UNA TURCHIA geograficamente europea (ed atlantica) dà l’ergastolo a scrittori e giornalisti dissidenti; fa la guerra ai CURDI; partecipa alla contesa del GAS METANO del Mediterraneo orientale; e per l’UE blocca i migranti nella rotta balcanica – IL CASO ENI (la nave SAIPEM) e la questione TURCO-GRECO-CIPRIOTA

Piazza di Faneromeni, Centro Storico di NICOSIA, CAPITALE DI CIPRO – NICOSIA è la città più popolosa di Cipro e il centro dell’economia cipriota. Si tratta dell’UNICA CAPITALE ANCORA DIVISA: una recinzione militare di separazione, detta “LINEA VERDE”, che corre da nordovest a sudest, la divide infatti in DUE ZONE delle quali QUELLA MERIDIONALE CAPITALE DELLA REPUBBLICA DI CIPRO e quella SETTENTRIONALE DELLA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO, riconosciuta solo dalla Turchia. (da Wikipedia)

   Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha alzato i toni dello scontro sulle trivellazioni davanti alle coste di Cipro, che coinvolge anche una nave dell’Eni, bloccata dal 10 febbraio scorso dalla Marina militare di Ankara. Questa nave ha la funzione di essere una piattaforma per l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi (in particolare gas metano) in acque cipriote. “Saipem 12000” (così si chiama la nave che opera su mandato dell’Eni), e i francesi di Total, sono lì appunto per avviare delle esplorazioni attorno a Cipro.

La nave dell’Eni bloccata dalla marina turca: TENSIONI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Il blocco ha come scusa il fatto che in quel lembo di mare la Marina militare turca sta(va) facendo delle esercitazioni. E’ invece una ritorsione della Turchia verso tutti i soggetti geopolitici che lì stanno cercando o trasportando il gas (l’Unione Europea e suoi Paesi come Francia e Italia, Israele, il Libano, l’Egitto, e in particolare Cipro, nella parte greca dell’isola, che fa parte anch’essa della UE). Il blocco della nave Eni incide pesantemente nei già logorati rapporti fra Roma e Ankara.

Il presidente turco Erdogan – ERDOGAN CONTRO CIPRO E LA PIATTAFORMA ENI – EGEO. LA CRISI SI FA ESPLOSIVA. IL PRESIDENTE TURCO: «SONO I NOSTRI DIRITTI COME A AFRIN». L’Ue ammonisce Ankara mentre nell’area lo scontro è anche con i pozzi d’Israele – Il presidente turco Erdogan ha usato toni che lasciano ben poco spazio alla diplomazia in cui le cancellerie europee confidano ancora: “Nessuno deve pensare che passino inosservati opportunistici tentativi di esplorazione del gas. Consiglio alle compagnie straniere che operano fidandosi di Nicosia di non superare i limiti e piazzare i propri apparati. Le provocazioni sono seguite attentamente dai nostri aerei, navi e militari”. E ha concluso: “I nostri diritti ad Afrin non sono differenti dai nostri diritti a Cipro e nell’Egeo”, sottolineando come l’interessi nazionale vada difeso anche con l’intervento militare. (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/ )

L’intervento di Erdogan arriva mentre sale la tensione turca anche con la Grecia, alleata e ‘protettrice’ di Cipro, come anche dimostra lo speronamento nell’Egeo di un pattugliatore della Guardia costiera greca il 12 febbraio scorso ancorato al largo dell’isola contesa di IMIA da parte di una motovedetta turca.

“(…) L’ENI è presente a CIPRO dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (vengono chiamati BLOCCHI 2, 3, 6, 8, 9 E 11), di cui cinque come operatore. Pochi giorni fa il gruppo ha annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel BLOCCO 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo CALYPSO 1, considerato “una promettente scoperta di gas”, che “conferma l’estensione del tema di ricerca di ZOHR (il grande giacimento egiziano, ndr) nelle acque economiche esclusive di Cipro”. Anche se “per una valutazione accurata delle dimensioni della scoperta, sono richiesti nuovi studi e un programma di delineazione”, dice la ditta italiana. (Emanuele Rossi, da http://formiche.net/ del 11/2/2018)

E i rapporti tra il nostro Paese e la Turchia restano appesi a un delicato gioco di pesi e contrappesi in cui l’aspetto economico conta tantissimo, e non solo per gli interessi di Eni in acque cipriote. Le aziende italiane presenti in Turchia sono molte (circa 1300) e secondo SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) l’incremento potenziale dell’export italiano entro il 2020 è stimato in circa 3 miliardi di euro. Numeri che dimostrano quanto sia scomodo questo caso.

Giacimenti di gas nella costa sud di Cipro e le tante ambizioni geopolitiche in quella parte del Mediterraneo orientale

Ma la Turchia è anche il crocevia da cui oggi passano alcune delle principali rotte del metano verso l’Unione Europa: dalla Turchia passa il CORRIDOIO TAP-TANAP dal Caspio all’Italia, e il gasdotto TURKISH STREAM nel Mar Nero.

Il 9 febbraio la piattaforma di ENI SAIPEM 12000 si stava spostando dall’AREA DI CALYPSO, nel BLOCCO 6, AL BLOCCO 3. QUI AVREBBE DOVUTO COMPIERE DELLE ESPLORAZIONI in una zona economica esclusiva cipriota IN CERCA DI NUOVI GIACIMENTI DI GAS NATURALE. ENI ha ottenuto dal governo di Nicosia la licenza per effettuare perforazioni in entrambi i blocchi. Nonostante ciò il VIAGGIO di Saipem 12000 è stato INTERROTTO DA NAVI DELLA MARINA TURCA (tra 3 e 6 imbarcazioni), che hanno motivato il loro intervento parlando di «attività militari nell’area di destinazione». IL GAS È UNO DEI NODI CHE NON SONO STATI MAI SCIOLTI. La Turchia rivendica per il nord dell’isola lo sfruttamento dei giacimenti offshore situati nel Mediterraneo Orientale. Richiesta finora sempre respinta al mittente da Nicosia, che ospita nelle proprie acque oltre a ENI e TOTAL altri top player del mercato energetico internazionale tra cui la statunitense EXXONMOBIL e l’olandese SHELL. (Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

E il Mediterraneo Orientale è inoltre pieno di giacimenti di metano cui tanti cercano di esserne gli attori principali; appunto come la Turchia, il governo di Cipro (con capitale Nicosia), il vicino Libano, Israele, e tutte le grandi compagnie energetiche (come è l’Eni o la francese Total…).

LA GUERRA IN SIRIA DI ERDOGAN CONTRO I CURDI – Dal 20 gennaio I TURCHI hanno lanciato l’operazione “RAMOSCELLO D’ULIVO” per ripulire il NORD DELLA SIRIA dalle forze curde dell’Ypg, alleate degli Usa, ma considerate da Ankara terroristi alla stregua dei curdi turchi del Pkk. E l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso. LA CITTADINA DI AFRIN È STATA COLPITA PIÙ VOLTE da bombardamenti aerei e di artiglieria ma il centro cittadino era stato fino a oggi risparmiato. Colpito l’ospedale, diversi parchi giochi per bambini e uno degli approvvigionamenti idrici della città. Dal 20 gennaio finora, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si contano 78 civili curdi uccisi. (da http://www.radiondadurto.org/ del 13/2/2018)

L’irruenza di Ankara è stata interpretata come un segnale di nervosismo di fronte agli accordi di spartizione del Bacino Orientale del Mediterraneo tra Cipro, Israele, Egitto e Libano, e che hanno relegato la Turchia in un angolo

L’ANNOSA DISPUTA TURCO-CIPRIOTA – Il caso di questi ultimi giorni è solo l’ultimo capitolo dell’annosa questione turco-cipriota. L’ISOLA È DIVISA DAL 1974, anno in cui è stata invasa dall’esercito turco in risposta a un colpo di Stato filo-greco. OGGI ANKARA CONTROLLA LA PARTE SETTENTRIONALE DELL’ISOLA (un terzo del territorio totale), governata dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord. IL GOVERNO DI NICOSIA – l’unico che gode del riconoscimento della comunità internazionale – amministra invece LA RESTANTE PARTE DELL’ISOLA, VALE A DIRE LA REPUBBLICA DI CIPRO, DAL 2004 ENTRATA A FAR PARTE DELL’UNIONE EUROPEA. Nonostante i ripetuti tentativi di trovare un accordo tra le parti (l’ultimo è fallito lo scorso anno), una soluzione politica a questa crisi appare ancora oggi distante. E il gas è uno dei nodi che non sono stati mai sciolti. (…)(Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

Ma il ruolo della Turchia come crocevia del gas naturale con i corridoi e gasdotti che abbiamo sopra detto, e passano per il suo territorio, viene messo in crisi anche da altri fattori geopolitici: come la guerra ai curdi in Siria (curdi vincitori della lotta all’Isis); e poi del sistema autoritario interno turco, che Erdogan sta attuando contro qualsiasi forma di dissenso.

Mappa dei principali giacimenti di gas nel Mediterraneo Orientale (da http://www.rienergia.staffettaonline.com/ – “I successi energetici di Ankara, registrati sia con il corridoio Tap-Tanap dal Caspio all’Italia, sia con il gasdotto Turkish Stream nel Mar Nero, rischiano di venire ridimensionati da altri due recenti sviluppi. Il primo è il PASSO INDIETRO DI ISRAELE sul PROGETTO DEL GASDOTTO DAL GIACIMENTO LEVIATHAN fino alle coste turche, dopo che i rapporti politici tra Ankara e Tel Aviv sono tornati ai minimi storici. Gli israeliani mettono oggi in dubbio l’investimento e guardano a paesi come l’Egitto o, appunto, Cipro stessa. CIPRO INFATTI È IL PERNO DEL PROGETTO EASTMED, AMBIZIOSO GASDOTTO TRA ISRAELE, CIPRO, GRECIA E ITALIA su cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati alla IGI Poseidon, società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a “terminarne l’isolamento e consentire il transito di gas dalla regione del Mediterraneo orientale”. Un progetto che suscita perplessità tra gli esperti per i costi stimati in 6 miliardi di dollari.” (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/

In una Turchia così difficile da cooperare, ad esempio da sì che Israele ha rinunciato al progetto del gasdotto dal giacimento Leviathan che doveva raggiungere le coste turche, non fidandosi di Erdogan: e preferendo guardare come partners l’Egitto e, appunto, Cipro. Perché Cipro è strategica nel progetto “Eastmed”, ambizioso gasdotto tra Israele, Cipro, Grecia e Italia, di cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati a una società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a sviluppare il transito del gas in tutto il Mediterraneo orientale (vedi le mappe che in questa pagine proponiamo).
Tutto questo, dicevamo, accade perché la Turchia a livello internazionale viene considerata inaffidabile. E qui in primis torna il problema dello status di Cipro Nord, anche con la delimitazione della “zona economica esclusiva” (Zee) dei paesi affacciati su quei mari, marcate secondo trattati internazionali che Ankara non riconosce.

