La scomparsa di CAVALLI SFORZA: GENETISTA ESPLORATORE del microcosmo che legge nel DNA l’origine umana, eventi di migliaia di anni fa, la storia dei popoli – Non ci sono RAZZE, ma solo una SPECIE, quella UMANA: con accadimenti culturali, linguisti, geografici, che rendono l’umanità ricca e diversificata

“….LO STUDIO E L’ANALISI DEL DNA, HA PERMESSO DI RICOSTRUIRE IN DETTAGLIO IL PASSATO PIÙ REMOTO della storia dell’uomo…. Lì dove non c’erano più prove concrete sull’origine dell’uomo, dove non si poteva scavare in siti archeologici per ottenere risposta, si è passati all’analisi e alla ricostruzione del dna e alle origini della nostra specie di «homo sapiens», ORIGINI CHE HO CIRCOSCRITTO IN AFRICA. NATO AFRICANO, infatti, L’UOMO È STATO SEMPRE CARATTERIZZATO DALLA VOLONTÀ DI VIAGGIARE, quasi un istinto, che ha portato i nostri antenati a spargersi per il mondo, e colonizzarlo, il tutto in un arco di tempo molto ampio, che va da 100 mila anni fa, con la prima migrazione verso il Medio Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione della Nuova Zelanda e della Polinesia….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(la foto è di Luigi Luca Cavalli-Sforza ripresa da “il Manifesto”)

   LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA è morto venerdì pomeriggio del 31 agosto scorso a Belluno, a 96 anni; ed è considerato uno dei più grandi scienziati del Ventesimo secolo. Come gli astronomi osservano nelle galassie lontane cose accadute nel passato, così, grazie a lui, i genetisti ora possono leggere nel Dna eventi accaduti migliaia di anni fa, riuscendo a stabilire tratti della storia dei popoli fino a poco tempo fa del tutto sconosciuti. Dall’origine della specie umana (secondo Cavalli Sforza partita in un unicum dall’Africa), all’importanza delle lingue nella diversificazione avutasi.

80 anni fa la prima legge razziale in Italia

E la capacità riconosciuta a Luigi Luca Cavalli-Sforza è stata proprio di aver scientificamente connesso la ricerca genetica sugli “umani” con accadimenti culturali che questi stessi umani hanno avuto, e che gli hanno diversificati nel loro andare geografico per il globo terrestre; nel venire a stabilirsi a nord o a sud, a est o a ovest: ovunque mantenendo tratti e caratteristiche comunque uniche. E con il desiderio sempre di muoversi, di incontrarsi, in una mobilità positiva che ha cambiato popoli, tradizioni, usanze, economie…

SI PUÒ PARLARE DI RAZZE UMANE? Dal punto di vista scientifico LA DISTINZIONE RAZZIALE NON STA IN PIEDI. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni – Il termine “razza” non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’UOMO È DA SEMPRE IN CONTINUO MOVIMENTO e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. COME HA DIMOSTRATO IL GENETISTA LUCA CAVALLI-SFORZA, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, LE CIVILTÀ NON SONO STRUTTURE CHIUSE E ISOLATE (da FOCUS, 15/1/2018, https://www.focus.it/ )

   Pertanto siamo in presenza di uno scienziato, ora scomparso a una venerabile età, che ha saputo andare oltre l’antropologia, pur avendola frequentata allo scopo di approfondire i suoi studi, per dare risposte al percorso umano.
Partire dal microcosmo dell’esame scientifico del DNA è, a nostro avviso, un’esplorazione geografica tanto affascinante (e produttiva di risultati e conoscenze) quanto quella degli esploratori di geografie ignote una volta, di terre sconosciute.

“Cavalli Sforza Human Migration” Paths – Espansione dell’uomo moderno nel paleolitico, vie ipotetiche

   E’ interessante che in quest’epoca poco propensa a capire, conoscere e rapportarsi con culture diverse, con un’umanità “diversa”, che Cavalli Sforza sia riuscito scientificamente a dimostrare che non esistono razze umane; che il ceppo originario genetico è lo stesso; e che ogni differenziazione è minima, data da esperienze di vita molteplici (e anche in contesti geografici spesso assai lontani).
Vi invitiamo a leggere gli articoli che qui di seguito vi proponiamo, cercando ragioni nuove al nostro approccio alla vita; di maggiore curiosità verso ogni diversificazione umana, culturale, di vita, che potrebbe essere stata nostra se ci fosse accaduto di vivere in altri contesti all’interno del nostro variegato e affascinante pianeta. (s.m.)

“….LA GENETICA DIMOSTRA IN MANIERA CHIARA CHE L’UOMO APPARTIENE A UNA SOLA E UNICA RAZZA, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo….. sono convinto che I GENI SONO INDUBBIAMENTE IMPORTANTI, MA LO È ALTRETTANTO L’EDUCAZIONE per quanto riguarda l’ambiente sociale in cui siamo cresciuti….. abbiamo ormai accertato che LE DIFFERENZE CULTURALI SONO ENORMEMENTE IMPORTANTI, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di più….. Ecco un esempio. Dalla misurazione del QUOZIENTE D’INTELLIGENZA, che io considero una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di quindici punti tra l’intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto – altro esempio – che i cinesi sono molto più bravi in matematica….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(nella foto lo scienziato)

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CAVALLI SFORZA, LA GENETICA CHE SVELA LA NOSTRA NATURA MIGRANTE –
CHI ERA
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA (Italia/USA), Premio Balzan 1999 per la scienza delle origini dell’uomo
È stato il massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni e su quanto essa ci può dire sull’albero filogenetico dell’umanità.
Ha intuito come la comprensione dell’evoluzione del genere umano richieda la conoscenza sia dei meccanismi genetici, sia di quelli culturali, ed in special modo linguistici. Studiando i geni di un gran numero di gruppi etnici diversi e analizzando dati storici, demografici e linguistici è pervenuto a ricostruire l’origine delle antiche migrazioni ed a elaborare un modello di diffusione della cultura nell’Età del Neolitico.
Nei lavori onnicomprensivi che egli ha così condotto, hanno avuto un ruolo importante le sue ricerche genetiche su popolazioni primitive quali i Pigmei dell’Africa, uno dei pochi gruppi rimasti che vivono di raccolta e caccia.
Esemplari, inoltre, sono i suoi studi sulle conseguenze genetiche dello sviluppo tecnologico, in particolare sugli effetti della diffusione dell’agricoltura dal Medio Oriente, sua area di origine, verso l’Europa. Tutto ciò, unito ai dati archeologici, gli ha permesso di ricostruire un albero completo della discendenza dei popoli, nel quale geni e linguaggi vanno di pari passo, per dimostrare come la convergenza di dati genetici e culturali consenta di dare una spiegazione convincente dell’evoluzione dell’uomo.
Luigi Luca Cavalli-Sforza ha creato di sicuro, una sintesi molto completa sulla differenziazione delle popolazioni del pianeta, integrando vari campi di ricerca e fornendo in modo evidente la prova della nostra “co-evoluzione” genetica e culturale (Cfr. Premio Balzan 1999).
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA, nato il 25 gennaio 1922 a Genova e morto a Belluno il 31 agosto scorso (a 96 anni), era cittadino italiano e statunitense.
Laurea in Medicina e Chirurgia (1944), Università di Pavia, e M.A. (1950), Università di Cambridge, UK Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia, Istituto Sieroterapico Milanese, Milano (1950-1957); Docente di Genetica e Statistica, Facoltà di Scienze, Università di Parma e Università di Pavia (1957-1960); Professore di Genetica, Università di Parma (1960-1962); Professore di Genetica e Direttore dell’Istituto di Genetica, Università di Pavia (1962-1970); alla Stanford University come Professore di Genetica (1970-1992), Direttore del Dipartimento di Genetica (1986-1990) e Professore Emerito alla School of Medicine dal 1992.

“Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.” (Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018)

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CAVALLI-SFORZA, L’ESPLORATORE DEL DNA CHE HA SMONTATO IL MITO DELLA RAZZA
di Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018
Nell’abisso del Dna ha trovato molto, moltissimo, tranne la parola più pericolosa e scottante: razza. Non siamo una razza, né ci sono razze umane, separate da incolmabili differenze biologiche. C’è solo una specie, quella umana. Che inventa concetti esecrabili – come quello di razza, appunto – ma che negli ultimi 200 mila anni ha realizzato un cammino unico tra gli esseri viventi.
L’esploratore dell’avventura primigenia si chiama Luigi Luca Cavalli-Sforza e la sua intelligenza multiforme si è spenta ieri, a Belluno, a 96 anni. Non c’è retorica nel celebrarlo tra i grandi della scienza. Uno dei suoi meriti è aver contribuito a definire una visione rivoluzionaria: il nostro passato ancestrale non si limita più a una fragile collezione di fossili, in cui dannarsi per far combaciare un dente con un teschio. Da almeno tre decenni stiamo imparando a considerare ognuno di noi, e ogni antenato, come un archivio, vivente o congelato nel tempo. Una massa di informazioni, quasi inconcepibile per i non addetti ai lavori, concentrata nei geni e lì custodita per chi sa decifrarla.

Pelle scura e occhi chiari. Il volto del cacciatore mesolitico ricostruito dal DNA ritrovato a La Braña, nel nord della Spagna (Guido Barbujanni, da “il sole 24ore” del 6/2/2018)

   Nel XXI secolo paleoantropologi e archeologi non possono più fare a meno dei genetisti e così si sono fatte scoperte sorprendenti, come quella che nel nostro Genoma si è riversato un po’ di Dna di una specie concorrente, estintasi 40 mila anni fa, i Neandertal.
Ma a dare il via alla colossale decifrazione dell’Homo sapiens è stato proprio Cavalli-Sforza: lui – ha raccontato – già negli Anni 50 si chiese «se fosse possibile ricostruire la storia dell’evoluzione umana ricorrendo ai dati genetici delle popolazioni attuali». La paleogenetica – l’analisi del Dna antico – non esisteva ancora, e il professore-pioniere raccolse quantità crescenti di dati biologici, a cominciare dai gruppi sanguigni, fino a tracciare un «albero darwiniano» che equivale alla vulgata che oggi va per la maggiore.
Noi Sapiens siamo africani e poi, spinti da una curiosità che non smette di tormentarci (e che Cavalli-Sforza ha interpretato da maestro), abbiamo dato il via all’impetuosa colonizzazione del Pianeta: l’Europa e quindi l’Asia intorno a 55 mila anni fa e le Americhe all’incirca 30 mila anni fa. Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.

L’origine dell’uomo moderno e delle lingue secondo il genetista Luca Cavalli Sforza

   Cavalli-Sforza, nomade anche lui (nato a Genova, studente a Torino, professore a Stanford e a Pavia), si divertiva a smontare le elucubrazioni di Arthur de Gobineau, assertore della superiorità degli europei. Proprio gli europei – ha dimostrato – sono il vertice di una maionese genetica, frutto di incroci di popolazioni. Non c’è alcuna «purezza» e il diverso colore della pelle non è altro che una variazione del look, mentre all’intelligenza riconosceva aspetti ancora misteriosi, all’incrocio tra sfera naturale e sfera culturale.
Forse l’enigma avrebbe potuto essere sciolto con il mega-progetto dello «Human Genome Diversity Project», destinato a mappare la diversità genetica dei Sapiens. Ma le accuse di razzismo (e biopirateria) hanno incrinato la visione dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito a farci riflettere sulle nostre comuni radici. (Gabriele Beccaria)

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DA https.www.slideplayer.it/slide/12354987/

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Nel suo famoso saggio GENI, POPOLI E LINGUE (1996), usando anche la demografia, CAVALLI SFORZA traccia un parallelismo fra le linee filogenetiche delle popolazioni mondiali, la linguistica e l’archeologia e ne osserva la sostanziale sovrapponibilità. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

10 Ottobre 2006, da http://www.gazzettadisondrio.it/societa/

DARWIN ABITA ANCORA QUI

(INTERVISTA A LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA, GENETISTA DI FAMA MONDIALE, SECOND WORLD CONFERENCE, VENEZIA 20- 23 SETTEMBRE 2006)
L’Italia è un paese immerso in una cultura condizionata dalla religione, in particolare da quella cattolica. E, di conseguenza, il nostro contesto sociale guarda con favore alla cultura scientifica oppure prevale un atteggiamento di rifiuto nei suoi confronti?
Dal centro di ricerche Observa – Science in Society, in collaborazione con “Tutto Scienze Tecnologia” de La Stampa (www.observa.it/), ultimamente è stata realizzata un’indagine sulla prospettiva darwiniana, quella del creazionismo e quella del cosiddetto “disegno intelligente”. Gli italiani sono per il 31% a favore dell’evoluzionismo, mentre il 17% è per il creazionismo (battiamo gli americani di gran lunga, secondo un’indagine condotta nel 2005 da Gallup per conto della CNN ben il 53% della popolazione statunitense ritiene che “Dio ha creato gli esseri umani nella loro forma attuale, così come descritto dalla Bibbia”, mentre solo il 12% condivide la prospettiva evoluzionistica).

“Le differenze tra singoli individui sono più importanti di quelle che si vedono fra gruppi razziali”, come CAVALLI SFORZA scrive efficacemente in CHI SIAMO. LA STORIA DELLA DIVERSITÀ UMANA (1995). In altre parole, il mio vicino potrebbe essere più diverso da me, geneticamente, di un aborigeno australiano. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

   Inoltre l’ipotesi del “disegno intelligente” – nella quale si riconoscono quasi quattro Italiani su dieci – non sembra si possa ricondurre a posizioni antiscientifiche. Si tratta, infatti, di un atteggiamento più facilmente riconducibile ad una sorta di mediazione pragmatica che, mentre da credito alla teoria darwiniana, si riserva comunque la possibilità di un riferimento trascendente senza per questo entrare in conflitto con la scienza. Senza dubbio la convinzione per cui il processo evolutivo, lungo e laborioso, per mezzo del quale avrebbe preso forma l’uomo, sarebbe stato in qualche modo guidato da un progetto divino non è compatibile con la visione scientifica ortodossa, ma non per questo deve essere necessariamente interpretata come aperto rifiuto dell’evoluzionismo. Il ruolo divino sembra confinato in una funzione marginale: è un Dio lontano, così lontano dalla vicende terrene da non diventare incompatibile, nell’opinione di molti, con la loro spiegazione scientifica.
Infine, l’evoluzionismo si afferma soprattutto fra i giovani e fra le persone più istruite, esattamente il contrario di quanto accade con il creazionismo. Si può dire che l’evoluzionismo, anche nella forma attenuata del “disegno intelligente”, appartiene al futuro, mentre il creazionismo si radica nel passato.
Una cosa è certa: i numerosi scienziati riuniti a S. Giorgio per la Second World Conference, proprio sull’evoluzione, sono assolutamente contrari al cosiddetto Intelligent Design(= Disegno intelligente), che il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, docente di genetica all’Università di Stanford- USA- ha bollato come un mezzo ideato per sostenere la candidatura del presidente Bush.

