AMERICA LATINA: LA DERIVA DI UN CONTINENTE – Il cruciale 2018 del sub-continente americano, alle prese con tante ELEZIONI (in VENEZUELA, COLOMBIA, BRASILE, MESSICO…), una possibile opportunità positiva, ma che leadership demagogiche, populiste, autoritarie, accentuano disuguaglianze e corruzione

Una veduta aerea di migliaia di venezuelani che cercano di entrare in Colombia attraverso il PONTE INTERNAZIONALE SIMON BOLIVAR, che porta alla città colombiana di CUCUTA (foto da “il Corriere della Sera” del 18/5/2018). Ogni giorno passano attraverso il ponte che unisce i due Paesi dalle 30.000 alle 40.000 persone, molti per comprare di tutto e tornare a casa, altri per lasciare il Venezuela per sempre

   E’ un anno, il 2018, di elezioni presidenziali per i grandi Paesi dell’America Latina. Sono andati o andranno al voto, infatti, gli elettori di BRASILE, MESSICO, VENEZUELA, COLOMBIA (e poi, con referendum o altro, Perù, Equador; e Cuba, Costa Rica, El Salvador, comprendendo anche i Paesi l’America Centrale). In tutto, 350 milioni di persone hanno votato o voteranno per il loro destino.
L’America Latina è un “sub-continente dimenticato” in questi anni, che non è all’attenzione mondiale (una volta lo era solamente, isolato, dimenticato, l’Africa).

da http://www.oltrefrontieranews.it/ – Centro-Sud-America: le elezioni nel 2018

   Il motivo della poca rilevanza globale dell’America latina è forse dato dal fatto che la fine dei blocchi tra le due ex superpotenze (USA e l’allora Unione Sovietica, smembratasi nel 1989), il peggiorare degli attriti in molte parti del mondo (il Medio Oriente, l’avvento dell’integralismo islamico, l’Isis…. Il terrorismo che colpisce anche i paesi occidentali…), e poi l’emergere della Cina, tra poco anche dell’India… sono tutte cose che hanno sospinto l’America latina nel dimenticatoio dell’attenzione mondiale. E che ora riappare, questa parte (sud) del continente americano, proprio per le fortissime tensioni che stanno riversandosi anche nei paesi cosiddetti ricchi (ad esempio col flusso migratorio “in uscita” rilevante che ora l’America latina ha, con la crisi economica in gran parte dei suoi stati).

Un ragazzo spinge i suoi bagagli in territorio colombiano dopo aver attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar, frontiera con il Venezuela (foto da http://www.ea stwest.eu.jpg)

   E poi c’è il paradigma di questi anni: crisi economica significa naturalmente scontento assoluto della maggior parte della popolazione, il crescere della povertà; e così c’è l’emergere di populismi, oppure di irrigidimenti dei poteri che già c’erano, che rispondono alle difficoltà economiche e alle proteste, al dissenso, con la creazione di un potere molto più antidemocratico, autoritario, di quanto lo fosse mai stato in passato (è il caso tipico questo del Venezuela). E abbiamo così spesso l’emergere di forze estreme (di destra o di sinistra) che cercano di dare risposte “rivoluzionarie” all’incapacità di risollevarsi dai guasti sociali di una crisi economica mondiale che colpisce di più questi paesi a struttura sociale molto debole.
In Messico (che si vota il 1° luglio prossimo) l’attuale opposizione di sinistra potrebbe avere più chance di vittoria: sinistra che cerca di rassicurare sui timori di nazionalizzazioni ed espropri. E vedono al momento in vantaggio per la presidenza ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR, nazionalista di sinistra che – in controtendenza rispetto a un’America Latina che si sposta a destra – potrebbe qui beneficiare della crisi del neoliberalismo locale.

MAPPA AMERICA DEL SUD

   C’è poi da dire che, su tutte le crisi politiche degli stati dell’America Latina, spicca per importanza e gravità il VENEZUELA. Il 20 maggio scorso ha vinto le elezioni presidenziali il solito Maduro, ma solo perché non aveva avversari, in una condizione di controllo delle urne (visto da dentro e fuori il Venezuela) poco garante delle regole e dei risultati effettivi; ed è andata a votare una percentuale molto bassa (il 46%) di elettori.
Il Venezuela è in una crisi economica molto grave: basti pensare che il 61% della popolazione è in uno stato di assoluta povertà. Circa 1 milione e mezzo di cittadini del Venezuela avrebbero abbandonato il Paese dal 2014, trovando rifugio nel resto dell’America Latina: 600.000 si sarebbero fermati in Colombia, attraversando il confine che separa i due Stati.

RIO DE JANEIRO. BRASILE NEL CAOS: SCIOPERO CAMIONISTI. ACCUSE AL PRESIDENTE TEMER CHE SCHIERA L’ESERCITO – “L’accordo tra governo e camionisti non ha retto. Il 60 per cento dei due milioni di autotrasportatori partecipa ancora al blocco che sta mettendo in ginocchio il Brasile. Le merci non arrivano a destinazione e le scorte, dopo sei giorni di paralisi della circolazione, si sono esaurite. MANCA DI TUTTO: CIBO, BENZINA, GAS, ACQUA, PRODOTTI ELETTRONICI E PRODOTTI DI BASE ANCHE LA FARINA PER FARE IL PANE. Molti aeroporti sono stati costretti a sospendere i voli per mancanza di carburante. Il presidente MICHEL TEMER ha riunito un gabinetto di emergenza con 8 ministri. La tregua ha resistito solo poche ore. Il capo dello Stato è preoccupato soprattutto per gli ospedali dove scarseggiano medicine, strumenti e materiale sanitario. La difficile situazione lo ha spinto a chiedere l’intervento dell’esercito. I soldati rimuoveranno i blocchi (ne hanno liberati 132 ma ne restano in piedi ancora 387).
Per chi continua lo sciopero scatterà una multa di 100 mila reais, circa 32 mila euro al giorno. Lo sciopero, organizzato dall’Associazione brasiliana dei camionisti, è riuscito ha raccogliere la simpatia di un movimento trasversale che raccoglie destra, sinistra, centro, la potente classe degli agrari, dirigenti di industrie e della grande distribuzione. Tutti lamentano il raddoppio del prezzo del carburante in un anno che pesa con il 46 per cento sui costi di trasporto. (Daniele Mastrogiacomo, “la Repubblica”, 27.5.18)

   E (a proposito di Colombia) la crisi economica e politica del Venezuela non si limita entro i confini del Paese, ma produce effetti regionali più vasti: e il paese “più esposto” alla contaminazione della crisi venezuelana è proprio la COLOMBIA, che vive ora le difficoltà della massiccia immigrazione dal Venezuela in povertà. In Colombia nel marzo scorso ha vinto la destra (il partito Centro Democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe ha ottenuto il maggior numero di seggi).
In Colombia erano le prime elezioni che vedevano la partecipazione delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia), l’ex gruppo rivoluzionario di ispirazione marxista che per decenni ha combattuto con il terrorismo le istituzioni statali, e che ha firmato due anni fa un accordo di pace. Le FARC hanno ottenuto a queste elezioni pochi voti, ma avranno comunque alcuni seggi garantiti nel nuovo Parlamento, come stabilito dagli accordi di pace. Il popolo colombiano, già nell’ottobre 2016 aveva bocciato con un referendum questa pacificazione (peraltro il governo non ha disdetto l’accordo firmato con la Farc).

Cuba, 16 aprile 2018, Miguel Díaz-Canel (ingegnere di 58 anni) nuovo leader al posto di Raul Castro

   Ma queste ultime elezioni con vittoria della destra potrebbero mettere a rischio il processo di pace avviato dal presidente Santos con i guerriglieri. Perché la Colombia non ha “chiuso” con la contrapposizione al terrore della Farc (dagli anni ‘60 del secolo scorso a due-tre anni fa): come detto c’è una (buona) parte della popolazione colombiana in dissenso con la pace che si è stabilita con i guerriglieri della FARC (dopo decenni di attentati, assassini, non è facile “accogliere” chi ha praticato un terrorismo diffuso, come cittadini qualsiasi, garantendo loro pure una presenza in Parlamento. Ma nel contesto generale la pacificazione con i terroristi può essere considerata una buona cosa, per il presente e il futuro della Colombia.

FRANCESCO il 5 luglio 2017a Quito, capitale dell’Ecuador, prima tappa del viaggio che fino al 13 luglio in Sud America lo ha portato anche in Bolivia e in Paraguay – IL RUOLO DEL PAPATO DI FRANCESCO NELLA “SUA” AMERICA LATINA – Quali sono le SFIDE DELLA NUOVA AMERICA LATINA ALLA CHIESA DI PAPA FRANCESCO? Il Continente Latinoamericano sta vivendo un delicato periodo di transizione politica ed economica. Tra sfide vecchie e nuove, FRANCESCO, figlio di questa terra, sta attivamente avendo un ruolo geopolitico, sui temi dei DIRITTI DEGLI INDIOS, della SALVAGUARDIA AMBIENTALE DELLA FORESTA AMAZZONICA, della CORRUZIONE POLITICA, della CRITICA AL MODELLO ECONOMICO DI SFRUTTAMENTO ECONOMICO DELLE MULTINAZIONALI (pur dovendo affrontare con decisione, e lo sta facendo in CILE, GLI ABUSI SESSUALI DELLA CHIESA LATINO-AMERICANA)

   E’ così che il 17 giugno, al secondo turno, si affronteranno per la carica di presidente il candidato del Centro Democrático IVÁN DUQUE, legato a doppio filo all’ancora popolare ex presidente Álvaro Uribe, con GUSTAVO PETRO, un passato da guerrigliero e già sindaco di Bogotà. Pertanto un partito di destra contro uno (quello di Petro) di sinistra.
A ottobre sarà invece la volta del BRASILE. Attualmente il Brasile è in una situazione incandescente: lo sciopero, organizzato dall’Associazione brasiliana dei camionisti, è riuscito ad avere la simpatia di un movimento trasversale che raccoglie destra, sinistra, centro, la potente classe degli agrari, dirigenti di industrie e della grande distribuzione…. Tutti lamentano il raddoppio del prezzo del carburante in un anno, e di conseguenza i prezzi dei beni di prima necessità fortemente aumentato… E’ un Brasile poi travolto dagli SCANDALI, segnato dalla destituzione di DILMA ROUSSEF e dalla condanna a 12 anni di reclusione per corruzione dell’ancora popolare ex presidente LULA.
Tolto di mezzo il favorito Lula per l’ostacolo della non candidabilità, si sta consolidando il CONSENSO DEL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA JAIR BOLSONARO, personaggio controverso (si è lasciato andare a esternazioni sessiste e omofobe oltre ad aver espresso giudizi positivi sul periodo della dittatura militare).

