I DAZI DI TRUMP contro L’EUROPA – L’ACCIAIO OBSOLETO bloccherà il Pianeta? – L’inizio di una possibile GUERRA COMMERCIALE a catena che metterebbe (metterà?) in crisi il modello di vita di tutti – L’EUROPA ora divisa, nelle sue potenzialità economiche e politiche, impensierisce l’America di Trump

Circondato da un gruppo di OPERAI DELL’INDUSTRIA DELL’ACCIAIO, il presidente statunitense DONALD TRUMP lo scorso 8 marzo ha firmato il provvedimento per imporre dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, definendoli “una necessità per la sicurezza” degli Stati Uniti

   Fa specie pensare che la superata industria pesante mondiale, quella dell’acciaio del dopoguerra, oramai inutile e superata dalle nuove economie tecnologiche (anche nella produzione di beni di prima necessità), questa stessa industria pesante che ci fa pensare a Taranto e Piombino (luoghi industriali che appaiono in irreversibile crisi, lo vogliamo a no), ebbene l’industria dell’acciaio con i dazi che Trump sta mettendo, può portare a una guerra commerciale mondiale di cui tutti noi pagheremo le conseguenze.
Così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono appunto l’acciaio e l’alluminio. Il presidente ha firmato il decreto che infligge alle importazioni dall’estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l’articolo di legge 232 che si riferisce alla “sicurezza nazionale”.

UN’ACCIAIERIA – “GUERRA DEI DAZI: ECCO COME FUNZIONANO I DAZI DOGANALI – COSA SONO I DAZI? Il dazio è un’imposta indiretta che si applica alla dogana ai prodotti che vengono venduti e acquistati da uno Stato all’altro. Di solito viene calcolato in percentuale sul valore del prodotto, e riscosso quando questo arriva nello Stato dove risiede l’acquirente. A COSA SERVONO? Il loro effetto principale è quello di far salire il prezzo del prodotto venduto all’estero, proteggendo quindi dalla concorrenza i beni e servizi dello stesso tipo prodotti nello Stato d’importazione. TUTTI I PAESI APPLICANO DAZI? Ci sono tracce e testimonianze dell’applicazione dei dazi in documenti molto antichi, di oltre 2.000 anni fa. Tuttavia ormai da molto tempo gli Stati cercano di evitare l’applicazione di dazi penalizzanti, per evitare ritorsioni sui propri prodotti, e ci sono anche molti accordi commerciali, che eliminano o riducono fortemente i dazi. Nell’Unione Europea per esempio vige la libera circolazione delle merci, che comporta l’abolizione di qualunque dazio tra gli Stati membri. “(di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018)

La giustificazione ufficiosa (nel discorso “di firma” l’8 marzo scorso) è quella che i due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti e l’America sarebbe vicina a perdere l’autosufficienza, pertanto appunto una decisione per la “sicurezza nazionale”. Ma evidentemente questa motivazione non c’entra niente. Di fatto questa decisione è l’esaudire una promessa elettorale, nello spirito della sua campagna presidenziale all’insegna di “American first”; a favore dei 33mila posti dei lavoratori e per le (obsolete) aziende Usa produttrici di acciaio e alluminio.

QUALI SONO GLI ALTRI PRINCIPALI ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO? Dal 1947 opera il GATT, GENERAL AGREEMENT ON TARIFFS AND TRADE, un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 Paesi (che negli anni sono diventati oltre 120), per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Nel 1995 al Gatt è subentrato il WTO, ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO, che si pone come obiettivo principale proprio quello dell’abolizione o della riduzione dei dazi doganali. Operano poi moltissimi trattati bilaterali e multilaterali di libero scambio: l’ultimo firmato dall’Unione Europea (e non ancora ratificato da tutti gli Stati membri) è il CETA, con il Canada. PERCHÉ IL PRESIDENTE USA DONALD TRUMP VUOLE IMPORRE NUOVI DAZI? Secondo quanto ha dichiarato, “per proteggere i lavoratori e le aziende Usa”, rendendo meno convenienti le importazioni di acciaio e alluminio rispetto alla produzione nazionale. (di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018) (immagine da http://www.lifegate.it)

E’ una decisione di una certa gravità. Perché nel passato altri presidenti avevano applicato o minacciato dazi, ma perlopiù era per la necessità di reagire nei confronti di violazioni alle regole del commercio internazionale contro gli USA, o per ragioni di scontri politici internazionali, per ritorsione. I precedenti presidenti poi, pur intervenendo con dazi, restavano all’interno del sistema del libero scambio costruito con gli accordi del Dopoguerra. Con Trump invece non c’è nessun motivo di questo genere, e la decisione è interna, di mantenimento di una promessa elettorale e di puro protezionismo (partendo proprio dall’industria pesante dell’acciaio che oramai conta assai poco nelle economie avanzate planetarie). Trump, a differenza dei suoi predecessori, è un nazionalista radicale convinto che quello che ha ereditato è un sistema ingiusto che punisce l’America.

GRAFICO TRATTO DA WWW.ISPIONLINE.IT – COSA ACCADRÀ ADESSO? Molti Paesi stanno considerando significative ritorsioni nei confronti dei principali prodotti Usa esportati. CI SONO PRECEDENTI RISPETTO ALL’ATTUALE “GUERRA DEI DAZI”? Nel 2002 l’allora presidente George W. Bush avviò una guerra dei dazi per difendere ancora una volta l’acciaio di produzione americana, ma l’Unione Europea rispose con una rete articolata di contromisure e Bush dovette fare marcia indietro rapidamente. La più celebre guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti risale però al 1930: a farla esplodere lo SMOOT HAWLEY TARIFF ACT, che fece salire i dazi dei principali prodotti importati negli Stati Uniti al 40% e poi negli anni successivi anche oltre. Le ritorsioni degli altri Paesi non si fecero attendere, le conseguenze furono catastrofiche per l’economia. (di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018)

E i paesi danneggiati sono soprattutto paesi amici e strettamente legati agli Stati Uniti come Canada, Brasile, Corea del Sud, Messico e Germania, mentre quasi nulle sono le conseguenze sulla Cina (che importa poco o niente negli Usa di questi metalli -vedere il grafico qui rappresentato-), sempre additata da Trump come l’origine di ogni violazione delle regole del commercio internazionale.
Per l’Europa, piuttosto colpita nelle sue esportazioni, l’atteggiamento è di giusta prudenza, di “toni bassi” e, per ora, di nessuna ritorsione, perché “seguire Trump” con contromisure protezionistiche verso gli USA, reagendo allo stesso modo, si rischia una spirale che ci porterebbe al disastro.

WORLD TRADE ORGANIZATION (WTO) – ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO – L’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) rappresenta attualmente il più importante foro negoziale per le relazioni commerciali multilaterali a livello internazionale, in ambiti che si estendono non solo al commercio di beni ma anche ai servizi e agli aspetti commerciali della proprietà intellettuale. Il Wto è oggi composto da 157 membri che contano per più del 97% del commercio mondiale (nella MAPPA i Paesi membri del WTO)

Non è solo questo che ha fatto il problematico presidente americano in questi giorni: ha anche licenziato il suo segretario di Stato, Rex Tillerson. E questa è un’altra storia, nel Trump imprevedibile e ondivago su quasi tutti i fronti, con una esclusiva attenzione agli interessi del proprio paese. E’ da chiedersi se tutte queste decisioni “pericolose” e crisi minacciate, possano sempre essere assorbite senza troppi danni in un pianeta in difficoltà.

“(…) Trump in particolare punta a mettere alle strette soprattutto la GERMANIA DI ANGELA MERKEL. Il tormento dell’inquilino della Casa Bianca è figlio di un primato tedesco, in particolare per quanto riguarda alcuni prodotti, come le AUTO da cui gli americani sono affascinati, e strumenti per la medicina molto richiesti dalle strutture ospedaliere Usa. (…) Qualità ed efficienza quella tedesca che si riflette nei numeri. La Germania ha esportato in Usa nel 2016 beni per 114 miliardi di dollari: le tre categorie di punta sono AUTO, STRUMENTI MEDICALI DI ALTA PRECISIONE E MACCHINARI SPECIALIZZATI (…)”. (Francesco Semprini, “La Stampa”, 13/3/2018)

Nei dazi introdotti su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti, Trump ha selezionato i Paesi da “non colpire”, cioè quelli “amici”: infatti, Canada, Messico e Australia sono già stati esentati dal pagamento dei dazi generali imposti. Trump salva sì (forse) 33.500 posti nella siderurgia del suo paese, ma, se ci saranno alla fine prevedibili ritorsioni con dazi sui prodotti americani, mette in pericolo (secondo le stime degli analisti economici) circa 180mila posti di lavoro in altri settori.

