SIRIA, KURDISTAN, PALESTINA, LIBIA: i POPOLI-COMUNITÀ cui ora SI STA DECIDENDO (si è deciso?) IL LORO DESTINO per i decenni a venire, con il controllo geopolitico delle potenze attuali globali – QUALI POSSIBILITÀ per un’inversione di tendenza di un mondo che vada verso la PACE e lo SVILUPPO per tutti?

8/4/2018: Un NUOVO ATTACCO aereo a DOUMA (una città a est di Damasco controllata ancora dai ribelli anti-Assad) CON ARMI CHIMICHE provoca almeno 100 morti e mille feriti. A riaccendere la tensione nell’area della Ghouta orientale, la presenza degli ultimi ribelli anti-Assad che avevano chiesto una tregua per lasciare assieme ai loro familiari la città. Ma la decisione dell’ala dura JAISH AL-ISLAM di non evacuare la città avrebbe scatenato la reazione del governo di Damasco. Ora però le trattative per una nuova tregua sembrano essere arrivate a un accordo. Secondo la tv di Stato il regime avrebbe acconsentito a rilasciare i prigionieri in cambio dell’evacuazione totale dei combattenti di Jaish al-Islam da Douma: “La partenza di tutti i cosiddetti terroristi di Jaish al-Islam per Jarablus dovrà avvenire entro 48 ore” (da “la Repubblica.it del 8/4/2018)

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MERCOLEDÌ 4 APRILE il SUMMIT TRILATERALE AD ANKARA ha mostrato ERDOGAN, PUTIN e ROUHANI intenti a spartirsi le zone di influenza IN SIRIA e ad accordarsi su come risolvere i problemi in futuro (…): TRE NAZIONI CON ANTICHE DIFFIDENZE E NON LONTANI RANCORI RECIPROCI – TURCHIA, RUSSIA E IRAN – APPAIONO COME IL DIRETTORIO DI COMANDO DELL’INTERA REGIONE, una regione peraltro vicina a noi europei, diciamo almeno a portata di rotte dei migranti. (Daniele Bellasio, “la Repubblica”, 5/4/2018)

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Con il VERTICE DI ANKARA del 4 aprile 2018 tra ERDOGAN, PUTIN e HASSAN ROHANI si è definito il nuovo triangolo mediorientale: 1-LA TURCHIA VUOLE PRENDERE IL CONTROLLO DELL’AREA NORD DEI CURDI SIRIANI, ritenuti da Ankara degli alleati del Pkk turco – tutti considerati dai turchi dei terroristi – 2-LA RUSSIA INTENDE CONSOLIDARE LE SUE BASI AEREE E NAVALI SULLE SPONDE DEL MEDITERRANEO, mentre 3-L’IRAN HA COME INTERESSE PRINCIPALE TENERE IN PIEDI A DAMASCO UN REGIME AMICO per dare consistenza alla Mezzaluna sciita. L’arco che partendo da Teheran e passando per Baghdad e Damasco arriva alle postazioni degli Hezbollah in Libano, la pistola puntata del ayatollah contro Israele.

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LA CONTESA ISRAELO-PALESTINESE

Le forze israeliane uccidono 16 persone a Gaza mentre i palestinesi manifestano nel “Giorno della Terra” – Per i PALESTINESI il 30 marzo è il “YOM AL ARD”, che in arabo significa “GIORNO DELLA TERRA”. È una ricorrenza molto sentita dai palestinesi perché ricorda l’uccisione nello stesso giorno del 1976 di sei arabo-israeliani che si opponevano alla confisca delle loro terre in Galilea da parte dello Stato ebraico. Quella tragedia unì il popolo palestinese come raramente era accaduto prima. Oltre alle proteste, i palestinesi di solito piantano anche una PIANTA DI ULIVO per il diritto alla terra. HAMAS, la parte più integralista della rivolta palestinese, strumentalizza molto l’avvenimento, e manda a morire famiglie oltre il confine controllato dai cecchini dell’esercito israeliano. Le proteste dureranno fino al 14 maggio, ossia il giorno della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, che i palestinesi ricordano con la parola “NAKBA”, la “CATASTROFE”.

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in verde i territori palestinesi: GAZA, un territorio stretto tra Israele e a sud l’Egitto, controllato dalla parte più estremista palestinese, HAMAS. Poi WEST BANNK, cioè la CISGIORDANIA, per la maggior parte desertica, e con tanti insediamneti israeliani sorti in questi anni malgrado l’opposizione dell’Onu, della Comunità internazionale – GAZA: 360 km² di superficie (meno di un terzo della superficie di Roma) popolata da circa 1.760.000 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.000 rifugiati palestinesi. A GAZA è impossibile che ci si possa vivere civilmente: tantissime persone in un posto ristrettissimo. E il controllo della parte più integralista palestinese porta alla rivolta. Gli israeliani da una parte, e gli egiziani a sud, poi fomentano la disperazione. Basti pensare che Gaza, questo Paese tra i più poveri al mondo, è ormai senza acqua potabile, perché gli egiziani hanno inondato i tunnel con acqua di mare, e le falde adesso sono salate.

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SUL MEDIO-ORIENTE e L’AREA MEDITERRANEA:

MAPPA GEO-POLITICA E RELIGIOSA DEI PAESI DEL MEDITERRANEO; in rosso ‘musulmani’; in giallo ‘cristiani cattolici’; in verde ‘cristiani ortodossi’; in giallo chiaro ‘ebraici’ – NELLE CRISI ATTUALE DEL MEDITERRANEO (LIBIA NEL CAOS, SPARTIZIONE DELLA SIRIA, PALESTINA E SCONTRO CON ISRAELE, KURDISTAN E REPRESSIONE TURCA), L’UNIONE EUROPEA NON RIESCE A METTERE SUL TAVOLO UNA VERA E FORTE STRATEGIA PER IL MEDITERRANEO, se non una dispendiosa linea di contenimento tattico dei flussi migratori.

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102 ANNI FA È NATO L’ACCORDO SYKES-PICOT: COSÌ È NATO IL MEDIORIENTE DI OGGI – Durante il primo conflitto mondiale un giovane diplomatico britannico, Sir Mark Sykes (a sinistra), e il suo omologo francese François Georges-Picot, tracciando una linea nel deserto su una mappa, spartirono tra FRANCIA e REGNO UNITO i territori della cosiddetta Mezzaluna fertile. Le zone a nord della linea (ZONA A, CORRISPONDENTE A SIRIA E LIBANO) sarebbero state sotto l’influenza di PARIGI, mentre quelle a sud (ZONA B, GIORDANIA E IRAQ) sotto quella di LONDRA. Era il 16 MAGGIO 1916, l’accordo passò alla storia con il nome degli artefici, Sykes-Picot.

