AREE CONTAMINATE: un PAESE (l’Italia) pieno di discariche abusive da nord a sud, di rifiuti tossici, speciali, urbani, amianto…, seppelliti nei decenni e che inquinano le falde acquifere – IL CASO VENETO: Pfas, Amianto, e altri rifiuti scoperti su cave e discariche, e ora sui lavori della Superstrada Pedemontana

Discarica di Padernello cava Campagnole a Paese (Treviso) – VENETO (novembre-dicembre 2018) – SOTTO SEQUESTRO DUE AREE CON 280.000 TONNELLATE DI RIFIUTI INQUINANTI SCARICATI IN MODO ILLECITO – Il materiale era stato portato a PAESE (Treviso) e a NOALE (Venezia). ALMENO 10MILA TRASPORTI CON TIR – PAESE – I carabinieri hanno posto sotto sequestro cautelare due aree dove erano stoccate 280mila tonnellate di rifiuti perché trattati in modo illecito. si tratta di un’area del trevigiano, a Paese, ed una nel veneziano, a Noale, dove il materiale conferito da più località del Veneto e di altre regioni pur essendo inquinato ed inquinante non veniva reso inerte ma trattato come ‘normale’. L’operazione è stata effettuata dai carabinieri forestali di Mestre con il supporto del 14/o gruppo elicotteri di Belluno, su delega della Procura di Venezia. Il materiale trovato è pari a 10mila trasporti effettuati con autoarticolati. In particolare, l’emissione della misura cautelare da parte del gip di Venezia è seguita ad una indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia della procura lagunare.
Le operazioni che venivano fatte dall’azienda consistevano essenzialmente nella miscelazione del materiale contaminato (principalmente da metalli pesanti quali rame, nichel, piombo e selenio) con altri rifiuti, al fine di “diluire” gli inquinanti e alla successiva realizzazione, attraverso tali rifiuti e con l’aggiunta di calce, leganti e cemento, di aggregati da utilizzarsi nel campo dell’edilizia ed in particolare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. in alcuni casi sui materiali miscelati è stata riscontrata anche la presenza di frammenti di cemento contenenti fibre di amianto (materiale classificato come cancerogeno).
24/11/2018 da http://www.oggitreviso.it/

   Zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati…. Sono le sostanze che “normalmente” si trovano in discariche abusive in tutta Italia…. E poi la questione amianto (che solo 8 regioni sono attrezzate a smaltirlo correttamente); e, particolare specifico in Veneto, l’inquinamento da Pfas che vanno direttamente nella falda acquifera.
Nel nostro Paese ci sono 58 siti “ufficiali” considerati contaminati da scarichi tossici nei decenni passati; e di questi l’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (sui 58) siti più contaminati d’Italia. Di questi abitanti in aree contaminate, per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio. Quasi sempre c’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi. (riportiamo qui di seguito in questo post una serie di dati contenuti in un articolo assai emblematico della situazione scritto da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera del 25/11 scorso).

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

   Ma non è solo cosa che riguarda i qui sopra citati SITI INQUINATI DI INTERESSE NAZIONALE (Sin). Nel senso che dappertutto, quando si scava per fare qualcosa, quasi sempre spuntano dal sottosuolo rifiuti abbandonati, “nascosti”: che vanno dagli inerti quasi sempre pericolosi, ad esempio “carichi” di amianto”; a metalli pesanti; o rifiuti solidi urbani di tutti i tipi….

Forestale che pone i sigilli a una cava di rifiuti tossici

   Li troviamo in cave e discariche, ma anche in aree industriali dismesse, o ancora in industrie o laboratori artigianali in attività; e come dicevamo molto spesso vengono trovati un po’ dappertutto casualmente facendo dei lavori per costruire un edificio, oppure un’opera pubblica: in Veneto adesso è il caso della costruzione della superstrada pedemontana, e nei 95 chilometri di tracciato tra le province di Vicenza e Treviso, spuntano qua e là discariche abusive sugli scavi che si stanno facendo, con aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

“(…) In Veneto negli ultimi anni sono stati numerosi i ROGHI SOSPETTI AD ATTIVITÀ DI STOCCAGGIO RIFIUTI. Per Legambiente, spesso è il modo più rapido per disfarsi di scarti difficili da collocare altrove. «In Italia gli incendi erano in media 11 all’anno fino al 2014» spiega Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente, «nell’ultimo triennio sono stati 250». (Andrea De Polo, la Tribuna di Treviso, 27/11/2018)”

   Il Veneto, cui qui ci concentriamo come regione “ricca” di discariche abusive, ha anche il problema dell’inquinamento da PFAS. Il PFAS (la sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”, “Polyfluoalkyl”) è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

I PFAS: Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. – PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dalla contaminazione da Pfas (scoperta “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di VICENZA, PADOVA e VERONA, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa definitiva sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   E poi, tornando a tutta la penisola italica, c’è il caso emblematico (e grave per le morti continue) delle discariche abusive di AMIANTO. Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevede la rimozione dell’amianto dagli edifici (Legge 257 del 27 marzo 1992), solo il 2% delle strutture è stato bonificato (dato ricavato dall’ultimo rapporto LIBERI DALL’AMIANTO?, realizzato da LEGAMBIENTE e presentato in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME D’AMIANTO, che si è celebrata il 28 aprile 2018).

MESOLA (nel ferrarese). L’hanno chiamata operazione “BLACK HOLE”, un “BUCO NERO” dentro al quale finivano rifiuti di ogni genere, comprese pericolose LASTRE IN FIBROCEMENTO contenenti minerali del gruppo dell’AMIANTO. Il “buco nero” non era altro che uno scavo di notevoli dimensioni scoperto dalla Polizia provinciale nell’area cortiliva di un’abitazione TRA I COMUNI DI MESOLA E GORO, il quale veniva riempito di rifiuti provenienti in gran parte da attività di demolizione e costruzione, per poi essere ricoperto nuovamente di terra. (da http://www.estense.com/ 10/1/2018)

   LE REGIONI DOTATE DI ALMENO UN IMPIANTO SPECIFICO PER L’AMIANTO SONO SOLO 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. Tra il 1993 e il 2012, cioè nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di MESOTELIOMA MALIGNO, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno (ripetiamo: 6mila all’anno!).

nella foto: Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto – UNA DISCARICA PER L’AMIANTO IN VENETO. Questa la proposta avanzata da Legambiente che dal forum sui rifiuti per liberarsi di uno degli inquinanti più pericolosi e più costosi da smaltire. “MANCA COMPLETAMENTE UNA DISCARICA DEDICATA, – ha detto Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – i costi per le bonifiche sono notevoli e una situazione di questo genere favorisce l’illegalità e le scorciatoie, come successo a Paese e Noale. Noi non siamo tout-court contro le discariche. VA INDIVIDUATO IL SITO CORRETTO, ed è difficile trovarlo in un territorio così antropizzato come il Veneto.” (26/11/2018, da https://tgplus.it/ )

   E allora: CHE FARE? …. di questa diffusa totale pratica di sbarazzarsi dei rifiuti o sotterrandoli o disperdendoli nottetempo dappertutto; o usando cave e discariche non autorizzate a smaltire correttamente lo specifico rifiuto che viene apportato.
I controlli più ferrei naturalmente sono necessari e importanti: ne viene molto spesso però che si trovano “fatti illeciti vecchi”, di tanti anni fa: e così il principio secondo cui “CHI INQUINA PAGA” è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, appunto, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile.

