UN MURO IN MENO NELLA GEOPOLITICA MONDIALE? – LE DUE COREE hanno avviato un processo di pacificazione insperato, superando la BARRIERA DEL 38° PARALLELLO – Conterà di più la CINA in quell’area? – Sono mesi di riequilibrio mondiale del potere delle superpotenze (in COREA come in SIRIA…)

IL 38º PARALLELO – La divisione della COREA (geograficamente, della PENISOLA COREANA) in COREA DEL NORD e COREA DEL SUD avvenne nel 1945 a seguito della vittoria Alleata nella seconda guerra mondiale, che portò alla fine del dominio di trentacinque anni dell’Impero giapponese sulla Corea. In una proposta (allora avversata da quasi tutti i coreani) gli STATI UNITI e l’UNIONE SOVIETICA decisero di occupare l’area dividendola in ZONE DI INFLUENZA LUNGO IL 38º PARALLELO. La proposta di protettorato era di stabilire un governo provvisorio di Corea che sarebbe dovuto divenire “libero e indipendente”. Sebbene le elezioni fossero state programmate, le due superpotenze supportarono i rispettivi capi e vennero stabiliti di fatto due Stati, ognuno dei quali reclamava la sovranità sull’intera penisola. (da Wikipedia)

   KIM JONG-UN il leader nord-coreano (che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi per le minacce nucleari al mondo con i missili sperimentali lanciati) è andato a PANMUNJOM, sul versante sudista della frontiera, per aprire una nuova era di pace. Siamo a cavallo della frontiera originaria del secondo dopoguerra che da allora divide le due Coree data dal 38° Parallelo. E c’è stato calore nell’incontro tra lui leader del nord, con MOON JAE-IN, leader della Corea del Sud.  La pace non c’è ancora e scriverla in pochi mesi non sarà facile, perché sotto il Trattato sarà necessaria anche la firma di CINA e STATI UNITI, avversari sul campo nella guerra 1950-1953.

La penisola coreana, prima divisa lungo il 38º parallelo, poi lungo la linea di demarcazione – La GUERRA DI COREA (1950-1953) SEPARÒ DEFINITIVAMENTE LA COREA DEL NORD DA QUELLA DEL SUD con la ZONA DEMILITARIZZATA COREANA, e questa situazione contribuì al prolungarsi degli attriti tra i due Stati, i quali rimasero in perenne conflitto durante la guerra fredda, e oltre, fino ad adesso (che sembra aprirsi uno spiraglio di pace). La COREA DEL NORD è uno Stato che si definisce socialista, spesso descritto come stalinista e isolazionista. La sua economia crebbe inizialmente in modo evidente grazie a una serie di riforme di tipo socialista, che la portarono a essere il Paese asiatico più industrializzato dopo il Giappone, ma collassò negli anni novanta, diversamente da quella della vicina Cina comunista. La COREA DEL SUD fu inizialmente governata da vari governi filo-occidentali e anche militari e la sua economia, fino al 1975, era meno avanzata di quella della Corea del Nord, ma – dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco comunista – essa divenne UNO DEI PAESI PIÙ ECONOMICAMENTE AVANZATI DEL MONDO. E’ comunque dagli anni novanta che i due Stati incominciarono a fare piccoli, ma importanti passi verso una possibile riunificazione. (da Wikipedia)

La Guerra di Corea, è stata, molto più del Vietnam, un mattatoio specialmente crudele; e dopo, nei 65 anni successivi al 1953, fino ad adesso, ci son stati un milione di morti. Il conflitto coreano è stato “la guerra dimenticata”, quella che gli americani hanno per decenni preferito ignorare (e sono morti decine di migliaia di soldati americani).
La vera e propria guerra tra il 1950 e il 1953 tra le due Coree divise, portò a una carneficina indicibile. Quando fu firmato l’armistizio, il 27 luglio 1953, le perdite erano enormi: oltre due milioni di soldati morti, e circa tre milioni di civili uccisi. All’armistizio, non è mai seguito un trattato di pace: tant’è che adesso la pacificazione tra le due Coree in corso, e poi anche l’apposizione della firma di Stati uniti e Cina partecipante al massacro del 50-53, dovrebbe sancire (dovrà… si spera) la fine del conflitto dato da un armistizio mai tramutatosi in trattato di pace.

27 aprile 2018 – ll leader della COREA DEL NORD Kim Jong Un attraversa il confine al posto di frontiera di Panmunjom, diventando il primo leader nordcoreano a visitare la Repubblica della Corea del Sud

C’è chi prospetta che questo nuovo atteggiamento di pacificazione di Kim è dato dal fatto che è angosciato dalla crisi devastante dell’economia nordcoreana. Non tanto per il suo popolo ma per la classe dirigente, per la sua famiglia… Sembra che la Cina, che ha sopperito sempre sottobanco alle sanzioni proposte dal mondo al regime nordcoreano, adesso sta facendo sul serio: cioè ha chiuso i rubinetti dei beni di prima necessità, mettendo appunto in crisi pure l’approvvigionamento della nomenclatura.

Frontiera di PANMUNJOM – Panmunjom l’incontro tra i due leader

Qualcuno pensa anche che il regime nordcoreano rappresentato da Kim Jong-Un stia solo cercando di prendere tempo, ottenere qualche concessione immediata e dividere gli Stati Uniti dall’alleato sudcoreano. Anche perché, nella possibile riunificazione, la sua vita, di Kim Jong-U, e della sua famiglia, potrebbe essere a rischio, senza prospettive chiare. Il regno di Kim sopravvive se resta il regime chiuso, militarista e illiberale che è…
Comunque vedremo. Adesso è da apprezzare la storica svolta di una delle problematiche rimaste in sospeso dalla seconda guerra mondiale (cioè la separazione Nord-Sud coreana al 38° parallelo che pare risolversi).