(NELLA FOTO l’ex Segretario di Stato USA REX TILLERSON) – Martedì 13 marzo TRUMP ha cacciato con effetto immediato il Segretario di Stato REX TILLERSON, l’ex chief executive di EXXON MOBIL e il volto più noto della diplomazia di Washington e degli sforzi di smussare tensioni con i partner e gestire crisi con i rivali. E l’ha sostituito con il “duro” uomo di fiducia MIKE POMPEO, 54enne direttore della Cia cresciuto quale deputato del movimento ultraconservatore dei Tea Party, privo di esperienza globale e grande critico dell’accordo nucleare con l’Iran come di vere trattative sulla crisi della Corea del Nord

L’interpretazione che viene assunta da molti di questa decisione del presidente americano, è che Trump vuole spingere altri paesi a fare lo stesso; e il suo vero obiettivo è mettere in difficoltà l’Europa. Vista, infatti, l’esenzione concessa a Canada, Messico e Australia, e dato lo scarso peso dell’import siderurgico dalla Cina, i dazi trumpiani risultano diretti a colpire principalmente l’Europa. Per gli Usa di Trump oggi l’Europa è diventata un nemico; si irretisce nel vedere i tanti (per lui troppi) prodotti europei: nell’agroalimentare dalla Francia e Italia; ma in particolare le tante auto tedesche che circolano nelle metropoli americane. La Germania, nella sua potenza esportatrice, viene così vista come nemica commerciale. Il libero scambio pertanto non viene contrastato e rivolto verso i Paesi a basso costo di manodopera e a tassi di inquinamento elevati (come la Cina), come il presidente americano vorrebbe far credere.

DA LIMES

Dall’altra, è possibile che si verificherà una diversione dei flussi commerciali verso l’Europa: il pur ridotto (in percentuale) acciaio cinese finora esportato negli Usa potrebbe prendere la via dell’Europa, dove i produttori locali sono già in difficoltà (pensiamo appunto all’Ilva di Taranto, ma anche a Piombino). E si calcola che solo nell’Unione europea siano a rischio 160 mila posti in un settore dell’industria pesante obsoleto oramai, e in stato di sovrapproduzione mondiale.
In questo contesto apprezzata (una volta tanto) è l’azione prudente e responsabile dell’Unione Europa. Perché i Paesi che la formano hanno dato ad essa i poteri sul commercio (e i dazi). Qualcuno in Italia non sembra accorgersi di questo, ed è convinto che le “tempeste planetarie” si possano risolvere “in casa”, da soli. Non riconoscendo un ruolo di un’Europa di 500 milioni di persone in grado, come soggetto politico e per il suo peso economico, di reggere da protagonista nel nuovo “grande gioco” mondiale. (s.m.)

GRAFICO che mostra tutte le aree del mondo in un cui è stato sottoscritto un FREE TRADE AGREEMENT, un accordo di libero scambio (da http://www.termometropolitico.it)

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C’È UN DISEGNO DEL MONDO DIETRO ALLA GUERRA COMMERCIALE APERTA DA TRUMP
Intervista a SABINO CASSESE, da “IL FOGLIO” del 13/3/2018
– II disegno di Trump: un progetto nazionalistico il cui impatto negativo sarà interno. Una lezione per i piccoli Trump nostrani –
Professor Cassese, il presidente Trump non sa che, per salvare 33.500 posti nella siderurgia del suo paese mette in pericolo 179.300 posti di lavoro in altri settori?
Pur nella sua rozzezza, il presidente americano sa che la prosperità del suo paese dipende anche dal commercio. Non vuole limitarlo. Si muove guidato da un disegno, di cui è prova la sua decisione di prevedere variazioni dei dazi introdotti su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti, di selezionare i paesi le cui esportazioni sono colpite dai dazi (infatti, Canada, Messico e Australia sano già stati esentati dal pagamento dei dazi generali imposti), di prevedere esenzioni per prodotto su richiesta delle imprese americane che si ritengono danneggiate dai dazi o che dimostrano che l’esportazione da alcuni paesi non minaccia la sicura degli Stati Uniti.
Vede il rinnovato ruolo centrale dello Stato e, quindi, di Trump?
Il disegno che anima l’Amministrazione americana è stato illustrato dal ministro del Commercio degli Stati Uniti: Trump vuole spingere altri paesi a fare lo stesso, con un “effetto domino” positivo, in modo da far trovare sola la Cina con la sua sovrapproduzione di acciaio.
Ma qual è il disegno?
Trump vuole ritornare al bilateralismo. E lo vuole per uno scopo chiaro: ridare voce agli stati. Questi ultimi diventano attori secondari o almeno comprimari a causa del multilateralismo, che comporta un potere sovranazionale, che deriva dall’Organizzazione mondiale del commercio e dal suo sistema di risoluzione indipendente delle dispute. Insomma, invece di generali o di ambasciatori, un sistema multilaterale come quello definito nel 1994 si rimette ai giudici come decisori di ultima istanza. Sostituisce le spade dei militari e le feluche degli ambasciatori con le toghe dei giudici. Quindi, un disegno nazionalistico o sovranista, prima che protezionistico.
Ora che obiettivi e disegno sono chiariti, proviamo a ritornare ai fatti.
Cominciando dalla storia. Già cinque presidenti americani, tre democratici e due repubblicani, hanno imposto limiti al commercio, con dazi o quote. Ma l’hanno fatto solo rispetto alle importazioni negli Stati Uniti provenienti da alcuni paesi, non in termini generali (salvo esenzioni), come Trump. Inoltre, alcune di queste limitazioni sono state dichiarate illegali dalle corti dell’Organizzazione mondiale del commercio e i presidenti americani hanno dovuto ritirarle. Quindi, gli americani sono andati a sbattere contro qualcosa che essi stessi avevano caldeggiato un quarto di secolo fa, un meccanismo giudiziario di risoluzione delle dispute, che non passa per accordi (che pure vanno preliminarmente tentati), ma mette i conflitti nelle mani di organismi indipendenti dagli stati.
Possibile che così alla leggera l’amministrazione americana rompa le regole del commercio mondiale che essa stessa aveva in qualche misura voluto?
La situazione è complicata. Mi segua. Il 16 febbraio scorso il Dipartimento del commercio sottopone un rapporto al presidente, invocando l’eccezione della sicurezza nazionale, prevista dai trattati del commercio per consentire deroghe al principio per cui non bisogna porre barriere tariffarie o non tariffarie al commercio mondiale. Su questa base, il presidente annuncia dazi del 25 per cento sull’acciaio importato negli Stati Uniti e del 10 per cento sull’alluminio. La motivazione della sicurezza nazionale appare “ictu oculi” pretestuosa. Invece, come si può vedere nella foto scattata all’atto della firma, la preoccupazione è quella dell’occupazione. La siderurgia americana ha 81 mila addetti. La diminuzione temuta è del 35 per cento (del 50 per l’alluminio). Noti che la misura restrittiva delle esportazioni riguarda anche paesi alleati degli Usa.
Quale sarà l’impatto di questa misura?
Paradossalmente, il primo impatto negativo sarà interno. C’è un problema interno di distribuzione di poteri, perché il presidente agisce in questo campo sulla base di deleghe di potere da parte del Congresso (Trade Promotion Authority), e il Congresso potrebbe non rinnovare questo potere al presidente alla scadenza, che è prossima. C’è poi, il danno enorme prodotto dai dazi all’economia americana, e più precisamente a quella parte di essa che consuma acciaio e alluminio (costruzioni, automobile, aerospaziale, bevande). Questo mostra che le questioni commerciali innescano conflitti multipolari. Il presidente deve dare ascolto all’interesse nazionale dei produttori di acciaio e di alluminio, oppure all’interesse nazionale delle imprese che consumano questi prodotti, e che debbono ora comprarlo nel proprio paese a prezzi più alti? Come si definisce, in questi casi, l’interesse nazionale?
Passiamo ora all’impatto fuori degli Stati Uniti.
Anche qui si innescano tendenze duplici. C’è, innanzitutto, il danno diretto: si calcola che solo nell’Unione europea siano a rischio 160 mila posti in un settore come quello dell’acciaio che presenta una sovrapproduzione mondiale. C’è, poi, un danno indiretto: quello derivante dalla “deflection”, la diversione dei flussi commerciali verso l’Europa: acciaio cinese finora esportato negli Usa potrebbe prendere la via dell’Europa, dove i produttori locali sono già in difficoltà (pensi solo all’Ilva).
Come reagisce l’Unione europea?
A parte la solita fastidiosa insularità britannica (il Regno Unito, che fino al 2019 fa parte dell’Unione, ha fatto passi autonomi), l’Unione sta preparando le sue mosse. Nell’ordine: esenzioni, per avere la stessa clausola di Canada, Messico e Australia; poi, negoziati, ad esempio, per sostituire dazi con quote, in modo da rassicurare i produttori americani (e indirettamente Trump); in terzo luogo, contestazione della natura delle misure americane, che non sono dettate da esigenze di sicurezza nazionale, ma da esigenze di salvaguardia (e quindi debbono esser proporzionate e provvisorie); infine, “retaliation”, cioè rappresaglia, un mezzo consentito dall’Organizzazione mondiale del commercio. L’Unione ha già identificato un centinaio di prodotti americani, scelti specialmente tra quelli le cui fabbriche sono negli stati repubblicani degli Usa, sui quali imporre dazi quale misura di ritorsione. Le regole del commercio internazionale consentono questa misura a condizione che sia proporzionata e controllata dal giudice del commercio. La ritorsione sarebbe efficace e proporzionata perché è stato calcolato che sarebbe per un valore di 2,6-2,8 miliardi di dollari contro le misure di Trump, che hanno un valore di circa 6 miliardi. Ma è chiaro che così si innesca una guerra nella quale si potrebbe non finire mai.
E il “Dispute Settlement Body” dell’Organizzazione mondiale del commercio riuscirebbe a reggere una pressione così grande?
Buona domanda. Anche perché gli Stati Uniti lo stanno boicottando, non nominando giudici. Qui si innesta il problema che ho toccato prima. I “realisti”, tra cui Kissinger, negli Stati Uniti, sono tutti figliolini di Carl Schmitt, hanno tutti letto il suo “Le categorie del politico”. Pensano che i conflitti tra stati possono essere risolti in soli due modi, guerre e negoziati. Ambedue sono nelle mani degli Stati. L’idea di affidare la soluzione di conflitti a mani terze, a giudici, turba i sonni dei “realisti”. Quella che Marta Cartabia ha chiamato la “giudizializzazione della politica”, anche a livello mondiale, sposta un grande potere in mani diverse. Così, però, anche, i sistemi giudiziari non sono “the least dangerous branch”, per adoperare le parole notissime di Hamilton (“II Federalista”, n. 78), perché vengono a concentrare un grande potere, non hanno più un “potere nullo”. Paradossalmente, questo percorso è lo stesso che hanno fatto nel loro interno gli Stati Uniti. Non dimentichi quel che osservava Tocqueville: non c’è quasi nessuna questione politica negli Stati Uniti che non finisca, prima o dopo, in una questione giudiziaria. Per non parlare della tramutazione dei giudici in “giudici-legislatori” (questa osservazione la dobbiamo a un italiano, Mauro Cappelletti).
Torniamo al commercio mondiale.
Si, certo, per dire che questo, dal 2008, è notevolmente diminuito e che l’acciaio ha un problema particolare, quello di avere troppi produttori e un eccesso di produzione. E per dire che gli Stati Uniti stanno facendo un “revirement” rispetto agli accordi di Marrakech (1994). Ma anche per dire che tutto questo è una lezione per i piccoli Trump nostrani, i neo nazionalisti amanti delle norme antiscorrerie e antidislocazione. Anche qui si riscopre il colbertismo per difendere posti di lavoro. Non dimentichiamo quel che ha scritto Immanuel Kant nel suo “Per una pace perpetua”: se vogliamo la pace, bisogna favorire i commerci, perché solo dall’interesse reciproco di chi commercia può venire un mondo pacificato.

