LA SVEZIA CHE “TIENE” ALL’ONDATA SOVRANISTA (ipernazionalista) che sta interessando gran parte degli Stati europei – Alle elezioni di domenica 9 settembre il partito dell’ultradestra sale (quasi al 18%) ma non sfonda – L’importanza del voto svedese: dimostra che non è destino europeo l’avvento dei nazionalisti

il 9 settembre scorso ci sono state le votazioni in SVEZIA per l’elezione del nuovo Parlamento

……………………………

I RISULTATI DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI SVEDESI DEL 9 SETTEMBRE 2018: (da http://www.agensir.it ) – Finito lo spoglio dei 6004 distretti elettorali, risultano così distribuiti i 349 SEGGI DEL NUOVO RIKSDAG, in base alla scelta degli elettori svedesi che il 9 settembre sono andati alle urne: i SOCIALDEMOCRATICI del premier Stefan Löven avranno 101 seggi, avendo nelle urne ottenuto il 28,4% dei consensi (perdono 12 seggi e il 2,8% dei voti). La seconda forza per numero di voti sono i MODERATI con il 19,8% dei consensi e 70 parlamentari, 14 in meno rispetto al 2014 (-3,5%). IL TERZO PARTITO PIÙ VOTATO SONO I POPULISTI DEL SD, GLI SVEDESI DEMOCRATICI DI JIMMIE AKESSON, scelti dal 17,6% degli elettori. Hanno 13 seggi in più in parlamento, rispetto al 2014 (+4,7% dei consensi). A PERDERE 10 SEGGI SONO STATI ANCHE I VERDI, che hanno ricevuto il 4,3% dei consensi (-2,4%). Sono quasi tutti IN CRESCITA I PARTITI PIÙ PICCOLI: dal PARTITO DI CENTRO, che con l’8,6% attuale guadagna 9 seggi (+2,5%), i CRISTIANO DEMOCRATICI ne guadagnano 7 raccogliendo 6,4% dei consensi (+1,8%), IL VÄNSTERPARTIET, IL PARTITO DI SINISTRA, che sale al 7,9% con 28 seggi, 7 in più rispetto al 2014 (+2,2%). STABILI I LIBERALI, che avranno gli stessi 19 seggi del 2014, con una conferma del 5,5% dei consensi. CRESCIUTA L’AFFLUENZA ALLE URNE: HANNO VOTATO IL 84,4% DEGLI SVEDESI, l’1,1% in più del 2014. RISPETTO ALLE PREVISIONI DELLA VIGILIA L’ULTRADESTRA È RIDIMENSIONATA, ma appare difficile realizzare una coalizione di governo. (immagine da http://www.agensir.it )

……………………………………………..

   In Svezia il timore di una grande vittoria dei sovranisti, degli anti-europei, è per fortuna superata. Il populista anti immigranti JIMMIE AKESSON avanza, sì, ma non stravince. Passa dal 13 al 17,6 per cento: lo vota quasi uno su sei, che, nella meno tollerante Svezia rispetto a una volta, è già molto. Ma la leadership storica della così importante Svezia tiene, anche se con qualche difficoltà.


Perché, è da chiedersi, la Svezia è importante nel contesto dell’Europa (ma anche del mondo)? Perché da sempre è stata terra di accoglienza e sostegno a profughi, rifugiati, a ogni dissenso politico che nel mondo c’era quando era diviso in due blocchi che si affrontavano, minacciavano il pianeta con la bomba atomica (sovietici contro americani, americani contro sovietici). Ma anche dopo la Guerra Fredda la Svezia non ha mancato di dare solidarietà a profughi e rifugiati.
La Svezia dal secondo dopoguerra è stata poi innanzitutto l’approdo di chi dissentiva dalle dittature africane, perseguitati dai loro governi, dai regimi. E la Svezia è stata la patria della socialdemocrazia (un socialismo realizzato senza rivoluzione e che ha portato ricchezza e stato sociale), dove peraltro non solo il partito maggioritario di sempre, i socialdemocratici, ma anche i conservatori condividevano (condividono) un welfare diffuso ed efficiente, specie per le categorie di persone più deboli.

JIMMY AKESSON. A 39 anni il leader dell’ultra destra anti immigrazione e anti Ue è già un politico navigato (quelle di domenica scorsa 9 settembre sono state le sue quarte elezioni) – SVEZIA, ELEZIONI DEL 9 SETTEMBRE SCORSO – il populista antimigranti JIMMIE AKESSON (nella foto) avanza, sì, ma non stravince. Lo vota quasi uno su sei, che nella sempre meno tollerante Svezia è già molto. E fa il previsto balzo, dal 13 a una percentuale del 17,6. La sua SD, SVEZIA DEMOCRATICA, prende il vento che spira nel resto d’Europa. Ma non approda alla leadership

   E la Svezia, pur nelle condizioni geomorfologiche non migliori, vista anche la sua collocazione al nord dell’Europa, ha “inventato” città (come Stoccolma, ma non solo), bellissime, dove modernità e innovazione urbana si connettono in modo naturale alla tradizione storica architettonica urbana. E ha saputo creare marchi e industrie (nel settore automobilistico, nell’arredo domestico, nell’informatica, nei frigoriferi, nella robotica, nelle telecomunicazioni, nelle telefonia…) che sono presenti autorevolmente in tutto il mondo. La Svezia, ancora, esempio di cultura alta e apprezzata ovunque (con i suoi registi, gli scrittori, le università d’eccellenza, gli artisti…). Pertanto un’autorevolezza in molti campi, oltre a quello politico. Se non siete mai stati in questo Paese, vi consigliamo di andarci, di fare una visita il più approfondita possibile.

