NUOVO ELDORADO ARTICO: SARÀ GUERRA? – Nell’ARTICO, con lo scioglimento dei ghiacciai, si sono aperte NUOVE ROTTE geografiche, e GRANDI GIACIMENTI (minerari, petrolio, gas): CAUSE di una guerra strisciante tra grandi potenze mondiali – E il Circolo Polare Artico muore nel disequilibrio climatico globale

Il MAR GLACIALE ARTICO è un mare situato interamente nella regione del POLO NORD, circondato dalle estreme regioni settentrionali di EUROPA, ASIA e AMERICA. La caratteristica principale di questo mare è il fatto di AVERE, NELLA SUA PARTE CENTRALE, LA SUPERFICIE PERMANENTEMENTE GELATA, ATTORNO AL POLO NORD; da ciò deriva il suo nome. Si tratta della BANCHISA ARTICA, che subisce variazioni in base alla stagione, estendendosi verso sud durante i mesi invernali. L’innalzarsi della temperatura dovuta all’EFFETTO SERRA (il contenimento dei raggi solari nella biosfera, sta riducendo drasticamente lo strato di ghiaccio

   L’Artico, cui i ghiacci man mano si sciolgono, è due volte vittima: prima del riscaldamento globale che sta sciogliendo sempre più il permafrost, cioè il suo suolo ghiacciato, e poi come “protagonista” (…l’Artico, suo malgrado…) dell’inquinamento per lo sfruttamento delle risorse minerarie e del petrolio che Russia, Usa, Cina, Canada (ma anche Norvegia, Danimarca, e tanti altri Paesi, tra cui pur in misura minore l’Italia con l’Eni) stanno sfruttando. Cosicché in particolare l’individuazione in questi luoghi di petrolio non può che aggravare l’impatto sull’ecosistema artico, ma anche globale, per tutto il pianeta.

MAR GLACIALE ARTICO – (….) “SOTTO LO STRATO DI GHIACCIO C’È METANO IN FORMA GASSOSA LEGATO AL PROGRESSIVO SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST (il permafrost è il terreno tipico delle regioni dell’estremo Nordeuropa con un suolo perennemente ghiacciato), con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «AMPLIFICAZIONE ARTICA», il fenomeno per cui A FRONTE DI UN CAMBIAMENTO CLIMATICO EFFETTIVO (ad esempio un aumento dei gas serra) I POLI SONO LE REGIONI TERRESTRI CHE TENDONO A RISCALDARSI DI PIÙ (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Ciò avviene soprattutto a causa della DIMINUZIONE DELL’EFFETTO ALBEDO: IL GHIACCIO RESPINGE FINO AL 70% DELL’ENERGIA SOLARE, L’ACQUA DI MARE SOLO IL 6%. La drastica riduzione di ghiaccio polare avvenuta dagli anni Settanta a oggi (da 8 milioni di chilometri quadrati a 3,4), ha fatto calare la capacità di rifrazione della Terra di diverse misure. Se questa rotta non viene invertita (e le possibilità che ciò avvenga, considerando la situazione degli accordi internazionali, non sono molte) PRESTO LA CALOTTA POLARE ARTICA SI RIDURRÀ SENSIBILMENTE, LIBERANDO NUOVI TERRENI, RISORSE E ROTTE NAVALI. Parliamo di UN NUOVO CONTINENTE — distribuito sui territori di SIBERIA, NORVEGIA, ALASKA, CANADA e, soprattutto, GROENLANDIA — che sta letteralmente emergendo dai ghiacci; un continente estremamente ricco, peraltro, tanto che secondo alcune stime in questa zona sarebbe custodito il 25% delle riserve mondiali di combustibili fossili. Naturalmente, c’è già chi si sta attrezzando per lucrarci sopra” (….) (Fabio Deotto, da “La Lettura”, “il Corriere della Sera” del 21/1/2018)

Nell’Artico da anni è così in atto una guerra poco visibile, strisciante, tra gli Stati che si affacciano sulla regione (Stati Uniti, Canada, Russia, Paesi Scandinavi) e la Cina, per l’accaparramento delle rotte marine e le risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. E’ una NUOVA CORSA COLONIALE, con la Russia di Putin che già avrebbe schierato quasi 1.400 testate nucleari nella regione.

da “la Repubblica” del 20/10/2016

Ci sono le “migliori” (si fa per dire) condizioni climatiche favorevoli nell’emergenza del riscaldamento globale. Basta pensare che a fronte di un cambiamento climatico effettivo (ad esempio un aumento dei gas serra) i poli sono le regioni terrestri che tendono a riscaldarsi di più, ad amplificare gli effetti del riscaldamento (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta).

Foto: BAMBINI INUIT – Gli INUIT – in lingua inuktitut, parola che significa uomini/umanità- è il piccolo popolo dell’Artico discendente dei Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik. Il termine “eschimesi” (che secondo alcuni, significa “mangiatori di carne cruda”, secondo altri “fabbricante di racchette da neve”) fu usato dai nativi Americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Gli Inuit e gli Yupik non amano essere chiamati “eschimesi” considerato che hanno, appunto, un proprio nome specifico. Gli INUIT sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove il terreno è perennemente ghiacciato, il cosiddetto permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva. Attualmente vivono in Alaska (Stati Uniti), in Groenlandia (Danimarca) ed in Canada dove risultano concentrati in particolare nel Territorio del Nord-Ovest, nel vicino Nunavut e nella regione settentrionale del Labrador della Federazione Canadese. (da Wikipedia)

Nel 2009 un’équipe di scienziati, utilizzando un moderno modello climatico e seguendo uno scenario di inquinamento medio, ha stimato che entro il 2100 nel mare Artico tutti i ghiacciai saranno fusi.

YAMAL, mega-impianto della Russia di gas nell’Artico siberiano – RUSSIA: ALLA CONQUISTA DEL POLO – GUERRA DELL’ARTICO: TRA LE POTENZE COINVOLTE C’È ANCHE L’ITALIA – 3 Gennaio 2018, da http://www.liberoquotidiano.it/ – Nella conferenza stampa di fine 2017 il presidente russo VLADIMIR PUTIN ha messo in chiaro che “la ricchezza della Russia crescerà con l’espansione nell’Artico”. Dove ormai da anni è in atto una guerra a “bassa intensità” tra gli Stati che affacciano sulla regione (STATI UNITI, CANADA, RUSSIA, PAESI SCANDINAVI) e la CINA, che un affaccio sull’Artico non ce l’ha ma negli ultimi anni ha investito nella regione qualcosa come 80 miliardi di dollari. La “guerra” ha come obiettivo l’accaparramento delle rotte marine (coi relativi dazi per il passaggio o veti a Paesi sgraditi) e l’accaparramento di risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. Con un potenziale illimitato e al quale si sta guardando con sempre più impazienza se è vero, come dichiara su “La Stampa” Davide Tabarelli di Nomisma Energia, che “tra due anni il petrolio nel mondo tornerà a mancare perché la domanda cresce più dell’offerta di shale oil”. (leggi anche: Putin inaugura il mega-impianto nell’artico siberiano ) . E tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’Italia attraverso Eni, che da qualche mese ha iniziato le trivellazioni alla ricerca del greggio su SPY ISLAND, nell’estremo nord dell’Alaska in una località che si chiama OLIKTOK POINT. Il greggio non è ancora stata pompato, ma all’Eni sono pressoché certi di trovarlo perché l’isola si trova poco distante dalla costa in una regione il cui sottosuolo è ricchissimo di petrolio. La capacità sarà di 20mila barili al giorno.

E lo scioglimento dello strato ghiacciato è connesso alla velocità e risparmio economico del commercio internazionale: si è allungato il periodo estivo di accesso al PASSAGGIO A NORD-EST del Mar Glaciale Artico, che è un tragitto più corto rispetto alla rotta che passa dal Canale di Suez, e quindi appunto strategico per le rotte commerciali che dal Nord Europa arrivano all’Asia e all’Estremo Oriente.

