LA DEVASTAZIONE DELLE MONTAGNE VENETE (anche Trentine e Friulane) dell’uragano di vento e pioggia del 29 ottobre, richiede uno sforzo titanico per uscire dall’emergenza – La ricostruzione di BOSCHI e PAESAGGIO: OCCASIONE da non perdere PER RIPENSARE LA MONTAGNA, oltre il solo turismo

Particolare di un bosco di faggi (da wikipedia)

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO – di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 – (…..) Questo che si conclude è stato per l’Europa l’anno più caldo da quando sono iniziate le registrazioni scientifiche delle temperature, oltre due secoli fa. La cosa più preoccupante è sentire da più parti, soprattutto dal mondo politico, ripetere l’AGGETTIVO “STRAORDINARIO”. Precipitazioni straordinarie, eventi straordinari… Un requisito della straordinarietà è l’unicità. Nel momento in cui un evento straordinario si ripete a distanza di breve tempo, diventa ordinario, non ci piove. O meglio, ci piove fin troppo. Forse il problema sta nel fatto che, ANCHE SE NON VOGLIAMO AMMETTERLO, LA MONTAGNA BELLUNESE È COMUNQUE PERIFERICA, e I MILIONI DI ALBERI CADUTI, per quanto impressionino, NON CI SCONVOLGONO. Nell’immaginario comune SONO MONTAGNE DA VACANZE, non spazi di vita quotidiana. E infatti ho trovato, per quanto fatte in buona fede, alquanto sintomatiche le dichiarazioni dei POLITICI CHE HANNO INCORAGGIATO GLI ITALIANI AD “ANDARE IN VACANZA” NELLE ZONE DEL BELLUNESE per aiutare le popolazioni in difficoltà. Certo, bene, giusto. Forse sarebbe stato più ambizioso dichiarare che l’Italia si confronterà nelle sedi opportune per rimettere con urgenza sul tavolo dei paesi occidentali la riduzione delle emissioni di CO2. O FORSE SAREBBE STATO PIÙ AMBIZIOSO, negli anni passati, VARARE PIANI DI RIFORME EFFICACI PER CONTRASTARE LO SPOPOLAMENTO DI UNA MONTAGNA che, prima ancora che essere un comprensorio sciistico, è, ripeto, uno SPAZIO DI VITA. Ma si sa, i piani di lungo corso in politica, e forse soprattutto nella politica degli ultimi anni, non pagano. E ALLORA TUTTI A SCIARE.”(…) (PAOLO MALAGUTI)

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I danni causati dal forte maltempo dei giorni scorsi (qui è in Val Visdende, nelle montagne bellunesi) – …«Chissà che i boschi che saranno ripiantati siano diversi: non solo pecci ma più larici, faggi, aceri, magari ciliegi selvatici», spera DANIELE ZOVI, generale della Forestale, autore di “ALBERI SAPIENTI, ANTICHE FORESTE” dove scrive delle PIANTE non come oggetti ma come «ESSERI SENSIBILI CHE COMUNICANO FRA DI LORO». ESSERI CAPACI DI PROVAR DOLORE: «COS’È, L’ODORE DELLA RESINA DI QUESTI GIORNI SE NON UN URLO DI DOLORE?»…(Gian Antonio Stella, “il Corriere della Sera”, 3/11/2018)

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   Nei giorni scorsi, in particolare il 29 ottobre, fortissimi venti e piogge hanno devastato le montagne venete (quelle bellunesi, ma anche il vicentino nell’Altopiano di Asiago); e anche le montagne dolomitiche del Trentino, e i parte del Friuli.
In Veneto, dal vento fortissimo (e dalla pioggia), sono stati rasi al suolo molti boschi: una prima stima parla di 25-30 mila ettari di bosco abbattuto, pari a circa tre milioni di piante divelte (ma forse sono molte di più). Un’ecatombe.

da http://www.fanpage.it

   E, appunto, la zona più colpita pare essere proprio il Bellunese, con il nubifragio della sera di lunedì 29 ottobre che ha fatto cadere 197 mm di pioggia ad Agordo ed a Longarone, con una punta di 252 mm nella Valle del Biois, in particolare a Cencenighe (come riportato dall’Arpa del Veneto). Ma citiamo delle località così, a caso, solo per puntualizzare alcune cose: DAPPERTUTTO, NELLA MONTAGNA VENETA (e non dimentichiamo in parte la trentina e friulana) CI SONO STATE DEVASTAZIONI ORA BEN EVIDENTI.

qui è San Tomaso, frazione di Colzaresè, a Belluno (foto da “la Stampa”)

   La macchina dei soccorsi, del ripristino, la protezione civile, molti volontari, le istituzioni regionali e locali… si son subito dati da fare (e lo stanno facendo) generosamente…. Ma è la popolazione colpita da questi disastri, subito, ha iniziato con motoseghe e quel che serviva per sgombrare le strade, riparare i tetti….. Ma ci vorrà un sacco di tempo per arrivare a una “minima normalità”….


Un vento difficilmente quantificabile nella sua forza, e che a ricordo degli anziani non si era mai visto così violento: come i 90 km/h rilevati nella zona del Lago di Misurina, i 114 km/h nell’Altopiano di Asiago nel vicentino. Ma le raffiche hanno sicuramente soffiato ad oltre 200 km/h in molti luoghi ora devastati, provocando (come dicevamo) così danni elevatissimi al patrimonio boschivo (alle otto di sera di lunedì 29 ottobre, i venti hanno raggiunto i 208 km/h sulle vette del Bellunese, con valori simili su quasi tutti gli altri rilievi montuosi del Veneto settentrionale e del Trentino Alto Adige).

Alleghe, i danni al lungolago e al parcheggio delle funivie e del palaghiaccio (da “il Corriere dell Alpi”

   E’ questa straordinaria (mai vista) tormenta di vento che è la causa principale, oltre sicuramente alla pioggia fortissima, dei danni maggiori soprattutto al patrimonio forestale, con boschi interi che sono stati abbattuti dalla furia del vento.
E poi gli alberi, cadendo, hanno troncato linee elettriche ed interrotto la circolazione su numerose strade (alcune località sono rimaste prive di corrente elettrica per giorni, e solo l’arrivo di generatori ha permesso il ritorno dell’energia elettrica).

“LA FRANA DEL TESSINA – Il maltempo e le piogge incessanti dei giorni scorsi in Veneto hanno rimesso in movimento la FRANA DEL TESSINA, in ALPAGO, il più grande smottamento conosciuto in Europa, circa 4 MILIONI DI METRI CUBI. (…) – La frana del Tessina (che prende il nome dal torrente) è ubicata in comune di CHIES D’ALPAGO (BL). Si tratta di un fenomeno complesso che si sviluppa da quota 1200 circa, per una lunghezza di oltre 2 chilometri fino all’abitato di LAMOSANO posto a quota 650.

   Un disastro incommensurabile. Dopo la necessità di assicurare la messa in sicurezza della popolazione (ad esempio dalle numerose frane verificatesi e che ancora possono verificarsi in questa condizione di fragilità territoriale); il ripristino delle rete elettrica e della viabilità (molte strade, specie le secondarie, sono impraticabili); il ritorno in certi posti dell’acqua potabile con il ripristino regolare degli acquedotti; e poi gli altri servizi essenziali (la scuola, il commercio, le attività produttive, etc.); la rimozione dei 3 milioni (e forse più) di alberi caduti (ci vorranno anni!), la piantumazione (quanto ci vorrà?) di nuovi alberi; gli impianti turistici, come quelli per lo sci (già ora ci si preoccupa del turismo degli sciatori, visto che la stagione sta per aprirsi, e questo francamente lo riteniamo molto opinabile…sì, l’intento è di “far tornare alla normalità subito”, ma questa necessità di far subito riprendere il carosello sciistico con neve artificiale ci sembra una cosa del tutto non condivisibile…)….ebbene, nel contesto di “tutto questo” di cui si parla adesso, noi pensiamo che, nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE ANCHE NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha.

Nel 1981 la popolazione residente in provincia di Belluno superava le 220 mila unità. Dal 2009 è iniziata una curva discendente che ci ha portati nel 2017 a scendere sotto i 206 mila. Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

   Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, queste difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, piena di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti…totale disinteresse di tutti);
– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, scoli e torrenti, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il percolo di smottamenti e fragilità;
– E’ una montagna fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordamento, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per leggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione, Trento e Bolzano hanno invece vissuto un incremento di abitanti del 2,6 e del 3,9%. La popolazione è aumentata anche a Sondrio (+0,4%), è scesa ma leggermente (-0,3%) a Verbano Cusio Ossola. Inoltre gli under 15 nel Bellunese sono appena il 12% della popolazione complessiva (a Bolzano sono quasi il 16%), mentre gli anziani, ovvero gli ultrasessantacinquenni, sono il 25,8%, tre punti percentuali più di Sondrio (a Bolzano sono appena il 19,3% dei residenti). Un dato preoccupante è quello sulla natalità: nel 2017 nel Bellunese sono nati 1334 bambini, ma sono morte 2476 persone. Gli stranieri sono pochi (il 5,9% della popolazione): segno che la provincia ha perso attrattività. Lo spopolamento interessa soprattutto i comuni di alta montagna, che negli ultimi cinque anni hanno perso il 4,6% dei residenti. In cinque comuni il calo supera il 10%. Bolzano, invece, ha guadagnato il 2,7%. (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO, di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

…E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?
IL DISASTRO AVVENUTO ADESSO può diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriale dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…
LA CENTRALITA’ della montagna passa per un privilegiare i servizi per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme le competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente nel bellunese…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (gente, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, finanziariamente, i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci.

Bosco nel Parco delle Dolomiti bellunesi (com’era)

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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Volontari e richiedenti asilo da Treviso a Belluno per ripulire strade e scuole – UN GRUPPO DI PROFUGHI RISPONDE ALLA CHIAMATA DEL SINDACO DI BELLUNO E RIPULISCE UN POLO SCOLASTICO (da http://www.oggitreviso.it del 5/11/2018 – Un esercito di volontari dalla Marca Trevigiana ha raccolto l’appello lanciato dal sindaco di Belluno, Jacopo Massaro, e si è presentato domenica nelle zone colpite dal maltempo per ripulire, tagliare alberi, spostare rami, liberare strade e fare tutto ciò che può essere utile alla popolazione per ripartire. Da Borgo Piave al Nevegal, da Col da Ren alle Ronce, da Col Fiorito a Salce, tantissime le persone arrivate da fuori città e anche da fuori provincia: tra loro, anche il sindaco di Preganziol e alcuni componenti della giunta.

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO

di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018– Il reportage dello scrittore Paolo Malaguti sui boschi feriti sul Grappa, che riportano ai precedenti della Grande guerra e della strage causata dal Vajont. Come allora le conseguenze saranno la crisi della montagna e l’emigrazione: tutto nel silenzio dell’opinione pubblica – 

   La zona del Massiccio del Grappa che amo più di ogni altra si trova sul versante meridionale, va dal Monte Palòn al Pian dela Bala, attraverso il cosiddetto sentiero delle Meatte. È una camminata facile, con poco dislivello, ma impagabile per i paesaggi che si attraversano. Prima pascoli aperti e ondulati, poi picchi rocciosi e dirupi che si aprono sulla pianura, svelando orizzonti che nei giorni sereni spaziano fino alla laguna di Venezia; l’attimo prima sei immerso nel sole, al riparo dai venti del nord, e ti godi il tepore sdraiato su un prato o su una roccia, l’attimo dopo, appena attraversata una galleria scavata nella pietra bianca del Grappa dal genio durante la Grande Guerra, ti trovi immerso in una nebbia romantica, spinta dalle correnti termiche contro gli spalti rocciosi che qui come da nessun’altra parte del massiccio fanno da barriera verticale alla pianura. Lungo il sentiero puoi incontrare molto facilmente i camosci e nelle parti più umide, nelle pieghe interne di vallette minori, puoi scoprire nell’erba orchidee selvatiche o la profumatissima nigritella, fiore scuro e solitario dall’aroma ipnotico.