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SULLA LIBIA:

LA LIBIA COM’È DIVISA ORA – IN CELESTE: TOBRUK, nella costa orientale del paese vicino al confine con l’Egitto, è sede del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato eletto l’anno scorso. Il governo guidato dal primo ministro Abdullah al Thinni ha sede nella città di Beida. Può vantare il sostegno esterno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, e interno dei reduci dell’esercito regolare libico guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico giurato di ogni fazione jihadista o islamista. – IN VERDE: Sostenute da una serie di gruppi armati, alcuni dei quali di impronta islamista, le autorità di TRIPOLI hanno preso il controllo della capitale nell’agosto del 2014 e sono guidate da Khalifa al Ghwell, il primo ministro nominato dal congresso nazionale generale, il parlamento uscente che sta estendendo il suo mandato invece di lasciare il potere dopo aver perso le elezioni dell’anno scorso. I suoi sponsor internazionali sono il Qatar e la Turchia. – IN VIOLA: la Libia si è dimostrata il terreno più fertile per l’espansione dell’ISIS che ha imposto il suo controllo su SIRTE, ex roccaforte di Muammar Gheddafi, e su oltre centocinquanta chilometri di costa mediterranea. Il gruppo è presente anche nell’est del paese, dove è entrato in competizione con i gruppi legati ad Al Qaeda. (mappa ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, http://www.internazionale.it/ )

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UN FILM SULL’IMMIGRAZIONE (DALLA LIBIA):

LA LIBIA VIOLENTA CONTRO CHI TENTA DI ANDARE IN EUROPA. Il film di ANDREA SEGRE “L’ORDINE DELLE COSE” è uscito nelle sale nel settembre 2017. Parla dei CENTRI DI DETENZIONE DEGLI IMMIGRATI IN LIBIA. Alla base della vicenda ne “L’ordine delle cose” c’è Corrado (Paolo Pierobon), alto funzionario del Ministero degli Interni specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione clandestina. Viene inviato il Libia dal governo con il compito di arginare i flussi migratori da quel paese. La missione è complessa e lui si muove tra i luoghi di potere e i centri di detenzione. In più incontra Swada (Yusra Warsama), una donna somala rinchiusa in prigione e che gli chiede aiuto per arrivare in Finlandia per raggiungere il marito. Lui si trova così in crisi: seguire la legge o aiutare una persona in difficoltà?

