ISRAELE-PALESTINA E DUE EVENTI INCONCILIABILI: la FESTA della nuova Ambasciata americana a Gerusalemme, e la PROTESTA con 60 morti a Gaza per i 70anni dalla cacciata palestinese del 1948 – NUOVE STRATEGIE (ISRAELIANE, PALESTINESI) per arrivare a una coesistenza in DUE STATI separati

LA MARCIA DEL RITORNO – NAKBA YOM HA’ATZMAUT: in arabo significa «CATASTROFE». I palestinesi hanno celebrato IL «GIORNO DELLA NAKBA» per ricordare la sconfitta subita nella prima guerra combattuta contro Israele tra il 1948 e il 1949. Centinaia di villaggi palestinesi furono distrutti e 700mila palestinesi lasciarono le proprie case, o ne furono espulsi, per diventare profughi. Anche se è avvenuta nel corso di diversi mesi, la Nakba si festeggia simbolicamente il 15 maggio, all’indomani del giorno in cui gli israeliani celebrano la nascita dello Stato di Israele, fondato nel 1948, chiamati il «giorno dell’Indipendenza», festa ufficiale in Israele che ricorda la Dichiarazione di indipendenza letta da David Ben Gurion il 14 maggio 1948 nella sede del museo di Tel Aviv. Da allora è celebrata seguendo il calendario lunare ebraico. Quest’anno è caduta il 19 aprile. Il 14 maggio, nel calendario civile, resta la data della nascita di Israele: per questo l’ambasciata Usa è stata inaugurata in questa data

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Consiglio Diritti Umani dell’Onu

GINEVRA – SERA DEL 18/05/2018 – SCHIAFFO ONU A ISRAELE: COMMISSIONE D’INCHIESTA SU GAZA. Mentre Erdogan arringa le folle – Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha votato a maggioranza una risoluzione in cui si chiede la istituzione di una commissione internazionale di inchiesta che indaghi sulle violenze a Gaza (da http://www.huffingtonpost.it/ )

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   E’ accaduto di tutto nei territorio israeliano-palestinesi in queste ultime settimane. Erano i 70 anni dalla Dichiarazione di indipendenza di Israele del 14 maggio 1948; e Israele intendeva festeggiare. Dall’altra lo stesso avvenimento è stato vissuto dai palestinese: martedì 15 maggio i palestinesi hanno commemorato la Nakba, che significa la catastrofe, così chiamano la nascita di Israele settant’anni fa, marciando, ancora una volta e ancora più numerosi, verso la barriera che li tiene chiusi dentro a quell’angusto corridoio di sabbia che è la Striscia di Gaza.

GAZA, mappa tratta da http://www.osservatorioanalitico.com/ – Tra lo Stato ebraico e la Striscia il confine è lungo 59 chilometri. La frontiera tra Gaza ed Egitto è invece di 13 chilometri.

Contemporaneamente LA FESTA ISRAELO-AMERICANA: lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta da Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Il modernissimo (negli armamenti) esercito israeliano ha distrutto una protesta sì violenta, ma armata di sassi, fionde e copertoni incendiati.

Gaza, violenti scontri al confine con Israele, con vittime e feriti – 35 mila i palestinesi hanno partecipato, in diversi punti, alle manifestazioni tra la Striscia di Gaza da Israele. Hamas aveva proclamato lo sciopero generale per permettere la partecipazione ai cortei. 2.400 I feriti tra i palestinesi nella giornata di scontri, ieri, lungo il confine tra Gaza e Israele.

Ma sono otto settimane che la protesta palestinese è iniziata, in occasione di quella che viene chiamata la “MARCIA DEL RITORNO”. Infatti 70 anni fa (nel 1948) c’è stata la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo di profughi dei campi.
Palestinesi a milioni nei campi profughi, migranti nei propri territori occupati. In CISGIORDANIA con una miriade, sempre crescente in questi decenni, di insediamenti colonici ebraici, con lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate. E Sharon ha poi fatto il muro che taglia in due famiglie e comunità. Dall’altra i palestinesi nel ghetto della STRISCIA DI GAZA, nella miseria totale di persone lì ammassate, così piccola (Gaza) da rendere impossibile qualsiasi economia. E poi GERUSALEMME EST, in una condizione di sequestro, di posti di blocco continui.

28/4/2918: soldati israeliani sparano ai manifestanti palestinesi. (da INVICTA PALESTINA )

La “marcia del ritorno” che i palestinese di Gaza ha messo in atto dagli inizi di aprile, mostra i limiti della loro “autorità”, Hamas, che strumentalmente non aiuta la soluzione del conflitto (anzi, la aggrava). Le otto settimane in cui ogni venerdì si è svolta la “Marcia del ritorno” mostrano una sequenza di proteste: il 6 aprile i manifestanti hanno iniziato con l’incendiare copertoni per coprire il confine di fumo nero; poi è stata la volta degli aquiloni – alcuni con le svastiche! – per incendiare i campi israeliani; il 27 aprile viene abbattuta una porzione di recinzione del confine. Violenza inutile, gratuita. Perché Hamas vuole lo scontro, l’annientamento degli israeliani (ben sapendo che la cosa non è possibile). Hamas che manda al massacro i giovani con le fionde; e dall’altra Israele che spara con armi moderne (e uccide) persone senza armi (armati appunto di fionde e sassi) che solo si avvicinano pur minacciosamente al confine… Chi è “meglio”: Hamas o Israele?? …Ma sarà possibile che questo accada, con tutto il mondo che sta (solo) a guardare?

Maps of Israel and Gaza

E così si sono avuti oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati israeliani, perché il solo avvicinarsi (non oltrepassare!, avvicinarsi) al confine ha dato il “diritto” di sparare.
Dall’altra i (secondo noi) “cattivi” sostenitori delle istanze palestinesi (Erdogan, l’Arabia Saudita, l’Iran…) giocano strumentalmente sulla pelle dei palestinesi per il controllo del Medio Oriente…
E’ in questo (tragico) contesto che si inserisce la decisione degli USA di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa che ha fomentato ancor di più gli animi: sentitisi espropriati del diritto ad avere Gerusalemme Est, della possibilità di poter dichiarare i quartieri arabi della città come capitale del loro futuro Stato.

Scontri al confine tra Gaza e Israele

E non è solo l’America di Trump: l’Ue si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari (come l’Italia) con Israele. Pur affermando, gli europei, la necessità di dare a Gerusalemme uno status di “Città aperta”, “condivisa tra israeliani e palestinesi” (i primi a ovest, i secondi a est), e arrivare a questo attraverso i negoziati.

ABU MAZEN, PRESIDENTE PALESTINESE: “SHOAH, COLPA DEGLI EBREI” – ONDATA DI INDIGNAZIONE INTERNAZIONALE

Il nodo resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Schiacciare i palestinesi, relegandoli in una serie di riserve indiane, non porta a un futuro buono per nessuno.

14 MAGGIO 2018: IVANKA TRUMP INAUGURA L’AMBASCIATA AMERICANA A GERUSALEMME_. L’EVENTO GIUNGE CONTEMPORANEAMENTE AGLI SCONTRI E A SESSANTA MORTI PALESTINESI IN QUEL GIORNO SCOPPIATI AL CONFINE TRA GAZA E ISRAELE.

La mossa (elettorale interna) di Trump di stabilire l’ambasciata USA a Gerusalemme, poteva anche essere un’opportunità per sbloccare una situazione tragica in quella città: il mondo riconosceva sì l’ambasciata Usa (e portava le proprie ambasciate), ma allo stesso tempo riconosceva i palestinesi nella parte est (e portava le proprie ambasciate), a GERUSALEMME EST, legittimando così GERUSALEMME COME CITTÀ CONDIVISA (e riconoscendo per la sua amministrazione unica, la sua integrità, un governo internazionale dell’Onu.

Dal 2002 Israele ha cominciato a costruire una barriera di separazione in Cisgiordania. Dei 764 chilometri di muro pianificati, ne sono stati costruiti 570. La barriera è stata costruita quasi interamente sulle terre palestinesi e ha un impatto molto forte sulla vita delle persone: ogni giorno migliaia di palestinesi sono costretti a fare lunghe file ai checkpoint controllati dall’esercito israeliano per andare a lavorare in Israele. (da INTERNAZIONALE, 28/2/2018)

Forse Israele ha anche paura del “pericolo demografico”: i palestinesi crescono di popolazione molto ma molto di più degli israeliani; e questo sarà un ulteriore problema prossimamente. La Risoluzione 194 dell’Onu del 1948 aveva già da allora riconosciuto «il diritto al ritorno dei palestinesi». Un punto che i negoziatori arabi hanno sempre inserito tra le richieste e che gli israeliani non sono mai stati disposti ad accettare: significherebbe la fine della maggioranza ebraica nel Paese. Questo appunto a proposito di “differenza demografica”. Per questo la creazione di due Stati separati, ciascuno indipendente, è da sempre considerata la soluzione migliore.

IL MURO E LA CODA QUOTIDIANA PER CONTROLLARE I DOCUMENTI E PASSARE IN ISRAELE PER ANDARE AL LAVORO

Nell’incandescente situazione israelo-palestinese, come in tutto il Medio Oriente, servirebbero MEDIATORI, COSTRUTTORI DI PONTI, organismi internazionali e Stati che propongono SOLUZIONI VIRTUOSE, in modo da non scontentare nessuna delle due parti.
Così, con Israele che spara contro la popolazione palestinese solo se si avvicina da Gaza alla frontiera, e dall’altra un atteggiamento violento di Hamas, dei leader palestinesi, (che non hanno problema a mandare al massacro i loro giovani); con gli Stati arabi che vedono tutta la questione palestinese-israeliana in modo strumentale agli equilibri di potere nel Medio Oriente, ebbene così non si va da nessuna parte e la situazione deflagra in continue tragedie. Dobbiamo tutti auspicare e spingere per trovare mediazioni virtuose (micro e macro); lavorare per costruire livelli di comunicazione, ponti tra sponde finora opposte. (s.m.)

