CRESCE LA POVERTÀ assoluta in Italia, specie al SUD che si spopola – L’ISTAT rileva che coinvolge 5 MILIONI DI PERSONE (specie GIOVANI) – Nel DECLINO DEL LAVORO servono alternative alla povertà: dal REDDITO di INCLUSIONE attuato, alla proposta di Reddito di Cittadinanza, al Reddito Sociale di Base

“(…) Secondo le PREVISIONI DEMOGRAFICHE DELL’ISTAT, L’ITALIA INVECCHIA IRREVERSIBILMENTE, ma IL SUD ANCORA DI PIÙ. E (il Sud) da qui al 2065 è destinato a svuotarsi. GLI ITALIANI SI SPOSTERANNO SEMPRE PIÙ VERSO IL CENTRO-NORD: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di persone che faranno le valigie. (…) (Lidia Baratta, Linkiesta.It 4 Maggio 2018 – foto da http://www.linkiesta.it/)

IN ITALIA LA POVERTÀ ASSOLUTA È AUMENTATA NEGLI ULTIMI ANNI
Il sito ansa.it, ha riportato le parole di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, che ha fornito i dati nell’audizione sul Def. Secondo quanto affermato da Alleva, la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di individui, che equivalgono all’8,3 % della popolazione. Stando ai dati Istat, nel 2017 si trovavano in uno stato di povertà assoluta circa 154 mila famiglie in più rispetto al 2016. A oggi le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni.
Il dato allarmante è che la povertà è molto aumentata dagli anni scorsi: nel 2016 interessava il 7,9% della popolazione e nel 2008 solo il 3,9%.
Come si spiega questo fenomeno? Secondo Alleva, la ripresa dell’inflazione nel 2017 può “giustificare” la metà dell’incremento della povertà assoluta. Il presidente ha poi aggiunto:
«La restante parte deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà».
Secondo l’Istat, la povertà interessa in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Il Centro è l’unica zona che ha registrato una diminuzione del fenomeno.
Inoltre nel 2017, in più di 1 milione di famiglie italiane “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione”, il che si traduce in 4 famiglie su 100. Che non è poco. Perché significa che in queste famiglie non si percepiva alcun reddito da lavoro.
Alleva ha così commentato:
«Di queste più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)».

ISTAT: UN MILIONE DI FAMIGLIE SENZA LAVORO, AUMENTA LA POVERTÀ ASSOLUTA – Secondo i dati ISTAT (resi noti il 9/5/2018, nell’audizione sul Def), nel 2017 il fenomeno riguarderebbe circa 5 milioni di persone, l’8,3% della popolazione residente (in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% nel 2008). LE FAMIGLIE IN POVERTÀ ASSOLUTA, secondo stime preliminari, SAREBBERO 1,8 MILIONI, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008). (Nicola Barone, 9 maggio 2018, Il Sole 24ore)

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   I dati, anticipati dall’ISTAT davanti alla Commissione speciale del Parlamento in occasione delle audizioni sul Documento Economico Finanziario (Def) del 4 maggio scorso, fanno vedere in modo chiaro la spaccatura in due dell’Italia, con un Sud che si sta impoverendo ancora di più rispetto a un Centro-Nord (peraltro anch’esso seriamente interessato al fenomeno dell’estensione della povertà).
Circa 5 MILIONI DI PERSONE (l’8,3 % della popolazione), stando ai dati Istat, nel 2017 si trovavano in uno STATO DI POVERTÀ ASSOLUTA. A oggi le famiglie “totalmente povere” (che non hanno di che vivere, che non riescono a soddisfare i bisogni essenziali), sarebbero 1,8 milioni (e sono 154 mila famiglie in più rispetto al 2016).

I dati EUROSTAT sulla distribuzione del reddito dicono che la disuguaglianza in Italia è aumentata durante la crisi. NON PER LA CRESCITA DEI REDDITI PIÙ ALTI, MA PER IL FORTE CALO DI QUELLI BASSI. Di sicuro, rispetto a quindici anni fa, sale la povertà – L’EUROSTAT è l’Ufficio Statistico della Comunità Europea che raccoglie ed elabora i dati dell’UE a fini statistici. Le attività principali dell’Istituto sono: definire i dati macroeconomici che supportano le politiche monetarie per l’euro della Banca Centrale Europea e raccogliere dati/classificazioni su base regionale. Si occupa inoltre di coordinare le attività che puntano a migliorare la capacità di analisi statistica dei Paesi candidati ad entrare nell’UE e di quelli in via di sviluppo, nella zona del Mediterraneo e dell’Africa. (da http://europalavoro.lavoro.gov.it/ )

E in questo contesto, secondo le previsioni demografiche dell’Istat, l’Italia invecchia irreversibilmente, ma il Sud ancora di più. E DA QUI AL 2065 IL SUD È DESTINATO A SVUOTARSI. Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-Nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di individui che faranno le valigie.
Altri spostamenti epocali di popolazione, per motivi economici, quasi tutti giovani che, appunto, faranno crescere l’età media, l’invecchiamento, del Sud: in un contesto generale dove le difficoltà economiche frenano qualsiasi tipo di espansione demografica.

mappa italiani in povertà 2018 (DA UNIMPRESA) (tratta da http://www.ilmetropolitano.it/ )

Si sviluppano situazioni negative correlate: difficoltà di sopravvivere, invecchiamento della popolazione, disequilibri geografici con gli spostamento da luoghi “poveri” ad altri dove c’è più speranza di trovare lavoro (dove si spera in meglio)… tutti fenomeni (con molti altri legati alla precarietà) che sono dati proprio da questa crescente povertà.

La poverta e molto legata alla disoccupazione giovanile

Una forbice che si allarga tra chi ha un reddito sicuro, garantito (pensionati con redditi almeno medi, famiglie ricche…) e chi deve vivere senza reddito (senza lavoro), in situazioni di PRECARIETÀ (e la parte giovanile della popolazione è quella maggiormente colpita).
I dati Istat combaciano quasi perfettamente con quelli pubblicati dall’EUROSTAT (che è l’ufficio statistico dell’Unione Europea), e si sottolinea che la povertà è data chiaramente dalla mancanza di lavoro: ma se il problema del lavoro è sì legato all’economia in difficoltà, dall’altra si deve riconoscere che con il fenomeno dell’automazione IL LAVORO È E SARÀ SEMPRE MENO. Allora la povertà si deve risolvere anche trovando modi di aiuto a chi è in difficoltà, a chi appartiene a questo contesto.
Per questo bisognerà impegnarsi nel nostro Paese, in futuro, per aumentare la dotazione delle misure di contrasto alla povertà. Peraltro l’urgenza di affrontare il problema è in tutti i paesi europei ed extraeuropei, ricchi e meno ricchi….


Su questa linea il Governo ha promulgato, dal gennaio di quest’anno, il cosiddetto REI, Reddito di Inclusione (attualmente sono stati stanziati 3 miliardi di euro, ne beneficiano quasi 900 mila persone, e 7 su 10 dei destinatari risiedono al Sud Italia).
Ma non basta. La situazione dell’allargamento della povertà è seria. E se il lavoro (pur con tutta la volontà di crearne di nuovo) tenderà inesorabilmente a diminuire, dobbiamo anche pensare a una società che redistribuisca meglio la ricchezza, che ci siano meno sprechi, che anche si possa vivere (bene) con meno. E che esista la possibilità per l persone di “fare cose” sociali, lavori, non necessariamente legati a una remunerazione, a un reddito da corrispondere. Che allora dovrà essere sostituito da introiti “alternativi” per chi si trova in situazioni (come molti giovani) di difficoltà, di “senza-lavoro”.

TABELLA TREND DEMOGRAFICO

In questo post, nella seconda parte, ci concentriamo pur succintamente sul REDDITO DI INCLUSIONE che ora è già in atto (per le persone e famiglie povere); ma guardiamo anche alle prospettive del REDDITO DI CITTADINANZA (di cui si parla molto in questo periodo); ma anche di altre forme di “reddito possibile”: studiosi, economisti, prospettano la possibilità di un REDDITO SOCIALE DI BASE come diritto a ogni persona che nasce, perché non gli può mancare il minimo necessario per vivere.
Sono questioni, problematiche, anche molto (giustamente) contestate (come trovare le risorse?… non incentiverà l’ozio, il “non darsi da fare”?), ma attualissime, realistiche, da valutare e concretizzare virtuosamente (nella volontà di fermare questo negativo trend di espansione del fenomeno della povertà). (s.m.)

