L’enigma PUTIN, padrone della RUSSIA – Le elezioni del 18 marzo confermano per altri 6 anni un leader che suscita timore all’Occidente; in una RUSSIA percepita ancora (dopo il comunismo) come Entità estranea – Ma la Russia è “Europa”, “Occidente” (noi leggiamo Tolstoj, Dostoevskij…): quando tornerà ad esserlo?

PUTIN – Una vittoria che era largamente prevista, e che arriva in un periodo di relazioni tese a livello internazionale, con il crescente isolamento di Mosca per l’avvelenamento dell’ex spia russa Serghei Skripal nel Regno Unito e la pressione delle sanzioni americane. Le autorità hanno detto di non aver rilevato irregolarità significative, ma opposizione e ong ne hanno denunciate migliaia (da Il Fatto Quotidiano.It del 19/3/2018)

   Putin è forse stato il primo, tra i leader globali di questa epoca, ad essere “antipatico”, estraneo, visto con timore (adesso probabilmente sta accadendo in pieno, e a ragione, con Trump). E’ sintomatico che la stessa sensazione ci sia “meno” con il leader cinese: di cui la maggior parte di noi fa fatica a ricordarsi il nome, Xi Jinping, proclamato ora leader a vita, in una sistema dittatoriale in una nazione da un miliardo e quattrocento milioni di persone che opprime ogni dissenso.

I RISULTATI DI DOMENICA 18 MARZO – Mandati presidenziali • II presidente della Russia resta in carica per sei anni, dopo la riforma del 2008 che ha esteso il termine del mandato (fino ad allora di 4) • I candidati devono avere almeno 35 anni, non essere titolari di doppia nazionalità e aver vissuto in Russia per i 10 anni precedenti alle elezioni. Non si può servire per più di due mandati consecutivi • Sette elezioni dal 1990 a oggi, tre presidenti: BORIS YELTSIN (1991 e 1996), VLADIMIR PUTIN (2000, 2004, 2012, 2018) e DMITRIJ MEDVEDEV (2008)

Sarà che Putin ha un passato nel Kgb, nei servizi segreti, in un’epoca di dura divisione del mondo dove queste entità segrete (la Cia americana, appunto il Kgb sovietico…) tessevano trame nei confronti di tanti singoli cittadini e di Paesi stranieri….

DA SLIDEPLAYER_IT

Pertanto un Putin che è un po’ un’ossessione per l’Occidente, un nemico, un leader spregiudicato, e la vicenda dell’avvelenamento in Inghilterra non fa che alimentare la cosa. Cioè è accaduto che c’è stato il 4 marzo scorso il tentativo di avvelenamento con gas nervino (che, pare, solo in Russia si produce quel tipo di gas) di un ex agente segreto russo (che molti anni fa faceva il doppio gioco con gli inglesi); si chiama Sergei Skripal, e della figlia Yulia: accusa prima lanciata dall’Inghilterra, poi seguita da Stati Uniti, Germania e Francia. Fatto avvenuto a Salisbury, nel Sud dell’Inghilterra, ed essendo avvenuto nel suolo inglese è stato considerato secondo il governo britannico un attentato alla propria sovranità, e la regia di questo tentativo di duplice assassinio è appunto stato subito attribuito a Putin… (magari Putin niente ne sapeva, ma è sintomatica la reazione di quasi tutti i Paesi occidentali che hanno subito appoggiato le deduzioni di colpevolezza formulate dall’Inghilterra..).

ALEKSEY NAVALNY, blogger russo, l’unico oppositore che alle elezioni poteva forse un po’ impensierire la vittoria di Putin. Elezioni che Navalny ha invitato a boicottare dopo che la sua candidatura è stata respinta a causa dei suoi guai giudiziari, che molti ritengono di matrice politica (una condanna per frode che la Corte Suprema russa ha revocato dopo il verdetto della Corte europea che stabiliva che il processo a Navalny era stato scorretto, ma che i giudici russi hanno riconfermato tale e quale, refusi inclusi). Navalny nel corso dell’ultimo anno ha trascinato in piazza contro il governo russo migliaia di persone. L’ultima manifestazione, non autorizzata, si è svolta il 28 gennaio e ha visto Navalny finire per l’ennesima volta in un cellulare della polizia, salvo poi essere rilasciato nella notte.

E’ così che Putin fa paura, si ha timore di lui…. E non si capisce se la sua ferrea unità nazionale da lui imposta, possa essere considerata un tentativo per “togliere di mano” la Russia a quei pochi oligarchi divenuti straricchi con la fine del comunismo (impossessandosi delle risorse energetiche del paese, di tutte le più importanti ricchezze…); o se invece Putin non è che a capo di questa oligarchia che sta impedendo probabilmente una ripartizione più democratica e positiva delle risorse e uno sviluppo più libero per i cittadini di questo grande Paese (la Federazione russa è il più vasto, il più esteso paese del pianeta).

da wikipedia, map of Russia

Perché la Russia rimane povera: il prodotto interno lordo (come dicevamo è il paese più vasto del pianeta) è inferiore a quello dell’Italia. La dipendenza dal settore energetico e dalle materie prime rimane elevatissima, pur avendo risorse di questo tipo enormi che esporta abbondantemente e permette di controllare la politica di molti Paesi… La capacità d’innovazione è bassa nonostante l’abbondanza di intelligenze, segno dell’ingessatura del sistema. Proprio perché la ricchezza prodotta è in misura notevole dirottata verso la cerchia del potere e solo in parte arriva ai cittadini comuni.

DA LIMES – Federazione russa — il Paese più vasto del pianeta – Gli 83 soggetti che compongono la Federazione russa sono raggruppati per grandi distretti federali: quello del CAUCASO DEL NORD (ROSSO), del VOLGA (CELESTE), CENTRALE (VIOLA), MERIDIONALE (GIALLO OCRA), NORD-OCCIDENTALE (GIALLO LIMONE), degli URALI (AZZURRO), SIBERIANO (ARANCIO) ed ESTREMO-ORIENTALE (BLU). IL PAESE PIÙ VASTO DEL MONDO È UN INSIEME STERMINATO DI REGIONI, REPUBBLICHE, CIRCONDARI AUTONOMI, TERRITORI E CITTÀ FEDERALI.

In questo post proponiamo le prime reazioni di qualcuno dei più attenti commentatori di ciò che accade in Russia, dopo le elezioni del 18 marzo scorso che hanno confermato la presidenza a un Putin senza effettivi avversari: e le carenze democratiche, l’impossibilità che si crei un’opposizione, non fanno certo bene a un Paese così chiuso.

IL DISCORSO DI PUTIN alla folla sotto le mura del Cremlino dopo la vittoria elettorale

Resta la nostra idea che la “grande madre Russia” è un Paese vicino a noi, per storia e sensibilità, per la letteratura che ha espresso (Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, Bulgakov, Gogol, e tantissimi altri…), la cultura scientifica, la musica e i compositori russi… e le sensazioni nell’immaginare il mondo che sono venute dalla Russia ci appartengono… Difficile pensarla come un paese estraneo, come accade con le attuali oligarchie, Putin, i modi di un mondo chiuso e freddo… Tutto questo non può appartenere allo status della Russia che amiamo e speriamo di tornare presto ad amare, a riconoscerci. (s.m.)

