Uomini che odiano le donne e violenza di guerra su di loro – Il NOBEL PER LA PACE 2018 assegnato alla vittima yazida NADIA MURAD e al ginecologo congolese DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti- Quando il Tribunale Internazionale perseguirà di più ogni violenza sulle donne?

IL PREMIO NOBEL PER LA PACE 2018 È STATO ASSEGNATO A NADIA MURAD E DENIS MUKWEGE “per i loro sforzi per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”. L’annuncio è stato fatto intorno alle 11 del 5 ottobre scorso a OSLO, in Norvegia, dal Comitato norvegese per i Nobel. Entrambi i premiati, ha spiegato il Comitato, hanno dato un contributo essenziale per portare l’attenzione sui crimini di guerra. MUKWEGE ha dedicato la sua vita ad aiutare e difendere le persone coinvolte in violenze e abusi. MURAD ha raccontato le violenze subite e inflitte ad altre persone. Grazie al loro lavoro, ripreso spesso dai media internazionali, hanno entrambi contribuito a rendere di attualità e sentito il tema delle violenze sessuali nei conflitti e nelle guerre, consentendo spesso di identificarne gli autori. da IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/

   Il NOBEL PER LA PACE quest’anno è stato assegnato a due persone impegnate contro la violenza sessuale sulle donne nelle guerre dei loro Paesi: parliamo della vittima yazida NADIA MURAD e del ginecologo congolese DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti: lui ha curato 50mila vittime, lei si batte per la tutela del popolo yazidi. La decisione del comitato norvegese è stata apprezzata ovunque.
DENIS MUKWEGE è un ginecologo che esercita la professione nel suo paese, la Repubblica democratica del Congo, 80 milioni di abitanti divisi in etnie e fazioni; la guerra sarebbe finita da tempo ma non le varie guerre civili, in cui le donne continuano a essere martirizzate.

DENIS MUKWEGE è di origini congolesi, ha 63 anni ed è un medico specializzato in ginecologia e ostetricia. È il fondatore dell’Ospedale Panzi di Bukavu, nella parte orientale del Congo, dove è diventato tra i più grandi esperti mondiali nel trattamento dei danni fisici dovuti agli stupri. Con i suoi colleghi, ha trattato migliaia di pazienti, accolte nella clinica dopo i numerosi casi di stupro avvenuti nella lunga guerra civile del paese. Nel corso degli anni, Mukwege è diventato un simbolo e un punto di riferimento, sia nel Congo sia per la comunità internazionale, per l’assistenza e l’aiuto delle persone che hanno subìto violenze sessuali in guerra e nei conflitti armati. Dice spesso che “la giustizia è un affare di tutti” e che tutti hanno il dovere di segnalare casi di violenze, in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo. Mukwege ha criticato duramente il governo congolese per non avere fatto abbastanza nel contrasto delle violenze sessuali, estendendo le critiche ad altri governi in giro per il mondo. (IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/)

   NADIA MURAD, rapita dai militanti dello Stato islamico, stuprata, fuggita, ha raccontato pubblicamente la propria vicenda impegnandosi contro la violenza sessuale e per i diritti degli yazidi. Gli Yazidi sono considerati una comunità all’interno della etnia curda, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria.

NADIA MURAD, 25 anni, è un’attivista yazida, la minoranza religiosa di lingua curda che negli ultimi anni è stata oggetto di terribili persecuzioni e violenze da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Nell’agosto 2014 Murad fu rapita da alcuni miliziani dell’ISIS durante la grande offensiva dello Stato Islamico nel Sinjar, area dell’Iraq abitata in prevalenza da yazidi. I miliziani massacrarono centinaia di persone che abitavano a Kocho, la cittadina di Murad: presero in ostaggio le donne più giovani, che poi furono vendute come schiave. (IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/)

   Nei conflitti fra Paesi, ma nello stesso modo nelle guerre civili interne, nelle violenze perpetrate alla popolazione civile, indifesa (dai bombardamenti indiscriminati, all’uso di armi chimiche, dagli arresti arbitrari alle torture…), la violenza sessuale contro le donne, lo stupro, accade quasi sempre.
E non è certo cosa nuova di questi ultimi anni: già nella quasi totalità dei conflitti del Ventesimo secolo accadeva, tra le altre atrocità (incendi di villaggi, assassini di bambini, crudeltà inusitate…nei quali gli italiani si sono fortemente coinvolti nella seconda guerra mondiale e ancor prima nell’espansione coloniale fascista…), accadeva che la violenza sulle donne, l’abuso sessuale è sempre stata nella “normalità” delle atrocità che si commettevano. E questo, nella nostra memoria personale, fin su alla fine del secolo, vicino a noi, nella guerra civile iugoslava della prima metà degli anni ’90… E ai giorni nostri, nell’Africa centrale sempre in guerra civile, come il Congo; o l’Isis in Siria…in questi ultimi anni…

la repubblica democratica del Congo

   Lo stupro di milizie, mercenari, soldati e dir si voglia, non è solo atto crudele l’abuso personale sulle donne partecipando spesso al branco senza regole (e accondisceso dai propri superiori); a volte è anche uno strumento mirato per umiliare una comunità; lo stupro ha anche come conseguenza quello di spezzare i legami sociali del “nemico”. E la donna diventa vittima due volte: perché subisce la violenza, ma anche perché spesso viene poi rifiutata dalla propria stessa comunità, dalla sua famiglia di origine o dal marito.

Una donna con il suo bambino tra le baracche nei sentieri del quartiere dove sorge l’ospedale Panzi di Bakavu, nella zona Sud Kivu (da l Espresso)

   Umiliate, ferite, terrorizzate, isolate. Accade così che gli stupri contro le donne non sono semplici episodi predatori, ma inseriti in un sistema che presenta schemi comuni, un certo livello di organizzazione e la connivenza delle gerarchie politiche e militari. Allora abbiamo donne usate come schiave sessuali, le loro etnie umiliate. Fino a far sì (la guerra civile nell’ex Iugoslavia lo ha dimostrato) che lo stupro sia anche usato come arma di pulizia etnica.

NADIA MURAD, pur continuamente minacciata di rapimento e morte: ha scritto la sua storia, L’ULTIMA RAGAZZA, (ed. Mondadori, euro 9,90), e su di lei l’americana ALESSANDRA BOMBASH ha girato il documentario ON HER SCHOULDERS presentato all’ultimo SUNDANCE FILM FESTIVAL

   Adesso in Siria, ma prima in Bosnia (prima metà anni novanta del secolo scorso), e nel genocidio del Ruanda dell’aprile-luglio 1994 (furono massacrate più di 500mila persone), e moltissimi altri casi dove la violenza sessuale sulle donne era (è) diffusa, estesa, quotidiana. Nella storia degli ultimi 60 anni non c’è stata guerra o conflitto in cui non sia stato praticato lo stupro ai danni delle donne come arma di guerra (come scrive anche Amnesty International – vedi l’articolo contenuto in questo post dal titolo: “Bosnia Erzegovina: stuprate e senza giustizia”).

Gli YAZIDI sono considerati una comunità all’interno della etnia curda, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria

   Nella guerra in Bosnia, dicevamo, in cui la sistematizzazione della violenza sulle donne arrivò persino alla creazione di veri e propri “campi di stupro”, messi in piedi con l’obiettivo di costringere le donne musulmane e croate detenute a mettere al mondo i figli dei loro violentatori. Bambini che, nel contesto di una società patrilineare, avrebbero poi ereditato la nazionalità del padre. La detenzione di queste donne – si stima che furono più di 35 mila quelle trattenute nei campi serbi – proseguiva fino all’ultima fase della gravidanza, rendendo così impossibile l’aborto (ci sono state alcune sentenze del Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia che hanno stabilito che lo stupro fosse un reato autonomo rispetto al reato di tortura) (leggi l’articolo “lo stupro come arma di guerra” di seguito su questo post, dell’“Osservatorio Diritti “ http://www.osservatoriodiritti.it/ che parla di questo).

foto: una donna yazida in Kurdistan – Con la protezione dell’avvocata AMAL ALAMUDDIN (moglie di George Clooney) due anni fa Nadia ha raccontato all’Onu l’irraccontabile della sua schiavitù, della sua resistenza a ogni sevizia tra l’altro perpetrata in pubblico per aumentarne la crudeltà: e vederla così piccolina, intimidita, tutta vestita di nero, una fragile, irremovibile ragazza allora di 23 anni, accanto alla bellissima, elegante signora Amal in Clooney, era stato uno di quei momenti di commossa partecipazione che poi forse si è trasformata in autentici tentativi di aiuto, comunque non sufficienti. (Natalia Aspesi, da “la Repubblica” del 6/10/2018)

   E’ così che il riconoscimento del Nobel per la Pace 2018 da parte della giuria di Oslo a NADIA MURAD e a DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti, può essere un volano positivo a perlomeno frenare questo fenomeno: a convincere Autorità internazionali, ma anche governi di tutti i Paesi a “chiedere conto” nei Paesi dove avvengono le violenze, che si rispettino i diritti umani (che si incominci a farlo…).
Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Questa violenza oggi è anche affiancata al crimine di genocidio quando commessa con l’intento di distruggere, in parte o totalmente, un gruppo specifico di individui. Tribunale Internazionale, la Corte penale internazionale dell’Aja, che persegue i crimini di guerra, può anch’essa essere uno strumento contro chi permette queste violenze contro le donne. Una sempre più diffusa informazione dei fatti che accadono nelle varie parti del mondo, forse possono aiutare ad arginare il fenomeno e perlomeno, a costringere le autorità locali a perseguire questi crimini, e ancor meno a non assecondarli. L’aiuto poi e l’accoglienza di donne che hanno subìto violenza diviene un gesto concreto per farle recuperare alla vita. (s.m.)

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NADIA E DENIS: IL NOBEL CONTRO LA GUERRA SUI CORPI DELLE DONNE
di Chiara Cruciati, da “Il Manifesto” del 6/10/2018
– Nobel per la pace. Il premio alla vittima yazida Murad e al ginecologo congolese Mukwege. Da anni impegnati contro la violenza sessuale e l’uso dello stupro nei conflitti: lui ha curato 50mila vittime, lei si batte per la tutela del popolo yazidi –
Una vittima e un medico, due persone che da anni si battono contro la violenza sessuale e lo stupro come arma di guerra: sono i due vincitori del premio Nobel per la pace, Nadia Murad e Denis Mukwege.
La prima, 25 anni, la seconda più giovane premiata dal comitato norvegese dopo Malala, è dal 2015 il volto del genocidio del popolo yazidi in Iraq; il secondo, ginecologo di 63 anni, ne ha trascorsi quasi 20 a curare le ferite di almeno 50mila vittime di stupri in Congo, nell’ospedale Panzi a Bukavu.
Due luoghi distanti, Iraq e Repubblica democratica del Congo, ma universali come la battaglia che i due vincitori portano avanti e che coinvolge l’intero pianeta:

«Hanno messo la loro sicurezza personale a rischio per combattere con coraggio crimini di guerra e garantire giustizia alle vittime», scrive il comitato del Nobel. «Hanno aiutato a dare enorme visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra, così che i responsabili possano essere giudicati per le loro azioni».
L’impegno di Mukwege è di lungo corso: da anni lavora nell’ospedale che ha fondato al confine con Burundi e Ruanda, 10 operazioni al giorno, 3.500 pazienti l’anno in una terra devastata dai conflitti armati tra milizie. È qui che «dottor Miracolo» ha aiutato 50mila donne a superare le cicatrici fisiche e psicologiche degli abusi subiti tramite ricostruzione chirurgica, supporto socio-economico e sostegno legale.
Quello di Nadia è iniziato il giorno della sua liberazione: catturata ad agosto 2014 dai miliziani dello Stato Islamico nel villaggio di KOCHO, a SINJAR, nell’ovest dell’Iraq, con altre 6mila donne yazidi, è passata di mano in mano, venduta al mercato degli schiavi e sottoposta a stupri continui, pestaggi, abusi.
È riuscita a fuggire il novembre successivo, per ritrovarsi da sola: i suoi fratelli e i suoi genitori sono stati uccisi nell’attacco dall’Isis a Sinjar, otto delle oltre 5mila vittime del genocidio. Da allora gira il mondo per chiedere giustizia e protezione per il popolo yazidi: è stata accolta dall’Europarlamento che le ha assegnato il premio Sakharov per la libertà di espressione, dall’Onu di cui è diventata ambasciatrice, in Vaticano.
Entrambi, Nadia e Denis, sono portatori di una denuncia più ampia: l’uso dello stupro come arma di guerra e frammentazione delle comunità. Perché, come spiega Mukwege, le violenze in Congo avvengono spesso in pubblico contro giovani donne: una precisa strategia di sfaldamento dei legami sociali che nella yazidi Sinjar si è tradotta nella violazione di donne e bambini e la loro riduzione in schiavitù con l’obiettivo di impedire la ricostruzione comunitaria.
La decisione del comitato norvegese è stata apprezzata ovunque. Al plauso delle organizzazioni per i diritti umani, da Human Rights Watch al Norwegian Refugee Council, si è aggiunto quello di numerosi governi e dell’Onu che ha salutato con entusiasmo i due vincitori nelle dichiarazioni ufficiali del segretario generale Guterres e della neo commissaria ai diritti umani Bachelet.
Si congratulano anche Kinshasa e Baghdad, nonostante le critiche mosse dai due neolaureati ai rispettivi governi. Con quello congolese Mukwege non ha avuto vita facile per aver accusato l’esercito di perpetrare la cultura della violenza sessuale.
Con quello iracheno Murad non ha avuto rapporti: dopo la liberazione dal giogo islamista nel novembre 2015 da parte di peshmerga e unità curdo-siriane legate al Pkk, Baghdad ne ha riassunto il controllo solo un anno fa.
Ma nulla è stato fatto: la maggior parte degli yazidi sfollati vive ancora nei campi nel Kurdistan iracheno e chi è tornato non ha trovato che macerie e fosse comuni. Nessuna ricostruzione né protezione internazionale, quella che Nadia chiede a gran voce da anni.
Lo fece anche due anni fa di fronte al parlamento europeo insieme a LAMIYA BASHAR, altra giovane yazida con cui ha condiviso identica sorte. In abiti tradizionali, con la voce ferma ma lo sguardo spento dal dolore, Nadia puntò il dito contro gli scranni che le stavano applaudendo: «Chi di noi si è liberata lo ha fatto da sola, senza alcun aiuto. Dopo due anni non è stato ancora messo in piedi un effettivo sostegno internazionale. Promettete che farete giustizia. Promettete che non accadrà più». Un grido rimasto chiuso a Strasburgo. (Chiara Cruciati)

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CHI SONO, E QUANTI SONO, GLI YAZIDI?

di Paolo Magliocco, da “La Stampa” del 6/10/2018
Nadia Murad, la ragazza di 25 anni che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace, è una yazida. Rapita dai militanti dello Stato islamico, stuprata, fuggita, ha raccontato pubblicamente la propria vicenda impegnandosi contro la violenza sessuale e per i diritti degli yazidi.
GLI YAZIDI SONO CONSIDERATI UNA COMUNITÀ ALL’INTERNO DELLA ETNIA CURDA, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria. Per la Treccani sono «un gruppo di popolazioni ordinate a tribù, di origine e di lingua curda e con religione propria». L’Enciclopedia Britannica li definisce una minoranza religiosa e ne estende la presenza al NORD DELLA SIRIA, il SUD EST DELLA TURCHIA, il CAUCASO, l’IRAN.
La religione yazida è un culto molto particolare, che immagina un Dio e sette angeli creatori che sono sue emanazioni. Tra questi angeli, il principale è l’angelo ribelle Melek Taus, che si pente, viene perdonato da Dio e assume le sembianze di un pavone. Il ruolo dell’angelo ribelle ha fatto sì che per i turchi diventassero «gli adoratori del diavolo».
Gli yazidi credono nel paradiso e nella reincarnazione. Esistono due libri che spiegano il culto, il Libro Nero e il Libro della Rivelazione, ma non sono libri sacri e quello che conta è soprattutto la trasmissione orale delle credenze e delle tradizioni. Si dividono tra laici e religiosi ed esiste un capo spirituale.
Non si sa quando sia nato questo culto e nemmeno quale sia l’origine del suo nome. Una tesi lo associa al califfo Yazid. Secondo altri deriverebbe da Ezid, uno dei nomi di Dio, o dalla parola Ized, che nella lingua iranica significa angelo. In curdo vengono chiamati ezidi e non yazidi.
SONO STATI PERSEGUITATI MOLTE VOLTE, dall’Islam almeno a partire dal 1400 e poi anche dagli Ottomani.
Non si sa quanti siano oggi. L’Enciclopedia Britannica stima tra 200.000 e un milione. Per la Treccani sarebbero intorno ai 60.000. Un articolo pubblicato dalla rivista scientifica Plos medicine e dedicato alle stragi compiute dall’Is tra il 2014 e il 2015 parla di una stima di 400.000 persone fatta dalle Nazioni Unite.
Secondo questo lavoro in pochi giorni nell’agosto del 2014 quasi 10.000 persone, cioè il 2,5% della popolazione yazida o anche una persona ogni quaranta, venne uccisa o rapita. Gli yazidi assassinati sarebbero stati più di tremila (3.100, ma con un margine di incertezza che potrebbe portare questa cifra fino a 4.400, cioè uno su cento del totale della popolazione).
La metà sarebbe stata assassinata e gli altri sarebbero morti di fame. Le persone rapite dai militanti dello Stato islamico sarebbero state quasi settemila (6.800), ma anche in questo caso si tratta di una stima incerta e la vera cifra potrebbe arrivare a superare diecimila. (Paolo Magliocco)

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REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
VIOLENZA SULLE DONNE COME ARMA DI GUERRA: ARRIVANO LE PRIME CONDANNE
di Daniele Bellocchio, da “Osservatorio Diritti”, 21/12/2017, http://www.osservatoriodiritti.it/
– 15 mila donne sono violentate ogni anno nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO. Una strategia di guerra che ha fatto vittime anche tra tante bambine. Finora i colpevoli di questo reato hanno goduto di un’impunità assoluta. Ma una recente sentenza ha emesso le prime condanne all’ergastolo –
Il 13 dicembre 2017, a Kavumu, undici persone sono state condannate all’ergastolo dalla Corte penale del Sud Kivu per «crimini contro l’umanità attraverso la violenza carnale» al termine di un processo unico nella storia della Repubblica democratica del Congo. In carcere sono finiti infatti il deputato provinciale Frederic Batumike e dieci dei suoi miliziani, accusati di aver violentato 46 giovani tra bambine e ragazze, tra il 2013 e il 2016.
Il fatto che dei responsabili di violenza sessuale sulle donne siano stati portati in un’aula di tribunale e poi condannati nella Repubblica democratica del Congo, ha reso il 13 dicembre una data che la comunità internazionale spera possa essere l’inizio di una lotta contro la violenza carnale nell’ex Zaire. Dove, stando alle stime delle Nazioni Unite, 15 mila donne l’anno sono vittime di stupro. Detto in un altro modo: ogni mezz’ora una donna viene violentata nello Stato dove un tempo regnava Re Leopoldo II. Una situazione aggravata finora dalla totale impunità garantita ai responsabili di questi reati.
VILLAGGIO DI KAVUMU: L’ORRORE NEGLI OCCHI DEI BAMBINI
Per comprendere il dramma della violenza sulle donne nello Stato africano però non è possibile limitarsi alla lettura delle stime. Bisogna guardare in faccia l’orrore. Cosa che è possibile fare addentrandosi nelle piste di terra rossa che fendono le foreste e raggiungono innanzitutto il piccolo villaggio di Kavumu.
Una strada dissestata, che poco a poco si trasforma in un torrente fangoso, e una giungla totalizzante: questo è il paesaggio che accompagna il viaggio fino al paese congolese. Una nebbia sottile, satura di fantasmi e paure, si solleva dai campi circostanti e, camminando tra le abitazioni aleggia un’inquietudine assoluta e un senso di terrore onnipresente.
Lo si percepisce nei volti dei bambini che si nascondono nelle proprie case, in quelli delle madri che chiamano i figli appena vedono arrivare degli stranieri. Qua c’è stato l’orrore e sembra di vedere affiorare ancora le orme di quella tragedia che ha marchiato in modo indelebile, con la stigmate del male, il Congo in generale e il villaggio di Kavumu in particolare.
46 BAMBINE TRA 2 E 11 ANNI VIOLENTATE DA UOMINI ARMATI
Dal 2013 al 2016 un incubo, difficile anche solo da immaginare, si è verificato nel silenzio assoluto nel piccolo paese rurale del Sud Kivu, a poche decine di chilometri da Bukavu. Durante questi tre anni 46 bambine, dai 2 agli 11 anni, sono state prelevate di notte, condotte nella foresta e poi ripetutamente violentate da uomini armati.
Il territorio è infestato da gruppi ribelli e gli autori dell’atrocità, in questo caso, risultano essere stati i miliziani che fanno capo al deputato provinciale Frederic Batumike che ora, insieme ai suoi uomini, è in carcere con una condanna all’ergastolo.
«Da quando i colpevoli sono stati arrestati, queste atrocità sono finite, ma i danni che hanno fatto sono impossibili da cancellare», dice Zawada Bagaya Bazilianne, consulente legale per la fondazione Panzi a Kavumu.
RITUALI MAGICI DIETRO LA VIOLENZA SESSUALE SULLE DONNE
«La domanda che ci stiamo ponendo è: perché hanno fatto tutto questo? La risposta verso la quale convergono le indagini è che questi abusi siano stati commessi per adempiere a dei rituali magici». Torturare, violentare e uccidere per assicurarsi salute, potere, ricchezza e invincibilità.
A spiegarlo è sempre l’assistente legale, che seduta nel suo studio aggiunge: «Uno stregone, con ogni probabilità, ha detto a questi uomini che, se avessero abusato di una vergine, avrebbero ottenuto la protezione dai proiettili in battaglia e l’immunità o la cura dall’Aids. Che se avessero bagnato il terreno con il sangue di queste ragazze allora lì sarebbe comparso dell’oro. E altre follie di questo tipo a cui, però, in molti credono. E questo è il risultato».
VIOLENTATE, STUPRATE, SEVIZIATE: IL RACCONTO DELL’ORRORE
E poi, ancora: «Le bambine non solo sono state violentate, ma sono state persino torturate. Alcune sono state seviziate con oggetti taglienti. Potete capire l’orrore di quello che è avvenuto?».
Zawada Bagaya Bazilianne aggiunge che «in questo crimine sono state coinvolte delle autorità, ma noi non possiamo fermarci. Dobbiamo andare avanti e far si che i colpevoli non restino impuniti».
VIOLENZA SESSUALE SULLE DONNE: ARMA DI GUERRA IN CONGO
Quello che è accaduto a Kavumu è l’apogeo di un orrore che dilania da anni la Repubblica democratica del Congo: la violenza sessuale. Penetrata come arma di guerra all’interno del Paese soprattutto durante la seconda guerra congolese nel 1999, poi è dilagata divenendo una piaga inarrestabile, che distrugge fisicamente e psicologicamente le donne e annienta il tessuto sociale delle comunità.
E ancora nel piccolo villaggio di Kavumu si incontrano storie di altre donne vittime di abusi.
LA SCHIAVA SESSUALE DEI GUERRIGLIERI RIMASTA INCINTA
Antoniette Musaliwa (il nome, come tutti quelli delle vittime riportati in questo articolo, è di fantasia) è stata sposata a un soldato delle Fardc, con cui viveva nell’accampamento di Walikale, fino al giorno in cui i ribelli dell’ Fdlr hanno assaltato la postazione e suo marito e i militari sono fuggiti. Lei è stata fatta prigioniera dai miliziani. Per oltre un mese è stata la “schiava” sessuale dei guerriglieri e, una volta che è riuscita a scappare, ha scoperto di essere incinta.
E dopo l’aborto però l’avrebbe attesa un’altra dolorosa scoperta: essere ripudiata dal marito. E così oggi per sopravvivere e mantenere i suoi figli, abbandonati anch’essi dall’ex sposo, vende carbone al mercato e lavora nei campi per una manciata di franchi congolesi.
CLAUDINE: VIOLENTATA, CONTAGIATA DALL’HIV E ABBANDONATA
Analogo è anche il racconto di Claudine Catemgura. La quale, però, dopo aver vissuto per mesi in un campo di ribelli ed essere stata costantemente violata, una volta riuscita a fuggire, non solo ha appreso di essere stata abbandonata dal marito, ma anche di aver contratto l’Hiv. Ora, da sola cerca di pagare la scuola ai suoi quattro figli, facendo delle trecce ai capelli e lavorando al mercato del paese.
UNA MISSIONARIA ACCOGLIE ORFANI FIGLI DI VITTIME DI ABUSI
Dalle campagne di Bukavu ai campi profughi di Goma, ovunque, in tutto il Kivu, si incontrano storie di donne abusate e poi ripudiate dai familiari e dalla comunità. Ma, pur a fronte di tanti stupri, pochissime sono le strutture e le persone che cercano di combattere contro il dilagare del problema.
Una di queste persone è la suora francescana Georgette Tshibang, missionaria, che a Goma ha aperto l’orfanotrofio Tulizeni, dove accoglie i bambini di strada e quelli abbandonati perché figli di donne vittime di abusi.
RAGAZZA CON DISABILITÀ VITTIMA DI VIOLENZA DI GRUPPO
All’interno del centro la religiosa ospita anche ragazze madri. Come Beatrice, che ha 18 anni e una grave malformazione fisica. Si presenta camminando appoggiata a un bastone, con suo figlio Akilimali che le stringe la gonna con la mano.
La ragazza, durante la guerra del 2012, che ha visto scontrarsi i guerriglieri dell’M23 contro le Fardc, è rimasta isolata nel suo villaggio a causa dell’handicap che le ha impedito di fuggire. Solo grazie a un vicino che l’ha trovata da sola nella sua capanna e l’ha portata in un campo profughi di Goma, è riuscita a scappare dai combattimenti.
Ma, una volta arrivata nella tendopoli di Mugunga, quando pensava di essere al sicuro, l’incubo si è invece materializzato. Più uomini, vedendola sola e indifesa, hanno atteso che si recasse a fare degli acquisti fuori dalla tendopoli e poi l’hanno violentata.
SUBISCONO LA VIOLENZA CARNALE E SONO RITENUTE COLPEVOLI
Ad accogliere Beatrice, curarla e ad aiutarla, oltreché ad accettare Akilimali, figlio suo e di quell’abuso, è stata suor Georgette. Che oggi racconta: «In questi tre anni di lavoro all’ orfanotrofio e nel campo profughi di Mugunga ho conosciuto più di 200 casi di donne e 74 casi di bambine vittime di abusi. La violenza sessuale in Congo nasce come arma di guerra e poi si è diffusa nella società in modo epidemico. I danni che provoca non sono solo fisici, ma anche sociali. Le donne vittime di violenza sono infatti considerate colpevoli».
La missionaria aggiunge poi che «sebbene sia la donna a portare avanti la società congolese, a lavorare nei campi, a fare il carbone e a consumarsi di lavoro, se viene stuprata viene considerata colpevole di aver ceduto alla tentazione o di non essersi ribellata o non aver preferito la morte all’abuso. E per questo viene ripudiata dalla famiglia e dalla comunità. L’argine contro tutto ciò è che ci sia più educazione e che ci sia un vero impegno politico, nazionale e internazionale, nel far cessare i conflitti qua in Congo».
DENIS MUKWEGE (ora Premio Nobel 2018, ndr), IL MEDICO CHE «RIPARA LE DONNE»
Se suor Georgette conduce la sua battaglia dalla sponda di Goma del lago Kivu, il dottor Denis Mukwege invece lo fa dal Panzi Hospital. È uno dei nomi più illustri di tutto il Paese, quello del medico che «ripara le donne», come è stato ribattezzato in un film internazionale.
Il chirurgo, candidato al Nobel per la pace nel 2014 e vincitore nello stesso anno del premio Sakharov, cammina all’interno dell’ospedale. E dopo aver fatto un intervento parla così nel suo ufficio: «Quando ha iniziato a diffondersi lo stupro in Congo non eravamo preparati e non avremmo mai immaginato che sarebbe diventata una piaga così durevole nel tempo».
LE FERITE PSICOLOGICHE DEL REATO DI VIOLENZA
Una delle ragioni dell’isolamento delle donne oggi è che a causa delle fistole causate dalla violenza, soffrono di incontinenza e anche per questo vengono allontanate. Il dottor Mukwege dice: «Noi facciamo interventi di ricostruzione chirurgica, ma il problema non è solo fisico, ma anche mentale. Ed è per questo che abbiamo creato un team di psicologi. Anche se per mettere fine a questa piaga occorre combattere l’impunità e serve che tutti gli strati della società comprendano cos’è la violenza sessuale e facciano forza comune per sradicare questo male. Ci vorrà tempo, molto tempo, ma credo ce la si possa fare». (Daniele Bellocchio)