Circa sette milioni e mezzo di persone in Svezia sono state chiamate il 9 settembre scorso a rinnovare il «Riksdag», scegliendo tra 6.300 candidati per un mandato che dura quattro anni nel parlamento composto di 349 seggi. (Il RIKSDAG è il Parlamento nazionale del Regno di Svezia, formato da un’assemblea unicamerale di appunto 349 membri, eletto con un sistema proporzionale ogni quattro anni; la sede del Riksdag è nel PALAZZO DEL PARLAMENTO SVEDESE (NELLA FOTO) sull’isola di HELGEANDSHOLMEN a Stoccolma)

   E tutto questo con soli dieci milioni di abitanti, un sesto dell’Italia, ma con una superficie una volta e mezzo l’Italia.
E se la Svezia è da sempre e di gran lunga il Paese Ue che ha accolto il maggior numero di rifugiati, è anche pure in testa alle classifiche della redistribuzione dei migranti dall’Italia (dati pro capite).

STEFAN LOEFVEN, 61 anni, il premier socialdemocratico uscente (e magari rientrante)

   Ma anche lì, in Svezia, è arrivato il malessere (la preoccupazione) sul tema immigrazione che ha coinvolto gran parte dell’Europa (la paura dell’”invasione” che di fatto non c’è, però indubbiamente è un problema reale). Difficoltà d’integrazione sono emerse negli ultimi tempi e sono sfociate in episodi di violenza, specie a Malmoe e a Stoccolma, episodi molto strumentalizzati dalla destra xenofoba e neo-nazista. E questo ha inciso sul clima sociale.

La festa di Natale in una scuola superiore di RINKEBY, quartiere multietnico alla periferia di Stoccolma (da L’ESPRESSO) – “(….) In Svezia la popolazione straniera ha raggiunto il 18,5% del totale e questo è il triplo degli anni Settanta. (Il paragone temporale è importante: negli anni Settanta ci fu il massimo sforzo redistributivo per garantire pari opportunità a tutti). In un solo anno, il 2015, sono stati accolti 163.000 richiedenti asilo che in un piccolo paese come la Svezia sono l’1,6% della popolazione. Ad essi è stato immediatamente garantito lo stesso trattamento che il Welfare svedese elargisce ai propri cittadini, che pagano le tasse da generazioni: un bambino rifugiato costava 200 euro a notte. La spesa media per adulto sfiorava gli 8.000 all’anno.
Nel frattempo in alcune periferie urbane svedesi si sono create sacche di criminalità e gang, per esempio della mafia curda. Alcune comunità islamiche hanno visto la penetrazione di predicatori fondamentalisti. Dopo gli eccessi del 2015 Stoccolma ha cominciato a cambiare le regole e il flusso degli ingressi è stato ridotto. Lo shock nella popolazione svedese però è rimasto; come accadde in Danimarca o in Olanda.(….) (Federico Rampini, “la Repubblica”, 11/9/2018)

   Dati statistici dicono che già dalla metà degli anni Novanta la maggior parte degli svedesi fosse per una riduzione dell’immigrazione. Ma questo cambiamento sociale non fu colto dai principali partiti, né dalle loro politiche, che per anni hanno continuato a concentrarsi sull’accoglienza. Ora la crescita di movimenti anti-immigrati è connaturato a quello che viene sentito come il problema principale in tutta Europa (e nel mondo ricco). Anche se la Svezia “sta bene” nella sua economia, non ha grandi problemi di disoccupazione (che è solo al 3%).

manifestazione a STOCCOLMA contro l espulsione degli afghani nello scorso febbraio (foto tratta da http://www.lavocedellelotte.it)

   Pertanto la “non vittoria” degli ultra-nazionalisti è un buon segnale per il resto dei Paesi dell’Unione Europea che temono che alle prossime elezioni del Parlamento europeo si crei una maggioranza “anti- Unione” (cosiddetta “sovranista”). Ma non è proprio il caso di “sedersi sugli allori”; il pericolo incombe, è lì al possibile venire.
E non si riesce a capire come si deve proseguire con “il progetto europeo”: troppe le differenze di visione tra i vari Stati. E paradossalmente la lotta affinché il sovranismo non diventi maggioritario, è l’unica prospettiva che adesso accomuna gli europeisti.

Il 95 per cento della popolazione del quartiere RINKEBY di Stoccolma è costituito da immigrati di prima o seconda generazione. Una Babele di lingue e religioni che ha messo in crisi lo spirito egualitario scandinavo (nella foto: RINKEBY TORG, la piazza principale del quartiere, da Wikipedia)

   E’ necessario pertanto, a nostro avviso, ridefinire concretamente il “progetto europeo”, parlarne, discutere delle possibili soluzioni per una sua ripresa positiva. Ad esempio vien da pensare (da proporre) che una maggiore efficacia dell’Europa nel contesto internazionale, con un’unica politica commerciale (che affronti –tema di adesso- il sistema dei dazi messo ora in campo dall’America); e un’Europa che sappia dare risposte autorevoli e univoche ai grandi tempi dei conflitti geopolitici territoriali che stanno avvenendo (come il caso adesso della Libia, della Siria…).

SVEZIA – (da http://www.corriere.it/viaggi/) Da quando la corona svedese è stata svalutata, la Svezia è divenuta più accessibile; e sebbene la semplice gioia di respirare aria pura, l’incanto dei panorami e l’interesse per culture diverse possano essere annoverati tra le forme di divertimento meno stravaganti, restano comunque gli aspetti più appaganti per il turista. Stoccolma, la capitale, è una città moderna, anche se vi sono zone che conservano un’atmosfera paesana. Una volta usciti dalla città, le splendide foreste e gli enormi laghi della Svezia vi offriranno innumerevoli attività all’aperto, dal pattinaggio su ghiaccio all’avvistamento degli alci.
A COLPO D’OCCHIO – • PAESE: Regno di Svezia – • SUPERFICIE: 449.964 kmq – • POPOLAZIONE: 8.986.400 abitanti (tasso di crescita demografica 0,18%) – • CAPITALE: Stoccolma (1.251.900 abitanti, 1.622.800 nell’area metropolitana) – • POPOLI: 88% svedesi, 12% finlandesi, iugoslavi, danesi, norvegesi, greci, turchi, sami (abitanti nativi) – • LINGUA: svedese, finlandese, l’inglese è molto diffuso; cinque dialetti sami sono ancora parlati – • RELIGIONE: 87% evangelica luterana; cattolica, pentecostale, ortodossa, battista, musulmana, ebraica, buddhista – • ORDINAMENTO DELLO STATO: monarchia costituzionale –
PROFILO ECONOMICO – • PIL:238,1 miliardi di dollari – • PIL PRO CAPITE:26.800 dollari – • TASSO ANNUALE DI CRESCITA:1,6% – • INFLAZIONE:2,2% – • SETTORI/PRODOTTI PRINCIPALI: ferro, acciaio, rame, piombo, zinco, legname, pasta di cellulosa e carta, silvicoltura, industrie manifatturiere di ingegneria e di alta tecnologia, cuscinetti a sfera, autoveicoli, telecomunicazioni, arredamento, industria alimentare, prodotti chimici, energia idroelettrica, orzo, frumento, barbabietole da zucchero, vacche da latte – • PARTNER ECONOMICI: USA, Germania, Norvegia, Regno Unito, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Belgio