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IL SACCO DI AFRIN – PER NON DIMENTICARE LA SIRIA E DEI CURDI MASSACRATI – IL SACCO DI AFRIN – I mercenari dell’Els, alleati di Ankara, hanno saccheggiato la città curda occupata dalle truppe turche il 18 marzo scorso. Erdogan canta vittoria e annuncia che l’offensiva andrà avanti. I combattenti curdi delle Ypg però non si arrendono e proclamano la resistenza ad oltranza – (di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 20/3/2018)

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SE L’EUROPA È ASSEDIATA DAI DESPOTI

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 19/3/2018
Sempre più sola, sempre più diversa. Le cronache internazionali descrivono un’Europa sotto assedio. Nel giorno (domenica 18 marzo, ndr) in cui PUTIN STRAVINCE LE ELEZIONI-PLEBISICITO, i carri I CARRI ARMATI DI ERDOGAN COMPLETANO LA CONQUISTA DI AFRIN, occupando permanentemente una fetta del territorio siriano e iniziando la pulizia etnica dei curdi che avevano combattuto l’Isis in nome dei valori occidentali.
Intanto a Pechino Xi Jinping si gode la nomina a dittatore a vita della Cina. E a Washington Trump mette a punto gli ultimi dettagli delle sanzioni commerciali contro la Ue.
Non è un bello spettacolo. E soprattutto non è quello scenario di irresistibile ascesa delle democrazie che l’Occidente pensava di aver garantito dopo la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo e la riunificazione europea.
In qualsiasi direzione si guardi al di fuori dei confini della Ue si percepiscono solo minacce. Nel MEDITERRANEO tornano a galleggiare cadaveri come non succedeva dalla II Guerra mondiale. Le coste africane sono il punto di partenza per un esodo di disperati che sta facendo saltare la stabilità dei nostri sistemi politici. La MANICA si è fatta più larga e profonda con la BREXIT e i suoi prezzi da pagare. L’ATLANTICO non unisce più, e anzi rischia di dividere l’Occidente.
TRUMP, che già guardava con ostilità al progetto europeo, ora cerca di dividere la Ue con una guerra selettiva dei DAZI e si oppone al tentativo di Bruxelles di far pagare le tasse alle multinazionali americane. A Est il lento progresso della TURCHIA verso la democrazia sta subendo una rapida e drammatica involuzione, mentre le truppe di Ankara combattono in Siria gli alleati dell’Occidente e il governo del Sultano usa verso l’Europa parole di sfida e di minaccia.
Ancora più a Est, PUTIN colpisce i dissidenti russi in Gran Bretagna come fosse il cortile del Cremlino, occupa militarmente un pezzo di Ucraina, colpevole di volersi avvicinare all’Europa, finanzia partiti, governi e movimenti anti-europei per condizionare il futuro dell’Unione.
Non molto più amichevole è l’atteggiamento della CINA, ormai totalmente controllata da XI JINPING, che continua il suo dumping commerciale contro l’Europa e, dopo aver colonizzato economicamente l’Africa, con la “Nuova via della Seta” sta allungando i suoi tentacoli sull’Europa dell’Est.
Di fronte ad un mondo che sta rapidamente cambiando, e non in meglio, l’Europa stenta ad adeguare i propri strumenti di difesa. Le proposte di maggiore integrazione lanciate da MACRON si scontrano con la rivolta dei Paesi del Nord, che rifiutano persino di scucire un euro per compensare il buco aperto dalla Brexit nel bilancio Ue.
Mentre la fronda dei governi sovranisti del GRUPPO DI VISEGRAD, attenta ai richiami che vengono da Washington, Mosca e Pechino, si sta a poco a poco trasformando in un modello alternativo di “anti-Europa”, confortato anche dal risultato delle elezioni in Italia.
Per chi ancora crede nel sogno, o nell’utopia, che prese forma sulle macerie del muro di Berlino si avvicina il momento della verità. Il cambiamento dello scenario internazionale fa sì che l’Europa finisca inevitabilmente per riconoscersi in quell’insieme di valori che trent’anni fa sembravano universali e che oggi sono sempre meno rispettati fuori dai nostri confini (e in qualche caso anche all’interno delle frontiere europee). La difesa di quei valori e la difesa del progetto europeo vanno sempre più coincidendo. Presto verrà il momento di decidere fino a che punto vogliamo difenderli, e quali prezzi siamo disposti a pagare. (Andrea Bonanni)

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I LEADER FRAGILI E IL MODELLO BONAPARTISTA

di Marco Gervasoni, da “il Messaggero” del 19/3/2018
Il filosofo russo Nikolaj Berdjaev, morto in Francia esule dal comunismo nel 1948, scriveva che la Russia è lo specchio dell’Occidente: ci restituisce un’immagine, deformata e ingigantita, di ciò che noi siamo. Casualmente, ma solo in parte, Berdjaev è anche uno dei pensatori di riferimento di Vladimir Putin, rieletto domenica 18 marzo con un margine persino più ampio di sei anni fa. E allora cerchiamo di capire, più che Putin in sé, COSA RAPPRESENTI PER NOI: se si vuole, quale sia il suo “mito”, forte tanto nei detrattori quanto nei sostenitori. E tentiamo di trarre una lezione.
Che PUTIN negli ultimi anni sia UN’OSSESSIONE PER L’OCCIDENTE è piuttosto evidente. Anzi, ancor più di un’ossessione: è diventato IL NEMICO, che ogni comunità politica o di destino ha sempre bisogno di possedere. Per quanto la potenza dell’egemonia cinese sia assai superiore a quella russa, pochi percepiscono Pechino come una minaccia. Troppo lontana e troppo fuori dai nostri codici culturali: non è specchio di nulla. Per un certo periodo, poi, alcuni hanno cercato di dipingere Trump come nemico dell’Occidente; ma poiché Occidente e America sono sinonimi, l’operazione non poteva funzionare, almeno a livello simbolico.
Putin invece è IL NEMICO PERFETTO: per la spregiudicatezza delle sue azioni (chiedere a Londra), per iconografia, per quel senso di oscuro che emana, e perché, per molti decenni, la Russia (sovietica) lo è stata davvero ostile all’Occidente.
Il nemico, si sa, seduce. E una parte consistente del fascino di Putin, sia tra i detrattori che tra i simpatizzanti, sta nell’immagine che ci restituisce. Quella della supremazia del Politico, del decisore, dell’azione efficace del capo e della sua durata nel tempo. Poco importa che poi, nel putinismo”reale”, questa prevalenza del Politico sia meno assodata che nell’immaginario (anche in Russia, come in Occidente, la tecnocrazia domina, e anzi secondo molti Putin ne sarebbe un puro prodotto). Conta l’immagine.
Di ciò che l’Occidente, o almeno l’Europa, non sono più. Da noi il Politico è sempre più debole, quando non inesistente; da noi il Politico non decide, o lo fa con una lentezza che ne spegne l’efficacia. Da noi, soprattutto, il leader non dura. Un problema che un personaggio acuto, anche se per più versi disastroso, come l’ex presidente francese Sarkozy ha riconosciuto giorni fa in un discorso a Abu Dhabi.
Come possiamo competere noi europei, si è chiesto, con la Cina, con l’India, con la Russia, se qui i capi vengono spodestati e licenziati con la rapidità di un cambio di biancheria? Un cruccio reale.
Qual è allora la lezione da trarre? Importare il putinismo? Certamente no. Anche se, a ben vedere, il regime di Putin, che non è democratico secondo i nostri canoni, ma non è neppure dittatoriale: che non è liberale, ma neppure davvero autoritario, forse l’abbiamo inventato noi, anzi i francesi.
Si chiama BONAPARTISMO: ricorda infatti un po’ il regime che Napoleone III edificò in Francia, tra il 1851 e il 1870. Il problema è che, se non costruiremo democrazie efficaci, governanti, in grado di decidere, se non riusciremo a selezionare leader con ampia legittimità, che durino nel tempo, il putinismo arriverà comunque.
Il modello si sta espandendo (ora è a Budapest e a Varsavia) e non è detto che la democrazia liberale, il nostro schema occidentale, sia destinato a resistere e a durare, di fronte alle trasformazioni geopolitiche ed economiche. Un modo per salvare questo tipo di democrazia consiste nel renderla più solida, riformando le istituzioni politiche.
E’ un problema che sentono in Germania, in Spagna, in Francia, persino nel Regno Unito. E che noi italiani patiamo al massimo, poiché le nostre istituzioni sono state pensate settant’anni fa per produrre leader deboli e impossibilitati a decidere. La lezione del 4 marzo è che il sistema politico nato dalla Costituzione si è esaurito. La lezione del 18 marzo russo è che, se non vogliamo trovarci un Putin italiano, dovremo costruire ex novo le nostre istituzioni. (Marco Gervasoni)