DISCARICA MONTECCHIO SUI LAVORI DELLA SPV – Montecchio Maggiore, cantiere della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV): spunta un’altra DISCARICA ABUSIVA lungo il tracciato dei 95 chilometri (come a SELVA DEL MONTELLO, o tra VILLORBA E SPRESIANO…). “Difficile dire quante saranno, ma non è così improbabile dire che lungo il cantiere della SPV potrebbero saltar fuori ancora rifiuti prima della fine dei lavori. Sono discariche abusive, cumuli di rifiuti che spuntano dal terreno, sepolti chissà da quanto tempo.” (da http://www.vicenzatoday.it/ )

   E ancor più onerosa è la BONIFICA di questi siti inquinati: lo si può fare effettivamente solo con la RIMOZIONE dei rifiuti dalle discariche inquinate, come da tutti i siti che contengono inquinamenti e che hanno da anni inquinato le falde acquifere (come il caso dei Pfas che abbiamo citato per molti comuni della provincia di Vicenza, Verona e Padova). E LA RIMOZIONE HA COSTI STRATOSFERICI, che fa sì che alla fine spesso tutto resta fermo, e il corso naturale di inquinamento della falda viene a realizzarsi da sé (oppure si adottando misure di bonifica meno costose ma meno efficaci).
Su tutto va detto che l’apporto abusivo di rifiuti da smaltire illecitamente crea delinquenza, mafie e camorre che trovano il modo di moltiplicare i loro introiti recependo (facendosi pagare da imprenditori) rifiuti che non smaltiscono. C’è così un RISCHIO RACKET che si concretizza con il non voler risolvere il problema.
Strutture di controllo più efficaci dovrebbero appaiarsi a un sistema preventivo di trovare soluzioni efficaci allo smaltimento illecito. Ad esempio, per quanto riguarda l’amianto, la proposta di individuazione di una discarica apposita, almeno in ogni regione, che sia in grado di smaltire l’eternit (l’amianto) così nocivo alla salute (magari a costi cui viene incontro anche la Regione, lo Stato, l’istituzione pubblica…) permetterebbe di porre di più sotto controllo lo smaltimento corretto, evitando di più le forme criminali abusive (che in ogni caso vanno perseguite con controlli efficaci su ogni territorio). E ci sarebbero meno persone ammalate (e, se si vuole un po’ cinicamente monetizzare, meno costi alla sanità).
Va da sé che porre un freno allo smaltimento irregolare e abusivo di ogni rifiuti e sostanza inquinante (e di quanto è stato fatto illecitamente in passato) è cosa che richiede un impegno collettivo non più prorogabile. (s.m.)

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AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 25/11/2018
Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali.
Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.

QUANTE SONO E DOVE STANNO LE AREE A RISCHIO SANITARIOIl caso Crotone, diventato emergenza, è solo uno fra migliaia: l’ISPRA ne ha contati 12.482. Siti potenzialmente contaminati, distribuiti su tutto il Paese, con un record di 3.733 casi in Lombardia. Mentre i siti in cui l’inquinamento è stato considerato talmente grave da comportare un elevato rischio sanitario, e per questo definiti “di Interesse nazionale” (Sin), sono 58.
L’interesse, a partire dal 1998, era quello di bonificarli. Oggi per la maggior parte resta ancora da capire la portata della contaminazione. Parliamo di aree industriali dismesse, in attività, aree che sono state oggetto in passato di incidenti con rilascio di inquinanti chimici, e aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

Alle procedure di bonifica inizialmente doveva pensare lo Stato; dal 2012 diciassette siti sono passati in carico alle Regioni. “Pensiamo a un fondo unico ambientale per sostenere le bonifiche”, ha dichiarato qualche mese fa il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Il suo predecessore, Gian Luca Galletti, aveva già riferito in un intervento al Senato, il 19 gennaio 2017 di circa 2 miliardi di euro stanziati “dal mio Ministero a favore delle Regioni, dei Commissari delegati e delle Province Autonome di Trento e Bolzano”.
Finora la somma dei finanziamenti totalizza 3.148.685.458 euro. A fronte di questa spesa, “emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin”, scrive, qualche mese fa, la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

STANZIATI OLTRE 3 MILIARDI PER FARE COSA?
In Veneto 781 milioni di euro sono stati usati per bonificare solo il 15% dei terreni e l’11% della falda di Porto Marghera. In Campania, l’area perimetrata nel Sin di Napoli Orientale, su cui insiste la quasi totalità degli impianti di deposito e stoccaggio di gas e prodotti petroliferi presenti sul territorio cittadino, la bonifica ha interessato finora solo il 6% dei terreni e il 3% della falda.
Va molto peggio nell’area occidentale, quella dell’ex Ilva, ex Eternit, ex discarica Italsider: 242 ettari di superfice potenzialmente inquinati da metalli, ipa, fenoli, amianto; oltre 10 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, bonifiche: zero. L’area di Tito, in Basilicata, ha completato solo il 4% della procedura di bonifica, idem in Sardegna, nonostante i 77 milioni stanziati dal Ministero dell’Ambiente, e i 20 già spesi per le aree industriali inquinate di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. “La maggior parte delle risorse”, dichiara la Regione, “sono in fase di progettazione, poi a causa della complessità delle opere e dell’aggiornamento della normativa sugli appalti, il grosso degli interventi deve essere ancora cantierato”.

SICILIA, FRIULI, PIEMONTE, LOMBARDIA, TOSCANA: BONIFICHE ZERO
In Sicilia, nei siti contaminati che vanno da Priolo (Siracusa) a Biancavilla (Catania) fino a gela (Caltanissetta), sono stati spesi 3 milioni di euro per zero bonifiche. Nulla di fatto alche al Nord, per le aree industriali di Trento e per i metalli pesanti che hanno inquinato falde e terreni dell’area della Caffaro di Torviscosa, in Friuli, dove i milioni finanziati dal Ministero sono stati rispettivamente 19 e 35.
In Toscana, a fronte di finanziamenti per oltre 20 milioni, nessuna bonifica è stata completata nei Sin di Orbetello e Livorno. In Piemonte i circa 51 milioni stanziati non hanno ancora rimesso in salute le aree di Balangero, Pieve Vergonte e Serravalle Scrivia: qui, la bonifica delle falde e dei terreni è ferma allo 0%, così come nell’area contaminata di Cengio e Saliceto che il Piemonte condivide con la Liguria.
La situazione più critica è però in Lombardia: 5 aree contaminate da metalli pesanti, idrocarburi, PCB, inserite fra le priorità di bonifica. Le attendono da circa 18 anni. Eppure c’erano e ci sono finanziamenti da parte del Ministero per oltre 200 milioni di euro: non sembra perciò un problema di liquidità.