Ginevra, Svizzera, maggio 2016. Un poster gigante per promuovere il referendum sull_introduzione di un reddito minimo universale del 5 giugno 2016_ _Denis Balibouse, Reuters_Contrasto_

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SEMPRE PIÙ VECCHIO, POVERO E SPOPOLATO, IL SUD ITALIA È DESTINATO ALL’ESTINZIONE
di Lidia Baratta da LINKIESTA.IT 4 MAGGIO 2018 http://www.linkiesta.it/
– Secondo le previsioni demografiche pubblicate dall’Istat, da qui al 2065 nel Mezzogiorno ci saranno 1,1 milioni di individui in meno, che si sono spostati verso il Nord. La popolazione sarà sempre più anziana e meno attiva –
Sempre meno popolato, sempre più vecchio. Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, l’Italia invecchia irreversibilmente, ma il Sud ancora di più. E da qui al 2065 è destinato a svuotarsi. Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di individui che faranno le valigie.
In base allo scenario tracciato dall’Istat, saranno 14,4 milioni gli italiani che si sposteranno da una regione all’altra entro il 2065. La previsione, però, è quella di un calo degli spostamenti, dai 330mila all’anno attuale ai 262mila entro il 2065, per via del progressivo invecchiamento della popolazione. Chi si muove ha di solito un’età compresa tra i 25 e i 39 anni, e questa classe d’età con il calo della natalità generalizzata sarà sempre più ristretta.
Ma a beneficiare di questi spostamenti, seppur ridotti, sarà soprattutto il Nord Est, con un saldo di trasferimenti positivi di 473mila unità in meno di 50 anni. A seguire il Nord Ovest, con 458mila individui in più; e il Centro, con 389mila unità aggiuntive. Negativo, invece, il saldo per il Mezzogiorno: nelle isole mancheranno all’appello 198mila individui, nelle regioni del Sud si conteranno 1,1 milioni di persone in meno.
Entro il 2065 nelle isole mancheranno all’appello 198mila individui, nelle regioni del Sud si conteranno 1,1 milioni di persone in meno.
Nel 2065, gli italiani saranno circa 54 milioni, 6 milioni e mezzo in meno rispetto a oggi. Di questi, solo 10,7 milioni risiederanno al Meridione. E la popolazione meridionale sarà quella a invecchiare più in fretta rispetto a tutto il resto d’Italia. (….)
A restare al Sud saranno soprattutto quelli più avanti con l’età. Nel Mezzogiorno, spiega l’Istat, ci sarà la riduzione più rilevante della quota di giovani fino a 14 anni di età: da circa il 14% nel 2017 all’11% nel 2065, con la possibilità di scendere anche sotto il 9 per cento. Mentre al Centro e al Nord si dovrebbe restare comunque intorno al 10-15 per cento.
Variazioni demografiche che al Sud comporteranno anche la riduzione della popolazione in età da lavoro, che scenderà di ben 13 punti percentuali, e la concomitante crescita degli anziani, che arriveranno a rappresentare fino al 36% della popolazione. Certo, Centro e Nord non saranno esenti da questi fenomeni, ma le variazioni saranno minori e avverranno da una situazione di partenza meno sfavorevole. Anche perché, non a caso, al Sud si smetterà di fare figli più che altrove. La natalità in Italia potrebbe crescere fino a un timidissimo 1,59 figli per donna, ma nel Mezzogiorno si registrerà addirittura una decrescita fino al -10 per mille in meno di 50 anni. Se il trend continuerà, il Sud Italia è destinato all’estinzione. (Lidia Baratta)

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PERCHÉ AUMENTA LA DISUGUAGLIANZA IN ITALIA

27.04.18, di Massimo Baldini, da LAVOCE.INFO http://www.lavoce.info/
– I dati Eurostat sulla distribuzione del reddito dicono che la disuguaglianza in Italia è aumentata durante la crisi. Non per la crescita dei redditi più alti, ma per il forte calo di quelli bassi. Di sicuro, rispetto a quindici anni fa, sale la povertà. –
Tendenze in atto
I recenti dati Eurostat sulla distribuzione del reddito in Italia sono stati accolti come una conferma di alcune tendenze: aumento della disuguaglianza, del divario tra ricchi e poveri e della quota del reddito nazionale che va ai più benestanti. È una lettura in parte corretta, ma incompleta. Vediamo perché.
La disuguaglianza nella distribuzione del reddito, misurata dall’indice di Gini, è leggermente cresciuta durante la crisi, per tornare ai livelli di circa 15 anni fa (figura 1). Sembra che la crescita dei primi anni Duemila abbia provocato un calo della disuguaglianza e la crisi iniziata nel 2008 un successivo aumento. La variazione tra 2008 e 2016 è statisticamente significativa, anche se non di molto. Insomma, in Italia l’indice di Gini continua a oscillare tra 0.31 e 0.33.
Figura 1 – Indice di Gini in Italia tra 2004 e 2016

Fonte: elaborazioni su dati Silc. Le linee tratteggiate rappresentano l’intervallo di confidenza al 95 per cento.
Quanto al divario tra ricchi e poveri, è in effetti aumentato, ma soprattutto a causa del crollo dei redditi più bassi. Durante la crisi, infatti, i redditi di tutti i decili sono mediamente diminuiti (primo grafico della figura 2), ma la perdita è stata molto superiore per il 10 per cento più povero della popolazione. I primi anni della ripresa (tra il 2014 e il 2016) hanno visto un recupero dei redditi medio-alti (secondo grafico), mentre quelli bassi sono ancora diminuiti. Se consideriamo l’intero periodo 2008-2016, si conferma il calo medio per tutte le fasce di reddito, molto più forte per i redditi bassi.
Figura 2 – Variazione % del reddito disponibile per decili in Italia
Nota: le variazioni si riferiscono al reddito disponibile equivalente di fonte Eurostat, che tiene conto della composizione della famiglia. L’unità di analisi è l’individuo. L’anno di riferimento del reddito è l’anno precedente a quello in cui si svolge l’indagine: i redditi 2016 in realtà sono stati percepiti nel 2015.
Il confronto con Germania e Francia
I dati Eurostat forniscono anche l’occasione per confrontare i redditi degli italiani con quelli di altri paesi europei. Qui consideriamo solo quelli di Germania e Francia. La figura 3.1, che mostra come è cambiato il reddito disponibile reale medio del 10 per cento più povero delle persone, conferma che in Italia questo gruppo ha subito un forte calo del reddito, mentre in Germania e Francia il primo decile non solo ha un reddito medio più alto, ma è anche diminuito meno o è rimasto sostanzialmente costante. La figura 3.2 ci dice che il reddito della classe media ha tenuto molto bene in Francia e Germania, mentre in Italia è sceso durante la crisi, per cominciare un timido recupero solo ultimamente. Stesso discorso anche per il 10 per cento più ricco: stabilità per Germania e Francia, calo in Italia, con inizio di recupero.
Figura 3 – Reddito equivalente medio di alcuni decili in Italia, Germania e Francia
3.1 – Reddito del 10 per cento più povero (primo decile)
3.2 – Reddito della classe media (sesto decile)
3.3– Reddito del decimo decile
Un’analisi più completa richiederebbe molto più spazio e dovrebbe considerare tanti altri elementi, ad esempio il ruolo del flusso di nuovi immigrati, che può aver contribuito ad abbassare il reddito medio del primo decile, o le differenze territoriali. I dati inoltre non permettono di cogliere le dinamiche relative ai redditi altissimi, che difficilmente rientrano nelle indagini campionarie.
Sintetizziamo brevemente le principali tendenze emerse:
– la disuguaglianza è in Italia a livelli simili a quelli di 15 anni fa;
– la disuguaglianza è leggermente aumentata durante la crisi;
– questa crescita è dovuta non al fatto che i ricchi si allontanano dalla classe media, ma alla forte riduzione dei redditi dei poveri;
– tutte le classi di reddito hanno subito un calo (ovviamente in media) durante la crisi;
– la prima fase della ripresa non ha ancora raggiunto i redditi più bassi;
– il fenomeno più rilevante è l’aumento non della disuguaglianza, ma della povertà.
A proposito della povertà, proprio questa settimana Eurostat ha pubblicato un dato che induce all’ottimismo: nel 2017 la quota di persone in grave deprivazione materiale è diminuita da 12,1 per cento a 9,2 per cento, scendendo sotto il 10 per cento per la prima volta dal 2010. (Massimo Baldini)