IL CONTROLLO INTERNAZIONALE DELLA FRONTIERA FINORA: SOLO UNA FORMALITÀ, erano i due eserciti nord e sudcoreano ad affrontarsi minacciosamente – SONO IN CINQUE. È IL PIÙ PICCOLO CONTINGENTE DI PACE DEL MONDO. CINQUE UFFICIALI DELL’ESERCITO SVIZZERO, rigorosamente non armati, sorvegliano la linea di demarcazione del 38° parallelo che dal 1953 divide le due Coree. Si chiama linea smilitarizzata. In realtà è uno dei luoghi del pianeta più militarizzati e sorvegliati dagli eserciti in teoria ancora belligeranti. Perché tra le due Coree non è mai stato firmato un trattato di pace, ma solo un armistizio. E quando si trattò di scegliere chi avesse dovuto sorvegliare la pace precaria alla fine della guerra di Corea, Seul scelse Svizzera e Svezia, mentre Pyongyang Cecoslovacchia e Polonia. Per la Svizzera fu la prima missione all’estero se si escludono le Guardie Svizzere a protezione del Pontefice. Il contingente all’inizio contava 156 militari e la missione si chiama da allora NEUTRAL NATIONS SUPERVISORY COMMISSION. Ogni martedì il generale svizzero che la comanda apre la porta della casetta dove un tavolo è diviso in due dalla linea di demarcazione e infila nella cassetta delle lettere della Corea del Nord il rapporto settimanale della situazione. Poi fa la stessa cosa per l’altro lato della linea di demarcazione. (Alberto Bobbio)

Una Corea “denuclearizzata” (ma accadrà?) significa anche l’esclusione di ordigni americani, e comporterebbe la fine della Maginot Usa sul 38° parallelo e, in prospettiva, il tramonto del protettorato di Washigton sul Pacifico occidentale, imperniato sull’irrisolto nodo coreano. E questa possibile denuclearizzazione della Penisola Coreana, con gli americani che se ne vanno, è sicuramente un aumento dell’influenza, del potere della vicina Repubblica Popolare Cinese, la potenza emergente. L’affermazione dell’egemonia cinese sull’Asia orientale…
E altri scenari possibili (probabili) nei vari equilibri globali tra le superpotenze si stanno delineando (costruendo) in questi mesi, settimane, giorni… Come il caso del Medio Oriente, in Siria in particolare, ma anche altri contesti geopolitici si prospettano, ci sono; cercheremo di andare a vederli, capire cosa sta accadendo… (s.m.)

“IL PRIGIONIERO COREANO” film di KIM KI-DUK, nelle sale dal 12 aprile 2018 – (PER CAPIRE LA TRAGEDIA COREANA DI QUESTI ULTIMI 70 ANNI) – Dal regista di “Ferro 3” e “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” – TRAMA: A un pescatore della Corea del Nord si rompe il motore della barca e va alla deriva verso la Corea del Sud. Dopo aver subito brutali interrogatori, viene rispedito indietro. Prima di lasciare la Corea del Sud, ha modo di meditare sul lato oscuro di quella società che contrasta con la sua immagine “sviluppata”. Si rende conto che lo sviluppo economico non si traduce in felicità per tutti. Quando riesce a tornare a casa, è sottoposto a interrogatori simili a quelli del Sud. Preso da profonda pena, si sente intrappolato contro la sua volontà nell’ideologia che divide le due nazioni.

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UNA STRETTA DI MANO AL 38° PARALLELO: LE DUE COREE SI PROMETTONO LA PACE
di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 28/4/2018
– Per la prima volta, un leader del Nord arriva al Sud – Le parole nuove sul tavolo di Trump (e Xi); Kim e Moon: guerra finita – Il dilemma delle armi nucleari di Pyongyang – “Le Nazioni Unite salutano il coraggio e la leadership che hanno portato a importanti impegni e fa affidamento sulle parti perché li mettano in pratica” Antonio Guterres Segretario Generale dell’Onu – Molte incognite però: iI nodo nucleare rimane tutto da chiarire, e bisognerà evitare una trattativa infinita –
E’ un personaggio teatrale, oltre che brutale, KIM JONG-UN. Ma forse non recita e non esagera quando dice di essere venuto a PANMUNJOM, sul versante sudista della frontiera, per aprire una nuova era di pace. Bisogna guardare bene le immagini arrivate in una straordinaria diretta televisiva dal 38° Parallelo.

“A PANMUNJOM, nel 1953, gli Stati Uniti firmarono un ARMISTIZIO che mise fine alla prima guerra non vinta della loro storia. UNA GUERRA PAREGGIATA, poiché finì più o meno da dove era cominciata: IL NORD falli nel tentativo di occupare militarmente il Sud, ma, grazie all’intervento armato cinese, RIMASE COMUNISTA; e IL SUD RESTÒ SOTTO L’OMBRELLO AMERICANO. Per Washington quella coreana è una partita incompiuta.(…..)” (Bernardo Valli, “la Repubblica”, 30/4/2018)

C’è stato calore nell’incontro tra i due nemici, Kim sembrava sincero quando ha preso per mano MOON JAE-IN, invitandolo a mettere piede sul territorio del Nord.
Tenendo le loro mani unite e strette i due uomini dell’Asia hanno riportato alla memoria il tedesco Kohl e il francese Mitterrand che seppellirono un’era di guerre nel cuore dell’Europa. E’ giusto avere speranza. E sicuramente bisogna credere all’onestà intellettuale di Moon Jae-in, il presidente sudcoreano che da ragazzo è stato in carcere nella battaglia per i diritti civili e la democrazia a Seul e ora ha messo in gioco il suo futuro politico cercando il dialogo con il regime nemico.
Moon non si è rassegnato nemmeno nei momenti della massima minacciosità nordcoreana, a costo di sentirsi accusare da Trump di «appeasement», la bolla di disonore politico che pesa sulla memoria occidentale fin dal 1938 quando con il Patto di Monaco le democrazie europee si piegarono a Hitler.

27 APRILE 2018: L’INCONTRO DEI DUE LEADER ALLA FRONTIERA DI PANMUNJOM – UN CONFLITTO PERMANENTE • Giugno’50: la Corea del Nord varca il 38° Parallelo e prende la città di Seul. II conflitto che vedrà coinvolti gli Usa al Sud e la Cina a Nord causerà tra i 2 e i 4 milioni di morti. II 27 luglio 1953 viene stipulato l’armistizio • Ottobre 2006: la Corea del Nord realizza il primo test nucleare • Novembre 2010: Pyongyang attacca l’isola di Yeonpyeong, Seul risponde militarmente • Settembre 2017: sesto test nucleare di Pyongyang • Febbraio sudcoreano 2018: la Corea del attentato Nord partecipa alle Olimpiadi invernali

Ora arriva la DICHIARAZIONE DI PANMUNJOM. I leader dei Paesi separati, assurdamente fermi all’armistizio del 1953, quindi da 65 anni ancora tecnicamente in guerra, hanno promesso di trovare un accordo di pace entro la fine dell’anno e di lavorare verso l’obiettivo comune di «DENUCLEARIZZARE LA PENISOLA».
La pace non c’è ancora e scriverla in pochi mesi non sarà facile, perché sotto il Trattato sarà necessaria anche la firma di CINA e STATI UNITI, avversari sul campo nella guerra 1950-1953 che portò gli americani a considerare l’uso dell’atomica per fermare le masse di «volontari» cinesi.
E 65 anni dopo, l’arsenale nucleare nordcoreano è ancora al centro della sfida. Che non è finita ieri. Il secondo tempo di questa partita si giocherà tra poche settimane, nel vertice tra Kim e Donald Trump, che diversamente da Moon non ha nessun motivo sentimentale per fraternizzare con il Maresciallo. Gli Stati Uniti vorrebbero la denuclearizzazione completa, verificata e irreversibile.