DA “LA REPUBBLICA” 20/10/2016

Pertanto una volta, in passato, la ricerca dei passaggi di Nord-Est e Nord-Ovest era un motivo “geografico” degli esploratori, di spedizioni verso quei mari ghiacciati. Ora la gran parte dei navigatori di oggi è mossa da un’urgenza commerciale e politica, ben oltre, diversa, da quella scientifica e naturalistica.

Passaggio a nord est attraverso lo stretto di Bering fra la Russia e l’Alaska (passa a sud del Polo Nord). DAL WALL STREET JOURNAL

La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il “mare nostrum” della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari.
I giacimenti di oro, diamanti e nickel, tra i più estesi della Terra, vengono già sfruttati a pieno regime e il sempre più veloce ritirarsi dei ghiacci, unito allo scioglimento del permafrost, sta facilitando l’accesso anche a petrolio e gas naturale.

I SÀMI, LE ULTIME SENTINELLE DELL’ARTICO (di JACOPO PASOTTI) – “In una vastissima area a cavallo TRA RUSSIA E SCANDINAVIA vivono circa 100.000 SÀMI. Dopo secoli di adattamento e una collaudata capacità di integrare antiche tradizioni e nuove tecnologie, il cambiamento climatico minaccia ora di spazzarli via. Il problema non è però l’ennesimo esame di resilienza da superare, ma il rischio di diventare sempre più un ostacolo allo sfruttamento delle enormi risorse naturali custodite nelle loro terre che lo scioglimento dei ghiacci renderà finalmente disponibili”(…vedi i reportage di Jacopo Pasotti in conclusione di questo post)

Tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’ITALIA attraverso l’ENI, che da qualche mese ha iniziato le TRIVELLAZIONI. Le associazioni ambientaliste sono naturalmente in cima alla lista degli oppositori delle perforazioni nei mari ghiacciati del Nord (il ramo americano dell’Eni, per esempio, è stata duramente contestata dalle associazioni ambientaliste).

ENI A OLIKTOK POINT – Tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’Italia attraverso ENI, che da qualche mese ha iniziato le TRIVELLAZIONI alla ricerca del greggio su SPY ISLAND, nell’estremo nord dell’Alaska in una località che si chiama OLIKTOK POINT. Il greggio non è ancora stata pompato, ma all’Eni sono pressoché certi di trovarlo perché l’isola si trova poco distante dalla costa in una regione il cui sottosuolo è ricchissimo di petrolio. La capacità sarà di 20mila barili al giorno

E’ un mondo strano il nostro: con gli accordi sul clima di Parigi si riconosce l’emergenza ambientale climatica. Ma gli interessi delle nazioni non si fermano a niente: e i buoni propositi (e gli accordi internazionali) magari si cerca di applicarli con qualche regola più ferrea sul contenimento dei sistemi di inquinamento (dell’industria, delle auto, dei riscaldamenti domestici…) ma tutto il resto va drasticamente verso il disequilibrio globale.

IL GRANDE NORD (da Limes)

La lenta ma inesorabile fine dei ghiacci dell’Artico ne sta rappresentando un simbolo negativo assai temerario, preoccupante (dobbiamo trovare il modo non solo di enunciare i problemi ma risolverli). (s.m.)

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IL LIBRO – “ARTICO. LA BATTAGLIA PER IL GRANDE NORD” di MARZIO G. MIAN (Ed. NERI POZZA, 13,50 euro) – Era quasi la Luna, l’Artico. Un altro pianeta rispetto alla grande storia dell’umanità. Invece ora si trova al centro di trasformazioni epocali. Dallo spazio appare sempre meno bianco e sempre più blu; un nuovo mare sta emergendo come un’Atlantide d’acqua, perché il riscaldamento nel Grande Nord è doppio rispetto al resto della Terra. Ma lo scioglimento dei ghiacci perenni ha scatenato la contesa per la conquista dell’unica area del mondo ancora non sfruttata e che nasconde risorse pari al valore dell’intera economia Usa. Si aprono strategiche rotte mercantili, ampie e pescose regioni marittime, ciclopiche infrastrutture per le estrazioni. Una spietata corsa neocoloniale ai danni degli INUIT. Marzio G. Mian è uno dei pochi giornalisti internazionali ad aver esplorato sul campo il Nuovo Artico. Dalla Groenlandia all’Alaska, dal Mare di Barents allo Stretto di Bering, questo VIAGGIO-INCHIESTA racconta in presa diretta la battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime frontiere. La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il mare nostrum della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari: un conflitto appare qui oggi più realistico che ai tempi della Guerra fredda, scrive Mian. Nel Grande Gioco del Ventunesimo secolo incombe su tutte una domanda: di chi è il Polo Nord?