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ISTAT SULLA POVERTÀ

CINQUE MILIONI DI ITALIANI VIVONO IN POVERTÀ ASSOLUTA

di Nicola Lillo, da “la Stampa” del 10/5/2018
Gli italiani in povertà assoluta continuano ad aumentare. Lo scorso anno le persone senza la possibilità di far fronte alle spese essenziali per mantenere livelli di vita minimamente accettabili sono state ben 5 milioni, 261 mila individui in più rispetto all’anno prima.
Si tratta in termini assoluti dell’8,3% della popolazione, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 4% del 2008, periodo precedente all’inizio della crisi. Ad aumentare sono anche le famiglie in estrema difficoltà, che sarebbero 1,8 milioni, 154 mila in più rispetto al 2016: cioè il 6,9% dei nuclei italiani, in crescita rispetto al 2016 quando l’incidenza era del 6,3%.
I dati, anticipati dall’Istat davanti alla Commissione speciale del Parlamento in occasione delle audizioni sul Def, mostrano ancora una volta la spaccatura in due del paese, visto che al sud l’incidenza è maggiore. Ma soprattutto sottolineano l’urgenza di affrontare il problema povertà. Un tema questo che è stato al centro della campagna elettorale con la proposta del Movimento 5 Stelle di introdurre il «reddito di cittadinanza», che in realtà sarebbe un reddito minimo.
Posizione poi sfumata nel corso delle ultime settimane per la necessità di trovare un compromesso con eventuali alleati. Recentemente infatti i Cinquestelle avrebbero aperto alla possibilità di contrastare la povertà rafforzando il Reddito di inclusione (REI) introdotto dal governo Gentiloni a inizio anno. Una misura su cui finora sono stati stanziati 2 miliardi di euro e che ha l’obiettivo di aiutare entro l’estate 500 mila famiglie, corrispondenti a 1,8 milioni di persone, con importi da 300 ai 550 euro.
Sul REI dunque potrebbe intervenire il prossimo governo, mettendo altre risorse per ampliare la platea: una strada auspicata da più parti per rafforzare il sistema ed evitare di smantellarlo. Per il presidente dell’istituto di statistica Giorgio Alleva, comunque, la causa dell’aumento dei poveri sarebbe in parte riferibile alla ripresa dell’inflazione, che nel 2017 ha raggiunto l’1,2%. «La restante parte invece – aggiunge Alleva – deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà».
Ad essere colpite sono in particolare le famiglie del Sud, ma anche il Nord Italia registra un aumento dei nuclei in difficoltà, mentre c’è una diminuzione al Centro. A rendere ancora più cupa la fotografia dell’Istat sono i dati relativi all’andamento dell’occupazione. Lo scorso anno infatti le famiglie in cui tutti i componenti erano in cerca di lavoro sono state 1,1 milioni, mentre prima della crisi erano meno della metà, 535 mila. Nel 2017 comunque si registra un lievissimo miglioramento di 15 mila unità rispetto all’anno prima (ma non al Sud dove la situazione peggiora). Quattro nuclei su 100 in sostanza non hanno percepito alcun reddito e la metà di questi è residente nel Mezzogiorno. (Nicola Lillo)

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EUROSTAT SULLA POVERTÀ
ITALIA, COSÌ NON VA: UN PAESE DI GIOVANI POVERI CHE SOPRAVVIVONO COI SOLDI DEGLI ANZIANI
di Gianni Balduzzi, da LINKIESTA del 26/4/2018 (www.linkiesta.it/ )
I dati Eurostat ci dicono che 1 italiano su 3 è a rischio povertà, sempre più famiglie dipendono dalla pensione di qualche over 65 e aumentano i “working poors”. Una situazione di miseria diffusa che rende difficile qualsiasi politica di welfare. L’unica soluzione sono investimenti e (buon) lavoro
Che l’Italia fosse tra i Paesi in cui secondo i dati Eurostat vi sono più persone a rischio povertà ed esclusione sociale lo si sapeva. Il 30% dei cittadini, in crescita nonostante la ripresa. Contro il 23,1% dell’area euro e il 19,7% della Germania.
Quello che appare però realmente problematico è il fatto che in Italia la povertà o il rischio di caderci non è cosa da pochi emarginati, disoccupati, immigrati appena arrivati.
È molto più diffuso di quanto si possa pensare, anche in segmenti della società che si sentono al sicuro.
Innanzitutto non è solo una questione di redditi bassi, come accade altrove e come apparirebbe logico.
Essendo considerato come la condizione di chi si ritrova non solo con un reddito inferiore del 60% a quello mediano, ma anche di chi è in un nucleo familiare con pochissimo o nessun lavoro, affligge in Italia incredibilmente anche una persona su 20 tra quelle che sono nella porzione più ricca della popolazione.
E questo accade più nostro Paese che altrove in Europa. Anzi, se l’Italia risulta tra i primi in questa classifica sul rischio povertà ed esclusione è proprio per questo. Se considerassimo infatti solo chi ha un reddito basso, per esempio quanti sono a rischio tra chi è nel secondo minore quintile di reddito saremmo sì al di sopra della media UE, ma con il 23,5% solo al nono posto, e messi meno peggio anche della Spagna oltre che della Grecia e di diversi Paesi dell’Est. Nel primo quintile, quello con il reddito minore, quasi per ogni Paese la percentuale è del 100% naturalmente, tutti a rischio povertà.
Ma man mano che si prendono in considerazione i redditi più alti, risultiamo sempre più ai primi posti. Tra chi è nel 20% più ricco ben il 5,5% è comunque a rischio povertà ed esclusione sociale, più di chiunque altro in Europa tranne che in Bulgaria. Contro il 2,1% medio della UE, o l’1% della Germania.
Sono forse numeri di nicchia ma significativi. Vuol dire per esempio che ci sono in Italia più che altrove famiglie in cui magari non lavora nessuno ma che vanno avanti grazie a qualche rendita o all’ingente pensione di qualcuno sopra i 65 anni. Cosa succederà quando mancherà? Eurostat considera giustamente a rischio chi è in questa situazione.
Che vi sia una maggiore disconnessione tra il rischio povertà ed il reddito è evidente anche dalla relazione con la situazione occupazionale. Se altrove il povero è colui che non ha un lavoro, e basta imbastire efficienti politiche occupazionali per risolvere il problema, in Italia non è così semplice. Se in Germania chi è disoccupato ha il 320,7% di probabilità in più di un cittadino medio di essere a rischio povertà ed esclusione, ovvero più del quadruplo, e in Francia il 262% in più, in Italia è solo il 132,4% in più. Lo stesso si può dire per gli inattivi, vi è solo il 50,5% del rischio di divenire poveri o esclusi nel nostro Paese, contro un +105,6% in Germania.
Una maggiore spalmatura delle situazioni di disagio si nota anche considerando il parametro istruzione. Chi ha licenza elementare e media in Italia ha solo il 27,3% di rischio in più di essere povero, in Germania il 101,5%. Al contrario avere anche solo un diploma garantisce molto più nel nostro Paese che altrove.
Anche l’istruzione influisce meno che altrove, dunque. Anzi, vi è un paradosso. È meno a rischio di povertà un figlio di genitori con istruzione minima in Italia che in Germania e in Francia. Mentre è doppio se parliamo dei laureati.
Anche da questi dati si può comprendere il minor incentivo a migliorare la propria istruzione nel nostro Paese. Rispetto a quanto accade altrove non vi sono neanche enormi differenze tra il rischio povertà di chi ha una cittadinanza italiana e gli stranieri. Per questi ultimi nel nostro Paese è doppio rispetto agli autoctoni, ma in Svezia è del 303% in più, in Francia del 247,7% maggiore, in Spagna, Germania, nella UE in media è sempre più grande la sproporzione tra le due categorie.
Siamo nella atipica posizione di un Paese in fondo meno diseguale di altri, in cui i poveri sono tanti e diffusi in modo piuttosto omogeneo, almeno a livello sociale se non geografico, visto l’enorme gap tra Nord e Sud.
Non è però una buona notizia. Che non vi siano nelle città veri ghetti separati dal resto in cui vivono, raggruppati, immigrati a bassa istruzione e senza lavoro può rendere felici ma significa che non basta dare sussidi, ma che si deve agire su più fronti.
Dal lato del lavoro, se in fondo moltissimi dei tanti inattivi e disoccupati in Italia hanno di che vivere, magari perchè dipendenti da altri familiari, è anche più complesso impostare un eventuale welfare.
Basarsi solo su sussidi mirati per chi non ha un lavoro una potrebbe essere un buco nell’acqua, nel momento in cui capita più in Italia che altrove, che un disoccupato o un attivo si ritrovi spesso con redditi familiari migliori di chi ha un’occupazione magari molto mal pagata.
È indispensabile, ancora una volta, accrescere la produttività, perché il lavoro che esiste e che può crearsi possa pagare salari più alti, generare contratti meno precari, non solo per portare fuori dalla povertà molti “working poors”, ma anche per incentivare ad occuparsi, e a studiare per ottenere un lavoro remunerativo. Per spezzare quel legame di dipendenza, dal padre e dal nonno pensionato, dal marito unico percettore di reddito, che rappresenta un elemento di rischio nel momento in cui questo viene meno.
Solo con tassi di occupazione molto alti, di livello europeo, meno lavoretti precari e più di qualità, il rischio di povertà può non solo diminuire, ma divenire qualitativamente più facilmente aggredibile.
C’è bisogno di investimenti, più ricerca, le solite cose, troppo spesso ripetute, che nell’attuale dibattito politico però vengono surclassate dall’invocazione di soldi a pioggia, che in altri luoghi forse possono anche funzionare, ma non da noi, dove il campo da irrigare è troppo vasto e disperso. (Gianni Balduzzi)

