Quale influenza avrà LA CINA SULLE NOSTRE VITE? – A che punto è la VIA DELLA SETA CINESE, cioè lo sviluppo economico e il rapporto che ha e avrà di qui a poco con noi? – La CINA AUTOCRATE contro la dissidenza interna repressa; e l’AMERICA CHE LE DICHIARA GUERRA CON I DAZI al suo ruolo globale

PECHINO (da http://www.corriere.it ) – Dimenticatevi i rivoluzionari maoisti vestiti di tuniche abbottonate sul davanti e i gruppi di operai che si dedicano al Tai chi sulla Piazza: all’alba del nuovo millennio la città ha intrapreso una rapidissima trasformazione. Oggi i giovani di Pechino sono interessati più a MTV che a Mao; gli slogan retorici della rivoluzione culturale hanno lasciato il passo alle scritte in inglese sulle magliette, e gli immigrati, i turisti, gli investitori stranieri e la mania per il telefono cellulare si mescolano ai burocrati. I vecchi edifici e i vecchi hutong (vicoli) sono in via di demolizione; si stanno costruendo nuovi edifici e le piccole strutture lasciano spazio a grandi imprese. Questo stile di vita veloce e affrettato non piace a tutti: i vecchi compagni si lamentano dei giovani presuntuosi e della perdita dei valori, ma la capitale della Repubblica Popolare Cinese non sembra avere intenzione di rallentare i suoi ritmi.

   Sapete come si suddivide la Cina?… le sue province, regioni…le maggiori città-metropoli (oltre a Pechino…)?
…Domande un po’ provocatorie per dire che assai poco sappiamo di una popolazione (di un miliardo e quasi 400 milioni di persone) che sempre più verrà a interloquire con noi…che esce dall’anonimato, dall’isolamento cui essa stessa nei secoli e decenni passati forse si è autoesclusa, ma che ora, piaccia o non piaccia, farà parte e co-parteciperà al mondo “villaggio globale”.…mentre “noi” coltiviamo un diffuso desiderio di semplificare il mondo, di ritirarsi all’interno delle barriere, di un senso condiviso di identità nazionale (“sovranismo” viene chiamato…).

La Repubblica Popolare Cinese amministra 33 SUDDIVISIONI DI LIVELLO PROVINCIALE di cui: 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali. Nella Cina Continentale le province teoricamente sono sottomesse al governo centrale di Pechino ma nella pratica gli amministratori provinciali dispongono di un buon grado di autonomia nella scelta della politica economica. Il potere concreto e odierno delle province ha creato un sistema politico che diversi economisti definiscono: FEDERALISMO CON CARATTERISTICHE CINESI.

   In molti hanno difficoltà a confrontarsi con l’Unione europea, percepita come distante e poco comprensibile; figuriamoci quanto può essere difficile immaginare un modo di convivere con una potenza come la Cina che emerge da un passato e da una storia così radicalmente distante.
La Cina è una nazione incredibile. Negli ultimi 40 anni ha fatto uscire dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuta a ritmi vertiginosi… e fino all’inizio della crisi economica mondiale (il 2008) era considerata solo come “produttrice di beni di scarsa qualità” con un’economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni.

Il presidente cinese XI JINPING è stato ELETTO PER UN SECONDO MANDATO nel marzo scorso al vertice della REPUBBLICA POPOLARE dal 13/mo CONGRESSO NAZIONALE DEL POPOLO, la sessione legislativa annuale, CARICA CHE POTREBBE MANTENERE A VITA dopo la rimozione dalla Costituzione del limite dei due mandati. Xi è stato anche confermato a CAPO DELLA POTENTE COMMISSIONE CENTRALE MILITARE. In questo modo, XI MANTIENE LA “TRINITÀ”: segreteria generale del Partito comunista cinese, presidenza della Repubblica e presidenza della Commissione centrale militare.

   Negli ultimi dieci anni tutto è cambiato: se l’Occidente non compra più beni prodotti a bassissimo costo, allora la Cina cambia il proprio modello economico, inizia a pensare alla “qualità” e in particolare incentiva il mercato interno (fatto di un miliardo e quattrocento milioni di persone!!).
E crescono le città: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una maggioranza di popolazione urbana; un Paese rurale che diventa iper-urbano (con metropoli di milioni di persone). Si consolida il ceto politico con l’arrivo di Xi Jinping: segretario del partito comunista, presidente della repubblica popolare…. con un potere, a vita, molto più grande ed esteso di quello che avevano Mao TseTung, Deng XiaoPing…
E con Xi Jinping viene lanciato un nuovo piano che punta tutto sull’intelligenza artificiale, la robotica, i big data…. tutto quel che riguarda le nuove tecnologie…

VIA DELLA SETA LE ROTTE (da il sole 24ore) – Il progetto denominato BELT AND ROAD INITIATIVE (o NUOVA VIA DELLA SETA) lanciato dal presidente della Repubblica Popolare Cinese XI JINPING nel 2013 è quello di creare un Grande Spazio Economico Eurasiatico, creando UN PONTE INTEGRATO TRA ORIENTE E OCCIDENTE, sviluppando la connettività tra la Cina e almeno altri 80 Paesi, per agevolare la circolazione di merci, tecnologie, energia, cultura, con l’intento di incentivare una sempre più intensa collaborazione economica, commerciale e diplomatica tra i Paesi toccati dalla nuova Via della Seta. La grande opera di connettività infrastrutturale prevede di INTEGRARE L’ASIA E L’EUROPA VIA TERRA E VIA MARE ATTRAVERSO DUE DIRETTRICI principali, sulla falsariga dell’antica Via della Seta (MARIO ANGIOLILLO, direttore dell’Osservatorio Relazioni EU-UK-USA di The Smart Institute)

   La politica di Trump dei dazi è per colpire in particolare la Cina…un atto di guerra (non c’entra nulla il voler difendere il singolo prodotto americano dalla concorrenza, che una volta era strumento di difesa con i dazi…). Forse, nella reazione sempre scomposta dell’attuale presidente americano, Trump “ha visto giusto” nel capire che lo scopo finale dell’azione mondiale economica cinese è superare l’egemonia degli Stati Uniti… specie propria nelle nuove tecnologia informatiche e nell’intelligenza artificiale (gli Usa rimangono ancora al primo posto in termini di investimenti e ritorno economico dei progetti legati all’Intelligenza artificiale, ma Pechino sta freneticamente correndo contro il tempo e non senza risultati).
Ma perché guardiamo in ogni caso alla Cina con fatica, quasi fastidio, con poco interesse? Forse perché non pensiamo che meriti abbastanza attenzione: è troppo remota, strana, indecifrabile, anche se i suoi studenti riempiono le nostre università e i suoi prodotti i nostri negozi, i suoi turisti i nostri aeroporti.

   L’idea che l’Europa rappresenti valori assoluti di libertà, pragmatismo e virtù democratica mentre la Cina si muove su un piano morale inferiore, è quel che realmente pensiamo, cioè ci sentiamo un po’ “superiori”. Sarà allora bene che ci diamo una regolata: solo così forse si potrà evitare quel decadimento culturale, nei valori, politico…che l’Europa (pur il continente dove si vive ancora meglio) sta vivendo.
L’Italia, nonostante i rapporti commerciali con la Cina siano in crescita, resta ai margini, basti pensare che la Svizzera esporta nel Paese asiatico più del doppio di noi e la Germania cinque volte di più.

XIE YANG, AVVOCATO PER I DIRITTI UMANI – “La svolta repressiva in Cina è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.(….)( Antonio Carlucci, da “il Fatto Quotidiano” del 17/9/2018) – XIE YANG, AVVOCATO PER I DIRITTI UMANI: è ‘libero’ ma vive in una casa-prigione apposta per lui. Le autorità hanno trasformato l’appartamento in una prigione con grate e con porta di sicurezza. Xie Yang è uno delle centinaia di arrestati nel 2015. Il suo caso è tipico per il modo in cui la Cina tratta i dissidenti o chi essa ritiene pericolosi: torture, confessioni forzate, prigionia. Molti di questi avvocati, almeno la metà, sono cristiani. (da http://www.asianews.it del 3/8/2017)

   Allora cos’è la Cina? Una tradizionale potenza asiatica confuciana, una minaccia geopolitica di marca marxista-leninista, uno Stato che subisce le regole della globalizzazione o uno che le detta?
La differenza nella visione del mondo e nei valori politici e culturali della Cina, che mai come ora possono influire anche sulle nostre vite, ci costringono a chiederci non soltanto chi sono loro, ma anche chi siamo noi.
Ma la Cina in crescita non è tutto bene. Specie all’interno del Paese. Ad esempio oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova VIA DELLA SETA, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione.
La macchina repressiva si muove contro i militanti dei diritti umani; e tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà; discussione e critica al regime subiscono persecuzioni dal regime; e poi gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino. Tutte persone in balìa dell’autoritarismo repressivo delle autorità cinesi.

“(…) In poco più di 40 anni – dalle Riforme a oggi – la CINA ha sollevato dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuta a ritmi vertiginosi, perfino al 14 per cento a metà degli anni Zero. Fino al 2008 la Cina era considerata quasi esclusivamente per le sue caratteristiche di «FABBRICA DEL MONDO» grazie alla sua economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni. Nel 2008, dunque, un’altra incredibile svolta: la crisi occidentale comportò la diminuzione degli ordini e così Pechino si vide costretta a mutare il proprio modello, spingendo tutto sulla QUALITÀ e sulla CREAZIONE DI UN VASTO MERCATO INTERNO. Nel frattempo la Cina cambia ancora: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una MAGGIORANZA DI POPOLAZIONE URBANA; la trasformazione era compiuta. Nel 2012 diventa segretario del Partito comunista Xi Jinping, nel 2013 è nominato presidente della Repubblica popolare. La Cina imprima una nuova svolta: viene LANCIATO IL PROGETTO «MADE IN CHINA 2025» un nuovo piano industriale che punta tutto su BIG DATA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, ROBOTICA e in generale sugli INVESTIMENTI NELLE NUOVE TECNOLOGIE. (…) (Simone Pieranni, “il Manifesto”, 30/5/2018)

   E poi il fatto che l’Intelligenza artificiale che si sta promuovendo, in mano a uno stato autoritario può essere foriera di un sistema di controllo sociale molto pericoloso….
Nonostante questi dubbi sulla società cinese, è anche vero che essa pare dimostrare un approccio nuovo, di apertura verso l’esterno, e di ricerca di un benessere collettivo interno positivo. Pur con tutti i limiti la stessa politica cinese coloniale verso l’Africa della Cina (sicuramente di sfruttamento), ha però smosso anche positivamente energie e possibilità in quel continente “perduto” (ha dato in alcune occasioni una spinta imprenditiva a società “ferme”) (e poi, noi europei, in Africa, cosa storicamente abbiamo fatto se non crudeltà e depredazioni, per giudicare ora il colonialismo africano dei cinesi??…)

TAIWAN (mappa da Wikipedia) – L’isola è dal 1949 divenuta rifugio del governo della Repubblica di Cina, dopo la sconfitta delle forze guidate dal generale Chiang Kai Shek nella guerra civile cinese che fu vinta dal Partito comunista cinese. Il governo di Taiwan rivendica la propria autonomia e indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese, godendo del riconoscimento diplomatico da parte di 24 paesi ed esercitando di fatto una sovranità autonoma dal punto di vista politico internazionale, economico e militare sul territorio e sulle acque circostanti l’isola di Formosa. Il governo di Pechino ha sempre rifiutato qualunque riconoscimento ufficiale di tali rivendicazioni di indipendenza politica, e si riferisce ufficialmente all’isola di Formosa come se essa fosse una provincia sottoposta alla propria sovranità. La leadership politica comunista cinese ha a più riprese auspicato una risoluzione della controversia con Taiwan sul modello di quanto avvenuto con Hong Kong e con Macao.

