IL VENTO XENOFOBO dell’Est Europa e L’INSOLUTA QUESTIONE dei limiti di accoglienza dei migranti: la impossibile riforma del REGOLAMENTO DI DUBLINO per redistribuire gli immigrati – Non si temono solo i migranti: in quasi tutta Europa SI ATTACCANO LE MINORANZE (come QUELLA ITALIANA IN CROAZIA)

(foto da http://www.globalist.it) – “Il 5 giugno al CONSIGLIO DEGLI AFFARI INTERNI a LUSSEMBURGO, si è assistito all’ennesima FRATTURA SULLA RIFORMA DI DUBLINO III: il sistema di asilo dell’Unione europea, in via di aggiornamento per distribuire «in maniera più equa» il carico migratorio fra i vari paesi Ue. Sette paesi (ITALIA, SPAGNA, AUSTRIA, ROMANIA, UNGHERIA, SLOVENIA E SLOVACCHIA) HANNO BOCCIATO LA PROPOSTA. In tre (ESTONIA, POLONIA, REGNO UNITO) SI SONO ASTENUTI. I restanti 18 HANNO LASCIATO APERTI SPIRAGLI DI NEGOZIAZIONE, con qualche sorpresa: nell’elenco compaiono anche GRECIA, MALTA e CIPRO, con una scelta di campo che rischia di spaccare il “fronte mediterraneo” di opposizione alle politiche migratorie della Ue. (…)” (Alberto Magnani, “Il Sole 24ore”, 5/6/2018)

IL REGOLAMENTO DI DUBLINO, COS’È, IN BREVE
E’ il sistema europeo che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo ai paesi membri della Ue. Cioè in pratica è la legge che definisce quale paese debba prendere in carico la protezione di un richiedente asilo.
Al centro delle passate e attuali controversie ci sono i passaggi del regolamento che impongono di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un principio che scarica il peso dei flussi sulle spalle dei paesi esposti alle rotte del Mediterraneo, come la stessa Italia e la Grecia; cioè si addossa allo Stato di prima accoglienza tutti gli oneri che riguardano i migranti.
Questo attuale testo è stato emanato nel 2013, e viene anche chiamato “Dublino III”, perché ha sostituito il precedente regolamento del 2003, a sua volta erede della Convenzione di Dublino, un trattato internazionale siglato nel 1990 ed entrato in vigore nel 1997.

da http://www.ispionline.it/

La proposta iniziale della riforma, risalente al 2016, fissava un meccanismo automatico di ripartizione a favore dei paesi più esposti. Secondo il PRINCIPIO DI «CONDIVISIONE EQUA» DI RESPONSABILITÀ (quanti richiedenti asilo vanno accolti, paese per paese) E SOLIDARIETÀ (l’aiuto da fornire ai paesi più esposti e le sanzioni da infliggere a chi si defila). Secondo questo testo di modifica proposto nel 2016 elaborato dalla Commissione europea, la quota di richiedenti asilo accettabili da un singolo paese deve essere proporzionata a un DOPPIO CRITERIO (PIL e POPOLAZIONE, con incidenza del 50% ciascuno). Se un paese supera del 150% la sua “capienza”, ogni nuova richiesta deve essere reindirizzata in automatico ad altri paesi. Se questi ultimi rifiutano, scatta una PENALE DI 250MILA EURO PER OGNI RICHIEDENTE ASILO che viene respinto.
Questa e qualsiasi altra proposta di revisione ha di fatto visto solo il sostegno dell’Europarlamento, che ha aiutato le esigenze dei Paesi mediterranei (Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro).

CALO DEGLI ARRIVI = MENO MORTI IN MARE (da http://www.ispionline.it/)

A marzo di quest’anno la BULGARIA, presidente di turno del consiglio Ue, viste le forti resistenze di molti paesi a questa prospettiva di redistribuzione dei migranti (specie i paesi dell’est, ma anche dell’Austria e di parte di quelli del nord), ha proposto un COMPROMESSO: un testo che rinforza la responsabilità e riduce la solidarietà. In pratica, nel caso dell’Italia, significa che si garantisce l’appoggio per più servizi, e però si dà meno sostegno come resto d’Europa nella redistribuzione dei migranti. IL MECCANISMO DI REDISTRIBUZIONE SCATTEREBBE su base volontaria SOLO QUANDO UN CERTO PAESE SI “SOVRACCARICA” DEL 160% rispetto all’anno precedente, diventando obbligatorio solo quando si arriva al 180% – Poi la proposta bulgara viene anche a DIMINUIRE LA PENALE per il rifiuto di un richiedente, DA 250MILA A 30MILA EURO, oltre a introdurre il PRINCIPIO DI «RESPONSABILITÀ STABILE»: quando un migrante entra in un certo paese, lo Stato in questione deve GARANTIRNE LA PRESA IN CARICO PER 10 ANNI.
I cinque paesi che si ritengono più penalizzati (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna) hanno risposto con varie motivazioni e contrarietà, con la proposta di riequilibrare il “compromesso bulgaro” chiedendo di accorciare il periodo di responsabilità del migrante entrato nella Stato, da 10 a 2 anni, ed evidenziando le vulnerabilità di un procedimento rigido in tempi di picchi migratori.

RESPINGIMENTI FRANCESI AL CONFINE DI VENTIMIGLIA – 90 giorni, la durata massima della detenzione amministrativa per i migranti prevista dalla riforma voluta dal ministro degli Interni francese Gérard Collomb. La misura è stata definita «pericolosa» da Amnesty International e dalle ong per i diritti umani; – 45mila i respingimenti al confine di Ventimiglia effettuati dalla polizia di frontiera francese nel 2017. In media sono 130 persone al giorno. Nel 2016 i migranti respinti al confine furono 37 mila

Comunque la riunione del 5 giugno scorso del Consiglio Ue in Lussemburgo dei ministri dell’interno, pare avere seppellito qualsiasi proposta di riforma del regolamento/trattato di Dublino. Paesi come quelli dell’est (il cosiddetto gruppo di Visegrad, cioè Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), assieme all’Austria (che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio), in parte il Belgio, forse adesso anche l’Italia, e altri paesi del nord… parlano (pur sottovoce) di attuare un’azione di respingimento in mare dei migranti che tentano di varcare il Mediterraneo. Mentre la Commissione europea e gli organismi umanitari si oppongono ai respingimenti, richiamandosi al principio del rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra (su questa linea è sicuramente la Grecia, ma anche Germania e, più defilata, la Francia). (s.m.)

• II regolamento di Dublino, modificato per l’ultima volta nel 2013, è l’atto di diritto dell’Unione Europea che definisce i criteri con cui i Paesi membri debbano prendere in carico la protezione dei richiedenti asilo. • Essendo un regolamento dell’Ue vale per tutti i Paesi, non ha bisogno di essere recepito dai singoli Stati ed è obbligatorio in tutte le sue parti. È noto anche come Dublino III, perché ha sostituito un regolamento del 2003 che derivava da una Convenzione del 1990. • Da anni l’Italia chiede di rivedere il regolamento per ridistribuire quote di richiedenti asilo agli altri Stati membri. Al fianco dell’Italia si erano schierati altri Paesi del Mediterraneo. Contro la riforma si era formato un «fronte di Visegrad» di 4 Paesi dell’Est. La proposta di compromesso della Bulgaria è naufragata il 5 giugno scorso (foto ripresa da http://www.rivistaeuropa.eu/)

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   In (quasi) tutta Europa c’è la paura degli immigrati: anche in Paesi che ne hanno pochissimi (quasi niente) come la Slovenia (Il 3 giugno scorso il candidato premier Janez Janša ha vinto le elezioni proprio su questo tema… ma la Slovenia non ha profughi, e pochissimi immigrati). Una fobìa collettiva su un problema comunque reale (le migrazioni da sud a nord che si stanno avendo in questi anni).
Ma la “paura” non è solo per gli immigrati: anche per MINORANZE interne ai Paesi (nazioni), fatte di cittadini che lì sempre ci sono vissuti; e subiscono quest’onda che viene ora chiamata “populista”. Il caso da cui partiamo è quello della nostra “vicina” Croazia, e in particolare la regione istriana croata.

Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA

   In Istria gli italiani ora sono il 7% della popolazione e in alcuni paesi raggiungono però ancora il 40. Una minoranza che, secondo i trattati, dovrebbe essere tutelata e avere una rappresentanza garantita nel parlamento croato. Ci sono 34.345 italiani ufficialmente presenti (secondo il censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Sono gli “ultimi” discendenti degli italiani che prima della Seconda Guerra Mondiale vivevano tra Istria, Dalmazia, nell’ambito geografico del Golfo del Quarnaro….
Verso la fine dell’800 erano il 40% della popolazione istriana. Nelle località costiere erano la maggioranza, arrivando in alcune città al 90%. Poi dopo la tragedia della seconda guerra mondiale avvenne l’esodo (degli italiani istriani): 350mila lasciarono la loro terra tra il 1943 e gli anni Cinquanta; furono costretti ad andarsene, a lasciare tutto, a essere profughi in Italia. In un contesto storico dove aggrediti e aggressori erano di qua e di là: prima il fascismo che se la prese con gli slavi (decine di migliaia di persone internate e morte di stenti); poi le truppe comuniste di Tito che usarono le foibe per gettare migliaia di persone, italiani innocenti…. Insomma un vero (doloroso) disastro in quelle terre tra Carso, Istria, tra Venezia Giulia e Golfo del Quarnaro.

da wikipedia

   E ora il riapparire di “antiche” divisioni. Movimenti populisti che se la prendono con le minoranze, in una situazione di governi deboli che non sanno reagire (anzi, spesso assecondano, per motivi elettorali). Accade quasi ovunque. E, appunto, in Croazia, nell’esempio che abbiamo preso, tra le minoranze c’è anche quella italiana. Per dire che essere minoranza può succedere a chiunque: motivo in più per “capire” il senso del rispetto per tutti, della tutela dei diritti umani di ciascuna persona, e comunità.
In Croazia la spinta xenofoba è rappresentata da un movimento integralista (si chiama “la gente decide”, già il nome, la frase, ne denota lo spirito del tempo…), che sta promuovendo la realizzazione di due referendum, e uno dei due vuole che le minoranze interne conteranno sempre di meno: in Parlamento le loro piccole rappresentanze (quella italiana dovrebbe essere di 6 membri), se il referendum passa e la sua proposta vince nelle urne, queste minoranze non potrebbero più votare né la fiducia al governo, né il bilancio. Insomma, la rappresentanza sarebbe poco più che simbolica. Una riforma che pare abbia come obiettivo in primis la minoranza etnica serba (la guerra civile balcanica della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso con la fine della Iugoslavia, pare avere ancora molti strascichi, odio…), e che coinvolge pure le altre minoranze, come appunto quella italiana.

SLOVENIA, VINCE JANEZ JANSA – NELLA SLOVENIA SENZA PROFUGHI DOVE TRIONFA LA XENOFOBIA – IN SLOVENIA VINCE L’AMICO DI ORBAN, MA FORMARE UN GOVERNO SARÀ DURA – Gli ANTIEUROPEISTI di JANEZ JANSA diventano primo partito, ma non hanno la maggioranza. Si apre uno scenario all’italiana, col rischio di un ritorno alle urne. Ma è UN ALTRO ALLARME PER L’UE

   Pertanto il segno dei tempi non è solo rivolto contro lo “straniero”, l’immigrato, ma è un po’ contro tutto quel che è diverso; e la presenza delle minoranze etniche viene pertanto vista come necessità di porvi un forte limite, di ridurne il peso, la capacità di presenza e contrattazione, il coinvolgimento nel governo del Paese.
Nel caso della Croazia, come dicevamo esempio eclatante e “modello” di quel che sta accadendo in molte parti d’Europa (e del mondo), questa simil-crociata contro minoranze, non è solo rivolta a quelle etniche (come i serbi, e coinvolge anche gli italiani), e poi contro l’etnia di sempre vituperata, quella dei Rom, ma è pure rivolta contro le comunità lgbt (LGBT, acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). E’ anche una divisione tra chiese: quella ortodossa, dominante e lì estremista di destra, contro quella cattolica in minoranza (ed è il caso degli italiani, che pure sono cattolici).

il premier austriano Sebastian Kurtz – FORTEZZA EUROPA? – l’Austria guidata dal governo destra-destra del giovane SEBASTIAN KURZ, che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio, intende proporre una “rivoluzione copernicana” incentrata sulle frontiere esterne per trasformare l’Europa in una fortezza

   Su questo, sull’emergere di nuovi integralismi, nazionalismi esasperati (del moto trumpiano che tutti si appropriano: “prima la Slovenia, prima l’Ungheria… la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia, l’Italia, l’Austria, la Croazia…”), l’Europa (intesa come Unione Europea), come istituzione, ha difficoltà a rispondere (l’unica istituzione europea che mostra opposizione ai populismi pare essere l’europarlamento…); ma è difficile rispondere e tener testa a movimenti che nascono e si allargano all’interno dei propri paesi (la stessa Germania deve fare i conti con un gruppo in parlamento di filonazisti, mai accaduto dalla fine della guerra…).

La frontiera ungherese anti migranti: agenti e filo spinato (da “la Repubblica”, 5/6/2018)

   Le ragioni della protesta nazionalista, del crescere di razzismo e voglia di isolamento, è sicuramente dato da crisi economica, crescere del movimento migratorio….di un mondo “villaggio globale” che necessita di regole, di darsi dei modi di comportamento nuovi, ma anche di ritrovare sentimenti di solidarietà e speranza. Di uscire positivamente dal tunnel e trovare un progetto di società nel mondo così cambiato. E’ la sfida di questi anni. E il porgersi a tutela e difesa di qualsiasi minoranza (etnica, sessuale, religiosa, sociale…) pare un valore ben identificabile, ed esercitabile in situazioni sia “micro” (nostre, quotidiane), che “macro” (delle politiche locali, regionali, nazionali, europee…). (s.m.)