CHI INQUINA NON PAGA. PERCHÉ?
La European Enviroment Agency ha stimato i costi per le analisi e ricerche sui siti, ed è emerso che in Europa sono generalmente ricompresi fra un minimo di 5.000 euro e un massimo di 50.000 euro. Nel nostro Paese, queste stesse indagini costano più di 5 milioni di euro.
Inoltre il principio secondo cui “chi inquina paga” è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile. C’erano riusciti a Porto Marghera, con il ragionamento: se chi ha inquinato non si trova, paga chi detiene l’area. Lo Stato aveva incassato 700 milioni di euro, con cui ha realizzato le opere di messa in sicurezza per impedire l’espandersi della contaminazione.
Dal 2011, con i vari decreti Ilva il principio è stato reso ancora più intricato, e così in quasi tutti gli altri Sin, la messa in sicurezza, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato.

CON LE BONIFICHE LO STATO CI GUADAGNA
Bisogna poi fare i conti con la criminalità organizzata: dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini che hanno fatto emergere smaltimenti illegali di enormi quantità di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati. Sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.
Insomma, più si ritarda, e più la criminalità di infiltra, quando invece dalle bonifiche lo stato avrebbe solo da guadagnare. Già nel 2008 e ancora nel 2016, Confindustria ha stimato il fabbisogno in 10 miliardi. Se le opere partissero subito, in 5 anni, si creerebbero 200.000 posti di lavoro con un aumento della produzione di oltre 20 miliardi di euro, con un ritorno nelle casse dello Stato di circa 5 miliardi fra imposte dirette, indirette e contributi sociali.

IL PREZZO CHE STA PAGANDO LA POPOLAZIONE
L’istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (su 58) siti più contaminati d’Italia. Per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio.
C’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi; il rischio mortalità è più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale, con prospettiva di peggioramento. Che prezzo ha tutto questo? (Milena Gabanelli e Adele Grossi)

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AMIANTO, DOSSIER DI LEGAMBIENTE: “IN ITALIA BONIFICATO IL 2% DEGLI EDIFICI. LAZIO E TRENTINO NON HANNO UN PIANO DI RIMOZIONE”
da “Il Fatto Quotidiano” del 28/4/2018
– Nella Giornata mondiale delle vittime d’amianto (il 28 aprile, ndr), l’associazione ha pubblicato l’ultimo aggiornamento del monitoraggio sullo smaltimento della fibra killer. A 26 anni dall’approvazione della legge che metteva al bando l’amianto, sono 6.869 gli edifici bonificati su un totale di 370mila nei quali è stata ritrovata traccia della fibra killer. E in 9 Regioni il censimento non è ancora stato completato –
Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevedeva la rimozione dell’amianto dagli edifici, SOLO IL 2% DELLE STRUTTURE È STATO BONIFICATO. E il dato è per difetto, visto che alcune Regioni non hanno nemmeno completato le attività di censimento. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto LIBERI DALL’AMIANTO?, realizzato da Legambiente e presentato in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME D’AMIANTO, che si è celebrata il 28 aprile 2018.
“Le procedure di bonifica e rimozione dall’amianto in Italia sono ancora in forte ritardo”, denuncia l’associazione ambientalista. E ci sono i numeri a dimostrarlo: sono 6.869 gli edifici pubblici e privati bonificati ad oggi, su un totale di 370mila nei quali ci sono tracce della FIBRA KILLER CHE L’ITALIA HA MESSO AL BANDO NEL 1992. Le strutture, all’interno delle quali ci sono quasi 58milioni di metri quadrati di coperture realizzate in eternit, sono in larga parte edifici privati (oltre 214mila) e coperture in cemento armato (quasi 66mila), ma anche 50.744 edifici pubblici risultano ancora a rischio.
A fare da contraltare alle lentezze nelle procedure di bonifica e smaltimento ci sono gli ultimi DATI INAIL che scattano una FOTOGRAFIA DRAMMATICA DEI DANNI CAUSATI DALL’AMIANTO TRA IL 1993 E IL 2012. Nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di MESOTELIOMA MALIGNO, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno. Tra i territori più colpiti la Lombardia (4.215 casi rilevati), Piemonte (3.560) e Liguria (2.314), seguiti da Emilia Romagna (2.016), Veneto (1.743) e Toscana (1.311). Al Sud, la situazione peggiore si registra in Sicilia (1.141) e Campania (1.139).
E una soluzione definitiva al problema sembra essere ancora lontana. Basti pensare che il PIANO REGIONALE PER LA RIMOZIONE di questo materiale, previsto dalla L. 257/92, nel 2018 deve essere ancora approvato nel Lazio e nella Provincia Autonoma di Trento. Dovevano essere pubblicati, dice Legambiente, entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge. E la situazione non è stata monitorata dal dossier in Abruzzo, Calabria e Molise, che non hanno risposto all’associazione ambientalista. In Sicilia, denuncia ancora Legambiente, otto comuni su dieci si trovano senza Piano comunale, un passaggio essenziale per mappare il territorio e procedere alle bonifiche per contrastare le conseguenze dell’esposizione.
Inoltre, in 9 Regioni il censimento non è ancora stato completato. Solo Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Provincia autonoma di Trento, Valle d’Aosta hanno completato integralmente la verifica della presenza di amianto in tutti gli edifici, mentre nelle Marche la copertura è totale solo per le strutture pubbliche e le imprese. Ma, anche quando l’iter sarà completato e l’Italia inizierà davvero a dare seguito alle previsioni della legge approvata nel 1992, potrebbe presentarsi un nuovo problema: secondo Legambiente, non sono sufficienti gli impianti di smaltimento presenti e previsti sul territorio.
Le Regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solo 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. E già oggi, nonostante sia stato smaltito appena il 2% dell’amianto censito, avverte Legambiente, gli impianti sono quasi pieni. (da “Il Fatto Quotidiano”)