Per QUESTIONE DI CIPRO (o QUESTIONE CIPRIOTA) si intende comunemente la situazione di TENSIONE E GUERRA effettiva venutasi a creare sull’isola di Cipro TRA LE COMUNITÀ GRECO-CIPRIOTA (maggioritaria) E QUELLA TURCO-CIPRIOTA (minoritaria), e che si è articolata in varie fasi A PARTIRE DAL 1963 fino ai giorni nostri. Allo stato attuale la situazione non è ancora risolta e ha condotto alla PARTIZIONE de facto DELL’ISOLA TRA LA REPUBBLICA DI CIPRO GRECO-CIPRIOTA, riconosciuta internazionalmente e membro dell’Unione europea, e l’AUTOPROCLAMATA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO NORD (RTCN) che occupa il terzo settentrionale dell’isola, riconosciuta solamente dalla Turchia. (da Wikipedia – per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_di_Cipro)

   Data la vicinanza delle piccole isole greche alla costa turca infatti, la sua Zee viene compressa in un modo che la Turchia considera ingiustamente punitiva per il proprio interesse nazionale. La corsa al gas naturale non fa che alimentare contrasti sempre più grandi.
E qui si innesta la QUESTIONE TURCO-CIPRIOTA. I negoziati per la riunificazione di CIPRO, DAL 1974 DIVISA IN DUE con un’entità turca nel nord non riconosciuta dalla comunità internazionale, sono naufragati nel luglio dello scorso anno. Ankara rivendica la sovranità su una parte della cosiddetta “Zona Economica esclusiva” attorno alle coste: compreso il BLOCCO 3 in cui l’ENI dovrebbe condurre le esplorazioni. In questo “Blocco 3”, in questo braccio di mare la nave Saipem il 10 febbraio scorso era diretta dopo aver concluso i lavori nell’area 6 sul giacimento Calypso, da poco scoperto a sudovest di Cipro. Ed entrambe le zone sono oggetto di contesta tra Turchia, Cipro e Grecia.

FRONTIERA DELLA PARTE TURCA DI CIPRO – L’INVASIONE TURCA DI CIPRO, che iniziò il 20 luglio 1974, fu la RISPOSTA DELLA TURCHIA AL COLPO DI STATO MILITARE CIPRIOTA che depose il presidente cipriota, l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios, ALTERANDO GLI EQUILIBRI faticosamente raggiunti con il TRATTATO DI ZURIGO E LONDRA del 1960 tra l’ex potenza coloniale, il REGNO UNITO, e la GRECIA e la TURCHIA, cui facevano riferimento linguistico, culturale e politico le due comunità isolane (percentualmente la comunità greco-cipriota costituiva all’incirca il 78% dell’intera popolazione e quella turca il 22%). In quel Trattato si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola mediterranea. (da Wikipedia, per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Invasione_turca_di_Cipro )

   Tra le potenze interessate alla strategia del gas naturale nel Mediterraneo orientale (sia come gasdotti che lì passano che per le estrazioni del metano), c’è naturalmente l’Unione Europea, che nella sua “mission” ha anche quello di garantire il più possibile una futura autosufficienza energetica al suo interno (cosa assai ardua): e Cipro (e non, per adesso, la Turchia) fa parte dell’Unione Europea.

IL PROGETTO EASTMED DAL GIACIMENTO LEVIATHAN (DA LA STAMPA)

   Un nodo che si scioglierebbe se la Turchia, superando la politica autoritaria di Erdogan, appartenesse all’Unione Europea (come viene ad essere la società turca, occidentale, ed europea di fatto è, e si riconosce nell’Europa) (s.m.) (p.s.: Pertanto 1- è importante trovare il prima possibile UNA SOLUZIONE ALLA QUESTIONE DI CIPRO; 2- intervenire su Erdogan perché riconosca un’identità territoriale ai curdi -magari di tipo federalista-: l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso con centinaia di civili curdi finora uccisi. La cittadina di Afrin è stata colpita più volte da bombardamenti aerei e di artiglieria; 3- e che la Ue non si faccia ricattare (da Erdogan) per l’accordo sui rifugiati che passavano -nel 2015- sulla rotta dei Balcani …e chissà che fine stanno facendo quelle persone…) (s.m.)

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(nella foto lo scrittore e giornalista turco AHMET ALTAN) – “Una sentenza atlantica e crudele quella del tribunale di Istanbul che venerdì 16 febbraio ha condannato all’ergastolo aggravato SEI GIORNALISTI E ACCADEMICI turchi, tra cui I FRATELLI AHMET E MEHMET ALTAN e LA REPORTER VETERANA NAZLI ILICAK, accusati di aver tentato di «rimuovere l’ordine costituzionale» (parliamo del fallito golpe militare del luglio 2016), sostenendo la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Accuse insostenibili, si parla di «messaggi subliminali prima del colpo di stato». AHMET ALTAN, romanziere di valore, sarà da oggi L’UNICO SCRITTORE IN GALERA DELL’INTERA EUROPA.(…)” (Tommaso Di Francesco, “Il Manifesto”, 17/2/2018)

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L’ANALISI

MEDIO ORIENTE E SIRIA: I SEI CONFLITTI CHE PESANO SUL FUTURO DELLA REGIONE – IL CAOS TRA ERRORI E ILLUSIONI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 21/2/2018

   L’inaudita strage siriana che dal 2011 ha fatto mezzo milione di morti e sei milioni di profughi, non si era conclusa nello scorso ottobre con la caduta di Raqqa e la definitiva sconfitta dei tagliagole dell’Isis? A scuotere i troppo distratti e gli inguaribili ottimisti ha pensato ieri Bashar Assad, con la sua abituale ferocia.

   Su GHOUTA EST, un agglomerato di 400 MILA ANIME che è l’ultima roccaforte degli islamisti anti regime NELLA VICINANZA DI DAMASCO, sono piovuti centinaia di razzi, barili esplosivi, colpi di mortaio, cannonate, bombe d’aereo.

   Secondo stime prudenti i morti civili sono 190, più di 800 i feriti, e come sempre nella mattanza siriana hanno pagato con la vita soprattutto i bambini. Si pensa che Assad abbia deciso di liquidare la spina nel fianco di Ghouta facendo seguire ai bombardamenti un attacco di terra.

   L’Onu protesta, il mediatore Staffan de Mistura dice che siamo alla vigilia di una «seconda Aleppo». Ma per quanto gli eventi di Ghouta Est suscitino indignazione e pietà, anche noi abbiamo il dovere di non essere distratti.

   E dobbiamo capire che la guerra siriana, lungi dal concludersi con la vittoria sull’Isis, si è moltiplicata per sei.

1-   IN SIRIA C’È LA GUERRA DI BASHAR ASSAD, quella che ieri si è vista a Ghouta Est. II presidente salvato da Putin vuole finirla con i ribelli, vuole evitare una spartizione del Paese, e soprattutto vuole rimanere al potere.

   Per esempio vincendo elezioni-farsa, che metterebbero in imbarazzo gli americani e i loro alleati. Bashar cerca anche di mostrarsi più autonomo da Mosca, ma senza il suo appoggio militare e politico rischierebbe nuovamente di cadere.

2-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DI ERDOGAN. LE FORZE TURCHE ASSEDIANO L’ENCLAVE CURDA DI AFRIN, e con la mediazione di Putin avrebbero evitato (per ora) uno scontro con reparti siriani mandati da Assad a proteggere i confini. Erdogan teme che i curdi siriani (Ypg) si uniscano ai curdi turchi del Pldc, e vuole «ripulire» una zona di sicurezza profonda 30 chilometri lungo la frontiera.

   Già, ma a Manbij, che teoricamente dovrebbe essere il prossimo obbiettivo dell’offensiva turca, ci sono gli americani, istruttori e alleati dei curdi. Erdogan dice «andatevene» , i militari Usa avvertono «resteremo».

   E COSÌ POTREBBE ESSERCI UNO SCONTRO ARMATO TRA DUE ALLEATI NATO, IL SECONDO DELLA STORIA DOPO QUELLO TRA GRECI E TURCHI PER CIPRO. Chi cederà, Ankara o Washington?

   Intanto Putin sta alla finestra e se la ride.

3-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DI PUTIN. Lui ha salvato Assad quando stava per soccombere, lui ha mutato gli equilibri della guerra, lui è stato descritto come l’unico vero vincitore del conflitto, ma ora il capo del Cremlino non sa come uscirne.

   Ha provato a impostare un «suo» negoziato di pace contando sull’alleanza Russia-Iran-Turchia , ma il tentativo è fallito. Ha inventato le deescalation zones (Ghouta Est è grottescamente una di queste), e Assad gli ha mandato all’aria il gioco. Gode nel vedere che turchi e americani rischiano di spararsi, ma come potrà rispettare l’annunciato ritiro alla vigilia delle elezioni del 18 marzo prossimo?

   Lui sa che vincerà, ma sa anche che i russi sono stanchi di guerra, soprattutto dopo che «diverse dozzine» di cittadini russi e ex-sovietici sono stati uccisi da un attacco aereo della coalizione guidata dagli Usa.

4-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DI TRUMP. Troppo a lungo priva di una strategia, l’America raccoglie oggi i dividendi di uno scarso impegno. Tiene sul terreno i suoi duemila soldati (500 un anno fa) per prevenire un ritorno dell’Isis. E per non ripetere il solito «errore di Obama», che sbagliò davvero ritirandosi troppo bruscamente dall’Iraq.

   Erdogan è un problema grosso. Ma intanto si può lavorare contro l’Iran, obbiettivo preferito dell’Amministrazione. Bashar viene accusato di aver utilizzato armi chimiche, e dovrà andarsene. Nei negoziati di pace, poi, è meglio non entrare. Ci pensi l’Onu. E ci pensi Putin, se ci riesce.

5-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DELL’IRAN. Che con le sue milizie sciite, al pari degli Hezbollah libanesi, ha avuto un gran peso sull’esito della guerra. Ora vuole riscuotere, magari ricevendo investimenti russi e cinesi al posto di quelli occidentali che arrivano con il contagocce. Quel che Teheran teme e cerca di evitare, è uno scontro armato con gli americani. Perché farebbe il loro gioco.

6-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DI ISRAELE. Lo si è visto di recente con l’abbattimento del drone iraniano partito dalla Siria (quello che Netanyahu ha esibito a Monaco) e subito dopo con l’F-16 israeliano colpito dai siriani. Ma i timori di Gerusalemme vanno ben oltre: Iran, Siria, Iraq e Hezbollah formano una mezzaluna sciita potente e aperta sul Mediterraneo.

   La sicurezza di Israele è minacciata, ma la risposta c’è: l’asse con Trump (e con l’Arabia Saudita) per contenere l’Iran. Se necessario con la forza. SEI GUERRE ESPLOSIVE E INTRECCIATE TRA LORO PESANO SUI FUTURI EQUILIBRI DEL MEDIO ORIENTE E DEL MONDO. Servono tregue umanitarie da Ghouta a Idlib, servono processi negoziali non concorrenti, servono statisti capaci di concepire strategie di contenimento. Ma essere ottimisti diventa sempre più difficile. (Franco Venturini)

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PUTIN DIFENDE LA SIRIA ALL’ONU MA RISCHIA DI IRRITARE ERDOGAN

di Rosalba Castelletti, da “la Repubblica” del 23/2/2018

– Aumentano le vittime. Al Palazzo di Vetro il cessate il fuoco salta sui cavilli pro Bashar –

   Dopo più di un mese di combattimenti e stragi di civili, le battaglie di AFRIN e di GHOUTA riportano il dramma siriano al centro dell’attenzione, anche al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Le forze fedeli al presidente Assad colpiscono i ribelli a Ghouta e HANNO RAGGIUNTO AFRIN PER CONTENERE CON I CURDI L’AVANZATA TURCA. Questa zona di confine tra Siria e Turchia è molto pericolosa per gli equilibri regionali perché lì agiscono anche milizie sostenute dagli Usa e forze russe e filorusse. II groviglio di interessi e forze fa temere una guerra tra potenze regionali. Mosca è alla prova della mediazione.