CILE – OCCUPAZIONI FEMMINISTE – “LE STUDENTESSE CILENE HANNO OCCUPATO PIÙ DI QUINDICI UNIVERSITÀ: denunciano gli abusi sessuali negli atenei e protestano studenti contro il modello d’istruzione sessista e discriminatorio diffuso nel paese”, scrive La Tercera. La protesta è cominciata il 17 aprile nell’UNIVERSIDAD AUSTRAL DE VALDIVIA, nel SUD DEL CILE, e in poche settimane si è estesa ad altre università, anche nella capitale SANTIAGO. (da Internazionale 18.5.18)

   Insomma comunque la si guardi (e qui abbiamo tralasciato molti altri Paesi latino-americani, concentrandoci solo su quelli che nel 2018 vanno alle elezioni) la situazione di CRISI ECONOMICA, messa assieme a GOVERNI POPULISTI che vanno al potere nel mondo intero (a parte qualche eccezione, come nella Francia di Macron), ebbene questa situazione di forze demagogiche cresciute con l’economia in crisi e la crescita della povertà, tutto questo fa più danni nei paesi fragili, in quelli che in fondo molto spesso si sono “appoggiati” a leader capaci di infervorare il popolo (come piace dappertutto, ma “di più” forse accade in America latina).

SIMON BOLIVAR – da http://www.farodiroma.it/ (“PAPA FRANCESCO VORREBBE ANDARE SUL PONTE SIMON BOLIVAR, AL CONFINE TRA COLOMBIA E VENEZUELA” – 14/6/2017) – (….) SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

   Che fare, che dire? Nel contesto attuale servirebbe il rafforzamento di istituzioni e organismi democratici sovranazionali, capaci di promuovere dappertutto la pace e lo sviluppo: di difendere i deboli, di offrire possibilità di “riversamento di ricchezza” dai paesi ricchi a quelli poveri”; di offrire e garantire meccanismi di libertà per ciascun cittadino del mondo, e dare a ciascuna persona del pianeta garanzie di vita dignitosa, di sviluppo sociale e individuale. Solo il superamento delle nazioni (del nazionalismo) in una nuova “libertà geografica” che rimetta in discussione la necessità dei confini, solo questo potrebbe (ri)dare speranza di una nuova condizione favorevole anche per un continente come l’America latina ora alla deriva. (s.m.)

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IL CRUCIALE 2018 DELL’AMERICA LATINA

di Vincenzo Paglionica, 30/5/2018, da TRECCANI (www.treccani.it )
IN CHE DIREZIONE VA L’AMERICA LATINA? È la domanda che, in un articolo pubblicato sul New York Times lo scorso 5 dicembre, si poneva l’accademico ed ex ministro degli Esteri messicano Jorge Castañeda,a poco meno di due settimane dal secondo turno delle ELEZIONI PRESIDENZIALI CILENE – poi vinte dal candidato di centrodestra SEBASTIÁN PIÑERA – e alla vigilia di un 2018 denso di importanti appuntamenti elettorali per il Subcontinente.
Rilevanti le questioni al centro del dibattito: da una parte – ricordava Castañeda – analisti e studiosi si interrogavano sulla resilienza delle istituzioni democratiche della regione in un anno elettoralmente cruciale; dall’altra emergeva l’interrogativo sulla possibile affermazione di leadership definite a vario titolo demagogiche, populiste quando non addirittura tendenti all’autoritarismo, in Paesi segnati da accentuate disuguaglianze e colpiti da una corruzione pervasiva.
Ancora, si poneva il tema di un possibile ‘passaggio d’epoca’, con l’eclissarsi dell’onda rosa di sinistra che aveva attraversato il Subcontinente nel primo quindicennio del XXI secolo e un progressivo slittamento della regione verso formule politiche orientate a destra. Svolgendo la sua analisi, Castañeda evidenziava come, al netto di talune situazioni e ferma restando la possibilità di sorprese, non si stavano profilando all’orizzonte risultati particolarmente imprevedibili, e questo – in un generale quadro democratico – è da interpretarsi come un segnale comunque positivo.
Ora che il 2018 è in pieno corso e alcune consultazioni si sono già svolte, è possibile provare a formulare le prime, inevitabilmente parziali considerazioni. Tra febbraio e aprile si è votato in COSTA RICA, dove il candidato del Partido Acción Ciudadana di centrosinistra Carlos Alvarado Quesada ha avuto la meglio sul conservatore Fabricio Alvarado Muñoz, mentre in PARAGUAY – sempre nel mese di aprile – è stato Mario Abdo Benítez ad aggiudicarsi la presidenza, confermando il predominio sulla scena politica del Paese del Partido Colorado, passato per la dittatura (1954-89) di Alfredo Stroessner e interrotto dal 1947 soltanto dalla parentesi della presidenza Lugo (2008-12). Quando si insedierà nel mese di agosto, il nuovo capo dello Stato sarà tuttavia chiamato a negoziare, non potendo fare affidamento sulla maggioranza assoluta in Senato.
È però in VENEZUELA e in COLOMBIA che si sono tenuti gli appuntamenti elettorali più attesi della prima metà del 2018. Nel primo caso, nell’ambito di un voto che diversi Paesi avevano già dichiarato di non riconoscere e segnato dal boicottaggio della maggior parte delle forze di opposizione, ad aggiudicarsi una scontata vittoria è stato il presidente uscente NICOLÁS MADURO: il 20 maggio, secondo i risultati diffusi dal Consiglio elettorale nazionale, il delfino di Chávez si sarebbe aggiudicato il 67,8% delle preferenze, per un totale di 6.205.875 voti, seguito dal candidato della forza politica Avanzada Progresista HENRI FALCÓN, fermo a 1.927.174 voti.
L’AFFLUENZA ALLE URNE si sarebbe attestata sul 46% degli aventi diritto, DATO MOLTO PIÙ BASSO rispetto alle precedenti tornate elettorali e peraltro probabilmente ritoccato al rialzo dal regime, mancando il controllo di osservatori indipendenti. Ai suoi sostenitori radunati davanti al palazzo presidenziale di Miraflores, Maduro ha detto che «sono la forza della storia convertita in vittoria popolare, in vittoria popolare permanente», ma al netto della retorica antimperialista con cui imputa le responsabilità della crisi ai nemici, interni e internazionali, della revolución, il rieletto capo dello Stato – protagonista di una stretta che ha di fatto azzerato qualsiasi contropotere – si troverà a guidare un Paese in ginocchio, che nel corso degli anni non ha mai sganciato il proprio sistema produttivo dalla dipendenza dal petrolio, in cui l’inflazione è proiettata – secondo le stime del FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE – al 13.865% e IL 61,2% DELLA POPOLAZIONE È IN CONDIZIONI DI POVERTÀ ESTREMA.
La crisi politica ed economica di Caracas non si limita però entro confini del Paese, ma produce effetti regionali più vasti, e tra le realtà più esposte agli spillover del caos venezuelano figura la COLOMBIA. Secondo le statistiche, circa 1,5 milioni di cittadini del Venezuela avrebbero abbandonato il Paese dal 2014, trovando rifugio nel resto dell’America Latina: 600.000 si sarebbero fermati in Colombia, attraversando il confine che separa i due Stati. Sul punto però, non mancano pareri discordanti: non sono pochi infatti a essere convinti che i numeri vadano rivisti al rialzo, e che i venezuelani presenti in Colombia siano già 2 milioni.
Nel frattempo, al fine di contenere i flussi, il governo di BOGOTÀ ha stabilito che ogni cittadino venezuelano che intenda entrare nel Paese deve essere munito di passaporto; inoltre, dal mese di aprile, è stata avviata un’ampia operazione di identificazione e registrazione dei venezuelani presenti in Colombia, con l’assicurazione che le informazioni raccolte non saranno utilizzate a fini sanzionatori o per la deportazione.
Tale esodo, di non semplice gestione in condizioni di complessiva stabilità, si inserisce peraltro in una cornice di per sé già fragile come quella colombiana, con un Paese che sta con pazienza cercando di superare il cinquantennale conflitto con le FARC a cui ha posto fine l’accordo di pace del 2016. E proprio la Colombia, dopo le elezioni legislative dello scorso marzo, era attesa il 27 maggio dall’importante appuntamento del primo turno delle consultazioni presidenziali.
Secondo le aspettative, ha concluso in testa questa prima fase il candidato del Centro Democrático IVÁN DUQUE, legato a doppio filo all’ancora popolare ex presidente Álvaro Uribe. In linea con le posizioni espresse dal suo mentore – tra le voci più critiche dell’accordo sottoscritto con le FARC – Dunque ha assicurato che da presidente interverrà su alcuni dei nodi strutturali dell’intesa, ritenuta troppo indulgente verso i guerriglieri: questo perché – ha dichiarato in un’intervista all’Agence France-Presse – «i colombiani vogliono che chi ha commesso crimini contro l’umanità sia punito con sanzioni incompatibili con la rappresentanza politica, affinché non si configurino situazioni di impunità».
Nel secondo turno, DUQUE affronterà GUSTAVO PETRO, un passato da guerrigliero dell’M-19 e già sindaco di Bogotà. Come ha osservato sul blog della London school of economics Tobias Franz, la proposta di Petro di aggredire gli interessi delle classi sociali egemoni e di stabilire un moderno modello di welfare state ha incontrato il consenso di diversi ambienti della società colombiana, superando persino la tradizionale diffidenza verso il ‘pericolo della sinistra’ ancora particolarmente radicato nel Paese.
E su questa paura – collegata all’eredità della guerra – l’uribismo ha cercato di capitalizzare, ricordando come Petro sia stato un estimatore di Hugo Chávez e TRACCIANDO SCENARI DI CRISI ‘ALLA VENEZUELANA’ in una Colombia che decidesse di affidare all’ex sindaco di Bogotà la presidenza. A decretare gli esiti – che dipenderanno anche da chi sarà in grado di intercettare il maggior numero di voti di Sergio Fajardo, giunto terzo con il 23,7% – sarà il ballottaggio del 17 giugno.
Intanto, si avvicinano gli altri due fondamentali appuntamenti elettorali che attendono l’America Latina nel 2018, quelli di MESSICO e BRASILE.
Le ELEZIONI MESSICANE DEL 1° LUGLIO vedono al momento in vantaggio per la presidenza ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR, nazionalista di sinistra che – in controtendenza rispetto a un’America Latina che si sposta a destra – potrebbe qui beneficiare della crisi del neoliberalismo locale.
A ottobre sarà invece la volta del BRASILE travolto dagli SCANDALI, segnato dalla DESTITUZIONE DI DILMA ROUSSEFf e dalla CONDANNA A 12 ANNI di reclusione DELL’ANCORA POPOLARE LULA: qui si sta consolidando il CONSENSO DEL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA JAIR BOLSONARO, che si è lasciato andare a esternazioni sessiste e omofobe oltre ad aver espresso giudizi positivi sul periodo della dittatura militare.
Ed è in questo quadro che si inserisce la citata questione della resilienza delle istituzioni democratiche nei Paesi della regione, in un momento storico in cui la fiducia nella democrazia nel Subcontinente – secondo i dati dell’ultimo Latinobarómetro – è caduta al 53%, mentre il 25% degli intervistati si è detto indifferente al regime politico in vigore nel suo Paese. Secondo l’indagine del Latin America public opinion project poi, quasi il 38% della popolazione sarebbe persino favorevole a un golpe militare, se questo servisse a contrastare gli elevati tassi di criminalità e la dilagante corruzione. (Vincenzo Paglionica)