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LIBIA

NEI LAGER DI TRIPOLI ALLA RICERCA DI UN MIGRANTE SCOMPARSO

di Domenico Quirico, da “La Stampa” del 5/4/2018
– L’impossibile promessa alla sorella arrivata in Italia. Gli uomini costretti a pagare per lavorare fuori dalle carceri, le donne alla mercé dei miliziani –
Sono venuto a Tripoli a cercare un uomo, un ragazzo di ventiquattro anni, un migrante. Adesso che, all’aeroporto, mi incolonno nella folla pigiata di viaggiatori, rivenduglioli, salafiti, spie, miliziani… mi accorgo di quanto il mio scopo sia assurdo. Mi hanno chiesto di ritrovare una pagliuzza nell’immenso mucchio della migrazione, impigliata nella rete che noi e i libici abbiamo teso sulla spiaggia del mare. Di lui ho soltanto un nome, LEHI, una data e un luogo di nascita, YASSAP in Costa d’Avorio.
E un numero di telefono, libico, che quasi certamente non potrò usare per non metterlo in pericolo, per non allertare coloro che lo hanno forse rapito imprigionato reso schiavo. Ecco. Ora che sono qui quello che provo assomiglia all’eccitazione che si avvertiva quando a scuola il professore cominciava la lezione di geometria con queste parole: prendiamo un punto nell’infinito.
L’auto corre sul lungomare, la vicinanza del deserto si avverte nei colori dell’aria che è chiara e celestina, il cielo di un azzurro pallido, leggero, di un rosa che sfuma ormai nel tramonto vale di più della città che gli deve quanto ha di meglio. Vedo intorno le solite case strette come scaglie di pigna di una architettura spuria, strade senza carattere, senza bellezza né ricchezza, l’immondizia a mucchi, i murales della rivoluzione, «alla fine liberi», sudici e illeggibili. Devo cercare, nel gran gioco del caso e della sorte, uno di coloro che hanno solo terre straniere e nemmeno una patria, che vivono con linguaggi presi a prestito, trascinati dal vento. Sapevo che avrei dovuto immergermi non nella Tripoli palese ma in una Tripoli incavernata e occulta, quella delle milizie e dei loro traffici, degli accordi opachi scritti da noi nel 2017 per mettere sotto controllo la migrazione. L’aereo che mi ha portato da Tunisi è appunto uno di quelli che vengono usati, due volte la settimana, martedì e giovedì, per i «rimpatri volontari». Fuori è nuovo, dentro, sui sedili, c’è attaccata l’abitudine a folle di poveri, l’usura e l’odore di abiti usati, di sporte stracariche, di misere cose.
Scorrono i palazzi di Gheddafi, non ultimati o distrutti, scheletri di cemento che il tempo ha già reso scuro, cumuli di rovina alti come grattacieli. In lontananza sembrano castelli intatti. Poi mano a mano che ci si avvicina si decompongono e si dissolvono in ruderi confusi con gli altri edifici: come se lo sfacelo non fosse già avvenuto ma avvenisse in quegli attimi. Essi danno infinite volte la stessa esibizione, morire sotto i nostri occhi tutte le volte che li si guarda.
La promessa
Ho accettato questo compito perché ho incontrato una giovane donna, SABINE e la sua bambina. È la sorella del ragazzo che sono venuto a cercare. Lei ha attraversato il mare in barcone, il marito è sparito in Libia e non ne sa nulla da due anni. Un altro fratello è morto in mare.
Resta Lehi, scomparso e poi riaffiorato a novembre con una telefonata in cui raccontava di esser nella casa di un libico e chiedeva aiuto. Chiuso in un centro di detenzione, stremato, malato, era stato portato via dal suo padrone che per non riportarlo in prigione voleva denaro: ottocento euro subito e poi, trecento, ogni mese.
È il nuovo business, in attesa di riprendere quello dei barconi e del mare. Sabine e i parenti hanno mandato il denaro; poi da gennaio, improvviso, il silenzio. Se non avessi guardato negli occhi Sabine, se non l’avessi ascoltata aggrapparsi a un indizio, a un dettaglio, a una briciola di informazioni per riaccendere le speranza, non avrei accettato.
Vi era qualcosa di così straziante in questo scavare nel passato, nel minuscolo episodio di un tempo, purtroppo senza via di uscita, per trovare un’ultima prospettiva, per credere e sperare, che ne sono rimasto sconvolto. Lo confesso: all’inizio ho pensato ecco, questo è un caso emblematico della migrazione, da raccontare…
E poi ho accettato perché ho capito che non ci sono casi emblematici nella migrazione, che questo è il discorso che usano gli aforismi rozzi e ottusi degli xenofobi: l’invasione dell’occidente i governi e gli umanitari imbelli i popoli feroci avidi di denari e di donne…
No! nessuna storia di migranti è emblematica, di nulla. È singola, intoccabile, una storia umana e basta. Cercare il ragazzo è un obbligo di fronte a questa animosità crudele che sembra entrata nella circolazione sanguigna del mondo.
Al ministero degli Interni a Tripoli, per i permessi, incontro una novità. Stavolta non potrò andare in giro da solo. Mi accompagnerà sempre un mukhabarat, un agente della sicurezza. È la conseguenza del filmato della Cnn, con migranti venduti come schiavi. I libici corrono ai ripari: basta indagini impiccione, viaggiatori curiosi.
Il mio custode è simpatico ma meticoloso, non mi lascia mai, è come una ombra. Ho conosciuto ancora i paesi dei socialismi reali, le «guide», gli «interpreti», gli accompagnatori-spia. E dunque anche stavolta, a Tripoli, inizio il gioco di questa prigionia pratica, spicciola, una perenne lotta tra la pazienza e la noia in cui dapprima vince la noia e poi forse la pazienza. Ma per me, che devo cercare senza dirlo una persona, tutto diventa più difficile.
Per il momento ho solo i luoghi, l’atmosfera, l’aria che Lehi ha respirato, tutti i giorni, i mesi in cui è stato qui dopo il viaggio nel deserto. Ci sono tutti, questi luoghi di tragedia o di normalità, in cui è stato e in cui voglio ritrovare la sua orma e sentirne l’eco. E per tutto questo, per tornare sulle sue tracce, ripercorrere i suoi passi con i miei, immaginare ciò che ha percepito, vissuto, sofferto, non ho bisogno di autorizzazioni né di incontri. Questa storia è viva.
Il quartier generale
C’è un punto da cui bisogna iniziare e il punto è SEKHA, il «Centro per la lotta alla immigrazione clandestina» nel cuore di Tripoli. Lehi deve essere passato di qui perché tutti i migranti raccattati dalle milizie, presi in mare, prima o poi, vi fanno sosta dolorosa. Strano: non mi hanno posto difficoltà per venire qui, quasi desiderino che visiti questo luogo.
Ora capisco perché. Hanno organizzato oggi una festa, una festa per bambini prigionieri con le loro madri. La strategia si fa più sofisticata: cancellare l’immagine del lager per migranti, convincere l’occidente che spende bene qui i suoi soldi, che nessuno viola «i diritti umani». Infatti arrivano, giulivi, due rappresentanti delle Nazioni Unite, accarezzano bimbi, assaggiano dolcetti. Sotto una tenda ornata con palloncini, stanno le donne, stringono i bimbi in braccio, cupe, silenziose. Hanno messo loro in testa buffi cappellini di cartapesta. Nessuno si muove dal suo posto, girano le sorveglianti con maschere da commedia dell’arte. Avanza con gran fracasso una orchestrina con pifferi, piatti e tamburo. Un uomo mascherato da Minnie detta il tempo, fa danzare bambini storditi, che cercano di tornare dalla madre, getta coriandoli.
Era falso. Era come un balletto di bambole. Ed era triste. Crudele. Mi fanno sedere tra le «autorità». Il responsabile del centro pronuncia banalità bonarie e inesorabili. Accanto a me rappresentanti diplomatici di alcuni paesi che hanno cittadini nella prigione: Camerun, Centrafrica, Somalia. Guardano a terra, mesti, come vergognandosi, mi rispondono a monosillabi. La massima crudeltà non è mai calda. Si ha quando persecutore e vittima la usano e la subiscono ormai senza passione.
I funzionari dell’Onu se ne vanno distribuendo lodi. Le guardiane respingono, sgarbatamente, donne e bambini nella loro gabbia. Minnie si rivela un agente barbuto. Gira per il cortile ancora per metà in maschera. Alcuni somali, nella confusione, hanno avvicinato il loro diplomatico, un giovane elegante. È arrivato su un’utilitaria, con l’autista, ma piena di toppe e sfregi, il motore in agonia, il guidoncino somalo legato a un provvisorio bastone di ferro. Ha prestato il telefono a un migrante che sta cercando di chiamare i genitori. Minnie, furibondo, urla e a pugni e spintoni li ributta nella prigione. Ecco: cosa accade in questi luoghi un minuto dopo che il cancello si è chiuso dietro i visitatori? I migranti, fitti, le mani appese alle grate mi fissano senza parlare come si fissa in un’ora di abbandono e di solitudine la vicenda delle onde del mare.
Il racket
TRIPOLI È IL CAOS, una gigantesca rete di estorsione, un trust che va dal banale racket di quartiere alle banche ai migranti venduti a noi o alle famiglie, al gasolio imboscato e caricato su navi cisterna e venduto a Malta in Italia in Grecia in Turchia.
Ma un caos che non si vede: gente che vocia sul lungomare davanti ai ristoranti che espongono il pesce, pesce grosso sanguigno appena pescato, file di sangue rosso filettano le teste argentee e colano dalle ceste; salafiti obesi muovono ventri prominenti verso i fragili paradisi di una pasticceria; un gruppo di neri attende un ingaggio con l’esca di badili e cazzuole; lunghe file si allungano pazienti al complicato prelievo di piccole somme consentite nei bancomat.
Bisogna continuare, altre discese tra le ombre. Fare in fretta: qui stanno cancellando le tracce con i rinvii «volontari». Tanto ne restano, di migranti, settecentomila nelle vie, nei tuguri, nelle galere private delle bande: su cui calerà il nostro silenzio, e di cui fare ciò che si vuole.
Ad AL MATAR, la via del vecchio aeroporto, mi assicurano che ci sono ivoriani. Ottocento rinchiusi in due hangar, un pagliericcio accanto all’altro, ciotole di cibo in cui mangiano accucciati a terra, a gruppi, con le mani. I guardiani, divise nere, teste rasate o barbe e capelli alle Guevara giocano con un calcio balilla: «Si consegnano volontariamente i negri… non dobbiamo nemmeno cercarli… non ce la fanno più…».
Cerco, senza fare troppe domande. Uno degli ivoriani mi sussurra un nome: TAJOURA, vai lì, ci sono quelli che hanno catturato da poco. Il tempo è cambiato, un freddo salato e sferzante, da inizio di temporale, che ricorda ogni volta la presenza del mare.
Dieci chilometri e siamo a Tajoura. Arrivo insieme a una delegazione dell’Unione europea, alla guida un diplomatico ungherese. Sono venuti ad assistere al rimpatrio di un centinaio di nigeriani e senegalesi. Davanti al capannone i migranti sono allineati in questa mattinata spietata di pioggia e gelido vento in quadrati ben ordinati, stanno seduti sui ginocchi come solo gli africani sanno fare, in mano il documento arancione di espulsione. I bus sono già pronti, il motore acceso: in piedi in fila per uno salite buon viaggio e a non più rivederci…
I diplomatici rabbrividiscono in giacchetta e cravatta, si vede che hanno fretta di tornare al tepore delle Mercedes. Non mi lasciano entrare nell’hangar dei migranti. Fanno uscire una ragazza, somala. Ha sedici anni, è piccola, il corpo esile avvolto da un lungo vestito, i piedi chiusi in pantofole nere come quelle delle bambole. La sua straordinaria bellezza si intuisce, dunque, dal volto e dalle mani. Il volto è lievemente solcato da qualche ruga agli angoli degli occhi, la fronte è alta, si vedono pulsare le vene che la percorrono dall’alto in basso, la bocca piccola, gonfia e palpitante, anche quando, anzi soprattutto quando sta in silenzio. E gli occhi… non ho mai visto uno sguardo come questo. All’inizio pensavo fosse cieca perché gli occhi attraversavano me e le cose come se cercassero qualcosa che era dietro di esse. Gli occhi dei profeti. E delle vittime. È partita da Galkaio quando aveva 14 anni, da sola. Fuggiva il padre che è uno shebab: «Io sono Ahnam, ma Ahnam non esiste più si è perduta… Vogliamo uscire di qui, vedere città, vivere…».
Dal padiglione degli uomini emerge un nigeriano, una specie di kapò, ha le chiavi, collabora con le guardie, tiene buoni i migranti. L’ultima possibilità, lo abbordo, gli sussurro il nome di Lehi. Mi guarda senza parlare. (Domenico Quirico)