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NADIA E DENIS, IL NOBEL DELLA PACE PER TUTTE LE DONNE VIOLATE DALL’ODIO
di Natalia Aspesi, da “la Repubblica” del 6/10/2018
Quanto sono remote da noi le vere, grandi tragedie del mondo, come questa che il Nobel per la pace ci ricorda, premiando un uomo e una donna che al posto nostro se ne stanno occupando eroicamente. Ce le hanno già raccontate in passato più volte, proprio queste stesse storie di sterminio femminile, e ogni volta ci siamo indignate e commosse e un po’ anche vergognate dei nostri drammi pur veri e delle nostre battaglie pur necessarie.
Ma poi quegli eventi spaventosi in luoghi irraggiungibili perché ancora straziati da conflitti, suscitano opinioni, discussioni, cortei, manifesti, progetti, che poi a poco a poco si liquefano e si dimenticano. O forse no, restano un rimorso e una sconfitta in un antipatico angolino della coscienza e del pensiero, ma intanto le guerre proseguono, e le giovani donne per noi invisibili continuano a centinaia ad essere rapite, vendute, violentate, torturate, mutilate, uccise o spinte a suicidarsi perché anche la sofferenza e l’umiliazione e la irrimediabile solitudine hanno un limite di sopportazione: le donne da punire e distruggere in quanto prede di guerra, simbolo della sconfitta del nemico, trofeo vissuto come una vittoria, sfregio del maschio al maschio attraverso il corpo delle sue donne.
Il Nobel DENIS MUKWEGE è un ginecologo che esercita la professione nel suo paese, la REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, 80 milioni di abitanti divisi in etnie e fazioni; la guerra sarebbe finita da tempo ma non le varie guerre civili in cui le donne continuano a essere martirizzate.
È impressionante che Mukwege venga chiamato non l’uomo che cura le donne, ma che “le ripara”, perché la definizione evoca non solo gli stupri ma una vera e propria distruzione fisica, parlando del corpo femminile come fosse un’automobile, un oggetto inanimato da sistemare: ne ha “aggiustate” in 20 anni di guerre senza fine più di quarantamila, in un inarrestabile “genocidio sessuale” come l’aveva definito Ban Ki-moon quando era segretario generale dell’Onu.
Da tutt’altra parte viveva la ragazza cui è stato assegnato l’altro premio Nobel, perché come vittima di atrocità ha avuto il coraggio di raccontare le sue sofferenze, di non vergognarsene, di combattere perché il resto del mondo reagisca e salvi altre donne che non riescono a fuggire, come ha fatto lei. NADIA MURAD, in un villaggio isolato del nord Iraq ormai disabitato dove la religione praticata era quella YAZIDA, che riunisce principi del zoroastrismo, cristianesimo, ebraismo, islamismo.
I criminali dell’Isis hanno catturato le giovani donne, sterminato la popolazione che non era riuscita a fuggire causando un milione di rifugiati (non si spaventino i protettori della nostra civiltà, la maggior parte è stata accolta in Germania). Con la protezione dell’avvocata AMAL ALAMUDDIN due anni fa Nadia ha raccontato all’Onu l’irraccontabile della sua schiavitù, della sua resistenza a ogni sevizia tra l’altro perpetrata in pubblico per aumentarne la crudeltà: e vederla così piccolina, intimidita, tutta vestita di nero, una fragile, irremovibile ragazza allora di 23 anni, accanto alla bellissima, elegante signora Amal in Clooney, era stato uno di quei momenti di commossa partecipazione che poi forse si è trasformata in autentici tentativi di aiuto, comunque non sufficienti.
Chi non si ferma è lei, Nadia, pur continuamente minacciata di rapimento e morte: ha scritto la sua storia, L’ULTIMA RAGAZZA, MONDADORI, e su di lei l’americana Alessandra Bombash ha girato il documentario ON HER SCHOULDERS presentato all’ultimo Sundance Film Festival.
Resta da chiedersi perché in guerra e nella pacifica quotidianità, ci sono uomini che si accaniscono con la loro forza o il loro potere sulle donne: per viltà o vero odio di genere? (Natalia Aspesi)

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LO STUPRO COME ARMA DI GUERRA