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I “GEMELLI” DEL POTERE: PUTIN COME XI, I LEADER (ETERNI) DEL MONDO

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20/3/2018
– Alla guida di Russia e Cina due autocrati indiscussi (e simili). Ma il loro futuro resta molto diverso – Per sempre? Putin resterà in carica almeno fino al 2024, Xi fino al 2023. Nessuno minaccia il loro status –
Una domanda corre in queste ore nelle cancellerie di mezzo mondo: «Putin forever?». Putin per sempre? Nei giorni scorsi, invece, ai governi è arrivata anche una notizia secca: «Xi Jinping forever!». Ieri, i due leader si sono scambiati congratulazioni per le reciproche riconferme al potere. Il presidente russo resterà in carica almeno fino al 2024, dopo essere stato rieletto da una maggioranza notevole di connazionali. Il presidente cinese rimarrà al suo posto fino al 2023 ma potrà ricandidarsi (ed essere confermato) fino a quando vorrà. Gli uomini forti delle due potenze dell’EURASIA da questo punto di vista sono gemelli: nessuno minaccia la loro posizione e il loro potere.
Qualche similitudine c’è anche nel loro sistema di controllo politico domestico. La Russia è ormai a tutti gli effetti un regime autoritario, dominato da un clan di oligarchi e funzionari che trova il suo punto di equilibrio e di guida in Putin. Le elezioni le manipolano — perché i russi si sono abituati a votare e tornare indietro formalmente non si può — e per i successivi sei anni gestiscono, quasi senza controllo e contropotere, la vita del Paese: nell’economia, nei media, nell’esercito, nei tribunali, nei servizi segreti, nelle prigioni.
La Cina è una dittatura in cui il clan di vertice è la cupola comunista e dove ragion di Stato e di partito coincidono: dalla fine degli Anni Settanta del secolo scorso, il capitalismo centralizzato funziona ma i diritti civili continuano a non esistere, le elezioni inutili.
A Mosca la democrazia è «gestita» e manipolata, a Pechino non c’è. La terza somiglianza tra Putin e Xi sta nel fatto che entrambi stanno stringendo il controllo sull’apparato di potere. Il presidente della Duma russa, Vyacheslav Volodin, sostiene che «senza Putin la Russia non esiste». Nel tempo (è al potere dal 2000), il leader ha messo fuori gioco l’élite politica di tendenze democratiche e si è circondato di tecnocrati e oligarchi senza particolari convinzioni ideologiche ma interessati alla conservazione del potere.
Xi ha cambiato la costituzione cinese, ha abrogato il limite di due mandati da presidente e ora potrà essere nominato potenzialmente a vita come capo dello Stato, oltre che del partito. In più, la sua campagna contro la corruzione gli ha permesso di eliminare gli avversari e di costruire attorno a sé un apparato fedele.
LE SOMIGLIANZE FINISCONO PERÒ QUI. DUE enormi DIFFERENZE SEPARANO PUTIN E XI, Mosca e Pechino. Entrambe fondamentali per capire le due potenze oggi.
INNANZITUTTO, l’ECONOMIA della Russia è debole, quella della Cina è fortissima. Il Prodotto interno lordo della federazione russa — il Paese più vasto del pianeta — è inferiore a quello dell’Italia. La dipendenza dal settore energetico e dalle materie prime rimane elevatissima. La capacità d’innovazione è bassa nonostante l’abbondanza di intelligenze, segno dell’ingessatura del sistema. La ricchezza prodotta è in misura notevole dirottata verso la cerchia del potere e solo in parte arriva ai cittadini comuni. Le sanzioni dell’Occidente seguite all’annessione della Crimea finora non hanno colpito Putin ma certamente non hanno aiutato l’economia.
La Cina invece continua a crescere tra il sei e il sette per cento l’anno. La sua economia è già la prima del mondo se misurata in termini di parità di potere d’acquisto. Gli squilibri interni e la corruzione sono forti ma finora i vertici del partito hanno dimostrato una grande abilità nel gestire le crisi reali e quelle possibili. L’efficienza del dirigismo statale è quel che ha permesso al vertice del partito di negare le libertà civili e democratiche in cambio dell’aumento del benessere.
Ciò proietta l’idea di una non lontana egemonia cinese globale: se si guarda alla forza digitale, gli Stati Uniti sono vicini a un «Sputnik Moment», la sorpresa con cui si accorsero che l’Unione Sovietica era più avanzata nella gara nello spazio.
LA SECONDA DIFFERENZA, legata alla prima, sta nella POLITICA ESTERA DEI DUE LEADER e dunque nel futuro dei due Paesi. Proprio perché non ha una narrazione forte in economia, Putin esporta conflitti o la partecipazione in essi, dalla Crimea alla Siria all’Ucraina. E si affida, sempre come arma di politica internazionale, al polonio e ad agenti chimici nervini. Poco attraente.
La Cina è invece in una fase di conquista di consensi internazionali per il suo modello di capitalismo autoritario, efficiente e non frenato dai lacci della democrazia. E lo accompagna con il rafforzamento militare, soprattutto in mare, ma anche con la costruzione di un portentoso corridoio di infrastrutture tra la madrepatria e l’Europa, via Asia centrale e Medio Oriente, la BELT AND ROAD INITIATIVE che prevede la costruzione di strade, ferrovie, porti e rotte marittime. Gemelli in autoritarismo ma separati dal futuro. (Danilo Taino)

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LA VITTORIA DI PUTIN HA UN SIGNIFICATO ANTICO

di Guido Salerno Aletta, da Mf – Milano Finanza del 20/3/2018
La rielezione di Vladimir Putin alla Presidenza Bela Federazione Russa, per un quarto mandato, è un segnale di continuità ultrasecolare nel quadro geopolitico mondiale. Sui media occidentali era stata data per scontata, quasi a voler mettere in dubbio la democraticità del voto popolare, trascurando invece il dato di fondo essenziale: dopo la catastrofica dissoluzione dell’Unione Sovietica, Putin rappresenta una sorta di Padre della Patria per aver restituito l’orgoglio nazionale alla Russia.
E’ un dato identitario difficilmente comprensibile dall’esterno, visto che la Russia è di smisurata vastità: copre ben 11 meridiani, è abitata da oltre un centinaio di gruppi etnici, sono 145 milioni di persone con una densità territoriale infinitamente bassa.
Ma la lingua comune russa è un fattore unificante straordinario, insieme al sentimento religioso: la appartenenza alla Chiesa Ortodossa è un fattore identitario, ancor più perché è rimasta distinta da quella Cattolica romana, universale.
Vladimir Putin, nel bene e nel male, in questi anni è stato capace di interpretare l’anima profonda della Russia, restituendola a se stessa. Ed è per questo che, con una linearità ed una continuità impressionante, riprendono nella geopolitica odierna le linee di conflitto che hanno caratterizzato le politiche europee vecchie di più di un secolo.
Ancora una volta, è la Gran Bretagna a farsi carico di contrastare la pressione della Russia verso il Mediterraneo, come avvenne sin dalla guerra di Crimea del 1853 per difendere l’Impero Ottomano allora minacciato da Mosca. L’Italia si accoda neghittosa, strumentalmente: è divisa come allora, quando i Borboni del Regno delle Due Sicilie avevano ben altre strategie.
Lo stesso vale per la Ucraina, da qualche anno tornata ad essere terra di confine nello scontro tutto interno all’Occidente, in cui l’impero tenesti rosso confligge ancora una volta con quello navale rappresentato dalla Gran Bretagna ed ora anche dagli Stati Uniti.
La Germania, ancora una volta, ha solo un ruolo gregario.
E c’è poi il nodo sempre irrisolto della Persia, oggi chiamata Iran: di questa terra, contesa tra i due blocchi già nel Trattato di Yalta in cui ogni area in cui si era svolto il conflitto era stata attribuita all’una ovvero all’altra influenza, si rinviò il destino alle successive discussioni diplomatiche. Ed è lì, in Persia, che il conflitto globale è rinato esattamente quarant’anni fa, alla caduta dello Scià Rehza Pahlevi.
In Siria si sta giocando da diversi anni una partita che è invece millenaria per via della pericolosa continuità della presenza territoriale sciita, in verità persiana, che si affaccerebbe nuovamente nel Mediterraneo.
Ci sono anche equilibri nuovi, per via dell’inusitato e positivo rapporto tra Russia ed Israele, dovuto alla massiccia immigrazione ebraica verificatasi in coincidenza con il collasso dell’Urss, che si innesta sulla storica necessità di Israele di assicurare la propria sicurezza in un ampio contesto regionale, non potendola limitare al solo presidio delle frontiere.
Al di là delle ideologie novecentesche, e del comunismo sovietico ormai tramontato, Vladimir Putin rappresenta la Russia, quella di sempre. Con cui dover fare i conti. (Guido Salerno Aletta)