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CERCO E OFFRO LAVORO | ISTAT | POVERI IN ITALIA

9 maggio 2018 DA TODAY http://www.today.it/
– Poveri e in cerca di lavoro, emergenze raddoppiate in 10 anni: le eredità del governo
In Italia ci sono un milione di famiglie nelle quali non lavora nessun componente mentre sono oltre 5 milioni coloro che vivono in povertà assoluta. E al Sud l’emergenza è assoluta –
CERCO E OFFRO LAVORO | ISTAT | POVERI IN ITALIA
In Italia ci sono 5 milioni di persone in povertà assoluta e oltre un milione di famiglie che non percepiscono reddito da lavoro, ovvero in 4 famiglie su 100 tutti i componenti stanno cercando lavoro, erano 535mila nel 2008. Numeri che certificano lo stato dell’economia del Belpaese e che dagli ultimi dati appare in evidente rallentamento.
La povertà secondo la stima preliminare dell’Istat coinvolgerebbe nel 2017 poco meno di 1,8 milioni di famiglie, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 2016 (6,3%; era 4% nel 2008).
Lavoro cercasi, metà dei disoccupati vivono al Sud
Secondo l’Istat sono raddoppiate in dieci anni le famiglie i cui componenti non hanno redditi da lavoro e di queste, più della metà sono residenti nel Mezzogiorno. Lo si legge nella relazione del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, presentata alle commissioni Speciali riunite alla Camera per una audizione sul Def
“L’incidenza di queste famiglie è decisamente più bassa al Nord (circa 2 ogni 100, rispetto a 7 su 100 nel Mezzogiorno)”.
CONFCOMMERCIO: “LA RIPRESA ECONOMICA SI INDEBOLISCE”
“Un ulteriore sintomo di un quadro congiunturale in cui si rafforzano i segnali di discontinuità e si conferma, nonostante l’importante revisione al rialzo dei dati relativi alle vendite di febbraio, la sensazione di un complessivo indebolimento della ripresa”. Spiega l’Ufficio Studi di Confcommercio ai dati sulle vendite al dettaglio di marzo diffusi dall’Istat.
“Importante bloccare l’aumento dell’IVA, previsto dalle clausole di salvaguardia, rappresenterebbe un fattore importante per ridurre gli elementi d’incertezza che portano le famiglie a guardare con preoccupazione al futuro”.
CODACONS: “CRISI ECONOMICA PER LA PRIMA VOLTA COLPISCE IL NORD”
“La crisi economica che ha investito il nostro paese negli ultimi anni continua a far sentire i suoi effetti, con conseguenze dirette sull’incidenza della povertà” denuncia il presidente del Codacons Rienzi.
“Dati in grave peggioramento che, per la prima volta, non riguardano solo il Mezzogiorno ma, come attesta l’Istat, coinvolgono anche le regioni del Nord Italia, dove si registra un aumento dei cittadini poveri”.

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ECCO CHI SONO I NUOVI POVERI NELL’ITALIA INGIUSTA

di Francesca Sironi, da L’ Espresso 19/2/2018

– Il Sud. I ragazzi fra i 18 e i 24 anni. E le persone al bivio di un licenziamento prima della pensione. Un’indagine esclusiva rivela le categorie più colpite dall’aumento del divario –

   Un nuovo sguardo allo slittamento in corso nel Paese. Una foto inedita della crepa aperta al centro della società.  Sono i dati elaborati dall’Istat per L’Espresso, pubblicati in queste pagine, che evidenziano come sono cambiate le disuguaglianze in Italia nelle diverse regioni e nelle differenti classi di età, dal 2004 al 2016. Più che un’evoluzione, queste statistiche fanno affiorare un’involuzione. Certificano cioè l’aggravarsi del divario fra chi ha e potrà avere, e chi non ha. Mostrando come il problema abbia solo sfiorato, per ora, alcune categorie, mentre ne ha già gravemente penalizzate altre. Soprattutto i giovani. Le regioni del Sud. E le persone attorno ai 55 anni. Parti di popolazione che si stanno separando a una velocità cui la politica risponde in ritardo.
Innanzitutto, il metro. L’indicatore considerato qui per misurare la febbre alla malattia del secolo, la distribuzione ineguale della ricchezza, è “l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile”. Si tratta di un valore utilizzato come riferimento per valutare il benessere economico della popolazione dall’Unione europea, dall’Ocse e dall’Istat. Definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, come il divario che separa il 20 per cento della popolazione con il reddito più alto dal 20 per cento con quello più basso.

   Nel calcolare di quanto si sia spalancata la forbice della ricchezza nel nostro Paese, la serie dell’Istat mostra ad esempio come in alcune regioni del Sud, Calabria e Sicilia in testa, i cittadini che si trovano al seminterrato della piramide sociale non riescano ormai nemmeno a intravederli, i fortunati ai piani alti. L’indicatore della disuguaglianza, in queste due regioni, è infatti oggi superiore a quello registrato all’interno di Paesi come Romania e Bulgaria. Ed è aumentato dal 2008 in poi.
Nello stesso periodo si è fermato l’ascensore dei redditi anche nel Lazio: la regione della capitale di Stato è diventata il quarto territorio d’Italia per gap fra ricchi e poveri. «Mentre al Nord i benefici della ripresa sembrano essere stati distribuiti meglio fra i residenti, in molte regioni del Sud la distanza aumenta», spiega Massimo Baldini dell’Università di Modena e Reggio Emilia: «Solo poche famiglie, in questi territori, partecipano allo sviluppo. Se il dato del 2016 verrà confermato dalle indagini future, sarà definitivamente assodato che siamo di fronte a una ripresa solo per alcune fasce della popolazione, quelle già solide. Insomma, che piove sul bagnato».
Questa deformazione nell’accesso al futuro riguarda tanto la geografia territoriale quanto quella sociale. E anagrafica. «Dopo la crisi», dice Salvatore Morelli, ricercatore del Graduate Center della City University di New York (dove collabora con uno dei massimi esperti mondiali della materia, Branko Milanovic), «in Italia i redditi da lavoro dipendente e autonomo sono crollati, mentre le entrate garantite dalla proprietà di immobili, o dalle pensioni, sono rimaste più o meno stabili. I pensionati così hanno guadagnato terreno in termini relativi, mentre i lavoratori hanno perso». Giovani fragili da una parte, padri rimasti un po’ più protetti dai traumi economici dall’altra. È il nuovo conflitto generazionale. Con l’unico welfare rimasto, spesso: quello famigliare. Genitori accanto ai figli oltre i 30 anni.
L’allarme arriva anche dal Fondo monetario internazionale, che in una nota appena pubblicata scrive: «Il rischio di povertà fra i giovani, in Europa, sta aumentando. Rispetto al 2008 la possibilità di scivolare sotto la soglia della povertà per gli over 65 è diminuita drasticamente, mentre per i ragazzi dai 18 ai 24 anni è cresciuta». Prima della scossa, la possibilità di ritrovarsi poveri colpiva in modo simile entrambe le fasce d’età. Ora la popolazione sotto i 34 anni possiede meno del cinque per cento della ricchezza del continente. L’Occidente sembra aver dimenticato in cantina i suoi figli. Negli Stati Uniti risaliti dallo shock economico, il reddito medio degli over 75 è cresciuto del 40 per cento dal 2013 ad oggi, «mentre quello delle famiglie con meno di 35 anni è aumentato soltanto del 12», ricorda Morelli.
Quanto il nostro Paese ricalchi il quadro europeo lo spiegano Andrea Brandolini, Romina Gambacorta e Alfonso Rosolia in un saggio intitolato mestamente: “Disuguaglianza nella stagnazione: l’Italia nell’ultimo quarto di secolo”, che sarà pubblicato a breve in un volume della Oxford University Press. La crisi della distribuzione della ricchezza, spiegano gli autori, è stata una scossa violenta in Italia all’inizio della recessione degli anni ’90. Allora ci fu uno smottamento dalla classe medio-bassa alla povertà. Da quel momento in poi, però, spiegano gli autori, gli indici sembrano rimasti stabili.
Tanto da portare i ricercatori a dire: «Non c’è evidenza di uno schiacciamento della classe media, in termini di reddito, preoccupazione invece ricorrente nel dibattito in Italia». La stabilità nasconde però delle debolezze altrettanto profonde e aumentate in questo periodo. Riguardano, concludono gli autori, le famiglie di immigrati, rimaste ai margini della distribuzione di ricchezza, e «i divari tra giovani e anziani».

   Ora, il bivio fra chi ha una prospettiva solida, chi potrà accumulare, cioè, avere possibilità di spendere, risparmiare, scegliere, e chi invece si vede sottratti ogni volta nuovi pezzi di orizzonte non separa solo i giovani dagli adulti. Ma anche i giovani dai giovani. Si sta ampliando infatti anche il divario fra coetanei, come mostrano i dati presentati in queste pagine. Cresce cioè anche la disuguaglianza all’interno della stessa classe d’età, soprattutto per chi ha dai 18 ai 24 anni. «L’ingresso nel mondo del lavoro avviene attraverso impieghi poco pagati o part time, sottoposti a una pressione verso il basso dei salari che è maggiore in Italia rispetto al resto d’Europa», commenta l’ex ministro Enrico Giovannini, ordinario di statistica economica a Tor Vergata, ora portavoce della “Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile”: «Poiché nel nostro Paese poi la scala dell’aumento del reddito è molto più legata all’anzianità che non al merito, sarà difficile per i ventenni di oggi superare il gap».