di Ilaria Sesana, da “Osservatorio Diritti “, 4/4/2017, http://www.osservatoriodiritti.it/
– Una ricerca della Lse parla del CASO SIRIANO. Ma ci sono anche BOSNIA, RWANDA e MESSICO –
Per spezzare la rivoluzione e restare saldo al potere, il regime di BASHAR AL ASSAD ha fatto ricorso a ogni tipo di arma possibile: dai bombardamenti indiscriminati all’uso di armi chimiche, dagli arresti arbitrari alle torture. La violenza sessuale contro le donne, in modo particolare lo stupro, non fa eccezione. Come già avvenuto nella quasi totalità dei conflitti del Ventesimo secolo, anche in Siria lo stupro è diventato una vera e propria arma di guerra.
È quanto emerge da una ricerca condotta dalla giornalista Marie Forestier e pubblicata dal “Center for women, peace and security” della London School of Economics dal titolo emblematico “Vuoi la libertà? Questa è la tua libertà. Lo stupro come tattica del regime di Assad“.
«Volete la libertà?» è una frase che gli attivisti siriani arrestati hanno imparato a conoscere bene nelle carceri dei servizi di sicurezza. «Vuoi la libertà? Ecco la tua libertà!» sono le frasi, beffarde, che arrivano prima delle botte e delle torture. O durante lo stupro. Attraverso le storie delle donne sopravvissute che hanno trovato il coraggio di parlare, le testimonianze di medici, attivisti avvocati e persino tre disertori (70 interviste in tutto), Marie Forestier illustra l’uso sistematico dello stupro come arma per stroncare l’opposizione moderata in Siria nei primi anni della rivoluzione.
Le violenze sessuali sono state utilizzate per piegare la resistenza delle donne durante gli interrogatori e costringerle a confessare. Oppure, come è successo a Ghalia (nome di fantasia, ndr), per costringere il marito a rivelare i nomi dei presunti complici. Sono state arrestate le mogli dei soldati del Free syrian army (l’esercito libero siriano), anche se non avevano mai fatto politica e non svolgevano alcun ruolo all’interno dell’opposizione. Maryam, ad esempio, è stata arrestata subito dopo la diserzione del marito dall’esercito regolare per unirsi al Fsa: a seguito degli stupri subiti nel centro di detenzione ha perso il bambino che portava in grembo.
«Gli stupri hanno preso di mira soprattutto gli attivisti e le donne che venivano considerate vicine alle opposizioni. Anche se i parenti degli attivisti o le donne che vivevano nei quartieri roccaforte dei ribelli non erano attivi politicamente», spiega Marie Forestier. «Dal momento che la maggioranza dell’opposizione al regime è formata da sunniti, la maggior parte delle vittime di stupri sono donne sunnite».
«Non c’è niente di peggio [dello stupro, nda] nella nostra cultura», racconta un disertore intervistato da Marie Forestier. L’umiliazione inflitta alle donne, infatti, ricade sulla sua famiglia e sulla sua comunità. «In Siria l’onore è associato alle donne. Così per umiliare una comunità il regime ha preso di mira le donne», spiega un attivista. Lo stupro dunque ha anche come conseguenza quello di spezzare i legami sociali di una comunità: una donna che ha “disonorato” la famiglia spesso viene rifiutata dalla famiglia d’origine o dal marito. Umiliate, ferite, terrorizzate, isolate. Molte donne decisero persino di lasciare la Siria. In questo modo il governo ha progressivamente svuotato il Paese dagli esponenti dell’opposizione moderata lasciando così prosperare le formazioni jihadiste.
C’è poi un altro elemento, particolarmente inquietante, che emerge dal report della London School of Economics. Gli stupri contro le donne non sono semplici episodi predatori, ma inseriti in un sistema che presenta schemi comuni, un certo livello di organizzazione e la connivenza delle gerarchie politiche e militari. «Gli appartati di sicurezza siriani sono caratterizzati da una strettissima gerarchia di comando. I direttori dei centri di detenzioni spesso sono autori di violenza in prima persona. E non è verosimile che i loro superiori non ne fossero a conoscenza», riflette Forestier.
A conferma della sistematicità di queste violenze c’è un ulteriore dettaglio: a molte testimoni sono state distribuite pillole abortive o contraccettive. «La disponibilità e la distribuzione di pillole anticoncezionali in un centro di detenzione richiede un certo margine di pianificazione», si legge nel report.
Con ogni probabilità, nessun alto ufficiale ha mai ordinato direttamente gli stupri. Ma i disertori intervistati riferiscono alcuni degli ordini ricevuti dai loro superiori. Ad esempio la possibilità di «fare tutto quello che vogliono» per contrastare i ribelli. E ancora: «Vai a scoparti le loro donne, fai quello che vuoi, nessuno ne terrà conto». Oppure: «Ci hanno ordinato di fare quello che vogliamo, le ragazze ora sono a rischio estinzione».
NON SOLO SIRIA: BOSNIA, RWANDA, MESSICO
«Nella storia degli ultimi 60 anni non c’è stata guerra o conflitto in cui non sia stato praticato lo stupro ai danni delle donne come arma di guerra», commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. La violenza ai danni delle donne viene perpetrata per diverse ragioni: terrorizzare parte della popolazione civile, punire o costringere alla resa un gruppo o anche come premio per i propri soldati.
In anni recenti, il caso più noto, probabilmente, è quello della guerra della Bosnia, in cui la sistematizzazione della violenza sulle donne arrivò persino alla creazione di veri e propri “campi di stupro”, messi in piedi con l’obiettivo di costringere le donne musulmane e croate detenute a mettere al mondo i figli dei loro violentatori. Bambini che, nel contesto di una società patrilineare, avrebbero poi ereditato la nazionalità del padre. La detenzione di queste donne – si stima che furono più di 35 mila quelle trattenute nei campi serbi – proseguiva fino all’ultima fase della gravidanza, rendendo così impossibile l’aborto.
Anche durante il genocidio del Rwanda, tra l’aprile e il giugno 1994, centinaia di migliaia di donne e ragazze Tutsi divennero bersaglio dei militari Hutu. Non ci furono ordini scritti, ma le prove raccolte negli anni successivi suggeriscono che furono i leader militari a incoraggiare e ordinare queste violenze.
«Ci sono state alcune sentenze del Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia che hanno stabilito che lo stupro fosse un reato autonomo rispetto al reato di tortura», aggiunge Noury, «e secondo i giudici la violenza sessuale ai danni delle donne ha una sua gravità specifica che deve essere giudicata autonomamente».
Ma la guerra sul corpo delle donne si combatte anche in alcuni paesi dove non ci sono combattimenti evidenti. Ad esempio il Messico, dove non c’è una guerra in corso «ma il numero di stupri è altissimo, tantissime donne denunciano di essere state violentate da agenti di polizia. Spesso la violenza avviene nelle prime ore dopo l’arresto per costringere le donne a confessare e per chiudere rapidamente un caso», conclude Noury. (Ilaria Sesana)
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LE VERITÀ NASCOSTE E INDICIBILI RACCONTATE DAI DUE NOBEL PER LA PACE
da AGI, 6/10/2018, https://www.agi.it/estero/
– Stupri come armi usate contro i civili, l’odio dell’Isis, le minoranze perseguitate: ecco cosa ci ricorda la decisione di Oslo. Chi sono Mukwege e Murad –
Donne usate come schiave sessuali, le loro etnie umiliate. Lo stupro usato come arma di pulizia etnica, la forma più bassa di odio razziale. Tutto questo emerge dalle storie del Nobel per la Pace assegnato in Norvegia.
COME IL GENOCIDIO
Gli stupri di guerra sono usati come arma psicologica da soldati, combattenti, milizie, ma anche da civili, durante i conflitti e comprendono anche i casi in cui le donne sono costrette a prostituirsi o a diventare schiave sessuali. Violenze spesso sistematiche e associate ai massacri. Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Lo stupro oggi è anche affiancato al crimine di genocidio quando commesso con l’intento di distruggere, in parte o totalmente, un gruppo specifico di individui.
Nell’est del Congo, la prevalenza e l’intensità dello stupro e di altre violenze sessuali sono descritte come le peggiori del mondo. In Iraq e in Siria l’Isis ha pianificato e messo in pratica la schiavitù di centinaia di donne yazide.
GLI YAZIDI, VITTIME DI TUTTI GLI ESERCITI
La minoranza yazida, di cui fa parte il Nobel per la pace Nadia Murad, è stata a lungo una delle minoranze più vulnerabili in Iraq ed è stata in particolare vittima delle atrocità dei jihadisti del sedicente Stato islamico (Isis).
Gli yazidi rappresentano una minoranza curda che si è stabilizzata negli angoli più remoti delle montagne del Kurdistan iracheno, nel nord dell’Iraq, ed è seguace di un monoteismo esoterico e sincretistico: traggono le origini della loro fede nel mazdeismo nato in Iran quasi 4 mila anni fa e nel culto di Mitra; ma nel tempo, hanno integrato elementi di Islam e Cristianesimo. Privi di un libro sacro e organizzati in casta, pregano in direzione del sole e adorano sette angeli il cui capo è Melek Taous (“l’angelo-pavone”). La tradizione Yazidi proibisce il matrimonio al di fuori della comunità e introduce altre restrizioni a seconda della casta.
“SONO ADORATORI DEL DIAVOLO”
Le credenze e le pratiche degli yazidi – come il divieto di mangiare lattuga e indossare il blu – sono considerate dai loro detrattori come sataniche; ecco perché gli yazidi sono stati etichettati, da alcuni, come “adoratori del diavolo”. Come iracheni non arabi e non musulmani, sono stati a lungo una delle minoranze più vulnerabili del Paese. Migliaia di famiglie sono fuggite dal Paese a causa delle persecuzioni durante la dittatura dell’ex presidente Saddam Hussein.
La Costituzione irachena del 2005 ha riconosciuto il loro diritto di culto e ha riservato posti per loro all’Assemblea nazionale e al Parlamento autonomo curdo. Nell’agosto 2007, gli yazidi hanno subito un terribile attacco quando enormi camion bombe hanno distrutto due dei loro villaggi e ucciso oltre 400 persone.
LE PERSECUZIONI DELL’ISIS
Nell’agosto 2014, il destino degli yazidi è stata sconvolto quando l’Isis conquista un terzo del Paese, compresa la storica dimora degli yazidi sulle montagne di Sinjar (nel nord). I jihadisti uccisero uomini, assoldarono i bambini e condannarono migliaia di donne ai lavori forzati e alla schiavitù sessuale. Secondo il ministero degli affari religiosi della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, più di 6.400 yazidi sono stati rapiti dall’Isis. Di questi, circa 3.200 sono stati liberati o sono fuggiti.
Dei 550 mila yazidi in Iraq prima della svolta jihadista, quasi 100 mila hanno lasciato il Paese.
Nel marzo 2015, gli investigatori delle Nazioni Unite hanno stimato che gli attacchi dell’Isis in Iraq contro gli yazidi potrebbero costituire un “genocidio”.
LA SCHIAVA FUGGITIVA
NADIA MURAD BASEE TAHA, premio Nobel per la Pace 2018, nasce nel 1993 a Kocho, nel Sinjar iracheno. Viene rapita nell’agosto 2014, a 21 anni, dagli uomini del sedicente Stato islamico, dopo il massacro di tutti gli uomini del suo villaggio.
In quella strage perde sei dei suoi fratelli e la madre, uccisa insieme ad altre 80 donne anziane perché ritenute prive di alcun valore sessuale. Lei, invece, viene portata via e sfruttata come schiava sessuale, sottoposta a innumerevoli abusi: tre mesi d’inferno, dai quali a novembre riesce a fuggire grazie all’aiuto di una famiglia vicina che di nascosto la porta al di là della zona controllata, permettendole di raggiungere prima un campo profughi nell’Iraq settentrionale e poi la Germania.
DI FRONTE ALLE NAZIONI UNITE
Nel dicembre 2015 Murad prende la parola dinanzi al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel corso della prima sessione in assoluto dedicata alla tratta di esseri umani, e pronuncia un forte discorso sulla propria esperienza. Nel settembre 2016, a 23 anni, diventa il primo Ambasciatore di buona volontà delle Nazioni Unite per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di essere umani. Il Consiglio d’Europa le conferisce il premio per i diritti umani Vaclav Havel.
Il 27 ottobre 2016 riceve, insieme a Lamiya Aji Bashar (un’altra attivista yazida) il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Il 3 maggio 2017 realizza il suo desiderio di incontrare Papa Francesco, al termine dell’udienza generale del mercoledì.
CINQUANTAMILA RAGAZZE CONGOLESI
DENIS MUKWEGE, il medico congolese 63enne, l’altro vincitore del Premio Nobel per la Pace 2018, ha prestato assistenza fisica e psicologica a oltre 50 mila ragazze e donne congolesi vittime di violenza sessuali. Mukwege è stato “il simbolo più importante e unificante a livello nazionale e internazionale della lotta per porre fine alla violenza sessuale in guerra e nei conflitti armati”, ha scritto l’Accademia norvegese nella motivazione del Nobel.
L’attività di Mukwege, di base al Panzi Hospital di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, nell’est del Congo è cominciata nel 1999 e viene portata avanti tra mille difficoltà quotidiane in una regione storicamente instabile, mettendo a rischio anche la propria vita. A Panzi le donne ricevono assistenza medica, psicologica, giuridica ed economica. Migliaia di sopravvissute vengono poi sostenute da programmi terapeutici finanziati dall’Onu e da donatori privati per aiutarle a riconquistare l’autonomia.
UN MODELLO CHE SI ESPANDE
Il modello sviluppato dal ginecologo congolese a Bukavu si sta facendo strada in altri paesi africani, come Guinea e Burkina Faso. Con il sostegno di Mukwege, specializzato in ginecologia in Francia, una clinica è già stata costruita a Nakamtenga, 30 km da Ouagadougou. Una sfida enorme considerato che, secondo l’Onu, nel mondo una donna su tre ha subito o subirà violenze fisiche o sessuali.
L’IMPUNITÀ DEI CARNEFICI
Fuori dai confini congolesi il noto ginecologo che ha seguito le orme del padre, un pastore evangelico, è diventato il portavoce di una battaglia ben più ampia che riguarda i diritti delle donne, non solo quelle del suo paese. Dal Parlamento europeo – che nel 2014 gli ha assegnato il Premio Sakharov – ai principali consessi internazionali, Mukwege non si stanca mai di denunciare i crimini subiti dalle donne, così come responsabilità, complicità e impunità di cui godono i carnefici. Dopo 5 anni di attesa, un processo è stato avviato il 9 novembre 2017 a Kavumu, località del Sud Kivu ribattezzata “il villaggio dell’orrore”, dove tra il 2013 e i 2016 miliziani hanno stuprato una quarantina di bambine tra 18 mesi e 10 anni di età. L’apertura del processo è stata accolta come una piccola vittoria per Mukwege e tutte quelle ong che seguono il caso.

