I MURETTI A SECCO per l’UNESCO sono Patrimonio dell’Umanità: l’artificio umano sulla natura (contro il dissesto idrogeologico, e per l’agricoltura) crea mirabili paesaggi – E per l’area “candidata” del Prosecco nel Trevigiano? l’Unesco convincerà a produrre senza inquinare? in limiti spaziali? con diversificazione agricola?

A seguito delle atrocità commesse nella seconda Guerra Mondiale le Nazioni Unite hanno voluto istituire (nel novembre 1946) L’UNESCO (UNITED NATIONS EDUCATIONAL, SCIENTIFIC AND CULTURAL ORGANIZATION) come segno di pace tra le nazioni, basandosi sul voler garantire la protezione e la salvaguardia dei siti di grande valore. Pertanto l’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione. – Il riconoscimento specifico dei PATRIMONI ORALI E IMMATERIALI DELL’UMANITÀ (“IMMATERIALI”: così sono stati designati i MURETTI A SECCO, sottolineandone la diffusione che essi hanno in tante visioni di paesaggi in così tante parti del pianeta), sono espressioni della cultura immateriale del mondo che l’UNESCO ha inserito in un apposito elenco, per sottolineare l’importanza che essi hanno secondo tale organizzazione. I CAPOLAVORI IMMATERIALI SI AFFIANCANO AI SITI PATRIMONIO DELL’UMANITÀ: mentre questi ultimi rappresentano cose tangibili (come un parco naturale, una città o un complesso archeologico), i primi rappresentano antiche tradizioni a volte diffuse in luoghi diversi (come appunto i muretti a secco) L’UNESCO si è posta il problema di salvaguardare questi capolavori per evitarne la scomparsa. (NELLA FOTO QUI SOPRA: I MURI A SECCO DI CHERSO, Isola di Cres, in CROAZIA – situata nel golfo del Quarnaro)

   La scelta dell’Unesco di iscrivere tra i “patrimoni immateriali dell’umanità” l’ARTE DEL MURO A SECCO (cioè costruito con pietre che, sapientemente nel lavoro umano, si intersecano e sorreggono saldamente tra di loro, senza usare alcun tipo di malta o legante), questa scelta rende vanto agli otto paesi europei (Grecia, Spagna, Cipro, Croazia, Slovenia, Italia, Francia, Svizzera) che hanno presentato questa candidatura per il riconoscimento del valore nei loro paesaggi di queste mirabili opere umane.

(…) Fu una fatica enorme tirare su spesso sotto il diluvio o sotto un sole furibondo quei muri. Sudore e dolore, dolore e sudore. Quelli che spinsero il grande Carlo Cattaneo a parlare con ammirazione delle terre lavorate dall’uomo, le quali «SI DISTINGUONO DALLE SELVAGGE PERCHÉ SONO UN IMMENSO DEPOSITO DI FATICHE». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018) (NELLA FOTO: La (ri)costruzione di un muretto a secco in Trentino (da la Repubblica)

   Perché poi i muretti a secco si trovano anche nei paesaggi di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei (in Africa, Asia, America Latina –pensiamo al Perù-…). Perché si tratta di uno degli esempi di virtuosa manifattura umana presente in tutte le culture del pianeta. Che, dai tempi più remoti a quelli più recenti, è stata adottata (questa tecnica di costruzione) per fini abitativi e/o agricoli, o per tracciare dei confini, o a difesa, e IN PARTICOLARE COME TERRAZZAMENTI NEI PENDII SCOSCESI (per utilizzarli in agricoltura e abitazione, e che salvano i pendii montuosi o collinari dall’erosione).

PAESAGGI TERRAZZATI D’ITALIA. Eredità storiche e nuove prospettive, di LUCA BONARDI, MAURO VAROTTO, 2013, Franco Angeli Ed., euro 25,00 – Il libro sui paesaggi terrazzati è stato voluto dal CLUB ALPINO ITALIANO per il III Incontro Mondiale sui TERRACED LANDSCAPES. La prima parte del volume, scritta da Luca Bonardi, si propone come lavoro di sintesi sulla geografia e storia dei terrazzamenti agrari in Italia, sulla scorta di 20 anni di indagini e studi locali sulla materia. La seconda parte, redatta da Mauro Varotto, racconta le esperienze di recupero e valorizzazione di terrazzamenti in varie Regioni italiane da parte di un gruppo di Operatori Naturalistici e Culturali del CAI che si sono mossi all’interno di un progetto di ricerca del GRUPPO TERRE ALTE.

   Il sì italiano alla richiesta di candidatura è stato dato in particolare per salvare dalla possibile progressiva sparizione i terrazzamenti e le millenarie barriere di divisione che segnano il profilo naturale del Paese: in Liguria e nel Salento, lungo la costiera di Amalfi e sull’Etna, a Pantelleria e in Toscana, su tutto l’arco alpino e nel cuore dell’Appennino. Questo tesoro sembrava consegnato alla rovina e alla nostalgia. Contadini, architetti, imprenditori, scienziati e promotori del turismo, lo rilanciano in tutto il mondo quale modello avanzato di uno sviluppo nuovo.

La particolare tessitura delle marogne della Valpolicella. (Foto: Alleanza italiana per i paesaggi terrazzati, “muretto Marogne”, da http://www.ilbolive.unipd.it/)

   Pertanto, al di là di un riconoscimento da parte di un’Istituzione un po’ discussa (discutibile) nei decenni nell’aver riconosciuto “tutto” (o quasi tutto) “patrimonio dell’umanità” (su questo vi invitiamo a leggere l’interessante articolo di Mattia Feltri che abbiamo ripreso dal quotidiano “La Stampa” – lo trovate come secondo articolo nella rassegna che dedichiamo all’argomento qui di seguito in questo post); al di là del fatto che interessi economici enormi muovono sia l’Unesco (900 milioni di dollari il budget annuale dell’Unesco, circa 795 milioni di euro) che tutte le richieste che vengono ad esso sottoposte (motivo fondamentale di avere il riconoscimento: i soldi!); al di là di tutto questo, possiamo però riconoscere un valore particolare e genuino al riconoscimento dei MURETTI A SECCO.

DA http://www.adottaunterrazzamento.org/ – Dal 18 marzo all’8 aprile 2017 si è tenuto il primo “CORSO PER LA REALIZZAZIONE E IL RECUPERO DEI MURI IN PIETRA A SECCO” in VAL BRENTA (nell’estremo nord-est della provincia di Vicenza, ndr), organizzato dal COMITATO “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO” e dell’ISTITUTO AGRARIO “A.PAROLINI” di BASSANO DEL GRAPPA. Questa attività ha avuto una buona eco sui media, anche grazie al fatto che si inserisce in una tendenza che si sta diffondendo in altri luoghi d’Italia, quali la Provincia di Trento, grazie all’Accademia della Montagna del Trentino, e la Liguria, con la Cooperativa Olivicola di Arnasco. Così il quotidiano nazionale “la Repubblica” ha pubblicato un articolo l’ 8 maggio scorso, scritto da Giampaolo Visetti, e La 7 ha mandato in onda un servizio girato sui terreni di “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO”, nella trasmissione Tagadà il 10 maggio. (Articolo su Repubblica dell’8 maggio: I ragazzi del muretto a secco: “Quei sassi sono opere d’arte”; Servizio su La 7 del 10 maggio (min. 140): Tagadà, puntata 10/05/2017 ) (NELLA FOTO: VALBRENTA, corso per costruire muretti a secco)

   Perché sono una caratteristica connaturata di così tanti paesaggi in posti diversissimi del mondo… e che fanno parte un po’ del nostro DNA nel pensare a meraviglie paesaggistiche umane… a bei ricordi e a luoghi che andiamo (andremo volentieri) a vedere.

Negli anni passati ci sono stati vari CONVEGNI MONDIALI SUI PAESAGGI TERRAZZATI: esperti e appassionati di tutti i continenti ne hanno discusso in CINA, in PERÙ, e nel 2017 in ITALIA, tra Padova e Venezia: il prossimo convegno internazionale dei paesaggi terrazzati si terrà nelle ISOLE CANARIE. Il problema è comune: evitare che una sapienza antica, trasmessa oralmente, muoia assieme ai suoi ultimi custodi (NELLA FOTO: CINQUE TERRE, IN LIGURIA: PAESAGGIO DI MURETTI A SECCO E TERRAZZAMENTI)

   Così che se UN LUOGO è dato da TRE ELEMENTI: il primo è la NATURA come lo ha creato, il luogo, come la ha voluto; il secondo elemento è l’ARTIFICIO UMANO, quel che si intravede dell’intervento dell’uomo; e il terzo sono gli ACCADIMENTI storici che quel luogo ha avuto…ebbene i muretti a secco rappresentano al meglio il secondo elemento: l’ARTIFICIO UMANO GENIALE, la capacità di costruire con le pietre, e con grande impegno e fatica, un elemento architettonico stabile e sicuro nel tempo, che sa durare senza che queste pietre abbiano malte e altri collanti….