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CROAZIA, ITALIANI E MINORANZE “CACCIATI” DAI NUOVI POPULISTI

di Ferruccio Sansa, da “il Fatto Quotidiano” del 4/5/2018
– Xenofobi e conservatori. Zeljka Markić, leader del partito di destra: “La gente decide” –
Un referendum contro le minoranze. Ma stavolta a essere minoranza e a rischiare di scomparire dal Parlamento sono gli italiani. Accade in Croazia, dove in queste settimane si stanno raccogliendo le firme per lanciare due consultazioni popolari. L’obiettivo previsto dalla legge croata – 374mila adesioni – è quasi scontato. E rischiano di essere dolori per i 34.345 italiani ufficialmente presenti (censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Una comunità che ancora oggi in Istria è il 7% della popolazione e in alcuni paesi raggiunge il 40. E che, secondo i trattati, dovrebbe essere tutelata e avere una rappresentanza garantita nel parlamento croato. Ma adesso si rischia di cambiare. Perché IN CROAZIA, come ha raccontato il quotidiano triestino Il Piccolo, SI STA VERIFICANDO QUELLO CHE ACCADE IN MOLTI PAESI EUROPEI.
Gli ingredienti sono spesso gli stessi, pur se con una miscela che varia: un partito moderato – l’Hdz del premier – che teme di perdere l’essenziale elettorato di destra. Un’opposizione di centrosinistra, l’Spd, debole e non incisiva. E MOVIMENTI POPULISTI CHE SI SCAGLIANO CONTRO LE MINORANZE. Accade quasi ovunque. Soltanto, appunto, che IN CROAZIA TRA LE MINORANZE C’È QUELLA ITALIANA.
Tutto parte dal movimento ‘La gente decide’ che ha un’ispirazione conservatrice sostenuta anche dalla chiesa croata. Quegli stessi ambienti che hanno portato 10mila persone in piazza anche contro le unioni omosessuali. Proprio in questi giorni – hanno due settimane di tempo – stanno raccogliendo le firme per DUE REFERENDUM. Il primo si propone di abolire la ratifica del Trattato di Istanbul, che si occupa di violenze di genere e unioni di fatto. Una consultazione che pare destinata a essere bloccata dalla Corte Costituzionale croata in quanto riguarda trattati internazionali e non leggi croate.
Ma A PREOCCUPARE LA MINORANZA ITALIANA È IL SECONDO REFERENDUM. Secondo la legge elettorale disegnata da ‘La Gente decide’ nel Parlamento croato (il Sabor) i deputati dovrebbero scendere da 151 a 120. Non solo: le minoranze non avrebbero più gli 8 seggi garantiti oggi, ma soltanto 6. E ancora: i deputati delle minoranze non potrebbero votare né la fiducia al governo, né il bilancio. Insomma, la rappresentanza sarebbe poco più che simbolica. UNA RIFORMA CHE PARE AVERE COME OBIETTIVO LA MINORANZA ETNICA SERBA, tra l’altro invisa alla chiesa cattolica in quanto ortodossa.
L’atteggiamento della destra clericale, che nessuno sembra voler arginare, è valso alla Croazia un’ammonizione dell’Unione Europea per il montante sentimento ostile verso serbi, rom e comunità lgbt (LGBT, acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgende ndr). Ma giocoforza anche gli italiani, che pure sono cattolici, finirebbero per essere pesantemente penalizzati dal referendum.
Sono i discendenti degli italiani che prima della Seconda Guerra Mondiale vivevano tra Istria, Dalmazia e Quarnaro. Verso la fine del XIX secolo erano il 40% della popolazione. Nelle località costiere erano la maggioranza, arrivando in alcune città al 90%. A Fiume (oggi Rijeka) gli italiani erano il 48,6% della popolazione, mentre i croati erano intorno al 26%. In quegli anni, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, in Croazia i grandi stati giocavano con le minoranze etniche come fossero scacchi. Prima l’impero austroungarico che sostenne i croati per indebolire l’irredentismo italiano. Poi l’avvento del Fascismo e le persecuzioni degli slavi. Ad Arbe il regime di Mussolini – che li definiva “razza inferiore” – fece internare 10mila persone, molte morirono di stenti e malattie.
Quindi toccò agli italiani: ci furono le foibe, migliaia di morti, innocenti gettati nelle voragini che si aprono nella terra tra Istria e Carso. Poi le stragi come quella di Vergarolla, la spiaggia di Pola dove decine di persone (65 quelle accertate), tra cui molti bambini, morirono dilaniate dalle mine.
Venne infine l’esodo degli istriani: 350mila lasciarono la loro terra tra il 1943 e gli anni Cinquanta. Intere città si svuotarono, come ha raccontato Piero Delbello, direttore dell’Irci (Istituto Regionale per la Cultura Istriano Fiumano Dalmata di Trieste): “Di notte in Istria ti bussavano alla porta e ti portavano via. Sparite, migliaia di persone. Buttate nelle foibe, voragini profonde centinaia di metri. Decine di migliaia partirono. Pola, 30mila abitanti, si svuotò. Le strade e le case restarono deserte”.
Gli italiani d’Istria per decenni sono stati ignorati. Dimenticati. Dalla Jugoslavia, ma prima ancora dall’Italia. Ricordavano la sconfitta. Erano scomodi per la sinistra. Della loro causa ha sempre tentato di appropriarsi la destra italiana. Tanto che gli istriani sono stati associati ai fascisti. Non era così: “Pola era una città piena di operai e di socialisti”, racconta ancora Delbello.
Soltanto negli ultimi anni è stato tolto il velo che nascondeva le tragedie delle foibe e dell’esodo. Tra Italia, Slovenia e soprattutto Croazia sono stati siglati accordi per tutelare quei 35mila italiani (nel 2001 furono 20.521 a definirsi di madrelingua italiana e 19.636 a dichiararsi di etnia italiana). Una comunità che resiste, che continua ad avere scuole e giornali. Basta camminare per Dignano (oggi Vodnjan), Rovigno (Rovinj) e Buie (Buje). La sera gli anziani si ritrovano sulle porte, senti voci. Ed ecco riemergere parole vecchie di secoli. Il veneto. Tracce che non sono rimaste soltanto nell’architettura delle case, nei campanili aguzzi che ricordano la chiesa di San Marco a Venezia.
Sembrava che secoli di sofferenze fossero stati superati nella casa comune dell’Europa. Ma oggi in Croazia gli italiani rischiano di sentirsi di nuovo molto minoranza. (Ferruccio Sansa)

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RIFORMA DI DUBLINO, A PEZZI L’INTESA

– Salta la riforma sui migranti – Asse con l’Italia che si schiera con gli «orbaniani» –
di Ivo Caizzi, da “il Corriere della Sera” del 6/6/2018
BRUXELLES – Arriva un brusco stop alla pluriennale richiesta italiana di modifica del regolamento di Dublino, che assegna i rifugiati al Paese di primo arrivo e penalizza principalmente Italia e Grecia. È scaturito — nel Consiglio dei ministri degli Interni a Lussemburgo — dalla sorprendente opposizione del nuovo governo di Roma, che si è avvicinato all’Ungheria e altri dei Paesi dell’Est più contrari alla condivisione automatica dei profughi. Il ministro leghista degli Interni Matteo Salvini, che è stato criticato dalle opposizioni per essersi fatto rappresentare a Lussemburgo da un ambasciatore, ha considerato l’esito della riunione «una vittoria per noi», convinto che anche Stati contrari più moderati (Germania, Austria e Olanda) gli siano «venuti dietro». Salvini sembra condividere la linea dura del blocco navale e dei respingimenti in mare, sostenuta da Paesi dell’Est.
Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha subito scritto ai 28 capi di Stato e di governo per esortarli a salvare il negoziato sul ricollocamento dei rifugiati nel summit Ue a Bruxelles del 28 e 29 giugno. Il premier Giuseppe Conte si è espresso a favore di un compromesso. Gli esecutivi Renzi e Gentiloni, durante cinque presidenze semestrali dell’Ue, non sono riusciti a far passare la modifica di Dublino. Solo Grecia, Spagna, Malta e Cipro li hanno appoggiati. L’Europarlamento ha aiutato approvando una proposta attenta alle esigenze dei Paesi mediterranei.
Ma Francia, Germania e Svezia, che stavano mediando, hanno rallentato da quando il governo Gentiloni si è dissolto con la sconfitta elettorale. Il segretario di Stato belga per l’Immigrazione, Theo Francken, ha considerato «morta» la riforma di Dublino grazie al contributo «determinante» di Salvini. Ha poi anticipato una svolta verso i «respingimenti» dei migranti nel Mediterraneo durante la presidenza austriaca dell’Ue, che inizia a luglio. Il ministro dell’Interno di Vienna, Herbert Kickl, ha annunciato che l’Austria proporrà una «rivoluzione copernicana nel settore del sistema d’asilo» dell’Ue.
Commissione europea e organismi umanitari si oppongono. «Noi non facciamo i respingimenti perché la nostra politica è guidata dal principio del rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra», ha dichiarato il commissario Ue greco per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos. Ora il rischio è che si riparta da zero. E che le prevedibili opposizioni prolunghino lo stallo gradito a Est e nel Nord, perché intanto resta ancora in vigore Dublino e i rifugiati sono assegnati soprattutto a Italia e Grecia. (Ivo Caizzi)