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BOSNIA ERZEGOVINA: STUPRATE E SENZA GIUSTIZIA

– Migliaia di vittime di violenza sessuale durante la guerra in Bosnia Erzegovina stanno ancora aspettando giustizia. I processi per accertare le responsabilità vanno a rilento. E ottenere un aiuto economico o psicologico è ancora troppo difficile. Lo denuncia un nuovo report di Amnesty International –
12 settembre 2017, da “Osservatorio Diritti” (www.osservatoriodiritti.it/)
Sono passati 25 anni dall’inizio dell’orrore in Bosnia Erzegovina. Eppure alle migliaia di donne e ragazze violentate e costrette ad altri sistemi di violenza sessuale non viene riconosciuto ancora nulla. Nessuna giustizia per le circa 20 mila vittime dei soldati dell’esercito e dei gruppi paramilitari. Che in molti casi sono state trattate come schiave, torturate e messe incinta in quelli che sono stati poi chiamati, appunto, i “campi degli stupri”.
A denunciarlo è Amnesty International (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2017/09/Bosnia_Erzegovina_report_amnesty.pdf) che ha pubblicato il report “Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà. L’ultima speranza di giustizia per le sopravvissute agli stupri di guerra”.
ELMA, VITTIMA DI VIOLENZA DI GRUPPO
Tra le storie raccolte dall’organizzazione che difende i diritti umani, c’è quella di Elma. Una donna che durante la guerra fu rinchiusa in un campo e violentata ripetutamente da diversi uomini. Elma era incinta, e parla di quello che è successo così:
«Erano ragazzi del posto, avevano tutti il passamontagna. A turno mi chiedevano se fossi in grado di riconoscere chi mi stava sopra».
Elma ha perso il bimbo che stava aspettando e, anche se è sopravvissuta alle violenze, ha avuto danni alla spina dorsale che non potranno mai guarire. Ebbene, dopo 25 anni la donna non ha un lavoro e non riceve una quantità di denaro «significativa» dal suo paese. Oltre a questo, come è facile immaginare, Elma ha una grande necessità di essere seguita a livello psicologico, oltre che di essere assistita da un dottore a causa dei suoi problemi di salute.
NESSUNA GIUSTIZIA PER DONNE VIOLENTATE IN GUERRA
Il report di Amnesty denuncia che neppure l’1% di tutti i casi di stupro avvenuti durante la guerra ha raggiunto le aule di un tribunale, nonostante le prima cause in Bosnia legate ai crimini di guerra siano cominciate nel 2004, quindi ben 13 anni fa. In tutto si calcola che le sentenze emesse finora siano state appena 123.
Una situazione che ha effetti concreti molto pesanti sulla vita di questa donne. Come dice Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa:
«Oltre due decenni dopo la guerra, decine di migliaia di donne in Bosnia stanno ancora rimettendo insieme i pezzi delle loro vite distrutte potendo contare ben poco sul sostegno medico, psicologico ed economico di cui hanno disperatamente bisogno».
Secondo le ricerche compiute dall’organizzazione in circa due anni di tempo, le vittime degli abusi sessuali compiuti tra il 1992 e il 1995 sono state di fatto costrette a un’esistenza precaria, «di stenti e penuria», anche per colpa di una mancata volontà politica di risolvere la situazione da parte delle autorità competenti.
Bosnia Erzegovina, vittime di guerra senza speranza
Oltre ad essere state vittime di violenze di ogni tipo, molte donne stanno perdendo ormai anche la fiducia verso le istituzioni della Bosnia Erzegovina che dovrebbero perlomeno sostenerle nella ricostruzione delle loro vite.
Sanja, una delle donne ascoltate da Amnesty, era stata vittima di stupro da parte di un comandante e della sua truppa. La donna aveva dunque deciso di denunciare il suo violentatore, ma polizia e giudici non hanno fatto nulla. Come conseguenza, dunque, il suo problema non è stato confermato dai servizi sociali, che non le hanno concesso l’assistenza necessaria.

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da https://www.osservatoriodiritti.it/
GIUSTIZIA PER LE SOPRAVVISSUTE: PROGRESSI A RISCHIO
Alcuni progressi, ammette Amnesty, sono stati fatti, soprattutto per quanto riguarda il supporto alle testimoni. Però, insiste l’organizzazione, «l’alto tasso di assoluzioni in alcune giurisdizioni e di sentenze ridotte in appello potrebbero pregiudicare questi progressi». Inoltre, i tanti processi non possono aiutare a risolvere i ritardi che continuano ad essere «enormi».
Accade così che sono sempre di più le donne che rinunciano già in partenza a presentare la denuncia, deluse dall’andamento dei processi e dal sempre più diffuso senso di impunità.
Una vittima di stupro ha detto all’organizzazione per i diritti umani:
«Molte sopravvissute non vivranno abbastanza a lungo per ricevere giustizia. In pochi anni, i tribunali avranno chiuso tutti i casi e non ci saranno più sopravvissuti, criminali o testimoni vivi per poter avviarne altri».
Vittime di violenza sessuale in situazioni precarie
Qualche miglioramento per garantire una maggiore assistenza alle vittime c’è stato nell’ultimo periodo. Ma sono ancora azioni «frammentarie» e «attuate in modo discontinuo nelle varie parti del paese», commenta l’organizzazione. Per essere davvero efficaci, dunque, le nuove misure dovrebbero perlomeno riguardare l’intero paese.
La situazione, del resto, è davvero preoccupante. La disoccupazione tra le vittime di violenza, infatti, è molto elevata e queste donne vengono classificate tra i gruppi «più vulnerabili» quanto a capacità economica. Quanto al sostegno, del resto, sono appena ottocento quelle che ricevono mensilmente una pensione o degli altri tipi di aiuti di base.
I lacci della burocrazia in Bosnia Erzegovina
Per ottenere giustizia o ricevere qualche aiuto, le vittime di questi crimini hanno a che fare con una burocrazia e una diversità di leggi che complica loro le cose. Anche perché, sottolinea Amnesty, pensioni e servizi sono diversi a seconda di dove si vive.
Chi abita nella Republika Srpska, per esempio, ha a che fare con un sistema in cui non esiste una protezione dedicata proprio a chi ha subito uno stupro durante la guerra e questo non permette di accedere a certi tipi di aiuti pubblici. Per chi abita nella parte serbo-bosniaca della ex Bosnia-Erzegovina, dunque, niente pensione, niente cure gratis e neppure psicologo o aiuto sociale pubblico.
Il sistema è così complicato che ci sono donne vittima di abusi che hanno raccontato all’organizzazione di essersi trasferite in un’altra città proprio per poter ricevere un aiuto economico.
«Le autorità devono rimuovere questi ostacoli discriminatori che impediscono l’accesso alle riparazioni e sostituirli con misure che garantiscano la stessa protezione e lo stesso sostegno a tutte le sopravvissute, a prescindere da dove vivono», ha commentato van Gulik.
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STUPRI E RISCHIO GENOCIDIO NELLA GUERRA IN REPUBBLICA CENTRAFRICANA
Migliaia di donne sono vittime di stupri e violenze nella guerra in corso da cinque anni nella Repubblica Centrafricana. Lo rivela un rapporto di Human Rights Watch. Mentre le Nazioni Unite parlano di «segnali di genocidio evidenti»
di Sara Milanese, 15 novembre 2017da https://www.osservatoriodiritti.it/
Josephine, 28 anni; Valerie, 38 anni; Arlette, 60 anni; Alice, 21 anni; Zeinaba, 12 anni: sono solo alcune delle migliaia di donne vittime di stupri e violenze in Repubblica Centrafricana durante il conflitto degli ultimi 5 anni. Violentate di fronte ai propri figli e mariti, costrette a vedere morire i propri cari o a diventare schiave sessuali: è il destino delle donne che in Repubblica Centrafricana incontrano le milizie cristiane “anti-balaka” o quelle degli ex ribelli musulmani Seleka, i due principali gruppi armati nella guerra scoppiata nel dicembre 2012, dopo che i ribelli avevano accusato il governo del presidente François Bozizé di non rispettare gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011.
SCHIAVE SESSUALI, DONNE STUPRATE E PICCHIATE
Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 296 donne e ragazze che denunciano brutali violenze sessuali avvenute tra il 2013 e la metà del 2017. Il titolo del rapporto riprende una delle dichiarazioni delle vittime, “Ci hanno detto che eravamo loro schiave”, e riporta le drammatiche testimonianze di donne e ragazze tra i 10 e i 75 anni.
Come quella di Jeanne, 30 anni, catturata con altre 9 donne (alcune di soli 16 anni) da un gruppo di 20 miliziani Seleka, vicino a Bambari, nel giugno 2014. Jeanne è rimasta prigioniera per 6 mesi ed è stata stuprata tutti i giorni, da soldati diversi. Come le altre donne, se opponeva resistenza veniva picchiata. Non era solo una schiava sessuale: come le altre “mogli”, doveva raccogliere la legna per il fuoco, andare a prendere l’acqua, cucinare.
O come Zeinaba, che aveva solo 12 anni quando gli anti-balaka la rapirono. Anche lei è stata stuprata ogni giorno, con minacce di morte nel caso si fosse rifiutata. La sua prigionia è durata una settimana, poi è riuscita a scappare e a trovare rifugio in un ospedale, nella città di Boda. Racconta di aver spiegato di essere stata rapita dai miliziani, ma di non essere riuscita a parlare delle violenze subite.
LESIONI, GRAVIDANZE, USTIONI: I DANNI PROVOCATI DAI TRAUMI
La condizione di schiava sessuale è comune a quasi tutte le storie, con una prigionia che per alcune è durata fino a 18 mesi. Molte donne raccontano di essere state violentate anche da più uomini insieme e di essere state picchiate e torturate. Molte portano visibili le conseguenze di lesioni interne, ustioni, gravidanze frutto delle violenze, fratture non curate e denti rotti.
Tutte soffrono le conseguenze dei traumi subiti: depressione, ansia, crisi di panico. Come Zeinaba, non tutte denunciano quanto successo: temono di essere ripudiate dai mariti e dalle loro famiglie, che le considerano le “mogli” dei miliziani, e sanno che è molto difficile ottenere giustizia per quanto subito.
STUPRO COME TATTICA DI GUERRA: I CRIMINI RESTANO IMPUNITI
Quasi sempre gli abusi sono reati punibili dalla legge della Repubblica Centrafricana, spesso costituiscono anche crimini di guerra, a volte ci sono gli estremi per considerarli crimini contro l’umanità. Nonostante in molti casi documentati la violenza sessuale costituisca una forma di tortura, lo stesso rapporto sottolinea come ad oggi nessun membro delle milizie sia stato arrestato o incriminato per violenze sessuali. Eppure è evidente che lo stupro è una tattica di guerra: i comandanti tollerano le violenze sessuali, se non addirittura le ordinano.
«I gruppi armati stanno utilizzando la violenza in un modo brutale e calcolato per punire e terrorizzare le donne e le ragazze», ha dichiarato Hillary Margolis, attivista di Human Rights Watch che si occupa di diritti delle donne.
«Ogni giorno, i sopravvissuti vivono con le devastanti conseguenze dello stupro, e la consapevolezza che i loro aguzzini camminano liberi, spesso in posizioni di potere, senza aver affrontato finora alcuna conseguenza per le loro azioni».
Per questo è impossibile avere dei dati certi sul numero di violenze avvenute: la stessa ong afferma di aver riportato un numero esiguo di casi rispetto alla realtà.
ONU: RISCHIO GENOCIDIO NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA
«La Repubblica Centrafricana è molto lontana dall’attenzione della comunità internazionale. Il livello di sofferenza del popolo, ma anche le tragedie subite dagli organismi umanitari e dai facilitatori di pace meritano una maggiore solidarietà e attenzione», sono parole pronunciate dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che a fine ottobre si è recato nel paese per una visita di qualche giorno.
Dopo aver incontrato i vertici della missione Onu Minusca (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic), Guterres ha incontrato politici, rappresentanti della società civile e vittime di abusi. Prima di ripartire ha promesso di rafforzare la capacità della Minusca e ha rinnovato l’appello alla pace.
La visita del segretario generale delle Nazioni Unite segue quella di Adama Dieng, consigliere speciale per la prevenzione del genocidio, che, al termine di un sopralluogo in alcune zone devastate dalla guerra, ha chiaramente parlato di «segnali di genocidio evidenti».
Quello che è certo è che la popolazione civile è ormai allo stremo: il numero di rifugiati e sfollati in fuga dalla violenza ha superato il milione di persone, quasi un quarto della popolazione; la metà degli abitanti dipende ormai dall’aiuto umanitario; secondo la Banca Mondiale, più di tre quarti dei 4,7 milioni di centrafricani sono in condizione di povertà estrema.