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LA GUERRA FREDDISSIMA TRA I GHIACCI CHE SI RITIRANO

di Fabio Deotto, da “La Lettura” da “il Corriere della Sera” del 21/1/2018
– La nuova corsa coloniale coinvolge cinque nazioni: Norvegia, Usa, Canada, Russia e Danimarca (Groenlandia) impegnate in un tenace braccio di ferro – Putin avrebbe schierato già quasi 1.400 testate nucleari nella regione – Cina e Australia sono ossessionate dalle clamorose opportunità naturali –
La scena è ambientata in un lago ghiacciato ricoperto da una coltre di neve e circondato da una corona di conifere. Davanti alla telecamera ci sono due persone: una è in piedi e regge un lungo bastone appuntito, l’altra è in ginocchio e tiene tra le dita un fiammifero acceso. Appena il bastone perfora lo strato di ghiaccio, la fiammella si trasforma in una colonna di fuoco alta almeno due metri. Seguono urla e risate.
Il video si trova facilmente su YouTube ma non è stato girato per rastrellare visualizzazioni. La persona con il fiammifero si chiama Katey Walter Anthony, è professoressa alla University of Alaska di Fairbanks e se ha passato ore a far sputare fiamme a un lago ghiacciato è per dimostrare in tempo reale gli effetti del cambiamento climatico.
Il fatto che sotto quello strato di ghiaccio ci sia metano in forma gassosa è infatti legato al progressivo scioglimento del permafrost, con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «amplificazione artica», il fenomeno per cui a fronte di un cambiamento climatico effettivo (ad esempio un aumento dei gas serra) i poli sono le regioni terrestri che tendono a riscaldarsi di più (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta).    Ciò avviene soprattutto a causa della diminuzione dell’effetto albedo: il ghiaccio respinge fino al 70% dell’energia solare, l’acqua di mare solo il 6%. La drastica riduzione di ghiaccio polare avvenuta dagli anni Settanta a oggi (da 8 milioni di chilometri quadrati a 3,4), ha fatto calare la capacità di rifrazione della Terra di diverse misure.
Se questa rotta non viene invertita (e le possibilità che ciò avvenga, considerando la situazione degli accordi internazionali, non sono molte) presto la calotta polare artica si ridurrà sensibilmente, liberando nuovi terreni, risorse e rotte navali. Parliamo di un nuovo continente — distribuito sui territori di Siberia, Norvegia, Alaska, Canada e, soprattutto, Groenlandia — che sta letteralmente emergendo dai ghiacci; un continente estremamente ricco, peraltro, tanto che secondo alcune stime in questa zona sarebbe custodito il 25% delle riserve mondiali di combustibili fossili. Naturalmente, c’è già chi si sta attrezzando per lucrarci sopra.
È su questo orizzonte che si focalizza “Artico. La battaglia per il Grande Nord”, nuovo saggio di Marzio G. Mian — giornalista e cofondatore della società internazionale The Arctic Times Project — in uscita per Neri Pozza il 25 gennaio.
Ancora oggi, l’Artide è una sorta di fantasma: se ne parla poco e male, molti aspetti sono ancora del tutto sconosciuti, ogni tanto fa capolino sulle pagine dei giornali la classica foto dell’orso polare in equilibrio su una zattera di ghiaccio, un’immagine sensazionalistica che cattura l’attenzione per qualche minuto senza però lasciar trasparire la vera sostanza della questione. Perché è qui che il riscaldamento globale sta raccogliendo i primi dazi; ed è verso Nord che, nei prossimi decenni, il baricentro geopolitico tenderà a spostarsi.
Se questa prospettiva ci appare così balzana, se facciamo fatica a immaginarci un Polo Nord diverso dallo scenario asettico e monocromatico che abbiamo imparato a codificare, è per via di quella incapacità tipicamente umana di riconoscere l’insolito, la stessa di cui Amitav Ghosh parla nel suo saggio “La grande cecità”: il cambiamento climatico non ha ancora prodotto effetti macroscopici a favore di telecamera — è il ritornello più diffuso — perciò non esiste, o comunque non è così pericoloso.
Per cominciare a raccontare l’invisibile, Mian sceglie di utilizzare una sponda storica, nello specifico la spedizione di Umberto Nobile, l’ingegnere italiano che nel 1926 effettuò la prima trasvolata del Polo Nord a bordo del dirigibile Norge da lui progettato. L’inospitale distesa di ghiaccio che aveva atterrito l’equipaggio fornisce un contraltare perfetto per la condizione attuale della calotta polare: «Novant’anni dopo una nave che oltrepassa lo Stretto di Bering in estate trova un mare completamente nuovo, come emerso dal nulla (…) La rotta proibita aperta da Amundsen nel 1906, al costo di tre anni di navigazione, è più simile a un tracciato da regata».
Uno dei primi effetti della riduzione della calotta polare è di tipo commerciale: si calcola che entro il 2030 i ghiacci polari saranno così deboli da aprire la cosiddetta TRANSPOLAR SEA ROUTE, un corridoio tra Europa e Asia che oggi è percorribile solo con potenti e costosissimi rompighiaccio. La rotta transpolare dimezzerebbe le distanze di navigazione rispetto a quella che oggi sfrutta il canale di Suez, e presenterebbe notevoli vantaggi rispetto ai passaggi a Nord-Est e Nord-Ovest poiché, estendendosi su acque internazionali, consente di evitare le giurisdizioni costiere dei vari Stati.
Esiste poi una questione energetica: lo United States Geological Survey ha stimato che in quest’area ci siano giacimenti di petrolio e gas naturale per 18 trilioni di dollari, una cifra che si avvicina al valore dell’intera economia americana. Non stupisce, dunque, apprendere che attorno a questa regione si stiano concentrando gli appetiti di diverse potenze nazionali e corporative.
Questa nuova corsa coloniale, la cosiddetta POLAR RUSH , coinvolge innanzitutto le cinque nazioni che hanno territori al di sopra del circolo polare artico — Norvegia, Stati Uniti, Canada, Russia e Groenlandia (Danimarca) — già oggi impegnate in un tenace braccio di ferro per rivendicare le sempre più docili acque artiche; ma anche altri contendenti come la Cina e l’Australia, ossessionate dalle terre rare che abbondano in questa zona.
Uno dei nodi più difficili da sciogliere riguarda la Groenlandia, già oggi strattonata da una parte dalla sovrana Danimarca (che versa agli abitanti inuit dell’isola un sussidio di 500 milioni di euro annui) e dall’altra da compagnie cinesi, australiane, europee e statunitensi: la coltre di ghiaccio che ricopre gran parte dell’isola si sta ritirando a velocità record (il ghiacciaio Jakobshavn al ritmo di 45 metri al giorno), e tutti vogliono assicurarsi una fetta di ciò che ne emergerà.
Nel frattempo, in attesa che i ghiacci artici si sciolgano, i governi stanno preparando una vera corsa agli armamenti. Vladimir Putin, ad esempio, negli ultimi anni s’è impegnato in un’impressionante opera di militarizzazione dell’Artide, tanto che, stando a una stima del ministero della Difesa norvegese, avrebbe a disposizione quasi 1.400 testate nucleari nella regione. La ragione è semplice: la Russia attinge l’85% del suo gas naturale da queste zone e si affida per il 40% del suo Pil ai pozzi di petrolio artici. «È tornato il pericolo di una guerra nucleare su vasta scala nell’Artico», ha osservato William Perry, Segretario alla Difesa sotto la presidenza Clinton: «La possibilità d’una catastrofe nucleare è oggi più grande che durante la Guerra fredda».
Ma mentre Stati e corporazioni si preparano all’assalto della nuova frontiera artica, per molti di coloro che vivono al di sopra del circolo polare artico la vita sta già cambiando. Nel suo libro, Mian sceglie di raccontare il riscaldamento globale intrecciando la storia dell’Artide con le piccole storie delle persone che, volenti o nolenti, ne stanno già vivendo e studiando gli effetti: come Richard Beneville, che da ballerino di Broadway alcolizzato è diventato sindaco di Nome, città dell’Alaska occidentale oggi al centro di una nuova corsa all’oro per via di un reality intitolato Bering Sea Gold; o June, che è scappata da Chicago col marito e oggi vive a Whittier, in una città-caseggiato che ricorda il condominio di J. G. Ballard; o ancora come il pecoraio Reimar Segurjonsson, la cui famiglia è l’unica tra quelle del villaggio islandese di Þórshöfn che, nonostante le offerte stratosferiche, si rifiuta di firmare per la costruzione di un gigantesco porto che trasformerebbe la baia del Finnafjord in una «nuova Rotterdam».
Insomma, al di sopra del circolo polare artico il futuro sembra molto più vicino e prevedibile: IL RISCALDAMENTO GLOBALE PER MOLTI NON È PIÙ UNA MINACCIA DA COMBATTERE, BENSÌ UNA BESTIA DA ADDOMESTICARE. Ed è questo il tragico errore che la «grande cecità» sta producendo: concentrarsi sulle opportunità a breve termine portate a galla dal cambiamento climatico, perdendo di vista le prevedibili conseguenze a lungo termine; rielaborare il paradigma coloniale per applicarlo al NUOVO ANNUNCIATO ELDORADO, senza calcolare il danno per la fauna, la flora e le popolazioni che abitano quelle terre; prepararsi alla conquista del cosiddetto «Mediterraneo del futuro», senza rendersi conto che se siamo ancora nella condizione di poter schierare eserciti, tracciare confini, speculare, ipotizzare vie d’uscita e (si spera) cambiare rotta, è in gran parte grazie all’effetto contenitivo ed equilibrante di questa precaria coltre di ghiaccio su cui tutti si affannano a piantare bandiere. (Fabio Deotto)

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LE NUOVE ESPLORAZIONI CHE SERVONO ALL’ARTICO

– Se in passato era la ricerca dei passaggi di Nord-Est e Nord-Ovest a spingere gli esploratori, la gran parte dei navigatori di oggi sono mossi da un’urgenza commerciale e politica, prima che scientifica e naturalistica –
3 gennaio 2018, di Marco Milano in SPECIAL
da oggiscienza – LA RICERCA E I SUOI PROTAGONISTI https://oggiscienza.it/2018/01/03/esplorazione-artico/