Guida pratica, divulgativa e illustrata alla costruzione alla manutenzione e al recupero dei muretti in pietra a secco

   E’ così che i numeri e la quantità di questi muretti a secco sono difficili da stabilire, e a volte da individuare: secondo MAURO VAROTTO (docente all’Università di Padova e tra i fautori dell’ALLEANZA INTERNAZIONALE PER I PAESAGGI TERRAZZATI), in Italia risultano censiti 170mila chilometri di muri a secco, quelli stimati sono oltre 300mila. Gli ettari di campi terrazzati sono altrettanti.

UOMINI E PIETRE – documentario di MICHELE TRENTINI – DVD (con libriccino di presentazione di ANTONIO SARZO) euro 16,00 – 2017, Cierre Editore – Attraverso l’osservazione del lavoro svolto da un contadino della VALLE DI CEMBRA e da allievi e docenti dei corsi per la COSTRUZIONE DI MURI A SECCO organizzati dalla SCUOLA TRENTINA DELLA PIETRA A SECCO, il documentario mostra le diverse fasi della costruzione di tali manufatti. La diretta testimonianza di uno dei docenti, esperto naturalista, propone uno sguardo d’insieme sulle specificità e sulla rilevanza dei muri in pietra a secco anche da un punto di vista ecologico, paesaggistico e socio-economico.

   Nel confronto che Varotto fa, i 170mila chilometri “italiani” di muretti a secco, tanto per darne una dimensione di diffusione di quanti sono, se confrontati con la Grande Muraglia cinese, quasi totalmente ricostruita, questa è lunga “solo” 8mila chilometri. E Varotto ne sottolinea “il valore delle pietre accumulate e incastrate nei secoli per permettere agli uomini di coltivare la terra e di allevare gli animali, ossia di vivere,” (dice: “È un passaggio decisivo, che può garantire le risorse pubbliche per conservare l’eroica spina dorsale che unisce i popoli con una storia di miseria e di fatica”). E così è, come la immaginiamo (miseria e fatica di generazioni di persone) che lasciano un bene di inestimabile valore alla nostra visione, ai paesaggi umani (vengono in mente le cattedrali, costruite in particolare con la fatica umana di poveri sottopagati, ma ora, cattedrali, così importanti al nostro vivere).
Necessitano azioni e modi per preservare i muretti a secco, ripristinarli quando serve; capire come far rivivere ora luoghi abbandonati che conservano questo artificio umano di valore; ma che rischiano, con gli eventi metereologici, il dissesto del tempo, l’abbandono e l’incuria totale a ogni manutenzione conservativa, rischiano poco a poco di scomparire…questo fa sì che meritano riconoscimenti e partecipazione chi si impegna alla conservazione e ripristino di questi manufatti: pensiamo in particolare alle associazioni che si dedicano alla conservazione e ripristino dei TERRAZZAMENTI; e a tutti quelli che nei loro luoghi di appartenenza e raggio di azione della propria vita, cercano di salvarli e/o ripristinarli. (s.m.)

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ACQUAVIVA DELLE FONTI (in Puglia)

(…)«Il totale delle aree censite dal PROGETTO MAPTER» (“MAppatura Paesaggi Terrazzati italiani, ndr), scrive MAURO VAROTTO (docente di geografia all’Università di Padova e autore di vari libri sull’ambiente e la montagna), «ammonta a circa 170 MILA ETTARI (grosso modo una regione come il Veneto), ma alcune aree non sono ancora state coperte da rilievi a tappeto, dunque tale prima quantificazione è ancora parziale». Secondo una ipotesi di LUCA BONARDI (docente di geografia all’Università di Milano) «si può stimare l’esistenza di almeno 300 MILA ETTARI DI AREE TERRAZZATE, esito di una colonizzazione dei versanti a fini agricoli che risale indietro nei secoli, ma in massima parte eroica conquista di terreni portati all’uso agricolo, in parallelo con le fasi di incremento demografico tra metà ’700 e fine ’800». Peccato che «OLTRE IL 30% DEL PATRIMONIO DOCUMENTATO È OGGI ABBANDONATO E RICONQUISTATO DA BOSCO E VEGETAZIONE ARBUSTIVA». Un delitto.(…) … prosegue il dossier, che ABBIAMO ANCORA «170.000 CHILOMETRI DI MURI A SECCO, VENTI VOLTE LA LUNGHEZZA DELLA MURAGLIA CINESE. La Liguria vanta di poter fare il giro della terra con i suoi 40 mila chilometri di muri, la Costiera amalfitana di possederne l’equivalente della Grande Muraglia: 8 mila chilometri». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018)

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(alcuni siti sull’argomento: http://www.paesaggiterrazzati.it/ e
http://www.formazione.cirgeo.unipd.it/documenti/16-17/GISDay/Ferrarese_ProgettoMapterEstrazioneMappaturaTerrazzamentiAgricoli.pdf ,
e http://www.adottaunterrazzamento.org/ )

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SACRARI DI SASSI

MURETTI A SECCO, IL SUDORE SI FA ARTE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018
– Stupore della natura artificiale – L’Unesco iscrive la tecnica tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Chilometri di paesaggio costruito pietra su pietra dalla fatica di generazioni –
«Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno».Per questo, scrisse Indro Montanelli sul «Corriere» di tanti anni fa, «i terrieri toscani trovano nelle loro fattorie un motivo di orgoglio pionieristico. Sono stati loro, una generazione sull’altra, a dissodarle, a spianarle, a prosciugarle». E per loro «ogni giorno i nipoti e i pronipoti devono seguitare a rimboccarsi le maniche per spremerne un frutto».
Ma non sono solo gli eredi di quelle famiglie toscane che oggi hanno motivo di emozionarsi orgogliosi per quel paesaggio meraviglioso costruito terrazzamenti su terrazzamenti, pietra su pietra, goccia su goccia di sangue e sudore.
La scelta dell’Unesco di iscrivere l’arte del muro a secco tra i patrimoni immateriali dell’umanità rende onore a tutti quegli otto paesi che dalla Grecia alla Spagna, da Cipro alla Croazia, ospitano quei sacrari di sassi che da tempi lontanissimi hanno plasmato isole e colline, monti e promontori facendone luoghi, per usare le parole di Cesare Brandi su Pantelleria, dove «tutto è naturale e allo stesso tempo tutto è artificiale».
Non per altro, ricorda DONATELLA MURTAS, autrice di PIETRA SU PIETRAE rappresentante dell’«ALLEANZA MONDIALE PER I PAESAGGI TERRAZZATI», «una leggenda del popolo Igorot, nelle Filippine, vuole che il dio Kubunyan Lumaig utilizzi i ripiani terrazzati, ricavati dai loro lontani antenati intagliando le montagne, per venirli a visitare sulla terra». Di più: «Durante le sue visite, a loro particolarmente gradite, il dio elargisce — adesso come cento secoli fa — importanti suggerimenti sulle tecniche agricole, sulle modalità da adottare per avere un raccolto di riso abbondante, indicazioni su come gestire le acque e domare la ripidità delle montagne per renderle loro amiche».
E pare davvero esserci un tocco divino dietro certi squarci delle campagne pugliesi o sarde ordinatamente ripartite da muri a secco di spettacolare bellezza o i paesaggi terrazzati delle Eolie, dei vigneti senesi i fiorentini, dei colli trevisani, delle Langhe e di tanti altri panorami italiani che da secoli fanno spalancare la bocca d’ammirazione ai visitatori.
Come Wolfgang Goethe che, scendendo lungo l’Adige verso Trento scrisse: «La campagna lungo il fiume e su per i colli è così fitta e intrecciata di piante da far pensare che si soffochino a vicenda: spalliere di viti, mais, gelsi, meli, peri, cotogni e noci. Sopra ai muri affiora rigoglioso il sambuco; in solidi fusti l’edera sale su per le rocce e le ricopre largamente; la lucertola guizza nelle fenditure, e tutto ciò che si muove di qua e di là riporta alla mente le più care immagini dell’arte».
Basti pensare ai paesaggi di Dante Alighieri, scrive MAURO VAROTTO, docente a Padova e autore di vari libri sull’ambiente e la montagna: «Tutta la scenografia della Divina Commedia, per non citare che l’esempio più eclatante, si potrebbe dire sostanzialmente ambientata in un paesaggio terrazzato». Un’opera per tutte? «La Divina Commedia illumina Firenze», di Domenico di Michelino, a Santa Maria del Fiore. O a certi dipinti del Giorgione o di Tiziano…
Fu una fatica enorme, come ricordava Montanelli, tirare su spesso sotto il diluvio o sotto un sole furibondo quei muri. Sudore e dolore, dolore e sudore. Quelli che spinsero il grande Carlo Cattaneo a parlare con ammirazione delle terre lavorate dall’uomo, le quali «si distinguono dalle selvagge perché sono un immenso deposito di fatiche».
È straordinaria, l’eredità che noi italiani abbiamo ricevuto da quei nonni e bisnonni. Il totale delle aree censite dal PROGETTO MAPTER, scrive Varotto, «ammonta a circa 170 mila ettari (grosso modo una regione come il Veneto), ma alcune aree non sono ancora state coperte da rilievi a tappeto, dunque tale prima quantificazione è ancora parziale». Secondo una ipotesi di Luca Bonardi «si può stimare l’esistenza di almeno 300 mila ettari di aree terrazzate, esito di una colonizzazione dei versanti a fini agricoli che risale indietro nei secoli, ma in massima parte eroica conquista di terreni all’agricoltura in parallelo con le fasi di incremento demografico tra metà ’700 e fine ’800». Peccato che «oltre il 30% del patrimonio documentato è oggi abbandonato e riconquistato da bosco e vegetazione arbustiva». Un delitto.
Come un delitto, sotto il profilo paesaggistico, è la rottura di certe vedute storiche delle nostre aree collinari dove i vigneti a giropoggio, terrazzamenti interrotti qua e là da un cipresso, una casupola, una stradina, vengono brutalmente sostituiti da vigneti a «rittochino», tutti in riga in verticale, «californiani», dove la precedenza non è più data alla bellezza ma alla produttività industriale. Con tanti saluti alle poesie di Eugenio Montale, ai muretti e al «meriggiare pallido e assorto/ presso un rovente muro d’orto,/ ascoltare tra i pruni e gli sterpi/ schiocchi di merli, frusci di serpi…».
Il patrimonio è tale tuttavia, prosegue il dossier, che abbiamo ancora «170.000 chilometri di muri a secco, venti volte la lunghezza della muraglia cinese. La Liguria vanta di poter fare il giro della terra con i suoi 40 mila chilometri di muri, la Costiera amalfitana di possederne l’equivalente della Grande Muraglia: 8 mila chilometri». Più bassi, ovvio. Non meno belli.
CE LA MERITIAMO, UN’EREDITÀ COSÌ? Mantenere quei muri a secco, preservando gelosamente l’arte e il paesaggio secolari è costoso. Due lavoranti esperti riescono, in un giorno, a posare le pietre per non più di un metro cubo. Sono soldi, tanti soldi. Spese che non tutti sono in grado di sopportare come la famiglia Rallo, di Donnafugata, che a Pantelleria, l’isola in testa per ettari terrazzati (seguono Modica, Ragusa, Lipari, Genova…) ha ricostruito via via per i suoi vigneti di Zibibbo venti chilometri di terrazzamenti. Curando la manutenzione di altri quaranta.
Vale la pena, per loro e tanti altri contadini e viticoltori e produttori d’olio italiani, di insistere? Sì, risponde chiunque ami il nostro paesaggio. È lì la bellezza. Basti rileggere le parole con cui due secoli fa il viaggiatore inglese James Paul Cobbet scriveva dei vigneti su «tutti i fianchi delle colline» intorno a Lucca: «I gradoni sono piuttosto stretti, misurano sei piedi di larghezza; un filare di viti si leva lungo la proda di ogni ripiano. Le vigne vengono coltivate e tirate su con una meticolosità e una dedizione che non conoscono rivali. La sistemazione di ogni paletto, la potatura, la piegatura, la legatura del singolo ramo…». Insomma, «sarebbe difficile sostenere che, come risultato di tante amorevoli cure, i raccolti non siano il dono degli Dei, di Cerere e di Bacco». (Gian Antonio Stella)

