La BOSNIA e le DIFFICILI ELEZIONI POLITICHE del prossimo 7 OTTOBRE (con regole elettorali contrastanti: in chiave etnica o secondo il principio di cittadinanza?) – E le tre etnie presenti (croata, serba, musulmana) che sempre più si irrigidiscono – La BOSNIA come NUOVA ROTTA BALCANICA dei profughi

SARAJEVO, e le difficili elezioni in Bosnia del 7 ottobre prossimo

   Il prossimo 7 ottobre ci saranno le elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, di rinnovo del parlamento e presidenziali (la presidenza della repubblica è formata da 3 membri rappresentativi delle tre comunità -bosniaca, serba e croata- al fine di ridurre le tensioni fra le stesse). Sono elezioni difficili, è probabile che vinceranno i tradizionali partiti di adesso; con una situazione che sta allargando ancor di più (invece di unire) le tre etnie del paese.


Gli accordi di Dayton del 1995, che hanno messo fine alla guerra civile iugoslava, avevano consolidato l’attuale suddivisione, cioè una Bosnia ed Erzegovina nella quale coesistesse la maggioranza musulmana, con la presenza dell’etnia serba e di quella croata. Con due entità: la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA (FBiH, detta Federazione) a maggioranza CROATO-MUSULMANA, il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA (RSB) 49% del territorio, senza cantoni. In seguito poi (nel marzo 2000) venne istituito il distretto autonomo di BRCKO (un territorio condiviso sia dai croati musulmani che dai serbi). Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, mentre la federazione ha competenza esclusiva su moneta e difesa.

MILORAD DODIK, presidente della REPUBLIKA SRPSKA (REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA, nella foto con Putin), che da anni vuole tenere un referendum sulla secessione, in violazione dell’accordo di pace di Dayton che ha posto fine alle Guerre di Bosnia nel novembre 1995

   Una coesistenza difficile, da “separati in casa”, ma che, nonostante questo negli ultimi anni ha visto un discreto sviluppo economico, un seppur faticoso superamento delle difficoltà economiche. Ora, sviluppo, complicato dall’irrigidimento delle “posizioni etniche”; e le elezioni del prossimo 7 ottobre non aiutano certo un possibile clima di distensione.
Episodi che stanno accadendo complicano la coesistenza, rischiano di riportare a uno scontro etnico irrimediabile per la sopravvivenza della Bosnia.

Uno dei tre presidenti bosniaci, quello di ispirazione croata, Dragan Covic, a Belgrado, in Serbia, il 6 dicembre 2017 (AP Photo/Darko Vojinovic)

   Qui parleremo in particolare di come la Bosnia sia ora il principale Paese di transito DELLA NUOVA ROTTA BALCANICA DEGLI IMMIGRATI, passaggio meno importante nelle dimensioni rispetto al settembre 2015; ma rotta ora governata dalle mafie dei trafficanti (in particolare dei contrabbandieri albanesi): perché adesso è più difficile arrivare in Europa, e viene a costare molto, affidandosi al traffico clandestino.

La NUOVA VIA DEI BALCANI passa per la Bosnia e Trieste – (mappa da “Il Fatto Quotidiano”)

   E parleremo anche DEL NUOVO PONTE CHE LA CROAZIA HA INIZIATO A COSTRUIRE per togliere dall’isolamento DUBROVNICH (RAGUSA), finora “tagliata” fuori dal resto della Croazia dall’accesso al mare bosniaco (il ponte permetterà di aggirare NEUM, cittadina bosniaca di soli 5mila abitanti che è lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia). Ebbene nella vicenda della costruzione del ponte uno dei tre presidenti bosniaci, quello di ispirazione croata, DRAGAN COVIC, si è apertamente rallegrato con la Croazia per la costruzione del ponte, dando pieno sostegno alla decisione croata, ed è andato a Zagabria per congratularsi di persona con i politici che l’hanno adottata. Un atteggiamento che dimostra come la parte croata-bosniaca propenda a unirsi alla Croazia, e scarso interesse essa abbia all’integrità della Bosnia Erzegovina.

(da http://www.eastwest.eu/ Migranti siedono sul ciglio della strada al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia a Velika Kladusa (foto scattata da Maljevac il 18 giugno 2018)

   Dall’altra lo scorso 14 agosto MILORAD DODIK, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia, appunto l’entità della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, ha chiesto e ottenuto dall’Assemblea di ANNULLARE un RAPPORTO ufficiale di CONDANNA sul MASSACRO di SREBRENICA: genocidio di oltre 8mila musulmani bosniaci avvenuto nel luglio 1995, appunto nella città di Srebrenica, durante la guerra civile in Bosnia ed Erzegovina, massacro attuato da parte dei serbi guidati dal generale Mladić. Il documento fatto annullare di condanna del genocidio, era stato votato nel 2004, e riconosceva le responsabilità e la portata di quella che viene ricordata come la più grave e tragica strage in Europa dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Questa decisione del 14 agosto scorso da parte del parlamento serbo-bosniaco non aiuta certo una riconciliazione sperabile.

I profughi nei campi del nord della Bosnia _ 19 agosto 2018 -(da Il Fatto Quotidiano)

   Dall’altra I MUSULMANI BOSNIACI NON DISDEGNANO L’APPOGGIO TURCO DI ERDOGAN, inviso alle altre due parti: nel maggio scorso, in occasione delle elezioni turche, Erdogan ha tenuto un grande comizio a Sarajevo, sostenuto apertamente anche da BAKIR IZETBEGOVICH, capo del partito di azione democratica dei musulmani di Bosnia Erzegovina.
Si viene così ad allargare la retorica nazionalistica e separatista in vista delle elezioni generali che si terranno il prossimo 7 ottobre, e allontanerà qualsivoglia tentativo di lavorare insieme verso un processo di riconciliazione. A questo, specificatamente al MECCANISMO ELETTORALE, anche su questo (LA SCELTA dei membri al Parlamento), la divisione tra i partiti è forte: chi, come i croati, vorrebbe che la scelta dei deputati eletti avvenisse IN CHIAVE ETNICA assai marcata, religiosa, salvaguardando bene, “matematicamente”, la presenza delle tre etnie; e chi invece, specie nei partiti civici, sostiene un “PRINCIPIO DI CITTADINANZA” nell’elezione dei membri del parlamento, che il deputato sia espressione dei territori e vada oltre le gabbie etniche.