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VITA (E FAME) IN VENEZUELA: FUGA DA TRE DOLLARI AL MESE

di Rocco Cotroneo, da “il Corriere della Sera” del 18/5/2018
– Donne che vendono i capelli (a 20 euro) per non prostituirsi; anche i medici si uniscono al milione di profughi in Colombia per scappare dalla fame –
Al ristorante Mundipollo la fila comincia all’alba. Non sono clienti, ma disperati che ricevono gli avanzi della sera prima. Un po’ di carne rimasta attaccata ad ali di pollo fritto. Molte le donne con i bambini in braccio, arrivano con sacchetti di plastica e persino secchi per portarne via il più possibile.
Piazza Simon Bolivar: la statua a cavallo del Libertador, ironia nella tragedia, guarda i venezuelani ridotti alla fame dalla rivoluzione fatta in suo nome. In un’altra piazza di CUCUTA, il Parque Santander, il signor Aristides ha un cartello al collo con la scritta «Si comprano capelli» e sta esaminando un paio di ciocche biondastre portate da un ragazzo. Le interessate sono accompagnate in una specie di parrucchiere clandestino al secondo piano di un edificio commerciale. Ne escono con il corrispettivo di 20 o 30 euro e gli occhi gonfi di lacrime. Il loro tesoro — nessuno tiene tanto ai capelli lunghi e lisci come una venezuelana — diventerà parrucca in una fabbrica di Medellín. Gladys schiva le domande ma l’amica, borbotta amara: «Piuttosto finisco in strada stanotte, ma questi non si toccano».
VERSO LA COLOMBIA
Vendere i capelli per disperazione, in alternativa alla prostituzione; raccattare avanzi in un ristorante, piuttosto che rovistare nei bidoni della spazzatura. La grande fuga dei venezuelani attraverso questa città di confine — un tempo nota solo per i terremoti e i giganteschi alberi tropicali — accumula ogni giorno che passa storie atroci e problemi sempre meno gestibili.
Un milione di persone è la stima di coloro che dagli effetti nefasti del chavismo gestito da Nicolás Maduro sono fuggiti verso la vicina Colombia, tre milioni la diaspora in tutto il mondo. È LA PIÙ GRAVE CRISI UMANITARIA IN OCCIDENTE DA DECENNI.
Ogni giorno passano attraverso il ponte che unisce i due Paesi dalle 30.000 alle 40.000 persone, molti per comprare di tutto e tornare a casa, altri per lasciare il Venezuela per sempre. Il picco in questi giorni alla vigilia delle elezioni presidenziali truffa che si svolgeranno domenica. Da stamani, per ordine di Caracas, il ponte resterà chiuso fino a dopo il voto.
I RIFUGIATI
Ad attendere i rifugiati da questo lato del confine una diabolica economia nata sulla loro tragedia: la vendita di passaggi in autobus per qualunque città della Colombia, ma anche Perù, Ecuador e giù giù fino a Santiago del Cile o Buenos Aires, il ritiro della loro moneta ridotta a carta straccia, l’offerta di qualunque forma di lavoro nero e sfruttamento. Ma ci sono anche notevoli sforzi di aiuto umanitario.
In città funzionano una decina di rifugi messi in piedi dal governo con l’aiuto dell’Onu e di organizzazioni religiose. «La Colombia non è mai stato un Paese di immigrazione, non eravamo pronti ma ora le cose sono molte migliorate», ammette nel suo ufficio Juan Carlos Cortes, il responsabile della frontiera nel governo locale. In un’altra piazza del centro la fila dei venezuelani sotto un sole implacabile è lunga tre isolati per andare a ritirare soldi arrivati da amici e parenti all’estero.
Gestisce i numerini una signora con la mascherina sulla bocca. Non si sa mai. Le notizie vere o esagerate sulla diffusione di malattie portate dai venezuelani sono circolate in fretta, qui come alla frontiera con il Brasile, l’altro sbocco di fuga. In Venezuela è al collasso anche il sistema sanitario.
IL PONTE
Per averne un’idea occorre fare il cammino inverso della marea umana lungo il ponte Simon Bolivar (da tre anni si passa solo a piedi) poi prendere un taxi e dopo un’ora arrivare all’ospedale centrale di San Cristobal, la prima città venezuelana della regione. Epicentro della rivolta del 2014 soffocata nel sangue, questa comunità ne ha pagato duramente le conseguenze. Il sindaco legittimo Daniel Ceballos è da quattro anni sotto arresto e ora è in una cella dei servizi segreti del regime a Caracas. I suoi ex governati stanno appena un po’ meglio.
Una dottoressa dell’ospedale racconta che il 70 per cento dei medici e degli infermieri si sono volatilizzati nel giro degli ultimi sei mesi e che in pratica la sanità pubblica a San Cristobal non esiste più. Con salari frantumati dall’inflazione a pochi dollari al mese (tre, secondo il cambio nero) in molti sono stati costretti a fare altro. O hanno passato il ponte per Cucuta, o sono entrati nella catena dell’economia informale, che all’apice della necessità diventa contrabbando. «Anche se tornassero tutti, ormai metà delle apparecchiature qui è sparita». (Rocco Cotroneo)

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LA FRONTIERA SEMPRE PIÙ CALDA TRA VENEZUELA E COLOMBIA

di Fabio Bozzato, da http://www.eastwuest.eu, 24/12/2017
– Il confine è terra di contrabbandieri e gruppi armati, ma anche di speranza. Ogni giorno i venezuelani lo attraversano per procurarsi i beni più elementari. E molti cercano illegalmente rifugio in Colombia. Ora però Maduro minaccia di chiudere i varchi d’accesso. E la tensione tra i due Paesi sale –
BACHAQUEROS sono chiamati anche quelli che attraversano ogni giorno la frontiera colombiana, povera gente che prova a rivendere carne, cipolle, sigarette e penne, borse e arance (quelli più organizzati anche elettrodomestici e benzina ma ormai anche questa scarseggia).
Bussano di porta in porta e vendono a prezzi di gran lunga inferiori a quelli del locale mercato poi fanno rientro a casa tra mille peripezie con un po’ di pesos da cambiare e prodotti base (dal riso alle medicine) che in VENEZUELA scarseggiano sempre di più.
Nei giorni scorsi il presidente Nicolas MADURO è ritornato sulla questione delle frontiere, dove il commercio illegale è una attività fiorente e fuori controllo. Ha puntato il dito contro «le mafie che fanno affari con alimenti e prodotti di prima necessità». Non una parola sul collasso della produzione interna, sul sistema cambiario schizofrenico, sull’iperinflazione che si divora tutto. Cioè ha sorvolato sul fallimento di un’intera politica economica e monetaria ma ha preso in considerazione, ha detto, la possibilità «di SIGILLARE LE FRONTIERE marittime e aeree con le isole di Curaçao e Aruba» e soprattutto di preparare una sorpresita per quelle via terra con la COLOMBIA. Il che ha fatto rivivere l’incubo della chiusura improvvisa e violenta dei varchi d’accesso, messa in atto per quasi un anno tra il 2015 e il 2016, unita all’ESPULSIONE FORZATA di quasi 18 mila colombiani, oltre a 2 mila direttamente deportati.
L’iniziativa ha messo a dura prova le relazioni tra i due Paesi, che si amano e si detestano da sempre, fin dall’epoca della colonia, quando erano il Virreinato de Santa Fé e la Capitanía de Caracas. «Sono lontani i tempi del decennio d’oro, quando si parlava di cooperazione andina a cavallo degli anni ’80 e ’90 e i rapporti erano simbiotici», racconta Socorro Ramirez, docente di Relazioni Internazionali all’Universidad Nacional di Bogotà.
Il fatto è che «mai come ora – avverte l’analista – le relazioni tra i due Paesi sono state così critiche e senza alcun canale di comunicazione e mediazione bilaterale. Peraltro i due presidenti, Manuel Santos e Nicolas Maduro, sono al loro ultimo anno di mandato ed entrambi con indici di popolarità bassissimi». I due si detestano. Santos è stato duro nei mesi delle proteste di strada, sostenendo l’opposizione e non riconoscendo l’Assemblea Costituente eletta a fine luglio. Da parte venezuelana, ormai si contano numerose le provocazioni dell’esercito di là dalla frontiera, quasi una battaglia di nervi che tiene in allerta i militari di Bogotà.
Così, la sorpresita che ha in serbo Maduro è solo l’ultimo dei dardi lanciati. Qualunque cosa sia, sarà una sorpresa amara. «Eppure il Paese ha bisogno di aperture, non di chiusure. Tagliare le comunicazioni sarebbe una maniera in più di isolarci, di chiudere la possibilità di accedere a beni e servizi – dice scoraggiata María Carolina Uzcátegui, presidente della venezuelana Consecomercio – Non possiamo dimenticare che il 70% della nostra capacità industriale è inoperante». D’altra parte la Colombia è ormai un socio secondario per Caracas. Il volume di scambi è precipitato e anche il terzo trimestre 2017 si è chiuso con un -41%, secondo la Cavecol, la Camera di Commercio colombo-venezuelana.
Per questo è solo l’enorme economia informale quella che traina le relazioni. E i flussi umani. Col precipitare della situazione in Venezuela, il governo di Bogotà ha dovuto approntare al confine SERVIZI DI PRIMA NECESSITÀ (da quelli sanitari a quelli educativi) e mettere a punto un sistema di REGOLAZIONE MIGRATORIA.
Secondo i dati della governativa Migración Colombia, i venezuelani con un permesso di soggiorno regolare al 30 giugno si contavano in 263.331 (il 40% dei quali con doppia cittadinanza), altri 153 mila hanno il permesso già scaduto e 50 mila in via di scadenza. Si stima che siano attorno ai 250 mila quelli che risiedono illegalmente nel Paese.
L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA si disperde in tutte le città colombiane, dove si vivono sempre più tensioni xenofobe. «La Colombia sta vivendo una pressione interna ed esterna cui non era preparata e tutte le STRUTTURE SOCIALI sono messe a dura prova» racconta Socorro Ramirez.
Dei 7 accessi legali disseminati lungo i 2200 km di frontiera, il più famoso è il PONTE INTERNAZIONALE SIMON BOLIVAR A CUCUTA, attraversato ogni giorno da un flusso ininterrotto di venezuelani. Migración Colombia ha registrato 623.673 pendolari, consegnando loro una Tarjeta de movilidad fronteriza che permette di muoversi da un capo all’altro del ponte. Ogni giorno si calcola che entrino ed escano almeno 36 mila persone, trascinando piccole valige, così che per tutti sono i MALETEROS. Le loro storie sono sempre penosissime. Non solo devono riuscire ad evitare i ricatti e il pizzo della Guardia bolivariana, ma una volta arrivati in città devono destreggiarsi in un clima di diffidenza se non di aperto odio. Ai venezuelani viene imputato un aumento esponenziale di prostituzione e criminalità. Le autorità locali di polizia hanno denunciato che a Cucuta gli arresti per spaccio di stupefacenti sono aumentati nel primo semestre di quest’anno del 227% e quelli per furto del 219% rispetto al 2016.
Il fatto è che, al di là dei posti di frontiera ufficiali, IL CONFINE È COMPLETAMENTE POROSO. Solo nei dintorni del famoso ponte Bolivar si contano 280 sentieri che portano illegalmente a Cucuta. E questa è zona di contrabbando di qualunque tipo, di scorribande di gruppi armati, dai paramilitari all’Eln (l’ultima guerriglia colombiana) e sul lato venezuelano le Fuerzas bolivarianas de liberación, che tutti chiamano Boliches. Il risultato sono sparatorie e agguati. Da qualunque parte la si guardi, insomma, come sottolinea Socorro Ramirez, «la situazione è davvero molto rischiosa e non promette niente di buono». (Fabio Bozzato)

