UNA NUOVA LEGGE SULLE CAVE IN VENETO (dopo 36 anni) – Ma il CONSUMO DI SUOLO e LA SPECULAZIONE EDILIZIA si sono già fermati con la crisi economico-immobiliare (la vera Legge di tutela la ha già fatta il Mercato) – Indicazioni e prospettive nel consumo di risorse e materiali edili nei prossimi anni

Nel Veneto sono presenti oltre 400 cave in attività, per l’estrazione dei seguenti principali materiali: -SABBIA e GHIAIA; -DETRITO; -CALCARE PER INDUSTRIA (cemento, calce, granulati) E COSTRUZIONE (sottofondi, ecc.); -ARGILLA PER LATERIZI; -BASALTO; -PIETRE ORNAMENTALI (calcare da taglio, lucidabile, trachite da taglio); -ROCCIA di CARBONATO (di calcio e magnesio, come la Dolomia)

CAVE IN VENETO – La nuova L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” è stata approvata dopo 36 anni della prima legge (n. 44 del 1982) che disciplinava l’attività di cava, ma che di fatto non è mai entrata in funzione: tutto era demandato alla Giunta Regionale, perché non era stato approvato il piano del fabbisogno regionale di materiali estratti (cioè il cosiddetto PRAC, piano regionale per l’attività di cava). La legge regionale n. 13 vorrebbe nascere (nella mutata situazione economico-immobiliare di minor sfruttamento del territorio e drastica riduzione dei grandi profitti della speculazione edilizia), questa nuova legge sulle cave del Veneto vorrebbe nascere in armonia con i principi del corretto uso delle risorse e della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio nelle rispettive componenti. Per questo esprime l’intento (sarà poi così?) di perseguire le seguenti finalità:
riduzione del consumo di suolo in coerenza con l’obiettivo europeo di azzerarlo entro il 2050, mediante il contenimento della coltivazione di nuove superfici estrattive, favorendo il massimo sfruttamento del giacimento di cava e l’utilizzo di materiali di scavo provenienti dalla realizzazione di opere pubbliche e private;
tutela e salvaguardia dei giacimenti, da considerare, unitamente all’attività estrattiva, risorse primarie per lo sviluppo socio-economico del territorio;
limitazione degli impatti dell’attività estrattiva sull’ambiente, salvaguardando l’integrità delle falde e riducendo le emissioni delle sostanze climalteranti, di gas e polveri nell’aria.
Per quanto non previsto dalla legge continuano a osservarsi le norme di cui al R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno).
Prevista entro tre mesi l’approvazione del Piano regionale dell’attività di cava (PRAC), che dovrà fornire una corretta pianificazione regionale, e abrogata la L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44 che per quasi quarant’anni ha disciplinato la materia.

Testo della L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13

Testo dell’abrogata L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44

Testo del R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno)

(da  http://www.legislazionetecnica.it/ del 19/3/2018)

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UNA CAVA DI TRACHITE NEI COLLI EUGANEI – L’ARTICOLO 32 DELLA NUOVA LEGGE VENETA SULLE CAVE DA’ IL VIA LIBERA AI TUNNEL PER ESTRARRE LA TRACHITE NEL COLLI EUGANEI – “(…) La legge Fracanzani varata nel 1971 per la TUTELA DEI COLLI EUGANEI finisce in soffitta e si apre la stagione delle “GALLERIE DI TRACHITE” per salvare cinque aziende tra VO, ZOVON, MONTEMERLO e CERVARESE SANTA CROCE: quelle pietre formatesi 35 milioni d’anni fa, nell’era dell’Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici. Senza “MASEGNE” DI TRACHITE, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c’è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell’ambiente (…)”. (Albino Salmaso, “il Mattino di Padova”, 15/3/2018)

   Dopo trentasei anni il Veneto ha una nuova legge sulle cave. E’ stata approvata dal Consiglio Regionale veneto il 16 marzo scorso la Legge Regionale n. 13 che detta “Norme per la disciplina dell’attività di cava”. Che dire di questa nuova legge tanto attesa da anni? ….che forse si è chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati? Troppo tardi?…visto che una legge di salvaguardia (che poi, vedremo in questo post, proprio salvaguardia non è…) è già di fatto stata anticipata “dal mercato”: cioè la crisi molto forte da 10 anni a questa parte dell’edilizia, delle nuove case, ha deciso lei (questa crisi) che le cave di ghiaia erano molto ma molto meno necessarie…
Comunque, dando fiducia a un sistema politico, economico, culturale che vuole andare in altra direzione rispetto alle speculazione edilizia di questi decenni, va detto che il cardine intorno a cui ruota la nuova legge veneta sulle cave dovrebbe essere quello della riduzione del consumo del suolo.

CAVE IN VENETO E CONSUMO DI SUOLO

Rispetto alle legge del 1982 (la n. 44) sono passate otto legislature regionali, e la nuova legge sembra quasi segnare la fine di un’impasse psicologica (si parlava, ci si impegnava politicamente, ma non si faceva alcuna nuova normativa sulle cave) (o forse a qualcuno, come i cavatori, andava bene lasciar tutto così com’era…).
Ma qui c’è un equivoco da chiarire. La tanto vituperata legge regionale (n. 44) del 1982 era una buona legge. Prevedeva un sistema di pianificazione a diversi livelli, affidati alle Province ed all’apporto dei Comuni (quest’ultimo sì un errore: i nostri piccoli comuni non ne erano tecnicamente minimamente in grado di entrare nel sistema pianificatorio e decisionale sulle cave). Però di fatto questi vari livelli (Regione, Provincie, Comuni…) non sono mai avvenuti, non si sono mai realizzati: tutto veniva deciso dalla Regione, anche (e specialmente) per le autorizzazioni, perché una postilla finale di questa legge diceva che fintantoché non sarebbe stato approvato un PRAC (piano regionale attività estrattiva, per decenni mai approvato), era la Giunta Regionale (di fatto l’assessore alle cave) che doveva decidere quanto, cosa e a chi dare le autorizzazioni (un mitico assessore alle cave degli anni ’80, Camillo Cimenti, era considerato l’uomo più potente del Veneto, vista la mole di interessi e stratosferico business che poteva muovere in una direzione o in un’altra…).

CAVA DI MARMO SULLE ALPI APUANE (TOSCANA) – CAVE, IN ITALIA 4.700 ATTIVE E 14.000 ABBANDONATE. LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE” – (….) La CRISI DEL SETTORE EDILIZIO degli ultimi anni ha fatto registrare una RIDUZIONE DEL NUMERO DI CAVE ATTIVE (-20,6% rispetto al 2010), ma sono ben 4.752 LE CAVE ATTIVE E 13.414 QUELLE DISMESSE nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Se a queste aggiungessimo anche quelle delle REGIONI CHE NON HANNO UN MONITORAGGIO (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria), il dato potrebbe salire ad oltre 14mila cave dismesse. Sono poi 53 MILIONI DI METRI CUBI LA SABBIA E LA GHIAIA ESTRATTI OGNI ANNO, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 MILIONI DI METRI CUBI I QUANTITATIVI DI CALCARE e oltre 5,8 MILIONI DI METRI CUBI DI PIETRE ORNAMENTALI estratti. IN NOVE REGIONI ITALIANE NON SONO IN VIGORE PIANI CAVA e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. (Marcella Piretti, da DIRE http://www.dire.it/ ,14/2/2017)

Adesso questa ipocrisia dei vari livelli istituzionali di decisione, pare definitivamente abbandonata, e a decidere la pianificazione con la nuova legge regionale 13/2018, dove fare le cave e a chi dare le autorizzazioni, è unicamente la Regione.
E con l’approvazione del 16 marzo scorso si introduce la logica del fabbisogno, e si fissano i tetti di escavazione per ciascuna provincia. Del fabbisogno regionale, stimato in 80 milioni di mc. di materiale nei prossimi 10 anni, solo 12,5 milioni di mc saranno derivanti da nuove estrazioni. Gli altri materiali saranno recuperati da demolizioni, dai recuperi con la costruzione di opere pubbliche (come adesso il materiale che si sta ricavando nella costruzione della Superstrada Pedemontana Veneta), e con estrazioni già autorizzate. E poi ci sono le cosiddette RISERVE, ovvero le autorizzazioni già acquisite dai cavatori, che non perdono il diritto a scavare con le vecchie regole.