IL PONTE CINESE CHE UNIRÀ DUBROVNIK (RAGUSA) ALLA CROAZIA – Al via i lavori per il PONTE DI SABBIONCELLO, che permetterà alla Croazia di aggirare l’istmo bosniaco che spezza la contiguità del Paese. Il progetto suscita malumori a Sarajevo. Sarà finanziato dalla Ue, ma i lavori sono affidati a un’azienda cinese. Ennesimo affare sulla Via della seta balcanica. Dopo anni di annunci, in CROAZIA sono finalmente iniziati (il 30 luglio scorso) i lavori per la costruzione del PONTE DI SABBIONCELLO (Pelješac), che prende il nome dall’omonima penisola, che si sviluppa in senso parallelo rispetto al litorale, nella parte meridionale di quest’ultimo. Il ponte permetterà alla CROAZIA di aggirare NEUM, lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia. Da lì occorre passare per recarsi a DUBROVNIK (RAGUSA) e la sua riviera, di fatto una exclave croata. Il transito obbligato per le DOGANE BOSNIACHE causa a volte grossi IMBUTI DI TRAFFICO, con ricadute negative sui tempi del commercio e sul turismo. Senza contare l’elemento politico-psicologico della faccenda: il SENSO DI ISOLAMENTO CHE DUBROVNIK, grande meta turistica dell’Adriatico orientale, SCONTA DAL RESTO DEL PAESE. (….)” (Matteo Tacconi, 22 Agosto 2018 da EASTWEST.EU https://eastwest.eu/it/)

   Il fenomeno poi degli immigrati che hanno fatto della Bosnia il cuore della nuova rotta dei Balcani, ebbene questa cosa entra un po’ nel contesto di tensione, anche se forse (l’immigrazione di passaggio) non è adesso la più importante. Qualcuno la usa strumentalmente in funzione anti-musulmana: gli immigrati sono perlopiù musulmani, si dice che c’è un fenomeno di crescita etnica dei musulmani, e diventa motivo di accusa verso questa etnia maggioritaria di Bosnia. Lo stesso presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, sostiene esista un piano segreto per modificare il bilanciamento etnico della popolazione intensificando l’afflusso di migranti asiatici e mediorientali. Ciò riguarderebbe in particolare pachistani e siriani, con un’impennata dell’arrivo di iraniani.

Lo spillo rosso sulla citta bosniaca di NEUM – Il PONTE permetterà alla CROAZIA di aggirare NEUM, lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia

   Quel che qui interessa porre all’attenzione, è che le cosiddette spinte “sovraniste”, etniche, religiose, di chiusura e identificazione con la propria parte, di rifiuto di ogni forma di convivenza multiculturale, non appartiene solo agli Stati dell’Europa ora nell’Unione Europea (come il Gruppo di Visegrad, cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia… e poi l’Austria, l’Italia…ora la Germania con gli scontri con l’ultradestra che stanno accadendo in questi giorni…), ma accade anche in quei Paesi (come nei Balcani la Bosnia) che geograficamente sono anch’essi più che mai “Europa”.

NEUM (nel medioevo conosciuto come Porto Noumense) è una CITTADINA DELLA BOSNIA ED ERZEGOVINA di circa 5mila abitanti, che costituisce, con la sua COSTA DI CIRCA 20 KM, l’unico sbocco al mare dello stato balcanico. La città e il suo entroterra separano al tempo stesso la Dalmazia meridionale croata dal resto della Croazia

   La spinta sovranista (etnica) nei Balcani, e specialmente in Bosnia, aumenta ancor di più per una situazione lì fragile storicamente. Una politica diversa, opposta a questi fenomeni nazionalistici, etnici, servirebbe più che mai. A noi cercarne i modi, le possibilità, le azioni… (s.m.)

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BOSNIA ED ERZEGOVINA, VENTO SOVRANISTA IN REPUBLIKA SRPSKA

28 agosto 2018, di Marco Magnano, DA RBE Radio Beckwith Evangelica https://rbe.it/

   Lo scorso 14 agosto Milorad Dodik, il presidente della Sepublika Srpska, entità della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, ha chiesto e ottenuto dall’Assemblea di annullare un rapporto ufficiale sul massacro di Srebrenica (https://rbe.it/2017/11/23/mladic-ergastolo/) del 1995. Il documento, votato nel 2004, riconosceva le responsabilità e la portata di quella che viene spesso ricordata come la peggiore strage in Europa dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Manca poco più di un mese alle elezioni, previste per il 7 ottobre.

   L’impressione è che questa mossa sia un modo per rimarcare la propria posizione in un contesto di partiti etnici che guardano con crescente interesse ai movimenti sovranisti sempre più forti in Europa.

   ALFREDO SASSO, storico, presidente dell’Associazione Most (https://mostassociazione.wordpress.com/) e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa (https://www.balcanicaucaso.org/), racconta che «l’attuale presidente, MILORAD DODIK, ha intrapreso una svolta autoritaria ormai da diversi anni». Dodik, spiega Sasso, «iniziò con una linea politica più conciliante, poi via via si è fatto sempre più autoritario e allo stesso tempo con una linea molto più nazionalista e sciovinista di cui vediamo in questi mesi gli elementi più retrogradi anche perché ci troviamo in campagna elettorale».
(per sentire l’intervista ad Alfredo Sasso:
https://www.spreaker.com/user/radiobeckwith/2018-08-27-alfredo-sasso-srebrenica-e-so?utm_medium=widget&utm_source=user%3A8579251&utm_term=episode_title
o anche:
https://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/luogo-lontano/giornalisti-reuters-myanmar-genocidio-161751-gSLAOZrGmC)

GIORNALISTI SCOMODI – Nella foto: DINO JAHIĆ – Fare giornalismo investigativo nei Balcani è sempre più difficile. Lo conferma il recente caso delle gravi accuse del PRESIDENTE DELLA REPUBLIKA SRPSKA MILORAD DODIK contro DINO JAHIĆ, caporedattore del CENTRO PER IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO DELLA SERBIA (l’intervista riportata a Dino Jahić è l’ultimo articolo di questo post)