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LE DONNE SENZA POTERE IN AMERICA LATINA

di Sylvia Colombo, da INTERNAZIONALE, 18/3/2018
La prova che si usano criteri diversi per valutare gli uomini e le donne che governano è che le quattro donne che hanno guidato un paese dell’America Latina negli ultimi quindici anni sono state messe in discussione dai commentatori politici e dall’opinione pubblica sempre a partire dalla stessa domanda: “Questo paese eleggerà di nuovo una donna?”.
È una domanda assurda. Immaginate se, nel Venezuela sommerso dai problemi, qualcuno si chiedesse se i cittadini “torneranno a eleggere un uomo” dopo il disastro combinato dal dittatore Nicolás Maduro, o se qualcun altro rifacesse la stessa domanda in Nicaragua dopo il regime autoritario di Daniel Ortega, o a Cuba dopo la riapertura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
Immaginate se qualcuno dicesse: “Questa volta non permetteremo a un uomo di andare al potere”. Da Alberto Fujimori in poi tutti i presidenti del Perù sono stati uomini. Tutti sono stati messi in discussione per diversi motivi, ma mai nessuno si è chiesto: “Questa volta non faremmo meglio a eleggere una donna?”.
È uno dei motivi per cui le donne che di recente sono state al potere in America Latina – CRISTINA FERNÁNDEZ (Argentina), DILMA ROUSSEF (Brasile), LAURA CHINCHILLA (Costa Rica) e MICHELLE BACHELET (Cile) – parlano di una discriminazione sotterranea nella valutazione del loro operato, a prescindere dalle ideologie e dal contesto politico.
Dall’11 marzo, quando Michelle Bachelet ha lasciato l’incarico, in America Latina non c’è un paese che sia guidato da una donna. Come se non bastasse, in questo anno caratterizzato da diverse elezioni legislative e presidenziali, le donne candidate sono poche: tra di loro spiccano MARGARITA ZAVALA, moglie dell’ex presidente messicano Felipe Calderón Hinojosa, e MARTA LUCÍA RAMÍREZ, avvocata e leader del Partito conservatore colombiano.
Quello che sembrava un passo avanti senza precedenti all’improvviso ha lasciato il posto alla consapevolezza che bisogna fare ancora tanto per sconfiggere la cultura maschilista nella regione. Basta un errore e piovono le critiche.
Nelle manifestazioni contro Cristina Fernández, organizzate per protestare contro la corruzione e la crisi economica, spesso la presidente veniva chiamata égua, una parola usata in Argentina per riferirsi a una prostituta.
A Laura Chinchilla, come ha scritto di recente il New York Times, veniva chiesto spesso se piangesse a causa dei problemi del governo. Michelle Bachelet ha subìto un’invasione costante nella sua vita personale e sentimentale. I brasiliani inoltre ricordano sicuramente gli insulti sessisti rivolti a Dilma Roussef durante le proteste nel paese. La presidente brasiliana, che ha attribuito la sua messa in stato d’accusa anche alla misoginia, una volta ha dichiarato: “Dicono che sono dura e severa, ma se parlassero di un uomo che ha le stesse qualità direbbero che è forte e inflessibile”.
Dopo otto anni alla guida del governo cileno (in due mandati non consecutivi), Bachelet ha detto: “In politica quello che non si pretende da un uomo lo si pretende da una donna. L’unica cosa che chiedo è che il taglio sia fatto con le stesse forbici”.
E poi ci sono gli stereotipi che hanno influenzato l’opinione pubblica, le inevitabili attenzioni rivolte al modo in cui quelle donne si vestivano, camminavano, sorridevano (o non sorridevano), si comportavano in pubblico, al fatto che fossero o no accompagnate da uomini.
Una situazione di questo tipo può essere risolta in due modi. Il primo è investire su un’istruzione di qualità, che può evitare che i bambini sviluppino dei pregiudizi. Il secondo è con la politica delle quote. In tutti i paesi in cui questa politica è stata applicata, si è registrato un aumento del numero delle donne in parlamento. E questo è un buon segnale: la società si abitua alla presenza di deputate, senatrici, ministre (non solo in ambiti associati alla famiglia ma anche in aree considerate “difficili” come la sicurezza e l’economia).
La politica delle quote funziona bene in alcuni paesi dell’America Latina. L’Argentina è l’esempio migliore. Negli anni novanta fu deciso che il 30 per cento dei parlamentari del congresso dovevano essere donne e oggi il numero delle parlamentari supera quella quota sia alla camera sia al senato, mentre in Brasile le deputate sono solo l’11 per cento. In Cile, invece, dopo che è stato introdotto questo sistema, la rappresentanza femminile è passata dal 15 al 23 per cento. Non è molto, ma è un passo avanti.
Speriamo che in futuro rieleggere una donna presidente sia considerato naturale. E speriamo che le prossime leader non ricevano insulti sessisti o giudizi sulla loro attività politica in base al colore del loro vestito, o a insinuazioni sulla loro vita sessuale. (SYLVIA COLOMBO è una giornalista brasiliana del quotidiano Folha de S. Paulo e scrive sul New York Times)

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IN COLOMBIA HANNO VINTO I CONSERVATORI

da IL POST.IT, 12/3/2018, http://www.ilpost.it/
– Il partito dell’ex presidente Uribe, contrario all’accordo di pace con le FARC, ha ottenuto più seggi ma non abbastanza per formare una maggioranza –
In Colombia i partiti conservatori hanno vinto le elezioni politiche (di domenica 11 marzo), le prime che vedevano la partecipazione delle FARC, l’ex gruppo rivoluzionario di ispirazione marxista che per decenni ha combattuto le istituzioni statali.
Il partito Centro Democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe ha ottenuto il maggior numero di seggi, mentre le FARC hanno ottenuto come previsto pochi voti ma avranno comunque alcuni seggi garantiti nel nuovo Parlamento, come stabilito dagli accordi di pace.
Le operazioni di voto si sono svolte regolarmente e senza gli episodi di violenza tipici delle elezioni in Colombia degli ultimi anni. Anche se i partiti conservatori hanno ottenuto più seggi, non hanno comunque raccolto voti a sufficienza per formare una maggioranza.
Centro Democratico può contare su 19 seggi al Senato e 33 alla Camera. Sommando i suoi seggi a quelli degli altri grandi partiti di centro-destra e destra si arriva a 50 seggi in Senato, sui 102 disponibili. Il risultato del partito di Uribe è comunque il dato più rilevante delle elezioni, anche perché l’ex presidente si è sempre detto contrario a stipulare accordi di pace con le FARC. Il voto indica che la popolazione è ancora divisa sul tema, anche perché nei loro oltre 50 anni di attività si stima che le FARC abbiano causato la morte di più di 250mila persone. In molti ritengono che avrebbero dovuto rispondere delle loro azioni, non essere incluse così facilmente nel processo democratico e con seggi in Parlamento garantiti.
Ieri in Colombia si sono inoltre votate le primarie per scegliere i candidati alle presidenziali, che si terranno il prossimo 27 maggio. I conservatori hanno scelto Ivan Duque, mentre Gustavo Petro ha vinto le primarie della sinistra. Si confronteranno insieme ad altri candidati e ci sarà un ballottaggio a giugno. Il mandato dell’attuale presidente uscente, Juan Manuel Santos, scadrà a giugno. Per i suoi sforzi nel concordare la pace con le FARC, Juan Manuel Santos è stato insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2016.