Si attraversano anche dei boschi, lungo questo percorso: qualche conifera, frequenti faggi, noccioli… La tremenda tempesta di fine ottobre anche qui ha lasciato la sua impronta. Se ne parla poco, perché qui i caduti sono poche migliaia, non certo i milioni del Cadore, dell’Agordino, del Comelico. Ma attraversare in questi giorni il sentiero delle Meatte è comunque triste. In questi momenti intuisci che il bosco è una struttura complessa, in tutto assimilabile a una città, perché gli alberi schiantati, che giacciono a terra seminascosti nel sottobosco, o che pendono, obliqui, in attesa della neve o di una nuova folata che gli faccia completare la caduta, comunicano la stessa sensazione di scandalo e di disarmo che si prova osservando delle case abbattute da un sisma.

   Nei giorni scorsi ho sentito due confronti ricorrenti: quello con la tragedia del Vajont e quello con la distruzione dei boschi durante la Grande Guerra. Tali avvicinamenti sono efficaci, evocativi, e sollecitano, nella loro immediatezza, prima di tutto le emozioni. Non credo, però, che le emozioni bastino: è necessario, per quanto ciò sia difficile, provare a portare fino in fondo le similitudini, avere il coraggio di uscire dall’ambito momentaneo dell’emozione per esaurire il ragionamento.

Il disastro del Vajont: è un confronto azzeccato, e non solo perché gli effetti sulla natura sono stati simili. Il confronto regge anche sulle cause. Viviamo in un momento strano, nel quale chi si permette di additare le responsabilità lontane del disastro viene tacciato di “ambientalismo da salotto”. Eppure, esattamente come la frana del Toc, mi pare lampante che anche il disastro dei giorni scorsi sia stato un disastro annunciato. Cambia la scala delle responsabilità, ovvio: qui i colpevoli coincidono, per certi aspetti, con tutti coloro i quali (noi compresi) da decenni portano avanti stili di vita e di produzione economica incapaci di autoregolarsi per contrastare il riscaldamento globale, i cui effetti si fanno regolarmente sentire.

Questo che si conclude è stato per l’Europa l’anno più caldo da quando sono iniziate le registrazioni scientifiche delle temperature, oltre due secoli fa. La cosa più preoccupante è sentire da più parti, soprattutto dal mondo politico, ripetere l’aggettivo “straordinario”. Precipitazioni straordinarie, eventi straordinari… Un requisito della straordinarietà è l’unicità.  Nel momento in cui un evento straordinario si ripete a distanza di breve tempo, diventa ordinario, non ci piove. O meglio, ci piove fin troppo. Forse il problema sta nel fatto che, anche se non vogliamo ammetterlo, la montagna bellunese è comunque periferica, e i milioni di alberi caduti, per quanto impressionino, non ci sconvolgono. Nell’immaginario comune sono montagne da vacanze, non spazi di vita quotidiana. E infatti ho trovato, per quanto fatte in buona fede, alquanto sintomatiche le dichiarazioni dei politici che hanno incoraggiato gli italiani ad “andare in vacanza” nelle zone del Bellunese per aiutare le popolazioni in difficoltà. Certo, bene, giusto. Forse sarebbe stato più ambizioso dichiarare che l’Italia si confronterà nelle sedi opportune per rimettere con urgenza sul tavolo dei paesi occidentali la riduzione delle emissioni di CO2. O forse sarebbe stato più ambizioso, negli anni passati, varare piani di riforme efficaci per contrastare lo spopolamento di una montagna che, prima ancora che essere un comprensorio sciistico, è, ripeto, uno spazio di vita. Ma si sa, i piani di lungo corso in politica, e forse soprattutto nella politica degli ultimi anni, non pagano. E allora tutti a sciare.

L’altra similitudine con i boschi distrutti dalla Grande Guerra mi interessa perché le implicazioni sono più complesse. La somiglianza del fatto in sé è fuori discussione. Ma guardiamo alle cause: di là abbiamo una guerra combattuta su larga scala con armi industriali e con eserciti di massa. Di qua possiamo leggere l’accaduto come l’esito di una guerra? Credo di sì: una guerra moderna, combattuta da una civiltà che ha lasciato le armi ordinarie ai conflitti periferici, preferendo, per i conflitti “in casa”, le armi dell’economia. Finché viviamo in un mondo nel quale trionfano protezionismi e guerre doganali, mi pare alquanto difficile che i paesi delle grandi economie accettino di sedersi a un tavolo per concordare riforme energetiche costose e di lungo termine. Quindi sì, gli alberi schiantati dal vento sono, come quelli del 15-18, effetti collaterali di un conflitto.

Voltiamoci alle conseguenze: i boschi abbattuti nel 15-18 crearono una crisi profonda nel settore della lavorazione del legno; i pochi che ebbero, sul Grappa come sull’altopiano di Asiago, la “fortuna” di vedersi risparmiati i boschi, nei successivi 30 anni, finché non si fu esaurito il ciclo di ricrescita della nuova generazione di alberi, dovettero vendere il proprio legname alla metà del prezzo di mercato, perché chi lo comprava sapeva che in quei tronchi erano comunque conficcate migliaia di schegge di metallo che rischiavano di danneggiare le seghe a nastro. Oggi la cosa rischia di ripetersi, i tronchi giacciono inerti, se non si farà in fretta arriverà la neve, il legno marcirà, arriveranno i parassiti, e la prossima primavera anche gli alberi rimasti in piedi potrebbero essere danneggiati.

C’è una seconda analogia nelle conseguenze. L’alto Veneto, fra il 1919 e il 1925, fu l’area d’Italia con il più pesante tasso di emigrazione. Decine di migliaia di persone se ne andarono, fuggirono da una terra che non garantiva più la vita. Se gli alberi caduti oggi sono, come dimostrato, fin troppo simili agli alberi caduti un secolo fa, allora non facciamoci illusioni. Anche questo disastro provocherà fughe. Ci saranno nuove migrazioni, forse non di massa, forse meno visibili. Ma, proprio come un secolo fa la guerra calò su un paese già a forte vocazione migratoria, anche questo disastro è calato su una parte d’Italia che, nel sostanziale silenzio dell’opinione pubblica, si sta spopolando da tempo: solo negli ultimi quattro anni la provincia di Belluno ha perso, con una costanza quasi aritmetica, più di mille abitanti all’anno. Uno stillicidio che non si riesce a fermare e che, se i confronti storici hanno un senso, quest’ultimo disastro accelererà.
Questo raccontano in silenzio gli alberi caduti delle Meatte. Resta da capire se vogliamo ascoltarli.  (PAOLO MALAGUTI)

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IL GRANDE DISASTRO DEI BOSCHI, COME CENTO ANNI FA DOPO LA GUERRA

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 3/11/2018
– Paola Favero (Forestali) preoccupata: «Arriveranno i parassiti». Tabula rasa per il vento tra i 150 e i 190 chilometri all’ora –
«Cento anni fa la grande guerra non rase al suolo i nostri alberi come ha fatto il vento nei giorni scorsi», ha ammesso il sindaco di Asiago, Roberto Rigoni Stern. «Sì, peggio di un bombardamento a tappeto», condivide Paola Favero, tenente colonnello dei Carabinieri Forestali, comandante del Reparto Biodiversità di Vittorio Veneto, che gestisce le riserve statali del Cansiglio di Somadida e della Val Tovanella. «Nelle nostre riserve, sono cadute moltissime piante, ma per fortuna non abbiamo avuto l’azzeramento totale di tutta la foresta come in altri casi. Il vento, che soffiava tra i 150 ed i 190 orari, ha fatto tabula rasa di interi boschi, come sulle montagne dell’Agordino, in Val Visdende, sull’altopiano di Asiago, in Val di Fiemme».
Si parla di tre milioni di piante divelte, ma forse saranno anche di più. 300 mila solo a Marcesina, sull’altopiano dei Sette Comuni, altrettante a Sappada, ma i dati sono ancora assolutamente parziali dato che certe zone non sono ancora state raggiunte. In Val di Fiemme, sono state distrutte le grandi foreste di abete rosso dalle quali si ricavavano anche gli abeti di risonanza: in tutti questi casi, non boschi abbandonati, dove non si taglia da anni, come qualcuno ha detto, ma foreste assestate e gestite in modo attento e puntuale con criteri moderni.
È un «disastro», sintetizza Favero. Prima di tutto dal punto di vista dell’ecosistema, perché con l’azzeramento di interi boschi si azzera anche la biodiversità: fiori, funghi e animali. Si cambia perfino il clima locale, si influisce sul regime idrogeologico, si possono favorire dissesti, frane e valanghe. Per arrivare poi al grandissimo danno economico, che non è solo dato dai milioni di metri cubi di legname ora a terra che verranno recuperati con costi elevati e grandi difficoltà, per essere poi utilizzati probabilmente solo per legna da ardere, cippato o per le centrali a biomassa, ma è dato soprattutto dall’azzeramento del capitale, quella foresta che dava legname spesso pregiato anno per anno, e che ora impiegherà decine e decine di anni per poter essere di nuovo produttiva».
Ci vorranno almeno 5 anni, prevedono gli esperti, per esboscare e allestire quest’enorme massa di legname, che ha creato dei pericolosi grovigli, e nel frattempo ci saranno le infestazioni di parassiti, per primi gli scolitidi, che vengono attratti dalla grande massa di legno che deperisce.
Ma il danno maggiore è proprio quello alla biodiversità. «Saranno necessari secoli, non decenni, per riavere foreste come quelle distrutte. Il reimpianto è una cosa complessa, oltre che costosa, e non sarà facile riportare l’ecosistema ad una situazione di complessità ed equilibrio come prima. In Cansiglio e a Somadida per fortuna non sono cadute tutte le piante presenti, e potrà reinsediarsi poco alla volta la rinnovazione naturale, ma in molti altri posti si dovrà ricorrere al reimpianto. I carabinieri forestali, insieme a quanti altri operano sul territorio, stanno cercando di avere sempre più dati sulla situazione, ma certe località sono ancora irraggiungibili e le condizioni meteo non aiutano. Passata l’emergenza, nella quale tutti si sono prodigati per mettere in sicurezza le zone, il loro compito sarà di monitorare la situazione, segnalando le situazioni di pericolo e le emergenze, e seguendo tutte le attività che verranno messe in atto prima per asportare il legname morto e poi per ricreare una nuova copertura forestale.
Ma Favero sprona ad una riflessione ancora più drammatica: «Quello che è accaduto non è solo un grandissimo disastro, ma anche altro. È il chiaro, indiscutibile segnale che gli antichi equilibri sono in crisi, che i nostri boschi stanno vivendo un tempo diverso, dove la loro resilienza non è più tale, dove fattori ambientali troppo diversi da quelli che hanno accompagnato la loro vita stanno minando l’ecosistema foresta, impreparato ad affrontarli, perché non ha avuto il tempo di prepararsi. I tempi accelerati che l’uomo ha imposto alla Terra non danno modo a questi meravigliosi organismi chiamati alberi di adattarsi, di prepararsi.
Il cambiamento li travolge. Periodi di caldo prolungati quando le foreste dovrebbero prepararsi al riposo invernale, piogge violente improvvise e troppo abbondanti, venti che questa volta hanno superato i 150 chilometri orari: più di quanto qualsiasi struttura forestale, anche la più evoluta, può sopportare. Per questo sono caduti tutti: rimboschimenti e grandi foreste, boschi gestiti con tagli successivi e popolamenti lasciati all’evoluzione naturale, piante malate e alberi sani, conifere ed anche latifoglie. Chi si è salvato lo deve solo al vento meno violento. Anche le piante più forti e vigorose sono cadute: le loro fibre si sono evolute in milioni di anni, adattandosi a determinati fattori climatici, con i quali vivevano in un perfetto equilibrio, ma ora quei fattori sono cambiati, e non hanno il tempo di adattarsi». (Francesco Dal Mas)