KARIN BOJS sottopose sé stessa e alcuni familiari ai test genetici e iniziò un viaggio a ritroso nel tempo. Nel libro che lo racconta, I MIEI PRIMI 54.000 ANNI (Utet), la storia della sua famiglia si intreccia con quella dell’Europa preistorica (Telmo Pievani, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 2/9/2018)

   C’è da aggiungere, che al di là delle molte posizioni controverse tra gli studiosi, la scienza non è la sola via per raggiungere la verità, e la teoria di Darwin è “una delle possibili spiegazioni non condivisa da tutti gli scienziati e non ancora dimostrata da un modello matematico che spieghi come dalla non vita si passa alla vita” (Marcelo Sanches Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze).
Ma sono talmente tanti gli sviluppi del nostro cervello, il cui volume si è triplicato nel corso dell’evoluzione, che i fattori culturali (linguaggio simbolico, utensili sempre più complessi, internet, utilizzo della mente artificiale…) la faranno da padroni (altro che Darwin).
E leggiamo cosa ci ha detto uno che in quanto a cultura come fattore di crescita umana ne sa una più del diavolo: quel simpaticissimo, amichevole, disponibile, carinissimo genetista LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA che tanto onore ha dato all’Italia per le sue scoperte nel campo della genetica culturale.
Prof., tutti gli uomini e le donne del mondo hanno un antenato comune. Che cosa però ci differenzia nel corso dell’evoluzione?
“Noi abbiamo un genoma molto vario che si può ricostruire a pezzi. Ognuno di essi ha un antenato comune. Vi sono state più di duemila persone e il pezzo comune viene da uno di questi 2000. Altro pezzo da un altro e così di seguito. Quindi non c’è stato un solo Adamo ed una sola Eva come scrive la Bibbia, però c’è sempre l’origine in comune che comporta in noi tutti una grande comunione ed una grande somiglianza. La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che separano i diversi gruppi etnici”.
Lei nella sua relazione ha detto che l’antropologia vive una grave crisi. Ci può dire quali sono gli elementi più importanti che l’hanno provocata?

“Oggi molti scienziati hanno paura della matematica e della statistica, si interessano solamente della scienza “meschina” per fare politica. Sperano di migliorare il mondo, ma finora non c’è riuscito nessuno. Gli unici che vi sono pervenuti sono quei quattro-cinque personaggi che non sono politici ma religiosi. Imboniti da certi filosofi, molti scienziati fanno parte del postmoderno che dice che la scienza non cerca la verità ed è pagata dalla politica per essere ad essa soggetta. Ciò è stupido”.
Nel corso dell’evoluzione, quali sono le variabili umane di cui tener conto?
“Faccio degli esempi. Se voglio sapere che somiglianza c’è tra me e mio figlio o mio nipote, uso delle quantità che misurano le variabili: per esempio la statura o il gene. Il grado di parentela tra me e mio figlio e mio nipote, mi permettono di stabilire quanto simili siamo, anche con riferimento ai caratteri particolari o effetti ambientali, condizioni sociali che implicano diversi modi di vita come mangiare di più o di meno. Poi lo studio e l’analisi del Dna, infatti, ha permesso di ricostruire in dettaglio il passato più remoto della storia dell’uomo. Lì dove non c’erano più prove concrete, dove non si poteva scavare in siti archeologici per ottenere risposta, si è passati all’analisi e alla ricostruzione del dna e alle origini della nostra specie di «homo sapiens», origini che ho circoscritto in Africa. Nato africano, infatti, l’uomo è stato sempre caratterizzato dalla volontà di viaggiare, quasi un istinto, che ha portato i nostri antenati a spargersi per il mondo, e colonizzarlo, il tutto in un arco di tempo molto ampio, che va da 100 mila anni fa, con la prima migrazione verso il Medio Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione della Nuova Zelanda e della Polinesia.
La genetica dimostra in maniera chiara che l’uomo appartiene a una sola e unica razza, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo”.
C’è un rapporto tra “razze”, etnie, e religioni?
“No, non c’è un rapporto, né credo che sia possibile cercarlo. Dubito persino che, al giorno d’oggi, si possa ancora parlare di religione. Con i risultati che si vedono in giro, non vorrei che i nostri lontani posteri scoprissero che non c’è mai stata pietà religiosa, come noi abbiamo già fatto per smentire l’esistenza delle razze. Ricordiamoci che sono soprattutto ragioni storiche a creare le differenze di religione, non meno di quelle politiche e culturali. Non sono mai riuscito a vederci delle motivazioni genetiche e continuo a non vedercele. Sul piano scientifico, in ogni caso, sarebbero ipotesi troppo deboli. Per esempio, certi miei colleghi, innamorati dei geni, se ne servono per spiegare tutto e il contrario di tutto. Mentre io sono convinto che i geni sono indubbiamente importanti, ma lo è altrettanto l’educazione per quanto riguarda l’ambiente sociale in cui siamo cresciuti”.
Si può misurare una priorità genetica rispetto a quella ambientale e culturale?
“E’ molto difficile stabilire una scala gerarchica di valutazione delle due componenti. Ma abbiamo ormai accertato che le differenze culturali sono enormemente importanti, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di più. Ecco un esempio.
Dalla misurazione del quoziente d’intelligenza, che io considero una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di quindici punti tra l’intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto – altro esempio – che i cinesi sono molto più bravi in matematica.
Sono convinto, pur senza averne le prove, che la differenza con gli occidentali è dovuta al fatto che cinesi e giapponesi usano un alfabeto ideografico. Quando si vanno ad esaminare i test d’intelligenza più raffinati ed astratti, si constata che sono quasi come la lettura dei caratteri ideografici. Chi ci è abituato fin da piccolo riesce ad imparare diecimila o ventimila caratteri, distinguendo i concetti da leggere rapidissimamente. E questo è senza dubbio un magnifico training per il quoziente d’intelligenza. Se ne ha la controprova esaminando con il medesimo test i cinesi cresciuti senza la tradizionale cultura degli ideogrammi”.
Prof., fino a che punto, gli sbarramenti culturali condizionano o determinano le diversità?
“Ve ne sono moltissimi. Per esempio, tra la Cina del Nord e la Cina del Sud c’è una barriera antichissima, superata solo negli ultimi duemila anni, quando è stato possibile stabilire lingue comuni, o almeno molto simili per quelle popolazioni, con l’unificazione politica di immensi territori. Tuttavia ciò non si è subito tradotto nell’unificazione culturale completa”.
Che ne pensa delle manipolazioni genetiche? Ridurranno davvero il genere umano a una fotocopia di se stesso?
“L’ingegneria genetica è utile alla salute e conoscere il codice genetico, infatti, significa potenzialmente riuscire a conoscere il presente, il passato e il futuro della vita «biologica» di un individuo, prevederne e curarne le possibili malattie, mentre l’idea di trasformare la specie umana mi sembra impensabile”.
Se lei dovesse sintetizzare le tre giornate della Seconda Conferenza mondiale sull’evoluzione, cosa l’ha colpito di più?
“La considerazione sull’importanza di imparare il linguaggio materno nei primi anni di vita perché della madre ci fidiamo. E’ stata chiamata la lingua degli onesti, per cui non si fanno trucchi. Penso che tale teoria avrà sviluppi interessanti in futuro”.
Ha speranza nel futuro della scienza?
“Credo che se la scienza non avesse un grande futuro, l’umanità sarebbe perduta”.
E le scoperte fondamentali della scienza oggi?
“La genetica e nel futuro più vicino la neogeologia”.