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MURETTI A SECCO E REGGAE: STRAVAGANZE DELL’UNESCO

di Mattia Feltri, da “La Stampa” del 3/12/2018
Stavamo ancora elaborando l’elevazione dei muretti a secco a Patrimonio dell’Umanità quando, sole ventiquattro ore dopo, la stessa sorte è toccata al reggae, per intenderci il genere musicale di Bob Marley. Ma questo accenno d’ironia sarà subito bloccato per non mancare di rispetto all’Unesco, elargitore dei titoli, né ai sostenitori dei muretti a secco o del reggae, nobilissime creazioni dell’ingegno umano.
Come ha ricordato a questo giornale Pier Luigi Petrillo, primo italiano a entrare nel gruppo ristretto dell’Unesco che valuta le candidature a Patrimonio dell’Umanità, senza i muretti a secco le CINQUE TERRE se la sarebbero vista brutta, con le bombe d’acqua.
E tuttavia le perplessità non si indeboliscono: anche i viaggiatori con bagagli imponenti se la sono vista brutta finché non sono stati inventati i trolley (che effettivamente potrebbero ambire alle prossime nomination). Ma tutto ciò discorda di molto con gli elevatissimi propositi su cui l’Unesco nacque, con tanto di Costituzione firmata a Londra nel novembre del 1945. I sentimenti del Dopoguerra «Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace (…). Il grande e terribile conflitto testé terminato è stato generato della negazione dell’ideale democratico di dignità, d’eguaglianza e di rispetto della personalità umana (…). La dignità dell’uomo esige la diffusione della cultura e l’educazione generale in un intento di giustizia, di libertà e di pace…».
Così sì legge nel preambolo a quindici articoli suddivisi in commi, i mattoni del castello globale dentro cui «l’Educazione, le Scienze e la Cultura» (il maiuscolo non ci appartiene) sarebbero fiorite trasformando il mondo in un giardino senza armi. Erano i sentimenti del Dopoguerra, quando il secondo disastro del secolo suggeriva l’istituzione di consessi ispirati dalle più sublimi determinazioni.
IL PASSAGGIO ALLA TUTELA DELLA TORRE DI PISA E DI CASTEL DEL MONTE, DI MONT SAINT-MICHEL O DELLA CATTEDRALE DI AQUISGRANA SEMBRÒ CONSEGUENTE E SACROSANTO, MA OGGI LA LISTA DEI SITI IMPALMATI È SALITA A OLTRE MILLE, CON ALTRI MILLE IN FEBBRILE ATTESA DEL RICONOSCIMENTO, SINCHÉ OTTENERLO NON SIGNIFICHERÀ PIÙ NULLA.
E già adesso i ritorni economici, per maggior afflusso turistico, sono sempre meno notevoli. Ma intanto che la lista s’allungava, si è allungata anche la lista dei Paesi membri, comprese alcune spietate dittature piuttosto incostanti nella promozione della pace e della giustizia (su questo si tornerà): rimane indimenticabile il premio consegnato a Saddam Hussein per i suoi meriti nel diffondere l’istruzione. Aumentano i Paesi membri e aumentano i denari con cui si finanzia l’Unesco, ormai arrivati alla quota non trascurabile di 900 milioni di dollari. Una parte serve per stipendiare le decine di ispettori itineranti, cioè gli esperti che girano il mondo per valutare le candidature (ogni missione costa tra i 20 mila e i 45 mila dollari).
E QUI SI ARRIVA AI MURETTI A SECCO E AL REGGAE, debitamente valutati dai suddetti itineranti. Perché dal 2001 l’Unesco mette il suo bel fiocchetto anche al patrimonio orale e immateriale. Si partì alla grande, con diciannove riconoscimenti che compresero l’Italia con la tutela dei PUPI SICILIANI. Ma c’erano anche: le danze in girotondo dei Garifuna; il Geledé, la festività annuale che celebra la saggezza delle donne del popolo Yuruba; l’opera comica Kunqu; la musica delle trombe traverse della comunità Tagbana; le croci di legno intagliate in Lituania.
Di lì in poi non si è finito più: l’Unesco protegge (più che altro riconoscendone l’inestimabile valore, cioè a parole) il pugnale Kriss (quello di Sandokan, per intenderci); il tipico fischio degli antichi pastori spagnoli; la tessitura del tradizionale cappello di paglia toquila in Ecuador; un festival della ciliegia marocchina; i gong del Vietnam; la Vimbuza, danza di guarigione popolare malawiana (tuttavia sconsigliata in sostituzione dei vaccini); i disegni su sabbia nell’arcipelago di Vanuatu nel Sud del Pacifico. Sono soltanto alcuni di centinaia.
Per cui ora si è scatenata la guerra, sebbene non cruenta, in omaggio alla ragione sociale dell’Unesco. Per restare all’Italia, gli amministratori locali si stanno battendo perché siano riconosciuti patrimonio dell’umanità l’antico gozzo ligure, la canzone classica napoletana, l’opera lirica, l’alpinismo, la transumanza, i pici di Montepulciano, la bistecca fiorentina (con la vibrante opposizione dei vegani), il prosecco Conegliano-Valdobbiadene, la cultura alimentare alpina, il pesto della Liguria (avanti di questo passo tra amatriciane, carbonare, lasagne, ragù alla bolognese, bolliti veneti, bagna caoda, salama ferrarese, pizzoccheri valtellinesi, pasta alla norma e così via potremmo proseguire due giorni solo nello stilare l’elenco dei potenziali pretendenti).
E adesso i luoghi di Mao? Insomma, se tornate all’inizio di questo articolo, alla dignità e all’uguaglianza dell’essere umano, e alla diffusione della cultura come atto di giustizia, capirete che la missione è stata presa in senso vagamente estensivo.
Ma è sulla ciccia che le cose vanno peggio, tanto che – come tutti sanno – gli Stati Uniti hanno nuovamente deciso di lasciare l’Unesco e lo stesso fa Israele poiché, per esempio, IL MURO DEL PIANTO DI GERUSALEMME è stato considerato sito esclusivamente islamico, sotto il nome di «al Buraq Plaza». Gli Usa se ne andarono già oltre trent’anni fa, sotto la presidenza Reagan, perché, disse il segretario di Stato, George Schulz, «l’ente si è dimostrato estremamente politicizzato su tutto, ha dimostrato ostilità verso le fondamentali istituzioni della società libera, specie il libero mercato e la libera stampa».
Una storia lunga, che inizia dalla promozione da parte dell’Unesco di un «nuovo ordine mondiale» in cui, tra l’altro, la stampa controllata dai governi doveva essere reputata più autorevole di quella edita da imprenditori privati. Come stessero le cose lo si può capire dall’esultanza della Tass, agenzia di stampa diretta dal Cremlino sovietico: «Tocca a Washington e non all’Unesco cambiare la propria visione del mondo». In seguito le cose non sono cambiate granché.
Il board dell’Unesco è animato per oltre la metà da Paesi non liberi o parzialmente liberi, e in questi anni abbiamo visto premi intestati a Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, sanguinario presidente della Guinea equatoriale denunciato da Human Rights e Amnesty International, riconoscimenti a Hugo Chávez, dittatore venezuelano, e pure un rappresentante del presidente sudanese, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, ricercato dal Tribunale internazionale dell’Aia, salire a ruoli esecutivi nell’Unesco.
Quindi, in definitiva, noi gioiamo per il reggae e i muretti a secco, ma considerando quanto sia diventata potente e generosa la Cina, sarà bello vedere se, come richiesto, diventeranno patrimonio dell’umanità i luoghi di Mao Zedong, uno dei più spettacolari criminali del Novecento. (Mattia Feltri)