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LIBIA

SUI MIGRANTI DECIDE TUTTO L’ITALIA: LA LIBIA NON ESISTE

di Barbara Spinelli, da “Il Fatto Quotidiano” del 31/3/2018
– Il caso Open Arms – Il nostro governo si comporta con i libici come con un protettorato, ma rifiuta di assumersi le proprie responsabilità –
È ora di fare chiarezza sulla politica italiana e dell’Unione europea concernente i rifugiati provenienti dalla Libia. I fatti, innanzitutto.
La zona libica di ricerca e soccorsi in mare (zona Sar) è un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale (Omi), e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo: “Non considero come acquisita la zona Sar della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”.
La risposta è volutamente evasiva e il motivo delle ambiguità europee è evidente: la zona Sar lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione si è guardata dal far proprie le ammissioni del direttore di Frontex.
Quel che invece appare sicuro è il ruolo italiano – e dell’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, ZONA SAR della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici”.
L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti non controllabili). Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea.
Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. Come sostiene Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): “Sembra fuori discussione il fatto che le azioni poste in atto dall’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, costituiscano esercizio della propria giurisdizione con tutte le conseguenze che ne conseguono, in primis il fatto che l’Italia risponde alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo”.
Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia di Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro.
La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione Sar del 1979.
È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu di occuparsi del caso Italia-Libia.
Una denuncia simile era già venuta il 1° marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.
Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal Libya Observer, secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles.
Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani. (Barbara Spinelli)

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SIRIA

RUSSIA, IRAN E TURCHIA: COSÌ VA IN SCENA LA YALTA DELLA SIRIA

di Daniele Bellasio, da “la Repubblica” del 5/4/2018
   La nuova Yalta della Siria e in prospettiva del vicino Oriente nasce da una regola semplice del grande gioco delle potenze: in politica, tranne forse che in quella italiana, un vuoto viene sempre colmato da qualcuno. Ed ecco che ieri (mercoledì 4 aprile, ndr) il SUMMIT TRILATERALE AD ANKARA ha mostrato ERDOGAN, PUTIN e ROUHANI intenti a spartirsi le zone di influenza e ad accordarsi su come risolvere i problemi in futuro.

   Così, a quasi nove anni dal discorso dell’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama al Cairo, quello dell’auspicato “nuovo inizio” nelle relazioni tra l’America e il mondo arabo-musulmano, e a meno di tre dal conflitto sfiorato tra Russia e Turchia, quando Ankara abbatté un velivolo di Mosca che aveva violato lo spazio aereo, ciò che sembrava impossibile è avvenuto: TRE NAZIONI CON ANTICHE DIFFIDENZE E NON LONTANI RANCORI RECIPROCI – TURCHIA, RUSSIA E IRAN – APPAIONO COME IL DIRETTORIO DI COMANDO DELL’INTERA REGIONE, una regione peraltro vicina a noi europei, diciamo almeno a portata di rotte dei migranti.
Tutto ciò accade anche perché i principali protagonisti alternativi sono assenti o immobili. Partiamo dall’ASSENTE: DONALD TRUMP.
La strategia della sua Amministrazione è dichiarata fin dal motto “America First”. La Casa Bianca si appoggia sugli storici alleati ARABIA SAUDITA e ISRAELE, rafforzando i legami su armamenti e difesa con Riad e quelli politici con Gerusalemme capitale e lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv. Per il resto – pensa Trump – meglio uscire o quasi dall’intesa anti-nucleare con l’Iran, meglio uscire o quasi dalla guerra civile siriana e dalla lotta all’Isis, meglio uscire o quasi dal conflitto israelo-palestinese: prima di tutto l’America e per il resto facciano loro. E loro tre infatti fanno.
Certo, tensioni tra i membri del nuovo direttorio ci sono e ci saranno. Per esempio l’Iran non vuole che le forze turche restino in territorio siriano e continua a proteggere l’integrità (almeno di facciata) del regime di Bashar el Assad, ma in fondo Teheran schiera nell’area la sua forza di pronto intervento rapido, le rinvigorite milizie degli Hezbollah, molto vigili, e dunque può anche scendere a patti con Turchia e Russia.

   Pure tra Erdogan e Putin permangono diffidenze e una sorta di malcelata competizione sulla regione, ma le commesse militari, una forte presenza russa a bordo Mediterraneo, e l’interesse del Cremlino ad avere un alleato e confidente nella Nato diventano convenienze convincenti per superare, almeno per ora, gelosie e sospetti.
E tutto ciò può accadere anche perché l’EUROPA, l’altro protagonista possibile, non ha una voce, un piano, un ruolo.
Alle prese con Brexit, in piena crisi diplomatica con Mosca, dopo le contrastanti vicende dell’ex spia russa avvelenata, impossibilitata a usare la prospettiva di ulteriori allargamenti per conquistare cuore e menti di nuovi paesi, e sotto il ricatto turco per quanto riguarda i flussi migratori, L’UNIONE EUROPEA NON RIESCE A METTERE SUL TAVOLO UNA VERA E FORTE STRATEGIA PER IL MEDITERRANEO, se non una dispendiosa linea di contenimento tattico dei flussi migratori. Le fragilità continentali si riflettono inoltre sulla Nato, quasi ferma anche per la carenza di risorse che le economie europee post crisi non possono o non vogliono investire nella difesa comune. Assente l’hard power americano, immobile il soft power europeo, non resta che il potere di quei tre. Poco rassicurante. (Daniele Bellasio)