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SVOLTA DI PUTIN IV: DIALOGO INTERNAZIONALE

di Fabrizio Dragosei, da “il Corriere della Sera” del 20/3/2018
Dopo l’ubriacatura del grande successo di domenica con il raggiungimento del 76,7% dei consensi, Vladimir Putin si è presentato ieri al mondo con una faccia diversa da quella delle settimane di campagna elettorale.
Con il volto che l’Occidente vorrebbe tanto vedere sempre: quello di un leader non più obbligato a cavalcare il nazionalismo bellicoso ma pronto invece a dirimere pacificamente le divergenze con vicini, ex nemici e partner. E le prime dichiarazioni sembrano promettenti: «Non abbiamo alcuna intenzione di imbarcarci in una nuova corsa agli armamenti. Al contrario: tenteremo di costruire relazioni costruttive con gli altri Paesi. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per risolvere le dispute con i nostri partner usando mezzi politici e diplomatici».
Musica per le orecchie degli europei che ieri, nonostante la leader britannica Theresa May avesse chiesto (secondo indiscrezioni) di non congratularsi col capo del Cremlino, si sono affrettati a inviare messaggi. Dal presidente tedesco a Mattarella che ha espresso «cordiali felicitazioni» ma ha anche parlato della necessità di riprendere un dialogo costruttivo con Ue e Nato.
Macron ha rotto per primo gli indugi e ha chiamato al telefono Putin. Nel comunicato francese si parla di «augurio di successo alla Russia nel suo processo di modernizzazione». Una formula furba per dire e non dire. Al presidente francese, che ha anche sollevato la questione degli agenti chimici che potrebbero essere detenuti da Mosca in violazione degli acconci (ma senza alcuna accusa diretta a Vladimir Vladimirovich, come invece fanno da giorni i britannici), Putin ha ripetuto che il suo Paese è innocente. Molto morbide anche le dichiarazioni degli osservatori Osce e Ue.
Il voto russo è stato giudicato regolare dal punto di vista delle procedure di domenica. Ma, naturalmente, i candidati non erano in condizione di competere ad armi pari con Putin. E la Ue ha chiesto alla Russia di «affrontare le mancanze» rilevate dagli osservatori. Niente di più. Ora che avrà sei anni senza rischi politici davanti a sé, il quadri-presidente potrà dunque presentarsi con nuovo atteggiamento sull’agone internazionale. E poi dovrà certamente prendere di petto la situazione interna, tutt’altro che brillante. La Russia esce da anni di crisi profonda aggravata anche da sanzioni e controsanzioni che per ora non sembrano destinate a essere eliminate. La recente risalita dei prezzi di petrolio e gas (il Brent, oggi a 66 dollari il barile, era a 34 nel gennaio del 2016) ha ridato fiato all’economia, ma il bilancio statale va corretto.
Esiste già un piano assai duro che prevede aumento delle tasse e innalzamento dell’età pensionistica. Il nuovo governo dovrà probabilmente metterlo in pratica. Oggi Putin si può permettere di varare anche provvedimenti impopolari, visto il risultato. A parte i voti espressi per lui (con un picco del 93,38% in Cabardino-Balkaria, nel Caucaso), è risultata alta anche l’affluenza alle urne: 67,4% degli aventi diritto. Vale a dire che il presidente ha oggi il consenso della maggioranza assoluta dei russi (51,37%), contando tutti.
Lev Gudkov, direttore dell’ultimo organismo indipendente demoscopico rimasto, il Centro Levada, è convinto che nella notte i voti siano «aumentati misteriosamente». Ma la sostanza rimane: la Russia si è schierata. L’opposizione democratica è in frantumi e anche il blogger Navalny che aveva proclamato il boicottaggio del voto ha fatto un buco nell’acqua. E questa catastrofe dei democratici potrà rivelarsi un serio problema per il Paese. (Fabrizio Dragosei)

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L’EUROPA E IL DOVERE DEL DIALOGO

di Alessandro Campi, da “Il Mattino” del 19/3/2018
La scontata e plebiscitaria vittoria di Vladimir Putin da un lato rende francamente inutile il biasimo e i toni di condanna che osservatori e politici occidentali riversano periodicamente sul capo del Cremlino, arrivando ad accusare di “putinismo” e di simpatie per la dittatura chiunque non si accodi alla pubblica denuncia dei suoi comportamenti da autocrate e dei suoi metodi profondamente anti-democratici; dall’altro rende sempre più necessario interrogarsi sulle ragioni del suo perdurante consenso interno (difficilmente spiegabile solo in chiave di repressione del dissenso e di assolutismo carismatico) e su quale atteggiamento si debba tenere nei suoi confronti visto il ruolo sempre più decisivo che egli ha assunto ormai da un pezzo sulla scena politica internazionale.
L’impressione è che quando si parla di Putin spesso prevalgano gli stereotipi da ‘guerra fredda’ e le interpretazioni caricaturali o deformanti, come se fosse all’opera una macchina propagandistica di potenza eguale a quella che i russi sono accusati di aver messo in piedi per seminare zizzania, a colpi di fake news e di attacchi hackers, tra le democrazie occidentali. La disinformazione, andrebbe ricordato, non è una specialità da ex-funzionari del Kgb. Anche in Occidente, quanto a manipolazione della verità e a propaganda spacciata per informazione, non abbiamo nulla da imparare.
Sostenere che la Russia sia ancora oggi il regime delle spie, delle trame e dei veleni eccita la nostra fantasia come se stessimo assistendo a un film in presa diretta, dire che Putin sia la reincarnazione dello spirito autocratico zarista ci dà l’illusione di essere molto ferrati in storia e psicologia, ma sono argomenti che non ci aiutano a capire come funziona realmente il sistema politico russo e quali siano state le strategie di “consensus building” seguite da Putin e dal suo gruppo dirigente in tutti questi anni.
Dinnanzi ad un Paese socialmente ed economicamente a pezzi, frustrato nelle sue ambizioni dopo il crollo del comunismo, le cui immense ricchezze erano finite nelle mani di una ristretta e vorace oligarchia, Putin ha avviato un lavoro di ricostruzione del tessuto nazionale che è consistito, da un lato, nel restituire funzioni e responsabilità alla macchina statale pubblica e alla struttura burocratica, sulla quale pesava il pregiudizio d’età sovietica di essere un sistema corrotto e inefficiente, e dall’altro nel creare una catena di comando politico-amministrativa che dalla presidenza – centro nevralgico decisionale del paese – potesse irradiarsi verso l’intera articolazione istituzionale del Paese, in modo da favorire l’effettiva realizzazione dei progetti di riforma decisi dal Cremlino.
Putin ha così creato una solida struttura di potere alla quale il suo carisma offre una copertura simbolico-mediatica in effetti efficace, ma che non funzionerebbe se dietro di lui non fosse stato creato anche un vasto e capace ceto politico-dirigente che ne condivide il progetto politico: accentratore e decisionista sul piano politico, conservatore su quello culturale, modernizzatore su quello economico. Se c’è un paese dove non basta il carisma dell’uomo solo al comando per governare questo è per l’appunto la Russia, al di là delle leggende che lo stesso Putin ha avuto interesse ad alimentare e che hanno finito per creargli intorno un vero culto della personalità con venature quasi pop.
Le riforme economiche, fiscali e giudiziarie realizzate negli anni, con il sostegno di un’ideologia patriottica non priva di richiami identitari alla tradizione religiosa ortodossa che è servita a restituire ai russi l’orgoglio della loro appartenenza dopo lo shock della fine del comunismo, hanno nel frattempo fatto nascere una vasta classe di piccola-media borghesia, spesso legata professionalmente al settore pubblico, che è diventata la vera base dell’ampio consenso di cui Putin gode.
E alle elezioni se ne è avuta una nuova conferma. Resta da capire a questo punto come ai Paesi occidentali convenga atteggiarsi nei suoi confronti.
La Russia odierna non è ovviamente una democrazia liberale. Ma forse l’errore consiste nel pensare che possa divenire tale se non ci fosse appunto Putin a impedire una simile trasformazione. La Russia ha ereditato dalla sua storia (e dalla sua geografia) uno status da grande potenza imperiale e non si può pretendere che vi rinunci per diventare uno stato sovrano tra gli altri del concerto mondiale.
Richiamarla al rispetto dei diritti umani e sperare che innalzi i suoi standard democratici interni è giusto e non si deve smettere di farlo (purché un’analoga fermezza si dimostri anche verso le altre false democrazie o palesi dittature che popolano il mondo e con le quali l’Occidente è spesso così ipocritamente indulgente).
Ma averla come interlocutore e partner, in un mondo che rischia il caos proprio perché le grandi potenze hanno smesso di esercitare il loro ruolo direttivo e d’indirizzo, è assolutamente necessario, in primis per noi europei.
Dando corpo ad una sua antica aspirazione geopolitica, la Russia si è insediata sulle sponde del Mediterraneo. Ma va anche detto che ciò non è dipeso solo dallo spirito avventuristico e aggressivo di Putin; egli ha piuttosto occupato sulla scena mediorientale (e dunque mediterranea) il vuoto politico-militare colpevolmente creato dal disimpegno americano all’epoca della seconda presidenza Obama.
Come tutti i Paesi revisionistici, che spingono cioè per una modifica dello status quo internazionale, non si può ovviamente assecondare la Russia in tutte le sue pretese e rivendicazioni geopolitiche, col rischio che finisca come con le politiche di appeasement, sostanzialmente accomodanti e rinunciatarie, che furono praticate nei confronti della Germania nazista e che servirono solo ad aumentarne lo spirito di conquista.
Ma nemmeno si può pretendere, senza scatenare una reazione e conoscendo la sindrome d’accerchiamento che ha sempre afflitto la dirigenza russo-sovietica, che la Nato arrivi colle sue truppe al confine con la Russia. Che per sé, in quanto grande potenza, pretende soprattutto confini sicuri, un’area di sicurezza militare e una zona d’influenza politica esclusiva.
La guerra alla Russia, anche solo quella realizzata a colpi di accuse sulla stampa, ne alimenta il nazionalismo interno, la spinge di più sulla strada dell’autocrazia e non fa fare un passo in avanti sulla strada di una necessaria collaborazione, che per un pezzo importante d’Europa significa poter soddisfare il proprio fabbisogno energetico e disporre di un ampio mercato di sbocco per i propri prodotti.
Realismo politico, affari e intransigenza etica possono benissimo convivere: ma questo non dipende dal capo del Cremlino, bensì dalla forza politica e dal senso morale dei suoi interlocutori.
Chi invece proprio ritiene che con Putin non si debbano avere rapporti, può consolarsi con l’idea che la sua avventura è destinata comunque a finire nel 2024, quando non potrà più ripresentarsi per un nuovo mandato. Ma l’esperienza recente della Cina ci ricorda che a realizzare una bella modifica costituzionale, per trasformarsi in presidente perpetuo, non ci si mette nulla. (Alessandro Campi)