CAVA miniera di COSTA ALTA – cava di DOLOMIA, a Carpanè di San Nazario in VALBRENTA (La DOLOMIA è una ROCCIA SEDIMENTARIA CARBONATICA costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un CARBONATO DOPPIO DI CALCIO E MAGNESIO)

Oltre agli 80 milioni di mc previsti nei prossimi dieci anni, sono stati concessi altri 12 milioni di mc, specie per le province di Vicenza e Verona che hanno ottenuto un “bonus” per la sabbia e la ghiaia di 5 e 4,5 mln. Ci sono delle disparità tra le province ma “i diritti pregressi non si possono toccare”. Treviso, con tante autorizzazioni e gestioni di cave in corso (spesso pluri-prorogate le originarie autorizzazioni), Treviso, dicevamo, è a regime zero e non potrà più ottenere nessuna nuova escavazione.
Elenchiamo qui di seguito le diversità che abbiamo rilevato nella nuova legge rispetto al passato (demandando a voi, se interessa, la lettura specifica degli altri articoli di questo post, e anche la lettura integrale della LR 13/2018 che qui si trova).

L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” Ve_16032018_13_

1- Viene tolto il limite per ciascun territorio comunale del 3% della superficie della zona agricola di possibile escavazione, demandando invece al PRAC (Piano Regionale delle Attività Estrattive) la individuazione delle aree potenzialmente indiziate (a prescindere pertanto da limiti comunali che hanno in passato ancor di più permesso cave in un Veneto frammentato in troppi comuni inseriti nella fascia di escavazione).

mappa estrazione in Veneto (da il Mattino di PD)

2- Non si vanno ad intaccare le FALDE FREATICHE, cioè non si autorizzeranno più cave che superano il limite di falda: nella bassa pianura veneta, ad esempio per l’escavazione dell’argilla, ma anche di sabbie e ghiaie, accadeva quasi sempre (e nasceva, sono nati, moltissimi laghetti). Però le cave aperte in passato in diversi casi continueranno a operare “in deroga” e ad estrarre sabbia e ghiaia sottofalda (lo si fa di solito con rucole meccaniche che prelevano sott’acqua la ghiaia o sabbia).
3- Si è cercato di risolvere (molto moderatamente!) la pratica assai diffusa di escavazioni senza dover essere autorizzati come nelle cave vere e proprie, come finora è accaduto spesso: ad esempio nell’ESCAVAZIONE DI SOTTOFONDI di opere pubbliche o private, che consentono di ricavare molta sabbia o ghiaia, e la si vende derogando da ogni regola, disciplina di cava. Adesso, con questa nuova legge, viene consentita sì la commercializzazione del materiale escavato purché non superi il volume di 100.000 mc. …se si supera questa soglia si rientra nell’attività di cava e serve l’autorizzazione regionale (la cosa è macchinosa… chi controlla la soglia di superamento?… 100mila metri cubi sono difficili da individuare…e l’iter dell’autorizzazione quando parte, al superamento della soglia? prima?….).

IN CELESTE GLI AMBITI ESTRATTIVI PER LE CAVE DI SABBIA E GHIAIA IN VENETO

4- Dello stesso genere, cioè di cave vere e proprie realizzate ma senza dover essere autorizzate, è il caso delle “MIGLIORIE FONDIARIE” (terreni agricoli abbassati di qualche metro per fare ACQUACOLTURE o cose simili, con ricavo di quantità enormi di argilla o altro materiale da vendere…): qui non è cambiato niente, si può continuare a fare (c’è solo il limite, a nostro avviso facilmente aggirabile, di non superare un asporto di materiale superiore a 5000 mc per ettaro).
5- Quanto alla RICOMPOSIZIONE dei terreni divenuti cava, non si dice molto (quasi niente rispetto al passato). Si afferma che quei terreni devono ritornare agricoli (anche con la legge del 1982 il dispositivo era lo stesso). Ma non si può dimenticare le deroghe del passato… che trasformavano spesso le cave in discariche…. Oppure cantieri per trasformazione della materia prima, manufatti edili, cantieri in cava gestiti dagli stessi cavatori, prorogando in ogni caso all’infinito il disagio per le comunità che vicino vi abitano…).

CAVE DA ESCAVAZIONE SOTTO FALDA TRASFORMATE IN LAGHETTI

6- C’è poi un certo tono enfatico-ecologico nel dire che se si è andati troppo vicini alla falda (una profondità inferiore a 10 mt dal livello di massima escursione) si dovrà praticare solo agricoltura biologica…. Poi una particolare predilezione, nelle possibilità di ricomposizione si afferma nel voler incentivare la creazione di “CASSE DI ESPANSIONE” gestite dai consorzi di bonifica contro le piene delle alluvioni (cioè far defluire la massa d’acqua verso queste ex cave in modo da contenere la piena…) (questo utilizzo contro le piene d’acqua trova molti dubbi sulla sua effettiva efficacia nella maggior parte di casse di espansione eseguite).
7- E poi per la RICOMPOSIZIONE DELLE AREE DEGRADATE da cave lasciate in completo abbandono (accadeva sempre lo stato di abbandono, prima del 1982 –ma anche dopo!-, prima della legge 44, che ha regolamentato, peraltro prevedendo alternative all’uso agricolo che han portato da quell’anno alle prime discariche di rifiuti indifferenziati ma autorizzate!); per la ricomposizione di questa aree-cave in abbandono ora si promettono soldi, finanziamenti, da dare non ai proprietari della cava (ci vorrebbe!!) ma ai comuni e a chi promette ricomposizioni.
8- Su tutto poi i cavatori dei COLLI EUGANEI hanno vinto la loro battaglia per continuare a prelevare la preziosa TRACHITE, peraltro assai necessaria per i restauri delle antiche piazze e palazzi; la loro lobby è riuscita ad inserire un emendamento: viene data nuovamente l’autorizzazione a scavare nel parco naturalistico senza che venga specificato quanto si potrà scavare, quanto a lungo o quanto a fondo. Basta farlo al coperto, CON DEI TUNNEL, cioè in GALLERIA, in modo che non si veda fuori il prelievo di materiale, non a cielo aperto….(il sottosuolo “mangiato” dall’estrazione, ma il paesaggio “salvato” alla sua visibilità…come non è stato finora)
9- E infine per le PROROGHE ALLE AUTORIZZAZIONI si vuole dare UN LIMITE rispetto al passato (le cave spesso non chiudono mai, ben oltre gli anni autorizzati all’origine): nella nuova Legge 13 del 16/3/2018 si può dare la proroga limitata ad una sola volta, per una durata non superiore alla metà dell’autorizzazione originaria: pertanto che si concede originariamente l’autorizzazione per 20 anni, si può prorogare per altri 10, non di più….(!?)
Nel complesso, questa nuova legge, che mantiene la struttura originaria del passato, dal 1982 in avanti, ha perlomeno il pregio di riconoscere che nel fabbisogno dei prossimi anni (80 milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia nei prossimi 10 anni…8 milioni all’anno sono un’enormità per un’edilizia ben minore dei decenni passati…) si dovranno considerare le “scorte” accumulate: cioè le molteplici cave ora in attività, in questi ultimi dieci anni di crisi edilizia-economica fortemente sotto-utilizzate, e che rientrano (almeno pare, e speriamo) nel fabbisogno dei prossini anni.