   Altri (l’Europa) stanno dicendo (solo a parole) che bisogna intervenire in un processo di sviluppo africano che possa creare lavoro, dare possibilità che il Sud del mondo “si fermi” e non emigri tutto verso Nord. Una condizione che la Cina ha fatto partire in Africa… (pur con tutti i limiti, ribadiamo).
La presenza cinese poi nelle nostre realtà locali ha pure dato una scossa, ha posto la questione del lavoro imbalsamato in questi anni…. Insomma la presenza cinese porta a rapportarsi in modo nuovo sui territori a “darsi una mossa”…. Pur che anche i cinese dovranno di più rispettare le “nostre” regole e le normative sul lavoro, sulla tutela della salute, sull’economia…
E la interessante proposta (che si sta realizzando con grandi investimenti) “VIA DELLA SETA”, messa in piedi dal presidente Xi Jinping, non fa che confermare che con la Cina dobbiamo tornare ad essere aperti a nuove innovazioni, competitivi ma saper dialogare con essa, e ritrovare uno spirito di ricerca e lavoro che è in declino nelle nostre società europee in questi anni…
Interessarsi della Cina, interloquire con essa, conoscerla di più, può essere anche un modo di chiedere ragione di quel che accade di poco (per niente) democratico (di tutela dei diritti umani) nei confronti di dissidenti dentro a quel Paese. (s.m.)

La CITTÀ PROIBITA fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing. Esso si trova nel centro di PECHINo, la capitale cinese. Per quasi 500 anni, ha servito come abitazione degli imperatori e delle loro famiglie, così come centro cerimoniale e politico del governo cinese. Costruita tra il 1406 e il 1420, il complesso è composto di 980 edifici divisi in 8.707 camere[1] e copre 720.000 m² che ne fa “il più grande palazzo del mondo”. Il complesso del palazzo esemplifica la sontuosa architettura tradizionale cinese[2], ed ha influenzato gli sviluppi culturali e architettonici dell’Asia orientale. Nel 1987 la Città Proibita è stata inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, che la riconosce come la più grande collezione di antiche strutture in legno che si sia conservato fino ai giorni nostri. Dal 1925, la Città Proibita è diventata un museo, la cui vasta collezione di opere d’arte e manufatti è stata realizzata grazie alle collezioni imperiali delle dinastie Ming e Qing. (da Wikipedia)

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NON POSSIAMO PERMETTERCI DI ESSERE IGNORANTI SULLA CINA

di Kerry Brown, da “il Fatto Quotidiano” del 3/9/2018
– Fenomeni come la Brexit dimostrano un desiderio di semplificare il mondo, di chiuderci nelle nostre comunità nazionali. E se è difficile interagire con Bruxelles, figuriamoci con Pechino. Ma così diventiamo irrilevanti –
Mi sono occupato per molti anni di rapporti con la Cina, per conto della Gran Bretagna, come accademico, uomo d’affari e diplomatico. E mi sono sempre fatto la stessa domanda: cosa vuole la Cina da noi? Cosa pensano i cinesi?Che visione hanno del ruolo della Gran Bretagna nel loro mondo? Lo stesso tipo di dibattito si sviluppa in altri Paesi: in Europa, Asia e Nord America bisogna rispondere a questi quesiti per affrontare l’ascesa prima economica e ora geopolitica della Cina.
Parte della complessità di confrontarsi con queste nuove potenze è la confusione su che cosa sia esattamente la Cina – una tradizionale potenza asiatica confuciana, una minaccia geopolitica di marca marxista-leninista, uno Stato che subisce le regole della globalizzazione o uno che le detta?
Le stesse domande che oggi molti si fanno a proposito degli Stati Uniti sotto Donald Trump, con tutte le loro fratture interne. E sono dubbi che riguardano anche altri Paesi d’Europa. Nel caso della Gran Bretagna, con la Brexit, si è capito che gli inglesi non hanno le idee chiare neppure su chi siano e che ruolo debbano avere loro stessi. La spaccatura tra la parte più isolazionista e tradizionalista della società (di solito anche quella più rurale e anziana) e il resto è diventata all’improvviso evidente a tutti.
In questo contesto il rapporto con la Cina finisce per diventare un sottoinsieme delle questioni identitarie interne. La differenza nella visione del mondo e nei valori politici e culturali della Cina, che mai come ora possono influire anche sulle nostre vite, ci costringono a chiederci non soltanto chi sono loro, ma anche chi siamo noi.
Dopo aver avuto a che fare con la Cina per 25 anni ho imparato alcune cose. Negli ultimi decenni i cinesi sono stati isolati, ai margini dell’economia mondiale, cercando disperatamente di recuperare terreno. Come in tutte le relazioni asimmetriche, sentendosi più deboli degli altri hanno sempre cercato di sapere il più possibile di un mondo che invece di loro si curava poco.
Questo non significa che la maggioranza dei cinesi sia esperta di Gran Bretagna, America o Australia, ma hanno sempre coltivato una certa curiosità e un livello di conoscenza di base, in molti casi anche della lingua, che semplicemente non è reciproco. Ci sono 200 milioni di cinesi che studiano inglese e soltanto 3000 inglesi che studiano cinese. Anche considerando le percentuali della popolazione il confronto è impietoso.
Ci sono gruppi di occidentali – nel governo, nell’impresa, nella società civile – che hanno bisogno di informarsi sulla Cina e hanno maturato una eccellente competenza. Ma a parte loro c’è ben poco e il dibattito specialistico e accademico sulla Cina scoraggia tutti i non iniziati. Ma questi sono problemi superficiali che possono essere risolti in tempi ridotti con l’istruzione.
La vera questione è stabilire quale ruolo vogliamo che abbia la Cina nelle nostre vite. Fenomeni come la Brexit dimostrano un diffuso desiderio di semplificare il mondo, di ritirarsi all’interno delle barriere, di un senso condiviso di identità nazionale. In molti hanno difficoltà a confrontarsi con l’Unione europea, percepita come distante e poco comprensibile, figuriamoci quanto può essere difficile immaginare un modo di convivere con una potenza come la Cina che emerge da un passato e da una storia così radicalmente distante.
La conclusione a cui sono giunto è che la questione davvero preoccupante è che abbiamo scelto l’indifferenza verso la Cina come opzione di default. Non pensiamo che meriti abbastanza attenzione: è troppo remota, strana, indecifrabile, anche se i suoi studenti riempiono le nostre università e i suoi prodotti i nostri negozi, i suoi turisti i nostri aeroporti. Gli inglesi, e gli altri europei, sono a loro agio soltanto con una Cina quasi invisibile, ed è così che la vogliono.
Curare questo approccio mentale non è facile perché non implica soltanto più studio, ma un completo cambio di prospettiva e rimettere in discussione la nostra stessa identità. L’idea che l’Europa rappresenti valori assoluti di libertà, pragmatismo e virtù democratica mentre la Cina si muove su un piano morale inferiore è il grande non-detto nel nostro atteggiamento verso la Cina. E affrontare questo punto ci costringe a fare qualcosa che finora siamo sempre riusciti a evitare: ridimensionare i nostri valori e la nostra percezione di noi stessi.
C’è un detto apocrifo attribuito a Confucio: l’apprendimento è efficace in tre modi, imitando qualcuno individuato come modello, e questo è molto più efficace; attraverso la lettura, che è il modo più superficiale; oppure con l’esperienza, che è il più duro. L’esperienza sarà la via attraverso la quale la Gran Bretagna dovrà definire un nuovo rapporto con la Cina dopo la Brexit. E il resto del mondo starà ad osservare come andrà. Può trasformarsi in una faticosa ma istruttiva lezione per tutti gli altri. Per capire che per conoscere davvero gli altri, è meglio prima conoscere se stessi per evitare che siano gli altri a insegnarci chi siamo davvero. (Kerry Brown)

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LA RESA DELL’AMERICA

LE MANI DI PECHINO SULL’OCEANO PACIFICO

di Paolo Mastrolilli, da “La Stampa” del 22/9/2018
– Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin al summit economico di Vladivostok. Le isole artificiali costruite dalla Cina negli atolli del Mar Meridionale Cinese –
   PECHINO HA ORMAI PRESO IL CONTROLLO DEL MAR CINESE MERIDIONALE. Se si esclude l’ipotesi di una guerra diretta contro gli Usa, in tutti gli altri scenari i suoi militari avrebbero la meglio. Questo avvertimento lo aveva lanciato nel maggio scorso l’ammiraglio americano Philip Davidson, durante le audizioni tenute al Congresso prima di assumere la guida dell’Indo-Pacific Command, e forse spiega meglio di ogni altra analisi la gravità della sfida in corso in quella regione, e nel mondo. UN DOMINO CHE VEDE LA CINA MINACCIARE LA SUPREMAZIA COSTRUITA DAGLI USA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE, CON L’AIUTO DESTABILIZZANTE DELLA RUSSIA.
Il presidente Trump finora ha concentrato l’attenzione sui rapporti commerciali con Pechino, un po’ perché sono oggettivamente sbilanciati, un po’ perché l’aggressività economica della Repubblica popolare è strategica, un po’ perché i deficit commerciali sono la sua ossessione, e un po’ perché ciò lo aiuta a conquistare voti tra i colletti blu degli stati americani più penalizzati dalla globalizzazione.

   In questo contesto ha abbandonato il trattato commerciale TPP, che forse sarà stata una buona notizia per la sua base, ma ha indebolito la percezione degli Usa fra i tradizionali alleati del Pacifico e ha aperto spazi proprio per il rivale Xi. La sfida però è assai più ampia di così, come dimostrano le franche parole di Davidson.
Il «New York Times» nei giorni scorsi ha volato su un Poseidon che pattuglia il Mar Cinese Meridionale, e ha sperimentato l’aggressività di Pechino. Appena l’aereo si è avvicinato al Mischief Reef, un piccolo atollo, dalla radio è arrivato l’avvertimento dei militari della Repubblica popolare: «Avete violato la sovranità cinese, la nostra sicurezza e i nostri diritti. Dovete andare via immediatamente e restare lontani». Il Poseidon ha proseguito la sua missione, perché in realtà si trovava nello spazio aereo internazionale, e il Michief Reef è più vicino alle Filippine che al territorio di Pechino. Questo episodio però dimostra la pericolosità della sfida.

   La Cina ha completato la militarizzazione di sette isole nell’ARCIPELAGO DELLE SPRATLY, creando atolli dal nulla per trasformarli in basi. Così si è messa in condizione di minacciare direttamente Manila. Gli altri paesi che hanno pretese territoriali nella regione, cioè Filippine, Vietnam, Taiwan, Malaysia e Brunei, non sono abbastanza forti per resistere, e quindi gli americani continuano le missioni aeree e navali per mostrare la loro presenza e affermare il principio della libertà di navigazione. L’ammiraglio Davidson però ha ammesso che gli Usa potrebbero sconfiggere la Repubblica popolare se nel Mar Cinese Meridionale scoppiasse una guerra, ma in tutti gli altri scenari Pechino ha ormai il controllo. Se aggredisse i vicini ci sarebbe poco da fare, a meno di scatenare un confitto diretto.
LA SFIDA PERÒ È GLOBALE. Washington ha appena imposto sanzioni ai militari della Repubblica popolare, perché hanno acquistato 10 caccia russi Sukhoi Su-35 e diversi missili S-400, violando le misure adottate contro Mosca dopo l’invasione della Crimea. XI PERÒ È SCHIERATO CON PUTIN SU QUESTO PUNTO, per evitare ingerenze nei propri confini, e quindi sfida Trump perché gli servono le armi, e perché vuole contestare l’ordine internazionale promosso dagli Usa.