SPECIALE DICEMBRE – Il circolo polare artico è sotto attenta osservazione come non succedeva dai tempi dei viaggi della Norge di Umberto Nobile o del Nautilus di Hubert Wilkins. Gli scenari mitici delle epopee esplorative dell’artico sembrano però, a ben vedere, solo evocati. Lo scorso 19 dicembre, per esempio, al congresso del Stati Uniti è approdata una proposta di legge che ha l’intento di sbloccare dopo quasi quarant’anni le concessioni di trivellazioni sul territorio nell’Arctic National Wildlife Refuge, la riserva ambientale situata nel Nord Est dell’Alaska, affacciata sui mari dell’Artide. Secondo le stime, nel sottosuolo del parco, e solo nella zona costiera più a nord (la cosiddetta area 1002), sono stipati circa 12 miliardi di barili di greggio, un prezioso bottino energetico che corrisponde a una frazione dell’intero potenziale del circolo polare artico. Questa regione, finora quasi del tutto inaccessibile, si sta gradualmente trasformando in un’area decisiva per le sorti del pianeta.
I giacimenti di oro, diamanti e nickel, tra i più estesi della Terra, vengono già sfruttati a pieno regime e il sempre più veloce ritirarsi dei ghiacci, unito allo scioglimento del permafrost, sta facilitando l’accesso anche a petrolio e gas naturale, pari secondo i calcoli dell’UGS, alle cifre astronomiche di, rispettivamente, 90 miliardi di barili e più di 45mila miliardi di metri cubi.
Lo scioglimento del pack ha inoltre allungato il periodo d’accesso al passaggio a Nord-Est nel mare di Chuckchi, più corto rispetto alla strada che passa da Suez e quindi strategico per le rotte commerciali che dal Nord Europa arrivano all’Asia e all’Estremo Oriente.
Nonostante le condizioni climatiche paradossalmente favorevoli nell’emergenza del riscaldamento globale, gli appetiti sul circolo polare artico, comprese le frettolose iniziative del partito repubblicano e dell’amministrazione Trump sull’ANWR, non troveranno tuttavia una risoluzione così veloce, e anzi c’è chi prevede che l’artico non potrà essere sfruttato per nuovi giacimenti se non prima di almeno una decina d’anni.
Le associazioni ambientaliste sono naturalmente in cima alla lista degli oppositori delle perforazioni nei mari ghiacciati del Nord, il ramo americano della compagnia italiana Eni, per esempio, ha incassato subito un muro contro muro, in particolare dal Center for Biological Diversity, nonostante il via libera alle esplorazioni del Bureau of Ocean Energy.
Ma a reagire con perplessità sono anche alcune delle stesse compagnie che dovrebbero avvantaggiarsi di una eventuale nuova campagna di scavo proprio sulla riserva alaschiana. Gli ostacoli burocratici, politico-diplomatici e, soprattutto, tecnici sono infatti ancora troppo consistenti per avventurarsi nei progetti di espansione della Casa Bianca.
Il primo contenzioso tra i quattro Paesi principalmente coinvolti – STATI UNITI, CANADA, RUSSIA e NORVEGIA – riguarda il limite di 200 miglia riconosciuto dal diritto internazionale come “zona esclusiva di sfruttamento economico”. Questo confine convenzionale non contempla tuttavia tutte le potenziali risorse disponibili, che potrebbero situarsi anche ben oltre il limite delle 200 miglia. Proprio per questa eventualità, diverse squadre di ricerca oceanografica sono già al lavoro da diversi anni per scandagliare i fondali, con la Russia impegnata in un eccezionale aumento della presenza militare nell’area settentrionale della Siberia dopo l’abbandono post guerra fredda.
Se le nuove flotte di rompighiaccio e di sommergibili riuscissero a confermare, dati alla mano, che il limite siberiano si estende oltre le 200 miglia, la Russia avrebbe ragione di rivendicare il diritto di sfruttamento offshore non solo per vie puramente diplomatiche.
Ma mentre il Canada – l’altra potenza con l’affaccio più vasto sull’artico – è tra le contendenti la nazione con norme più rigide per il controllo dell’inquinamento, la Russia, con 25 miniere attualmente in attività, è già la più inquinante e l’individuazione di nuovi giacimenti di petrolio nell’ambiente artico non può che aggravare l’impatto sull’ecosistema.
I rilevatori sismici utilizzati in questi casi nel fondale marino provocano infatti un elevato inquinamento acustico: i cannoni di cui sono dotate le navi di perlustrazione sparano un forte getto d’aria compressa sul fondale, producendo un suono fino a 250 decibel – in confronto, il suono del lancio di uno shuttle è poco meno di 200 decibel – ogni dieci secondi e ininterrottamente durante un’esplorazione, che può durare anche intere settimane. Gli effetti ricadono inevitabilmente sulla fauna marina e quindi sulle popolazioni che ne traggono sostentamento, oltre ai possibili danni dovuti a fuoriuscita di petrolio. È necessario quindi ridefinire una nuova, più dettagliata geografia sottomarina dell’Artico, e bisogna farlo piuttosto in fretta, nel giro di dieci o massimo venti anni, secondo Michael Byers, professore di politica e diritto all’Università della Columbia Britannica e autore di Who owns the Artic? , per essere pronti quando estrarre petrolio e gas dai fondali artici diventerà davvero conveniente.
Per rispondere a questa esigenza, nuove e più accurate esplorazioni scientifiche sono già state avviate, per esempio dalla National Science Foundation e dall’U.S. Geological Survey, insieme ad altre decine di progetti consultabili nell’Artic Research Map Application che fornisce una sintesi corredata da mappe di tutte le principali ricerche attualmente in corso nella zona dell’artico compresa tra l’Alaska e la Groenlandia, o con lo Scientific Commitee on Antartic Research (SCAR), una commissione interdisciplinare guidata dall’International Council for Science, che prevede anche la messa a punto di un database delle più aggiornate mappe topografiche dell’artico finora disponibili.
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Enea, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, il Centre for Maritime Research and Experimentation della NATO hanno supportato la campagna High North 17 della Marina Militare e dell’Istituto Idrografico, inoltrandosi nei mari dell’artico per la prima volta dopo le storiche spedizioni di Umberto Nobile del 1928.
Le attività di ricerca della nave Alliance sono iniziate a Reykjavik il 9 luglio e sono terminate a Tromso il 29 luglio 2017, coprendo 650 Km2 di aree inesplorate per la raccolta di dati relativi all’atmosfera, alle masse d’acqua e ai fondali marini dell’artico. I risultati, presentati al pubblico lo scorso settembre saranno oggetto di ulteriori studi e comprendono in sostanza una mappatura delle nuove correnti dell’Artico, utili per facilitare le rotte in previsione di nuovi percorsi di navigabilità – in particolare è stata individuata la presenza di una corrente d’acqua più densa e fredda frutto delle variazioni climatiche e che potrà influenzare le future dinamiche oceaniche – e dei fondali di aree inesplorate, al fine di garantire la tutela del fragile ambiente marino dell’Artide e per un consentire un migliore orientamento nelle esplorazioni. (Marco Milano)

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USA, RUSSIA E CINA COMPETONO NELL’ARTICO