   Nessun accordo sul cessate-il-fuoco in Siria. Era stata proprio Mosca a chiedere di convocare con urgenza una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma alla fine ha respinto la bozza di risoluzione negoziata da Svezia e Kuwait con l’appoggio degli Stati Uniti. Il documento prevedeva un mese di tregua per consentire l’invio di aiuti umanitari e l’evacuazione dei feriti a Ghouta Est e nelle altre regioni sotto assedio. Per accogliere le obiezioni di Mosca, i mediatori avevano acconsentito ad escludere dal cessate-il-fuoco i combattimenti contro Isis e Al Qaeda. Ma non è stato abbastanza.

   Come sottolineato dal ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, la Russia avrebbe votato la bozza solo se l’esclusione fosse stata estesa anche ai «gruppi alleati» dei terroristi, ossia Al Nusra che è presente a Ghouta. Lo stesso cavillo che finora ha fatto fallire le “zone di de-escalation” giustificando l’assedio dell’enclave e i bombardamenti.

   Dopo aver giocato un ruolo decisivo nel salvare Bashar al-Assad intervenendo in Siria nel 2015, la Russia continua a difendere il suo alleato. Non è un caso che, nel pomeriggio, l’inviato speciale per la Siria Aleksandr Lavrentiev avesse incontrato il presidente siriano per ribadire che il sostegno di alcune potenze «regionali e occidentali» agli attacchi dei ribelli «dimostra l’ipocrisia di questi Stati».

   Una sferzata agli Stati Uniti sulla falsariga di quelle lanciate da Cremlino e Lavrov. «I responsabili della situazione di Ghouta Est sono coloro che sostengono i terroristi», aveva detto il portavoce di Putin Dmitrij Peskov. «Le azioni degli Stati membri della Nato nutrono l’estremismo», aveva ribadito il ministro Lavrov.

   Come potenza che controlla i cieli siriani — da ieri anche con i nuovissimi caccia stealth di quinta generazione Sukhoi SU-57 — e unica ad avere buone relazioni con tutti gli attori del conflitto, la Russia nei giorni scorsi aveva tentato una sua mediazione sul terreno. Aveva proposto ai combattenti di «ritirarsi pacificamente da Ghouta Est», ma senza successo.

   Nel Nord-Est della Siria, intanto, altri “500 combattenti” filo-governativi sono giunti ad Afin per aiutare le milizie curde dell’Ypg a respingere l’offensiva della Turchia. Damasco sostiene di non averli inviati dopo che Mosca gli ha chiesto di non intervenire. Putin, di fatto, vuole evitare un confronto diretto tra i suoi due alleati. Non vuole tradire Assad, ma neppure scontrarsi con Erdogan che spera di strappare alla Nato e con cui siede, insieme a Rouhani, nella “trojka” che sta cercando una soluzione al conflitto. (Rosalba Castelletti)

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TURCHIA, ALL’ERGASTOLO LO STATO DI DIRITTO

di Tommaso Di Francesco, da “Il Manifesto” del 17/2/2018
– Una sentenza atlantica e crudele contro sei giornalisti turchi, resa possibile dall’omertà di Europa e Nato che hanno fatto di Erdogan il loro cane da guardia, in Siria come nei campi profughi. Un do ut des che il rilascio del reporter Yucel palesa –
Una sentenza atlantica e crudele quella del tribunale di Istanbul che venerdì 16 febbraio ha condannato all’ergastolo aggravato SEI GIORNALISTI E ACCADEMICI turchi, tra cui I FRATELLI AHMET E MEHMET ALTAN e LA REPORTER VETERANA NAZLI ILICAK, accusati di aver tentato di «rimuovere l’ordine costituzionale» (parliamo del fallito golpe militare del luglio 2016), sostenendo la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Accuse insostenibili, si parla di «messaggi subliminali prima del colpo di stato».
Eppure AHMET ALTAN, romanziere di valore, sarà – come lui stesso accusa – da oggi L’UNICO SCRITTORE IN GALERA DELL’INTERA EUROPA. Sì, atlantica. Non troviamo aggettivi migliori.
Giacché considerare la Turchia del Sultano Erdogan una propaggine lontana e barbara della civiltà europea è pura menzogna. Erdogan è già, a modo nostro e suo, in Europa: è il nostro supermercato delle armi, di quelle italiane in particolare; e rappresenta il baluardo sud della Nato; oltre che essere attualmente, come “posto sicuro”, il campo profughi più grande e più affidabile che ci sia. Dove scarichiamo, con i migranti, la nostra coscienza pagando profumatamente miliardi di euro al governo di Ankara.
Al Sultano la coalizione degli Amici della Siria aveva poi affidato il lavoro di diventare il santuario (in addestramento e retroterra) dello jihadismo in ingresso nella guerra siriana per destabilizzare il Paese ormai ridotto in macerie e sentiero di rifugiati.
Can Dundar direttore del prestigioso quotidiano d’opposizione Cumhuriyet, è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di prigione per violazione del segreto di Stato per avere pubblicato lo scoop sul passaggio di armi in Siria con annessi traffici di petrolio tutti diretti all’Isis quando, solo un anno e mezzo, fa governava mezza Siria e mezzo Iraq. Ora è dovuto fuggire in Germania dopo avere subito un attentato alla vita.
Ora poi è un via vai di carri armati turchi in Siria. Il membro della Nato, infatti, con i tank tedeschi Leopard accompagnati in buona armonia dalle milizie legate ad Al-Qaeda e a parte del cosiddetto Esercito Libero Siriano, sta massacrando nel silenzio del mondo i curdi siriani ad Afrin, proprio mentre in Turchia 176 città dell’Anatolia a maggioranza curda sono sotto coprifuoco e il leader dell’Hdp Demirtas è in carcere.
Eppure, dirà qualcuno, la giornata era cominciata bene. Ed è vero. La prima notizia turca di ieri infatti era stata la liberazione di Deniz Yucel, corrispondente di Die Welt, dopo un anno di prigione in attesa del processo per «propaganda del terrorismo». Merkel si è subito congratulata.
Ma nelle ore successive si è capito quale era il dare e avere che Erdogan si giocava: da una parte ha ottenuto proprio ieri il via libero di Trump a cacciare da Afrin in Siria i curdi che ancora la difendono e che ora vengono abbandonati dall’impossibile alleato, gli Stati uniti, che finora sembrava sostenerli; dall’altra la liberazione del giornalista turco-tedesco di Die Welt mirava e mira in verità ad ottenere nello scambio il silenzio-assenso europeo sulla cancellazione di fatto della libertà di stampa in Turchia.
Perché altri giornalisti in carcere rischiano la stessa condanna: secondo il database dello Stockholm Center for Freedom, aggiornato a ieri, in Turchia sono detenuti 208 giornalisti, 33 quelli già condannati e altri 140 i ricercati, su cui pesa un mandato d’arresto.
Siamo nel posto che tutti i governi europei chiamano «sicuro», ma dove lo stato di diritto viene semplicemente fatto a pezzi e i giornalisti e gli scrittori vengono condannati all’ergastolo. Svetta e vince dunque l’arroganza e l’impunità di Erdogan.
Quando sapremo che cosa davvero è accaduto dentro la Nato prima e dopo l’improbabile e a dir poco impreparato “colpo di stato militare” del luglio 2016, partito dalla super-base atlantica di Incirlik, scopriremo probabilmente che l’Unione europea al suo interno – al di là dei lamenti e delle chiacchiere sulla «democrazia in pericolo» che anche adesso si leveranno – ha attivamente seguito quel tentativo, per poi altrettanto attivamente prenderne le distanze una volta sconfitto. In fondo è tutto accaduto dentro l’Alleanza atlantica. Che c’è e destabilizza allegramente a Est e a Sud. Mentre l’Unione europea resta sempre più un angoscioso punto interrogativo. (Tommaso Di Francesco)

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«SIAMO COME L’ITALIA NEL VENTENNIO FASCISTA. MA L’EUROPA PENSA SOLO A FARSI RICATTARE»
di Monica Ricci Sargentini, da “il Corriere della Sera” del 17/2/2018
– Can Dündar: «Basta un tweet per la galera» –
«È inutile chiedere prese di posizione forti all’Europa. Io non mi fido più. Non lo faranno. Loro pensano solo a fare affari con la Turchia, non hanno intenzione di inimicarsela». CAN DÜNDAR parla al telefono dalla sua casa in Germania dove vive in esilio dal giugno del 2016. La sua voce è fredda, non tradisce emozioni.
Da poche ore si è avuta notizia della sentenza all’ergastolo aggravato per lo scrittore AHMET ALTAN, suo fratello MEHMET, e la veterana del giornalismo turco NAZLI ILICAK, 74 anni, e ALTRI TRE GIORNALISTI.
«Non chiamiamola prigione — dice al Corriere —, è tortura. Nel dispositivo della sentenza si prevede l’isolamento per i detenuti, un’ora di aria al giorno, restrizioni più severe per le chiamate e le visite dei familiari».
L’ex direttore di CUMHURIYET sa bene cosa voglia dire essere chiusi in cella. Lui fu arrestato con il collega ERDEM GÜL nel 2015 dopo aver rivelato il traffico di armi pesanti e munizioni destinate all’Isis e al-Qaeda in Siria orchestrato dal governo turco. Per quello scoop il deputato ENIS BERBEROGLU, del partito secolarista Chp, è stato condannato a 25 anni di carcere nel giugno del 2017, pochi giorni fa la corte di Appello ha ridotto la pena a cinque anni.
Si aspettava una sentenza di condanna così dura?
«Assolutamente sì. C’era stato troppo clamore intorno al caso dei fratelli Altan e degli altri giornalisti. Era chiaro che la magistratura avrebbe dato una condanna esemplare. Ne seguiranno altre».
È finito lo Stato di diritto?
«La Turchia oggi assomiglia all’Italia nel periodo fascista. C’è un uomo forte al potere che usa la retorica nazionalista, quella delle quattro dita dei Fratelli Musulmani: una nazione, una bandiera, una patria, uno Stato. Il potere esecutivo, giudiziario e legislativo sono completamente in mano al presidente Erdogan. Diversi parlamentari del principale partito d’opposizione sono in prigione, per non parlare di quelli appartenenti al partito filo-curdo Hdp. Ormai non si può più parlare. Basta un tweet per finire in carcere».
E in tutto questo l’Europa cosa fa?
«Con l’accordo sui rifugiati l’Europa ha accettato un ricatto da parte di Erdogan, ha scelto di risolvere la questione dei migranti invece di difendere le persone che in questo momento in Turchia resistono e difendono i diritti umani. Per questo non mi aspetto più nulla. La Germania oggi (il 16 febbraio, ndr ) ha ottenuto la libertà condizionata del corrispondente di Die Welt, DENIZ YUCEL. La decisione è frutto di una trattativa tra le più alte cariche dello Stato tedesco e quello turco. Ecco questo è l’atteggiamento europeo».
Però lei non si arrende. Cosa propone?
«Penso che l’unica strada che abbiamo davanti sia quella della società civile. Siamo noi che dobbiamo mobilitarci e far sentire a quei turchi che protestano che siamo al loro fianco. Al di là dei toni arroganti Ankara oggi è isolata internazionalmente ma sa anche che l’Europa non le volterà mai le spalle. Noi, invece, possiamo farlo. I risultati del referendum costituzionale del 2016 hanno dimostrato che metà della popolazione turca è pronta a resistere».
Il Papa, Mattarella e Gentiloni hanno appena ricevuto Erdogan a Roma ma non c’è stata nessuna presa di posizione forte a difesa dei diritti umani. Un segno di debolezza?
«È chiaro che nessuno in Europa è felice di ospitare il presidente turco. Lo fanno perché non possono farne a meno ma poi evitano le conferenze stampa per non rispondere ai giornalisti. Per riassumere: gli Stati della Ue non possono vivere senza Erdogan ma non vogliono vivere con Erdogan».
Tillerson e Cavusoglu hanno dichiarato che le relazioni tra i due Paesi si normalizzeranno. Ma a guardare la Siria non si direbbe.
«Le tensioni tra Ankara e Washington sono più forti di quelle con l’Europa. In Siria sono quasi in guerra, gli americani appoggiano i curdi siriani dell’Ypg che per i turchi sono terroristi».