   QUESTE DIVERGENZE HANNO DIMENSIONI POLITICHE E PRATICHE, come dimostra il fatto che i militari cinesi hanno partecipato con i colleghi russi alle GRANDI MANOVRE VOSTOK appena condotte in Siberia, mentre gli americani li hanno “disinvitati” dalla loro esercitazione “RIM OF THE PACIFIC”. Un quadro in cui i inserisce anche la questione nordcoreana, dove Trump spera di ottenere un successo che allontani Pyongyang da Pechino, mentre Xi potrebbe avere interesse a deragliare il dialogo, se andasse contro le sue ambizioni geopolitiche.
LA SFIDA CINESE DUNQUE SI GIOCA SU ALMENO TRE FRONTI. Quello POLITICO, che passa anche per l’intesa con la Russia; quello ECONOMICO, che punta ad imporre la sua supremazia in Asia, ma pure ad espandersi in Africa e verso l’Europa, attraverso il piano Belt and Road; e quello STRATEGICO, mostrando i muscoli soprattutto nell’area del Pacifico. La risposta dovrebbe venire da Usa, Giappone e alleati occidentali, se saranno capaci di elaborare una strategia comune. (Paolo Mastrolilli)

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LA «NUOVA ERA» DELLA CINA PUNTA AL NOSTRO IMMAGINARIO

di Simone Pieranni, da “il Manifesto” del 30/5/2018
– Cina. Investimenti e «progetti pilota» stanno radicalmente cambiando la società cinese. E se la science fiction locale interpreta le mutazioni antropologiche, nella vita vera aumenta il rischio di «digital divide» –
C’è un tema specifico, dirimente per il nostro futuro, che ha a che fare con la società della conoscenza, l’evoluzione tecnologica, il lavoro in una nuova epoca di automazione e conflitti globali. C’è poi un piano puramente immaginifico che la Cina – apparentemente così diversa e distante per i nostri occhi occidentali – sta scavando da tempo e con costanza.
In modo silenzioso, impercettibile, il modello cinese, un’economia pianificata ma inserita in un contesto globale e guidato da un partito unico, è apprezzato. Basti pensare alle sue declinazioni – politicamente parlando – con paesi più vicini alla nostra cultura, che pur mantenendo un’attrezzatura «democratica» fanno delle elezioni e del bilanciamento dei poteri degli obblighi necessari, ma risolti con estrema determinazione: si tratta di quelle che vengono chiamate le «democrazie illiberali».
Pechino nel corso dei tempi, e complice l’ascesa del confusionario Trump, ha guadagnato terreno proprio nella nostra immagine: ne tolleriamo ormai le storture, sottolineandone però i pregi, la lungimiranza. Ora immaginiamo che questo paese, la Cina, diventi anche leader nello sviluppo di quella scienza che avvicina le macchine all’uomo; e che questa scienza vada a sommarsi con un’altra, l’analisi millimetrica dei dati, il loro incorporamento in un unico gigantesco database.
Se fosse possibile, potremmo avere delle telecamere talmente precise e sofisticate, in grado di riconoscere dal volto ogni persona e agganciarci ogni tipo di dato possa essere utile. In quel modo potremmo trovarci davanti a un sistema che potrebbe essere usato dalla polizia per «predire» dei crimini. Tutto questo è già ampiamente nel nostro immaginario, letterario e cinematografico.
In Cina, però, tutto questo esiste realmente, è già quotidianità per i suoi cittadini. I modelli predittivi sono già usati dalla polizia della regione cinese del Xinjiang, così come le prove fornite dall’Intelligenza artificiale sono già da considerarsi valide in alcuni palazzi di giustizia cinese.
Si dice che in Cina, lo ricorda Mei Fong, premio Pulitzer del 2007 e autrice di «Figlio Unico» (Carbonio editore), ogni vita valga come quella dei cani: un anno significa sette anni; questo perché i cambiamenti e le evoluzioni cinesi sono rapidissime, fenomeni capaci di sradicare precedenti eventi come niente fosse.
In poco più di 40 anni – dalle Riforme a oggi – il paese ha sollevato dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuto a ritmi vertiginosi, perfino al 14 per cento a metà degli anni Zero. Fino al 2008 la Cina era considerata quasi esclusivamente per le sue caratteristiche di «fabbrica del mondo» grazie alla sua economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni. Nel 2008, dunque, un’altra incredibile svolta: la crisi occidentale comportò la diminuzione degli ordini e così Pechino si vide costretta a mutare il proprio modello, spingendo tutto sulla qualità e sulla creazione di un vasto mercato interno.
Nel frattempo la Cina cambia ancora: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una maggioranza di popolazione urbana; la trasformazione era compiuta. Nel 2012 diventa segretario del Partito comunista Xi Jinping, nel 2013 è nominato presidente della Repubblica popolare. La Cina imprima una nuova svolta: viene lanciato il progetto «Made in China 2025» un nuovo piano industriale che punta tutto su Big Data, Intelligenza artificiale, robotica e in generale sugli investimenti nelle nuove tecnologie.
Pur nelle sue contraddizioni, la Cina si proietta nel futuro con l’intenzione di diventare la numero uno al mondo per quanto riguarda proprio l’Intelligenza artificiale. E con questa mossa, forse senza neanche pensarci, finisce per essere «interessante» o vicina, davvero, anche ai nostri occhi.
Nello specifico, esistono vari documenti che «sistematizzano» questa volontà di Pechino: IL PRIMO DOCUMENTO nel quale si fa un esplicito riferimento all’Intelligenza artificiale è il «TREDICESIMO PIANO QUINQUENNALE PER LO SVILUPPO STRATEGICO INDUSTRIALE CINESE». In esso si chiarisce che tra i 69 impegni principali del periodo tra il 2016 e il 2020 un ruolo rilevante sarà dato proprio all’Intelligenza artificiale.
C’è UN SECONDO PUNTO FERMO, chiamato «INTERNET PLUS», una specie di piano triennale – che dovrebbe vedere la propria realizzazione finale proprio nel 2018: si tratta di un trattato specifico sull’Intelligenza artificiale: lo scopo è potenziare l’industria dell’Intelligenza artificiale in un motore capace di produrre centinaia di miliardi di yuan. Lo scopo del piano è portare la Cina a diventare una potenza digitale.
IL TERZO DOCUMENTO È IL PIANO PER LO SVILUPPO DELL’INDUSTRIA ROBOTICA (2016-2020). In questo caso siamo di fronte a obiettivi ben precisi: lo scopo è creare entro il 2020 un sistema in grado di produrre 100mila robot industriali all’anno, portando la Cina al primato mondiale nel settore.
IL QUARTO DOCUMENTO si chiama proprio Intelligenza artificiale 2.0 ed è affiancato da un quinto piano dal titolo Sviluppo di una nuova generazione di industrie per l’intelligenza artificiale. Naturalmente la Cina prevede parecchi investimenti e ritorni in piani economici che ad ora arrivano fino al 2030. LO SCOPO FINALE – NATURALMENTE – È SUPERARE GLI STATI UNITI.
Il peso della Cina in questo mondo comincia a farsi sentire, oggi è il secondo investitore al mondo nel settore, dopo gli Usa. A Washington lo sanno bene: l’Association for the Advancement of Artificial Intelligence, associazione americana, per fare un esempio, l’anno scorso ha rinviato il proprio meeting mondiale, perché cadeva negli stessi giorni del capodanno cinese. Gli organizzatori non volevano rischiare: cambiarono data per avere tra i relatori proprio i cinesi.
Gli Usa rimangono ancora al primo posto in termini di investimenti e ritorno economico dei progetti legati all’Intelligenza artificiale, ma Pechino sta freneticamente correndo contro il tempo e non senza risultati. Nel marzo del 2017 la dirigenza del paese ha rilasciato un «piano per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale» a seguito di una Assemblea nazionale che ha visto raccogliere la sfida anche dal premier Li Keqiang.
Dal fondatore di Baidu, il più importante motore di ricerca cinese, fino al proprietario di Xiaomi, per arrivare al fondatore di Geely Automobile che ha rilevato la Volvo: si tratta di persone che hanno partecipato anche alle «due sessioni» a Pechino, l’appuntamento legislativo annuale del gigante asiatico. In quella sede istituzionale hanno provato a spingere sull’acceleratore, perché possano arrivare e al più presto fondi per la ricerca e l’applicazione di modelli di intelligenza artificiale.
Come sostenuto da Lei, membro dell’Assemblea nazionale, al quotidiano di Hong Kong South China Morning Post «al contrario di altre rivoluzioni tecnologiche quella relativa all’intelligenza artificiale può davvero traghettare la Cina alla leadership nel mondo della tecnologia». Da segnalare poi che non pochi accenni sono stati fatti riguardo l’impatto che la «AI» potrà avere sui sistemi di sicurezza locali e nazionali; una sottolineatura particolarmente gradita alla leadership cinese, tenendo conto che gli Usa si sono già mossi per evitare investimenti di Pechino in materia di sicurezza nella Silicon Valley.
Dopo l’approvazione di tutti gli spunti relativi all’importanza della «AI», specie grazie alla mole di Big Data che le aziende cinesi collezionano attraverso le proprie attività «consumer», sono arrivati anche i soldi.
Solo l’anno scorso la Cina avrebbe fomentato la ricerca con almeno 2,6 miliardi di dollari. Ma non è sufficiente, perché gli Usa ne avrebbero investito ben 17. Secondo una ricerca Pwc, entro il 2030 lo sviluppo dell’«AI» potrebbe incidere in modo significativo sul prodotto interno lordo del paese, grazie all’incremento della produttività, con la robotica, e all’aumento dei consumi.
Date queste premesse, e in attesa dei primi progetti cinesi capaci di costituire una vera e propria novità capace di uccidere momentaneamente il mercato, il mondo del lavoro e quello della finanza (in Cina come spesso accade di fronte a investimenti rilevanti da parte dello Stato si parla già di «bolla») sono già intaccati da questa «rivoluzione».
L’uso di robot e di sistemi automatizzati sta già permettendo a molte fabbriche di sostituire i lavoratori, o almeno una parte di essi, risparmiando in costi e problematiche di natura umana (in alcune zone oggi un operaio cinese guadagna quanto un operaio in Brasile) e aumentando la produttività. E proprio in relazione al mondo del lavoro, alcuni proprietari di aziende che si sono convertiti alla robotica, spiegano la decisione adducendo l’ampio turn over dei lavoratori cinesi.
Si tratta di un caso classico: in Cina i lavoratori che operano nell’ambito delle mansioni più modeste hanno – giustamente – poca fedeltà: sono sempre alla ricerca di più soldi e migliori condizioni (soprattutto per quanto riguarda straordinari, malattie e infortuni). Ma dato che il costo del lavoro in Cina è ormai molto più alto rispetto ai tempi della «fabbrica del mondo», i padroni, lo stato o i privati, sono passati alle contromisure. In alcune aziende i robot sono già utilizzati nello smistamento di materiali all’interno di magazzini. Come si ebbe a dire quando Foxconn annunciò l’acquisto di un milione di robot (settore nel quale la Cina è ormai grande produttore) «i robot, al contrario dei lavoratori, non protestano e non si ammalano».
A COSA PORTERÀ QUESTA SPINTA GOVERNATIVA? Secondo alcuni osservatori a nuove e inquietanti diseguaglianze nella società cinese. IL DIGITAL DIVIDE sarà ancora più grande e COMPORTERÀ UNA NUOVA DIVISIONE IN SENO ALLA SOCIETÀ.
Allo stesso tempo, però, tutto questo muterà per sempre il paese, avvicinandolo al nostro immaginario. È diventata nota la somiglianza del sistema cinese dei «crediti sociali» – idea che mette insieme AI, Big data, sorveglianza, controlli fiscali e giudiziari – con la puntata di Black Mirror, la popolare serie distopica prodotta da Netflix e intitolata «Nosedive». In quell’episodio il «punteggio sociale» di una persona, dato dall’interazione «social», determina il destino economico, lavorativo dei cittadini.
In Cina stanno pensando a qualcosa di simile: allora a questo punto è giusto porsi una domanda dirimente. Se tutta questa ricchezza di dati che può arrivare dall’Intelligenza artificiale è in mano a uno stato autoritario, o simil tale, anziché ai privati, quanto l’avanzamento delle tecnologie sarà spinto dalla volontà di migliorare le condizioni di vita della popolazione e quanto invece sarà determinato dalla volontà di controllarlo?
Si tratta di una domanda che non va rivolta solo a Pechino, naturalmente; ma il tipo di società, quella cinese, nella quale si iscrivono queste «novità», costituisce una valida cartina di tornasole.
I cinesi dal canto loro sembrano osservare con attenzione quanto succede. Ci sono anche alcuni segnali importanti: esiste al momento in Cina una «new wave» di giovani scrittori di fantascienza il cui fulcro poetico è proprio l’indagine dell’impatto dell’AI e del modo di gestirla da parte del governo cinese, sulla popolazione. Non si tratta sempre di distopie: in alcuni casi la società prospettata da questi scrittori piega le tecnologie e i meccanismi di controllo sociale a un miglioramento delle condizioni di vista (come nel caso di un racconto nel quale si prevede l’esistenza di «robot confuciani» capaci di regalare una seconda vita alle persone anziane del continente cinese).
Naturalmente esistono esempi reali che ci raccontano un’altra storia: se la Cina è uno Stato dove la governance è sempre più associata al controllo sociale, a Pechino hanno pensato che – tutto sommato – al controllo sociale si possa venire «educati». Pechino spiegherà al mondo che l’obiettivo di certe «sperimentazioni» nulla è se non il miglioramento delle condizioni di vita.
Sappiamo bene, però, che questi strumenti sono ambiti (e lo sono anche in Occidente di sicuro) proprio perché consentono un controllo sempre più sofisticato dei comportamenti attuali; e con elaborate e sofisticate tecniche si può anche arrivare ad analisi predittive: avere una camera puntata per tutto il tempo passato – ad esempio – a scuola abituerà i cinesi a vivere fin da piccoli sottoposti a un controllo e a un monitoraggio costante dei propri comportamenti. Si tratta di qualcosa che esiste già ad Hangzhou, in Cina. (Simone Pieranni)