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SISTEMA ELETTORALE DELLA BOSNIA ERZEGOVINA

di Roberto Brocchini | http://www.archivioelettorale.it/joomla/
Forma di governo Repubblica federale parlamentare
Superficie 51.209 Km²
Popolazione 3.531.000 ab. (censimento 2013)
Densità 69 ab/Km²
Capitale Sarajevo (276.000 ab., 415.000 aggl. urbano)
Moneta Marco convertibile
Indice di sviluppo umano 0,733 (85° posto)
Lingua Bosniaco, Serbo, Croato (tutte ufficiali)
Speranza di vita M 74 anni, F 79 anni
La Bosnia Erzegovina (BiH) è una Repubblica parlamentare federale facente parte della Jugoslavia e diventata indipendente nel marzo del 1992. Dal 2015 è candidata ad entrare nell’Unione Europea. È formata da due entità: la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA (FBiH, detta Federazione) che comprende il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA (RSB) 49% del territorio, senza cantoni. C’è poi il distretto autonomo di Brcko. Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, mentre la federazione ha competenza esclusiva su moneta e difesa.
LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA È FORMATA DA 3 MEMBRI RAPPRESENTATIVI DELLE TRE COMUNITÀ (BOSNIACA, SERBA E CROATA) al fine di ridurre le tensioni fra le stesse. Il membro bosniaco e croato viene eletto direttamente dal popolo del territorio della Federazione, mentre quello serbo viene eletto dal popolo della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina.
L’Assemblea della BiH si compone di due camere: la CAMERA DEI RAPPRESENTANTI e la CAMERA DEI POPOLI.
La CAMERA DEI RAPPRESENTANTI ha 42 membri (28 Deputati appartengono alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, 14 alla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina) eletti per 2 anni col sistema proporzionale basato su liste di partito o candidature indipendenti; metodo del quoziente semplice e più alti resti. Solo i partiti che conquistano almeno un seggio iniziale col quoziente semplice accedono all’assegnazione dei seggi rimanenti. Sia l’elettorato attivo sia quello passivo sono fissati a 18 anni.
La CAMERA DEI POPOLI ha 15 membri di cui 10 sono delegati provenienti dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina (5 croati e 5 musulmani) che sono designati dalle comunità locali; 5 sono delegati provenienti dalla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina designati dall’Assemblea Nazionale della stessa Repubblica. Sia l’elettorato attivo sia quello passivo sono fissati a 18 anni.
Fonti: http://www.eastjournal.net/archives/category/balcani/bosnia-erzegovina, http://www.globalgeografia.com e Interparliamentary Union

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ONU CONDANNA REP. SERBA DI BOSNIA ED ERZEGOVINA PER GENOCIDIO DI SREBRENICA
– pubblicato il 18 agosto 2018 da http://sicurezzainternazionale.luiss.it/
Il presidente uscente dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ZEID RA’AD AL-HUSSEIN, ha condannato pubblicamente la decisione presa dal parlamento serbo-bosniaco, il quale ha revocato un rapporto del 2004 nel quale riconosceva il genocidio di Srebrenica del 1995, e ha esortato i legislatori a riconsiderare la mossa, che a suo avviso mette in pericolo la riconciliazione etnica del Paese.Nella giornata di venerdì 17 agosto, la portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, RAVINA SHAMDASANI, ha diffuso l’avvertimento fatto dall’Alto commissario, secondo il quale la revoca del documento servirà unicamente ad acuire la retorica nazionalistica e separatista in vista delle elezioni generali che si terranno nel prossimo mese di ottobre, e distruggerà qualsivoglia tentativo di lavorare a braccetto verso la riconciliazione dello Stato di Bosnia-Erzegovina.
Shamdasani ha altresì reso noto che in seno alle Nazioni Unite si teme che una simile decisione possa acuire le tensioni, le divisioni e la sfiducia che sono già manifeste in Bosnia tra le fila di funzionari pubblici e politici e presso la popolazione, e che pertanto l’Alto commissario, al-Hussein, invita il parlamento regionale serbo-bosniaco a riconsiderare la sua valutazione.
Mercoledì 15 agosto, anche il Dipartimento di Stato americano aveva reso noto che, a suo avviso, si trattava di un “passo nella direzione sbagliata”, volto unicamente a revisionare i fatti noti della guerra, rinnegare il passato, e politicizzare una tragedia.
Nella giornata di martedì 14 agosto, il parlamento regionale della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina ha votato in favore di una revoca al rapporto ufficiale del 2004 sul massacro di Srebrenica, compilato da un precedente governo, che rappresentava il primo riconoscimento da parte dei serbo-bosniaci della portata del genocidio.
Nel massacro, avvenuto nel luglio 1995, circa 8mila musulmani bosniaci furono trucidati nella città di Srebrenica e nei suoi dintorni, nel contesto della guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995). La strage fu perpetrata dalle unità dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpioni”, in una zona all’epoca dichiarata dall’Onu come protetta, la quale si trovava sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR. È stata la peggiore strage di questo tipo in Europa dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Il rapporto di Srebrenica, che il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik ha chiesto di annullare, contiene i nomi di 7.806 vittime. Dodik è l’attuale presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, e secondo alcuni analisti la sua strategia mira a mobilitare gli elettori a favore del suo programma nazionalistico in vista delle elezioni del 7 ottobre.
Dodik ha definito il rapporto parziale e falso nonché non rilevante, e ha rifiutato di descrivere le uccisioni di massa da parte delle forze serbo-bosniache come un genocidio, nonostante ciò sia stato stabilito da due sentenze di tribunali internazionali, richiedendo l’istituzione di una commissione internazionale per stilare un nuovo rapporto finale su Srebrenica.
Nonostante la Bosnia-Erzegovina sia oggi un solo Paese, le tensioni etniche interne sono ancora molto forti. A seguito degli accordi di Dayton, che prendono il nome dal luogo in cui furono stipulati, tra il 1° e il 21 novembre 1995, nella base aerea USAF Wright-Patterson (Ohio, Stati Uniti), si concluse la guerra in Bosnia ed Erzegovina, e si divise la nazione, riunita, in due entità amministrative autonome: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. A queste si aggiunge il Distretto di Brčko, il quale è considerato parte di entrambe le entità.