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«UNA DISCARICA PER L’AMIANTO IN VENETO CONTRO IL RISCHIO DI INFILTRAZIONI E RACKET»
di Andrea De Polo, da “la Tribuna di Treviso” del 27/11/2018
– Legambiente: maxi hub interrato per ridurre i costi di smaltimento. Il generale Vadalà: «Ancora molti siti da bonificare» –
TREVISO. Una discarica di amianto in Veneto. In grado di dare una risposta ai problemi di collocazione di uno degli inquinanti più pericolosi e ai costi di trasporto cui sono costrette, oggi, le imprese della regione; ostacoli che spesso aprono le porte alle scorciatoie dell’illegalità. È Legambiente a lanciare la proposta di un “hub” veneto in cui interrare l’amianto, e lo ha fatto dal palco del forum sui rifiuti a Treviso (dal 26 al 28/11 scorso, ndr).
LA PROPOSTA
La strada principale da seguire resta quella – auspicata anche da Gianpaolo Vallardi, presidente del Consiglio di Bacino, ribadita dai vertici di Contarina, Acegas, Esa e delle altre realtà del settore intervenute a Treviso – di ridurre le quantità di rifiuti pro capite. «Ma ci sono anche quei rifiuti, come l’amianto, che non trovano collocazione» spiega LUIGI LAZZARO, presidente Legambiente Veneto, «l’amianto è uno degli inquinanti pericolosi di cui questo territorio è ancora ricco, soprattutto negli inerti, e i costi di smaltimento e trasporto sono molto elevati. Manca completamente una discarica dedicata, i costi per le bonifiche sono notevoli e una situazione di questo genere favorisce l’illegalità e le scorciatoie, come successo a Paese e Noale. Noi non siamo tout-court contro le discariche. Anzi, UNA DISCARICA PROTETTA E CONTROLLATA PER L’AMIANTO SAREBBE UNA NECESSITÀ PER IL VENETO. Potrebbe essere un sito per il solo interramento, oppure una struttura più complessa in cui trattare e “inertizzare” gli scarti pericolosi».
Oggi però è solo un’idea: «Va individuato IL SITO corretto, ed è DIFFICILE TROVARLO IN UN TERRITORIO COSÌ ANTROPIZZATO COME IL VENETO. Non è nemmeno compito nostro individuarlo. E i cittadini spesso si oppongono a progetti di questo tipo».
RISCHIO RACKET
Legambiente ha inoltre annunciato di volersi costituire parte civile nella vicenda del sequestro delle discariche a Paese e Noale. Di SITI ABUSIVI si è parlato a Treviso con il Generale di Brigata dell’Arma Giuseppe Vadalà, commissario straordinario per la bonifica delle discariche abusive: «Qui siamo in una regione virtuosa ma la soglia di attenzione va sempre tenuta alta. Stiamo lavorando in commissione per bonificare siti cresciuti soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, accanto a depositi nati come temporanei in situazioni di emergenza e poi diventati definitivi. Anche se la casistica oggi è più bassa, serve un monitoraggio continuo. Siamo qui anche per firmare un protocollo di legalità e collaborazione con Unioncamere, in modo da stringere rapporti di collaborazione con le categorie».
In Veneto negli ultimi anni sono stati numerosi i roghi sospetti ad attività di stoccaggio rifiuti (dalla Nek di Monselice alla Vidori di Vidor, dalla Bigaran di San Biagio alla Eco El di Cornado Vicentino, solo per citarne alcuni). Per Legambiente, spesso è il modo più rapido per disfarsi di scarti difficili da collocare altrove. «In Italia gli incendi erano in media 11 all’anno fino al 2014» spiega Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente, «nell’ultimo triennio sono stati 250». (Andrea De Polo)

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PFAS

ACQUA, LA FABBRICA DEI VELENI CHE ALLARMA IL VENETO

di Corrado Zunino, da “la Repubblica” (22/3/2017)
TRISSINO (VICENZA). Il pesce preso all’amo a Creazzo, una scardola da fiume, aveva nei tessuti 57,4 nanogrammi (per grammo) di Pfas, composto chimico nato dalla fusione di solfuro di carbonio e acido fluoridrico. Settecento volte sopra la soglia del pericolo.
Nel sangue di un operaio che ha lavorato per undici anni nella fabbrica a sedici chilometri da Creazzo – la fabbrica è la Miteni di Trissino, Nord Ovest di Vicenza – analisi private hanno contato 91.000 nanogrammi dello stesso Pfas.
In un uomo della modernità, sono studi nordamericani, ci dovrebbero essere dai due ai tre nanogrammi di questo impermeabilizzante per giacconi e smartphone, prodotto dal 1938 e usato nel mondo anche per le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti. I controlli ambientali, ecco, offrono numeri fuori controllo. Serve capire – e al lavoro ci sono tre procure, una delle quali, quella di Vicenza, ha già indagato nove persone per inquinamento di acque e ambiente – se quantità straordinarie di perfluoroalchilici presenti nel corpo producono danni alla salute.
Stefano De Tomasi, ex operaio della Miteni, azienda chimica in perdita e oggi nel portafoglio di due imprenditori tedeschi, ha 49 anni. Vive con una pensione da 840 euro al mese in un appartamento sotto tetto di Valdagno. Due cani e tredici pasticche al giorno gli fanno compagnia. “Ho lavorato undici stagioni, e con grande impegno, nel reparto produzione Pfas e Pfoa”, racconta: “Sono stato un uomo allegro fino ai quaranta, ma nel 2007 la depressione mi ha catturato. Una depressione clinica, difficile da spiegare. Avevo accumulato giorni di malattia e l’azienda mi ha licenziato. La salute è peggiorata e nel 2010 mi è scoppiato il cuore. Poi il diabete, l’ipertensione arteriosa. Non ho studiato abbastanza per dire se è colpa del C8, i composti a catena lunga, so che ne producevamo tonnellate e di corsa. Nel 2011 sarebbero stati vietati e i capireparto ci costringevano a lavorare con le macchine in movimento, gli sbuffi dei fumi in faccia. In azienda facevamo controlli del sangue, ma il medico interno mi ha sempre detto che i valori superiori a 40 nanogrammi non si potevano conoscere. Con trecento euro ho scoperto, da solo, che sono a quota 91.000”.
La seconda battaglia del Pfas – la prima, nella seconda metà dei Settanta, portò alla chiusura della fabbrica allora del Conte Marzotto – si è combattuta a partire dal marzo 2013, quando l’Unione europea definì il Po il fiume più inquinato del continente.
Un epidemiologo di Valdagno, VINCENZO CORDIANO, ha iniziato allora a incrociare i dati Istat su morti e malattie e oggi può tracciare una virgola di centottanta chilometri quadrati comprendente 79 comuni a sud di Trissino: è l’area rossa, contaminata dal Pfas. Nel reparto della Miteni, già, sono morte ventuno persone su sessantanove, dal 1965. Nessuna di morte naturale.
Con un’azione di controllo delle fonti – il caso DuPont nell’Ohio, una transazione monstre a favore delle vittime della multinazionale chimica – il dottor Cordiano ha scoperto che esiste “una probabile correlazione” tra il cancro al rene nelle donne, il cancro ai testicoli negli uomini e gli iperdosaggi del composto.
Dopo il coinvolgimento dell’associazione Terra dei Pfas, l’intervento di avvocati che ora chiedono una class action, petizioni di Greenpeace, la Regione Veneto di Luca Zaia ha allestito un controllo medico di massa: novantamila persone, a fronte di una contaminazione che ha i connotati dell’epidemia: da 200mila a 450mila interessati lungo il bacino del Fiume Fratta Garzone. Dice ancora Cordiano: “Lo screening durerà dieci anni, ma i dati ci sono già. Bisogna chiudere la Miteni e cercare una nuova falda d’acqua”.
Nelle ultime settimane, in una porzione di terreno sotto le colline, sono usciti nuovi veleni. Questi sotterrati. L’amministratore delegato Antonio Nardone, subentrato da un anno, dice che dal 2011 in fabbrica non si producono più i composti a catena lunga, quelli che restano a lungo nell’intestino. Il Tribunale delle acque di Venezia gli è venuto incontro distribuendo le responsabilità: l’inquinamento di acque e terre è figlio di una concentrazione di concerie e farmacie, non solo colpa dell’azienda chimica. La cosa, se possibile, complica il quadro: l’area industriale compresa tra Vicenza e Trissino potrebbe scoprirsi un’enorme zona rossa.
Il mondo agricolo del Vicentino, viticoltori berici, produttori di latte e formaggi, tace. Operai vecchi e nuovi delle concerie di Sarego dicono invece: “Settant’anni di sviluppo alla cinese ci stanno uccidendo”. Il procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri: “È un fatto accertato che ci sia un vastissimo inquinamento delle acque”. Per accertare se nuoce alla salute la procura si è affidata all’Istituto superiore di sanità e al professor Tony Fletcher, quello della vertenza DuPont. (Corrado Zunino)