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LE FRONTIERE DOPO LA NON RIFORMA DI DUBLINO

da “IL FOGLIO” del 6/6/2018
– La tentazione dell’Europa orbanizzata per i respingimenti e i rischi per l’Italia –
Solidarietà e quote sono morte, il gran dibattito sulla riforma del trattato di Dublino è morto, la cancelliera tedesca Merkel ha detto che ci vuole ancora un po’ di tempo e che per il vertice di fine giugno a Bruxelles non ci si può accordare, lasciando intravedere delle speranze che i più considerano morte, pure loro.
Matteo Salvini, ministro dell’Interno italiano, dice che questa è “una vittoria per noi”, gli altri paesi dell’Ue “ci sono venuti dietro”, ribadisce, “non è vero che non si può incidere sulle politiche europee”. In realtà lo stop alla riforma delle regole di Dublino, provocato da una serie di veti incrociati, a oggi è un’enorme sconfitta per l’Italia, che rischia così di diventare davvero il “campo profughi” dell’Ue alla prossima crisi migratoria. Mentre ieri al Senato il premier Conte invocava il superamento del trattato di Dublino con “sistemi automatici di ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo”, i ministri dell’Interno dell’Ue a Lussemburgo hanno decretato la “morte” dei negoziati sulle nuove regole d’asilo.
Non c’è consenso tra i 28, ma nemmeno una maggioranza qualificata per superare Dublino, che rimarrà com’è: tutto il peso dei flussi migratori è sui paesi di primo ingresso, la Grecia e noi. La vittima immediata è il sistema di “quote” chiesto dallo stesso Conte che, secondo la bozza di compromesso sul tavolo dei ministri, sarebbe dovuto scattare in caso di “crisi grave”.
Da questo punto di vista, quella di Lussemburgo è una vittoria del premier ungherese, Viktor Orbán, che dal 2015 rifiuta le quote, e di tutti i paesi che si sono opposti sia all’accoglienza sia alla redistribuzione, compresi quelli come la Francia che, pur avendo espresso grande e immutata solidarietà a parole, si sono nascosti dietro ai veti di ungheresi o polacchi lasciando sole Italia e Grecia.
La vittoria di Orbán riguarda anche e soprattutto la futura strategia dell’Ue: l’Austria guidata dal governo destra-destra del giovane Kurz, che assumerà la presidenza di turno a luglio, intende proporre una “rivoluzione copernicana” incentrata sulle frontiere esterne per trasformare l’Europa in una fortezza.
Questa rivoluzione copernicana può voler dire moltissime cose, ma in una parte dell’Europa – questa orbanizzata – comprende anche la possibilità che all’Italia rimasta sola a gestire la frontiera più porosa della fortezza vengano concesse opzioni finora non accettate: siete soli, cavatevela come meglio credete.
Il sottosegretario belga all’Immigrazione, THEO FRANCKEN, ieri presente all’incontro in Lussemburgo, ha formulato una di queste opzioni, che saranno valutate a Innsbruck a metà luglio, che fanno parte della nuova prospettiva europea: I RESPINGIMENTI DEI BARCONI degli immigrati verso le coste di provenienza. Francken è un nazionalista fiammingo e non è detto che la sua posizione sia quella del suo stesso governo, ma certo è che la sua evocazione ha fatto intendere che nell’Europa conquistata dalle forze populiste sia presente anche la tentazione se non di avallare quantomeno di tollerare le misure più dure.
Certo questa tentazione è realtà in quella fascia di paesi che ha portato alla morte la riforma di Dublino, che sono poi quelli a cui il nostro governo si ispira maggiormente. Ritorna così il chiacchieratissimo “modello australiano” e anche la sensazione che l’Europa, per salvarsi dalla miccia innescata dall’immigrazione in tutto il continente (è in buona parte il motore di molti movimenti populisti), sia disposta a chiudere un occhio sulle misure che l’Italia, primo paese d’approdo, vorrà adottare.
Resta un problema tecnico: i respingimenti sono illegali, lo ha detto la Corte europea dei diritti. A oggi la riforma di Dublino è morta, ma l’alternativa, che potrebbe non risultare così sgradita all’Europa, non è legittima. Salvini potrà accodarsi a Orbán e agli orbanisti in nome delle affinità ideologiche, ma con le regole attuali sull’immigrazione, se la porta italiana della fortezza non reggerà al prossimo flusso, gli altri stati membri potranno SOSPENDERE SCHENGEN E SPOSTARE LA FRONTIERA ESTERNA DELL’UE AL BRENNERO E VENTIMIGLIA, l’Italia resterà sola e isolata. (da IL FOGLIO del 6/6/2018)