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MEDIO ORIENTE SENZA TREGUA: DOPO LA STRAGE DI PALESTINESI A GAZA
TERRA SANTA IN FIAMME
di Fulvio Scaglione, da FAMIGLIA CRISTIANA, domenica 20/5/2018
– ISRAELE E USA HANNO ORMAI CANCELLATO OGNI PROSPETTIVA DI UNO STATO ARABO, RIPRODUCENDO LO SCHEMA DELLE “RISERVE INDIANE”. A CHI GIOVA? –
Due cose si perdono con grande facilità in Medio Oriente: le occasioni e le lezioni. Sulla questione di Gerusalemme si incartarono, nel 2000, a Camp David, nei colloqui convocati da Bill Clinton, sia Yasser Arafat sia Ehud Barak. Né il leader palestinese né il premier israeliano, dopo mille mosse tattiche, ebbero il coraggio di accettare per la Città Santa quella “sovranità condivisa” che avrebbe potuto disinnescare tante tensioni e avviare un dialogo reale, concreto, quotidiano. Tutto andò a monte, all’insegna del motto “O ACCORDO SU TUTTO O NESSUN ACCORDO” che rappresenta a perfezione la cancrena dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
L’occasione andò persa e non si è più ripresentata. Anzi: di strappo in strappo siamo arrivati alla strage, agli oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati di Tsahal, mentre i ministri della tanto celebrata “unica democrazia del Medio Oriente” lietamente proclamano che «chiunque si avvicini al confine con Israele sarà ucciso». Si badi bene: non arrivi o superi, si avvicini. Ovvero, i dimostranti di Gaza saranno uccisi anche mentre si trovano sul loro territorio.
E qui c’è la seconda follia, non imparare mai le lezioni del passato. GLI ATTI D’IMPERIO IN MEDIO ORIENTE DIVENTANO CON GRANDE FACILITÀ TRAGEDIE. In Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan, in Turchia. Perché la Palestina e Israele dovrebbero fare eccezione?
Donald Trump, o chiunque governi gli Usa in questa fase, ha deciso di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Per compiacere la destra cristiana che tanto conta nel suo elettorato, ma soprattutto per invertire il possibile collasso dell’influenza Usa in Medio Oriente. I tragici pasticci in Afghanistan e Iraq, lo schiaffone preso in Siria (dove Washington aveva benedetto il tentativo dei Paesi del Golfo di liquidare Assad e il suo dominio attraverso l’Isis e Al Nusra e dove invece ora si trova non solo Assad, ma anche la Russia), il fallimento del piano per soffocare l’Iran degli ayatollah, che invece di giorno in giorno allarga la propria presenza, i difficili rapporti con l’ex vassallo turco Erdogan, richiedevano una reazione. Eccola.
All’Arabia Saudita, amica di molti terrorismi, forniture di armi e copertura politica. A Israele in regalo la più clamorosa violazione del diritto internazionale che la storia ricordi. Secondo le Nazioni Unite (Risoluzioni del 1971,1980,1993,1997) e la Corte internazionale di Giustizia (2004), GERUSALEMME EST È “TERRITORIO OCCUPATO” dove Israele è la “potenza occupante”.
Gerusalemme deve restare UNA CITTÀ CONDIVISA CON UN’AMMINISTRAZIONE INTERNAZIONALE DIRETTA DALL’ONU. Con la sua mossa, Trump sdogana l’annessione israeliana di Gerusalemme Est e, per logica conseguenza, quella di tutti i Territori palestinesi occupati da Israele dal 1967 (Guerra dei Sei giorni) a oggi.
Come le decine di morti dei giorni scorsi dimostrano, dopo aver cancellato ogni ipotesi di trattativa e ogni prospettiva di arrivare un giorno a uno Stato palestinese, Washington e Gerusalemme sembrano aver deciso che è arrivato il momento giusto per schiacciare i palestinesi, relegandoli in una serie di riserve indiane scollegate tra loro e in tutto dipendenti dalla buona volontà delle forze armate israeliane.
Ha senso? Ovviamente no. Quattro milioni di palestinesi della Cisgiordania e di Gaza non possono sparire e nemmeno essere eliminati. Israele non vuole i due Stati e nemmeno vuole integrarli nell’unico Stato ebraico. Nel frattempo, regala al cinismo di Hamas, sempre pronto a mandare a morire i suoi giovani, l’esasperazione popolare e, tramite questo, prepara lo scontro assai più vasto con l’Iran, che di Hamas è tornato a farsi sponsor e protettore.
Conviene a Israele? Agli Usa? Al Medio Oriente? Conviene ai 128 Paesi che all’Assemblea Generale Onu, condannarono la mossa di Trump e oggi preferiscono tacere? C’era anche l’Italia, nel gruppo. Ma a noi, forse, basta il Giro d’Italia. (Fulvio Scaglione)

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NAKBA, LA CATASTROFE INFINITA

di Tommaso Di Francesco, da “Il Manifesto” del 16/5/2018
I settant’anni dello Stato d’Israele sono anche i settant’anni della NAKBA, la «CATASTROFE» del popolo palestinese, la cacciata nel 1948 di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo di profughi dei campi.
A confermare la doppiezza strabica degli eventi nel rapporto di causa ed effetto, è arrivato lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta di Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Secondo i versi del poeta palestinese MAHMUD DARWISH: «Prigionieri di questo tempo indolente!/ non trovammo ultimo sembiante, altro che il nostro sangue».
Invece sulla descrizione in atto del massacro si esercitano gli «stregoni della notizia»: così abbiamo letto di «ordini dalle moschee di andare correndo contro i proiettili», di «scontri», di «battaglia» e «guerriglia».
Avremmo dunque dovuto vedere cecchini, carri armati e cacciabombardieri palestinesi fronteggiare cecchini, tank e jet israeliani, con assalti di uomini armati. Niente di tutto questo è avvenuto e avviene. Invece, nella più completa impunità, la prepotenza dell’esercito israeliano sta schiacciando una protesta armata di sassi, fionde e copertoni incendiati.
Per Netanyahu poi si tratterebbe di «azioni terroristiche».
Ma la verità è che un popolo oppresso che manifesta contro un’occupazione militare ricorda solo la nostra Liberazione e il diritto dei palestinesi sancito da ben tre risoluzioni dell’Onu (una del 1948 proprio sul «diritto al ritorno»). Sì, la festa triste di un popolo, guidato da Netanyahu e dal nuovo «re d’Israele» Trump, vive della catastrofe di un altro popolo.
Che si allunga all’infinito con la proclamazione di Gerusalemme «unica e storica capitale indivisibile di Israele». Altro che due Stati per due popoli: nemmeno due capitali. Intanto per lo Stato d’Israele il «diritto al ritorno» è costitutivo della natura esclusiva di Stato ebraico.
Ai palestinesi al contrario è permesso solo di vivere a milioni nei campi profughi di un Medio Oriente stravolto dalle guerre occidentali e come migranti nei propri territori occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est); di sopravvivere alla fame nel ghetto della Striscia di Gaza.
Questa è la condizione palestinese, con il muro di Sharon che ruba terre alla Palestina e taglia in due famiglie e comunità; posti di blocco che sospendono nell’attesa le vite umane; lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate; le uccisioni quotidiane; e una miriade di insediamenti colonici ebraici che hanno ormai cancellato la continuità territoriale dello Stato di Palestina.
Dopo tante chiacchiere di Obama che nel 2009 dal Cairo dichiarava: «Sento il dolore dei palestinesi senza terra e senza Stato». E dopo i voltafaccia dell’Ue che si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari – come l’Italia – con Israele, che è da settant’anni in guerra e che occupa terre di un altro popolo.
Allora o si rompe il silenzio complice e si prefigura una soluzione di pace che esca dall’ambiguità di stare al di sopra delle parti – come se Israele e Palestina avessero la stessa forza e rappresentatività, quando invece da una parte c’è lo Stato d’Israele, potente e armato fino ai denti, potenza nucleare e con l’esercito tra i più forti al mondo, mentre dall’altra lo Stato palestinese semplicemente non esiste – oppure sarà troppo tardi.
Il nodo mai sciolto – Rabin a parte, non a caso assassinato da un integralista ebreo – da tutti i governi israeliani resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Che se però non lo riconosce per la Palestina perché dovrebbe pretenderlo per sé? I due termini ormai si sostengono a vicenda oppure insieme si cancellano.
Tanto più che la demografia ormai racconta che le popolazioni arabe hanno oltrepassato la misura di quelle ebraiche. O si avvia una trasformazione democratica dello Stato d’Israele che decide di perdere la sua natura etnico-religiosa di «Stato ebraico», con la pretesa arrogante che i palestinesi occupati lo riconoscano come tale; oppure si conferma la dimensione acclarata di Stato di apartheid come in Sudafrica; con i territori occupati come riserve per i «nativi» nemici.
Scriveva FRANCO LATTES FORTINI nella sua Lettera aperta agli ebrei italiani nel maggio 1989, nella fase più acuta della Prima intifada: «Con ogni casa che gli israeliani distruggono, con ogni vita che quotidianamente uccidono e perfino con ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura occidentale, è stato accumulato dalle generazioni della diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea e cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere».
Provate a rileggere la grande lezione morale di S. YIZHAR (YZHAR SMILANSKY), il fondatore della letteratura israeliana, che in un piccolo romanzo del 1949 KHIRBET KHIZA – significativamente un titolo in arabo, conosciuto da noi come LA RABBIA DEL VENTO, che aprì un dibattito sulle basi etiche del nuovo Stato – racconta la storia di una brigata dell’esercito israeliano impegnata con la violenza a cacciare famiglie palestinesi.
Il romanzo finisce con queste parole di dolore e rammarico: «I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la città ebraica di Khiza! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato (…) Finché le lacrime di un bambino che camminava con la madre non avessero brillato, e lei non avesse trattenuto un tacito pianto di rabbia, io non avrei potuto rassegnarmi. E quel bambino andava in esilio portando con sé il ruggito di un torto ricevuto, ed era impossibile che non ci fosse al mondo nessuno disposto a raccogliere un urlo talmente grande. Allora dissi: non abbiamo alcun diritto a mandarli via da qui!». (Tommaso Di Francesco)