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SI PUÒ PARLARE DI RAZZE UMANE?

da FOCUS, 15/1/2018, https://www.focus.it/
– Dal punto di vista scientifico la distinzione razziale non sta in piedi. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni –
No, il termine razza non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’uomo è da sempre in continuo movimento e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. Come ha dimostrato il genetista LUCA CAVALLI-SFORZA, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, le civiltà non sono strutture chiuse e isolate.
GENI COMUNI. La somiglianza genetica del genere umano è frutto della comunanza di antenati recenti e delle migrazioni, che hanno determinato unioni e scambi di geni fra individui provenienti da aree geografiche diverse. Le caratteristiche fisiche predominanti di certe popolazioni dipendono invece da un numero molto ridotto di geni e sono state selezionate dalle condizioni ambientali.
RAZZISMO VS SCIENZA. Richard Lewontin fu il primo genetista a smentire senza ombra di dubbio il mito dell’esistenza di differenti razze umane. Eppure, quando gli chiesero se lui credesse nella razza, la sua risposta fu: «Certo, le razze esistono». Salvo poi indicarsi la testa e aggiungere: «sono tutte quante qui». Faceva riferimento, ovviamente, alla nostra immaginazione: l’unico “luogo” dove le superficiali differenze tra le diverse popolazioni umane vengono prese ancora sul serio. E allora, perché di fronte a evidenze così schiaccianti facciamo ancora fatica ad abbandonare questo pregiudizio?
RAGIONI STORICHE. Nata per necessità politiche nel mondo postcoloniale, da sempre discussa in ogni disciplina e costantemente sottoposta all’indagine della scienza, l’idea che la specie umana sia divisa in razze, intese come gruppi all’interno della nostra specie, ciascuno caratterizzato da tratti fisici e comportamentali ben definiti, non è mai stata in alcun modo dimostrata con strumenti scientifici. Eppure è un’idea impossibile da sradicare dalle nostre menti, ancora oggi che una maggioranza schiacciante all’interno della comunità scientifica (e non solo) concorda sul fatto che si tratti di una bugia. La colpa, per così dire, potrebbe essere della nostra storia culturale ed evolutiva; apparentemente, un’eredità con radici troppo profonde per sradicarle con la sola forza della ragione.
INUTILI CATALOGHI. Le differenze, evidenti e innegabili, tra gruppi umani che popolano aree diverse del globo risalgono ai primordi della nostra specie; l’idea che queste differenze fisiche, frutto di adattamenti all’ambiente, implicassero anche differenze psicologiche e comportamentali profonde, al punto da poter distinguere (e ordinare) le diverse popolazioni del mondo, è nata solo alla fine del XV secolo, quando il colonialismo portò l’uomo occidentale, e la sua necessità di dominio, in ogni angolo del mondo. Tempo due secoli e i maggiori antropologi dell’epoca cominciarono ad affannarsi a catalogare le presunte razze, e a inventare un criterio valido e universale per distinguerle tra loro. Risultato? Niente di niente.

Mentre la comunità scientifica dibatteva sul nulla, l’idea di “razza” era già diventata il più potente motore della nuova economia coloniale. Il trattamento riservato alle popolazioni africane deportate negli Stati Uniti per ridurle in schiavitù, per esempio, era la diretta conseguenza della loro appartenenza a un’altra razza, considerata intellettualmente inferiore. Nel XVIII secolo, intellettuali di tutto il mondo si appellarono alla cosiddetta scala naturae, l’ordine naturale (gerarchico) di tutte le specie viventi, e collocarono le popolazioni africane un gradino sotto la nostra.

Il rafforzamento di questi stereotipi nella cultura popolare, anche grazie a una sapiente opera di propaganda dell’intera classe intellettuale dell’epoca, portò infine alle leggi (americane e inglesi in primis) contro i matrimoni misti.
STAMPELLE SCIENTIFICHE SENZA FONDAMENTO. L’ANTROPOMETRIA, lo studio e la catalogazione delle misure e delle proporzioni del corpo umano, divenne la stampella scientifica su cui appoggiarsi: ogni razza poteva essere definita da un preciso set di numeri e statistiche, un’idea che non teneva in considerazione i cambiamenti tra una generazione e la successiva, e che eliminava in toto dal discorso l’evidente variabilità all’interno della stessa “razza”.

Bastò ripetere gli studi con un occhio a questi dettagli per capire come l’antropometria fosse basata sul nulla: agli inizi del XX secolo, FRANZ BOAS pubblicò studi che dimostravano quante differenze ci fossero tra una generazione e l’altra della stessa “razza”, e quanto anche i valori medi di certi parametri si modificassero con il passare delle generazioni. Poi arrivò la svolta: la riscoperta delle leggi mendeliane sull’ereditarietà diede il via alla ricerca di tratti genetici puramente ereditari, utili a distinguere le razze tra loro. Ma anche la genetica non riuscì a trovare correlazioni tra razze e geni.

GLI STESSI GENI. Oggi che conosciamo bene il nostro Dna ci rendiamo conto che le nostre differenze non sono nient’altro che sfumature, in termini genetici. A separarci dagli altri esseri umani c’è una percentuale minima del genoma: in media, ogni uomo è biochimicamente simile a ogni altro uomo sul pianeta per il 99,5%, una percentuale variabile secondo la distanza. Inoltre, «ogni popolazione mantiene al suo interno quasi il 90% della variabilità genetica (cioè tutte le varianti dei diversi geni) della nostra specie»; ecco perché stabilire dei confini è un esercizio inutile.

Né vale l’obiezione di chi paragona le presunte razze umane a quelle di cani o cavalli: «Quelle razze sono molto più distinte tra loro di quanto lo siano quelle umane. Tutte le razze di cani, in particolare, sono state selezionate per renderle, per così dire, “omozigoti” rispetto ad alcuni geni, che sono presenti solo in quella razza e la definiscono», mentre tra gli umani la variabilità genetica è maggiore. Le razze, dunque, esistono davvero solo nella nostra testa: quella di distinguere e dividere è un’abitudine umana che risale, storicamente, quantomeno agli ateniesi del V secolo, che classificavano il mondo in “greci” e “barbari”. La visione bipolare del “noi e loro” è comune a tantissime culture, ed è una realtà psicologica che secondo alcuni ha radici profonde nella nostra storia evolutiva.

