Il NUOVO PONTE DI GENOVA: abbatterlo e ricostruirlo? O conservare le parti integre? O immaginare un’IDEA NUOVA di ponte: LUOGO DI MOBILITÀ autostradale e locale, ma anche ciclo-pedonale, ferroviario, del metro; dei servizi (cavi, acquedotto..). E DI INCONTRO: per UNA RIGENERAZIONE URBANA della città

IL PROGETTO DI PONTE DELL’ARCHITETTO STEFANO GIAVAZZI – Il nuovo ponte che rimpiazzerà il Morandi di Genova potrebbe essere una grande struttura contemporanea, una “MACCHINA DELL’ABITARE”, CHE PRODUCE ENERGIA E OFFRE SERVIZI PUBBLICI. Con AREE VERDI, SERVIZI, NEGOZI. UNA STRUTTURA DA VIVERE, ma che serva anche ad abbracciare e CONSERVARE QUEL CHE RESTA DEL MORANDI, a MEMORIA DELLA TRAGEDIA. E’ questo il PROGETTO per il nuovo ponte Morandi di Genova elaborato e presentato nei giorni scorsi da un architetto di Bergamo, STEFANO GIAVAZZI. Un’idea di struttura decisamente diversa da un classico viadotto. L’intento prevede un MODULO RETICOLARE PREFABBRICATO IN ACCIAIO, un cubo pre-assemblato che ingabbi la struttura esistente in maniera tale da non effettuare alcuna demolizione (vedi la presentazione su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc )

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Ponte Morandi – 9/10/2018 – Relazione della Commissione Ispettiva del Ministero dei Trasporti in pdf:

https://drive.google.com/open?id=1PrRQL9t2jS1GtNlvC8qITNb-5SpbmD5l

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   L’emozione di quanto accaduto il 14 agosto scorso del crollo del ponte-viadotto Morandi a Genova (con 43 vittime), non è ancora cessata: un episodio che ha segnato tutti nel suo essere così tragico e che poteva colpire chiunque (tutti noi potevamo esserci, passare, in quell’infrastruttura al momento del crollo). E dopo aver seppellito le povere vittime, subito (o contemporaneamente), è sorta la necessità di RICOSTRUIRE IL PONTE, segno di ritorno alla vita, alla quotidianità che spesso disprezziamo ingiustamente.

L IDEA DI PONTE DI RENZO PIANO (da “il Corriere della Sera”)

   E il dibattito sulla RICOSTRUZIONE del ponte non è cosa facile (come poteva apparire all’inizio, nei primi giorni). L’area dove si trova(va) il ponte è una parte complessa di una città complicata come è Genova. In questo post condividiamo il parere di chi dice che non è solo il problema di ricostruire il ponte, in modo nuovo magari; ma è anche la possibilità di rigenerare quella parte della città, e la città intera, dove questa grande struttura non sia più solo “subìta” da Genova, ma venga anche a rimodellare, modernizzare (nel senso buono di quest’ultima parola) questa grande città, partendo appunto dall’area del ponte crollato, nella Val Polcevera.

IL VIADOTTO PONTE MORANDI COM’ERA

   E’ questa un’area (quella del ponte-viadotto) che abbiamo imparato a conoscere dal 14 agosto scorso dalle immagini televisive: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici sotto il ponte; un tessuto urbano di fondovalle diffuso e sparso, sia con case, condomini, ma anche capannoni industriali, e poi anche attività di piccolo commercio (negozi), e luoghi commerciali della grande distribuzione…. Il tutto cresciuto tra il fiume-torrente e la ferrovia.

PONTE MORANDI, IL PROGETTO DEL PADOVANO ING. SIVIERO: «RICOSTRUIAMO SOLO IL PEZZO CROLLATO» – “sostituire il pilastro caduto al suolo con una sua replica rovesciata, una doppia «A» che si tramuta in una doppia «V» ad allargare la braccia verso il cielo proprio a metà del viadotto spezzato.”

   Un po’ di tutto… un caos urbano evidente…. E allora pensare che tutto, “sotto” il nuovo ponte che sarà ricostruito, resti uguale; e che il ponte deve solo tecnicamente “superare in altezza” tutto questo (come prima), sembra un po’ poco, un’idea mediocre e fragile, un’occasione perduta.

SALVIAMO CIO’ CHE RESTA – L’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, con tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/)

   E allora molti dicono che servirebbe un ponte che non si limita a collegare le due parti della città, est e ovest, e che faccia passare il traffico pesante a lunga percorrenza. Servirebbe invece un ponte multimodale, che porti in primis a ottimizzare meglio questa mobilità est-ovest della città. Pertanto sì un’infrastruttura che risolva lo scorrere dei diversi livelli di traffico (un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, cioè di carattere internazionale; poi il traffico regionale; e, assai importante, il traffico cittadino locale a breve percorrenza); ma anche un ponte che faccia passare la ferrovia, e poi una pista ciclabile e pedonale; una possibile nuova funivia-funicolare…. Un ponte può anche servire a far passare altre infrastrutture, come l’acquedotto, i cavi elettrici e la banda larga….un ponte che possa diventare anche elemento di incontro e attrazione di tutta la città.

Il ponte sopra i condomini

   Troppe cose? E se sì in che modo? Presentiamo ad esempio qui un’ipotesi progettuale di ponte di un architetto bergamasco (ipotesi trovata su youtube), STEFANO GIAVAZZI, dove appunto il ponte (che non sarebbe demolito ma “riqualificato”- un “sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”…questo il pensiero di Giavazzi), e oltre a quanto fin qui detto, potrebbe diventare un luogo di ritrovo della città; e non esiste futura pericolosità (almeno)… un’idea diversa di pensare i ponti (vedi http://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc).

Ponte Morandi crollato

   Oppure. Se questo è impossibile, e non si vuole nemmeno immaginare un ponte multifunzionale, allora tanto vale pensare a non buttare giù quelle parti che non sono crollate e sono in buono stato, e collegare e ristrutturare in modo efficiente il tutto, senza pericoli futuri: come nell’idea dell’ingegnere padovano ENZO SIVIERO; o dell’Ingegner EDOARDO COSENZA; oppure dell’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, che (con quest’ultimo) tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno pure PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/), dimostrando ragionevolezza dall’alto delle loro esperienza e competenza sul tema di queste delicate e importanti infrastrutture.

l’idea lineare del ponte proposto da Renzo Piano

   Ma finora tanto si è parlato, specie di voler fare le cose con celerità, ma tutto sembra inesorabilmente fermo: non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. E forse di queste cose non se ne sentirà parlare mai, nel senso che ci si limiterà a iniziare a costruire un ponte, con tempi sicuramente molto ma molto più lunghi dell’anno che si vuole far credere di poter rispettare come tempo per avere la nuova infrastruttura. Ci si muove sulla linea del disegno progettuale di RENZO PIANO, bello, rispettabile, “pulito”, geniale come sempre; ma forse si poteva chiedere e pensare a un ponte diverso nelle funzionalità, come ne parlavamo all’inizio di queste righe.
Su tutto regna comunque (nonostante quella che sembra la buona volontà politica, e delle varie amministrazioni coinvolte: Governo, Regione, Comune), molto caos (chi farà il ponte? con gara senza gara? come pagherà la concessionaria “Autostrade per l’Italia” lasciata fuori?….) e improvvisazione; poche idee ma anche confuse. (s.m.)