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VENEZUELA, RIELETTO MADURO. MA È UN VOTO DOMINATO DALL’ASTENSIONE

di Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubblica” del 21/5/2018
– Il presidente uscente confermato per altri cinque anni alla guida di un Paese allo stremo. Ai seggi soltanto il 46 per cento degli iscritti. Lo sconfitto Falcon contesta la regolarità delle elezioni –
RIO DE JANEIRO – Ha vinto NICÓLAS MADURO, ha vinto l’astensione. Il delfino di HUGO CHÁVEZ conquista per la seconda volta la presidenza del Venezuela in una tornata elettorale che la maggioranza dei Paesi latinoamericani e occidentali non riconosce e considera priva di garanzie democratiche. Il dittatore venezuelano resterà in carica altri sei anni.
In una Caracas deserta, come gran parte del Paese, si sono recati alle urne solo il 46 per cento dei 20 milioni aventi diritto al voto, anche se Reuters, alle 18, quando si sono chiusi i seggi, registrava un’affluenza del 32,3 per cento. Alle ultime elezioni l’indice dei votanti era stato dell’80 per cento. L’unico avversario di peso, HENRI FALCÓN, ex chavista e candidato con un partito di ispirazione socialista, ha ottenuto 1,8 milioni di voti e contesta il risultato. Lo considera “illegittimo”. I suoi consiglieri e attivisti presenti ai seggi hanno denunciato oltre 350 irregolarità che sono state accolte con freddezza dal Tribunale Elettorale.
Maduro trionfa in un Paese ridotto alla fame, con due milioni di persone fuggite all’estero, senza più medicine, ospedali al collasso, un indice di mortalità del 40 per cento, la produzione di petrolio ridotta al minimo, continue interruzioni di energia elettrica, fabbriche chiuse per la mancanza delle materie prime e un’inflazione che quest’anno potrebbe raggiungere un tasso del 14mila per cento. Solo lo Zimbabwe di Robert Mugabe aveva fatto peggio.
Il partito al potere ha mobilitato i suoi militanti che vicino, e spesso davanti ai seggi, hanno richiesto il “Carnet de la Patria”, la tessera annonaria che garantisce gratis una serie di prodotti alimentari, come dimostrazione di fedeltà. Se voti bene, quindi Maduro, potrai ancora mangiare. A chi ne era sprovvisto l’hanno promessa. In cambio, ovviamente, di un voto. La pressione era sfacciata, violava una delle regole più elementari delle elezioni. Maduro ha respinto le proteste per questa massiccia intromissione: le considera “acquisite”. Luis Zapatero, l’unico tra i 160 osservatori internazionali invitati, ha giudicato in modo positivo l’andamento del voto.
L’assenza alle urne anche nei quartieri considerati roccaforti del regime è il segno più tangibile del distacco della stessa base elettorale di Maduro. Il presidente aveva invitato tutti a votare con uno slogan inequivocabile: “Voto o pallottole”. Falcón si era invece appellato alle Forze Armate chiedendo garanzie per lo svolgimento di una competizione corretta. Ha vinto l’invito all’astensione lanciato dalla veccia MUD, ora confluita nel Frente Amplio, un’opposizione divisa da rivalità interne,scappata all’estero, e abilmente ridotta al silenzio da Maduro con decreti che hanno escluso le candidature più rilevanti e ordini di arresti domiciliari. Per il Venezuela non cambia nulla. Anzi: la situazione è destinata a peggiorare. (Daniele Mastrogiacomo)

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CAMIONISTI BRASILIANI IN RIVOLTA, TEMER MANDA L’ESERCITO

di Francesco Bilotta, da IL MANIFESTO, 29/5/2018
– Brasile. Paese paralizzato da una settimana per la protesta contro il continuo aumento dei carburanti deciso da governo e Petrobras per riallineare i prezzi alle dinamiche internazionali –
Il Brasile sta facendo i conti con una nuova emergenza. Da una settimana i camionisti stanno attuando il blocco del trasporto su strada per protestare contro gli aumenti dei combustibili. Nell’ultimo mese la Petrobras, la più importante azienda petrolifera brasiliana, ha adeguato ben 16 volte il prezzo di benzina e gasolio. Nelle stazioni di servizio, in questo arco di tempo, la benzina è aumentata 47% e il gasolio del 38%. Il gas da cucina è aumentato del 68% in un anno, costringendo milioni di famiglie povere a tornare all’uso della legna per cucinare. Sta di fatto che in due anni i prezzi dei carburanti sono raddoppiati.
Sono le scelte economiche di Temer ad aver prodotto questo risultato. La Petrobras, detenuta al 68% dallo Stato, è stata svincolata da una politica di controllo dei prezzi, come avveniva prima dell’avvento di Temer. Il nuovo presidente della Petrobras, Pedro Parente, nominato da Temer, sta portando avanti una gestione che si prefigge di adeguare in modo accelerato i prezzi dei combustibili alle dinamiche internazionali, determinando un riallineamento giornaliero. Fino ad ora la compagnia petrolifera operava aggiustamenti di prezzo scaglionati nel tempo, tenendo conto del mercato interno e dell’inflazione, per evitare grandi oscillazioni che potessero avere gravi ripercussioni sul costo della vita. Ora questo sistema di prezzi amministrati è saltato. Il deprezzamento della moneta brasiliana rispetto al dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio sul mercato internazionale hanno aggravato ulteriormente la situazione.
Il Brasile ha raggiunto la piena autosufficienza da un punto di vista energetico. Si producono 3 milioni di barili di petrolio al giorno, che corrispondono al fabbisogno del paese. Il processo di raffinazione avviene all’interno del paese e non c’è la necessità di importare derivati del grezzo. Le misure varate del governo Temer e dalla Petrobras hanno determinato una dipendenza dal mercato internazionale, indipendentemente da quanto si produce e si consuma. E così è esplosa la protesta dei camionisti e della popolazione. L’aumento dei combustibili si è scaricato sui prezzi dei trasporti e degli alimentari.
In Brasile il 90% dei prodotti viene trasportato su gomma. Il vasto territorio viene percorso giornalmente da quasi 2 milioni di camionisti. E si comprende bene quale impatto può avere sui prezzi e sulle condizioni di vita un aumento così elevato dei combustibili.
La protesta è esplosa e i blocchi operati dai camionisti hanno interessato tutto il paese, producendo la paralisi di tutte le attività. Le merci non arrivano a destinazione, gli aerei non possono volare perché le scorte di carburante sono finite, le scuole e gli uffici pubblici vengono chiusi, si sono formate file chilometriche di auto alla ricerca di carburante. Sono 14 gli aeroporti del paese in cui non si possono effettuare voli. Gli autobus circolanti si riducono di giorno in giorno. Sono bloccati i terminali da cui partono gli autobus che collegano le città brasiliane.
Dopo 7 giorni di sciopero i dati forniti dicono che ci sono ancora 550 punti in 24 Stati in cui la circolazione è bloccata. Viene consentita l’apertura di corridoi per la circolazione dei mezzi che trasportano animali vivi, medicine, generi alimentari deperibili. Solamente due settimane fa Temer aveva celebrato, in una solenne cerimonia con i suoi alleati, i fasti dei suoi due anni di governo con lo slogan: «Il Brasile è tornato, 20 anni in 2». Il paese avrebbe fatto un salto in avanti di 20 anni nei due anni di gestione Temer. Nella realtà il presidente completa i due anni con il record di impopolarità. Il suo livello di consenso è talmente basso (2%) da costringerlo ad ufficializzare la sua non candidatura alle presidenziali.
Gli avvenimenti di questi giorni dimostrano quali sono state le politiche portate avanti dal governo del «golpe soave». E ancora una volta, dopo 5 giorni di sciopero, vengono impiegate le forze armate per disperdere i dimostranti e scortare i camion alle raffinerie. Il ricorso ai militari sta diventando una pratica costante di questo governo per gestire situazioni di ordine pubblico. Si affidano ad essi compiti che la Costituzione del 1988 non prevede. Un gioco pericoloso che può avere conseguenze devastanti per la democrazia e lo stato di diritto. Il comitato di crisi, formato da ministri e militari, che Temer ha costituito si sta adoperando per arginare la protesta.
Un tentativo di accordo è fallito perché l’Associazione brasiliana dei camionisti, la più importante e rappresentativa con un milione di aderenti, ha rifiutato le offerte del governo. Il Fronte Brasile Popolare e il Fronte Popolo Senza Paura hanno espresso solidarietà ai camionisti, denunciando le politiche di Temer che, favorendo l’allineamento dei prezzi petroliferi ai mercati internazionali, determinano un aumento generalizzato dei prezzi di tutti i beni di consumo, penalizzando la popolazione più povera del paese. Si esprime, inoltre, un grave allarme per l’impiego dell’esercito «perché non è compito delle forze armate correggere gli errori di un governo che non ha alcuna legittimità».
L’Organizzazione Amnistia Internazionale denuncia l’impiego dei militari per liberare le strade occupate dai camionisti e afferma in un comunicato: «L’uso dei militari può determinare azioni violente e mettere in discussione la libertà di espressione e manifestazione. Si può determinare una spirale di violenza, innescando un conflitto sociale che può portare a un processo di militarizzazione nella gestione delle politiche pubbliche del paese». E ancora una volta ci si interroga sullo stato della democrazia in Brasile. (Francesco Bilotta)

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DOVE VA L’AMERICA LATINA NEL 2018?