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16.5.18 – L’APPELLO – DA SAVIANO A FOA “TACCIANO LE ARMI PREVALGA IL DIALOGO” – «ISRAELE OGGI ASSOMIGLIA PIÙ A UNA FORTEZZA CHE NON A UNA CASA», ha detto David Grossman aprendo, tre settimane fa, una cerimonia congiunta di commemorazione delle vittime del conflitto, israeliane e palestinesi, a Tel Aviv, in ebraico e in arabo. In queste ore a Gaza sangue si aggiunge su sangue. CONDIVIDIAMO IL DOLORE DELLE VITTIME PALESTINESI. NOI SOTTOSCRITTI, SOSTENITORI DEL DIRITTO DI ISRAELE AD ESISTERE COME STATO ENTRO CONFINI LEGITTIMI, sicuri e riconosciuti, e ugualmente DI QUELLO DEI PALESTINESI AD UNO STATO INDIPENDENTE, guardiamo con ESTREMA PREOCCUPAZIONE alle prime conseguenze, letali per le prospettive della pace, dello SPOSTAMENTO DELL’AMBASCIATA AMERICANA A GERUSALEMME DA PARTE DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP. Non possiamo tacere di fronte all’USO SPROPORZIONATO DELLA FORZA DA PARTE DI ISRAELE. L’uso di armi da fuoco contro civili è ammissibile soltanto se detti civili partecipano direttamente ad azioni ostili, non se varcano o cercano di superare la frontiera con Israele. Vi sono mezzi non letali per contenere e disperdere proteste anche di massa. Condanniamo la retorica fondamentalista di Hamas che non abbandona il rifiuto di Israele né desiste da una guerra di guerriglia che espone la gente di Gaza alla rappresaglia di Israele. Chiediamo, soprattutto, CHE TACCIANO LE ARMI e si cerchino ora e per il futuro, da parte di tutti, LE VIE POLITICHE DEL DIALOGO, della conoscenza reciproca e della pace in tutta la regione. Roberto Della Seta, David Calef, Bruno Contini, Anna Foa, Lisa Ginzburg, Wlodek Goldkorn, Giorgio Gomel, Helena Janeczek, Simon Levis Sullam, Laura Mincer, Michele Sarfatti, Roberto Saviano, Susanna Terracina, Alessandro Treves…. Roberto Saviano, Helena Janeczek e Wlodek Goldkorn

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Schiaffo Onu a Israele: commissione d’inchiesta su Gaza. Mentre Erdogan arringa le folle
IL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI DELL’ONU HA VOTATO A MAGGIORANZA UNA RISOLUZIONE IN CUI SI CHIEDE LA ISTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE CHE INDAGHI SULLE VIOLENZE A GAZA
By Huffington Post , SERA DEL 18/5/2018
L’Onu “inchiesta” Israele. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha votato a maggioranza una risoluzione in cui si chiede la istituzione di una commissione internazionale indipendente che indaghi sulle violenze a Gaza. La risoluzione è stata adottata con 29 voti a favore, 2 contrari e 14 astensioni. I due voti contrari sono di Stati Uniti e Australia. Tra i 14 astenuti, Regno Unito, Germania, Ungheria, mentre, per restare all’Europa, Spagna e Belgio hanno votato a favore. L’Italia non è rappresentata in questo organismo. La risposta di Israele alle manifestazioni palestinesi al confine tra lo Stato ebraico e Gaza, che ha provocato la morte di almeno 62 persone e il ferimento di oltre 3000, è stata “totalmente sproporzionata”: così l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad al Hussein, aprendo la riunione straordinaria del Consiglio. Zeid ha spiegato davanti al Consiglio Onu dei diritti umani che i diritti dei palestinesi vengono sistematicamente calpestati e che 1,9 milioni di abitanti di Gaza sono “ingabbiati in una baraccopoli tossica dalla nascita alla morte”. “Se si mette fine all’occupazione, violenza e insicurezza scompariranno in larga parte”, ha aggiunto Zeid, secondo quanto riferito da Asharq al Awsat. Il voto di Ginevra è stato accolto con sentimenti opposti in Israele e nei Territori palestinesi.
“È ciò che chiedevamo – commenta a caldo con Hp il capo negoziatore palestinese, e segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Saeb Erekat -. Israele non può agire come se avesse godese di una sorta di impunità internazionale che, come è avvenuto nei massacri di Gaza, sembra trasformarsi in licenza di uccidere”. Il dirigente palestinese rilancia la “sfida della legalità”: “I governanti israeliani – annota ancora Erekat – ritengono che la copertura totale offerta dagli Stati Uniti ad ogni forzatura unilaterali, abbia come conseguenza la delegittimazione di ogni organismo o istituzione internazionale”.
Di segno opposto sono le reazioni israeliane. “L’ennesima dimostrazione di una faziosità che non conosce limiti – dice ad HP una fonte governativa a Gerusalemme -. Il Consiglio dell’Onu è ormai divenuto una cassa di risonanza di Hamas”. Poco dopo, arriva la presa di posizione ufficiale. Durissima. Israele “respinge totalmente” la decisione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu che “ancora una volta dimostra di essere un organismo con un’automatica maggioranza anti israeliana dominata dall’ipocrisia e dall’assurdità”. Lo dice il ministero degli Esteri a Gerusalemme. “I risultati del comitato di indagine deciso dal Consiglio sono già noti e imposti dalla forma della Risoluzione stessa. E’ chiaro che l’intento del Consiglio non è indagare la verità ma – ha aggiunto – violare il diritto all’autodifesa di Israele e demonizzare lo Stato ebraico”.
Un Consiglio dal quale Israele dovrebbe ritirarsi e in tutta fretta. A d affermarlo, ieri, era stato il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman che aveva attaccato la condanna dell’organizzazione sull’uccisione dei manifestanti a Gaza. “Attacchi terroristici condotti da Gaza e attacchi di ipocrisia dal Consiglio dei diritti umani. Tutte condanne – aveva twittato il ministro – che vogliono impedire ad Israele di difendere se stesso”. “Dobbiamo immediatamente lasciare il Consiglio e – ha concluso – muoverci per far sì che anche gli Usa facciano questa mossa”.
Nei giorni scorsi, su Gaza c’era stata battaglia (diplomatica) al Palazzo di Vetro. Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un testo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che avrebbe promosso un’indagine indipendente sui fatti nella Striscia di Gaza, secondo fonti diplomatiche. Il testo proposto, bloccato dal diritto di veto degli Usa, diceva che “il Consiglio di sicurezza esprime la sua indignazione e la sua tristezza di fronte alla morte dei civili palestinesi che esercitano il loro diritto di manifestare pacificamente” e chiede “un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire le responsabilità”.
Inoltre, il testo avrebbe “ribadito che ogni decisione o azione che vuole modificare il carattere, lo status o la composizione demografica della città santa di Gerusalemme non ha alcun effetto giuridico, è nulla e non avvenuta e deve essere annullata, conformemente alle risoluzioni pertinenti del Consiglio di sicurezza”. Alla seduta del Consiglio di sicurezza è intervenuto Nikolay Mladenov, coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente: “Israele deve calibrare l’uso della forza, deve proteggere i suoi confini ma farlo in modo proporzionato. Mentre Hamas non deve usare le proteste per mettere bombe e compiere atti provocatori”, ha sostenuto Mladenov. “La comunità internazionale deve intervenire e prevenire una guerra”, ha aggiunto Mladenov, definendo la situazione nella Striscia “disperata”.
Nonostante il nulla di fatto al Palazzo di Vetro, Gran Bretagna e Germania continuano però a chiedere “un’indagine indipendente” sui fatti di Gaza. “Il Regno Unito sostiene un’inchiesta indipendente su ciò che è successo”, ha dichiarato Alistair Burt, ministro britannico per il Medio Oriente e il Nord Africa, intervenendo al Parlamento di Londra.
“Posso dire a nome del governo tedesco che anche noi siamo dell’idea di avviare una commissione indipendente che possa fare luce sulle violenze e sugli scontri sanguinosi nelle zone di confine”, ha riferito alla stampa tedesca il portavoce della cancelliera Angela Merkel e del governo di Berlino, Steffen Seibert. Da un portavoce all’altro: quello delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riferito che “la minaccia dei dimostranti palestinesi radunati vicino alla barriera di Gaza non deve essere considerata sufficiente per l’utilizzo di munizioni vere da parte delle forze di sicurezza israeliane”. “Le forze letali dovrebbero essere usate soltanto come misura estrema, non come prima misura”, nella Striscia di Gaza “sembra che chiunque sia passibile di essere ucciso a colpi d’arma da fuoco” dai soldati israeliani, a prescindere dal fatto che rappresenti o meno una minaccia imminente”, dichiara il portavoce per l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Rupert Colville.
“Il solo fatto di avvicinarsi alla frontiera non è un atto letale, minaccioso per la vita, quindi non giustifica gli spari. Non è accettabile dire che questo è Hamas e quindi questo va bene'”, ha proseguito Colville, in una critica alle motivazioni addotte da Israele per l’alto numero di palestinesi uccisi nelle proteste di ieri al confine della Striscia di Gaza.
Israele ha accusato Hamas di essere dietro le proteste e di aver agito semplicemente per difendere il proprio territorio. Colville ha anche ricordato che tra i palestinesi uccisi c’è una persona biamputata: “Quanta minaccia può costituire una persona biamputata dall’altra parte di una grande barriera fortificata”. Il voto del Consiglio per i diritti umani cade nell'”Erdogan’s day”. Il “Sultano” alla conquista della Palestina. Arringa la folla a Istanbul, orienta il vertice dei Paesi islamici, fa ciò che la Lega araba si è rifiutata di fare: portare Israele davanti alla Corte internazionale per i diritti umani. Recep Tayyp Erdogan è il leader musulmano più in voga a Gaza, osannato come il “nuovo Saladino” che non ha tradito gli shaidid (martiri) massacrati dal fuoco israeliano.
La Turchia chiede che Israele sia portato davanti alla Corte internazionale per i diritti umani, per il massacro di palestinesi sulla Striscia di Gaza. La richiesta proviene direttamente da Erdogan ed è formulata per bocca del suo ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. Prima del vertice, Istanbul ha ospitato una manifestazione “contro l’oppressione e per Gerusalemme”. A infiammare la folla in piazza Yenikapi, è il “Sultano” in persona. Ed è sempre lui, Erdogan a guidare l’incontro dell’Oic. Lo scorso dicembre l’Oic si era già riunita per una sessione straordinaria, sempre convocata dal Capo dello Stato turco, che aveva portato i Paesi membri a una dichiarazione congiunta nella quale i firmatari riconoscevano Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese. L’obiettivo del Sultano è adesso quello di far firmare tutti un nuovo atto, significativo e forte, contro quella che ha già definito “l’occupazione israeliana”, e contro la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.
Alla marea umana che riempie piazza Yenikapi, Erdogan dà in pasto Israele. Di fronte a quello che è successo a Gaza, “le Nazioni Unite sono finite, sono crollate. In questo momento, non riesco neppure a parlare con il segretario generale dell’Onu, nonostante abbiamo una buona amicizia. Se continuerà a esserci silenzio sul bullismo di Israele, il mondo sarà trascinato nel caos”, ribadisce Erdogan. E ancora: “Non permetteremo che Gerusalemme sia usurpata da Israele. Sosterremo la lotta dei nostri fratelli fino al giorno in cui le terre palestinesi – che sono state a lungo occupate – avranno pace e sicurezza dentro i confini di un libero Stato palestinese”.
Si fa paladino della “causa palestinese”, il presidente turco, e al tempo stesso la inserisce in un quadro regionale in cui gli interessi di Ankara confliggono, e non solo in Siria, con quelli dello Stato ebraico e del suo alleato saudita. E lo fa dopo aver rinsaldato il patto con i suoi omologhi russo, Vladimir Punti e iraniano, Hassan Rouhani. Ma c’è anche un disegno interno in questo ergersi a nuovo Saladino in Palestina. Erdogan ha preso il vessillo della difesa della causa dei palestinesi per assumere un ruolo internazionale e cercare di migliorare i consensi tra i 60 milioni di elettori che il 24giugno saranno chiamati alle urne per rinnovare il parlamento e il presidente con nuovi poteri esecutivi.
Così come Putin, anche Erdogan sa accarezzare l’orgoglio nazionalista del Paese, e nel farlo rilancia i mai dismessi sogni neo-ottomani di potenza. In questa ottica, può servire anche la tragedia di Gaza. D’altro canto, a decidere i nuovi equilibri in Medio Oriente, sono tre potenze non arabe: Russia, Turchia e Iran. Non è un paradosso della storia, ma un dato di realtà che peserà e molto se e quando andrà in scena una “Jalta mediorientale”. Di certo, il “Sultano di Ankara” ambirà a un posto in prima fila. (www.huffingtonpost.it/ )