CAVE che non chiudono mai (PROROGATE anche per l’utilizzo della lavorazione del materiale)

E implicitamente la nuova legge riconosce la fine degli “anni d’assalto”: ma questo non è essa legge che impone il maggior rispetto del territorio (non è la Regione) bensì, come all’inizio dicevamo e ancora qui va ribadito, è il MERCATO che lo ha deciso oramai da anni: l’assalto edilizio, delle lottizzazioni ora non abitate, dei capannoni inutili e adesso in abbandono, questo assalto edilizio pare finito non perché lo già deciso la “politica”, ma perché non conviene più, non dà denaro, profitti, non crea speculazione finanziaria. La politica, in subordine, ne prende atto, ed emana una nuova legge sulle cave (e un Prac, piano del fabbisogno dei prossimi anni) dove in subordine arriva a riconoscere che ora il problema è non tanto costruire di più (perché non rende), ma “che fare” dei molteplici diffusi capannoni abbandonati, degli appartamenti e condomini vuoti che si degradano.
Un unico settore sembra ancora in auge con possibile espansione speculativa: quello dei CENTRI COMMERCIALI. Con un effetto a catena disastroso: nuovi CENTRI COMMERCIALI che nascono occupando quantità notevoli del poco terreno rimasto ancora libero, e altri che devono chiudere (per troppa concorrenza), lasciando manufatti enormi vuoti e abbandonati (come i capannoni, ma spesso ben più grandi!)….
Prendiamo atto di qualche regola in più (debole, fragile, scontata…) della nuova legge sulle cave in Veneto, ma niente cambia per un territorio che resta disastrato. (s.m.)

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PRIME RIFLESSIONI SULLA L.R. VENETO 16 MARZO 2018 N. 13 CHE DETTA “NORME PER LA DISCIPLINA DELL’ATTIVITÀ DI CAVA”
di Franco Zambelli, 21/3/2018, da “Global Legal Chronicle – Italia” http://www.globallegalchronicle.com/Italia/
– Dopo 36 anni il Veneto approva la nuova legge sulle cave: una normativa improntata alla riduzione del consumo del suolo che limita le nuove estrazioni. Del fabbisogno regionale, stimato in 80 milioni di mc. di materiale nei prossimi 10 anni, solo 12,5 milioni di mc saranno derivanti da nuove estrazioni. Gli altri materiali saranno recuperati da demolizioni, opere pubbliche ed estrazioni già autorizzate. L’avvocato Franco Zambelli, partner dello studio legale Zambelli Tassetto di Venezia Mestre, fa il punto sulla nuova normativa. –
Con la nuova legge (n. 13 del 16.03.2018), in materia di attività di cava, la Regione Veneto prosegue il distacco dai criteri e dalla impostazione della vecchia e gloriosa L.R. 82/44, iniziato in sordina con l’art. 95 della L.R. 2016/30 che ha statuito in nome di un più ridotto consumo del suolo, il blocco dell’estrazione delle sabbie e ghiaia, a vantaggio dello stoccaggio dei materiali similari provenienti dalla realizzazione di opere pubbliche e/o di pubblica utilità.
In questo tentativo di innovazione viene abbandonata la scelta di privilegiare la collocazione delle cave nell’ambito agricolo di ciascun comune interessato, nei limiti minimi del 3% della relativa zona E, demandando al PRAC (Piano Regionale delle Attività Estrattive) la individuazione delle aree potenzialmente indiziate dalla presenza di giacimenti suscettibili di coltivazione.
Viene, nel contempo, semplificato il sistema di pianificazione, non più a diversi livelli, affidati alle Province ed all’apporto dei Comuni, limitato invece ad un’unica fonte di regolamentazione settoriale, costituita per l’appunto dal PRAC, munito dalla capacità di incidere, con riguardo al proprio ambito oggettivo, sui criteri di dettaglio del PTRC.
Viene, altresì, abbandonato un disegno progettuale normativo iniziale che differenziava la competenza al rilascio delle autorizzazioni, a seconda dello specifico materiale da estrarre tra Regione e Province, attribuendo alla sola Regione l’adozione del titolo idoneo allo sfruttamento. E ciò non solo quale conseguenza dell’abolizione (parziale) delle Province, ma soprattutto in ragione di una maggiore competenza tecnica dell’apparato regionale, d’altro canto sollevato dall’incombenza di pressioni politiche e/o imprenditoriali, essendo l’ampliamento delle cave di fatto subordinato alla presenza o meno del giacimento minerario, a priori individuato.
In quest’ottica risulta del pari semplificata la procedura di rilascio dell’autorizzazione estrattiva che presuppone, come viatico normale, il passaggio in conferenza dei servizi convocata nel rispetto della L.N. 1990/241, previa sottoposizione (se necessaria) alla disciplina vigente in tema di valutazione di impatto ambientale.
Fatte queste premesse, muovendo dalla griglia dei singoli articoli che compongono, la L.R. 2018/16, avvalorato il principio della riduzione del consumo del suolo (art. 1), vengono in primis individuati gli interventi non riconducibili all’attività di cava al fine di evitare sovrapposizioni o interferenze tra la disciplina estrattiva, quella urbanistica e quella propria delle opere pubbliche o di regimazione delle acque demaniali.
In particolare per quanto concerne gli scavi funzionali alla realizzazione di opere pubbliche e/o private, viene consentita la commercializzazione del materiale escavato purché non superi il volume di 100.000 mc. Varcata tale soglia, lo scavo e la commercializzazione del relativo materiale soggiacciono alla disciplina delle cave.
Il che ovviamente pone il problema della necessità o meno del rilascio in concomitanza con il titolo edilizio, del titolo autorizzatorio ed in quale fase lo stesso sia acquisibile e, cioè, anteriormente o posteriormente all’escavo, purché prima della commercializzazione. Il tutto dimenticando i tempi che accompagnano il rilascio dell’autorizzazione all’escavo difficilmente compatibili con la programmazione e realizzazione di un’opera pubblica e/o privata.
In quest’ottica di raffronto con la dinamica della realizzazione delle opere pubbliche (sempre all’art. 2) viene valorizzato il riutilizzo in cava delle terre e rocce da scavo.
Nel contempo la disciplina dei miglioramenti fondiari (art. 3) mantiene l’impostazione contenuta nella vecchia L.R. 82/44 consentendo un asporto di materiale purché inferiore a 5000 mc per ettaro.
IL PRAC
Guardando alla pianificazione regionale di settore, semplificata, come si è detto il PRAC è approvato dal Consiglio regionale.
Analoga procedura è osservata per l’introduzione di varianti sostanziali mentre quelle che non incidono sui criteri informatori sono demandate alla Giunta regionale.
Il PRAC ha una durata illimitata, ancorché venga preconizzata una revisione quinquennale.
IL PROGETTO DI ESCAVO E L’AUTORIZZAZIONE
Delineati i criteri e contenuti dello strumento di pianificazione il legislatore regionale introduce le fasi che concernono più strutturalmente l’attività estrattiva ed il relativo titolo. Il progetto di cava ricomprende sia il momento estrattivo sia quello ricompositivo. Quanto a quest’ultimo, l’obiettivo principale consiste nella restituzione del bacino minerario, una volta esaurito, all’attività agricola la quale, per le cave di sabbia e ghiaia, il cui fondo sia collocato ad una profondità inferiore a 10 mt dal livello di massima escursione della falda, dovrà essere condotta “esclusivamente secondo il protocollo dell’agricoltura biologica”.
Viene, del pari, previsto che il progetto di ricomposizione consenta la realizzazione di bacini di laminazione o di accumulo, attestati in ordine alla loro utilità, dall’autorità idraulica.
La norma (art. 9) dispone, altresì, che venga costituita a titolo gratuito, una servitù di allagamento ovvero la cessione delle opere di accumulo al patrimonio indisponibile della Regione.
Non si comprende, se tale ultima operazione, debba anch’essa intendersi gratuita.
Nell’uno e nell’altro caso la disposizione acquisitiva appare censurabile per contrasto con i principi costituzionali che salvaguardano, anche sotto il profilo economico, la proprietà privata.
Scendendo ulteriormente nel dettaglio i termini per la coltivazione sono contenuti nell’autorizzazione (il relativo progetto va notiziato oltre che ai Comuni interessati ed a quello/i confinanti la cui viabilità sia interessata dai lavori di coltivazione). Essi non possono essere superiori a vent’anni; l’eventuale proroga viene, per lo più limitata ad una sola volta, per una durata non superiore alla metà dell’autorizzazione originaria (art. 12, terzo comma).
Viene, quindi, molto limitata rispetto al passato, la possibilità di dilazionare i lavori estrattivi essendo gli stessi ragguagliati sin dall’inizio alla consistenza del giacimento minerario e non volendosi esporre i cittadini ai disagi prolungati dell’attività estrattiva. Limitazione che trova un temperamento nell’introduzione dell’istituto del rinnovo del titolo autorizzatorio (vedasi art. 16).
ONEROSITÀ DELL’AUTORIZZAZIONE
Il nuovo legislatore non accentua la onerosità, del titolo autorizzatorio subordinato al versamento di apposito contributo che è posto a favore non solo dei comuni interessati dalla presenza dell’intervento estrattivo in proporzione della rispettiva incidenza territoriale, ma anche di quelli confinanti, (gravati da percorsi viari funzionali alla cava) nella misura, in quest’ultimo caso, massima del 30%. In luogo dell’erogazione monetaria del contributo sono consentite, previa convenzione, opere di mitigazione ambientale ed urbanistiche le quali, una volta ultimate, saranno acquisite al patrimonio del Comune.
In aggiunta al contributo da corrispondere monetariamente al Comune (ovvero ai Comuni) è previsto un versamento a favore della Regione pari al 15% di tale ammontare (l’appannaggio regionale viene così ridotto rispetto al dettato dell’ 11 comma dell’art. 95 – ora abrogato – della L.R. 2016/30).
La estinzione della cava è fatta discendere oltre che, in principalità, dal compimento dei lavori estrattivi, anche dalla previsione, sulla scorta dello strumento urbanistico vigente, di interventi di opere pubbliche o private da realizzare sull’area del bacino estrattivo. Si tratta, quindi, di una procedura di estinzione anticipata.
L’estinzione della cava, anticipata o meno, comporta ad ogni buon conto, l’onere della eliminazione degli impianti di lavorazione esistenti e realizzati, previo titolo edilizio. Se ne ammette la conservazione, oltre che nell’ipotesi di intervenuta conformità alle sopravvenute prescrizioni dello strumento urbanistico, allorquando siano valutabili quali pertinenze tecniche di altre cave adibite alla lavorazione del medesimo materiale.
Il legislatore ha, quindi, optato per una via mediana tra l’eliminazione e la conservazione degli impianti, consapevole che il loro trasferimento si traduce nel consumo di altre porzioni del territorio in contrasto con il principio della sua salvaguardia ed integrità.
Sarebbe stato sufficiente per giungere ad un risultato più confacente che, in sede di pianificazione, il giacimento suscettibile di sfruttamento fosse sin da subito inserito in zona D dal PRAC, e attraverso quest’ultimo a cascata, nel locale PRG.
Non si tratta dell’unica omissione.
La Regione avrebbe dovuto individuare i materiali ritenuti strategici (ad esempio marmorino) che per la loro unicità ed il rilevante utilizzo nell’ambito sanitario, alimentare, della cosmesi meritano una specifica tutela eliminando e attenuando i vincoli e/o prescrizioni che coinvolgono l’estrazione dei minerali tradizionali. E ciò in analogia con la disciplina introdotta nel proprio PRAE dalla Regione Friuli – Venezia Giulia.
In quest’ottica appare significativo il tentativo di consentire nell’ambito del parco dei Colli Euganei coltivazioni di trachite in deroga alle limitazioni ex L.N. 29.11.1971 n. 1097, favorendo modalità estrattive all’avanguardia, per lo più in sotterraneo, che riducono gli impatti ambientali.
VIGILANZA E SISTEMA SANZIONATORIO
Nulla è mutato in tema di vigilanza sul regolare svolgimento dei lavori, riservata, come per il passato, ai Comuni interessati che possono avvalersi del supporto operativo di Arpav, operando d’intesa con la Provincia di riferimento.
Al contrario non soddisfacente appare il riferimento al procedimento sanzionatorio delle irregolarità estrattive.
Il nuovo legislatore, salvo quantitativi volumetrici di scarsissimo rilievo, non ha saputo o voluto, distinguere tra abusi perpetrati senza titolo e cioè, in mancanza di debita autorizzazione e quelli anche sostanziali esperiti violando il titolo rilasciato ma, comunque, nell’ambito del perimetro estrattivo licenziato. Laddove l’entità della sanzione statuita (art. 28), aggravata dal moltiplicatore (sestuplicazione) del valore del materiale, definito dai mercuriali locali, avrebbe dovuto consentire di distinguere la natura degli abusi commessi e conseguentemente l’ammontare della sanzione da applicare.
Il tutto, comunque, dimenticando che l’escavo di una cava presuppone l’impiego di mezzi di notevoli dimensioni che operano senza la possibilità, pur adottando i più idonei accorgimenti, di evitare scostamenti anche minimali rispetto agli indici planimetrici definiti nel progetto.
Viene, anzi, prevista una specifica sanzione per l’asporto del materiale associato in difformità della autorizzazione e destinato alla ricomposizione ambientale (art. 28 comma 5).
NORME TRANSITORIE E FINALI
Il titolo VI – Norme transitorie e finali – dispone, per i procedimenti di cava pendenti all’entrata in vigore della nuova legge, l’applicazione delle disposizioni vigenti alla data in cui questi sono sorti (art. 30). L’articolo 31 disciplina, invece, il regime transitorio da applicarsi all’istruttoria di nuove domande di rilascio di autorizzazione per cave di sabbia e ghiaia, presentate dalla data di entrata in vigore della nuova legge e fino all’entrata in vigore del PRAC.
Dette istanze saranno istruite secondo le disposizioni dell’art. 95 della legge regionale n. 30 del 2016, a tale specifico fine recepite dalla nuova legge. Il comma 2 del medesimo articolo pone tassativi criteri per il rilascio di autorizzazioni per l’attività di cava per l’estrazione di materiali diversi da sabbia e ghiaia, nelle more dell’entrata in vigore del PRAC.
E, comunque, in ciascuna delle ipotesi contemplate dall’art. 31 valgono le prescrizioni dettate per la ricomposizione ambientale dall’art. 9 della nuova disciplina e, in pianura, alla fine dei lavori di ricomposizione ambientale l’inclinazione delle scarpate di cava rispetto al piano orizzontale non può avere un angolo superiore a 25 gradi.
Si tratta, per concludere questa breve analisi, di una legge che, nonostante il lungo travaglio cui è stata sottoposta, appare perdersi in dettagli minuziosi molto lontani dalla realtà operativa. Si è preferito trascurare le più accorte ed equilibrate istanze della componente imprenditoriale, marginandone gli apporti collaborativi. (di Franco Zambelli, avvocato)