   Cioè che l’Unione Europea mostri di saper affrontare in modo univoco una politica estera, una politica economica efficace… e per questo necessariamente alcuni degli Stati originari, più importanti nella popolazione e nelle risorse economiche (Francia, Germania, Spagna, Italia…ma anche, appunto, la Svezia che resiste all’ondata populista), si ritrovino in scelte coraggiose.
Ma la cosa è assai difficile che avvenga, nella situazione interna che ciascuno stato adesso sta vivendo. Pertanto i “piccoli passi” di una tenuta almeno all’ondata sovranista e ultra nazionalista come è accaduto il 9 settembre in Svezia, è già cosa positiva. Altri accadimenti di questo genere vengono richiesti per risollevare la speranza in una ripresa dell’idea di creare veramente uno stato federale europeo. (s.m.)

“…Stoccolma, capitale della Svezia, è una città medievale situata in un arcipelago formato da oltre 24.000 isole per lo più disabitate, quelle abitate sono solo 14 ed ospitano ben 755 mila abitanti. Comunque possono essere tutte visitate con tour in barca organizzato da guide esperte. E’ un vero e proprio gioiello, ritenuta da molti una delle città più belle del Mondo. Giovane, allegra colorata e multietnica, con oltre il 16% della popolazione composto da immigrati. Passeggiare tra i canali o nella città vecchia, visitare uno dei tanti musei, scoprire la sua natura, viverla sia di notte che di giorno, interessarsi alla cultura e provare i piatti tipici dell’alta gastronomia svedese, sono solo alcuni modi per descrivere la bellezza di Stoccolma….” (da http://www.sferamagazine.it/ )

…………………………

INTERVISTA
LARS VILKS: “IL NOSTRO MODELLO NON È IN PERICOLO, GLI SVEDESI NON SARANNO MAI ESTREMISTI”

di Antonello Guerrera, da “la Repubblica” del 11/9/2018
– Il vignettista sotto scorta LARS VILKS, 72 anni, da ormai dieci anni vive sotto scorta per un disegno di Maometto ritratto sul corpo di un cane. Come gli altri caricaturisti danesi del giornale Jyllands-Posten, è finito nel mirino degli estremisti islamici che hanno provato a ucciderlo più volte –
«La parola chiave per capire la Svezia, anche dopo queste elezioni, è lagom ».
Che cosa significa, signor Vilks?
« Lagom per noi svedesi è “la giusta misura”».
Spieghiamo ai lettori: una citazione di Orazio o una filosofia stile “ikea”?
«No. Come dice un vecchissimo proverbio svedese, “la giusta misura è la cosa migliore”. O potremmo anche dire: “La moderazione è una virtù”. Il lagom permea da secoli tutta l’esistenza degli svedesi e sarà sempre alla base del nostro stile di vita. Dico questo perché secondo me non dovete spaventarvi per il voto in Svezia di domenica. Non rinunceremo mai ai nostri valori e principi. La crescita dell’estrema destra non deve inquietare».
LARS VILKS, 72 anni, è sempre molto calmo, anche se da ormai dieci anni il celebre vignettista e artista svedese è sotto scorta per un disegno di Maometto ritratto sul corpo di un cane. Come il danese Kurt Westergaard del giornale Jyllands-Posten, è finito nel mirino degli estremisti islamici, che hanno provato a ucciderlo più volte, l’ultima proprio a Copenaghen nel 2015. Da allora cambia spesso abitazione e il suo caso viene sfruttato dagli estremisti di destra nei loro sermoni xenofobi e islamofobi.
E proprio questi estremisti di destra, Vilks, sono arrivati quasi al 18%. Come fa a non essere preoccupato?
«È vero, ma secondo alcuni sondaggi dovevano prendere addirittura il 25%. E poi sono sicuro che si “normalizzeranno” sempre di più. Stanno diventando da tempo un partito mainstream, le correnti più estreme sono state sradicate e il doversi sporcare le mani con la politica ordinaria e con i compromessi, e non più urlando soltanto slogan, li normalizzerà ancora di più».
Come fa a esserne sicuro?
«La loro crescita è dovuta essenzialmente alla reazione istintiva di una parte degli svedesi contro gli errori dei partiti tradizionali su migranti e integrazione. Tuttavia, anche i socialdemocratici e i moderati hanno cambiato linea da tempo, passando su posizioni più rigide e secondo me razionali. Una certa immigrazione ha costituito un problema per la Svezia, bisogna ammetterlo. Non averlo ammesso prima, ha dato il fianco agli estremisti, come abbiamo visto».
Perché una tale immigrazione è stata un problema?
«Perché non ha portato i benefici, anche economici, che molti partiti hanno promesso per anni agli svedesi. Tutti dicevano la stessa cosa: “Funziona, avanti così”. Invece, qualcosa non andava e sarebbe stato bene affrontare subito il problema, invece di lasciarlo in pasto agli estremisti. L’economia svedese ha bisogno di lavoratori qualificati; al contrario, sono arrivati centinaia di migliaia di migranti, spesso non qualificati, che non hanno imparato lo svedese, che non avevano un grado di istruzione sufficiente. Questo ha evidentemente creato un problema di integrazione, ma sia chiaro: gli svedesi non stanno diventando di estrema destra. È stata soltanto una reazione di fronte a un particolare tema».
Quindi il modello svedese non è in pericolo?
«No, e non cambierà. Cambierà il modello di integrazione».
E il multiculturalismo?
«I problemi sono sorti anche sotto un certo multiculturalismo che ha creato divisioni, invece di unire. Ma oramai in Svezia lo hanno capito tutti che quel modello non funziona, il centrosinistra e i socialdemocratici in primis».