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UNA TESTIMONIANZA DI QUEI GIORNI
DISASTRO MALTEMPO BELLUNO: “SIAMO SENZA UOMINI E SENZA MEZZI PER LA FRANA PIÙ GRANDE D’EUROPA”
di Lara Tomasetta, 4/11/2018, da TPI-NEWS https://www.tpi.it/
– In tutto in nord Italia è emergenza maltempo. Un vigile del fuoco del sindacato USB impegnato da giorni nelle operazioni di soccorso nel bellunese, ha raccontato a TPI cosa sta succedendo –
“In Veneto almeno 150mila persone sono senza luce, 100mila senza acqua potabile, il maltempo ha abbattuto oltre 500mila alberi. Siamo di fronte alla frana in movimento più grande d’Europa”.
Enrico, Vigile del Fuoco del sindacato Usb dell’unità di Padova, delinea per TPI uno scenario apocalittico di quanto sta accadendo non solo nel bellunese, ma in tutto il Veneto e il Trentino dopo le pesanti piogge degli ultimi giorni.
Le autorità della provincia di Belluno non assicurano più neppure l’acqua potabile. Le sorgenti sono state invase dall’acqua piovana e dalle sue impurità, di conseguenza la Prefettura ha lanciato un appello alla popolazione di utilizzare l’acqua solo dopo averla bollita.
Nella mattinata del 2 novembre una frana di terra e fango ha completamente ostruito la strada regionale 203 che collega Cencenighe con Agordo, nel Bellunese, appunto. Al momento risultano isolati i comuni a nord dello smottamento, causato dalle piogge che continuano a cadere incessanti. Così, sale a più di trenta il numero delle strade provinciali interrotte.
“La situazione nel bellunese e nell’alto vicentino è terrificante, oltre a essere aggravata dalle piogge continue, nella provincia di Rovigo ci sono 80mila persone senza acqua da due giorni, poiché l’Adige è in piena e non possono depurare l’acqua. Nel bellunese, i comuni sono senza corrente e senza acqua. Stanno arrivando gruppi elettrogeni da tutto il Veneto, ma la situazione è drammatica”, spiega Enrico.
“I danni sono ingenti, la frana nel bellunese è in movimento. La protezione civile ha chiamato degli esperti del Cnr per fare delle valutazioni, ci sono da sfollare almeno mille persone. L’emergenza è stata trattata come emergenza regionale, non nazionale. In compenso la protezione civile ha mandato 200 uomini a dare manforte. Ci sono 170 interventi in corso; non oso immaginare quanti ce ne siano in coda”.
Enrico denuncia la situazione in cui devono operare i Vigili del Fuoco: “Siamo partiti con mezzi d’epoca, inadeguati. Il brutto è che abbiamo un numero adeguato di risorse nella zona nord del Veneto, ma la zona sud è in pericolo e non dimentichiamo che nel Veneto passano i fiumi più grandi e importanti d’Italia: Po, Adige, Brenta. Hanno aperto la diga nel bellunese che buttava fuori 1.500 mq al secondo, non so se rendo l’idea. E noi andiamo lì con mezzi inadeguati”.
“Una piccola prevenzione è stata fatta, va detto”, sottolinea Enrico. “Qualche ora prima del passaggio della piena nelle zone di Treviso quando ci sono state le prime piogge, sono stati mandati gli HCP. Ma siamo messi veramente male. Stiamo lavorando 72 ore continuativamente”.
Ed Enrico conclude: “Non ci sono mezzi da portare nelle zone dove occorre. Siamo in carenza personale e se anche ci fossero uomini a sufficienza, non ci sono i mezzi”. (Lara Tomasetta)

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DEVASTAZIONE IN MONTAGNA

di Davide Orsato, da “il Corriere del Veneto”, 3/11/2018

https://corrieredelveneto.corriere.it/
– Maltempo in Veneto, l’ecatombe degli alberi. «Il bosco si riprenderà tra un secolo» –
I danni della tempesta di vento e pioggia, una sciroccata durata ore, hanno distrutto 25mila ettari tra Asiago e Cortina
«Più che il Fodom, sembra la Tunguska». A Livinallongo, provincia di Belluno, c’è chi ha paragonato la valle (il nome è in ladino) alle immagini in bianco e nero del misterioso evento che colpì la Siberia nel 1908. Si dice che allora fu una cometa. I risultati non sono così dissimili, centinaia di migliaia di alberi divelti, sparsi sul suolo come stuzzicadenti usciti da una scatola.
IL DISASTRO: DA ASIAGO A CORTINA
«Una pettinata» la definisce Raffaele Cavalli, docente di utilizzazioni forestali all’Università di Padova, un termine tecnico dalla poetica macabra. «Gli alberi caduti — nota — seguono una sorta di geometria, disegnano linee curve. Si trovano soprattutto nei culmini inferiori delle valli, dove c’è meno terreno a disposizione delle radici».
La mappa del disastro va dall’Altopiano di Asiago, da quella Marcesina, la «Finlandia d’Italia» per paesaggio e clima, cantata da Mario Rigoni Stern, fino all’Ampezzo. A Belluno scomparsi pezzi di bosco nell’Agordino, nel Feltrino, nel Comelico. «Schiantati» gli abeti rossi della val Visdende, utilizzati per i violini di pregio come i cugini della Val di Fiemme, anch’essi decimati. Stesso destino anche per i più sobri faggi «da remi» della foresta del Cansiglio, già materia prima della flotta della Serenissima.
TRECENTO MILIONI DI DANNI
I danni della tempesta di vento e pioggia, una sciroccata durata ore, con venti superiori, in alcune zone ai 140 chilometri orari sono impossibili da quantificare, al momento. Gli esperti dell’università patavina, assieme ai tecnici della Regione, ricorreranno alle fotografie satellitare per avere un’idea delle dimensioni. Solo per la provincia di Belluno si parla di 25 mila ettari che corrispondono a dieci milioni di metrocubo di legname. In termini economici si ragiona sui trecento milioni. Sono i soldi che serviranno per gli interventi, che dureranno anni.
«Ora la priorità è quella di sgomberare le strade — spiega Gianmaria Sommavilla, dirigente del settore Forestale per la Regione —, poi inizieranno le lunghe operazioni di pulitura. Ci vorrà forse un secolo prima che alcune aree recuperino. Ma nei pendii più esposti le frane rallenteranno ancora di più la crescita dei nuovi alberi».
IL NEMICO PIÙ SUBDOLO: IL COLEOTTERO
Per questo inverno, si temono le valanghe. Ma il nemico più subdolo si chiama bostrico: è il coleottero, noto anche come «tipografo» che divora i tronchi, specie quelli degli abeti. «Se i tronchi rimarranno li a lungo — avvisa il professor Cavalli — l’insetto prolifererà durante la stagione calda e diventerà una minaccia anche per il resto del bosco “sano”. Ecco perché è fondamentale un intervento coordinato: piazzare il legname sarà difficile, ma l’Austria, dove c’è un mercato in crescita, potrà aiutarci».
Dopo due giorni di silenzio (gran parte delle zone sono ancora isolate) le immagini dell’ecatombe di alberi sono diventate un trend da social network. Tiziano Fratus, scrittore, poeta e «cercatore d’alberi» (tra i suoi scritti, «L’Italia è un bosco», edito da Laterza) ne ha ricevute a decine. «Sono impressionanti, ma la natura segue logiche diverse, si riprenderà e si rafforzerà — sostiene —. Negli ultimi anni si è creato anche un turismo degli alberi, e mi spaventa pensare alle ricadute sociali ed economica su alcune comunità montane». (Davide Orsato)

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LA NATURA CHE DISTRUGGE SE STESSA

di Linda Pisani, 3/11/2018, da https://corrieredelveneto.corriere.it/
– I gioielli cancellati dalla devastazione: Arte Sella e Serrai di Sottoguda – Nel famoso parco trentino si salva solo la cattedrale vegetale. Nel Bellunese via l’asfalto –
TRENTO – Alberi caduti e opere d’arte distrutte. Devastata Arte Sella. La tempesta di vento e pioggia che si è abbattuta sulle Dolomiti non ha risparmiato nemmeno il parco Arte Sella, l’esposizione di arte contemporanea nei boschi della Val di Sella, in Valsugana, che affascina con meravigliose opere create grazie ai materiali donati dalla natura. Stavolta, proprio la natura ha distrutto sé stessa. Miracolosamente sono rimaste in piedi la cattedrale vegetale e la quercia secolare di 700 anni, ma il parco è irriconoscibile.
DANNI DA 200 MILA EURO
Emanuele Montibeller, direttore artistico di Arte Sella, stima un danno di almeno 200 mila euro. Il percorso “Arte e Natura” non esiste più, il parco è stato praticamente raso al suolo, le installazioni sono state spazzate via dalla furia del vento. Il parco resta chiuso, mentre da tutto il mondo è arrivata la solidarietà degli artisti che in questi anni hanno creato le loro opere. In tanti si sono già messi a disposizione per far tornare Arte Sella quel posto magico che tutti conoscono. Montibeller ha già lanciato la proposta di una raccolta fondi e un documentario racconterà la devastazione. Le opere distrutte diventeranno un’evoluzione artistica di ciò che la natura dà e di ciò che la natura toglie.
LA DISTRUZIONE DELLA GOLA DEI SERRAI
Ma anche nel Bellunese la furia del maltempo ha cancellato dalle cartine dei veri e propri gioielli del territorio. Ai piedi della Marmolada, la gola del Parco Nazionale dei Serrai di Sottoguda, a Rocca Pietore (certificato, dal 2016, come uno dei Borghi più belli d’Italia) è completamente distrutta: l’asfalto è stato subito spazzato via e le condutture sotterranee sono ormai visibili in superficie. (Linda Pisani)