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“SIAMO SULLA STRADA DELLA DITTATURA, LA MAGISTRATURA È IN MANO A ERDOGAN”
da “LA STAMPA” del 17/2/2018
– L’intellettuale BAYDAR: “Una farsa, non esiste più libertà” –
Un Paese ormai sulla strada della dittatura, una sentenza che è in primo luogo politica. YAVUZ BAYDAR è un giornalista e uno scrittore turco che il giorno dopo il golpe è riuscito a scappare dalla Turchia. Oggi vive all’estero e ha fondato un giornale online, chiamato AHVAL, in inglese, arabo e turco, che vuole rappresentare un mezzo di informazione libero e indipendente. A La Stampa ha spiegato cosa sta succedendo nel suo Paese e cosa significa l’ergastolo inflitto ad Altan e altri cinque reporter.
Yavuz Baydar, qual è la sua opinione su questa sentenza?
«Diciamolo subito e senza remore: questa è una sentenza farsa arrivata dopo un processo farsa. Sono stato in contatto con gli avvocati di Ahmet Altan durante tutta la durata del processo. Era una condanna già scritta e con un preciso messaggio politico».
Già scritta da chi?
«Dal presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, che ormai ha trasformato la magistratura in uno strumento del potere politico. Le vittime non sono solo le persone che sono state condannate, ma l’intera Turchia, che pagherà carissimo questo periodo della sua storia».
Però, la magistratura ieri ha preso anche una decisione positiva, ossia la scarcerazione di Deniz Yucel…
«Pensi, che coincidenza. Prima hanno annunciato la scarcerazione di Yucel e poi l’ergastolo ai sei colleghi. Così la stampa, soprattutto quella tedesca, si concentrerà maggiormente sulla prima…».
Che colpa hanno, almeno agli occhi di Erdogan, Ahmet Altan e gli altri condannati?
«Nessuna. Perché il loro arresto e la loro detenzione si basano su una trasmissione televisiva. Sono andati in carcere per aver partecipato a un dibattito televisivo su un’emittente che poi è stata chiusa nel quale si erano detti preoccupati per il futuro del Paese e aggiunto che c’erano tutti gli estremi perché si verificasse un golpe. Cosa che è successa pochi giorni dopo. Gli hanno dato un ergastolo solo per questo. In Italia sarebbe mai possibile una cosa del genere?».
Com’è la situazione all’interno del Paese?
«La Turchia è in Stato di Emergenza da oltre un anno e mezzo. L’opposizione è debole, frammentata ed Erdogan ha messo le diverse parti l’una contro l’altra. Non possiamo nemmeno contare sull’aiuto dell’Europa, un po’ perché all’Europa non interessa, un po’ perché Erdogan, che è un politico molto intelligente, gestisce le sue alleanze anche a seconda di quanto possano fargli pressione».
Che cosa succederà adesso?
«Erdogan continuerà a governare senza problemi. Ci sono ancora due sentenze molto importanti: quella sui giornalisti di Cumhuriyet e quella del deputato dell’opposizione, Enis Berberoglu. Se, come temo, anche questi verranno condannati, il colpo a livello psicologico sarà mortale».
Cosa mi dice della libertà di stampa?
«Che non esiste più da tempo. Tutti i giornalisti che si sono permessi di criticare Erdogan e la sua famiglia sono stati messi in carcere. Lui ne fa una questione anche personale. Chi lo critica diventa un nemico. Ormai siamo al livello dell’Azerbaigian e di altri Paesi autoritari».
Lei conosce personalmente Ahmet Altan da molti anni, cosa può dirci di lui?
«Che è una delle migliori penne che esistano. Una persona per bene, trasparente, che ha sempre detto quello che pensava. L’onestà intellettuale e la trasparenza per lui sono sempre venuti prima di tutto. In Turchia l’indipendenza si paga. Lo hanno sempre visto tutti come un nemico perché lui non faceva l’amico con nessuno. Per un turco non c’è niente di peggio. Credo che lui e il leader curdo, SELAHATTIN DEMIRTAS (anche lui sotto processo e in carcere, ndr) siano stati quelli in questo Paese ad avere avuto più coraggio di tutti».

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LA GUERRA TURCA CONTRO I CURDI: L’OPERAZIONE “RAMOSCELLO D’ULIVO”
SIRIA, SOSPETTO ATTACCO TURCO CON GAS SUI CURDI AD AFRIN: 6 FERITI
da http://www.rainews.it/dl/rainews/ del 16/2/2018
Sei uomini sono stati curati per “difficoltà respiratoria e ustioni” nel principale ospedale di AFRIN dopo un cannoneggiamento con colpi di artiglieria dei turchi contro il loro villaggio di Al-Sheikh Hadid il 16 febbraio scorso. L’OPERAZIONE MILITARE ANTI-CURDA CONDOTTA NEL NORD DELLA SIRIA DAL 20 GENNAIO DALLE TRUPPE TURCHE potrebbe aver portato al superamento di un limite da non oltrepassare da parte delle forze di Ankara: il possibile uso di gas. Sei uomini sono stati curati per “difficoltà respiratoria e ustioni” nel principale ospedale di Afrin dopo un cannoneggiamento con colpi di artiglieria dei turchi contro il loro villaggio di Al-Sheikh Hadid. Lo riferisce Jiwan Mohammad, direttore dell’ospedale di Afrin, secondo il quale oltre ai problemi respiratori i sei uomini accusano sintomi come “tosse e hanno ustioni su tutto il copro. Li abbiamo curati e sono sotto osservazione e abbiamo conservato i loro abiti per condurre test”, aggiungendo che i loro sintomi sono in linea con l’esposizione ad agenti tossici.  Dal 20 gennaio i turchi hanno lanciato L’OPERAZIONE “RAMOSCELLO D’ULIVO” PER RIPULIRE IL NORD DELLA SIRIA DALLE FORZE CURDE dell’Ypg, alleate degli Usa, ma considerate da Ankara terroristi alla stregua dei curdi turchi del Pkk. Finora, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si contano 78 civili curdi uccisi.

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ENI BLOCCATA A CIPRO: UN CASO SCOMODO

di Rocco Bellantone | 12/02/2018 da https://www.oltrefrontieranews.it/
Resta alta la tensione al largo delle coste orientali di Cipro, dove il 9 febbraio navi della Marina turca hanno imposto l’alt a una piattaforma di Eni impedendole di svolgere attività esplorative in un’area di competenza della compagnia italiana. Il governo di Nicosia ha denunciato una violazione del diritto internazionale da parte della Turchia. Ankara, in risposta, ha accusato Cipro di aver tagliato la parte “turca” dell’isola, situata a nord, dallo sfruttamento delle risorse energetiche offshore. L’Italia attende sperando che le acque nel Mediterraneo orientale si calmino e che il caso si sgonfi prima di avere ripercussioni diplomatiche ed economiche complicate da gestire.
I fatti
Il 9 febbraio la piattaforma di ENI Saipem 12000 si stava spostando dall’area di Calypso, nel blocco 6, al blocco 3. Qui avrebbe dovuto compiere delle esplorazioni in una zona economica esclusiva cipriota in cerca di nuovi giacimenti di gas naturale. ENI ha ottenuto dal governo di Nicosia la licenza per effettuare perforazioni in entrambi i blocchi. Nonostante ciò il viaggio di Saipem 12000 è stato interrotto da navi della Marina turca (tra 3 e 6 imbarcazioni), che hanno motivato il loro intervento parlando di «attività militari nell’area di destinazione». Saipem 12000 sarebbe stata fermata a circa 15 miglia dal punto in cui avrebbe dovuto avviare le perforazioni, chiamato Soupia. L’area si trova a circa 70 km dalla costa di Cape Greco, nell’angolo sud-orientale dell’isola.
Gli interessi di Eni nelle acque cipriote
Eni opera a Cipro dal 2013. Detiene interessi in sei licenze situate nelle acque economiche esclusive della Repubblica (blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), in cinque delle quali lavora in qualità di operatore. Nel blocco 6 si muove in partnership con la francese Total, con quote per entrambe le società pari al 50%. Lo scorso 8 febbraio ENI ha annunciato di aver effettuato una nuova scoperta di gas nel blocco 6 attraverso il pozzo Calypso 1. «Il pozzo perforato in 2.074 metri di profondità d’acqua e a una profondità totale di 3.827 metri, ha incontrato una estesa colonna mineralizzata a gas metano in rocce di età Miocenica e Cretacica – si legge in una nota della compagnia di bandiera italiana -. Calypso 1 è una promettente scoperta a gas e conferma l’estensione del tema di ricerca di Zohr nelle acque economiche esclusive di Cipro».
La reazione della Turchia
È stato questo annuncio a innescare la manovra della Marina turca. Un’azione che, in realtà, era già stata minacciata a Roma da Recep Tayyip Erdogan nel corso della sua visita del 4 e 5 febbraio. Rientrato in Turchia, in un’intervista al quotidiano turco Hurryiet il presidente turco si era detto contrario alle operazioni di ENI nel Mediterraneo orientale, definendo le attività di esplorazione della compagnia italiana «una minaccia per Cipro nord e per noi». Le preoccupazioni ventilate da Erdogan si sono presto tradotte in azioni concrete. E dopo il fermo della piattaforma di ENI nel blocco 3, a rincarare la dose è stato il ministero degli Esteri turco che si è scagliato contro il governo cipriota accusandolo di agire «in modo unilaterale […] in spregio dei diritti inalienabili sulle risorse naturali del popolo turco-cipriota».
L’annosa disputa turco-cipriota
Il caso di questi ultimi giorni è solo l’ultimo capitolo dell’annosa questione turco-cipriota. L’isola è divisa dal 1974, anno in cui è stata invasa dall’esercito turco in risposta a un colpo di Stato filo-greco. Oggi Ankara controlla la parte settentrionale dell’isola (un terzo del territorio totale), governata dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord. Il governo di Nicosia – l’unico che gode del riconoscimento della comunità internazionale – amministra invece la restante parte dell’isola, vale a dire la Repubblica di Cipro, dal 2004 entrata a far parte dell’Unione Europea. Nonostante i ripetuti tentativi di trovare un accordo tra le parti (l’ultimo è fallito lo scorso anno), una soluzione politica a questa crisi appare ancora oggi distante. E il gas è uno dei nodi che non sono stati mai sciolti. La Turchia rivendica per il nord dell’isola lo sfruttamento dei giacimenti offshore situati nel Mediterraneo Orientale. Richiesta finora sempre respinta al mittente da Nicosia, che ospita nelle proprie acque oltre a ENI e Total altri top player del mercato energetico internazionale tra cui la statunitense ExxonMobil e l’olandese Shell.
Il contezioso, adesso, chiama in causa direttamente l’Italia. Come ha già dimostrato l’attesa visita di Erdogan a Roma, i rapporti tra il nostro Paese e la Turchia restano appesi a un delicato gioco di pesi e contrappesi in cui l’aspetto economico conta tantissimo, e non solo per gli interessi di Eni in acque cipriote. Le aziende italiane presenti in Turchia sono infatti 1.300 e secondo SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) l’incremento potenziale dell’export italiano entro il 2020 è stimato in circa 3 miliardi di euro. Numeri che dimostrano quanto sia scomodo questo caso. Una situazione rispetto alla quale l’Unione Europea non potrà limitarsi a rimanere a guardare. (Rocco Bellantone)