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IL DECRETO LEGGE SU GENOVA N. 109, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28/9/2018 (n. 226):

DL_109_2018_dlGenova (GU n. 226) (1)

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L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES SUL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

L’accadimento tragico del crollo del ponte spiegato molto bene, in questo link:

https://www.nytimes.com/interactive/2018/09/08/world/europe/genoa-italy-bridge-italian.html

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A GENOVA COSTRUIRE IL PONTE SIGNIFICA RICOSTRUIRE UNA PARTE DI CITTÀ
di Flavio Piva – Direttivo CENSU (Centro Nazionale Studi Urbanistici), 7/9/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/
Il dramma di Genova ha scatenato emozioni di ogni tipo; l’elaborazione collettiva del grave lutto dopo il momento dei perché, della ricerca dei colpevoli e delle cause, giunge ora alla fase più rigenerante: COME RICOSTRUIRE IL PONTE DI GENOVA, oggi che questa costruzione è diventata un simbolo internazionale.

Ponte di Tiberio a Rimini (da INGENIO http://www.ingenio-web.it/ – Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”. (Flavio Piva – Direttivo CENSU 07/09/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/)

   Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”, interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto.
Se si accetta questo approccio, non è chi non veda che il problema è traslato di livello, dal ragionare su un’opera a rigenerare un’area urbana, spostato quindi sul piano dell’urbanistica, quella più sfidante per una città.
I PONTI DELLE CITTÀ
I ponti interni alle città NON SONO MAI SOLO UN’OPERA PER SUPERARE FIUMI O VALLI ma hanno sempre assunto significati iconici o rappresentativi.
Il ponte Morandi nel 1963 era il simbolo della genialità ingegneristica italiana, del miracolo economico e di una città in espansione turbinosa. La sua caduta avviene oggi in un momento storicamente molto diverso ma, come negli anni ’60, la sua ricostruzione oggi può essere occasione di rappresentare diversamente il futuro.

PONTE VECCHIO, FIRENZE, da INGENIO…… “Solo i migliori hanno rispettato la città interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto”.

“DOV’ERA, COM’ERA” È LO SLOGAN DELLA RICOSTRUZIONE FRIULANA, ADATTO PER UN TERRITORIO CHE RIVOLEVA LA SUA IDENTITÀ; a Genova lo si invoca solo perché potrebbe accelerare i tempi.
NON SOLO UN PROBLEMA STRUTTURALE O ARCHITETTONICO
Ma ripristinare la struttura crollata senza ripensarne il ruolo nel contesto urbano è veramente saggio?

Ponte Morandi negli anni ’60 appena costruito

Sul piano strutturale, siamo tutti ansiosi di capire le cause e la dinamica del crollo; come tecnici vogliamo capire i limiti del progetto, quelli dei materiali e le criticità dei modi delle manutenzioni. Ma sulla ricostruzione dobbiamo essere bravi: dobbiamo inserire il massimo dell’intelligenza progettuale sulle opere da realizzare e sui modi cui arrivarci. Velocità ed efficacia vanno coniugate; l’area è una parte complessa di una città complicata, l’approccio deve essere globale.
Cito due considerazioni, buone sintesi della sfida da affrontare.
Dice Bertolaso: “In otto mesi si fa un ponte “baby”, una bretella in acciaio. Un’altra cosa è fare il ponte più importante di questo Paese. Un’opera strategica che va fatta, non dico andando piano, ma mettendo sul tavolo un progetto serio, elaborato bene, condiviso con la cittadinanza e l’amministrazione locale”.
Anche Renzo Piano considera elemento imprescindibile della sua “idea di ponte” – da lui donata alla città di Genova – la “rigenerazione dell’intera area della Val Polcevera, di grandissima importanza, anche se sostanzialmente periferica ma strategica per la città, in un’ottica di un suo rinnovamento economico, tecnologico, sociale oltre che culturale”.
RIGENERARE, PIÙ CHE RICOSTRUIRE
L’occasione è lampante: oggi i molti Sindaci che tentano di rigenerare aree dismesse o parti delle loro città con piani di ambito urbano, devono far fronte al vero problema di trovare il “driver” dello sviluppo dell’area. Sperano in nuovi nuclei di servizi pubblici, localizzazioni di funzioni attrattive o di centri commerciali o direzionali ma spesso l’attuazione di un buon progetto di rigenerazione urbana si arena subito di fronte alle insufficienti risorse pubbliche necessarie per rinnovare a fondo le infrastrutture e i tutti i sottoservizi dell’area.
A Genova, le risorse che verranno attivate dalla ricostruzione del ponte Morandi possono essere il primo grande motore dello sviluppo e del rinnovo di questa parte di città. Qui, anche il piano urbanistico deve cambiare e può farlo anche profondamente.
Un approccio sperimentale fuori dalle regole aiuterebbe a far capire alla burocrazia e alla politica come si possono progettare le città oggi. Anche il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC (Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ndr) auspica che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare un modello di riferimento per l’elaborazione di una esemplare rigenerazione dell’area della Val Polcevera,
Quindi è pregiudiziale avere: (i) un commissario unico sia per la ricostruzione del ponte sia per la rigenerazione urbana; (ii) leggi speciali e procedure d’urgenza (ii) deleghe totali, anche di gestione dei flussi finanziari, ai livelli comunali e regionali; (iii) un grande team di professionisti per l’attuazione e la gestione pluriennale di tutto il progetto di rigenerazione urbana.
L’ESPERIENZA DEL FRIULI DOPO IL 1976
Un approccio simile lo si può ritrovare forse solo nelle scelte legislative e amministrative fatte nel post sisma del Friuli; negli anni ’76-79 il combinato disposto delle leggi regionali, statali e l’autonomia degli uffici diventò un modello virtuoso a cui ora ci si potrebbe riferire.
Una sperimentazione di autonomia locale, in fondo già presente nelle corde dei liguri. A meno che non si voglia andare di deroga in deroga, lasciando il sottostante legislativo invariato per cambiare tutto per non cambiare niente.
LE CARATTERISTICHE DELL’AREA DEL POLCEVERA
Le caratteristiche dell’area sono abbastanza particolari: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici da superare in altezza; un tessuto urbano di fondo valle mal collegato in direzione est-ovest, diffuse destinazioni residenziali, sedi produttive di aziende importanti e luoghi commerciali della grande distribuzione cresciuti nel poco spazio rubato al fiume e alla ferrovia.
Un viadotto che salti a piè pari tutto questo, ripristinerebbe i flussi di traffico ma sarebbe occasione persa se null’altro riuscirà a dare alla città.
SUL PIANO DELLA MOBILITÀ, se ci riferiamo al solo nuovo Ponte questo potrebbe essere UN COLLEGAMENTO NECESSARIAMENTE MULTIMODALE E MULTILIVELLO; che risponda cioè a tutti i modi della mobilità est-ovest già oggi presenti e ai diversi livelli di traffico che qui si concentrano: un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, di livello internazionale che da solo rende probabilmente necessaria la terza corsia autostradale, un traffico di livello regionale e quello cittadino che hanno l’occasione di essere ottimizzati e forse separati dal primo.
Se pensiamo anche al QUADRO URBANISTICO DI ZONA si aprono altre dimensioni di progetto.
Si sono sognati nuovi collegamenti est/ovest in quota o in tunnel siano essi di tipo tradizionale, automobilistici, ciclabili o pedonali o una nuova cremagliera / funivia? Ci sono progetti di portare la metro oltre la Val Polcevera per nuovi poli della città? Qualcuno ha pensato di rilocalizzare le attività produttive e liberare spazi al fiume? Anche l’eventuale ridisegno idraulico e paesaggistico del Polcevera va messo in conto nell’ottica dell’adattamento climatico.
QUESTO È IL MOMENTO DI METTERE TUTTO IN GIOCO. Riordino della Val Polcevera, minimi criteri di aumento della sicurezza idraulica, separazioni dei flussi di traffico, trasferimento fra le due sponde di flussi ciclopedonali e se possibile della metro farebbero allora propendere per una struttura con molti canali di flusso e forse più livelli e fanno ritenere che un ponte a grandi luci meglio si presti al futuro riordino di una parte estesa di città. Non è facile ipotizzare nel prossimo futuro altre costruzioni di ponti a Genova e questa occasione va sfruttata con uno sguardo lungo al futuro.
MANCA UN DIBATTITO SULLA CITTÀ
In questa ottica, quello che sembra oggi ancora fortemente sottovalutato è COME PROGETTARE ENTRO UN APPROCCIO DI RIGENERAZIONE URBANA.
Accanto al progetto vero e proprio del Ponte non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. Le strutture nord europee di pianificazione urbanistica, pubbliche, private o miste, sono formate da decine di professionisti tecnici, esperti legali, finanziari, in sintesi una squadra capace di affrontare in breve la complessità delle prime linee di progetto e dove troverebbero giusta collocazione figure professionali più innovative, developers, general contractors, facility managers, esperti immobiliari e gestori dei processi partecipativi dei residenti. E questo aprirebbe all’esterno il progetto nel quale sarebbe meglio vedere all’opera molte professionalità esterne indipendenti.
Invece, pare che si stia pensando molto al progetto del Ponte e forse ad una serie di progetti minori più o meno correlati e infine ad una variante di Piano regolatore che legittimi tutta l’operazione: Vecchie pratiche, magari tutto definite “in house”, destinate a dare solo esiti conservativi.
Il tempo è una variabile importante, ma non la sola. Modi nuovi e moderni di operare potrebbero essere attivati in breve solo in modo autocratico se si delega un commissario unico per la ricostruzione e per la rigenerazione urbana, si approvano leggi speciali e procedure d’urgenza e si attiva un grande team di professionisti e tutto ciò esalterebbe anche il genio di Renzo Piano. (Flavio Piva)