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IL VENETO E IL PECCATO ORIGINALE DEGLI ABETI ROSSI AMATI DA RIGONI STERN: «QUANDO VENGONO GIÙ…»
di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/11/2018
L’errore di piantarne troppi dopo la Grande Guerra. La corsa dei volontari da tutta Italia è un incoraggiamento ad affrontare un disastro mai visto –
Immensamente più forte e rabbioso del «vento Matteo» narrato ne “Il segreto del Bosco Vecchio” da Dino Buzzati («tutti ne avevano grande terrore. Quando si avvicinava, gli uccelli smettevano di cantare, le lepri, gli scoiattoli, le marmotte e i conigli selvatici si rintanavano, le vacche emettevano lunghi muggiti…»), il vento furente di lunedì (29 ottobre, ndr) sulle montagne venete ha lasciato devastazioni apocalittiche.
Non trova altre parole, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, per descrivere lo scenario di vaste aree prealpine dagli altipiani al Trentino alla Carnia: «Situazione apocalittica, boschi spazzati via, strade devastate, tralicci piegati come fuscelli». Certo, appena hanno potuto uscir di casa, tra case scoperchiate e tetti volati via e alberi sparpagliati a terra come grissini, Giorgio e Giuliano e Giovanni e Thomas e sua moglie Mara, invece che invocare l’arrivo degli elicotteri, dei caterpillar o dell’esercito erano già fuori con le motoseghe per liberare la strada che dalla contrada di Caracoi (Rocca Pietore) cala a valle. Forse trecento abeti rossi segati, agganciati col «zapìn» e rimossi. In cinque. Fino all’arrivo dei primi soccorsi.
E con loro sono accorsi centinaia e migliaia di volontari. Da tutta Italia. Prova formidabile di professionalità, di dedizione, di generosità. Un incoraggiamento ad affrontare un disastro mai visto. Che chiederà molti soldi («forse un miliardo, ipotizza Luca Zaia»), molti anni, molte fatiche. Decine di migliaia di persone senza elettricità , senza acqua, senza collegamenti telefonici. Ponti crollati. Strade franate. Case e tabià danneggiati. Enormi ammassi di pietre e sassi scivolati a valle. Torrenti e fiumi in piena stracolmi di alberi alla deriva. Laghi e bacini coperti da distese di tronchi di abeti rossi scortecciati, come nel caso della diga nel Comelico. E sullo sfondo l’incubo d’una stagione sciistica con le piste e gli impianti qua e là rovinati proprio alla vigilia dell’apertura delle funivie.
Certo non si è trattato di un fenomeno unico al mondo. Basti ricordare la «Tempesta Lothar» che nel ‘99 colpì l’Europa centrale causando 137 morti e abbattendo milioni di alberi dalla Francia alla Foresta Nera tedesca. O le distruzioni del 2015 in Toscana fatte da venti a 209 chilometri orari. Tutta colpa della Natura? In larga parte sì. Ma non solo.
Mario Rigoni Stern, i cui boschi asiaghesi sono stati ora devastati dalla tempesta, amava il peccio, o abete rosso: «È l’albero che è sempre stato presente e mi accompagna nella vita. Nella casa dove sono nato e ho trascorso la mia giovinezza, i mobili, le suppellettili, i pavimenti, le scale, le grandi e geometriche capriate del tetto, tutto era stato ricavato dai pecci dei nostri boschi: erano alberi feriti dalla guerra che per necessità di coltura, tra il 1919 e il 1922, si dovette abbattere. Da ragazzi, alla festa degli alberi, erano sempre piantine di peccio che mettevamo a dimora nelle ampie chiarie causate dai combattimenti; come sempre di peccio erano centinaia di migliaia le piantine che i miei compaesani piantavano appena la neve liberava il terreno».
Lui stesso però, già ventisette anni fa, riconobbe che dopo l’annientamento dei boschi dovuto alla Grande Guerra, «fu un errore impiantare boschi puri di peccio: la monospecie e la coetaneità hanno un equilibrio molto fragile perché parassiti di ogni genere, malattie fungine, insetti e inclemenze stagionali possono in breve tempo rendere vani lavoro e capitale».
Vale per l’Altopiano dei Sette Comuni, spiega Marco Borghetti, uno dei massimi esperti italiani, docente di silvicoltura ed ecologia forestale, ma vale anche per gran parte dei boschi demoliti: «È bellissimo l’abete rosso. Bellissimo. È un albero che può arrivare a 48 metri d’altezza ma riesce a crescere, grazie a radici che non affondano troppo, anche su “suoli sottili”, rocciosi, con poco spessore. Non ha le radici del larice, però. E quando viene giù, magari in un bosco molto folto e poco curato o addirittura lasciato a se stesso da anni, può abbattere uno sull’altro i pecci più vicini. È un problema, aver troppi abeti rossi, tutti abeti rossi».
«Chissà che i boschi che saranno ripiantati siano diversi: non solo pecci ma più larici, faggi, aceri, magari ciliegi selvatici», spera Daniele Zovi, generale della Forestale, autore di “Alberi sapienti, antiche foreste” dove scrive delle piante non come oggetti ma come «esseri sensibili che comunicano fra di loro». Esseri capaci di provar dolore: «Cos’è, l’odore della resina di questi giorni se non un urlo di dolore?».
Come ricorda Rigoni Stern in Arboreto selvatico, l’albero ha sempre «esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera». Tanto che Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia, dice che «non meno degli Dei, non meno dei simulacri d’oro e d’argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Lo sapevano, i nostri vecchi che si prendevano cura dei boschi dal Pollino alla Garfagnana, dalla Mesola al Cadore: i boschi dovevano avere un equilibrio.
E più ancora lo sapeva la Serenissima Repubblica, la cui vita stessa dipendeva da quei boschi. Per le palafitte su cui posa Venezia, per il marginamento delle isole protette da fittissime palizzate, per la legna delle fornaci di Murano, per l’arsenale che ai tempi in cui era il più grande cantiere navale del mondo e divorava abeti (per gli alberi) e roveri (per l’«anima» delle navi) e faggi (per i remi) e querce al punto che Iseppo Paulini, compilò nel 1608 perfino un manuale illustrato per mostrare come le piante vanno potate e come il diboscamento vada fatto per settori, creando un ciclo continuo che permetta la salvaguardia della foresta.
E guai a chi attentava a questo equilibrio perché, dice un documento del Seicento, «el dito desboscar è causa manifesta del far atterrar questa nostra laguna, non avendo le pioge et altra inundation alcun ritegno ne obstaculo, come haveano da essi boschi, a confluir in esse lagune». Chi segava alberi senza permesso finiva per anni «in una galea de condanati a vogar il remo con ferri ai piedi».
E tutto per evitare nuove inondazioni come quella del 1686 ricordata in una poesia: «Torna, amigo, el deluvio universal / piova continua e l’aqua sempre cresse / Venessia è deventada un gran canal / dove i cocai va a becolar el pesse». (Gian Antonio Stella)

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ASIAGO – IL CAI VENETO: “I SENTIERI ESCURSIONISTICI NON ESISTONO PIÙ”
da http://www.tviweb.it/ , 1/11/2018
“Non andate in montagna: i sentieri non esistono più”. 300 mila alberi abbattuti dal vento che, al Verena, è arrivato ai 166 km/h. Circa 5000 km/quadrati di bosco abbattuto tra Veneto e Trentino. Un’ecatombe vegetale di immani proporzioni. E’ di poche ore fa l’appello del CAI Veneto alle Sezioni, agli Istruttori, Accompagnatori, Operatori, semplici soci CAI del Veneto. Rispettare questo appello è anch’esso un modo per aiutare le popolazioni colpite e quanti si stanno impegnando a portare loro soccorso in questo momento difficile.
“Col passare dei giorni si manifestano in tutta la loro portata i gravissimi danni arrecati dal maltempo alla montagna veneta e non solo. Centri abitati, viabilità principale e secondaria, mulattiere e sentieri sono interessati da crolli, frane, smottamenti e tantissimi alberi caduti. Una veloce ricognizione aerea del Soccorso Alpino effettuata oggi nel Bellunese ha evidenziato come la rete sentieristica sia gravemente compromessa, soprattutto per la caduta di numerosissimi alberi che ne impediscono la fruizione in sicurezza. Tutto il territorio bellunese è pesantemente compromesso ma anche il Trentino e l’Alto Adige. La criticità è massima nell’Agordino, nello Zoldano, nel Cadore e nel Comelico, ma anche nelle vicine valli del Primiero.
LA SEZIONE DI ASIAGO CI HA COMUNICATO CHE NELL’ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI TUTTE LE STRADE FORESTALI E I SENTIERI SONO PRATICAMENTE IMPERCORRIBILI PER CADUTA PIANTE. Si raccomanda quindi a tutte le strutture CAI e ai singoli soci, soprattutto di pianura, di NON INTRAPRENDERE VIAGGI E TANTOMENO ESCURSIONI IN MONTAGNA.
Lasciamo la viabilità quanto più possibile libera per i movimenti dei soccorsi, delle forze dell’ordine e di tutti coloro che sono impegnati nelle opere di contenimento dei danni e di ripristino. Tanto più, non avventuriamoci nei sentieri, mettendo a repentaglio la nostra vita e quella altrui. Vi chiediamo di diffondere quanto più possibile questo appello a soci, amici, conoscenti: è il minimo che possiamo fare in queste ore in segno di solidarietà per i nostri soci di montagna”.
Situazione critica anche nelle PICCOLE DOLOMITI e sul MONTE GRAPPA: una prima stima parla di un 10-15% di alberi abbattuti sul CAREGA.