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LA SECCA GEOPOLITICA CHE BLOCCA LA NAVE DELL’ENI

di Giacomo Natali, da TRECCANI-ATLANTE del 15/2/2018 –
http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/
Al largo delle coste cipriote, a metà strada tra LARNACA e BEIRUT, la nave piattaforma dell’ENI SAIPEM 12000, si trova al momento bloccata dalla marina militare turca. La notizia ha colto alla sprovvista l’opinione pubblica italiana, ma le tensioni sui diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas dell’area sono alte ormai da anni.
Come mai, però, la situazione è esplosa proprio ora, cogliendo apparentemente di sorpresa persino l’ENI? Cosa è cambiato, anche soltanto rispetto a poche settimane fa, quando la stessa nave stava compiendo analoghe ricerche per la compagnia petrolifera italiana, a poche miglia marine di distanza?
Le cause sono sostanzialmente tre, e nonostante la curiosa coincidenza del recente viaggio di Erdoğan in Italia, sono quasi certamente collegate a tutt’altri eventi, che coinvolgono Cipro, la Turchia e perfino il caos siriano.
Per comprendere la situazione, evitando di ripercorrere l’intera storia del conflitto cipriota e concentrandosi sulle sue ricadute nella diatriba in corso, basti ricordare che nel 2011 sono stati trovati i primi giacimenti di idrocarburi nella Zona economica esclusiva cipriota. Quest’area è stata divisa in 13 blocchi di esplorazione, che ricadono per la maggior parte a sud dell’isola (ovvero nella zona controllata dalla Repubblica di Cipro) ma anche a sud-est (di fronte alle coste della zona controllata dai turco-ciprioti) e a sud-ovest (dove la Turchia sostiene sconfinino nella propria piattaforma continentale).
Fin dall’inizio la Turchia, dunque, ha reclamato parte dei diritti di sfruttamento: sostenendo che i greco-ciprioti non potessero utilizzare le risorse energetiche senza condividerle con la comunità turco-cipriota, che, a causa del conflitto e della separazione in atto fin dagli anni Sessanta, vive nell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro del Nord. Di conseguenza, navi militari e di esplorazione turche stazionano da anni in quel tratto di mare, complicando le operazioni delle compagnie petrolifere che, come ENI, si sono aggiudicate i diritti di ricerca dal governo cipriota.
La posizione della Turchia è rilevante non solo dal punto di vista politico e militare, ma anche prettamente logistico, dato che molti analisti ritengono che questi cospicui giacimenti scoperti tra le coste cipriote, israeliane ed egiziane, potrebbero rivelarsi profittevoli soltanto collegandoli con un gasdotto alla rete di distribuzione internazionale turca. Mentre costi elevati, difficoltà tecniche e poco interesse degli investitori (visti gli attuali bassi prezzi sul mercato degli idrocarburi) renderebbero qualunque altra opzione improbabile.
Proprio ciò aveva costituito una nuova spinta alla ripresa del dialogo per giungere a una riunificazione dell’isola, con conseguente superamento degli ostacoli a una cooperazione tra Repubblica di Cipro e Turchia.
Ma il fallimento delle trattative di pace, lo scorso giugno, ha riportato la situazione al punto di partenza. In questo contesto, il viaggio della SAIPEM 12000 è giunto in un momento particolare di questo conflitto freddo, attivando una serie di circostanze che hanno portato all’attuale situazione di stallo.
Il primo aspetto da chiarire è perché la nave piattaforma, che in realtà batte bandiera delle Bahamas, sia stata fermata soltanto ora. L’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, si è detto sorpreso per il fatto di avere già perforato pozzi nella zona e «in analoghe situazioni, senza che succedesse niente». Ma il giacimento “Calypso”, nel quale si trovava fino a pochi giorni fa la SAIPEM 12000, effettivamente senza problemi, si trova nel blocco 6: ovvero in una zona che non è considerata né parte della piattaforma continentale della Turchia, né dell’area ad est concessa dai turco-ciprioti alla compagnia petrolifera turca TPAO. Così come i blocchi 8, 9 e 11 nei quali aveva fino ad ora operato ENI.
Diversa è la situazione del blocco 3 (indicato con l’esotico nome Soupia, che però significa soltanto “seppia”), attuale destinazione della SAIPEM 12000, che è situato proprio di fronte al porto turco-cipriota di Famagosta. E ricade dunque in pieno nelle zone contestate.
A ciò si aggiungono gli ulteriori sviluppi geopolitici avvenuti negli scorsi giorni nell’area: uno nella parte greco-cipriota e uno nella parte turco-cipriota, collegato anche al conflitto siriano.
La scorsa settimana si sono tenute le elezioni presidenziali nella Repubblica di Cipro, che hanno portato alla scorsa estate. Infatti, appena reinsediato, Anastasiades ha subito ribadito la propria dura posizione sugli aspetti non negoziabili di un eventuale nuovo processo di pace.
Negli stessi giorni, la sede del giornale progressista turco-cipriota Afrika è stata attaccata da una folla di sostenitori di Erdoğan, dopo che questi aveva attaccato il quotidiano, colpevole – a suo dire – di avere protestato contro l’offensiva militare turca nella zona curda di Afrin, nel Nord della Siria.
Questo episodio di violenza ha reso palese la contraddizione in cui si trovano i turco-ciprioti, che sono dipendenti dalla Turchia per la loro sicurezza e per aggirare il sostanziale embargo attivo nei loro confronti, ma allo stesso tempo si sentono sempre più schiacciati nella propria autonomia e indipendenza da Erdoğan, che non gradisce il secolarismo e l’europeismo della comunità autoctona.
Al punto, secondo alcuni, da essere in procinto di sostituirla demograficamente con turchi “fedeli” portati sull’isola dall’Anatolia profonda.
Ed ecco che, in tutto questo, l’arrivo della SAIPEM 12000 si è rivelato provvidenziale per il leader turco. Con una mossa sola ha dato una prova di forza nei confronti del presidente greco-cipriota, appena rieletto e già messo alle strette, e si è al contempo mostrato, verso i turco-ciprioti ribelli, come il vero protettore dei loro diritti.
Ora la Farnesina tiene monitorata la situazione e Bruxelles protesta. Ma la nave italiana sembra essersi arenata in una secca geopolitica che nessuno è stato capace di risolvere dalla guerra del 1974: disincagliarsi richiederà molto più che abilità nautiche. (Giacomo Natali)

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IL GRANDE GIOCO DEL GAS

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 14/2/2018
Che cos’altro deve accadere perché noi europei ci si renda conto che non viviamo fuori dalla storia, in un giardino dell’Eden dove armoniosamente coltiviamo i nostri valori (quali?), retto dal diritto internazionale e dalle regole del buon vicinato?
A ricordarcelo dovrebbe bastare il clima di scontro permanente fra i principali Paesi europei, Italia compresa, e la Turchia di Erdogan. Ridurre tutto alla personalità di Erdogan sarebbe fuorviante.
Dal controllo dei media alle vessazioni nei confronti di chi nel suo paese non consente con lui, dalle avventure militari in Siria ai rapporti speciali quanto ambigui con la Russia, dall’uso delle diaspore turche in Europa fino alla crisi in corso intorno ai giacimenti di gas ciprioti, che coinvolge direttamente l’Eni e quindi il nostro paese: l’elenco delle partite in corso è impressionante.
Alla radice c’è un nostro errore di percezione, che ci ha spinto per decenni a considerare la Turchia come avamposto dell’Occidente, nostro alleato atlantico, da integrare prima o poi nell’Unione Europea. Ciò proprio mentre Ankara recuperava già negli anni Novanta del secolo scorso, e poi in maniera esplicita con Erdogan, la sua vocazione imperiale. Neo-ottomana, panturca e panislamica.
Per il presidente turco il riferimento non è Bruxelles – “capitale” dell’Unione Europea in fase di graduale disgregazione secondo agende nazionali o addirittura subnazionali. Semmai lo sono Maometto il Conquistatore o Solimano il Magnifico. Naturalmente il paragone, stabilito dallo stesso Erdogan, con i suoi Grandi del passato è sproporzionato.
E infatti la Turchia, imbarcata contemporaneamente in dispute e conflitti da cui non riesce a uscire e che ne stanno logorando le legature sociali, l’economia e lo stesso strumento militare, appare destinata a pagare un prezzo molto salato per voler apparire ciò che non è: una grandiosa potenza in ascesa.
Erdogan ama il teatro, la provocazione. Fino a ribattezzare la via dove si trova l’ambasciata americana ad Ankara con il nome dell’operazione militare in corso contro i curdi nel Nord della Siria – Ramoscello d’Olivo – in occasione della visita del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson.
Ora però la questione ci riguarda da molto vicino. Il blocco della nave Eni destinata all’esplorazione di giacimenti di idrocarburi in acque cipriote da parte di unità militari turche, impegnate in esercitazioni di cui l’Italia non era a quanto pare informata, incide nei già logorati rapporti fra Roma e Ankara.
Forse esiste un collegamento fra il pessimo clima in cui si sono svolti i recenti colloqui fra Mattarella, Gentiloni e il presidente turco, e il trattamento riservato alla piattaforma “Saipem 12000”.
Siamo finiti dentro all’infinita, forse infinibile disputa fra Grecia, Turchia e le due Cipro di fatto (di cui quella Nord riconosciuta solo dalla Turchia), in cui Ankara difende i presunti diritti propri e del suo satellite cipriota sui più che promettenti giacimenti in acque che Nicosia, appoggiata dagli europei e non solo, considera proprie.
Una nave turca ha speronato un guardacoste greco, mentre Erdogan ha tuonato contro le “spacconerie” di Atene e delle diplomazie europee che vogliono estromettere i turchi dal “loro” Mediterraneo orientale.
Le manovre della flotta turca dovrebbero concludersi il 22 febbraio. Illudersi che questo termine coincida con la soluzione del caso.
Dall’epicentro siriano la crisi si sta diffondendo in tutto il Levante, fino all’Egeo. Riguarda ormai tutte o quasi le principali potenze regionali e mondiali. Ciascuna impegnata a difendere i propri interessi, in ordine sparso.
Il caso “Saipem 12000” non è solo questione di gas e di soldi. Investe il nostro rango e le priorità geopolitiche nazionali. Sarà confortante constatare come, malgrado le baruffe elettorali, le nostre autorità politiche e istituzionali si sveleranno all’altezza della sfida. O no?
(Lucio Caracciolo, direttore di Limes, docente alla Luiss di Roma e all’Università San Raffaele di Milano, ha appena pubblicato per Le Monnier il manuale “Storia contemporanea. Dal mondo europeo al mondo senza centro”, con Adriano Roccucci)