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FRONTIERA UNGHERIA – SERBIA
SUL CONFINE BLINDATO: IL FILO SPINATO UNGHERESE MURO DEL SOVRANISMO REALE
di Andrea Tarquini, da “la Repubblica” del 5/6/2018
– Reportage al confine blindato dell’Ungheria: qui i migranti vengono fermati e messi in container sorvegliati da telecamere e agenti mentre Orbán si trasforma nel capo dell’onda nera nell’Ue e la parola “esule” è vietata –
RÖSZKE-HORGOS (frontiera Ungheria-Serbia).- I container blu a tetto bianco sono allineati come le baracche di Birkenau tra le due barriere parallele di filo spinato alte 4 metri con lame di rasoio che per 170 chilometri di confine con la Serbia blindano l’Ungheria dal terrore dei migranti. Container metallici per i dannati della terra, muori di caldo d’estate e geli d’inverno. Lame di rasoio taglientissime, se un bimbo prova a passare può perdere la vista o i connotati. Ovunque telecamere e sensori, pattuglie di commandos sugli Hummer o di auto della polizia. Ovunque arcigni militari e agenti in uniforme mimetica o divisa blu, occhiali a specchio, pistola mitra o manganello in pugno.
Controllandoti il passaporto, hanno lo sguardo ostile dei Vopos tedesco-orientali nella Guerra fredda. C’era una volta il socialismo reale, oggi eccovi il sovranismo reale, visto sul terreno. Mentre radiotv pubblica e media quasi tutti “(sintonizzati, citazione di Goebbels) esultano per la vittoria dello xenofobo pregiudicato Janez Jansa in Slovenia, pare sponsorizzata da oligarchi magiari amici del premier, mandano in onda reportage di immaginari stupri quotidiani di donne bianche da parte di migranti a Stoccolma Berlino o Parigi e ricordano in lutto il Trattato di Trianon.
Quando l’Ungheria perse parti enormi del suo territorio, ma abitate da molti slovacchi, romeni, serbi. Come se Angela Merkel urlasse per i territori perduti dalla Germania dopo l’8 maggio 1945. Benvenuti in Ungheria: il carismatico premier Viktor Orbán si sta trasformando in leader europeo della destra sovranista xenofoba aiutata da Vladimir Putin.
Media in mano al governo o ai suoi oligarchi, media critici chiusi, soldi a palate nei villaggi per conquistare voti. Aiuti indiretti all’amico Jansa, fondi europei spesi per la propaganda: 3,9 milioni per la campagna contro il tycoon di origini ebree George Soros, 3,8 contro l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 23 per convincere che la frontiera blindata è indispensabile, «perché siamo sotto attacco».
Creare paura dei migranti e della Ue per profilarsi come grande difensore, ecco la ricetta orbánista per l’Europa intera, mi spiega un professore universitario che preferisce l’anonimato: qui si fa presto a perdere il lavoro.
Nuove leggi puniscono con multe divieti e fino a un anno di carcere le ong che aiutano i migranti. La parola «esule» è vietata.
Da giovane, sotto il comunismo – ricorda chi lo conosce – Viktor Orbán era dissidente liberal di sinistra. Ai funerali postumi che riabilitarono Imre Nagy (il leader della rivoluzione del 1956) fu l’unico a trovare coraggio di gridare: «Occupanti russi, tornate a casa». Studiò in Occidente sponsorizzato da Soros. Poi cominciò il suo itinerarium mentis: ora vuole guidare l’euro-neo-destra sovranista intera. Ricette semplici: media sotto controllo, istituzioni occupate. «Poi campagne per svegliare nella gente paura e odio, verso i migranti, verso i diversi, verso Bruxelles, per creare voglia di un forte difensore», mi spiega Péter Márki-Zay, giovane cristiano conservatore sindaco indipendente di Hódmezövásárhely. Assieme al collega socialista László Botka, primo cittadino della splendida Szeged a un passo dal confine blindato, lotta disperato per risuscitare l’opposizione.
«L’Europa sottovaluta il pericolo, Orbán è nei Popolari, ma tra corruzione, autoritarismo, patti d’acciaio con gli oligarchi, campagne d’odio, è anticristiano e per la corruzione meriterebbe la galera». Il premier, notano fonti occidentali, dopo la trionfale rielezione ha scelto escalation della linea dura con le ong e silenzio coi media stranieri, nemici con cui non serve vantare i successi economici o la supervittoria elettorale. Silenzio, e censura: l’Ungheria è l’unico paese dove la storia dell’uomo ragno sans papiers africano fatto cittadino francese da Emmanuel Macron per aver salvato un bambino è stata censurata.
Le pareti roventi dei container silenziano urla, celano drammi umani. «Fanno entrare una persona al giorno, hanno servizi igienici minimi, li fanno incontrare solo con noi loro legali e sempre sotto scorta di due poliziotti», mi dice Timea Kovács, coraggiosa avvocata che assiste i disperati. «All’inizio volevano persino imporre a quei migranti musulmani di sfamarsi mangiando maiale». Storie tremende: «Una donna che stava per partorire in condizioni critiche è stata portata in ospedale all’ultimo, e rilasciata già al quarto giorno», narra il pastore luterano Sandro Cserháty. Dall’altra parte del confine, in fattorie serbe abbandonate, vivono nutriti e soccorsi da ong e armata serba quelli che aspettano di passare.
«Ci ho provato una ventina di volte, mi hanno sempre respinto, alcuni di noi sono stati pestati, grazie ad Allah i medici militari serbi e volontari tedeschi li hanno curati. Ho speso migliaia di euro sognando un lavoro dignitoso, accetterò ciò che Allah serberà per me», mormora col sorriso triste un trentacinquenne pachistano mentre telecamere e commandos coi binocoli scrutano dalle torri della barriera magiara. (Andrea Tarquini)