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MALTEMPO, TRA I RESISTENTI DEL BELLUNESE: «CHE ROVINA, SENZA TURISTI SIAMO FINITI»
di Giusi Fasano, da “il Corriere della Sera” del 3/11/2018
– Viaggio nei paesi isolati: «Pioggia e vento hanno cambiato tutto». La testimonianza di una donna: «Mio marito ha fatto 40 km a piedi per trovare nostra figlia» –
La jeep del soccorso alpino procede lenta, schiva sassi, aggira cumuli di terra, passa sotto tronchi spezzati e sporgenti. Alla guida c’è Geremia Pellegrini, 68 anni e un passato da infermiere. Conosce come le sue tasche la vallata del torrente Cordevole, eppure ci sono moltissimi scorci che ora gli sembrano diversi. Al suo amico e ortopedico in pensione Massimo Costa — che con lui condivide il tempo da volontario del soccorso alpino — Geremia indica un punto, poi un altro, un altro ancora. «Prima non si vedeva», dice ogni volta. «Prima», cioè fino a una settimana fa, il verde degli alberi nascondeva frazioni intere, vecchi casolari, pareti di roccia, caseggiati, tratti di strada. Adesso che centinaia di migliaia di piante non sono più al loro posto è come se la gente della valle vedesse un panorama nuovo, diverso.
IL LAGO
La jeep sale da Agordo verso Alleghe e il suo lago, mentre Geremia e Massimo raccontano della strada nuova costruita dopo l’alluvione del 1966: una specie di spartiacque fra le vecchie infrastrutture della valle e le nuove. «Quella volta l’acqua mi portò via la casa» racconta Geremia che all’epoca era ragazzino a Gosaldo, il Comune a pochi chilometri da Agordo dove vive ancora adesso e dove il vento e la pioggia di lunedì scorso hanno lasciato il segno.
Alleghe è una stazione sciistica a mille metri di altitudine, da lì partono le funivie ma basta dare un’occhiata al cumulo di sassi che ha preso il posto del parcheggio degli sciatori per capire che la stagione è compromessa, quantomeno la parte iniziale. Ovunque si guardi si vedono pezzi di bosco rasi al suolo. Gli alberi sono stecchini spezzati e sparsi sui crinali, il vento si è divertito a buttarli giù a casaccio, così ci sono angoli rimasti intonsi nel bel mezzo di aree completamente devastate. E dove non ha fatto danni il vento ci ha pensato la pioggia.
Attilio Bressan, 73 anni e la vita fra le poche case di Malga Ciapela, si è preso cura della centrale Enel di fronte a casa sua per 30 anni. Dice di aver sentito dei tecnici fare una stima che lui ritiene verosimile: «Raccontavano stavolta l’acqua è stata tre volte quella del ‘66».
GRANDI MASSI
Lungo la strada che porta al Rifugio Fedaia (pochi passi dal confine con il Trentino) ci sono grandi massi che qualcuno ha spostato dal centro della carreggiata e altri che incombono sulla strada e che bisognerà far saltare con microcariche di dinamite.
Ovunque i boschi hanno cambiato faccia e ogni rivolo ha portato giù quantità enormi di sassi, ghiaia e fango. I tralicci dell’energia elettrica, soprattutto nella zona di San Tomaso Agordino, sono piegati e inutilizzabili e per evitare che intere frazioni restassero al buio sono stati messi in funzione 1.200 gruppi elettrogeni.
Anche se non parliamo più di migliaia, com’era fino a due giorni fa, di case senza corrente ce ne sono ancora e all’Enel giurano «la situazione sta tornando alla normalità» grazie al lavoro di 1.500 persone. Di sicuro Lorena Casarin, 59 anni, di Mestre, ieri era al buio nella sua casa di villeggiatura a Palue, dov’è arrivata a spalare fango dalla cantina e dal garage. C’era sua figlia Rosa, la sera del disastro. «Ci siamo sentite al telefono mentre il torrente accanto trascinava a valle sassi e il vento faceva volare tetti. Sali al pianerottolo dell’appartamento di sopra e aspetta i soccorsi» le ho detto. «Poi il segnale è scomparso e mio marito Luigi non ha saputo aspettare notizie dai soccorritori. È arrivato fino dove ha potuto con l’auto e poi si è fatto 40 chilometri a piedi sotto la pioggia per raggiugengere Rosa». Che era sana e salva.
I FIENILI
Poco più in là, a Sottoguda, ci sono fienili senza più i tetti e strade disastrate. Dall’alto si vede la vecchia strada che porta a Malga Ciapela, in fondo alla gola del torrente Pettorina. È un’attrazione turistica per gente che arriva da ogni parte del mondo. Era. Perché adesso è crollata in gran parte. «Non abbiamo più quella, non abbiamo più la briglia di difesa di Sottoguda, non ci sono più gli argini, non abbiamo più l’acquedotto, le piste da sci non esistono più, gli impianti sono danneggiati, i boschi completamente rovesciati… Qui non c’è un’emergenza e basta. Qui è in ballo il futuro. Viviamo di turismo, non possiamo permetterci di fermarci» si sfoga il sindaco di Rocca Pietore Andrea De Bernardinis.
«Gli esperti della Protezione civile mi hanno detto che è stato un uragano e che qui era l’epicentro». «Siamo quelli messi peggio di tutti» concorda Davide Sorarù, 31 anni, cuoco che in questi giorni distribuisce pasti caldi ai soccorritori, nella scuola elementare del paese. «Arrivano ogni giorni pacchi di cibo da privati, da negozi, da comuni lontani. Mi colpisce la solidarietà della gente comune» dice mentre versa caffè e tè. La pausa dei soccorritori è breve. Pochi minuti. Quando escono dalla scuola guardano tutti in alto, verso le nuvole. Oggi sarà un’altra giornata di allerta meteo. (Giusi Fasano)

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SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO
di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018
– Analisi drammatica della Cgia di Mestre: la provincia è destinata a sparire se non ci sarà un’azione incisiva per invertire la curva dello spopolamento – BELLUNO IN CRISI TRA SPOPOLAMENTO E VUOTO IMPRENDITORIALE. Una provincia sempre più vecchia, dove nascono pochi bambini e che vede partire i suoi giovani. Per lavorare, per vivere, per costruirsi una famiglia. Una provincia che perde imprese, anche nel settore del turismo. I bellunesi sono ormai meno di 206 mila. In cinque anni la provincia ha perso il 2% degli abitanti. –
BELLUNO. Una provincia sempre più vecchia, dove nascono pochi bambini e che vede partire i suoi giovani verso territori che offrono una prospettiva. Per lavorare, per vivere, per costruirsi una famiglia. Una provincia che perde imprese, anche nel settore del turismo, e che ha legato (forse troppo) all’occhialeria la sua economia. I bellunesi sono ormai meno di 206 mila. In cinque anni la provincia ha perso il 2% degli abitanti. Fanno peggio di noi solo Enna, Medio Campidano, Messina e Nuoro. E fa riflettere guardare come invece a Bolzano e Trento il trend parli di crescita.

A chi sta già pensando: «Ma sono territori a statuto speciale», va detto che il confronto è impietoso anche con Sondrio e Verbano Cusio Ossola. Province montane, speciali, in difficoltà. Ma non tanto quanto il Bellunese, che sta vivendo «una fase di declino sociale (SPOPOLAMENTO) e di desertificazione imprenditoriale». È la fotografia, drammatica, scattata dal centro studi della Cgia di Mestre, su incarico della Provincia.

Uno stimolo, nelle intenzioni del presidente (della Provincia) Padrin, per smettere di pensare al passato con quel misto di doglianza e rivendicazione, ai “se” e ai “ma”, e per guardare avanti. Per costruire una prospettiva di sviluppo. Altrimenti, senza un’azione incisiva e concreta, la provincia di Belluno è destinata a sparire.

PRIMO CAPITOLO. POPOLAZIONE, IMPRESE E TURISMO
Nel 1981 la popolazione residente in provincia di Belluno superava le 220 mila unità. Dal 2009 è iniziata una curva discendente che ci ha portati nel 2017 a scendere sotto i 206 mila. Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione, Trento e Bolzano hanno invece vissuto un incremento di abitanti del 2,6 e del 3,9%. La popolazione è aumentata anche a Sondrio (+0,4%), è scesa ma leggermente (-0,3%) a Verbano Cusio Ossola.
Inoltre gli under 15 nel Bellunese sono appena il 12% della popolazione complessiva (a Bolzano sono quasi il 16%), mentre gli anziani, ovvero gli ultrasessantacinquenni, sono il 25,8%, tre punti percentuali più di Sondrio (a Bolzano sono appena il 19,3% dei residenti).
Un dato preoccupante è quello sulla natalità: nel 2017 nel Bellunese sono nati 1334 bambini, ma sono morte 2476 persone. Gli stranieri sono pochi (il 5,9% della popolazione): segno che la provincia ha perso attrattività.
Lo spopolamento interessa soprattutto i comuni di alta montagna, che negli ultimi cinque anni hanno perso il 4,6% dei residenti. In cinque comuni il calo supera il 10%. Bolzano, invece, ha guadagnato il 2,7%.
Dalla fine del 2009 alla fine del 2017 hanno chiuso 890 imprese. Quelle artigiane sono diminuite del 10% rispetto ai livelli pre-crisi. Belluno, scrive la Cgia, «sta vivendo una fase di desertificazione imprenditoriale».
Ci sono appena sette imprese attive ogni cento abitanti. Numeri lontanissimi dalle realtà delle Province a statuto speciale, ma anche dalle altre province montane. Alle imprese vengono anche concessi pochi crediti dalle banche, nonostante il tasso di restituzione del prestito risulti buono.
Il settore dovrebbe trainare l’economia, IL TURISMO, è invece IN DIFFICOLTÀ: in otto anni hanno chiuso molti alberghi e ristoranti (in tutte le altre zone esaminate le imprese sono aumentate, a Sondrio dell’8,8%) e sono diminuite le presenze turistiche, cioè i villeggianti che dormono nelle strutture ricettive della provincia.
Il raffronto fra il 2016 e il 2008 racconta di un calo del 12,5%. Nello stesso periodo a Trento e Bolzano le presenze sono aumentate del 13%, a Verbania dell’11,8%, a Sondrio dell’1,9%. Poco, ma sempre un aumento. Un numero, per chiudere. Le presenze dei turisti nel 2016. Bolzano: 31,3 milioni. Trento: 16,9 milioni. Belluno: 3,9 milioni.

Per quanto riguarda il lavoro, in dieci anni la provincia di Belluno ha subito una flessione di quasi 3600 occupati. A Bolzano fra il 2007 e il 2017 gli occupati sono saliti dell’11,1%, a Trento del 6,6% (complessivamente le due province contano 40 mila occupati in più nel decennio).
È vero che i numeri, nudi e crudi, dicono che il tasso di occupazione è salito anche nel Bellunese, ma solo perché la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è scesa più che proporzionalmente dell’occupazione. Rispetto al 2007, inoltre, sono raddoppiati i disoccupati: dai 2.100 del 2007 si è passati agli oltre 4.800 del 2017 (+130%). È l’aumento più elevato di tutti gli altri territori montani esaminati dalla Cgia. A salvare, almeno per il momento, il Bellunese è l’occhialeria, e soprattutto l’export. Ma questo settore, conclude la Cgia, da solo «non basta per garantire un futuro al territorio».
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SECONDO CAPITOLO. COSTI E DISAGI DEL VIVERE IN MONTAGNA
Una parte dello studio della Cgia di Mestre analizza i costi del vivere in montagna, mettendo al centro la famiglia e i disagi che deve sopportare.
Nell’anno scolastico 2016-2017 erano 22.463 gli studenti bellunesi, distribuiti in 284 scuole fra elementari, medie, superiori e asili. Gli asili e le elementari sono ben dislocati sul territorio (c’è più o meno un plesso in ciascun comune e viene così assicurato il servizio alle famiglie), le scuole medie sono abbastanza diffuse mentre gli istituti superiori sono concentrati in pochi comuni. E solo a Belluno, Feltre e Cortina ci sono sia i licei che gli istituti tecnici e professionali. Anche in pianura non c’è una scuola superiore in ogni comune, ma le distanze da percorrere per gli studenti per arrivare in classe sono decisamente inferiori.
NEL BELLUNESE INOLTRE MANCA UN’UNIVERSITÀ che, oltre ad offrire prospettive ai giovani, funge da volano di sviluppo e crescita per il territorio in cui è inserita. La Cgia suggerisce di esplorare tutte le strade percorribili, come l’apertura di sedi staccate di atenei esistenti.
I negozi nel Bellunese sono poco più di 2.300, uno ogni 1,6 km quadrati (la media italiana è uno ogni 0,4 km quadrati). Le farmacie sono 80, una ogni 46 km quadrati. Significa che si rischia di dover fare parecchia strada se si ha bisogno di un farmaco. Soprattutto se si abita in montagna. In dieci anni, poi, sono stati chiusi 46 sportelli bancari, rendendo più complicato per i bellunesi che abitano nelle terre alte anche fare un bonifico o un prelievo.
Le reti autostradale e ferroviaria nel Bellunese «sembrano incompiute», scrive la Cgia. La prima si ferma a Calalzo, la seconda a Ponte nelle Alpi, mentre il Trentino è attraversato sia dai binari che da un’autostrada che porta nel cuore dell’Europa.
Il rapporto evidenzia anche che nel Bellunese costa di più raccogliere e smaltire i rifiuti: il costo medio per liberarsi di una tonnellata di immondizie in provincia è pari a 358,58 euro, 64 euro in più rispetto alla media nazionale.
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TERZO CAPITOLO. TRASFERIMENTI STATALI TAGLIATI DI UN TERZO
Le manovre statali hanno affogato le Province. Lo certifica lo studio della Cgia di Mestre, che ha anche analizzato il bilancio di Palazzo Piloni dal 2011 al 2017. E se a Roma è stata usata l’accetta, la Regione ha invece aumentato i trasferimenti, garantendo ossigeno alla Provincia nel momento più difficile della sua storia.
Le Province, infatti, sono state chiamate insieme ai Comuni a risanare i conti dello Stato, con due strumenti: il taglio ai trasferimenti e il versamento allo Stato di una quota delle risorse proprie dell’ente. Due fattori che hanno creato (le parole sono della Corte dei Conti), «una condizione di incertezza» e «un grave deterioramento delle condizioni di equilibrio strutturale dei bilanci».
A causa del decreto legge 78/2010 (governo Berlusconi), del “Salva Italia” del 2011, della Spending review del 2012 (Monti) e delle manovre del governo Renzi nel 2014 e 2015, la Provincia di Belluno ha subito tagli ai trasferimenti pari a 25,9 milioni di euro. Dato che corrisponde al 34% delle entrate correnti disponibili prima dell’avvento dei tagli.