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ANKARA ALZA LO SCONTRO SULLA NAVE DELL’ENI BLOCCATA A CIPRO

14/2/2018, da AGI-ESTERO https://www.agi.it/estero/
ll presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha alzato i toni dello scontro sulle trivellazioni davanti alle coste di Cipro che coinvolge anche una nave dell’Eni, bloccata da sabato scorso dalla Marina di Ankara.
“Avvisiamo coloro che su Cipro e nell’Egeo stanno facendo male i conti e si stanno comportando in maniera impertinente, manderemo all’aria i vostri piani”, aveva attaccato il 13 febbraio Erdogan, “consiglio alle compagnie straniere che operano nelle acque di Cipro, fidandosi di Nicosia, di non superare i limiti e di non lasciarsi strumentalizzare per un lavoro che eccede i loro limiti e le loro forze. Le spacconerie di costoro sono sotto osservazione dei nostri aerei, delle nostre navi e dei nostri uomini”. Il leader turco ha persino paragonato l’impegno di Ankara su questo tema alle operazioni militari contro i curdi nel nord della Siria, avvertendo che come in quel caso “rovinerà lo scenario a chi commette errori di calcolo”.
ALTA TENSIONE ANCHE CON ATENE
L’intervento di Erdogan arriva mentre sale la tensione con la Grecia, alleata e ‘protettrice’ di Cipro, come dimostra lo speronamento nell’Egeo di un pattugliatore della Guardia costiera greca ancorato al largo dell’ISOLA contesa di IMIA da parte di una motovedetta turca. L’incidente, poco distante dal PORTO TURCO DI BODRUM, non ha causato feriti, ma Atene ha convocato per protesta l’ambasciatore della Turchia e ha accusato Ankara di “non contribuire alla stabilità della regione” e “di risvegliare ulteriori tensioni”.
L’AZIONE DIPLOMATICA DI ROMA (E DI BRUXELLES)
Intanto l’Italia e l’Unione europea portano avanti un PRESSING DIPLOMATICO per favorire una distensione che permetta alla PIATTAFORMA SAIPEM 12000 (su mandato dell’Eni) e ai FRANCESI DI TOTAL di avviare le ESPLORAZIONI ATTORNO A CIPRO. Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha incontrato a Kuwait City il collega turco, Mevlut Cavusoglu, a cui ha espresso l’aspettativa italiana per “una soluzione condivisa nel rispetto del diritto internazionale e nell’interesse sia dell’Eni, sia dei Paesi della regione, sia delle due comunità cipriote”. Cavusoglu ha visto anche l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, che gli ha ribadito l’invito a “evitare minacce o azioni contro qualsiasi membro dell’Ue e a impegnarsi invece per relazioni di buon vicinato”, anche in vista del VERTICE UE-TURCHIA CHE SI TERRÀ A MARZO A VARNA, SUL MAR NERO.
Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha invitato la Turchia “a rispettare il diritto internazionale e ad astenersi dall’impegnarsi in pericolose provocazioni nelle acque territoriali di Cipro”. I NEGOZIATI PER LA RIUNIFICAZIONE DI CIPRO, DAL 1974 DIVISA IN DUE dalla creazione di un’entità turca nel nord non riconosciuta dalla comunità internazionale, sono naufragati nel luglio scorso. ANKARA RIVENDICA la sovranità su una parte della ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA ATTORNO ALLE COSTE, compreso il BLOCCO 3 in cui l’ENI dovrebbe condurre le ESPLORAZIONI.
MOSCA ESPRIME PREOCCUPAZIONE: “NO A ESCALATION”
La Russia segue “con preoccupazione lo sviluppo della situazione nella zona economica esclusiva della Repubblica di Cipro” e invita tutte le parti a evitare azioni che possa portare a “un’ulteriore escalation”, fa sapere il ministero degli Esteri di Mosca in una risposta scritta a una richiesta di commento dell’Agi sulla NAVE DELL’ENI BLOCCATA DALLA MARINA TURCA.
“Riteniamo che le parti interessate debbano astenersi da iniziative che possano portare a un’ulteriore escalation delle Tensioni Già Esistenti Nel Mediterraneo Orientale, complicando la situazione nella regione”, si sottolinea nella risposta, “speriamo che gli Stati interessati agiscano in conformità con le norme del diritto internazionale. Chiediamo ai Paesi coinvolti di cercare mezzi esclusivamente pacifici per risolvere i loro contrasti”.
“Tali incidenti”, rimarca il ministero degli Esteri russo, “dimostrano ancora una volta la necessità di TROVARE IL PRIMA POSSIBILE UNA SOLUZIONE ALLA QUESTIONE DI CIPRO, sulla base dei noti parametri Onu. La nostra posizione rimane invariata: siamo a favore di una soluzione completa, giusta e praticabile per l’isola a beneficio di tutto i suoi abitanti. Sosterremo ogni decisione che gli stessi ciprioti troveranno”.

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ERDOGAN CONTRO CIPRO E LA PIATTAFORMA ENI

di Dimitri Bettone, da “IL MANIFESTO” del 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/
– EGEO. La crisi si fa esplosiva. Il presidente turco: «Sono i nostri diritti come a Afrin». L’Ue ammonisce Ankara mentre nell’area lo scontro è anche con i pozzi d’Israele –
Si aggrava la crisi diplomatica tra Turchia e diversi paesi europei, tra cui l’Italia, sulla vicenda legata alla Saipem 12000, nave da perforazione noleggiata dall’Eni e ad oggi ancora ferma al largo delle coste cipriote, dopo che lo scorso 9 febbraio era stata bloccata da unità militari della marina turca.
Il presidente turco Erdogan ha usato toni che lasciano ben poco spazio alla diplomazia in cui le cancellerie europee confidano ancora: “Nessuno deve pensare che passino inosservati opportunistici tentativi di esplorazione del gas. Consiglio alle compagnie straniere che operano fidandosi di Nicosia di non superare i limiti e piazzare i propri apparati. Le provocazioni sono seguite attentamente dai nostri aerei, navi e militari”. E ha concluso: “I nostri diritti ad Afrin non sono differenti dai nostri diritti a Cipro e nell’Egeo”, sottolineando come l’interessi nazionale vada difeso anche con l’intervento militare.
Una situazione che potrebbe prolungarsi almeno fino al 22 febbraio. Data non casuale, ma il termine delle esercitazioni militari che la Turchia sta conducendo nel braccio di mare che separa Cipro dalle coste libanesi e siriane. Il governo cipriota ha ammesso di aver ricevuto dalla Turchia la dovuta notifica, ma ritiene queste esercitazioni una violazione del diritto internazionale e un tentativo di boicottare le legittime attività di ricerca energetica.
Il braccio di mare include infatti anche la cosiddetta zona 3, dove la Saipem era diretta dopo aver concluso i lavori nell’area 6 sul giacimento Calypso, da poco scoperto a sudovest di Cipro. Entrambe le zone sono oggetto di contesta tra Turchia, Cipro e Grecia.
La zona 3 è stata oggetto di recenti operazioni di sondaggio affidate da Cipro ad Eni, alle quali il governo turco aveva reagito denunciando un’iniziativa unilaterale di Nicosia che viola i diritti dei turchi di Cipro nord. La zona 6, dove si trova il Calypso, è invece reclamata dalla Turchia come propria.
Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha affermato da il Cairo che tale zona rientra invece pienamente nella zona di esclusività economica di Cipro sud, negando di fatto la rivendicazione turca e aggiungendo anche un sibillino “la tensione è alta per altri motivi”.
L’irruenza di Ankara è stata interpretata come un segnale di nervosismo di fronte agli ACCORDI DI SPARTIZIONE DEL BACINO ORIENTALE DEL MEDITERRANEO TRA CIPRO, ISRAELE, EGITTO E LIBANO e che hanno relegato la Turchia in un angolo. Ankara rischia non solo di perdere la corsa all’accaparramento dei giacimenti, ma anche di vedere compromesso il suo progetto di fare dell’Anatolia un passaggio del mercato energetico obbligatorio tra i paesi produttori del bacino e l’Europa.
I successi energetici di Ankara, registrati sia con il corridoio Tap-Tanap dal Caspio all’Italia, sia con il gasdotto Turkish Stream nel Mar Nero, rischiano di venire ridimensionati da altri due recenti sviluppi.
Il primo è il passo indietro di Israele sul progetto del gasdotto dal giacimento Leviathan fino alle coste turche, dopo che i rapporti politici tra Ankara e Tel Aviv sono tornati ai minimi storici. Gli israeliani mettono oggi in dubbio l’investimento e guardano a paesi come l’Egitto o, appunto, Cipro stessa.
Cipro infatti è il perno del progetto Eastmed, ambizioso gasdotto tra Israele, Cipro, Grecia e Italia su cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati alla IGI Poseidon, società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a “terminarne l’isolamento e consentire il transito di gas dalla regione del Mediterraneo orientale”. Un progetto che suscita perplessità tra gli esperti per i costi stimati in 6 miliardi di dollari.
La crisi a cui assistiamo è legata al fatto che la Turchia agisce secondo criteri non riconosciuti dalla comunità internazionale, rispondenti alla propria posizione su questioni irrisolte. La prima riguarda lo status di Cipro Nord, la seconda la delimitazione della zona economica esclusiva (Zee) dei paesi affacciati su quei mari, marcate secondo trattati internazionali che Ankara non riconosce.
Data la vicinanza delle piccole isole greche alla costa turca infatti, la sua Zee viene compressa in un modo che la Turchia considera ingiustamente punitiva per il proprio interesse nazionale. La corsa al gas naturale non fa che alimentare frizioni su problemi a cui la politica si è rivelata incapace di dare soluzione. (Dimitri Bettone)