il ponte crollato

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CROLLO PONTE GENOVA, NON SOLO RENZO PIANO: GLI ALTRI PROGETTI PER IL NUOVO PONTE
da FANPAGE.IT DESIGN, 29/8/2018, https://design.fanpage.it/
– Abbattere e ricostruire o conservare? Nel dibattito su come dovrebbe essere il nuovo ponte di Genova si impongono diverse idee, da quella di RENZO PIANO a quella dell’Ing. PIERANGELO PISTOLETTI contattato da Autostrade per l’Italia, fino a chi propone di recuperare e preservare il ricordo del vecchio Ponte Morandi – 

  La notizia dell’arrivo alla Regione Liguria dell’architetto Renzo Piano con un plastico del nuovo ponte di Genova ha già fatto il giro del mondo. In tanti, dal governatore Giovanni Toti al Sindaco Marco Bucci, fino anche agli stessi cittadini di Genova, hanno accolto il progetto dell’architetto genovese con grande favore. Renzo Piano ha regalato il disegno di un ponte leggero che sia UN OMAGGIO ALLE VITTIME DEL CROLLO DEL VIADOTTO POLCEVERA. La proposta dell’architetto genovese non è l’unica idea di progetto avanzata per la rinascita di Genova.
Tra le varie voci è emersa quella dell’Ing. PIERANGELO PISTOLETTI, contattato dalla società Autostrade per l’Italia per preparare un ventaglio di proposte sulla ricostruzione del Ponte Morandi. E c’è anche chi, come l’Ing. EDOARDO COSENZA, componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, massimo organismo tecnico del MIT, propone di recuperare il Ponte Morandi e preservarne il ricordo.
IL PROGETTO DELL’ING. PISTOLETTI
L’Ing. Pistoletti sta lavorando nel suo studio alla Seteco Ingegneria, l’azienda genovese che ha fondato nel 1991 e che è specializzata nella progettazione di strutture metalliche e soprattutto viadotti stradali e ferroviari. Pisano di origine e genovese di adozione, dove insegna all’Università, Pistoletti è considerato uno dei massimi progettisti di ponte in acciaio. La sua proposta per il ponte di Genova è infatti un ponte realizzato in acciaio che richiami le soluzioni estetiche e formali del Viadotto Morandi. Niente calcestruzzo dunque, se non forse nelle solette. Il nuovo ponte potrebbe ricordare quello di Morandi con una parte strallata, dove era strallato il Viadotto Polcevera, e una parte più continua verso Ponente. Inoltre il nuovo ponte sarà adeguato alle normative in vigore per cui avrà le corsie di emergenza e le barriere antirumore per garantire la massima sicurezza. L’Ing. Pierangelo Pistoletti prevede che un ponte del genere possa essere realizzato entro la fine del 2019.
IL PROGETTO DELL’ING. COSENZA
Per l’Ing. Edoardo Cosenza non è necessario realizzare un nuovo ponte a Genova. Seppur il degrado della rimanente parte del Ponte Morandi sia evidente, l’iconica struttura di Genova può essere recuperata. La sua proposta è quella di un PONTE DELLA MEMORIA che conservi il ricordo del ponte realizzato da Riccardo Morandi e che contempli, per il tratto di ponte crollato, la ricostruzione secondo le tecniche ingegneristiche più moderne. Per descrivere il Ponte della Memoria ci affidiamo alle parole scritte dallo stesso Ing. Cosenza sul suo profilo Facebook: “Qualunque sia lo stato di degrado della rimanente parte del Ponte Morandi di Genova, a mio parere il recupero si può fare. E se potessi decidere io: si deve fare. Nulla in generale contro gli abbattimenti e le ricostruzioni, anzi in Italia si usano pochissime volte ed è un male. Anche le strutture si possono ed a volte si devono rottamare. Ma la struttura di Riccardo Morandi nella sua semplicità si presta a qualunque rinforzo. Ed a tornare a nuova vita. Le pile (diciamo in generale gli elementi subverticali della struttura) sono degradate? Si rimuove il calcestruzzo superficiale, si trattano le armature che credo siano solo esterne, si ripristina il tutto con malte ed a mio parere si rinforza pure significativamente con materiali fibrorinforzati, soprattutto per aumentare il confinamento. Più resistente e più durevole.
Problemi agli stralli rimanenti? Non credo perché sono stati cambiati di recente. Se ricordo male ed invece qualcuno non è stato ancora sostituito, lo si può fare tranquillamente. Problemi nelle travate e nelle solette? Sono casi comuni, direi interventi standard. Le stesse vanno irrigidite per problemi dinamici? Anche questo non è complicato, specie con il ponte non in esercizio. Il Ponte deve rimanere per ricordo della grande ingegneria e dei problemi dell’ingegneria, della manutenzione ecc. E in memoria delle povere vittime. E anche per non sprecare altro denaro. Che certo deve andare per altre opere, non per far risparmiare il Concessionario. Poi sulla parte da ricostruire, anche spazio alla fantasia ingegneristica, oppure che lo si rifaccia uguale ma con tecniche modernissime. Per me su questo va bene qualunque idea. Questo è il mio modesto pensiero. Abbattere solo per abbattere? Come simbolo politico? Per me: no grazie. A me piacerebbe che rimanesse come il Ponte della Memoria”.