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NELLA SLOVENIA SENZA PROFUGHI DOVE TRIONFA LA XENOFOBIA

di Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 6/6/2018
La sera dell’11 maggio, il primo ministro ungherese VIKTOR ORBAN ha voluto benedire personalmente il candidato premier sloveno JANEZ JANŠA. È andato sul palco: «Signori e signore, se l’Europa si arrenderà all’immigrazione di massa, il nostro stesso continente andrà perduto. Cari amici, il 2015 è stato solo il precursore di quello che presto seguirà. Decine di milioni di migranti vogliono partire dall’Africa verso l’Europa. E dobbiamo capire che continueranno a venire finché l’Europa non proteggerà i suoi confini, e fintantoché continueremo ad invitarli. Se non concentriamo la nostra attenzione su questo problema, potremmo perdere i nostri Paesi, e le nostre stesse terre potrebbero finire in mani straniere».
Il 3 giugno scorso il candidato premier JANEZ JANŠA ha vinto le elezioni con il Partito Demoratico sloveno: 23% a LUBIANA, 25% a MARIBOR. Ma qui a CELJE, nelle regione della BASSA STIRIA, nel silenzio delle campagne, ha preso il massimo dei voti: 29%.
La benedizione di Orban ha dato i suoi frutti. «Io c’ero» dice il signor Bostian Novak, seduto ai tavolini del bar Cannon One. È un meccanico in pensione di 71 anni, borsello alla vita, cappellino da baseball nero: «Sono felice della vittoria di Janša perché sono d’accordo con Orban. Dobbiamo difenderci dai migranti. Costano troppi soldi, più di quelli che prendo io di pensione. Vogliono rubare il lavoro ai nostri figli e sostituire il nostro modo di vivere».
Non è stata soltanto una comunione, per così dire, politica. Un giornalista del settimanale Mladina ha scoperto che diversi imprenditori ungheresi, molto vicini a Orban, hanno finanziato i media di proprietà di Janša. Ora ci sono capitali ungheresi nelle società che controllano Nova24TV, il quotidiano Demokracija e un portale web. Persino la foto usata da Janša per il suo manifesto elettorale è stata copiata di sana pianta da quella di Orban. È la stessa foto che rappresenta un’orda di barbari che preme ai confini.
QUI A CELJE NON È MAI PASSATO UN MIGRANTE. Questa cittadina NON ERA sulla strada del grande esodo. Nell’estate del 2015, quando più di un milione di profughi percorse la rotta balcanica, in Slovenia chiesero di fermarsi in tutto 380 persone. A tanto ammontano le richieste di asilo politico. Oggi, hanno varcato la frontiera in due. È la media.
Dall’inizio dell’anno sono passati 1200 migranti. E senza la minima intenzione di fermarsi. A questa contabilità, vanno aggiunti i cinque ragazzi morti annegati nel fiume Kolpa, al confine con la Croazia, nell’unico tratto dove la rete metallica è più bassa e senza filo spinato.
Janez Janša ha 59 anni. È stato in carcere per corruzione, le accuse contro di lui sono cadute in secondo grado per prescrizione. Tutti lo conoscono. È già stato primo ministro due volte. Ma mai con questa linea politica incentrata sulla paura dell’invasione. Non è ancora detto che riuscirà a trovare la maggioranza per governare. Ma è a lui che il presidente sloveno, BORUTH PAHOR, sta per affidare l’incarico.
C’è quindi, da Ovest verso Est, come una specie di nuovo ritratto di famiglia: Matteo Salvini, Janez Janša, Viktor Orban. Il corridoio d’Europa che rinnega l’idea stessa dell’Unione. Oltre ai temi della campagna elettorale, i tre condividono anche lo stesso segreto. Prima di diventare maestri di sovranismo, erano agli antipodi. Salvini nella Lega del federalismo e di «Roma ladrona», Orban dissidente liberale, Janša comunista: famoso per aver partecipato alla Primavera di Lubiana del 1988.
«Il successo elettorale di Janša è qualcosa che non riesco a spiegarmi» dice Anze Jevsenak manager dell’Hotel Europa. «Usa la parola democratico, ma lui non lo è», dice la studentessa Ina Pondkoritnik. E aggiunge: «Ma il peggio, a pensarci bene, è che non è stato neppure il primo a pensare di costruire un muro al nostro confine». Già, è stato il governo uscente di centrosinistra ad alzare 170 chilometri di reti metalliche e filo spinato intorno a tutta la Slovenia. Ora Janša promette di rafforzare i controlli. E annuncia di essere pronto a riaprire il centro di detenzione per migranti di Šenptij chiuso dal 2015.
A Celje la vita procede ordinatamente. Alle sei di sera scoppia un temporale. I camerieri ritirano i tavolini dei bar del centro storico. Non si vede un migrante nemmeno a cercarlo con il lanternino. Smette di tuonare. Di nuovo silenzio. Piazza Krekov è lucida di pioggia, al centro c’è la statua in memoria di Alma Karlin. Ha una valigia in mano. Partendo da qui, negli Anni Venti ha girato il mondo intero. Conosceva dodici lingue. La Cina. L’Australia. Le Americhe. Il suo scritto più famoso si intitola: «Odissea di una donna solitaria». (Niccolò Zancan)
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IN SLOVENIA VINCE L’AMICO DI ORBAN, MA FORMARE UN GOVERNO SARÀ DURA
di Luca Gambardella, da IL FOGLIO del 4/6/2018
– Gli antieuropeisti di JANEZ JANSA diventano primo partito, ma non hanno la maggioranza. Si apre uno scenario all’italiana, col rischio di un ritorno alle urne. Ma è un altro allarme per l’Ue –
In Slovenia il partito di centrodestra e anti immigrati di Janez Jansa ha vinto le elezioni parlamentari, ma con un numero di voti insufficiente a formare una maggioranza di governo. Il Partito democratico sloveno ha ottenuto circa il 25 per cento dei consensi, in linea con i sondaggi usciti nei giorni precedenti.
Si apre così uno scenario politico molto simile a quello italiano, perché i partiti rivali hanno già dichiarato di non avere intenzione di formare una coalizione con i populisti. I no a un’ipotesi di alleanze sono già arrivati da Marjan Sarec, leader di una lista centrista arrivata seconda con il 13 per cento, e dai socialdemocratici di Dejan Zidan, che hanno raccolto il 10 per cento. Ora il rischio è che le consultazioni per formare un governo durino a lungo e che in mancanza di un accordo si ritorni alle urne.
Nonostante il pericolo di uno stallo politico, la vittoria del Partito democratico di Jansa è un ulteriore successo per i movimenti populisti europei. Di fatto, l’intera regione della Carinzia – racchiusa tra le frontiere di Austria, Slovenia e Italia – snodo chiave tra i Balcani e l’Europa centrale e orientale, è ora governata da esecutivi anti migranti, anti europeisti e sovranisti.
La Slovenia ha una popolazione di appena 2 milioni di abitanti e nel 2017 ha processato appena 152 richieste di asilo. Eppure la retorica della chiusura delle frontiere ha ottenuto un seguito notevole nel paese.
“Prima la Slovenia”, ha esultato Jansa dal suo quartier generale di Ljubljana subito dopo i risultati delle elezioni che lo davano vincitore. La riproposizione dello slogan trumpiano – per altro nel paese dove è nata la first lady americana, Melania Trump – è lo stesso che ha già riscosso successi in altri paesi dell’Europa dell’est: dalla Polonia alla Repubblica ceca, passando per la Slovacchia, fino all’Ungheria, governata dal grande sponsor di Jansa, il premier anti europeista per eccellenza, Viktor Orban (anche la storia politica dei due leader ha diversi aspetti in comune, come avevamo scritto qui).
Il nazionalismo del leader di centrodestra ha permesso di raccogliere voti in senso trasversale. Uno dei pezzi forti su cui ha battuto molto il partito populista in campagna elettorale è stato il caso di una DISPUTA TERRITORIALE CON LA CROAZIA che dura ormai da 27 anni. La questione riguarda le RIVENDICAZIONI AVANZATE DAI CROATI SU CIRCA METÀ DELLA BAIA DI PIRANO, estesa poco più di 7 miglia marittime. Secondo Jansa, l’ex premier Cerar è stato troppo morbido nei confronti della Corte europea di arbitrato e l’ha accusato di cedere territori al 100 per cento sloveni ai vicini croati.
L’altra carta vincente è stata l’immigrazione. Nelle scorse settimane il partito populista ha ricordato più volte l’ondata eccezionale di migranti che ha interessato il paese nel 2015. All’epoca, prima che l’accordo tra Ue e Turchia interrompesse l’esodo di milioni di persone lungo la rotta balcanica, oltre 500mila persone attraversarono la frontiera slovena. L’ormai ex premier, il centrista Miro Cerar (il grande sconfitto della tornata elettorale di domenica, arrivato quarto con appena il 9,5 per cento dei voti) decise nel novembre del 2015 per la costruzione di una barriera anti migranti al confine con la Croazia, una delle tante che sarebbero state costruite di lì a poco.
“Dirò quello che avevo già detto prima: siamo per la solidarietà ma siamo contro la stupidità”, ha spiegato ieri Jansa. Il leader populista è contrario alla ripartizione obbligatoria dei migranti tra gli stati membri dell’Europa (domani è prevista una riunione del Consiglio Ue in Lussemburgo in cui si affronterà proprio il problema dell’accoglienza) e ripropone i mantra di Orban in chiave nazionale: accogliere i migranti, dice, è un pericolo per la stabilità dell’intera Europa, come ha dimostrato il disastro del 2015: “Non si ripeterà di nuovo”, ha assicurato.
Per questo, in attesa di vedere come si evolveranno i tentativi per formare una coalizione di governo, la svolta populista nel paese preoccupa molto l’Unione europea. La Slovenia è stata il primo paese balcanico a entrare nell’area Schengen nel 2004 e poi nell’Eurozona nel 2007, resta la porta di ingresso dell’Ue verso i Balcani occidentali, ed è un’isola felice della regione, con una crescita economica che nel 2017 ha raggiunto il 5 per cento. Per ora i timori di un allargamento del Gruppo di Visegraad fino a Ljubljana restano latenti. Ma il rischio che si chiuda un triangolo populista tra Italia-Austria-Slovenia è un ulteriore allarme per l’Ue. (Luca Gambardella)