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METTI L’ENI FRA TURCHIA E CIPRO. PERCHÉ LA PIATTAFORMA ITALIANA È STATA BLOCCATA DA ERDOGAN
di Emanuele Rossi, da http://formiche.net/ del 11/2/2018
– La nuova scoperta energetica del Cane a sei zampe nelle acque di Cipro si inserisce nel quadro delle dispute del quadrante est del Mediterraneo con il tentativo egemone di Ankara –
La marina militare ha bloccato la Saipem 12000, nave noleggiata dall’Eni in viaggio verso Cipro (la proprietà è di Saipem, precisano dall’azienda, ndr), dove avrebbe dovuto iniziare le perforazioni di ricerca concesse dal governo cipriota su un reservoir gasifero off-shore. I lavori di esplorazione del gas naturale in quella regione rappresentano “una minaccia per Cipro nord e per noi”, aveva sottolineato in questi giorni al quotidiano Hurryiet il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, appena rientrato da un viaggio a Roma la scorsa settimana, in cui dice di aver espresso le “preoccupazioni turche” per “i passi sbagliati” intrapresi da Eni al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.
La Saipem 12000 è stata costretta a interrompere il viaggio verso un nuovo punto di perforazione, bloccata da alcune navi militari turche che hanno intimato l’alt, non proseguire oltre, perché erano in corso “attività militari nell’area di destinazione”, come ha spiegato alla Associated Press un portavoce della società. Per questo la nave ha “prudentemente eseguito gli ordini e rimarrà in posizione, in attesa di un’evoluzione della situazione”.
Il ministro degli esteri di Nicosia, Ioannis Kasoulides, ha fatto sapere che Cipro è in contatto con la società e con il governo italiano. Secondo l’agenzia di stampa cipriota Cna, Nicosia ha definito quello che è avvenuto come una nuova “provocazione” turca nella sua Zona economica esclusiva (Zee). Sempre in questi giorni, in un’intervista al quotidiano greco Kathimerini, anche il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha criticato l’Eni per l’inizio delle attività esplorative nel blocco 6 della Zee cipriota: “Non c’è bisogno di dire che non permetteremo mai le esplorazioni non autorizzate di idrocarburi e altre attività nella nostra piattaforma continentale”, ha detto il ministro turco, accusando i greco-ciprioti di condurre “azioni unilaterali per quanto riguarda gli idrocarburi nel Mediterraneo orientale”. Cavusoglu ha anche detto che “i turco-ciprioti sono co-proprietari dell’isola, e hanno diritti inalienabili sulle risorse naturali presenti da quelle parti”.
La Saipem 12000 ha in programma attività di perforazione per conto di Eni in un blocco nelle acque della Zona economica esclusiva della Repubblica di Cipro. L’Eni è presente a Cipro dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (vengono chiamati Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), di cui cinque come operatore. Pochi giorni fa il gruppo ha annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel Blocco 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo Calypso 1, considerato “una promettente scoperta di gas”, che “conferma l’estensione del tema di ricerca di Zohr (il grande giacimento egiziano, ndr) nelle acque economiche esclusive di Cipro”. Anche se “per una valutazione accurata delle dimensioni della scoperta, sono richiesti nuovi studi e un programma di delineazione”, dice la ditta italiana.
Il ministro dell’Energia di Nicosia, Giorgos Lakkotrypis, aveva definito “incoraggianti” le prospettive derivanti dalle prime ricerche nell’area: “I risultati sono molto incoraggianti: una riserva (di gas) è stata localizzata, ma la morfologia del particolare obiettivo è complessa e quindi serve più tempo”, ha affermato Lakkotrypis dopo la riunione avuta con il capo dello Stato per fare il punto sullo sviluppo dei progetti energetici di Nicosia. “Eni non fa annunci pubblici se non ci sono scoperte”, ha aggiunto il ministro cipriota, che però ha sottolineato come il gas contenuto nel ritrovamento sia “di ottima qualità”, perché costituito da “lean gas” (gas naturale che contiene pochi o nessun idrocarburo liquido o trasformabile allo stato liquido). Secondo quanto riferito da Lakkotrypis il gas potrebbe essere persino “piu’ pulito di quello di Zohr”.
Ankara ha mire dirette su quella zona del Mediterraneo, e considera la presenza dell’Eni (e di Total) un’interferenza sulla propria politica energetica. Nell’interesse geopolitico di Erdogan c’è fare pressioni su Nicosia per far sì che le sue riserve energetiche siano condivise con la parte di Cipro filo-turca (e tutto si complica con la presenza di potenti attori esterni). (Emanuele Rossi)

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TURCHIA CROCEVIA DEL METANO: IL GRANDE RISIKO PER AGGIRARE LA NUOVA EGEMONIA DI ANKARA
di Andrea Greco e Filippo Santelli, da “la Repubblica” del 14/2/2018
Bisogna spalancare la cartina geografica, seguire le tracce dei tubi con il dito, per capire come l’ambizione italiana di diventare lo snodo europeo del gas si scontri sempre più con le mire di Recep Erdogan. È la sua Turchia il crocevia da cui oggi passano alcune delle principali rotte del metano verso l’Unione.
Sempre lui, attorno alla questione siriana, ha saldato un legame con Putin basato anche su nuovi gasdotti alimentati dalla Russia che approderanno in Anatolia. Ed è lui che cerca di bloccare le trivelle Eni a Cipro, in un crescendo di pressioni in atto da cinque anni sui dirigenti italiani: ai tempi dello sbarco nell’isola (2013) ricevettero, si racconta, i moniti dell’ambasciatore turco in Italia, blandendo le sue minacce di intervento armato.
Ora invece le navi son partite, in una prova di egemonia sui tesori del Mediterraneo orientale che “il Sultano” coltiva anche opponendosi a EASTMED, il gasdotto che vorrebbe agganciare i nuovi giacimenti israeliani e ciprioti direttamente con l’Europa, via Grecia e Italia. Aggirando così la Turchia.
Un’idea ambiziosa: 1.300 chilometri di condotta sottomarina, la più lunga mai costruita nel Mediterraneo. E con costi notevoli, superiori ai 10 miliardi di euro. Difficili da sostenere alle attuali quotazioni del gas: a meno di sovvenzioni europee, su cui la parte greca di Cipro apertamente spera.
Per questo Il progetto ambizioso EastMed esclude il giardino di “ERDOGAS”: 1.300 chilometri di condotta sottomarina l’intesa firmata lo scorso aprile a Tel Aviv dal ministro dello Sviluppo Carlo Calenda con gli omologhi israeliano, cipriota e greco è tutt’altro che un inizio di lavori. La decisione definitiva dipende dalla disponibilità dell’Ue ad aprire il portafogli, e sarà presa nel 2020. Con l’entrata in attività verso il 2025.
Eppure questa è una delle poche direttrici verso l’Europa che non preveda nei tubi il gas di Putin – sempre più copioso perché a buon mercato -, o un transito nel giardino di Erdogas, come viene ormai chiamato nel settore idrocarburi.
A Nord stanno per iniziare i lavori di raddoppio del NORD STREAM, gasdotto baltico targato Gazprom che porta il metano russo in Germania, tagliando fuori Repubbliche baltiche e Polonia. E pure a Sud la Russia prepara un raddoppio.
Al BLUE STREAM che dal 2005 collega la sua sponda del Mar Nero alla turca – proprio, ironia, grazie all’abilità di Saipem ed Eni, che ancor oggi ne possiede il 50% – Putin e Erdogan stanno affiancando il TURKISH STREAM, che dovrebbe partire a fine 2019. Sempre tra i tubi di cui Erdogas controlla le valvole, più a Sud corre il TANAP, la direttrice che porta gas azero verso la Grecia e dal 2020, con il nome TAP, approderà in Puglia. Un gasdotto su cui, ha rivelato l’Espresso, diversi familiari di Erdogan avrebbero interessi economici diretti.
Ma la Turchia ha anche intrecci di condotte con l’Iran, sull’inatteso asse sunnita-sciita creato dalla guerra in Siria. La repubblica iraniana è prima al mondo per riserve di metano: se mai iniziasse a venderlo in Occidente potrebbe farlo via Ankara.
Così come Israele, se l’ambizioso EastMed restasse sulla carta. Con i giacimenti Leviathan e Tamar il Paese diventerà esportatore netto di gas e ha bisogno di compratori: così oltre al gasdotto mediterraneo ne progetta uno verso la Turchia, più corto e meno costoso. Un mosaico in movimento, tra interessi geopolitici e commerciali.
L’Italia, che importa oltre il 90% del gas bruciato, ha segnato un punto a favore con l’avvio da parte di Eni del maxi giacimento egiziano di ZOHR, il cui metano in prospettiva potrebbe anche confluire in East Med. Ma il nuovo bacino dorato di Levante ora rischia una battuta di arresto davanti al neo imperialismo energetico di Erdogan, sempre più arbitro delle forniture e rivale dell’Italia nel ruolo di “hub del gas”.
Anzi, i prezzi bassi della materia prima potrebbero favorire uno stallo politico sine die sul dossier Cipro: «Penso che nessuno abbia particolare fretta di produrre il gas cipriota, anche perché a meno di immensi ritrovamenti sarà vendibile in Europa a prezzi competitivi solo grazie a sovvenzioni dell’Ue – dice Massimo Nicolazzi, ex di Eni docente di Economia delle fonti energetiche a Torino -. Per questo mi pare più ragionevole che gli operatori ora si fermino un giro e il dossier torni al tavolo della politica europea». (Andrea Greco e Filippo Santelli)

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ERDOGAN MINACCIA “SCHIAFFI OTTOMANI” IN FACCIA AGLI ALLEATI

di Rolla Scolari, da IL FOGLIO del 15/2/2018
– LA TURCHIA LANCIA DUE SFIDE, UNA A CIPRO E L’ALTRA CONTRO GLI AMERICANI IN SIRIA, DOPO ANNI DI RETORICA DURA –
“La Turchia vuole eliminare qualsiasi problema dalle proprie relazioni con i vicini”, scriveva sul suo sito il ministero degli Esteri di Ankara. Erano gli anni in cui la diplomazia turca era guidata da un fidato alleato del presidente Recep Tayyip Erdogan: Ahmet Davutoglu capo della diplomazia turca dal 2009 al 2014, uscito di scena nel 2016 tra voci di screzi con il leader.
Se già nel 2013 Foreign Policy si chiedeva come la Turchia fosse passata da “zero problemi a zero amici”, la retorica sempre più aggressiva del rais Erdogan sembra oggi sorprendere anche gli alleati più resistenti. “Avvisiamo chi su Cipro e nell’Egeo sta facendo male i conti e si sta comportando in maniera impertinente: manderemo all’aria i vostri piani”, ha detto il presidente nelle scorse ore.
Dal 9 febbraio la marina turca blocca una nave da perforazione noleggiata dall’Eni, Saipem 12000, e le trivellazioni davanti alle coste di Cipro, in acque politicamente sensibili.
L’isola è divisa dal 1974 in due zone di influenza, greca e turca. Nella parte turca ci sono 40mila soldati di Ankara. “Consiglio alle compagnie straniere che operano nelle acque di Cipro di non superare i limiti. Le spacconerie di costoro sono sotto osservazione dei nostri aerei, delle nostre navi e dei nostri uomini”. I toni di Erdogan sono pesanti, tanto da far intervenire i miti vertici di Bruxelles.
Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk su Twitter ha chiesto di “evitare minacce” contro qualsiasi membro dell’Unione. Poco prima, il leader turco aveva rivolto parole insolitamente dure – per l’equilibrato mondo della diplomazia – agli Stati Uniti. Il suo governo è freddo nei confronti dell’America dai tempi del fallito golpe di luglio 2016. Ankara accusa Washington di proteggere Fethullah Gillen, il predicatore che ritiene responsabile del colpo di Stato e che è in esilio in Pennsylvania.
Oggi, il rais mette in guardia gli Stati Uniti: la relazione con loro potrebbe rompersi a causa del continuato sostegno americano alle milizie curde siriane dell’YGP, terroriste per i turchi, alleate contro lo Stato islamico per gli americani.
Le truppe turche da un mese conducono un’operazione contro queste forze curdosiriane nella zona di Afrin, nel nord-ovest della Siria, e hanno intenzione di proseguire verso Manbij, città strategica a ovest del fiume Eufrate. Il presidente ha avvertito i soldati americani 11 dispiegati di non “mettersi in mezzo”.
“E molto chiaro che chi ci dice risponderemo in maniera aggressiva se ci colpite’ non ha mai provato lo schiaffo ottomano”, ha detto al Parlamento, riferendosi a un commento di un generale in visita a Manbij. E tutto questo accade alla vigilia della visita in Turchia, oggi e domani, del segretario di Stato Rex Tillerson. La politica degli “zero problemi” con i vicini e la conseguente perdita dei tradizionali freni diplomatici del leader turco sembra essere stata accelerata dallo scompiglio regionale causato dalle rivolte arabe del 2011.
Se nel 2012 Erdogan dava il benvenuto al nuovo presidente egiziano, il leader dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi, l’intesa turca con l’Egitto si è rotta con l’allontanamento dal potere degli islamisti da parte dei militari di Abdel Fattah al Sisi, in seguito a giorni di proteste popolari.
“Non c’è differenza tra Bashar e Sisi”, ha sentenziato nel 2013 il leader di Ankara, accantonando così le relazioni con il Cairo. E nello stesso periodo che accusa Israele -un ex alleato e solido partner commerciale – d’essere dietro ai fatti del 2013 in Egitto, che hanno portato al crollo di Morsi e della Fratellanza musulmana, ideologicamente vicina al suo Akp.
Con Israele, i rapporti di buon vicinato erano in crisi dal 2010. Quell’anno, la nave turca Mavi Marmara, con a bordo attivisti pro-palestinesi, è stata intercettata dalla marina israeliana mentre tentava di rompere il blocco imposto da Israele su Gaza. Nove persone, otto turchi, sono rimaste uccisi nell’azione israeliana. Benché i rapporti siano ripresi nel 2016, Erdogan ha alzato i toni a livelli senza precedenti dopo che a dicembre l’Amministrazione Trump ha dichiarato Gerusalemme capitale d’Israele. “La Turchia non lascerà Gerusalemme alla mercé di una nazione ammazza-bambini”, ha detto.
E con queste parole ha messo in forse un accordo per la costruzione di un gasdotto marittimo tra Turchia e Israele, che adesso guarda per completarlo alla via egiziana. E se l’Europa si trova in queste ore con Cipro e l’italiana Eni obiettivo delle aggressioni verbali del sempre meno diplomatico rais turco, non è la prima volta che il presidente attacca un membro di quell’Unione in cui la Turchia ha desiderato per anni entrare. Alla vigilia del referendum costituzionale di aprile, davanti al rifiuto di Germania e Olanda di permettere comizi di politici turchi sul suolo nazionale, Erdogan ha accusato il governo tedesco di “nazismo”, e dichiarato tutti gli olandesi responsabili della strage del 1995 a Srebrenica, quando un gruppo di peacekeepers olandesi non riuscì a fermare il massacro condotto dalle forze serbe di Ratko Mladic. (Rolla Scolari)