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I PERICOLI DEI DAZI DI TRUMP

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 12/3/2018
USA E EUROPA
Dopo acciaio e alluminio, toccherà alle auto europee e al digitale, a partire dagli smartphone cinesi? Siamo davvero alla guerra commerciale? Donald Trump potrebbe anche fermarsi ai dazi controproducenti (aiutano l’industria siderurgica, ma penalizzano le tante imprese Usa che utilizzano questi metalli) e contraddittori (puniscono i Paesi alleati più dei grandi avversari) che ha appena varato: se pensa solo alla campagna elettorale potrebbe bastargli aver inviato un messaggio sbagliato ma che piace a chi lo ha votato.
Se vogliamo illuderci e minimizzare la scelta protezionista della Casa Bianca dobbiamo solo ricordare che, con l’eccezione di Obama, pochi presidenti Usa hanno resistito alla tentazione di creare barriere di vario tipo per difendere la siderurgia nazionale: lo hanno fatto i repubblicani REAGAN e NIXON e i democratici CARTER e JOHNSON. Ultimo GEORGE BUSH che nel 2002 prima annunciò i dazi, poi desistette.
Ma questi presidenti, pur intervenendo a gamba tesa, restavano all’interno di un sistema, quello di libero scambio costruito con gli accordi del Dopoguerra, nel quale credevano. Con Trump le cose sono assai diverse per due motivi: a differenza dei suoi predecessori, lui è un nazionalista radicale convinto che quello che ha ereditato è un sistema ingiusto che punisce l’America. E, per scardinarlo, ricorre alla sicurezza nazionale: come introdurre in battaglia l’arma nucleare.
Imprevedibile e ondivago su quasi tutti i fronti, Trump sul free trade, la sua bestia nera fin dai tempi della campagna presidenziale, non ha mai cambiato rotta, pur lasciando spazio a posizioni diverse. La storia di come nel suo team l’outsider protezionista Peter Navarro è riuscito a sconfiggere Gary Cohn, il garante del mondo finanziario che aveva relegato il suo avversario in un ufficio fuori dalla Casa Bianca, è un racconto avvincente, degno di uno sceneggiato tipo West Wing. Ma il dato di fondo è che da almeno 30 anni (da una celebre intervista con Larry King) Trump sostiene che il sistema di libero scambio è la palla al piede dell’America: ha sempre promesso di cambiarlo e da quando è presidente ha tenuto almeno una riunione alla settimana sui temi commerciali.
Il prossimo bersaglio? Dipenderà dalle rappresaglie dei Paesi colpiti dai dazi, ma anche dalle reali intenzioni di Trump. Se la Ue reagirà con durezza finiranno nel mirino le auto: Trump è infastidito dal gran numero di berline tedesche – Mercedes, Audi, Bmw – che scorazzano per le vie di Washington. Ma, colpendo questo settore (con gravi danni anche per l’Italia delle vetture sportive e di lusso) Trump attaccherebbe di nuovo alleati, mentre da tempo Casa Bianca, Pentagono e servizi segreti non fanno che mettere sotto gli occhi degli americani il rischio rappresentato dalla Cina che distorce il mercato col suo capitalismo di Stato e minaccia il primato tecnologico americano (è qui il vero rischio per la sicurezza) anche usando gli hacker. I timori delle imprese della Silicon Valley legate all’Asia sono quindi giustificati, anche se il contributo di Pechino per isolare il dittatore nordcoreano potrebbe indurre Trump a temporeggiare. (Massimo Gaggi)

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USA-UE NEMICI AMICI SUI DAZI

di Massimo Riva, da “la Repubblica” del 13/3/2018
Le truppe di Woodrow Wilson sulla Marna e sul Piave, poi lo sbarco in Normandia seguito dal Piano Marshall, infine l’indimenticabile «Ich bin ein Berliner» di J. F. Kennedy davanti al muro di Berlino. Quantum mutatus ab illol nei rapporti fra Stati Uniti ed Europa con i dazi commerciali annunciati da Donald Trump.
Non che in questi cent’anni siano mancati duri momenti di contrasto: dalla spedizione anglo-francese a Suez alla seconda guerra in Iraq, passando per i dissidi sulla Libia, i conflitti nei Balcani e tanto altro ancora.
Ma mai arrivando fino a mettere a repentaglio la tenuta di fondo della reciproca alleanza. Con il nuovo inquilino della Casa Bianca le cose minacciano di cambiare anche rapidamente. A Bruxelles fanno bene a sdrammatizzare la situazione tenendola nei binari di un contenzioso sulle regole commerciali.
Ma sarebbe da ingenui non vedere che le mosse di Trump obbediscono a un disegno strategico più ampio delle pur cospicue tonnellate di acciaio e alluminio ora in ballo. Vista, infatti, l’esenzione concessa a Canada e Messico e dato lo scarso peso dell’import siderurgico dalla Cina, i dazi trumpiani risultano diretti a colpire principalmente l’Europa. Come ha colto al volo il presidente della Bce, Mario Draghi, chiedendo a Washington: «Se imponi i dazi ai tuoi alleati, chi sono i tuoi nemici?».
Interrogativo retorico, che contiene al suo interno anche la risposta: per gli Usa di Trump oggi l’Europa è diventata un nemico. Svolta ardita che trova conferma anche nei dettagli tattici dell’iniziativa Usa. Come l’offerta di trattare la questione separatamente con i singoli Paesi del vecchio continente. A Washington non ignorano che, in base ai trattati dell’Unione, questo suona come un gesto provocatorio mirato a far saltare i presupposti stessi del mercato unico europeo.
Cosicché, avanzando questa proposta, Trump chiarisce meglio quale sia il suo vero nemico attuale: l’Unione europea come soggetto politico in grado per il suo peso economico di reggere da protagonista nel nuovo “grande gioco” mondiale.
Con ben più fondate ragioni, del resto, lo stesso Trump aveva già aperto un fronte polemico verso gli europei sul nodo delle spese per la difesa preannunciando una progressiva chiusura dell’ombrello americano. Il fatto che Germania e Francia (Paese quest’ultimo dotato di arma nucleare e di diritto di veto all’Onu) abbiano raccolto la sfida non ha fatto poi tanto piacere a Washington.
Così ora lo scontro prosegue con i dazi commerciali, mentre continua la guerra fredda valutaria del dollaro contro l’euro. Negli Usa la nascita della moneta europea era stata quasi unanimemente salutata come un esperimento fallimentare. Ora il vento delle opinioni sta cambiando se anche un antitrumpiano doc, come il Nobel Paul Krugman, avverte di aver sottovalutato «il valore politico» (sic’) dell’euro ovvero la sua forza di infrastruttura aggregante dell’Unione europea.
Par di capire che gli antieuropeisti della Casa Bianca se ne siano accorti prima di lui. Lascia sgomenti, in questo scenario, che nell’Est europeo e ora anche in Italia prevalgano forze che, pur di non faticare per ottenere lo status di condomino di un grande edificio europeo, inseguano un sovranismo di cartapesta. Dietro il quale nascondere la servile condizione di valvassini di un feudatario vuoi russo vuoi americano. (Massimo Riva)