di Giovanni Pardi, da http://www.limesonline.com/ del 21/11/2017
– I progressi tecnologici stanno facendo del Mar Glaciale Artico una frontiera aperta. E un teatro del confronto tra potenze –
I notevoli progressi tecnologici con i loro immediati riflessi nell’ambito militare industriale, uniti al rapido cambiamento climatico, stanno rendendo lo scenario immobile del Mar Glaciale Artico una frontiera aperta. Qui si giocherà una delle partite decisive nello scacchiere rappresentato da Stati Uniti, Cina e Russia, alle prese con il grande gioco delle rispettive zone di influenza e “quote” di potere sulla scena mondiale.
I fronti aperti nell’Artico sono tre: l’economia, l’ambito militare e quello commerciale. Quest’ultimo ha guadagnato d’importanza con il dimezzamento della tratta Cina-Europa. Se sono 13 mila le miglia nautiche che dividono l’Europa dall’Estremo oriente via Suez, già adesso la via del Mar Glaciale Artico corre su 6 mila miglia nautiche.
I protagonisti degli altri due fronti sono invece Washington e Mosca. La più recente istallazione militare russa si trova nelle isole Zemlya ed è stata inaugurata nell’aprile del 2017 da Vladimir Putin. Dal 2012 il Cremlino sta compiendo nella regione attività “frenetiche” di rafforzamento militare e sfruttamento economico (principalmente idrocarburi, la zona è stata definita dal ministro dell’Ambiente russo “la caverna di Ali Baba”).
La domanda da porsi è come risponderanno gli Stati Uniti a una sfida frontale di questo tipo. Gli altri attori interessati e su posizioni vicine a Washington sono la Norvegia, l’Islanda, il Canada e la Danimarca, ormai titolare sempre più teorica della Groenlandia. Questa eterogenea composizione si scontra con gli interessi della sola Russia, protagonista autonoma dei suoi interessi. Se da un lato, come risposta alle politiche del Cremlino, sono state registrate solo esercitazioni militari – seppur significative – dall’altro i russi hanno riattivato nell’area in questione vecchi aeroporti e importanti basi logistiche.
La principale base statunitense nella regione è aerea e si trova a Thule in Groenlandia, a 1.500 km dal Polo Nord. Per quanto riguarda il Canada, il progetto di costruire una base strategica avanzata a sole 600 miglia dal Polo Nord nell’Isola di Cornwallis è miseramente naufragato a causa dei costi altissimi per ampliare la pista dell’aeroporto locale e costruire nuove infrastrutture mirate a rendere operativa la base. Le altre nazioni protagoniste nella regione, Danimarca e Norvegia, si limitano ad attività di esercitazioni coordinate ma senza nuove basi da contrapporre a quelle russe.
Di recente l’Artico ha avuto ripercussioni anche su un fronte più lontano: la Corea del Nord. Per la prima volta, infatti, si parla di uno svolgimento navale congiunto russo-cinese in ottica di una possibile guerra nella penisola coreana. Da parte sua, l’intenzione del presidente Usa Donald Trump di aumentare gli stanziamenti militari a un totale di 700 miliardi di dollari dovrebbe riguardare la stessa regione artica per arginare i movimenti di Pechino e Mosca, attualmente in una posizione di vantaggio rispetto all’immobilismo di Washington e Ottawa. Un’ipotesi possibile di azione equilibratrice potrebbe essere, in relazione alla base di Cornwallis, un accordo del Canada o con gli Stati Uniti o con la Danimarca per quanto riguarda l’area a Nord della Groenlandia. Una mossa che potrebbe interessare anche la Norvegia e l’Islanda.
Un altro attore nella regione è senza dubbio l’Italia. La missione scientifica della Marina militare High North 2017, conclusa nel luglio 2017, partita dalla base navale di La Spezia in direzione del Mar Glaciale Artico, ha meritato attenzione soprattutto in ambito Nato. L’obiettivo di questa azione è stata di “tutelare la sicurezza della navigazione”, ma ci sono stati risvolti geostrategici e socio-economici riguardo la possibile apertura di nuove rotte commerciali a Nord. La spedizione vedeva impegnata la nostra Marina militare con la nave Alliance che ospitava il Centro di ricerca nazionale (Cnr), l’Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (Ogs), l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) e il Centre for Maritime Research and Experimentation (Cmre).
Per quanto riguarda l’arco orientale dell’Artico, laddove Russia e Usa quasi si toccano attraverso lo Stretto di Bering, l’Alaska – 41° stato dell’Unione ed ex possedimento della Russia zarista – ha da tempo nove basi militari, tra cui spiccano l’Elmendorf come base aerea e di comando unificato per l’area e l’Eielson (altra base aerea) con funzioni di supporto alle periodiche esercitazioni denominate Bandiera rossa e sede di stoccaggio per missili intercontinentali e per quelli installabili sui sommergibili.
Per l’Artico bisogna auspicare un accordo sotto l’egida Onu per regolare in anticipo i potenziali conflitti in gestazione nell’area. Un accordo che non può arrivare nei prossimi istanti ma, allo stesso tempo, ha bisogno di essere raggiunto in tempi non biblici. (Giovanni Pardi)

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I MILLENNIALS ALLA SFIDA DELL’ARTICO

– La regione che circonda il Polo Nord è sempre più contesa, in primis per motivi energetici. Ma per i giovani le opportunità sono poche, la depressione è in agguato e la fuga sembra l’unica soluzione. Dalla Lapponia all’Islanda però, c’è chi cerca nuove vie allo sviluppo, puntando sulle (bio)risorse locali –
di Andrea Gentili, da EASTWEST.EU http://eastwest.eu/it/ 14/12/2017
La regione artica, quella che circonda il Polo Nord, ha acquistato negli ultimi anni una grande importanza strategica. Secondo uno studio dell’US Geological Survey pubblicato dalla rivista Science nel 2009, sotto il ghiaccio superficiale del mare artico giacerebbe all’incirca un quarto di tutte le riserve mondiali di idrocarburi: il 13% dei giacimenti di petrolio e il 30% di quelli di gas. In altre parole, la regione più settentrionale della terra conterrebbe da sola l’equivalente dell’intero fabbisogno mondiale di greggio per tre anni, e di metano per quattordici anni.
L’innalzamento della temperatura globale – il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato sulla terra e verrà con ogni probabilità superato dal 2017 – ha portato a una riduzione della calotta artica talmente evidente che la scorsa estate, una petroliera russa è riuscita ad attraversare il mare glaciale artico senza l’aiuto di una rompighiaccio. Era la prima volta nella storia che una nave era riuscita a compiere la traversata senza difficoltà. Proprio la grande importanza della regione artica nel mantenimento della temperatura globale – il Polo Nord è considerato il freezer del nostro pianeta – e come riserva naturale di energia fossile, ne fanno un’area geopolitica molto contesa.
Se però grandi potenze come Stati Uniti e Russia stanno intraprendendo una corsa all’oro per attingere per prime all’oceano di materie prime intrappolate sotto il ghiaccio, le aree più rurali della regione artica stanno perdendo la propria economia. E sono proprio i giovani a scappare. Secondo un recente report del Nordic centre for spatial development, ad eccezione della Scandinavia settentrionale, la regione dell’alto artico è caratterizzata da un’ambiente estremo, povero e rurale.
Molte aree mancano ancora di infrastrutture, mentre l’economia è principalmente basata sull’industria primaria, come il settore della pesca. Prendiamo ad esempio uno Stato come la Groenlandia. Con un reddito medio pro capite annuo di 33.000 $, secondo la Banca Mondiale, la Groenlandia non può essere catalogata come paese in via di sviluppo. Pur con un alto reddito, almeno un quarto dei groenlandesi vive ancora in piccoli insediamenti e non ha accesso a servizi di base come un’adeguata assistenza sanitaria e a un sistema scolastico di qualità. L’aspettativa di vita si aggira intorno ai 70 anni, un dato che è largamente influenzato anche dall’alto tasso di suicidi. In media, tra il 20 e il 25% della popolazione in Groenlandia prova almeno una volta nella vita a suicidarsi, soprattutto in età giovanile: nel 2013, ultimo anno di cui si hanno dati disponibili, venticinque under 30 si sono tolti la vita.
Senza andare a scomodare un esempio fin troppo particolare di vita nell’università più settentrionale del mondo, nell’isola di Svalbard – un centro di ricerca norvegese più unico che raro dove gli studenti vengono armati dall’università stessa con un fucile da caccia, per affrontare il pericolo degli orsi polari nel tragitto verso le lezioni – per capire meglio come i giovani vivano l’artico basta recarsi nella cittadina di Tromsø, nel nord della Norvegia peninsulare.
La notte polare qui dura tutto l’inverno, da novembre a febbraio. Per circa quattro mesi, il sole a Tromsø non sorge mai. La più popolata città universitaria della regione artica, nonostante una migrazione netta negativa negli ultimi dieci anni, riesce comunque a mantenersi viva, ma deve ringraziare soprattutto il contributo numerico dei numerosi nuovi studenti internazionali che ogni anno si iscrivono all’università.
Perché essere millennials in questa regione non è facile, soprattutto se si è nati e cresciuti qui. Nonostante il disgelo, le opportunità di sviluppo sono molto precarie, e il futuro, per molti giovani, rimane incerto, specialmente nella regione dell’alto artico, dove la fascia media di popolazione, quella che va dai 20 ai 64 anni, è in continuo calo, scendendo addirittura sotto al 25% della popolazione totale.
Secondo il report del Nordic Centre, l’espatrio dei millennials dalla regione artica rappresenta una sfida che pone sotto pressione non solo gli enti di governo locali, ma anche le università, che non riuscirebbero più a trattenere i propri studenti una volta finito il ciclo di studi. La scarsa attrattività di un’economia basata perlopiù sul settore primario, renderebbe le ragazze più propense a iscriversi all’università rispetto agli uomini, e le spingerebbe maggiormente a cercare poi all’estero una carriera lavorativa più stimolante. È difficile – sottolinea il report – far ritornare nella propria comunità di provenienza i giovani laureati che hanno speso così tanto per la loro educazione, in termini di investimento economico e temporale.
In molteplici interviste condotte per il centro di ricerca europeo Nordregio, alcuni giovani della regione hanno parlato delle difficoltà giornaliere di vivere e studiare in una delle regioni più ostili del pianeta. Come spiega Barbara Apol, una studentessa delle isole Fær Øer, “gran parte dei miei amici sono andati via dalle isole Fær Øer per studiare e lavorare. Io ho deciso di rimanere per finire la mia triennale a Torshvan, ma dovrò sicuramente andarmene se vorrò poi proseguire i miei studi”.
Eppure, come auspica il centro di ricerca europeo Nordregio, il cambiamento potrebbe arrivare comunque dalle nuove generazioni, che però dovranno “adattarsi” a indirizzarsi verso settori economici alternativi. Se non l’industria primaria – che attrae più uomini – dunque, ad offrire nuove opportunità potranno essere settori meno “tradizionali”, come il turismo, i media e lo spettacolo, e la bioeconomia. Il cinema islandese, ad esempio, sta crescendo molto a livello internazionale, anche grazie al contributo del governo che rimborsa interamente i costi di produzione ai giovani islandesi che decidono di produrre un programma in loco.
Secondo Anna Karlsdóttir, ricercatrice di Nordregio, la regione nord artica ha le potenzialità per affermarsi a livello internazionale nel settore dello sviluppo sostenibile: sempre più attenzione è infatti rivolta allo sviluppo delle biorisorse per la produzione, ad esempio, di biomateriali, biocarburanti, mangimi ed ingredienti alimentari. Il settore marino svolge poi un ruolo cruciale nella bioeconomia dell’Islanda, della Groenlandia, delle isole Fær Øer, e delle regioni costiere della Norvegia. Il turismo inoltre, può diventare più intelligente: come affermato nel report di Nordregio, l’industria turistica può assumere una prospettiva transnazionale e farsi social. Dopotutto, la principale fonte di attrazione delle Isole Fær Øer, dell’Islanda o del nord della Norvegia risiede proprio nel turismo, specialmente quello rivolto ai backpackers e hikers, che costituiscono la fetta di turisti più giovane.
Qualcuno che resta a sopravvivere e a lottare per lo sviluppo della regione rimane. A fine 2016, il magazine online Arctic Deeply, nominò 16 emergenti giovani leader e “future-makers”, che avevano già avuto un ruolo distintivo nella lotta al cambiamento climatico, nel rafforzamento della collaborazione internazionale, nella rivitalizzazione della cultura indigena. Tra questi, ad esempio c’è Jannie Staffansson, 27 anni, e chimica ambientale. Ha già partecipato alle ultime tre conferenze sul clima, compresa quella del 2015 a Parigi dove è stata la voce in campo degli indigeni lapponi. Attualmente vive in Lapponia dove lavora sulle tematiche ambientali per una ONG lappone. Allen Pope, ricercatore di 31 anni in scienze polari, si è trasferito nel 2016 da Boulder, città del Colorado, a Akureyri, Islanda, dove è diventato segretario esecutivo dell’International Arctic Science Committee. Nina Larsson, 32 anni, è una consulente allo sviluppo dell’infanzia per il governo dei Territori del Nord-Ovest, in Canada: ha già fondato una compagnia energetica di fonti rinnovabili, e un’organizzazione benefica che promuove i diritti delle popolazioni indigene della regione.
È difficile vivere nelle piccole e dimenticate realtà di una regione così fredda e apparentemente isolata. Ma le idee, per sostenere il futuro di una regione che è il cuore pulsante della vita sulla Terra sono tante. L’Artico ha bisogno del ritorno dei suoi cervelli in fuga. (Andrea Gentili)