…………………………….

DOPO STOCCOLMA LA VECCHIA UNIONE È IN AFFANNO

di Alberto Simoni, da “La Stampa” del 10/9/2018
Anche nella Svezia, cresciuta socialmente ed economicamente nel mito di Olof Palme e della sua socialdemocrazia, soffia il vento della destra xenofoba intrisa di anti-europeismo, vessillo vincente in tante contese elettorali ad ogni latitudine dell’Unione.
Se al referendum sulla Brexit nel giugno del 2016, osservatori e politici si sorpresero della scelta dei britannici di voltare le spalle a Bruxelles in nome della voglia di riprendere la piena sovranità, oggi nessuno si stupisce più dell’avanzata dei cosiddetti sovranisti, siano essi travestiti da popolari, come quelli dell’Est che fanno capo a Viktor Orban, o da nazionalisti come Salvini o Le Pen, o da islamofobi come l’olandese Geert Wilders e i cugini tedeschi dell’AfD.
Così l’avanzata (pur senza l’atteso exploit) dell’ultradestra svedese sembra l’epilogo naturale degli ultimi 18 mesi in cui i maggiori Paesi europei, a turno, hanno sperimentato elezioni con risultati via via sempre meno sorprendenti (e più rotondi) per la galassia populista.
Vero è che in Francia, Emmanuel Macron ha travolto Marine Le Pen e che Angela Merkel con la riedizione della Grosse Koalition ha ridotto a minoranza irrilevante, seppur rumorosa, il 12,8% di Alternative für Deutschland.
Segnali incoraggianti – come in fondo la parziale tenuta dei socialdemocratici svedesi – ma che non impediscono di affermare che l’Europa degli schemi tradizionali è in affanno. E che il magma populista è diffuso ovunque e raccoglie consensi.
Dovremmo forse rivolgere lo sguardo altrove e riabilitare Donald Rumsfeld, il capo del Pentagono che volle la guerra in Iraq nel 2003. Disse allora, arrabbiato per il «nein» tedesco all’attacco a Saddam, che quella rappresentata da Parigi e Berlino era la «vecchia Europa» e che ne stava invece nascendo una nuova che lui indicò nell’Est ormai libero dal giogo sovietico.
Certamente Rumsfeld non pensava agli Orban, ai Babis e ai loro epigoni. Immaginava più la Georgia con le unghie piantate nella carne dell’orso russo. Ma oggi suonano comunque profetiche quelle parole mentre le forze anti-establishment che rivendicano un’Europa delle patrie grattano le fondamenta della casa comune.
Forse il cuore politico sta ancora a Berlino e a Parigi, ma vi è una consistente fetta della popolazione lungo una nuova Cortina di ferro che unisce la Scandinavia all’Est Europa e abbraccia il cuore del Continente in Austria e Italia, dove la voglia di identità nazionali, di difesa dei confini e degli interessi particolari è diventata richiesta pressante. Ignorarla farebbe solo il gioco di chi fomenta divisioni e contrapposizioni.
Manfred Weber – il candidato bavarese della Cancelliera alla presidenza della Commissione europea – al nostro giornale pochi giorni fa ha detto, tendendo la mano a Salvini e Orban, che questa Europa potrà non piacerci, ma è questa e dobbiamo farci i conti. Un condensato di realismo che farà storcere il naso ai puristi dei valori europei ma che è appunto il riconoscimento che l’Ue di Delors e quella dell’allargamento a Est di Prodi ha mutato pelle.
E che nuovi problemi richiedono soluzioni innovative per evitare, per dirla con il presidente Sergio Mattarella, che «antistoriche spinte dissociative» lacerino il tessuto comunitario.
Orban ha lanciato la sua sfida alle istituzioni europee: le elezioni di maggio cambieranno – è la sua entusiasta previsione – volto a Bruxelles e gli equilibri tradizionali saranno rotti. Macron prova a contrapporgli un’alleanza europeista. Per la prima volta – ecco l’unico elemento che accomuna i due – gli europei voteranno su un tema condiviso: l’immigrazione e il controllo delle frontiere. Sul quale finora gli alfieri delle identità nazionali hanno comandato il gioco. E vinto. Potrebbero bissare i successi in maggio se l’inerzia della corsa non cambierà. Questa in fondo è la lezione della Svezia. (Alberto Simoni)

…………………………..