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IL SENSO DI HAMAS PER IL CONFINE COL FILO SPINATO

di Valerio Cattano, da “Il Fatto Quotidiano” del 16/5/2018
– Non solo rabbia – Tattiche studiate e modificate in otto settimane per sfondare la barriera –
Sassi contro carabine non è mai uno scontro equo. Ma pensare che i cortei di protesta in occasione delle “Marce del ritorno” sponsorizzate da Hamas – organizzazione che Unione europea, Stati Uniti, Canada, Egitto, Giappone e, manco a dirlo, Israele considerano terrorista, al contrario di altre nazioni come Iran, Qatar, Russia, Cina, Norvegia – siano state mere manifestazioni di rabbia spontanea, sarebbe un errore.
Una delle tesi è che i dirigenti di Hamas abbiano pianificato nel dettaglio la rivolta, modificando le attività di avvicinamento al confine con Israele ogni venerdì per portarle al culmine nello scontro del 14 maggio, quello più sanguinoso.
A evidenziare questo particolare è stato il Jerusalem Post che ha sfruttato proprie fonti sul campo. I leader palestinesi sapevano che Israele avrebbe reagito sparando? Di certo erano stati avvisati, ma una risposta affermativa significherebbe che in nome della lotta politica Hamas ha mandato al massacro degli inermi, e su questo non vi possono essere certezze.
I fatti però evidenziano un crescendo nelle manovre per sfondare la barriera, eventualità che Tel Aviv vive come un incubo. Le otto settimane in cui ogni venerdì si è svolta una “Marcia del ritorno” mostrano una sequenza: il 6 aprile i manifestanti iniziano a incendiare copertoni per coprire il confine di fumo nero; poi è stata la volta degli aquiloni – alcuni con le svastiche – per incendiare i campi israeliani; il 27 aprile viene abbattuta una porzione di recinzione del confine.
Hamas non lascia nulla al caso: i protagonisti delle proteste vengono portati al confine con i bus dell’organizzazione; a centinaia di metri dalla barriera del confine si montano le tende sanitarie per curare i feriti, e gli spazi per le famiglie e le aree di preghiera. Ci sono persone addette alla vendita di cibo, e chi si unisce alla protesta mangia prima di diventare shahid, ovvero un “martire al fronte”.
In queste aree, prima che inizino gli scontri con l’esercito israeliano si presentano al mattino i leader di Hamas che tengono discorsi incitando alla rivolta.
C’è poi la fase vera e propria dell’assalto alla barriera: un compito affidato ai più giovani che utilizzano tronchesi per rompere il filo spinato. A separare i palestinesi di Gaza dal confine c’è una zona-cuscinetto: Hamas manda i ragazzi in quel settore sebbene Israele già da marzo aveva avvisato che chiunque si sarebbe avvicinato alla zona sarebbe stato colpito.
I leader del movimento coordinano queste azioni da posizioni privilegiate o con rapidi spostamenti in moto: non appena si intravede un punto debole, i capi di Hamas spediscono le squadre che si buttano sul filo spinato come soldati nella prima guerra mondiale per sfondare le linee nemiche. Perché questo è l’obiettivo dichiarato, come ha raccontato Joe Dyke, il corrispondente dell’Afp a Gaza in un articolo uscito giovedì scorso: “I dirigenti di Hamas nel briefing con i media stranieri dicono che martedì migliaia di palestinesi sfonderanno il muro di confine”. È finita come il mondo ha visto. (Valerio Cattano)