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PARLIAMO CON LA CINA, SÌ. MA FORSE NON SIAMO PRONTI

di Maurizio Scarpari, da “il Corriere della Sera”, suppl LA LETTURA del 16/9/2018
– Xi Jinping è il primo leader di Pechino autenticamente globale e l’Occidente pare non rendersi conto appieno delle sfide che questo significa. Anche l’Italia, che pure si è dotata di una «task force» per le relazioni economiche, non sembra essere davvero attrezzata. E gli Istituti Confucio disseminati nelle università condizionano direttamente e indirettamente la nostra capacità di critica –
Al Festival della politica che si è svolto a Mestre dal 6 al 9 settembre scorsi, di Cina non si è praticamente parlato. Eppure confrontarsi con la politica estera cinese rappresenta una necessità inderogabile, visto che l’intraprendenza del Paese asiatico sta modificando gli assetti economici e geopolitici del pianeta.
La Cina di Xi Jinping non è più solo la «fabbrica del mondo»; i suoi progetti rivelano ambizioni nuove, perseguite con concretezza e determinazione. Temo che la sottovalutazione del fenomeno faccia parte di un atteggiamento diffuso.
Due sono a mio avviso i periodi destinati a caratterizzare l’inizio del nuovo millennio: il biennio 2012-2013 che ha decretato in Cina l’ascesa di Xi Jinping, e il biennio 2016-2017 che ha visto l’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump. Se il primo leader è arrivato ai vertici del potere istituzionale nel segno della continuità, il secondo ha vinto le elezioni come uomo di rottura. I due presidenti sono portatori di visioni contrapposte, che mirano però allo stesso obiettivo: porre o mantenere il proprio Paese al centro del mondo.
Nel novembre 2012, appena nominato segretario del Partito comunista, Xi Jinping ha decretato l’archiviazione del «periodo dell’umiliazione nazionale», affermando con orgoglio l’avvenuta «rinascita della nazione».
Sul piano culturale ha pienamente riabilitato gli ideali e i principi che hanno plasmato nei secoli l’identità dei cinesi, rifiutando come inadeguati i cosiddetti «valori occidentali». Sul piano politico ha rivendicato per la Cina un ruolo centrale sullo scacchiere internazionale, in continuità con la grandezza di quell’impero che era stato a lungo la parte più evoluta e ricca del mondo, ben prima che le potenze occidentali imponessero con la forza delle armi la loro egemonia.
Il progetto di trasformazione industriale Made in China 2025, e il programma di espansione economica e commerciale BELT AND ROAD INITIATIVE, o NUOVA VIA DELLA SETA, sono destinati a realizzare le ambizioni di Xi e sono molto di più di quello che la dirigenza cinese vorrebbe far credere: il primo mira a far diventare la Cina la nazione tecnologicamente più avanzata al mondo, il secondo a creare una rete infrastrutturale capillare che colleghi la Cina non solo con i Paesi situati lungo le tradizionali rotte commerciali euroasiatiche di terra e di mare, ma con il mondo intero.
Xi Jinping è il primo presidente cinese con una visione autenticamente globale, finalizzata alla «costruzione di un destino comune per l’intera umanità», per realizzare la quale ha messo in campo risorse finanziarie e umane immense. Attrae i suoi interlocutori per le indubbie opportunità economiche offerte, e al tempo stesso li spaventa per la difficoltà di prevedere le implicazioni politiche, finanziarie e ideologiche.
Benché sia ancora notevole la distanza che separa la Cina dagli Stati Uniti, la politica AMERICA FIRST nasce anche come risposta alle ambizioni egemoniche cinesi. Gli atteggiamenti di Trump risentono di questa preoccupazione, il confronto con l’emergente potenza del Paese asiatico è per lui una partita a due da giocare su più tavoli.
Pur di contrastare l’avanzata della Cina e rafforzare la posizione degli Stati Uniti, Trump impone con arroganza le proprie condizioni ai suoi interlocutori, fossero anche i governi dei Paesi alleati, non esitando a ignorare ogni prassi diplomatica e a rompere alleanze consolidate, rimettendo in discussione gran parte delle convenzioni e degli accordi multilaterali, nonché il prestigio di organismi internazionali in gran parte voluti dai suoi predecessori, sui quali ha poggiato per decenni il dominio dell’Occidente. Le sue strategie mirano a ottenere vantaggi immediati per incrementare la sua base elettorale, ma nel lungo periodo recheranno danno a tutti, Stati Uniti compresi, a detta dei 1.100 economisti, tra cui 14 premi Nobel, che gli hanno chiesto di non ostinarsi a voler imporre i dazi.
In questa situazione, la RUSSIA cerca di mantenere un suo spazio autonomo e di reagire per contrastare l’isolamento in cui la si vuole relegare, rivendicando il ruolo di superpotenza; l’UNIONE EUROPEA stenta a trovare la collocazione politica che le spetterebbe, sempre più divisa com’è al suo interno ed esposta a rischi d’implosione tutt’altro che trascurabili; il SUDAMERICA sembra abbandonato al suo destino; il MEDIO ORIENTE e buona parte dell’AFRICA continuano a essere terreno di conquista sul quale si misurano diversi modelli di governance.
E l’Italia? Nonostante i rapporti commerciali con la Cina siano in crescita, l’Italia resta ai margini, basti pensare che la Svizzera esporta nel Paese asiatico più del doppio di noi e la Germania cinque volte di più. In cerca di un difficile equilibrio tra l’America di Trump, che ha accolto il premier Giuseppe Conte con paternalistico entusiasmo, e la Cina di Xi Jinping, visitata quasi contemporaneamente da due missioni governative, la prima più istituzionale guidata dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, la seconda con a capo il sottosegretario Michele Geraci, l’Italia ha un ruolo marginale e la sua capacità di attrarre investimenti stranieri rimane modesta.
La creazione al dicastero dello Sviluppo economico (Mise) di una Task Force Cina, voluta dal ministro Luigi Di Maio e guidata da Geraci, appare come la condizione essenziale per impostare le relazioni economiche, commerciali e culturali tra i due Paesi. Più che una task force, «unità operativa», sarebbe stato però opportuno creare un think tank, «serbatoio di pensiero», chiamando a raccolta i maggiori esperti e non, com’è stato fatto, invitando chiunque a farsi avanti. Saranno centinaia le persone che si sono proposte: qual è la loro preparazione e competenza? Come verranno selezionate? Secondo un comunicato del Mise la task force avrebbe già ottenuto importanti risultati in Cina, ancor prima di diventare operativa, a riprova di «come l’approccio sistemico porti a risultati concreti»!
È difficile capire quanto di concreto e sostanziale ci sia dietro tali dichiarazioni. Destano perplessità le tesi proposte da Geraci in alcuni suoi scritti: il governo viene esortato a trarre ispirazione da una Cina descritta come una realtà idealizzata, priva di contraddizioni, non tenendo conto delle profonde diversità che rendono inapplicabili nel nostro Paese i modelli culturali e di governance cinesi. Queste tesi hanno provocato la reazione di un gruppo di giovani studiosi della società e della politica cinese contemporanea operanti in 23 università, 18 delle quali estere, che hanno criticato le posizioni del sottosegretario ritenendole pericolose «perché prendono a modello un sistema autoritario, ma soprattutto per il sistema di valori che sottendono».
Ciò che sembra mancare è una riflessione a monte, approfondita e condivisa, che metta a fuoco il tipo di sviluppo auspicabile per il nostro Paese e che valuti lo spazio da riservare agli interlocutori cinesi, nella consapevolezza che essi sono negoziatori abili ed esigenti, che non regalano niente a nessuno e che, mossi da valori e obiettivi non sempre condivisibili, hanno grande capacità di penetrazione e tendono a influenzare ideologicamente e politicamente i propri partner.
Prova ne sono gli Istituti Confucio disseminati nelle università di mezzo mondo, presenti anche in Italia, che condizionano, direttamente e indirettamente, le libertà di opinione e di azione all’interno degli atenei ospitanti. Fa riflettere anche la posizione della Grecia, aiutata da consistenti investimenti cinesi in un momento di particolare debolezza economica, che nel giugno 2017 ha posto il veto a una dichiarazione dell’Unione Europea all’Onu che muoveva critiche alla Cina sul delicato tema del rispetto dei diritti umani. (Maurizio Scarpari)