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LA FUNZIONE DEI MURETTI A SECCO TRA ECOSISTEMA E PAESAGGIO

da http://www.murettiasecco.com/
I MURETTI A SECCO rivestono una specifica FUNZIONE NEL PAESAGGIO e NELL’ECOSISTEMA e costituiscono una importantissima NICCHIA ECOLOGICA.
Il muretto a secco, innalzato con le pietre tolte al terreno, oltre a DELIMITARE I CONFINI, assume un ruolo ambientale di rilevante importanza perché rappresenta UN VERO E PROPRIO “CORRIDOIO ECOLOGICO” che permette la VEICOLAZIONE DI UNA MICROFAUNA ricca di insetti, piccoli rettili ed anfibi che operano spontaneamente, in modo sinergico all’agricoltura umana, al mantenimento di un ambiente sano e privo di parassiti. Gli interstizi ne divengono dimora e nascondiglio.
I muretti a secco, con la VEGETAZIONE SPONTANEA CHE CRESCE TRA LE PIETRE o a ridosso dei muri stessi, costituiscono un importante ecosistema. In loro corrispondenza si crea un microclima particolare, favorevole alle piante mediterranee che possono così, grazie alla maggiore disponibilità idrica, superare la crisi estiva.
Sono decisamente NUMEROSE LE SPECIE BOTANICHE che crescono lungo i muri a secco. Si va dai più comuni rovi, ai cespugli di salvione giallo o di timo, ma troviamo anche il lentisco, il mirto, l’alaterno e la quercia spinosa. Ci sono poi la rosa di S. Giovanni, il prugnolo, la reseda alba e il finocchio comune con l’asparago pungente e numerose graminacee.
La ricchezza maggiore di specie botaniche si ha proprio tra le fessure delle pietre ricoperte da MUSCHI E LICHENI, veri pionieri della complessa ed affascinante vita che pulsa nel muro a secco. Il substrato che si sviluppa dall’azione combinata dei licheni e dai muschi permette poi la nascita di altre piante superiori.
Nelle fessure, dove si ha la condensazione della rugiada, si possono incontrare diverse aspleniaceae come l’erba ruggine, nonché l’ombelico di Venere, la draba murale, numerose scrofulariaceae e le veroniche. Specie lianose, come l’edera, e la salsapariglia nostrana, ricoprono spesso i muri a secco più vetusti, offrendo, con le loro fronde ricche di fogliame, ripari ai nidi di numerose specie di passeriformi.
È fondamentale quindi, specialmente nel ripristino dei muretti a secco parzialmente crollati, tener conto di queste funzioni ecologiche e paesaggistiche.
Dal punto di vista paesaggistico i muretti a secco rivestono una fondamentale importanza nella DIFESA DEL SUOLO, il muro a secco funziona come un grande filtro nel caso in cui venga impiegato per REALIZZARE DEI TERRAZZAMENTI che costituiscono un grande sistema regolatore delle acque che scorrono sulle pendici dei versanti. Il suo impiego per la costruzione di terrazzamenti è stata l’idea su cui si fonda la tecnica delle “briglie filtranti” in idraulica, con lo scopo di ridurre la pressione idrostatica.
Inoltre la presenza dei MURETTI A SECCO NELLE ZONE ARIDE AIUTA non solo A COMBATTERE L’EROSIONE del suolo ma riveste una IMPORTANTE FUNZIONE NELLA LOTTA ALLA DESERTIFICAZIONE e SALIFICAZIONE DEL SUOLO. In diverse parti del mondo infatti la pietra è utilizzata, dalle culture che si sono dovute adattare a sopravvivere alla scarsità di acqua, come SUPERFICIE DI CAPTAZIONE DELL’ACQUA.
Non solo nelle aree della Cina, della Nuova Zelanda e dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche nel mediterraneo, ad esempio nel sud di Spagna e Italia, si rinvengono strutture in muratura a secco che vengono costruite con appositi criteri per essere utilizzate come “COLLETTORI” DELL’UMIDITÀ DEI VENTI che viene catturata e letteralmente spremuta grazie alla disposizione delle pietre posate a secco con larghi interstizi che fungono anche da superficie di condensa.
In questo caso l’uomo non fa altro che assecondare un processo che accade naturalmente dalla notte dei tempi e che ha osservato e cercato di riprodurre. La rugiada, infatti, compare naturalmente sul suolo e sulla vegetazione. Quando il vapore acqueo contenuto nell’aria viene a contatto con superfici rese fresche dall’irraggiamento la rugiada condensa in gocce d’acqua.
Di fondamentale importanza per questi impieghi è la TIPOLOGIA DI PIETRA utilizzata nella costruzione di muretti a secco che non devono contenere pietre con superfici levigate per raccogliere la condensa e pietre con superfici porose in grado di raccogliere l’acqua e cederla gradualmente al terreno. (da http://www.murettiasecco.com/)

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I RAGAZZI DEL MURETTO A SECCO: “QUEI SASSI SONO OPERE D’ARTE”