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UN PLEBISCITO PER LO ZAR PUTIN

di Francesco Battistini, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2018
– Putin ha vinto le presidenziali in Russia. Guiderà il Paese per la quarta volta. II nuovo mandato gli consentirà di restare al Cremlino per i prossimi 6 anni, fino al 2024. I dati gli attribuiscono il 76,5 per cento dei voti. Con un’affluenza superiore al 67 per cento – E sullo scontro con il Regno Unito Putin ha definito «una sciocchezza» l’ipotesi di un coinvolgimento russo nell’omicidio della spia e ha offerto collaborazione a Londra – Potere agli emergenti: l’idea di un governo nuovo di zecca, con l’incognita Duma (la vera Russia del futuro la vedremo soltanto tra due o tre anni, con le elezioni parlamentari alla Duma: queste erano scontate, quelle non si sa) – Tra i ragazzi della «Voce», osservatori indipendenti: “Hanno minacciato di licenziare chi non votava, ai seggi hanno messo in palio regali: chi presentava il certificato poteva vincere una casa, un’auto, un check-up medico” (Stanislav Andreiciuk, Osservatore dell’Istituto «La Voce») –
MOSCA – Sezione 1479, scuola 5 di Ljubercy. Basta un minuto. Alle 8.55, la scrutatrice aspetta che l’unico elettore esca dal seggio. Prende un po’ di schede e le butta nell’urna. Poi chiede qualcosa a due colleghe, ne piglia delle altre e zac, veloce così, avanti a votare. Il poliziotto è seduto a un metro e finge di non vedere, ma meglio spicciarsi: entra un’altra signora e dà una mano, tutt’e due infilano pacchi di schede. Alle 8.56, la scrutatrice truffatrice si dà una sistemata alle braghe e se ne esce con aria indifferente.
Le uniche cose trasparenti sono l’urna (di vetro) e le immagini della webcam piazzata sul soffitto: II broglio è fatto. «Sa quante segnalazioni come queste ci sono arrivate?», sorride STANISLAV ANDREICIUK, 32 anni, osservatore indipendente di GOLOS: «Alle due del pomeriggio, erano già 1.764. Dal Dagestan, da Kaliningrad, dalla Chukotka…».
Elezioni truccate? «Ma no, non serve truccarle. II trucco è stato fatto durante la campagna elettorale. Con la minaccia di licenziare chi non votava, coi regali ai seggi. In certi posti, chi presentava il certificato elettorale poteva vincere un appartamento, un’auto, un check-up medico, il pagamento delle bollette. Se eri col bambino, lo lasciavi a baby-sitter che lo facevano partecipare al concorso “DISEGNA IL TUO PRESIDENTE PUTIN”. Gli scrutatori imbroglioni ripresi dalle telecamere lo fanno solo perché s’è sempre fatto così. E le immagini servono a dire: vedete come controlliamo bene?».
PUTIN IV. PIÙ LONGEVO DI BREZNEV, QUASI COME STALIN. Per festeggiare altri sei anni da zar, la Piazza Rossa è già chiusa a metà pomeriggio: s’entra solo con l’invito al party sottozero, musica e salsicce e vodka.
Ma basta fare un quarto d’ora a piedi dal Cremlino, fino alla lapide dei Caduti che guarda la Moscova ghiacciata, dov’era la più vecchia fabbrica di cioccolato della Russia, l’Ottobre Rosso, suonare a una porta di ferro e aspettare Stanislav: s’entra così nel covo più riservato dell’opposizione e più temuto da Putin, L’ISTITUTO INDIPENDENTE GOLOS, «LA VOCE». Di chi non ha molta voce in capitolo, ma buoni occhi per controllare il voto.
Hipster e pizze al taglio, una novantina al call center con le cuffiette, i grafici, il laptop. Due giorni fa, «siete agenti stranieri», la polizia ha sfrattato GOLOS dalla sua sede. Cacciata a Ottobre Rosso, protetta da alcuni ambasciatori — il norvegese come l’austriaco, venuti a fare visita e a tenere lontani ospiti inattesi —, la Voce s’è rimessa a parlare: «Qui, riceviamo segnalazioni da tutta la Russia. Undici fusi orari. Fin dove Putin ce lo lascia fare».
Migliaia d’osservatori volontari, crowfunding, lotta alle bufale sul web, monitoraggio via telecamera in 40mila seggi su 96mila, denunce da gente portata coi bus a votare o chiamata a casa dal caporeparto: «Certo, se imbrogliano anche quando sono ripresi, immaginarsi dove non filma nessuno…». Alla fine, non è andata peggio d’altre volte. Truffe quanto basta. Golos e i russi si preparano al nuovo sessennio putiniano. «Non molto diverso dai precedenti», dicono qui: «L’obiettivo principale sarà far funzionare l’economia. E mantenere il passo militare con gli Usa in Ucraina e Medio Oriente».
Un’emergenza da affrontare subito, la manovra: nonostante la ripresa del petrolio, peseranno il costo pensioni e la flat tax, tanto evocata nella campagna elettorale italiana, che qui potrebbe anche essere abolita. «A Wad servirà un governo nuovo di zecca»: via i nomi troppo usurati, più potere a qualche emergente. Come ANTON VÁJNO, giovane spuntato dal nulla a guidare lo staff presidenziale, o il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin. Oppure il 35enne MAKSIM ORESHKIN, fama di tecnocrate. E BORIS TITOV, che difende i piccoli imprenditori, e l’ex ministro delle Finanze, ALEKSEJ KUDRIN, che ha già preparato il piano lacrime e sangue.
«La Russia che sarà, la vedremo fra due o tre anni con le prossime elezioni della Duma», dice Stanislav: «Queste erano scontate. Quelle, non lo so».
Dalla piazza Rossa rimbomba una canzone della vittoria: «E dopo la Crimea, ora che sei libero dalle catene, perché non ci ridai l’Urss? Io sono incantata, non riesco a guardarti. Oh Putin, prendimi con te e portami via!». Ce la traducono, qualcuno ride. Ma non troppo. (Francesco Battistini)