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MA SI PUÒ AFFIDARE LA RICOSTRUZIONE DEL PONTE MORANDI SENZA GARA?
di Pierpaolo Scavuzzo, 21/9/2018, da AGI (Agenzia Italia) – fact-checking http://www.agi.it/
– Abbiamo verificato la dichiarazione del ministro Toninelli che dice di non voler fare un bando per decidere chi dovrà ricostruire la struttura crollata il 14 agosto –
Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, durante l’audizione alla Camera dell’11 settembre in cui si discuteva tra le altre cose del “decreto Genova” annunciato dal governo, ha espresso l’intenzione di non fare una gara per individuare il soggetto che dovrà ricostruire il ponte Morandi di Genova ma di procedere con l’affidamento diretto, probabilmente a Fincantieri.
Ma si può fare? Per prima cosa vediamo meglio la posizione, o meglio “le posizioni”, del governo.
Le parole di Toninelli e i dubbi di Moavero Milanesi.
Toninelli in particolare aveva allora dichiarato (min. 36.25): “Riusciremo a gestire la ricostruzione del ponte andando oltre il rispetto (…) delle giuste regole previste dal codice degli appalti. Penso che nessuno oggi possa ritenere non eccezionale e straordinario un caso drammatico come quello di Genova, e quello ci permetterà quindi di poter assegnare direttamente in questo caso a una società pubblica, ad esempio Fincantieri”.
l ministro dei Trasporti aveva successivamente aggiunto (1h 11m 0s) che “in questi minuti è in corso un incontro a Bruxelles per verificare – ed è fattibile ovviamente – che si possa derogare alle norme del Codice degli appalti per affidare, attraverso il Commissario unico straordinario per Genova, immediatamente senza gara ad un soggetto pubblico o partecipato principalmente dal pubblico, come Fincantieri, la ricostruzione del ponte stesso”.
Sono passati dieci giorni, il “decreto Genova” ancora non ha visto la luce né risulta che da Bruxelles sia arrivato un via libera all’affidamento diretto della ricostruzione del ponte. In base a quanto riporta un retroscena del Corriere della Sera, particolare da parte del ministro degli Esteri, Moavero Milanesi – sulla possibilità di evitare la gara in base alle norme europee.
VEDIAMO ALLORA MEGLIO QUAL È LA SITUAZIONE.
COSA DICONO LE NORME EUROPEE?
I principi generali sugli appalti sono stabiliti da direttive dell’Unione europea, in modo da garantire in tutti gli Stati dell’Unione la libera concorrenza tra le imprese del vecchio continente. In base ad esse, solo eccezionalmente si può limitare la concorrenza, che viene appunto garantita dalle procedure di gara, e procedere all’affidamento diretto a un’impresa di un’opera.
VEDIAMO I DETTAGLI.
L’ECCEZIONE ALLA REGOLA
La direttiva 2014/25 regola in particolare le “procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali”. All’articolo 44 , che disciplina la scelta della procedura da utilizzare per i vari appalti, stabilisce (al quinto comma) che “Nei casi e nelle circostanze specifici espressamente previsti all’articolo 50, gli Stati membri possono prevedere che gli enti aggiudicatori ricorrano a una procedura negoziata senza previa indizione di gara. Gli Stati membri non consentono l’applicazione di tale procedura in casi diversi da quelli di cui all’articolo 50”.
Quindi si può evitare la gara e procedere all’affidamento diretto solo nei casi tassativi previsti dall’articolo 50. Questo articolo abbraccia una serie di ipotesi, che vanno dalla gara indetta ma andata deserta all’appalto a soli scopi di ricerca, dall’opera che può fare solo un determinato soggetto (ad esempio un artista) alle forniture quotate e acquistate sul mercato delle materie prime.
Il caso rilevante per la questione del ponte Morandi, e citato da Toninelli nel corso dell’audizione dell’11 settembre, è quello previsto dalla lettera d) dell’articolo 50, che consente di evitare la gara “nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivanti da eventi imprevedibili dall’ente aggiudicatore, i termini stabiliti per le procedure aperte, per le procedure ristrette o per le procedure negoziate precedute da indizione di gara non possono essere rispettati”.
LE ALTRE PROCEDURE CHE PREVEDONO UNA GARA
Quindi perché si possa evitare la gara, in parole semplici, il governo deve dimostrare che i termini stabiliti per le procedure che prevedono una gara (aperta, ristretta o negoziata con previa indizione di gara) non possono essere rispettati.
MA QUALI SONO QUESTI TERMINI?
La procedura aperta (art. 45) prevede che, una volta pubblicato il bando di gara, le imprese abbiano 35 giorni per presentare un’offerta ma per motivi di urgenza (co.3) si può scendere a 15 giorni.
La procedura ristretta (art. 46) è più lunga nella sua fase iniziale, in quanto prevede un doppio passaggio: dopo la pubblicazione del bando tutte le imprese possono chiedere di partecipare, e inviare la richiesta entro minimo 15 giorni; successivamente l’ente aggiudicatore sceglie quelle con cui procedere al negoziato, che hanno minimo 10 giorni per inviare la loro offerta. Il negoziato tuttavia dovrebbe essere più celere rispetto alla procedura aperta, visto il numero minore di offerenti.
Anche la procedura negoziata con previa indizione di gara (art. 47) prevede, nei casi urgenti, un minimo di 15 giorni dalla pubblicazione del bando per presentare la richiesta di partecipazione e 10 giorni, per le imprese selezionate, per presentare le offerte. E anche in questo caso il numero ridotto di offerenti dovrebbe velocizzare le procedure successive alle offerte.
Dunque i tempi per le gare sono piuttosto rapidi. Il vero problema è il tempo di cui avrebbero bisogno le istituzioni italiane coinvolte (Stato, regioni, comuni e così via) a preparare il bando prima e a selezionare il vincitore poi. Ma è dubbio che l’Italia possa ledere i principi di libera concorrenza stabiliti dalla Ue per eventuali lungaggini che dipendano appunto da istituzioni italiane. Stabilisce infatti l’ultimo paragrafo dell’articolo 50 lettera d) che “le circostanze invocate per giustificare l’estrema urgenza non devono essere in alcun caso imputabili all’ente aggiudicatore”.
I TEMPI DELLA RICOSTRUZIONE
Ma quanto tempo si stima sarà necessario per ricostruire il ponte Morandi?
Tralasciamo la proposta di Autostrade per l’Italia, che per bocca del suo amministratore delegato Giovanni Castellucci aveva annunciato di poter fare un nuovo ponte di acciaio in 8 mesi appena (ma solo con una procedura autorizzativa accelerata , considerata l’ostilità del governo).
Toninelli, sempre nel corso dell’audizione dell’11 settembre, aveva infatti dichiarato a proposito di Autostrade: “Penso che sia inaccettabile e incomprensibile (…) che quel ponte venga ricostruito anche con una sola pietra da chi l’ha fatto crollare”.
Antonio Brencich, docente di Ingegneria delle Costruzioni dell’Università di Genova e membro della commissione ministeriale sul crollo del ponte Morandi, poi dimessosi per evitare i sospetti di un possibile conflitto d’interessi, ad agosto aveva pronosticato tempi lunghi. “Se fosse tutto finito tra 4 anni sarebbe un esempio di grandissima velocità”, aveva dichiarato Brencich, sollevando il problema della logistica della demolizione, della preparazione del cantiere (alloggi, servizi etc.) e del compimento dell’opera.
Giulio Ballio, già rettore del Politecnico di Milano, pochi giorni dopo aveva confermato la stima di 3-4 anni, a meno di non voler mantenere i piloni esistenti, che non sarebbero deteriorati, il che consentirebbe di abbattere i tempi a 2 anni.
CONCLUSIONE
Perché la tesi espressa da Toninelli sulla possibilità di procedere con un affidamento diretto della ricostruzione del ponte Morandi venga accolta, il governo dovrebbe convincere l’Unione europea che l’urgenza sia tale da non consentire venga indetta una gara, con nessuna delle procedure e delle tempistiche sopra viste, e che all’Italia non si possano imputare responsabilità circa l’urgenza stessa.
Il ministro dei Trasporti, lo scorso 11 settembre, si era detto sicuro che a Bruxelles avrebbero approvato la sua linea, ma da allora non sono giunte altre notizie dalle istituzioni comunitarie. Nel frattempo, se fossero confermate le indiscrezioni di stampa, sarebbero emerse posizioni diverse sulla bontà della tesi di Toninelli all’interno del governo.
In ogni caso, per avere una risposta definitiva bisognerà attendere la decisione dell’Ue, se autorizzare o meno il governo italiano a procedere con l’affidamento diretto in ragione dell’articolo 50 lettera d) della direttiva 25/2014. (Pierpaolo Scavuzzo)