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 8/5/2017
– La candidatura lanciata da vari Paesi per tutelare una tecnica antica. E in Italia è boom di richieste per iscriversi ai corsi dove si insegna come salvarli: si creano posti di lavoro per muratori di alto livello –
VAL DI CEMBRA – “I sassi sono come gli uomini. Tutti possono essere buoni. Basta saperli vedere: allora te lo dicono loro in quale posto devono stare”. CARMELO BRUGNARA ha 71 anni e fa vino a “Maso Spedenàl”, in val di Cembra (in Trentino, ndr). Da quasi sei decenni costruisce muri a secco per evitare che le vigne, aggrappate alla montagna trentina, vengano giù.
Ha cominciato a tenere su il mondo da bambino perché è nato in un luogo “dove c’è sempre stato niente di tutto”. “Per mangiare – dice – devi prima fare pulizia. Togli i sassi dalla terra e li metti in ordine per non perderla. La posizione delle cose: è questa, da sempre, che decide chi ce la fa e chi no”. Non ha mai aperto un libro ma ha ascoltato molto suo padre, che prima guardava il suo. Così è andato a occhio e solo oggi si rende conto di aver costruito decine di chilometri di muri a secco, disegnando uno dei paesaggi rurali più straordinari del pianeta. È un’anonima ma irripetibile opera d’arte, cruciale sia per il paesaggio che per l’economia delle Alpi.
Non è un reperto da museo. I muretti costruiti con i sassi, dal Giappone alla Gran Bretagna, dall’Himalaya alle Ande, dopo i decenni dell’abbandono rivivono un’insperata stagione di consapevolezza collettiva. “All’improvviso – dice il regista Michele Trentini, che sabato prossimo presenterà il documentario “UOMINI E PIETRE” – anche i ragazzi capiscono che la bellezza conta. Anzi: che è decisiva per il destino di ogni comunità”.
Cipro, Grecia, Italia, Francia, Svizzera e Spagna a fine aprile hanno candidato la “tecnica dei muretti a secco in agricoltura” a patrimonio immateriale dell’umanità tutelato dall’Unesco. Il sì italiano è teso a salvare i terrazzamenti e le millenarie barriere di divisione che segnano il profilo naturale del Paese: in Liguria e nel Salento, lungo la costiera di Amalfi e sull’Etna, a Pantelleria e in Toscana, su tutto l’arco alpino e nel cuore dell’Appennino. Questo tesoro sembrava consegnato alla rovina e alla nostalgia. Contadini, architetti, imprenditori, scienziati e promotori del turismo, lo rilanciano in tutto il mondo quale modello avanzato di uno sviluppo nuovo, capace di generare lavoro e ricchezza senza consumare la natura. (…)
“È un passaggio decisivo – dice il geografo MAURO VAROTTO, docente all’Università di Padova e anima italiana dell’ALLEANZA INTERNAZIONALE PER I PAESAGGI TERRAZZATI – che può garantire le risorse pubbliche per conservare l’eroica spina dorsale che unisce i popoli con una storia di miseria e di fatica”. In Italia risultano censiti 170mila chilometri di muri a secco, quelli stimati sono oltre 300mila. Gli ettari di campi terrazzati sono altrettanti. La Grande Muraglia cinese, quasi totalmente ricostruita, è lunga 8mila chilometri. Il valore delle pietre accumulate e incastrate nei secoli per permettere agli uomini di coltivare la terra e di allevare gli animali, ossia di vivere, non sfugge più a nessuno.
Esperti e appassionati di tutti i continenti ne hanno discusso in Cina, in Perù e in Italia, tra Padova e Venezia: il prossimo convegno internazionale dei paesaggi terrazzati si terrà nelle isole Canarie. Il problema è comune: evitare che una sapienza antica, trasmessa oralmente, muoia assieme ai suoi ultimi custodi.
“Costruire un muro a secco – dice il progettista rurale MASSIMO STOFFELLA – è come generare una persona. Nasce qualcosa di vivo, per esistere gli occorre un’etica: può essere bello, ma se non ha sostanza prima o poi crolla. Durare impone equilibrio e per questo conta quello che c’è dietro: servono tutte le virtù, ma è il difetto a connotarlo nel tempo”.
A Terragnolo, ai piedi dell’altopiano di Asiago, nel giugno 2017 si è tenuto il primo FESTIVAL INTERNAZIONALE “SASSI E NON SOLO”. Sette squadre si sono sfidate nella costruzione del muro a secco perfetto, donato poi ai contadini della Vallarsa. La competizione rivela il boom che sconvolge una missione edilizia che l’urbanizzazione, assieme alla civiltà industriale e al progresso tecnologico, sembravano aver emarginato.
Migliaia di giovani, donne comprese, si innamorano dei muretti naturali in pietra, alzati senza malte e senza cemento, e chiedono di imparare a restaurarli. Nel resto d’Europa il titolo di “MAESTRO DI MURI E PAVIMENTI IN PIETRA” è già riconosciuto. In Italia la PRIMA SCUOLA è stata aperta presso l’ENAIP di VILLAZZANO, in Trentino, e dopo due anni di corsi ha appena diplomato i primi 18 artigiani specializzati. L’iniziativa è dell’ACCADEMIA DELLA MONTAGNA e intercetta una crescente domanda di professionalità. “La crisi – dice la direttrice IVA BERASI – rivela opportunità salutari. Impone il recupero di un’agricoltura più sostenibile e di una vita più semplice. I muretti a secco ne diventano il simbolo. Rimarginano le ferite dell’abbandono e confermano il valore economico della bellezza. Un Paese come l’Italia, fragile e fondato sulla qualità dell’arte e del cibo, si salva cominciando a rimettere in piedi i sassi che da sempre tengono tutto insieme”.
Centinaia, da tutte le regioni, le domande di giovani che vogliono frequentare la scuola trentina della pietra a secco, sette i corsi di secondo livello pronti a partire. Per le imprese edili offrire una competenza certificata significa allargare il mercato. Si creano posti di lavoro per muratori di alto livello e nemmeno alla nuova generazione dei contadini sfuggono le opportunità commerciali: uno ha chiamato “707” il suo vino di punta, per ricordare ai consumatori i chilometri di muri a secco che sostengono le sue colline, garanzia di rispetto e di passione.
“La leva di un boom mondiale – dice il naturalista padovano ANTONIO SARZO – è proprio l’emozione. Tra le pietre vivono animali e piante, filtra l’acqua. Le persone sentono di non pesare sulla terra, anzi di poterla aiutare con le loro mani. Lavorare o riposare in armonia con la natura è la sola strada verso un futuro buono”. Per questo Carmelo Brugnara sogna di trasmettere al figlio barista il segreto per “tirare coi sassi un muretto che dura”.
Tra le vigne di Ceola non pensa ai muri spinati che i leader globali vogliono alzare come monumenti alla paura che giustifica il loro potere. Quelli poi crollano. “Io sono un piccolo – dice – penso solo a pulire e a tenere su il posto in cui sto per accogliere tutti. Altrimenti resta da fare”. (Giampaolo Visetti)

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DALLA TERRA ALLA LUNA SUI MURETTI A SECCO

di Mauro Varotto, da “IL BO LIVE – Università di Padova”, https://ilbolive.unipd.it/, del 15/6/2017
Le generazioni di contadini che ci hanno preceduto hanno lasciato in eredità al nostro Paese un patrimonio di muri a secco a sostegno di campi terrazzati che probabilmente ci consentirebbe di percorrere l’intera distanza dalla Terra alla Luna (384.000 km).
L’entità di muri e aree terrazzate andine è forse doppia di quella italiana, e i peruviani potrebbero anche tornare dalla Luna sui loro muri a secco, mentre forse la Cina potrebbe spingersi addirittura oltre.
Sta di fatto che l’Italia, con oltre il suo 75% di territorio collinare e montano, vanta con molta probabilità il primato europeo di estensione dei paesaggi terrazzati: è questa una delle conclusioni dal progetto MAPTER, coordinato dall’università di Padova in collaborazione con ricercatori delle università di Genova, Milano, Firenze, Trieste, Pisa, Cassino, Napoli, Reggio Calabria e Palermo.
Il progetto ha consentito di quantificare e mappare le aree terrazzate del nostro paese, per un totale complessivo di 170.000 ettari censiti e tuttora riconoscibili da foto aerea, anche se il patrimonio esistente è ben superiore, probabilmente doppio. Il primato delle aree terrazzate spetta alla Sicilia, con oltre 63.000 ettari censiti, seguita da Liguria (42.000), Toscana (22.000), Campania (11.000) e Lazio (5600). Un patrimonio costitutivo della montagna mediterranea, dunque, esteso soprattutto sul versante tirrenico dell’Appennino e nei territori insulari. Seguono in classifica le celebrate aree terrazzate alpine di Lombardia, Trentino e Veneto, con i vigneti di Valtellina, Cembra e Valpolicella.
I primi risultati di questo lavoro, ancora non concluso, sono stati presentati in occasione del terzo Incontro mondiale sui paesaggi terrazzati che si è celebrato lo scorso ottobre (nel 2016, ndr) al nostro Orto botanico a Padova (www.terracedlandscapes2016.it), occasione importante per far conoscere a tutto il mondo importanza, varietà e bellezza delle aree terrazzate italiane (è della scorsa settimana un articolo sulle pagine del New York Times).
Ciò che colpisce del terrazzamento italiano è soprattutto la varietà litologica, colturale, tipologica del terrazzamento, unite alla straordinaria bellezza di versanti che spesso si affacciano direttamente sul mare: i vigneti della Valtellina, della val di Cembra o della valle d’Aosta, i terrazzi un tempo coltivati a segale della val d’Ossola, le masiere di tabacco del Canale di Brenta, le lunette degli Euganei, gli uliveti terrazzati liguri e toscani, i limoneti della Costiera amalfitana, i castagneti di Roccamonfina, gli agrumeti dell’Etna, i capperi e le viti di Pantelleria, il comune più terrazzato d’Italia.
Sono solo alcune delle infinite variazioni che ancora caratterizzano questi paesaggi rurali storici, dove essi ancora resistono all’abbandono o agli interventi di razionalizzazione agroindustriale aggrappandosi al valore aggiunto di piccole produzioni di qualità.
L’attenzione nei confronti di questo patrimonio è cresciuta negli ultimi anni, come ricorda il MANIFESTO ITALIANO PER LE AREE TERRAZZATE siglato a Padova il 15 ottobre scorso (2016), e questo anche grazie all’attività di sensibilizzazione dell’INTERNATIONAL TERRACED LANDSCAPES ALLIANCE, nata in Cina nel 2010, che ha nella sua sezione italiana una delle realtà più attive.
L’obiettivo è innanzitutto quello di trasformare queste pietre scartate dai costruttori in pietra angolare per nuovi modelli di sviluppo, riconoscendo la costitutiva polifunzionalità di questi paesaggi: non solo retaggio del passato o relitto museale, ma OPERA IDRAULICA E PRESIDIO CONTRO IL DISSESTO IDROGEOLOGICO (ce lo ricordano le alluvioni avvenute in Liguria tra 2010 e 2011), SCRIGNO DI BIODIVERSITÀ COLTIVATA (i terrazzamenti sono in genere luoghi di filiere deboli, se si esclude il comparto vitivinicolo, ma sono anche il luogo della varietà di cultivar e prodotti non omologati dalle grandi estensioni aziendali dell’agribusiness), PAESAGGIO DI STRAORDINARIA BELLEZZA E VALENZA TURISTICO-CULTURALE (l’Italia vanta ben due siti terrazzati inclusi nella WORLD HERITAGE LIST dell’UNESCO: CINQUE TERRE e COSTIERA AMALFITANA).
L’impegno dell’università di Padova è quello di continuare nell’opera di censimento delle aree terrazzate italiane, premessa indispensabile ad ogni intervento di tutela o recupero, ma anche di giungere al riconoscimento nazionale di scuole, maestranze e professionalità legate al restauro dei muri a secco, oggi esistenti solo in Trentino, e infine favorire la cooperazione tra realtà produttive che operano su aree terrazzate, stimolando progettualità tese alla creazione di nuove filiere produttive, servizi ecosistemici, marchi di qualità e proposte turistico-ricettive in grado di unire memoria della terra ed economie del futuro, attraverso NUOVE ALLEANZE TRA MONDO URBANO E RURALE.
Il progetto di ADOZIONE DI TERRAZZAMENTI ABBANDONATI IN CANALE DI BRENTA, promosso dall’università di Padova nel 2011 e oggetto di menzione speciale al recente Premio del Paesaggio 2014-2015, va esattamente in questa direzione, confermando il ruolo strategico dell’università nell’orientare il territorio verso modelli di sviluppo sostenibili e attenti al patrimonio ereditato.
Far tornare a vivere queste vecchie pietre è anche l’obiettivo del PROGETTO HORIZON 2020 “LIVINGSTONES”, coordinato dall’università di Padova e forte di una articolata partnership europea ed extraeuropea, che in questi giorni ha superato brillantemente il primo step di valutazione europeo. (Mauro Varotto)