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LA NUOVA VIA DEI BALCANI PASSA PER LA BOSNIA E TRIESTE

di Andrea Palladino, 19 agosto 2018, da “Il Fatto Quotidiano”
– L’altra rotta verso l’Italia. 10mila in movimento, 2mila bloccati al confine croato, la porta per l’Europa. Dalla Libia nel 2018 arrivati in Sicilia in 12 mila –
Hanno anni di viaggio sulle spalle, migliaia di chilometri percorsi partendo dall’Afghanistan e dal Pakistan, attraversando fiumi, foreste, montagne. Sul corpo portano i segni delle violenze, dei percorsi impervi, tra campi minati e sentieri deserti. Sono quasi diecimila, forse molti di più, i migranti e i rifugiati che stanno ripercorrendo la via dei Balcani.
L’Ungheria è ormai chiusa, blindata dal filo spinato steso dal governo Orban. Quella via che attraversa l’Est Europa era stata dimenticata, dopo gli accordi con cui la Ue ha finanziato la Turchia per fermare il flusso. Oggi la nuova via scorre più a ovest, con la Bosnia-Erzegovina divenuta il nuovo crocevia.
Prima sono arrivati gli uomini, poi dalla scorsa primavera si sono messe in cammino le famiglie, le donne, i bambini. Sono apparsi a Sarajevo e più avanti sul confine nord con la Croazia, nelle città di Bihac e Velika Kladuša. L’Europa è a un passo, ma ad una distanza politica difficile da misurare.
La Bosnia-Erzegovina ha una storia recente e dolorosa di guerre, migrazioni forzate, fughe e profughi. A due mesi dalle prossime elezioni presidenziali, il Paese simbolo dell’ultimo grande conflitto etnico europeo si trova ora ad affrontare una situazione di vera emergenza.
Da maggio a luglio sono arrivati almeno settemila migranti e richiedenti asilo e da allora il flusso ha raggiunto i duemila arrivi al mese. Le stime sulle attuali presenze, che includono solo chi è stato registrato, superano le diecimila persone, cifra non lontana dai 12 mila sbarchi in Italia dalla Libia attraverso il Mediterraneo centrale.
L’impatto sul Paese è enorme, considerando che le cifre ufficiali stimavano a maggio appena 1.138 presenze. Da allora il flusso non si è più fermato, con un paese impreparato per affrontare l’emergenza: “In Bosnia i soli due campi aperti sono vicini a Mostar e Sarajevo, con 400 posti in tutto”, racconta al Fatto quotidiano Daniele Bombardi, responsabile delle attività in Bosnia-Erzegovina della Caritas italiana.
La periferia della capitale e le città di confine vedono sorgere accampamenti ovunque. Per ora con i primi fondi del Consiglio d’Europa le autorità locali stanno ristrutturando una vecchia caserma vicino Sarajevo, per accogliere 400 migranti, come terzo centro profughi. Appena una goccia.
Il confine con la Croazia che va da Bihac a Velika Kladuša è divenuto lentamente un cul-de-sac, dove i migranti e i rifugiati si fermano in attesa di tentare il viaggio verso nord. Anche qui le condizioni di accoglienza sono precarie e la situazione potrà solo peggiorare con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno: “A Bihac c’è una struttura fornita dalla municipalità per l’accoglienza, un edificio che doveva essere la Casa dello studente” racconta Greta Mangiagalli, volontaria in Bosnia-Erzegovina per l’Ong Ipsia, in supporto alla Croce rossa locale. “È un vecchio stabile mai terminato, ha il tetto danneggiato, non ha finestre, è in parte senza pareti. Vicino c’è poi un campo aperto, dove i migranti si sono accampati con le tende”, prosegue il racconto.
Difficile stabilire con precisione le presenze. La Croce rossa e l’Ong italiana ogni giorno preparano circa 800 pasti, mentre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu ha fornito sei container con le docce. Vicino a Bihac le agenzie Onu hanno allestito un centro per le fragilità, soprattutto famiglie, che può accogliere 140 persone. Complessivamente un migliaio di presenze, in una piccola città con 61 mila abitanti. L’assistenza sanitaria è garantita da Medici senza frontiere, che in accordo con l’ospedale locale garantiscono un presidio tutte le mattine. “I problemi sanitari principali sono la scabbia e le ferite dovute alla violenza soprattutto da parte della polizia di frontiera – racconta la volontaria italiana – e ai lunghi percorsi nei boschi”. Anche a Velika Kladuša, 44 mila abitanti, l’assistenza è fornita da volontari, i gruppi No name Kitchen e Sos Kladuša.
Chi supera il confine con la Croazia diventa invisibile: “I migranti e i rifugiati sanno che appena vengono visti dalla popolazione – racconta Greta Mangiagalli – viene avvisata la polizia”. L’espulsione è immediata: “Normalmente quando sono fermati i loro cellulari vengono distrutti e sono trasferiti verso la Bosnia. Molte persone tornano con segni di percosse – prosegue il racconto – che loro attribuiscono a violenze da parte della polizia”.
La meta per tutti è Trieste, punto di transito per cercare di raggiungere il Nord Europa. Quei quasi trecento chilometri dell’ultima parte del viaggio la percorrono nascosti nei boschi della Croazia e della Slovenia, invisibili, camminando per giorni e giorni. Alle spalle lasciano guerre e antichi nazionalismi. (Andrea Palladino)