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IL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU
Un miliardo di donne al mondo senza tutela legale contro la violenza
E l’ora che gli uomini si schierino al fianco delle donne, che le ascoltino e che da loro imparino. Trasparenza e responsabilità sono essenziali
DI ANTÓNIO GUTERRES
E’ un momento decisivo per I diritti delle donne. Le disuguaglianze storiche e strutturali che hanno favorito oppressione e discriminazione sono evidenti come mai prima. Dall’America Latina all’Europa e all’Asia, sui social media, nei set cinematografici, nelle fabbriche, nelle strade, dovunque le donne chiedono un cambiamento durevole e tolleranza zero contro molestie e aggressioni sessuali e discriminazioni di ogni genere.
Il conseguimento di un’effettiva parità di genere e di un riconoscimento delle prerogative delle donne rappresentano l’impresa incompiuta dei nostri tempi, la maggiore sfida al mondo nel campo dei diritti umani. L’attivismo e le campagne di sensibilizzazione di generazioni di donne hanno dato frutti. Mai il numero delle ragazze a scuola è stato tanto alto; più donne e in gradi più elevati svolgono attività retribuite nel settore privato, accademico, politico e nelle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite. La parità di genere rappresenta un principio ormai acquisito in molti ordinamenti, e pratiche nocive quali mutilazione genitale femminile e matrimoni in età infantile sono ormai fuorilegge in molti Paesi.
Tuttavia, rimangono seri ostacoli quando affrontiamo le disuguaglianze storiche che sono alla base di discriminazione e sfruttamento. Più di un miliardo di donne al mondo sono prive di tutela legale contro la violenza sessuale domestica. Il divario salariale globale di genere si attesta al 23 per cento, spingendosi fino al 40 per cento in aree rurali, mentre non vi è alcun tipo di riconoscimento per il lavoro femminile non retribuito. In media, solo un quarto dei membri dei parlamenti nazionali è rappresentato da donne, e la percentuale scende se guardiamo ai consigli di amministrazione del mondo imprenditoriale. In assenza di un’azione concertata, ancora milioni di ragazze saranno sottoposte alla mutilazione genitale femminile nel prossimo decennio.
Leggi esistenti sono spesso ignorate,e le donne che si avventurano in azioni legali sono messe in dubbio, denigrate, sconfessate. Sappiamo che molestie e abusi sessuali proliferano in luoghi di lavoro, spazi pubblici, abitazioni private, in Paesi che si vantano di essere paladini della parità di genere.
Le Nazioni Unite dovrebbero rappresentare un esempio per il mondo. Riconosco che questo non è stato sempre il caso. Dall’inizio del mio mandato, lo scorso anno, ho avviato un cambiamento a New York, nelle nostre missioni di pace e in tutti i nostri uffici nel mondo. Per la prima volta abbiamo raggiunto la parità di genere tra i funzionari di alto livello nel mio ufficio, e sono determinato a estendere questo risultato a tutta l’Organizzazione.Il mio impegno sulla tolleranza zero nei confronti delle molestie sessuali è totale, e per questo ho delineato piani per accrescere comunicazione, informazione e responsabilità. Lavoriamo a stretto contatto con gli Stati per prevenire e affrontare casi di molestie e abusi sessuali perpetrati dal personale, garantendo al contempo sostegno alle vittime.
Noi, alle Nazioni Unite, siamo a fianco delle donne di tutto il mondo nella loro lotta contro le ingiustizie che devono fronteggiare – sia che si tratti di donne che nelle campagne sono discriminate sul piano salariale, donne che organizzano la loro attività in centri urbani, donne rifugiate che rischiano abusi e sfruttamenti, o donne che sperimentano diverse forme di discriminazione: vedove, donne indigene, donne con disabilità e donne che non si conformano a norme di genere. L’accrescimento delle prerogative delle donne è al cuore dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che implica progresso per tutte le donne, dovunque. L’iniziativa Spotlight, lanciata congiuntamente con l’Unione Europea, si concentrerà sull’eliminazione della violenza contro donne e ragazze, un prerequisito ineliminabile verso un’effettiva parità.
Voglio essere chiaro: non si tratta di fare un favore alle donne. La parità di genere è una questione attinente ai diritti umani, ma è anche nel nostro interesse: uomini e ragazzi, donne e ragazze. La disuguaglianza e la discriminazione contro le donne danneggiano noi tutti. Un’ampia casistica dimostra che investire nelle donne rappresenta la maniera più efficace per sollevare lo stato di comunità, compagnie, perfino interi Paesi. La partecipazione delle donne rafforza gli accordi di pace, rende le società più flessibili e conferisce maggior vigore alle economie. Laddove le donne sono alle prese con la discriminazione, ci troviamo spesso di fronte a pratiche e convinzioni vanno a detrimento di tutti. Congedi di paternità, legislazione contro la violenza domestica e a favore dell’uguaglianza retributiva favoriscono tutti.
In una fase decisiva per I diritti delle donne, è ora che gli uomini si schierino al loro fianco, che le ascoltino e che da loro imparino. Trasparenza e responsabilità sono essenziali se vogliamo che le donne conseguano il proprio pieno potenziale e con ciò accrescano la qualità del nostro vivere, nelle nostre comunità, società e economie. Sono orgoglioso di essere parte di questo movimento, e spero che questi principi continuino a echeggiare all’interno delle Nazioni Unite e nel mondo.
7 marzo 2018,                                                            ANTÓNIO GUTERRES

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MIGRANTI, IL RACCONTO STRAZIANTE DELLE DONNE CHE HANNO SUBITO VIOLENZA
da FAMIGLIA CRISTIANA, di Katia Fitermann, 29/8/2018
– Le drammatiche testimonianze delle richiedenti asilo costrette a subire abusi nei campi di detenzione libici. Come molte delle rifugiate a bordo della “Diciotti”. –
Abbassa lo sguardo per nascondermi le lacrime, Mariam (il nome è di fantasia per proteggere la sua identità) quando le chiedo la sua impressione sulla vicenda dei profughi salvati dalla nave Diociotti, della Guardia Costiera Italiana, da pochi giorni sbarcati a Catania dopo un calvario durato 11 giorni.
La giovane scuote la testa come se cercasse le parole, quelle che spesso muoiono in gola a chi conosce il dolore nelle sue più terribili espressioni e non sa come si possa difendere “a parole” la dignità della vita umana. Sa che in quella nave c’erano, tra i 177 profughi, 28 minori e 12 ragazze, tutti sfuggiti all’inferno dei campi di concentramento libici. Lei, nei suoi 20 anni da poco compiuti, sa tutto e proprio per questo non riesce ad esprimersi. L’orrore e la tristezza li dovrò cogliere nei suoi occhi lucidi, profondi, quanto la sofferenza di queste persone.
“Non hai idea di quanto ho sofferto in Libia!”, racconta con la voce spezzata. Loro, loro che decidono su di noi non sanno niente davvero su cosa accade lì, ancora di più alle ragazze e ai bambini.”
NON SI PUÒ MAI CAPIRE LA SOFFERENZA DELLE PERSONE SENZA AVERLA VISSUTA SULLA PROPRIA PELLE.
“Sono arrivata in Libia che avevo soltanto 12 anni. In Etiopia ero una bambina brava, aiutavo mia madre nelle facendo domestiche e mi prendevo cura anche dei miei fratellini. Ero la figlia maggiore dei miei genitori e quando la situazione in Etiopia diventò davvero insopportabile, mio padre e mia madre hanno accettato la proposta di farmi portare via da una persona conosciuta in un altro luogo, per lavorare a casa di una famiglia come domestica. In cambio avrebbero aiutato me e i miei. Ma in casa di quelle persone non sono mai arrivata. Sono stata rapita e portata in Libia e venduta come schiava. E così, per otto terribili anni, ho conosciuto tutto il male di questo mondo. Ho conosciuto l’inferno”, racconta.
La ragazza mi racconta cose inimmaginabili, come la storia del bimbo nato in prigione, mentre i miliziani libici stavano uccidendo sua madre perché si lamentava delle doglie del parto. Quel piccolo che stava venendo al mondo nel momento stesso in cui la ragazza stava per morire sotto i colpi dei loro carnefici e l’ordine privo di qualsiasi umanità, imposto alle altre recluse, di “sbarazzarsi dei corpi di entrambi” anche se il piccolo era già quasi nato e infine “di pulire il sangue sul pavimento”.
“Segnavo la lista dei nomi dei morti, tra uomini, donne, bambini. Era così che passavo il tempo dentro la prigione. Siccome spesso non riuscivo nemmeno a sapere il loro nome, allora nella mia mente li davo un nome io. La lista dei morti non finiva mai…”
Le violenze sulle donne, nei campi di concentramento libici, sono difficili di raccontare, come mi spiega un’altra giovane, che chiamerò Kibra, proveniente dall’Eritrea, mentre raccolgo la sua storia:
“Avevo una gamba rotta, avevo la febbre a causa della frattura e delle ferite, ma mi violentavano lo stesso. Anche nelle condizioni precarie in cui mi trovavo, ferita e sporca, dopo mesi senza potermi lavare. Ci stupravano davanti ai nostri figli piccoli e loro non potevano neanche piangere l’orrore di cui erano vittime. Ci terrorrizzavano sempre e ci dicevano che se non riuscissimo a far smettere di piangere i bambini loro li avrebbero ammazzati.”
In tutti i racconti delle profughe, in particolare quelle che sono passate dalla Libia, la violenza sessuale su donne e bambini è la solita costante. Mai un briciolo di pietà. Mai un ricordo di umana compassione.
“I carcerieri ci picchiavano con una tale brutalità, a volte fino a quando non avevano più la forza di farlo. Dentro la prigione non potevamo parlare, a volte neanche muovere le labbra senza pronunciare parole. Di giorno ci picchiavano e di notte venivano a violentarci. Non eravamo più persone. Non eravamo niente ai loro occhi. Ci davano scariche elettriche dopo averci violentato, ci bruciavano lasciandoci scottture tremende, bruciavano anche i bambini”
I vissuti traumatici di queste ragazze, la maggior parte giovanissime, scapate alla guerra in Sudan, Somalia, Eritrea, Etiopia, sono difficili da tradurre in parole. Come è davvero difficile difendere la dignità di una persona con le parole, come mi ricordava appunto Mariam.
Gli orrori della Libia si moltiplicano in maniera esponenziale quando la vittima è una ragazza oppure un bambino.
Mi racconta Enana Damlash, una rifugiata etiope in Italia, che la sera prima che la imbarcassero su un gommone nalandato a Tripoli, (era stata incarcerata in Libia con la figlia neonata per tre lunghi anni), i libici erano entrati nel magazzino dove i prigionieri erano stati stipati come animali e avevano deciso di portare via con loro una bambina di sei anni, strappandola alla madre che implorava pietà supplicando loro che non gliela portassero via. Per tutta la notte la piccola era stata violentata dai carcerieri e quando è stata restituita alla madre era ormai irriconoscibile: “Aveva gli occhi bianchi, senza colore, era priva di coscienza, piena di lividi, ferita e sanguinante”. Racconta allora la giovane che lei e le altre prigioniere avevano ripulito il corpo della piccola con i propri vestiti e, strappandosi un pezzo di stoffa ciascuna, l’avevano rivestita. “La bambina sembrava morta, ma respirava piano. Sua madre era ormai completamente impazzita e dalla disperazione si graffiava il proprio volto e il corpo, piangeva e si strappava i capelli. Provavamo tanta pietà per lei, che era riuscita quasi fino alla fine di quell’inferno a proteggere la bimba dalle violenze sessuali in Libia, subendole lei al suo posto. Durante il viaggio la madre della piccola si è lasciata cadere in mare ed è scomparsa tra le onde. La bambina l’avevamo adagiata sul gommone. Abbiamo custodito noi il suo corpo esanime per tutto il viaggio e quando siamo stati salvati in mare da una nave italiana, dopo tre giorni alla deriva, ci hanno portato a Lampedusa e lei è stata soccorsa per prima. Ci hanno soltanto detto che era ancora viva e ho pianto di gioia. Non so dove hanno portata la bimba, ma sono sicura che qualcuno si sarà preso cura di lei. “
Sentir dire in questi giorni che i profughi dovrebbero essere riportati in Libia, che queste persone non devono toccare il suolo italiano rievocano in me le parole di Hannah Arendt su Eichmann:
“Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male”. (Katia Fitermann)