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UNA SIRIA UNITA E VIA LIBERA ALLA CACCIA AI CURDI

di Dimitri Bettoni, da “Il Manifesto” del 5/4/2018
– Vertice ad Ankara. Erdogan, Putin e Rouhani decidono il futuro di Assad. E mettono fine alle speranze di autonomia curde. Intanto Trump vorrebbe ritirare i soldati Usa dalla regione, ma il Pentagono non la pensa così –
ISTANBUL – Russia, Turchia e Iran si sono incontrate ieri ad Ankara per un nuovo round di colloqui sulla guerra in Siria, conclusi all’insegna di un riavvicinamento tra paesi che cercano così di coniugare le diverse visioni e strategie.
Nel comunicato rilasciato, il presidente russo Putin, quello turco Erdogan e quello iraniano Rouhani hanno ribadito il rispettivo impegno come «garanti del raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo, in linea con il processo politico indicato dalla risoluzione n. 2254 del Consiglio di sicurezza della Nazioni unite». Di fatto, da tempo i tre paesi hanno trasformato il dramma siriano in una faccenda da gestire a tre, con l’esclusione del resto della comunità internazionale e soprattutto gli Stati Uniti. I tre presidenti hanno anche «rigettato ogni tentativo di creare nuove realtà sul territorio con il pretesto di combattere il terrorismo e contro ogni sostegno a un’agenda separatista che violi la sovranità e l’integrità territoriale della Siria».
Una dichiarazione che, ad uno sguardo attento, stride fortemente con le ambizioni sia turche che iraniane, ma che soprattutto cozza con l’evidente incapacità di Damasco di riprendere nelle proprie mani le redini del paese.
Oltre la facciata, al sostanziale raggiungimento di una linea comune, fanno da contraltare una serie di frizioni che rischiano di mandare all’aria mesi di trattative tutt’altro che semplici.
L’evoluzione sul campo, in particolare a partire dal 2015 con il massiccio intervento militare russo, ha spinto Ankara ad abbandonare le velleità di destituzione di Assad, obiettivo condiviso con Washington all’inizio della guerra, e a virare verso una politica di rappacificamento con il vicinato che fissa due obiettivi primari: sopprimere qualsivoglia politica curda autonoma o indipendente, soprattutto se ideologicamente affine al confederalismo democratico, e piantare saldamente un piede nel futuro della nazione siriana e, più in generale, dell’intera regione.
Obiettivi che il Cremlino sembra in questo frangente voler assecondare. Il sostanziale via libera all’invasione turca del nordovest siriano ha concesso ad Ankara di giocarsi un ruolo militare che aveva perduto. Erdogan ha ribadito più volte che gli accordi assicurano alla Turchia un posto al tavolo decisionale sul futuro siriano, un processo che richiederà anni e altrettanto a lungo consentirà ad Ankara di far valere il suo peso nella regione.
Mosca si presta anche a far da paciere tra Turchia e Iran, che vede di malocchio l’espansionismo turco. In questi giorni Ankara sta installando la sua ottava base d’osservazione nella zona di Idlib e consolidando il blocco sunnita, mentre Teheran cerca invece di preservare il corridoio sciita che, passando per il nord Iraq, raggiunge la Siria e le coste del Mediterraneo.
In cambio del controllo turco su Idlib, la Russia si aspetta da Ankara la completa sottomissione della variegata galassia gruppi ribelli anti-regime, che include anche quelle frange salafite e quaediste che Damasco e Mosca vorrebbero isolare, per poi condurre le rimanenti fazioni ad un tavolo negoziale dove Assad possa dettare le condizioni.
Per ora Ankara tira quindi i fili di questa galassia: cerca di garantirle un’area sicura e voce in capitolo in Siria in cambio di una cooperazione anti-curda nel nord. Erdogan ha ribadito di aver messo nel mirino le restanti regioni sotto il controllo dei cantoni autonomi curdi, sia che gli Stati Uniti abbandonino la regione, come sembra preferire la presidenza Trump, sia che decidano per la permanenza, come vorrebbero invece sia il Pentagono che gli ufficiali schierati in loco. (Dimitri Bettoni)

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KURDISTAN E SIRIA

ERDOGAN, SÌ AD ASSAD MA VUOLE I CURDI MORTI

di Roberta Zunini, da “il Fatto Quotidiano” del 5/4/2018
Dal terzo vertice tra Turchia, Russia e Iran, questa volta tenutosi ad Ankara, emergono due notizie certe: a vincere la lunga e sanguinosa guerra civile siriana, trasformatasi quasi subito in una guerra per procura tra potenze mondiali, sono stati tutti, tranne che gli arabi. Per le loro divisioni interne, non solo religiose, e a causa della mancanza di interesse reale degli Stati Uniti che prima con Obama, da un anno con Trump, non hanno voluto mettere gli scarponi sul terreno, interessati solo a contenere la Cina, l’unica vera potenza planetaria a poter insidiare la leadership americana.
Gli Usa non hanno avuto alcun interesse reale a contrastare la Russia e tantomeno la Turchia, cruciale membro della Nato, in un’area foriera solo di problemi. Non ultimo quello curdo. La seconda certezza infatti è che i curdi, traditi dagli ambigui alleati Usa in Iraq e ora definitivamente in Siria, sono stati fatti fuori dai giochi dai presidenti Erdogan, Putin e Rouhani. Secondo quanto emerso dal vertice di Ankara, la Siria del futuro rimarrà indivisa e non ci sarà autonomia per il Rojava, ovvero i cantoni curdi nel nord della Siria, al confine con la Turchia, che stavano tentando di riunirsi in una sorta di entità statuale; una zona, bombardata fin dal 2014 dall’esercito turco, inizialmente con il pretesto di colpire lo Stato Islamico che aveva tentato di conquistare anche il Rojava a partire dalla città di Kobane, diventata poi il simbolo del coraggio curdo.
In realtà il presidente turco Erdogan nel 2013 ruppe la tregua con l’organizzazione curda di Ocalan, il Pkk non perché quelli che considera “terroristi alla stregua dell’Isis” avevano compiuto attentati, ma perché già vedeva nel Rojava il vero pericolo da stroncare ed evitare che i curdi di Turchia seguissero l’esempio dei fratelli siriani.
Erdogan ha ottenuto tutto quello che voleva, tranne la caduta di Bashar al Assad, protetto da Russia e Iran. Assad, tuttavia, è ormai solo il prestanome di Putin. Se è vero che il Sultano turco ha dovuto accettarne il salvataggio (per ora) è vero anche che non ha ottenuto solo l’esclusione dei curdi siriani dai negoziati.
La sua vittoria sarà definitiva quando gli americani gli lasceranno prendere Manbji, il cantone curdo, dopo quello di Afrin, dove ora Erdogan vorrebbe indirizzare le sue truppe.
Con l’obiettivo di cambiare la composizione demografica del Rojava, mettendoci i profughi arabi siriani riversatisi in questi 8 anni di guerra in Turchia, oltre ai familiari, parenti, amici di tutti i combattenti e i simpatizzanti dell’Esercito Libero Siriano; gli stessi che si sono schierati contro Assad e, in seguito contro i curdi. Possibilità data loro dalle armi e dai finanziamenti del Sultano prima che facesse mettere ai suoi soldati gli scarponi sul Rojava.
ERDOGAN NON HA PERSO L’OCCASIONE PER UMILIARE, ANCORA UNA VOLTA, L’INESISTENTE EUROPA. Dopo aver sottolineato che sulla questione siriana non ha preso posizione, ha ricordato che deve ancora versare l’ultima tranche di “aiuti per i rifugiati siriani in Turchia”, sbloccata da poco. Altri 3 miliardi di euro da regalare a Erdogan per tenere bloccati i profughi che vorrebbero venire in Europa. (Roberta Zunini)