   Quanto tempo sarà necessario per stringere il divario? Per colmare cioè il vantaggio che può esercitare oggi a 20 anni chi ha ereditato un capitale di partenza, con le relative chance, rispetto a chi deve crearsi una ricchezza in un contesto in cui diventa sempre più difficile fondare il proprio futuro sui propri redditi? In un sondaggio Ipsos, pubblicato nel 2017 e basato su oltre 18mila questionari raccolti in 22 Paesi, il 71 per cento dei francesi ha detto che I RAGAZZI AVRANNO UNA VITA PEGGIORE DI QUELLA DEI LORO GENITORI. In India sono pessimisti solo in due su 10. In Italia, lo è il 48 per cento della popolazione.

   La distorsione dell’accesso al futuro non riguarda solo i salari. «In tutto il mondo stiamo assistendo a una polarizzazione del lavoro», spiega Emilio Reyneri, professore emerito di Sociologia all’università Bicocca di Milano. Ovvero UNA RIDUZIONE DELLA CINTURA MEDIA DI IMPIEGATI, OPERAI, COMMERCIANTI O ARTIGIANI – in via d’estinzione – A FAVORE DI UNA “FASCIA ALTA”, di tecnici e operai specializzati o esperti, E DI UNA “FASCIA BASSA” DI MANSIONI A BASSA PRODUTTIVITÀ E BASSO VALORE AGGIUNTO».

   Continua Reyneri: «Solo in Italia, e in Grecia, fra i Paesi sviluppati aumenta maggiormente l’offerta nella fascia bassa». Logistica, terziario, magazzini e centri commerciali, micro-imprese, o aziende che faticano a investire in innovazione. «Contrariamente a quanto sostiene l’opinione più diffusa, il cuore del problema è questo, IN ITALIA: PIÙ CHE IL LAVORO INSTABILE, IL CATTIVO LAVORO DISPONIBILE». Risultato: «Abbiamo pochi laureati. Ma ancor meno posti di lavoro qualificati», conclude Reyneri, «e quanti non si adattano ad abbassare le aspettative che fanno? Emigrano».
   È un’ipoteca sul futuro del Paese. Sulle nuove generazioni, la loro possibilità di crescere. E le risposte della politica sembrano girare a vuoto. «IN ITALIA SI PARLA QUASI ESCLUSIVAMENTE DI INTERVENTI CONTRO LA POVERTÀ, COME È AVVENUTO PER IL REDDITO DI INCLUSIONE, introdotto di recente. Sono misure utili, certo, ma non avranno un impatto molto forte», commenta Maurizio Franzini, professore di economia politica alla Sapienza di Roma e fra gli autori pochi mesi fa di un “MANIFESTO CONTRO LA DISUGUAGLIANZA” pubblicato dalla rivista “Etica ed Economia”: «Per riequilibrare i redditi bisogna alzarli a chi sta in basso. Prendendo le risorse dove? Certo è impopolare dire che bisogna frenare chi sta al top, ma è così». In campagna elettorale al contrario vanno forte le proposte di flat tax.
Ma la bilancia è già rotta: a metà 2017, ha denunciato Ofxam pochi giorni fa, in occasione del vertice finanziario di Davos, in Svizzera, il 20 per cento più ricco degli italiani deteneva oltre il 66 per cento della ricchezza.
La mancata redistribuzione della ricchezza non è il solo ostacolo a una maggiore equità. «Soprattutto per i giovani, pesano anche le differenze all’accesso nei percorsi di istruzione, e quindi di sviluppo del capitale umano», continua Franzini: «Così come la frammentazione dei contratti», che a parità di merito porta a destini separati per redditi e garanzie riconosciute. Almeno il Jobs act è servito ad appianare le differenze? «Assai poco. Ha distribuito incentivi, sì, ma temporanei. E non ha ridotto, anzi amplificato le opzioni contrattuali».

   Per cambiare rotta, servirebbero investimenti. In ricerca, istruzione, ammortizzatori sociali capaci di bloccare la spirale negativa del mercato del lavoro, riprende Giovannini. Ma ci si ferma sempre al muro delle “politiche attive”, banco di sabbia per qualsiasi misura di sostegno al reddito in Italia. «Quando ero ministro facemmo un primo censimento dei centri per l’impiego, gli uffici che dovrebbero aiutare i disoccupati a trovare nuovi percorsi: abbiamo in tutto un decimo dei dipendenti dedicati a questo in Germania. E la riforma si è bloccata con il referendum», per l’incertezza tra chi dovesse tenere in mano le leve del comando fra lo Stato, le Regioni e le Province. È rimasto tutto fermo. «Così continua a mancare welfare per chi è ai margini», o proprio fuori dal sistema pensionistico.
Lo dimostra l’altro dato che percorre queste pagine. Se i pensionati sono stati più protetti dagli assegni o dai risparmi, in questi anni, non è andata così per coloro che si trovano al guado dell’età. Chi ha fra i 55 e i 59 anni, infatti, sta percorrendo oggi binari sempre più divergenti rispetto a dieci anni fa. «Da un lato c’è chi è stato costretto a rimanere al lavoro dalle riforme, ma ha continuato comunque a percepire uno stipendio», spiega Brandolini: «dall’altro chi ha perso il posto a causa della crisi e non è potuto andare in pensione». E nemmeno rientrare nel mercato, se non a fatica, o accettando retribuzioni molto inferiori alle precedenti. Scoprendosi così precario, e diseguale, alla vigilia dei sessant’anni.
Per concludere con almeno una nota positiva, i milionari italiani, certifica l’ultimo rapporto targato Crédit Suisse sui paperoni globali, sono aumentati, arrivando a un milione e 288 mila nel 2017. In alto 138 mila flûte in più. (Francesca Sironi)

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COS’E’ IL REDDITO DI INCLUSIONE

Il Reddito di inclusione (REI) è una misura di contrasto alla povertà dal carattere universale, condizionata alla valutazione della condizione economica. I cittadini possono richiederlo (dal 1° dicembre 2017) presso il Comune di residenza o eventuali altri punti di accesso indicati dai Comuni. Il REI si compone di due parti:
1- un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI);
2- un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà, predisposto sotto la regia dei servizi sociali del Comune.
Dal 1° gennaio 2018 il REI ha sostituito il SIA (SOSTEGNO PER L’INCLUSIONE ATTIVA) e l’ASDI (ASSEGNO DI DISOCCUPAZIONE).
A CHI SI RIVOLGE
Il REI nel 2018 sarà erogato alle famiglie in possesso dei seguenti requisiti.
REQUISITI DI RESIDENZA E SOGGIORNO
Il richiedente deve essere congiuntamente:
– cittadino dell’Unione o suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
– residente in Italia, in via continuativa, da almeno due anni al momento della presentazione della domanda.
REQUISITI FAMILIARI
Il nucleo familiare deve trovarsi in almeno una delle seguenti condizioni:
– presenza di un minorenne;
– presenza di una persona con disabilità e di almeno un suo genitore o un suo tutore;
– presenza di una donna in stato di gravidanza accertata (nel caso in cui sia l’unico requisito familiare posseduto, la domanda può essere presentata non prima di quattro mesi dalla data presunta del parto e deve essere corredata da documentazione medica rilasciata da una struttura pubblica).
– presenza di una persona di età pari o superiore a 55 anni che si trovi in stato di disoccupazione.
Continua:
http://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/poverta-ed-esclusione-sociale/focus-on/Reddito-di-Inclusione-ReI/Pagine/default.aspx