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LA VIA DEI MIGRANTI PUNTA ALLA BOSNIA E ACCENDE LA TENSIONE CON LA SERBIA
di Emanuele Confortin, 29/6/2018, da EASTWEST.EU https://eastwest.eu/it/
La nuova rotta balcanica punta verso la Bosnia, dove i migranti si ammassano sperando di entrare in Croazia. Il confine con la Ue però è sempre più ostico. E l’emergenza riaccende il confronto tra Sarajevo e Belgrado, accusata di indirizzare l’esodo verso il territorio bosniaco
Balcani e migranti, un binomio che negli ultimi anni ha trasmesso immagini di colonne di persone in marcia verso l’Europa. Tra il 2014 e il 2017, lungo la via del Mediterraneo orientale, anche nota come rotta balcanica, sono transitate un milione e centomila persone in arrivo via Turchia, Bulgaria e Grecia, in gran parte donne e bambini.
A marzo 2016 tutto cambia con la sottoscrizione dell’accordo sulla gestione dei migranti tra Unione Europea e Turchia che ha tagliato di netto la portata dell’esodo ma senza interromperlo del tutto. Trenta mesi più tardi, i Balcani continuano ad essere percorsi da persone alla ricerca dell’Europa. Vie di transito sempre diverse e difficili solcano i confini ancora via Turchia, Grecia e Bulgaria, per continuare poi in Macedonia, marginalmente Albania, quindi Montenegro e Serbia. I viaggi durano mesi se non anni e da fine 2017 la Bosnia-Erzegovina è diventata uno snodo di transito cruciale sulla via per la Croazia, concentrando migliaia di persone sul confine settentrionale.
Il ministro della Sicurezza bosniaco Dragan Mektic ha dichiarato che la Bosnia non ha «Né l’intenzione né la capacità di diventare» un Paese non UE in cui esternalizzare l’accoglienza dei migranti, al pari di quanto accaduto con Libia e Turchia. Secondo Mektic, il flusso proveniente da Serbia e Montenegro si sta trasformando in una questione di sicurezza, da risolvere con l’aiuto dei Paesi dei Balcani occidentali e dell’UE.
Per alleviare la pressione, a inizio giugno, la Commissione Europea ha stanziato 1,5 milioni di euro da usare per l’accoglienza dei migranti ammassati tra Bosnia e Croazia ma per il ministro bosniaco ancora non basta. La sua convinzione è che all’origine del problema ci siano Grecia e Bulgaria, Paesi di primo ingresso – vicini della Turchia – ma con confini permeabili, tanto da alimentare l’esodo verso nord che dopo il rafforzamento dei controlli sulla frontiera serbo-croata, da fine 2017, ha trovato uno sbocco in Bosnia.
Polizia e pattugliamenti ordinati da Belgrado sono bastati a deviare il flusso, dirigendo l’esodo in Bosnia, dove qualcuno di coloro che arrivano presenta istanza di asilo mentre la maggior parte tenta lo sconfinamento illegale in Croazia, sfruttando la rete di trafficanti attiva dalla Grecia alla Germania.
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom), nelle prime due settimane di giugno le autorità bosniache hanno registrato 1.076 nuovi arrivi che, sommandosi ai precedenti, portano a 6.600 il numero dei migranti e richiedenti asilo giunti nel Paese da gennaio, inclusi 63 minori non accompagnati. Sei volte più dell’intero 2017 (1.119 arrivi) con prevalenza di maschi di nazionalità pachistana (27% sul totale), poi siriani (18%), afgani (13%), iraniani (11%) e iracheni (8%). Il 70% di questi nuovi arrivati avrebbe già lasciato il Paese, proseguendo verso l’Europa, ma chi rimane vive in ripari di fortuna, senza disporre di servizi e assistenza adeguati.
La crescente tensione dovuta alla concentrazione dei migranti sul confine croato ha interessato progressivamente anche le delicate relazioni di vicinato. Le autorità bosniache hanno additato i vicini serbi e montenegrini accusandoli di indirizzare l’esodo in Bosnia, accusa respinta da entrambe le parti. C’è anche chi, come il presidente della Republika Srpska – una delle due entità della Bosnia-Erzegovina, a maggioranza serbo-bosniaca – Milorad Dodik, sostiene esista un piano segreto per modificare il bilanciamento etnico della popolazione intensificando l’afflusso di migranti asiatici e mediorientali. Ciò riguarderebbe in particolare pachistani e siriani, con un’impennata dell’arrivo di iraniani.
A fine maggio, il ministro bosniaco per la Sicurezza, Dragan Mektic, ha accusato Belgrado per l’aumento negli arrivi di migranti iraniani, conseguenza, secondo lui, dell’abolizione dei visti per le persone in arrivo dall’Iran stabilito dal governo serbo.
«Stiamo fronteggiando un problema serio in quanto la Serbia ha abolito i visti per i cittadini iraniani», ha commentato Mektic (fonte Balkan Insight). «Vengono legalmente in Serbia e poi passano illegalmente da noi per proseguire verso l’Europa. Non abbiamo il diritto di decidere quale regime di visti debba adottare la Serbia ma dovrebbe garantire la riammissione – degli iraniani sconfinanti – senza problemi».
La situazione sul campo è piuttosto chiara: chi riesce a entrare in Bosnia punta diretto in Croazia. «[I migranti] Sono concentrati per lo più sui confini di Bihać e Velika Kladuša, nel nordovest del Paese», spiega una volontaria italiana da settimane sul posto. «Il governo bosniaco intende costruire un centro di accoglienza a Polje ma lì i migranti non vogliono andare per non allontanarsi dalla frontiera, dove ogni notte ci sono tentativi di sconfinamento».
Oltre alla struttura di Polje, il governo ha recentemente aperto un centro di accoglienza nei pressi di Mostar, nel sud del Paese. Altri due centri funzioneranno a Sarajevo, dove nelle scorse settimane sono stati condotti 140 migranti pachistani dalla città di Tuzla, completando il più ingente trasferimento interno dall’inizio della crisi, a fine 2017.
Per chi riesce a evitare i campi di accoglienza, l’obbiettivo resta il confine ma il passaggio è comunque molto difficile. Il terreno è scosceso e, ammesso che i boschi offrano un nascondiglio sicuro, restano pur sempre zone non del tutto bonificate dalle mine. Se non bastasse, perdersi è facile soprattutto se, come testimoniato dai volontari, le autorità croate hanno oscurato la rete telefonica lungo le principali vie di transito, ostacolando le comunicazioni tra i migranti e i loro contatti in Croazia o più semplicemente rendendo complicato l’orientamento. Ecco che in molti finiscono nelle maglie della polizia di frontiera, che si limita a riportarli verso i confini di passaggio.
Con l’inizio dell’estate e il clima favorevole le criticità aumentano, assieme ai tentativi di sconfinamento. Per ridimensionare il numero degli arrivi dalla Serbia e dal Montenegro, l’Assemblea Parlamentare bosniaca ha deciso di rafforzare i controlli lungo i 1.551 chilometri di confine, dispiegando 200 poliziotti in più, portando il loro numero a 1.847, ma l’obbiettivo è arrivare ad avere presto altri 300 ufficiali operativi.
Allo stesso modo il governo croato non ha perso tempo, dichiarando per voce della presidente Kolinda Grabar Kitarovic di puntare a «Controllare i confini dello Stato e i confini esterni dell’Unione Europea con la Bosnia». Ne è risultato il rafforzamento delle forze di polizia sul confine bosniaco e il trasferimento in Bosnia di almeno 300 migranti intercettati nel primo trimestre dell’anno.
Frontiere diverse ma obbiettivi comuni: intensificare i controlli dei camion e dei treni in arrivo dai confini vicini, principali mezzi usati per gli spostamenti illegali nei Balcani, ma anche per intraprendere tratte di lungo raggio. Tratte che percorrendo la costa croata arrivano anche in Italia, ancora oggi uno dei principali Paesi di sbocco di quanto resta della Rotta Balcanica. (Emanuele Confortin)