COSA CI INSEGNA LA LEZIONE DELLA SVEZIA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 11/9/2018
I miei coetanei ricordano quando la Svezia fu la punta di un modello scandinavo ammirato dalle sinistre. Era una “terza via” affascinante tra il comunismo sovietico e il capitalismo liberale. Ci attirava il suo Welfare tra i più generosi del mondo; il sindacalismo protagonista di lotte d’avanguardia sulla qualità del lavoro e la sicurezza in fabbrica; il femminismo e la libertà dei costumi; una politica estera fondata sulla difesa dei diritti umani. Com’è possibile che tanti svedesi oggi siano contagiati dal virus nazional-populista? Certo l’età dell’oro delle socialdemocrazie scandinave era già passata da tempo, e tuttavia rimangono i modelli di società più equi al mondo.
Non mi convince attribuire il voto svedese a un piano della nuova destra americana per conquistare l’Europa (“l’armata Trump” è caotica; Bannon viene invitato sul Vecchio continente per lo più da chi la pensa come lui). E descrivere il populismo come una “peste nera” mi sembra inadeguato. Dietro le epidemie ci sono le cause. Una di queste è un’immigrazione a tratti incontrollata, che genera insicurezza. Fa temere che la fisionomia di una società venga stravolta, fa vacillare i fondamenti di un patto sociale avanzato come quello scandinavo.
In Svezia la popolazione straniera ha raggiunto il 18,5% del totale e questo è il triplo degli anni Settanta. (Il paragone temporale è importante: negli anni Settanta ci fu il massimo sforzo redistributivo per garantire pari opportunità a tutti). In un solo anno, il 2015, sono stati accolti 163.000 richiedenti asilo che in un piccolo paese come la Svezia sono l’1,6% della popolazione. Ad essi è stato immediatamente garantito lo stesso trattamento che il Welfare svedese elargisce ai propri cittadini, che pagano le tasse da generazioni: un bambino rifugiato costava 200 euro a notte. La spesa media per adulto sfiorava gli 8.000 all’anno.
Nel frattempo in alcune periferie urbane svedesi si sono create sacche di criminalità e gang, per esempio della mafia curda. Alcune comunità islamiche hanno visto la penetrazione di predicatori fondamentalisti. Dopo gli eccessi del 2015 Stoccolma ha cominciato a cambiare le regole e il flusso degli ingressi è stato ridotto. Lo shock nella popolazione svedese però è rimasto; come accadde in Danimarca o in Olanda.
Invocare un improvviso imbarbarimento di tutti i popoli del Nord Europa, in preda a raptus xenofobi immotivati, è realistico? L’America aiuta a capire meglio. Ciò che opera nei paesi nordeuropei ebbe un precedente negli Stati Uniti.
La lezione di quella storia oggi impone scelte dolorose soprattutto alle sinistre, in quanto sono legate sia a valori di solidarietà, sia a giudizi positivi sulla società multietnica. Storicamente fu possibile costruire uno Stato sociale generoso e progressista finché una società era abbastanza omogenea. Il massimo della redistribuzione e del Welfare in America si realizzò tra le presidenze di Franklin Roosevelt negli anni Trenta e quelle di Kennedy-Johnson negli anni Sessanta.
Cioè dal New Deal alla Great Society: i due esperimenti più progressisti dalla nascita degli Stati Uniti, l’unico periodo in cui la superpotenza capitalista ebbe “elementi di socialismo”. Ma tra quelle presidenze democratiche l’America praticò anche la politica meno accogliente verso l’immigrazione: con quote etniche che puntavano a preservare gli equilibri e la fisionomia originaria. La percentuale di stranieri scese al 5%, un minimo storico. Appena le frontiere sono state ri-aperte da Lyndon Johnson – con la Green Card e l’abolizione delle quote etniche – gli Stati Uniti hanno cominciato ad accogliere flussi molto più importanti di stranieri… e a tagliare gradualmente il Welfare per tutti, americani compresi. (È un’evoluzione che al capitalismo americano non dispiace: ha manodopera immigrata abbondante e meno oneri sociali).
Constatare che siamo più capaci di assistere i deboli e redistribuire le ricchezze all’interno di una società che ci è “familiare”, con omogeneità di culture e di valori, è un dato storico. Ammetterlo dovrebbe aiutare a correggere errori che regalano spazi immensi alle destre razziste. (Federico Rampini)

……………………………

L’AVANZATA DELL’ULTRADESTRA: SVEZIA, UNO SU 6 SCEGLIE I SOVRANISTI
di Francesco Battistini, da “il Corriere della Sera” del 10/8/2018
– Socialdemocratici ancora primo partito in Svezia. Il partito dell’ultradestra sale ma non sfonda. E per il Ppe si presenta il problema dell’ingresso nel gruppo dei populisti. – Il partito antimmigrazione al 17,6%. Sinistra in calo ma prima (26%) – Parità tra il blocco rosso-verde e il centrodestra. Governo difficile –
STOCCOLMA – “Go, Jimmie, go?” Bisognerà sfogliare ancora per un po’ la margherita gialloblù, il simbolo dei sovranisti, per sapere se gli svedesi l’amano davvero: il populista antimigranti Jimmie Akesson avanza, sì, ma non stravince. Lo vota quasi uno su sei, che nella sempre meno tollerante Svezia è già molto. E fa il previsto balzo, dal 13 a una percentuale del 17,6. La sua Sd, Svezia Democratica, prende il vento antitutto che spira dal resto d’Europa. Ma non approda alla leadership e forse non sarà neppure secondo partito: gli eterni socialdemocratici calano intorno al 26-28 per cento, quel che si sapeva, ma la loro è in fondo una demolizione controllata. E restano pur sempre il primo simbolo del Paese, anche se i loro alleati verdi rischiano fino a notte fonda l’esclusione dal Parlamento. Ed è possibile che rimangano al governo, nonostante il peggior risultato da un secolo a questa parte.
COME IN UNA SINDROME, Stoccolma giura amore ai custodi di sempre, alle coalizioni della stabilità e dell’europeismo. Il blocco del centrosinistra cala di molto, quello di centrodestra sale un po’, e alla fine s’equivalgono: più o meno al 39 per cento ciascuno, divise dal buco nero di Jimmie.
Il Riksdag è ingessato, le trattative per una maggioranza sono aperte. Dalle alchimie della politica svedese, abituata ai governi di minoranza, possono uscire una conferma dell’attuale premiership socialdemocratica, o una grande coalizione di salvezza nazionale, oppure un esecutivo di centrodestra basato sul buon risultato dei Moderati (che a tarda ora sembrano sorpassare Akesson)…
Varie ed eventuali sono sempre possibili: le trattative durano anche mesi, a Stoccolma, e sul piatto c’è il buon risultato della sinistra ex comunista (favorevole, come l’estrema destra, a una Swexit dall’Ue), dei cristianodemocratici, d’altre sigle che vogliono pesare. «Questo è un voto a favore del nostro welfare. E di un’idea decente della democrazia», è felice STEFAN LOEFVEN, 61 anni, il premier uscente e magari rientrante.
«Il nostro risultato è un segnale a tutti», fa il contento Jimmie, arrivando nella sede del partito, aria di festa rovinata e luci soffuse e bottiglie di magnum e colori da discoteca che fanno quasi credere d’essere finiti al Jimmy’z di Montecarlo, anziché al tavolo di chi vuole sbancare la politica svedese. L’aria spavalda della campagna elettorale diventa sguardo di fatica: Jimmie prese in mano Sd a 26 anni, ragazzino che non era mai riuscito a laurearsi ma se la cavava benissimo al videopoker, quando qui comandavano ancora i neonazi e la margherita era una torcia fiammante, i militanti mettevano la camicia bruna e lo spot del partito era una vecchietta svedese travolta da una folla di donne in burka. Come tutti i leader incendiari, per non restare fuori dai giochi, Jimmie ha capito che è l’ora del pompiere. Parla poco di Swexit, perché domani aprono le Borse e questo è pur sempre il Paese dei colossi Volvo ed Electrolux, Spotify e Ikea. Ripete che «siamo conservatori sociali». Legge le congratulazioni di Salvini. E intanto aspetta le mosse degli altri.
«Secondo i grandi esportatori di vino — è l’idea della scrittrice Ulrika Kärnborg —, per essere sicuri che una bottiglia funzioni nel mondo, bisogna prima che funzioni in Svezia. È il benchmark, la valutazione del consumatore medio globale. Il Paese che assegna il marchio di conformità, ai prodotti come alle idee politiche e sociali». A mezzanotte si sfoglia la margherita e si brinda lo stesso, nel quartier generale di Jimmie. Ma il giovane vinello del sovranismo sa ancora di tappo. E il vecchio vino del modello svedese non è ancora diventato aceto. (Francesco Battistini)