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COSÌ IL REDDITO DI CITTADINANZA PUÒ MIGLIORARE IL REI

13.03.18, CHIARA SARACENO, da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/
Il reddito di cittadinanza proposto da M5s è insostenibile nel breve-medio periodo dal punto di vista finanziario e dubbio sotto quello dell’equità e dell’efficacia. Ma alcune sue caratteristiche potrebbero essere integrate nel Rei, per migliorarlo.
INTERPRETAZIONI FANTASIOSE
Sul reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 stelle circolano molte interpretazioni false, alimentate dallo stesso nome utilizzato. Stranamente i Cinque stelle non si sono curati di smentirle. Come se ci fosse un simmetrico interesse tra loro e i loro oppositori a lasciar credere qualche cosa di falso, ovvero che il reddito di cittadinanza verrebbe dato a tutti, o almeno a tutti i “disoccupati”, indipendentemente dal reddito e senza condizioni. Lo ha sostenuto, in chiave di denuncia, Matteo Renzi lungo tutto la campagna elettorale. Lo ha ripetuto ancora qualche sera fa, esprimendo la sua totale contrarietà di principio, anche Carlo Calenda su la7, da Lilli Gruber, per esemplificare una delle ragioni per cui sarebbe contrario a un sostegno del Pd a un governo a guida M5s.
Invece di smentire queste interpretazioni, i M5s hanno lasciato che si diffondessero, contando sull’attrazione che potevano avere per una parte dell’elettorato.
Premesso che il reddito di cittadinanza ha fautori di tutto rispetto nel dibattito internazionale, da TONY ATKINSON a PHILIPPE VAN PARIJS per fare due nomi, ed è sostenuto da non banali argomentazioni filosofiche e politiche, quello proposto dal M5s non corrisponde a quel concetto, dato che il reddito di cittadinanza, o di base, è inteso come un ammontare da dare a tutti senza condizioni e indipendentemente dalle condizioni individuali e famigliari. Non è concepito come uno strumento di contrasto alla povertà e neppure in alternativa al lavoro, ma come strumento di libertà per negoziare le condizioni a cui lavorare.
Il reddito chiamato impropriamente di cittadinanza da M5s, invece, concettualmente non è diverso dal reddito di inclusione (Rei), che tardivamente, e con molte resistenze entro lo stesso Pd, è stato introdotto dal governo uscente: un reddito a sostegno di chi si trova in povertà, condizionato alla disponibilità di darsi da fare per trovare un lavoro. Anzi, il cosiddetto reddito di cittadinanza M5s su questo punto appare sulla carta più stringente del Rei, dato che imporrebbe di accettare qualsiasi lavoro.
DIFFERENZE TRA REI E REDDITO DI CITTADINANZA
Le differenze tra le due misure sono grandi solo su due punti – e la cosa non è irrilevante perché ha effetti sul costo: l’individuazione della soglia di povertà, che nel caso della proposta M5s è molto più alta, quindi la misura riguarderebbe una platea maggiore di quella stimata, a regime, per il Rei; così come sarebbero molto più alti gli importi medi e dunque il costo complessivo della misura. Inoltre, sembra (su questo non c’è sufficiente chiarezza) che si tenga conto solo del reddito e non della ricchezza, cioè dell’Isee, con tutti i rischi di “falsi poveri” che tale criterio comporta.
Infine, a differenza del Rei, il sostegno sarebbe erogato fin che il bisogno persiste e non sospeso dopo 18 mesi, a prescindere che la situazione sia migliorata o meno. Il principio in sé è condivisibile (ed è adottato nella maggioranza delle democrazie occidentali). Ma se considerato insieme al grande numero dei potenziali beneficiari, alla difficoltà di approntare per ciascuno di loro un progetto lavorativo realistico e che li porti a superare la soglia di povertà posta relativamente molto in alto, il principio rischia di trasformare questa forma di sostegno al reddito in un contributo permanente.
Rischia anche di provocare ingiustizie tra chi si trova sotto la soglia, ma non è disoccupato e dunque non ha i requisiti per ottenere il sostegno e chi è ufficialmente disoccupato e quindi, tramite il reddito di cittadinanza, ottiene un reddito fino alla soglia di povertà individuata. Per lo stesso motivo, rischia di favorire il lavoro nero.
Tutte queste caratteristiche rendono la proposta insostenibile nel breve-medio periodo dal punto di vista finanziario e dubbia dal punto di vista sia dell’equità sia dell’efficacia. Ma non impedirebbero di utilizzarne gli importanti aspetti di universalismo a parità di bisogno e di vincolo di durata connesso all’uscita dal bisogno per migliorare il Rei.
Innanzitutto, finanziandolo in modo adeguato a coprire, possibilmente con un ammontare più corposo, tutta la platea dei poveri assoluti e non solo meno della metà, come avverrà da giugno, quando entrerà in vigore sostituendo il più restrittivo Sia (sostegno per l’inclusione attiva) che lo ha preceduto.
In secondo luogo, si potrebbe pensare di premiare chi si ingegna a procurarsi un reddito da lavoro, per quanto insufficiente, non togliendo, fino a una soglia da definire, un euro di sussidio per ogni euro guadagnato. In terzo luogo, andrebbe valutata la sensatezza, dal punto di vista dell’equità e dell’efficacia, di interrompere il sostegno dopo 18 mesi, anche se, nonostante gli sforzi e la buona volontà, la persona e la famiglia non sono riusciti a uscire dalla povertà assoluta.
Chi ha a cuore la sorte dei poveri – e non pensa che debbano vivere in apnea in attesa che la domanda di lavoro sia adeguata numericamente al bisogno e offra sempre un reddito decente – non può continuare a ripetere come un mantra che invece di sostenere il reddito occorre creare lavoro, come se le due cose fossero in alternativa.
Come se ci fosse abbastanza lavoro per tutti e se bastasse avere un lavoro per uscire dalla povertà, in un paese in cui oltre il 12 per cento delle famiglie di operai è in povertà assoluta e oltre l’11 per cento dei minori che si trovano in povertà assoluta vive in una famiglia dove c’è una persona che lavora. Senza fughe in avanti, con realismo, si può migliorare il Rei anche sulla base di un accurato monitoraggio di ciò che funziona e ciò che invece va cambiato. Senza buttare a mare il poco, ma importante, che si è cominciato a fare, in nome di promesse che è impossibile mantenere. Un ragionamento analogo vale anche per il “REDDITO DI DIGNITÀ”, proposto in modo molto più generico dalla coalizione di centro-destra. (Chiara Saraceno)

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REI (REddito di Inclusione)

Aiuti a 900 mila poveri in Italia. Sette su 10 al Sud.
da http://www.repubblica.it/economia/ del 28/3/2018
– Inps e ministero del Lavoro hanno presentato i dati dell’Osservatorio statistico sul reddito di inclusione. L’importo medio mensile raggiunge i 328 euro in Campania. Tito Boeri: “Raggiunta la metà della platea potenziale. Chi ha a cuore questo problema si impegni a trovare nuove risorse”. La soluzione proposta dai grillini può costare fino a 38 miliardi –
Le persone beneficiate da misure di contrasto alla povertà sono nel primo trimestre 2018 quasi 900 mila e 7 su 10 dei destinatari risiedono al Sud Italia. Campania in testa, seguita da Sicilia e Calabria. L’Osservatorio statistico sul Reddito di inclusione, presentato oggi dall’Inps e dal Ministero del Lavoro, rivela anche che sono stati coinvolte dal Rei (Reddito di inclusione) 316.693 persone (in 110 mila famiglie) mentre altre 47.868 persone (in 119 mila famiglie) sono state interessate dal Sia (il Sostegno di inclusione attiva).
Soddisfatto il premier dimissionario Paolo Gentiloni: “Il fatto che si siano prese delle misure strutturali è importante. Dopo tre mesi, un periodo brevissimo, si può dire che il Rei funziona. Sappiamo che dal primo luglio vedrà aumentare la platea sia per nuclei che per persone e non stiamo parlando di buone intenzioni. Parliamo di quasi 900mila persone in carne e ossa”.
Il premier ha messo anche in guardia i propri successori. Il Paese, ha detto, “si troverà nelle prossime settimane davanti ad un bivio. Se è vero che c’è moltissima strada da fare e l’elettorato l’ha registrato, penso che la strada imboccata sia quella giusta. Il Paese non può permettersi una fiera delle velleità che ci porterebbe fuori strada”.
Il presidente dell’Inps Tito Boeri spiega che il reddito di cittadinanza, come immaginato dai Cinquestelle, potrebbe costare alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 milioni.
Per tornare al Rei, l’importo medio mensile è di 297 euro e varia da regione a regione. Si passa da un minimo di 225 euro per la Valle d’Aosta fino ai 328 per la Campania; complessivamente le regioni del Sud hanno un valore medio più alto di quelle del nord e del centro. Per le famiglie in difficoltà il Rei, il reddito di inclusione, è uno dei principali sostegni economici.
Il numero medio di componenti per nucleo familiare è passato da 4 per il Sia a 3 per il Rei. L’incidenza dei percettori del reddito di inclusione risulta massima per i nuclei con 6 o più componenti.
L’Inps registra anche che sono destinatarie degli aiuti 57 mila famiglie con minori (che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari). Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili (pari al 20% dei nuclei beneficiari).
Le misure di contrasto alla povertà – secondo il presidente dell’Inps, Tito Boeri – hanno raggiunto il 50% della platea potenziale. Ma “la platea interessata da luglio salirà a 2,5 milioni di persone e 700.000 famiglie. E’ un fatto molto positivo che in Italia si parli di misure di contrasto alla povertà. Abbiamo colmato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”. “Dando maggiore risorse – ha aggiunto – potremmo raggiungere ancora maggiori platee. Spero che chi si batte per queste misure rinunci a mettere delle bandierine, ma si impegni per trovare risorse ulteriori”.