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GAZA, LA RABBIA E IL SANGUE

di Davide Frattini, da “Il Corriere della Sera” del 15/5/2018i
– La rabbia di Hamas contro Usa e Israele – Gaza, la rabbia e il sangue. Mentre gli Usa aprono la sede a Gerusalemme, i palestinesi marciano contro la barriera al confine – I soldati israeliani sparano: i morti sono più di 60 – Ivanka Trump toglie il velo alla targa della nuova ambasciata – Netanyahu: «Non abbiamo migliori amici al mondo degli Stati Uniti» – La condanna di Amnesty International: «aberrante» l’uso della forza militare contro «civili disarmati» – Israele replica che i capi di Hamas nascondono tra la folla i loro uomini per compiere attacchi –
Il bambino raccoglie nel sacco di plastica nera le lattine che a centinaia lasciano cadere sulla sabbia, le bibite gasate per lavare via il gas dei lacrimogeni. Sa di poterci guadagnare uno shekel al chilo, quasi un quarto di euro, la miseria non si ferma per un giorno di morte. Gli altoparlanti strepitano di marciare contro la barriera: «Noi ci sacrificheremo, la Palestina vivrà». Alla fine i morti a Gaza sono oltre 50 nel giorno della nuova ambasciata Usa a Gerusalemme.
Questa volta il corteo si estende per almeno un chilometro. L’obiettivo è sorprendere i soldati israeliani, invece di concentrarsi in un punto, bersagli per i tiratori scelti, sfilacciarsi nella marcia, dilatare la prima linea, bersagli sparsi per i tiratori scelti.
I ragazzini corrono giù dal terrapieno, qualcuno ha urlato la notizia incontrollata che già così presto, sono appena le dieci del mattino, gli shabab — i giovani — sono riusciti a tranciare il reticolato, a «trionfare» dall’altra parte proprio quando si inaugura l’ambasciata americana a Gerusalemme: se fosse vero — ma sognano — sarebbe lo sfregio che volevano mostrare a Donald Trump.
Il più piccolo è il più eccitato, si agita per dimostrare di non avere paura. Il gruppetto scompare nell’oscurità del fumo nero, i copertoni bruciati dovrebbero servire da diversivo, disorientare i militari, permettere all’avanguardia che indossa le maschere sbiancate di Guy Fawkes di raggiungere il filo spinato. In realtà non sembrano scene di V for Vendetta.
I furgoni stracarichi di pneumatici da camion, le moto che portano avanti e indietro i dimostranti con le maschere antigas, i carretti trainati dai muli per distribuire semi di girasole e acqua, il vecchio che passa con la caraffa di rame piena di caffè caldo, gli aquiloni con agganciate le bottiglie Molotov per incendiare i campi dall’altra parte, le ambulanze movimentate con il fischietto da un vigile improvvisato. E come essere dentro a un Mad Max ancora più folle, fuori controllo.
Il regista
Perché quello che ormai è diventato il regista delle manifestazioni che vanno avanti da sei settimane ha proclamato il liberi tutti, anche di farsi ammazzare. Ha dato l’ordine — ripetuto per ore nelle moschee — di provare a raggiungere quello che c’è al di là della barriera, a correre su quelle terre che nessuno di questi palestinesi ha visto da vicino.
Il giorno prima attraverso i social media i comitati popolari comandati da Hamas hanno distribuito le mappe satellitari dei villaggi israeliani a poche centinaia di metri dal confine, tracciando i sentieri da seguire.
«Difenderemo i nostri cittadini con tutti i mezzi necessari, non permetteremo che la frontiera sia forzata», ha minacciato Avigdor Liberman, il ministro degli Esteri israeliano. E così è andata, gli assalti sono stati respinti con i proiettili: al tramonto i morti sono almeno 55, tra loro sei minorenni, i feriti oltre duemila, è il bilancio più alto in un singolo giorno dalla guerra tra il luglio e agosto di quattro anni fa.
Un uso della forza militare contro «civili disarmati» che Amnesty International, l’organizzazione per i diritti umani, definisce «aberrante». I portavoce di Tsahal replicano che i capi di Hamas sfruttano le manifestazioni per nascondere tra la folla i loro uomini e perpetrare attacchi: ieri la paura era che i fondamentalisti avrebbero tentato di rapire un soldato o di penetrare in uno dei kibbutz sul confine.
Passamontagna
I miliziani delle brigate Ezzedin Al Qassam controllano gli incroci, i passamontagna neri a coprire i volti, lasciano passare i bus che dal centro di Gaza portano i manifestanti verso est e le colline coltivate delle fattorie israeliane. È stato dichiarato lo sciopero generale per spingere la gente a partecipare, i negozianti che provano a restare aperti vengono convinti dai bastoni degli islamisti. Tutta Gaza deve mobilitarsi perché questa non poteva essere — e non è stata — una giornata come le altre.
A ottanta chilometri da qui gli americani inaugurano l’ambasciata. IVANKA TRUMP toglie il velo alla nuova targa incisa nella pietra di Gerusalemme, il marito JARED KUSHNER proclama «abbiamo dimostrato che gli Stati Uniti fanno ciò che è giusto», il padre DONALD — che è rimasto alla Casa Bianca — twitta «un grande giorno per Israele».
Un giorno che il primo ministro BENJAMIN NETANYAHU chiama «glorioso»: «Non abbiamo migliori amici al mondo che gli Stati Uniti, grazie per aver mantenuto la promessa. Ricordate questo momento, questa è Storia».
La decisione di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme — anche se il trasloco completo richiede almeno due o tre anni — è stata attaccata dai palestinesi che sperano di poter dichiarare i quartieri arabi come capitale del loro futuro Stato. E dagli europei che considerano lo status della città ancora conteso e da definire attraverso i negoziati come ha ribadito ieri il portavoce della premier britannica Theresa May.
I consiglieri di Trump sono invece convinti che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele possa facilitare un accordo di pace: adesso il presidente americano si dice pronto a tentare, almeno le trattative — congelate dall’aprile del 2014 — tra Netanyahu e il presidente Abu Mazen. Gaza resta un’altra storia. «Chi crea una situazione come quella che abbiamo visto — commenta Jared Kushner — è parte del problema e non la soluzione».
L’esercito israeliano calcola che verso la barriera si siano ammassate ieri 35 mila persone, il numero più alto da quando è cominciata la Grande Marcia del ritorno. «L’idea è nata da un mio messaggio su Facebook — spiega AHMED ABU RUTEIMA —. All’inizio ho proposto di accamparci a 700 metri dal confine e di organizzare partite di calcio, dibattiti, attirare così l’attenzione del mondo sulla questione dei rifugiati». Uno dei simboli delle proteste è il numero 194, identifica la risoluzione della Nazioni Unite che nel 1948 ha riconosciuto «il diritto al ritorno dei palestinesi».
Le richieste
Un punto che i negoziatori arabi hanno sempre inserito tra le richieste e che gli israeliani non sono mai stati disposti ad accettare: significherebbe la fine della maggioranza ebraica nel Paese.
I fondamentalisti, che spadroneggiano nella Striscia da quando ne hanno tolto il controllo ad Abu Mazen con un colpo militare, hanno gradualmente preso il controllo delle proteste e hanno continuato a proclamarne il carattere non violento. Eppure due giorni fa MOEIN ABU OAKL, tra i leader del movimento, spiegava che Hamas — inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da americani ed europei — ha addestrato alcuni gruppi ad avvicinarsi alla recinzione militare e a tranciarla. Oggi i palestinesi commemorano la Nakba, la catastrofe, così chiamano la nascita di Israele settant’anni fa, e promettono di marciare — ancora una volta e ancora più numerosi — verso la barriera che li tiene chiusi dentro a questo corridoio di sabbia. (Davide Frattini)

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Intervista a YUVAL STEINITZ

“POSSIBILI DUE STATI PER DUE POPOLI MA SENZA ABU MAZEN”

di Rolla Scolari, da “La Stampa” del 17/5/2018
YUVAL STEINITZ. Per il ministro dell’Energia israeliano il dialogo è aperto “Ci sono margini per un compromesso ma non con un leader antisemita”
Quelli passati sono stati giorni di travaglio per il Medio Oriente: il controverso trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, le violenze che a Gaza hanno fatto oltre 60 vittime, l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, i razzi iraniani su Israele e i raid in risposta.
Il ministro dell’Energia israeliano, YUVAL STEINITZ, ex responsabile per Intelligence e Affari strategici, che siede nel gabinetto di sicurezza del governo, accusa HAMAS, gruppo islamista che controlla Gaza, di aver mandato civili a morire, e scherma le critiche di gran parte della comunità internazionale sull’uso eccessivo della forza da parte dell’esercito israeliano.
Rivela inoltre come la comune preoccupazione nei confronti dell’Iran stia facilitando contatti tra il suo governo e i Paesi arabi, anche alcuni che non riconoscono Israele. Con il crescere delle nuove priorità regionali legate ai timori su Teheran e le recenti violenze a Gaza, però, l’idea della pace con i palestinesi sembra allontanarsi.
Accusate Hamas di aver mandato civili a morire, la maggior parte della comunità internazionale critica l’eccessivo uso della forza da parte d’Israele. Come si può pensare di tornare da questa situazione a negoziare?
«Ciò che è accaduto a Gaza è una tragedia, siamo molto dispiaciuti. Avremmo voluto prevenire o minimizzare il numero di vittime. Hamas aveva invece detto in anticipo che si aspettava morti. Voleva che la folla si avvicinasse alla barriera».
L’esercito israeliano avrebbe però potuto anticipare uno scenario simile.
«Abbiamo tentato di evitarlo, ma loro lo hanno pianificato. Ci siamo ritirati da Gaza nel 2005, il presidente palestinese Abu Mazen aveva promesso che non ci sarebbero stati lanci di razzi, ma non è stato così. L’embargo su Gaza è una tragedia, ma come migliorare lo standard di vita locale se continuano i lanci di razzi, contrabbandati dall’Iran?».
E’ possibile pensare a nuovi colloqui dopo queste violenze?
«Ho sempre pensato che un compromesso fosse possibile, ma oggi non c’è un partner palestinese. Abu Mazen ha da poco giustificato l’Olocausto, ha detto che il popolo ebraico non esiste. Metà della leadership palestinese è formata da zeloti islamisti, nell’altra metà c’è il leader più antisemita del mondo, più degli iraniani».
L’assenza di negoziati significa la fine della soluzione a due Stati?
«Non penso che l’idea di due Stati per due popoli sia finita, è impossibile però farla avanzare ora. L’Autorità palestinese dovrebbe prima smetterla con l’incitamento antisemita sulle tv, nel sistema scolastico. Basta, i palestinesi dovrebbero mandare via Abu Mazen».
E chi potrebbe sostituirlo?
«Non lo so, ma lui non è un leader eletto, da 12 anni. Non ha portato né democrazia, né pace, né progressi economici».
Lei ha avvertito che Assad potrebbe essere rovesciato nel caso in cui la vicina Siria permetta all’Iran – che ha lanciato razzi contro una vostra base militare – di trasformare il suo territorio in una postazione di lancio. Che cosa vi aspettate ora?
«Quello che abbiamo visto negli ultimi mesi è la realizzazione di un piano per formare in Siria una sorta di estensione geografica dell’Iran, stabilire una forte presenza delle Guardie rivoluzionarie. Il piano non è soltanto lanciare qualche razzo contro Israele, ma costruire basi missilistiche, di difesa anti-aerea, navali, e inviare truppe. Non lo permetteremo. Non vogliamo un conflitto con l’Iran, ma abbiamo enfatizzato che esistono linee rosse e che operiamo prendendole in considerazione».
Israele ha accolto con favore l’uscita dell’America dall’accordo sul nucleare iraniano. Sperate che questo possa portare a un «regime change» a Teheran?
«Fra sette anni, quando scadrà l’accordo, l’Iran potrebbe essere a pochi centimetri dalla produzione di armi atomiche: è necessario aggiustare l’accordo, allungarlo di decenni. L’America farà pressioni all’Iran non soltanto sul nucleare, ma sul suo sostegno a organizzazioni terroristiche come Hezbollah e Hamas, sullo sviluppo di missili a lunga gittata che già possono colpire Israele e che potrebbero presto colpire l’Europa».
Crede che l’Europa cambierà idea sull’accordo?
«Dovrebbe. E’ una vergogna che l’Unione Europea sotto l’ombrello dell’accordo ignori il comportamento iraniano, le minacce di annientamento d’Israele, e commerci con l’Iran mentre questo prepara missili che potrebbero colpire Berlino e Roma».
Paesi arabi che non hanno relazioni diplomatiche con Israele stanno cambiando impercettibilmente atteggiamento a causa del comune interesse anti-iraniano. Si potrebbe arrivare a una normalizzazione?
«C’è un nuovo spirito nel mondo arabo. I leader arabi hanno realizzato che il loro problema non è Israele, ma l’Iran e il terrorismo islamico. Noi possiamo aiutarli contro queste minacce».
State parlando con l’Arabia Saudita?
«Senza entrare nei dettagli, posso dire che parliamo e cooperiamo con molti Paesi e leader arabi. Molti di loro non hanno ancora relazioni diplomatiche con Israele».
Con la scoperta di gas nel Mediterraneo, Israele sta diventando indipendente dal punto di vista energetico. Che impatto ha questo sulla regione? Possono i nuovi giacimenti creare ulteriore instabilità?
«L’obiettivo è quello di usare gas per ridurre l’inquinamento, per migliorare la salute della popolazione, rimpiazzando carbone e diesel. Entro il 2030, tutta l’energia in Israele sarà pulita, vieteremo automobili che non siano elettriche o a idrogeno. Abbiamo già contratti con Egitto, Giordania, e accordi iniziali con Italia e Grecia. Sarà costruito il più profondo gasdotto nel Mediterraneo, verso l’Italia. Per quanto riguarda le tensioni con il Libano sul gas, difenderemo i nostri diritti, ma preferiamo la soluzione diplomatica. Nell’interesse delle parti, credo ci sarà presto un compromesso».