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CAVE, APPROVATA LA NUOVA LEGGE. BOTTACIN. “ADESSO SUBITO IL PRAC”

Comunicato stampa N° 302 del 14/03/2018

da www.regione.veneto.it/web/guest/comunicati-stampa/

(AVN) – Venezia, 14 marzo 2018
“Dopo 36 anni abbiamo finalmente una nuova legge sulle cave. Adesso pensiamo all’approvazione del Piano (PRAC) che è strettamente legato alla legge, mettendo così a regime le nuove regole per le attività estrattive sul territorio regionale”. L’assessore regionale all’ambiente Gianpaolo Bottacin esprime la propria soddisfazione per l’approvazione da parte del consiglio regionale del Disegno di legge relativo alle “Norme per la disciplina dell’attività di cava”.
L’assessore è tornato a ringraziare la commissione presieduta da Francesco Calzavara e tutti i consiglieri per il prezioso contributo che ha consentito di arrivare al risultato finale, con il supporto delle strutture tecniche della Regione.
“Il testo della legge – ha detto Bottacin – è il frutto di un impegnativo lavoro, su cui è stata trovata un’ampia condivisione, a partire dall’aspetto più importante che è il no a nuove cave”.
Il perno intorno a cui ruotano la legge e lo stesso PRAC è infatti quello della riduzione del consumo del suolo. Il fabbisogno previsto per i prossimi 10 anni è di 80 milioni di mc. di materiale: di questi solo 12,5 milioni di mc. deriveranno da nuove estrazioni, mentre la parte restante sarà recuperata da demolizioni, opere pubbliche ed estrazioni già autorizzate.
Nuove autorizzazioni riguarderanno solo ampliamenti di cave esistenti, ma per quanto riguarda sabbia e ghiaia non potranno esserci neppure ampliamenti, se non nelle province di Verona e Vicenza. Ogni autorizzazione potrà essere prorogata una sola volta e il ristoro per la presenza di una cava non riguarderà soltanto il comune interessato ma anche i comuni contermini. Le Province potranno assumere la competenza autorizzatoria previa intesa con la Regione. I siti di cava non potranno essere utilizzati come discariche ma le cave esaurite potranno essere trasformate in bacini di laminazione per la sicurezza idraulica e in bacini di accumulo per l’irrigazione.
“Il clima di condivisione su questa tematica fa ben sperare che anche i tempi di approvazione del PRAC saranno altrettanto rapidi”, conclude Bottacin”.