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NELLA CASA BIANCA NON C’È POSTO PER I GLOBALISTI

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 14/3/2018
«Le mancano le conoscenze per rispondere alla mia domanda o si rifiuta di farlo? », gli aveva chiesto il democratico della Virginia Tim Kaine, all’udienza della commissione senatoriale che doveva confermare la sua nomina a segretario di Stato. «Un po’ tutt’e due», aveva risposto Rex Tillerson.
La domanda di Kaine riguardava i finanziamenti di Exxon alla campagna negazionista dei mutamenti climatici. Per la qualità della risposta, gli interessi internazionali di ExxonMobil di cui era l’amministratore delegato, i rapporti personali ed economici fra lui e Vladimir Putin, è in fondo straordinario che Tillerson abbia guidato il dipartimento di Stato per 4 mesi.
Sebbene sia comunque stata una delle più brevi gestioni della storia americana. Ma non è per questo che con un tweet – prima ancora che fosse il diretto interessato a farlo – Donald Trump si è liberato di Tillerson. L’ex ceo di ExxonMobil non è stato solo un effimero responsabile della politica estera americana. «Penso anche che sarà ricordato come uno dei peggiori», sostiene Eliot Cohen, uno dei principali consiglieri di George W. Bush.
Durante la sua breve permanenza a Foggy Bottom, nell’edificio anonimo del dipartimento – architettonicamente privo della grandeur di una superpotenza – il 60% dei diplomatici di carriera di prima fascia ha dato le dimissioni le partecipazioni al concorso per entrare in diplomazia sono diminuite del 50. I dati sono dell’Amercan Foreign Service Association. Tillerson non ha nominato nessun assistente del segretario, la carica di chi definisce e guida le politiche in tutte le aree del mondo, comprese quelle più strategiche come l’Estremo e Medio Oriente.
Quando la penisola coreana era sull’abisso di una guerra, a Seul l’America non aveva un ambasciatore. Ora che si affaccia l’ipotesi di un accordo storico ma complesso, non c’è l’ambasciatore né il negoziatore che al dipartimento di Stato seguiva le Coree: è andato in pensione qualche settimana fa e non è stato sostituito.
Dopo 14 mesi continuano a mancare gli ambasciatori in Arabia Saudita, Qatar e in molti altri paesi. Ma non è nemmeno per questo che Tillerson è stato licenziato da Trump. Fosse stato per la resa mediocre in un ministero, cacciandolo il presidente avrebbe implicitamente ammesso che non basta essere uomini d’affari per fare cose buone in politica.
Una constatazione che vale anche per lui. E dopo tutto, la cattiva gestione del dipartimento di Stato era coerente con l’idea sovranista dell’America nel mondo, che coltiva la Casa Bianca. Più di qualsiasi altro ufficio, agenzia o dipartimento, “The State”, come lo chiamano a Washington, sovrintende alla politica estera, è il pilastro più solido della globalizzazione creata dagli Stati Uniti.
La diplomazia non smette mai di lavorare: che si debba lasciare un teatro di guerra o negoziare un accordo di libero scambio. Ed è questo che Donald Trump non sopportava di Tillerson che nonostante i suoi difetti, era internazionalista di mestiere: per l’esperienza di decenni di contratti energetici firmati dal Mare del Nord, alla Siberia, al Golfo arabico.
Quando lo accusava di perseguire una politica estera “totally establishment”, Trump intendeva che, come i suoi predecessori della “palude di Washington”, Tillerson pensava a come rafforzare il ruolo dell’America nel mondo, non solo ad adattare quest’ultimo all’interesse americano.
È interessante notare che le ultime due dimissioni dall’amministrazione riguardino un uomo venuto da Exxon e uno da Goldman Sachs, il consigliere economico Gary Cohn. A loro potrebbe aggiungersi presto il chief of staff della Casa Bianca, il generale John Kelly: un Marine del complesso militarindustriale. È difficile che a imprese e istituzioni di questo calibro non interessi la grandezza dell’America. Il loro modo di pensarla è solo diverso dalle sintesi autarchiche dei tweet di Donald Trump. Come scrive Henry Kissinger nel suo Diplomacy, «dietro ogni slogan si nasconde un vuoto intellettuale». (Ugo Tramballi)

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TRUMP PIÙ FALCO IN POLITICA ESTERA

di Marco Valsania, da “il Sole 24ore” del 14/3/2018
NEW YORK — Donald Trump ha fatto scattare il vero, grande rimpasto nella sua amministrazione. Ed è una svolta che premia i falchi di America First, indebolisce correnti moderate e ispirate al multilateralismo e fa sorgere nuovi interrogativi sulla politica estera della superpotenza.
Trump ha cacciato con effetto immediato il Segretario di Stato Rex Tillerson, l’ex chief executive di Exxon Mobil e il volto più noto della diplomazia di Washington e degli sforzi di smussare tensioni con i partner e gestire crisi con i rivali. E l’ha sostituito con il “duro” uomo di fiducia Mike Pompeo, 54enne direttore della Cia cresciuto quale deputato del movimento ultraconservatore dei Tea Party, privo di esperienza globale e grande critico dell’accordo nucleare con l’Iran come di vere trattative sulla crisi della Corea del Nord.
L’improvvisa uscita di scena di Tillerson, annunciata con un tweet presidenziale, è diventata il culmine di quella che appare una vera e propria purga: segue di pochi giorni le dimissioni del capo-consigliere economico Gary Cohn, altro leader dell’ala moderata nel governo. E potrebbe essere seguita dall’emarginazione di altri nomi autorevoli che possano non essere vicini a Trump, a cominciare dal consigliere per la sicurezza nazionale HR McMaster.
La cacciata di Tillerson, nell’aria da tempo, finora era stata rinviata. Non appare un caso che sia arrivata adesso: a ridosso di un cambio di rotta ispirato da unilateralismo e populismo, caratterizzato dall’annuncio di dazi commerciali e dall’improvvisata promessa di un rischioso summit con il leader di Pyongyang Kim Jong un.
Trump ha denunciato ieri esplicitamente «differenze di vedute» con il suo ministro degli Esteri. Tillerson, visibilmente scosso e senza mai menzionare Trump, si è limitato a convocare un briefmg: «Quel che importa è assicurare una transizione ordinata- ha detto passando senza indugi le consegne a un vice – io tornerò a vita privata».
Nulla è stato più rivelatore del costante travaglio e degli scontri interni all’amministrazione della dinamica del licenziamento. Durante le ultime, frenetiche giornate è venuto alla luce che il capo di staff della Casa Bianca John Kelly aveva avvertito Tillerson, in viaggio in Africa, che la sua poltrona vacillava. Troppo tardi. Il tweet del presidente è arrivato ieri, senza preavviso, nonostante Tillerson avesse anticipato il rientro.
«Mike Pompeo, direttore della Cia, diventerà il nuovo Segretario di Stato. Farà un lavoro fantastico! Grazie a Rex Tillerson per il suo servizio! Gina Haspel diventerà il nuovo direttore della Cia, è la prima donna a essere scelta. Congratulazioni a tutti!».
Il nome delle bienne Haspel, veterana dell’intelligence oggi numero due di Pompeo, rappresenta la principale novità: è la prima donna nominata a guidare la Cia e rappresenta una scelta di continuità rispetto a un incarico dato a un politico. La sua carriera è stata però macchiata da polemiche, per il ruolo nella gestione di prigioni segrete all’estero dove furono usate torture contro accusati di terrorismo.
Mai riflettori sono rimasti puntati sulla caduta di Tillerson e le sue ripercussioni. Si era prestato a tagliare il Dipartimento di Stato del 30% rispondendo alle priorità di Trump, che mal celava il disprezzo per i suoi moderati funzionari di carriera.
Divergenze tra i due erano però progressivamente esplose su temi quali il ritiro americano dall’accordo Onu sul clima, l’intesa nucleare con l’Iran, i rapporti con gli altri Paesi Nato, la gestione di dispute nel Golfo Persico e la diplomazia nella vicenda coreana. Le polemiche erano degenerate: Tillerson aveva definito in privato Trump un “imbecille” e lo scorso ottobre era stato costretto a smentire di voler lasciare entro fine anno, sostituito proprio da Pompeo.
L’obiettivo di Trump è stato ora esplicitato da un collaboratore: «II presidente vuole che la transizione avvenga prima di nuove conversazioni sulla Corea del Nord e mentre le decisioni sul commercio stanno entrando in vigore». L’unica certezza è che Pompeo appare ideologicamente affine al presidente e ha accumulato esperienza manageriale e parlamentare. Quanto invece le delicate sfide di politica estera saranno in futuro in mani esperte, equilibrate e sicure rimane l’interrogativo senza risposte. (Marco Valsania)