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PALESTINA E ISRAELE 

IL DEMOGRAFO DI GERUSALEMME: “DOBBIAMO SEPARARCI NON ABBIAMO PIÙ SCELTA”
di V. N., DA “la Repubblica” del 31/3/2018
   «Israele attraversa ancora una grave crisi di sicurezza, e questa volta sono le manifestazioni di Hamas organizzate nella Striscia di Gaza. Ma la soluzione non può che essere una soltanto nei rapporti con i palestinesi: è quella di far marciare il Paese verso una separazione dei nostri destini da quelli dei palestinesi. La soluzione dei “2 popoli-2 Stati” è l’unica che potrà salvaguardare Israele, ormai i numeri, la demografia ce lo dicono più chiaramente di quanto non facciano gli atti di terrorismo».
SERGIO DELLA PERGOLA è il decano dei DEMOGRAFI ISRAELIANI: professore alla Hebrew University di Gerusalemme, ISRAELIANO DI ORIGINI ITALIANE, da una vita studia e analizza le variazione demografiche di Israele, dei palestinesi e di tutta la regione.
Professore, che cosa pensa di quello che accade a Gaza?
«Non sono un esperto di sicurezza, ma posso ripetere ciò che ho detto quando sono state pubblicate le ultime statistiche del Cogat, l’organismo israeliano che sovrintende ai Territori. Lo dico da 15 anni, Israele deve fare una scelta se vuole rimanere uno Stato dall’identità ebraica e dai valori democratici: dobbiamo separarci dai palestinesi, dobbiamo negoziare e permettere che nasca una entità palestinese, altrimenti diventeremo minoranza in uno Stato unico oppure dovremo essere uno Stato che non rispetta la democrazia, che non rispetta cittadini ebrei e palestinesi riservando loro gli stessi diritti. Come il Sudafrica dell’apartheid».
Quali sono i numeri del Cogat?
«Ci sono quasi 5 MILIONI DI PALESTINESI FRA CISGIORDANIA E GAZA, se aggiungiamo IL MILIONE E MEZZO DI ARABI ISRAELIANI CHE VIVE NELLO STATO DI ISRAELE si arriva circa a 6 MILIONI E 400 MILA PALESTINESI DAL GIORDANO AL MARE. GLI EBREI SONO 6 MILIONI E 500 MILA, a cui possiamo aggiungere i 400 MILA CITTADINI DELL’EX URSS che i rabbini non considerano perfettamente ebrei ma che sono cittadini di Israele. Quindi ISRAELE DI FATTO OGGI HA UNA DEBOLE MAGGIORANZA EBRAICA, del 52 per cento contro il 48. Non c’è Paese al mondo che abbia una “minoranza” così importante: metà della popolazione».
La destra dice che i palestinesi offrono dati falsi. È vero?
«Sarà pure vero. Vero che i palestinesi saranno meno di quello che dichiarano. Ma la dinamica è questa. Abbiamo 3 alternative: 1-LAVORARE PER UNO STATO EBRAICO, SENZA GAZA E CISGIORDANIA, in cui ci sia una maggioranza di ebrei, diciamo l’80 %, E allora dobbiamo separarci. 2-OPPURE ESCLUDERE SOLO GAZA, e allora siamo con gli ebrei al 61/62 %, ma Gaza preme come stanno facendo oggi i capi di Hamas. 3-OPPURE ANCORA TUTTI DENTRO, EBREI E PALESTINESI DI GAZA E CISGIORDANIA, e sarebbe ingestibile».

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HAMAS SPOSTA LE MASSE AL CONFINE E PUNTA AL RITORNO DEI PROFUGHI DEL ’48

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 31/3/2018
– Messi all’angolo dalla strategia Usa, i leader oltranzisti rilanciano – Persa la battaglia su Gerusalemme, sfuma l’obiettivo dei due Stati –
Un’onda umana, una fanteria disarmata fatta di donne, bambini, ragazzi, per sfondare il confine e riappropriarsi dei territori perduti, fossero pure pochi metri quadrati e per pochi minuti. La strategia adottata da Hamas ha messo in difficoltà Israele e costretto i suoi militari nella difficile posizione di chi deve sparare sui civili.
L’esercito se lo aspettava, perché i preparativi andavano avanti da giorni, ma non era facile trovare contromisure. Alla fine il capo di Stato maggiore Gadi Eizenkot ha annunciato l’invio di «cento cecchini», come monito ai dirigenti palestinesi perché non forzassero la mano. Le capacità organizzative del movimento, per quanto fiaccato da dieci anni di assedio, si sono rivelate però impressionanti. Trentamila persone sono state spostate in otto tendopoli allestite lungo la frontiera, a ridosso della recinzione che separa la Striscia Gaza dalla Stato ebraico.
Dall’altro lato, in realtà, ci sono territori israeliani all’interno dei confini del 1967, ma Hamas rivendica il «DIRITTO AL RITORNO» in tutta la Palestina storica, «i confini del 1948». «La linea rossa è molto chiara – ha replicato il premier israeliano Benjamin Netanyahu -: restino dalla parte di Gaza e noi restiamo in Israele».
L’idea di spingere civili disarmati contro le linee dell’esercito era già stata minacciata da Hezbollah nel Sud del Libano, ma mai messa in pratica. Ieri non è andata così: la Giornata della Terra, che si celebra ogni 30 marzo, nasce da una manifestazione finita nel sangue nel 1976, quando gli arabo-israeliani protestavano per l’esproprio delle loro terre a favore di insediamenti ebraici in Galilea. Sei rimasero uccisi. Un bilancio superato ieri, e di molto. Le proteste, nei piani di Hamas, dureranno fino al 15 maggio, giorno della Nakba, la data dell’indipendenza di Israele e dell’inizio della guerra 1948-1949 conclusa con la sconfitta degli eserciti arabi e palestinesi e che quindi quest’ultimi ricordano come il “disastro”.
Quest’anno il 15 maggio segnerà anche il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, «l’ultimo chiodo sulla bara» delle speranze palestinesi di arrivare a una patria indipendente. La mossa dell’amministrazione Trump non ha «spezzato l’incantesimo», come sperava la Casa Bianca. Invece di spingere i palestinesi a un compromesso, ad accontentarsi di meno per arrivare all’accordo di pace, ha favorito la posizione oltranzista di Hamas. Tanto vale provare un’insurrezione totale, ragionano, con la popolazione civile in marcia, a costo di immolarla, e rivendicare l’intera Palestina, i «confini del 1948», cioè prima della nascita di Israele.
Al-Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen, è costretto ad accodarsi. Ieri il suo portavoce Yusef al Mahmoud ha chiesto «un intervento internazionale per fermare lo spargimento del sangue». Ramallah, Betlemme, Nablus si preparano a marciare come Gaza. Il vecchio raiss è stretto fra un’America schierata come mai prima con Israele e una popolazione stanca, esasperata. La sua strategia di coinvolgere Onu, Europa, Russia, scavalcare Washington e rivendicare i diritti dei palestinesi su Gerusalemme, è fallita.
Alla fine tutto quello che ha potuto offrire è il rabbioso insulto «ibn al-kalb», figlio di un cane, rivolto all’ambasciatore americano David Friedman, che già vive a Gerusalemme e ha aperto un altro fronte, quello degli insediamenti in Cisgiordania, «legittimi» a suo parere. Il governo di Netanyahu ha pronta la legge per annetterli e ha giurato che mai saranno smantellati. Lo Stato palestinese, se mai nascerà, si fa più piccolo di giorno in giorno e oltre ad Hamas anche movimenti laici come quello di Mustafa Barghouti vogliono abbandonare la strada dei «due popoli, due Stati» a favore di «uno Stato unico», dove ebrei e palestinesi godranno degli stessi diritti.
È una soluzione inaccettabile da parte dello Stato ebraico, e lo sanno, perché lo «Stato unico» presto non sarebbe più «ebraico». Nonostante l’aumento della natalità fra gli ebrei, i rapporti demografici si stanno invertendo. L’ultima relazione del Cogat, Coordination of government activities in the territories, registra in Cisgiordania 2,7 milioni di arabi, 2 milioni a Gaza, 1,8 milioni in Israele.
In totale 6,5 milioni, mentre gli ebrei sono 6,7. Significa, ha notato il colonnello Uri Mendes, che per la prima volta dal 1967, «fra il Mediterraneo e il fiume Giordano» gli arabi hanno quasi raggiunto la parità. E Hamas vuole anche il ritorno dei profughi, dal 1948 in poi, che con i discendenti sono 5 milioni. Per la prima volta Israele si è trova di fronte a una muraglia umana che avanza, disarmata, e per questo più difficile da fermare. (Giordano Stabile)

