônes Alpes francese).E questo rende più complicato fare partire i progetti, soprattutto in assenza di una “cabina di regia” stabile.
Sinora, la differenza nel “successo” delle strategie la stanno facendo il fattore tempo (chi è partito prima è più avanti) e la capacità organizzativa tedesca (quando coinvolta). La prima a nascere nel 2009 (ma i primi atti sono del 2008, da qui il decennale) è stata la MACROREGIONE BALTICA, che mette assieme sette Paesi (SVEZIA, FINLANDIA, ESTONIA, LETTONIA, LITUANIA, DANIMARCA, POLONIA e I LAENDER DELLA GERMANIA NORD¬EST), conta circa 70 milioni di abitanti e un Pil complessivo di 1.380 miliardi. Ha già attivato 40 progetti tra tutela del mare, investimenti in innovazione, risparmio energetico e competitività di sistema.

MACROREGIONE ALPINA

La DANUBIANA (2010) tiene insieme nove Paesi Ue (GERMANIA, AUSTRIA, UNGHERIA, REPUBBLICA CECA, SLOVACCHIA, SLOVENIA, BULGARIA, ROMANIA e CROAZIA) e cinque Paesi non¬Ue (SERBIA, BOSNIA ERZEGOVINA, MONTENEGRO, UCRAINA e MOLDOVA) ed è la più popolosa: 90 milioni di abitanti e un Pil da 1.620 miliardi: politiche ambientali, sinergie energetiche e infrastrutture sono le priorità, ma anche scuola e sicurezza.
L’Italia è coinvolta su due piani. Nata nel 2014, l’AREA ADRIATICO ¬IONICA coinvolge otto Stati tra Paesi membri (CROAZIA, GRECIA, ITALIA e SLOVENIA) ed extra¬Ue (ALBANIA, BOSNIA¬ERZEGOVINA, MONTENEGRO e SERBIA). Per l’Italia, le Regioni interessate son quelle della dorsale adriatica, dal Friuli alla PUGLIA, oltre a BASILICATA, CALABRIA e SICILIA. Gli obiettivi: pesca e tutela del mare, reti di trasporto ed energia.
Ma i progetti sono ancora in una fase iniziale. Con un Pil di 3mila miliardi ma una forza d’urto di cinque Paesi Ue (AUSTRIA, FRANCIA, GERMANIA, ITALIA e SLOVENIA) e due non (LIECHTENSTEIN e SVIZZERA), e 48 REGIONI, la regione Alpina, nata nel 2015, è la più ricca, più omogenea per benessere ma anche articolata nei bisogni: dalla tutela di ghiacciai e ambiente al dialogo tra cluster, distretti e Università.
«Bisogna definire meglio che tipo di rapporto devono avere le Regioni e gli Stati nella strategia macroregionale – ha spiegato l’eurodeputato Pd, Andrea Cozzolino -. Stabilire quali poteri decisionali hanno. Anche perché affrontano “in chiave europea” problemi e sfide che tutti i cittadini sentono e possono essere un antidoto ai populismi.
Una macroregione mediterranea, che coinvolgesse anche Tunisia, Egitto, Algeria e Libia potrebbe gestire più organicamente la questione dei flussi migratori. Fino a oggi sono stati utilizzati i fondi della politica di coesione ¬ ha concluso Cozzolino ¬. Mentre sarebbe utile un quadro più strutturato di risorse». (Laura Cavestri)

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INTERVISTA – CORINA CRETU – COMMISSARIO UE PER LE POLITICHE REGIONALI