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UN PONTE E LA POLITICA BOSNIACA

di Azra Nuhefendić, 24/8/2018, da https://www.balcanicaucaso.org/
– La decisione di Zagabria di costruire un ponte sulla penisola di Pelješac, tagliando così il passaggio obbligato attraverso la Bosnia Erzegovina, mette a nudo l’atteggiamento del membro croato della presidenza tripartita bosniaca Dragan Čović –
La Croazia ha annunciato l’inizio della costruzione del ponte sulla penisola di Pelješac che collegherà la città di Dubrovnik (Ragusa) alla rete autostradale nazionale, evitando di passare attraverso Neum, l’unica città costiera bosniaca.
La decisione ha implicazioni internazionali per due ragioni: perché il confine tra la Croazia e la Bosnia Erzegovina, in quel punto, non è mai stato definito dalle parti come ratificato e perché, con il ponte, la Croazia taglierebbe – per le grandi navi – la Bosnia Erzegovina dall’accesso alle acque internazionali violando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto al mare.
UN PRESIDENTE CONTRO
In questo contenzioso tra i due paesi, Dragan Čović, membro croato della presidenza tripartita bosniaca, si è affrettato a dare pieno sostegno alla decisione della Croazia ed è andato di corsa a Zagabria per congratularsi di persona con i politici croati che l’hanno adottata.
Non capita spesso che il presidente di un paese agisca contro gli interessi del proprio stato. Il suo comportamento è stato definito in Bosnia Erzegovina da alcuni come “alto tradimento”. Alcuni politici bosgnacchi del Partito d’azione democratica (SDA) e quelli di orientamento civico e democratico hanno citato un caso a loro avviso simile, quando, settant’anni fa, Ante Pavelić, presidente dell’autoproclamato Stato indipendente di Croazia (NDH) e fondatore del movimento nazionalista degli Ustascia, regalò ai suoi amici fascisti italiani la costa dalmata.
Portando il paragone a livello del nostro continente, per molti europei un gesto del genere potrebbe evocare il politico nazionalista norvegese Quisling che, all’inizio della Seconda guerra mondiale, quando i nazisti occuparono la Norvegia, si mise al servizio di Hitler. Il termine “quisling” si adopera ancora oggi nei confronti di governi che si mettono al servizio degli occupanti stranieri.
L’atteggiamento di Dragan Čović non è un incidente, non è una gaffe diplomatica, ma l’ultima espressione delle sue continue e costanti azioni contro gli interessi della Bosnia Erzegovina a favore della Croazia.
Per anni aveva mantenuto un atteggiamento discreto, ma ultimamente esprime in modo sempre più diretto il suo sentimento anti-bosniaco e pro-croato, le sue azioni e le sue dichiarazioni sono precisamente coincidenti con le decisioni di Zagabria.
Dragan Čović è uscito allo scoperto e si sta comportando allo stesso modo del suo collega Milorad Dodik, il presidente della Republika Srpska di Bosnia Erzegovina rispetto alla Serbia.
IMPEDIRE CHE LA BOSNIA ERZEGOVINA FUNZIONI
Čović e Dodik stanno svolgendo lo stesso compito: impedire alla Bosnia Erzegovina di essere uno stato funzionale. I due collaborano, hanno un’ottima intesa, si coalizzano di volta in volta a favore della Croazia o della Serbia a scapito della Bosnia, si scambiano favori politici.
Sia Čović che Dodik possono comportarsi in questo modo perché sono sostenuti e incoraggiati dai politici nazionalisti dei due rispettivi paesi, Croazia e Serbia.
“Quel patto dovrebbe essere chiamato con il suo vero nome, è un’alleanza anti-musulmana”, dice lo scrittore serbo Filip David. “Il futuro della BiH dipende da due progetti nazionalisti – croato e serbo. I politici nazionalisti serbi non hanno mai abbandonato l’idea di unire la Republika Srpska alla Serbia. Quell’idea è sempre esistita. I suoi sostenitori ritengono che dopo la disintegrazione della Jugoslavia non possa esistere la Bosnia Erzegovina, che è in qualche modo una Jugoslavia in miniatura. Essi ritengono che abbiamo bisogno di creare stati etnici… Non si rendono conto che un tale progetto è stato storicamente sconfitto, che ha prodotto un raccapricciante costo di vite umane, sofferenze, crimini e che per realizzarlo ci vorrebbe una nuova guerra, con spargimento di sangue, crimini, atrocità”.
Milorad Dodik si sente forte grazie anche all’influenza sempre più massiccia della Russia nei Balcani che, secondo la rivista americana “Foreign Policy”, mira a incoraggiare il separatismo dell’entità della Republika Srpska.
Dodik ripete in continuazione di non riconoscere la Bosnia Erzegovina, di non andare a Sarajevo perché là si sente come a Teheran, di non vedere l’ora di unire la Republika Srpska alla Serbia, e definisce già questa entità come stato, sostenuto dal presidente della Serbia Aleksandar Vučić. Sui bosniaci espulsi durante la guerra degli anni Novanta che tornano alle loro case nella Bosnia orientale dice che sono degli “occupanti”, insulta i religiosi musulmani perché, secondo lui, urlano e non pregano, il suo partito Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) non permette ai bosniaci che vivono nell’entità della Republika Srpska di chiamare la propria lingua “bosniaco”, nelle scuole si insegna secondo il programma scolastico della Serbia, non reagisce quando il principale membro del suo partito promette ai bosniaci un altro genocidio.