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A GAZA TRA IL FUMO NERO DEI COPERTONI E I CECCHINI ISRAELIANI ALLA FRONTIERA

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 7/4/2018
– Ancora un venerdì di sangue con sette palestinesi morti e mille feriti – I militari: Hamas costringe i militanti a venire con mogli e figli –
Il fumo nero, denso, si leva dietro i filari di aranci, si sente l’odore acre. Dietro la curva si vede il terrapieno del confine, a ridosso della recinzione, con le camionette dell’esercito che vanno su e giù. Due, tremila persone si accalcano nello spazio stretto fra le case del villaggio di JUHOR AL-DIK e la frontiera.
Una zona di morte perché i soldati israeliani hanno l’ordine di sparare se i dimostranti cercano di forzare il confine. Dal lato israeliano le case dell’insediamento di Nahal Oz sono ad appena seicento metri. Dopo le tre il fumo diventa più denso, i palestinesi continuano a incendiare copertoni di auto, camion per creare una coltre spessa e impedire la visione ai cecchini, ai bordi dell’abitato, invisibili.
La mattina era trascorsa senza incidenti di rilievo ma ora i cannoni ad acqua non bastano più a spegnere le fiamme né a contenere i manifestanti, che premono, in mezzo alle nuvole nere. Si sentono i colpi secchi dei fucili. Poi le sirene delle autoambulanze, che fendono la folla fin quasi alla recinzione.
Il venerdì (6 aprile, ndr) è di nuovo di sangue. In sei manifestazioni al confine, almeno 20 mila persone, si contano a sera sette morti, compreso un ragazzo di 16 anni, e oltre 1000 feriti. È un altro Venerdì Santo, è la settimana della Pasqua ortodossa, che segna anche la fine della Pesah ebraica. Cominciata e finita malissimo.
Le forze armate israeliane, la polizia, con i corpi speciali dalle divise nere, si sono preparati per sette giorni, hanno adattato le tattiche di contenimento, l’intelligence si è infiltrata per capire dove ci sarebbe stata la pressione più alta, e NAHA OZ era uno di questi. Nelle retrovie c’è un impressionante apparato di camionette, blindati, camion dei pompieri, bulldozer. I soldati in rinforzo indossano i giubbotti antiproiettile e attraversano i frutteti.
«Ogni vittima è una vittoria per Hamas», ammette il colonnello Jonathan Conricus responsabile delle sicurezza in questo settore: «Cerchiamo di sparare soltanto se non c’è altra possibilità per fermare le infiltrazioni. A seicento metri abitano cittadini israeliani, non possiamo permetterci alcun rischio».
L’Onu ha ribattuto che le armi da fuoco possono essere usate soltanto «nell’imminente rischio di essere feriti o uccisi». Ma Hamas, insiste il colonnello Cornicus, «gioca con le vite delle persone, paga le famiglie dei feriti, ha imposto a tutti i suoi militanti di venire con mogli e figli: è un tragico show a scopo propagandistico».
I militari israeliani sottolineano che la mobilitazione è in calo, da 35 mila a 20 mila dimostranti, e il consenso per Hamas sta cedendo. Ma le voci che arrivano dalla Striscia sono di stanchezza sì, ma anche di disperazione che non promette niente di buono: «Ci hanno rubato tutto, la terra, la libertà, il futuro: tanto vale che ci ammazzino tutti». I militanti di Hamas partecipano, certo, alle manifestazioni ieri è arrivato anche il leader Yahya Sinwar, ma «assieme alla loro gente». La protesta andrà avanti e la giornata decisiva sarà il 15 maggio, quando la protesta diventerà «gigantesca».
Per i soldati israeliani è la più strana delle Intifade. «Quelli giocano con la vita, non gliene importa nulla: sono loro i responsabili delle morti», insistono. Non c’è battaglia, è un tiro al bersaglio. I due mondi non sono mai stati così lontani.
Gaza, uno dei Paesi più poveri del mondo, ormai senza acqua potabile, perché gli egiziani hanno inondato i tunnel con acqua di mare, e le falde adesso sono salate. Dall’altra parte ci sono i soldati di leva di uno Stato che ha appena superato come Pil pro capite la Francia e la Gran Bretagna. La guerra, con i rischi da questo lato ridotti quasi a zero, sembra soprattutto un scocciatura, ma lascia i suoi segni.
«Quando ho fatto il militare – racconta Sagui Gavri, uno dei pilastri della Ong Hearts for peace – ero un cecchino. C’era la prima Indifada. Puntavi il fucile e potevi vedere il volto dell’uomo che avevi nel mirino. Ero addestrato a farlo, in automatico. Non ci pensi, in quel momento, ci devi fare i conti dopo».
Gavri, già durante il servizio, si è fatto spostare al reparto medico. E lì ha scoperto la sua vocazione, fino a diventare cardiologo pediatra. «In dieci anni abbiamo curato 700 bambini palestinesi – racconta -. È il minimo che posso fare per Gaza: di là c’è una disperazione totale». Il nonno di Gavri è stato il fondatore dell’insediamento di Nir Am, negli Anni Trenta, attaccato alla Striscia. «Parlava arabo – ricorda -, trattava con i capi beduini e si era guadagnato il loro rispetto, tanto che gli avevano dato il titolo di moukhtar. Il massimo conflitto era allora per il furto di qualche mucca. Un altro mondo, che non tornerà più». (Giordano Stabile)