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AMNESTY: «A GAZA COMMESSI CRIMINI DI GUERRA»

da “Il Manifesto” del 15/5/2018
– Le reazioni. Il sindacato tunisino Ugtt pensa al boicottaggio delle navi statunitensi. Marines dispiegati nelle sedi diplomatiche Usa in Turchia e Giordania per timore di proteste –
Se i governi del Medio Oriente tacciono, la gente si muove. Ieri (lunedì 14 maggio, ndr) erano centinaia i turchi scesi in piazza a Istanbul per protestare contro il massacro nella Striscia di Gaza. Gli Stati uniti hanno deciso ieri di dispiegare i marines a protezione delle proprie ambasciate in Turchia e Giordania, in previsione delle proteste.
In Nord Africa il primo a reagire è il sindacato tunisino Ugtt, nel 2015 vincitore del premio Nobel per la Pace insieme ad altre tre associazioni di categoria tunisine: ha annunciato ieri di voler lanciare un boicottaggio contro le navi statunitensi che attraccheranno nei porti della Tunisia. «Il sindacato – ha detto Mohammed Abbas, vice segretario di Ugtt – sta considerando la proposta di impedire lo scarico e il carico sulle navi americane che arriveranno nei porti tunisini».
Durissimo anche il comunicato di AMNESTY INTERNATIONAL, ieri pomeriggio, quando la conta delle vittime era arrivata a 41 morti: «Una violazione vergognosa del diritto internazionale, in alcuni casi sono commessi quelli che appaiono come crimini di guerra. Le autorità israeliane devono fermare subito l’uso eccessivo della forza per impedire nuove morti», ha scritto su Twitter l’associazione per i diritti umani.
Più tardi ha parlato PHILIP LUTHER, direttore di Amnesty per Medio Oriente e Nord Africa: «Si tratta di un altro terrificante esempio dell’uso eccessivo della forza da parte dell’esercito israeliano, con proiettili usati in modo intollerabile. Solo il mese scorso Amnesty ha fatto appello alla comunità internazionale perché fermasse la consegna di armi ed equipaggiamento militare a Israele. Quanto accaduto oggi mostra l’immediato bisogno di un embargo».
Profonda preoccupazione è espressa anche dal segretario generale dell’Onu ANTONIO GUTERRES, alla cui voce si aggiunge il Comitato delle Nazioni Unite che ha chiesto a Israele l’immediato stop all’uso «sproporzionato di forza» contro i manifestanti palestinesi.

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GAZA SEPPELLISCE I SUOI 60 MORTI

di Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 16/5/2018
– Scontri, accuse, lacrime, il giorno del dolore – Nel giorno della Nakba (l’esodo palestinese), del dolore per i 60 morti di Gaza e dei funerali, ancora scontri, ancora due vittime e accuse reciproche. Erdogan ritira l’ambasciatore: «Genocidio e terrorismo di Stato». E Israele: «Non ci dia lezioni». Proteste anche dall’Europa, mentre gli Usa mettono il veto all’inchiesta. –
Abu Mohammed sta seduto a casa e aspetta di essere chiamato. Sperando che non succeda, sapendo che succederà. Al buio perché l’elettricità a Gaza più va che viene, al buio perché è stanco delle luci fluorescenti negli obitori. Da 45 anni ripete gli stessi gesti, da quando ha deciso di volersi dedicare ai morti. Le mani ancora forti diventano delicate mentre avvolge i corpi nel lenzuolo di lino bianco.
In queste sei settimane di proteste ha preparato per la sepoltura — senza detergerli «perché gli ammazzati devono raggiungere Dio con il loro sangue» — tanti dei palestinesi uccisi, i caduti sono 108, oltre 60 solo lunedì. Racconta di aver partecipato ai cortei della Grande marcia del ritorno, lui che è 9 anni più vecchio dello Stato d’Israele, arrivato al campo rifugiati di JABALYA da bambino, la famiglia è originaria di Ashdod, pochi chilometri più a nord sulla costa. Dall’altra parte di quella barriera che i dimostranti hanno cercato di abbattere e l’esercito israeliano — come aveva minacciato Avigdor Liberman, il ministro della Difesa — «ha protetto con ogni mezzo», i tiratori scelti appostati sui terrapieni.
Ieri avrebbe dovuto essere la giornata più importante, i palestinesi commemorano la Nakba, la catastrofe, così chiamano la nascita di Israele settant’anni fa, quando Abu Mohammed ha dovuto lasciare il suo villaggio. È stata invece la giornata dei funerali, poche centinaia di persone arrivano agli accampamenti vicino al confine, dove gli elettricisti smontano gli altoparlanti che in questi giorni hanno incitato i gruppi a marciare contro il reticolato. Ma ieri ci sono stati comunque due morti e il presidio va avanti. La prossima data chiave dovrebbe essere il 5 giugno: lo stesso giorno del 1967 gli israeliani hanno catturato la Striscia allora controllata dagli egiziani.
Adesso i tedeschi e i britannici pretendono «un’inchiesta indipendente». La stessa richiesta al Consiglio di sicurezza dell’Onu è stata bloccata dal veto degli americani, che riconoscono agli israeliani «il diritto di difendere il loro confine». Le proteste di lunedì sono coincise con l’inaugurazione dell’ambasciata a Gerusalemme, Nikki Haley, l’ambasciatrice all’Onu, dice «non c’è nessun legame, Hamas incita alle violenze da anni». L’Autorità palestinese, che ormai non considera più la Casa Bianca un mediatore imparziale, ha così deciso di richiamare l’ambasciatore da Washington .
I portavoce dell’esercito rispondono alle accuse — Amnesty International ha definito «aberrante l’uso sproporzionato della forza militare contro civili disarmati» — spiegando che dei 60 palestinesi uccisi 14 stavano cercando di assaltare la barriera o lanciare molotov e ordigni improvvisati contro i soldati, altri 24 appartenevano alle brigate fondamentaliste: considerano Hamas responsabile e un ministro israeliano minaccia di eliminarne i capi.
Riprendono le fonti mediche a Gaza per smentire che la piccola Layla, 9 mesi, sia morta dopo aver respirato i gas lacrimogeni, avrebbe avuto una malattia congenita.
Le violenze riaprono la frattura diplomatica tra Israele e la Turchia, che espelle l’ambasciatore da Ankara. Il governo di Benjamin Netanyahu risponde fermando le importazioni di prodotti agricoli turchi e rimandando a casa il console a Gerusalemme. Il battibecco è anche tra il presidente Erdogan che accusa gli israeliani di «terrorismo» e «genocidio» e il premier Netanyahu: «Non ci venga a dare lezioni di morale».
Che Guevara, come lo chiamano, è rimasto nella sua stanza a studiare gli scritti di Nelson Mandela perché i nove giorni in cella, i cappelli rasati dalla polizia non gli hanno tosato via la convinzione che il problema sia Hamas. Per questo non è andato alle manifestazioni e ha organizzato una rete che — assicura — raccoglie 11 mila giovani, lui di anni ne ha 25: «Non andiamo a farci ammazzare per i fondamentalisti — spiega Mohammed al Tauli, il suo vero nome —. Sono responsabili della miseria in cui viviamo». (Davide Frattini)