KIM JONG_UN e MOON JAE_IN – Abbraccio «Il cuore continua a battermi forte», fin dalle prime parole il nordcoreano Kim Jong-un ha espresso gioia ed emozione per l’incontro con il presidente sudcoreano Moon Jae-in

Non bisogna dimenticare che ancora a gennaio Kim giurava con un ghigno da Dottor Stranamore di avere «il bottone di lancio sulla scrivania». Sono passati meno di quattro mesi e Kim è venuto al Sud, primo leader nordcoreano a varcare la linea terribile del 38° Parallelo. Le parole concordate con Moon nel documento del vertice suonano anche ispirate e commoventi, quando i due leader si rivolgono «ai nostri ottanta milioni di coreani», per dire che «la nostra urgente missione storica è di mettere fine allo stato abnorme di cessate-il-fuoco e di stabilire la pace, entro la fine dell’anno».
Ma è l’impegno al ritiro delle armi nucleari dalla Penisola l’obiettivo più importante e difficile da mantenere e potrebbe far saltare tutto il progetto dei due coreani. La parola denuclearizzazione può avere diversi significati, a Seul, Pyongyang e Washington. Kim, nei sette anni da quando è al potere, ha fatto sviluppare missili intercontinentali capaci di colpire le città americane e ha ordinato di costruire ordigni nucleari come polizza di assicurazione contro attacchi al suo regime (e alla sua vita). Ha costretto il suo popolo a vivere sotto sanzioni internazionali sempre più strette per completare il piano di «sopravvivenza». E ora non vuole fare la fine di Gheddafi, che aveva rinunciato alle armi proibite e poi è stato bombardato e ucciso.
Resta ancora un alto grado di incertezza sulla bella Dichiarazione di Panmunjom. Vista dalla Casa Bianca è la cornice di un quadro che bisogna riempire con linee chiare e colori non sfumati e opachi. C’è il sospetto che Kim fosse disperato per la crisi devastante dell’economia nordcoreana e stia solo cercando di prendere tempo, ottenere qualche concessione immediata e dividere gli Stati Uniti dall’alleato sudcoreano.
Denuclearizzazione della Penisola, come afferma l’impegno generico di Kim e Moon, può presumere come contropartita la chiusura dell’ombrello protettivo americano su Sud Corea e Giappone, il ritiro dei 28.500 militari del contingente Usa schierato dietro il 38° Parallelo. POTREBBE LASCIARE LA PENISOLA PACIFICATA NELLA SFERA D’INFLUENZA ESCLUSIVA DELLA CINA, LA POTENZA EMERGENTE.
Tutto andrà discusso e chiarito. Però senza ricadere in trattative estenuanti e inconcludenti com’è stato in passato. In questo senso, l’impetuosità di Trump può essere vantaggio. E anche se Trump ha cattiva stampa in patria e all’estero (e non senza ragione) bisogna dargli atto che la sua linea della «massima pressione» ha sicuramente aperto la via a questa svolta di Kim. Ed è stato abile quando alternava «fuoco e furia» a sorprendenti elogi per «quel tipo sveglio», non ha mai chiuso la porta a un accordo dell’ultima ora. Ha mostrato cautela e comprensione ieri nella sua prima reazione su Twitter: «La Guerra di Corea finisce, succedono buone cose, solo il tempo dirà».
E la Corea aspetta una pace stabile da troppo tempo, ha sofferto sotto il dominio coloniale giapponese dal 1910 al 1945; è stata divisa tra sovietici e americani «provvisoriamente»; è stata insanguinata dalla guerra d’aggressione ordinata dal nonno di Kim Jong-un nel 1950; dopo l’armistizio del 1953 ha vissuto in un clima di paura, segnato da minacce, attentati, cannonate sui villaggi di frontiera. Ora è giusto che le Due Coree dicano che la guerra è finita. (Guido Santevecchi)

IL 38° PARALLELLO “DA NOI” – In Italia Il MONUMENTO AL 38º PARALLELO sorge a BOCALE, zona di REGGIO CALABRIA, nel punto esatto dove tale parallelo incontra la strada statale 106 Jonica. Il monumento è costituito da un basamento a forma di tronco di piramide, sul cui lato obliquo sono posti dei medaglioni con l’emblema delle 6 CITTÀ ATTRAVERSATE DAL 38º PARALLELO: REGGIO CALABRIA, SEUL, SMIRNE, ATENE, SAN FRANCISCO, CORDOBA. Tale monumento fu creato nel 1987 in seguito al congresso internazionale della Società Dante Alighieri, e vuole celebrare un ideale legame di pace e collaborazione fra tutte le città che giacciono sul 38º parallelo.