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PIANO CAVE, UNA POSIZIONE CRITICA

da TREVISO TODAY 21/3/2018 http://www.trevisotoday.it/
– Zanoni: “A Treviso si potrà scavare più che in tutto il resto del Veneto” –
   “Abbiamo scritto una pagina storica di questo Consiglio, perché dopo 36 anni viene data attuazione alla legge 44 del 1982, che prevedeva l’approvazione del Piano regionale di attività di cava (Prac) entro 150 giorni. Da allora sono passate 8 legislature e 12 Giunte. Un vuoto normativo di pianificazione che non è stato certo senza conseguenze. Anzi, sono ferite della nostra terra ben visibili e che mai si potranno rimarginare”.
Così il Consigliere regionale del Partito Democratico Andrea Zanoni, relatore di minoranza sul Prac a proposito del provvedimento approvato il 20 marzo scorso in aula, con 31 voti favorevoli (Lega, Lista Zaia, Veneto Civico, AMP, FI, FdI, CDV), 5 voti di astensione (M5S), 10 voti contrari (PD, AMP, LEU), e su cui il gruppo dem aveva presentato una trentina di emendamenti sui 54 totali.
“Pensiamo al preoccupante fenomeno della realizzazione di cave sottofalda, cave che hanno portato ‘a giorno’ la falda acquifera privandola della difesa naturale, il suolo, dall’inquinamento – spiega il Vicepresidente della commissione Ambiente – cave aperte in passato che in diversi casi continueranno a operare in deroga e ad estrarre sabbia e ghiaia sottofalda. Non dimentichiamo poi i gravi episodi di corruzione legati al rilascio delle autorizzazioni, con tanto di lingotti d’oro intascati da chi doveva dare ‘il via libera’ e successivi processi in tribunale che sono andati avanti per anni”.
“Nonostante sia finalmente arrivata l’approvazione – prosegue il consigliere – questo piano cave presenta grosse criticità e lacune per quanto riguarda la Valutazione ambientale strategica (Vas), il Rapporto ambientale e la Valutazione di incidenza ambientale (Vinca). Il non assoggettare il Piano ad una nuova procedura Vas, nonostante la precedente fosse stata svolta in un contesto ambientale ormai ‘vecchio’, è sbagliato.
Questo secondo noi ha determinato una valutazione non sufficientemente approfondita su questioni ambientali diventate ormai emergenza, come la siccità causata dai cambiamenti climatici e la contaminazione delle falde acquifere in alcune aree, con particolare riferimento alle sostanza perfluoralchiliche (Pfas e Pfoa). Quest’ultimo caso è significativo.
In 638 pagine del Prac, inclusi i sei allegati, non se ne fa mai riferimento. Non c’è traccia del problema, che tra l’altro si è verificato in corrispondenza dell’ambito estrattivo Vicenza 2 e che è interessato quasi per intero dal fenomeno di contaminazione da Pfas. La Giunta doveva porre maggiore attenzione: sono stati gli stessi Comuni di Trissino e Arzignano a scriverci, ipotizzando che sabbie e ghiaie estratte andrebbero conferite in discarica”.
Questo piano non vincola l’utilizzo degli inerti da demolizione che volevamo rendere obbligatorio almeno nella misura del 30% per le opere pubbliche, per dare così seguito all’economia circolare, una delle più importanti politiche su cui si sta impegnando l’Unione Europea che ci consentirebbe di risparmiare il nostro capitale naturale che è una risorsa non rinnovabile come la ghiaia e la sabbia”.
Zanoni si sofferma infine sulle volumetrie dei materiali da scavare, facendo alcune puntualizzazioni: “È stato detto che in provincia di Treviso questo Piano prevede zero metri cubi di sabbie e ghiaia da estrarre. Non è un’affermazione corretta, poiché ci sono le cosiddette riserve, ovvero le autorizzazioni già acquisite dai cavatori nell’assalto alla diligenza, i cosiddetti diritti acquisiti.
E a Treviso ci sono già 69 milioni di metri cubi scavabili, 18,6 previsti nei prossimi dieci anni. Altro che zero! Tutta la programmazione del Piano si porta dietro una palla al piede che si chiama ‘riserve’ e che la condiziona pesantemente. Riserve che sono state agevolate grazie al vuoto pianificatorio lungo 36 anni, dovuto all’incapacità della politica veneta di darsi un piano. Si tratta quindi di un Prac monco, condizionato dagli errori del passato”.
Questo piano nei prossimi dieci anni prevede le seguenti quantità, espresse in milioni di metri cubi, di sabbia e ghiaia che si potrà scavare grazie a nuove autorizzazioni: PER VERONA 5, VICENZA 4,5, TREVISO 0,0. Il PRAC inoltre mette nero su bianco LE RISERVE, ovvero le autorizzazioni di escavazioni già rilasciate ma non ancora realizzate, che sono pari a 9,4 milioni per Verona, 5,1 milioni per Vicenza e 69,2 milioni per Treviso.
Infine sempre il PRAC stima le riserve che verranno sfruttate nei prossimi dieci anni di pianificazione, ovvero 3,6 milioni per Verona, 3,9 per Vicenza e ben 18,6 milioni per Treviso. E’ perciò evidente che questo PRAC non blocca nessuna attività e nemmeno riequilibra le macroscopiche differenze tra le tre province venete nelle quali si trovano i giacimenti di ghiaia, Treviso infatti nei prossimi dieci anni con i suoi 18,6 milioni di metri cubi stimati, che potrebbero arrivare a 69,2, avrà una possibilità di scavare pari a oltre l’80% delle quantità complessive scavabili in Veneto”.