MACROREGIONI UE: «NO A FONDI DEDICATI, VINCE CHI FA SINERGIE»

di Laura Cavestri, da “il Sole 24ore” del 11/1/2018
Commissaria Cretu, lei spesso ha sottolineato che le macroregioni europee sono un’opportunità, per Paesi Ue e non, di condividere problemi e cercare soluzioni. Come può essere migliorata questa esperienza?
Il semplice fatto che 19 Stati Ue e otto che non lo sono siano impegnati in quattro strategie basate su piena cooperazione e coordinamento delle politiche rafforza il processo di integrazione dal basso. Una macroregione, sia chiaro, è molto più che una collezione di progetti, è una cornice di coerenza che deve indirizzare l’azione di governo, combinare sforzi, idee e risorse per un progresso comune.
Quali sono i punti più critici?
Il successo delle macroregioni richiede un impegno continuo e costante di personale e mezzi. Servono adeguate dotazioni finanziarie e di professionalità. Ma non mi fraintenda. Non significa necessariamente fondi extra. Al contrario, bisogna cooperare per attingere alle risorse importanti già stanziate per la cooperazione regionale e anche per generare risparmi da possibile economie di scala.  L’esperienza mostra che un altro aspetto cruciale è l’allineamento tra strategie macroregionali ambiziose e programmi effettivi per perseguirle. Qui il successo lo fa la leadership politica di Paesi e regioni. Le strategie devono essere gestite politicamente, illustrate agli elettori e i risultati valorizzati agli occhi dei cittadini. Ho l’impressione che, in alcune parti delle strategie, il volante sia ancora in mano alla Commissione. D’ora in poi è necessario che siano Paesi e regioni a guidare.
Pensa che la regola dei «3 no» vada resa più flessibile? Per esempio, in termini di governance?
Sì. L’esperienza ha mostrato che i modelli di governance necessari per guidare le strategie macroregionali richiedono nuovi assetti (comitati esecutivi, gruppi di coordinamento). Tuttavia, il sistema deve restare “leggero” e non creare nuove istituzioni amministrative. Soprattutto nelle macroregioni che comprendono partner più “poveri” potremmo prevedere dei sistemi di supporto alla governance. Una nuova disciplina o nuove regole non servono. Quanto ai fondi, l’obiettivo deve restare quello di allineare le politiche regionali e nazionali agli obiettivi che le stesse macroregioni si sono date. Non ci sono solo i fondi Fesr per lo sviluppo regionale. Le strategie macroregionali sono coerenti con tutte le tipologie di Fondi che la Ue mette a disposizione.
Nella discussione relativa alla formazione del Bilancio Ue post-2020, non si menzionano le macroregioni. Davvero non pensa che la politica macroregionale potrebbe fare un salto di qualità avendo una dotazione finanziaria dedicata?
Non necessariamente. Voglio ricordare che Stati e Regioni hanno a disposizione sostanziose quantità di fondi e, in particolare, finanziamenti che supportano differenti tipi di programmi (per esempio, Life o Horizon 2020), capaci di mobilitare anche risorse private e attrarre investimenti. La domanda non è “avere a disposizione più fondi”, ma “come possiamo attingere a quei fondi insieme”?
Tra gli stakeholders c’è chi lamenta che molti bandi non sono “a misura” di strategie macroregionali. Si può fare qualcosa?
L’integrazione di risorse e obiettivi di una strategia macroregionale in quadri nazionali e regionali rimane una questione critica. Ma ci sono iniziative per superare questo.
Ad esempio, nella macroregione baltica diversi programmi hanno introdotto una “componente transnazionale” nei programmi nazionali e regionali sostenuti dai Fondi Fesr , per stimolare la cooperazione tra partners di Paesi diversi. Sempre lì c’è una rete di autorità di gestione per selezionare i migliori progetti innovativi. Nella regione del Danubio, alcuni programmi hanno stanziato una percentuale dei loro fondi per azioni che hanno un impatto macroregionale. Approcci ancora sporadici. Ma da incoraggiare senza cambiare le regole.
La politica macroregionale può giocare un ruolo sul fronte delle migrazioni?
La migrazione è un problema complesso e sfaccettato. Coinvolge istituzioni locali, nazionali, europee, pubbliche, private, no-profit. Un approccio macroregionale potrebbe offrire un quadro politico pertinente, per un’azione coordinata e cooperativa. A condizione, però, che i paesi e le regioni interessati condividano realmente gli stessi obiettivi.

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