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STORICO ACCORDO SULL’ARTICO. GREENPEACE: “UNA VITTORIA STORICA”

1.12.2017 – Greenpeace Italia
È stato raggiunto a Washington uno storico accordo internazionale per proteggere da ogni attività di pesca commerciale la parte centrale del Mar Glaciale Artico. Gli Stati Uniti, il Canada, la Norvegia, la Russia, la Danimarca, l’Islanda, il Giappone, la Corea del Sud, la Cina e l’Unione europea hanno infatti firmato una moratoria di 16 anni sulla pesca commerciale in acque internazionali, in un’area più grande del Mediterraneo, di circa 2,8 milioni di chilometri quadrati.
«Questa è una vittoria storica per la protezione dell’Artico. Grazie ai milioni di persone di tutto il mondo che hanno sostenuto la campagna Save the Arctic, quest’area unica sarà al sicuro dalle attività di pesca distruttiva», dichiara Jon Burgwald di Greenpeace Nordic. «Ci congratuliamo con i Paesi che hanno firmato questo accordo e ci aspettiamo che nei prossimi 16 anni venga concordata una protezione permanente per la parte centrale del Mar Glaciale Artico, sia dalla pesca commerciale che dalle attività estrattive».
L’accordo, legalmente vincolante, sarà automaticamente rinnovato ogni cinque anni, a meno che un Paese non si opponga o non venga adottato un piano di gestione della pesca basato su criteri scientifici. È vitale che tutti i Paesi coinvolti ratifichino l’accordo.
Negli ultimi anni il Mar Glaciale Artico centrale ha attirato l’interesse dell’industria della pesca, che tenta di trarre profitto dallo scioglimento dei ghiacci. A causa dei cambiamenti climatici il quaranta percento di quest’area, storicamente coperta di ghiaccio, negli ultimi anni ha visto estati senza ghiaccio.
«Nonostante siano stati fatti passi da gigante per proteggere la parte centrale del Mar Glaciale Artico, alcuni dei Paesi che hanno sottoscritto l’accordo, come Stati Uniti, Russia e Norvegia, continuano a voler bloccare alcuni importanti progressi di cui si discute alle Nazioni Unite. Il processo delle Nazioni Unite ha un grande potenziale per riuscire a salvaguardare tutti gli oceani: questi Paesi dovrebbero impegnarsi maggiormente e sostenere un accordo globale e ambizioso per la protezione del mare», conclude Jon Burgwald.
Questo accordo sull’Artico arriva in contemporanea con l’entrata in vigore di un altro accordo sulla protezione del Mare di Ross, in Antartide, dove è stata riconfermata un’area marina protetta che si estende per 1,5 milioni di chilometri quadrati.

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LE ULTIME SENTINELLE DELL’ARTICO