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I CURDI SONO STATI UNA DIGA ORA FERMEZZA CON ANKARA

di Bernard-Henri Lévy, da “il Corriere della Sera” del 15/2/2018
Non ripeteremo mai abbastanza che i curdi, in Siria come in Iraq, sono stati la nostra diga, il nostro baluardo, il muro di coraggio e di energia che ci ha protetti da Daesh. Dappertutto, in Siria non meno che in Iraq, sono riusciti a tener chiuse le frontiere dove gli eserciti iracheno e turco lasciavano aperte le porte attraverso cui arrivavano, scappavano, ripartivano gli islamisti che, mentre straziavano la regione, venivano in Europa a commettere attentati.
Giunta la vittoria, questi combattenti curdi hanno avuto l’ingenuità di pensare che avrebbero potuto vivere, in pace, nel territorio da loro difeso, dove i loro cari sono morti e dove ora riposano. Ed ecco che, come premio della loro innocenza, sono ancora una volta perseguitati, torturati, assassinati, mutilati, ma ad AFRIN, nel Nordest della Siria: sono stati la nostra diga, il cordone sanitario che conteneva la peste islamista ed ora sono braccati da un portinaio machiavellico, da uno che svuota le porte dell’inferno, da un Erdogan che trasforma la propria situazione geografica in pretesto per ricattare l’Occidente.
Di fronte a tanto cinismo, bisogna rompere, non più «congelare» i negoziati di adesione all’Unione Europea della Turchia. Nelle alte sfere della comunità internazionale si è come le tre piccole scimmie della favola. Con gli occhi bendati davanti al martirio di uomini e donne, considerati dunque ammirevoli negli anni pari e insignificanti negli anni dispari. Con le orecchie otturate, soprattutto per non sentire il rumore delle cannoniere del neo sultano, che spinge il sarcasmo, l’insolenza e la provocazione fino al punto di chiamare — mescolando cinismo orwelliano ed esultanza beffarda — la sua pulizia etnica «operazione Ramo d’olivo». Con il dito sulle labbra, miserevoli per vigliaccheria, fingiamo di credere sulla parola alle dimostrazioni di umiltà plenipotenziaria e benevola della propaganda di Ankara, e non sappiamo far altro che ripetere, scuotendo gravemente il capo: «Niente, non è successo niente ad Afrin».
A Mosca, alcuni vedono nel sudario di obbrobrio e di vergogna che la soldatesca turca, e quella al soldo della Turchia stendono sul Kurdistan siriano, il prezzo da pagare per la vittoria della loro vischiosa strategia regionale.
A Washington, altri recitano la parte di esperti delle anticamere politiche, di demiurghi del tè delle cinque, ma in realtà hanno trovato, nel lasciapassare offerto agli artefici della pulizia etnica, la soluzione alla loro nuova volontà di avere la pace senza dover fare la guerra.
Altrove, ovunque, regna lo stesso lungo e doloroso silenzio. Oppure si odono parole vane: «Oriente complicato… incomprensibili storie di frontiere e di cambiamenti di alleanze… perché litigare con un Paese potente e sovrano?».
O ancora si odono chiacchiere da bar, dove i piccoli furbi e i grandi pigri, chini su presunti misteri nascosti, e non osando rialzare la testa per paura di dover osservare la propria codardia, sanno soltanto ripetere ininterrottamente che non si andrà a morire per Afrin come ieri non si andò a morire per Danzica…
È l’eterna storia — classica, ahimè, nelle democrazie — dei migliori amici a tempo determinato, dei fratelli quando ci conviene, dei compagni d’armi che svaniscono velocemente come una story su Instagram. E la continuazione della lunga notte dei popoli sfruttati e poi abbandonati come kleenex; dei liberatori trasformati in truppe ausiliarie; degli eroi strumentali, ma solo per il tempo di una battaglia e, per il resto, moneta spicciola del Grande Gioco delle transazioni geopolitiche.
E poi, ma questo è inedito, è il frutto del patto faustiano che abbiamo stretto con Erdogan e che, semplicemente, non è più sopportabile. La Turchia, come il gatto di Schrödinger, può essere in effetti, e visibilmente, sia nella Nato che al di fuori. Può pretendere di stare sotto l’ombrello, certo bucato, dell’America, liquidando al tempo stesso apertamente coloro che furono i migliori alleati di quest’ultima.
La Turchia ha generali ambidestri, che con una mano firmano decreti di eterna alleanza, a Londra o a Parigi, e con l’altra, tradendo subito gli impegni presi, con il Ramo d’olivo umiliano i loro presunti alleati. Ricicla i più temibili jihadisti, dà loro uno stipendio e li rimanda subdolamente a combattere, restando formalmente il Paese civile che continua ad ambire, come la Svizzera, la Norvegia o la Bosnia, a un partenariato strategico con l’Unione Europea.
Ed ha un presidente che, grazie alle nostre debolezze, almeno per ora si sente abbastanza forte da fare dichiarazioni insensate, attraverso i propri ministri, sul presunto massacro dei curdi che sarebbe cosa da nulla in confronto alla colonizzazione dell’Algeria, colonizzazione che non autorizzerebbe certo la Francia a impartire lezioni.
Questa atroce commedia è durata fin troppo. Se non la si blocca, il 2018 sarà da ricordare come un anno nero: con una cortina di ferro, turca, che si abbatterà sul popolo curdo. E bloccarla, oggi, significa rompere, non più «congelare», quella farsa che sono diventati i negoziati di adesione all’Europa; significa sciogliere la commissione parlamentare mista che continua ad esistere nel parlamento di Bruxelles; significa espellere la Turchia da un Consiglio dell’Europa che, detto fra parentesi, l’ha condannata 2.812 volte da quando vi è entrata; infine, significa porsi seriamente la questione della sua presenza in seno all’Alleanza atlantica.
Erdogan non ci lascia più la scelta. O questi gesti di elementare fermezza, oppure, all’orrore del massacro dei curdi, si aggiungerà la vergogna di vedere il massacratore sogghignare, e continuare a sogghignare, sulle rovine del nostro onore. (Bernard-Henri Lévy, traduzione di Daniela Maggioni)

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IL PARADOSSO DEL SULTANO NELLA NATO

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 15/2/2018
Ieri e oggi i ministri della Difesa della Nato si incontrano a Bruxelles per discutere delle difficili relazioni con la Russia e riformare la struttura di comando dell’Alleanza. Ma c’è un problema più urgente di cui dovrebbero occuparsi: la crescente aggressività della Turchia. Per una volta, la Nato farebbe bene a guardare nel cortile di casa.
La Turchia è un membro dell’Alleanza atlantica. Ma, a guardare le sue azioni, non si direbbe. Negli ultimi giorni la marina turca ha bloccato una nave dell’Eni per impedire le perforazioni al largo di Cipro; una corvetta turca ha speronato una motovedette greca che lavorava per l’agenzia Ue Frontex; Ankara ha annunciato che installerà una postazione militare su un isolotto conteso con Atene.
Nelle ultime settimane le forze armate turche sono entrate in Siria per attaccare le milizie curde, alleate degli occidentali nella lotta all’Isis, facendo quasi 1.500 tra morti, feriti e prigionieri. È difficile immaginare come la Nato possa preoccuparsi dell’operato russo in Ucraina e continuare a ignorare quello che fa la Turchia contro gli interessi della Ue e dell’Occidente.
Anche l’Unione europea, come ha fatto giustamente rilevare su queste pagine Lucio Caracciolo, non può non raccogliere la sfida che arriva da Erdogan. Dopo gli incidenti che hanno coinvolto l’Italia, la Grecia e Cipro, tutti i vertici europei hanno espresso critiche alla Turchia. L’alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini, i presidenti della Commissione, Juncker, del Consiglio europeo, Tusk, e del Parlamento europeo, Tajani, hanno invitato al rispetto delle norme del diritto internazionale. Ma questi appelli non bastano.
Tanto che Erdogan si è permesso di rispondere, con la solita strafottenza, che gli europei «stanno facendo male i conti e si stanno comportando in dell’Alleanza. Ma c’è un problema più urgente di cui dovrebbero occuparsi: la crescente aggressività della Turchia.
Ma l’Europa è davvero impotente di fronte all’arroganza del Sultano? In realtà, la Turchia ha già pagato e sta pagando un prezzo alto per la condotta di Erdogan. Il processo di adesione alla Ue è di fatto congelato. E questa era una priorità assoluta per la classe dirigente ed europeizzata del Paese e per i suoi progetti di crescita economica.
Nel suo ultimo tour europeo, Erdogan se lo è sentito dire a chiare lettere in tutte le capitali, Roma compresa: la svolta autoritaria, la continua violazione dei diritti umani hanno compromesso il rapporto. I fondi Ue pre-adesione, per 2 miliardi nel periodo 2018-2020, sono in parte già bloccati; gli investimenti europei nell’economia turca languono; il progetto di unione doganale è fermo; la liberalizzazione dei visti per l’ingresso dei cittadini turchi in Europa resta nei cassetti.
Possono non sembrare misure appariscenti, ma fanno male. Certo, Ankara può sempre minacciare di riaprire i rubinetti al flusso dei rifugiati siriani verso l’Europa. Ma ha interesse a far bene i propri conti. La Ue deve ancora versare tre miliardi di aiuti ai profughi e alle Ong che li assistono in Anatolia.
Se la Turchia riaprisse le frontiere, Bruxelles potrebbe dirottare quei fondi verso la Grecia. La insistente richiesta di Erdogan di un vertice con i capi di governo europei non ha finora trovato seguito. A marzo si terrà un incontro trilaterale tra il leader turco, Juncker e Tusk, e si prevede che sarà incandescente.
A Bruxelles molti interpretano l’aggressività del Sultano come una risposta alle porte che si è visto sbattere in faccia. Per questo la reazione europea è stata finora tutto sommato moderata, nella speranza di una de-escalation. Ma se la distensione non dovesse arrivare, le porte continueranno a restare sbarrate. E la Turchia si troverà sempre più isolata. (Andrea Bonanni)

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