Secondo questa visione, l’idea di razza ha il suo embrione tra i cacciatori-raccoglitori: «Una società nella quale è fondamentale riuscire a classificare immediatamente qualcuno che non si conosce, come alleato o avversario». Il che dimostra che, per quanto duro voglia farci credere di essere, chi è razzista lo è soprattutto per paura.
(FOCUS, 15/1/2018, https://www.focus.it/)

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CAVALLI SFORZA, LA GENETICA CHE SVELA LA NOSTRA NATURA MIGRANTE

di Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018
– Scomparso a 96 anni nella sua casa di Belluno uno dei più grandi scienziati del Ventesimo secolo. Come gli astronomi osservano nelle galassie lontane cose accadute nel passato, così, grazie a lui, i genetisti leggono nel Dna la firma di eventi accaduti migliaia di anni fa e ne traggono la storia dei popoli –
Quando il giornale su cui scrivi da quasi 20 anni ti chiama un sabato pomeriggio per raccontare uno dei più grandi scienziati del ventesimo secolo, sentire una certa vertigine è inevitabile. Scrivere di LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA, morto a 96 anni ieri nella sua casa di Belluno, è un po’ come rispondere ai perché innocenti di tua figlia cinquenne su come funziona il mondo: ti mancano le parole, le conoscenze e le letture per sperare di poter dare una spiegazione semplice, corretta ed efficace.
MA L’EREDITÀ CULTURALE che lascia Cavalli Sforza va molto più in là dei suoi straordinari risultati scientifici. Nato a Genova nel 1922, si laurea nel 1944 a Pavia in medicina, dopo che uno dei suoi professori a Torino, Giuseppe Levi, il maestro dei tre futuri premi Nobel Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, viene allontanato dalla cattedra per le leggi razziali. E questo non è solo un triste aneddoto personale, perché la questione della razza sarà centrale nella vita scientifica di Cavalli Sforza.
Non è la medicina però la sua vera passione. Prima della laurea si era dedicato a studiare il batterio dell’antrace, o carbonchio, e i suoi effetti sui polmoni. Ma subito dopo la laurea, inizia a collaborare con Adriano Buzzati Traverso, che sarebbe diventato il primo professore di genetica in Italia, e capisce che è la genetica il suo cammino.
I primi oggetti del suo studio furono i cromosomi dei moscerini della frutta – in quegli anni ancora non era stato descritto il Dna – e la sessualità dei batteri. Conscio delle proprie lacune matematiche, si mette anche a studiare statistica con Ronald Fisher, il migliore dell’epoca nel campo: una scelta che avrebbe determinato il suo futuro scientifico.
La sua carriera si svolge, fin da quegli anni, fra Italia, Inghilterra e Stati Uniti, dove insegnerà a partire dal 1970 a Stanford. Ma è quando inizia a interessarsi della genetica umana che Cavalli Sforza inizia il viaggio scientifico che cambia radicalmente la nostra visione del mondo.
Fu uno dei primi a capire che lo studio comparato delle popolazioni umane – la genetica delle popolazioni – avrebbe potuto fornire delle informazioni chiave non solo per la genetica, ma anche per l’antropologia e per lo studio dell’evoluzione dei primi esseri umani. Solo la sua dimestichezza con la statistica gli permise di far fare alla disciplina un salto di qualità. Prima iniziò studiando i fattori che modificano la distribuzione dei gruppi sanguigni tra le diverse popolazioni, per poi concentrarsi sul cromosoma Y – il pezzettino di cromosoma che hanno tutti i maschi biologici – e da lì corroborò dal punto di vista genetico la teoria paleontologica dell’«Out of Africa», secondo la quale i primi ominidi lasciarono il continente africano circa 100mila anni fa per poi colonizzare il resto del pianeta.
FU UNA VERA RIVOLUZIONE: la genetica delle popolazioni era in grado di costruire un «albero genealogico» capace di raccontare la nostra storia – e quella di tutti gli esseri viventi – attraverso il Dna. Come gli astronomi – la disciplina a cui il padre l’aveva voluto appassionare da bambino – osservano oggi negli astri e nelle galassie lontane cose accadute nel passato, così, grazie a Cavalli Sforza, anche i genetisti possono osservare oggi nel Dna la firma di eventi accaduti migliaia di anni fa, e da lì trarre conclusioni sulla storia delle popolazioni.
Non solo: nel suo famoso saggio GENI, POPOLI E LINGUE (1996), usando anche la demografia, traccia un parallelismo fra le linee filogenetiche delle popolazioni mondiali, la linguistica e l’archeologia e ne osserva la sostanziale sovrapponibilità. Non è solo il primo «atlante genetico» dell’umanità. Le tre discipline raccontano tutte coerentemente la storia dei popoli sulla terra: una storia di migrazioni e meticciati, con buona pace dei salvini di tutta Europa.
E c’è una seconda conclusione altrettanto attuale. Proprio mentre si stava portando a termine il Progetto Genoma Umano che avrebbe sequenziato per la prima volta il nostro Dna, Cavalli Sforza coordinò un progetto complementare, ma per studiare la diversità del genoma umano (Human Genome Diversity Project), e cioè quello che ci rende differenti. E che invece, ineluttabilmente, gettò le basi per smontare per sempre l’idea di «razza».
«Il razzismo», dissero lui e la sua collega nel progetto diversità MARY-CLAIR KING in una famosa audizione davanti al Senato americano del 1993, «è un antico flagello dell’umanità». Il team scientifico guidato da Cavalli Sforza dimostrò infatti che gli esseri umani sono piuttosto omogenei geneticamente, che «i gruppi che formano la popolazione umana non sono nettamente separati, ma costituiscono un continuum. Le differenze nei geni all’interno di gruppi accomunati da alcune caratteristiche fisiche visibili sono pressoché identiche a quelle tra i vari gruppi, e inoltre le differenze tra singoli individui sono più importanti di quelle che si vedono fra gruppi razziali», come scrive efficacemente in CHI SIAMO. LA STORIA DELLA DIVERSITÀ UMANA (1995). In altre parole, il mio vicino potrebbe essere più diverso da me, geneticamente, di un aborigeno australiano.
MA CAVALLI SFORZA, convinto della forza dell’evidenza scientifica, non era un illuso. E nello stesso libro ricordava: «Pensiamo che la scienza sia obiettiva. La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro, e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo. Le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa». (Luca Tancredi Barone)