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QUEI 65 ANNI D’ATTESA: ORA LA II GUERRA MONDIALE È FINITA ANCHE SUL 38° PARALLELO
di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 28/4/2018
– È stato il grande conflitto dimenticato. Fin dall’origine è stato spesso a un passo dal diventare uno scontro nucleare. Ora si avvia alla conclusione ma resta un non detto tra Cina e Stati Uniti –
WASHINGTON – Piccolo passo per due uomini in guerra che si tenevano per mano come fidanzatini, grande balzo per l’umanità che chiude l’ultima piaga rimasta aperta dalla Guerra mondiale e poi dalla Guerra fredda, la promessa di pace dei leader delle due mezze Coree è un viaggio lungo 65 anni e un milione di morti.Espressa ogni prudenza possibile, avanzata ogni diffidenza per questo vertiginoso e fulmineo rovesciamento del gioco, basterà ricordare come appena un anno fa si temesse da un’ora all’altra uno scontro nucleare fra Kim Jong-un e Donald Trump e ora si sottoscrivano impegni solenni e pur vaghi di “denuclearizzazione”, mentre lo stesso Trump si congratula e loda colui che aveva minacciato di polverizzare tra «furia e fiamme».
Quel conflitto permanente, quella guerra continua che viveva sospesa tra “fuoco e ghiaccio”, come fu definita, fra possibili cannonate e il gelo paralizzante degli inverni sul 38° parallelo, conosce un disgelo che ricorda altri momenti di grande speranza nella storia degli ultimi 100 anni e soprattutto del Dopoguerra.
Vedendo insieme KIM IL TERZO, nipote e figlio di despoti che da tre generazioni bruciano più di un terzo del Pil nordcoreano in armamenti, e MOON JAE IN, il presidente democraticamente eletto nel Sud, riportavano alla memoria altri celebri momenti di apparente, abbagliante riconciliazione fra inconciliabili.
Si ripensa, con qualche nostalgia e molta delusione, all’abbraccio di Menachem Begin e Anwar Sadat a Gerusalemme, che costò la vita al presidente egiziano. Alle strette di mano fra Ronald Reagan e Mikhail Gorbachëv, lui dell’ “Impero del Male” a Ginevra, o fra Yasser Arafat e Ytzakh Rabin, un altro uomo di pace che pagò con il sangue la sua apertura; e la riconciliazione incruenta fra Nelson Mandela che alzò al cielo la propria mano con quella di Frederik de Klerk, l’ultimo presidente del regime di apartheid Sudafricano che lo aveva incarcerato.
Ma chi di noi ha visto e sentito nelle ossa il gelo atmosferico e militare lungo la linea del cessate il fuoco, il 38° parallelo che riportò i combattenti esattamente da dove erano partiti dopo almeno un milione di morti caduti o assiderati resta sbalordito davanti alle carineria, al clima, letteralmente, di rimpatriata in trattoria fra coreani del sud attorno a banchetti a base di polipi alla griglia, verdure sottaceto, frittelle di patate alla maniera di Zurigo, il Rösti, per alludere agli studi del giovane Kim in Svizzera che lui non aveva mai ammesso. O il dolcetto di mango con fogliolina di zucchero per guarnizione con la sagoma della penisola coreana disegnata sopra che ha subito scatenato la collera dei giapponesi perché include alcuni isolotti che Tokyo pretende come suoi.
La Guerra in Corea, che ora sembra sciogliersi in “noodles”, in spaghetti freddi preparati da uno chef di Kim Jong-un arrivato con l’apposita macchinetta per filarli da Pyongyang, è stata, molto più del Vietnam, un mattatoio specialmente crudele, dove sono caduti in tre anni tanti soldati americani quanti ne furono uccisi nei tredici anni di combattimenti in Indocina.
Fu, dopo l’inaspettata invasione del Sud oltre la linea di demarcazione tracciata nel 1950, dopo la liberazione dagli occupanti giapponesi da parte del nonno del paffuto giovanotto che ora brinda e tiene per la manina il sudcoreano, la prima e per ora ultima grande campagna militare di massa fra gli Stati Uniti, sotto la bandiera dell’Onu, e una grande nazione comunista, la Cina di Mao Zedong. Fu la prima guerra non vinta nella storia americana e portò, come non sarebbe più accaduto fino alla crisi dei missili sovietici a Cuba, a poche ore dall’impiego di bombe atomiche.
Il generalissimo DOUGLAS MACARTHUR, che si era imprudentemente spinto all’estremo nord per spazzare via i resti del regime comunista e si era trovato di fronte un milione di soldati cinesi, aveva chiesto di annientarli con l’atomica. Soltanto il rifiuto del presidente HARRY TRUMAN e la destituzione su due piedi del generalissimo evitarono una seconda Hiroshima, alla quale i cinesi, e i loro alleati sovietici del tempo, avrebbero risposto con eguale rappresaglia.
Per questo, per il terrore sfiorato, per l’insensatezza di un massacro che lasciò le cose come stavano prima della guerra e fu magistralmente ridicolizzato da ROBERT ALTMAN nel suo film MASH, il conflitto coreano è stato “LA GUERRA DIMENTICATA”, quella che gli americani hanno per decenni preferito ignorare, senza averla capita e dunque mettendo le premesse per la catastrofe vietnamita.
Ora Donald Trump si vanta della apparente riappacificazione, del disgelo prodotto dalle sue raffiche di tweet da vero duro, anche se appare più ragionevole pensare che siano stati i burattinai cinesi a tirare i fili e imporre a Kim, ormai più imbarazzante che utile, di sciogliersi e di scoprire le delizie dell’ospitalità e della cucina sudcoreana.
Se la piaga finalmente si rimarginerà sarà una di meno, in un mondo afflitto da altre piaghe purulente, ma chi abbia vinto, 65 anni dopo, la Guerra dimenticata, resta da vedere. Una Corea “denuclearizzata” significa anche l’esclusione di ordigni americani, comporterebbe la fine della Maginot Usa sul 38° parallelo e, in prospettiva, il tramonto del protettorato di Washigton sull’Pacifico occidentale, imperniato sull’irrisolto nodo coreano. Una Corea riunificata, un Nord assorbito nella sfera di prosperità alla maniera cinese, nel segno della “dittatura di sviluppo” pseudo-comunista sarebbe un altro gigantesco e inevitabile passo verso l’egemonia cinese sull’Asia orientale. (Vittorio Zucconi)