17 febbraio 2018 Carlo Rebecchi , Il Giornale Diplomatico
All’apparenza quanto accade in America Latina potrebbe sembrare una realtà lontana. Il 2018, però, in particolare per l´America Centromeridionale, è un anno particolare: in sei Paesi circa 350 milioni di elettori sono chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e questo, nel mondo della globalizzazione, non potrà non avere i riflessi e importanza negli equilibri geopolitici mondiali, come è emerso da un incontro – promosso a Roma dall´osservatorio Mediatrends America – al quale hanno partecipato il prof. Federico Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University; il giornalista Roberto Da Rin, inviato permanente in America latina del quotidiano “Il Sole 24 Ore”; Gianni La Bella, portavoce della Comunità di S. Egidio per l´America Latina ed alcuni diplomatici latinoamericani.
Costa Rica, Colombia, Paraguay, Messico, Brasile e Venezuela, in ordine cronologico, sono i sei Paesi dove si voterà. In Costa Rica si è già tenuto il primo turno e il ballottaggio è previsto per il primo aprile. Un caso interessante, perché si tratta di una delle democrazie più forti e stabili dell´area (tra l´altro senza forze armate). E già al primo turno non sono mancate le sorprese: in testa, infatti, è finito un outsider, Fabricio Alvarado, un evangelico conservatore, che al ballottaggio sfiderà l´ex ministro del Lavoro Carlos Alvarado Quesada, del Partito Azione Cittadina, attualmente al governo. Al centro della campagna elettorale i matrimoni gay, dopo che a gennaio la Corte Interamericana dei diritti umani aveva emesso una sentenza, su richiesta del Governo, con cui affermava che il Costa Rica deve garantire le nozze omosessuali e pari diritti ai contraenti. Una decisione, questa, alla quale sono contrari due terzi degli elettori, che hanno così premiato Fabricio Alvarado, che su questo tema è andato controcorrente.
Sul voto hanno però influito anche altri fattori, analizzati nel corso del dibattito da Cristina Eguizábal Mendoza, ambasciatrice del Costa Rica in Italia. “Prima di tutto”, ha affermato, “c´è anche da noi la crisi dei partiti politici tradizionali, causata anche dalla corruzione, partiti che non sono più reti sociali aggreganti. Il secondo aspetto è che i partiti non erano preparati ad un ruolo politico attivo della classe media. Infine, c´è il ´canto della sirena´ dei populismi di destra e di sinistra e, particolarmente in Costa Rica, è forte il populismo evangelico che ha cavalcato l´imposizione della legalizzazione delle nozze gay”.
I fattori in gioco
Al di là di come finiranno le elezioni in Costa Rica, una “lettura unificante è difficile”, secondo il prof. La Bella, docente di Storia Contemporanea all´Università di Modena e Reggio Emilia, per il quale “non corrisponde più alla realtà l´antica ´teoria del pendolo´ secondo la quale in America Latina è finita la fase del socialismo rosa ed è cominciata quella della destra al potere, come dimostrerebbero le recenti elezioni in Cile e Argentina. “Questo”, ha affermato, “è un approccio europeo alla realtà sudamericana, ma ci sono chiavi interpretative nuove e trasformazioni profonde e complesse”.
Tra questi, per La Bella, “l´avvento di Trump, che ha innescato una nuova ondata di antiamericanismo, soprattutto dopo gli insulti ai popoli straccioni; la questione legata alla fine dell´eldorado delle materie prime, con il macigno di un debito pubblico crescente; un passaggio egemonico dalla predominanza nell´area di stampo anglosassone a quella di russi e cinesi; la crisi dell´integrazione, che vede i singoli Paesi latinoamericani sempre più soli nonostante il proliferare di sigle e unioni; infine, il ruolo della Chiesa: l´America Latina non è più l´Occidente estremo ma non è più nemmeno il continente cattolico”.
Lo scenario
Riferendosi ai singoli Paesi, La Bella ha sottolineato come il Brasile si trovi in una fase “di eterna transizione, con una paura del futuro e un drammatico scollamento tra la politica e l´elettorato” e per questo le elezioni si trasformeranno in un referendum pro o contro Lula, che riscuote ancora un consenso impressionante nonostante una fortissima voglia di cambiamento.
In Messico ci sono i problemi storici della criminalità e del narcotraffico, “una violenza che non risparmia preti, giornalisti e sindaci”. Qui la sfida sarà tra il presidente uscente Peña Nieto, Obrador, in vantaggio nei sondaggi, e Anaya Cortes. Il tutto “in piena trattativa per la rinegoziazione del Nafta e con il tema della legalità” sullo sfondo.
In Colombia “la pace avanza ma la violenza resta”, questa la sintesi del portavoce della Comunità di Sant´Egidio, secondo il quale “il negoziato si è di fatto impantanato nella sua realizzazione pratica. Il negoziato con l´Eln è sospeso, anche perché questo non ha voglia di firmare la pace ed è eterodiretto dal Venezuela. La pace a questo punto non è l´oggetto principale della campagna elettorale: c´è voglia di voltare pagina e rimettere le cose a posto”.
Infine, il Venezuela per il quale La Bella ha evidenziato “l´insensatezza della comunità occidentale nel lasciare alla deriva un Paese che rischia di destabilizzare un´area immensa”.
Maduro resta saldo (per ora)
Sul Venezuela, dove si dovrebbe votare a fine anno (ma visti i precedenti il condizionale è d´obbligo) si è soffermato Da Rin. “Gli analisti prevedono un aumento del prezzo del petrolio e se toccherà gli 80 dollari al barile potrebbe risolvere molti dei problemi di Maduro e farlo andare avanti nella sua linea intransigente di assenza di dialogo”. Ma non è l´unico elemento a favore del dittatore chavista: “Da una parte c´è un´opposizione poco coesa, dall´altro il sostegno di Russia e Cina: negli ultimi 10 anni il flusso di aiuti e investimenti cinesi è stato enorme e questo dà forza a Maduro e riduce lo spazio democratico”.
Eppure il Paese chiede cambiamenti: con l´inflazione che oscilla tra l´800 e il 1200% spesso l´unico mezzo di sostentamento è il “carnet della patria”, una sorta di tessera annonaria con cui acquistare il cibo che ha “cubanizzato” il Venezuela ma divide ancora di più perché non tutti ce l´hanno. Sul Messico Da Rin ha sottolineato che sta accadendo una replica delle elezioni americane con un “condizionamento da parte della Russia, con lo stesso sistema di hackeraggio. Il petrolio è al centro degli interessi”.
Il ruolo degli Stati Uniti
Infine, uno degli aspetti su cui si è soffermato il prof. Argentieri è il ruolo degli Stati Uniti: “Dopo la dottrina Monroe” dell´Ottocento e quella “di Roosevelt” all´inizio del Novecento, “il terzo evento che ha caratterizzato la politica americana è stata la costituzione dell´OEA, una sorta di NATO delle Americhe” nella quale la supremazia degli USA era netta. Con lo storico viaggio a Cuba, Paese elevato al rango di “normale interlocutore, sulla base di comprensione e rispetto. Era la fine dell´arroganza” – Obama ha messo fine a questa filosofia e a questa prassi”.
Ora, con Raul Castro che ha già annunciato l´intenzione di cedere il passo (il 19 aprile), secondo Argentieri “non sembra esserci un Gorbaciov cubano all´orizzonte. Il clima con Trump non è favorevole ma anche all´epoca di Gorbaciov c´era Reagan e il clima non era positivo. In ogni casoTrump è una grande disgrazia per l´America Latina”, ha concluso l´esperto. (Carlo Rebecchi)

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LA CADUTA DELL’EX PRESIDENTE DEL BRASILE: LULA E IL CREPUSCOLO DEGLI DEI
di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 7/4/2018
– La sua parabola riassume l’ennesima tragedia di una sinistra che ansima da sempre tra entusiasmi e feroci delusioni –
Fu chiamata la “ Marea Rosa”, lo tsunami di una grande speranza per l’America Latina, oggi infranta nell’assedio umiliante all’ex presidente condannato e renitente, a Lula in Brasile. Era la marea di una nuova sinistra democratica e riformista non rossa, più indigena che guevarista, che aveva investito l’America Latina dal Venezuela alla Patagonia con la promessa di una nuova alba di giustizia sociale. Ma la grande onda che sembrava destinata a sommergere il continente si è spenta e l’acqua si ritira lasciando visibili i relitti di un’altra grande illusione.
La parabola di Inácio Lula da Silva, la storia della ascesa e della caduta di questo amatissimo e ancora oggi molto popolare personaggio dentro e fuori il Brasile, riassume in sé l’ennesima tragedia di una terra che ansima perennemente fra entusiasmanti speranze e feroci delusioni, fra scosse populiste epocali e delusioni concrete quotidiane. Nessuno, non in Ecuador, in Perù, in Venezuela, in Bolivia, ovunque la “Marea Rosa” si fosse alzata, era riuscito a incarnare meglio di lui, di questo presidente del popolo, di questo affascinante “uomo qualunque”, le speranze della nuove politiche di redistribuzione della ricchezza ed era riuscito a produrre più risultati.
Dunque nessuno rappresenta meglio di lui e della disperazione dei suoi fedeli rimasti a far quadrato per impedirne l’arresto, l’abisso del nuovo, ennesimo autunno di un altro patriarca.
Dalla caduta de L’Avana nelle mani di Fidel Castro il primo gennaio del 1959 all’arresto di Lula da Silva ieri quasi sessant’anni dopo è scritta la storia di una Sinistra latina prigioniera di una terra sempre “troppo lontana da Dio e troppo vicina all’America”, al Grande Norte, come scriveva il poeta messicano Octavio Paz. Generazione dopo generazione, si sollevano movimenti e illusioni, leader e organizzazioni che tra la violenza guerrigliera alla Tupamaros, o ancora prima alla Zapata, alla via democratica dei Lula e degli Allende promettono quello che inesorabilmente non riescono a mantenere, senza abbandonarsi al peronismo che da due generazioni intossica l’Argentina.
Ma sprofondano nelle sabbie mobili delle prepotenze esterne, della corruzione interna, di investimenti stranieri speculativi che accorrono e fuggono dopo avere rapinato, del fatalismo, della impossibilità. Zapatistas e Barbudos, Chavistas e Caracazos venezuelani, le onde si alzano e poi la palude vince. I corvi dei fondi d’investimento “becca e fuggi” chiedono le loro libbre di carne e volano via.
Con molta fretta e qualche acre gioia, lassù nel Grande Norte, in quegli Stati Uniti oggi più ferocemente arcigni di prima nelle mani di un Presidente che detesta tutto il mondo di “stupratori, spacciatori e ladri” a Sud della “Frontera” del Rio Grande, qualcuno pronuncia già il requiem anche per le nuove sinistre latine, annunciando la fine di questo esperimento di rivoluzione sociale ed economica non violenta.
L’appello dei successi e dei risultati, obiettivamente, è deprimente. Il Venezuela di Maduro è una tragedia umana, prima che politica, che il mondo preferisce malevolmente ignorare o vuole ignorare perché il “Chavismo” consumi in un ultimo falò la minaccia al Nuovo Ordine Mondiale che aveva portato. Ogni giorno, mentre i resti della vita democratica sono puntualmente schiacciati, file di venezuelani attraversano la frontiera con la Colombia non per emigrare ma per cercare alimenti e medicinali da riportare a casa.
In Bolivia Evo Morales, il sindacalista dei coltivatori di piante di coca che era riuscito, con nazionalizzazioni draconiane a ridurre la povertà di un massiccio venticinque per cento godendo di un favore immenso, è riuscito a farsi rieleggere con appena un punto percentuale sopra l’avversario, mentre la sua ex favorita e amante, Gabriela Zapata è sotto accusa per avere ricevuto una supertangente di 500 milioni di dollari dai cinesi.
Brasile e Argentina, che avevano temporaneamente goduto del boom delle materie prime, fra petrolio e agricoltura, dei primi anni del Duemila, restano imprigionate dalla corruzione che inesorabilmente riaffiora e divora la ricchezza. Anche i più coraggiosi, i più sinceri, come Rafael Correa, l’ex presidente dell’Ecuador con sangue indio, cresciuto dai salesiani e dalle università cattoliche, figlio di un corriere della droga che lui difese spiegando che gli spacciatori spesso erano “madri di famiglia, padri disoccupati e alla fame”, devono difendersi dal ritorno di avversari politici conservatori.
Ma l’annuncio della morte delle nuove sinistre centro e latino americane, incluso il Messico dove è possibile il ritorno della opposizione progressista al governo dopo trent’anni, può essere largamente prematura. Il tradimento delle persone, dei Lula, dei Maduro, della Dilma Rousseff delfina di Lula, non comporta l’abbandono delle speranze che la “Marea Rosa” aveva sollevato. Milioni di boliviani, ecuadoriani, brasiliani, colombiani, venezuelani hanno assaggiato il sapore di nuove politiche di redistribuzione della ricchezza e dell’uscita dalla miseria e quel gusto rimane. Oltre la nausea per gli errori e le debolezza degli uomini e delle donne che li avevano traditi. Le maree vanno e poi ritornano. (Vittorio Zucconi)