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L’ORA DEL REDDITO DI BASE STA PER ARRIVARE

di Gwynne Dyer, 28/4/2017 da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/ )
Nel giugno 2016 in Svizzera è stato organizzato un referendum sull’introduzione di UN REDDITO MINIMO UNIVERSALE che avrebbe garantito 2.500 franchi elvetici al mese (circa 2.250 euro) a ogni abitante. Si trattava di un vero e proprio reddito di base universale, poiché ne avrebbe beneficiato chiunque, lavoratore o meno. Gli svizzeri lo hanno respinto con una maggioranza di quasi tre a uno.
In Finlandia, a gennaio 2017, il governo ha effettivamente lanciato un programma pilota di reddito di base, ma si tratta di una timida iniziativa, di portata limitata, che garantisce ai beneficiari appena 560 euro al mese. E certamente non è universale: lo ricevono solo le persone senza lavoro che ricevono il minimo del sussidio di disoccupazione.
In Canada, infine, il 23 aprile (2017) la provincia dell’Ontario ha inaugurato un programma pilota che si trova più o meno a metà strada tra gli altri due. Garantisce più denaro rispetto alla Finlandia (circa 1.400 dollari canadesi, poco meno di mille euro) e non occorre essere disoccupati per riceverli, basta essere poveri.
AFFRONTARE LE NOVITÀ
“Il progetto proverà a valutare quanto sia efficace fornire un reddito di base alle persone che attualmente hanno un reddito basso, che lavorino o meno”, ha spiegato la premier dell’Ontario, Kathleen Wynne. Ma la misura è ancora lungi dall’essere universale, e i suoi sostenitori ci tengono a sottolineare che l’obiettivo finale è far sì che le persone riprendano a lavorare. Anche in Finlandia credono (o almeno dicono di credere) che l’unica soluzione alla povertà sia il pieno impiego.
Durante la loro campagna elettorale sia Hillary Clinton sia Donald Trump hanno fatto riferimento senza sosta a un’epoca di affollate catene di montaggio e di ritorno al bel tempo che fu. Trump ha perfino promesso di “riportare in patria i posti di lavoro” finiti all’estero, come se si fossero tutti semplicemente trasferiti in Cina o in Messico. Forse non sa che la maggior parte dei posti di lavoro mancanti, quelli che hanno creato la “rust belt”, cintura di ruggine, sono stati uccisi dall’automazione e semplicemente non esistono più.
SE LA RABBIA DOVUTA ALLA POVERTÀ DIMINUISCE, ALLORA FORSE I SISTEMI POLITICI DEMOCRATICI POSSONO SOPRAVVIVERE ALL’AUTOMAZIONE
Altre persone, invece, si concentrano sul vero futuro. Se si vuole comprendere l’ascesa di Trump bisogna prima descrivere quel che l’automazione sta causando ai posti di lavoro, soprattutto negli Stati Uniti. Bisogna poi pensare a come impedire che questo straordinario cambiamento provochi disastri politici, economici e sociali.
Dunque il reddito di base universale (UNIVERSAL BASIC INCOME, UBI) oggi è d’attualità negli ambienti politici dei paesi democratici e sviluppati perché potrebbe evitare un simile disastro. Ma è curioso che nessuna delle misure intraprese attualmente in tal senso sia davvero universale, visto che tutti ricevono lo stesso “reddito di base” a prescindere dalle loro altre entrate. Qual è il motivo?
L’UBI non è concepito solo come un mezzo più efficace e meno burocratico di sostegno ai poveri. Dovrebbe anche eliminare lo stigma sociale legato all’essere disoccupato nonché la miseria, la rabbia e l’estremismo politico che questo genera. Se il reddito di base diventa un diritto di tutti, così vuole il ragionamento, allora riceverlo non suscita né vergogna né rabbia. E se la rabbia diminuisce, allora forse i sistemi politici democratici possono sopravvivere all’automazione.
DATI PREZIOSI
Tuttavia siamo ancora lontani dall’introdurre l’UBI su scala nazionale. Ci sarà bisogno ancora, e per molto tempo, di una maggioranza di persone che lavorano, anche se non sappiamo quante saranno quelle ancora disposte a lavorare dopo aver cominciato a percepire un salario di base. Sono questi alcuni degli interrogativi a cui gli attuali programmi pilota dovrebbero aiutare a dare una risposta.
Per ora programmi sperimentali sono presentati come progetti di lotta alla povertà, con l’obiettivo dichiarato di semplificare il sistema e di incoraggiare le persone a rientrare nel mercato del lavoro. Questo perché la popolazione non è ancora pronta ad accettare l’idea di un reddito di base universale. Resiste infatti la convinzione che si debba lavorare per vivere, anche se la società nel suo complesso è già molto ricca e il lavoro delle persone non serve davvero più .
IL PREGIUDIZIO È PARTICOLARMENTE FORTE NEI CONFRONTI DEI POVERI. Come ha scritto una volta l’economista John Kenneth Galbraith, “il tempo libero è una cosa ottima per i ricchi, piuttosto buona per i professori di Harvard e pessima per i poveri. Più sei benestante e più si ritiene che tu abbia diritto al tempo libero. Per chi vive di sussidi pubblici, avere del tempo libero è considerato una cosa riprovevole”.
Anche se questi primi esperimenti dichiarano di avere come unico scopo quello di favorire l’impiego, nel frattempo serviranno a raccogliere dati preziosi sull’effettivo comportamento delle persone che hanno un reddito di base garantito.
Quando i sostenitori dell’UBI su scala nazionale si ripresenteranno con proposte concrete, tra cinque o dieci anni, potrebbero avere degli argomenti molto più solidi di quelli che hanno oggi.
(Traduzione di Federico Ferrone)

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PERCHÉ IL REDDITO DI CITTADINANZA È UNA BUONA IDEA

The Economist, Regno Unito
8/6/2016 da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/
Il 5 giugno gli svizzeri hanno votato a larga maggioranza contro una modifica della costituzione che avrebbe obbligato il governo a intraprendere i passi necessari per assegnare un reddito di cittadinanza universale, un versamento incondizionato in contanti per tutti i cittadini. I sostenitori del provvedimento chiedevano un reddito di 2.500 franchi svizzeri (2.280 euro) al mese.
Comunque, sembra che il reddito di cittadinanza universale stia vivendo un momento di grande interesse. A sostenere l’idea ci sono persone provenienti dai più diversi schieramenti ideologici: da Charles Murray, uno studioso dalle idee libertarie dell’American enterprise institute, orientato a destra, a Andy Stern, un leader sindacale americano. Anche il mondo della tecnologia è interessato: la Y Combinator, un incubatore per start-up tecnologiche, commissionerà uno studio su questo provvedimento. Come funzionerebbe, e perché c’è tanto interesse?
I LAVORATORI PIÙ POVERI AVREBBERO A DISPOSIZIONE PIÙ SOLDI, DA INVESTIRE NELL’ISTRUZIONE O NELLA FORMAZIONE
L’idea di un reddito di cittadinanza è in realtà piuttosto vecchia. In un saggio pubblicato nel 1797, Thomas Paine rifletteva sul fatto che in cambio del consenso sociale per i diritti della proprietà privata i governi avrebbero dovuto pagare a tutti i cittadini 15 sterline all’anno.
I politici si sono trastullati con questa idea nel corso della rivoluzione industriale, ma nel complesso hanno costruito modelli di stato sociale su basi differenti: per esempio prevedendo programmi di assicurazione per chi restava senza lavoro per limiti di età o per problemi di altro tipo. Nell’ultimo decennio però l’interesse per il reddito di cittadinanza è aumentato di pari passo con il timore che i salari dei lavoratori non stiano crescendo abbastanza da sostenere il tenore di vita (o in alcuni casi non crescano affatto).
VANTAGGI E SVANTAGGI
In molti paesi l’aumento dei salari dal 2000 a oggi è stato piuttosto deludente e la quota di reddito totale dei lavoratori (rispetto a quello degli imprenditori o dei proprietari terrieri) è diminuita. Alcuni sostenitori del reddito di cittadinanza temono che potenti nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale renderanno ancora più difficile la vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
Assegnare un reddito di cittadinanza non sarebbe semplice. Corrispondere a ogni adulto e bambino un reddito di circa diecimila dollari all’anno in un paese ricco come gli Stati Uniti richiederebbe un aumento di quasi il 10 per cento della quota di prodotto interno lordo raccolta tramite le tasse e finirebbe per erodere gran parte della spesa sociale non destinata alla salute.
Ci sarebbero, però, dei benefici. I lavoratori più poveri (e le persone che lavorano senza reddito, come le madri casalinghe) avrebbero a disposizione più soldi. Molti potrebbero usare questo reddito per investire tempo e denaro nell’istruzione o nella formazione. L’imprenditoria diventerebbe meno rischiosa. Una rete di sicurezza più robusta darebbe ai lavoratori un potere di contrattazione maggiore con i datori di lavoro e costringerebbe le aziende a impegnarsi di più per trattenere i lavoratori (e per fare investimenti finalizzati all’aumento della produttività). Tuttavia ci sarebbero anche degli svantaggi. Molte persone potrebbero scegliere di non lavorare affatto; potrebbero aumentare le tensioni sociali. La disponibilità di un reddito di cittadinanza rafforzerebbe di sicuro l’ostilità all’immigrazione.
LA FINLANDIA E I PAESI BASSI STANNO PROGETTANDO DEGLI ESPERIMENTI DI REDDITO DI CITTADINANZA
Il governo svizzero, che prima di votazioni simili esprime un’opinione ufficiale, si era dichiarato decisamente contrario a questo provvedimento, affermando che un reddito di cittadinanza si sarebbe rivelato troppo costoso e deleterio sotto il profilo etico: le finanze pubbliche ne avrebbero risentito negativamente e gli svizzeri si sarebbero trasformati in una società di perdigiorno poco motivati.
Eppure altri paesi si stanno muovendo in questa direzione: la Finlandia e i Paesi Bassi stanno progettando degli esperimenti di reddito di cittadinanza. Tuttavia, se il reddito di cittadinanza universale dovrà diventare una parte fondamentale dello stato sociale tra diversi decenni, saranno necessarie molte più prove che i robot rubano il lavoro degli umani e i lavoratori dovranno patire molti più stenti perché la gente nella maggior parte dei paesi si convinca ad adottare una misura così radicale.
(Questo articolo di R. A. è uscito sul settimanale britannico The Economist.)