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Cave, sì alla legge: «Ora si volta pagina»
NUOVE NORME APPROVATE: VIA LIBERA AI TUNNEL PER ESTRARRE LA TRACHITE NEL COLLI EUGANEI, MA STOP A NUOVE CONCESSIONI
di Albino Salmaso, da “il Mattino di Padova” del 15/3/2018
VENEZIA. Piano cave, tutti d’accordo: dopo 36 anni di anarchia si gira pagina. La frase porta la firma di Maurizio Conte e Maurizio Calzavara, che hanno dato l’ imprinting alla legge, approvata con 31 sì e 14 no (Pd e M5S e Cristina Guarda di Amp). La filosofia è il “consumo zero” del territorio, con lo stop a nuove concessioni e il test verità ci sarà la prossima settimana con il Prac.
La legge Fracanzani varata nel 1971 per la tutela dei Colli Euganei finisce in soffitta e si apre la stagione delle “gallerie di trachite” per salvare cinque aziende tra Vo, Zovon, Montemerlo e Cervarese Santa Croce: quelle pietre formatesi 35 milioni d’anni fa, nell’era dell’Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici. Senza “masegne” di trachite, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c’è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell’ambiente.
E su questo tema il confronto si è fatto molto serrato, con il Pd e il M5S che hanno dato battaglia, con un insolito battibecco tra Andrea Zanoni e Silvia Rizzotto. «I comuni sono stati spogliati di ogni potere e si lascia assoluta libertà agli imprenditori nell’apertura di cave» ha detto il consigliere Pd durante la presentazione di uno dei suoi sessanta emendamenti, tutti bocciati. Immediata la replica della capogruppo della Lista Zaia: «Ma consigliere Zanoni, lei ha letto bene la legge? Ha capito o no che abbiamo impedito l’apertura di nuove cave? Zero concessioni. Ripeto: si congela la situazione attuale» ha urlato la capogruppo Silvia Rizzotto per dare il buongiorno all’aula, verso le 11.40 di ieri.
Lo scoglio più duro, l’articolo 32, ha occupato tre ore di dibattito, con il Pd e il M5S contrari al «colpo di mano maturato in commissione e mai discusso». È sempre Andrea Zanoni che va all’attacco, sostenuto da Graziano Azzalin e Claudio Sinigaglia: «L’articolo 32 arriva fuori sacco in commissione e si configura in aperta contraddizione con la legge istitutiva del parco dei Colli Euganei perché cancella il vincolo ambientale naturalistico per anteporre gli interessi di poche aziende».
Luciano Calzavara, l’ex sindaco di Jesolo e relatore del provvedimento, non si perde d’animo: «È stato il comune di Vo a chiedere la sperimentazione delle cave-tunnel di trachite, si parte con una concessione di cinque anni nel rispetto di due esigenze: tutelare l’ambiente e bloccare lo sfregio dei Colli Euganei e al tempo stesso garantire la fornitura di questo pregiato materiale ai sindaci che vogliono rendere più belle le nostre città».
Alle 13 si passa alle dichiarazioni di voto. Parla Manuel Brusco del M5S: «La svolta è troppo timida, ci vuole più coraggio nelle sanzioni contro chi sgarra. Le Province sono tagliate fuori. Voteremo contro», dice l’alfiere delle battaglie contro i Pfas.
Parla Massimo Giorgetti, (FI), che bacchetta Zanoni perché il governo Gentiloni ha impugnato alla Corte costituzionale la norma con cui il Veneto blocca le nuove cave: Roma sostiene che abbiamo violato la direttiva Bolkestein sulle liberalizzazioni e voi ci fate la predica. State zitti che vi conviene. Ci sono delle norme rivoluzionarie: nelle aree ricomposte delle cave si potranno coltivare i noccioli per la Nutella o la marijuana per attività terapeutica senza sprecare territorio. Mi piacerebbe un voto unitario». (…….)
Poi si vota e finisce 31 a 14. E il presidente Roberto Ciambetti commenta: «Sono soddisfatto, è una riforma tra le più rilevanti di questa legislatura». (Albino Salmaso)

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CAVE, ALT ALL’ANARCHIA MA C’È L’INCUBO PFAS

di Albino Salmaso da “il Mattino di Padova del 21/3/2018
– Prac approvato con 31 sì, l’astensione del M5S e 10 contrari (Pd, Amp e LeU). Calzavara: «Siamo soddisfatti, ottima riforma» –
VENEZIA. Negli 80 milioni di mc di terreno che si potranno scavare fino al 2028, spunta l’incubo dei Pfas nascosti tra la sabbia e la ghiaia delle cave di Arzignano e Trissino. La terra è delicata e va rispettata ma “ruspa selvaggia” per 36 anni ha divorato le colline e la campagna seminata di laghetti, anche a ridosso delle ville palladiane, con l’acqua che zampilla nella pedemontana appena si apre un pozzo.
Le cave sono delle miniere di “oro bianco”, per dirla con le parole di Massimo Giorgetti (FI), e con la sabbia e la ghiaia succhiate da Piave, Brenta e Mincio si è cementificata l’Italia negli anni Cinquanta, con i ponti crollati a Fontaniva per l’incuria speculativa del business, un assalto che dal 1982 attende un semaforo rosso che palazzo Ferro Fini ha acceso solo ieri.
Dopo la lunga stagione dell’anarchia, il Veneto a trazione Zaia-Lega volta pagina e introduce un criterio caro agli ambientalisti: si scava in base ai fabbisogni di mercato, con una logica di programmazione legata alla domanda del settore immobiliare. Stop all’assalto indiscriminato, stop ai depositi accumulati in attesa del rialzo dei prezzi.
Zaia e la sua giovane squadra guidata da Francesco Calzavara, relatore del Prac a palazzo Ferro Fini, hanno imposto il giro di vite. «Per la prima volta si introduce la logica del fabbisogno e si fissano di tetti per le province. Oltre agli 80 milioni di mc previsti nei prossimi dieci anni, sono stati concessi altri 12 milioni di mc, con le province di Vicenza e Verona che hanno ottenuto un bonus per la sabbia e la ghiaia di 5 e 4,5 mln mentre Treviso è a crescita zero e non avrà nuove autorizzazioni» ha spiegato il pragmatico Calzavara.
Sui numeri c’è stata bagarre. Perché Andrea Zanoni (Pd) ha recitato una dura requisitoria: «Sono passate otto legislature e si sono succedute 12 giunte guidate da Bernini, Cremonese, Frigo, Pupillo, Bottin, Galan e Zaia. Siete in colpevole ritardo, nel frattempo l’assalto al paesaggio ha lasciato ferite mai più rimarginabili. Il piano cave è stato approvato venerdì scorso e oggi tocca al Prac: perché tanta fretta? La risposta va cercata nelle sentenze 47 e 1.113 del 2016 del Tar del Veneto che ha dato ragione ai cavatori fissando il termine ultimo per l’approvazione del Prac al 22 marzo 2018. Siamo al fotofinish. Ci sono grosse lacune. Non c’è traccia dei Pfas nel bacino estrattivo di Vicenza 2, sconvolto da questa epocale contaminazione. I comuni di Trissino e Arzignano il 10 gennaio 2018 ci hanno scritto ipotizzando che sabbia e ghiaia estratte in quel contesto andrebbero conferite in discarica» ha detto Zanoni. La sua richiesta è caduta nel vuoto.
Un tema ripreso anche da Piero Ruzzante di LeU. «C’è il rischio di esportare i Pfas in giro per il Veneto, i comuni di Arzignano e Trissino hanno lanciato l’allarme. Bisogna ascoltare la voce dei sindaci e dei cittadini e poi avete abbassato le sanzioni, una scelta controcorrente. L’area del parco dei Colli Euganei è sacra, qui è nato il popolo veneto, prima con i cacciatori di Berlato e ora con la trachite la trattate come se fosse di serie B. Le cave vanno chiuse, sono ferite che gridano vendetta, che raccontano l’assalto dell’uomo alla natura» ha detto Piero Ruzzante.
Silvia Rizzotto, della lista Zaia, ha chiuso ogni polemica: «E’ vero che ci sono delle disparità tra le province ma i diritti pregressi non si possono toccare. Treviso è a regime zero e non potrà più ottenere nessuna escavazione. Stop a nuove cave. E non si vanno a toccare le falde freatiche. In due anni e mezzo abbiamo fatto grandi riforme in difesa dell’ambiente».
Dopo la veloce battaglia degli emendamenti, il Prac è stato approvato con 31 sì, 10 contrari (Pd-LeU) e 5 astenuti: il M5S. Il più contento è Francesco Calzavara. «Siamo soddisfatti per il via libera a un piano che i veneti aspettavano da 36 anni, ora esiste una prospettiva con forti tutele ambientali, al punto da congelare
nuove autorizzazioni a Treviso. Queste regole generano dei diritti ma impongono anche nuovi doveri per arrivare ad una futura gestione delle cave a kilometro zero». Tutti contenti? Pare di sì. Anche da Raffaella Grassi, presidente dell’albo dei cavatori del Veneto, arriva il plauso. (Albino Salmaso)