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LO ZAR PUTIN PIÙ FORTE DEL VELENO

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 17/3/2018
– La notizia dell’AVVELENAMENTO DI SALISBURY ha accompagnato la scontata rielezione di Vladimir Putin per un quarto mandato –
(….) Gli elettori di Mosca e di Pietroburgo ignorano per lo più la sorte delle spie di Salisbury. Sulla nuova, non certo sorprendente, conferma di Putin al potere, i più pessimisti sentono soffiare il vento della Guerra fredda.
Ma il ricorso a questa vecchia espressione, usata puntualmente a torto e a traverso, è in questo caso inappropriata, perché all’origine riferita allo spirito ideologico, militare, geopolitico dell’Unione Sovietica, con il quale la Russia d’oggi ha poco a che vedere.
La sfiducia tra Mosca e le potenze occidentali ha raggiunto toni insoliti, anche rispetto alle passate, quasi croniche polemiche. È accaduto in seguito all’accusa, simultanea alle elezioni, di avere tentato il 4 marzo l’avvelenamento con gas nervino dell’agente doppio SERGEI SKRIPAL, 66 anni, e della figlia, YULIA, 33 anni. Accusa prima lanciata dall’Inghilterra, poi seguita da Stati Uniti, Germania e Francia. Il fatto essendo avvenuto a Salisbury, nel Sud dell’Inghilterra, era da considerare secondo il governo di Londra un attentato alla sovranità britannica.
L’uso offensivo del neurotossico di qualità militare, di un tipo prodotto in Russia, sarebbe stato il primo dalla Seconda guerra mondiale in un paese occidentale. Quindi una violazione del territorio britannico che ha provocato l’espulsione in massa di diplomatici russi e una concertazione tra i principali alleati in vista di sanzioni, da aggiungere a quelle già esistenti in seguito alla crisi Ucraina e all’annessione della Crimea.
Oltre alle accuse sempre più categoriche delle autorità inglesi, condivise da americani, tedeschi e francesi (gli italiani impacciati dalla incerta situazione interna si sono associati in ritardo), pesa su Vladimir Putin il suo passato nel Kgb, del quale ha fatto parte dall’età di ventitré anni. Le abitudini di quel periodo non lo avrebbero mai del tutto abbandonato, e quindi la sua biografia appesantisce i sospetti.
I FATTI DI SALISBURY aprono una terza crisi tra la Russia e i paesi occidentali.
La prima, irrisolta, è l’UCRAINA, la cui insubordinazione verso la Federazione russa ha fatto fallire il progetto, tentato da Putin, di un’alleanza euroasiatica che avrebbe ricreato in qualche modo l’impero perduto. Da quella crisi Putin ha ricavato un bottino importante anche se costoso, quale è la Crimea. La dimenticata, sempre micidiale, instabilità del confine russo-ucraino, è rimasta un tumore nel cuore dell’Europa.
Ma è nel MEDIO ORIENTE che Vladimir Putin è riuscito ad imporsi. Giocando gran parte della sua potenza militare ha sostenuto Bashar al Assad, considerato un criminale di guerra (a volte frequentabile perché utile) dagli occidentali. Ha aiutato il rais di Damasco nella riconquista di Mosul e di Raqqa, ed è diventato un suo alleato indispensabile, tanto da progettare con lui una spartizione della Siria. Nel groviglio di alleanze mediorientali tenta di eliminare i ribelli nemici di Assad ma alleati degli americani. Con i quali cerca però di avere buoni rapporti. E lascia fare i turchi che cercano di eliminare le milizie curde, anch’esse alleate degli americani ormai distratti e sempre meno interessati al Medio Oriente, da quando sono autosufficienti per quanto riguarda il petrolio.
I turchi, vecchi alleati nella Nato, godono di qualche riguardo e ispirano molte perplessità. Fino all’allarme inglese, per l’uso del gas nervino a Salisbury, Donald Trump aveva trascurato l’attivismo di Vladimir Putin nella valle del Tigri e dell’Eufrate.
Per ora, con l’Inghilterra, dopo qualche esitazione, si sono impegnati contro Putin la Germania, gli Stati Uniti, la Francia. L’Italia è apparsa più impacciata. L’incerta situazione interna le impedisce di muoversi con decisione. I successori di Gentiloni hanno posizione diverse. Il leghista Salvini ha già espresso in più occasioni la sua simpatia per Vladimir Putin. La sua alleata Meloni, durante la campagna elettorale in Italia, ha fatto visita a Budapest, capitale euroscettica di un paese membro dell’Unione europea. E con lo sguardo spesso rivolto alla Mosca di Putin.
Non è facile distinguere gli alleati dagli avversari. Le affiliazioni contano poco e così Putin può anche dividere l’Europa. È amico dei populisti. E questa è la loro stagione. (Bernardo Valli)

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SE PUTIN UNISCE L’OCCIDENTE

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 16/3/2018
Doveva essere la Russia a ricomporre almeno l’apparenza di un fronte delle democrazie occidentali e a restringere quell’oceano Atlantico che Trump stava allargando.
Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e presto Canada e persino il minuscolo Lussemburgo hanno sottoscritto o sottoscriveranno una sorta di nuovo, mini Patto Atlantico per fronteggiare quella che ormai anche Trump ha dovuto riconoscere come la nuova minaccia russa.
Se per ora da questa improvvisata alleanza ad hoc sembra esclusa l’Italia – nonostante la solidarietà a Londra espressa da Gentiloni e Alfano – forse l’assenza si spiega con la totale incertezza e la confusione politica che regna a Roma, dove i due partiti vincitori delle elezioni hanno scoperte simpatie per Putin, come la Lega, o vivono di acrobazia e ambiguità, come il Movimento Cinque Stelle.
Il presunto successo internazionale di Vladimir Putin che aveva riportato Mosca al centro o non più ai margini della politica internazionale dopo lo sfascio dell’Urss e l’imbarazzante parentesi di Boris Eltsin si sta dunque rivoltando contro il nuovo zar. Putin, dall’annessione della Crimea fino all’ormai riconosciuto intervento nei processi elettorali americani attraverso gli hackers, è riuscito a fare quello che Stalin aveva fatto inghiottendo l’Europa dell’Est anche oltre le vaghe intese e sfere di influenza concordate a Yalta.
Avere costretto persino Donald Trump, il candidato che aveva pubblicamente invocato l’aiuto di Putin per battere Hillary Clinton, ad ammettere le interferenze russe nella vita democratica americana, ad accettare finalmente sanzioni dalle quali aveva sempre svicolato e a unirsi all’iniziativa di Theresa May di rappresaglie per l’attacco con il gas nervino all’ex spia del Kgb a Londra conferma una storica e paradossale maledizione che colpisce la Gran Madre Russia: vincere le guerre e perdere la pace.
È come se la cronica, storica assenza di cultura e tradizione democratica in Russia aiutasse gli autocrati del momento, si chiamino Aleksandr Romanov, Josif Džugašvili Stalin o Vladimir Putin a resistere alle aggressioni militari e poi a perdere il prestigio tanto dolorosamente acquistato sui campi di battaglia.
Putin aveva tutta la scacchiera a suo favore, a cominciare da un’Europa affamata di scambi commerciali fra le materie prime russe e i prodotti occidentali. Governi europei di ogni colore firmavano accordi e scambiavano cortesie, mentre le barriere della Guerra Fredda collassavano.
Ma il nuovo zar ha voluto esagerare, ha voluto stravincere. Per garantirsi nuovi successi ha brigato, come ormai riconosce anche Trump, per bloccare Hillary Clinton e favorire il candidato repubblicano, così aprendo un abisso di diffidenza e di inchieste giudiziarie nelle quali anche le più amichevoli intenzioni – e gli interessi finanziari del Clan Trump – sono sprofondati.
Questa nuova mini alleanza ad hoc spinta dall’uso del gas nervino Novichok a Londra e stimolata dall’ansia della sempre più isolata Theresa May che vi ha trovato il pretesto per ricompattare l’Europa nella Psicosi dell’Orso, è il segnale di una sconfitta politica maturata ben prima del tentato omicidio di Londra e del ritorno al mondo di Le Carrè fra doppiogiochisti e infiltrati dei servizi.
Avendo creato l’impressione, suffragata dalle indagini di tutte le intelligence occidentali, di aver voluto truccare le carte delle elezioni americane e di continuare nella sordida tradizione degli “affari bagnati”, gli assassinii orditi dal Kgb, Putin ha fatto quello che Trump aveva cercato di disfare con il proprio avventurismo e che May aveva fatto vacillare tagliando il cordone ombelicale con il Continente: Putin ha reinventato un Occidente che si stava perdendo e ha costretto persino Trump a ricordare che il nemico storico non è lo spettro di Obama né l’inquisitore speciale Mueller, ma è l’impero russo quando tenta di manipolare la politica interna dei Paesi liberi.
Quanto solida sia la ritrovata fermezza di Trump o l’unità delle nazione europee di fronte alla tracotanza del Cremlino e dei suoi miliardari oligarchi resta da misurare alla prova dei populismi che avanzano in Occidente e guardano, come tutti i populismi, con simpatia al mito dell’Uomo Forte al comando.
Ma dopo l’effimero successo della Crimea e della guerra in Ucraina, Putin deve guardare con occhi ben aperti all’ipotesi di una nuova Guerra Fredda, che lui stesso ha alimentato esibendo – in classico stile sovietico – un nuovo supermissile inarrestabile, da Dottor Stranamore.
Se Trump rinsavirà e abbandonerà la strada della disgregazione delle democrazie occidentali accelerata dall’insensata guerra doganale lanciata con le tariffe sulla siderurgia, lo dovremo al carissimo nemico, alla Russia, eternamente condannata a crearsi i nemici che poi dovrà fermare. (Vittorio Zucconi)