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REDDITO SOCIALE DI BASE A TUTTI

di Maurizio Ferrera, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera”, del 22/10/2017
– Dialogo con il filosofo ed economista PHILIPPE VAN PARIJS sulla sua proposta radicale di riforma dei sistemi di protezione sociale. Un trasferimento monetario universale incondizionato per ogni cittadino –
Il vecchio Stato sociale, pensato per il tradizionale lavoro dipendente, non funziona più. Non riesce a combattere la povertà né a ridurre le disuguaglianze, priorità per le quali si stanno studiando nuove proposte. L’idea più radicale, che prevede un reddito di base da erogare a tutti i cittadini, è sostenuta dal filosofo ed economista PHILIPPE VAN PARIJS (Bruxelles, 1951), professore emerito dell’Università cattolica di Lovanio (in Belgio), che in queste pagine si confronta sul tema con Maurizio Ferrera, politologo esperto di welfare e firma del «Corriere». (…)
Una illustrazione organica della sua proposta, con varie risposte alle possibili obiezioni, si trova nel libro scritto da Van Parijs con Yannick Vanderborght (docente dell’Università Saint-Louis di Bruxelles) «IL REDDITO DI BASE», pubblicato in ottobre da “IL MULINO”.
Maurizio Ferrera: La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All, uscito nel 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima, lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo stato? Inizierei questa conversazione rivolgendoti, a trent’anni di distanza, quella stessa domanda.
Philippe Van Parijs: Il reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato ad ogni membro della comunità politica su base individuale, senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro. Dopo avere letto Una Teoria della Giustizia di John Rawls, io pensavo in effetti che suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato. Il “principio di differenza” richiede infatti che vengano massimizzate non solo il reddito ma anche la ricchezza e i “poteri” dei più sfavoriti, assicurando a tutti “le basi sociale del rispetto di sé”. A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.
Ma Rawls non era d’accordo con te….
“No, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.”
Così è il dibattito con Rawls che ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del tuo libro…
“Già. Poi però, in scritti successivi, Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivale al salario minimo di un operaio a tempo pieno. Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai meno sfavoriti.”
Partita chiusa, allora?
“No, in una conferenza che feci a Harvard (Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro che hai citato sopra, Real Freedom for All, ho sostenuto che il punto di vista “liberale” adottato da Rawls consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma dal capitale e dalle conoscenze complessive “incorporate”, per così dire, nella società, quelle che rendono possibile il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale “rendita” che la società ci mette a disposizione e che nessuno di noi, individualmente ha contribuito nel passato ad accumulare.”
Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?
“A meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali) oppure risorse naturali abbondanti e pregiate, il reddito di base deve essere finanziato da una qualche forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Al contrario, porterà i poveri più vicino alla soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali pre-esistenti. Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.
Maurizio Ferrera: Vediamole meglio queste trappole. Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha effettivamente documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse: Workfare in International Perspective. In molti paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori che vengono loro offerti con una specie di pistola alla tempia (come faceva Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio. E’ anche la storia raccontata da Ken Loach nel bel film Daniel Blake. Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione? Dopo tutto, i paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare “attivo”, insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano. Il principio non è work first, ma piuttosto learn first. Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone. …
Philippe Van Parijs: Io credo che i soggetti più adatti a giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo – e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri – siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni, il reddito di base rende più facile abbandonare o non accettare posti di lavoro poco promettenti, a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti di lavoro corrispondenti a ciò che le persone realmente desiderano e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone più che dello stato come migliori giudici dei loro interessi.
Maurizio Ferrera: Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del tuo nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla prospettiva della cosiddetta “stagnazione secolare”. E giustifichi la proposta del reddito di base anche come risposta nei confronti di questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali “di prossimità” (assistenza personale, cura dei bambini, e in generale servizi di “facilitazione della vita quotidiana”) i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere. E la cosiddetta “internet delle cose” sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine o robot, senza però annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico) il ruolo, e dunque l’impiego attivo degli umani, appunto. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro ad un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove. Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Ci sono paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico e pure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei paesi Nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base…
Philippe Van Parijs: In realtà non credo in una rarefazione irreversibile di posti di lavoro. Ma ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone restino bloccate all’interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia “lavorista” consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia “emancipatrice” consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà, – come faccio io – verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base. Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.
Maurizio Ferrera: Veniamo alla vexata quaestio dei costi. Innanzitutto, nella tua concezione, quale dovrebbe essere l’importo del reddito di base? Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese. All’inizio si pensava che si trattasse di un reddito universale, molti italiani ancora credono che sia così. In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di venti miliardi di euro l’anno). In base a quali criteri dovrebbe essere definito l’importo del reddito di base?
Philippe Van Parijs: I promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di CHF 2300, pari al 39% del PIL pro capite della Confederazione. Il loro argomento era che tale livello fosse necessario per portare ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra il 12% e il 25% del PIL pro capite (mf: per l’Italia, la forbice si situerebbe fra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.
Maurizio Ferrera: Tu stesso ammetti come auto-evidente il fatto che l’universalità comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?
Philippe Van Parijs: Partire dal costo lordo – reddito di base moltiplicato per i beneficiari – è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si “autofinanziano” da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all’importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.
Maurizio Ferrera: Fammi capire bene. Poniamo che il reddito di base sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).
Philippe Van Parijs: Esattamente. La seconda fonte sarebbe questa: tutti i redditi sono tassati dal primo euro all’aliquota attualmente applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.
Maurizio Ferrera: Tutti i redditi, dunque anche quelli su patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni o franchigie? E questo basterebbe per auto-finanziare il reddito di base?
Philippe Van Parijs: Le due fonti congiunte assicurerebbero l’auto-finanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni paese ha il suo mix regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l’ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.
Maurizio Ferrera: Nel tuo libro sottolinei l’importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tutti i servizi erogati o finanziati dallo stato. Supponiamo che un immaginario stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?
Philippe Van Parijs: Dovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori, ad un livello che può variare con l’età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia. Va da sé che lo stato continuerebbe a fornire beni pubblici come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una “piacevole immobilità” negli spazi pubblici.
Maurizio Ferrera: I paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del PIL. Come vedresti la transizione verso il reddito di base? Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti. Come affrontare il problema di “diritti acquisiti”, che in molti paesi (primo fra tutti l’Italia) vengono considerati inviolabili anche dalle Corti Costituzionali?
Philippe Van Parijs: La proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una tabula rasa. Al di sopra di importi estremamente modesti, è chiaro che vi dovrà essere una ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita o esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale, non vedo perché essa debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.
Maurizio Ferrera: Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero per attuare riforme così ambiziose dal punto di vista istituzionale e redistributivo….
Philippe Van Parijs: Si, ma fortunatamente il calcolo fra vantaggi e perdite finanziari immediati non è l’unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità di riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della mia vita ad occuparmi di filosofia politica.
Maurizio Ferrera: In effetti, noi scienziati politici siamo a volte troppo realisti. Ma siamo anche convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell’esistente, ma anche “visione”, elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro).
Philippe Van Parijs: Il reddito di base incondizionato è in qualche modo un’utopia. Ma lo erano, fino a non moltissimo tempo fa, anche l’abolizione della schiavitù o il suffragio universale. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l’impossibile” Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un’esortazione da condividere in pieno. Avanti!

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