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DOPO IL SUMMIT DI QUESTO FINE APRILE: NORD E SUD COREA SI PARLANO (ANCHE SE CON FRAGILI EQUILIBRI)
(di Alberto Bobbio)
Sono in cinque. È il più piccolo contingente di pace del mondo. Cinque ufficiali dell’esercito svizzero, rigorosamente non armati, sorvegliano la linea di demarcazione del 38° parallelo che dal 1953 divide le due Coree. Si chiama linea smilitarizzata. In realtà è uno dei luoghi del pianeta più militarizzati e sorvegliati dagli eserciti in teoria ancora belligeranti. Perché tra le due Coree non è mai stato firmato un trattato di pace, ma solo un armistizio. E quando si trattò di scegliere chi avesse dovuto sorvegliare la pace precaria alla fine della guerra di Corea, Seul scelse Svizzera e Svezia, mentre Pyongyang Cecoslovacchia e Polonia.
Per la Svizzera fu la prima missione all’estero se si escludono le Guardie Svizzere a protezione del Pontefice. Il contingente all’inizio contava 156 militari e la missione si chiama da allora NEUTRAL NATIONS SUPERVISORY COMMISSION. Ogni martedì il generale svizzero che la comanda apre la porta della casetta dove un tavolo è diviso in due dalla linea di demarcazione e infila nella cassetta delle lettere della Corea del Nord il rapporto settimanale della situazione. Poi fa la stessa cosa per l’altro lato della linea di demarcazione.
Ma i soldati nordcoreani da 23 anni non riconoscono più la Commissione, da Pyongyang accusata di non essere più neutrale, e non ritirano la posta. Così quando la cassetta è piena gli ufficiali svizzeri la svuotano e ricominciano da capo. Il rito non si interrompe, perché anche l’insistenza serve a costruire la fiducia.
Venerdì 27 aprile le due porte della casetta si sono aperte e i leader delle due Coree si sono seduti al tavolo per il terzo summit dalla fine della guerra nel 1953. Gli altri due si sono tenuti nel 2000 e nel 2007 a Pyongyang e non nel villaggio di PANMUNJOM sul 38° parallelo.
Il ruolo del piccolo contingente è certamente simbolico, ma dall’alto valore politico, essendoci tra i suoi compiti anche quello di sorvegliare le attività della Commissione delle Nazioni Unite che vigila sull’armistizio, diretta dagli Stati Uniti.
Quello del 27 aprile 2018 è stato il terzo vertice, ma dall’ultimo sono passati 11 anni, mentre tra i primi due solo sette. Il primo summit intercoreano fu nel 2000, per iniziativa dell’allora presidente coreano del Sud KIM DAE-JUNG, che vinse quell’anno il PREMIO NOBEL PER LA PACE.
Nel 2007 fu il presidente ROH ad andare a Pyongyang e ora i due leader in carica si sono visti al 38esimo parallelo, una scenografia sicuramente più simbolica ed evocativa di cambiamento che non le enormi e vuote strade della capitale nordcoreana.
Il presidente sudcoreano MOON JAE-IN, che l’anno scorso ha vinto le elezioni dopo la «rivoluzione delle candele» e l’impeachment del suo predecessore la signora Park Guen-hye poi arrestata e condannata a 24 anni di carcere, si era pubblicamente impegnato a riaprire una linea di dialogo con il Nord e a riprendere la politica dell’engagement, cioè di coinvolgimento del Nord della penisola per arrivare non solo a maggior cooperazione economica, ma ad una vera trattativa per un accordo di pace stabile. Il summit di venerdì così è di gran lunga il più importante rispetto a quelli del passato. (Alberto Bobbio)

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38° PARALLELO
di Emilio Gentile, da https://www.rsi.ch/rete-due/
IL 38° PARALLELO NON È SOLTANTO UN SIMBOLO GEOGRAFICO NELLA PENISOLA DI COREA. È un residuato della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda, come una bomba che potrebbe esplodere, dopo sessantacinque anni. Da quando, nel 1945, alla fine della guerra contro il Giappone, che occupava la penisola dal 1910, americani e russi indicarono nel 38° parallelo la demarcazione delle loro rispettive zone di occupazione, impegnandosi a restituire ai coreani libertà e indipendenza.
Ma dopo il 1945, il 38° parallelo divenne il confine fra due Stati, separando territori e famiglie. Il 15 agosto 1948, al Sud, nella zona controllata dagli americani, un’assemblea nazionale proclamava la Repubblica, presieduta dal nazionalista Syngman Rhee. Le truppe americane furono ritirate. Tre settimane dopo, il 9 settembre, i russi istituirono al nord una democrazia popolare, modellata sul regime stalinista. Alla sua guida misero Kim Il Sung.
Il 38° parallelo divenne una linea del fronte della Guerra fredda. La quale esplose in una violentissima guerra calda il 25 giugno 1950, quando i nordcoreani invasero il Sud. Colti di sorpresa, gli americani, col consenso dell’ONU, intervennero a sostegno dei sudcoreani, insieme a contingenti di altre quindici nazioni. A sostegno della Corea del Nord intervenne la Cina comunista. La guerra durò tre anni. Quando fu firmato l’armistizio, il 27 luglio 1953, le perdite erano enormi: oltre due milioni di soldati, circa tre milioni di civili.
All’armistizio, non è mai seguito un trattato di pace. Per la dinastia comunista della famiglia Kim, da oltre mezzo secolo, la guerra è continuata, con frequenti atti bellicosi. Con la popolazione nordcoreana stremata dalla fame, il regime totalitario della dinastia Kim – come fecero altre dittature nel secolo scorso – ha cercato nella guerra la sopravvivenza, brandendo la minaccia dell’arma atomica. All’inizio del ventunesimo secolo, il 38° parallelo, residuato della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda, è stato il luogo di un pericoloso esplosivo.