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GUERRA AI GIORNALISTI IN MESSICO

da INTERNAZIONALE, 18/5/2018 (ripreso da “LA JORNADA”, Messico)
Il 15 maggio, nell’anniversario dell’omicidio del corrispondente della Jornada Javier Valdez Cárdenas, il conduttore radiofonico Juan Carlos Huerta è stato ucciso davanti alla sua casa a Villahermosa. È il quarto lavoratore dell’informazione ucciso in Messico dall’inizio dell’anno. Con la sua morte il bilancio degli ultimi sei anni è salito a 43 omicidi di giornalisti, mentre dal 2000 a oggi ne sono stati commessi 134.
La Commissione nazionale per i diritti umani ha chiesto d’indagare sull’attività giornalistica della vittima e ha invitato il governo a rivedere le misure di protezione per i giornalisti. L’assassinio di un giornalista è un attacco alla libertà di espressione e al diritto all’informazione. Questi crimini sono una minaccia per la democrazia e la stabilità istituzionale del paese.
Ma a giudicare dai numeri, uno degli aspetti della violenza esasperata che affligge il Messico sembra essere una guerra contro l’informazione in cui diversi attori – esponenti della criminalità organizzata o, peggio ancora, criminali infiltrati nel potere politico e finanziario – ricorrono all’omicidio per mettere a tacere le voci che documentano il disfacimento dello stato e che colpiscono gli interessi di chi agisce nell’ombra.
Il 14 maggio avevamo scritto: “A un anno dalla morte di Javier Valdez e a 14 mesi da quella di Miroslava Breach, un’altra corrispondente della Jornada, entrambi i delitti sono ancora avvolti nel mistero. Sappiamo solo che sono stati uccisi dall’impunità, e finché non sarà fatta giustizia ci saranno altre vittime”. Nel giro di poche ore la previsione si è avverata.

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PAPA FRANCESCO E LA NUOVA AMERICA LATINA. INTERVISTA A MASSIMO DE GIUSEPPE
di Pierluigi Mele da CONFINI http://confini.blog.rainews.it/ 2/2/2018
– Quali sono le sfide della nuova America Latina alla Chiesa di Papa Francesco? Il Continente Latinoamericano sta vivendo un delicato periodo di transizione politica ed economica. Tra sfide vecchie e nuove, qual è il ruolo, geopolitico, di un Papa figlio di quella terra ancora, per dirla con lo scrittore Edoardo Galeano, dalle “venas abiertas” (le vene aperte)? Ne parliamo, in questa intervista, con lo storico milanese, esperto di America Latina, Massimo De Giuseppe. De Giuseppe insegna Storia Contemporanea all’Università “IULM” di Milano. –
Professore, facciamo un piccolo bilancio del recente viaggio di Papa Francesco in America Latina. Un viaggio che si presentava difficile ed insidioso, in Cile è stato fatto oggetto di contestazioni (sulle vicenda del vescovo Barros che è stato allievo del prete pedofilo Karadima). In Cile era in gioco la ripresa di credibilità della Chiesa cilena. Una Chiesa, non dimentichiamolo, che durante la dittatura di Pinochet è stata un baluardo coraggioso in difesa dei diritti umani. Pensa che questo viaggio aiuterà il cammino di “risalita” della Chiesa cilena?
Il viaggio in Cile di Papa Francesco era considerato da molti piuttosto delicato per un insieme di ragioni. La prima, forse banale ma non insignificante, rimanda a una certa resistenza di una parte di cileni ad accogliere un Papa argentino. Esistono ancora in Cile retaggi non troppo sopiti di un nazionalismo forgiatosi tra Otto e Novecento e rilanciato in termini esasperati negli anni seguenti al golpe di Pinochet che sembrano impermeabili agli sforzi di rilancio di una cultura continentale, sostenuti anche dall’attuale pontificato. A ciò va aggiunto che la destra cilena, sostenuta in questo anche da altre componenti nazionaliste, non ha gradito il dialogo avviato dal papa con il presidente Evo Morales intorno alla questione spinosa delle richieste di accesso al mare da parte della Bolivia, conseguenza della Guerra del Pacifico del 1879-1884; una controversia geopolitica complessa, oggi in attesa di una sentenza (più che altro simbolica) da parte del Tribunale dell’Aja. In tal senso gli attacchi a Francesco erano iniziati già nel luglio del 2015, all’indomani della sua omelia a La Paz, in cui aveva invocato la necessità di riaprire un dialogo diplomatico, e a margine del discorso di fronte ai movimenti popolari tenutosi a Santa Cruz de la Sierra, per ripetersi in seguito alla visita del presidente boliviano in Vaticano dello scorso dicembre. Infine l’altro nodo caldo riguardava la questione della mancata rimozione del vescovo di Osorno, Juan Barros, accusato di connivenza con il suo maestro spirituale, il sacerdote Fernando Karadima, condannato nel 2011 per pedofilia. Se il Papa è riuscito, nella costruzione del viaggio e grazie ai suoi interventi, a ridimensionare le resistenze politiche, rilanciando il senso della diplomazia di pace vaticana e adattando all’esperienza cilena i temi chiave del suo pontificato (dall’ecologia integrale della Laudato si’ al rilancio della pastorale sociale e del senso di comunità), proprio la questione Barros si è dimostrata la più spinosa a livello mediatico internazionale, riguardando un tema drammatico come quello degli abusi contro minori commessi da esponenti ecclesiastici. Non è bastata infatti a calmare le acque la richiesta di perdono che ha aperto la visita apostolica durante l’incontro a Santiago con le autorità e i rappresentanti della società civile del 16 gennaio, quando, lanciando un appello all’ascolto e promettendo appoggio alle vittime e impegno affinché ciò non si ripeta, Francesco ha espresso «il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa». Le polemiche seguite ad alcune dichiarazioni a caldo del pontefice nella Conferenza stampa sull’aereo che lo riportava a Roma (la richiesta di “prove concrete”), forse frutto di stanchezza, sono state poi rettificate, con un coraggioso atto di umiltà, dopo un puntuale intervento di richiamo alla gravità del caso, da parte del cardinale O’Malley, sono montate rapidamente, anche se una risposta concreta è poi giunta dalla decisione, giunta a fine mese, di inviare in Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna per incontrarsi con le vittime e indagare a fondo le accuse nei confronti di Barros. Credo che questo non possa che consolidare gli sforzi di chiarezza intrapresi dagli ultimi due pontificati, dopo una lunga stagione di inquietanti silenzi.
Non c’era solo la questione degli abusi ma, ed è un male che attraversa molti paesi del Sudamerica, anche quella della corruzione politica. In Perù la classe politica su questo lato ha dato il peggio di sé. Come sono state accolte le parole del Papa?
Questo è senz’altro un leit motiv degli interventi papali che sta accompagnando i suoi viaggi latinoamericani (ma che vive anche sullo sfondo di tanti interventi che toccano la dimensione e le trasformazioni mancate della politica nei paesi più ricchi e che riverbera nei suoi richiami alla dimensione transnazionale, da holding, di molti cartelli criminali). Il tema è d’altronde caro a Francesco almeno fin dai suoi anni alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires, ed è stato ripreso esplicitamente nei suoi interventi in Paraguay nel 2015, in Messico nel 2016 (quando contrappose alla politica della corruzione e dell’abuso le “tre T”, techo, trabajo e tierra), ora in Perù nel 2018. Nell’incontro con le autorità, il 19 gennaio, nel palazzo di governo di Lima, Francesco ha voluto esplicitamente connettere il tema del degrado ambientale che ha connotato il suo incontro con le popolazioni amazzoniche con quello del degrado morale, richiamando genesi e impatto delle estrazioni minerarie irregolari, l’incapacità politica di frenare la presenza di nuove forme di schiavitù, la poca trasparenza nei rapporti tra bene pubblico e interessi privati, connotandoli come una sorta di “virus sociale” che investe tutti, compresi rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche.
Questo intervento, particolarmente deciso (che ha un chiaro precedente nella meditazione in Santa Marta del 29 gennaio 2016, Dal peccato alla corruzione), richiama la necessità di una profonda ricostruzione etica dei gangli sociali che rimetta in circolo antidoti efficaci alla corruzione che si manifesta in modo ancor più drammatico in paesi segnati da una cronica fragilità della classe media e da sperequazioni sociali estremizzate. Il dato interessante e che in tutti questi casi il richiamo non era rivolto solo alla leadership politica nazionale, ma anche alla classe dirigente, a vescovi e clero, nonché ai semplici cittadini, invitati a non nascondersi dietro facili ipocrisie. L’attacco alla corruzione è d’altronde associato alla critica degli squilibri esasperati che costellano il continente (e non solo), all’assenza di politiche sociali, alla debolezza di intervento pubblico degli stati in campo educativo, assistenziale e pensionistico, temi che hanno inquietato diversi osservatori che accusano Francesco di essere anti-moderno e anti-liberale, ma che ritrovano un riscontro prepotente nella situazione di molti paesi che associazioni imponenti sperequazioni e indici macroeconomici in forte ascesa.
Un altro aspetto, importantissimo, è stata la questione degli Indios. In Cile e Amazzonia (dalla sua parte cilena). Le parole del Papa sono parole definitive sulla scelta della Chiesa a difesa degli Indios. Il Papa desidera una Chiesa india. Un “sogno”?
L’attenzione per la questione indigena è un altro tema forte del pontificato di Francesco e questo è un dato importante sotto molti punti di vista. Se infatti in occasione delle contestate celebrazioni del 1992, l’anno del cinquecentenario della “scoperta-conquista” delle Americhe e del Nobel per la pace a Rigoberta Menchú, il tema era tornato all’attenzione globale, sollevando un’interessante riflessione su questioni quali diritti, multiculturalismo, sincretismo religioso, evangelizzazione…, conoscendo una ulteriore ondata d’attenzione mediatica all’indomani della rivolta del 1994 dell’Ezln in Messico e degli appelli di mons. Samuel Ruiz, negli anni successivi è seguito una sorta di oblio. Eppure i cosiddetti indigeni non sono scomparsi e non sono nemmeno rimasti staticamente congelati in un tempo immobile e sospeso, anzi. Hanno vissuto in prima persona i mutamenti dei processi sociali, ambientali, migratori, alimentari, finanziari, minerari …, offrendo spesso risposte originali di resistenza (o forse meglio resilienza) culturale e riadattamento alle pressioni della contemporaneità. Francesco, forgiatosi nell’esperienza dinamica del magistero latinoamericano sembra aver colto (almeno fin dai tempi della V conferenza del Celam, ad Aparecida in Brasile nel 2007) la dimensione profonda e tutt’altro che folklorica delle diverse anime correlate alla questione indigena. Se a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, nel 2016, il papa si era concentrato infatti su due elementi guida, quello della pluriculturalità e quello dell’inculturazione, aprendo una serie di riflessioni originali sulla complessità e vitalità (sociale, etica, perfino epistemologica) della religiosità popolare e sulla priorità del senso comunitario, a Temuco, tra i mapuches, storicamente ai margini della società e dei processi di nation-building cileni, e soprattutto in Perù, nell’amazzonico Coliseo regional Madre de Dios (a Puerto Maldonado) ma anche in occasione della celebrazione mariana della Virgen de la Puerta (la “Mamita de Otuzco”) e nella messa nella base aerea de Las Palmas a Lima (luogo di reminiscenza non ancora smarrite della “guerra sucia” peruviana che tante vittime ha provocato proprio nel mondo indigeno) ha voluto insistere sulla dimensione dell’ecologia integrale alla base della Laudato Si’. Quando il 19 gennaio ha affermato «probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora», il papa si riferiva tanto alla dimensione globale del «neo-estrattivismo», della deforestazione selvaggia, all’impatto ambientale delle monocolture agro-industriali, senza però rimuovere una netta critica alle logiche alla base di alcune scelte che toccano stati e impianti multilaterali (e anche di certo ecologismo istituzionale), riportando l’attenzione su uomini, donne e comunità, fino a lanciare un invito a «rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti». Anche il richiamo ai popoli indigeni (lo stesso lanciato al mondo degli altipiani) come memoria viva della cura della “casa comune” non è apparso paternalistico bensì incentrato su una forma di rispetto profondo per la pluriculturalità che ammanta il continente americano (e non solo) e che rischia di essere schiacciata da logiche predatorie.
Non è mancata la critica al modello economico di sfruttamento economico delle Multinazionali, con la complicità di alcuni governi, che con le loro scelte decidono il destino delle popolazioni latinoamericane. E’ così Professore?
Certo questa è l’altra faccia della stessa medaglia e la stessa che spesso inquieta, provocando critiche nei confronti di alcune scelte del pontificato. L’attenzione alla dimensione ecologica del territorio e dei suoi abitanti implica una riflessione sui caratteri dell’economia del XXI secolo, che non va confusa con un anti-globalismo tout-court ma che va ripresa per l’essenza del suo messaggio. Alcune nuove forme di schiavitù che sembrano caratterizzare l’attuale dinamica dei mercati globali, l’impatto di una finanziarizzazione esasperata che tende a spingere le élite economico-finanziarie a non reinvestire nei territori, la svalorizzazione (anche culturale del lavoro), sono processi che vanno ben oltre le reti produttive e distributive e che hanno una ricaduta sociale complessa. L’attenzione al rispetto della persona e dell’ambiente rimanda quindi a una necessaria ripresa di vitalità culturale che parte dal basso, dai sistemi sociali ed educativi, dalle sintesi e miscele prodotte dagli effetti di ritorno delle migrazioni, dalla ridefinizione degli immaginari e dalla ricostruzione di forme di rispetto. Anche le basi della politica e dell’economia potrebbero trarre beneficio da un nuovo approccio propositivo ai temi complessi dello sviluppo e le chiese possono giocare un ruolo di accompagnamento culturale e sociale, oltreché religioso, tutt’altro che banale. Questo significa anche avviare un percorso dal basso di prevenzione di una cultura della violenza che colpisce in primis proprio gli elementi più fragili di società giovani, dinamiche e in divenire.
Nel 2018 l’America Latina, o meglio alcuni suoi Paesi importanti (Colombia, Messico, Venezuela, Costa Rica, Paraguay e Brasile), conoscerà una stagione politica decisiva per il suo futuro. 350 milioni di persone voteranno per il loro destino. Tra mille difficoltà è ancora possibile sperare un cammino di giustizia il Continente latinoamericano? La Chiesa che ruolo giocherà? Il Papa fa molto affidamento sui movimenti popolari…
Dopo le polemiche seguite al recente voto in Honduras (uno dei paesi con i più alti tassi di violenza al mondo), il 2018 rappresenterà indubbiamente un banco di prova importante dal punto di vista politico per alcuni dei principali paesi del continente. Il quadro è estremamente composito. Dopo la fine dell’onda rosa (suggellata dal successo di Piñera in Cile) e la crisi conclamata del progetto bolivariano post-chavista, resta la grande incognita di quale sarà la soluzione per il Venezuela, paese in cui la diplomazia vaticana ha fatto grandi sforzi per aprire vie di dialogo (tutt’altro che semplici da raggiungere) tra il governo Maduro e l’opposizione. La crisi economica del paese resta poi la grande incognita sullo sfondo della politica. In un altro ambito, la transizione del Brasile post-Lula arriverà a una svolta decisiva per un paese che sta giocando anche il suo ruolo e la sua credibilità all’interno del G20; diversa è invece la situazione del Messico, sospeso tra indici macroeconomici positivi, la necessità di pacificare alcuni stati della federazione e di riequilibrare politiche sociali e spinte alla crescita di una delle maggiori e più emblematiche “open economies” del XXI secolo. La maturità democratica di questi paesi latinoamericani è dunque alla prova, ma in una stagione dinamica in cui le prospettive di dialogo e apertura internazionale potrebbero crescere e di cui anche l’Europa, piuttosto disattenta (con alcune eccezioni) nel corso degli ultimi anni, rispetto agli interlocutori latinoamericani, potrebbe e dovrebbe prendere coscienza.
Lei ha scritto un saggio, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Morcelliana, dal titolo: L’altra America. I Cattolici italiani e l’America Latina. Sappiamo che negli anni del post-Concilio Vaticano II per i cattolici di punta l’America Latina era una fonte di ispirazione religiosa e politica. Le chiedo: perché ancora oggi è importante, per un cattolico italiano e non solo, guardare all’America Latina?
L’America latina postconciliare ha rappresentato nell’immaginario italiano, e nello specifico in quello dei cattolici (ma non solo) un luogo simbolico, fatto di esperienze e volti che hanno toccato in profondità l’anima del paese. Si pensi all’impatto di vicende quali il golpe cileno del 1973, la desparación argentina, le guerre civili centroamericane, alla risonanza della teologia della liberazione, alla riscoperta dell’Amazzonia di Chico Mendes o all’impatto di nomi quali Hélder Câmara, Marianela García Villas o Oscar Romero. Il libro prova a riprendere, tra documenti d’archivio e storia orale, alcuni di quei fili e intrecci per ragionare sulle forme di solidarietà del cattolicesimo italiano con l’America latina, la loro evoluzione e resistenza, e, pur senza nessuna pretesa di esaustività, tenta di dar conto della pluralità di attori che si mobilitarono e dell’articolazione delle reti che vennero edificate. In alcune stagioni della nostra storia contemporanea questo nesso euro-latinoamericano (che in fondo rimandava anche al retaggio della conquista evangelizzazione, a Cortés a Colombo ma anche a Las Casas e alle reti che hanno segnato in profondità la nostra età moderna) è emerso in modo più chiaro e rilevante; in altre meno e la distanza (anche mediatica) è parsa farsi più netta alimentandosi di silenzi e stereotipi. In fin dei conti, a pensarci bene, anche la storia di Jorge Mario Bergoglio, è figlia di quegli intrecci e incontri, nel tempo e nello spazio, attraverso l’Atlantico e due mondi sospesi. (intervista di Pierluigi Mele)