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IL CASO PFAS IN VENETO:
Vedi anche https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas

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ALLARME IN VENETO, DOPO IL CASO PFAS SCOPERTO NUOVO INQUINANTE: “IL GENX È POTENZIALMENTE CANCEROGENO”
di CORRADO ZUNINO, da “la Repubblica” del 13/7/2018
– Il composto è stato trovato dall’Arpav nelle acque del Vicentino. La Provincia ferma la produzione. Greenpeace: “A Trissino lavorate cento tonnellate di rifiuti l’anno, provenienti dall’Olanda”. L’azienda Miteni: “Nessun sversamento, così abbattiamo gli inquinanti” –
Il nuovo inquinante del Veneto, delle sue quattro province Vicenza, Rovigo, Venezia e Padova, si chiama GenX. È un tensioattivo che sostituisce l’ormai famoso Pfas e come l’antiaderente padre di tutte le contestazioni ha “potenzialità cancerogene”. Ora si scopre che per tre stagioni l’azienda Miteni di Trissino lo ha sversato nel Fratta Gorzone, uno dei bacini più grandi d’Europa, regalandolo ai campi agricoli del Nord Est e ai rubinetti dell’area. Lo si è appreso la scorsa settimana quando analisi chimiche dell’agenzia regionale Arpav – ormai diventate prassi in quest’area a Nord di Vicenza – hanno accertato la presenza del nuovo composto in alcuni pozzi all’interno e all’esterno dell’azienda.
La Miteni, come da abitudine, ha minimizzato, dicendo che l’azienda porta gli scarichi industriali direttamente al depuratore dell’Alto Vicentino servizi, ma una quota parte di GenX è finita sicuramente “a fiume” e oggi Greenpeace ha ricostruito il perimetro dello sversamento del nuovo preparato chimico. L’associazione ambientalista assicura che, secondo documenti in suo possesso, dal 2014 al 2017 l’azienda di Trissino – “società già individuata dalle autorità come fonte principale della contaminazione da Pfas in una vasta area del Veneto” – ha ricevuto ogni anno dall’Olanda, e nello specifico dall’azienda chimica DuPont (oggi Chemours), “quantitativi accertati fino a 100 tonnellate annue di rifiuti chimici pericolosi contenenti il GenX”. Tecnicamente perfluoroetere. Dice Greepeace: “È una sostanza che, oltre a essere persistente e di difficile degradazione, è classificata come potenzialmente cancerogena e con possibili effetti negativi anche sul fegato che si manifestano agli stessi livelli di concentrazione del Pfoa”. Ecco, un altro polimero inquinante simile ai precedenti nelle acque correnti intorno a Trissino e giù fino alla foce del Po.
Miteni – è la ricostruzione, abbiamo visto – ha ricevuto dalla filiale olandese dell’ex DuPont centinaia di tonnellate di GenX. L’Olanda ha ridotto drasticamente la possibilità di trattare in casa il prodotto, già dal 2017. A inizio 2018, ancora, le autorità della Carolina del Nord hanno fermato gli sversamenti del prodotto nelle acque. Nel 2014 la Miteni ha ottenuto dalla Regione Veneto, retta dall’attuale presidente Luca Zaia, l’autorizzazione allo sversamento “senza alcun limite”. Greenpeace, citando i bilanci economico-ambientali dell’azienda, scrive: su 119 tonnellate autorizzate al trattamento annuo del tensioattivo GenX solo 17 vengono recuperate. Miteni risponde: recuperiamo quasi tutto.
Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna inquinamento di Greenpeace Italia, attacca in verità più la Regione Veneto che Miteni: “Lo scenario che emerge evidenzia le gravi inefficienze delle autorità locali per proteggere un territorio e una popolazione già gravemente colpiti dall’inquinamento. Hanno trasformato, legalmente, parte del Veneto in una regione dove è concesso il trattamento di rifiuti chimici pericolosi”. Ancora: “Chiediamo al ministro dell’Ambiente Sergio Costa di revocare all’azienda di Trissino l’autorizzazione a trattare i rifiuti contenenti il GenX”. Sei giorni fa è intervenuta la Provincia di Vicenza e Miteni ha fermato la lavorazione. La Regione Veneto in queste ore ha chiesto un nuovo controllo, Miteni lo ha accettato segnalando che è il numero 144. Il direttore dell’agenzia regionale per l’ambiente del Veneto, Nicola Dell’Acqua, rivela infine: “Abbiamo effettuato per due volte analisi e controlli e sempre abbiamo trovato il GenX, ma quando la scorsa settimana siamo entrati nell’azienda per effettuare le verifiche finali non abbiamo potuto vedere nulla. La fuga di notizie aveva fermato la lavorazione e consentito di pulire gli impianti”.
Miteni ha contestato la ricostruzione di Greenpeace sostenendo che la molecola del GenX, detta Frd, è in realtà studiata per non accumularsi nell’organismo umano: “Non c’è nessuna autorizzazione a sversare alcunché”, dice il portavoce, “la Regione ha autorizzato una lavorazione, tra cui il processo di trattamento delle acque, che ha dimostrato la sua efficacia nell’abbattimento degli inquinanti. Non possiamo rivelare i quantitativi lavorati, ma sono abbondantemente inferiori alle cifre date dall’associazione. Anche noi non sappiamo come il GenX sia finito nelle acque di falda, ma la DuPont ha immesso sul mercato il prodotto proprio perché, al contrario del Pfas, non si accumula negli essere umani. I limiti legislativi olandesi sono più larghi dei nostri, la DuPont ha chiesto a noi di lavorarlo solo perché a Trissino abbiamo una tecnologia avanzata e adatta”. (Corrado Zunino)