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PISTOLETTI SPIEGA IL PROGETTO

di Francesco Margiocco, 1/9/2018, da IL SECOLO XIX http://www.ilsecoloxix.it/
– Un anno e 150 milioni per costruire: il nuovo ponte di Piano in acciaio per Genova –
Genova – Nell’incertezza che ancora circonda la costruzione del futuro viadotto sul Polcevera un paio di punti sono sempre più chiari. A costruire il ponte sarà, quasi certamente, UN’ASSOCIAZIONE TEMPORANEA DI IMPRESE (ATI) FORMATA DA AUTOSTRADE PER L’ITALIA, FINCANTIERI E CIMOLAI, gruppo di Pordenone specializzato nella costruzione di viadotti.
Quasi senza dubbio sarà un ponte in acciaio. Nonostante l’ingegneria civile continui a preferirgli il cemento armato, l’acciaio si sta sempre più imponendo. Come spiega Pierangelo Pistoletti «è un materiale omogeneo, resistente ugualmente in trazione e compressione, con caratteristiche meccaniche praticamente permanenti, facile da mantenere e su cui possono essere fatti semplici interventi di rinforzo se fossero necessarie maggiori prestazioni».
Pistoletti è uno dei maggiori progettisti italiani di viadotti di metallo, amministratore unico della Seteco Ingegneria srl e docente a contratto all’Università di Genova dove tiene un corso di Costruzione di ponti. Ha alle spalle una lunga collaborazione con Cimolai: sono suoi, fra gli altri, i progetti del ponte sull’Adige e della copertura per la stazione dell’alta velocità di Reggio Emilia disegnata dall’architetto spagnolo Calatrava, entrambi poi costruiti dall’azienda friulana. Ha presentato alla Società Autostrade, in collaborazione con la società d’ingegneria del gruppo Atlantia, Spea, quattro proposte per il nuovo ponte genovese, di cui una è in linea con il disegno consegnato alla città dall’architetto Renzo Piano. È verosimile che Piano e Pistoletti collaborino alla progettazione del nuovo viadotto, il primo per gli aspetti più formali, il secondo per la struttura.
I tempi di costruzione, dice Pistoletti, «potranno essere tra i nove mesi e un anno. I costi del solo ponte, in larga massima, possono essere stimati tra i 100 e i 150 milioni». (Francesco Margiocco)