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SCHEDA

YAZIDI da TRECCANI, http://www.treccani.it/

di MICHELANGELO GUIDI – Enciclopedia Italiana (1937)

YAZIDI. – Nome di un gruppo di popolazioni ordinate a tribù, di origine e di lingua curda e con religione propria; detti comunemente adoratori del diavolo. Il loro nucleo principale è ora nella regione di Mossul, a Shaikhān, dove è il centro della religione yazidica e cioè il santuario dedicato allo Shaikh ‛Adī, e nel Gebel Singiār a 160 km. circa a est di Mossul. Il loro numero totale nella Mesopotamia e fuori è stato indicato con varie cifre (per lo più intorno ai 60.000), ma è certamente molto diminuito negli ultimi anni. Secondo l’annuario ufficiale dell’‛Irāq del 1937, essi sarebbero ridotti nel regno a 19.000 (o 17.000), di cui 11.000 nel Gebel Singiār. Nel Gebel Sim‛ān presso Aleppo vi è un altro nucleo meno numeroso di Yazidi, pastori seminomadi, forse tremila, che si dicono originarî del monte Singiār, di lì venuti forse nel sec. XIII, che parlano curdo; ve ne sono altri piccoli gruppi nella regione di Diyārbekr, nell’Armenia russa, nel Caucaso (Tiflis), in Persia. Sono fisicamente ben formati, laboriosi; dediti alla coltura della terra e all’allevamento del bestiame. La forma Yazīdī è araba (plurale Yazīdiyyūn: la forma femminile Yazīdiyyah è comunemente usata per indicare il complesso della setta): in bocca curda la pronuncia è Ezidi, Izidi. Altro nome arabo dato ai Yazidi è Dawāsin, sing. Dāsin (siriaco Dasnāyē), derivato dal nome della provincia religiosa a oriente di Mossul. Sono anche chiamati in turco Cyrāǵ Sândëren (o spegnitori di lampade) e in persiano Shaiôān peresht, “adoratori del diavolo”.

Gli Yazidi credono in un Dio sommo ineffabile che è in relazione con il mondo attraverso sette angeli creatori sue emanazioni. Il primo in dignità è Melek Tā’ūs, o angelo Pavone, la figura dominante della religione yazidica; che è l’angelo caduto, ma non divenuto come in altre religioni, ad es. la cristiana, Satana, e non adorato in quanto diavolo, ma per la sua natura buona e la sua potenza di creatore; il nome di Pavone è in relazione con antiche leggende diffuse nel mondo orientale, secondo le quali il tentatore di Eva assume tale figura.

Scindendosi in una triade, la cui natura, del resto, non è del tutto chiara, Melek Tā’ūs si manifesta anche come Yazīd, cioè il califfo Ommiade Yazīd ibn Mu‛āwiyah (v.) e come Shaikh ‛Adī, cioè ‛Adī ibn Musāfir (un grande ṣūfī musulmano morto nel 1161 d. C. circa), discendente della famiglia califfale ommiade e sostenitore dei suoi diritti, che diviene figura centrale della religione yazidica. Incarnazione degli altri angeli e quindi partecipanti dell’adorazione sono considerati a mano a mano varî personaggi, tra cui grandi ṣūfī musulmani, o discendenti di ‛Adī, divenuti capi della comunità; con un procedimento ben noto in altre sette, nate, queste, nel mondo della Shī‛ah o movimento in favore della famiglia di ‛Alī. Il racconto della creazione è un tessuto di strane leggende, certo connesse con altre di sicura origine gnostica, e diffuse anche nelle sette alidi; il ricordo di Yazīd e della famiglia ommiade è bizzarramente deformato.

Gli Yazidi credono nella metempsicosi (anch’esso elemento gnostico), nell’immortalità dell’anima, nel paradiso per i giusti, mentre i peccatori, soggetti per punizione alla trasmigrazione in esseri inferiori, errano fino al giorno del giudizio. Il culto, in cui entrano molti elementi cristiani (battesimo, forme di comunione, ecc.) dovuti in parte, senza dubbio, ai contatti con comunità cristiane specialmente nestoriane, ma forse anche alla remota origine gnostica della religiosità yazidica, è assai complicato e ricco di riti strani. La preghiera è per lo più individuale. Parte essenziale del culto è il pellegrinaggio annuale al predetto santuario dello Shaikh ‛Adī; numerose sono le feste, tra cui principale quella del capo dell’anno. Gli angeli e anzitutto Melek Ṭā’ūs sono simboleggiati dai sangiaq, specie di insegne di metallo sormontate da una figura di pavone, che sono portati in giro nei villaggi yazidici per le questue. Sono numerosissimi gli interdetti. I libri sacri principali sono due, il Libro Nero e il Libro della Rivelazione, di cui abbiamo redazione araba e curda e che scritti in origine in lettere arabo-persiane, furono poi traslitterati in una speciale scrittura crittica. Credenze e pratiche dànno concordemente alla religione yazidica un carattere entusiastico e passionale, iniziatico e mistico, che corrisponde assai bene alla religiosità gnostica e più concretamente a quella delle predette sette estreme di origine alide.

La comunità ha un ordinamento di tipo teocratico; gli Yazidi sono divisi in due grandi categorie, laici (detti murīdān, con termine preso dal linguaggio sufico, in cui vuol dire aspiranti, e che indica bene la natura religiosa di tutta l’associazione yazidica), e chierici, divisi in più categorie, prima quella degli Shaikh in numero di cinque, discendenti dalla famiglia di ‛Adī; sono sotto di essi i Pīr, specie di preti, e varie categorie di diaconi e di inservienti, tra cui i cantori Qawwāl e i danzatori Kočiak, mentre i faqīr detti anche Qarabash, o teste nere, formano una specie di ordine o confraternita, che gode di molta influenza. A capo della comunità sono due autorità, una religiosa, il capo degli Shaikh, e il Principe dei Principi, o Capo supremo, appartenente a famiglia che pretende discendere da Yazīd ibn Mu‛āwiyah.

Varie ipotesi tentano spiegare il difficile problema delle origini di questa religione; ancora diffusa è quella che crede il nome della setta del tutto indipendente nella realtà da Yazīd ibn Mu‛āwiyah, nonostante la tradizione non solo musulmana ma anche yazidica, dichiara la relazione di ‛Adī con la setta stessa solamente casuale, e, indicando come etimologia la parola iranica Īzed che vale angelo, distacca completamente dall’Islām l’origine degli Yazidi, e ne considera la religione genericamente derivata, senza poterne specificare il modo, dal mondo iranico.

Un’altra opinione recentemente sviluppata è quella che, seguendo invece la tradizione musulmana, considera lo sviluppo della setta come nato dall’azione politico-religiosa in favore degli Ommiadi, ricostruisce di questa, dalla tradizione un poco obliterata, le fasi meno conosciute, ne stabilisce forme moderate ed estreme, la relazione tra di esse, e giunge a poter fondare, su una solida base storica, quella relazione tra Yazidi e tendenze estreme del partito filo-ommiade, che già appaiono adombrate nella tradizione musulmana e yazidica. Constatando poi, dopo tale premessa, la stretta correlazione delle dottrine yazidiche e del loro sviluppo, con quelle proprie alle sette estreme sciite (v. sciiti) a noi meglio conosciute (correlazione dovuta alla natura concorde dei due gruppi di fenomeni di contenuto analogo e solo di direzione diversa, e sorti nella stessa congiuntura storica), ne trae il criterio principe per la determinazione della origine delle dottrine yazidiche, assegnandola in modo principale ai contatti con le sette persiane manichee e mazdakite così ampiamente ispirate alla gnosi; ciò che, verità stabilita per le sette estreme sciite, appare conclusione che consegue necessariamente per quella yazidica.

Alla luce di questa ipotesi, resa tanto più probabile dalla origine ommiade dello Shaikh ‛Adī e dalla sua azione pro-ommiade, si spiegano agevolmente non solo il nome della setta, da connettersi sicuramente con Yazīd ibn Mu‛āwiyah, ma anche la venerazione per ‛Adī, che non è casuale, né ha a che fare con assonanza con Ādar, nome del capo degli Ized celesti iranici, come si suppone, ma è elemento fondamentale di tutto lo sviluppo; e le affinità, infine, delle dottrine yazidiche con quelle dei movimenti sciiti estremi (compreso l’isma‛ilismo [v. ismā‛īliti] in tutte le sue manifestazioni) e con quelle gnostiche, che attraverso l’anello delle sette persiane, giungono fino ai Yazidi. Né può infirmare tale ipotesi (che fa la Yazīdiyyah, cioè la più estrema delle direzioni filo-ommiadi, non un fenomeno islamico, ché dall’Islām è ormai lontanissima, ma certo un fenomeno sorto nel mondo islamico, e nelle condizioni politiche da esso create), la contraddizione tra l’ortodossia musulmana di ‛Adī e la sua inserzione in questo sistema tipicamente eretico, poiché la tradizione musulmana, giudiziosamente rintracciata e adoperata, ci mostra, e proprio a proposito di ‛Adī, il conflitto fra tendenze estreme e moderate in seno al movimento filo-ommiade, e accenna al prevalere, contro la volontà del pio ṣūfī patrono dell’atteggiamento moderato e ortodosso, delle prime, che portano, come alla divinizzazione di Yazīd, così anche a quella di ‛Adī, e alla cui vittoria si deve la formazione della setta yazidica quale essa è attualmente. Tanto più sotto i discendenti e i successori di ‛Adī si ripete, certo con minor resistenza da parte di essi, lo stesso processo di divinizzazione dei capi. Con questa ipotesi infine si disegna più nettamente, per ricerche di più ampio respiro, un fecondo criterio di coordinazione di una serie di fenomeni religiosi, che insieme con la setta yazidica sembravano relitti isolati, mentre essi possono essere, con prudenti ravvicinamenti, inseriti in un coerente insieme.

Con il ravvicinamento della setta yazidica al movimento ommiade si può anche ricostruire qualche fase della storia più antica della setta; per qualche periodo (specialmente per il sec. XIII) si ha qualche notizia concreta in fonti soprattutto siriache, nelle quali appaiono i Yazidi ordinati come confraternita, spesso in lotta con i cristiani nestoriani del paese circostante, che cercavano presso i Mongoli protezione contro di essi. Le recenti vicende dei Yazidi sono quelle di una povera minoranza che ha sofferto gravemente sotto i Turchi; e anche ora attraversano difficoltà, dovute pure alla lotta tra ‛Irāq e Siria per la delimitazione della regione del Gebel Singiār.

Bibl.: Per amplissime indicazioni bibliografiche v. G. Furlani, Testi religiosi dei Yezidi, Bologna 1930, e l’articolo realtivo ai Yazidi nell’Enciclopedia dell’Islam, redatto da Th. Menzel. L’ipotesi predetta è svolta da M. Guidi, in Origine dei Yezidi e storia religiosa dell’Islam e del dualismo, e Nuove ricerche sui Yezidi, in Riv. d. studi orientali, XIII, 1932; cfr. anche The Yazidis, past and present, di Isma’il Beg Chol, a cura di C. K. Zurayk, Beirut 1934 (in arabo, con notizie preziose sulla vita attuale dei Yazidi) e Abbas Azzaoui, Histoire des Yézidi, Bagdad 1935 (anche in arabo, sostiene l’origine islamica con elementi importanti tratti dalla tradizione musulmana).