………………………………….

OPPORSI (MALE) AI POPULISTI

di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera” del 10/9/2018
Il populista di destra JIMMIE AKESSON non ce l’ha fatta. Non è riuscito a trascinare il suo partito – DEMOCRATICI SVEDESI – a ridosso di quello socialdemocratico di Stefan Loefven. La muraglia svedese in qualche modo ha retto. Il primo ministro Loefven aveva accusato il nemico sovranista di «voler spegnere l’incendio con l’alcol», gli elettori gli hanno dato retta e anche il moderato Kristersson lascia intendere che potrebbe sostenere un gabinetto di unità nazionale che faccia barriera contro l’estrema destra. In Danimarca, Norvegia e Finlandia i populisti si sono già da tempo imposti come interlocutori di governo.
In Svezia non ancora perché i socialdemocratici hanno resistito. E sono stati premiati. Ma, a parte il fatto che il trentanovenne Akesson ha comunque ottenuto un risultato considerevole, la vittoria di Loefven non appare tale da determinare una svolta politica nel resto d’Europa.
Pochi giorni fa Manfred Weber, leader della Csu e capogruppo del Partito popolare europeo, è sceso in campo, con l’apparente sostegno di Angela Merkel, nella competizione per sostituire Jean-Claude Juncker alla guida dell’Ue. Si è proposto come Spitzenkandidat indicando ad origine dei recenti guai continentali l’uscita di David Cameron dalla formazione che riunisce i democristiani d’Europa. Di lì la Brexit e numerosi altri sfaldamenti del fronte anti sovranista.
Ha sottolineato, lo stesso Weber, come la coalizione che quattro anni fa elesse Juncker – composta da socialisti, popolari e liberali – disponesse all’epoca di appena 45 voti di scarto, voti che domani forse non ci saranno più. Dove andarne a cercare di nuovi? Qui il candidato alla successione di Juncker si è lanciato in grandi lodi nei confronti dell’ungherese Viktor Orbán, dell’italiano Matteo Salvini e dell’austriaco Sebastian Kurz sui quali, in un’intervista a Marco Bresolin (La Stampa), ha detto di «contare molto».
Tutto ciò mentre il ministro dell’Interno tedesco, nonché leader dei cristiano-democratici bavaresi, Horst Seehofer, prendendo spunto dall’uccisione a Chemitz di un cittadino tedesco da parte di due extracomunitari, è tornato a definire la migrazione come «la madre di tutti i problemi». Da notare che Seehofer è titolare di dicastero in un governo sostenuto anche dai voti socialdemocratici, i quali socialdemocratici per questa sua sortita si sono limitati a una pur vibrante protesta verbale.
Tutto ciò può essere letto in due modi. Il primo è che i partiti moderati, centristi d’Europa cominciano a dare segni di cedimento all’estrema destra talché è possibile che nel medio periodo siano da essa inghiottiti. Il secondo, assai diverso, è che qualcuno dal loro interno stia provando – nella misura del possibile – a riassorbire il fenomeno sovranista.
Più probabile che sia questo il vero senso delle iniziative di Weber e Seehofer che intendono dare una risposta alle paure più o meno irrazionali degli elettorati continentali. E vogliono farlo adesso, in tempi nei quali i loro partiti sono ancora relativamente forti e (anche se, forse, per un tempo non infinito) dispongono della maggioranza dei voti nei loro Parlamenti.
Sicché il Partito popolare europeo potrebbe trovarsi presto ad essere un ponte tra formazioni democristiane classiche e raggruppamenti nuovi di impronta marcatamente.
Allo stato attuale questa iniziativa di alcuni leader del Ppe appare tardiva, disperata, votata ad un probabile fallimento. Simile a quella con cui liberali, cattolici e centristi negli anni Venti e Trenta provarono a contenere fascisti e nazionalsocialisti in Italia e Germania. E di conseguenza piena di insidie.
Ma quantomeno è un’iniziativa; non ci si limita ad attendere che l’Europa scivoli lentamente verso il mondo di Akesson mettendo in campo esclusivamente la propria testimonianza.
Gli ostili a Weber, a cominciare dalle sinistre europee, dovrebbero quantomeno porsi il problema di elaborare una linea politica in grado di disarticolare, in qualche modo, il fronte antisistema. E invece sembra prevalere in queste sinistre un senso di evidente rassegnazione. In qualche caso camuffato da chiacchiere, autoassolutorie, che – come già in passato – annunciano le ere più buie della storia.
A proposito di sinistra, qualche giorno fa Wlodek Goldkorn (su Repubblica) faceva notare come riformisti e rivoluzionari polacchi la facciano da padroni nelle grandi città, Varsavia e Danzica, fino ad oggi «immuni dal sovranismo»: in quei centri urbani vive un ceto medio composto da intellettuali, artisti, giovani, ceto che riesce ad esercitare ancora una notevole egemonia culturale.
Gli appartenenti a questa comunità hanno un giornale, la Gazeta Wyborcza, che, pur essendo in crisi, è il principale quotidiano del Paese. Possiedono altresì, i progressisti polacchi, un sito internet, Oko press, un’emittente televisiva, Tvn, che hanno grande successo e si oppongono esplicitamente al primo ministro Mateusz Morawiecki e al partito di Jaroslaw Kaczynski.
Questa parte della popolazione ha le sue piazze, i propri ritrovi, caffè e ristoranti di riferimento. Ostenta un peculiare stile di vita, si muove prevalentemente in bicicletta, ha abitudini alimentari per lo più vegetariane che la fanno diversa dal resto della Polonia. E ha solidi presidî in tutto ciò che attiene al mondo della cultura: musica, film, spettacoli teatrali, libri.
Però alle elezioni questa sinistra viene regolarmente battuta, non riesce a conquistare più di un terzo dei voti. Ma non se ne dà pena: vive in una bolla dove «la vita è comoda e spesso agiata», e non esita ad ammettere apertamente di aver «abbandonato l’idea di avere una rappresentanza politica in grado di vincere le elezioni e conquistare il potere».
Le opposizioni parlamentari partecipano a questo triste gioco mostrandosi complici di tale rassegnazione e «in preda a rivalità personali poco comprensibili». Senza alcun pudore. Qualcosa di simile si registra anche in altri Paesi europei e comincia a intravedersene qualche tratto persino in Italia. Laddove ai partiti che non vogliono lanciarsi nell’impresa di Weber probabilmente servirebbero, al momento, un minor numero di appelli, di sermoni millenaristici, di attestazioni di sdegno e più precise indicazioni su come e in compagnia di chi riconquistare la maggioranza in Parlamento. E di come farlo prima che l’unica alternativa per coloro che non vorrebbero morire sovranisti resti quella di rassegnarsi a vivere nel mondo della controcultura polacca. (Paolo Mieli)