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FALLITA LA MITENI DI TRISSINO, L’AZIENDA ​ACCUSATA DELL’INQUINAMENTO DA PFAS

da “il Gazzettino”, 9/11/2018

   È stata dichiarata fallita la Miteni, l’azienda di Trissino sospettata di essere la principale responsabile dell’inquinamento da Pfas tra Vicenza, Verona e Padova. Lo ha reso noto l’assessore veneto al lavoro Elena Donazzan confermando che la Regione, «assistita anche dall’unità regionale di crisi, si rende già da subito disponibile ad affrontare l’evolversi della vicenda con la curatela fallimentare e le organizzazioni sindacali».
L’assessore ha già garantito ai dipendenti «la vicinanza della Regione attraverso la messa a disposizione, quando sarà necessario, di ogni strumento di politica attiva utile e ha assicurato che si interfaccerà con il Ministero del lavoro sullo strumento di cassa integrazione più idoneo per i lavoratori, quando il quadro complessivo sarà definito.
«Chiederò ai soggetti preposti – ha detto – di poter valutare nel più rapido tempo possibile la pertinenza e la fattibilità del piano di messa in sicurezza presentato nei giorni scorsi a Prefettura, Provincia di Vicenza, Comando provinciale dei Vigili del fuoco, Ulss, Arpav, Comune di Trissino e Direzione Ambiente della Regione Veneto. E chiederò a questi enti di valutare l’opportunità, anzi la necessità – ha aggiunto – di coinvolgere i singoli lavoratori nella definizione di dettaglio del piano di intervento per la messa in sicurezza delle parti del sito dedicate alle fasi più delicate della produzione». Donazzan ha sottolineato di aver chiesto «alle maestranze di Miteni, qualora il piano approvato dagli enti preposti ne preveda il coinvolgimento diretto, di concordare, anche in merito a tempi, modalità e condizioni, la loro collaborazione con il nuovo interlocutore aziendale».

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RIFIUTI PERICOLOSI, SEQUESTRATA LA CAVA DI PAESE (TREVISO)

da “la Tribuna di Treviso” del 22/11/2018
– I militari dell’Arma hanno riscontrato, a Paese, una “situazione di illiceità gestionale, correlata essenzialmente all’acquisizione presso l’impianto, di rifiuti inquinati e contaminati provenienti dal Veneto e dalle regioni limitrofe che non venivano poi sottoposti a operazioni di trattamento idonee” –
TREVISO. I Carabinieri Forestali della Stazione di Mestre, unitamente a personale del Nucleo Investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale del Gruppo Carabinieri Forestale di Venezia, con la collaborazione dei Comandi Stazione dell’Arma Territoriale competenti per territorio e al supporto del 14° Gruppo Elicotteri Carabinieri di Belluno, su delega della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Venezia hanno proceduto a sequestrare oltre 280.000 tonnellate (l’equivalente di 10.000 trasporti effettuati con autoarticolati) di materiali stoccati in due aree, precisamente in una cava del Comune di Paese della provincia di Treviso e un’altra area del Comune di Noale in provincia di Venezia.
In particolare, l’emissione della misura cautelare da parte del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Venezia è seguita ad approfondita attività di indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura Lagunare e condotta dai militari della Stazione Carabinieri Forestale di Mestre in collaborazione con il personale del Dipartimento Provinciale ARPAV di Venezia.
Le indagini, in ordine alle modalità operative praticate nel corso degli anni da parte di azienda operante nel settore del recupero di rifiuti, hanno consentito di verificare una diffusa situazione di illiceità gestionale, correlata essenzialmente all’acquisizione presso l’impianto, di rifiuti inquinati e contaminati provenienti dal Veneto e dalle regioni limitrofe che non venivano poi sottoposti a operazioni di trattamento idonee a immutarne le caratteristiche chimiche e ad eliminare gli inquinanti.
Le operazioni che venivano poste in essere dall’azienda consistevano essenzialmente nella miscelazione del materiale contaminato (principalmente da metalli pesanti quali Rame, Nichel, Piombo, Selenio, ma non solo) con altri rifiuti, al fine di “diluire” gli inquinanti in essi presenti e alla successiva realizzazione, attraverso tali rifiuti e con l’aggiunta di calce, leganti e cemento, di aggregati da utilizzarsi nel campo dell’edilizia ed in particolare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali (a loro volta ceduti come materie prime) che comunque erano connotati dall’attitudine al rilascio di inquinanti nell’ambiente. In alcuni casi sui materiali prodotti è stata riscontrata anche la presenza di frammenti di cemento contenenti fibre di amianto (materiale classificato come cancerogeno).
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RIFIUTI PERICOLOSI NELLA CAVA DI PAESE:”CONTROLLI INSUFFICIENTI”