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PETIZIONE SUL PONTE MORANDI: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA
di Gabriele Camomilla – Terotechnologist expert in maintenance and road management 17/09/2018
da https://www.ingenio-web.it/
In questi giorni mi sono fatto molte domande sulla tragedia di Genova e delle terribili vicende che hanno colpito le persone e le attività vitali della città. Per la mia professione e per la mia natura pragmatica, al di là della ricerca delle colpe del crollo della pila 9, se ci sono state, mi sono concentrato sulle soluzioni in atto per i genovesi, alcuni letteralmente senza casa ed il resto con una prospettiva di vita difficile per i prossimi anni (quanti? Uno? Non ci crede nessuno).
“LA SCELTA SUL PONTE MORANDI NON PUÒ ESSERE DETTATA DALLA EMOTIVITÀ”
Ho visto la serie di decisioni dettata dal dovere formale (magistratura) e da quello emotivo, con motivazioni ed ottiche diverse, delle amministrazioni locali e cdi quelle Centrali.
Se è giusto che la prima reazione possa essere emotiva, nei responsabili pubblici questa emotività va rapidamente smorzata dalla razionalità che la funzione impone.
Quindi mi sembra, che come si fa con i pentiti di mafia, le informazioni vitali per la collettività vadano cercate anche con l’aiuto dei “colpevoli” (tra l’altro presunti) che sanno.
Ora nel caso del ponte non ci sono ancora colpevoli, ma coloro che sanno meglio di tutti delle effettive condizioni del ponte sono i gestori della concessione, esclusi a priori per colpevolezza probabile da ogni azione conoscitiva per cui ancora oggi gli sfollati della pila 10 non sono ammessi neppure per minuti alle loro case. Si devono apporre “sensori” di controllo, la cui natura si sta scegliendo senza chiedere a chi lo sa quali non funzionano o non servono in quanto ne ha già provati molti nel corso degli anni.
MA LE POLEMICHE SONO INUTILI.
Rimane il fatto che il TEMPO di intervento è fondamentale per le persone e per la città che, con il porto mal collegato, muore.
LO STATO DEL TRATTO DI 500-600 METRI SOPRA LE FABBRICHE È STATO GIUDICATO AFFRETTATAMENTE “LOGORO ED INAFFIDABILE”.
Non poteva che essere così stante l’emozione del momento e la non perfetta valutabilità di detto stato nelle condizioni operative del momento.
“DAI MEDIA CONCLUSIONI FANTASIOSE SUI PONTI IN CALCESTRUZZO”
I media da ciò hanno dedotto conclusioni a dir poco fantasiose del tipo: i ponti in cemento armato durano 50 anni; oppure che la struttura con le pile a V è stata rattoppata con guaine bituminose confondendo i presidi localizzati per evitare la caduta di piccoli elementi di copriferro sulla testa di chi sotto a quei ponti ci lavora, con manutenzioni di tipo strutturale o di tipo protettivo avanzato che ci sono state e che invece mancano su gran parte dei ponti italiani a gestione pubblica degli enne enti preposti alla gestione delle strade e che non vengono definiti talmente “logori” da doverlo abbattere come per i complessivi 8- 90 metri integri del viadotto Morandi.
Per correggere queste percezioni che stanno portando ad un terrorismo non temperato sullo stato dei ponti italiani MI È SEMBRATO IMPORTANTE CERCARE DI RIVALUTARE LO STATO DELL’ESISTENTE, PER EVITARNE SE POSSIBILE LA DEMOLIZIONE, rinviando il chiarimento delle cause del crollo, che ancora non sono scientificamente note e che comunque riguardano le sole parti con stralli di tipo originale, ad analisi necessariamente lente e complesse.
Chiedere quindi con una PETIZIONE FIRMATA DA DECINE DI ESPERTI della strada molti dei quali hanno effettuata la riparazione del difetto esecutivo scoperto nel 1992 sulla pila 11, ospitata ad una testata tecnica come INGENIO, CONSENSI QUALIFICATI PRIMA E DI “POPOLO” POI SULLA POSSIBILITÀ DI REVISIONE DELLE DECISIONI CHE SEMBRANO ESSERE IRREVOCABILI.
Non si chiede niente che non sia razionale. TUTTO È FATTO ALLA RICERCA DEL GUADAGNO DI TEMPO per ricominciare almeno al punto in cui la tragedia ha interrotto il flusso normale delle cose.
Riparata una via nel modo più rapido si potranno affrontare i problemi irrisolti dell’area
UNA PETIZIONE PER RIFLETTERE SUL FUTURO PONTE SUL POLCEVERA
Questo è il senso della petizione che in sintesi dice: non demoliamo ciò che resta che è in gran parte perfettamente utilizzabile in sicurezza; ricostruiamo il minimo necessario per riprendere la vita, del traffico e delle famiglie sfrattate.
Poi vedremo di fare le aggiunte. Ricordo, e non ne ero a conoscenza fino a ieri, che ci sono già 3 progetti oltre a quello di Piano, per bypassare il Morandi: tutti eseguibili e tutti però che non ne prevedevano la demolizione.

ECCO LA PETIZIONE:
SALVIAMO CIÒ CHE RESTA DEL PONTE DI GENOVA, con esso 150 case ed il porto.
Siamo un gruppo di ingegneri, architetti e tecnici stradali ma, soprattutto, cittadini italiani interessati a difendere gli interessi degli abitanti di Genova duramente colpiti dal recente lutto cittadino e dalle conseguenze del crollo di un tratto (la pila 9 e i vicini 200m) del ponte più importante della città e della regione.
Assistiamo con sconcerto alla discussione pubblica su quanto occorra fare per restituire al più presto alla città di Genova la viabilità e il regolare svolgimento delle attività e della vita di tutti i giorni, gravemente colpiti dal crollo.
La Procura prima ed il Ministero delle infrastrutture poi hanno dichiarato necessaria la demolizione integrale dell’opera (lunga 1km) per ricostruirla sulla base di un disegno schematico dell’architetto Piano, tutto da progettare.
Dicono che ci vorrà 1 anno, ma solo la demolizione richiederà realisticamente molto di più, con disagi aggiuntivi.
I periti della Procura e del Ministero delle infrastrutture hanno dichiarato come fortemente logorate le parti ancora in piedi e questo blocca ogni soluzione alternativa
RICHIESTE
…. segue —-
https://webapi.ingenio-web.it/immagini/file/byname?name=petizione-salva-genova.pdf
Per firmare la Petizione vai a questo LINK su Change.it