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REGOLAMENTO DI DUBLINO
MIGRANTI, TUTTI CONTRO TUTTI IN EUROPA. E L’ITALIA GUARDA A ORBAN
di Alberto Magnani, da “Il Sole 24ore” del 5/6/2018
Alla fine la battuta di Jean Asselborn, ministro degli esteri del Lussemburgo, si è rivelata profetica: «Per Pasqua avremo un compromesso sulla riforma di Dublino. Ma non so di quale anno». Il 5 giugno al consiglio degli Affari interni a Lussemburgo, si è assistito all’ennesima frattura sulla riforma di Dublino III: il sistema di asilo dell’Unione europea, in via di aggiornamento per distribuire «in maniera più equa» il carico migratorio fra i vari paesi Ue.
Sette paesi (Italia, Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia) hanno bocciato la proposta. In tre (Estonia, Polonia, Regno Unito) si sono astenuti. I restanti 18 hanno lasciato aperti spiragli di negoziazione, con qualche sorpresa: nell’elenco compaiono anche Grecia, Malta e Cipro, con una scelta di campo che rischia di spaccare il “fronte mediterraneo” di opposizione alle politiche migratorie della Ue.
Come si è arrivati fin qui?
Ricapitolando: Dublino III (604/2013) è il regolamento europeo che disciplina l’accoglienza dei richiedenti asilo in Europa, figlio di un precedente testo (Dublino II, entrato in vigore nel 2003 e sua volta ispirato da una convenzione firmata nel 1990). Il regolamento stabilisce, fra le altre cose, che la richiesta di asilo debba essere gestita nel paese di primo arrivo: un principio diventato insostenibile negli anni di picchi dei flussi migratori, soprattutto per i paesi più esposti alle rotte del Mediterraneo come Italia e Grecia. Da qui il tentativo di riforma verso un regolamento aggiornato, «Dublino IV», presentato per la prima volta nel 2016.
Da allora sono passati quasi due anni e cinque presidenze del Consiglio Ue, ma i negoziati non riescono a sbloccarsi. C’è il sì dell’Europarlamento, mentre il Consiglio Ue resta troppo frammentato. Il paese che ne detiene la presidenza di turno, la Bulgaria, ha tentato di offrire un compromesso. La proposta bulgara aumenta il grado di responsabilità dei paesi (obbligati a gestire un richiedente asilo per almeno otto anni), salvo alleggerire di molto la solidarietà (gli altri paesi si dovrebbero prendere in carico i migranti solo quando altrove si è raggiunto un “sovraccarico” del 180%, pagando una penale di 30mila euro per ogni richiedente asilo respinto).
Ha funzionato? A quanto pare, no. Italia, Cipro, Grecia, Malta e Spagna avevano già risposto con un paper dove contestavano la proposta bulgara, chiedendo ad esempio di abbreviare il periodo di responsabilità da otto a due anni. La bocciatura di oggi sembra porre una parola definitiva, o comunque dilatare i tempi ben oltre la speranza di un’intesa a fine giugno.
Quali sono le posizioni?
In origine si parlava di un muro contro muro fra Europa del Nord ed Europa del Sud. Da un lato Germania, Paesi Bassi e paesi scandinavi, favorevoli alla riforma di Dublino e, in generale, alle politiche migratorie della Ue. Dall’altro Italia, Grecia e colleghi del Sud Europa, penalizzati da un sistema che rischia di sovraccaricarne i confini.
Nel frattempo, però, l’ascesa dei populismi e del blocco dell’Est Europa ha rimescolato le carte in tavola, fino a provocare una divisione in due fazioni più articolate: a) un’asse dell’Europa centro-orientale che respinge in blocco il disegno di Dublino, capeggiata da Viktor Orban (Ungheria), Sebastian Kurz (Austria) e Matteo Salvini (Italia) accanto ai leader di Romania, Slovenia e Slovacchia; b) l’asse dei paesi dell’Europa del centro-nord, disponibile al negoziato, con l’adesione a sorpresa di Grecia, Malta e Cipro.
In questo caso il timone avrebbe dovuto essere nelle mani della Germania, ma la posizione di Berlino si è sfumata fino a diventare più titubante che aperta alla riforma. Angela Merkel ha invitato a «aspettare qualche settimana», mentre il suo segretario di Stato Stephan Mayer ha saputo essere più netto: «Per come è attualmente, non accettiamo la riforma». La decisione passa al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, ma è improbabile che le trattative portino in qualche direzione sul breve termine.
E Viktor Orban? Perché è così influente?
Orban guida il blocco dei paesi dell’Est che guarda con scetticismo all’Europa e, soprattutto, alle sue politiche di accoglienza. Ungheria e Polonia si erano già “distinte” ai tempi della crisi migratoria del 2015 per un atteggiamento di totale chiusura. Ora la crescita continentale di movimenti di destra populista, dall’Italia alla Slovenia, lo sta eleggendo come leader della fronda di paesi che contesta l’Europa di Schengen.
Le maggiori sintonie sono emerse con il giovanissimo cancelliere austriaco Sebastian Kurz (32 anni, artefice della svolta anti-immigrazione di Vienna) e, appunto, il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini. Il segretario del Carroccio ha dichiarato che «cambierà le regole dell’Europa» insieme al presidente ungherese. Non è chiaro come. Ma la spaccatura di oggi lo rende più verosimile. (Alberto Magnani)

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MIGRANTI, UE SPACCATA SULLA NUOVA DUBLINO

di Romano Beda, da “il Sole 24ore” del 6/6/2018
– Roma-Visegard. No di Italia, Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia alla revisione che disciplina il diritto d’asilo – Il ministro Salvini: «È una vittoria per noi, sono molto soddisfatto. Significa che non è vero che non si può incidere sulle politiche Ue» –
BRUXELLES – L’annosa riforma del Regolamento di Dublino, che dovrebbe regolare l’accoglienza di rifugiati nell’Unione europea, è ancora in alto mare.
L’obiettivo di trovare una intesa tra i Ventotto entro giugno appare difficile da raggiungere, tanto più che ieri in Lussemburgo si sono moltiplicate le critiche di numerosi ministri degli Interni. La questione dell’immigrazione verrà comunque discussa dai capi di Stato e di governo nel loro consueto vertice di fine mese.
Parlando alla stampa nel Granducato, Valentin Radev, il ministro degli Interni della Bulgaria, presidente di turno dell’Unione, ha parlato di «discussione franca» tra i ministri, facendo capire chiaramente le molte divisioni nazionali.
Ha commentato dal canto suo il commissario all’immigrazione Dimitri Avramopoulos: «Il Regolamento di Dublino è morto, per questo dobbiamo riformarlo velocemente. Ma la riforma non è morta, a meno che non la vogliano uccidere». Il pacchetto sul tavolo rivede solo parzialmente il Regolamento di Dublino che prevede la responsabilità del paese di prima accoglienza nella gestione dei profughi.
Tra le altre cose, la proposta di riforma stabilisce che nei casi di flussi particolarmente elevati vi possa essere un ricollocamento dei rifugiati in tutta l’Unione europea. Il pacchetto riprende a grandi linee l’iniziativa del 2015 che ha creato un meccanismo provvisorio di ricollocamento, criticato da alcuni stati membri.
Secondo un diplomatico, una decina di paesi si è detta contraria ieri all’attuale proposta di riforma: tra questi, Italia, Spagna, Austria, Ungheria, Slovenia, Germania e le tre repubbliche baltiche, mentre gli altri paesi hanno lasciato la porta aperta al negoziato.
Rappresentato in Lussemburgo dall’ambasciatore presso l’Unione Maurizio Massari, il ministro degli Interni Matteo Salvini ha affermato da Roma che l’emergere di un fronte opposto alla riforma «è una vittoria per noi, sono molto soddisfatto, significa che non è vero che non si può incidere sulle politiche europee». A dire il vero, da mesi ormai la riforma del Regolamento di Dublino è osteggiata da numerosi paesi, non solo dall’Italia ma anche da governi dell’Est Europa, radicalmente contrari al ricollocamento di rifugiati.
Da notare è che nella discussione in Lussemburgo alcuni paesi che in un primo tempo si erano detti contrari al pacchetto – Grecia, Cipro e Malta – hanno preferito tenere la porta aperta alle trattative, astenendosi da una opposizione netta. Berlino «è aperta a una discussione costruttiva» sulla più recente proposta della presidenza bulgara per la riforma del Regolamento di Dublino, «ma com’è attualmente non la accettiamo» ha detto dal canto suo il segretario di stato tedesco Stephan Mayer.
Due in particolare gli aspetti che non piacciono all’Italia: il perdurante onere di gestire l’arrivo di immigrati sulle sue coste così come un ricollocamento che nella proposta non è sufficientemente automatico e obbligatorio. Il ministro Salvini ha parlato questa settimana con il premier ungherese Viktor Orbán nel tentativo di creare un fronte comune. L’alleanza appare ai più sorprendente. Li accomuna il desiderio di frenare l’immigrazione, ma sulla questione del Regolamento di Dublino le loro visioni sono diverse.
L’Ungheria infatti è contraria a qualsiasi ricollocamento, mentre il governo italiano vorrebbe che i ricollocamenti dei richiedenti l’asilo fossero obbligatori e automatici.
«Penso che sia positivo se l’Italia inizia a rifiutare i migranti sulle proprie coste», ha detto riferendosi alla nuova linea italiana il sottosegretario belga all’immigrazione Theo Franken, esponente tra i più conservatori del governo Michel. Intanto, a complicare ulteriormente il dossier, è la presenza al Parlamento europeo di una deputata-relatrice, la svedese Cecilia Wikström, assai più liberale di molti governi. Un eventuale futuro accordo tra i Ventotto dovrà essere approvato dalla stessa Strasburgo. (Romano Beda)