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STABILITÀ ASIATICA: PECHINO, L’INELUDIBILE CONVITATO DI PIETRA

di Rita Fatiguso, da “il Sole 24ore” del 28/4/2018
La Cina è il convitato di pietra al tavolo del primo ricevimento dei cugini coreani da sessant’anni a questa parte. Non c’è storia tra l’incontro tra Kim e Moon e quello che, contestualmente, si svolgeva in Cina tra il core leader Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi. «Dopo mesi di tensione tra i due vicini – hanno riportato i media statali – Pechino spera che l’incontro apra un nuovo capitolo per i legami bilaterali», ma il capitolo con l’India è storia minore.
Di certo i pensieri di Xi Jinping vagavano da tutt’altra parte, perché nel retrobottega cinese sta succedendo ciò che i suoi predecessori mai e poi mai si sarebbero augurati: una ripresa forte dei rapporti diplomatici tra le due Coree, congelati dall’armistizio degli anni Cinquanta, con la prospettiva concreta di ritrovarsi gli americani praticamente in casa. Difatti, fervono le trattative per organizzare l’atteso incontro in Nord Corea del presidente Donald Trump in casa di Kim Jong-un. Il che, inevitabilmente, materializzerà l’incubo di Pechino. La Casa Bianca ha fatto già sapere di avere tre-quattro opzioni.
Per neutralizzare l’incubo, il ministero degli Esteri cinese, laconico, ha fatto sapere attraverso il portavoce Lu Kang che «la Cina ha accolto con favore la dichiarazione congiunta della Corea del Nord e della Corea del Sud dopo che i loro leader si sono impegnati a lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana e dichiarare la fine ufficiale della guerra coreana del 1950-53. La Cina spera che tutte le parti possano mantenere lo slancio per il dialogo e promuovere congiuntamente il processo di risoluzione politica per la questione della penisola coreana. La Cina è disposta a continuare a svolgere un ruolo proattivo a questo proposito». Fine del comunicato.
Quali siano i veri sentimenti dei cinesi, lo si può solo intuire. Ricevendo il giovane scapestrato Kim Jong-un nella Great Hall of People per una cena protocollare con tanto di rispettive mogli al fianco ma in un clima molto disteso, Xi Jinping ha sapientemente giocato di anticipo. Non è stata, forse, la Cina, una strenua sostenitrice della denuclearizzazione della Provincia coreana?
Ora, però, il gioco si complica. Oltre lo storico incontro del 28, la Cina resta l’elemento cruciale della stabilità della penisola e dintorni, a patto che non ci siano ingerenze di altro tipo.
Non sappiamo nemmeno quanto i due leader coreani abbiano pensato a Xi Jinping, nella foga di stringersi ancora una volta la mano. Di certo l’accelerazione impressa agli eventi spinge il presidente cinese a concentrarsi sul suo vero e unico contraltare: il collega americano Donald Trump.
Consenziente al riavvicinamento delle due Coree, Xi Jinping punta al disimpegno degli Usa sul versante taiwanese, in modo tale da allentare i legami tra la Provincia ribelle e gli Usa, fino a indebolire ogni istanza di separatismo di Taipei.
Se il sangue coreano comincerà a scorrere in un corpo unico, questo deve poter succedere anche con quello cinese. La simmetria è implicita tra le righe del discorso di Xi al 19esimo Congresso. Xi, di conseguenza, non vuole ingerenze nel “suo” mar Cinese meridionale quindi, al netto delle dispute commerciali e delle accuse di ulteriori furti di segreti industriali, come attesta il monitoraggio lanciato da Washington su tutte le joint ventures basate sull’intelligenza artificiale, Pechino si aspetta di poter pattugliare, come ha ripreso a fare, lo Stretto di Taiwan. Indisturbata.
Com’è noto, così non è stato, gli americani non sono rimasti a guardare e l’ammiraglio Phil Davidson che prenderà il comando sull’area asiatica al posto di Harry Harris, ha un temperamento forte, proprio di quelli che piacciono a Donald Trump. (Rita Fatiguso)

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MA IL DISARMO NUCLEARE RESTA UNA GRANDE INCOGNITA

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 28/4/2018
Chi sostiene che il vertice trans-coreano non ha portato risultati, non conosce la storia. Studiarla non garantisce un posto di lavoro ma aiuta a comprendere il tempo nel quale viviamo. Senza sapere cosa fu la guerra del 1950, un’estensione del secondo conflitto mondiale che avrebbe potuto portare al terzo; senza conoscere le violenze e le minacce alla stabilità asiatica alimentate nei decenni successivi, le immagini venute il 27 aprile dal 38° parallelo sembrano più comiche che memorabili.
Invece il piccolo salto verso Sud del nordista Kim Jong-un e quello in direzione Nord del sudista Moon Jae-in, con il seguito di scambio di fiori e posa dell’albero della pace, sono forse la fine positiva di un’era e la CONFERMA CHE IL SECOLO ASIATICO È INIZIATO. Mentre Jong-un e Jae-in univano due energie opposte, come lo Yin e lo Yang della filosofia taoista, a Wuhan in Cina Xi Jinping e Narendra Modi s’incontravano per sanare le dispute di frontiera che un anno fa avevano avvicinato un conflitto ancora più devastante. CINA E INDIA: IL 27 APRILE A WUHAN CON I DUE CAPI DI STATO C’ERANO UN TERZO DELL’UMANITÀ E UN QUINTO DELL’ECONOMIA PLANETARIA.
Detto questo, per quanto storico, il vertice coreano del 27/4 non ha portato novità riguardo al nocciolo del problema: la diplomazia a quattro – le due Coree, Stati Uniti e Cina – per denuclearizzare il regime di Pyongyang e l’intera penisola. Le dichiarazioni d’intenti erano piene d’ottimismo ma potrebbero nascondere un equivoco. La Corea del Nord è davvero pronta a rinunciare alla bomba o alla fine, ormai conseguita, offrirà solo il congelamento, la fine del suo programma di sviluppo militare ma non la distruzione del suo arsenale?
Nella storia dell’era nucleare non si è mai visto un paese dalla geo-politica complicata, rinunciare allo status di potenza atomica. Lo fece il Sudafrica nel 1990 perché l’Urss non esisteva più e il Paese andava verso la fine dell’apartheid. L’Iran ha accettato di fermare il suo programma perché non aveva ancora la bomba e il raggiungimento di quell’ambizione era ancora lontano.
Con il realismo necessario per il successo di ogni negoziato, in questi mesi a Washington si proponeva di concentrare la trattativa sul programma missilistico della Corea del Nord: impedire che Pyongyang sviluppasse il vettore e la tecnologia necessaria per lanciare la bomba il più lontano possibile e con precisione. Quanto all’atomica, ad ogni latitudine terrestre quando il genio esce dalla lampada è quasi impossibile farlo rientrare.
Dopo l’insegnamento dell’Iraq di Saddam Hussein che fu invaso perché non aveva la bomba, la Corea del Nord ha costruito la sua per sopravvivere, non per dominare l’Asia. Se oggi vi rinunciasse del tutto o se solo aprisse le sue frontiere normalizzando le relazioni con il Sud, milioni di nordisti fuggirebbero verso Seul. Il regno di Kim sopravvive se resta il regime chiuso, militarista e illiberale che è.
Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud si accontenterebbero del risultato di avere eliminato – probabilmente solo rinviato a data da destinarsi – la minaccia che rappresentava Pyongyang? Il Giappone no. Durante la campagna elettorale Donald Trump invitava gli alleati a Tokio e Seul a non contare più sull’ombrello nucleare americano, creando invece un loro arsenale.
Fino ad ora coerente con il suo programma da candidato, paradossalmente il presidente degli Stati Uniti potrebbe essere l’unico ad accontentarsi, fino ad accettare il ritiro delle truppe dalla Corea del Sud, in nome della sua “America first”. Se lo scopo è un successo della sua amministrazione traballante, questo dovrebbe bastare. Dalla Corea alla Siria alla Russia, l’incertezza sulle intenzioni di Trump è la costante delle relazioni internazionali. In ogni caso, fatta salva la legittimità storica di quanto accaduto ieri fra le due Coree, l’accordo finale è ancora lontano. (Ugo Tramballi)

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KIM, SCOMODO MA QUASI INDISPENSABILE