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ARCHIVIO (articoli più datati):

PAESI CHE ODIANO LE DONNE

da Limes Mappa Mundi, di Alfonso Desiderio
È un arco di violenza che si inserisce in un arco di crisi più ampio. Afghanistan, RD Congo, Pakistan, India e Somalia sono i paesi più pericolosi per le donne, secondo la Fondazione TrustLaw. Assassinii (a volte per motivi “d’onore”), violenze – sessuali e non – sono tra i crimini più frequenti contro le donne.
L’Afghanistan è il posto al mondo più pericoloso per le donne. Ovviamente la guerra in corso (e i trent’anni precedenti di guerra civile e altri conflitti) sono una delle ragioni, cui si aggiungono tradizioni e usi locali spesso connessi con vere o presunte motivazioni religiose.
Bibi Aisha aveva 12 anni quando si è sposata e il marito l’ha picchiata sin dal primo giorno. Quando ha provato a fuggire il marito taliban, assieme ad altri uomini, l’ha portata sulle montagne e le ha tagliato il naso, le orecchie e i capelli.
Ma non è solo questioni di taliban. In tutto l’Afghanistan le donne non se la passano bene. Nella Kabul “liberata” e sotto “controllo” occidentale da quasi dieci anni è normalissimo vedere uomini che fanno viaggiare le donne nel portabagaglio dell’auto.
Secondo il rapporto in Afghanistan l’87% delle donne sono analfabete e il 70-80% per cento sono costrette a matrimoni forzati. Una su 11 poi non sopravvive alla nascita.
In Congo si è saputo l’altro giorno di 100 donne violentate una decina di giorni fa a Fizi nel Kivu meridionale, nel corso di un assalto da parte di un gruppo di ribelli. Leggi anche su repubblica.it Congo, stupri di massa, violenze e razzie.
Le stime sono difficili da calcolare e lasciano il tempo che trovano ma l’American Journal of Public Health ha stimato in oltre mille le donne che giorno subiscono gravi violenze in Congo.
Nella Repubblica democratica del Congo sono stati milioni i morti della cosiddetta guerra civile, in realtà “la prima guerra mondiale africana” che ha visto il coinvolgimento di quasi tutti i vicini, combattuta dal 1998 al 2003. In verità, nonostante gli accordi, si combatte ancora nel Congo orientale dove non si riesce a controllare gruppi ribelli, bande criminali, disertori, in parte reduci del genocidio ruandese, e che vivono di saccheggi e di sfruttamento delle risorse minerali congolesi.
In Pakistan pratiche tribali/culturali/religiose segnano irrimediabilmente la vita delle donne: violenze di tutti i tipi, anche con acidi, matrimoni forzati. Secondo la commissione dei diritti umani in Pakistan sono oltre mille le donne pachistane vittime di omicidi d’onore. Il 90% delle donne subirebbe poi violenze domestiche.
I matrimoni forzati sono purtroppo ancora molto diffusi non solo in Pakistan e India, ma anche in tutta la regione.
In India per certi versi la situazione ricorda quella del Pakistan, forse la situazione è migliore, ma comunque colpisce che il problema riguarda quella che è considerata la più grande democrazia del mondo e il paese che si appresta a diventare quello più popoloso, visto che tallona la Cina. Molte bambine vengono addirittura uccise alla nascita o si procede all’aborto quando si scopre che non sarà un maschio. Secondo la Reuters in base alle statistiche in India “mancano” circa 50 milioni di donne rispetto a quelle che dovrebbero esserci senza la “correzione” statistica apportata da queste uccisioni e aborti.
Al quinto posto la Somalia non è una sorpresa. Anzi lo è solo perché è così in basso in classifica, considerato che lo stato fallito per eccellenza somma l’endemica situazione di guerra a pratiche culturali/tribali/religiose. Qui è molto alta la mortalità delle donne durante il parto ed è molto diffusa la pratica delle mutilazioni genitali alle donne.
La classifica è stata stilata sulla base dei pareri di 213 esperti che hanno espresso delle valutazioni su sei fattori considerati fondamentali.
Certo – anticipo delle possibili obiezioni – è vero anche da noi fino a pochi decenni fa le donne erano discriminate e spesso maltrattate (in parte lo sono ancora oggi) e i diritti delle donne sono state una conquista recente e “occidentale”. Quindi forse siamo noi l’eccezione e la regola è invece un mondo anche legato a pratiche medioevali, ma qui c’è qualcosa di più.
Colpisce che quattro dei cinque primi paesi di questa triste classifica gravitino sull’area dell’Oceano Indiano (4 vi si affacciano), un’area geopolitica che noi stentiamo a considerare come tale (nel nostro immaginario il corno d’Africa è in Africa, la penisola arabica in Medio Oriente e il subcontinente indiano in Asia) e spesso dimentichiamo che invece numerosi sono i collegamenti storici, culturali, economici e commerciali lungo queste coste. Qui ci sono gran parte delle riserve di greggio e gas, su queste rotte viaggia il petrolio necessario a tanti paesi (Cina e Giappone prima di tutti), Pakistan e India sono potenze nucleari. Insomma è un’area già fondamentale e che sarà sempre più importante nel futuro (e purtroppo piena di conflitti). E purtroppo è una regione di violenze sulle donne.
Per approfondire vedi anche i volumi di Limes: Pianeta India e Cindia, la sfida del secolo
Tag:afghanistan, Congo, donne, india, oceano indiano, pakistan, somalia

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L’ISIS E LA “TEOLOGIA DELLO STUPRO”

– In questo articolo del 14 agosto 2015 il New York Times raccontava la metodica pianificazione della schiavitù sessuale delle donne yazide da parte dell’ISIS –
Rukmini Callimachi, giornalista che si occupa per il New York Times di terrorismo, ha scritto un articolo molto documentato sulla schiavitù sessuale a cui sono costrette le donne yazide dai miliziani dello Stato Islamico (o ISIS). L’articolo è da ieri il più letto sul sito del New York Times.
Di violenze e stupri contro le donne yazide in Iraq e in Siria si parla da tempo, ma l’articolo di Callimachi è uno dei più completi scritti finora sull’argomento: racconta come l’ISIS abbia di fatto teorizzato la schiavitù sessuale e l’abbia pianificata nei minimi dettagli ancora prima di metterla in pratica. Descrive quello che centinaia di donne yazide stanno subendo e dimostra come alcune delle conquiste dell’ISIS non abbiano avuto come obiettivo un avanzamento territoriale, ma siano state piuttosto “conquiste sessuali” preparate meticolosamente. L’articolo di Callimachi si intitola “ISIS Enshrines a Theology of Rape”, “L’ISIS celebra una teologia dello stupro” e si basa sulle testimonianze di 21 donne e ragazze yazide rapite dall’ISIS e poi scappate, e sulle comunicazioni ufficiali diffuse dallo stesso gruppo.
La teologia dello stupro
Gli yazidi sono una popolazione di lingua curda (anche se a causa dell’arabizzazione forzata imposta da Saddam Hussein alcuni di loro parlano arabo) che abita principalmente nel nord dell’Iraq. La loro caratteristica principale è la religione che praticano lo yazidismo, un misto di quasi tutte le religioni sviluppate in Medio Oriente: l’islam, il cristianesimo, l’ebraismo e lo zoroastrismo.
Gli attacchi contro gli yazidi iniziarono nell’estate del 2014 attorno al monte Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq, due mesi dopo la conquista della città irachena di Mosul. All’inizio sembrava che l’azione militare dello Stato Islamico fosse un’altra battaglia con l’obiettivo di conquistare nuovi territori. Ben presto si capì però che si trattava di una cosa diversa e iniziò lo stupro sistematico delle donne yazide. Il 3 agosto del 2014 lo Stato Islamico annunciò di avere ripristinato l’istituzione della schiavitù sessuale, che tra le altre cose prevede dei contratti di vendita autenticati dai tribunali islamici istituiti dall’ISIS. Si trattava di un processo preparato meticolosamente nei mesi precedenti, come si scoprì in seguito. Nell’ottobre del 2014 su Dabiq, il magazine online dell’ISIS in inglese, uscì un articolo che spiegava nei dettagli la “teologia dello stupro”. L’articolo diceva che prima dell’attacco al monte Sinjar l’ISIS aveva chiesto ai suoi studenti della sharìa di fare delle ricerche sugli yazidi: nell’articolo si spiegava chiaramente che per gli yazidi non c’era alcuna possibilità di salvarsi pagando una tassa, cosa che invece è permessa agli ebrei e ai cristiani. L’ISIS aveva anche cominciato a citare versi specifici del Corano per giustificare il traffico degli esseri umani (tra gli studiosi di teologia islamica c’è un ampio dibattito su questo punto). Nei mesi successivi l’ISIS continuò a giustificare la schiavitù sessuale tramite un’interpretazione particolare dell’Islam. La posizione espressa su Dabiq fu ribadita in altri due articoli.
Più di recente il “dipartimento della ricerca e della fatwa” dell’ISIS ha diffuso un manuale di 34 pagine sulle regole di “gestione” delle schiave. Nel manuale si legge per esempio che non si possono avere rapporti sessuali con la propria schiava prima che lei abbia il primo ciclo mestruale, in modo da verificare che non sia incinta (non è possibile invece avere rapporti quando la donna è incinta). In generale, scrive Callimachi, non ci sono molti limiti a ciò che è permesso fare alle schiave: si possono anche stuprare le bambine, per esempio. Allo stesso tempo le schiave del Califfato islamico possono essere liberate dai loro proprietari tramite un “Certificato di emancipazione”. Callimachi ha raccontato la storia di una ragazza di 25 anni liberata dal suo proprietario, un miliziano libico che aveva finito il suo periodo di addestramento da attentatore suicida e stava progettando di farsi saltare in aria. Alla ragazza è stato consegnato un “Certificato di emancipazione” – firmato da un giudice dello Stato Islamico – che lei ha consegnato a un checkpoint dell’ISIS per lasciare la Siria e tornare in Iraq dalla sua famiglia.
Le donne yazide, da quando vengono rapite a quando vengono vendute
I sopravvissuti degli attacchi dell’ISIS della scorsa estate hanno raccontato cosa fanno i miliziani dopo avere conquistato una città yazida. Per prima cosa dividono le donne dagli uomini. Ai ragazzi adolescenti è chiesto di alzare la maglietta: se hanno peli sul petto finiscono nel gruppo degli uomini, se non li hanno in quello delle donne.
Gli uomini, costretti a sdraiarsi con la faccia a terra, vengono uccisi. Le donne vengono invece caricate su dei furgoni e portate via in una città vicina. Qui le ragazze più giovani e non sposate vengono fatte salire su degli autobus bianchi con la scritta “Haji”, il termine che indica il pellegrinaggio a La Mecca: sui finestrini degli autobus sono bloccate delle tendine, un accorgimento che sembra essere preso per evitare che da fuori si vedano delle donne non coperte con il burqa o con il velo in testa. Le donne vengono poi riunite anche a migliaia in grossi edifici di una città irachena e poi ritrasferite in altre città dell’Iraq e della Siria per essere vendute.
L’ISIS si riferisce alle donne messe in schiavitù con il termine “Sabaya” seguito dal loro nome. Le donne e le ragazze più belle e giovani, scrive Callimachi, vengono in genere comprate entro poche settimane dopo essere state rapite. Altre, le donne più anziane o già sposate, vengono trasferite più volte da un posto all’altro in attesa di essere vendute. Alcuni degli edifici in cui vengono tenute le donne rapite hanno anche una stanza usata dagli uomini per scegliere la donna da comprare. Una ragazza di 19 anni ha raccontato la sua esperienza in un mercato delle schiave: «Gli emiri stavano appoggiati contro il muro e chiamavano il nostro nome. Dovevamo rimanere sedute su una sedia di fronte a loro. Dovevamo guardarli. Prima di entrare nella stanza ci toglievano i veli e tutti i vestiti».

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