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DAZI, TRUMP FIRMA LA LEGGE PER ACCIAIO E ALLUMINIO: “PROTEGGO I LAVORATORI AMERICANI”
– Dal presidente americano una nuova tappa dell’offensiva protezionista. Nel mirino stavolta acciaio e alluminio con dazi sulle importazioni rispettivamente del 25 e del 10 per cento. Esentati per ora Canada e Messico –
di Federico Rampini, 8/3/2018, da “la Repubblica”
NEW YORK – “Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale”: così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono l’acciaio e l’alluminio, il presidente ha firmato il decreto che infligge sulle importazioni dall’estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l’articolo di legge 232 che si riferisce appunto alla sicurezza nazionale. La giustificazione: quei due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti (aerei militari, navi da guerra, carri armati e missili), l’America sarebbe vicina a perdere l’autosufficienza, Trump non vuole trovarsi in una situazione in cui la produzione di materiale bellico verrebbe a dipendere da importazioni straniere.
“Sono in disaccordo con questa azione – afferma in una nota lo speaker della Camera, Paul Ryan – e temo le sue non volute conseguenze. Continueremo a sollecitare l’amministrazione affinché questa politica si concenti su quei paesi e quelle pratiche che violano le leggi commerciali”.
Fin da ieri sera il consigliere di Trump per il commercio estero, Peter Navarro, aveva anticipato in un’intervista alla Fox News le due eccezioni temporanee di Canada e Messico, inizialmente esentati da questi dazi pur essendo ambedue grossi esportatori di acciaio negli Usa. La motivazione: quei paesi sono “amici e alleati”, ma soprattutto è in corso con loro il negoziato per la revisione del trattato Nafta che regola il mercato unico nordamericano.
Dunque Trump vuole usare la minaccia dei dazi come strumento di pressione a quel tavolo negoziale. Almeno per adesso, i produttori canadesi e messicani di acciaio e alluminio sono esentati dalla tassa doganale. Agli altri concede 15 giorni di tempo per trovare soluzioni alternative, esaminando i loro comportamenti non solo sul piano commerciale ma in parte anche su quello militare. L’obiettivo futuro è la “reciprocità di tassazione”, avvisa il presidente, che intanto invita le aziende straniere a produrre negli Usa.
Per quanto riguarda l’Europa, anche qui c’è un’offerta di flessibilità da parte della Casa Bianca, ma più vaga e problematica. Di nuovo entra in ballo la sicurezza nazionale. Quei Paesi con cui ci sono alleanze (è il caso della Nato) vengono invitati a offrire a Washington delle opzioni alternative ai dazi, fermo restando che va tutelata la produzione nazionale, l’occupazione, l’autosufficienza a fini di difesa. Non è chiaro se la Casa Bianca voglia invitare ogni singolo governo europeo ad aprire un tavolo di negoziato bilaterale. Sarebbe impossibile visto che per gli Stati membri dell’Unione europea i negoziati commerciali sono di competenza di Bruxelles.
Intanto il Commissario europeo per il Commercio, Cecilia Malmstrom, si esprime su Twitter: “L’Ue è uno stretto alleato degli Stati Uniti e continuiamo a essere del parere che l’Ue debba essere esclusa da queste misure”, scrive in un post; “cercherò maggiore chiarezza su questo tema nei giorni a venire. Ne discuterò con il rappresentante Usa per il commercio Robert Lighthizer, che incontrerò sabato a Bruxelles”. Anche il Giappone ha chiesto di essere esentato, mentre dure reazioni ai dazi sono arrivate da Pechino (“serio attacco a commercio mondiale”) e da Londra (“modo sbagliato di affrontare il problema”) e la Corea del Sud ha ipotizzato il ricorso al Wto nel caso non ottenga l’esenzione.
Sul protezionismo nelle ultime 24 ore c’era stata una profonda spaccatura in seno al partito del presidente. Tra i segnali, la rivolta interna di 100 parlamentari repubblicani, e la dimissione del capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, l’ex presidente di Goldman Sachs Gary Cohn. Trump ha liquidato la partenza di Cohn bollandolo come “un globalista”, epiteto nel quale alcuni hanno voluto vedere una punta di anti-semitismo. La Cina paradossalmente non è tra i paesi più colpiti dalle ultime misure perché gran parte del suo export di metalli va verso altre destinazioni, asiatiche ed europee. Era stata comunque il primo bersaglio, quando a gennaio Trump varò dazi sui pannelli solari made in China. Ieri Trump ha detto che dalla Cina vuole un piano di riduzione del deficit bilaterale che elimini 100 miliardi all’anno. (Federico Rampini)

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REGOLE CERTE E FERMEZZA CONTRO IL PROTEZIONISMO

di Romano Prodi, da “Il Messaggero” del 11/3/2018
Il Presidente Trump ha unilateralmente deciso di imporre corposi dazi alle importazioni di acciaio e di alluminio negli Stati Uniti. Una decisione talmente controversa non solo da provocare risentimenti da parte di tutti i paesi colpiti ma da indurre alle dimissioni il suo stesso consigliere economico. Se esaminiamo le conseguenze concrete della decisione potremmo anche non essere né sorpresi né allarmati.
Non sorpresi perché già Nixon, Bush e Reagan avevano, nella storia recente, adottato misure simili. Non allarmati perché esse riguardano una parte importante ma non determinante del commercio mondiale. Si tratta infatti di un dazio che pesa su un modesto 2% delle importazioni americane.
La decisione appare invece molto grave. Prima di tutto perché motivata non dalla necessità di reagire nei confronti di violazioni alle regole del commercio internazionale (come in passato) ma dall’obiettivo di proteggere gli Stati Uniti di fronte a possibili minacce alla sicurezza nazionale.
Un’affermazione del tutto assurda, dato che i paesi danneggiati sono soprattutto paesi amici e strettamente legati agli Stati Uniti come Canada, Brasile, Corea del Sud, Messico e Germania, mentre quasi nulle sono le conseguenze sulla Cina, sempre additata da Trump come l’origine di ogni violazione delle regole del commercio internazionale.
Anche se le tariffe addizionali sono state temporaneamente sospese nei confronti di Canada e Messico in modo da tenerli sotto scacco durante la trattativa di riforma del trattato commerciale che strettamente li lega agli Stati Uniti (il Nafta), non si vede quale possibilità di attentato alla sicurezza nazionale americana possano portare la Germania o la Corea del Sud, fedeli alleati nello scacchiere Atlantico e Pacifico.
Anche se non dirompente in termini quantitativi, si tratta quindi di un’ennesima decisione di Trump che porta una grande insicurezza fra i suoi alleati. Per limitarci all’Europa è infatti opportuno riflettere sul fatto che, come scrive con una certa preoccupazione il New York Times, questa decisione non può che rafforzare la diffidenza dei nostri leader, e in primo luogo della Cancelliera tedesca, nei confronti dell’alleato americano.
Di fronte all’imprevedibilità del presidente Trump e alla sua esclusiva attenzione agli interessi del proprio paese (America First), Angela Merkel ha infatti più volte ripetuto che l’Europa deve fare di tutto per prendere il proprio destino nelle sue mani. Ed è un’affermazione che non può che essere condivisa.
Sotto quest’aspetto si può perfino affermare che la spinta più vigorosa verso una più forte unità europea nasce proprio da queste improvvise decisioni del Presidente Americano, decisioni che ci fanno sentire sempre più soli e insicuri.
Ritornando in ambito strettamente economico non ritengo che la risposta europea più opportuna sia la ritorsione, mettendo in atto la minaccia di dazi su prodotti tipici americani come le HARLEY DAVIDSON, i JEANS o i SUCCHI DI ARANCE della Florida. Questo non farebbe che provocare analoghe rivalse sulle automobili o su altri beni importati in Usa, iniziando una spirale che ci porterebbe al disastro.
L’Unione Europea, che in quanto tale ha la competenza esclusiva delle nostre trattative commerciali, deve agire in modo unitario e con fermezza per fare rispettare le regole del commercio internazionale che, pur con le loro debolezze, hanno permesso lo sviluppo di un’economia mondiale proprio trascinata dal commercio internazionale.
E’ vero che il sistema è tutt’altro che perfetto. Da ormai vent’anni non riusciamo a fare grandi passi in avanti in questo settore perché frenati dall’incapacità di armonizzare gli interessi fra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo e di tenere conto di tutte le novità della tecnologia e di tutte la trasformazione dell’economia.
E’ tuttavia indubbio che le basi giuridiche del Wto hanno garantito e garantiscono uno sviluppo del sistema economico mondiale come mai si era avuto in passato. Ed è su questo che si deve fondare la nostra strategia.
Penso inoltre che una corale e ferma difesa delle regole esistenti possa avere successo non solo perché aiutata dalle crescenti opposizioni interne che la decisione di Trump ha suscitato perfino tra i repubblicani americani, ma perché confortata dai dati che emergono dalle stesse analisi economiche statunitensi. Esse dimostrano che i posti di lavoro distrutti dal rincaro dei costi delle imprese che usano l’acciaio e l’alluminio sono di oltre cinque volte superiori alle nuove assunzioni prodotte dall’introduzione dei dazi aggiuntivi.
Vi è tuttavia un motivo ancora più profondo che spinge a credere che ben difficilmente si potranno ripetere i freni al commercio che hanno prodotto le grandi crisi del passato.
E’ infatti la stessa economia dell’intero pianeta che è cambiata. Gli investimenti incrociati fra diversi paesi e l’esistenza di imprese che producono e vendono in tutti i mercati mondiali hanno tolto l’illusione che con l’aumento delle dogane si possa difendere l’economia nazionale.
Il nostro futuro non sta nella chiusura degli spazi commerciali ma nel rispetto delle regole. Capisco che questa posizione può sembrare eccessivamente ottimistica ma la vedo oggi sostenuta da un più forte e diffuso interesse condiviso. Il che, naturalmente, non impedisce che nel mondo esista ancora un grande spazio per il prevalere dell’irrazionalità. Ed è questo che dobbiamo cercare di evitare, esercitando prima la pazienza e poi, in caso, la fermezza. (Romano Prodi)