da http://www.oggitreviso.it/ 24/11/2018
– Zanoni(Pd):”E’ impensabile che né la Provincia né la Regione in questi anni abbiano mai intercettato uno dei 10.000 carichi zeppi di sostanze pericolose e cancerogene” –
PAESE – “L’ennesima scoperta di rifiuti pericolosi, ben 285mila tonnellate tra Paese e Noale, dimostra come i controlli siano del tutto insufficienti. Serve tolleranza zero con chi avvelena il nostro territorio. Mentre Zaia è distratto dal Prosecco, dall’autonomia, seppur scomparsa, e dai nastri da tagliare, il malaffare devasta l’ambiente e il paesaggio, minacciando un bene prezioso come le falde acquifere”.
A Paese è scoppiata la polemica dopo caso della cava Campagnole di Padernello di Paese posta sotto sequestro dai carabinieri di Mestre (http://www.oggitreviso.it/sotto-sequestro-due-aree-con-280000-tonnellate-di-rifiuti-inquinanti-scaricati-modo-illecito-198640) per il ritrovamento di tonnellate di rifiuti pericolosi trattati come “normali”.
I rifiuti, contaminati da rame, nichel, piombo, selenio e amianto, venivano mescolati con altri rifiuti con l’aggiunta di calce, leganti o cemento. La miscela veniva poi rivenduta a imprese nel campo dell’edilizia ed in particolare usata per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. Andrea Zanoni, consigliere regionale del Pd chiede un impegno maggiore da parte della giunta per quanto riguarda il traffico e il ciclo dei rifiuti speciali e pericolosi. Impegno sia sul versante della prevenzione che delle sanzioni.
“Non è un fenomeno che scopriamo oggi. LA COMMISSIONE REGIONALE DI INCHIESTA AVEVA PORTATO ALLA LUCE IL FENOMENO DELL’UTILIZZO DI RIFIUTI PERICOLOSI, contenenti sostanze cancerogene e altamente inquinanti, nei sottofondi stradali e nelle grandi opere. Venivano diluiti con terre, calce, cemento eccetera per declassarli da pericolosi a speciali, quindi, con ulteriori miscelazioni, diventavano ‘ufficialmente’ inerti e dunque materiali da costruzione immessi sul mercato.
Un fatto simile è accaduto con l’indagine scaturita poi in condanna a carico della Mestrinaro di Zero Branco. Adesso i nuovi attori, per ora inquisiti poi si vedrà, sono la ditta Canzian proprietaria della cava Campagnole di Padernello di Paese e la Cosmo Ambiente, società di Noale (Ve) che opera nello smaltimento e trattamento dei rifiuti.
La storia si ripete – sottolinea polemicamente Zanoni – e mostra quanto le attuali leggi e soprattuto i controlli messi in campo da chi dovrebbe vigilare su ciclo dei rifiuti e cave, in particolare Province e Regione, siano gravemente insufficienti e pieni di lacune. Devono essere rafforzati con maggior personale e mezzi. È inconcepibile – sottolinea il vicepresidente della commissione Ambiente a Palazzo Ferro Fini – che né la Provincia né la Regione in questi anni abbiano mai intercettato uno dei 10.000 carichi zeppi di sostanze pericolose e cancerogene, sono stati scoperti esclusivamente dai Carabinieri forestali. Evidentemente c’è qualcosa che non funziona”.
Anche per questo, spiega in chiusura Zanoni, “il gruppo consiliare del Pd nel prossimo bilancio presenterà degli emendamenti per attivare un piano straordinario di controlli, mentre a breve sarà depositata una interrogazione a risposta immediata per chiedere alla Giunta regionale come intenda operare sull’ennesima pagina buia della storia dell’ambiente minacciato, per tutelare la salute dei residente ed evitare la contaminazione delle falde acquifere”.

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TROPPI VELENI SEPOLTI NELLA MARCA TREVIGIANA. L’ECOMAFIE: «CONDOTTE REITERATE»
di Federico Cipolla, da “la Tribuna di Treviso”, 29/11/2018
– Tonnellate di materiale finito nelle ex discariche. La tomba d’amianto dell’ex Sevc e la gestione Clara –
Nella provincia modello della raccolta differenziata, il ciclo dei rifiuti non ha avuto sempre una storia virtuosa. Ci sono stati gli anni del Far west, nel senso che lo smaltimento non era regolato più o meno da nulla, e ci sono stati poi gli anni in cui la consapevolezza delle conseguenze di uno smaltimento alla buona latitava.
Un combinato disposto che ha gonfiato il sottosuolo della Marca di inquinanti, in alcuni casi nemmeno isolati dalla terra e dalle falde. Casi che sono finiti all’attenzione della magistratura qualche volta, delle commissioni parlamentari qualche altra, e in altri ancora invece rimaste solo ai racconti di residenti.
Commissione ecomafie
In un territorio che ha fatto la fortuna dei cavatori, di buchi da riempire ce ne sono tanti. Molti già occupati; come ha mostrato il caso Cosmo il settore del trattamento dei rifiuti è particolarmente sensibile. Se n’è occupata nel 2016 anche la commissione parlamentare sulle Ecomafie che, elencando le bombe ecologiche rimaste nel trevigiano, denunciava ciò che la cava Campagnole ha mostrato. «Di norma, il fenomeno tipico del Veneto è quello di un’impresa, regolarmente autorizzata, la quale, in violazione delle autorizzazioni dell’Aia, normalmente concesse per la gestione di particolari rifiuti non pericolosi, adotta viceversa una serie di comportamenti devianti rispetto alla struttura normativa e alle prescrizioni fissate», condotte che la commissione definisce «reiterate e sistematiche».
CISON
A Cison di Valmarino a luglio l’ultimo caso prima del maxi sequestro a Paese ai danni della Cosmo, nella cava Campagnole di Padernello. Il Noe ha scoperto che nell’ex cava Lot a Formesin veniva illecitamente dirottato il materiale estratto durante i lavori di bonifica dell’ex fonderia Montini di Paese da parte della Ecostile. Nella cava sono finite indebitamente 53.000 tonnellate di rifiuti illeciti.
PAESE, QUINTO, VILLORBA
Paese è purtroppo un Comune da record. Oltre al caso Campagnole, ha già vissuto due vere bombe ecologiche. Una incombe ancora. Nella Sev di via Veccelli sono state stoccate tonnellate di rifiuti pericolosi (in gran parte amianto, in foto) senza autorizzazione, ma la società è fallita lasciando un buco da 15 milioni di euro, e dopo poco si è dissolta anche la San Remo, che aveva emesso le fideiussioni. Non molto lontano c’è la Tiretta, le sue emissioni hanno avvelenati la falda di Quinto, che ha dovuto chiudere i pozzi e rifarsi l’acquedotto. Oggi è diventata un esempio per tutta Europa: è stata recuperata con un parco fotovoltaico. A Villorba preoccupa la discarica di via Marconi, dov’è arrivato da poche settimane il cantiere della Pedemontana. Arpav ha rivelato la presenza di cromo, amianto e metalli pesanti. Ma i lavori proseguono: la discarica sarà sezionata, e parte dei rifiuti portati a Loria.
CASTELLANA
Sempre a Loria c’è la discarica Gea, finita nei documenti della commissione Ecomafia perché i valori dell’ammoniaca e dei nitrati superavano i limiti di legge. Oltre a questa a Riese la San Floriano, ciclicamente sotto la lente di ingrandimento delle polemiche civiche.
PEDEMONTANA
Alla discarica di Busta a Montebelluna, utilizzata dall’84 al 90 per i rifiuti urbani. sono stati riscontrati «valori anomali di alcuni parametri in falda, principalmente ferro, manganese e ammoniaca». A Conegliano e San Vendemiano la Fosse Tomasi e la Fossamerlo. Quest’ultima era gestita dalla Clara Ecologica, fallita nel 2002. Sono seguiti incidenti vari, con sversamento di percolato in un affluente del Monticano, divieto dell’uso dell’acqua di falda, inquinata, due operai morti per le esalazioni. Nel 2006 il titolare di Clara Ecologica è stato condannato a tre mesi di arresto e 5000 euro di ammenda (pena sospesa) per violazione del decreto Ronchi. Ora è stata bonificata, ma la prima falda è inquinata da manganese, nichel e piombo. La Fossamerlo è un altro contenitore di veleni a 500 metri di distanza dalla Tomasi, lo scorso anno sono stati stanziati 1,2 milioni per la messa in sicurezza.
MOGLIANO, RONCADE, SILEA
Al confine con Mogliano incombe la Nuova Esa di Marco. Quindici anni fa è finita al centro di un inchiesta della Procura di Venezia, che ha dimostrato come rifiuti pericolosi, anche in questo caso, venivano mischiati per poi essere riutilizzati. Nel 2004 l’area e gli impianti sono finiti sotto sequestro, insieme alle 100 tonnellate di pentasolfuro – uno scarto delle lavorazioni industriali – contenuto nei fusti rinvenuti nell’area. Nel 2012, poco dopo la stanziamento dei primi soldi per la bonifica, nell’area è divampato un incendio.
A sud il distretto maggiormente a rischio è quello di Silea e Roncade. Qui le ex discariche di via Claudia Augusta hanno avvelenato “i terreni vicini e le acque superficiali con idrocarburi e metalli pesanti”, mentre a Silea sulla Coveri le preoccupazioni sono legate al fatto che i proprietari nonostante le ordinanze non hanno eseguito i monitoraggi come era stato imposto. (Federico Cipolla)