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STRAGE DI PALESTINESI, NETANYAHU ELOGIA TIRATORI SCELTI

di Michele Giorgio, da “Il Manifesto” del 15/5/2018
– Gerusalemme/Gaza. Mentre a Gerusalemme gli Stati uniti inauguravano la loro ambasciata, a Gaza l’esercito israeliano apriva il fuoco sui dimostranti palestinesi. 52 morti e oltre 2mila feriti. Tra le vittime anche ragazzini. Per Netanyahu i soldati hanno protetto il confine di Israele –
GERUSALEMME «I nostri coraggiosi militari proteggono i confini di Israele anche mentre stiamo ‎parlando. Vi rendiamo onore!». La strage di Gaza è avvenuta ad appena 50 km da ‎dove Benyamin Netanyahu, i suoi ospiti americani e i diplomatici anche di quattro ‎Paesi dell’Unione europea, stavano inaugurando, tra cerimonie, sorrisi e strette di ‎mano, l’ambasciata americana ad Arnona nella periferia meridionale di ‎Gerusalemme.
Il premier israeliano ha avuto di nuovo parole d’elogio per i suoi ‎soldati che ieri hanno fatto il tiro al piccione colpendo a morte oltre 50 palestinesi, ‎alcuni dei quali erano dei ragazzini. E ciò che non hanno fatto i cecchini l’hanno completato ‎aerei e mezzi corazzati. Una prestazione meritevole di onori speciali visto che la ‎vita dei palestinesi che non sembra aver più alcun valore. Non uomini, donne e ‎bambini ma “terroristi” a qualsiasi età, a 14 come a 30 anni.
E non importa che ‎quei palestinesi uccisi e i 2410 feriti fossero disarmati, ad eccezione di tre, uccisi, ‎secondo il portavoce militare, mentre piazzavano un ordigno sotto le barriere tra ‎Israele e Gaza. «Hamas vuole distruggere Israele e ha mandato migliaia di persone ‎verso le recinzioni, abbiamo il diritto di difenderci» ha proclamato Netanyahu ‎dando il via al coro di coloro che si affretteranno a confermare: sì, erano tutti ‎terroristi. Che due milioni di palestinesi vivano pure il loro ergastolo a Gaza, come ‎bestie in meno di 400 kmq, con poca acqua, senza risorse, senza lavoro, senza ‎elettricità, senza speranze.
Netanyahu giustifica la strage di ieri con il diritto all’autodifesa e a proteggere i ‎confini del Paese. Ma lo stesso esercito israeliano dice che non ci sono state ‎violazioni alle frontiere durante le manifestazioni. Ha parlato invece di (presunti) ‎attacchi “concertati” alla barriera nel tentativo di infiltrarsi.
I soldati in ogni caso ‎non hanno esitato a sparare contro chi si avvicinava nel pieno rispetto, hanno ‎rimarcato comandi dell’esercito, delle “regole d’ingaggio”. Dall’altra parte nel ‎frattempo contavano i morti, minuto dopo minuto. Le vittime sono tutte molto ‎giovani, pochi avevano più di trent’anni.
Che la giornata sarebbe finita in un lago ‎di sangue, il più grande dall’offensiva israeliana del 2014, si è capito subito. Prima ‎delle 14 c’erano già sette morti a Gaza. La carneficina è durata fino a sera quando i ‎manifestanti sono arretrati. Negli ospedali è stato l’inferno, l’emergenza è andata ‎avanti sino a notte fonda. I medici hanno fatto il possibile per strappare alla morte ‎i feriti più gravi, spesso non ci sono riusciti.
«Siamo sfiniti ma continuiamo a ‎lavorare, mentre i materiali sanitari si stanno esaurendo» ci raccontava il dottor ‎Said Sehwel, dell’ospedale al Awda nel nord di Gaza. «Il nostro è un piccolo ‎ospedale eppure nelle ultime ore abbiamo soccorso circa 150 persone ed effettuato ‎diversi interventi d’urgenza» ha aggiunto «alcuni dei feriti sono stati colpiti ‎all’addome o al torace, uno al collo. Tre sono in condizioni molto gravi. E non ‎abbiamo abbastanza gasolio per garantire che i generatori autonomi di elettricità ‎possano funzionare nelle prossime 48 ore».
Una situazione altrettanto grave la ‎raccontavano i medici di altri piccoli ospedali, cliniche e ambulatori che ieri ‎hanno aperto le porte per accogliere i feriti meno seri ed evitare che si intasassero ‎le sale operatorie degli ospedali più grandi e meglio attrezzati per i casi più gravi, ‎come lo Shifa e l’Europeo di Khan Yunis.
«Tutto il sistema sanitario di Gaza è al ‎collasso eppure va avanti e continua a fare del suo meglio per assistere i feriti, ‎alcuni sono poco più che bambini. Poco fa abbiamo rivolto un appello a donare il ‎sangue», ci diceva ieri sera Nasser al Qidwa, il portavoce del ministero della sanità ‎di Gaza.
Fuori dagli ospedali madri in lacrime e padri con il volto tra le mani in ‎attesa di sapere delle condizioni dei figli feriti gravi o morti e portati all’obitorio. ‎Scene strazianti che non si vedevano dal luglio 2018, come i funerali improvvisati ‎delle vittime alle quali le famiglie hanno preferito dare una sepoltura immediata. ‎Mohammed, Ezzedin, Alaa, Ismail, Fadel…Sono alcuni dei nomi delle vittime di ‎cui nessuno chiederà. Per Israele erano solo terroristi.
Chissà se Jared Kushner, genero di Trump e inviato speciale per il dossier israelo-‎palestinese, sa che a Gaza gli ospedali possono lavorare solo grazie ai generatori. E ‎che a Gaza si può morire per malattie da noi considerate facilmente curabili a ‎causa del blocco. Questo giovane ricco americano dalla faccia da bambino al quale ‎Trump ha chiesto di risolvere il conflitto mediorientale, si è permesso di affermare ‎che «le manifestazioni di Gaza sono parte del problema e non parte della ‎soluzione».
Anche Kushner è intervenuto con un suo discorso alla cerimonia di ‎‎81 minuti con la quale gli Stati uniti hanno inaugurato la loro ambasciata a ‎Gerusalemme tra le proteste dei palestinesi. Il presidente americano non c’era ma ‎ha inviato ‎un videomessaggio di due minuti e mezzo alla folta platea di invitati ‎‎all’inaugurazione dell’ambasciata, molti dei quali esponenti di primo piano ‎‎dell’Amministrazione e del Congresso.
«Gerusalemme è la capitale d’Israele ‎che è ‎uno Stato sovrano e ha diritto di stabilire la capitale dove vuole», ha ‎detto Trump ‎attribuendosi poi il merito di aver realizzato ciò che i suoi ‎predecessori, a suo dire, ‎non avevano avuto il coraggio di fare. Poi, dopo aver appiccato il fuoco, Trump ‎candidamente ha ribadito la volontà ‎americana di «facilitare un accordo per una ‎pace duratura ‎e di sostenere lo ‎status quo dei luoghi santi di ‎Gerusalemme». ‎Quindi la scena è stata tutta per il premier israeliano Netanyahu che ha ringraziato ‎Trump e ha parlato di «momento storico» per Israele nel 70esimo ‎anniversario ‎della sua fondazione.
Solo a fine giornata si è sentita la voce del presidente ‎palestinese Abu Mazen che ha condannato il massacro a Gaza e il trasferimento ‎dell’ambasciata Usa. «Quello a cui abbiamo assistito non è stata l’inaugurazione di ‎un’ambasciata a Gerusalemme ma l’apertura di un insediamento coloniale ‎americano», ha commentato. Un po’ poco per un presidente che afferma di guidare ‎un popolo che vive una delle fasi più critiche dalla sua storia. (Michele Giorgio)

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FESTE E PALLOTTOLE, BIBI RIDE MA PERDE LA SFIDA MEDIATICA

di Fabio Scuto, da “Il Fatto Quotidiano” del 16/5/2018
– The day after – La strage dei palestinesi al confine ha conseguenze diplomatiche per Tel Aviv, espulsioni di ambasciatori con la Turchia –
Si piangono i morti nelle strade di Gaza e si spara ancora lungo la Barriera di confine. In qualche migliaio sono tornati ieri a sfidare i cecchini israeliani appostati lungo tutta la frontiera, certamente non era la folla di lunedì. Due palestinesi sono stati uccisi lungo il confine, 250 feriti. La strage dei manifestanti – 60 morti ieri, fra loro sette minorenni e una ragazzina di otto mesi soffocata dai gas lacrimogeni – ha lasciato scioccati anche gli abitanti di Gaza, che pure negli ultimi dieci anni hanno conosciuto quattro guerre. Non tutti erano civili inermi – accusa Israele – 24 morti erano miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam, il braccio armato di Hamas.
Nel giorno della Nakba, sono scesi in piazza anche i palestinesi della Cisgiordania, freddi nelle settimane passate nei confronti delle proteste a Gaza. Manifestazioni e scontri ci sono stati a macchia d’olio, a Betlemme, a Ramallah, Hebron, Nablus e Jenin. Nella Striscia è anche il momento dell’emergenza per gli ospedali. I 2.700 feriti di ieri hanno svuotato le farmacie degli ospedali, mancano 75 tipi di medicinali e 190 tipi di dispositivi monouso per assistere i feriti.
La mattanza di Gaza e l’uso sproporzionato della forza contro i manifestanti hanno provocato anche una tempesta diplomatica. Quando un esercito moderno, sofisticato e ben armato come l’Idf affronta masse di civili disarmate con aquiloni e pietre la débâcle mediatica e diplomatica è certa. Turchia e Sudafrica hanno ritirato ieri il loro ambasciatore – e quello israeliano nei due Paesi è stato invitato a partire – l’Irlanda e il Belgio hanno convocato i diplomatici dello Stato ebraico per chiarimenti.
L’Italia, sollecitata da 40 Ong che operano nei Territori palestinesi a condannare l’accaduto, non è ancora pervenuta. Parole dure sono state espresse invece da Gran Bretagna e Francia, persino dalla Germania che è il miglior alleato di Israele in Europa. La battaglia, dalle sabbie della Striscia di Gaza, si è allargata anche ai corridoi del Palazzo di Vetro a New York, dove ieri il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha rispettato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime palestinesi.
L’inviato di pace dell’Onu per il Medio Oriente, Nikolay Mladenov, riferendo sugli scontri ai 15 membri del Consiglio, ha affermato che “non ci sono giustificazioni” per le violenze che si sono consumate. “La comunità internazionale deve intervenire e prevenire una guerra”, ha aggiunto definendo la situazione nella Striscia “disperata”. Il Kuwait – membro non permanente del Consiglio di Sicurezza – sta redigendo una risoluzione per “fornire protezione internazionale ai civili palestinesi” che dovrebbe andare in votazione oggi.
Sarà certamente bloccata dal veto degli Usa, che ieri per voce dell’ambasciatrice Nikki Haley hanno sostenuto che “lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme è un riconoscimento dello stato di fatto” e che “Israele ha usato moderazione nel difendersi dalle masse palestinesi”.
Sia che si accetti la narrativa palestinese di masse affamate che dimostrano per dignità, sia la versione israeliana di un cinico sfruttamento di Hamas di vite umane come copertura per intenti omicidi, non c’è dubbio che il numero dei morti abbia rovinato la festa a Benjamin Netanyahu e Donald Trump.
Più le vittime a Gaza salivano, più gli ospiti alla festa della nuova ambasciata americana a Gerusalemme sembravano arroganti, distaccati e privi di compassione. Tutto questo probabilmente non disturba affatto Netanyahu. Il primo ministro israeliano sta cavalcando un’ondata di sostegno pubblico senza precedenti per quello che è visto come un inarrestabile flusso di successi, dalla decisione di Trump di abbandonare l’accordo nucleare iraniano fino alla vittoria della cantante Netta Barzilai nella gara dell’Eurovision di sabato scorso. (Fabio Scuto)