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EVOLUZIONISMO

RAZZA PIÙ NERA CHE BIANCA

di Guido Barbujani, da “il Sole 24ore” del 6/2/2018
Quando si dice la scalogna. Proprio nei giorni in cui Attilio Fontana, candidato alla presidenza della Lombardia, invocava misure contro l’immigrazione per proteggere quella che lui chiama «razza bianca» (ne abbiamo scritto sulla Domenica del 21 gennaio e il 23 gennaio è uscito sul Corriere della Sera un bell’intervento di Dacia Maraini), uno studio genetico molto ben fatto dimostra che sono state proprio DUE ONDATE DI IMMIGRATI A INTRODURRE IN EUROPA I GENI DELLA PELLE CHIARA (Torsten Günther e altri, 2018, PLoS Biology 16: e2003703). Immagino sia dura da mandar giù, per Fontana, ma è andata così: niente immigrazione, niente pelli bianche.
È la melanina delle cellule a determinare il colore della pelle (e dei capelli, e in parte degli occhi). La melanina, in realtà, sono due pigmenti, non uno: la feomelanina, in diverse sfumature di rosso e giallo, e l’eumelanina, in varie tonalità brune. In generale, nelle pelli più chiare prevale la feomelanina, in quelle più scure l’eumelanina. Ma poi conta la quantità di pigmento, cioè quanti grani di melanina, e quanto grossi, si trovino nelle cellule alla base dell’epidermide. Nelle pelli molto scure c’è tanto pigmento, in quelle chiare ce n’è poco, e quelle chiarissime sono rosa per via del sangue che traspare. E poi, come sappiamo, al sole ci si abbronza.
Tutto questo dipende dall’azione di decine di geni. I loro nomi non vi diranno niente, ma eccone alcuni: MC1R, OCA2, KITLG, ASIP, SLC24A5 e SLC45A2. MC1R è il più importante perché controlla il funzionamento degli altri; quando MC1R non viene stimolato, le cellule producono soprattutto o soltanto il pigmento più chiaro, la feomelanina; quando viene stimolato, stimola a sua volta la produzione del pigmento più scuro, l’eumelanina. L’uomo di Neandertal aveva un gene MC1R non funzionante, e per questo possiamo dire che aveva la pelle molto chiara.
Oggi riusciamo a leggere con molta precisione il DNA, e non solo quello di persone viventi, ma, appunto, anche quel poco presente nelle ossa fossilizzate di gente vissuta tanto tempo fa. E il DNA di un cacciatore mesolitico ritrovato in uno scavo archeologico a La Braña, nel nord della Spagna, fa pensare che, fino a 7mila anni fa, gli europei avessero una strana combinazione di pelli scure e occhi chiari.
Com’è andata, allora? Facciamo un passo indietro, qualche milione di anni. Ci sono molte ragioni per credere che allora i nostri antenati avessero, sotto lo spesso pelame, la pelle chiara: come, oggi, i nostri parenti, gorilla e scimpanzé. Col tempo abbiamo perso il pelo, ed è migliorata la nostra capacità di regolare, sudando, la temperatura corporea. Così, però, abbiamo esposto la pelle ai raggi ultravioletti, con conseguente rischio di tumori; chi aveva la pelle scura era più protetto, anche perché, in quella fase, stavamo tutti in Africa.
Intorno a 100mila anni fa, però, comincia la migrazione più importante di tutta la storia dell’umanità: gruppi di africani si avventurano in Asia e in Europa e cominciano a stabilirvisi. In seguito, non sappiamo quando, sono comparse delle mutazioni, cioè delle varianti del DNA che provocano una pigmentazione più chiara. In Africa, e in generale nelle regioni dove c’è molto sole, queste varianti non aiutano la sopravvivenza, e sono state eliminate (si chiama selezione naturale). Ma dove c’è poco sole i raggi ultravioletti non costituiscono un problema, e anzi, favoriscono la sintesi di vitamina D, necessaria durante la gravidanza e l’allattamento. Così, la pelle chiara si è diffusa nel nord, sempre per selezione naturale.
Fino a qualche anno fa non c’erano semplicemente dati su cu ragionare; e quindi si ipotizzava che i primi europei, forse 50mila anni fa (o, per meglio dire, i primi europei della nostra specie, Homo sapiens; prima di loro c’erano i Neandertal, ma questa è un’altra storia) avessero avuto il tempo per evolvere una pelle chiara nel corso del loro cammino dall’Africa. Invece non è così. L’UOMO DI LA BRAÑA aveva pelle scura, e come lui, altra gente che, nel Mesolitico, viveva in Svizzera e in Lussemburgo.
Le cose cambiano una prima volta con il Neolitico, cioè con lo sviluppo dell’agricoltura. Quaranta anni fa, LUCA CAVALLI-SFORZA, PAOLO MENOZZI e ALBERTO PIAZZA hanno dimostrato che è stata una GRANDE MIGRAZIONE DAL MEDIO ORIENTE a Diffondere In Europa Le Tecniche Di Coltivazione Delle Piante E Di Allevamento Degli Animali.
Di recente si è riusciti a leggere nei geni di alcuni di quei primi agricoltori neolitici: si è visto che erano i primi a portare molte varianti che, in Europa, sono associate a pelli chiare (attenzione: chiare, non chiarissime) e agli occhi scuri, oggi comuni in tutta l’area mediterranea.
Le pelli chiarissime che troviamo nel nord Europa hanno un’altra storia. C’era gente con la pelle chiara già 13mila anni fa, ma stava nel Caucaso; più tardi, troviamo individui con gli stessi geni (forse loro discendenti, forse no) nell’Asia nord-orientale, in quella che oggi è Russia. E da lì, da est, questi geni si diffondono, attraverso la Germania e la Danimarca, nella penisola scandinava, fra 9mila e 6mila anni fa.
È una storia interessante e complicata, un passaggio non scontato del processo evolutivo che ha portato un piccolo gruppo di africani a espandersi su tutto il pianeta (insieme ai nostri compagni di viaggio, i topi), adattandosi ad ambienti differenti e modificando nel corso del tempo le sue caratteristiche ereditarie. E diventa più complicata man mano che lo studio del DNA dei resti fossili definisce meglio il quadro delle nostre migrazioni, e ci racconta come l’umanità si sia continuamente rimescolata.
Naturalmente tutto questo c’entra molto poco, anzi per niente, con le esternazioni sui pericoli che correrebbe la cosiddetta razza bianca. La razza bianca, è chiaro, non è mai esistita. Sono invece esistite tante popolazioni diverse e in continuo movimento. I loro scambi hanno generato l’infinita varietà di sfumature, nel colore della pelle, nelle stature e nel girovita, nella forma del viso, nella capacità di digerire il latte o di percepire i sapori, che chiamiamo biodiversità umana.
Certo, capire la storia della nostra evoluzione non aiuta immediatamente a combattere il razzismo. Ma alla lunga può servire a combattere l’ignoranza, che da sempre genera chiusure, intolleranza, paura del diverso e, più in generale, paura pura e semplice: la paura che alla fine avvelena la vita, la nostra, e quella di chi cerca di vivere insieme a noi. (Guido Barbujani – Ha collaborato Gloria Gonzalez Fortes)

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CAVALLI-SFORZA, IL SIGNORE DEI GENI