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Sulla situazione, scientificamente analizzata, di una gestione attenta e non xenofoba per diminuire i flussi dei migranti (e anche le morti in mare) leggi questo interessante studio:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fact-checking-migrazioni-2018-20415

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HOMI K. BHABHA: “IBRIDI E COSMOPOLITI COSÌ SFIDEREMO L’ONDA POPULISTA”
Intervista di Giancarlo Bosetti, da “la Repubblica” del 6/6/2018
HOMI BHABHA, 68 anni, tra le figure intellettuali più note al mondo degli studi post-coloniali (quella ispirata a Franz Fanon, Edward Said), indiano di Mumbai, formazione inglese, poi naturalizzato americano, in cattedra a Harvard; identità “ibrida”, direbbe lui — «non appartengo a una nazione, ma a una comunità, a molte comunità sovrapposte» — ; di casa dove c’è poesia, arte, letteratura (tradotto in italiano il suo I LUOGHI DELLA CULTURA, Meltemi, 2001). È un campione riconosciuto di quelle “élite cosmopolitiche”, additate dai nemici come colpevoli, perché troppo attente ai diritti delle minoranze e poco, dicono, alle sofferenze delle maggioranze, bianche e occidentali.
Caro professor Bhabha, oggi essere cosmopolita in America e in Europa non è più un complimento. Il postcolonialismo e con lui la cultura dei campus americani (la differenza, il politically correct) sono tra i “soliti sospetti”, quando si cercano le cause dell’onda populista.
«Ah certo, i “maggioritari” puntano il dito in questo modo, ma quelli che parlano a nome delle maggioranze religiose (come Modi e il suo partito in India) o di pelle bianca (come Trump in America e i populisti europei), sono loro a rappresentare oggi le élite, economiche e politiche. A chi punta il dito verso di me rispondo che non ci sto. Per essere più chiaro, dobbiamo dirci che oggi il linguaggio delle élite è quello di Steve Bannon, è quello di Trump. Ed è il linguaggio della barbarie».
Ma come spiega che questo estremismo riesca a prevalere?
«Quelli come Trump prevalgono perché hanno deciso di affrontare fallimenti e frustrazioni provocate da globalizzazione e iniquità sociali ricorrendo al “nazionalismo tribale” (parole che prendo da Hannah Arendt), un tipo di nazionalismo in cui la maggioranza si deve sempre presentare come la minoranza oppressa. E funziona molto bene. Alla sua domanda risponde perfettamente lo stesso Bannon, che lo ha spiegato in una intervista all’Economist: per quanti cambiamenti i politici tradizionali, di sinistra o di destra, cerchino di fare, con la sanità, il welfare e le infrastrutture, niente è più potente di questo ultranazionalismo. Per questo, ha confessato, hanno deciso “to go barbarian”, di diventare barbarici. La frase è proprio sua».
La politica democratica e liberale aveva dimenticato le maggioranze?
«Davvero difficile sostenerlo. Le riforme fatte e tentate negli Stati Uniti e altrove per aiutare le minoranze non hanno in nessun luogo rovesciato i sistemi economici. Nessuno può dire che la affirmative action in favore dei neri sia il motore fondamentale del sistema educativo americano, idem per la sanità.
Ma in una situazione di contesa politica in cui la democrazia non è più un metodo deliberativo, un confronto sul bene comune, ma un tit for tat, quel che non è mio è tuo, un gioco a somma zero, allora si affermano movimenti concentrati su un punto: per l’antisemitismo erano gli ebrei, per i maggioritari di oggi è l’emigrazione internazionale».
Da qui i muri. Lei parla di un “labirinto di filo spinato”.
«È un’altra immagine coniata dalla Arendt per i regimi totalitari. È un aspetto molto specifico delle migrazioni, quello del linguaggio con cui migranti e rifugiati parlano della loro esperienza che è allo stesso tempo di vita e di morte, come uno stare da qualche parte negli interstizi tra l’una e l’altra. C’è una crisi molto più lunga e profonda di quella che la parola “migrazioni” indica, c’è un intero mondo vitale di minoranze senza patria e senza stato, esseri umani denigrati, discriminati, menomati. Il problema che voglio illustrare è quello di come trattiamo linguisticamente, filologicamente, eticamente questa condizione, non la politica».
Ma la questione politica si impone, perché il problema migrazioni è diventato un fattore determinante che condiziona le società occidentali.
«In ogni situazione di integrazione o assimilazione (e comunque la chiamiamo è un processo relazionale) se non prendiamo sul serio il senso di ansia della popolazione ospitante, allora siamo politicamente irresponsabili. Perciò credo che ogni politica intorno ai migranti e all’accoglienza dei rifugiati deve affrontare seriamente le paure di popolazioni residenti che vedono un mondo che gli sta cambiando intorno».
Dunque condivide le preoccupazioni delle maggioranze ospitanti.
«Sì ma mi chiedo perché in tutte le situazioni di crisi il punto di rottura avviene intorno a differenze etniche, di colore e razza. Sarebbe perfettamente ragionevole per la maggioranza dire: non abbiamo lavoro, il nostro nemico è la disoccupazione. Perché invece ansia e antagonismo prendono forma discriminatoria e razzista? Qualunque cosa si pensi dell’epidemia di oppioidi e psicofarmaci in America, messicani e neri americani stanno peggio dei disoccupati bianchi e non si possono indicare come la causa del problema».
Un legame di identità nazionale vale per i mondi colonizzati dei suoi studi, ma anche per le società occidentali, vale per il West come per il “Rest”. Non è possibile una versione liberale del nazionalismo?
«A certe condizioni è certo possibile con riforme, educazione, sanità, con più equità sociale. Quello che ci servirebbe oggi è un “cosmopolitismo vernacolare”, capace di tenere insieme migranti e diversità di classe, di etnia, di lingua, in uno spirito che sappia alzare lo sguardo oltre i confini. In diversi momenti del XX secolo questo è stato possibile quando è prevalsa una apertura mentale al fatto che la tua nazione era inserita in un mondo e che tu non potevi davvero godere della tua libertà se c’erano altri paesi in cui la libertà era negata. Dobbiamo rifiutare la visione barbarica e soprattutto l’idea che le differenze di razza e di genere, che le minoranze, le donne, possano essere viste come la causa del collasso dell’ordine pubblico». (Intervista di Giancarlo Bosetti)

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