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I MURI A SECCO PATRIMONIO UNESCO: LA CULTURA DEI TERRAZZAMENTI PUÒ SALVARE IL PAESE DA FRANE E SMOTTAMENTI
di Nicola Dante Basile,

(da https://nicoladantebasile.blog.ilsole24ore.com/ 29/11/2018)
L’Unesco ha riconosciuto e inserito la tecnica di fabbricazione dei “muri a secco” nella lista dei beni Patrimonio dell’Umanità. Si tratta di siepi costruite a secco presenti in tutto il pianeta, in particolare nei Paesi europei e del Mediterraneo, Italia in testa che da Nord a Sud vanta decine di migliaia di chilometri di questi manufatti.
L’annuncio è stato fatto con un twitter inviato dall’organizzazione medesima agli otto Paesi promotori congiuntamente della candidatura, vale a dire Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna e Svizzera.
Nella nota, l’Unesco osserva che questo riconoscimento è uno dei primi esempi di manifattura umana, adottato per fini abitativi, usi agricoli e indispensabili nella realizzazione dei terrazzamenti in aree scoscese e montane.
Chi scrive, compiaciuto di tale riconoscimento, ha il piacere di riproporre qui di seguito l’articolo sui terrazzamenti pubblicato SU “TERRANOSTRA” – ILSOLE24ORE.COM DEL 7 MAGGIO 2016, preannunciando la Conferenza mondiale Itla-Unesco che si sarebbe tenuta nell’autunno di quell’anno in Italia.

LA CULTURA DEI TERRAZZAMENTI PUÒ SALVARE IL PAESE DA FRANE E SMOTTAMENTI
I terrazzamenti rurali, manufatti in pietra piuttosto diffusi in aree collinari e montane, costituiscono un’ottima misura per preservare l’integrità dei territori da rischi idrogeologici. In più, permettono la messa a coltura delle superfici a livello, rese tali proprio dalla costruzione di siepi o muri di pietra a secco.
L’Italia, per via della struttura orografica che si ritrova, è tra i Paesi al mondo ad avere un elevato numero di siti terrazzati. Eppure non sufficienti a mettere in sicurezza tutte le aree più esposte a frane e smottamenti. Con gravi conseguenze al patrimonio agricolo e paesaggistico, quand’anche risvolti tragici a persone, cose e animali.
Una cifra prudenziale stima nella Penisola (isole comprese) la presenza di diverse decine di migliaia di chilometri di muri a secco e circa un milione di ettari di superfici rese coltivabili con i terrazzamenti. Un quadro più completo ed esaustivo lo si potrà avere alla fine di quella che è la prima mappatura dei terrazzamenti rurali in corso d’opera da Bressanone a Pantelleria, curata dal Dipartimento di Geografia dell’Università di Padova.
L’iniziativa vede impegnata la Sezione italiana dell’International Terraced Landscape (Itla) che, su mandato dalla segreteria generale Itla e sotto l’egida Unesco, ha organizzato in autunno (6-15 ottobre 2016) la terza Conferenza mondiale sul “futuro dei terrazzamenti rurali”. Ai lavori, coordinati dalle Università di Padova e Venezia, hanno partecipato studiosi della materia provenienti da tutto il mondo.
In precedenza solo due altri Paesi hanno avuto dall’Unesco questo importante incarico: la Cina, nel 2010, dove a Yuangyang (foto accanto: le risaie) è stato firmato l’atto costitutivo dell’Itla; il Perù, a Cusco, nel 2014. Poi è stata la volta dell’Italia, con i lavori di preparazione affidati alla Sezione italiana, la cui fondazione risale al 2011 a opera della Cooperativa olivicola Comune di Arnasco, Consorzio della Quarantina di Genova, Regione Veneto e Università di Padova.
Oggi gli associati sono oltre settanta tra Dipartimenti universitari, enti scientifici, centri studi e di ricerca, consorzi agricoli e imprese private, magari spinte dal desiderio di capire le opportunità che i terrazzamenti rurali possono offrire in prospettiva. Cosa che peraltro ben si addice nell’ipotesi di attività finalizzate alla valorizzazione di paesaggi agresti e percorsi naturalistici, come ce ne sono pensando ai “gradoni” della Valtellina, con quelle vigne di Nebbiolo apparentemente sospese nell’aria, o alla perfezione architettonica delle “marogne” in Valpolicella, ai contrafforti dell’Etna addomesticati ad agrumeti e pregiate cultivar di Nerello Mascalese, e via di questo passo con le terrazze di Salina e di Lipari, o quelle di origine moreniche di Morgex et de la Salle, fino ai rigogliosi catini lungo la strada del Prosecco tra Conegliano e Valdobbiadene, o come gli “jazz”, ovili a cielo aperto dove trovano riparo le greggi in transumanza sulle alture delle pietrose Murge.
Fa specie, invece, constatare la poca considerazione che dei terrazzamenti hanno gli organi istituzionali. Se non altro perché sono i primi a dover conoscere il reale valore di questi impianti e le loro plurime funzioni di tutela del territorio, sviluppo sostenibile delle risorse, cura del patrimonio rurale e paesaggistico. Funzioni peraltro offese dai frequenti scempi che colpiscono l’Italia tutta, da Nord a Sud.
Come non ricordare la montagna sopra Messina che si sbriciola, causando morti e lasciando la città a secco per giorni e giorni. O le bombe d’acqua che devastano la costa Amalfitana, la riviera Toscana, la Liguria …, e vedere condomìni interi (forse abusivi) sconquassati dalla furia degli elementi. Disastri che forse potevano essere anche evitati, se solo fossero stati costruiti a tempo debito appositi terrazzamenti in corrispondenza dei punti più critici.
Il fatto è che buona parte del patrimonio italico merita di essere salvaguardato. E per farlo non c’è niente di meglio e di più sostenibile delle terrazze a livello protette da muri a secco. Che però vanno costruiti, come sostiene Massimo Montanari, docente all’Università di Bologna e tra i massimi interpreti della cultura dell’alimentazione e territorio, secondo il quale “il paesaggio è una costruzione dell’uomo…, se ci si ferma talvolta a guardarlo, ammirandone le forme dei campi …, le curve delle colline, è perché l’uomo, nel corso dei secoli, ha saputo coniugare l’utilità con la bellezza, e tutti ci auguriamo che sappia ancora farlo”.
Un messaggio di speranza, quello di Montanari, che va di pari passo alla consapevolezza di quanti ritengono che ovunque esista un paesaggio degno di essere ammirato, per certo esiste anche una storia che merita di essere raccontata. Una storia magari da recuperare e proteggere, essendo cultura e territorio un tutt’uno che vale la pena lasciare in eredità alle future generazioni. Come peraltro è sempre stato fatto da antiche e operose popolazioni che, per tutelarsi da usurpatori , hanno trovato riparo e costruito terrazzamenti in luoghi estremi.
Ecco allora prendere forma LE TERRAZZE ANDINE DI PISAC, MURAY, MACHU PICCHU, IN PERÙ, risalenti agli INCAS e oggi siti archeologici tra i più visitati al mondo; ecco LE RISAIE DI BALI, IN INDONESIA, di IFUGAO NELLE FILIPPINE, DI YUANYANG, IN CINA, che per ricchezza cromatica riflessa rimandano alle geniali composizioni pittoriche di Munch e Van Gogh.
Ma non di artificio ingannevole si tratta, quant’è vero che sono ambienti e paesaggi agresti che l’Unesco ha elevato al rango di Patrimoni dell’Umanità. (Nicola Dante Basile)