In una vastissima area a cavallo tra Russia e Scandinavia vivono circa 100.000 Sàmi. Dopo secoli di adattamento e una collaudata capacità di integrare antiche tradizioni e nuove tecnologie, il cambiamento climatico minaccia ora di spazzarli via. Il problema non è però l’ennesimo esame di resilienza da superare, ma il rischio di diventare sempre più un ostacolo allo sfruttamento delle enormi risorse naturali custodite nelle loro terre che lo scioglimento dei ghiacci renderà finalmente disponibili
di JACOPO PASOTTI
“Ci spaventa la burocrazia, non il caldo”
INARI (FINLANDIA) – I Sàmi nel pianificare le migrazioni delle loro renne non usano l’agenda. “Controllano che tempo fa e quando il cielo è pronto, loro sono pronti”, dice Terhi Vuojala-Magga. La donna, finlandese, ha sposato un allevatore Sàmi e vive in un villaggio isolato della Finlandia settentrionale. Per raggiungerlo c’è una strada sterrata di 40 chilometri attraverso boschi di conifere, laghi, e torrenti. Di fronte alla loro casa c’è una motoslitta in riposo estivo sul prato. “Però qualcosa sul clima lo sapevano. Già negli anni novanta, quando appena si parlava di cambiamento climatico, gli allevatori avevano notato un aumento negli anni delle temperature che deviavano dalla esperienza tradizionale. Da allora hanno modificato le abitudini, loro e delle renne”. Questo gli ecologi lo chiamerebbero adattamento, eppure sono in molti a darli già per spacciati.
Ma forse è perché è più facile considerarli spacciati che modficare leggi e regole per favorirne l’adattamento. I Sàmi sono una minoranza, sono circa 100.000, ma occupano con i loro allevamenti un’area colossale, solo in Norvegia è il 40% del territorio nazionale. Di fatto sono una scomodità, soprattutto ora che l’Artico è più accessibile e le risorse naturali sono più interessanti. Con il cambiamento climatico le porte dell’Artico si spalancano. Nel 2013 per la prima volta un cargo commerciale ha compiuto il passaggio di Nord Est.
Le regioni polari saranno presto pronte per essere spolpate: idrocarburi, diamanti, nickel, ma anche risorse ittiche e immense aree boscate dove si trova il 40% delle risorse forestali globali. Il governo finlandese preme per costruire una nuova ferrovia che colleghi Rovaniemi, a Kirkenes, un piccolo ma strategico porto norvegese al confine con la Russia. Il progetto taglierebbe in due il territorio Sàmi, come una lama. Ma per Helsinki il porto norvegese è già la nuova “Rotterdam del Nord”. Perfino Murmansk, immenso porto militare e commerciale nella penisola di Kola, una volta quasi blindato agli stranieri, si è aperta al turismo. Oggi potete andarci con un semplice visto turistico. La popolazione polare è stabile, ma solo perché mentre in Russia l’Artico si svuota, in Scandinavia e nord America si popola. Giunge nuova forza lavoro, spesso in periodi di boom estrattivo, per poi tornare a latitudini più meridionali, ma con i migranti giungono stili di vita e consumi importati e che alterano la società Sàmi. È sì una sorta di migrazione climatica, ma sbilanciata: l’Artico si impoverisce dei sui abitanti ancestrali e si arricchisce di emigranti che giungono dal sud.
Ellen Inga Turi, geografa ed esperta di governance presso l’Associazione Norvegese degli Allevatori di Renne è figlia di un allevatore Sàmi e ammette: “Siamo economicamente marginali, ma con un grosso influsso sull’uso del territorio. Per secoli l’Artico in Scandinavia lo abbiamo gestito noi”. A differenza di molte popolazioni indigene i Sami sono separati in diversi paesi ma hanno la neccessità di muoversi dall’uno all’altro, e questo complica le cose. Una popolazione marginale e che vive ancora a contatto con la natura. Niente di new age però, è economia: “Noi sappiamo che se peschi sempre nello stesso punto del fiume dopo un po’ lì non ci sarà più pesce”, dice Turi.
In un territorio in cui l’estate dura un paio di mesi, le poche risorse si spalmano su una grande area. Ora poi ci si è messo il clima, che cambia. È un fatto e nell’Artico si vede. La temperatura media qui aumenta ad una velocità tre volte maggiore rispetto ai valori globali. Bruce Forbes, ecologo presso la Università della Lapponia di Rovaniemi (Finlandia) riassume i principali cambiamenti: “La neve arriva dopo, gli inverni sono più miti, la primavera arriva prima. Aumentano le piogge e diminuiscono le nevicate. La tundra si restringe”. Tutto questo può tradursi in dramma: “Se l’autunno è troppo umido e poi le temperature crollano improvvisamente, si forma uno strato di ghiaccio sotto la neve che impedisce alle renne di raggiugere i licheni con cui nutrirsi. La neve secca va bene, quella umida può essere un disastro”, spiega Forbes.
Nel 2013 e 2014 due gelate hanno ucciso 61.000 renne delle 270.000 presenti nella penisola di Yamal, in Russia. I giovani pastori ora sono di fronte a una elevata mortalità nell’allevamento. Devono prendere decisioni importanti e rapidamente, ma hanno restrizioni su come modificarne la struttura, una forma di adattamento fondamentale per l’allevatore. Oppure devono cercare un pascolo idoneo per salvare la mandria, ma una nuova proprietà lo impedisce. Aumentano i divieti dalla capitale, o perfino da Bruxelles. “Un pericolo è quindi che i giovani trovino questa attività troppo difficile e poco redditizia e la abbandonino”, dice l’ecologo.
Più ancora del cambiamento climatico, dunque, i Sàmi faticano ad adattarsi a leggi, restrizioni, e alle infrastrutture che invadono le regioni polari. “Siamo passati attraverso enormi cambiamenti politici e sociali, hanno cercato di assimilarci, ma siamo ancora qui, quindi ce la possiamo fare”, spiega Turi. “Gli allevatori dicono di non essere preoccupati del clima, ma del governo”. I Sàmi si sentono insomma più vulnerabili per la mancanza di potere politico e decisionale che per il riscaldamento globale.
Circa il 25% del territorio dei Sàmi (delle loro renne, in realtà) è “disturbato” da strade, centri urbani, attività estrattive tra idrocarburi e minerali, turismo. Da un lato molti giovani lasciano la regione per studio, lavoro, all’inizio forse come scelta temporanea (ma che spesso diventa permanente), dall’altro l’Artico si popola di lavoratori e famiglie che si insediano nei nuovi centri urbani e produttivi e il clima si fa più mite. “Al ritmo di un pascolo all’anno, stiamo cedendo il nostro territorio. Secondo uno studio dell’agenzia per l’ambiente delle Nazioni Unite tra ottant’anni avremo perso il 75% dei pascoli”, dice Turi. “Parlando di resilienza, la capacità di adattarsi ad un cambiamento imparando nuove strategie di sopravvivenza, la perdita di pascoli è il mio vero timore”.
E quindi, quale è la strategia di adattamento proposta dai Sàmi? “Dovremmo aver accesso libero alle nostre terre – dice Turi – dovremmo poter usare le nostre conoscenze”. Insieme a quelle scientifiche, certo, “ma gli allevatori devono poter decidere indipendentemente la struttura della mandria, quando e quante renne castrare. E poi quando e quali bestie macellare, perché questo influenza il modo in cui la mandria gestisce i pascoli, dovremmo poter accedere a diversi pascoli a seconda delle neccessità”. La chiave per l’adattamento sono la flessibilità e la mobilità, secondo l’esperta Sàmi.
Per le popolazioni artiche la natura è in perenne mutamento e il cambiamento climatico è una sfida, ma non la prima per i Sàmi. Le trasformazioni sociali ed economiche amplificano l’impatto del clima. E tutto ciò avviene velocemente. Oltre che dalla rapidità dei cambiamenti ambientali la resilienza dei Sàmi è messa alla prova dagli ostacoli della politica. Loro però sono ottimisti: “Sono convinti che ce la faranno. Non prevedono il loro stesso collasso. Certo l’alta mortalità delle renne e lo scarso profitto sono un rischio per le nuove generazioni. Ma con politiche corrette la possibiltà c’è”, insiste Forbes.
“Purtroppo per il governo siamo più una lobby che una popolazione, andiamo bene nelle cartoline, con le renne, ma quando ci facciamo sentire siamo un disturbo. Chiediamo maggiore indipendenza decisionale per ciò che riguarda questo territorio e le sue risorse”, conclude Aili Kaeskitalo, presidente del Parlamento Sàmi norvegese. Maggiore voce nelle decisioni e flessibilità, questa la ricetta dei Sàmi contro la crisi ambientale del secolo.