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 30/4/2018
A Panmunjom, nel 1953, gli Stati Uniti firmarono un armistizio che mise fine alla prima guerra non vinta della loro storia. Una guerra pareggiata, poiché finì più o meno da dove era cominciata: il Nord falli nel tentativo di occupare militarmente il Sud, ma, grazie all’intervento armato cinese, rimase comunista; e il Sud restò sotto l’ombrello americano. Per Washington quella coreana è una partita incompiuta. Diciannove anni dopo l’armistizio di Panmunjom gli Usa si ritirarono dal Vietnam: e quella fu la loro prima guerra perduta. Durante le varie volte che sono stato sul trentottesimo parallelo, lungo il quale scorre la vecchia linea d’armistizio, gli ufficiali svizzeri che la controllavano formalmente, in quanto rappresentanti di un paese neutrale, si lamentavano per l’assordante rumore degli altoparlanti del Nord che emettevano giorno e notte le note ottimistiche di un inno marziale.
Note puntualmente interrotte da una voce tonante che recitava slogan osannanti Kim Il-sung e quando Kim Il-sung morì, il figlio suo erede Kim Jong-il. Quella eterna musica era un tormento tale che gli svizzeri, tra i quali un generale (nominato apposta, a titolo eccezionale, perché quel grado non esiste nell’esercito elvetico) tenevano chiuse le finestre anche al mattino in piena estate. Quel suono gracchiante dei dischi usati creava un’atmosfera sinistra, ancor più sinistra quando una foschia ammantava la zona smilitarizzata, a Nord della quale, lungo il parallelo, erano dispiegati 650 mila soldati per una profondità di cento chilometri; e a Sud ce n’erano altrettanti, ma più diluiti sul territorio della repubblica meridionale. E in prima linea c’erano trentaseimila militari americani. Questi erano gli effettivi schierati vent’anni fa. La situazione è senz’altro cambiata e anche la musica sarà meno aggressiva, gli altoparlanti rinnovati gracchieranno meno e faranno pause più lunghe.
Questi dettagli non erano insignificanti, perché i dispetti lungo quella frontiera provvisoria, ma intoccabile da sessantacinque anni, rivelavano la qualità dei rapporti tra le due Coree. L’incontro tra i due presidenti, il nordista Kim Jong-un e il sudista Moon Jae-in, proprio a Panmunjom, deve avere ammorbidito la situazione, rispetto a quella degli ultimi mesi arroventata dagli esperimenti nucleari apertamente provocatori nel Nord.
La Corea del Nord, ultimo feudo comunista stalinista, pone in termini strategici seri problemi. Per la Cina è un vicino scomodo ma indispensabile: se si arrivasse a una riunificazione gestita dal Sud, in seguito a una resa del Nord, gli americani arriverebbero al confine della Repubblica popolare. Per il Giappone la decomposizione del Nord significherebbe un’ondata di profughi sulle sue coste. Per la Corea del Sud benestante assorbire la Corea del Nord sarebbe un’operazione estremamente costosa, ed anche difficile per l’integrazione, il riciclaggio di una popolazione che da decenni vive in un altro pianeta. Rovesciare l’equazione è inutile perché una riunificazione gestita dal Nord, in seguito a una resa del Sud, non è pensabile. Come non era pensabile una riunificazione tedesca alla rovescia rispetto a quella avvenuta dopo la caduta del Muro in Germania.
Quello appena avvenuto a Panmunjom è il terzo vertice Nord-Sud. Ho seguito il primo, nel 2000, che si tenne a Pyongyang. Kim Dae-jung, rappresentante del Sud, andò nella capitale del Nord a incontrare Kim Jong-il. Fu un avvenimento eccezionale. Non ne uscì una pace ma fu avviata una collaborazione attraverso vari progetti economici e lo scambio di visite tra membri di famiglie divise. Di fatto si apri uno spiraglio nei rapporti, fino allora rigidi o inesistenti, tra le due popolazioni.
Nel 2007, durante il secondo vertice, furono varate quarantotto iniziative, ma non tutte furono realizzate perché a Seul arrivò poi al potere un presidente conservatore. Questa volta si è parlato di un disarmo progressivo, e si è accennato a un incontro tra i firmatari dell’armistizio del 1953 (Usa, Cina, Corea del Nord), ancora in vigore, poiché non è mai stato raggiunto un trattato di pace. E questo lascia le due repubbliche del Nord e del Sud ufficialmente in stato di guerra. Una proclamazione della pace non modificherebbe per gli Stati Uniti il verdetto della guerra pareggiata, ma completerebbe un capitolo di storia rimasto incompiuto.
È la prima volta che Kim Jong-un partecipa a un incontro al vertice, essendo succeduto al padre Kim Jong-il, morto nel 2012. I membri della dinastia dei Kim presentano tratti di carattere comuni. Ho conosciuto il capostipite, Kim Il-sung, nonno del presidente attuale, nel 1980. Meglio dire incontrato. Ho cenato in un tavolo accanto al suo. Ma non ho potuto scambiare una sola parola. Ero un cronista di un paese capitalista, ed era già molto, all’epoca, poter mettere piede nella Corea del Nord. Aveva imposto la mia presenza, e quella di altri colleghi, Enrico Berlinguer, allora segretario di un partito comunista occidentale che aveva buoni rapporti con i comunisti nordcoreani. La ragione era che entrambi si dichiaravano equidistanti da Mosca e da Pechino, le grandi capitali comuniste in aperta tenzone ormai da anni.
Dopo una visita in Cina, Berlinguer aveva accettato un invito di Kim Il-sung a passare qualche giorno nella sua capitale, quasi inaccessibile a stranieri non comunisti. La condizione posta da Berlinguer era che con lui potessero recarsi a Pyongyang tutti i giornalisti italiani, senza distinzione, che lo avevano seguito nella Repubblica popolare.
L’arrivo a Pyongyang fu protocollare. Donne ben allineate, come soldati, ci accolsero alla discesa dell’aereo agitando mazzi di fiori in plastica con movimenti disciplinati. E lungo il percorso, diretti in città, ci imbattemmo in altre donne con gli stessi fiori, e con abiti uguali come divise. Le finestre delle case avevano le stesse tende, accostate con precisione geometrica. Non un passante. In alcuni cantieri bande musicali suonavano con l’evidente intenzione di allietare i lavoratori, che ci salutarono agitando le braccia. Sul canale che scorreva sotto le finestre delle nostre camere d’albergo apparivano a ritmi regolari sciatori trascinati da motoscafi. Anche loro agitavano un braccio in segno di saluto. Il centro della capitale sembrava un grande studio cinematografico. La visita si svolse in un’atmosfera surreale. Il palazzo di Kim Il-sung aveva scale mobili, e all’ingresso di ogni salone c’erano ragazze con panieri di sigarette. Nella sala da pranzo c’era un palcoscenico, sul quale un coro intonò in nostro onore Bella Ciao. Kim Il-sung era di una cordialità rumorosa. Era loquace. Parlava di sé e della sua rivoluzione, e alle domande rispondeva con slogan. Era un presidente temuto ma anche un eroe nazionale, perché era stato il capo della resistenza nella guerra contro i giapponesi. Aveva una grande ciste sul collo, che non appariva nelle foto ufficiali. Nello spazio riservatoci nella capitale non c’era alcun segno delle gravi difficoltà economiche che affliggevano il paese. (Bernardo Valli)