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LA VIA DELLA SETA AL TEMPO DELLA GUERRA DEI DAZI

da “il Sole 24ore” del 22/7/2018
– Prospettive e opportunità per l’Italia –
scritto da Econopoly il 22 Luglio 2018
– un post di MARIO ANGIOLILLO, direttore dell’Osservatorio Relazioni EU-UK-USA di The Smart Institute. Esperto di tematiche geopolitiche e di relazioni internazionali, svolge attività di advisory per diverse società con particolare riferimento agli impatti e alle opportunità offerte da Brexit –
Uno dei temi al centro del dialogo Cina-Europa è l’analisi dello stato dell’arte e delle prospettive future, nel difficile contesto attuale, del progetto denominato BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI), o NUOVA VIA DELLA SETA, che si propone l’obiettivo di semplificare e moltiplicare l’entità degli scambi commerciali e delle interazioni economiche tra Oriente e Occidente, tra la e Cina e le principali economie mondiali.
In questo contesto l’Italia, sin dall’inizio tassello essenziale del progetto in Europa, trova ulteriore centralità da quando negli scorsi giorni la Xinhua Silk Road, piattaforma multimediale di informazioni economiche ufficialmente al servizio del progetto BRI, ha comunicato di avere pronto il lancio della versione in italiano della piattaforma, finora operativa solo in lingua cinese e inglese.
IL PROGETTO BRI
Il progetto denominato BELT AND ROAD INITIATIVE lanciato dal presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping nel 2013 è quello di creare un grande spazio economico eurasiatico, creando un ponte integrato tra Oriente e Occidente, sviluppando la connettività tra la Cina e almeno altri 80 Paesi, per agevolare la circolazione di merci, tecnologie, energia, cultura, con l’intento di incentivare una sempre più intensa collaborazione economica, commerciale e diplomatica tra i Paesi toccati dalla nuova Via della Seta.
La grande opera di connettività infrastrutturale prevede di integrare l’Asia e l’Europa via terra e via mare attraverso due direttrici principali, sulla falsariga dell’antica Via della Seta.
LA DIRETTRICE TERRESTRE, SILK ROAD ECONOMIC BELT, collegherà i centri produttivi della Cina meridionale all’Europa tramite ferrovia attraverso l’Asia Centrale, e alla Russia alla Turchia e all’India attraverso il Sud-Est Asiatico. E verrà realizzata attraverso la creazione di quattro corridoi integrati:
* il NUOVO PONTE EURASIATICO (New Eurasian Land Bridge), che collegherà la provincia cinese dello Jangsu a Rotterdam attraverso una ferrovia internazionale;
* il CORRIDOIO CINA – MONGOLIA – RUSSIA da realizzare attraverso l’integrazione di ferrovie e autostrade;
* un COLLEGAMENTO CINA – ASIA CENTRALE – ASIA OCCIDENTALE che partirà dalla provincia cinese dello Xinjang per giungere fino alle coste del Mediterraneo e alla penisola arabica;
* il CORRIDOIO CINA – PENISOLA INDOCINESE che unirà il Paese a Singapore;
LA DIRETTRICE MARITTIMA, MARITIME SILK ROAD, permetterà invece alle merci cinesi di raggiungere il Mediterraneo attraverso Suez e il resto dell’Asia tramite il Mar Cinese meridionale.
In aggiunta alle due vie, marittima e terrestre, si dovrebbe sviluppare una VIA DELLA SETA POLARE attraverso l’Artico con un passaggio dalla Russia e uno dal Canada. Ma il progetto BRI non prevede soltanto un’opera di integrazione infrastrutturale, ma si propone di garantire anche un’azione di integrazione culturale e diplomatica tra i Paesi coinvolti attraverso partnership culturali, scambi informativi, attività diplomatiche.
L’ENTITÀ DEGLI INVESTIMENTI, LA TASK FORCE FINANZIARIA, E GLI SCAMBI COMMERCIALI
L’entità degli investimenti previsti è sontuosa e prevede una serie di iniziative secondo lo schema della partnership pubblico-privato tra soggetti internazionali. Il governo cinese investirà ingenti risorse ma all’interno dei singoli progetti sono previsti anche investimenti pubblici da parte dei Paesi toccati dalla BRI e da parte di soggetti privati. Il tutto, e questo è oggi un punto delicato su cui c’è grande attenzione, nel rispetto delle normative internazionali e delle normative del Paese in cui verrà eseguito l’investimento.
Al momento sono già stati siglati 103 memorandum di intesa tra 88 Paesi, con una previsione di almeno 1700 miliardi di dollari da investire nel complesso degli interventi programmati, come indicato dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino, ma che potrebbero diventare oltre 3000 miliardi di dollari secondo uno studio della British Chambers of Commerce. Già nel 2017 sono stati investiti circa 14 miliardi di dollari nei Paesi dell’area BRI, ad esempio con l’acquisizione del PIREO da parte di Cosco (China Ocean Shopping Company) e l’ampliamento del PORTO DI GWADAR IN PAKISTAN, ed è previsto nel prossimo quadriennio 2018-2020 un investimento da parte del solo Governo Cinese pari ad oltre 100 miliardi di dollari l’anno.
A fronte di tali investimenti nel solo 2017 è stato registrato, secondo fonti dell’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino, un incremento di quasi il 20% degli scambi commerciali tra i Paesi dell’Area BRI.
Del resto i rapporti commerciali tra la Cina e i principali mercati Occidentali è di primaria importanza. Nel solo anno 2016, secondo l’Observatory of Economics Complexity, l’entità degli scambi commerciali tra Cina e Paesi UE a 27 è stata pari a 436 miliardi di dollari, tra Cina e Regno Unito pari a 78 miliardi di dollari e tra Cina e U.S.A. pari a 558 miliardi.
Per supportare una così ingente quantità di investimenti è stata costituita dal Governo Cinese una adeguata Task Force finanziaria, con presenza di azionisti anche esteri, composta da ICBC (Industrial and Commercial Bank of China) che dispone al momento di un fondo dedicato ai progetti BRI per un ammontare pari a 460 miliardi di dollari, AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con un fondo di 100 miliardi di dollari e Silk Road Fund con una dotazione di 40 miliardi di dollari.
LE OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA. INVESTIMENTI E COMMERCIO
Una grande sfida per l’Italia si gioca sulla capacità di realizzare quelle infrastrutture di trasporto in grado di valorizzare la posizione del Paese al centro del Mediterraneo come porta di ingresso in Europa per le merci provenienti da Oriente attraverso il canale di Suez e per le merci che seguiranno il percorso inverso.
Una prima opportunità è pertanto rappresentata dallo SVILUPPO DEI PORTI ITALIANI, sia sul versante adriatico che su quello tirrenico. In quest’ottica Cosco (China Ocean Shopping Company) ha già iniziato ad investire acquisendo il 40% del porto di Vado Ligure e aumentando la presenza nel Porto di Venezia attraverso l’Ocean Alliance.
Proprio con questo obiettivo, per l’adeguamento dei porti dell’alto Adriatico, Venezia Trieste e Ravenna hanno aderito alla North Adriatic Port Association (Napa) con l’intento di creare degli Hub internazionali nell’Adriatico insieme ai porti di Capodistria in Slovenia e di Fiume in Croazia. Nei soli tre porti italiani si stima un investimento di oltre 2 miliardi di euro, con la partecipazione al consorzio Napa di ICBC (Industrial and Commercial Bank of China).
L’opera di infrastrutturazione italiana non riguarda solo i porti, ma anche le INFRASTRUTTURE FERROVIARIE E AUTOSTRADALI in grado di collegare i porti italiani al resto d’Europa, e gli aeroporti, con in particolare la strategia per fare di Malpensa il terminale di una delle direttrici aeree previste nel progetto BRI.
La centralità italiana, se supportata da un efficiente adeguamento infrastrutturale, potrebbe dare un nuovo lustro al commercio nazionale. Già oggi i Paesi dell’Area BRI acquistano circa il 27% dell’intero export italiano con una stima di crescita nei prossimi quattro anni pari ad oltre il 25%. Gli scambi commerciali con la sola Cina ammontano secondo l’Observatory of Economics Complexity, ad un importo annuo pari a 43 miliardi di dollari.
Per favorire le azioni legate alla presenza italiana nelle opere di infrastrutturazione legate al progetto BRI e per guidare i processi di crescita commerciale, è stata costituita una Task Force composta tra gli altri da Mise (Ministero per lo sviluppo economico), MeF, Istituto Commercio Estero, Cassa Depositi e Prestiti (CDP), SACE, Eni, Enel, Intesa Sanpaolo e Politecnico di Milano.
La task force si occuperà di individuare una short list di Stati toccati dal progetto BRI il cui contesto normativo favorisce la possibilità di finanziare e assicurare le iniziative economiche da parte di CDP e SACE e darà vita ad iniziative promozionali e diplomatiche per favorire le relazioni tra le aziende italiane e le aziende pubbliche e private presenti in questi Paesi e si occuperà di favorire la diffusione informativa dei bandi di gara promossi dalle banche di sviluppo per i progetto BRI.
Sempre in quest’ottica sarebbe, inoltre, opportuno favorire la nascita di Consorzi di eccellenza tra PMI italiane che singolarmente non avrebbero il dimensionamento adeguato a cogliere fino in fondo le opportunità offerte dal progetto BRI sia in termini di investimenti che partecipazione ai bandi di gara che di posizionamento sulle nuove rotte commerciali.
DIPLOMAZIA ED ECONOMIA
Il BRI non rappresenta soltanto una grande opportunità per lo sviluppo del commercio globale ma è anche una grande sfida dell’economia cinese alle principali economie occidentali. La presenza di ingenti capitali cinesi in tutti i progetti all’interno dell’area BRI e la presenza delle aziende cinesi all’interno dei Paesi toccati dal progetto creerebbe un’importante rendita di posizione economica e geopolitica che è uno degli obiettivi dell’iniziativa del Presidente Xi Jinping.
In una prima fase l’attenzione è stata rivolta principalmente al rispetto delle normative da parte dei soggetti coinvolti nei singoli progetti già avviati. È questo ad esempio il caso della linea ferroviaria Belgrado-Budapest il cui progetto è stato al momento interrotto a seguito dell’intervento dell’UE che ha ravvisato il sospetto di presunte irregolarità rispetto alle normative comunitarie.
Ma la necessità di porre in equilibrio gli interessi del commercio globale nel momento in cui il progetto BRI sta per entrare nel vivo è resa ancora più evidente dall’apertura della grave crisi commerciale sfociata nell’introduzione di dazi commerciali tra U.S.A. e Cina e U.S.A. e UE e in grado di rappresentare anche un forte freno al progetto BRI determinando una spinta contraria.
Sarà quindi essenziale ritrovare un equilibrio sui mercati commerciali internazionali, e a tal fine la ripresa del dialogo per la realizzazione della Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) potrebbe favorire una rinnovata integrazione economica e commerciale tra i tre blocchi atlantici, Unione Europea, U.S.A. e Regno Unito, considerato un blocco a se stante per effetto di Brexit, e favorire un’azione congiunta finalizzata alla riforma del WTO per garantire nuove regole e un nuovo equilibrio nel commercio mondiale e creare così le condizioni ideali anche per la prosecuzione del progetto BRI e per l’ottimizzazione dei risultati conseguibili. (MARIO ANGIOLILLO)

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Febbre gialla
LA DIFFICILE TRASFORMAZIONE INDUSTRIALE: FRENA L’ECONOMIA CINESE, INVESTIMENTI AI MINIMI
di Filippo Santelli, da “la Repubblica” del 15/9/2018
– Il dilemma di Xi Jinping: più debito pubblico o tensioni sociali? I dazi di Trump mettono a dura prova il governo di Pechino –
PECHINO – Accettare una frenata dell’economia, con il rischio di vedere crescere le tensioni sociali? Oppure riaprire il rubinetto degli stimoli, gonfiando ancora una bolla di debito già alla massima pressione? Non ha soluzioni indolori il dilemma che Xi Jinping si trova di fronte. Il più importante per chi basa il proprio potere sulla promessa di benessere.
Dopo vent’anni di corsa forsennata, la Cina ha messo in conto un rallentamento: per il 2018 l’obiettivo di crescita è fissato al 6,5%, due decimi in meno dello scorso anno. Mese dopo mese però la decelerazione appare sempre più decisa, e quindi più esposta all’offensiva tariffaria di Donald Trump. L’ultimo presagio nefasto è stato il dato sugli investimenti, pubblici e privati, vero carburante della locomotiva. Tra gennaio e agosto sono cresciuti del 5,3%, cifra che farebbe invidia a qualsiasi altra economia, ma che qui vale il minimo da un quarto di secolo.
Sulla carta è proprio quello che Xi voleva. Il contenimento del rischio finanziario, con un debito complessivo al 260% del Pil, è una delle tre battaglie prioritarie del presidente eterno, insieme alle lotte contro povertà e inquinamento. Gran parte di quell’esposizione è imboscata nei bilanci di banche, imprese o enti locali, effetto di un decennio di politiche espansive e ricerca matta e disperatissima dello sviluppo.
Per questo alla fine del 2016 la Cina ha lanciato una campagna di “deleveraging”, con l’idea di disintossicarsi dalla droga del denaro facile. Non certo una decrescita, qui suonerebbe blasfemo, ma UNO SPOSTAMENTO DI RISORSE DAI SETTORI MATURI, come industria pesante e immobiliare, VERSO QUELLI PIÙ PRODUTTIVI E TECNOLOGICI.
Solo che la pulizia è un processo doloroso, fatto di fabbriche da chiudere, investimenti persi e bond in default, mai così alti come in questi mesi. Senza contare Trump, le cui minacce ora stanno diventando dazi.
Ancora non si misurano effetti sull’export cinese, la voce del Pil che continua a tirare di più, ma si notano eccome sul clima di fiducia dentro la Cina: da due mesi le vendite di automobili nel Paese registrano un inaudito segno meno, mentre dall’inizio dell’anno la Borsa di Shanghai ha perso oltre il 20%, ai minimi dal 2014.
Così nelle ultime settimane il pendolo delle politiche comuniste è tornato a oscillare decisamente dal lato dell’espansione. La Banca centrale ha adottato delle misure per incoraggiare gli istituti a fare credito, mentre il governo ha varato un pacchetto di stimolo fiscale, sollecitando gli enti locali ad emettere speciali bond per finanziare ferrovie e altre grandi infrastrutture.
Per questo il brutto dato sugli investimenti ha sorpreso in negativo, facendo passare in secondo piano quelli più incoraggianti su consumi e produzione industriale. «La politica espansiva finora ha fallito», scrivono gli analisti di Capital Economics, anche perché nel frattempo sta proseguendo la stretta su altri settori, per esempio l’immobiliare, creando una situazione contraddittoria. «Se gli investimenti non riprendono a settembre il rischio per la crescita sarà molto grande», dice Standard Chartered.
E per evitare quella che allora potrebbe davvero diventare una brusca frenata, Ing si aspetta che Pechino prema ancora di più sull’acceleratore, iniettando risorse per 700 miliardi di dollari quest’anno e altrettanti il prossimo, stimolo di fatto pari a quello varato all’indomani della grande crisi. Xi si affida all’antica medicina, credito e infrastrutture, per guadagnare tempo verso la grande transizione tecnologica. La stessa medicina da cui la Cina è diventata dipendente. (Filippo Santelli)