Dodik stesso ultimamente va oltre il negazionismo, glorifica e promette la revisione della sentenza del tribunale dell’Aia sul genocidio di Srebrenica. E appoggia il suo collega croato bosniaco Dragan Čović in qualsiasi azione che vada contro il governo centrale della Bosnia Erzegovina.
Čović e Dodik parlano con disprezzo “della Sarajevo politica” e sottintendono che il governo centrale della Repubblica di Bosnia Erzegovina sarebbe “musulmano”.
Non è che questi due si amino tantissimo, l’intesa si basa su interessi comuni per raggiungere lo stesso obiettivo: impedire la stabilizzazione della Bosnia creando una crisi permanente, adottare una politica concepita come la continuazione della guerra con mezzi diversi.
HERCEG BOSNA
Dragan Čović da anni, insieme ai politici nazionalisti di Zagabria, presso le cancellerie mondiali, si batte per cambiare il carattere legale e politico della Federazione (una delle due entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina, ndr), perché ritiene che i croati della Bosnia Erzegovina non possono restare senza una propria entità.
È un pretesto per creare la terza entità, per restaurare la cosiddetta “Herceg Bosna”, l’entità politico-territoriale formata durante la guerra dai croati bosniaci con il sostegno politico-militare della Croazia (come stabilito dal Tribunale dell’Aja), e ripulita etnicamente dei non croati.
In breve, quello che i serbi avevano fatto nella Bosnia settentrionale e orientale, i croati bosniaci avevano tentato di farlo nel sud del paese, in Erzegovina. Quell’esperimento è stato definito dal Tribunale dell’Aja un’impresa criminale congiunta, i principali colpevoli croati sono stati processati e condannati a lunghi anni di carcere per crimini di guerra e contro l’umanità.
Dragan Čović con il suo partito Unione democratica croata (HDZ) è inoltre il principale promotore del concetto di “due scuole sotto un tetto”, cioè la segregazione della popolazione scolastica basata sulla religione, e delle politiche che ostacolano e impediscono ai bosgnacchi espulsi di rientrare nelle loro zone d’origine ora abitate quasi esclusivamente da croati.
Quando i bosniaci, le vittime dei campi di concentramento allestiti dai croati durante la guerra, chiedevano a pieno diritto alla Croazia il risarcimento, basandosi sulla sentenza del Tribunale dell’Aja, Dragan Čović, da membro della presidenza bosniaca, affermava che il risarcimento andava chiesto alla stessa Bosnia Erzegovina!
Dragan Čović è poi quello che dà il benvenuto e si fa fotografare con il criminale di guerra Dario Kordić (condannato per il massacro di Ahmići) e lo ingaggia per la campagna elettorale del suo partito HDZ subito dopo essere uscito dal carcere.
Dall’altra parte i politici bosgnacchi, specialmente il presidente del partito SDA, Bakir Izetbegović, con i suoi legami con la Turchia e il presidente Erdoğan, gli offrono il pretesto di questo comportamento e vanno di pari passo con i piani di Belgrado e Zagabria sulla divisione della Bosnia Erzegovina.
Ma la “non–politica” di Izetbegović difficilmente può essere misurata o parificata con il costante comportamento anti-bosniaco dei nazionalisti croato-bosniaci e serbo-bosniaci.
I due nazionalismi approfittano della globale islamofobia per la disumanizzazione dei bosgnacchi. Parlano della “dorsale verde”, ovvero la via immaginaria con la quale i musulmani bosniaci dovrebbero collegarsi con i fratelli musulmani degli altri continenti.
Il termine “traversale verde” fu utilizzato per la prima volta, in senso politico, dal capo del Partito radicale serbo, Vojislav Šešelj, condannato per crimini di guerra.
Šešelj è di Sarajevo dove esiste la “traversale verde”, la strada ideata prima delle Olimpiadi del 1984 da alcuni professori dell’Istituto di architettura di Sarajevo (il capo progettista era un professore serbo), per spostare il traffico dei camion fuori dalla città, per rendere l’aria meno inquinata. Šešelj sa benissimo che di “traversale verde” esiste solo quella, ma la logica e la verità non accompagnano sempre e ovunque la politica.
DIFENSORI
I nazionalisti dei paesi vicini e quelli “domaći bosniaci” puntano il dito contro il pericolo dell’islam e si auto candidano per proteggere l’Europa cristiana dai non cristiani.
Così la presidente croata Kolinda Grabar Kitarović spara che “in BiH ci sono almeno diecimila terroristi islamici”. La bugia è stata prontamente smentita sia dalla polizia bosniaca che da quella europea. Ma la sua dichiarazione gira e va a favore di determinati obiettivi politici in Bosnia Erzegovina.
Un grande assente in Bosnia Erzegovina è l’Unione Europea che, secondo Lars-Gunnar Wigemark, capo della delegazione dell’UE in Bosnia Erzegovina, non ha un piano di riserva per affrontare un’eventuale crisi nell’area.
L’ex ambasciatore tedesco in BiH e Kosovo, Michael Schmunk, ritiene che “l’Unione Europea e l’Alto rappresentante della comunità internazionale in BiH, abbiano la capacità di intervenire (politicamente) ma sembra che in Europa la solidarietà con i serbi e la Republika Srpska sia aumentata, e che anche la guerra sia stata dimenticata. Per l’Europa sarebbe catastrofico dal punto di vista storico-politico se si lasciasse che i musulmani bosniaci perdessero la guerra per la seconda volta”. (Azra Nuhefendić)