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PONTE MORANDI, IL PROGETTO DI SIVIERO: «RICOSTRUIAMO SOLO IL PEZZO CROLLATO»
Dopo Renzo Piano, la controproposta del padovano: «Così, lavori finiti in un anno»
di Martina Zambon, 23/9/2018, da “Corriere di Verona”
Il vulcanico Mr Bridge colpisce ancora. Parliamo del padovano Enzo Siviero che, al netto dell’ecletticità caratteriale, è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi esperti di ponti e non solo in patria. Balzato recentemente agli onori delle cronache con l’ipotesi di un attentato all’origine della tragedia di Genova, Siviero (che insegna allo Iuav di Venezia) torna a occuparsi del viadotto sul Polcevera firmato a suo tempo da Morandi. Stavolta lo fa promuovendo due iniziative parallele: una petizione per convincere il governo a non demolire ciò che resta dell’opera di Morandi e con un’idea progettuale affidata a quelli che chiama, con affetto, «i suoi ragazzi».
Un’idea di progetto per riannodare i due dolenti monconi del viadotto dell’A10 crollato lo scorso 14 agosto. «E tengo a dire che il progetto è dei ragazzi che collaborano con me, io sono solo il promotore». Il sottotesto, per gli addetti ai lavori, è un velato accenno all’idea di nuovo viadotto a 43 luci, omaggio alle vittime del crollo, donecessità, nata da Renzo Piano, archistar indiscussa e genovese di nascita. La risposta, indiretta, di Siviero e del suo studio di progettazione, Implementation Projects, pare essere: «largo ai giovani» da un lato e «non gettiamo via una grande opera di ingegneria, ripristiniamola» dall’altro.
Siviero esordisce con un’infilata di domande: «Riaprire il collegamento in tempi rapidi. Perché non valutarlo realmente? Perché non recuperare ciò che si può recuperare? Perché non c’è discussione su questo tema? Perché parlare di nuovi ponti quando conosciamo la reale dilatazione dei tempi in Italia?». La risposta è pragmatica: una ricucitura dell’esistente che può essere replicata secondo moduli sequenziali in caso si arrivasse alla demolizione.
La scelta dei giovani progettisti è accattivante proprio perché semplice: sostituire il pilastro caduto al suolo con una sua replica rovesciata, una doppia «A» che si tramuta in una doppia «V» ad allargare la braccia verso il cielo proprio a metà del viadotto spezzato.
Siviero parte da un’analisi del presente: «Rimarrà, una ferita per il Paese. Il disagio per le persone sfollate e il loro fondato timore di demolizione delle case, le perdite economiche dirette e indirette per aziende e attività commerciali, e il danno per l’intero sistema portuale: da questo scenario disastroso si comprende quanto sia urgente ripristinare rapidamente il collegamento. Dopo una prima spinta emotiva, che può lasciare spazio a ipotesi dal valore simbolico, è necessario un approccio razionale».
La proposta dell’ingegnere parte dalla verifica e dal consolidamento del viadotto esistente. «Dopo il crollo della campata le porzioni restanti del viadotto costituiscono circa l’80% del tratto. Pensare di demolirlo significa evacuare le aree interessate alla demolizione, intasare la rete urbana di mezzi pesanti carichi di macerie e avere un cantiere in ambito urbano per un periodo molto lungo. Perché non vengono verificate le strutture esistenti? Visto il carattere di urgenza, l’assegnazione dell’incarico, le indagini, i prelievi ed i test sulla struttura potrebbero essere fatti in due mesi. Aggiungendone altri due per l’analisi dei risultati, in circa quattro mesi si potrebbe sapere se e come il viadotto può essere rimesso in esercizio».
A sostegno della sua idea, chiama in causa Gabriele Camomilla, ingegnere civile esperto di manutenzione stradale e già progettista interessato alla manutenzione del viadotto Polcevera che, spiega Siviero, «ha promosso una petizione in cui è ribadita la possibilità di ricongiungere in tempi minimi il tratto stradale recuperando le strutture esistenti».
E qui si innesta l’idea di progetto dello studio padovano: per il tratto mancante si è pensato a una soluzione realizzata in acciaio «di tipo estradossato», con due campate tampone, a coprire una luce totale di circa 240 metri. «Il ponte estradossato, dopo oltre vent’anni di sperimentazione e di realizzazione, può essere considerato come il sistema strutturale migliore dal punto di vista costruttivo e dell’uso del materiale, in riferimento a luci che vanno dai 120 ai 250 metri. Le torri che sorreggono l’impalcato dovrebbero essere realizzate in acciaio mentre il nuovo impalcato dovrebbe essere in struttura mista acciaio e calcestruzzo». Previsioni: un anno per la «guarigione» del viadotto ferito. (Martina Zambon)

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da http://www.rainews.it
RIQUALIFICARE PONTE MORANDI SENZA DEMOLIRLO: ECCO LA NUOVA PROPOSTA PER GENOVA
Non il semplice rifacimento di Ponte Morandi, ma un “sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”.
Lo spiega l’architetto STEFANO GIAVAZZI in un video pubblicato sul blog di Beppe Grillo Tweet 17 settembre 2018. Al centro della nuova proposta non c’è soltanto il ‘passaggio autostradale’, ma una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia.
L’intento prevede un modulo reticolare prefabbricato in acciaio, un cubo pre-assemblato che ingabbi la struttura esistente in maniera tale da non effettuare alcuna demolizione.
Lo spiega Giavazzi nel video: “Proporre concretamente un semplice, e non banale, sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”. Un’ipotesi definita nel blog del comico genovese “a dir poco geniale”.
I pregi della proposta, secondo l’architetto, riguardano 10mila metri quadri di pannelli solari, 16 mega watt di potenza che produce energia per 6mila famiglie, 65 mila metri quadrati di superficie a disposizione per piano da destinare ad attività commerciali, tempo libero e sviluppo tecnologico, una sede stradale a sei corsie, una nuova via pedonale panoramica e piste ciclabili: un “nuovo pezzo di città orizzontale”.
(vedi la presentazione su youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc )