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TRUMP, LA GUERRA DEI DAZI PER BATTERE IL NEMICO TEDESCO

di Francesco Semprini, da “La Stampa” del 13/3/2018
– La mossa Usa dettata dal surplus da 65 miliardi dell’export di Berlino – I dubbi degli analisti: strategia errata, la Germania ci porta vantaggi –
NEW YORK – E’ il momento della resa dei conti tra Washington e Bruxelles dopo l’annuncio da parte di Donald Trump dell’adozione di dazi su alluminio e acciaio importati negli Stati Uniti. L’Unione europea «continua a ritenere di dover essere esclusa» dalla misura restrittiva, e insiste per avere «chiarezza».
Il presidente degli Stati Uniti delega il segretario al commercio Wilbur Ross a convincere i rappresentanti Ue a sfoltire tariffe e barriere che l’Europa applica al «made in Usa». «Non sono giuste per i nostri agricoltori e le nostre industrie», twitta Trump il quale, rivelano fonti informate, punta a mettere alle strette soprattutto la Germania di Angela Merkel.
Non è un mistero che il surplus commerciale tedesco venga vissuto come un tormento dal presidente americano, il quale più volte ha bacchettato Berlino per le sue inadempienze come alleato militare della Nato nonostante i conti vantaggiosi in materia di commercio. Il tormento dell’inquilino della Casa Bianca – occorre dire – è però figlio di un primato tedesco, in particolare per quanto riguarda alcuni prodotti, come le auto da cui gli americani sono affascinati, e strumenti per la medicina molto richiesti dalle strutture ospedaliere Usa.
Qualità ed efficienza quella tedesca che si riflette nei numeri. La Germania ha esportato in Usa nel 2016 beni per 114 miliardi di dollari: le tre categorie di punta sono auto, strumenti medicali di alta precisione e macchinari specializzati.
Gli Usa invece hanno esportato in Germania beni per 49 miliardi, con un deficit di 65 miliardi, più alto del 35% rispetto a dieci anni prima. «Il deficit Usa è simbolo della competitività tedesca in categorie strategiche di cui la domanda americana è elevata – sottolinea Eswar Prasad, economista di Cornell University -. Ciò non dipende da restrizioni in entrata della Germania».
Il surplus, inoltre, è da ricondurre anche alla componentistica tedesca assai utilizzata nell’industria manifatturiera americana, come ricorda Dan Ikenson, direttore del Center for Trade Policy Studies del Cato Institute.
Attualmente le tasse in entrata negli Usa per le auto assemblate in Europa sono del 2,5% e del 25% su veicoli commerciali e pick-up, mentre l’Ue applica un dazio del 10% sulle auto in arrivo da oltreatlantico. E per questo i dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio avrebbero pesanti conseguenze sull’industria automobilistica mondiale, e – come qualcuno tra i costruttori ha già fatto notare – sul prezzo finale delle vetture.
Trump deve però tenere presente che esiste un fattore «local» virtuoso per gli Usa derivante dalle quattro ruote tedesche, come ricorda Bernhard Mattes, presidente dell’associazione tedesca dei costruttori di auto Vda. «Ad oggi negli Usa – ha detto Mattes, ex presidente di Ford Germania – le aziende tedesche danno lavoro a 36.500 persone, a cui vanno aggiunte 80.000 dei fornitori tedeschi anch’essi delocalizzati, un livello elevato perché negli Usa non siamo gli unici a produrre, ma ci sono anche altre case straniere».
E parlando di altri settori, come l’elettronica, Siemens impiega in Usa 50 mila dipendenti in oltre 60 stabilimenti. Certo, non è tutto oro ciò che riluce. La Germania può vantare un surplus di partite correnti (avanzo della transazioni con l’estero di beni e servizi) di circa 300 miliardi di dollari, il più elevato al mondo, superiore finanche a quello della Cina. E questo può rappresentare un problema per l’economia globale, come più volte ha segnalato il Fondo monetario internazionale e anche il Fiscal Compact. Specie perché, mentre la Cina ha ridotto il suo surplus, la Germania, prima economia in Europa, ha approfittato del vantaggio di un euro basso, riflesso di una ripresa europea successiva alla grande crisi di gran lunga più lenta di quella Usa.
Infine, negli anni della grande avanzata cinese, tra il 1997 e il 2013, la Germania ha di fatto tenuto in termini di quote di export mondiale, passando dall’11% al 10,4%, mentre gli Usa hanno perso un terzo, dal 13,7% al 9,5%. Anche perché, a differenza degli Usa la cui economia si poggia per il 70% sui consumi, il Pil tedesco fa leva per circa la metà sull’export. E questo Trump lo ha ben presente. (Francesco Semprini)