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I “BUCHI NERI” DELLA CINA DI XI, DOVE SPARISCONO I DISSIDENTI

di Antonio Carlucci, da “il Fatto Quotidiano” del 17/9/2018
– Imperialismo economico e politiche opposte al neo-protezionismo trumpiano, ma rimangono nella Repubblica popolare le violazioni dei diritti umani e, anzi, la repressione cresce –
Michael Caster è uno studioso dei diritti umani e un militante appassionato. Quanto avviene in Cina è il centro della sua attività. La fotografia che offre sulla situazione attuale è questa: “Nell’era di Xi Jinping, l’assalto della Cina ai gruppi che si occupano di diritti umani ha raggiunto punte estreme, non viste neanche ai tempi del movimento pro democrazia del 1989 (la protesta e la strage di centinaia di giovani a piazza Tien An Men, ndr). Insieme ai progressi tecnologici, possibili anche per la complicità di società non cinesi, si è verificato un aumento senza precedenti nella capacità di controllo da parte della polizia e dello Stato”.
Chi immaginava che la politica imperiale del leader cinese avrebbe portato oltre che crescita economica anche qualche libertà nel Paese, dovrebbe leggere il saggio di Carter sui protagonisti del movimento per i diritti umani che sono stati vittime della repressione del regime capital-comunista. Si tratta di dodici storie di militanti per i diritti umani, in gran parte avvocati che avevano tra i loro clienti dissidenti accusati di “sovversione” ed “incitamento al disordine”.
Undici di queste sono state scritte in prima persona dai protagonisti, tutti scomparsi nel nulla e riaffiorati dopo mesi davanti ai tribunali o con l’annuncio che erano sotto “sorveglianza in località designate” e “sotto inchiesta per crimini contro la sicurezza dello Stato”. Una storia è stata scritta da Carter: quella di Xie Yang, avvocato della regione dello Yunan che aveva difeso molti attivisti. Scomparso nel 2015, dopo sei mesi di detenzione non comunicata, incontrò un legale e raccontò terribili torture. Ma al processo nel 2017 dichiarò di essere stato manipolato da potenze straniere e negò le torture subite, confessando le “colpe”.
Molti hanno ceduto a pressioni e privazioni nei “buchi neri”, le prigioni segrete dove i militanti vengono segregati. Molti altri non si sono piegati e sono scomparsi nel nulla, come l’avvocato Wang Quanzhang, sequestrato nel 2015 e riapparso a luglio del 2018 solo attraverso il racconto di un altro dissidente che sostiene di averlo visto nel centro di detenzione di Tianjin. La svolta repressiva è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.
Fu con quello che è stato definito il “709 crackdown” che venne alla luce il nuovo sistema di repressione, ovviamente definito nel codice penale. È la norma chiamata con il suo abbreviativo Rsdl, ovvero “sorveglianza residenziale in un luogo designato”: puoi essere prelevato e sparire in un buco nero della detenzione senza regole, perché la Rsdl stabilisce che la polizia non è obbligata a comunicare il luogo di detenzione, il diritto a ricevere la visita di avvocati e parenti è sospeso, neanche il magistrato può visitare il detenuto “per non ostacolare le indagini”.
Si tratta di un arbitrio totale, nato per riparare la falla che si era creata nel 2003 quando era in vigore il cosiddetto “custodia e rimpatrio” che permetteva alla polizia di arrestare chiunque senza dover comunicare il fatto. Accadde però che nel marzo del 2003, Sun Zhigang, lavoratore emigrato dalle campagne alla città di Guangzhou, morì in seguito ai maltrattamenti subiti dopo un arresto non reso pubblico. Ne seguì, in una non prevista catena di eventi gestiti da persone perbene, il processo ai poliziotti e la condanna delle autorità a risarcire il danno. Bisognava evitare altri avvenimenti simili. Ed ecco la Rsdl.
Oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova via della seta, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione. La macchina repressiva si muove lungo cinque direttrici e altrettanti obiettivi: i militanti dei diritti umani a cominciare dagli avvocati; tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà, discussione e critica al regime; gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino.
Se gli avvocati scompaiono nei “buchi neri”, coloro che cercano libertà attraverso la rete se la devono vedere con la censura che ha trovato un inaspettato alleato nelle grandi società occidentali del settore a cominciare da Apple e Google: la prima ha accettato di chiudere i Vpn – le reti di comunicazioni private – utili per bypassare la censura, la seconda fornisce al governo tutte le informazioni sugli utenti e sulle loro attività in rete.
Sul Tibet c’è sempre una cappa di piombo, e l’ultima invenzione per stroncare la protesta degli uiguri dissidenti, accusati di terrorismo solo perché musulmani, è quella dei campi di rieducazione religiosa. In questa situazione, il disinteresse sempre più manifesto dei Paesi occidentali alimenta la repressione.
Abbagliati dal miraggio di fare affari coi cinesi, i governi statunitense ed europei hanno messo nel cassetto politiche attive di sostegno ai diritti umani in Cina. Basterebbe vedere le tiepide reazioni alla notizia che il dissidente e premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo era morto (luglio 2017) per tumore, in stato di detenzione in ospedale, e la moglie era scomparsa in qualche “buco nero” della polizia. Il regime di Xi ha approfittato di questa ritirata occidentale.
Nell’aprile 2017 Dolkun Isa, attivista uiguro, è stato cacciato dalle Nazioni Unite mentre era in attesa di parlare di minoranze etniche. Tre mesi dopo, a Roma, mentre si recava al Senato dove era stato invitato, Isa è stato fermato da agenti in borghese e portato via per le procedure di identificazione. La lunga mano del regime fa di tutto per portare dalla sua parte gli altri governi. A giugno del 2017 era atteso un intervento dell’Unione europea all’assemblea annuale del Consiglio per i diritti umani delle Onu di Ginevra. Ma la Ue non ha parlato perché la Grecia ha posto il veto a un discorso in cui si criticava la Cina per la violazione sistematica dei diritti umani. Pochi giorni dopo, sempre Atene, si è opposta a controlli più accurati sugli investimenti cinesi nella Ue. Atene ha spiegato che il suo governo non è mai d’accordo con iniziative che contengano “critiche non costruttive”. Ma la verità sta nei 500 milioni di euro che Pechino ha pagato per il porto del Pireo e nei contratti milionari che il premier Alexis Tsipras ha firmato in Cina. (Antonio Carlucci)

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SCHEDE

   La Cina è la più popolosa nazione al mondo (1 miliardo e quasi 400 milioni di persone). Confina con 14 Stati: a nord con la Russia, la Mongolia, a est con la Corea del Nord, a sud con il Vietnam, la Birmania, il Laos, il Bhutan e il Nepal, a ovest con l’India, il Pakistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Afghanistan e il Kirghizistan. Si affaccia ad est sul Mar Giallo e sul Mar Cinese Orientale e a sud-est sul Mar Cinese Meridionale.
Appartengono alla Repubblica Popolare Cinese anche le città di HONG KONG e di MACAO, che erano fino alla fine del XX secolo, le ultime colonie asiatiche.
La Cina rivendica a sè l’isola di TAIWAN al governo nazionalista di Taipei, le isole RYŪKYŪ al Giappone, la provincia dell’ARUNĀCHAL PRADESH all’India e le isole PARACEL.
La suddivisione amministrativa della Cina sin dall’antichità si è sempre basata su più livelli di divisione per governare al meglio il vasto territorio e l’elevata popolazione. La costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce de jure tre livelli di suddivisione. Attualmente esistono de facto CINQUE LIVELLI di governo locale nella Cina Continentale: la PROVINCIA, la PREFETTURA, la CONTEA, il COMUNE e il VILLAGGIO.
LIVELLO DELLE PROVINCE
La Repubblica Popolare Cinese amministra 33 SUDDIVISIONI DI LIVELLO PROVINCIALE di cui: 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali.
Nella Cina Continentale le province teoricamente sono sottomesse al governo centrale di Pechino ma nella pratica gli amministratori provinciali dispongono di un buon grado di autonomia nella scelta della politica economica. Il potere concreto e odierno delle province ha creato un sistema politico che diversi economisti definiscono: FEDERALISMO CON CARATTERISTICHE CINESI.
I territori della maggior parte delle province cinesi, ad esclusione delle province del nord-est, furono stabiliti durante le dinastie Yuan, Ming e Qing. A VOLTE I Confini Provinciali Non Corrispondono Ai Confini Culturali O Geografici e questa differenza costituisce il fenomeno conosciuto come: “INTRECCIO DEI DENTI DI CANE”. Lo stesso fenomeno può essere spiegato con il motto: “divide et impera” ed era parte della politica imperiale di controllo del separatismo e delle ribellioni dei signori della guerra. Tuttavia oggi le province rivestono un ruolo culturale di rilievo in Cina. LE POPOLAZIONI SI IDENTIFICANO CON LA PROVINCIA DI NASCITA e ad ogni provincia corrisponde un insieme di stereotipi riferito agli abitanti.
Le modifiche più recenti all’amministrazione di livello provinciale sono: la creazione della provincia dell’ Hainan e della municipalità di Chongqing; l’organizzazione dei territori di Hong Kong e Macao in regioni ad amministrazione speciale. Nella Repubblica di Cina, Taipei e Kaohsiung sono state elevate al rango di municipalità centralizzate dopo il ritiro del governo guidato dal partito Kuomingtang.

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LE 5 PIU’ GRANDI METROPOLI DELLA CINA

SHANGHAI

Con più di 24 milioni di abitanti, la città più popolosa del mondo

 PECHINO

Una superficie immensa per la terza città più popolosa del mondo (con quasi 20 milioni di abitanti)

 HONG KONG

Autonomie e grattacieli per l’ex colonia britannica da 7 milioni di abitanti

CHONGQING

Il più importante centro del sud-ovest, con quasi 6 milioni di abitanti

 TIENTSIN

5 milioni e 800mila abitanti, non distante da Pechino

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Le cinque regioni autonome sono suddivisioni amministrative della Repubblica Popolare Cinese di livello provinciale. Il territorio delle regioni autonome racchiude minoranze etniche e la costituzione garantisce maggiori diritti. Le regioni autonome dispongono della figura del presidente (le province regolari hanno dei governatori) che deve appartenere ad un gruppo etnico definito dalla regione autonoma (tibetano, uiguro ecc.).

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SUDDIVISIONI DELLA CINA

(da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

Le suddivisioni della Cina sono ripartite su cinque livelli:

– al primo livello le province, cui sono equiordinate 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali;

– al secondo livello le prefetture, cui sono equiordinate le città-prefettura, le città sub-provinciali, le leghe e le prefetture autonome;

– al terzo livello le contee, cui sono equiordinate contee autonome, città-contee, distretti, bandiere, bandiere autonome, 2 regioni speciali e un’area forestale;

– al quarto livello i comuni;

– al quinto livello i villaggi.

Un sesto livello è poi costituito dal pubblico ufficio distrettuale o distretto, subordinato alle contee, in via di abolizione.

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La Costituzione contempla espressamente tre suddivisioni, ossia le province, le contee e i comuni; la Repubblica di Cina sull’isola di Taiwan utilizza un sistema leggermente diverso basato su province semplificate e nessun livello di tipo prefettizio (si veda la suddivisione amministrativa di Taiwan). Ogni livello di suddivisione amministrativa corrisponde a un livello nella carriera del servizio civile della Repubblica Popolare Cinese.

Le province da sempre rivestono un importante ruolo culturale in Cina: i cinesi tendono a identificarsi con la provincia nativa e solitamente a ogni territorio provinciale corrispondono determinati stereotipi riferiti alla popolazione. I confini della maggior parte delle province cinesi furono definiti al tempo della tarda dinastia Ming. Dopo la vittoria delle forze comuniste (1949) i maggiori cambiamenti territoriali provinciali hanno interessato le province del nord-est e la creazione delle regioni autonome sulla base della teoria sovietica della nazionalità.

LE REGIONI DELLA CINA

da https://www.marcotogni.it/regioni-cina/

La Cina è immensa, in questa pagina trovate tutte le varie zone della Cina ed una breve descrizione.