di Telmo Pievani, da “il Corriere della Sera” del 2/9/2018
– Dal sesso dei batteri al Dna dell’umanità, addio al pioniere che si fece maestro –
Oggi tantissimi ricercatori in tutto il mondo lavorano all’ombra delle sue intuizioni. Nessuno meglio di Luigi Luca Cavalli-Sforza, il grande genetista spentosi all’età di 96 anni a Villa Buzzati di Belluno, ha incarnato la figura del pioniere, di colui che inaugura campi di studio prima inesplorati. Forse anche perché era alto, elegante e carismatico, ora che non c’è più viene da pensare ai giganti della scienza e a noi nani che guardiamo lontano arrampicandoci sulle loro spalle.
Dopo gli studi di Medicina a Torino e a Pavia negli anni delle leggi razziali e poi della guerra, Cavalli-Sforza dal 1942 fu introdotto allo studio della genetica del moscerino della frutta da un maestro del calibro di Adriano Buzzati Traverso, fratello dello scrittore Dino. Fu Buzzati Traverso a suggerirgli di aggiungere come secondo nome Luca, con cui tutti lo chiamavamo. Il legame di una vita con la famiglia Buzzati sarà sancito dal suo matrimonio con una nipote dei Buzzati, Alba Ramazzotti, che lo seguirà per tutta la sua carriera e gli darà quattro figli.
Fra il 1948 e il 1950 lavorò a Cambridge, sotto la guida di Ronald A. Fisher, insigne statistico e tra i fondatori della genetica delle popolazioni. Con il microbiologo Joshua Lederberg, poi premio Nobel nel 1958 a soli 33 anni, Cavalli-Sforza studiò l’allora sconosciuto sesso dei batteri, cioè lo scambio orizzontale di pacchetti di informazione genetica tra un batterio e l’altro. Dal 1951 ricoprì uno dei primi insegnamenti di Genetica e Microbiologia in Italia, a Parma, dove cominciò ad appassionarsi alla genetica umana. Qui intuì che i nostri geni recano con sé preziose tracce della storia umana profonda e degli antichi spostamenti di popolazioni.
Fiutò questa pista a modo suo, mescolando come nessuno aveva fatto prima dati provenienti da discipline diverse: analisi dei gruppi sanguigni, ricerca di marcatori genetici, registri parrocchiali, storia demografica, alberi genealogici e cognomi. Collaborò con l’Istituto sieroterapico milanese e dal 1962 fu professore di ruolo all’Università di Pavia. Divenne intanto antropologo anche sul campo, guidando spedizioni di ricerca sui cacciatori raccoglitori del deserto africano del Kalahari, e prima sui suoi amati popoli pigmei dell’Africa centrale.
L’incontro con la diversità umana reale lo convinse sempre di più che attraverso la lente delle differenze genetiche umane fosse possibile ricostruire l’albero delle separazioni storiche tra i popoli della Terra e la diffusione dei geni tra le popolazioni tramite mescolanze e migrazioni.
Non sempre in armonia con le logiche accademiche italiane, nel 1971 Luigi Luca Cavalli-Sforza lasciò l’Italia per la cattedra di Genetica delle popolazioni e delle migrazioni all’ateneo americano di Stanford, dove assunse la guida di un programma di ricerca mondiale che mirava a ricostruire per via genetica l’albero genealogico dell’umanità. Le analisi sempre più raffinate sulla variabilità umana (sul Dna mitocondriale, sul cromosoma Y e poi sull’intero genoma) lo portarono a scoprire che la specie Homo sapiens ha avuto un’origine unica, africana e recente, confutando il vecchio modello che prevedeva centri multipli di origine graduale in differenti regioni.
La sua idea, poi confermata e precisata, fu che una grande diaspora fuori dall’Africa aveva prodotto, circa 60 mila anni fa, il meraviglioso ventaglio delle popolazioni umane attuali e passate, diversificando i loro geni, ma anche le culture e le lingue del mondo. GENI, POPOLI E LINGUE (Adelphi) è uno dei suoi libri di maggior successo.
Se questo è il quadro dell’evoluzione umana recente, significa che siamo tutti figli di stratificazioni migratorie successive, dall’Africa all’Eurasia, e poi da questa all’Australia e alle Americhe. Ne discende, e Cavalli-Sforza lo capì subito, che la separazione dell’umanità in «razze» ben distinte non regge, perché la variabilità genetica umana si distribuisce in modo continuo a partire dall’Africa, dove ce n’è di più.
Collaborando con archeologi e linguisti, cominciò a utilizzare le comparazioni genetiche per ricostruire anche migrazioni più recenti, come quella degli agricoltori mediorientali che arrivarono in Europa, e per scoprire la struttura genetica di regioni più limitate (Italia compresa, crogiuolo di diversità).
Nel 1994, insieme a PAOLO MENOZZI e ALBERTO PIAZZA, diede alle stampe un’opera monumentale che ancora oggi è un riferimento: STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI (Adelphi). Qualche anno prima, con MARCUS FELDMAN a Stanford aveva proposto la prima teoria quantitativa della trasmissione culturale, poi aggiornata nel libro L’EVOLUZIONE DELLA CULTURA (Codice).
Il valore della scienza di Cavalli-Sforza sta tutta in quella domanda, CHI SIAMO, che fa da titolo a un altro suo fortunato libro, scritto con il figlio Francesco (come anche la sua appassionante autobiografia scientifica: PERCHÉ LA SCIENZA; due volumi editi da Mondadori).
La risposta è che siamo una storia di diversità, ancora in corso. Nel 2011 il Palazzo delle Esposizioni di Roma gli dedicò una mostra importante, Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, inaugurata dal presidente della Repubblica.
Il contributo eccezionale che Luigi Luca Cavalli-Sforza ha dato alla scienza si misura nel mezzo migliaio di pubblicazioni internazionali, nelle alte onorificenze accademiche (tra le quali, accademico dei Lincei e membro straniero della Royal Society), nei premi (Balzan, Nonino, Serono), nelle lauree honoris causa.
COME DARWIN, NON AMAVA GLI STECCATI DISCIPLINARI. Da dieci anni era professore emerito a Stanford, ma era tornato in Italia, spendendosi con generosità nella divulgazione e nella lotta ai pregiudizi antiscientifici. Era un uomo schietto, ironico, libero, che avresti voluto interrogare su tutto, e invece era sempre lui a fare le domande a te. Da ogni gesto e parola sprigionava quella gioia che nasce da insaziabile curiosità, sulla natura e sull’umano. (Telmo Pievani)

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PREISTORIA
A CACCIA DEGLI AVI: PIÙ METICCI CHE VICHINGHI. UN GENOMA SCANDINAVO
di Telmo Pievani, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 2/9/2018
Karin Bojs è una giornalista scientifica svedese in cerca delle proprie radici. Alla morte della madre, osservando al funerale i resti della sua famiglia frantumata, si mise sulle tracce degli antenati, non solo di quelli prossimi, anche di quelli remoti, paleolitici. In Scandinavia i registri familiari sono accurati, ma le sue indagini genealogiche divennero inevitabilmente nebulose quando si spinse indietro oltre il Settecento. Oggi però esistono le analisi del Dna, che ci danno informazioni sulla nostra salute, ma anche sul nostro albero di discendenza.
Così la Bojs sottopose sé stessa e alcuni familiari ai test genetici e iniziò un viaggio a ritroso nel tempo. Nel libro che lo racconta, I MIEI PRIMI 54.000 ANNI (Utet), la storia della sua famiglia si intreccia con quella dell’Europa preistorica. Tutto comincia sul lago di Tiberiade con un incontro ravvicinato tra un Neanderthal e una sapiens, avvenuto 54 mila anni fa, con nascita di un bambino di robusta costituzione. Il piccolo ibrido è visto con sospetto dagli altri, ma ha un gran futuro davanti a sé. Gli accoppiamenti tra specie umane sono diventati ormai un topos letterario, al limite della morbosità: quanto erano consensuali i loro rapporti sessuali? Dove sono avvenuti? Ma la fantasia in questo caso trova conferma nella scienza: la rivista «Nature» il 23 agosto ha pubblicato la scoperta del genoma di una ragazza, vissuta 90 mila anni fa sui Monti Altai, che ebbe madre neanderthaliana e padre sapiens.
Non fidatevi troppo però dei test che vi dicono quanto Dna neanderthaliano avete nel vostro genoma. La Bojs mescola in modo un po’ disinvolto dati scientifici, opinioni personali e speculazioni, ma la scrittura, pur tra molte digressioni, fluisce inarrestabile come le linee genetiche che insegue. Il responso è significativo: lei, come ognuno di noi, ha migliaia di antenati, provenienti dai posti più diversi. Ha ereditato per parte materna alcuni tratti degli antichi cacciatori di renne e di foche paleolitici (con i loro capelli neri, pelle scura e occhi chiari) arrivati nel nord 10 mila anni fa da Spagna e Francia, e a loro volta discendenti di quelli che avevano incontrato i Neanderthal. Questi pionieri attraversarono il Doggerland, la terra rigogliosa, ora sommersa dal mare del Nord, che univa la Svezia alla Scozia.
La linea materna del padre della Bojs si ricollega invece ai primi agricoltori, arrivati in ondate successive dal Medio Oriente attraverso Anatolia, Balcani ed Europa centrale, e approdati in Svezia 6 mila anni fa con la loro pelle chiara. A queste due grandi migrazioni si aggiunse a partire da 4.800 anni fa una terza, che l’autrice ritiene di aver trovato nella sua linea paterna grazie all’analisi del cromosoma Y dello zio paterno. È quella dei pastori nomadi che a cavallo irruppero dalle steppe asiatiche, alti e di carnagione scura, il cui idioma fu forse l’antenato di tutte le lingue indoeuropee. Infine il suo Dna rivela qualche traccia genetica siberiana e una lieve vicinanza con i lapponi.
Karin Bojs scopre insomma su di sé un’evidenza che ultimamente mette d’accordo archeologi e genetisti: tutte le culture sono fusioni di gruppi umani, di idee e di lingue. Ogni europeo è un mosaico genetico a sé. La preistoria dell’Europa si riassume in tre grandi ondate migratorie, scandite dai cambiamenti climatici, e negli esiti delle loro convivenze e mescolanze. Tutti gli svedesi quindi, come tutti gli italiani, sono discendenti di immigrati arrivati da est e da sud. Eppure ancora oggi qualcuno cerca invano nel Dna una conferma dei propri pregiudizi razziali: in Ungheria non molto tempo fa vendevano falsi test genetici che garantivano al richiedente l’assenza di ebrei e rom tra gli antenati. (Telmo Pievani)