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GUERRA DEI DAZI: HA RAGIONE TRUMP (E NOIALTRI EUROPEI NON SIAMO AFFATTO INNOCENTI)
di Stefano Cingolani, da http://www.linkiesta.it/ del 12/3/2018
– La guerra dei dazi è solo l’ultimo capitolo di un liberalismo mondiale che è sempre andato a singhiozzo. Trump ha le sue ragioni per chiudere al libero commercio. E non è detto che l’Europa (molto meno innocente di quanto sembra) non possa avvantaggiarsene –
“La minaccia al commercio mondiale”. Sotto, il faccione minaccioso di Donald Trump trasformato in una bomba a mano. The Economist ha lanciato in copertina l’allarme e individuato il colpevole. E se le cose non stessero proprio così? Il presidente francese Emmanuel Macron ha telefonato al presidente americano per metterlo in guardia da una possibile rappresaglia che porterebbe a una escalation pericolosissima.
A fronte di tariffe del 25% sull’acciaio importato e del 10% sull’alluminio, gli europei vogliono colpire il bourbon, le Harley Davidson e i mirtilli rossi; la Casa Bianca ha già detto che in tal caso taglierebbe le importazioni di auto europee (un mercato da 36 miliardi di dollari). E così via.
Ma il fatto è che i francesi non sono esattamente le mammolette del libero scambio e lo stesso si può dire a buona parte dei paesi europei. La Ue, con i sussidi ai suoi agricoltori, ha creato una delle più barocche e coriacee barriere ai commerci internazionali colpendo non solo gli americani, ma gli africani e gran parte dei paesi in via di sviluppo.
L’industria e i servizi non sono da meno. Una società non europea non può possedere la maggioranza di una linea area, per esempio. Per non parlare delle tasse sui colossi high tech e sui campioni della economia digitale, brandite come spade della giustizia distributiva. Insomma, ci sono tante belle rogne da grattare e prima di rispondere con minaccia a minaccia sarebbe bene tenere i nervi saldi.
Gli Stati Uniti nel secondo dopoguerra hanno fatto della libertà dei commerci la loro bandiera, memori della catastrofe provocata negli anni ’30 quando pensarono di rispondere alla grande depressione con il protezionismo, però molto spesso hanno predicato bene e razzolato male.
Ronald Reagan, il campionissimo della rivoluzione liberista, ha praticato dazi e tariffe protezionistiche provocando non pochi guai; Bush padre volle difendere le Big Three dell’industria automobilistica insidiate dai giapponesi; e per venire a giorni a noi più vicini è stato Barack Obama ad aver già innalzato le tariffe sull’alluminio.
Nessuna di queste misure è servita allo scopo. L’auto made in Usa è declinata sotto l’offensiva nipponica prima e tedesca poi. Quanto all’industria pesante, il conto è presto fatto: l’aumento dei prezzi dell’acciaio e dell’alluminio (rispettivamente 25 e 10%) crea circa 33 mila posti di lavoro nella metallurgia, ma ne distrugge 179 mila nelle industrie utilizzatrici. Un bel boomerang, secondo i calcoli della società di consulenza Trade Partnership citata dall’Economist.
Gli Stati Uniti nel secondo dopoguerra hanno fatto della libertà dei commerci la loro bandiera, memori della catastrofe provocata negli anni ’30 quando pensarono di rispondere alla grande depressione con il protezionismo, però molto spesso hanno predicato bene e razzolato male
La mossa di Trump in realtà è molto insidiosa. Mentre i suoi predecessori concepivano le misure protezionistiche come temporanee e in ogni caso negoziabili negli organismi internazionali (il GATT prima e ora il WTO), The Donald non crede né al libero scambio né alle trattative multilaterali, e per di più ha evocato la sicurezza nazionale proprio per sfuggire a questa eventualità.
Del resto, anche negli accordi della Organizzazione mondiale per il commercio esiste una clausola che consente di sfuggire alle regole comuni proprio in caso di minaccia alla sicurezza. Insomma c’è da far arricchire legioni di avvocati e consulenti.
Il paradosso è che la maggior parte dell’acciaio importato dagli Usa proviene dall’Europa, dal Canada, dal Messico, dalla Corea del Sud, tutti alleati strategici degli Usa. Un altro boomerang. E non è nemmeno vero che, come ha detto Trump, dall’estero viene acciaio cattivo, al contrario l’Europa fornisce proprio gli acciai speciali, quelli utilizzati nelle industrie di punta, comprese quelle della difesa, tanto che il Vecchio Continente è il numero uno non per quantità esportata, ma per valore aggiunto.
Eppure nella follia di Trump c’è del metodo che va soppesato attentamente. Il presidente agisce per ragioni di politica interna: il 6 novembre ci sono le elezioni di medio termine che rinnovano una parte del Senato e della Camera dei rappresentanti, un test decisivo per valutare la prima metà della presidenza Trump e capire se l’amministrazione riuscirà ad avere dalla sua il Congresso.
L’appuntamento è delicato e la Casa Bianca, subissata di critiche, in pieno caos organizzativo (proprio contro i dazi si è appena dimesso il consigliere economico Gary Cohn), sotto schiaffo per le relazioni pericolose con la Russia di Putin durante le elezioni, vanta una congiuntura economica eccellente: crescita del 3%, disoccupazione al 4%, aumento dei salari operai, una borsa ancora bella gonfia dopo nove anni di corsa del toro. It’s the economy stupid, Trump può rovesciare a suo favore lo slogan clintoniano.
L’Organizzazione per il commercio non funziona; come l’Onu, non riesce a evitare che scoppino sempre nuovi conflitti. La mossa di Trump può essere l’occasione per cambiare
La rappresaglia minacciata dagli europei andrebbe a colpire interessi forti legati ad alcuni pezzi grossi del Congresso: il Bourbon arriva dal Kentucky lo stato che elegge Mitch McConnell, il leader repubblicano del Senato; le Harley-Davidson sono fabbricate in Wisconsin, la patria di Paul Ryan speaker (cioè presidente) della Camera, che è anche uno dei maggiori produttori di mirtilli. Insomma, il boomerang si ritorce in questo caso contro gli europei, con il risultato di rafforzare Trump.
Ultima notazione, e non la meno importante, riguarda la Cina. Il presidente americano ha innalzato la bandiera del protezionismo contro Pechino, ma in realtà questa volta l’Impero di Mezzo riceve un danno minore dai dazi su acciaio e alluminio. E non è un caso. La Cina è determinante per disinnescare la mina nord coreana; Kim (il rocket man) non muove foglia che Xi (il nuovo Mao), non voglia. Sorprendendo tutti, Trump ha deciso di incontrare a maggio l’autocrate nordcoreano. Può darsi che il negoziato non cominci neppure, ma se parte, allora tutti avranno bisogno della Cina, gli Stati Uniti per primi, e poi anche l’Europa.
In conclusione, dazi e tariffe sono nocivi, ha ragione in questo l’Economist. Il commercio mondiale non si ferma, sia chiaro, per qualche balzello in più, ma andare avanti con minacce e scossoni seguiti da negoziati bilaterali, rende inutile la camera di compensazione rappresentata dal Wto.
Detto questo, parafrasando l’aforisma shakespeariano, ci sono sempre più cose in cielo e in terra di quanti ne sogni ogni ideologia; e prima di compiere delle scelte bisogna valutarle tutte. L’Organizzazione per il commercio non funziona; come l’Onu, non riesce a evitare che scoppino sempre nuovi conflitti. La mossa di Trump può essere l’occasione per cambiare. Soprattutto, prima di lanciarsi in reazioni scomposte, è bene valutare tutta la catena di conseguenze su ogni scacchiere, economico e politico. (Stefano Cingolani)

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CHE ERRORE QUESTA «GUERRA»

di Paul Krugman, da “il Sole 24ore” del 11/3/2018
Che Donald Trump sia bellicosamente ignorante di economia (e di molte altre cose) lo abbiamo sempre saputo. Ma fino a questo momento la cosa non aveva avuto grande rilevanza. Trump è entrato in carica nel pieno di una ripresa economica prolungata, iniziata sotto il suo predecessore, e questa ripresa ha già riportato l’economia statunitense al punto in cui si applicano le regole «normali» della politica economica.
I tassi di interesse sono sopra lo zero e la politica monetaria è tornata a essere efficace, sicché la gestione economica a breve termine è nelle mani ragionevolmente affidabili della Federal Reserve, invece che in quelle della caotica Casa Bianca di Trump.
Il presidente americano ha sempre avuto un’attenzione speciale per i commerci internazionali, che vede allo stesso modo in cui vede tutto il resto, cioè come una prova di potere e mascolinità. È tutta una questione di chi vende: se siamo in surplus significa che stiamo vincendo, se siamo in deficit significa che stiamo perdendo.
Ovviamente è una sciocchezza. I commerci internazionali non sono un gioco a somma zero: accrescono la produttività e la ricchezza dell’economia mondiale. Per fare un esempio tutt’altro che a caso, è più che logico produrre alluminio, un processo che richiede ingenti quantità di elettricità, in Paesi come il Canada, che hanno abbondanza di energia idroelettrica. Quindi agli Stati Uniti conviene importare l’alluminio canadese, anche se questo significa essere in passivo negli scambi con il Canada (tra l’altro non è così ma non importa).
È vero che i disavanzi commerciali possono essere un problema quando l’economia è depressa e la disoccupazione è alta. Ecco perché io, come molti altri economisti, nel 2010 chiedevamo che gli Stati Uniti adottassero una posizione più intransigente sulla politica valutaria cinese, quando avevamo una disoccupazione intorno al 9 per cento. Mai motivi per preoccuparsi dei deficit commerciali, così come i motivi per lasciar crescere il deficit di bilancio, sono in gran parte evaporati ora che la disoccupazione è tornata al 4 per cento.
Insomma, una guerra commerciale non la possiamo «vincere». Quello che possiamo fare è dare inizi un ciclo di attacchi e ritorsioni, e in materia commerciale l’America, che a livello mondiale rappresenta il 9 per cento delle esportazioni e il 14 per cento delle importazioni, è indiscutibilmente una superpotenza dominante.
Un ciclo di ritorsioni ridurrebbe il volume complessivo degli scambi commerciali mondiali, rendendo il pianeta tutto, America largamente inclusa, più povero. Cosa forse ancora più importante nel breve termine, produrrebbe sconvolgimenti enormi.
Viviamo in un’era di catene logistiche mondiali: quasi tutto quello che viene prodotto in America (e da qualsiasi altra parte) usa fattori prodotti in altri Paesi. La macchina che avete appena comprato potrebbe tranquillamente avere un telaio assemblato negli Stati Uniti, un motore e un impianto elettrico fabbricati in Messico, l’impianto elettronico che viene dalla Corea e dalla Cina e naturalmente acciaio e alluminio dal Canada.
Saremmo in grado di produrre automobili senza tutte queste componenti di importazione? Col tempo, sì. Ma nell’interregno i problemi sarebbero enormi: centinaia, se non migliaia di fabbriche dovrebbero chiudere o riconvertirsi. Non è della perdita netta di posti di lavoro provocata da una guerra commerciale su larga scala che dobbiamo preoccuparci, perché alla fin fine, probabilmente, sarebbe relativamente contenuta.
La cosa drammatica sarebbe la perdita lorda di posti di lavoro, perché milioni di persone sarebbero costrette a cambiare lavoro, trasferirsi altrove e così via. E molte di loro, in questo processo, subirebbero danni economici irrecuperabili.
Ah, dimenticavo: le aziende danneggiate dalla guerra commerciale perderebbero migliaia di miliardi di dollari in termini di valore del titolo azionario. Insomma, l’idea che una guerra commerciale sia «bella» e «facile da vincere», come ha detto Trump su Twitter, è di una stupidità senza pari. Anche il modo in cui Trump ha dato il via alla sua guerra è notevolmente stupido.
Cominciare proteggendo merci che sono fattori di produzione per settori che danno lavoro a molte più persone di quelli protetti? Farlo in nome della sicurezza nazionale quando la fonte principale di questi fattori di produzione è il Canada, notoriamente una potenza straniera ostile? Di per sé, questi dazi non sono una gran cosa. Ma se sono un segnale di quello che sarà la politica economica futura degli Stati Uniti, allora sono una pessima cosa. (Traduzione di Fabio Galimberti)