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UN DUBBIO TRA TRUMP E LA CINA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 28/4/2018
E’ la prima volta dalla guerra di Corea (1950-53) che un esponente della “monarchia rossa” dei Kim oltrepassa il confine con il Sud. Sentir parlare di denuclearizzazione e trattato di pace rafforza le speranze di una svolta. Ma come si spiega tutto ciò? Ci sono diverse ipotesi.
Giornata storica, certo, ma come si spiega? Perché il terzo esponente della dinastia comunista ha cambiato tono? Perché l’Ometto-Razzo (nomignolo spregiativo coniato da Donald Trump) dopo le sue provocazioni missilistiche e nucleari, ora sembra volere il dialogo e perfino qualche forma di disarmo? Ci sono diverse spiegazioni, alternative o complementari.
PRIMA IPOTESI: le sanzioni (e le minacce) funzionano. È la spiegazione più banale, non per questo va scartata. Dopo gli ultimi test atomici e di missili balistici, gli Stati Uniti riuscirono a fare approvare nuove sanzioni dal Consiglio di sicurezza Onu. E soprattutto, Trump riuscì a farsi promettere dal suo omologo cinese Xi Jinping che Pechino le avrebbe applicate in modo rigoroso.
In passato le sanzioni furono spesso aggirate dalla Cina, paese da cui transitano il 90% degli scambi nordcoreani con il resto del mondo. In particolare i cinesi continuarono a rifornire Pyongyang di energia. Alcuni affaristi cinesi hanno creato delle “oasi” di mercato libero e privato in Corea del Nord. Tutte cose essenziali per la sopravvivenza del regime di Kim.
Ora in base alle testimonianze recenti di ong che operano a Pyongyang, ci sarebbero delle penurie anche nell’approvvigionamento della nomenclatura. Segno che forse la Cina sta mantenendo le promesse. In questo caso la svolta “pacifista” di Kim sarebbe dettata da uno stato di necessità. Minacciato dal collasso economico, e messo sotto pressione dai cinesi, Kim avrebbe agito in modo razionale: il dialogo con il presidente sudcoreano Moon e poi l’ancor più storico vertice con Trump possono allentare la morsa, preludere alla fine delle sanzioni.
Il presidente americano naturalmente vede in questa svolta anche un successo per il suo approccio imprevedibile e dirompente, incluse le ripetute minacce di scatenare “fuoco e furia” con un attacco preventivo su Pyongyang.
SECONDA IPOTESI: la Cina ha un piano B. La ragione per cui Xi avrebbe “chiuso i rubinetti” applicando in modo stringente le sanzioni contro la Corea del Nord, va inquadrata nelle relazioni più complessive con l’America di Trump. La partita commerciale è la più importante per gli interessi geoeconomici della Cina. L’escalation dei dazi pone problemi seri ad una superpotenza che dipende dalle esportazioni e accumula avanzi commerciali con il resto del mondo.
Subito dopo l’ultimo congresso del partito comunista cinese, Xi ha avviato un riesame della strategia sulla Corea del Nord, dichiarando la sua insoddisfazione. «Tutti ci ritengono responsabili per quello che fa Kim, e non ne stiamo ricavando benefici», avrebbe detto Xi in quell’occasione. Va ricordato che la Cina combatté a fianco del nonno di Kim e lo salvò dalla sconfitta nella guerra del 1950-53. È co-firmataria dell’armistizio e avrà un ruolo decisivo se si firma il trattato di pace fra le due Coree.
La Cina sa guardare lontano e pianificare sui tempi lunghi. Una distensione nella penisola coreana può favorire il suo scenario ideale, che forse non dispiace neppure a Moon: crea le condizioni per il graduale disimpegno militare degli Stati Uniti, forse perfino per una riunificazione tra le due Coree, che Xi può accettare solo se la penisola viene smilitarizzata, le forze americane si ritirano (e viene meno anche l’ombrello atomico americano), quindi non si ripete lo scenario della riunificazione tedesca che portò la Germania Est nella Nato.
Al contrario, una “grande Corea neutrale” potrebbe scivolare nell’orbita politica di Pechino, oltre che nella sua sfera economica.
TERZA IPOTESI: Kim bara. Il giovane leader nordcoreano ha già ottenuto molto da quando è salito al potere succedendo al padre. Il vertice del disgelo con Moon è un nuovo passo verso la sua legittimazione internazionale, che sarebbe esaltata dalla firma del trattato di pace con Seul. L’incontro a tu per tu con Trump sarà un enorme successo d’immagine per il dittatore di un paese finora ai margini della comunità internazionale. Lo status quo gli va benissimo, visto che la Corea del Nord è comunque una potenza nucleare, con missili capaci di raggiungere gli Stati Uniti.
Trump si sta rendendo conto che rischia di cadere in una trappola, non a caso ha minacciato di abbandonare il tavolo se Kim non concede una vera denuclearizzazione. Ma proprio questo è il punto più delicato. Finora non ci sono garanzie che Pyongyang voglia davvero rinunciare all’arma nucleare, che rappresenta una “polizza di assicurazione vita” per Kim.
Il disarmo nucleare andrebbe garantito con un dispositivo di controlli affidabile e quindi invasivo, in un regime notoriamente impenetrabile. Kim può fare delle promesse vaghe e poi calpestarle, dopo avere incassato un allentamento delle sanzioni e nuovi aiuti umanitari dalla Corea del Sud. È già accaduto ai tempi di suo padre, che i periodi di disgelo siano stati l’occasione per ridare mezzi economici alla dittatura comunista, e poi riprendere in segreto i programmi militari. Il carattere repentino della svolta “pacifista” di Kim, operata nella totale opacità, suggerisce cautela. (Federico Rampini)

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