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IL NUOVO FEMMINISMO IN AMERICA LATINA

di Daniele Mastrogiacomo, da “la repubblica” del 27/5/2018
– Atenei occupati e proteste contro “el machismo” – La rivolta in Cile e Argentina –
Rio de Janeiro – Un giorno in Cile, quello dopo in Argentina. C’è un vasto movimento di donne, marcatamente femminista più che femminile, che scuote in queste settimane i due paesi. La regione australe dell’America Latina sembra aver preso la guida di una forte protesta su temi che rievocano quelli del movimento che caratterizzò gli Anni 70 in Europa. Il machismo è ancora molto radicato nel costume e nella mentalità. Fa parte della vita quotidiana, nei rapporti tra uomo e donna, traspare sui media e si ascolta spesso nei dibattiti alla radio.
In Cile, il movimento femminista è nato in modo spontaneo nelle università. Oltre una trentina di atenei è occupata da due settimane, con cortei sempre più folti che si snodano a Santiago e in molte altre città del Paese. La principale richiesta sono provvedimenti che garantiscano la parità di genere. La scorsa settimana, al culmine della protesta che aveva portato solo a Santiago 150mila donne e uomini, la maggioranza giovani, un bacino elettorale importante di 2 milioni di persone, il presidente ha compiuto un passo inedito per il Cile. Ha proposto una serie di disegni di legge di riforma costituzionale che garantiscano la parità di genere. Sebastián Piñera ha voluto attribuirsi l’iniziativa ammettendo di aver commesso lui stesso molti errori. «Dobbiamo fissare un prima e un dopo nella forma in cui trattiamo le nostre donne » , ha detto. Il presidente ha accolto uno dei punti centrali della protesta femminista: inserire nelle scuole una nuova educazione non sessista. Con libri di testo e materie specifiche e la possibilità di denunciare atteggiamenti e aggressioni discriminatori.
In Argentina, Paese dove da dieci anni è legale l’unione tra due sessi, resta in vigore il divieto di aborto. Adesso il tema è in pieno dibattito alla Camera. Lo ha imposto Mauricio Macri, scosso da un movimento femminista che anche qui invade le piazze. Le resistenze della Chiesa e della destra argentina sono state incrinate dall’ennesimo caso di violenza nei confronti di una bimba di 10 anno stuprata dal suo patrigno e rimasta incinta. La legge apre all’aborto solo in caso di violenza e di rischio della madre. Non pone limiti al tempo di gestazione. Ma nella provincia dove è avvenuto il turpe caso vige ancora il decreto che fissa a 12 settimane il periodo in cui è autorizzato un intervento. Il governatore, il peronista Juan Manuel Urtubey, ha deciso di derogare il provvedimento che lui stesso aveva firmato cinque anni fa. (Daniele Mastrogiacomo)

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