PRONTI A COMBATTERE ANCHE IN TRIBUNALE
di JACOPO PASOTTI
INARI (FINLANDIA) – Perdite di pascoli, morie di renne, ma anche fiumi presi d’assalto da pescatori e turisti, territori di caccia sempre più confinati e regolamentati. La vegetazione cambia, il permafrost si ritira, la neve non è più la stessa, l’impatto del cambiamento climatico comincia a farsi sentire. E questo a causa dell’uso irresponsabile di risorse di popoli che vivono ben al disotto del Circolo polare artico. A ben vedere questo è un danno ingente per le popolazioni indigene della penisola scandinava. Anche l’uso delle poche risorse accessibili nelle regioni polari è insostenibile, i Sàmi lo dicono da un pezzo.
Purtroppo la loro voce è debole, non sono neppure 100.000 in tutto, uniti alle altre popolazioni artiche sono forse 900.000 voci tra i 13 milioni di abitanti (e in crescita) delle regioni polari. Abitanti che giungono da altrove, talvolta per periodi limitati, per sfruttare le risorse accessibili e poi tornare in regioni più miti.
Per cercare di farsi sentire dai governi i Sàmi ora possiedono un Parlamento indipendente (in Finlandia dal 1995, in Norvegia dal 1997, in Svezia dal 1992, in Russia ancora non c’è). Purtroppo però queste strutture non hanno potere decisionale e non riescono a farsi ascoltare quanto vorrebbero: Oslo, Stoccolma, Helsinki, sono lontane. Per i Sàmi le cose sono peggiorate da quando la Svezia fa parte della Ue e la Norvegia ha stretto vincoli speciali con l’Unione. Da allora regole e leggi giungono da Bruxelles imponendo limiti che riducono la loro libertà di decisione.
“Siamo fortunati perché viviamo in un paese nordico, uno dei più ricchi che ci siano. Abbiamo accesso ad ogni servizio“, ammette Tiina Sanila-Aikio presidente del Parlamento Sàmi finlandese. “Ma ancora abbiamo difficoltà ad ottenere servizi nella nostra lingua e non abbiamo voce nelle scelte decisionali nelle nostre regioni. Questo mi preoccupa, specialmente ora che tutti hanno gli occhi sull’Artico. Abbiamo un Parlamento, ma ha poca influenza sulle decisioni che ci riguardano”. La regolamentazione della pesca in un fiume o l’innalzamento di pale eoliche in aree di pascolo (niente di male se l’energia si produce in modo sostenibile, ma le renne femmine sembra che possano evitare anche per decine di chilometri le pale eoliche) sono decisioni spesso prese senza consultare i Sàmi.
I danni per questa e le prossime generazioni potrebbero dunque essere ingenti, se non fatali. Eppure finora i Sàmi non hanno mosso azioni legali per reclamare i danni legati al clima che cambia e all’uso improprio delle risorse.
Ciò potrebbe però presto cambiare. Per ora è difficile collegare una perdita, economica o di territorio, al cambiamento climatico. “In futuro quando i danni causati dallo sfruttamento delle risorse saranno più chiari e definibili potrebbero esserci cause legali”, spiega Stefan Kirchner della Università della Lapponia di Rovaniemi, in Finlandia. Kirchner si occupa di diritti civili delle popolazioni indigene. Secondo lui mancano ancora gli strumenti legali internazionali a cui appellarsi per ottenere una compensazione per i danni legati al clima. Gli unici trattati attivi sarebbero la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e la Convenzione ILO 169 delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni e Tribali. “Purtroppo queste convenzioni sono vaghe per farne uno strumento legale. E sono datate, quindi difficilmente applicabili alla realtà attuale”. Mancano insomma gli strumenti legislativi per entrare in un tribunale. Ma con il procedere del cambiamento climatico, l’impatto sugli ecosistemi artici sarà sempre più evidente, e le cose sono destinate a cambiare.
SELVATICI E TECNOLOGICI, DECISI A SOPRAVVIVERE
di JACOPO PASOTTI
INARI (FINLANDIA) – Per i Sàmi non c’è dubbio: l’innovazione tecnologica del secolo è la motoslitta. “Con l’introduzione della motoslitta per i Sàmi cambiò tutto. Gli allevatori avevano più tempo a disposizione per curare la casa e la famiglia”, spiega Terhi Vuojala-Magga, allevatrice di renne in Finlandia. “Molti pensano che nei anticamente le renne erano più selvatiche, ma non è così. Dovendole seguire, radunare, condurre con gli sci o a piedi, gli allevatori si tenevano gli animali vicino. Con l’avvento della motoslitta, le renne hanno potuto inselvatichirsi. Il lavoro che prima richiedeva giorni, settimane lontano dalla famiglia, ora si poteva svolgere in una giornata”.
E quindi, anche se nelle locandine dell’agenzia turistica i Sàmi sono ritratti a fianco della loro slitta trainata dalle renne, la realtà è che i Sàmi sono stati al passo con i tempi. La slitta è simile alla gondola dei canali di Venezia. La maggior parte dei Sàmi ha un lavoro comune. Quando viene il momento però radunano i famigliari o i soci della cooperativa, accendono le motoslitte, attendono il segnale del GPS, controllano il contatto radio con l’elicottero di sostegno, e partono alla ricerca delle loro renne.
Stare al passo con la necessità non implica rinunciare alla propria cultura, alle tradizioni ed ai valori di un popolo. “Il nostro contatto con la natura è forte”, dice Aili Keskitalo, presidente del Parlamento Sàmi norvegese. È vero, ammette, lavora in un ufficio moderno, manda email, guida l’automobile e non cavalca una renna. “Ma quando torno a casa mangio il pesce pescato da mio marito, la marmellata fatta da mia figlia, la renna che mi ha portato un parente. Noi sappiamo quanto è importante sfruttare solo una parte delle risorse, e lasciarne altre per il futuro”.
Per loro questa è resilienza, capacità di adattamento. “Sappiamo adattarci: questo è un fatto. Prova ne è che siamo ancora qui”, dice Keskitalo. “Molte popolazioni indigene si chiudono, noi siamo aperti, usiamo le tecnologie moderne, i social media, abbiamo deciso di interagire con il pubblico e le istituzioni, non è adattamento questo?”. Il dialogo, del resto, è il segreto della loro sopravvivenza: “Siamo il popolo più pacifico che ci sia, non abbiamo mai lottato con la forza per ottenere i nostri diritti”, dice Keskitalo. “Anzi, abbiamo sfruttato quello che i governi ci imponevano: l’educazione”.
Ora in Norvegia, a Koutekeino c’è perfino una Università Sàmi, che insegna materie sociali e politiche (in lingua Sàmi) a giovani provenienti da tutta Sàpmi, o Sàmiland. Il Samediggi, il Parlamento Sàmi di Norvegia a Karasjok, subito alle spalle della reception ha una vasta biblioteca. I Sàmi hanno anche un canale televisivo e radio, YLE, attivo anche nei social network. “Per salvare la nostra cultura e difenderla dai cambiamenti sia sociali che ambientali, dobbiamo cercare di salvare la nostra lingua: un popolo è unito dalla lingua che condivide”, dice Keskitalo.
Il pensiero corre a un recente passato, quando questa etnia ha rischiato di soccombere al cosiddetto darwinismo sociale che li considerava un popolo minore i cui costumi e stile di vita rappresentavano un ostacolo nel consolidamento degli Stati che si stavano formando in Scandinavia. Quella cultura, selvatica, andava cancellata. “È solo da una generazione che è terminata l’assimilazione dei Sàmi nella cultura Finlandese”, dice Anne Aikio, che per conto del ministero finlandese della Cultura e educazione si occupa di promuovere le arti visive dei Sàmi, ricordando come per secoli ai suoi predecessori è stato imposto il divieto di indossare i gàkti tradizionali, di cantare le loro canzoni, di parlare la loro lingua.
Un tentativo di annientamento che si nutre anche della promozione di feroci stereotipi. “Siamo spesso presentati come, sporchi, goffi, propensi all’alcolismo. Questa è l’immagine dei Sàmi che la Finlandia sta promuovendo”, aggiunge Aikio. “Se siamo noi a fare commedie stereotipiche su noi stessi – precisa – è diverso. È diverso anche il turismo promosso dai Sàmi stessi, come quello che trovi qui a Inari, nel nord della Finlandia. Ma dalla loro posizione i finlandesi non possono farlo, non dopo averci oppresso così a lungo”. “Alla gente – conclude Aikio – ora i popoli attaccati alla natura, con profonde radici culturali e tradizioni, piacciono”. (JACOPO PASOTTI)(Questa inchiesta ha ricevuto il supporto di “Internews’ Earth Journalism Network”)

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