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BARGHOUTI: UNITÀ E MOBILITAZIONE POPOLARE

di Michele Giorgio, DA “IL Manifesto” del 31/3/2018
– Palestina. Secondo il teorico della resistenza non violenta anche Hamas comprende che solo la mobilitazione popolare e pacifica può raggiungere gli ‎obiettivi che sono di tutti i palestinesi –
GERUSALEMME – Esponente di spicco della società civile palestinese e storico sostenitore della resistenza ‎popolare contro l’occupazione, MUSTAFA BAGHOUTI vede nella massiccia partecipazione a ‎Gaza alla GRANDE MARCIA DEL RITORNO il nuovo orizzonte al quale la popolazione e le forze ‎politiche palestinesi dovranno guardare da oggi in poi. Lo abbiamo intervistato mentre da ‎Gaza giungevano continue notizie di morti e feriti.‎
Sangue e politica, Gaza dimostra ancora una volta la sua centralità nella questione ‎palestinese.
“Non è stato solo un giorno di morte e dolore di cui è responsabile solo Israele. Ci sono due ‎punti molto importanti emersi dalla Grande Marcia del Ritorno. Il primo è che abbiamo visto sul terreno una manifestazione concreta dell’unità palestinese. ‎Uomini, donne, ragazzi, bambini hanno partecipato a un’iniziativa che per giorni gli ‎israeliani hanno etichettato come violenta, aggressiva, minacciosa e che invece voleva solo ‎commemorare la Nakba e il Giorno della terra e ribadire che i palestinesi non ‎dimenticheranno mai i loro diritti. L’unica aggressione è arrivata da Israele che ha schierato ‎carri armati, blindati e tiratori scelti contro civili disarmati che manifestavano per i loro ‎diritti e per difendere la loro memoria storica. Il secondo è che tutte le formazioni politiche ‎palestinesi, incluso Hamas, hanno adottato la resistenza popolare non violenta. Il ‎movimento islamico al di là dei suoi proclami e delle sue manifestazioni di forza, in realtà ‎ora comprende che solo la mobilitazione popolare, non violenta, può raggiungere gli ‎obiettivi che sono di tutti i palestinesi. A cominciare dalla fine dell’assedio di Gaza. Sono ‎sicuro che vedremo sempre di più (nei Territori palestinesi occupati) manifestazioni con ‎migliaia e migliaia di persone.”‎
Chiedete alla comunità internazionale di intervenire.
“Condannare Israele è il minimo che è chiamata a fare ciò che definiamo come la comunità ‎internazionale. L’Europa, ad esempio, a parole difende diritti e democrazia e poi resta in ‎silenzio davanti ai crimini e agli abusi che commette Israele. Non fiata e quando lo fa è solo ‎per ripetere slogan e formule sterili che non servono a nulla in una situazione regionale e ‎internazionale profondamente mutata in cui, peraltro, gli Stati Uniti hanno adottato ‎apertamente la politica (del premier israeliano) Netanyahu proclamando Gerusalemme ‎capitale di Israele e disconoscendo la storia della città e le rivendicazioni palestinesi.”
Donald Trump probabilmente sarà di nuovo a Gerusalemme a metà maggio, per ‎partecipare all’apertura dell’ambasciata Usa nella città.‎
“E quando sarà qui si renderà conto che i palestinesi non si arrendono e continuano la lotta ‎per i loro diritti malgrado debbano fare i conti con un Paese molto potente come Israele e ‎con la superpotenza mondiale, l’America. Sono certo che la resistenza popolare vista a Gaza ‎e in Cisgiordania in queste ore non solo andrà avanti fino al 15 maggio, quando Trump ‎dovrebbe essere qui, ma proseguirà dopo quella data. Si trasformerà in un movimento di ‎massa, pacifico ma molto determinato contro l’occupazione. Questa è l’unica strada che ‎abbiamo per resistere all’oppressione israeliana e per liberarci di essa. Il resto si è dimostrato ‎fallimentare.”
Ritiene l’Autorità nazionale palestinese ai margini, non importante per la lotta ‎popolare che lei si aspetta nelle prossime settimane?
“Non dico questo ma certo l’Anp dovrà cambiare radicalmente la sua strategia e rinunciare al ‎suo attaccamento agli Accordi di Oslo del 1993 e alla formula negoziale degli ultimi venti ‎anni. Non ci crede più nessuno e il governo Netanyahu utilizza quelle vecchie intese per ‎proseguire indisturbato le sue politiche di occupazione e colonizzazione. La prima cosa che ‎l’Anp dovrà fare è mettere fine alla frattura (con Hamas, ndr) perché nessun palestinese la ‎vuole e può ancora tollerarla.”‎

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LA SCRITTRICE PALESTINESE SUAD AMIRY

di An. Gu., da “la Repubblica” del 1/4/2018
– “La nostra rivolta viene dal basso e riguarda tutti” –
«Questa è una protesta potentissima perché non violenta. Perciò gli israeliani sono spaventati. Non abbiamo un leader come Gandhi, ma la nostra rivolta si ispira a lui». SUAD AMIRY è forse la più grande scrittrice palestinese vivente. Ha abitato per tanti anni a Ramallah, in Cisgiordania, e sulla tragica questione che da molti decenni affligge il suo popolo e quello israeliano ha pubblicato opere come Sharon e mia suocera, Murad Murad e Niente sesso in città (Feltrinelli), in cui ha sempre rivendicato diritti e libertà per i palestinesi. Stavolta, però, qualcosa è cambiato.
Amiry, che cosa ne pensa delle ultime proteste di Gaza al confine con Israele? Provocazione o disperazione?
«Userei un altro termine: occupazione. Noi palestinesi dobbiamo ottenere la nostra libertà, la nostra indipendenza, la terra dalla quale siamo stati cacciati, inclusa la mia famiglia da Jaffa. E forse ora abbiamo trovato un modo efficace per rivendicare i nostri diritti. Questa è una protesta non violenta, che non è manipolata da Hamas.
Nella prima intifada c’erano solo uomini a combattere, adesso ci sono le donne in strada, insieme a vecchi e bambini. Se siamo presenti noi donne, può stare sicuro che questa è una protesta pacifica». Qual è la ragione di questo cambio di strategia?
«Dopo l’annuncio degli Stati Uniti su Gerusalemme capitale abbiamo cominciato a pensare a metodi alternativi contro l’occupazione degli israeliani, che ora sono molto preoccupati. I loro militari sanno fronteggiare la guerra, ma non le persone pacifiche e questo è dimostrato dalla reazione spropositata di venerdì contro molta gente inerme, cittadini che da dieci anni sono sotto assedio, senza il diritto a movimento, acqua, elettricità».
Lei non crede che le proteste siano state dirette soprattutto da Hamas per scopi politici?
«No. Questo è un movimento che viene dal basso, dal popolo: donne, bambini, giovani, sono tutti in strada».
Con quale scopo adesso?
«Far sì che la comunità internazionale si accorga di noi. Se massacreranno centinaia di palestinesi inermi, voglio vedere come reagiranno Stati Uniti ed Europa, la quale fa tanto, giustamente, per i rifugiati di tutto il mondo, ma se si tratta dei palestinesi, tace».
La stragrande maggioranza delle proteste però c’è stata a Gaza. La reazione dei palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme Est è stata decisamente minore.
«Sbagliato. Questo sarà un movimento generale e pacifico che si espanderà presto. E le donne saranno fondamentali. Personalmente, per la prima volta dopo tanti anni, ho sentito il bisogno e la voglia di tornare in strada a manifestare. Non abbiamo un Gandhi, ma ora noi palestinesi stiamo manifestando proprio come lui».
Manca però un leader ai palestinesi, già divisi, e il presidente Abu Mazen appare sempre meno influente.
«Abu Mazen sta perdendo ogni autorità perché i suoi sforzi sinora non hanno prodotto niente. È destinato alla sconfitta perché Israele e Stati Uniti lo hanno praticamente sfruttato e delegittimato, visto che non vogliono veramente negoziare con i palestinesi, ma comprimerci in terre sempre più anguste. Però anche Hamas ormai non ha più molta influenza. I palestinesi hanno capito che il futuro è nelle loro mani, non nei politici come Fatah, il partito di Abu Mazen, o Hamas».

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