IL NORD EST

Storicamente conosciuta come MANCIURIA, questa regione ospitava un tempo numerose industrie pesanti. Il più grande gruppo etnico della regione è quello degli Han, seguito da Manchi, mongoli e minoranze coreane.
Nonostante la presenza delle industrie, il Nord Est può vantare la più grande area forestale di tutto il paese, oltre a laghi e praterie incontaminate. Il Nord Est comprende le province di Heilongjiang, Jilin e Liaoning.

HEILONGJIANG

Situata nell’estremo nord-est della Cina, questa provincia è famosa per i suoi inverni rigidissimi.

Città principali: Harbin (la città principale), Acheng, Daqing (celebre per i giacimenti petroliferi), Heihe (città portuale), Jiamusi, Jixi, Mohe, Mudanjiang, Qiqihar, Shuangyashan, Suifenhe e Yichun.

Da vedere: Jingpohu National Forest Park, Wudalianchi National Forest Park (una riserva naturale con varie stazioni termali), Yabuli (uno dei comprensori sciistici più grandi della Cina, nonché sede dei Giochi Asiatici Invernali 1996) e Zhalong National Nature Reserve.

JILIN

Questa provincia costituisce la parte centrale del nord-est della Cina. Jilin confina con la provincia di Heilongjiang a nord-est, con la Russia ad est, con la Corea del Nord a sud-est, con la provincia di Liaoning a sud-ovest e con la Mongolia a nord-ovest. La provincia di Jilin ha due aeroporti pubblici, il Yanji Airport e il Changchun Longjia International Airport, ciascuno dei quali ospita voli nazionali ed internazionali.

Città principali: Changchun (la città principale), Baicheng, Baishan, Jilin City (che ospita una delle quattro meraviglie naturali della Cina), Liaoyuan, Lamellatura, Songyuan, Tonghua e Yanji.

Da vedere: Jingyuetan National Forest Park,Changbaishan National Nature Reserve, ilParco Nazionale Songhuahu (nota area sciistica), Xianghai National Nature Reserve (sede di oltre 100 paludi e una vasta fauna selvatica), alberi cerchiati di Jilin, tombe imperiali dell’antico regno di Goguryeo, palazzo dell’Imperatore Puppet (l’ultimo imperatore della Cina per conto dei giapponesi), tempio di Wen Miao, Mausoleo della Principessa Zhenxiao e tombe reali del regno di Balhae, Meteorite Museum (che ospita i frammenti di un meteorite caduto nel 1976, e il cui frammento più grande pesa 1.775 kg).

LIAONING

La provincia di Liaoning rappresenta uno dei luoghi più interessanti di tutta l’ Asia, grazie alla fusione unica di diversi patrimoni culturali (coreano, giapponese, cinese e russo). La provincia è ulteriormente suddivisa in Western Highlands, Pianure Centrali e Eastern Hills.

Città principali: Shenyang (capoluogo di provincia e città più grande del Liaoning), Anshan, Benxi, Chaoyang,

Dalian (nota per il suo porto e per essere una popolare destinazione turistica), Dandong, Fushun, Jinzhou, Liaoyang (che ospita un certo numero di siti storici, tra cui la Pagoda Bianca risalente alla dinastia Yuan), Lvshunkou.

Da vedere: Benxi Shuidong National Park (che ospita numerose grotte ricche di stalattiti e stalagmiti), Parco Nazionale Dalian Haibin-Lushunkou, Parco Nazionale Fenghuangshan, Parco Nazionale Jinshitan, Parco Nazionale Qianshan (noto per i suoi templi e monasteri buddisti e taoisti), Parco Nazionale Xingcheng Haibin, Parco Nazionale Yalujiang, Parco Nazionale Yiwulüshan, alcune porzioni della Grande Muraglia Cinese, Tempio di Yixian, resti dell’antica città di Tayingzi, Città Proibita e Palazzo Imperiale di Shenyang.

IL NORD

Il Nord della Cina rappresenta una delle aree che videro il fiorire delle prime civiltà, soprattutto lungo il corso del Fiume Giallo.

Il mandarino parlato in questa regione, in particolare intorno a Pechino, è considerato la lingua standard del paese. Il Nord della Cina comprende le province di: Henan, Shanxi, Shandong, Hebei, Mongolia Interna,Tianjin e Pechino.

HENAN

La provincia di Henan confina con altre sei province. La parte orientale è pianeggiante ed è una delle aree più densamente popolate della Terra, con quasi 100 milioni di persone. A sua volta si suddivide in Henan Nord (il nucleo dell’antica Cina intorno al Fiume Giallo) ed Henan Sud.

Città principali: Zhengzhou (il capoluogo di provincia), Anyang (centro economico e culturale durante la dinastia Shang), Kaifeng, Luoyang (sito delle grotte di Longmen, dichiarate patrimonio mondiale dell’UNESCO), Nanyang, Sanmenxia, Yuzhou, Xinxiang, Xuchang e Zhoukou.

Da vedere: Parco Nazionale Jigongshan, Parco Nazionale Linlüshan, Parco Nazionale di Longmen, Parco Nazionale Qingtianhe, Parco Nazionale Shennongshan, Parco Nazionale Shirenshan, Parco Songshan Nazionale (sede di un tempio Shaolin che ospita una celebre scuola di kung fu), Parco Nazionale Wangwushan-Yuntaishan, mura della città di Kaifeng, Baima Temple (il primo tempio buddista ufficiale in Cina), Wulongkou Scenic Area, Yellow River Scenic Area, Henan Provincial Museum, Museo di Kaifeng.

SHANXI

Provincia caratterizzata da un ricco patrimonio culturale e numerose attrazioni naturali e paesaggistiche. I principali siti di Shanxi sono raggruppati lungo una lunga strada provinciale che va da Datong a Yuncheng.

Città principali: Taiyuan (il capoluogo),Changzhi, Datong (sede delle Grotte di Yungang), Jincheng, Jinzhong , Linfen, Pingyao, Yangquan e Yuncheng.

Da vedere: Wutai Shan National Park, Parco Nazionale Beiwudangshan, Parco Nazionale Hengshan, Parco Nazionale Wulaofeng, cascate di Hukou, alcune porzioni della Grande Muraglia, Pingyao Ancient City,Tempio di Jinci, Shanxi Museum a Taiyuan.

SHANDONG

Shandong è una provincia costiera affacciata sul Mar di Bohai a nord e sul Mar Giallo, a sud.

Geograficamente, può essere suddivisa in: Lowland Shandong (la zona lungo i fiumi nel nord-ovest, ovest e sud-ovest della provincia),Highland Shandong (la zona collinare nella parte centrale della provincia) e Coastal Shandong (la zona costiera nella parte orientale della provincia).

Città principali: Jinan (il capoluogo), Dongying, Jining, Linyi, Qingdao, Tai’an, Weifang, Weihai, Yantai, Rizhao e Zibo.

Da vedere: Monte Tai, Qufu(il luogo di nascita di Confucio), Qingdao (città portuale nota per le sue spiagge) e Yantai (meta di vacanze e nota per i suoi edifici in stile europeo).

HEBEI

Città principali: Shijiazhuang (il capoluogo), Baoding, Chengde, Handan, Hengshui, Qinhuangdao, Tangshan, Xingtai, Zhangjiakou, Zhuozhou.

Da vedere: Shanhaiguan (il luogo dove la Grande Muraglia si protende verso il mare).

MONGOLIA INTERNA

Regione autonoma mongola nel nord della Cina, di cui occupa la maggior parte del bordo settentrionale. Confina a nord con la Repubblica di Mongolia. E’ suddivisa in Mongolia Interna Centrale, Mongolia Interna Orientale e Mongolia Interna Occidentale.

Città principali: Hohhot (il capoluogo), Baotou, Chifeng, Dongsheng, Erlian, Hailar, Manzhouli e Wuhai.

Da vedere: Parco Nazionale Zalantun, Lago Dalai (uno dei cinque laghi d’acqua dolce più grandi del paese).

TIANJIN

Tianjin è la quarta municipalità della Cina per popolazione dopo Shanghai, Pechino e Chongqing. Il territorio è per lo più pianeggiante, fatta eccezione per la parte settentrionale dove si trovano i monti Yanshan.
L’area urbana si trova nella parte centro-meridionale della municipalità.
La città di Tianjin costituisce un’eccezionale attrattiva soprattutto grazie alla presenza dei quartieri delle concessioni italiana, francese e austro-ungarica, presenze commerciali dei rispettivi paesi.
In particolare il quartiere italiano, situato tra il fiume Hai e i quartieri francese ed austro-ungarico è un unicum di architettura italiana in Cina, di stampo versiliese.

PECHINO

La municipalità di Pechino vanta dimensioni pari ad oltre la metà del Belgio e conta più di 18 milioni di abitanti. Pechino è la seconda città più popolosa della Cina e tra le 10 più popolate al mondo. Confina con la provincia di Hebei e con la municipalità di Tianjin.

A livello di superficie, Pechino è la città più estesa del mondo, seguita da Qingdao e Shanghai.

Da vedere: Piazza Tienanmen, la Città proibita, la Grande muraglia a Badaling, il Palazzo d’Estate, il Tempio del cielo, il Parco Beihai, il Santuario Lamaista di Yonghegong, l’area dei laghi Shichahai, il parco panoramico di Jingshan, l’Antico Osservatorio, il Tempio di Confucio.

IL NORD OVEST

Questa vasta area della Cina è generalmente molto meno sviluppata rispetto alle aree costiere, ma in compenso corrisponde al percorso dell’antica Via della Seta, oltre ad ospitare qualche terreno desertico e molti abitanti di religione e cultura islamica. Il Nord Ovest comprende le seguenti province: Shaanxi, Gansu, Ningxia, Qinghai e Xinjiang.

SHAANXI

Città principali: Xian (il capoluogo, nonché punto di partenza dell’antica Via della Seta), Xian Yang (ex capitale nel periodo della dinastia Qin), Yan’an (centro della rivoluzione cinese nel 1937), Yulin, Shenmu, Hanzhong, Baoji, Tongchuan e Xianyang.

Da vedere: Parco Nazionale Huangdiling, Parco Nazionale Huashan, Parco Nazionale Lishan in Lintong, Parco Nazionale Qiachuan e Parco Nazionale Tiantaishan.

GANSU

Storicamente, è la combinazione delle due regioni, gan e su, che segnavano la fine o l’inizio della Cina a seconda della direzione in cui si stava viaggiando. La frontiera occidentale del Gansu si protende verso le vaste steppe della Mongolia, i deserti dello Xinjiang e le alte monagne del Tibet.

Città principali: Lanzhou (capoluogo), Dunhuang (nota per le grotte buddiste), Jiayuguan, Jiuquan, Linxia, Longxi, Pingliang, Tianshui (ospita 194 santuari rupestri), Xiahe, Wuwei (antica città di guarnigione sulla Grande Muraglia) e Zhangye (ex quartier generale del presidio sulla Grande Muraglia).

Da vedere: Parco Nazionale Kongtongshan,Parco Nazionale Maijishan, Parco Nazionale Mingshashan-Yueyaquan.

NINGXIA

Città principali: Yinchuan (capoluogo), Guyuan (ospita una statua del Buddha di 62 m di altezza), Qingtongxia, Shizuishan, Zhongwei, Yongning e Tongxin (sede di una antica moschea).

QINGHAI

La provincia di Qinghai si estende nell’estremo lembo settentrionale del massiccio dell’altopiano tibetano. Rappresenta un crocevia di culture, tra cui quella tibetana, musulmana e mongola.

Città principali: Xining (capoluogo), Golmud, Huangzhong (sede del famoso monastero di Kumbum), Ledu, Tongren, Yushu e Nangchen.

Da vedere: Parco Nazionale Qinghaihu (ospita il più grande lago della Cina).

Xinjiang

LA PROVINCIA DELLA VIA DELLA SETA

Città principali: Urumqi (capoluogo), Aletai, Cherchen, Hami, Kashgar, Khotan, Turpan e Yarkand.

Da vedere: Hanas National Nature Reserve, Lago Karakol, Parco Nazionale Sayram Lake e Parco Nazionale Tianshan Tianchi.

IL SUD OVEST

Il Sud Ovest della Cina è sede di molti gruppi etnici minoritari. Il territorio è per lo più montuoso. Questa vasta area comprende le seguenti province: Guangxi, Guizhou, Tibet e Yunnan.