……………………………….

ALBY, LA PICCOLA BAGDAD SVEDESE DOVE ANCHE LA POLIZIA HA PAURA

di Francesco Battistini, da “il Corriere della Sera” del 9/9/2018
– Viaggio in una «no go zone» di Stoccolma: qui la socialdemocrazia ha fallito –
ALBY (Svezia) – Era una bella Saab. «L’avevo comprata coi soldi che m’aveva lasciato mio padre». Una sera gliel’hanno incendiata proprio sotto casa, dietro il piazzale dell’Alby Centrum. «Ci sono stati degli scontri con la polizia».
Dalla finestra, l’impiegata di banca Tove Friedriksson ha visto tutto: le proteste degli iracheni, le molotov, i lampeggianti blu, le cariche casco&manganello, gli arresti. «Non sono uscita di casa, perché ho avuto paura. Ma la mattina dopo, sì. Vado a fare la denuncia dei danni. E siccome all’assicurazione servono i dettagli, chiedo qualcosa degli arrestati». Niente nomi, dice la polizia. «E quelli dei loro avvocati?». Niente. «Ma sono stati gli arabi o gli africani?». È a quel punto che il poliziotto alza gli occhi: che razza di domanda, «l’etnia non possiamo comunicarla». Vietato chiedere: «Ho rischiato una denuncia per razzismo e xenofobia. Dichiarare che è stato un immigrato a bruciare l’auto, è un’informazione impropria. Va contro la legge».
Se domattina vi chiederete perché la Svezia alle urne ha castigato dopo un secolo i socialdemocratici della tolleranza totale, premiando la destra intollerante, Tove ha qualche risposta.(…).
Ad Alby fa sorridere l’altissima media nazionale d’accoglienza dei profughi, uno ogni cinque svedesi: in questo sobborgo alla penultima fermata della linea rossa, venti chilometri a ovest e migliaia d’anni luce dal centro di Stoccolma, gli svedesi-svedesi come Tove sono uno su dieci. L’11 per cento. Mosche bianche.
Sperdute fra alveari marroni edificati negli anni delle guerre balcaniche, dei massacri africani, delle fughe afghane, delle agonie mediorientali. Diecimila abitanti, cinquemila appartamenti riservati ai rifugiati: Alby, Norsborg, Hallunda ormai li chiamano LITTLE BAGDAD, LITTLE MOGADISCIO, LITTLE SUDAN.
La squadra di calcio del quartiere è il Konya, come la città dei dervisci, e ha la stessa divisa biancoverde del Konyaspor turco. Nella scuola elementare non si festeggia mai il Natale, per non discriminare la stragrande maggioranza musulmana. Nei fast food non si trova il bacon. E se negli anni 80 c’era un asilo no gender fiorito dalla pedagogia egualitaria e socialdemocratica, di quelli che proibiscono di fare distinzioni discriminatorie e politicamente scorrette fra maschietti e femminucce, ora in piscina si nuota separati per sesso e le mamme ci entrano velate.
La disoccupazione è al 70 per cento, contro la media nazionale del sei. Un tempo, qui si veniva a fare il bagno sulle rive dell’Albysjon, a pedalare nei boschi, a vedere dove aveva la villa il signor Ericsson, quello dei telefonini.
Oggi, Alby è stata dichiarata una delle otto «NO GO ZONE» vulnerabili del Paese, gang e spaccio, dove la sera i pompieri non sempre vanno se li chiamano e anche i poliziotti stanno all’occhio: «L’auto di servizio non dobbiamo mai posteggiarla lontana — dice l’agente Roger Kampe, in servizio da sette anni —, perché te la trovi danneggiata. E l’ordine è di girare sempre in due o tre, mai da soli».
In un garage, a marzo è stato scoperto un deposito d’esplosivo, «roba da professionisti». Sugli ascensori dei palazzoni, le scritte in arabo inneggiano a qualche guerra santa. Un ragazzino di 16 anni è stato accoltellato in pieno giorno, un mese fa, davanti al centro commerciale: «C’erano almeno trenta testimoni, nessuno ha visto nulla».
Ad Alby, governano da sempre le sinistre. Ma stavolta non si sa. I postfascisti di Svezia Democratica, annunciati vincitori di queste elezioni politiche, qui non mettono piede. Non si vede un manifesto di Jimmie Akesson, il Salvini che vuole rispedire a casa i migranti e sull’esistenza di posti così sta costruendo la sua fortuna politica.
L’imam non ha voglia di parlare coi giornalisti, da quando l’hanno messo in mezzo con una telecamera nascosta (si vede un candidato locale della sinistra garantire tremila voti sicuri a un alleato di lista, «alla preghiera l’imam convincerà i musulmani a votare te, e tu in cambio gli costruirai la nuova moschea…»: tutta acqua al mulino di Jimmie lo spaventastranieri). Venerdì sera il sobborgo era mezzo deserto, tutti a guardare Jimmie Akesson nell’ultimo confronto elettorale in tv. E sentirlo parlare di posti come Alby. Parole pesanti: «Lo sapete perché quella gente non trova lavoro? Perché non s’adattano alla Svezia. E non sono svedesi». Urla, fischi, buuu. Nessuno ad Alby voterà mai Jimmie. «Ma qui siamo in Medio Oriente», dice Tove. E fuori di qui c’è una Little Svezia che non vuole diventare una grande Bagdad. (Francesco Battistini)