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SE I DAZI USA DIVIDONO LE CAPITALI UE

di Stefano Stefanini, da “La Stampa”
Alle strette, Bruxelles ha reagito rapidamente all’annuncio di tariffe americane. La risposta era urgente e necessaria. Non doveva lasciar dubbi sulla determinazione europea. La fermezza, è una delle poche cose che Donald Trump rispetta. Chiedere a Pyongyang per istruzioni. Bruxelles è pronta alla dichiarazione di guerra del ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) e a mettere in campo le truppe con le misure di rappresaglia, come ha detto il vice presidente della Commissione, Jyrki Katainen.
Nel tempo stesso la porta resta aperta a un accordo che esenti l’Ue dalle tariffe in quanto «stretto alleato» degli Stati Uniti. Non c’è contraddizione. Sarà guerra solo se gli Stati Uniti non vogliono la pace. Beninteso però Washington deve trattare l’Unione come «entità unica» («whole body», ha detto il Commissario per il Commercio Cecilia Malström). Se non è questa l’intenzione dell’amministrazione americana, l’Ue si troverà a fronteggiare un’offensiva politica e ideologica ben più grave di uno scontro commerciale.
In gioco è il riconoscimento americano dell’Ue come interlocutore e partner transatlantico. Negarne l’unità commerciale sarebbe un attentato alle radici dell’Unione e un attacco sul terreno dove ha un più forte ruolo internazionale.
L’8 marzo, Donald Trump ha aperto le ostilità commerciali con una mossa attesa e con una a sorpresa. Attese le tariffe del 25% sulle importazioni d’acciaio e del 10% su quelle d’alluminio. Non prevista, e insidiosa, la selettività, che esonera per ora Messico e Canada e altri, per ora non specificati, Paesi amici.
Non è chiaro dove si collochi l’Unione Europea. L’annuncio alla Casa Bianca ha parlato solo di «Paesi» ignorando che il principale partner commerciale degli Stati Uniti è un blocco di 28 Stati (a questi fini, il Regno Unito ne fa ancora parte a pieno titolo per un anno – tre aggiungendo la prevista transizione).
Le tariffe diventano così uno strumento altamente politico nelle mani di Washington. Per l’Ue la minaccia è duplice: alle esportazioni d’acciaio e alluminio verso gli Usa, partita importante della bilancia commerciale, specie per la Germania; alla compattezza degli Stati membri nel rispondere alle misure americane.
L’Ue ha già approntato il pacchetto di prodotti americani, comprendenti motociclette, jeans e bourbon, cui applicare un dazio d’importazione del 25% per un valore stimato di circa 2,8 miliardi dollari. Qualsiasi contromisura europea non può che essere applicata uniformemente da tutti gli Stati membri.
Tutti dovranno applicare i nuovi dazi alle importazioni americane. Meno chiaro però cosa impedisca a Washington di differenziare fra i Paesi Ue nell’applicare le proprie tariffe su acciaio e alluminio. Quand’anche non fosse possibile, gli Usa possono offrire altre contropartite, ad esempio nel campo della sicurezza.
Le tariffe sono commisurate direttamente alla partecipazione alla sicurezza nazionale; viceversa chi vi contribuisce può aspirare ad esserne esente. L’influenza americana sulle singole capitali europee non può mai essere sottovalutata.
Ci vuol poco a gettare il seme della discordia fra europei. Per settant’anni la politica americana è sempre stata quella di tenere insieme l’Europa – con la presidenza Trump non si può mai sapere. Ha già festeggiato Brexit con Nigel Farage. Non c’è metodo forse in Donald Trump ma c’è molta più strategia di quanto non sembri a prima vista.
Le tariffe su acciaio e alluminio sono pienamente coerenti con la sua vecchia ostilità al commercio internazionale e alla promessa elettorale di «riportare» i posti di lavoro in America. Che il consenso degli economisti vada in senso opposto non fa né caldo né freddo al 45° Presidente americano.
Le dimissioni di Gary Cohn lasciano la Casa Bianca nelle mani dei protezionisti doc, guidati da Peter Navarro e da Steven Mnuchin. Trump detesta il multilaterale quanto ama il bilaterale. L’attacco, diretto o indiretto, all’Ue viene proprio dalla «bilateralizzazione» delle relazioni commerciali degli Usa con il resto del mondo.
Il Presidente ha detto di voler gestire le tariffe «Paese per Paese». Comincerà usandole come strumento di pressione su Ottawa e Città del Messico nel negoziato per la revisione del Nafta. Toccherà poi all’Europa.
Divide et impera. Uk è già mezzo staccata. Per l’Ue la sfida è adesso quella di resistere insieme a quest’offensiva; con le buone se possibile, andando al Wto e con le contromisure se necessario. Guai dividersi adesso, guai farlo su questo terreno. (Stefano Stefanini)

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DAZI E INVIDIA: TRUMP SEMBRA SUBALTERNO A PECHINO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 12/3/2018
In un comizio elettorale in Pennsylvania, Donald Trump ha proposto la pena di morte per gli spacciatori di droga. Tra gli applausi dei suoi fan, ha spiegato: «L’idea me l’ha data Xi Jinping» (la Cina è la nazione che applica la pena di morte nel modo più massiccio). Da quando il presidente cinese si è fatto “incoronare a vita”, violentando perfino la Costituzione ereditata dai suoi predecessori comunisti, dalla Casa Bianca non si è levata una sola critica, non una protesta diplomatica. Il silenzio assordante è stato spezzato ancora da Trump, ma in senso elogiativo. A proposito della presidenza senza limiti di mandato, Trump ha detto, tra l’ironico e il semiserio: «Magari un giorno dovremmo farci un pensiero anche noi».
Peraltro già l’anno scorso, quando Xi lusingò la vanità del presidente americano riservandogli un’accoglienza senza precedenti a Pechino (gli fece personalmente da cicerone in una visita guidata della Città Proibita), Trump apparve inebriato e coprì di elogi il padrone di casa definendolo «il re della Cina». Non in senso polemico.
Sono tante le cose che Trump invidia del suo omologo, per esempio la museruola alla stampa. Ancora ieri il presidente americano ha mostrato la sua insofferenza verso la libertà d’informazione insultando un giornalista della Nbc («figlio di p…») e l’intera Cnn («falsa come l’inferno»).
Ci stiamo abituando a tutto? Non era mai stato pensabile che un leader cinese venisse incoronato dittatore a vita senza un balbettio di denuncia-protesta da parte della più grande liberaldemocrazia al mondo.
Questa America ha rinunciato a interpretare il ruolo di leader dell’Occidente. Siamo in un mondo a rovescio. La Cina, proprio mentre imbocca una grave deriva autoritaria, con un accentramento di potere che segna un pauroso salto all’indietro, non ha più alcun bilanciamento da parte degli Stati Uniti. La seconda superpotenza mondiale, con un peso economico immenso, sta operando sotto i nostri occhi una metamorfosi mostruosa.
Sotto Jiang Zemin e Hu Jintao era un regime autoritario governato da una leadership tecnocratica e collettiva. Ora arretra verso la dittatura personale, come ai tempi di Mao e Deng Xiaoping, quando però il suo peso sulla scena mondiale era molto minore. E sulla sponda opposta del Pacifico, chi governa la più antica e la più grande liberaldemocrazia occidentale osserva tutto ciò con ammirazione, invidia. Gli europei tacciono codardi, nella loro peggior tradizione: da Berlino a Londra, da Parigi a Roma, il silenzio sugli eventi di Pechino è agghiacciante; ci si preoccupa solo di piazzare qualche contratto commerciale o di attirare qualche investitore cinese a casa nostra.
Ma è nell’ordine delle cose. Se perfino l’America rinuncia al suo ruolo storico, chi può illudersi che l’esanime Europa riempia quel vuoto? Non solo sui diritti umani e la democrazia l’Occidente batte in ritirata. Anche su altri fronti è evidente la subalternità di Trump a Xi. Sulla Corea del Nord il presidente americano elogia il ruolo di mediazione dei cinesi, mentre semmai proprio a Pechino c’è la cabina di regia di un “trappolone”, che punta alla finlandizzazione delle Coree e all’espulsione dell’America da quell’area (vedi l’inquietudine del Giappone).
Sui dazi, pur denunciando l’enorme avanzo commerciale cinese, Trump usa toni meno bellicosi che con gli alleati europei. Ai paesi membri della Nato, legati da un patto di difesa che dura da 70 anni, la Casa Bianca dice a muso duro che dopo l’acciaio e l’alluminio potrebbe tassare pure le auto. Con Pechino usa il linguaggio della persuasione morale, esortando Xi ad un’autoriduzione volontaria del patologico avanzo commerciale. È evidente chi gode del rispetto di quest’America e chi invece ne riceve disprezzo.
Avere uno sguardo lucido su quel che accade non significa glorificare il passato. Sotto Clinton, Bush e Obama, le prediche americane sui diritti umani non cambiarono il comportamento dei governi di Pechino. Forse contribuirono ad alimentare un nazionalismo revanscista nella popolazione cinese, su cui oggi fa leva Xi. È paradossale però che per la prima volta da anni stia accadendo un fatto sorprendente: serpeggia la protesta contro Xi tra gli studenti cinesi che frequentano i campus universitari qui negli Stati Uniti. È una grossa novità. In passato questa diaspora élitaria si distingueva per il suo nazionalismo a oltranza. Ora perfino loro sembrano dire: troppo è troppo. E noi gli voltiamo la schiena. (Federico Rampini)

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