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I PIEDI D’ARGILLA DELLA RUSSIA DI PUTIN

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 17/3/2018
Vladimir Putin l’ex agente del Kgb, il Putin accusato di aver ordito l’avvelenamento di Salisbury, il Putin ardimentoso che tutto può nel bene e nel male, non avrà domani il coraggio politico di affrontare nelle urne una nascente opposizione.
E i russi potrebbero decidere di punirlo, con una affluenza tanto bassa da rendere fragile la sua scontata rielezione. Va detto subito che il blogger Navalny, anche se una controversa condanna non gli avesse impedito di partecipare alla contesa per il Cremlino, sarebbe stato comunque facilmente battuto.
Troppo debole è ancora in Russia la classe media giovane e liberale che in lui si è riconosciuta. Ma le elezioni presidenziali avrebbero guadagnato in legittimità, il risultato sarebbe parso meno scontato, e di sicuro un maggior numero di elettori, filo e anti Putin, sarebbe andato a votare.
Invece il capo del Cremlino, che con un suo ordine avrebbe potuto facilmente aggirare la sentenza in questione, ha deciso di andare sul sicuro. Anche a costo di rischiare una ripetizione di quanto è accaduto alle legislative del 2016, quando l’affluenza, inedita nella storia russo-sovietica, fu del 48 per cento (28 a Mosca). Il motivo è presto detto: al confronto democratico Putin ha preferito un tentativo di mobilitazione che ricorda da vicino quelli in gran voga nell’Urss. Il nazionalismo e la sicurezza prima di tutto, con la clamorosa esibizione delle nuove «armi invincibili».
Poi il valore supremo della stabilità accanto al ritorno dello status di grande potenza, dalla Crimea (non è una coincidenza che si è votato nell’anniversario dell’annessione) alla Siria. Anche l’avvelenamento di un traditore in terra britannica non danneggia il candidato del potere. E nel contempo, la tradizionale offensiva del «potere amministrativo»: nelle fabbriche, nelle campagne, nei ministeri, persino nelle scuole con messaggi diretti ai genitori. Senza contare la Chiesa ortodossa, con la sua considerevole influenza.
Sforzi giustificati, va detto. Non perché a Putin manchi il consenso, ma piuttosto perché queste elezioni si sono giocate sulla partecipazione di un popolo che mostra segni di stanchezza e che trova troppo sicuri i risultati elettorali per dover contribuire a disegnarli.(…..)
L’errore strategico di Putin, perché a questo potrebbe averlo indotto una insicurezza davvero paradossale in un leader russo-sovietico che è meno longevo soltanto di Stalin, avrà un peso rilevante sulla legittimità interna e internazionale della sua conferma presidenziale. Ma peserà anche, e molto, sulla durata della sua permanenza al Cremlino.
Alcuni osservatori ritengono che questa per Putin sarà l’ultima volta, che a medio termine ci sarà una transizione, un passaggio di poteri come avvenne nel 2000 tra Boris Eltsin e l’allora giovane premier. Scenario possibile, ma non probabile nelle mutate condizioni della Russia e del potere che la guida.
Semmai, nella Mosca di oggi appare più verosimile una importazione della sindrome cinese: una presidenza come quella di Xi Jinping, senza limiti di calendario. A spingere in questa direzione c’è l’identificazione ormai completa tra la persona Putin e il sistema che lo sorregge.
Se il genio di Gogol’ fosse ancora tra noi, forse produrrebbe una nuova versione dell’ Ispettore Generale concepito nell’Ottocento zarista. Perché nella Russia di oggi tutto passa da Putin, tutto viene da Putin, di tutto Putin è l’Arbitro ultimo, tutto è merito (o colpa, più raramente) di Putin, e chiunque, se viene soltanto sospettato di rappresentare il Capo, si vede riconoscere autorevolezze degne di una satira.
Il Presidente non è peraltro l’unico responsabile di questo culto della Persona. Nel suo primo mandato Putin si trovò a dover ricostruire lo Stato che Eltsin aveva regalato alla banda degli oligarchi. Nel secondo riuscì ad elevare il disastroso livello di vita di buona parte della popolazione. Poi vennero lo scambio di poltrone con Medvedev, la mazzata della crisi economico-finanziaria, e più di recente la doccia scozzese di Trump, possibile interlocutore sulla carta e avversario durissimo nella realtà.
In ognuna di queste e di altre circostanze lunghe diciotto anni, piaccia o non piaccia all’Occidente, Putin ha fatto con bravura gli interessi della Russia. E il risultato è che oggi la sua identificazione con il potere è tale che una uscita di scena anche parziale provocherebbe prima feroci lotte di potere, e poi il crollo dell’intera struttura statale. Lasciando via libera non ai Navalny, come si tende a credere a Washington, ma più verosimilmente a un nazionalismo aggressivo e militaresco.
Personificato e indivisibile, il potere russo è peraltro anche una camicia di forza. Putin ha mostrato di sapere che la sua Russia ha urgente bisogno di riforme economiche e sociali. Non è più ragionevole, a Mosca più che altrove, affidare il futuro ai prezzi del greggio.
Ma riformare significa urtarsi di volta in volta a componenti del potere, significa rischiare di destabilizzare la «democrazia sovrana» inventata dall’ideologo Vladislav Surkov. E così la modernizzazione non avviene, e la Russia che promette missili «invincibili» ha sempre di più i piedi d’argilla.
Semmai, sarà per questo e per la connessa protesta delle giovani generazioni che Putin preferirà un giorno passare la mano. Ma alla luce di quel che potrebbe venire dopo, e non è facile dirlo mentre Mosca viene accusata di avvelenare ex spie con il gas nervino in territorio britannico, l’Occidente rischia di rimpiangere l’esistenza di un potere stabile dietro le mura del Cremlino. Lo si diceva spesso durante la Guerra fredda: l’unica cosa più pericolosa di una Russia forte, è una Russia debole. (Franco Venturini)

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L’AMBIZIONE GLOBALE DEL CREMLINO