GUANGXI

Provincia piuttosto povera e caratterizzata per lo più da attività agricole, ma in compenso ricca di paesaggi suggestivi.

Città principali: Nanning (capoluogo), Beihai, Chongzuo, Detian, Guilin (popolare destinazione turistica), Guiping, Liuzhou (importante città industriale con una splendida campagna carsica), Longsheng e Yangshuo.

Da vedere: Longtan National Forest Park, Parco Nazionale Huangjingdong, isola vulcanica di Weizhou.

GUIZHOU

Città principali: Anshun (centro turistico e sede delle famose cascate Huangguoshu),Guiyang (capoluogo), Kaili, Zunyi, Pingba, Xingyi e Weining (che ospita il lago di Cao Hai , noto per fare da dimora a 170 specie di uccelli).

TIBET

Il Tibet viene chiamato spesso il Tetto del Mondo, in quanto le sue montagne hanno un’altitudine media di quasi 5000 mt. Nonostante sia stato uno stato indipendente dal 1911, a partire dagli anni ’50 è stato invaso dalla Cina ed è tutt’ora sotto la sua occupazione.

Città principali: Lhasa (la capitale), Gyantse, Qamdo, Xigatse, Burang County, Nyingchi County.

Da vedere: Potala Palace (ex residenza del Dalai Lama),Tempio di Jokhang, Namtso Lake, Monte Kailash (montagna sacra venerata sia dai buddisti tibetani che dagli induisti), Yarlung Tsangpo Grand Canyon.

YUNNAN

Città principali: Kunming (capoluogo), Dali (antica città fortificata), Deqin, Jinghong (meta turistica), Lijiang (dichiarata patrimonio mondiale dell’UNESCO), Shangrila, Wenshan, Yuxi.

Da vedere: LagoErhai , Cangshan Mountain, Monastero Songzanlin.

IL CENTRO SUD

La zona centro meridionale della Cina è per lo più agricola, pur ospitando numerose realtà industriali. Comprende le seguenti province: Anhui, Chongqing, Hubei, Hunan, Jiangxi e Sichuan.

ANHUI

Città principali: Hefei (capoluogo), Bengbu, Wuhu, Anqing.

Da vedere: Xidi e Hongcun (due antichi villaggi inscritti nel patrimonio mondiale dell’Unesco).

CHONGQING

Chongqing rappresenta una delle 4 municipalità autonome della Repubblica Popolare Cinese, di cui ne è la più popolosa, oltre che la più estesa per superficie.

La città di Chongqing è sede del più grande auditorium del paese, ossia “La grande sala del Popolo“.

HUBEI

Città principali: Wuhan (capoluogo), Huanggang, Jingmen, Jingzhou, Shiyan, Xiangfan, Xiaochang, Xiaogan, Yichang, Zhijiang e Zhongxiang.

Da vedere: Montagne Wudang (patrimonio mondiale dell’UNESCO).

HUNAN

Città principali: Changsha (capoluogo), Yueyang , Hengyang, Huaihua, Shaoyang, Zhuzhou (uno dei cinque centri ferroviari più trafficati della Cina continentale), Fenghuang.

Da vedere: Monte Heng (una delle cinque montagne sacre taoiste della Cina), Meishan Dragon Palace (una delle più belle grotte carsiche di tutta la Cina).

JIANGXI

Città principali: Nanchang (capoluogo), Ganzhou, Jingdezhen (famosa per la porcellana), Jiujiang, Shangrao, Wuyuan (ospita alcuni interessanti villaggi tradizionali), Yichun e Zhangshu.

Da vedere: Lago Poyang, Sanqingshan (montagna con sentieri e panorami mozzafiato).

SICHUAN

Città principali: Chengdu (capoluogo), Dege (sede di una straordinaria biblioteca tibetana), Ganzi, Kangding, Langmusi (bella città al confine con il Tibet), Leshan ( sede del più grande Buddha scolpito nella pietra di tutto il mondo), Songpan, Xichang.

Da vedere: Parco Nazionale Emeishan, Hailougou Glacier Park, Huanglongsi National Park-Jiuzhaigou, Parco Nazionale dei Monti Kanggar, Parco Nazionale Qingchengshan-Dujiangyan.

IL SUD EST

Il Sud Est della Cina è sempre stato proteso verso l’esterno e ancora oggi è una delle aree più importanti per il commercio (soprattutto marittimo). Comprende le seguenti regioni: Fujian, Guangdong, Hainan.

FUJIAN

Città principali: Fuzhou (capoluogo), Longyan, Nanping, Ningde, Putian, Quanzhou (porto storico), Sanming, Xiamen e Zhangzhou.

Da vedere: Monte Wuyi (zona panoramica famosa per il suo tè, le belle montagne e le sue acque limpide), Yongding County (sede di tradizionali abitazioni chiamate Hakka).

GUANGDONG

La provincia di Guangdong (da cui deriva “canton” usato per identificare un tipo di cucina) confina con il Mar Cinese Meridionale e circonda Hong Kong e Macao. Oggi ospita una fiorente industria manifatturiera e rappresenta la provincia più ricca della Cina, nonché la più popolosa. Nel corso degli anni le sue città hanno attirato migliaia di lavoratori provenienti dalle zone più arretrate del paese.

Città principali: Guangzhou (primario centro economico, politico e culturale), Dongguan (noto per la produzione di tessili ed elettronica), Qingyuan (noto per le sorgenti termali), Shantou, Shaoguan, Shenzhen, Zhongshan (città natale del padre della Cina moderna, Sun Yatsen), Zhanjiang, Hainan e Zhuhai.

Da vedere: Kaiping, piccola città famosa per la sua miscela di architetture in stile occidentale e orientale.

HAINAN

Hainan è la provincia più piccola della Cina e gode di un clima tipicamente tropicale. Oggi è in piena fase ascendente, grazie ad un turismo sempre più massiccio e alla presenza di note catene alberghiere. Molti cinesi facoltosi possiedono seconde case a Hainan, dove si spostano per sfuggire al freddo delle regioni continentali.

Città principali: Haikou (capoluogo), Baoting, Bo’ao, Lingshui, Sanya, Wenchang, Wuzhishan.

Da vedere: Yalong Bay (zona turistica vicino a Sanya).

L’EST

La Cina orientale rappresenta il cuore economico e pulsante del paese. Comprende le seguenti province:

Jiangsu, Shanghai e Zhejiang.

JIANGSU

Jiangsu rappresenta una delle mete turistiche più interessanti di tutta l’Asia ed ospita alcuni dei luoghi più suggestivi del paesi, tra cui i panorami del fiume Yangtze, il famoso Tempio di Confucio e il Mausoleo di Sun Yat-sen a Nanchino, l’esercito di terracotta di Xuzhou e l’ex residenza del premio Nobel americano Pearl Buck.

Città principali: Nanjing (capoluogo), Changshu, Changzhou, Huai’an, Lianyungang, Nantong (importante porto fluviale), Suqian, Suzhou (nota destinazione turistica), Taizhou, Wuxi, Suzhou, Xuzhou, Yancheng , Yangzhou e Zhenjiang (nota per i suoi templi e musei).

SHANGHAI

Shanghai è la più popolosa città della Cina e di tutto il mondo. La sua municipalità conta oltre 45 milioni di abitanti. Negli anni si è affermata come primario centro economico, finanziario e commerciale del paese, oltre ad ospitare uno dei porti più trafficati del mondo.
Viene spesso soprannominata “Parigi d’oriente“, “regina d’oriente” o “Perla d’oriente”.

ZHEJIANG

Città principali: Hangzhou (ex capitale della Cina e attualmente nota destinazione turistica, celebre per il suo tè e le sue sete), Huzhou, Jiaxing, Ningbo (nota città portuale), Shaoxing , Wenzhou (importante centro industriale), Yiwu (città dal sapore mediorientale, dovuto alla presenza di una massiccia comunità islamica).

Da vedere: monte Dalei, Qiandaohu (un pittoresco lago noto per le sue acque limpide).

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HONG KONG TORNATA SOTTO LA SOVRANITA’ CINESE

Una Cina due sistemi, letteralmente. E’ la formula con cui si suole indicare la soluzione politica proposta nel 1979 dal leader comunista cinese Deng Xiaoping nell’ambito delle trattative tra Repubblica Popolare Cinese e Regno Unito che condussero al ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese.

La formula sintetizza un duplice concetto: da un lato viene affermata l’unicità della Cina come soggetto politico, dall’altro si concede che all’interno di un territorio sottoposto a un’unica sovranità possano esistere delle aree amministrate secondo un differente ordinamento istituzionale e contraddistinte da un diverso sistema economico.

Questa formula è oramai entrata a far parte del linguaggio politico internazionale, e dalla fine del XX secolo la si utilizza per indicare la linea politica ufficiale tenuta dal governo della Repubblica Popolare Cinese nei confronti dei territori di Hong Kong, Macao e Taiwan.

“UN PAESE, DUE SISTEMI”. Tale proposta si concretizzava nel far sì che Hong Kong cedesse alla amministrazione di Pechino la sovranità e le decisioni in materia di politica estera e difesa militare, divenendo a tutti gli effetti una provincia sottoposta alla sovranità del governo di Pechino. In cambio la città e i suoi territori avrebbero mantenuto uno status di provincia “speciale”, potendo conservare un regime economico capitalista e godendo del mantenimento di proprie istituzioni politiche e amministrative differenti da quelle delle altre province cinesi. La proposta di Deng Xiaoping pare essere stata decisiva per la risoluzione delle trattative, che si conclusero nel 1984 con la firma della dichiarazione congiunta tra Cina e Regno Unito, mediante la quale quest’ultimo si impegnava a rendere alla Cina i territori di Hong Kong nel 1997. Tra le condizioni sottoscritte dalla Cina vi è l’impegno a garantire che per i 50 anni successivi al rientro di Hong Kong sotto la sovranità cinese, ossia fino al 2047, la regione amministrativa speciale di Hong Kong non sarà governata secondo le leggi e le politiche che regolano il resto del territorio governato dalla Repubblica Popolare Cinese. Attualmente la città di Hong Kong gode dello status di regione amministrativa speciale, mantiene un suo sistema economico capitalista e sul suo territorio il diritto praticato è quello della cosiddetta Hong Kong Basic Law.

MACAO

La soluzione politica adottata per Hong Kong venne riproposta per il rientro di Macao sotto la sovranità cinese nel 1999. Anche Macao è divenuta una regione amministrativa speciale, godendo di una larga autonomia amministrativa e della libertà di iniziativa economica in cambio della rinuncia ad una propria politica estera e di difesa.

TAIWAN

Per quanto riguarda Taiwan, la situazione è differente. L’isola è dal 1949 divenuta rifugio del governo della Repubblica di Cina, dopo la sconfitta delle forze guidate dal generale Chiang Kai Shek nella guerra civile cinese che fu vinta dal Partito comunista cinese. Il governo di Taiwan rivendica la propria autonomia e indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese, godendo del riconoscimento diplomatico da parte di 24 paesi ed esercitando di fatto una sovranità autonoma dal punto di vista politico internazionale, economico e militare sul territorio e sulle acque circostanti l’isola di Formosa. Il governo di Pechino ha sempre rifiutato qualunque riconoscimento ufficiale di tali rivendicazioni di indipendenza politica, e si riferisce ufficialmente all’isola di Formosa come se essa fosse una provincia sottoposta alla propria sovranità. La leadership politica comunista cinese ha a più riprese auspicato una risoluzione della controversia con Taiwan sul modello di quanto avvenuto con Hong Kong e con Macao.

Annunci

Una risposta a "Quale influenza avrà LA CINA SULLE NOSTRE VITE? – A che punto è la VIA DELLA SETA CINESE, cioè lo sviluppo economico e il rapporto che ha e avrà di qui a poco con noi? – La CINA AUTOCRATE contro la dissidenza interna repressa; e l’AMERICA CHE LE DICHIARA GUERRA CON I DAZI al suo ruolo globale"

  1. Andrea Dami venerdì 19 ottobre 2018 / 8:54

    Per non ritornare al medievo culturale ( ma tecnologicamente avanzato) dobbiamo capire che la Cina è il NEMICO. Il resto è sudditanza, connivenza, ignoranza o stupidità.

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