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GENOVA, COME RICOSTRUIRE IL PONTE. LA VERSIONE DI FIRTH

di Alberto Premici, da OFFIDA.INFO 20 agosto 2018 https://www.offida.info/
Per la tragica vicenda del crollo del ponte Morandi di Genova, del 14 agosto 2018, dopo i primi giorni di emergenza assoluta, si iniziano a tracciare quelli che saranno i percorsi e le procedure per ripristinare e migliorare lo stato dei luoghi, tornando in tempi ragionevoli alla normalità.
Si piangono, e si piangeranno per molto tempo, le decine di morti e feriti, vittime sia della fatalità che dell’incuria umana, ma al momento l’obiettivo primario è dare una collocazione consona alle centinaia di sfollati dall’area interessata.
Tralasciando il rimbalzo delle responsabilità, soprattutto politiche, che non produce fatti e soluzioni concrete se non quello di riportarci a vecchi e patetici deja vu, la magistratura, proprio in questi giorni, sta acquisendo tutti i materiali audio e video degli istanti del crollo strutturale del ponte, oltre ovviamente a tutti i documenti ufficiali, a partire dal progetto originario e a tutti quelli collegati.
Se c’è una certezza però è quella che il ponte, per la sua strategica funzione viaria dell’intera Liguria e del nord-ovest della penisola, dovrà essere ricostruito.
Ci è sembrato interessante riportare alcune dichiarazioni rilasciate a BBC, CNN, Telegraph e Guardian, dal professor IAN FIRTH, una delle massime autorità mondiali in fatto ponti e non solo.
Firth è docente in alcune prestigiose università, ha guidato le principali istituzioni di ingegneria civile in Inghilterra e da 38 anni progetta e costruisce ponti in tutto il mondo (fra i suoi progetti c’è anche il Ponte sullo Stretto di Messina).
Nel suo intervento il professore, che ben conosce il ponte Morandi di Genova, stronca senza pietà la possibilità di ricostruire la struttura in soli 180 giorni, così come dichiarato dalla società Autostrade.
Sulle cause del disastro Firth è stato cauto: “Visto che questo ponte in calcestruzzo rinforzato e precompresso è stato in piedi per oltre 50 anni, è possibile che la corrosione degli stralli o dei rinforzi, abbia contribuito al crollo, ma non va trascurato il fatto che ci fossero dei lavori in corso che possono avere giocato un ruolo”.
Definisce gli ingegneri italiani “Tra i migliori del mondo” ma, prosegue “I ponti, tutti i ponti, in particolare quelli costruiti negli anni ‘60, hanno bisogno di manutenzione e nessuno può puntare il dito contro di loro se non è stata fatta a dovere”.
E su questa responsabilità non ha dubbi: “E’ il concessionario (Autostrade, ndr) che ha in gestione il ponte ed è il responsabile per la qualità della struttura e per il monitoraggio del degrado che ha subito nel corso degli anni. Agli ingegneri, è vero, spetta la valutazione tecnica, ma è il concessionario che ha la responsabilità per quello che è accaduto”.
Per la ricostruzione Ian Firth ipotizza che “non ha alcun senso rifare il ponte Morandi com’era, che era innovativo negli anni ‘60, ma sappiamo che ha sempre avuto problemi dopo e che è stato progettato secondo una tecnica, il calcestruzzo armato precompresso, oggi completamente superata”… “per effetto di questo tragico crollo, l’Italia ha l’opportunità di fare un ponte non solo tecnicamente evoluto, non solo in grado di durare più a lungo, ma soprattutto più grande, con più corsie e quindi con la possibilità di far transitare molti più veicoli e risolvere un problema annoso della città di Genova”.
Nella sua disamina Firth sottolinea anche l’importanza dell’estetica e dell’inserimento paesaggistico, di ciò che andrà a sostituire il Morandi, perché: “Un giorno nessuno si ricorderà dei costi di un’opera, ma tutti potranno dire se un ponte è brutto o no. Un ponte ci racconta, racconta come siamo”.
Oltre al professore inglese, sono molti gli strutturisti che stanno studiando soluzioni per la ricostruzione dell’importante infrastruttura ligure, che per ora è solo sinonimo di tragedia, ma si spera diventi il simbolo dell’avvio di una nuova era per le infrastrutture italiane. (Alberto Premici)

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PONTE MORANDI | COSENZA: “C’È UNA PARTE CHE MERITA SILENZIO”

20/8/2018 https://www.calcolostrutturale.com/
– Dalla propria pagina Facebook parla il prof. Edoardo Cosenza, docente di tecnica delle costruzioni alla Federico II di Napoli –
Proponiamo qui di seguito il testo del post che il prof. Edoardo Cosenza ha postato sulla sua pagina Facebook.
POST TECNICO E PURE LUNGO
“Ho subito deciso di non partecipare al dibattito mediatico e mi avevano cercato persino BBC e TV tedesca. E soprattutto ho deciso di non avere ruoli nelle varie Commissioni. Sono un Componente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il massimo organismo tecnico del MIT – e quindi dello Stato – e ritengo giusto non avere ruoli di parte.
Affido solo alla mia modesta pagina Facebook qualche considerazione, senza filtri.
Ed allora vorrei dire anche io qualcosa sul crollo.
Non c’è dubbio che la crisi di uno strallo porta rapidamente al collasso dell’intero cavalletto e delle campate adiacenti. Il sistema nasce per essere fortemente compresso dagli stralli, una elevatissima compressione quasi centrata che fa lavorare in condizioni ottimali il calcestruzzo. Le piccole eccentricità che nascono per non simmetrie di carico o di altro, non credo che portino in trazione il calcestruzzo, nelle condizioni di progetto. Ovviamente la soletta da ponte invece è inflessa e perciò è stata precompressa.
Con questo comportamento, praticamente pendolare, il collasso di uno o più stralli porta ad una rottura complessiva rapidissima. Nessun elemento è in grado di portare le enormi flessioni ed a catena, in frazioni temporali rapidissime, cede tutto. Con termini più moderni si direbbe che è una delle tante strutture “fragili” esistenti al Mondo, o con terminologia ancora più recente, “Poco Robusta”.
Ma questi ultimi sono requisiti che anche alle strutture moderne vengono chiesti da pochi anni con le nuove Norme Tecniche. E che non si possono chiedere a certi tipi di strutture anche usatissime oggi; su questo punto non mi posso soffermare.
Dunque il cedimento di uno strallo equivale ad un arresto cardiaco.
Ma il ponte è deceduto per arresto cardiaco? Con questa dizione medica che noi riteniamo un poco banale che alla fine non chiarisce? È chiaro che se c’è arresto cardiaco il paziente muore, ma perché c’è stato l’arresto?
Cioè tornando ai termini ingegneristici, perché ha ceduto uno o più stralli? E il cedimento è una causa o un effetto?
E qui viene la parte che merita silenzio. Perché può esserci stata corrosione degli stralli non prevista e non vista; oppure tensioni negli stralli da fatica ciclica troppo elevata; oppure cedimento improvviso del vincolo fra strallo e soletta; oppure vibrazioni da vento e pioggia (addirittura qualcuno ha parlato di fulmine) che hanno portato a sollecitazioni negli stralli assolutamente anomale; oppure ci sono stati cedimenti improvvise delle campate appoggiate sulle selle che hanno portato ad azioni flessionali dinamiche inaccettabili sul sistema strallato; oppure una combinazione delle cose che ho enunciato; oppure tanto altro ancora che adesso non mi viene in mente …
E perciò il silenzio. Solo analisi approfondite e complessive su: progetto eseguito, filmati disponibili, parti strutturali rimaste, materiali nello stato di vecchiaia attuale, condizioni di pioggia e di vento prima del crollo, magari prove su modelli, ecc ecc potranno far arrivare alle necessarie conclusioni. Che dovranno essere affidabili e che non dovranno lasciare dubbi. Nessuno, dico nessuno, ha il diritto di avanzare ipotesi senza questi studi.
Nel rispetto delle povere vittime incolpevoli ed inconsapevoli e dei loro familiari di questa grande tragedia nazionale.
A chi ha avuto la pazienza di arrivare fino in fondo di questo post di lunghezza eccessiva rispetto agli standard di Facebook ed al tempo di attenzione dei lettori, chiedo un ulteriore sforzo: Non mi chiedete altro. IO NON SO COSA SIA SUCCESSO e se me lo chiedete vuol dire che non avete compreso, certamente per mia poca chiarezza, quello che è scritto in questo post.
Grazie” – Edoardo Cosenza

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