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UNESCO, MURETTI A SECCO PATRIMONIO DELL’UMANITÀ

di Cristina Nadotti, da “la Repubblica” del 28/11/2018
– Inseriti nella lista degli elementi immateriali perché rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. L’Italia aveva presentato la candidatura insieme a Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera. Una tradizione che riguarda tutta la Penisola –
L’UNESCO ha iscritto “L’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell’umanità in quanto rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. La notizia è stata data con un post sul profilo Twitter dell’organizzazione, che si congratula con gli otto Paesi europei che hanno presentato la candidatura: oltre all’Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

Nella motivazione dell’Unesco si legge: “L’arte del dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese”.
“Le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione pratica adattata alle particolari condizioni di ogni luogo” in cui viene utilizzata, spiega ancora l’Unesco. I muri a secco, sottolinea l’organizzazione, “svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Tra le regioni italiane promotrici della candidatura c’era la PUGLIA, per tutelare una tradizione che unisce in pratica tutta la Penisola e ha i suoi punti forti nella Costiera amalfitana, a Pantelleria, alle Cinque Terre e in Puglia nel Salento e nella Valle d’Itria. Si tratta di una tecnica millenaria che ha avuto nel corso della storia e a seconda delle regioni utilizzi diversi.
Soprattutto nelle zone costiere e nelle isole italiane i muri a secco sono così comuni che spesso si dimentica la loro importanza storica e sociale. In Puglia, per esempio, ci sono i muretti risalenti all’epoca dei messapi con una struttura a blocchi squadrati poggiati orizzontalmente, quelli patrizi che svolgevano il compito di delimitare tenute e poderi appartenuti a casati di gran nome, quelli del volgo, costruiti dallo stesso contadino a delimitazione della piccola proprietà chiamata chisùra.
In LIGURIA i muri a secco sono parte integrante delle tecniche agricole dei terrazzamenti, per cui servono a proteggere le porzioni di terreno ricavate dai pendii. In altre zone il muro a secco, specie sui litorali marini, serve a difesa delle colture dagli agenti atmosferici.
I muri a secco stanno però scomparendo, in primis per la mancanza di manodopera specializzata e perché l’agricoltura meccanizzata li vede come un ostacolo. La perdita dei muretti a secco non significa però soltanto la cancellazione di una testimonianza della nostra storia. La scomparsa o la rarefazione di queste costruzioni incide negativamente sul paesaggio e sull’ambiente. Nei muri a secco sopravvive infatti una ricca fauna e flora, essi sono inoltre un importante elemento di diversificazione ecologica e del paesaggio.
Di recente, erano stati numerosi gli interventi delle autorità preposte alla tutela del patrimonio sia artistico, sia ambientale per DENUNCIARE CHI SMANTELLA I MURETTI A SECCO PER RIUTILIZZARE LE PIETRE.
“È la seconda volta, dopo la pratica tradizionale della coltivazione della vite ad alberello di PANTELLERIA, che viene attribuito questo riconoscimento a una pratica agricola e rurale – ha commentato il ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio – Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli. I nostri prodotti agroalimentari, i nostri paesaggi, le nostre tradizioni e il nostro saper fare sono elementi caratterizzanti della nostra Storia e della nostra cultura. Non è un caso quindi che, dei 9 elementi italiani riconosciuti dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità, ben 4 appartengano al patrimonio rurale e agroalimentare” conclude Centinaio. (Cristina Nadotti)

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I LUOGHI DEL PROSECCO TRA CONEGLIANO E VALDOBBIANE (NEL TREVIGIANO) CANDIDATI UNESCO

colline del prosecco

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TONNELLATE DI UVA DA PROSECCO DISTRUTTE IN VENETO: “ECCO PERCHÉ LO BUTTIAMO VIA”
da https://www.fanpage.it/ del 17/10/2018
– In Veneto, dietro la storica annata del prosecco ci sono anche zone d’ombra. Agricoltori costretti a distruggere l’eccesso d’uva per rispettare i limiti di produzione e non perdere i cospicui guadagni legati a questo prestigioso vino italiano. Fanpage.it ha chiesto a due coltivatori del trevigiano il perché di tanto spreco e quali possono essere le conseguenze della corsa all’oro delle bollicine. –
In Veneto, la vendemmia di prosecco del 2018 è stata straordinaria. Ma dietro un’annata storica c’è anche il risvolto della medaglia: cantine strapiene costrette a rifiutare l’uva e viticoltori che gettano via l’eccesso di produzione.

   Dopo la pubblicazione sui social di un video in cui si vede un agricoltore distruggere un intero filare, Fanpage.it ha chiesto a due coltivatori del trevigiano il perché di tanto spreco e quali possono essere i pericoli della corsa all’oro delle bollicine.

   “Siamo strapieni di prosecco” “Nel 2018 la produzione è stata di almeno un 40-50% superiore al previsto e le cantine non erano preparate per stoccare tutto il mosto. So di almeno tre grosse cooperative sociali che hanno rifiutato ulteriori conferimenti perché non sapevano più dove metterlo”, spiega Antonio, un agricoltore della zona. “Siamo stracolmi di prosecco”, conferma una cantina in provincia di Treviso. “Gli agricoltori hanno una quota assegnata e non possono oltrepassarla. Quest’anno, però, quasi tutti i nostri soci hanno avuto un eccesso di produzione. Non possono vendere l’uva al di fuori di noi, anche se sicuramente qualcuno ha trovato canali illeciti per smaltire quello che noi abbiamo rifiutato. E, purtroppo, sono molti quelli che hanno distrutto l’uva perché non la possono lasciare sulle viti”. “La vite soffre se non la vendemmiamo”, puntualizza Antonio.

Perché gli agricoltori distruggono l’eccesso di uva?

“Per fortuna non ho dovuto buttare il mio raccolto – continua l’agricoltore trevigiano – però conosco un viticoltore che ha distrutto 12 ettari piantati a prosecco”. “Il disciplinare del Consorzio di tutela del Prosecco parla chiaro”, afferma Giuseppe, un altro coltivatore diretto. “Non si possono produrre più di 180 quintali per ettaro, con una margine del 20% in più destinato a riserva. Se quest’anno quindi ne ho prodotti 300, tutto il mosto ricavato avrà una qualità più scadente. Vale per tutte le piante: a maggiore quantità di frutta corrisponde una qualità più scadente. Parlando di uva, questo significa che, in caso di eccesso, si è costretti a destinare l’intera produzione a vino di minore qualità, un bianco generico ad esempio. Ma nessun agricoltore vorrà farlo perché ci rimetterà: per cui rispetterà il limite e il resto lo distrugge”.

Nient’altro che prosecco: le conseguenze della monocoltura

La coltivazione delle tanto pregiate bollicine ha un’altra importante conseguenza: la monocoltura rischia di “inghiottire” gli altri prodotti agricoli e la stessa varietà di vino che finirà in bottiglia. “Le cantine pagano l’uva da prosecco a 1,10 euro al chilogrammo mentre le varietà di rosso arrivano a 16 centesimi. E’ ovvio che tutti vogliano piantare prosecco. I margini di guadagno, poi, sono ottimi”, precisa Antonio. Anche Giuseppe ammette: “Nessun’altra coltivazione in questo momento dà così tanto rendimento. Se un agricoltore pianta mais o frumento, con i prezzi attuali, finisce in perdita. La monocoltura del prosecco – prosegue – ha portato a non produrre più altre varietà di vino. Così adesso si vendemmia nell’arco di una settimana (quella dell’uva da prosecco, ndr) e le cantine, con la super annata che abbiamo avuto, si sono trovate ʽingolfateʼ. Anche se abbiamo diradato le viti a giugno-luglio, la quantità di uva è stata straordinaria”.

Il boom delle bollicine: tra grossi guadagni e qualche furbizia

Nelle colline di Conegliano e in tutto il Veneto orientale in questi anni è stato un proliferare di aziende agricole che hanno iniziato a coltivare prosecco. Il facile guadagno ha spinto sempre più imprenditori, vinicoli e non, a investire grossi capitali sulle bollicine. Ma capita anche che, tra le 181 case spumantistiche e 433 vinificatori che operano sul territorio, ci sia qualcuno che prova a fare il furbo. Un’altra delle caratteristiche di questo vino così amato in tutto il mondo, infatti, è la gradazione alcolica stabilita dal Consorzio di tutela. Il 29 settembre, in un’operazione condotta dai Nas in due note aziende vitivinicole di Valdobbiadene e Refrontolo, i carabinieri hanno sequestrato oltre settemila litri di vino, mosto e sostanze adulteranti usate per aumentare la gradazione, per un valore complessivo di tre milioni di euro. Decine di sacchi di zucchero di provenienza estera utilizzati “per aumentare la gradazione del vino in fermentazione”, secondo quanto hanno affermato i militari del nucleo antisofisticazione.