Siamo stati la provincia più penalizzata dai tagli, dopo Isernia: le manovre sono quantificabili in 126 euro in meno per ciascun bellunese. Anche i Comuni sono stati chiamati ad aiutare lo Stato a risanare i suoi conti, per 27,5 milioni di euro. Sommando i contributi richiesti agli enti locali si arriva a 53,5 milioni di euro, come dire -260 euro per ciascun bellunese. A Sondrio il taglio è stato di 211 euro per abitante, a Verbano Cusio Ossola di 206. Fra il 2012 e il 2015 i trasferimenti dallo Stato sono diminuiti del 27%, quelli regionali sono aumentati del 22%. Nel triennio 2016-2018 si registra un’erosione ai trasferimenti del 5%, sia a livello statale che regionale.

Però nel 2017 a Palazzo Piloni sono stati assegnati 5 milioni da Anas per la sicurezza della rete stradale e 11,7 milioni per finanziare le funzioni fondamentali, la manutenzione straordinaria delle strade, la viabilità e l’edilizia scolastica. Per quanto riguarda le spese della Provincia, il contributo al risanamento delle finanze statali ha pesato in maniera molto grave su Palazzo Piloni: nel 2017 sono stati chiesti alla Provincia 23 milioni di euro da girare allo Stato. Un terzo della parte corrente del bilancio.
Nel quadro di riduzione delle risorse, è cambiata anche la mappa delle spese: nel 2018, rispetto al 2012, è aumentato il peso dei trasporti e istruzione, mentre la spesa per la viabilità è passata dal 32 al 20% del bilancio. Considerando infine i principali tributi statali (Irpef, Iva, Ires), la Provincia di Belluno versa ogni anno a Roma un miliardo e duecento milioni di euro. Alla Regione (per Irap, addizionale Irpef e tassa automobilistica) 180 milioni all’anno.
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QUARTO CAPITOLO. LE SOLUZIONI: L’AUTONOMIA NON BASTA
Per garantire la gestione dei servizi e, soprattutto, quel cambio di rotta che darebbe una prospettiva di sviluppo del territorio, la Provincia di Belluno avrebbe bisogno di 30 milioni di euro in più. Sono chiare, anche se fanno gelare il sangue nelle vene, le conclusioni dello studio della Cgia di Mestre. «Le preoccupazioni che avevamo sono state confermate», ha commentato il presidente della Provincia Roberto Padrin.
«Ora dobbiamo decidere quale strada percorrere» continua il presidente della Provincia, «la partita è complessa e va giocata sia al tavolo regionale che statale. È il momento di fare scelte coraggiose per dare un futuro alla nostra provincia. Abbiamo finalmente la fotografia della situazione, i dati sono drammatici ma innegabili. Lavoriamo tutti assieme, facciamo squadra con tutti gli enti che operano sul territorio e guardiamo avanti, facendo proposte concrete per dare una prospettiva al Bellunese».
Il segretario della Cgia, Renato Mason, una via l’ha indicata: allearsi con altri territori di montagna, perché non esiste un problema Belluno. O meglio, esiste, ma al tavolo delle trattative è difficile farlo valere. Esiste, invece, e va assolutamente considerato, un «problema montagna», come l’ha definito Mason. «Ma in pianura non sono consapevoli di questa situazione», ha avvertito. «Spetta a voi far passare il messaggio corretto. E non pensiate di andare al tavolo delle trattative rivendicando risorse. Così sarete perdenti. A quel tavolo dovete esserci, ma spiegando che il problema montagna riguarda tutti e che nell’ambito della programmazione economica vanno stanziate risorse per la montagna. Alleatevi con altri territori». Parole secche, dritte al cuore della questione, com’è nello stile di Mason.
E l’autonomia? Per il centro studi mestrino non è affatto la panacea di tutti i mali. Anzi. È scritto nell’introduzione del rapporto: «L’autonomia rappresenta certamente un percorso necessario per risollevare il Bellunese, ma non è sufficiente a cambiarne le sorti. Serve un cambio di paradigma, una prospettiva diversa e orientata alla creazione di condizioni per favorire lo sviluppo ed evitare lo spopolamento, unitamente a nuove risorse». Eccolo, il nodo. I soldi. Quei 51 milioni di cui la Provincia avrebbe bisogno.
(a cura di Alessia Forzin e Valentina Voi)

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da Agriregionieuropa anno 9 n°33, Giu 2013
p. 32