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CAVE: L’OPPOSIZIONE IN REGIONE: “Voto negativo alla legge: non sana il vuoto normativo trentennale, impegni insufficienti sul fronte ambientale e il riciclo dei materiali da demolizione”
Post del 15 Marzo 2018
“Il nostro voto non può che essere negativo: il giudizio sulla legge non può prescindere da un trentennio di vuoto normativo, un’omissione politicamente imperdonabile che ha lasciato ferite evidenti nel territorio del Veneto, ferite che questo provvedimento non potrà certo sanare”. È quanto dichiarano il Capogruppo del Partito Democratico Stefano Fracasso e il Consigliere Andrea Zanoni, relatore di minoranza, commentando il ‘no’ dem al provvedimento che ha avuto il via libera dell’aula.
“Sono diverse le zone d’ombra, nonostante le modifiche rispetto al testo arrivato la prima volta in Commissione, i buoni principi si dissolvono nell’articolato. Anzitutto – spiegano – riteniamo che fosse necessario dare valore di legge ad alcuni principi, in particolare per quanto riguarda l’impegno sul riutilizzo dei materiali da demolizione di costruzioni. Senza una presa di posizione forte con valenza di legge, temiamo che né le previsioni del Prac che andremo ad approvare, né i fabbisogni potranno essere soddisfatti come vorremmo. Lo stesso vale per le sanzioni, che sono state assai ridotte. Gli scavi abusivi fino a 25mila metri cubi erano puniti più severamente con la legge precedente. Dire che le violazioni si compensano con l’obbligo della ricomposizione è una buona intenzione, che tuttavia non si è mai realizzata negli ultimi 30 anni. Siamo inoltre preoccupati per la perdita di ogni potere da parte degli enti amministrativi subordinati, come Province e Comuni, che perdono ogni potere, inclusa per i Comuni che si trovano all’interno di un ambito di cava, la facoltà di dire dove mettere o meno le cave”.
“Un’altra nota dolente è quella delle estrazioni di trachite nel Parco Colli. Prima di dare il via libera, dobbiamo creare le condizioni affinché il Parco faccia quello per cui è stato istituito e la priorità, ovviamente, è la tutela ambientale. E derogare al Piano ambientale non è la strada migliore. Il Parco è commissariato da due anni, abbiamo bisogno di una nuova legge, non di deroghe. Avevamo proposto di stralciare l’articolo, ma la maggioranza ha detto no. Infine – concludono – vorremmo un attimo smorzare gli entusiasmi sulla tempistica della legge: non dobbiamo dimenticare che questa approvazione ha avuto un’accelerata perché pende un giudizio davanti al Tribunale amministrativo”.

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CAVE, IN ITALIA 4.700 ATTIVE E 14.000 ABBANDONATE. LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE”
di Marcella Piretti, da DIRE-Agenzia di Stampa Nazionale – http://www.dire.it/ – del 14/2/2017
La sfida dell’economia circolare riguarda anche il mondo delle attività estrattive, perché è possibile ridurre il prelievo di materiale e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio, dare una nuova vita ad una cava dismessa e percorrere la strada del riciclo degli aggregati. A dimostrarlo sono tanti paesi europei che hanno deciso di puntare sul riciclo degli inerti, ma anche diversi esempi italiani anche se per l’Italia la strada è ancora lunga e in salita.
Nella Penisola si continua a scavare troppo e con impatti devastanti sull’ambiente (dalle Alpi Apuane alle colline di Brescia, da Trapani a Trani) e la strada del riciclo, malgrado la spinta delle Direttive europee, è ancora molto indietro. La crisi del settore edilizio degli ultimi anni ha fatto registrare una riduzione del numero di cave attive (-20,6% rispetto al 2010), ma sono ben 4.752 le cave attive e 13.414 quelle dismesse nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Se a queste aggiungessimo anche quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria), il dato potrebbe salire ad oltre 14mila cave dismesse.
Sono poi 53 milioni di metri cubi la sabbia e la ghiaia estratti ogni anno, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 milioni di metri cubi i quantitativi di calcare e oltre 5,8 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti. In nove Regioni italiane non sono in vigore piani cava e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree.
Rilevanti sono, invece, i guadagni per i cavatori: 3 miliardi di euro l’anno il ricavato dai cavatori dalla vendita di inerti e pietre ornamentali a fronte di canoni di concessione irrisori (2,3% del prezzo di vendita di media per gli inerti e Regioni in cui è gratis). Crescita record per il prelievo e le vendita di materiali lapidei di pregio, con esportazioni in crescita (2 miliardi di euro nel 2015), ma si riduce il lavoro in Italia nel settore.
È quanto emerge dal Rapporto Cave di Legambiente, che dal 2009 effettua un monitoraggio della situazione delle attività estrattive, e scatta una fotografia puntuale sui numeri e gli impatti economici e ambientali, delle regole in vigore nelle diverse Regioni, individuando anche le opportunità che esistono puntando sull’economia circolare.
Nel Rapporto, realizzato con il contributo di Fassa Bortolo, sono raccolte non solo storie da tutta Italia, che raccontano l’impatto sul paesaggio italiano, ma anche buone pratiche realizzate nella Penisola ed esempi virtuosi riguardanti la gestione dell’attività estrattiva (in sotterraneo e con contestuale recupero delle aree) e il recupero delle cave dismesse per creare parchi e ospitare attività turistiche, ma anche di cantieri dove si sono usati materiali provenienti dal riciclo invece che sabbia e ghiaia (in autostrade e persino nello Stadio della Juventus).
Il dossier è stato presentato questa mattina a Roma nel corso della conferenza stampa che ha visto la partecipazione di: Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, Silvia Velo, sottosegretario del Ministero dell’Ambiente, Alessandro Olivi, vicepresidente e Assessore allo sviluppo economico Provincia di Trento, Paolo Fassa, Presidente Fassa Srl, Salvatore Lisi, Aitec e Serena Majetta, Anas, Direzione Ingegneria e sviluppo di Rete.
“Per Legambiente occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive- dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente- dove non è utopia pensare di avere più imprese e occupati nel settore, proprio puntando su tutela del territorio, riciclo dei materiali e un adeguamento dei canoni di concessione ai livelli degli altri Paesi europei. La sfida per i materiali di pregio è di mantenere in Italia le lavorazioni dei materiali, dove il tasso di occupazione è più alto. Mentre per gli inerti l’obiettivo è di spingere la filiera del riciclo, che garantisce almeno il 30% di occupati in più a parità di produzione, e che può garantire prospettive di crescita molto più importanti e arrivare a interessare l’intera filiera delle costruzioni. Ma per realizzare ciò servono delle scelte e delle politiche chiare da parte di Governo e Regioni”.
LA LOMBARDIA IN TESTA CON 19,5 MLN DI SABBIA E GHIAIA ESTRATTI
Riguardo il materiale cavato, dal Rapporto Cave emerge che la Lombardia è la prima regione per quantità cavata di sabbia e ghiaia, con 19,5 milioni di metri cubi estratto. Seguono Puglia (con oltre 7 milioni di metri cubi), Piemonte (4,8 milioni), Veneto (4,1) ed Emilia-Romagna con 4 milioni circa. Per quanto riguarda le pietre ornamentali, le maggiori aree di prelievo sono: Sicilia, Provincia Autonomia di Trento, Lazio e Toscana che insieme costituiscono il 53,4% del totale nazionale estratto. Le Regioni che invece cavano più calcare sono Molise, Lazio, Campania, Umbria, Toscana e Lombardia che superano singolarmente quota 1,5 milioni di metri cubi. Nel dossier l’associazione ambientalista sottolinea anche un grave problema: la mancanza di piani cava in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Pr. Bolzano, Basilicata e Piemonte (dove sono previsti Piani Provinciali), mentre nella maggior parte delle Regioni sono inadeguati i vincoli di tutela e mancano obblighi di recupero contestuale delle aree.
LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE E UN CANONE MINIMO”
Per Legambiente l’assenza dei piani è particolarmente preoccupante, perché si lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede l’autorizzazione in Regioni dove è forte il controllo da parte della criminalità organizzata. Prelevare e vendere materie prime del territorio è infine un’attività altamente redditizia a fronte di canoni di concessione pagati da chi cava a dir poco scandalosi. In media nelle Regioni italiane si paga il 2,3% del prezzo di vendita di sabbia e ghiaia (27,4 milioni a fronte di 1.051 milioni di volume d’affari). Ancora maggiori i guadagni per i materiali lapidei dove è in forte crescita il prelievo e l’esportazione di materiali. In diverse regioni addirittura si cava gratis: succede in Valle d’Aosta, Basilicata, Sardegna, ma anche Lazio e Puglia dove si chiedono pochi centesimi di euro per cavare inerti, continua Legambiente.
Legambiente ricorda che l’ultimo intervento normativo dello Stato nel settore è il regio Decreto di Vittorio Emanuele III del 1927, ma è evidente che senza un controllo dell’operato delle Regioni la situazione è insostenibile sia in termini di tutela del territorio, che di controllo della legalità e di riduzione del prelievo da cava.
Per altro le Direttive europee prevedono che entro il 2020 il recupero dei materiali inerti dovrà raggiungere quota 70%. Per Legambiente le tre scelte per rilanciare il settore sono: rafforzare tutela del territorio e legalità attraverso una Legge quadro nazionale che stabilisca le aree in cui l’attività di cava è vietata e obblighi il recupero contestuale delle aree e la valutazione di impatto ambientale, ecc.); stabilire un canone minimo nazionale per le concessioni di Cava per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio.
Se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito (20% del valore di mercato) si recupererebbero 545 milioni di Euro all’anno di incassi per le Regioni. Dal primo Rapporto Cave di Legambiente, del 2009 si può stimare che siano state sottratti canoni per oltre 3,5 miliardi di Euro; ridurre il prelievo da cava attraverso il recupero degli inerti provenienti dall’edilizia, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi, conclude Legambiente. (Marcella Piretti)