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L’INCHIESTA

TUTTI I VELENI DEL VENETO

di Angela Pederiva, da “il Corriere Veneto”, 25/4/2016
– Sono 559 i siti potenzialmente contaminati. Record a Padova. Il nodo dei fondi per le bonifiche –
VENEZIA – La nostra non è una terra dei fuochi, ma solo perché qui i veleni non ardono. Le sostanze tossiche in Veneto vengono sversate nell’acqua e sepolte nel sottosuolo, pratiche forse meno sfrontate dei roghi ma non meno nocive per l’ambiente e per la salute, come sta evidenziando in questi giorni la vicenda delle sostanze perfluoroalchiliche. Per l’appunto, domanda: quanti altri «casi Pfas», intesi come situazioni di inquinamento di vario genere, grandi e piccole, più o meno gravi, note o sconosciute, si contano nel territorio regionale? Risposta: 559. Tanti sono infatti i siti potenzialmente contaminati censiti nell’anagrafe tenuta dall’Arpav e comunicata al ministero dell’Ambiente, ai quali va aggiunto il Sito di interesse nazionale (Sin) di Porto Marghera. Secondo il Codice dell’ambiente, i «siti contaminati» sono quelli in cui le concentrazioni degli agenti inquinanti sono così alte da imporre automaticamente le procedure di messa in sicurezza e di bonifica. I «siti potenzialmente contaminati» sono invece quelli in cui anche uno solo dei valori è superiore alle «concentrazioni soglia di contaminazione », al punto da richiedere la caratterizzazione dell’area e l’analisi di rischio, in modo da valutare eventuali ulteriori interventi.
FATTA QUESTA PREMESSA, passiamo ai numeri. La media aritmetica direbbe che quasi ogni Comune veneto ospita uno di questi buchi neri. La mappa georeferenziata mostra però una situazione variegata a seconda della provincia: sul poco invidiabile podio salgono Padova (139), Venezia (109) e Vicenza (104), per continuare con Treviso (94) e Verona (61), a chiudere con Rovigo (35) e Belluno (17). Per il 40% si tratta di spazi industriali e commerciali (244), seguiti dai punti vendita e dai depositi di carburante (134) e dalle discariche e dai siti attivi nella gestione dei rifiuti (114). «Solamente 26 — sottolineano dall’Arpav — sono invece quelli dove l’origine della contaminazione è dovuta allo sversamento accidentale di idrocarburi da cisterne o automezzi ». I luoghi di proprietà pubblica, o in cui è comunque la collettività (Comune, Provincia o Regione) a dover farsi carico delle azioni di risanamento, sono 142, pari ad una superficie di 1.023 ettari, su un totale di 1.940. Altrettanti ne misura l’attuale perimetro di Porto Marghera, 1.900 ettari occupati dalle attività industriali, dove solo fra il 2004 e il 2010 secondo i riscontri della Commissione parlamentare di inchiesta sui Sin sono state recuperate 140 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, 600 mila di rifiuti non pericolosi, 90 mila di rifiuti solidi da bonifica e 370 mila di rifiuti liquidi. «Cifre impressionanti e solo parziali, che rendono bene l’idea gravità della situazione», commentano da Legambiente. Per il resto la provincia di Venezia registra 310 ettari di territorio potenzialmente contaminato, sempre in terzetto con Vicenza (218) e soprattutto con Padova (780), la cui zona rossa «è in gran parte ascrivibile ad un unico sito, con estesa contaminazione della falda, posto a cavallo tra i Comuni di Fontaniva e Cittadella». Il riferimento degli analisti è al più allarmante caso di contaminazione da cromo esavalente delle falde acquifere di tutta Europa: quello dell’ex Tricom Galvanica Pm di Tezze sul Brenta (Vicenza), una storia tormentata dal punto di vista giudiziario e ancora aperta sul piano ambientale, visto che a quindici anni dai primi allarmi le casse pubbliche stanno ancora sostenendo la messa in sicurezza delle acque, con una spesa stimata di 13 milioni di euro. «Poi bisognerà passare alla bonifica — spiega il chimico Alessandro Benassi, commissario straordinario dell’Arpav — ed è chiaro che tempi e costi si allungheranno, nonostante un’Agenzia come la nostra disponga di tutte le necessarie competenze tecniche. Purtroppo però non sempre può essere applicato il principio per cui “chi inquina, paga”. Non basta infatti arrivare ad individuare il responsabile, ma bisogna anche sperare che nel frattempo non sia fallito e nullatenente, come spesso abbiamo visto succedere in questi anni».
DAI DOLORI DI PORTO MARGHERA IN AVANTI, infatti, lo stallo delle bonifiche si nutre proprio di questo: (troppa) burocrazia e (pochi) soldi. Con risvolti paradossali, come nel caso di Pescantina (Verona), dove la discarica Ca’ Filissine venne sottoposta a sequestro penale ancora dieci anni fa per le anomale concentrazioni di ammoniaca e manganese nelle acque di falda; cessando così i conferimenti di rifiuti, sono venute meno anche le entrate finanziarie dell’impianto, che di conseguenza ha scaricato prima sul Comune e poi sulla Regione la richiesta di 7,5 milioni di euro per risolvere il problema del percolato: per il momento sono stati liquidati 307 mila euro. Una vicenda simile a quella di Pernumia (Padova), dove nella sede dell’ex C&C restano abusivamente stoccate 52 mila tonnellate di scarti pericolosi e non: per rimuoverle serviranno fra 9 e 12 milioni, ma l’azienda è fallita, sicché è toccato alla giunta veneta stanziarli (per ora 1,5). Di storie così, compresa quella dei rifiuti tossici seppelliti sotto la Valdastico Sud, ce ne sarebbero per 559 libri. Più il grande romanzo di Porto Marghera. Più il nuovo capitolo delle sostanze perfluoroalchiliche, ancora tutto da scrivere. Nell’attesa Gigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, impugna già virtualmente la penna: «Ora più che mai è importante firmare la petizione #bastaPfas». (Angela Pederiva)

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