   “E’ doveroso sottolineare che la presenza dello zucchero è una pratica autorizzata dalla legge nella fase della spumantizzazione e soprattutto non è dannosa per la salute del consumatore – ha precisato il Consorzio di tutela del Prosecco – e lo stesso equivale per l’acido tartarico, anch’esso autorizzato in quanto acido naturale che si trova normalmente nell’uva; per quanto riguarda l’acido solforico è un prodotto che viene utilizzato per la sanificazione dei serbatoi e delle vasche”. Il pericolo di una ʽbollaʼ del prosecco “Certo che esiste una ʽbollaʼ del Prosecco”, sostengono i due agricoltori. “Dalle colline di Valdobbiadene ormai i vitigni si sono estesi fino al mare e questo avrà sicuramente delle conseguenze”, dice Antonio. “La domanda cresce ad un ritmo del 6-7% e le esportazioni tirano molto, soprattutto nel Regno Unito – conclude Giuseppe – ma cosa succederà alle vendite di prosecco nel mercato inglese una volta consumata la Brexit?”.

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L’UNESCO, PER LE COLLINE DEL PROSECCO, CONSIDERERA’ IL FORTE INQUINAMENTO DA PESTICIDI E LA MONOCOLTURA (A VITIGNI DI PROSECCO) IMPERANTE NELL’AREA CUI SI CHIEDE IL RICONOSCIMENTO?

   E’ stato presentato venerdì 7 dicembre il documento stilato dalla Regione Veneto, sotto l’egida dell’assessore al Territorio, cultura e sicurezza Antonio Corazzari, che contiene le PRESCRIZIONI DA RISPETTARE per i coltivatori del PROSECCO DOCG in occasione della candidatura delle colline trevigiane a PATRIMONIO UNESCO. Il documento “DISCIPLINARE TECNICO PER LA CONSERVAZIONE DEI CARATTERI DI INTEGRITÀ E AUTENTICITÀ DEL PAESAGGIO” è stato pubblicato sul sito

(https://app.box.com/s/93wl3tl8hmbss6v21fza7mkgkn36v2e5 ) della Regione e,

tra le misure principali, contiene «LA MITIGAZIONE DELL’IMPATTO VISIVO» di SILOS E VASI VINARI, che dovranno essere «MIMETIZZATI» con il verde del paesaggio. Si impone inoltre uno STOP AL CEMENTO e il DIVIETO DI «SPIANAMENTI, ALTERAZIONI DEI PROFILI COLLINARI, riporti realizzati con terreni di provenienza esterna alle aree interessate, CONDUZIONE A COLTURA DI TERRENI IN AREE GOLENALI, nei fondovalle prativi e nelle aree soggette a naturale sommersione, eliminazione del bosco di antica origine, eliminazione dei prati stabili e dei prati arborati». Per i restauri infine si dovranno USARE MATERIALI LEGATI ALLA TRADIZIONE. (t.d.b.)(DA https://www.vvox.it/ ) del 30/11/2018

l’UNESCO chiede che si nascondano i SILOS del vino dalle colline del prosecco

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“STOP ALLA MONOCOLTURA DEL PROSECCO”. GIÀ RACCOLTE 5MILA FIRME

21/10/2018, da http://www.oggitreviso.it/
– A promuovere l’iniziativa è il Coordinamento ColtiviAmoFuturo – Grappa Asolo Montello Piave –
MONTEBELLUNA – Una petizione per fermare il dilagare della monocoltura del prosecco ed incentivare l’agricoltura biologica e sostenibile. A promuovere l’iniziativa è il COORDINAMENTO COLTIVIAMOFUTURO – Grappa Asolo Montello Piave. Ad oggi sono già state raccolte più di cinquemila firme.
“L’area della destra Piave, raccolta tra la Pedemontana del Grappa, l’Asolano, Montello e Piave, sta subendo da qualche anno un’indiscriminata INVASIONE DI NUOVI IMPIANTI A VIGNETO, coltivati CON MASSICCIO IMPIEGO DI PESTICIDI – viene spiegato da ColtiviAmofuturo -. I dati della contaminazione da pesticidi dei fiumi trevigiani e delle falde di acqua potabile sono già oggi allarmanti e la responsabilità degli usi dei pesticidi in agricoltura sono indiscutibili. La maggior parte delle amministrazioni comunali ha approvato regolamenti che non garantiscono la tutela della salute delle persone esposte, specialmente dei bambini, e senza la previsione di veri controlli e sanzioni efficaci. Il Coordinamento Coltiviamo Futuro, è formato da associazioni di cittadini dell’area Gamp, che non intendono sottostare alle logiche affaristiche delle multinazionali e per sostenere i sindaci che coraggiosamente stanno cercando di arginare e regolamentare il problema”.
CHE COSA SI CHIEDE AI COMUNI DESTINATARI DELLA PETIZIONE? Di limitare la superficie comunale coltivabile a monocoltura, utilizzando gli strumenti urbanistici a loro disposizione, così come avviene per le aree edificabili. Aprire un tavolo di discussione sul Regolamento di utilizzo dei fitofarmaci, proposto ai comuni dal Consorzio della Docg Asolo. Accertare che gli uffici tecnici comunali verifichino il pieno rispetto delle zone sottoposte a vincoli ambientali e stabilire una moratoria nelle autorizzazioni di nuovi impianti, con deroghe concesse possibili solo per piccole quote, ottenendo dai consorzivitivinicoli la compartecipazione ai costi per i controlli e ai costi di un piano di monitoraggio generale sull’utilizzo dei fitosanitari.

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CONEGLIANO VALDOBBIADENE SENZA UNESCO, “FARE RETE”: PESTICIDI E MONOCOLTURA NON SONO PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
Proponiamo qui parti del documento del coordinamento di cittadini e associazioni ambientaliste FARE RETE reso pubblico nei primi giorni di luglio 2018, in merito alla decisione dell’Unesco di rinviare (tra giugno e luglio) la decisione finale riguardo all’entrata delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nel registro dei Beni Patrimonio dell’Umanità:
“La candidatura Unesco “Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene” (…) è stata rinviata ad una nuova valutazione, per la quale Unesco ha anche richiesto di integrare il dossier presentato.
Il coordinamento di associazioni e cittadini Fare Rete, ha monitorato e condizionato tale candidatura, ottenendo credibilità di Icomos, organo consultivo dell’Unesco, potendo così chiedere e promuovere sostenibilità e condivisione con il territorio e subordinando il proprio sostegno alla candidatura solo in caso di conversione al biologico.
(…)
La monocoltura del prosecco è ormai espansa ovunque (stando ai dati della Regione Veneto, la superficie vitata nella sola Provincia di Treviso ammonta a 36.583 ettari), motivo per cui ne viene sottolineata la non storicità del territorio, ribadendo che il prosecco è recente e che di esso sono considerati di valore esclusivamente i terrazzamenti “alti”.
(…)
Fare Rete chiede perché non sia stato fatto il minimo accenno alla questione pesticidi, così sentita dalla popolazione residente nel territorio candidato. (…)
Fare Rete auspica che questo anno di “dilazione della candidatura” venga colto per fare dei grandi passi reali e non solo opere di maquillage.
(…)
Come infatti ci ha dimostrato l’Unesco, si deve cambiare obiettivo: non il prosecco ma l’ambiente, il paesaggio e la sua possibilità di viverlo anche da maggio a settembre, senza incappare in continui irroramenti di pesticidi. La candidatura deve rispecchiare il valore di un territorio e la storia della gente che vi abita.
(…)
Chi vi risiede chiede di vivere in un ambiente sano dove si possa circolare liberamente ed un Patrimonio dell’Umanità crediamo debba rispecchiare questi valori.
(…)
Fare Rete ritiene che la candidatura non debba essere un “marchio” con ricadute esclusivamente economiche e che la popolazione residente nell’area debba poter far valere le proprie istanze per la difesa della salute e dell’ambiente e per una vita senza i disagi e le malattie legate ai fitofarmaci.
(…)
Fare Rete ritiene che la situazione nell’area candidata si possa, invece, riassumere dicendo che i pesticidi, gli sbancamenti collinari e la monocoltura non possono essere spacciati per Patrimonio dell’Umanità.
(…)
I cittadini riuniti in Fare Rete ed in altri gruppi locali non accetteranno mai che la attuale situazione venga trasferita così com’è nella candidatura”.
5/7/2018 – FARE RETE

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Sull’argomento della mutazione del paesaggio veneto a causa del prosecco, vedi anche:
https://geograficamente.wordpress.com/2018/09/25/il-boom-del-vino-prosecco-ha-portato-alla-mutazione-del-paesaggio-agricolo-nel-veneto-e-parte-in-friuli-fenomeno-di-sviluppo-agro-alimentare-positivo-se-non-fosse-per-la-trasformazione-agricola-in/

colline del prosecco

 

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