………………………….

L’INTERVISTA a l’ex premier, CARL BILDT (è stato primo ministro svedese dal 1991 al 1994)
«NON SIAMO L’UNGHERIA IL NOSTRO ARGINE TIENE, NON C’È POSTO PER LORO»
Bildt: il populista Akesson più moderato di Salvini
STOCCOLMA – Dicevano: attenti, in Svezia c’è una nuova Ungheria xenofoba che s’affaccia all’Europa…
«Ma no. Il commento più sicuro è quel che ho sempre detto: Stoccolma non diventerà mai come Budapest. Qui non arriva nessun Orbán».
Jimmie Akesson non stravince, ma comunque piace a uno svedese su cinque. Non vi preoccupa?
«Certo, credo che questa destra estrema crescerà ancora per un po’, magari arriverà a percentuali anche più alte. E in futuro potrà essere un problema maggiore. Ma alla crisi del centrosinistra si contrappone il nostro risultato moderato. Una garanzia di stabilità. E alla fine il voto dice che la rappresentanza del popolo svedese non è l’estrema destra».
CARL BILDT è uno che ha gestito la pace nei Balcani, ha governato a Stoccolma, è stato ministro degli Esteri quando la Svezia diceva sì all’Ue e no all’euro, ha sfidato il vicino russo ed estradato l’Assange di Wikileaks: non è che s’impressioni tanto per l’onda sovranista. «Non c’è alcun pericolo che governino loro – spiega – Non siamo l’Italia, non pensate che ci sia un Salvini sovrano di Svezia…».
Lei ha moglie italiana e conosce le due situazioni…
«Da voi non è stato possibile tenere i sovranisti fuori dal governo, ma è un sistema diverso. Qui, le alleanze sono già state espresse. E non è possibile un patto fra noi moderati e loro. Nessuno vuole governare con Sd».
Ma chi paragona Akesson agli altri leader populisti Ue?
«Salvini ha fatto un tweet per congratularsi con lui, ma non credo che Akesson ne sia felice. Certi abbracci, li reputa una fonte d’imbarazzo. Personaggi come Wilder e Orbán sono di gran lunga più brutali: lui sembra quasi moderato, paragonato a loro».
Si è rifatto una verginità, ha tagliato con fascisti e neonazi…
«Questo rimane un punto interrogativo. Se guardi alla gente che lo vota, svedesi normali, ti chiedi come faccia ad avere nel partito certi figuri».
L’avanzata della destra è comunque netta. È davvero la fine del modello svedese?
«Il modello svedese richiede una continua manutenzione. Nella tecnologia, nell’economia globale, nell’immigrazione. Dobbiamo adattarlo sempre ai cambiamenti sociali e del mercato. Per questo, integrare gli immigrati in Svezia è molto più complicato che negli altri Paesi. E vanno riviste alcune cose che non funzionano più. Questa è una crisi d’integrazione, non d’immigrazione: i rifugiati vengono nei nostri Paesi per starci moltissimo tempo, non puoi ipotizzare che prima o poi se ne vadano».
Dove hanno sbagliato i socialdemocratici?
«La Svezia non ha saputo gestire la crisi siriana. Un errore europeo, con enormi conseguenze. Non ne abbiamo previsto l’impatto. Un po’ com’è capitato a voi con la Libia: ricordo Frattini, allora ministro degli Esteri, che non era molto incline a far cadere Gheddafi. Alla fine, lo fece. Ma se ne pagano ancora le conseguenze».
Qual è la proposta di Akesson che la preoccupa di più?
«Quella di lasciare l’Ue. L’ha sostenuta a lungo, ma in campagna elettorale non ne ha più parlato molto. Siamo stati noi a provare a stanarlo. Sa che è un argomento rischioso».
E l’attacco all’aborto, alle unioni gay, ai diritti civili?
«Lo stesso. Akesson vuole cambiare molte cose, ma ultimamente non lo dice più. Questo è preoccupante».
Un rapporto Nato parla d’attività russe in questo voto, 60mila account di Twitter che diffondevano bufale…
«Ma le interferenze di Mosca che si sono viste in altre campagne elettorali all’estero, per esempio in Germania, qui non ci sono state».
Lei conosce bene la testa di Putin…
«Per ora, non credo che attiriamo tutta questa attenzione».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...