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LE PROTESTE PER LA SEDE DIPLOMATICA USA A GERUSALEMME

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 16/5/2018
– Morire a otto mesi il destino di Leila nella strage di Gaza, soffocata dai lacrimogeni. Otto ragazzi morti al confine con Israele –
GERUSALEMME Si muore anche all’età di 8 mesi a Gaza. Come la piccola Leila, riccioli biondi, soffocata dai gas lacrimogeni vicino alla barriera di separazione con Israele. Per responsabilità degli uni o idiozia degli altri ora poco importa. Quando sua madre, vicina al movimento Hamas, è uscita per manifestare contro l’occupazione della Striscia, a casa la piccola ha cominciato a piangere, a lungo. Lo zio ha deciso di portarla dalla mamma. E Leila al- Ghandour, inalando i fumi tossici nel campo della mattanza che è diventata in questi giorni l’enclave, è spirata ed è stata subito sepolta.
Non è l’unica minore, purtroppo, dei due giorni di caos sulla Striscia che ieri hanno alzato la conta dei morti a 63. Almeno 8 sono bambini, ragazzi, uno di 12 anni e tutti gli altri di 16. Vittime di un confronto che ieri si è allargato pericolosamente alla Cisgiordania. Mentre i caccia israeliani attaccavano sull’enclave postazioni di Hamas — l’organizzazione paga i manifestanti per partecipare, e dopo aiuta le famiglie dei morti — i suoi leader hanno lanciato un appello a «una nuova intifada, araba e islamica».
Gli scontri sono così cominciati in molte città, nel momento in cui a Gaza venivano celebrati i funerali. La giornata della Nakba, cioè la “catastrofe”, anniversario del colossale esodo di 700 mila arabi dopo la fondazione dello Stato ebraico nel 1948, ha visto manifestazioni a Betlemme e Ramallah, con scontri a Hebron, Nablus e al checkpoint di Qalandiya. Gerusalemme Est per ora è stata risparmiata, ma l’atmosfera della parte araba è spettrale, per la serrata dei negozi e il giorno di lutto.
Una tensione che per l’intera giornata si è riflessa sul fronte diplomatico, con una vera e propria crisi fra Israele e Turchia. Ankara, attivissima sul fronte internazionale, è stata la più veloce a reagire fra i Paesi musulmani.
Come nei mesi scorsi, quando dopo la decisione di Donald Trump di aprire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, il presidente Recep Tayyip Erdogan si era fatto ricevere da Papa Francesco, ergendosi a rappresentante del mondo islamico. Ieri il leader turco ha deciso di richiamare i suoi ambasciatori a Washington e Tel Aviv «per consultazioni». Poi ha espulso da Ankara il rappresentante diplomatico israeliano.
«Sarebbe appropriato — recitava la formula del ministero degli Esteri turco — che tornasse nel suo Paese per un po’ di tempo». Poche ore dopo, la risposta israeliana, con la simmetrica cacciata del console turco da Gerusalemme.
Parole forti sono allora volate ancora una volta fra Erdogan e Benjamin Netanyahu («terrorista», «macellaio», si erano detti qualche mese fa). Ieri il capo di Stato turco ha alzato il tiro: «Netanyahu è il primo ministro di uno Stato di apartheid che ha occupato la terra di un popolo indifeso per più di 60 anni, violando le risoluzioni delle Nazioni Unite. Ha le mani sporche del sangue dei palestinesi e non può nascondere i suoi crimini attaccando la Turchia. Netanyahu, vuoi una lezione di umanità? Leggi i 10 comandamenti».
E il premier israeliano non si è fatto pregare nel rispondere: «Erdogan è fra i maggiori sostenitori di Hamas e di conseguenza non c’è dubbio che sia un grande intenditore di terrorismo e di stragi. Gli suggerisco di non farci prediche morali».
Il Sultano ha quindi proclamato tre giorni di lutto nazionale ad Ankara «per le vittime palestinesi» . Poi ha convocato per venerdì a Istanbul un vertice straordinario dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic), di cui è presidente di turno. Il suo premier ha invitato i Paesi musulmani a rivedere le relazioni con Gerusalemme. In Turchia si vota il 24 giugno, e le critiche a Israele creano consenso nell’elettorato islamico conservatore. (Marco Ansaldo)

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I SIMBOLI: L’ILLUSIONE DI SCRIVERE LA STORIA

di Khaled Diab, da “il Corriere della Sera” del 16/5/2018
«Ricordatevi di questo momento, stiamo scrivendo la storia». Con queste parole il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto il pubblico di politici e funzionari che ha assistito all’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, mentre a meno di cento chilometri di distanza i cecchini israeliani colpivano a morte decine di palestinesi disarmati che protestavano a Gaza, ferendone altre centinaia. «Presidente Trump, nel riconoscere la realtà della storia, lei ha scritto la storia».
Evidentemente Netanyahu ha fissato l’asticella della storia molto in basso. Donald Trump si è limitato a far installare una nuova targa con sopra scritto «ambasciata» al consolato americano di Arnona, a Gerusalemme Ovest, farla svelare dalla figlia Ivanka e — voilà! — «la storia» è fatta.
Il modus operandi ricorda da vicino le tecniche di Trump in veste di imprenditore: sbatti giù un cartello con il tuo nome su un grattacielo o un casinò, e subito creerai l’illusione, come fanno i prestigiatori, di aver operato un cambiamento. Con Trump, che si tratti di affari o di politica, è solo una questione di marchio.
L’illusione che Trump abbia scritto la storia è alimentata non solo dai suoi sostenitori, ma anche dai suoi avversari. Questo è dovuto in parte al fatto che «The Donald» è un uomo pericolosamente irresponsabile, e irresponsabilmente pericoloso, ma anche al fatto che offre ai suoi predecessori l’occasione unica di mascherare i propri fallimenti scaricandoli su di lui.
Ma non era Trump il presidente americano che è rimasto a guardare mentre Israele si annetteva la città vecchia di Gerusalemme, assieme a larga parte della Cisgiordania, per farne la propria capitale. Né la costruzione degli insediamenti né quella del muro, né la demolizione delle case dei palestinesi e l’espulsione dei suoi abitanti a Gerusalemme Est sono iniziati sotto gli occhi di Trump.
Non dimentichiamo inoltre che gli Usa hanno riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele da un quarto di secolo, dal Jerusalem Embassy Act del ’95. Pertanto il gesto di Trump non rappresenta una notizia.
Questo spiega come mai l’inaugurazione dell’ambasciata Usa non abbia sollevato particolari reazioni da parte degli abitanti palestinesi della città, non per indifferenza davanti alla loro tragica situazione, quanto piuttosto perché questo simbolo minore non va a incidere, se non in modo simbolico, sullo stato di fatto.
Persino quella che è stata definita la Grande marcia del ritorno a Gaza, per commemorare sette decenni di espropriazione e oppressione, anche se è stata rifocalizzata su Gerusalemme questa settimana, riguarda solo visivamente e simbolicamente la Città santa.
Le manifestazioni di lunedì 14 maggio, durante le quali gli israeliani hanno ucciso 60 palestinesi disarmati e ferito altre centinaia, avevano come obiettivo il blocco israeliano di Gaza e le indicibili sofferenze da esso causate alla popolazione palestinese. Ed è questo massacro di manifestanti e l’incarcerazione di un intero popolo che dovrebbero essere oggetto della nostra indignazione.
Mentre il trasferimento dell’ambasciata non cambia nulla di sostanziale, la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca e la fine della finzione che l’America possa ergersi a mediatore della crisi, tantomeno a mediatore imparziale, hanno galvanizzato il governo di estrema destra e i suoi sostenitori in Israele, che si sentivano le mani legate sotto il suo predecessore.
Malgrado tutto, persino durante queste ore oscure e travagliate, molti palestinesi di Gerusalemme si aggrappano a uno spiraglio di speranza, che li risollevi dalla disperazione in cui vivono.
«Abbiate speranza, e fiducia, non nei governi, ma nella gente», auspica dalla sua pagina Facebook Mahmoud Muna, della celebre libreria Educational Bookshop a Gerusalemme Est. «La nostra libertà non aspetta il permesso da nessuno, arriverà senza bussare alla porta, e un giorno sarà qui».
Da anni invoco anch’io la pace tra i popoli da raggiungere attraverso la lotta per i diritti civili e l’uguaglianza, perché la soluzione dei due stati è stata ormai scartata e l’America non porterà certo la fine del conflitto, il governo israeliano non porterà la pace e né Fatah né Hamas porteranno la pace. Porteranno la pace solo coloro che amano la pace in Israele e in Palestina, quando sapranno unire le loro forze. Solo allora ci sarà una possibilità. (Khaled Diab, traduzione di Rita Baldassarre)

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