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GIORNALISTI SCOMODI

di PERICA GUNJIC, Belgrado, 27/08/2018 – da https://www.balcanicaucaso.org/
(Originariamente pubblicato da Cenzolovka , il 22 agosto 2018)
– Fare giornalismo investigativo nei Balcani è sempre più difficile. Lo conferma il recente caso delle gravi accuse del presidente della Republika Srpska Milorad Dodik contro Dino Jahić, caporedattore del Centro per il giornalismo investigativo della Serbia –
Durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso 21 agosto, il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha accusato Dino Jahić , caporedattore del Centro per il giornalismo investigativo della Serbia (CINS), di essere alla guida di un “centro impegnato a rovesciare i governi dei paesi della regione con i soldi ricevuti da organizzazioni internazionali”.
Dodik ha letto il nome di Jahić da un foglio, rispondendo a una domanda, evidentemente concordata prima, su un’inchiesta sul patrimonio posseduto dai politici bosniaci, recentemente pubblicata dal Centro per il giornalismo investigativo (CIN) di Sarajevo .
Non è del tutto chiaro se Dodik abbia confuso CINS con CIN (dove Jahić ha lavorato fino a qualche anno fa, prima di trasferirsi a Belgrado) né perché abbia chiesto ai giornalisti presenti alla conferenza: “Vi dice qualcosa il nome di Dino Jahić?”. Per poi aggiungere: “A me dice molto”.
A fornire ulteriori precisazioni in merito ci ha pensato il portale Infosrpska, pubblicando un articolo dai toni denigratori, un vero e proprio invito al linciaggio, ripreso dall’agenzia di stampa SRNA, da tv Alternativa di Banja Luka e dal media più influente della Republika Srpska, la Radio televisione della RS .
Nell’articolo in questione vengono avanzate diverse accuse, molto gravi, contro Jahić e CINS, senza però fornire alcuna prova a sostegno di quanto affermato. Jahić è accusato di intrattenere contatti quotidiani con alcune “note organizzazioni occidentali come National Endowment for Democracy, Freedom House e Civil Liberties Union for Europe” e di aver ricevuto “finanziamenti dalla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita” per un valore complessivo di 38 milioni di dollari, formalmente destinati allo sviluppo del giornalismo investigativo nella regione, mentre in realtà, stando all’autore dell’articolo, verrebbero utilizzati per rovesciare il governo.
Parole quasi identiche a quelle pronunciate da Dodik durante la conferenza stampa di cui sopra.
Abbiamo interpellato DINO JAHIĆ per un commento sulla vicenda.
Come commenta le affermazioni sul suo conto diffuse dai media bosniaci?
Sarebbe ottimo se avessi il potere di rovesciare regimi fascisti, cleptomani e corrotti, in qualsiasi parte del mondo. Ma se mi occupassi di cose del genere, non sarei un giornalista. E poi è ovvio che non dispongo di tale potere, né io né i miei colleghi di CINS, né nessun altro giornalista investigativo che conosco.
Quanto all’affermazione secondo cui sarei in possesso di ingenti risorse finanziarie, è una sciocchezza. Né io né i miei colleghi possediamo beni di grande valore, come appartamenti e automobili lussuose, né tanto meno possiamo permetterci viaggi costosi e lussi simili. A differenza della maggior parte delle persone su cui indaghiamo. Ed è probabilmente per questo che se la prendono con noi e orchestrano campagne come questa. E non mi riferisco solo a CINS, ma anche agli altri giornalisti investigativi in Serbia e in Bosnia Erzegovina.
Quali potrebbero essere le motivazioni alla base delle accuse lanciate nei suoi confronti?
Davvero non lo so. Sono rimasto piuttosto sorpreso dall’intera vicenda, soprattutto perché CINS si occupa di temi legati alla Serbia. Non so per quale motivo Dodik e i media bosniaci ci abbiano preso di mira.
Sarebbe ottimo se avessi 38 milioni di dollari. A me non sarebbe mai venuto in mente di collegare tutto in modo così irrazionale, per quanto potessi annoiarmi.
Sembra che qualcuno abbia fatto male i suoi compiti, oppure tutta questa confusione tra CINS e CIN è stata creata apposta, per ragioni che mi sono ignote.
Come commenta il fatto che i redattori e giornalisti di alcuni media bosniaci, compresa la Radio televisione della Republika Srpska, si siano lasciati andare ad attacchi così brutali nei confronti di un collega? L’hanno chiamata per sentire la sua versione dei fatti?
Nessuno mi ha contattato per chiedermi chiarimenti in merito alle affermazioni fatte sul mio conto. Per quanto mi riguarda quello non è giornalismo e coloro che scrivono articoli del genere non possono essere considerati giornalisti.
Pensa che l’inchiesta sullo stato patrimoniale dei politici bosniaci, recentemente pubblicata da CIN di Sarajevo, possa essere il motivo del brutale attacco nei suoi confronti, dato che in passato lei ha collaborato con CIN?
Ho lavorato per cinque anni nella redazione di CIN come giornalista e vice caporedattore, e anche se non faccio più parte del loro team apprezzo molto il loro lavoro, compreso il database del patrimonio dei politici.
Ho dato un’occhiata a questo database, e anche i miei ex colleghi di CIN mi hanno detto di aver scoperto che Dodik, dopo essere stato rieletto presidente della Republika Srpska nel 2014, aveva venduto due appartamenti a Belgrado, dove tuttora possiede una casa, situata in un quartiere di lusso, gravata da un’ipoteca.
Nel frattempo, sua figlia ha acquistato un appartamento a Banja Luka con più di cinque locali, anch’esso gravato da un mutuo ipotecario. Dodik e la sua famiglia inoltre possiedono diversi terreni, alcune aziende, un ristorante, ecc.
Può darsi che la pubblicazione di questo database abbia spinto Dodik a lanciare accuse contro di noi. I politici preferirebbero che nessuno facesse loro domande, che nessuno indagasse sui loro affari, sulla provenienza della loro ricchezza. Ma così non va bene.
Tra le accuse mosse nei suoi confronti vi è anche quella di essere al soldo di Soros e di addestrare gli studenti ungheresi che protestano contro il governo di Orbán…
Replico con lo stesso linguaggio: appena finisco con i pescatori islandesi e ceramisti greci, mi occuperò degli studenti ungheresi. Sciocchezze.
Nello stesso articolo si afferma che negli ultimi mesi CINS si è occupato soprattutto di Dodik e di Republika Srpska…
Nulla di quanto scritto in quell’articolo è vero, tranne il mio nome. Sono ormai anni che CINS non si occupa di Dodik né di quanto accade in Republika Srpska, e anche quando ce ne siamo occupati lo abbiamo fatto nell’ambito di alcuni progetti di collaborazione con CIN di Sarajevo. Di politici su cui indagare ne abbiamo già a sufficienza in Serbia. Tuttavia, abbiamo indagato sugli affari di alcune persone vicine a Dodik, come Emir Kusturica, che però non c’entravano niente con la Republika Srpska, bensì con la Serbia.
Come commenta il fatto che alcuni politici e persino colleghi giornalisti interpretino le inchieste sugli affari e sui beni dei più alti funzionari statali, condotte da diversi centri per il giornalismo investigativo (tra cui CIN, KRIK, CINS, BIRN), come un attacco allo stato? Non è proprio questo uno dei principali compiti del giornalismo investigativo?
Molti politici balcanici hanno fatto proprio il motto “lo stato sono io”, usando il culto della personalità come scudo protettivo. Ma per fortuna ci sono ancora giornalisti investigativi che cercano di mettere a nudo questo modus operandi.
Il lavoro di un giornalista non consiste nel porre domande prestabilite, essere reggi-microfono e pubblicare testi propagandistici, bensì nel servire l’interesse pubblico e costringere chi sta al potere ad assumersi le proprie responsabilità.
Come ha vissuto tutto questo? Come hanno reagito i suoi amici e la sua famiglia alle affermazioni apparse sulla stampa secondo cui lei disporrebbe di svariati milioni di dollari?
Per quanto un giornalista possa abituarsi a subire attacchi, offese e umiliazioni da parte dei politici, non può mai restarne indifferente. Ho saputo della conferenza di Dodik da mio padre. Stavo andando a una riunione quando mi ha chiamato dicendomi: “Dodik ha appena fatto il tuo nome alla televisione”. Incredibile.
È stato uno shock per la mia famiglia, molto più grande che per me. Questo è probabilmente l’obiettivo: intimidire me e i miei colleghi e costringerci a rallentare la nostra attività investigativa. Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di cedere alle pressioni. Non bisogna però dimenticare che questo non è un caso isolato. Basta guardare come i politici serbi si comportano con i giornalisti.
Quanto è pericoloso continuare a svolgere l’attività investigativa quando si è bersagliati da simili accuse, che i sostenitori di Dodik potrebbero ritenere vere?
È molto pericoloso, perché alle accuse spesso fanno seguito minacce e offese sui social network, e questo sta già accadendo. Basta poco affinché una minaccia si trasformi in un’aggressione fisica. Guardate cosa è successo al collega Dragan Bursa, che è diventato bersaglio di una campagna denigratoria sui social network ed è praticamente costretto ad andarsene via dalla Bosnia Erzegovina.
Ma queste cose succedono ovunque nel mondo. I giornalisti prima vengono accusati di essere nemici dello stato, poi si passa a minacce e pressioni, che non di rado sfociano in aggressioni fisiche o persino omicidi.
Come intendete rispondere a queste false accuse?
Lasceremo che se ne occupino i nostri avvocati.
(Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto)
(intervista a Dino Jahić di Perica Gunjic, Belgrado, 27/08/2018 –

da https://www.balcanicaucaso.org/)

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