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 18/3/2018
Leader incontrastato in patria, spietato contro gli avversari interni ed abile stratega nel portare scompiglio in Occidente, Vladimir Putin ha affrontato le urne sicuro di una rielezione alla presidenza che lo proietta nella sfida più difficile: riassegnare alla Russia un ruolo stabile di potenza globale.
Aver indetto le elezioni il 18 marzo, quarto anniversario dell’annessione della Crimea strappata all’Ucraina, serve a celebrare la rinascita dell’orgoglio nazionalista russo che ha finora distinto la sua presidenza.
Arrivato al Cremlino nel 2000, ereditando da Boris Eltsin una Federazione russa assediata dall’allargamento della Nato ad Est e umiliata dagli interventi militari guidati dagli Usa nel Golfo e nei Balcani, Putin è riuscito in questi 18 anni – complice la breve stagione del fidato Dmitry Medvedev al Cremlino – a sorprendere più volte l’Occidente fino a metterlo sulla difensiva.
Gli interventi militari in Georgia, Ucraina e Siria, la corsa al riarmo convenzionale e nucleare, la «guerra ibrida» teorizzata da Valery Gerasimov e le incursioni nel cyberspazio per indebolire dal di dentro un Occidente segnato dalle crisi, hanno consentito alla Russia di riacquistare terreno strategico in Europa, Medio Oriente ed Africa durante la presidenza Obama e di conservarlo durante quella di Donald Trump. A dispetto delle sanzioni economiche Usa-Ue e di crisi aspre come quella in corso con la Gran Bretagna sul possibile uso di gas nervino per uccidere un’ex spia assai scomoda.
Tali e tanti risultati hanno trasformato Putin nel protagonista del riscatto russo dallo smacco della Guerra Fredda, nel leader più temuto e osteggiato, ammirato e corteggiato sulla scena internazionale. Ma è lui per primo a rendersi conto che si tratta di un risultato parziale perché la sua Russia è un gigante vulnerabile. Un Pil inferiore a quello dell’Italia, la popolazione in costante calo demografico e l’assenza di leader digitali paragonabili ad Amazon o Alibaba, descrivono una fragilità interna che costituisce il primo e più serio ostacolo per il Putin rieletto.
Sicuro di restare al Cremlino almeno fino al 2024 – diventando il leader russo più longevo dai tempi di Josif Stalin – Putin deve riuscire a pianificare il dopo-Putin ovvero far crescere la propria nazione per consentirle di affrontare le sfide del nuovo secolo. Qualche accenno in proposito lo ha già fatto negli ultimi tempi, indicando nell’intelligenza artificiale «il terreno decisivo per la leadership del futuro» e guardando ai «siloviki» – l’establishment della sicurezza – in cerca della necessaria capacità di produrre innovazione tecnologica nei settori più diversi.
Volersi distinguere in maniera decisiva dagli altri leader dell’Urss-Russia, per Putin significa riuscire dove fallirono Leonid Breznev e Mikhail Gorbaciov: avere degli eredi capaci di affrontare, e vincere, le sfide della generazione successiva. Per questo a Mosca c’è chi assicura che Putin, affrontando una sorta di sfida personale con la Storia russa post-rivoluzionaria, non vorrà solo crearsi uno status ad hoc nel lungo termine – dal precedente cinese di Xi Jingping titolare di un mandato a vita, a quello turco di Recep Tayyip Erdogan, ideatore di una Costituzione con poteri modellati su se stesso – ma punterà su economia e tecnologie per entrare a testa alta nel duello per la leadership globale che vede al momento due soli contendenti: Stati Uniti e Cina.
Insomma, dopo essere riuscito a indebolire l’Occidente grazie alla «guerra ibrida» ed a creare un nuovo legame con Pechino nello scacchiere dell’Eurasia, Putin avrà a disposizione i prossimi sei anni per tentare di sorpassare entrambi lì dove si sentono imbattibili: sulla creazione di prosperità e innovazione. Riuscendo nell’impresa può diventare il modernizzatore della nazione più grande del Pianeta, fallendo rischia invece di finire come l’anziano dittatore africano Mugabe, travolto dalle faide di un potere che lui stesso aveva creato. (Maurizio Molinari)

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A PROPOSITO DELLA SIRIA E DEI CURDI MASSACRATI  

IL SACCO DI AFRIN

di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 20/3/2018

– I mercenari dell’Els, alleati di Ankara, hanno saccheggiato la città curda occupata dalle truppe turche il 18 marzo scorso. Erdogan canta vittoria e annuncia che l’offensiva andrà avanti. I combattenti curdi delle Ypg però non si arrendono e proclamano la resistenza ad oltranza –
Rojava – «AFRIN sarà ripulita entro la fine della giornata» proclamava ieri con orgoglio MOHAMMED AL HAMADIN, il portavoce dei mercenari filo-turchi dell’Esercito siriano libero (Els). Cosa intendesse per «ripulita» lo hanno chiarito bene le immagini giunte dalla enclave curda conquistata due giorni fa dalle truppe di Erdogan.

   Trattori con i rimorchi e autocarri carichi di materassi, elettrodomestici, sedie, televisori, tavoli, animali, cibo. I mercenari dell’Els hanno saccheggiato Afrin proprio nei giorni in cui i suoi abitanti avrebbero dovuto festeggiare il Newroz. Hanno preso tutto ciò che potevano dalle case e dai negozi abbandonati dai proprietari fuggiti con altri 200mila civili curdi sotto i bombardamenti turchi.

   Domenica (18 marzo, ndr), appena entrati in città, quelli dell’Els avevano distrutto la statua di Kawa, l’eroe che il 21 marzo del 612 aC liberò dagli assiri i Medi, gli “antenati” dei curdi. Gli ufficiali turchi li hanno lasciati fare, proprio come un tempo facevano i comandanti della armate vittoriose che al termine delle battaglie garantivano alle milizie alleate il diritto al bottino di guerra.
Da Ankara intanto il desposta Erdogan fa sapere che l’offensiva “Ramo d’ulivo” continuerà fino alla completa eliminazione di quello che chiama il «corridoio del terrore» al confine turco-siriano. E lancia una nuova minaccia: saranno prese anche le città di MANBIJ, KOBANE, TELL ABYAD, RAS AL AYN e QAMISHLI, per annientare le Unità combattenti curde di protezione del popolo (Ypg).

   «Abbiamo già neutralizzato 3.662 ‘terroristi’» ha aggiunto intendendo i nemici uccisi, feriti o fatti prigionieri.
L’Amministrazione autonoma di Afrin ha fornito un bilancio terribile: oltre 500 civili uccisi, 1.030 i feriti, 820 i morti tra gli uomini delle Ypg.

   I combattenti curdi per evitare altri massacri sono arretrati verso ALEPPO, all’interno delle linee controllate dall’esercito siriano, ma non si sono arresi anzi. Promettono di trasformare Afrin in una tomba per i soldati turchi e i mercenari dell’Els. «Erdogan sta compiendo una pulizia etnica e un genocidio ad Afrin» ha detto Othman Sheikh Issa, un rappresentante delle Ypg, assicurando subito dopo che «il nostro popolo negli ultimi 58 giorni ha mostrato una tenace resistenza contro il secondo esercito più potente della Nato». Da ora in poi, ha avvertito, «utilizzeremo nuove tattiche. Le nostre forze sono ovunque nella regione di Afrin e prenderanno di mira le postazioni del nemico, diventeranno il loro incubo. La resistenza continuerà finché non avremo liberato ogni area e il popolo sarà tornato a casa».

   Le Ypg hanno già attaccato con armi anticarro un convoglio militare turco presso la diga di Maydanky e con ogni probabilità sono dietro l’ordigno che in un edificio di Afrin ha ucciso una dozzina di miliziani dell’Els.
Sullo sfondo ci sono le blande critiche dell’Europa e le pelose “preoccupazioni” del Dipartimento di stato americano. Erdogan flette i muscoli, in vista del vertice di Istanbul con il presidente russo appena riconfermato Putin e quello iraniano Hassan Rohani. Il suo obiettivo è affidare all’Els il controllo delle porzioni di Rojava  strappate ai curdi. Offrendo in cambio l’uscita dalla Ghouta Est delle bande armate salafite di Jaysh al Islam e dei jihadisti di Failaq al Rahman, consentendo così alle forze armate siriane di riprendere il pieno controllo dell’area a ridosso di Damasco. Ma non è detto che i suoi progetti si realizzeranno. Ieri la Siria ha intimato alla Turchia a ritirarsi immediatamente da Afrin e di abbandonare al più presto il territorio siriano che ha occupato. (Michele Giorgio)

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