LE DIVERSE VIE DEL RITORNO ALLA TERRA NEL BELLUNESE

di CHIARA ZANETTI (dell’Università degli Studi di Trieste, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali)
Introduzione
Fin dagli ultimi decenni del secolo scorso, a fronte di una continua decrescita in termini di imprese e di numero di addetti nel settore agricolo, la letteratura sociologica internazionale ha cercato di approfondire le implicazioni sociali e culturali del cambiamento nelle campagne mettendo in luce l’insieme di nuovi valori che la campagna esprime in contrapposizione al mondo urbanizzato (Barberis, 2000; Barberis, 2009): in particolare, con i termini neocontadinismo (Marsden, 1995) e neoruralismo contadino (Van Der Ploeg, 2009) si fa riferimento a concetti quali la produzione e riproduzione in autonomia, alla ricerca delle radici territoriali, alla ricostruzione dei legami comunitari e al recupero della centralità della produzione agricola, valorizzandone anche il carattere di pluriattività.
In tal senso, inoltre, viene proposta una valorizzazione dei sistemi di conoscenze locali e regionali, attraverso la capacità di creare reti di alleanze tra produttori, consumatori e attori locali riuscendo a determinare anche le condizioni di mercato. Senza entrare nel dettaglio della letteratura di riferimento, Corti (2007) ne mette in luce anche l’aspetto edonistico, per cui il rurale viene inteso nella dimensione estetica ed esperienziale. A quest’approccio si contrappone una visione produttivistica standardizzata e sempre più meccanizzata, che non valorizza la cultura e le identità rurali, dove al contrario prevalgono i saperi di esperti nella trasmissione delle conoscenze.
Lo studio di caso1 che verrà illustrato di seguito cerca di cogliere ALCUNI ASPETTI LEGATI AL NEORURALISMO CONTADINO NEL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI BELLUNO. I fenomeni osservati nella provincia di Belluno non esulano da quanto precedentemente descritto: infatti, si possono osservare alcune dinamiche che comportano diverse forme di valorizzazione e riscoperta del territorio, pur con le peculiarità e specificità che caratterizzano le diverse zone della provincia.
L’obiettivo dell’analisi effettuata è quello di mettere in luce i cambiamenti negli atteggiamenti e nel valore attribuito al lavoro agricolo in un contesto, che vede nella valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti un potenziale di sviluppo economico.
Le riflessioni che vengono qui sviluppate sono frutto di una ricerca esplorativa realizzata sul tema del ritorno alla terra e realizzata sul territorio attraverso una serie di interviste in profondità, che hanno cercato di INDAGARE ALCUNI PUNTI DI VISTA DEL FENOMENO NEL BELLUNESE2. Altre informazioni provengono da fonti statistiche ufficiali, quali Infocamere e i Censimenti nazionali dell’Agricoltura.
CONTESTO DI RIFERIMENTO ED EVOLUZIONE DELL’AGRICOLTURA IN PROVINCIA DI BELLUNO
La provincia di Belluno, collocata nella parte settentrionale della regione Veneto, è composta da 69 comuni distribuiti su una superficie di 3.678,02 Kmq. Essa presenta un territorio tipicamente montano, pur caratterizzandosi per due zone ben definite: da un lato una fascia a sud con peculiarità pedemontane (altimetrie relativamente basse, vallate ampie, superfici pianeggianti o collinari abbastanza estese e climi più miti), dall’altra le zone più a nord caratterizzate da strette valli alpine con ripidi pendii.
La provincia di Belluno si è contraddistinta fino a tutti gli anni sessanta per un’economia povera, basata sostanzialmente sull’alpeggio e con una forte vocazione agricola. In seguito, il territorio provinciale diviene protagonista dello sviluppo industriale iniziato a livello nazionale già nell’immediato dopoguerra. Dal punto di vista sociale, ciò ha comportato una drastica diminuzione dell’emigrazione della popolazione locale3, l’aumento del reddito pro-capite e una crescita complessiva dell’occupazione.
In particolare, l’industria dell’occhiale e la manifatturiera sono stati i settori trainanti dal punto di vista economico (Marini, Oliva, 2003): tale sviluppo ha permesso sul lungo periodo la tenuta della provincia dal punto di vista socio-demografico, anche se non ha impedito lo spopolamento dei comuni più marginali, l’invecchiamento della popolazione (più alto della media nazionale e regionale) e la mancanza di ricambio generazionale. Certamente questo è un primo aspetto rilevante anche in connessione all’evoluzione delle attività agricole nella provincia di Belluno: infatti, la scarsa redditività garantita dal settore primario ha portato nel tempo all’abbandono progressivo dei campi per le nuove attività industriali, pur permanendo ancor oggi la tradizione dell’orto familiare.
Per quanto riguarda nello specifico le attività agricole, analogamente a quanto accaduto a livello nazionale, il territorio ha visto nel corso degli anni una forte contrazione sia della superficie agricola utilizzata, sia delle imprese. Tali tendenze di lungo periodo sono chiaramente visibili confrontando, ad esempio, i diversi Censimenti dell’agricoltura: TRA IL 1982 E IL 2010 LA SUPERFICIE AGRICOLA TOTALE DIMINUISCE DEL 50,3%, mentre le imprese agricole perdono l’83,7% della consistenza iniziale.
È significativo evidenziare come tali dati siano più negativi sia rispetto all’andamento dell’intera regione Veneto, sia rispetto alle limitrofe province montane di Trento e Bolzano. In particolare si è assistito ad un abbandono quasi completo delle attività agricole nelle zone altimetriche più alte (sopra gli 800 metri di quota). Si sottolinea, inoltre, come anche la superficie agricola utilizzata sia diminuita, a causa del costante avanzare dei boschi, che comporta un aumento del costo pubblico per il mantenimento del territorio.
Al contempo, diminuiscono gli attivi in agricoltura, che passano dal 54% del 1951 al 2,1% del 2011, le tipologie d’impresa, i tipi di allevamento e le colture praticate (Cason, 2011). L’allontanamento dall’agricoltura, conseguenza dell’attrazione esercitata dal settore manifatturiero e dello spopolamento, ha comportato inoltre L’ACCENTUARSI DEL FENOMENO DEL FRAZIONAMENTO DELLE PROPRIETÀ. In particolare, la frammentazione dei terreni suddivisi tra molteplici proprietari rende complesso ed economicamente oneroso l’acquisizione o l’affitto degli stessi da parte di chi è interessato alla loro lavorazione. Inoltre, LA CONFORMAZIONE OROGRAFICA DI MOLTI TERRENI –specie nella parte alta della provincia- NON FACILITA LA MECCANIZZAZIONE, favorendo al contempo l’abbandono della coltivazione.
Da un punto di vista storico, l’agricoltura del territorio tipicamente montana e di sussistenza si caratterizzava fino all’immediato dopoguerra per la produzione di svariati prodotti tra i quali si citano diverse qualità di PATATE, FAVE, FAGIOLO, MAIS, LINO, CANAPA, ORZO, AVENA E SEGALE; nella fascia pedemontana, inoltre, si trovava una buona produzione di FRUTTETI e, in misura minore, di VIGNETI (vite americana). Per quanto riguarda l’ALLEVAMENTO, vi era una prevalenza di bovini (in particolare di grigie alpine nella parte bassa della provincia e brune alpine nella parte alta), ma anche una discreta produzione di OVINI, di CAPRINI e SUINI.
Nel corso del secondo dopoguerra, le necessità di incrementare le quantità delle produzioni per rispondere alle esigenze del mercato, nonché l’adeguamento a nuovi standard normativi e di qualità hanno contribuito allo sviluppo anche nei territori montani di produzioni maggiormente intensive, pur non raggiungendo le quantità della pianura veneta.
Da un lato si è assistito al già citato abbandono delle imprese agricole nelle zone con maggiori altimetrie, dall’altra nei territori più bassi la varietà colturale è stata in gran parte sostituita da produzioni legate alla filiera lattiero casearia (prevalentemente mais e foraggio), che diviene preminente sia in termini di fatturato sia in termini di numero e rilevanza delle imprese.
Ciò è dovuto alla sempre maggiore RILEVANZA ASSUNTA DALLE LATTERIE COOPERATIVE. Queste hanno una lunga tradizione nel territorio: infatti, la prima latteria cooperativa “turnaria” d’Italia fu fondata a Canale d’Agordo –comune della provincia di Belluno- nel 1872. La latteria turnaria presente anticamente in molti paesi, era una sorta di consorzio del latte presso cui gli allevatori conferivano quotidianamente il latte affinché venisse lavorato “a turno” in un’unica struttura, ottenendo in questo modo una riduzione dei costi di produzione ed un maggior guadagno (Boni C., 1927).
Con lo sviluppo economico, alcune di queste realtà estesero la base sociale della cooperativa raggiungendo anche in un caso, pur mantenendo la forma cooperativa, dimensioni industriali e fungendo da traino per l’intero settore agricolo provinciale. Ciò nonostante, il numero di bovini è dimezzato (da fonte Unioncamere e dati Ccia, 52.600 bovini allevati – di cui vacche 29.800- nel 1965 a 25.304 – di cui vacche 10.396 – nel 2006) (Provincia di Belluno, 2007). Diverso invece è l’andamento di suini e ovi-caprini, che dopo una riduzione durata fino agli anni novanta, a partire dal 2000 denotano una certa vivacità (nel 2006 si contavano 10.898 ovini, 3.073 caprini e 21.110 suini), anche a seguito della promozione di specificità locali quali l’Agnello dell’Alpago o la pecora di Lamon (Provincia di Belluno, 2007).
LE DIVERSE VIE DEL RITORNO ALLA TERRA IN PROVINCIA DI BELLUNO
Se fino ad ora sono state descritte dinamiche prevalentemente negative, per quanto concerne l’attività agricola nella provincia di Belluno, oggi si assiste ad un lento ma significativo ritorno alla terra da molteplici punti di vista: si nota, infatti, un RINGIOVANIMENTO DEGLI IMPRENDITORI AGRICOLI sia per il passaggio generazionale nell’ambito di aziende già insediate nel territorio, sia per la ricerca di attività alternative al lavoro in fabbrica, oppure di neo-rurali provenienti dalla pianura, che aspirano ad una vita in un ambiente ancora largamente intatto con caratteristiche di salubrità elevate, nonché infine di persone che sempre maggiormente si dedicano alla coltivazione di orti famigliari (anche nella formula degli orti condivisi).
In particolare, osservando le dinamiche relative agli ultimi anni si evidenzia una certa vivacità per quanto riguarda il numero di imprese agricole: infatti, secondo Coldiretti, tra il 2008 al 2012, si sono insediati nel bellunese 175 nuovi agricoltori. Inoltre, se paragonata con le altre provincie venete e con il resto d’Italia, l’incidenza delle imprese giovanili in agricoltura è rilevante: secondo i dati Infocamere il numero di imprese giovanili del settore è intorno all’11% sia nel 2011 sia nel 2012, mentre nella regione Veneto si assesta al 4% e in Italia al 7% (Tabella 4). Sempre secondo i dati Infocamere, esse costituiscono, inoltre, il 15,7% tra tutte le imprese giovanili della provincia (1.469). Infine, anche le domande presentate tra il 2008 e il 2011 sulla misura 112 del Piano di Sviluppo Rurale del Veneto finalizzata al ricambio generazionale e a valorizzare le capacità imprenditoriali dei giovani agricoltori testimoniano una certa vitalità: sono state, infatti, 129, il 37,1% di tutte le istanze presentate per i territori montani, così come definiti nel Piano di Sviluppo Rurale della Regione Veneto.
Nell’ambito di questo quadro, i giovani agricoltori intervistati hanno una provenienza mista: sono sia locali sia originari della pianura, avendo però un qualche legame pregresso con il territorio derivato da origini familiari – che talvolta comportano la presenza di proprietà a disposizione e non utilizzate – o da contatti e conoscenze precedentemente acquisite rispetto alle potenzialità di alcune specifiche zone.
Al di là di questi elementi di obiettiva vicinanza alla terra, tuttavia, si evidenzia una forte motivazione personale. Nella maggioranza dei casi la formazione non è specifica, ma al contrario alquanto variegata. Tra i titoli studio ci sono il diploma di geometra, ragioniere e perfino di un ingegnere idraulico: in tutti questi casi le conoscenze acquisite sono state riconvertite.
Inoltre, tutti gli intervistati, pur avendo una forte passione nella cura degli animali e nell’attività con la terra, precedentemente avevano svolto altre attività che tuttavia non risultavano gratificanti. Oltre a ciò, al lavoro agricolo spesso associano uno stile di vita più sano, a contatto con l’ambiente naturale: “le mie entrate sono diminuite drasticamente, ma la mia vita è cambiata in meglio. Rispetto a prima quando lavoravo in fabbrica ho grosse soddisfazioni, faccio e produco qualcosa di mio … produrre cibo è bellissimo” (Agricoltrice biologica da 7 anni, 40 anni).
Molto forte, infatti, è il desiderio di impegnarsi in un lavoro che contribuisca al mantenimento del territorio e alla sua rivitalizzazione: “ho iniziato per gioco, perché ho ereditato la terra, ma in fondo sono stato mosso comunque da una grande passione per l’agricoltura, e dal desiderio di percorrere un altro cammino nella vita, un’altra strada più vicina all’ambiente” (Agricoltore biologico da 9 anni, 40 anni) “Oggi l’agricoltore è il custode dell’ambiente, viene rispettato per la scelta coraggiosa e perché mantiene il territorio. Prova di questo è il fatto che spesso agricoltura si unisce a turismo, didattica, vendita diretta (agriturismo, fattoria didattica, spaccio in azienda)…come per mostrare quello che si fa per il territorio, il legame tra agricoltura e turismo e commercio serve per valorizzare il territorio” (Agricoltrice da 5 anni, 41 anni).
In quest’ultima citazione, inoltre, emerge un altro aspetto che viene evidenziato sia dagli imprenditori agricoli intervistati sia dai rappresentanti degli attori locali, ovvero la necessità di muoversi verso una diversificazione delle attività aziendali per il mantenimento dell’agricoltura nei territori montani, che vengono spesso interpretate come l’offerta di un prodotto che costituisce un’esperienza complessa con molte valenze simboliche quali la genuinità, il presidio del territorio, l’aspetto educativo.
Un secondo elemento che viene messo in luce dagli agricoltori intervistati è la necessità di fare rete per ridurre i costi, migliorare la gestione delle attività e lo scambio di informazioni sia tecniche sia di tipo amministrativo, sulla scorta di quanto avviene per alcune cooperative di produttori agricoli in altri contesti italiani. Infatti, a parte il caso delle latterie turnarie, sul territorio bellunese non vi sono esempi in tal senso, anche se recentemente si è costituita un’associazione di produttori biologici che si spinge in questa direzione.
La necessità di cooperare è dovuta certamente anche alla dimensione unipersonale delle aziende prese in considerazione, anche se nella realtà alle spalle spesso vi sono famiglie che sostengono attivamente la scelta di vita effettuata, specie nel caso in cui l’imprenditore agricolo è di genere femminile. Solo in alcuni casi per sopperire al bisogno di manodopera vi è il ricorso ad alcuni lavoranti stagionali. La famiglia quindi non solo contribuisce attivamente al lavoro agricolo, ma in alcuni casi essa completa il ciclo distributivo delle produzioni: infatti, in due casi la nuova impresa agricola viene sostenuta da preesistenti attività nel campo della distribuzione (ortofrutta e negozio biologico).
Fino ad ora si è accennato alle motivazioni personali che hanno portato le persone intervistate all’impegno in un’impresa agricola: tuttavia, accanto a queste, vi sono anche alcune motivazioni di contesto rilevanti. In particolare, come precedentemente evidenziato nel territorio bellunese nel corso del secondo dopoguerra le attività e la superficie agricola utilizzata sono drasticamente diminuite causando l’abbandono di molti terreni. Secondariamente, i terreni agricoli hanno mantenuto dei prezzi contenuti specie se confrontati con quelli delle limitrofe province di Treviso e di Trento. Ciò ha reso più facile l’accesso alla terra o l’ampliamento delle superfici agricole aziendali, attraverso l’acquisto della proprietà o l’affitto. Tuttavia, l’estrema frammentazione dei terreni crea non poche problematiche in tal senso.
Una delle dinamiche più interessanti evidenziate da questo punto di vista è collegata con una seconda via di ritorno alla terra evidenziata sul territorio. Proprio i terreni liberi e i prezzi più bassi rendono il territorio bellunese (e in particolare per la sua parte pedemontana) attrattivo anche per investitori provenienti da fuori provincia: infatti, si sono recentemente insediati alcuni produttori di mele e viticoltori provenienti delle limitrofe province di Treviso e di Trento, in cui il valore dei terreni è molto elevato in virtù della forte vocazione alla produzione vitivinicola e dei meleti.
In particolare, per quanto riguarda i primi, attualmente il bellunese rientra tra le provincie di produzione del prosecco Doc (è, infatti, del 2012 la prima produzione di uva di varietà Glera in un comune della Valbelluna da parte di un’azienda agricola trevigiana), che attualmente può essere prodotto solo da produttori trevigiani che sono in possesso dei diritti di impianto. Nel secondo caso, si registra la presenza di diversi meleti, impiantati da imprenditori provenienti dal Trentino Alto Adige.
Se da un lato queste produzioni contribuiscono a diversificare i prodotti agricoli del territorio, fungendo anche da stimolo per gli agricoltori locali, dall’altro SI CARATTERIZZANO PER UNA PRODUZIONE ABBASTANZA INTENSIVA. INOLTRE, LE MAGGIORI RISORSE ECONOMICHE A DISPOSIZIONE DI QUESTI IMPRENDITORI PERMETTONO DI ACQUISTARE I TERRENI MIGLIORI E PIÙ APPETIBILI, IN QUANTO MENO FRAMMENTATI E CON CONDIZIONI CLIMATICHE E GEOMORFOLOGICHE MIGLIORI, SPIAZZANDO I LOCALI CHE NON SEMPRE HANNO LE RISORSE PER COMPETERE.
Una dinamica analoga si osserva nella parte alta della montagna per quanto concerne lo sfalcio dei prati e viene ben esemplificata da un intervistato: “Vengono a sfalciare dalla Pusteria, sono quelli che hanno grosse stalle, o gente che fa lo sfalcio di mestiere. Per fortuna ci sono loro, se no nessuno lo fa. Secondo me a Belluno nessuno arriverebbe a segare tutto quello che sega la Pusteria. Non ci sono allevamenti così grandi e interessati al fieno in alta montagna” (Agricoltore da 7 anni, 31 anni).
Un ultimo aspetto che vale la pena evidenziare è come in molti casi i nuovi agricoltori intervistati non mirino solo alla produzione di colture tradizionali (mais, prati da fieno, pascoli), ma anche all’introduzione di prodotti riscoperti (orzo, piccoli frutti, piante officinali, caprini). Inoltre, sempre più viene prestata attenzione a processi innovativi o di qualità, quali quelli legati ai marchi di certificazione e garanzia (consorzi di tutela certificazioni locali, produzioni biologiche).
Accanto a ciò, sono cresciute le iniziative che valorizzano l’aspetto sociale dell’agricoltura, che vedono le aziende agricole, ma anche gli orti, come luoghi di coesione sociale, di attività didattiche e di attrazione turistica. In particolare è significativa L’ATTIVITÀ DI INFORMAZIONE E CONDIVISIONE DI BUONE PRATICHE DEL GRUPPO INFORMALE COLTIVARE CONDIVIDENDO NEL FELTRINO, che propone tra le sue finalità la riscoperta e lo scambio degli antichi semi con una finalità divulgativa, richiamando nei propri momenti informativi diverse migliaia di persone di diversa provenienza interessate sia per la produzione all’interno del proprio orto famigliare sia per l’introduzione di nuovi prodotti nella propria azienda agricola.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Il quadro fino ad ora descritto presenta alcuni aspetti positivi di ritorno all’agricoltura e di una maggiore attenzione al lavoro agricolo nella provincia di Belluno. Si tratta di elementi qualitativi, che non invertono certamente una tendenza all’abbandono più che decennale.
Le realtà analizzate hanno, inoltre, una dimensione micro, molto vicina all’autoproduzione; tuttavia contribuiscono al mantenimento e alla valorizzazione del territorio partendo dalle specificità locali, inserendo la produzione agricola anche nella filiera turistica. In quest’operazione giocano un ruolo rilevante anche attori istituzionali quali l’ISTITUTO AGRARIO presente in provincia, l’ENTE PARCO NAZIONALE DELLE DOLOMITI BELLUNESI e il MUSEO ETNOGRAFICO DI SERRAVALLE, che promuovono progetti per valorizzare la “biodiversità coltivata”.
Si tratta quindi di una produzione agricola collocata in una dimensione comunitaria attraverso l’acquisto diretto dal produttore e “l’intreccio con gli operatori degli altri settori economici (servizi, artigianato, turismo), con le istituzioni culturali e le amministrazioni locali nel quadro delle attività di promozione territoriale in cui l’immagine e la funzione di volano del paesaggio, delle produzioni di eccellenza, delle razze autoctone assumono un ruolo di centralità” (Corti, 2007, pag. 181). (CHIARA ZANETTI)