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LA SCOMPARSA DI CAVALLI SFORZA: L’UOMO CHE MOSTRÒ L’UNICITÀ DELL’UOMO
di Guido Barbujani, da “la Repubblica” ROBINSON, 2/9/2018
– Se n’è andato lo scienziato che ci ha spiegato come l’umano sia uno solo, frutto di un mosaico di contaminazioni. Un innovatore da Nobel (che non gli fu dato) fin dalle ricerche sui microrganismi: come fanno l’amore i batteri? –
Con Luca Cavalli-Sforza, scomparso venerdì pomeriggio nella sua casa di Belluno, non se ne va solo una delle menti italiane più brillanti del Ventesimo secolo. Se ne va un formidabile innovatore: l’uomo che, nel corso di sessant’anni, ha portato la genetica mondiale a trasformarsi da una scienza artigianale – un bancone, qualche moscerino, poche attrezzature e tante idee – a una grande impresa transnazionale ad altissimo contenuto tecnologico.
Se la moderna scienza dei genomi oggi ci offre possibilità senza precedenti di comprendere i meccanismi di base della vita, è merito di un piccolo gruppo di scienziati dalla vista lunga, con Luca Cavalli-Sforza appunto in prima fila.
Lo chiamavamo tutti Luca, ma in realtà si chiamava Luigi. Sull’origine del Luca circolano due leggende. Secondo la prima, pare che il padre della genetica italiana, Adriano Buzzati-Traverso, lo chiamasse Luca per sbaglio, e poi si giustificasse dicendo che comunque aveva “una faccia da Luca”. Preferisco l’altra, secondo cui, arrivato in America, resosi conto che lì tutti hanno il middle name, aveva deciso di inventarsene uno. Aveva preso le prime sillabe del nome e del cognome e, baciato dalla grazia in questo come in tanti altri aspetti della vita, ne aveva ottenuto un nome, Luca.
Luca sembrava davvero un uomo baciato dalla grazia. Dava un’impressione di leggerezza, sia che derivasse formule matematiche sul bloc notes (lo faceva a velocità spaventosa) sia che prendesse la parola in consessi internazionali. Tutto quello che faceva era elegante, nulla di quello che faceva sembrava richiedere il minimo sforzo: a lui, voglio dire, mentre tutti gli altri, compreso chi scrive, dovevano sudare per star dietro ai suoi ragionamenti che poi, una volta esposti, sembravano limpidi, quasi banali. Versatile e curioso di tutto, aveva cominciato studiando la DROSOPHILA, il moscerino della frutta caro ai genetisti, e poi, a Cambridge, i BATTERI. È stato lui a scoprire i cosiddetti ceppi Hfr, che avrebbero permesso di capire come è fatto il DNA del batterio Escherichia coli, nel frattempo rivelando stupefacenti aspetti della vita sessuale (sì, sessuale) di queste creature.
Ma nei libri di testo del futuro Cavalli-Sforza sarà ricordato soprattutto per il suo fondamentale contributo alla genetica umana. Mentre, nell’ultimo decennio del XX secolo, si lavorava intensamente a leggere l’intero genoma umano, Cavalli- Sforza aveva capito prima di tanti altri che un solo genoma non ci può dire molto. Quello che conta veramente, quello che fa di ognuno di noi un individuo unico e irripetibile, sono le nostre differenze, e quindi, per capirle, bisogna studiare tanti genomi.
Il progetto HGDP, lo ” HUMAN GENOME DIVERSITY PROJECT”, da lui promosso e difeso quando la competizione per i fondi era durissima e la concorrenza spietata, è stata la chiave per comprendere meglio le cause di complesse malattie genetiche, e al tempo stesso rivelare aspetti sorprendenti della nostra vicenda evolutiva.
Io però penso che la cosa più importante nella luminosa carriera scientifica di Luca Cavalli-Sforza sia un’altra, e risalga agli anni Settanta. La GENETICA DI POPOLAZIONI, la disciplina che più di ogni altra ha beneficiato della sua creatività e capacità organizzativa, allora era una disciplina modesta. Certe malattie genetiche sono trasmesse da portatori sani che, sposandosi, hanno una probabilità su quattro di fare un figlio malato; all’epoca non esistevano test sul DNA, i portatori sani erano difficili da individuare; la genetica di popolazioni cercava di minimizzare il rischio che si sposassero fra loro.
Per primo, Luca Cavalli-Sforza capisce che nelle nostre cellule c’è ben di più: che il messaggio lasciato nel nostro DNA dalle generazioni precedenti ci permette di illuminare aspetti del passato altrimenti inconoscibili. Le prime vicende della preistoria umana in Africa; le migrazioni che hanno portato Homo sapiens a colonizzare tutto il mondo; e i continui scambi che hanno fatto della nostra specie il mosaico che è; su tutto questo oggi sappiamo molto, grazie a una geniale intuizione di Luca Cavalli-Sforza (e a quelli che hanno saputo seguirla).
Non gli hanno dato il Nobel; se lo meritava. A Stoccolma non hanno mai riconosciuto alla biologia evoluzionistica il peso che dovrebbe avere. Luca Cavalli-Sforza ha lasciato però tanti allievi, in Italia e all’estero. Pochi come lui hanno saputo attraversare i confini fra discipline diverse, sviluppando collaborazioni con antropologi, biologi molecolari, demografi, ecologi, linguisti, archeologi e storici (difficilissime quelle con i linguisti).
Pochi come lui hanno saputo affascinare con le loro idee, formando generazioni di giovani scienziati che gli saranno per sempre debitori. In Italia non è un’esagerazione dire che, in un modo o nell’altro, siamo tutti suoi figli, noi genetisti. Io, in realtà, meno di altri, di chi ha lavorato per anni con lui, a Parma, a Pavia, e poi a Stanford. Laura Zonta, Suresh Jayakar, Gianna Zei, Alberto Piazza, Paolo Menozzi, Italo Barrai… mi scuso se non posso nominarli tutti. Come a loro, da oggi mi mancherà uno dei grandi italiani del secolo. Siamo un po’ più soli, e più tristi. (Guido Barbujani)

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