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Ciafani, neo-presidente di Legambiente: «Clima e suolo tra le priorità ambientali su cui il Parlamento e il prossimo Governo dovranno lavorare»

AMBIENTE, NEL NUOVO RAPPORTO ISPRA: LA RADIOGRAFIA DI UN’ITALIA FRAGILE

Altro che “dematerializzazione”: appena il Pil è tornato a crescere sono saliti sia i rifiuti prodotti sia le emissioni di gas climalteranti

[20 marzo 2018]

di Luca Aterini da http://www.greenreport.it/

Hanno visto il 20 marzo la luce, presentati a Montecitorio, due documenti essenziali per tracciare lo stato di salute dell’ambiente italiano: la XV edizione dell’Annuario dei dati ambientali redatto dall’Ispra – che si snoda attraverso 311 indicatori per un totale di 140.000 dati aggiornati – e la I edizione del Rapporto ambiente sviluppato dal Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente (Snpa), che fornisce un quadro aggiornato della situazione ambientale nel Paese affrontando temi che vanno dall’agricoltura ai trasporti, dal turismo all’industria, dagli agenti chimici alle valutazioni ambientali.

   Dall’unione dei due documenti si ottiene la radiografia di un ambiente fragile, il nostro, dove a parziali progressi continuano ad accompagnarsi criticità ormai storiche e sforzi inadeguati per raggiungere un modello di sviluppo finalmente sostenibile.

   Tra le criticità storiche spicca come ogni anno quella relativo al CONSUMO DI SUOLO: nel corso del 2016 sono circa 30 gli ettari consumati ogni secondo, per un totale di 5mila ettari coperti artificialmente. Così, complessivamente «in Italia – spiega l’Ispra – sono oggi irreversibilmente persi circa 23.000 km2 di suolo: il fenomeno continua a crescere, seppur con un sensibile rallentamento nella velocità di trasformazione».

   E a poco sono valsi gli appelli arrivati dalle associazioni ambientaliste al premier Gentiloni e ai ministri competenti per l’approvazione, prima che l’ultima legislatura finisse, dell’annoso disegno di legge contro il consumo di suolo.

   Ma oltre alla cementificazione ci sono altre minacce al territorio italiano, che l’Annuario non perde di vista. La presenza dei Siti di interesse nazionale (Sin), ad esempio, per i quali non sono neanche state completate le fasi di caratterizzazione (ferme al 65%) e soprattutto dove «il procedimento di bonifica risulta concluso in modeste porzioni»; senza dimenticare che i siti da bonificare registrati nelle anagrafi regionali sono altri 22.000, con procedimenti di bonifica conclusi per neanche la metà dei casi (10.000).

   Tra i progressi parziali spiccano quelli conquistati in fatto di inquinamento atmosferico, definito come «uno dei maggiori fattori ambientali di rischio per la salute umana e per gli ecosistemi». Le emissioni italiane dei principali inquinanti atmosferici dal 1990 al 2015 sono in calo, del 28% per il Pm2,5 e del 62% per il Nox, con anche i livelli atmosferici di Pm10, Pm2,5 e No2 a mostrare «un andamento decrescente». Nonostante questo, però, il raggiungimento degli obiettivi definiti dalla Commissione Ue «appare lontano», a proposito di sforzi inadeguati.

   Inadeguatezza che si ritrova purtroppo ancor più marcata guardando ai cambiamenti climatici quanto all’economia circolare.

   Se è vero che complessivamente le emissioni di gas serra italiane sono diminuite del 16,7% nel periodo 1990-2015 – soprattutto grazie all’impegno di industria manifatturiera (-38,9%) ed energetica (-25,1%), non certo del settore civile (+3,3%) e di quello dei trasporti (+2,6%) –, è anche vero che già dai primi barlumi di ripresa del Pil nel 2015 «si osserva un incremento delle emissioni rispetto all’anno precedente (+2,3%) quale segno di una ripresa economica che si riflette sulle emissioni di gas a effetto serra». Non che i cambiamenti climatici non ci riguardino, anzi, visto che «l’aumento della temperatura media registrato in Italia negli ultimi 30 anni è stato quasi sempre superiore a quello medio globale».

   La verità è che il Paese ancora sembra lontano dal raggiungere uno stabile disaccoppiamento tra crescita economica e emissione di gas climalteranti: se cresce il Pil crescono anche i gas serra, e nel frattempo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici non è ancora stato approvato.

   Il mancato disaccoppiamento emerge anche da un’altra dimensione utile a misurare la sostenibilità dell’economia e della società italiana, ovvero la produzione di rifiuti: «Tra il 2015 e il 2016 la crescita della produzione dei rifiuti urbani (+2%) è in linea con l’andamento degli indicatori soci-economici facendo, pertanto, riscontrare una sostanziale assenza di disaccoppiamento», nota l’Ispra.

   Altro che “dematerializzazione” dell’economia: nel 2016 abbiamo prodotto 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, in aumento del +2% rispetto all’anno precedente, ovvero più della spesa per consumi finali delle famiglie (+1,5%) e più del Pil (+1,7% a valori correnti, +0,9% a valori concatenati). Una differenza che si fa ancora più marcata guardando la produzione di rifiuti speciali, salita a 132,4 milioni di tonnellate nel 2015 (+2,4%).

   L’economia circolare italiana potrà salvarci da questa spirale? Ancora non possiamo saperlo: il governo uscente ha pubblicato il “documento di inquadramento e di posizionamento strategico” Verso un modello di economia circolare per l’Italia, ma la messa in pratica non è stata evidentemente ritenuta urgente.

   «Il prossimo Governo – è stato spiegato – avrà il compito di elaborare il Piano di azione». Vedremo.

   Intanto il neo-presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, commenta così il rapporto: «Dai dati del Rapporto Ispra emergono chiaramente due tra le priorità ambientali su cui il Paese e il prossimo Governo dovranno lavorare: la lotta ai cambiamenti climatici e lo stop consumo di suolo. I cambiamenti climatici in corso stanno già causando danni al territorio e alla salute dei cittadini, e a soffrirne di più sono soprattutto le grandi città, indietro nelle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici; senza contare che nella Penisola resta un problema irrisolto, il consumo di suolo. Per questo è fondamentale definire norme e regole efficaci, azioni e strategie concrete non più rimandabili che mettano al centro le politiche climatiche, la lotta all’inquinamento, ma anche la rigenerazione urbana, la riqualificazione edilizia e la tutela del suolo. Nella scorsa legislatura non si è riusciti ad approvare il ddl sul consumo di suolo, mentre ancora aspettiamo il piano nazionale di adattamento e non si vedono politiche coerenti, anche sotto il punto di vista economico, rispetto alle soluzioni prospettate dalla Strategia energetica nazionale da poco approvata. Ci auguriamo che il prossimo Parlamento e Governo portino a compimento questo risultato mettendo le politiche ambientali al centro della loro agenda. Siamo convinti che l’ambiente rappresenti una grande opportunità per scommettere sul futuro, per rendere più competitiva l’economia, creare nuovi posto di lavoro ma anche per spingere l’innovazione e la ricerca e abbattere le disuguaglianze economiche, sociali e territoriali cresciute nella Penisola».

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