Vedi:
https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/33/le-diverse-vie-del-ritorno-alla-terra-nel-bellunese

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TURISMO E SVILUPPO SOSTENIBILE NELLA MONTAGNA ALPINA

di Tiziano Tempesta – Mara Thiene
1. PREMESSA
Il Protocollo Turismo della Convenzione delle Alpi costituisce certamente uno dei momenti fondamentali tramite cui potranno trovare concreta attuazione le azioni volte a favorire uno sviluppo sostenibile del territorio alpino (Gantar, 1998).
Trent’anni di sviluppo del turismo di massa hanno infatti determinato profonde trasformazioni dell’ambiente montano così come dell’economia e della cultura delle valli. Pur essendo certo che il turismo ha contribuito notevolmente al miglioramento del tenore di vita della gente di montagna, è altrettanto evidente che spesso all’aumento dei villeggianti non ha fatto riscontro né la stabilizzazione demografica né la riduzione degli squilibri esistenti tra alcune zone di montagna svantaggiate e la pianura (Zaccherini, 1992; Grandinetti, 1993; Batzing, 1998).
Del resto spesso molto alti sono stati i costi ambientali in termini di urbanizzazione selvaggia, di infrastrutturazione del territorio e di inquinamento. Molto correttamente il protocollo turismo ha quindi posto quale principale obiettivo da perseguire in nella politica turistica quello di “favorire l’adozione di forme di sviluppo turistico sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico (urt.6)”.
Peraltro il concetto di sostenibilità può facilmente divenire un enunciato di principio, valido per soddisfare le più disparate esigenze’ quando non si provveda a definire almeno il percorso che dovrebbe favorire una crescita del turismo in grado di non generare elevati impatti ambientali. La diatriba oramai annosa se il concetto di sostenibilità vada inteso nell’accezione forte o debole (Pearce e Turner, 1991) appare per molti versi oziosa se si considera la distanza che separa le modalità reali di crescita dell’economia nella quasi totalità dei paesi da qualsia- si forma (per quanto edulcorata) di sviluppo sostenibile.
* IL PRESENTE STUDIO È FRUTTO DEL LAVORO COMUNE DEI DUE AUTORI. Tiziano Tempesta ha provveduto alla stesura dei par.l,2,3,4,6,7 e 9 e Mara Thiene dei par.5 e 8 ** Rispettivamente gli autori appartengono a: Dipartimento di Economia e Politica Agraria Agroalimentare e Ambientale, Università di Milano; Dipartimento Territoriale e Sistemi Agroforestali, Università di Padova.
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Da tale punto di vista appare corretto l’approccio proposto dal Protocollo del Turismo che ha cercato di definire concretamente quali strumenti dovranno essere seguiti per ridurre l’impatto ambientale del turismo. In particolare, ogni singolo organo decisionale dovrà provvedere a definire linee guida e piani di sviluppo relativi a: controllo ei flussi turistici e loro riequilibrio a favore di quelli meno intensivi (artt.8,9,10 e 18) miglioramento delle qualità dell’offerta (ambientale, paesaggistica, architettonica, urbanistica, alberghiera) (art.7) politica alberghiera (art.11) impianti di risalita (art.12) traffico (art.13) piste da sci (art.14) attività sportiva (art.15).
Le linee guida e i piani di sviluppo a loro volta dovranno definire criteri per poter valutare vantaggi (benefici) e inconvenienti (costi) relativi a (art.5): conseguenze economiche e sociali per le popolazioni locali conseguenze per l’ambiente conseguenze per le finanze pubbliche Viene quindi proposto un approccio che si rifà, almeno idealmente, sia all’analisi costi-benefici che alla valutazione di impatto ambientale, che costituisce il necessario complemento della prima in tutti i casi in cui un piano o un progetto coinvolgano risorse difficili da monetizzare. Il Protocollo pone del resto nel giusto risalto la necessità di disporre di un adeguato quadro informativo al fine di poter analizza- re compiutamente vantaggi e svantaggi del turismo.
L’art.22 indica la necessità di procedere all’osservazione sistematica delle interazioni tra turismo e ambiente nelle Alpi. Viene in questo modo preso atto che per governare i rapporti tra sviluppo economico e ambiente è necessario disporre di informazioni che attualmente sono praticamente assenti. Come si avrà modo di argomentare, il quadro conoscitivo sulle principali problematiche richiamate in precedenza è assolutamente carente per cui molto spesso il dibattito che si accende tra fautori dello sviluppo economico “a qualsiasi costo” e fautori della conservazione, finisce inevitabilmente per caricarsi di significati ideologici più che basarsi su una attenta analisi della realtà. Con ciò non si vuole, ovvia- mente, indicare una soluzione tecnocratica ai problemi ambientali, ma solo affermare che in assenza di adeguate conoscenze, qualsiasi decisione potrà in qualche modo caricarsi di un forte grado di soggettività.
2. COSTI E BENEFICI DELIA FRUIZIONE RICREATIVA DELLA MONTAGNA: UNO SCHEMA DI RIFERIMENTO
L’approccio proposto dal protocollo turismo è sicuramente innovativo specie se rapportato all’attuale situazione che, almeno in Italia, è caratterizzata spesso dall’assenza di un preciso disegno programmatico e progettuale nel governo dell’offerta di strutture e infrastrutture turistiche e ricreative.
Non si può però trascurare che lo schema concettuale delineato dal Protocollo del Turismo deve essere considerato almeno in parte riduttivo essendo prevalentemente incentrato sull’analisi dei problemi locali legati all’offerta di servizi turistici e di qualità ambientale.
In un’ottica di analisi costi-benefici dovrebbe essere posta attenzione alla globalità dei costi e dei benefici che la fruizione della montagna (e quindi non solo il turismo) può generare anche se, come ovvio, ciò non significa che essi debbano necessariamente essere espressi moneta. In altri termini, si può considerare che il quadro dei vantaggi e degli svantaggi dovrebbe essere sicuramente ampliato rispetto a quello delineato all’art.5 del Protocollo.
In particolare si dovrebbero considerare: Benefici (vantaggi) -Per l’economia locale (flusso di spesa dei turisti) -Per l’economia nazionale (acquisto di attrezzature e materiali) -Per i visitatori (benefici ricreativi) -Per la società (funzione educativa e culturale del turismo). Costi (svantaggi) -Per l’ambiente (causati da: turisti; strutture; infrastrutture) -Per l’economia locale (sviluppo economico squilibrato) -Per la società locule (perdita di identità culturale) -Per il turista (congestione, incidenti montani) -Per le finanze pubbliche (manutenzione rete sentieri, servizi pubblici, ecc.).
Per gestire il sistema montagna è, quindi, necessario disporre di informazioni sistematiche e mirate dal punto di vista territoriale e ambientale per ognuno dei punti richiamati anche con riferimento alle tendenze future. In particolare, per poter quantificare costi e benefici del turismo nelle Alpi, per ogni visitatore bisognerebbe conoscere:
– il rapporto con le strutture ricettive; -il tipo di attività svolta e le caratteristiche dei soggetti che la effettuano; – il periodo in cui l’attività viene svolta; – le caratteristiche ambientali delle parti di territorio interessate dalle attività stesse. Per quanto attiene i rapporti con le strutture ricettive i visitatori dovrebbero essere distinti, seguendo la classificazione proposta dal WTO, in escursionisti (o visitatori giornalieri)’ e villeggianti (ISTAT, 1992). Tra i villeggianti si dovrebbero operare inoltre le seguenti distinzioni a seconda che risiedano: in case di parenti; in seconde case di proprietà; in campeggi, ostelli, rifugi, ecc.; in alloggi privati affitta- ti; in alloggi turistici (alberghi, pensioni, ecc.). Si può infatti supporre, in via del tutto esemplificativa, che i flussi di spesa abbiano circa il seguente andamento:
CONTINUA IN:

file:///C:/Users/UTENTE/AppData/Local/Packages/Microsoft.MicrosoftEdge_8wekyb3d8bbwe/TempState/Downloads/6890-9047-1-PB%20(1).pdf

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Vedi anche:
Turismo e Natura 2000 tra opportunità ed esigenze di tutela ESPERIENZE DI CARTA EUROPEA DEL TURISMO SOSTENIBILE NELLE AREE PROTETTE (CETS) in 9 Parchi Nazionali
a cura di GIUSEPPE DODARO, LUCA DALLA LIBERA, MASSIMO DE MARCHI:

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